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01 ottobre 2025

La guerra ibrida rimossa

Il problema della sicurezza informatica genera per i nostri sistemi di governo un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per limitare, almeno in parte, le libertà personali
di Angelo Panebianco
Guerra ibrida e libertà. La preoccupazione generale per i continui sconfinamenti russi nei cieli dei Paesi Nato ha distolto l’attenzione dell’opinione pubblica da quello che è stato sicuramente un atto di guerra contro l’europa, un atto di guerra che è anche una possibile anticipazione del futuro che ci aspetta: l’attacco informatico che ha gettato nella disorganizzazione e nella paralisi per due giorni gli aeroporti di Berlino, Bruxelles, Londra. Giustamente, abbiamo paura che ci arrivi addosso una guerra condotta con armi convenzionali (sullo sfondo c’è anche lo spettro della guerra nucleare). Ma gli attacchi agli aeroporti, la manifestazione fin qui più spettacolare e più grave della cyber war che viene ormai condotta contro i Paesi europei da anni (con una intensificazione dall’invasione dell’ucraina in poi) dovrebbero avere dimostrato a tutti che le guerre ora non si fanno solo con le armi da fuoco e i soldati sul terreno. Dovrebbero rendere l’opinione pubblica edotta del fatto che l’uno o l’altro Paese in un prossimo futuro potrebbe essere gettato nel caos e anche ridotto alla disperazione e alla fame senza bisogno di missili, droni e carri armati. E che pertanto occorre mettere in atto le contromisure per impedire che ciò un giorno avvenga.
Lo sviluppo tecnologico ha sempre avuto due facce, una luminosa e una oscura. Da un lato, migliora, e ha sempre migliorato, la condizione umana.
Dall’altro, mette a disposizione di chi vuole servirsene mezzi sempre più efficaci per distruggere comunità e per assoggettare le persone. Chi vorrebbe arrestarlo è un folle, non capisce quanti benefici esso generi (non ne vede la faccia luminosa). È però un imprudente chi non si preoccupi degli aspetti negativi (la faccia oscura). Tra gli aspetti negativi c’è quello di avere eroso il confine fra lo stato di guerra e lo stato di pace. È arrivato il tempo di una forma assai sofisticata di guerra ibrida. Le guerre convenzionali,come in Ucraina, continuano ad esserci. Ma adesso i mezzi di guerra che lo sviluppo tecnologico mette a disposizione di chi vuole servirsene consentono di attaccare anche in altri modi. Modi così subdoli che le persone possono credere di vivere in pace mentre invece sono i bersagli di una guerra non dichiarata e che non si manifesta attraverso la violenza fisica.
Le democrazie europee, sia pure con difficoltà e forse con troppe lentezze, stanno reagendo, cercano di approntare le necessarie contromisure. Certi Paesi scandinavi sembrano più avanti di altri. La Gran Bretagna ha adottato da qualche anno una nuova dottrina militare nella quale la sicurezza informatica ha, quanto meno sulla carta, un grande spazio. E anche gli altri Paesi, ivi compreso il nostro, cercano più o meno faticosamente, di attrezzarsi. Però può essere difficile per una democrazia approntare le misure adeguate a garantirsi la sicurezza se l’opinione pubblica non è sufficientemente consapevole della minaccia.
Peraltro, il problema della sicurezza informatica genera per le democrazie un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per contrarre, almeno in parte, le libertà personali?
Le democrazie occidentali, come tutti vedono, sono oggi in affanno. Minacciate dall’esterno e dall’interno. Quelle europee sono minacciate da potenze autoritarie mentre il loro storico protettore, gli Stati Uniti, non sembra più disposto a difenderle. Le democrazie sono inoltre minacciate da movimenti politici ostili alla libertà individuale (si pensi agli strappi costituzionali di Trump o a cosa sia Alternative für Deutschland che oggi, nei sondaggi, è il primo partito in Germania), fautori di una trasformazione in senso illiberale dei nostri regimi politici.
Tra le molte minacce c’è anche l’erosione, per effetto dello sviluppo tecnologico, dei confini fra stato di guerra e stato di pace. Fin quando quel confine era chiaro e netto era possibile mantenere separate sfera civile e sfera militare, l’organizzazione della vita di pace di ogni giorno e gli apparati preposti alla difesa in caso di guerra. Ma nel momento in cui entra in gioco la sicurezza informatica tutto cambia. Se imprese private, enti pubblici, sistema dei trasporti, sistema finanziario, sistema energetico, sistema della comunicazione, diventano potenziali target di attacchi, sorge l’esigenza di una difesa integrata (che è esattamente quanto oggi si tenta di predisporre). Ma una difesa integrata — indispensabile per la sicurezza — implica anche, o potrebbe implicare in futuro, una sorta di militarizzazione strisciante di ampi aspetti della vita civile. Con effetti, tutti ancora da valutare, sulla libertà di azione dei cittadini. Non c’è da fasciarsi la testa prima di essersela rotta. C’è però da riflettere su come le nuove condizioni di «non guerra/non pace» potranno essere conciliate con il mantenimento di regimi fondati sulla valorizzazione delle libertà individuali. Chi le apprezza ha sempre temuto le guerre non solo (come tutti) per le distruzioni e le sofferenze che provocano ma anche per i loro effetti negativi sulla libertà.
Sappiamo cosa comporti, da questo punto di vista, la guerra per una democrazia. La obbliga, per tutto il tempo che la guerra dura, a comprimere le libertà e a subordinare ogni aspetto della vita sociale all’esigenza della difesa. Ma solo finché dura la guerra. Possiamo facilmente prevedere che nello stesso momento in cui le armi finalmente taceranno in Ucraina (non sappiamo quando ma un giorno avverrà), riesploderanno subito in quel Paese i contrasti e i conflitti fra i partiti e le persone esigeranno — come è giusto che sia — una libertà che la guerra ha negato loro.
Ma che dire dell’erosione del confine fra guerra e pace per effetto degli sviluppi tecnologici in corso? Quali conseguenze può avere per le nostre libertà? È un terreno largamente inesplorato. Conviene occuparsene.
«Corriere della Sera» del 1° ottobre 2025

16 settembre 2016

I «social», palazzo di vetro senza pietà

La tragedia di Tiziana, suicida per un video
di Chiara Giaccardi
Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole.
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale.
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, il broadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione social è un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra.
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti.
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.
«Avvenire» del 16 settembre 2016

11 ottobre 2015

Perché è importante l'alt europeo agli imperi digitali

Primo freno UE al saccheggio dei dati
di Gigio Rancilio
L'ultima sentenza della Corte di Giustizia europea – quella che ieri ha stabilito che gli Usa non garantiscono un livello di protezione adeguato dei dati personali raccolti via web – non riguarda solo avvocati, professori e appassionati di tecnologie. Riguarda tutti noi. Ci riguarda come utenti di Internet, come cittadini italiani ed europei. Riguarda, in parte, anche il nostro futuro economico e tecnologico, e il rapporto – anche commerciale – tra Europa e Stati Uniti. Qualcosa di ben più complesso, quindi, di una battaglia contro Facebook o della partita di un giovane avvocato austriaco che con la sua denuncia ha deciso di sfidare uno dei colossi del web, mettendo in moto tutto questo.
In questi anni, infatti, l’America di Facebook, Google, Twitter e Apple è diventata il centro del mondo digitale. Il crocevia dei dati mondiali raccolti ogni secondo su web e social. Miliardi di informazioni personali su ognuno di noi che rappresentano la vera ricchezza di molti di questi giganti della tecnologia. I dati degli utenti europei vengono però conservati su computer (i cosiddetti server) posti fisicamente in Irlanda, e ogni giorno trasferiti in America per trattarli in maniera globale. Lo scandalo Datagate, con tutti i suoi annessi e connessi, ha messo sotto gli occhi del mondo le falle del sistema americano, relativo alla sicurezza e al trattamento dei dati personali degli utenti. Da qui la sentenza della Corte di Giustizia europea che annulla quanto sostenuto nel 2000 dalla Commissione europea, rimettendo al centro dell’agenda degli Stati Uniti – come ha ricordato il Garante italiano della privacy, Antonello Soro – «il tema dei diritti fondamentali delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei».
Che una sentenza obblighi gli Stati a tutelare maggiormente la privacy dei cittadini è sempre una buona notizia. Perché troppo spesso noi sottovalutiamo il problema o perché ci sentiamo impotenti davanti ai colossi che minano la nostra privacy, oppure perché crediamo di non avere niente da temere. Uno dei rischi derivanti semmai da questa sentenza è che l’Europa non riesca a dare vita a una politica comune di protezione dei dati digitali e che ognuno dei Paesi europei faccia di testa sua, mettendo in difficoltà tutti gli altri. Una vera incognita è, poi, rappresentata da ciò che faranno gli Stati Uniti, la cui ricchezza tecnologica dipende in larga parte anche dai dati digitali posseduti dalle sue aziende.
Perché qui non si tratta di spostare fisicamente un computer (migliaia di computer) da una nazione a un’altra per aggirare la sentenza. La fretta con la quale Facebook e tutti gli altri colossi web chiedono norme chiare riguarda la paura di perdere il controllo (e i soldi, molti soldi) sulla gigantesca raccolta di dati che fanno ogni giorno. E di doversi sottoporre a regole sempre più severe decise da nazioni che hanno a cuore più di altre la privacy dei cittadini.
Sarà fantascienza, ma provate a immaginare cosa succederebbe se l’Europa vietasse a Google, Facebook, Twitter e a tutte le altre aziende che controllano la Rete di usare a fini commerciali i nostri dati che consciamente e (troppo spesso) inconsciamente lasciamo ogni giorno sul web. Nell’attuale impero digitale, retto da una potentissima oligarchia, ci sarebbe una rivoluzione con conseguenze serie e persino inimmaginabili. Perché in Rete i veri soldi sono i dati. Tolti quelli, molti giganti non sarebbero più tali. E gli Stati Uniti d’America, che non sono già più l’unica e incontrastata potenza globale, non sarebbero più nemmeno il centro del mondo digitale.
«Avvenire» del 7 ottobre 2015

30 luglio 2014

Gli indignati della privacy

La Rete si è mobilitata dopo la decisione di Facebook. Siamo tornati al solito anatema contro i «persuasori occulti»
di Pierluigi Battista
I giganti del web accusati di modificare gli algoritmi per influenzare emozioni e bisogni degli utenti. Sciocchezze: tutto è manipolazione, anche l’amore
Negli anni ruggenti del consumismo, e nel pieno rigoglio della «società del benessere» (bei tempi!), molti pauperisti, tradizionalisti, reazionari, antagonisti, anticapitalisti, e con loro una corona di tantissimi intellettuali chic, non si stancavano di denunciare con fervore militante le oscure mene dei «persuasori occulti» descritti allora da Vance Packard. Ne svelavano i turpi disegni di «manipolazione» dell’umanità per trasformare i cittadini in docili strumenti nelle mani dell’industria, cera molle da plasmare e deportare sotto ipnosi pubblicitaria nei templi del consumo dove si sarebbero gonfiati profitti e ricchezze smisurate. La pubblicità veniva indicata come un’arma del demonio, tecnica sofisticatissima per plagiare gli inermi consumatori e manovrata dai dominatori del mondo che avevano fatto del consumo una nuova forma di schiavitù.
Tempi lontani, quelli dei «persuasori occulti» e di Packard. Più di cinquant’anni fa. Acqua passata, un’epoca chiusa, l’ultimo grido di dolore dei sacerdoti del vecchio ordine prima del definitivo trionfo della modernità consumistica. O no?
No. Proprio in questi giorni si è infatti accesa, ricalcando sin nei minimi dettagli l’anatema contro i «persuasori occulti» di tanti anni fa, una tambureggiante campagna contro i mastodontici artefici di un nuovo, repellente «mercato delle emozioni». Sotto accusa è in primo luogo la spericolata azione degli zelanti colonnelli di Zuckerberg che nell’oscurità hanno dolosamente modificato un po’ di profili Facebook per capire come influenzare gli umori degli utenti ignari di tanto oltraggioso attentato alla loro privacy (proprio la privacy di chi si iscrive volontariamente a Facebook, cioé il regno dell’antiprivacy? Quella). Ma sull’onda dell’indignazione è poi partita una furiosa lotta contro i «manipolatori» dei sentimenti, i nuovi prepotenti oligarchi che imperano sullo spirito pubblico. E che avrebbero fatto di così criminoso questi colossi di Google e di Yahoo!, di Microsoft e di Twitter e di Amazon da meritarsi tanta risentita deplorazione? Avrebbero ideato, coadiuvati dai tecnomaghi degli algoritmi che per farci del male non esitano a setacciare la nostra personalità spiando i nostri comportamenti sul web e sui social network, un modo per manipolare la popolazione del mondo e riprogrammarla come una gigantesca ed eterodiretta folla di consumatori compulsivi.
Sono inorriditi perché in questa azione di spionaggio una volta Google ha osato testare — che vergogna — le preferenze inconsapevoli dei suoi innumerevoli ospiti, variando con «41 sfumature di blu» lo sfondo delle sue pagine web: addirittura. Sono scandalizzati perché i colossi che sfornano in batteria i migliori «persuasori occulti» in circolazione cercano di «migliorare i loro prodotti», di essere più attraenti, più belli, in grado, nientemeno, di stabilire un «contagio emotivo» con i propri clienti, come ha scritto «Business Insider»: arrivando a mutare, perfidamente, la «composizione del messaggio » nelle campagne pubblicitarie, «il posizionamento delle immagini», «le immagini associate».
Tutto questo non sembra una grande novità, la «composizione del messaggio» è da sempre il cuore della retorica pubblicitaria. Ma per gli indignati siamo al colmo delle nefandezze dei «persuasori», impegnati a manipolare il «mercato delle emozioni» a grande vantaggio dei «fatturati». E che mettono a punto con i loro algoritmi tecniche sofisticatissime di identificazione di target mirati. Così, onnipotenti e incontrollati, questi colossi prendono nota delle nostre predilezioni, delle nostre conversazioni, delle foto e dei selfie delle nostre vacanze, delle nostre relazioni, per colpirci nei nostri punti deboli, infilarsi nel nostro inconscio, orientare subliminalmente i nostri consumi, fare arricchire l’industria usando gli espedienti più loschi. E poi ci si lamenta per la diffusione delle paranoie complottiste. Prendiamo in giro il deputato grillino che denuncia i microchip che la Cia avrebbe provveduto a impiantare nei cervelli di milioni di esseri umani.
Ma siamo sicuri che con l’indignata riprovazione contro gli algoritmi che «manipolano le nostre emozioni» per farne sordido mercato non stiamo già costeggiando quei lidi della nevrosi cospirazionista?
Anche perché è proprio l’assunto che non funziona. Anzi, sono gli stessi criteri di giudizio, o di pregiudizio, che andrebbero rovesciati. Cominciando ad esempio con l’osservare che la «manipolazione emotiva» così enfaticamente temuta non è poi questa cosa tremenda che viene descritta dai nuovi allarmisti. In ogni relazione umana c’è un tasso ineliminabile e nemmeno tanto sgradevole di più o meno consapevole vis manipolatoria: è proprio un male? Anche la seduzione è manipolazione: manipolazione allo stato puro. Nella relazione sessuale non ne parliamo neanche: dalla manipolazione al soggiogamento emotivo il passo è brevissimo. Nel corteggiamento amoroso cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, veri professionisti della manipolazione, per condizionare con le nostre manovre tattiche e strategiche le scelte di una persona che peraltro ci ha già stregato, manipolando senza permesso la nostra struttura emotiva.
Anche la scrittura e la lettura, l’arte e la visione, sono attività che modificano la psicologia degli esseri umani, ne orientano i desideri, danno voce alle loro pulsioni più profonde, elaborano forme di dominio, di conflitto, di identificazione mimetica tra gli esseri umani, tra chi scrive e chi legge, tra chi dipinge e chi guarda. Secondo René Girard attraverso l’arte e la letteratura si finisce per desiderare ciò che desiderano gli altri, ci si conforma agli altrui stili di vita e l’imitazione culturale diventa una seconda natura, che della natura sembra ricalcare l’autenticità, l’istintività, l’immediatezza ma è invece il prodotto di una inconscia, eppure imperativa, opera di «manipolazione».
Molti secoli prima dell’invenzione degli algoritmi, la scienza della retorica aveva già definito la «persuasione» come l’arma più potente della comunicazione umana grazie all’ordine in cui disporre il discorso, all’uso sapiente delle figure retoriche, all’eloquenza, all’arte oratoria: molto più potente della pura consequenzialità logico- razionale degli argomenti, proprio perché capace di parlare alle emozioni, di «manipolarle» a puntino. E il teatro, la forza dell’attore, la potenza della recitazione a chi parlano, quali effetti vogliono produrre sull’uditorio, se non un effetto di trascinamento e di incantamento? Anche la politica, nella sfera simbolica, crea consenso e suscita passioni che smuovono e manipolano l’emotività. In una campagna elettorale c’è tantissima «manipolazione ». La politica mobilita gli animi per un vessillo, un ideale, un inno, un’immagine, una parola, persino per un colore (la bandiera rossa; l’azzurro di Berlusconi). E forse non è mai esistito al mondo un elettore che abbia deciso di optare per un partito perché convinto dalla lettura del punto 19, comma 14, paragrafo 7 del capitolo 86 di un dettagliato programma di governo. Infatti chi denunciava i «persuasori occulti» della pubblicità non poteva che coinvolgere nella sua scomunica anche la politica moderna. E pure l’immagine di JFK, così seducente, così affascinante, così «manipolatoria», venne sottoposta al severo giudizio dei tradizionalisti stupiti che un’icona giovane potesse essere tanto trascinante e idolatrata.
Anche il giornalismo lavora sulla retorica. La prima cosa che ti insegnano è l’«attacco» di un pezzo, che deve essere forte per catturare l’attenzione del lettore e trascinarlo fino alla fine di un articolo con una prosa avvincente (nel racconto dei fatti e delle notizie). E basta chiedere a un editore quanta cultura ci vuole per scegliere la copertina giusta di un libro, il suo disegno, i suoi colori, il suo «manipolare» i desideri di chi entra in una libreria e sceglie proprio quel volume, bello da vedere prima ancora che da leggere.
La pubblicità ha qualcosa di geniale perché è un’arte che lavora sul punto di incrocio tra psicologia ed estetica. Chi ha inventato la forma della bottiglietta della Coca- Cola o la mela morsicata della Apple ha capito molte più cose dell’animo umano di quanto non siano capaci i paladini di un presunto umanesimo pre-industriale. E forse non c’era bisogno di Andy Warhol per capire quanta forza mitica e artistica di una merce sia concentrata nelle scatolette stilizzate della Campbell’s: una zuppa che diventa il simbolo della nostra vita.
Intercettando i desideri più potenti dell’umanità, le merci sin dal loro apparire hanno imposto l’invenzione di appositi palcoscenici in cui potessero esibire tutta la loro forza magnetica: le scintillanti vetrine dei negozi, senza le quali non comprenderemmo quanti investimenti emotivi siano racchiusi nella moderna mania dello shopping. Karl Marx, che alla modernità borghese sciolse commoventi inni, parlava ammirato della «fantasmagoria delle merci». I manifesti pubblicitari che nel primo Novecento impegnarono i nostri migliori illustratori e disegnatori come Gino Boccasile sono una pietra miliare della nostra storia dell’arte. Gabriele d’Annunzio diede il nome ampolloso di Rinascente al nuovo santuario delle merci a basso prezzo fabbricate in serie. I migliori registi accoglievano entusiasti, e non solo per ragioni economiche, l’invito a dirigere le straordinarie microstorie con cui Carosello ha costruito la sua leggenda. E la storia della grafica pubblicitaria fa tutt’uno con quella dell’arte.
Tutta orrenda «manipolazione»? Manipolazione, certo. Orrenda, è tutto da discutere. L’idea di un grande complotto delle multinazionali che vogliono influenzare la nostra psicologia non è solo ideologicamente rozza, ma si fonda anche su un’antropologia elementare e quasi caricaturale, come se la vita delle società umane non fosse permanentemente esposta al gioco incrociato delle influenze, ai venti della «manipolazione», alle relazioni private e pubbliche che modificano la psicologia dei gruppi e dei singoli individui. Come se il valore emozionale della personalità fosse lo specchio di una creatura semplice, mentre chi cerca di orientare i valori e le emozioni è descritto come un mostro che vuole vampirizzare le sue povere vittime. Ma no, i mostri multinazionali invadano pure i nostri profili nei social network. Saremmo felici di consumare le loro merci seducenti e fantasmagoriche. E auguri di buon lavoro ai nuovi «persuasori occulti».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 27 luglio 2014

25 luglio 2014

Fisco, privacy, copyright e pubblicità: tutti i fronti aperti in Europa per Google

Dal braccio di ferro con gli editori al diritto all'oblio passando per i rischi legati allo strapotere commerciale fino alla recente decisione del Garante della privacy italiano sui dati degli utenti: il gigante di Mountain View sta forse affrontando il periodo più complicato della sua campagna nel Vecchio Continente. Ecco tutti i punti sul tavolo
di Simone Cosimi
La decisione del Garante della privacy italiano sull'autorizzazione degli utenti alla loro profilazione commerciale è solo l'ultimo dei fronti aperti fra Google e le autorità europee. L'intelaiatura legislativa del Vecchio Continente - fatta di un ping pong continuo fra ordinamenti nazionali e comunitario - e la guardia sempre alta su riservatezza e concorrenza hanno condotto nel corso della breve ma intensa esistenza del colosso delle ricerche, fondato appena 16 anni fa, a una serie di scontri. Alcuni dei quali - su tutti quelli sul diritto d'autore e sul regime fiscale - hanno a tratti assunto tinte campali e una validità generale nel rapporto fra istituzioni locali, mondo del web e Unione Europea.

Il copyright. Nel nostro Paese un primo timido accordo si è trovato con il lancio di Google Play Edicola, negozio online e applicazione di Big G dove trovare e leggere gratis o su abbonamento quotidiani, periodici e blog, pubblicazioni del Gruppo Editoriale L'Espresso incluse. Ma i contrasti più sanguinosi ruotano intorno a Google News, la piattaforma da un miliardo di lettori al giorno che aggrega i contenuti dal mare magnum informativo della rete per temi e argomenti. Rilanciando direttamente agli articoli selezionati - ammesso che vengano letti - ed evitando così ogni altro passaggio sul sito della testata. È ormai il palinsesto di ciò che c'è da sapere in un certo momento in 75 Paesi e 40 lingue del mondo. Il problema è stato risolto l'anno scorso in Francia e Germania tramite l'imposizione del pagamento di una tassa per la pubblicazione di contenuti editoriali di altrui proprietà. Una sorta di compenso forfettario destinato all'editoria. Nel primo caso si tratta per esempio di un fondo da 60 milioni di euro a vantaggio di 150 portali che possono anche sfruttare gli strumenti pubblicitari di Mountain View per una raccolta sempre più complicata. In Belgio un accordo simile era stato siglato già nel 2012.

Il diritto all'oblio. Di recente ci è arrivato anche Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Ma la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 13 maggio ha imposto anzitutto a Google, da cui passa oltre il 90% delle ricerche continentali, la predisposizione di uno strumento - poi concretizzatosi in un modulo online da raffinare nei prossimi mesi - per consentire a chi ne abbia diritto di richiedere la rimozione dai risultati delle ricerche delle pagine che lo riguardano. Questo perché i giudici del Lussemburgo hanno ritenuto che "il gestore di un motore di ricerca su internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi". E dunque debba approntare i mezzi per l'eventuale rimozione dei link, che tuttavia in questo caso rimangono visibili sul dominio statunitense Google.com. È la prima messa in pratica del cosiddetto diritto all'oblio, per togliere visibilità a pagine che ospitano contenuti ritenuti "inadeguati o non più pertinenti" e che tuttavia ha sollevato diversi grattacapi in termini di libertà di opinione e informazione. È capitato per esempio col britannico Guardian: diversi articoli giornalistici contenenti informazioni sgradite ai protagonisti citati sono scomparsi dall'indicizzazione del motore di ricerca. Nei primi mesi sarebbero arrivate oltre 70mila richieste e pare che l'Italia sia uno dei Paesi europei più attivi nelle domande.

Le tasse. Fra i primi Paesi ad affrontare la questione Web (o Google) Tax è stata, ormai due anni fa, la Gran Bretagna. In Italia il dibattito si è infiammato - per precipitare in un nulla di fatto, anzi in una mezza abrogazione a marzo col decreto Salva Roma - lo scorso autunno grazie alla proposta dell'onorevole Francesco Boccia (Pd): girava intorno all'obbligo di acquisto di beni e servizi online, cioè pubblicità, solo da titolari forniti di partita Iva italiana. Un provvedimento che in quei mesi trovò l'appoggio anche della Francia, che poi all'inizio di maggio ha inflitto una supersanzione fiscale da un miliardo di euro alla "sua" Google, e che potrebbe tornare sul tavolo nel corso del semestre italiano di presidenza europea. Il punto è che le branche nazionali delle big company del web registrano i ricavi nei mercati locali come frutto di servizi prestati a un'altra società di riferimento, spesso basata in un Paese con una tassazione più vantaggiosa. Meccanismi di elusione fiscale verso l'estero noti in gergo come "Double Irish" o "Dutch Sandwich". Amazon è in Lussemburgo, per esempio, e Google - come Facebook - in Irlanda. Il gioco, perfettamente legale, porta nelle casse dell'erario italiano pochi spiccioli rispetto alla potenza di fuoco e ai mastodontici ricavi dei gruppi. Google Italy nel 2013 ha denunciato un fatturato di 49 milioni di euro, con utili ante imposte di 3,6 milioni sui quali ha pagato 1,8 milioni di tasse.

L'abuso di posizione dominante. Si è saputo agli inizi di luglio che il prossimo commissario europeo per la concorrenza, e dunque la direzione generale che da quella carica dipende, potrebbe riaprire il dossier su Google. Nel mirino delle autorità di Bruxelles c'è infatti da anni la manipolazione dei risultati sul motore di ricerca. Modifiche che favorirebbero la visibilità dei suoi servizi a danno dei concorrenti. Lo scorso febbraio lo spagnolo Joaquín Almunia, commissario in scadenza a novembre, e Big G hanno firmato un accordo che ha salvato il colosso da una possibile maximulta in stile Microsoft dopo un'indagine durata tre anni. Nel patto, Mountain View ha accettato di concedere più spazio ai rivali fra i risultati delle sue ricerche. Si parla di pubblicità, ecommerce, servizi: se la vetrina più osservata del pianeta ne mette in mostra solo alcuni, è la tesi dei tanti ricorrenti, c'è un pachidermico problema di competizione. L'accordo ha tuttavia deluso le aspettative di molti, dagli editori ai player online. Un attacco durissimo è ad esempio arrivato lo scorso aprile da Mathias Döpfner, amministratore delegato del gruppo tedesco Axel Springer, che in una lettera aperta al presidente di Google Eric Schmidt, pubblicata sul quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto che il modello di business di Google "in ambienti poco onorevoli si chiamerebbe estorsione". Adesso Bruxelles dice di voler tornare sulla questione - se ne saprà di più a settembre - e potrebbe addirittura aprire altri due fronti interni alla questione: uno su Android, il sistema operativo montato sull'80% dei dispositivi mobili del mondo (si indagherà sugli accordi con i produttori di smartphone e tablet) l'altro su YouTube, la piattaforma di videosharing, su pressione delle etichette musicali indipendenti. Probabile tuttavia che nulla si muova davvero fino alla nomina della nuova commissione Juncker, a novembre.

La privacy. È recentissimo il provvedimento prescrittivo dell'Autorità per la protezione dei dati personali italiana guidata da Antonello Soro. Secondo la decisione la profilazione di chi utilizza il motore di ricerca o gli infiniti altri servizi di Google - dalla posta elettronica alle mappe passando per i pagamenti - dovrà essere preventivamente autorizzata da ciascun interessato a seguito di un'informativa completa. Nella quale si dovrà inoltre indicare in maniera chiara che l'identikit di ogni utente viene realizzato e memorizzato, tramite mezzi come i cookie e il fingerprinting, a fini commerciali. Big G ha 18 mesi per mettere a punto uno strumento in grado di consentire questo filtro preventivo e anche di permettere agli utenti di richiedere la rimozione dai server di informazioni che li riguardino. Pratica che dovrà essere soddisfatta fra i due e i sei mesi, a seconda del servizio. Il documento, prodotto dopo un'azione congiunta con altre cinque autorità comunitarie, era partita l'anno scorso dopo che, nel marzo 2012, Google aveva unificato e modificato le sue policy sulla riservatezza dei dati personali.
«la Repubblica» del 24 luglio 2014

23 luglio 2014

Google, in Italia utenti saranno più tutelati. Le nuove regole del Garante della privacy

s. i. a.
Mountain View non potrà profilare nessuno senza specifico consenso e dovrà dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. E' il primo provvedimento del genere in Europa. Il colosso statunitense ha 18 mesi per adeguarsi
Gli utenti che useranno i servizi o il motore di ricerca di Google in Italia presto saranno più tutelati. Il Garante della privacy ha stabilito che il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i loro dati a fini di profilazione se non ne avrà prima ottenuto il consenso. Ma non solo: dovrà anche dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. Si è conclusa quindi con un provvedimento prescrittivo l'istruttoria avviata lo scorso anno dal Garante italiano a seguito dei cambiamenti apportati dalla società alla propria politica della privacy.
Siamo dinanzi al primo provvedimento in Europa che - nell'ambito di un'azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio - non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge. E un passo in avanti. La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte - dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all'analisi statistica (Google Analytics) - procedendo pertanto all'integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all'incrocio dei dati degli utenti relativi all'utilizzo di più servizi.
Nel corso dell'istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria politica della privacy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all'insieme dei servizi offerti.
L'Autorità ha prescritto a Google l'adozione di un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l'utenza: l'indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (es. localizzazione terminali, indirizzi IP etc.), dell'indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti etc.; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi offerti.
Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell'informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l'altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che essi vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come ad esempio il fingerprinting. Quest'ultimo è un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell'utente e, a differenza dei cookie che vengono istallati sul pc o nello smartphone, le archivia direttamente presso i server della società.
Per utilizzare a fini di profilazione e pubblicità comportamentale personalizzata i dati degli interessati - sia quelli relativi alle mail sia quelli raccolti incrociando le informazioni tra servizi diversi o utilizzando cookie e fingerprinting - Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice utilizzo del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, fino ad oggi, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. In proposito, l'Autorità ha anche indicato una modalità innovativa e di facile impiego che, senza gravare eccessivamente sulla navigazione dell'utente, gli consenta di scegliere in modo attivo e consapevole se fornire o meno il proprio consenso alla profilazione, anche con riguardo ai singoli servizi utilizzati.
Google dovrà definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti "attivi", sia successivamente archiviati su sistemi di "backup". Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste provenienti dagli utenti che dispongono di un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro due mesi se i dati sono conservati sui sistemi "attivi" ed entro sei mesi se i dati sono archiviati sui sistemi di back up. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che interessano l'utilizzo del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea sul diritto all'oblio.
Una decisione che Mountain View ha commentato così: "Abbiamo collaborato costantemente con il Garante nel corso di questa vicenda per spiegare le nostre privacy policy e come ci consentono di creare servizi più semplici ed efficaci e continueremo a collaborare in futuro", fa sapere un portavoce di Google. "Analizzeremo il provvedimento del Garante attentamente per definire i prossimi passi". Il gigante avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest'arco temporale, l'Autorità monitorerà l'implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l'attività di controllo che l'Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View.
«la Repubblica» del 21 luglio 2014

15 luglio 2014

Rodotà: "Primi segnali di una svolta: il diritto alla privacy è resuscitato"

di Alessandro Longo
"Data per morta la privacy è improvvisamente resuscitata per via del Datagate, che l'ha rimessa al centro dell'attenzione. Era stata messa da parte: per ragioni di sicurezza e dimercato. Ma adesso si vedono i segnali di una svolta, a favore dei diritti dei cittadini". Stefano Rodotà, giurista e tra i massimi esperti mondiali sui diritti della privacy, ritiene che stiamo entrando in una nuova era, per l'Occidente. "Si va verso una costituzionalizzazione dei diritti di internet", afferma. "E il diritto alla privacy ne sarà il motore fondamentale".

Professore, tante notizie ultimamente hanno rimesso al centro la questione dei diritti di internet e alla privacy, che paiono due aspetti intrecciati in uno stesso nodo. Che sta succedendo?
"Il mondo ha smesso di subire passivamente la prepotenza delle istituzioni deputate alla sicurezza e dei giganti del web. La richiesta delle prime è sempre stata questa, negli ultimi anni: dateci tutti i vostri dati, vogliamo sapere tutto di voi, per potervi proteggere dal rischio terroristico. Ma poi è scoppiato il datagate, lo scandalo delle intercettazioni di massa fatte dalla National security agency americana. Sono seguite prese di posizione da parte di leader come Angela Merkel e lo stesso Barack Obama, contro le ragioni della sorveglianza. La pretesa delle agenzie di sicurezza si è rivelata non più proponibile. Altra notizia significativa, ad aprile, è la sentenza della Corte di Giustizia che ha dichiarato non valida la direttiva Ue 2006 sulla conservazione dei dati di traffico telefonico dei cittadini Ue (pensata sull'onda degli attacchi terroristici di Madrid e Londra, ndr). L'ha ritenuta infatti una grave violazione dei diritti di privacy. Significa che sul terreno della sicurezza c'è oggi un'emersione della dimensione costituzionale. La Corte di Giustizia Ue è sostanzialmente la Corte costituzionale dell'Unione europea. Ha messo in evidenza che le norme di protezione dei dati personali hanno rango costituzionale. E se ne dovranno trarre le conseguenze".


Come sta evolvendo invece la contrapposizione tra diritti degli utenti e richieste di dati personali da parte delle aziende web?
"Le pretese che vengono dal mercato sono state poco evidenti, finora. Sono quelle dei nuovi padroni del mondo, i cosiddetti over the top. Mark Zuckerberg ha detto che la privacy è finita come regola sociale. Significa: tutti i dati che mettete su Facebook sono miei. Ma anche questa pretesa è stata messa in discussione e in questo momento i grandi soggetti del web, Facebook, Google eccetera si rendono conto che la dimensione della privacy va ormai affrontata. Cominciano a dare agli utenti un maggiore controllo sui loro dati. Si è avviato un processo che fino a poco tempo fa qualcuno riteneva impensabile".

Ma come fare i conti con il fatto che la privacy negli Usa - dove queste aziende hanno una sede - è un diritto molto meno garantito che in Europa?
"Sì, continuiamo ad avere un confronto tra modello europeo e modello statunitense, anche se ora non è più così evidente. Il primo è fondato sul riconoscimento sull'idea della privacy come diritto fondamentale della persona (come riconosciuto dalla Carta dei Diritti), l'altro è orientato all'autoregolamentazione. Il modello americano, però, sta ora cedendo di fronte alla necessità di leggi in materia. Si pensi alla nuova legge che limita il diritto del datori di lavoro di fare ricerche sui dipendenti in Facebook. C'è un avvicinamento insomma tra i due modelli, perché gli americani hanno capito che la privacy è una questione di libertà e di democrazia. La consapevolezza è emersa appunto per lo scandalo delle intercettazioni, che ha pure aperto il problema della violazione delle sovranità nazionali da parte degli Usa. La questione si è resa insomma ineludibile per il Governo Usa".

Quale può essere il ruolo della politica e delle istituzioni?
"Sono abbastanza prudente, per non dire scettico, nei confronti dello "stakeholdering" (cioè delle prassi o normative frutto dell'accordo tra diversi soggetti). Su questa strada fino a ieri sono prevalsi solo gli interessi del mercato e della sicurezza. Certo bisogna tenere conto di tutti i soggetti, ma la via da seguire non è quella del puro negoziato dove ognuno cerca di imporre un pezzo i propri interessi, ma quella della dimensione costituzionale. Sono fiducioso a riguardo perché di recente è arrivata la "costituzione di internet" Marco Civil in Brasile; ma anche la dichiarazione di Delhi sui diritti in rete. Si è rimesso in moto un processo che si era arrestato e che era cominciato con gli Internet Governance Forum delle Nazioni Uniti. Dal 2008 al 2010 aveva cominciato a dare risultati, poi si era interrotto. Ora il processo è ripartito. Siamo entrati in una fase in cui comincia ad avere riconoscimenti importanti la necessità di una costituzione per internet. Il creatore del web Tim Berners Lee ha detto che ci vuole un Bill of Rights per internet e che l'accesso a internet deve essere un diritto costituzionale. "Come l'accesso all'acqua", ha detto".

Ma anche in Italia la situazione sta maturando in questo senso?
"Si sta muovendo qualcosa da parte di alcuni gruppi parlamentari, in particolare di Stefano Quintarelli (Scelta Civica), che sta cercando di riportare nel dibattito la mia proposta del 2010: integrare l'articolo 21 della costituzione aggiungendovi il diritto all'accesso a internet. All'epoca, parlamentari bipartisan ne avevano fatto una proposta di legge, che di recente è stata ripresentata (dal Pd e dal M5S, ndr). Il tema insomma è stato incardinato in sede parlamentare. Un momento importante per riparlarne sarà a giugno, con l'arrivo previsto del regolamento sulla Data Privacy. Sarà uno dei compiti importanti della presidenza europea italiana completare questo aggiornamento della normativa europea sulla privacy. Il sistema di protezione dei dati sarà rafforzato. Ne verrà una svolta che avrà effetti immediati sui rapporti tra l'Ue e altri paesi, in nome dei diritti degli utenti".
«la Repubblica» del 7 luglio 2014

La balcanizzazione del web

di Federico Rampini
Dove sono finite "le rivoluzioni di Facebook e di Twitter", come tanti osservatori occidentali definirono frettolosamente la rivolta anti-autoritaria in Egitto e in altri paesi islamici? La presunta onnipotenza di Facebook e Twitter, l'idea che le tecnologie siano di per sé capaci di suscitare rivoluzioni, ne esce a pezzi. Attribuire a questi strumenti il potere di cambiare il corso degli eventi, di plasmare la storia, di imporre nuovi valori, è puro " feticismo tecnologico". Una perversione in cui l'Occidente sembra cadere sempre più spesso.
"Internet cambierà la Cina", profetizzava alcuni anni fa Bill Gates, e intendeva dire che il sistema autoritario di Pechino non avrebbe retto all'immenso flusso di informazioni dal mondo. Poi si è scoperto che Internet non ha affatto il potere di cambiare il sistema politico cinese. Finora è accaduto il contrario: è stato il governo di Pechino a "cambiare Internet". Su Internet opera anche la propaganda di regime. Ci sono blog specializzati nel "dare la caccia alle streghe", criminalizzando il dissenso o soffiando sul fuoco del nazionalismo anti-occidentale ogni volta che Obama o la Merkel osano ricevere il Dalai Lama.
Vladimir Putin, il turco Erdogan, Xi Jinping, sono tutti impegnati a cercare di "rimettere il genio nella bottiglia", ad erigere nuovi Muri di Berlino, con garitte, fili spinati, posti di blocco, la minaccia di fucilazione non solo virtuale. Erdogan ha combattuto contro i "ribelli via Twitter" e in fin dei conti ha vinto: nonostante l'indignazione della società civile più evoluta, la maggioranza degli elettori turchi lo ha premiato. Prima di lui i dirigenti cinesi avevano vinto il lungo braccio di ferro con Google. E poiché la maggior parte dei cinesi usa comunque dei siti e social network autoctoni, la Grande Muraglia di Fuoco configura una sorta di gigantesco Intra-net, cioè una di quelle Reti non del tutto aperte, che servono a comunicare solo per chi sta al suo interno.
E' il modello di alcuni sistemi aziendali "securizzati", quello che dopo la Cina vogliono costruirsi l'Iran, l'Egitto. Putin è stato un precursore, la sua "cultura Kgb" lo ha reso ipersensibile alle sfide tecnologiche. La stretta decisa da Mosca dopo l'annessione della Crimea e la crisi ucraina ha colpito Gmail, Skype e altri servizi di posta elettronica e messaggeria: vengono bloccati dalle autorità russe, se rifiutano di conservare i dati dei loro utenti in server all'interno del territorio della Federazione. Il pacchetto di "leggi anti-terrorismo" varato da Putin nella primavera del 2014 equipara i blogger con almeno 3.000 utenti giornalieri ai mass media, inserendoli in un registro speciale. Tra le vittime il più illustre è Pavel Durov, creatore del social network russo Vkontakte, obbligato a lasciare il sito con questo addio desolante: "La Russia è incompatibile con Internet".
E' quello che spiega la studiosa americana Laura DeNardis, autrice di "The Global War for Internet Governance". In un confronto tra esperti alla School of International Public Affairs, di fronte ai membri delle Amministrazioni Bush e Obama che hanno seguito i negoziati internazionali su questi temi, la DeNardis sostiene che "Internet è il nuovo terreno di un conflitto mondiale per decidere chi controlla l'accesso a risorse strategiche, in primis l'informazione". Dalla sua nascita Internet non è una "prateria selvaggia" bensì uno spazio regolato da organismi tecnici, gruppi privati, anche governi. Ma con un'impronta dominante degli Stati Uniti. Dopo le rivelazioni di Snowden, il consenso internazionale sulla governance di Internet si è indebolito. Anche paesi democratici come la Germania e il Brasile hanno sollevato questioni di sovranità. Per i regimi autoritari, uno dei quali (la Russia) "ospita" proprio Snowden, la sua denuncia è stata provvidenziale. Già oggi secondo Eli Noam della School of International Public Affairs, "è anacronistico parlare di Internet al singolare, mentre siamo di fronte all'emergere di Reti al plurale, una balcanizzazione deplorevole, ma forse inarrestabile".
Del resto è ormai ufficiale che Internet non sarà più un monopolio americano per quanto riguarda la creazione e il controllo del "cyber-indirizzario" o registro globale. La svolta è storica, chiude una fase durata un quarto di secolo. L'addio al monopolio Usa è una concessione di Obama per venire incontro alle preoccupazioni di diversi paesi stranieri, dalla Germania al Brasile, sull'inaffidabilità di una Rete troppo esposta allo spionaggio Usa. L'annuncio è venuto il 15 marzo 2014 dallo US Commerce Department, il ministero da cui dipende l'agenzia federale di settore, la National Telecommunications and Information Administration. A parte gli addetti ai lavori e gli esperti, pochi tra la massa sterminata di utenti di Internet lo sanno, ma fin dalla sua nascita tutto il sistema di creazione di siti e indirizzi ha avuto una supervisione americana.
L'assegnazione degli indirizzi e i criteri per farlo, è un servizio che può sembrare prosaico e banale, ma è una sorta di infrastruttura elementare che consente di ordinare e convogliare il traffico online. La responsabilità - e il potere - di assegnare i numeri o "protocolli" che identificano gli indirizzi, coi vari suffissi ". com" ". gov" ". org" è rimasta in capo agli Stati Uniti, per la semplice ragione che lo sviluppo originario della Rete ebbe in America il suo epicentro prima di diventare un fenomeno veramente globale. Un controllo attraverso un registro centrale è stato necessario fin dalle origini per impedire duplicazioni di indirizzi che avrebbero generato un caos nel traffico.
L'Amministrazione federale Usa a sua volta diede in appalto questo mestiere ad un'istituzione non profit, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, nota con l'acronimo Icann. Un organismo indipendente, teoricamente immune da influenze politiche, ma pur sempre americano: con sede a Playa Vista, Los Angeles. Fin dal 1998 gli europei si preoccuparono che Internet non fosse un monopolio Usa, e crearono il Council of European National Top Level Domain Registries (Centr), anch'esso un'organizzazione non profit, per la gestione degli indirizzari nazionali che finiscono con i vari suffissi ". it" per l'Italia, ". de" per la Germania, ". uk" per il Regno unito e così via.
Tuttavia il coordinamento globale dei registri rimane nelle mani di Icann e quindi negli Stati Uniti. Fino alla deflagrazione del Datagate il resto del mondo, compresi i rivali strategici come la Cina e la Russia, avevano accettato il ruolo dell'Ican in nome dell'efficienza di un sistema che ha funzionato bene nell'interesse di tutti. Le rivelazioni di Snowden hanno cambiato le cose. Lo shock mondiale dopo la scoperta dell'ampiezza dello spionaggio americano in Rete, ha scatenato reazioni particolarmente accese in alcuni paesi dove gli stessi capi di governo sono stati spiati: la Germania di Angela Merkel, il Brasile di Dilma Rousseff. Per la prima volta anche in paesi alleati si è ventilata la possibilità di creare delle Reti a dimensione nazionale, "protette" contro lo spionaggio Usa.
Di qui la decisione simbolica di Obama: nel 2015 allo scadere del contratto con Icann, quell'incarico non sarà rinnovato. Ma per sostituirlo con che cosa? Gli americani pongono una condizione: che subentri un altro ente privato, sia pure sotto vigilanza internazionale, non un'istituzione intergovernativa. Ne riprodurrebbe tutti i difetti, come i poteri di veto dettati da logiche politiche, la lentezza nelle decisioni. L'incubo peggiore, è che dietro l'alibi di una "internazionalizzazione" della Rete i governi di Mosca e Pechino possano esportare i metodi di censura già applicati dentro i loro paesi.
«la Repubblica» del 7 luglio 2014

01 giugno 2014

Diritto all'oblio, il rischio di un effetto boomerang per il web

La scelta di Google di acconsentire alla possibilità di essere "dimenticati" dal suo motore, apre a scenari del tutto nuovi. Anche potenzialmente pericolosi per il diritto all'informazione. Due esperti ci spiegano perché
di Alessandro Longo
Oggi parte a tutti gli effetti la stagione del diritto all'oblio sul web, con la comparsa del modulo con cui Google permette di esser cancellati dal proprio motore di ricerca. Adesso prepariamoci a viverne le conseguenze, che saranno straordinarie e potenzialmente molto pericolose per il diritto all'informazione, secondo vari esperti. Ma anche gli stessi diritti dei cittadini potrebbero essere deformati da questa nuova possibilità offerta dal motore. Che le conseguenze saranno grandi lo dimostra anche il fatto che Google ha già ricevuto circa mille richieste di cancellazione da parte di cittadini europei. Il tutto, a pochi giorni dalla sentenza della Corte di Giustizia europea a cui ora si adegua con questo modulo.
"Ci stanno arrivando tantissime richieste", conferma l'avvocato esperto di diritti internet Fulvio Sarzana. I cittadini ora possono usare il modulo per chiedere la cancellazione direttamente a Google, infatti, ma alcuni preferiscono ancora passare da un avvocato, come è stato fatto finora, per il diritto all'oblio. È poi l'avvocato a inoltrare la richiesta a Google (adesso, utilizzando il modulo). Un esempio: "una psicologa è perseguitata da un suo ex paziente che ha fatto un blog appositamente per screditarla con notizie attinenti la propria vita sessuale e le frequentazioni da lei avute nel passato. Poiché però il blog è ospitato presso server in Svezia il titolare della piattaforma ha sempre risposto che non poteva fare nulla non trovandosi i server in Italia. Oggi con la nuova sentenza dovrebbe essere possibile risolvere il problema, facendo sparire quella pagina da Google", dice Sarzana.
In Europa, si segnalano casi come quello dell'irlandese Eoin McKeogh che da anni combatte per essere dimenticato da Google, Facebook e Yahoo!. Un utente internet, restato anonimo, l'avrebbe erroneamente accusato di non aver pagato la corsa di un taxi (si tratterebbe in realtà di uno scambio di persona). In Francia, una madre sta cercando da tempo di cancellare foto discinte di sua figlia teenager. In Romania, una donna vuole fare sparire informazioni che riguardano il suo divorzio. Nel Regno Unito, un ex politico vuole eliminare i link a un libro che considera diffamatorio. Un attore vuole far sparire le notizie su una presunta relazione avuta con una minorenne. Un medico cerca di cancellare commenti negativi sul suo operato.
Come si vede, ci sono questioni personali ma anche di interesse pubblico, tutte nello stesso calderone del diritto all'oblio. Una questione complessa, dove non è facile commisurare i diritti della privacy con quelli del pubblico interesse. Ma adesso che Google passerà all'azione, con quel modulo, ogni nodo verrà al pettine e tutta la sua complessità verrà ridotta a una decisione binaria: il link sarà cancellato o conservato, sul motore di ricerca. Decide Big G.
Le conseguenze sono enormi, secondo gli esperti. "Da una parte, è bello che per la prima volta Google dimostri di ascoltare quanto chiede l'Europa, invece di limitarsi a ribadire di non essere soggetta alle nostre istituzioni in quanto soggetto americano", dice Guido Scorza, avvocato esperto di questi temi. "Dall'altra, questa vittoria per l'Europa rischia di diventare una sconfitta. Una società privata farà da arbitro nel decidere quando prevale la privacy e quando il diritto all'informazione, su cose che riguardano tutti noi. Un aspetto su cui solo i Garanti privacy o i giudici dovrebbero decidere". Per esempio, per Google non sarà facile decidere quando un personaggio è pubblico o sono di interesse pubblico le informazioni che lo riguardano e quindi non hanno diritto all'oblio. Il rischio di decisioni affrettate è comunque presente, viste le migliaia di richieste che verranno gestite. Non solo, ci sono anche effetti collaterali poco chiari: "se la pagina rimossa da Google contiene dati di terzi, anche questi saranno condannati all'oblio", dice Scorza.
Secondo Scorza e Sarzana, uno dei rischi più gravi lo corre il diritto all'informazione, giornalistica e non solo. Alcuni, anche in Italia, già vogliono usare lo strumento di Google contro articoli di giornale, come scorciatoia low cost rispetto all'azione giudiziaria. Google potrebbe insomma di fatto rendere invisibile su internet un articolo prima che un giudice possa esprimersi sul suo essere (o no) diffamante. Il motore si sostituirebbe insomma alla magistratura, calpestando diritti costituzionali.
"Teniamo conto di un paradosso: adesso c'è il diritto all'oblio, ma non alla reindicizzazione del contenuto. Anche una grossa testata, insomma, non ha diritto di chiedere a Google di rendere di nuovo visibile un articolo", dice Scorza. Concorda Sarzana: "Il modulo di Google ha un grosso problema: non prevede un contraddittorio con il sito oggetto della richiesta. Si rischia così di diventare invisibili su internet senza poter dire la propria".
Immaginiamo anche scenari più particolari. Un normale cittadino chiede il diritto all'oblio per un fatto che può ledere la sua reputazione, ma di scarso interesse pubblico: ha scritto frasi misogine o razziste, per esempio. Quindi Google acconsente. Passa qualche anno e il cittadino si candida alle elezioni. Gli utenti non potranno più sapere, comunque, quelle informazioni su di lui.
Ci possono essere inoltre conseguenze paradossali: "Google dice che si occuperà solo di siti della comunità europea. Allora potrebbe nascere un sito a S. Marino che dirà tutto quello che altrove non è ricercabile", ipotizza Sarzana. vInfine, il diritto all'oblio potrebbe essere un boomerang contro la stessa persona che l'ha richiesta. "Tra i risultati della ricerca, comparirà una scritta d'avviso che alcuni di quelli sono stati rimossi in nome al diritto d'oblio. Un po' come fa già ora Google per i siti che violano il copyright", dice Sarzana. Immaginiamo un datore di lavoro che faccia una ricerca su un candidato e veda apparire questo avviso. Potrà immaginare cose anche più gravi di quelle effettivamente eliminate: a volte il dubbio genera sospetti più gravi della trasparenza.
Insomma, adesso Google - spinto dalla sentenza della Corte di Giustizia UE - sarà chiamato a tagliare con l'accetta una questione molto complicata. Con effetti che vedremo presto, ma che potrebbero essere devastanti per il web, per i singoli e per i diritti collettivi.
«la Repubblica» del 30 maggio 2014

Floridi: "Serve un colpo di genio per tenere insieme diritto all'oblio e diritto all'informazione"

Parla il professore dell'Oxford Internet Institute, l'unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull'informatica
di Fabio Tonacci
"Serve un colpo di genio, come quello di Dick Fosbury che alle olimpiadi del 1968 si inventò una nuova tecnica per superare l’asticella, il famoso “salto dorsale”…ecco c’è bisogno di un’innovazione del genere per tenere insieme il diritto all’oblio e il diritto all’informazione". Basta questa metafora, coniata dal filosofo Luciano Floridi, professore all’Oxford Internet Institute, l’unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull’informatica, per intuire in quale ginepraio si è infilato il colosso di Mountain View con il modulo per la richiesta di rimozione di contenuti "non adeguati", "obsoleti", "irrilevanti" per l’interesse pubblico.
Professore, quando le è stato proposto di entrare nella commissione di Google?
"Se ne parlava da qualche settimana, l’invito ufficiale è arrivato quattro giorni fa".
Sapete già nel dettaglio quale sarà il compito del comitato, in cui ci sono anche il presidente di Google Eric Schmidt e il fondatore di Wikipedia, Jimmi Wales?
"Dovremo capire quali problemi si creeranno con le nuove procedure per togliere link dalla lista dei risultati, individuare strategie di risoluzione e soprattutto prevedere quali conseguenze avranno le soluzioni adottate".
Quanto tempo avete a disposizione?
"Non molto, entro qualche mese dovremo presentare un dossier finale. In questo lasso di tempo ci incontreremo diverse volte, in Europa".
Il problema più evidente è come sia possibile conciliare le migliaia di richieste all’ “oblio” di alcuni utenti con il diritto all’informazione di tutti.
"Il punto è chiaramente quello. Qui non parliamo di contrasto tra interessi privati, ma di un confronto tra diritti egualmente importanti. Il diritto all’informazione è anche diritto alla trasparenza, del resto. Voglio dire, le notizie sul web devono essere accessibili, un archivio chiuso è come se non esistesse. Dall’altra parte in Rete finiscono anche contenuti riferiti che possono portare, ad esempio, a discriminazioni in campo lavorativo".
Chi valuterà concretamente le pratiche? In un giorno ne sono arrivate 12mila da tutta Europa.
"Non certo il nostro comitato!".
Chi allora? Sarà un algoritmo oppure un dipendente di Google in carne ed ossa?
"No comment".
Non c’è il rischio che un politico, ad esempio, sfrutti questa possibilità per ripulirsi la reputazione? Sottraendo agli elettori delle informazioni di interesse pubblico?
"Parlando da privato cittadino, credo che questo rischio ci sia".
Come si fa a decidere se una notizia che riguarda una persona è anche di interesse pubblico? Il concetto appare molto relativo…
"In effetti è così, quello che è irrilevante per me può non esserlo per un altro soggetto. Non è una questione che si risolve politicamente, con criteri decisi a priori. Bisogna mettere dei paletti, questo è sicuro. Come ho detto, servirà un colpo di genio per riuscire a tutelare tutti i diritti in gioco".
«la Repubblica» del 31 maggio 2014

17 maggio 2014

Così la Rete ci ha rubato l'oblio

Viktor Mayer-Schönberger: in Internet si lascia sempre traccia, le informazioni sfuggono al controllo
di Carlo Formenti
Il digitale sovverte il principio biologico per cui dimenticare è necessario
Il dibattito sulla «rivoluzione digitale» contrappone discontinuisti e continuisti: da un lato, coloro che ritengono che le trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni inaugurino una nuova era, dall' altro coloro che negano si possa parlare di salto di civiltà. Il discontinuista Viktor Mayer-Schönberger - in questo saggio dal titolo Delete. Il diritto all' oblio nell' era digitale - avanza una tesi radicale: l' avvento del digitale ha sovvertito il principio millenario secondo cui dimenticare è la regola e ricordare l' eccezione. L' oblio è una necessità biologica: se il cervello non compisse un feroce lavoro di selezione, pescando le informazioni da registrare dalla marea di dati che sommerge i nostri sensi, non potremmo agire. Ricordare, al contrario, è attività «artificiale» e costosa: sia in termini energetici - sfida la seconda legge della termodinamica - sia in termini di risorse economiche. Eppure il gioco vale la candela: ricordare rende la vita più facile e sicura, permettendoci di accedere al know-how che soggetti lontani nello spazio e nel tempo hanno acquisito con l' esperienza. Per questo abbiamo sviluppato le tecniche di «esteriorizzazione» della memoria: dal linguaggio orale, che ci ha consentito di prevalere sui neanderthaliani, alla scrittura, che attraverso i secoli si è evoluta - grazie alla stampa - da strumento di ristrette élite a prodotto di massa, fino ai moderni media elettrici, che hanno impresso una poderosa accelerazione al processo di costruzione di una memoria condivisa. Queste tecniche hanno moltiplicato la capacità di memoria ma non hanno risolto il problema dei costi: l' invenzione della stampa risale al XV secolo, ma solo nel primo Novecento i prezzi dei libri sono scesi tanto da consentire una crescita significativa del numero dei lettori; le tecnologie elettroniche hanno moltiplicato la massa di informazioni disponibili, ma hanno anche fatto crescere i costi per selezionarle. Ebbene, le tecnologie digitali hanno cambiato tutto in pochi decenni: oggi è possibile duplicare all' infinito testi, immagini, suoni eccetera a costo zero, senza che le copie subiscano alcuna perdita di qualità. L' informazione analogica richiedeva, per essere condivisa, una pletora di apparati specializzati, quella digitale viene prodotta e distribuita da un' unica macchina «tuttofare»: il computer, o meglio, i milioni di computer interconnessi che costituiscono un' unica macchina planetaria. La memoria sociale condivisa si dilata mostruosamente e diviene universalmente accessibile, il che - unitamente al crollo dei costi di memorizzazione - fa sì che l' antico equilibrio venga sovvertito: ricordare diventa la norma, dimenticare l' eccezione. Prima lo sforzo necessario a ricordare funzionava da filtro, oggi lo sforzo - e quindi il filtro - non esistono più: ci possiamo permettere di sperperare enormi risorse computazionali e di archiviazione, perché per estrarre quello che di volta in volta ci serve da questo ben di Dio basta digitare una domanda e aspettare la risposta del motore di ricerca. Tutto bene? Non proprio. Ricordare, ammonisce Schönberger, può essere una maledizione: il protagonista di un racconto di Jorge Luis Borges, Funes. O della memoria, ricordando ogni istante della propria vita, vive in uno stato di totale passività, immerso in un flusso mnemonico che ne inibisce il desiderio di agire. Forse la memoria digitale non provocherà effetti così devastanti - almeno finché saremo in grado di decidere se e quando tuffarci nel mare dei dati, ma ciò non toglie che l' esistenza stessa di una memoria globale, in cui tutti gli eventi si appiattiscono in una sorta di eterno presente, produca una perdita di prospettiva storica. Né meno grave, secondo Schönberger, è la leggerezza con cui rinunciamo a tutelare la riservatezza dei nostri dati personali, lasciandoci trascinare nell' orgia dello scambio di informazioni con «amici» reclutati sui vari social network, senza riflettere sul fatto che, una volta condivise, le informazioni sfuggono al nostro controllo. La conseguenza più grave di simili atteggiamenti è la perdita di quel diritto non scritto all' oblio che fino a ieri garantiva a ogni essere umano di «ridisegnare» periodicamente la propria identità. Le persone evolvono: il carattere matura con l' età, le esperienze inducono a cambiare convinzioni e comportamenti; il fricchettone diventa un impiegato modello, il tossicodipendente riprende una vita normale, l' imprenditore fallito avvia inedite attività di successo, ecc. Ma cosa succede se i «peccati» vengono registrati in una memoria destinata a durare eternamente? Si prospetta un futuro incapace di perdonare perché non può dimenticare. Lo confermano i casi sempre più frequenti di licenziamenti, incarichi negati, carriere rovinate perché qualcuno ha avuto la pessima idea di pubblicare informazioni «compromettenti» sul proprio blog o sul profilo di un social network. A conclusione di questa riflessione sul destino dell' oblio nell' era di Internet, Mayer-Schönberger prova a suggerire possibili contromisure. Scartata l' irrealistica soluzione dell' astinenza digitale (senza le nuove tecnologie è ormai impossibile svolgere qualsiasi attività professionale), accantonata la tesi dell' adattamento (troppo elevato il differenziale di velocità fra innovazione tecnologica ed evoluzione culturale), verificati i limiti del diritto (le leggi sulla privacy sono di difficile applicazione e spesso ignorate dagli stessi soggetti che dovrebbero proteggere), Schönberger propone un' alternativa: perché non attribuire una data di scadenza a tutte le informazioni? Quando salviamo un file, potremmo stabilirne la durata, ordinando al software di cancellarlo alla scadenza: una «resurrezione artificiale» dell' oblio che limiterebbe significativamente la quantità di informazioni che governi e imprese detengono su cittadini e consumatori. Ma se l' informazione è condivisa fra più soggetti, fissarne la data di scadenza implica una trattativa fra gli interessati, per cui si ripropone il nodo dei rapporti di forza: chi è in grado di far pesare di più i propri interessi? Per concludere: gli automatismi tecnologici arrivano fino a un certo punto, al di là del quale il tema dell' oblio assume necessariamente connotati politici.

Simboli
Ray Tomlinson nel 1971 elaborò un programma che permetteva a coloro che frequentavano le università americane collegate tramite Arpanet di scambiare messaggi. Nel '72 usò il simbolo @ come separazione tra il nome del destinatario e il server.

L'analisi
Il diritto di cambiare la propria vita rimuovendo il ricordo degli errori commessi L'articolo di questa pagina è una sintesi della prefazione al libro Delete. Il diritto all'oblio nell'era digitale (in libreria da oggi per i tipi di Egea, sigla editoriale dell' Università Bocconi, pp. 191, 19) dell' austriaco Viktor Mayer-Schönberger. Consulente dell'Unione Europea, imprenditore (ha fondato una società di software), a lungo docente alla Kennedy School of Government di Harvard, Mayer-Schönberger è direttore dell' Information and Innovation Policy Research Center dell' Università di Singapore. Autore di saggi e considerato esperto di livello mondiale di politica ed economia dell' informazione, in questa sua ultima opera (l'edizione originale è uscita meno di un anno fa) affronta un tema di importanza cruciale, da qualche anno al centro dell' attenzione dei Garanti per la protezione dei dati personali in Europa e negli Stati Uniti: come possiamo controllare la nostra immagine pubblica in un mondo che - a causa dell' eccesso di trasparenza provocato dalle tecnologie digitali - rischia di negarci, assieme al diritto alla privacy, anche il «diritto all' oblio», vale a dire quelle regole non scritte che, fino a pochi anni fa, consentivano a chiunque di «rifarsi una vita», riscattando il ricordo di eventuali errori commessi in un passato più o meno lontano.
«Corriere della Sera» del 17 marzo 2010

La Corte di giustizia impone a Google di rispettare il diritto all'oblio

Sentenza favorevole a un avvocato spagnolo che chiedeva la cancellazione dalla rete. Il colosso web: decisione deludente
di Luigi Offeddu
Qualcuno brinderà alla «privacy», qualcun altro denuncerà un presunto complotto per imbavagliare Internet. Ma sia come sia, da oggi le cose stanno così: se il piccolo Davide europeo non vuole lasciare le sue orme nella grande arena di Internet, il Golia (o i Golia) che la governa deve obbedirgli, e cancellare quelle orme, dovunque esse si siano disperse. Volendo esagerare un po' e tradurre tutto in termini di mito, è questo il senso della sentenza emessa ieri dalla Corte di giustizia dell'Unione Europea nei confronti di Google. I magistrati hanno dato ragione a un avvocato spagnolo che, appunto, chiedeva di «scomparire» dal web. E hanno sentenziato: sia Google, sia gli altri motori di ricerca sul web devono rispettare il «diritto all'oblio» di qualunque cittadino, che non voglia più trovare sul web questo o quel segno della sua biografia, della sua opera, dei suoi contatti sociali o delle sue attività economiche (e magari dei suoi reati), insomma di qualunque cosa anche risalente a molti anni prima, che possa parlare agli altri di lui. Se lo stesso cittadino lo richiederà espressamente, i motori di ricerca dovranno dunque intervenire per fare tabula rasa sulla propria rete o premere sulle altre dove quel pezzetto di privacy sia eventualmente approdato, anche solo per un casuale contatto e senza alcuna responsabilità del motore originario. La sentenza vale ovviamente solo per i cittadini Ue: ma siccome i «Davide» d'Europa a spasso sul web sono potenzialmente 500 milioni, se solo la metà di essi protestasse richiedendo l'attivazione delle costose procedure di ricerca e cancellazione dei dati, i bilanci di Google e colleghi ne avrebbero probabilmente a soffrire.Ecco infatti le prime reazioni da un portavoce del colosso: «Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi che diverga così recisamente dall'opinione espressa dall'avvocato generale Ue. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni».
Per l'Ue è comunque una sentenza che farà storia. Tutto ha avuto inizio da quando l'avvocato spagnolo Mario Costeja, nel 2009, cercando sulla rete il suo nome, lo ha trovato sul sito di un giornale quotidiano della Catalogna, che lo associava a un elenco di debiti, nel frattempo cancellati. Nonostante le proteste dell'avvocato, sia Google sia il giornale rifiutarono di eliminare quei dati. Seguì una lunga battaglia giudiziaria. Conclusa con quella che oggi Viviane Reding, commissaria Ue alla giustizia, chiama una vittoria: «Ora le società non potranno più nascondersi dietro i loro server in California o altrove». E il diritto all'oblio non sarà più uno strano animale a rischio di estinzione sul web.
«Corriere della Sera» del 14c maggio 2014

18 agosto 2013

Siamo ombre digitali

Le moderne tentazioni della carne digitale
di Gianluca Nicoletti
La nostra giornata di umani interconnessi. Quanto siamo generosi nel regalare le nostre reliquie elettroniche!
Nessun garante potrà dissuaderci dal dissipare parti consistenti della nostra ombra digitale. Condividere è oggi un imperativo assoluto, nemmeno ci poniamo il problema di quanti, in realtà, potranno beneficiare di quelle preziose reliquie elettroniche della nostra esistenza.
Siamo generosi solo quando si tratta di elargire a piene mani il nostro quotidiano, perché poche cose ci danno piacere come farci sbocconcellare dal prossimo la nostra carne digitalizzata. Ogni mattino ci sveglia il nostro smartphone, ma appena prendiamo l’ attrezzo in mano i più assidui amici di Facebook si saranno già accorti che abbiamo aperto gli occhi, se vorranno potranno controllare esattamente da quanti minuti siamo on line, quindi dedurre, facendo una media, i nostri orari di levata. Ancora di più potranno verificare se abbiamo passato la notte a casa nostra o altrove… Quanti si ricordano di disattivare la funzione di geo-localizzazione? Siamo ancora in pigiama, ma già abbiamo divulgato le coordinate esatte del letto che ci ha ospitato.
Quando usciamo ad affrontare la giornata fare la spesa è una libidine, siamo consapevoli che la telecamera di sorveglianza ci stia osservando, pazienza non siamo taccheggiatori…Però, senza che nessuno l’abbia chiesto, stiamo sostenendo il marketing di chi ci sta servendo. Alla cassa passiamo la scheda con il punteggio per pentolame e tazzine. Miserrimo risarcimento per quello che divulghiamo sui nostri consumi, grazie alle voci dello scontrino incrociate con i nostri dati personali.
Una volta saliti in auto siamo già assuefatti al reality urbano, tanto da ignorare ciò che resta impigliato di noi in tutte le telecamere di banche e negozi. Archivieranno nella loro memoria giornaliera un altro pezzo della nostra ombra digitale, come in ogni varco stradale che attraversiamo per entrare in Z.T.L. Non ci facciamo più caso, ma nemmeno ci chiediamo dove finiranno i dati sulla nostra guida, quelli che raccoglie la scatola nera che abbiamo accettato a bordo per risparmiare sull’assicurazione.
Ci piace ancora tenere il solito smartphone bene in vista sul supporto da cruscotto. L’occhio è su Waze, il social-navigatore di tecnologia israeliana. E’ divertente, anche se ci dice che, per migliorare le prestazioni del facilitatore d’itinerario potremmo connetterlo a Facebook; non dobbiamo avere paura….Basta comprendere che, se accettiamo, il report di ogni nostro spostamento potrà essere pubblicato sul social network, condividendo così anche le transumanze motorizzate.
Ugualmente trascorrerà anche il resto della nostra giornata di umani interconnessi, sempre più appesantiti di tecnologia lussuriosa, ma sempre più felicemente alleggeriti del nostro “inutile” privato.
«La Stampa» del 12 giugno 2013

22 luglio 2013

Fine delle password: la profezia fallita

Privacy Online: siamo sommersi da codici ma i primi a trascurare la prudenza siamo noi
di Fabio Chiusi
Bill Gates nel 2004: «Serviranno sempre meno». Invece ne restiamo schiavi Pure le più sofisticate sono vulnerabili. Soluzioni? Dalle pillole ai «tatuaggi»
La fine dell’era delle password è una profezia che risale al 2004. «Non c’è dubbio che con il tempo le persone vi faranno sempre meno affidamento», diceva Bill Gates all’annuale conferenza Rsa sulla sicurezza informatica a San Francisco. Troppi servizi a cui accedere, troppe combinazioni di numeri e lettere da mandare a memoria, secondo il creatore di Microsoft. Così gli utenti ripiegano su quelle preimpostate, o sulla stessa per mail, social network, tutto. E a guadagnarci sono i ladri di identità online.
Dopo quasi un decennio, l’ipotesi di Gates non è mai stata tanto attuale. Perché da allora il problema si è solo aggravato. La cronaca lo testimonia: dall’intrusione nel network online dei videogiocatori Sony a quelli, recenti, di LivingSocial e LinkedIn, sono milioni le password violate, con nomi, cognomi e credenziali di accesso pubblicate in rete e disponibili a chiunque sia dotato di una connessione. Poi ci sono i profili Twitter compromessi. Per quello dell’«Associated Press» è bastato un cinguettio con una notizia fasulla per causare, anche se solo per tre minuti, perdite in Borsa per 136 miliardi di dollari. Ancora, ci sono casi come quello del giornalista di «Wired», Matt Honan, con i malintenzionati in grado di intrufolarsi nel suo profilo su Amazon, poi su Apple, quindi Google, Twitter e infine di cancellare in remoto tutti i contenuti presenti sui suoi iPhone, iPad e MacBook. Risultato? «In un’ora la mia intera vita digitale è stata distrutta».
Colpa del cloud computing, la nuvola informatica che tutti i servizi unisce e rende dunque interdipendenti, nel bene e nel male. Ma anche degli utenti, che non hanno perso la cattiva abitudine di utilizzare password troppo semplici da violare: secondo una ricerca pubblicata dal produttore di soluzioni per la sicurezza SplashData lo scorso novembre, le tre più usate nel 2012 sono state le stesse dell’anno precedente. E cioè password, appunto, 123456 e 12345678. Non esattamente a prova di furto. Del resto, il 91% dei sei milioni di utenti analizzati dal consulente per la sicurezza Matt Burnett per il suo volume Password Perfect (Syngress Publishing, 2006) usa una delle mille parole chiave più comuni. Di nuovo, in testa c’è password, usata dal 4,7% degli utenti. Possibile siano tanto disinteressati alla propria sicurezza online?
I sondaggi danno risposta affermativa. Quello commissionato dal produttore software Janrain sostiene che quattro americani su dieci preferiscano pulire il bagno di casa che cambiare password. Benché, per esempio, ai ricercatori dell’Università di Erlangen, in Germania siano bastati 50 secondi per «crackare» — come si dice in gergo informatico — le password generate in automatico dagli hotspot wifi di Apple. Per il 38%, poi, è più facile risolvere il dramma della fame nel mondo che districarsi tra le decine di parole chiave che ci vengono richieste quotidianamente.
Burnett, raggiunto da «la Lettura», conferma: «Sorprendentemente, la lista delle mille password più comuni è cambiata poco o nulla negli ultimi decenni». Il problema, spiega, è che «è difficile per l’utente medio capire esattamente cosa sia una password forte e cosa una debole. Per molti, un nome e un po’ di numeri sono sufficienti». O una data significativa o un nomignolo. Ma non è così. Anzi, anche sequenze molto complesse sono semplici da violare. Lo ha dimostrato un cronista del sito tecnologico «Ars Technica»: senza alcun rudimento di hacking, e usando solamente programmi gratuitamente reperibili in rete, ha potuto decifrarne 8 mila in un giorno. «Pensavo fosse facile — annota — ma non ridicolmente facile». Il ben più esperto Giuseppe Paternò, decano della sicurezza informatica in Italia, si è spinto oltre. Come racconta via mail, «durante un test per un’emittente radiotelevisiva europea, in una giornata abbondante ho “recuperato” quasi tutte le password sufficienti per arrivare ai sistemi di messa in onda audio/video». E non solo: «Potevo, da posizione remota, cambiare i programmi, o spegnere tutto. Un danno non indifferente». Insomma, il sistema non regge più.
Ma è possibile farne a meno, come ipotizzava Gates? C’è chi ha scommesso sul sì. Motorola sta pensando di sostituire le parole chiave con un «tatuaggio digitale» o una pillola da prendere una volta al giorno per verificare la propria identità in rete. Basterebbe dotare il primo di sensori adatti, e la seconda di un interruttore permandare segnali riconoscibili dai sistemi di sicurezza una volta a contatto con gli acidi gastrici. «Perché non trasformare il proprio intero corpo in uno strumento di autenticazione?», si è chiesta — in un’intervista alla conferenza D11 — Regina Dugan, a capo dell’area Ricerca avanzata dell’azienda ed ex appartenente alla Darpa, l’agenzia della Difesa statunitense dedicata all’innovazione militare.
Meno futuribile, ma con la stessa voglia di archiviare «l’età della pietra» delle password è il progetto di Steve Kirsch, OneID. Un servizio che promette di fornire «la migliore tecnologia per rimpiazzare la combinazione username/ password», e sostituirla con un unico accesso («per domarli tutti», scrive in stile Signore degli Anelli) basato sulla «firma digitale». Per esempio, un codice Pin digitato sul proprio smartphone. Senza che i server dell’azienda custodiscano alcun dato: i segreti della propria sicurezza sono conservati direttamente sul proprio computer o telefonino, e protetti tramite crittografia. Disponibile su «oltre 200 siti», Kirsch sostiene via mail che il suo prodotto sia «una rivoluzione» nella gestione dell’identità online, «il progresso più sostanziale del settore negli ultimi 50 anni». Andrebbe cioè oltre la semplice «autenticazione a due fattori, tramite, per esempio, l’inserimento di un codice ottenuto via sms («non è altro che un’aggiunta a un sistema fallace», dice Kirsch). E rappresenterebbe la versione «affidabile» del bottone che ci permette di accedere a un servizio terzo (per esempio, il misuratore di influenza online Klout) tramite Facebook: «Oggi basta un errore di codifica commesso da Facebook perché qualcuno possa asserire la vostra identità senza il vostro consenso. Con OneID non può accadere».
Anche qui la concorrenza non manca, da Mydigipass all’applicazione per smartphone Authentify xFA,ma non tutti sono d’accordo con i proclami entusiastici di Kirsch. «Se un’azienda sostiene di offrire un prodotto che rimpiazzi le password — dice Burnett — fareste meglio a essere molto scettici». Perché «in un mondo dove i servizi online simoltiplicano e automatizzano, delle password non ci libereremo mai». Strumenti di autenticazione fisica, come le chiavette utilizzate per i servizi bancari in rete, possono sempre essere rubati. «E non potremmo mai cambiare le nostre impronte digitali se fossero digitalmente compromesse», ammonisce il consulente. Conclusione: «Invece di rimpiazzare le password, dovremmo sviluppare modi per renderle più sicure e gestirle meglio». Il problema, prima che tecnologico, è culturale. «Non la password di per sé, ma il fattore umano», nelle parole di Paternò. E la cultura dell’adozione di forme più sicure di autenticazione della propria identità online «manca anche tra gli addetti ai lavori». Senza contare che bisogna anche «trovare il giusto equilibrio tra praticità d’uso e sicurezza». Qualcosa si può fare, tuttavia: «Usare un passwordmanager come LastPass o KeePass, così da non dover ricordare tutte le singole password», consiglia Burnett; «usare una password per sito, e variare anche lo username; sfruttare i sistemi di “autenticazione a due fattori”, che prevedono l’utilizzo congiunto di diversi metodi di autenticazione, quando disponibili».
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

23 ottobre 2012

La ricca pesca di Google nel baratto digitale

Le critiche della Ue all’uso dei dati personali
di Francesco Ognibene
 
Dicono che la crisi abbia incoraggiato a rispolverare il baratto: quando mancano i soldi per la compravendita si può sempre fare appello allo scambio tra beni di valore equivalente, qualcosa di mio per qualcosa che ti appartiene. Un gesto che, peraltro, riattiva la fiducia reciproca oscurata dal ricorso esclusivo al denaro nelle relazioni personali, chiamando le parti a mettersi in gioco assai più di quanto accada con una banconota o la carta di credito.
L’importante è che la transazione avvenga all’insegna del gratuito e su un piano di sostanziale parità, soppesando i benefici attesi da entrambi.
Dove il sistema del baratto funziona a pieno regime – pressoché non visto, ma in regime di effettivo monopolio – è dentro il "sesto continente" di Internet, nel quale vige un codice elementare quanto efficacissimo: vuoi fruire gratis di uno qualunque dei servizi oramai irrinunciabili per chiunque si muova sul Web? L’affare si può concludere, ma cosa mi offri in cambio? Ormai è chiaro che i fornitori di posta elettronica, messaggistica, mappe stradali, musica e spazi video su Internet puntano dritto sul solo bene che nel Web oggi vale come moneta sonante, ed è considerato di valore sufficiente a ripagare i considerevoli servizi offerti senza chiedere alcun corrispettivo economico: l’identità degli utenti.
Niente di più facile che cliccare nelle caselle indicate in calce alla corposissima modulistica sulla privacy – provate solo a non farlo: sarete messi alla porta, ovviamente a mani vuote – per vedersi spalancare la porta già aperta da milioni di altri utenti che hanno accettato il baratto digitale tra parti rilevanti di sé e la libertà di comunicare senza limiti.
Quello che si cede infatti non sono solo le generalità ma la propria "mappabilità", la radiografia completa di gusti, interessi, opinioni, consumi, acquisti, persino degli spostamenti. Della raccolta sistematica dei dati personali, autorizzata dai diretti interessati in cambio del piatto di lenticchie di una casella postale o di qualche video amatoriale caricato su Internet, Google ha fatto una scienza per effetto della sua tumultuosa espansione da motore di ricerca a oligopolio del Web con marchi come Gmail, YouTube, Google Maps e Google News associati a servizi trasformati in standard.
L’impero fondato da Sergey Brin e Larry Page prospera grazie alla pubblicità mirata sul profilo individuale di chi usa uno qualunque dei servizi gratuiti targati Google. La fotografia di ciascun utilizzatore dev’essere precisa al punto da permettere, a fronte di ricerche uguali, risultati differenti (e differente pubblicità) a seconda di chi interroga Google: un effetto paradossale della pesca a strascico nei dati personali, che finisce per cucire attorno a ogni utente un vestito informativo su misura, come se il sapere, le notizie, le idee o i dati che emergono dagli spazi sconfinati della rete potessero assumere infiniti volti e non possedessero più una natura propria. L’effetto-Google è che ognuno trova quel che si aspetta piuttosto che la realtà, una conoscenza parziale e non uno sguardo completo. Siamo sulla soglia di un ridisegno della conoscenza ma nessuno ci ha avvertiti: sembrava tutto facile, quando ci fu chiesto di "accettare" le condizioni per il baratto identità-servizi, ma il gioco oggi si svela assai più complesso del "tutto gratis".
È probabile che i Garanti della privacy dei Paesi Ue avessero presenti anche questi aspetti di scenario quando, ieri, hanno sottoscritto una lettera per chiedere conto a Google della sua gestione sempre più opaca della mole ingentissima di informazioni personali stivata giorno dopo giorno nei forzieri informatici del quartier generale a Mountain View. La loro offensiva diplomatica ha preso di petto la questione centrale nell’era della piena maturità di Internet: la gestione delle orme che lasciamo a ogni segnale di attività lanciato tramite computer, tablet o smartphone. Non c’è sospiro che passi inosservato.
La «privacy policy» di Google – il documento che si sottoscrive prima di accedere al servizio desiderato – costituisce ormai una cambiale in bianco della quale abbiamo perso il controllo. Ma è realistico pensare che basti aggiungere qualche pagina a questo cavilloso contratto preliminare, congegnato da uno stuolo di avvocati al solo scopo di prevenire qualunque grana legale, per rendere più trasparente il rapporto in questo scambio sempre più diseguale? La verità è che quanto maggiori sono le prestazioni che esigiamo da Google tanto più acuta dev’essere la consapevolezza nell’uso di uno strumento così potente e pervasivo. Una questione di coscienza e responsabiltà. Come sempre.


«Avvenire» del 17 ottobre 2012