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22 luglio 2014

E l’uomo «senza Dio» disse: non ho tempo

Il teologo Granados García
di Laura Badaracchi
Sperimentare lo scorrere del tempo significa «fare esperienza di una grande debolezza. Abbiamo paura di dimenticare, perdendo così la nostra identità e quella dei nostri cari. Oppure temiamo il presente che sfugge o il futuro incerto, in cui può accadere il peggio. Ecco perché ci viene il desiderio di isolarci dal tempo: lo vediamo come una forza distruttiva». Invitano a fermarsi, per riflettere, le pagine del volume Teologia del tempo. Saggio sulla memoria, la promessa e la fecondità, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna (pagine 352, euro 33,00) e scritto da padre José Granados García, docente di Teologia dogmatica e patristica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma e professore invitato alla Gregoriana. Perché è un libro che coniuga ragionamento teologico ed esperienza quotidiana in modo puntuale, con un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Nella società occidentale i ritmi di vita sono frenetici e il tempo viene centellinato nei rapporti umani ma riempito di impegni lavorativi.
«Viviamo una crisi nel modo di vivere il tempo, collegata al rifiuto postmoderno dei grandi racconti. Il passato si è allontanato sempre di più come realtà fuori moda; il futuro si è aperto senza misura, pieno di paure e minacce. Ci resta l’istante presente, sempre scarso. Ecco perché è così frequente dire: “Non ho tempo”. Questa crisi appare nell’esperienza della noia e, allo stesso tempo, in quella della fretta. In ambedue i casi il tempo perde la sua armonia, non c’è più collegamento tra un momento e l’altro. Come uscirne? Non basta modificare il modo in cui investiamo il tempo. La soluzione è cambiare il nostro modo di viverlo, recuperandone una visione che intreccia intreccia la nostra vita con quella degli altri tramite ricordi e speranze. Non si tratta dunque, di avere “tempo” per coltivare i rapporti umani, ma di capire che proprio nelle relazioni il tempo si genera».

Cosa dà senso, davvero, al tempo che scorre, passa e sembra dissolversi?
«Pensiamo, ad esempio, al nostro passato: prigione che ci lega, memoria pesante o paura di dimenticare? Ma avere un passato vuol dire anche riconoscere un’origine, confessare che qualcuno ci ha dato la vita, appartenere a una famiglia, alla storia del nostro Paese... Tutto questo non è oppressione e limite, ma liberazione e pienezza. E il tempo rende possibile quest’appartenenza, rivelando il senso della comunione, dello scambio mutuo nell’amore».

Come verificare se si ha un rapporto equilibrato con il tempo?
«La paura a vivere nel tempo è molto legata all’individualismo. Accettare il tempo significa accogliere la differenza, l’alterità, quello che non è sotto il nostro controllo. Nel libro propongo tre coordinate per misurare la pienezza del tempo: il passato come memoria filiale, riconoscendo l’origine che ci ha generato; il presente come tempo della fedeltà alla promessa di vita con altri e per altri; il futuro con il volto della fecondità. In questi rapporti la vita si apre anche verso Dio e il mistero».

Esiste dunque una teologia del tempo?
«Certamente, è il grande segreto che il tempo nasconde: Dio si rivela proprio in esso. Questa esperienza era molto viva in Israele: Dio si è rivelato nella storia liberando il suo popolo. Come dimenticare un evento, se è la sua manifestazione? La memoria è il modo di capire chi è Dio. E i sacramenti sono solenni momenti di memoria, segni di una promessa, anticipo di una fecondità più grande».

Quale peso ha la memoria in una visione cristiana del tempo?
«La memoria è decisiva perché ci parla dell’origine: chi la riconosce può anche assumere le difficoltà della memoria, quando il passato nasconde un’offesa subita o il ricordo di una colpa. Ma se c’è una memoria fondante e indimenticabile – quella del dono della vita –, allora può rigenerare anche il male che ci opprime. Gesù ha assunto quest’esperienza del suo popolo; come Figlio, era esperto in gratitudine verso il Padre e ci dona la possibilità di partecipare alla sua memoria nell’Eucaristia».

Come valorizzare il passato in un’epoca che polverizza i ricordi?
«Per custodire questa visione viva del passato è essenziale pensare alla promessa filiale che Dio ci ha fatto, intrecciando i momenti dispersi della vita. Nel matrimonio, ad esempio, anzitutto c’è una promessa originaria che Dio fa agli sposi: potranno rimanere uniti perché la ricorderanno, sigillandola nel loro amore».

In una cultura individualista, come recuperare la consapevolezza che la storia di ogni persona è intrecciata con quelle altrui?
«Papa Francesco ci ha invitato a non aver paura del tempo. La famiglia, ad esempio, possiede il tempo nuovo e pieno e per questo può collegare le generazioni, curarsi degli anziani e dei giovani, essere luogo di tradizioni e anche del vero progresso, perché trasmette il grande dono della vita».

Nella logica dominante dell’hic et nunc, come riscoprire la speranza nella vita eterna?
«A volte pensiamo che l’eternità sia la negazione del tempo. Ma Dio è il Signore del tempo. Ci aiuta la dimensione del frutto: se generiamo un amore più pieno, l’annuncio di una parola di vita che illumina gli altri, il figlio nella sua nascita ed educazione, stiamo partecipando all’eternità. In paradiso ci sarà anche il frutto. Fare del nostro tempo il tempo del frutto, del generare vita negli altri, è il nostro modo di iniziare la vita eterna. Il segreto del tempo è, in fondo, un segreto di fecondità».
«Avvenire» del 22 luglio 2014

23 gennaio 2013

Non sappiamo chi saremo domani

Una ricerca mette in luce la difficoltà di programmare le scelte economiche e perfino le preferenze alimentari
di Massimo Piattelli Palmarini
Ammettiamo di essere cambiati in passato, pensiamo di rimanere uguali in futuro Ma non è così: bisogna imparare a prospettarsi tutte le diverse misure dell’essere
Immaginiamo di riempire con sincerità, anonimamente, un questionario che contenga domande sulla nostra stabilità emotiva, introversione o estroversione, apertura a nuove esperienze, credenze, giudizi morali e così via. Adesso che lo abbiamo riempito, ci viene chiesto di rifare tutto da capo con le risposte che avremmo dato dieci anni orsono. Fatto? Ebbene, ora dobbiamo rifarlo di nuovo prevedendo come risponderemo tra dieci anni. Pensiamo proprio di poterlo fare, ma così non è. Infatti, l’ultimo numero di «Science» riporta una notevolemole di dati su questi confronti soggettivi tra presente passato e futuro, ottenuti via Internet su ben 19 mila volontari di ambo i sessi, in età variabile tra i 18 e i 68 anni. Daniel Gilbert, psicologo a Harvard e capo dell’equipe che ha condotto questo esperimento, così riassume: «Crediamo di sapere che tipo di persona saremo tra dieci anni, ma in realtà non lo sappiamo».
Pensiamo di essere cambiati più negli ultimi dieci anni di quanto cambieremo nei prossimi dieci. Diamo pure per scontata questa illusione di sapere nei giovanissimi, ma sussiste anche nelle persone mature e negli anziani. La lezione che potremmo trarre dal nostro passato non serve. Per esempio, i sessantottenni ammettono qualche modesto cambiamento in loro nei dieci anni precedenti, ma i cinquattottenni non ne prevedono alcuno per i dieci anni futuri, a dispetto del fatto che ammettono considerevoli cambiamenti da quando avevano 48 anni. Facendo slittare indietro, in soggetti più giovani, questa finestra decennale, il fenomeno si amplifica, ma meno di quanto si poteva supporre. L’errore sta tutto nel prevedere il futuro, non nel ricordare il passato.
Eppure, come aveva saggiamente sentenziato oltre tre secoli fa François de la Rochefoucauld, ci viene spontaneo lamentare difetti di memoria, mentre resistiamo fieramente ad ammettere errori di giudizio e di personale previsione. Ci illudiamo che preferenze, inclinazioni, gusti e perfino giudizi morali resteranno ciò che sono. Così non è, ma non lo ammettiamo. Il presente, ci dicono questi psicologi, ci sembra un po’ la fine dei tempi interni, il capolinea della nostra personalità. Non sapendo come saremo, nemmeno sappiamo bene quello che vorremo. I dati sulle aspettative economiche sono assai chiari. Ne basti uno.
Gilbert e colleghi (Jordi Quoidbach e Timothy Wilson, psicologi dell’Università della Virginia a Charlottesville) hanno chiesto ai partecipanti quanto pagherebbero oggi per assicurarsi una poltrona al concerto da loro favorito tra dieci anni. E quanto pagherebbero oggi per godersi (oggi) il concerto che era il loro favorito dieci anni addietro. In media, si è disposti a spendere oltre il 60 per cento in più per l’evento futuro con i favoriti odierni di quanto sia disposto a spendere chi ha dieci anni più di noi per godersi oggi i loro favoriti di dieci anni addietro. Gilbert e colleghi così riassumono: «Si sarebbe supposto che, raggiunta la maturità, ci si renda conto che i nostri beniamini attuali non saranno più tali tra dieci anni. Invece siamo disposti a spendere in eccesso per l’opportunità futura di indulgere in una preferenza attuale».
Questa miopia nelle previsioni su noi stessi non persiste in genere nelle previsioni sui cambiamenti altrui, né sui mutamenti del mondo circostante. Infatti, suggerisce Gilbert, per meglio calibrare le anticipazioni su noi stessi conviene immaginare come cambierà chi ci sta vicino, coloro che meglio conosciamo, e come cambierà il mondo, per rapportarci a tutto ciò.
Questo studio, del resto, è in sintonia con svariati dati precedenti. Per esempio, Itamar Simonson, di Stanford, aveva verificato che poco sappiamo prevedere perfino sulle nostre preferenze alimentari per il mese futuro. Avendo osservato giorno dopo giorno, nella mensa universitaria, che il commensale tipico variava la scelta tra sole due o tre pietanze di uguale costo, offrì uno sconto a chi avesse liberamente programmato in anticipo, a costo uguale, tutti i pasti per i successivi 30 giorni. La programmazione anticipata rivelò un’enorme varietà di scelte, incongrua con la passata, reale, limitatissima scelta. È quindi arduo perfino anticipare le proprie preferenze alimentari, sia pure per un prossimo futuro.
Shane Frederick, della Yale University, ha recentemente dimostrato che diversi modi di presentare il tempo futuro hanno effetti sistematici e piuttosto sbalorditivi. Sia per scelte economiche che per altri tipi di previsioni, le preferenze sono diverse se ci viene proposta una data, una durata, oppure una misura interna del tempo. Ovvero, una cosa è prospettare, poniamo, una decisione che riguarda il 2020, altra cosa se diciamo «tra sette anni», altra ancora se diciamo «quando sarò sette anni più vecchio». Non dovrebbe fare differenza, ma è così.
Qual è il rimedio? Come adottare una maggiore razionalità nelle scelte che riguardano il futuro? Prospettare nella nostra mente tutte le diverse misure del tempo, formalmente equivalenti, ma psicologicamente distinte. Inquadrare noi e la realtà circostante secondo questi schemi, per renderci conto di come queste diverse misure impattano sulle nostre aspettative. Come sarà il cugino Piero e come il piccolo Andrea tra dieci anni, ovvero tremilaseicentocinquanta giorni, ovvero 87.600 ore? Poi veniamo a noi e traiamo le conseguenze.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 20 gennaio 2013