Visualizzazione post con etichetta storia del 600. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia del 600. Mostra tutti i post

22 agosto 2025

Nuovo romanzo storico: Il Cavaliere e l'ombra (2025)

L'avvincente avventura dell'autore dell'Adone attraverso i chiaroscuri del '600
di Francesco Maria Toscano
Un romanzo storico che restituisce splendore ad un poeta quasi dimenticato
Questo romanzo racconta una vita. Anzi, molte. Quelle intrecciate intorno alla figura controversa, sfuggente e luminosa di Giovan Battista Marino: poeta cortigiano e libertino, inventore di meraviglie e provocatore, creatura inquieta del suo tempo.

Attraverso la voce di Cesare, fedele compagno e testimone, si ripercorre l’intero arco della vita di Marino - da Napoli a Roma, da Torino a Parigi - in un’Italia barocca attraversata da splendori e censure, mecenati e inquisitori, amori e tradimenti. È la storia di un uomo che ha sfidato la norma e la misura, che ha cantato l’amore e l’ambiguità, la gloria e la perdita, oscillando sempre sul filo sottile che separa il genio dalla rovina.

Ma questo non è solo il ritratto di un poeta. È anche un viaggio dentro le contraddizioni della parola, del potere, della fede e del desiderio. Nelle pagine si rifrange il confronto tra libertà espressiva e controllo ideologico, tra classicismo e sperimentalismo, tra la necessità di appartenere e l’urgenza di disobbedire.

Accanto a Marino, si muovono personaggi reali e immaginari: cardinali, principi, pittori, avversari, confidenti, amanti. Figure attraversate dalla stessa domanda che inquieta il protagonista: quanto costa essere sé stessi in un mondo che chiede conformità?

Il romanzo unisce rigore storico e invenzione narrativa. Restituisce i chiaroscuri di un’epoca affascinante, facendo rivivere salotti letterari e prigioni, duelli poetici e udienze papali, fughe e ritorni. E mette al centro la forza della lingua: barocca, eccessiva, musicale. Una lingua che osa, che incanta, che ferisce.

Marino non è soltanto il nome di un autore. È anche la metafora di ogni voce che cerca di farsi sentire, di ogni artista che si misura con il rischio dell’abbandono, con la dolcezza e la crudeltà del successo.

Questo romanzo è per chi crede che la letteratura non sia solo memoria, ma anche lotta. E che dietro ogni verso ci sia una domanda ancora viva: chi ha diritto di parlare, e a quale prezzo?

Puoi acquistare il mio romanzo storico sulla vita del poeta Giovan Battista Marino, "Il Cavaliere e l'ombra" (2025), al seguente link:
https://amzn.to/3JvYfKh
Postato il 22 agosto 2025

11 dicembre 2011

Le reducciones gesuitiche del Paraguay

144.000 indios coinvolti. Una trentina di villaggi-modello, su un’area vasta più dell’Italia, retti da un sistema democratico. Grazie all’opera grandiosa dei gesuiti. Questo il fenomeno delle reducciones, durato circa due secoli. Che ebbe fine per colpa della propaganda protestante e illuminista
di Rino Cammilleri
La storia comincia nel 1576 e finisce nel 1768. Il film Mission ne dà solo una pallida idea: certe reducciones superavano i cinquemila abitanti. (Buenos Aires ne aveva meno di quattromila) e l'industria tipografica vi fioriva già nel 1695 (la prima stamperia della capitale è invece del 1780). Ludovico Antonio Muratori ne descrisse il «cristianesimo felice» e Voltaire nel Candide le definì «un trionfo dell'umanità» (però investì i suoi soldi nella Compagnia del Maranhao che contribuì a distruggerle). Le missioni stavano proprio al confine tra gli imperi coloniali spagnolo e portoghese, nella provincia gesuitica del Paraguay (il bacino dei tre grandi fiumi Parana, Uruguay e Paraguay). Gli indios erano i guarani, l'etnia più numerosa. Le reducciones nacquero per proteggere i battezzati dalle razzie dei creoli portoghesi (cosiddetti paulistas o bandeirantes) aiutati dai tupi, nemici tradizionali dei guarani. Ne facevano schiavi per le piantagioni e le miniere, a dispetto delle leggi protettive della corona spagnola (è stato osservato che il minore sviluppo economico del Sudamerica rispetto al Nord e la nascita della tratta degli schiavi africani furono conseguenza dell'impossibilità legale di sfruttamento degli indios). Prima dell'arrivo dei missionari i guarani non erano che selvaggi preistorici. Tutti i membri di un clan, in promiscuità totale, vivevano in un'unica grande capanna. L'agricoltura era elementare e a esclusiva base di maniaca. Il capo, cacique, li guidava in continue guerre che culminavano nello sterminio totale degli abitanti di un villaggio nemico (i superstiti venivano mangiati ritualmente). Lo stregone, payé, sottostava al caravié, il grande sciamano che incitava a un incessante nomadismo alla ricerca della Ywy mara ey, mitica «terra senza il male». Il risultato erano il fatalismo e una mancanza di iniziativa individuale che rendeva i guarani facile preda dei razziatori schiavisti (come si è detto, creoli portoghesi, perché l'accesso alla regione era più facile a loro che agli spagnoli).
Nel 1750, col trattato ispano-portoghese detto «dei confini», la «repubblica dei guarani» gesuitica passò sotto il dominio portoghese. Quest'ultimo, la cui economia era divenuta dipendente da quella inglese, cancellò i privilegi che la Spagna aveva accordato ai gesuiti: il primo ministro, l'illuminista marchese di Pombal, li espulse da tutto l'impero portoghese. Ma i gesuiti avevano addestrato militarmente gli indios (molti padri erano ex militari di carriera), e per la distruzione totale delle reducciones ci vollero vent'anni, durante i quali la propaganda antipapista - illuminista e protestante britannica – le dipinse come lager teocratici. Alla fine, l'unica vincitrice fu l'economia «moderna», basata sul commercio inglese e lo schiavismo nelle piantagioni.
Tutto ebbe inizio per via della difficoltà per gli spagnoli di accedere ai territori dei guarani, che il precedente trattato di Tordesillas aveva loro assegnato: per legare gli indios a sé contro i portoghesi, diedero mano libera ai missionari. In pochi anni i gesuiti riuscirono a «ridurre» a vita sedentaria circa 144.000 persone in una trentina di villaggi-modello retti da un sistema democratico. Fondati solo nel 1540, quasi tutti i gesuiti erano di vocazione adulta e molti erano stati architetti, militari, professionisti nelle più disparate competenze. Poiché Domenico Zipoli, per esempio, era stato uno dei massimi musicisti del suo tempo, le reducciones si riempirono di cori e mastri liutai. Ma ci si doveva continuamente difendere. Le reducciones del Guayra finirono distrutte dagli schiavisti: gli indios furono messi in salvo con una marcia di centinaia di chilometri verso l'interno, attraverso foreste impenetrabili e immani cascate come quella dell'lguazu; solo quattromila su dodicimila sopravvissero. Altro esempio: una rivolta fomentata dal payé Nezu uccise due missionari prima di venir repressa dai guarani fedeli. Nel 1638, poiché le richieste di aiuto alle autorità spagnole cadevano nel vuoto, i gesuiti organizzarono un esercito guarani e fabbriche di armi da fuoco. Nel 1639, sotto il comando del gesuita Diego de Alfaro, questa armata sconfisse un assalto di paulistas. Nel 1641, al Rio Mbororé, i guarani, forniti anche di un cannone, sbaragliarono cinquecento paulistas e duemilacinquecento tupi che attaccavano su novecento canoe: fu una battaglia epica che fece duemila morti e garantì pace per più di settant'anni.La trentina di reducciones si stendeva su un'area vastissima, superiore a quella dell'Italia. In esse operarono circa milleseicento gesuiti di ogni nazionalità. Ventisei di loro caddero uccisi. Servita da un acquedotto, ogni famiglia india aveva un suo appezzamento di terra, e le tecniche di coltivazione erano all'avanguardia; il resto era di proprietà comune, attorno alla quale c'erano i pascoli per il bestiame. Per dare un'idea dell'estensione, basti pensare che nella reducci6n di San li'iigo Mini si allevavano ben 33.000 vacche. Ogni reduccion aveva laboratori (gli indios divennero rinomati anche come scultori), lavanderie, tintorie, perfino un teatro. Si coltivava il mais, il cotone, il tabacco, la canna da zucchero; si confezionavano arazzi, merletti, arredi da chiesa. E poi c'erano tipografie, fabbriche di orologi a suoneria, fonderie per campane eccetera. Ogni reduccion era una comunità autosufficiente e in grado di provvedere anche all'esportazione dei prodotti. Il sistema politico era, come si è detto, democratico: l'assemblea eleggeva il corregidor e due giurati che lo assistevano, poi quattro magistrati di quartiere e sei commissari di rione. Non c'erano carceri né ospedali (i malati venivano assistiti in famiglia da infermieri addestrati). Non c'erano neanche negozi, perché non si usava denaro: ognuno traeva dalla sua attività quanto gli serviva o, se inabile, gli veniva assegnato nella redistribuzione.
Lo «stato gesuitico del Paraguay» aveva creato dal nulla una civiltà invidiabile, pacifica e quasi priva di sistema penale (ciò lo ha fatto paragonare alle utopie letterarie dell'umanesimo: Franco Cardini ha commentato che «senza dubbio l'esperienza delle reducciones e dei loro villaggi-modello molto deve all'utopia di Platone, di Tommaso Moro e dello stesso Campanella»). Davvero un esperimento unico nella storia della colonizzazione europea, quasi miracoloso se si pensa alle difficoltà che dovettero affrontare i gesuiti: l'ostilità degli stregoni, l'ubriachezza continua e collettiva, la promiscuità sessuale e le orge ricorrenti, la poligamia, l'infanticidio, l'abbandono dei vecchi e dei malati, gli infiniti tabù religiosi, il cannibalismo rituale, l'incoercibile nomadismo, la tirannia dei capi e l'insofferenza al lavoro organizzato di quelle tribù di selvaggi tatuati. La lezione è valida ancora oggi: solo una preventiva opera di evangelizzazione poté sgombrare il campo da tutto ciò; uno stile di vita subìto per motivi esclusivamente religiosi (la ricerca disperata e perenne della «terra senza il male») poteva essere mutato solo dietro motivazioni altrettanto forti. Si aggiungano le vere e proprie guerre di difesa che lo «stato dei gesuiti» dovette combattere contro gli schiavisti e le tribù ostili. E l'invidia dei coloni spagnoli per l'efficiente prosperità delle reducciones: insinuarono che la sovranità spagnola era insidiata perché i gesuiti avevano trovato l'oro in quelle terre e lo sottraevano alla corona. Le propagande antigesuite protestante e illuminista completarono l'opera e, quando al potere giunsero l'Aranda in Spagna e il Pombal in Portogallo, i soldati vennero spediti ad arrestare tutti i gesuiti delle colonie. La Compagnia di Ge-sù venne espulsa dall'impero portoghese nel 1759. Nel 1773 il papa çlemente XIV, su pressione dei governi europei, la soppresse. Le reducciones, prive di guida, furono abbandonate e caddero in rovina.
L'inizio della fine fu il già citato Tratado de Limites firmato da Spagna e Portogallo il13 gennaio del 1750 su iniziativa del governatore portoghese di Rio de Janeiro, Gomez Freire de Andrade. Il motivo: sia portoghesi che spagnoli avevano necessità di sfruttare il gigantesco estuario del Rio de la Plata per poter risalire verso Nord tramite i due grandi affluenti, il Parana e l'Uruguay; così, i portoghesi potevano evitare il difficile attraversamento dell'interno per raggiungere Bahia, e gli spagnoli arrivavano al Perù, cuore del loro impero, senza dover circumnavigare il continente. Gli spagnoli su quell'estuario avevano addirittura fondato Buenos Aires. Nel 1679 i portoghesi, proprio davanti a quest'ultima, sull'altra sponda, eressero la fortezza di Colonia del Sacramento. Cominciò così una lunga serie di guerre di confine, cui parteciparono anche contingenti di guarani delle reducciones, richiesti dal governatore spagnolo e concessi dai gesuiti. Gli spagnoli edificarono la cittadella di Montevideo e ottennero col Trattato dei Confini la cessione di Colonia del Sacramento. I portoghesi poterono spostare il loro confine più a Sud, incamerando un territorio immenso: colpa dell'insipienza del primo ministro spagnolo José Carvajal y Lancaster, che aveva avuto in cambio solo quella piccola fortezza. I portoghesi misero così le mani su sette reducciones con i loro trentamila abitanti. Questi ultimi, però, non volevano diventare sudditi degli schiavisti che avevano più volte incendiato i loro villaggi e massacrato la loro gente; né erano disposti ad abbandonare tutto per ricominciare da capo a centinaia di chilometri di distanza. Nel 1752 sbarcò a Buenos Aires l'incaricato per la demarcazione dei nuovi confini, Gaspar de Munive marchese di Valdelirios, assieme al gesuita Lope Luis Altamirano, commissario inviato dal generale Ignazio Visconti. L'Altamirano doveva convincere gli indios ad assoggettarsi ai portoghesi o trasferirsi altrove. Ma l'ordine da lui dato ai gesuiti di lasciare le reducciones venne vanificato dagli indios che impedirono con la forza ai missionari di andarsene. Allora fu inviata una spedizione congiunta di duemila soldati spagnoli e mille portoghesi: li attesero i guarani in assetto di guerra. Lo scontro terminò con la sconfitta di questi ultimi. Un'altra battaglia si svolse a Caibatf ma gli indios vennero dispersi. Metà degli abitanti delle reducciones accettarono di trasferirsi, gli altri fuggirono nelle foreste. Il nuovo governatore spagnolo, Pedro Caballos, ebbe l'ordine, dal ministro Ricardo Wall, di punire i gesuiti, ritenuti responsabili della ribellione, e rastrellare gli indios fuggitivi. Ma incontrò solo lungaggini messe in opera dal vecchio governatore Andrade. Questi aveva scandagliato il territorio delle reducciones e, constatato che di oro non c'era traccia, non intendeva più applicare il Trattato. Trascorsero cinque anni, il re spagnolo Ferdinando VI morì e sul trono andò suo fratello, Carlo 111, già re di Napoli e contrario al Trattato. Nel 1760 ancora le dispute e i bracci di ferro su quel Trattato continuavano: si protrassero fino al suo definitivo naufragio. Ma ormai il danno era fatto e, nel 1767, anche il re di Spagna espulse i gesuiti. Più di duemila di loro, caricati sui galeoni, vennero deportati in Europa. Come sappiamo, nel 1773, cedendo alle pressioni internazionali, il papa Clemente XIV soppresse la Compagnia di Gesù. Venne ripristinata solo nel 1814, dopo la bufera napoleonica, da Pio VII.

BIBLIOGRAFIA
Eugenio Pellegrino s.j., La fine delle Riduzioni del Paraguay, Collana la Compagnia di Gesù e le Missioni, s.d.
Enrico Padoan s.j., Le Riduzioni del Paraguay, (ibidem).
Aldo Trento, Il cristianesimo felice, Marietti 2004.
«Il Timone» n. 38, anno VI, dicembre 2004

12 ottobre 2011

"Apocalypto": nel film di Gibson la verità sul popolo maya

di Paolo Petrilli
“Una grande civiltà non è conquistata dall’esterno, finchè non ha distrutto se stessa dall’interno.”(W. Durrant).
La frase compare sullo schermo prima che il film inizi ed è subito chiaro che Gibson ne farà l’intento programmatico di tutta la pellicola, o almeno avrebbe dovuto esserlo, valutata la miopia della stragrande maggioranza dei critici che volutamente o ingenuamente (a voi il giudizio) ne hanno ristretto gli orizzonti costringendoli in quelli di un mero film di avventura, un po’ troppo violento per il genere.
Al centro della vicenda c’è l’indigeno Zampa di Giaguaro che vive con la sua tribù nella foresta intorno al XV secolo. Vivono di caccia, scherzano tra di loro, qualcuno ha dei problemi con la suocera. Ma sanno capire anche quali sono i valori veri da trasmettere ai loro figli.
Nel frattempo il popolo maya, per alimentare i propri sacrifici umani, compie delle spedizioni nella foresta per catturare questi indigeni che forse saranno bravi nella caccia ma sicuramente non sono così abili nella guerra.
Zampa di Giaguaro riesce a mettere in salvo la moglie incinta e il figlioletto in un pozzo, ma preso anche lui viene portato con un lungo cammino attraverso la foresta nel centro della civiltà maya, fin sopra una gigantesca piramide dove vengono compiuti sacrifici umani.
Una improvvisa eclisse lo salva dalla morte, ma per conquistare il diritto a tornare dai suoi deve superare un altro esame, ancora più violento, che lo porta ad uccidere il figlio di un capo e quindi a ritrovarsi dietro un gruppo di guerrieri, guidati da questo padre furente, che vogliono fargli la pelle.
Lasciamo il finale alla sorpresa dello spettatore.
Gibson applica al tema delle popolazioni centroamericane precolonizzazione la stessa operazione culturale di The Passion. Un’operazione culturale di verità. Se nella passione di Cristo rappresentò in maniera storicamente accurata la flagellazione romana (che aveva delle regole strutturate), in Apocalypto tema dell’indagine è la descrizione della civiltà maya e dei suoi rituali religiosi. In entrambi i casi il risultato sfiora picchi di violenza a tratti insostenibili, ma necessari a rappresentare la realtà dei fatti.
Dopo la visione del film l'idea che si aveva della civiltà maya non è più la stessa, non vi si riconosce il mito del buon selvaggio sposato da quasi tutti i libri di testo scolastici. Non un Eden violato dai conquistadores, ma un mondo semiprimitivo, legato ancora alla mitologia del sangue. Un mondo senza speranza, in cui una dipartita prematura viene spesso letta come un sollievo (“Dormi, non ci sarà più dolore” dice il padre guerriero chiudendo gli occhi al figlio ferito a morte).
Ma Gibson a questo punto va oltre. Non si ferma ad annotazioni di ordine antropologico, ma sposta le ambizioni del film su un piano ulteriore, proponendo una lettura soprannaturale della vicenda umana. Non accorgersene, o - peggio - non tenerne conto, significa leggere il film solo a metà.
Non si spiega in altro modo la profezia della bambina percossa.
Ecco alcune delle frasi che pronuncia: “Il momento sacro è vicino”; “Colui che vi prenderà cancellerà il cielo e la terra. Vi cancellerà e terminerà il vostro mondo”; e ancora “E’ con noi adesso”, il tutto seguito da riferimenti a Zampa di Giaguaro che sarà lo strumento propiziatorio del primo contatto con la civiltà occidentale.
Come dire che Dio, stanco della crudeltà crescente dei Maya, ritiene i tempi maturi perché il Verbo, tramite gli Spagnoli, entri e modifichi per sempre quel mondo semiprimitivo e sanguinario.
L’astuzia del regista sta nel chiarire, con la vicenda della tribù di Zampa di Giaguaro, quali furono le dinamiche che nella realtà portarono le popolazioni presenti sul territorio centroamericano e vessate dai Maya ad unirsi agli Spagnoli, per porre fine al clima di terrore in cui vivevano.
A margine va annotato un certo compiacimento manieristico nella infernale rappresentazione della città delle piramidi, popolata da una umanità corrotta e anche visivamente sgradevole; una sguardo "apocalittico", per l’appunto, che sembra a tratti prediligere le viscere per veicolare i messaggi forti di cui la pellicola è portatrice. Ma è un peccato veniale, anche perché strumentale a Gibson per confezionare un prodotto impeccabile anche cinematograficamente, coraggioso nel ridurre a una manciata di minuti i momenti parlati e nel lasciarli in maya-yucateco, una lingua morta.
E’ un grandioso affresco di un mondo un istante prima del suo collasso, che inchioda alla poltrona per più di due ore e che conferma il talento di un autore, Gibson, davvero ispirato.

Scaricato dal sito www.europaoggi.it il 12 ottobre 2011
Fonte: http://www.europaoggi.it/content/view/831/0/

La Conquista delle Americhe

dal libro Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana
(Paoline, Milano 1992, p. 637-660)
di Vittorio Messori

La tutela dei nativi ci fu in america del sud e non al nord. I "conquistatori" liberarono i nativi dall'oppressione di regimi sanguinari aztechi e inca
Ben sette Oscar per «Dance with wolves», «Balla coi lupi», il film americano "dalla parte degli indiani". Fu attorno alla metà degli anni Sessanta che il western procedette alla svolta: fu messo in crisi lo schema "bianco buono - pellerossa cattivo", con i primi dubbi sulla bontà della causa dei pionieri anglosassoni. Da allora quella crisi è andata sempre aumentando, sino al rovesciamento completo: ora, le nuove categorie esigono di vedere nell'indiano sempre un puro eroe e nel pioniere sempre un brutale invasore.
Nauralmente, anche questo rischia di diventare una sorta di nuovo conformismo dell'uomo occidentale P.C., Political Correct, come si dice per indicare chi rispetta i canoni e i tabù della mentalità corrente.
Mentre prima era socialmente scomunicato chi non vedesse un martire della civiltà e un campione del patriottismo "bianco" nel colonnello George A. Custer, ora incappa nella stessa scomunica chi parlasse male di Toro Seduto e dei suoi Sioux che, quel mattino del 25 giugno 1876, a Little Big Horn, massacrarono il Custer stesso con gli yankees del 7° cavalleggeri.

La leggenda nera nasce dall'Olanda e dalla Gran Bretagna, potenze protestanti
Malgrado il rischio di nuovi slogan conformistici, non si può non accogliere con soddisfazione l'attuale scoprimento degli altarini dell’'altra" America, quella protestante, che diede (e dà) tante sdegnose lezioni di morale all'America cattolica. Già dal Cinquecento le potenze nordiche riformate - Gran Bretagna e Olanda in primis - diedero inizio alla guerra psicologica, inventando la "leggenda nera" della barbarie e dell'oppressione, nei suoi domini oltreoceano, di quella Spagna con cui erano in lotta per il predominio marittimo.
"Leggenda nera" che - come accade puntualmente per tutto ciò che è fuori moda nel mondo laico - viene ora scoperta golosamente da preti, frati e cattolici "adulti" in genere i quali, protestando con toni virulenti contro le celebrazioni del quinto centenario del «descubrimiento» non sanno di essere succubi, con qualche secolo di ritardo, di una fortunata campagna dei servizi di propaganda britannici e olandesi.
Ha scritto uno storico di oggi, insospettabile in quanto calvinista, Pierre Chaunu: «La leggenda antispanica, nella sua versione americana (in quella europea punta soprattutto sull'Inquisizione) ha giocato un ruolo salutare di valvola di sfogo. Il preteso massacro degli indios da parte degli spagnoli nel XVI secolo ha coperto il massacro americano sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo. L'America protestante ha così potuto liberarsi del suo crimine rigettandolo sull'America cattolica».

Prima degli europei c'erano ben altri usurpatori: Inca e Aztechi
Intendiamoci: prima di occuparsi di simili temi occorrerebbe liberarsi da certi attuali moralismi irreali che non vogliono riconoscere che la storia è una inquietante, spesso terribile signora. Nella prospettiva realistica da ritrovare, bisognerebbe condannare, ovviamente, errori ed atrocità (da qualunque parte vengano) senza però maledire, quasi fosse stato cosa mostruosa, il fatto in sé dell'arrivo degli europei nelle Americhe e del loro installarsi in quelle terre, organizzandovi un nuovo habitat.
Nella storia non è praticabile l'edificante esortazione a "restare ciascuno nella sua terra, senza invadere quella di altri". Non è praticabile non soltanto perché così si negherebbe ogni dinamismo alla vicenda umana; ma soprattutto perché ogni civiltà è frutto di un rimescolamento che mai fu pacifico. Senza scomodare la Storia Sacra stessa (la terra che fu promessa agli ebrei da Dio non era loro, ma fu da essi strappata a forza agli abitatori precedenti), le anime belle che inveiscono contro i malvagi usurpatori nelle Americhe dimenticano (tra l'altro) che, al loro arrivo, quegli europei trovarono ben altri usurpatori. L'impero azteco e quello inca erano stati creati con la violenza ed erano mantenuti con sanguinaria oppressione da popoli invasori che avevano ridotto in schiavitù i nativi.

I popoli oppressi appoggiarono i conquistatori perché erano dei liberatori
E si fa spesso finta di ignorare che le sbalorditive vittorie di poche decine di spagnoli contro migliaia di guerrieri non furono determinate né dagli archibugi né dai pochissimi cannoni (tra l'altro, spesso inutilizzabili, in quei climi, perché l'umidità neutralizzava le polveri) né dai cavalli (che non potevano essere lanciati alla carica nella foresta).
Quei trionfi furono dovuti innanzitutto all'appoggio degli indigeni oppressi dagli incas e dagli aztechi. Dunque, più che come "usurpatori", gli iberici furono salutati in molti luoghi come liberatori. E aspettiamo ancora che gli storici "illuminati" ci spieghino come mai non ci furono, negli oltre tre secoli ispanici, rivolte contro i nuovi dominatori, pur ridottissimi di numero ed esposti, quindi, al pericolo di essere spazzati via al minimo moto. L'immagine dell'invasione dell'America del Sud svanisce subito a contatto con le cifre: nei cinquant'anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 (ma sì: cinquecento!) l'anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo.

La storia moralista è fantastoria
Per tornare ai rimescolamenti di popoli con i quali bisogna fare realisticamente i conti, non va dimenticato ad esempio - che i colonizzatori del Nord America venivano da un'isola che a noi sembra naturale definire "anglo-sassone". In realtà, era dei Britanni, che prima furono assoggettati dai Romani e poi da barbari germanici - gli Angli e i Sassoni, appunto - che massacrarono buona parte degli indigeni e l'altra parte la fecero fuggire sulle coste della Gallia dove, cacciati a loro volta gli abitanti originari, crearono quella che fu detta Bretagna. Del resto, nessuna delle grandi civiltà (né quella egizia, né quella romana, né quella greca, senza mai dimenticare quella ebraica) fu creata senza invasioni e relative cacciate dei primi abitatori.
Dunque, nel giudicare la conquista europea delle Americhe, occorrerà guardarsi dall'utopismo moralistico che vorrebbe una storia fatta tutta di inchini, di buone maniere, e di "prego, prima Lei".

La conquista "cattolica" è stata migliore della protestante
Chiarito questo, andrà pur anche detto che c'è "conquista" e "conquista": è certo (e anche film come il premiatissimo Balla coi lupi cominciano a farlo capire) che quella "cattolica" è stata ampiamente preferibile a quella "protestante".
Come ha scritto un altro storico contemporaneo, Jean Dumont: "Se, per disgrazia, la Spagna (con il Portogallo) fosse passata alla Riforma, fosse divenuta puritana e avesse dunque applicato gli stessi principi del Nord America ("lo dice la Bibbia: l'indiano è un essere inferiore, anzi è un figlio di Satana"), un immenso genocidio avrebbe spazzato via dal Sud America la totalità dei popoli indigeni. Oggi, i turisti, visitando poche "riserve" dal Messico alla Terra del Fuoco, scatterebbero fotografie di sopravvissuti, testimoni del massacro razziale, compiuto per giunta in base a motivazioni «bibliche»".

In nord america sono rimasti 1 milione e mezzo di indiani
In effetti, le cifre parlano: mentre i "pellerossa" superstiti nel Nord America si contano a poche migliaia, nell'America ex-spagnola ed ex-portoghese la maggioranza della popolazione o è ancora di origine india o è il frutto di incroci di precolombiani con europei e (soprattutto in Brasile) con africani.
Il discorso sulle diverse colonizzazioni (iberica e anglosassone) delle Americhe è talmente vasto - e tanti sono i pregiudizi accumulatisi - che non possiamo che allineare qualche appunto. Per restare alla popolazione indigena, questa (lo ricordammo) è quasi scomparsa negli attuali Stati Uniti, dove sono registrati come "membri di tribù indiana" circa un milione e mezzo di persone. In realtà, la cifra, già assai esigua, si riduce di molto se si considera che, per quella registrazione, basta un quarto di sangue indiano.

In sud america il 90% della popolazione è india
Situazione rovesciata a Sud, dove - nella zona messicana, in quella andina, in molti territori brasiliani - quasi il 90 per cento della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati. Inoltre, mentre la cultura degli Stati Uniti non deve a quella indiana che qualche parola, essendosi sviluppata dalle sue origini europee senza quasi scambi con le popolazioni autoctone, non così nell'America ispanoportoghese, dove l'incrocio non è stato certo solo demografico, ma ha creato una cultura e una società nuove, dalle caratteristiche inconfondibili.

Portoghesi e spagnoli non disdegnavano di sposare indigeni
Certo: questo è dovuto anche al diverso stadio di sviluppo dei popoli che anglosassoni e iberici trovarono in quei continenti; ma è dovuto anche, se non soprattutto, alla diversa impostazione religiosa. A differenza di spagnoli e portoghesi cattolici che non esitavano a sposare indigene, nelle quali vedevano persone umane alla pari di loro, i protestanti (seguendo la logica di cui già parlammo e che tende a far tornare indietro, verso l'Antico Testamento, il cristianesimo riformato) erano animati da quella sorta di "razzismo" o, almeno, di senso di superiorità da "stirpe eletta", che aveva contrassegnato Israele. Questo, unito alla teologia della predestinazione (l'indiano è arretrato perché "predestinato" alla dannazione, il bianco è progredito come segno di elezione divina), portava a considerare come una violazione del piano provvidenziale divino il rimescolamento etnico o anche solo culturale.

Tutte le terre conquistate dal protestantesimo hanno vissuto la piaga del razzismo e dell'apartheid
Così è avvenuto non solo in America e con gli inglesi, ma in tutte le altre zone del mondo dove giunsero europei di tradizione protestante: l'apartheid sudafricano, per fare l'esempio più clamoroso, è tipica creazione - e teologicamente del tutto coerente - del calvinismo olandese. (Sorprende, dunque, quella sorta di masochismo che ha spinto di recente la Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani a unirsi, senza alcuna precisazione o distinguo, alla "Dichiarazione di pentimento" dei cristiani bianchi verso i neri di quel Paese. Sorprende perché, se qualche comportamento condannabile può esserci stato anche da parte cattolica, questo - al contrario di quanto verificatosi da parte protestante - è avvenuto in pieno contrasto sia con la teoria sia con la prassi cattoliche. Ma tant'è: sembra che, oggi, ci siano non pochi clericali ben lieti di addossare alla loro Chiesa anche colpe che non ha).

La Spagna non fece colonie ma "province"
E' proprio dalle diverse teologie che traggono origine i diversi modi di "conquista" delle Americhe: gli spagnoli non considerarono la popolazione dei loro territori come una sorta di spazzatura da eliminare per installarvisi da soli padroni. Si riflette poco sul fatto che la Spagna (a differenza della Gran Bretagna) non organizzò mai il suo impero americano in "colonie" ma in "province". E che il re di Spagna non assunse mai la corona di "Imperatore delle Indie", anche qui a differenza di quanto farà, e ormai alle soglie del XX secolo, la monarchia inglese. Sin dall'inizio (e poi, con costanza implacabile, per tutta la storia seguente) i coloni protestanti considerarono loro diritto fondato sulla Bibbia stessa – il possedere senza problemi né limiti tutta la terra che riuscivano ad occupare, cacciandone o sterminandone gli abitanti. I quali, in quanto non facenti parte del "nuovo Israele" e in quanto marchiati dai segni di una predestinazione negativa, erano in completa balia dei nuovi padroni.

Anche nei confronti della terra una diversa impostazione "teologica"
Il regime dei suoli instaurato nelle diverse parti americane conferma queste diverse prospettive e spiega i diversi esiti: al Sud si ricorse al sistema della «encomienda» che era un istituto di derivazione feudale, era la concessione fatta dal sovrano a un privato di una porzione di territorio tenendo conto della popolazione già presente, i cui diritti erano tutelati dalla Corona, che restava la vera proprietaria. Non così al Nord, dove prima gli inglesi e poi il governo federale degli Stati Uniti dichiareranno la loro proprietà assoluta sui territori occupati e da occupare: tutta la terra è ceduta a chi lo desideri al prezzo che verrà poi fissato, in media, in un dollaro ad acro. Quanto agli indigeni eventualmente presenti su quelle terre sarà cura dei coloni (se necessario con l'aiuto dell'esercito) di allontanarli o, meglio, di sterminarli.

La caccia all'indiano rendeva: 12 sterline per uno scalpo
Il termine sterminio non è esagerato e rispetta la realtà concreta. Molti, ad esempio, non sanno che la tecnica della scotennatura era conosciuta dagli indiani del Nord come del Sud. Ma tra questi ultimi scomparve subito, vietata dagli spagnoli. Non così al Nord. Per citare, ad esempio, la voce relativa su una enciclopedia insospettabile come la Larousse: «La pratica dello scotennamento sì diffuse nel territorio degli attuali Stati Uniti a partire dal XVII secolo, quando i coloni bianchi presero ad offrire grosse ricompense a chi portava la capigliatura (o scalpo) di un indiano: uomo, donna o bambino che fosse».
Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all'indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio. Il motto «il miglior indiano è l'indiano morto», sempre messo in pratica negli Stati Uniti, nasce non solo dal fatto che ogni indiano soppresso era un fastidio in meno per i nuovi proprietari, ma pure dal fatto che il suo scalpo era ben pagato dalle autorità. Usanza che nell'America "cattolica" non era solo sconosciuta ma che avrebbe suscitato - se qualcuno, abusivamente, avesse cercato di introdurla - non soltanto lo sdegno dei religiosi, sempre presenti accanto ai colonizzatori, ma anche le severe pene stabilite dai re a tutela del diritto alla vita degli indigeni.

Nel sud si moriva di malattie e non di spada
Ma questi, si dice, morirono a milioni anche nel Centro e Sud America. Certo, morirono: ma non al punto di quasi scomparire come nel Nord. Il loro sterminio non fu determinato soprattutto dalle spade d'acciaio dì Toledo e dalle armi da fuoco (che, come vedemmo, tra l'altro facevano quasi sempre cilecca), bensì dagli invisibili quanto micidiali virus portati dal Vecchio Mondo.
Lo choc microbico e virale che causò in pochi anni il dimezzamento delle popolazioni nell'America iberica è stato studiato dal "Gruppo di Berkeley", formato da studiosi di quella università. Fu qualcosa di paragonabile alla peste nera che, nel Trecento, aveva desolato l'Europa provenendo dall'India e dalla Cina. Tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo: mali che, nella loro isolata nicchia ecologica, gli indios non conoscevano, per i quali non avevano dunque difese immunitarie e che furono portati dagli europei. I quali non possono, evidentemente, essere considerati responsabili per questo: anzi, furono falcidiati a loro volta da malattie tropicali alle quali gli indigeni resistevano assai meglio. Giustizia vuole che si ricordi (cosa che si fa assai di rado), che l'espansione dell'uomo bianco al di fuori dell'Europa assunse spesso l'aspetto tragico di un'ecatombe, con una mortalità che - con certe navi, incerti climi, con certi autoctoni - raggiunse percentuali impressionanti.

Quel contagio appariva misterioso agli occhi di alcuni commentatori del tempo
Ignorando i meccanismi del contagio (Pasteur era ancora ben lontano...) anche uomini come Bartolomé de Las Casas - figura controversa della quale bisognerà parlare al di là degli schemi semplificatori - caddero nell'equivoco: vedendo quei popoli diminuire drasticamente, gettarono il sospetto sulle armi dei connazionali, mentre non erano, spesso, che i virus di costoro. E' un fenomeno di contagio micidiale osservato anche molto di recente tra tribù restate isolate nella Guyana francese e nell'Amazzonia brasiliana.
L'usanza spagnola di un «Jesùs!» detto come augurio a chi starnutisce nasce dal fatto che anche un semplice raffreddore (di cui lo starnuto è segnale) era spesso mortale per gli indigeni che non lo avevano mai conosciuto e per il quale, dunque, non avevano difese biologiche. (...)

Colombo fece schiavi ma fu punito dalla regina Isabella e fu vietata la schiavitù
Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».

Il testamento di Isabella: difendete i nativi
E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».
E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

Sono attendibili le cronache di Bartolomeo de Las Casas?
Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: «Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias». Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?
E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.

Gli storici concordano: le denuncie di Las Casas non sono attendibili
Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.
E', questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».

Suo padre fu uno schiavista di Colombo e lui stesso ne colse l'eredità prima di convertirsi
Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".
Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.

I nativi erano talmente tutelati che era meglio usare gli schiavi neri
Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.
La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.

Las Casas non si accorse dei neri. Le autorità spagnole per fortuna sì
Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.

Las Casas dimostra che c'era libertà di parola
Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.
Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».

Le denuncie furono sempre prese sul serio e spesso diventarono leggi
Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.
Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.
Le denunce di Bartolomé de Las Casas, dunque, sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l'hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l'encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.

All'università di Salamanca nasce il diritto internazionale moderno basato sull'"eguaglianza di tutti gli uomini"
Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani. Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce - pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l'importante provvedimento delle "Leggi Nuove". Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».
L'imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. E anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all'università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell"'eguaglianza naturale di tutti i popoli" e dell'aiuto reciproco tra le genti.

I numeri dei sacrifici umani degli Aztechi: 80.000 giovani alla volta
Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno; come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell'America Centrale erano caduti sotto l'orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.
Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo "choc virale". In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l'ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L'intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.

C'è chi vorrebbe ripristinare quelle mattanze ...
Di recente, l'attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come "politicamente impegnata" schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i "culti" aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane», la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani».
Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch'egli americano, ricordando all'attrice (e magari ai cattolici che piangono il "crimine culturale" della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.

Liturgia Azteca:
Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dèi. Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c'erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che lo portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».
Mentre così erano sacrificati i giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantilàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i "fanatici" spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero "il cristianesimo è peggio".

Il "regime" Inca
Solo un po' meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano praticati dagli incas per allontanare un pericolo, una carestia, un'epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca».
Tra l'altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del "socialismo reale" alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente. Come nell'Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l'iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico "moderno", precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare "contaminazioni razziali" e assicurare un razionale "allevamento umano".

Non c'era la ruota, il ferro, l'uso del cavallo e delle bestie da soma. Ci pensavano gli schiavi
A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell'America precolombiana, conosceva l'uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all'arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che - aggiungendovi la mancanza delle ruote - tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.
E' su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della "eguaglianza naturale di tutti i popoli", riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d'aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza dì quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli "alieni" che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

Non una situazione idilliaca ma un sistema in cui riaffiorava continuamente la coscienza cristiana
Sulla colonizzazione spagnola nelle Americhe e su denunce come quelle di Las Casas (continuiamo il nostro discorso), è significativo quanto scrive il protestante Pierre Chaunu: «Ciò che deve stupirci non sono gli abusi iniziali, è semmai il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva, a tutti i livelli - quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato - da una profonda coscienza cristiana».
Così, opere come la «Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie» di fra Bartolomè furono utilizzate senza scrupoli dalla propaganda protestante e poi illuminista, mentre sono - per dirla ancora con Chaunu - «il più bel titolo di gloria della Spagna». Testimoniano, in effetti, della sensibilità al problema dell'incontro con un mondo del tutto nuovo e inatteso, sensibilità che sarà a lungo assente nel colonialismo prima protestante e poi "laico", gestito dalla brutale borghesia europea dell'Ottocento, ormai secolarizzata.

Las Casas fu sempre preso sul serio... forse troppo
Abbiamo visto come, dalla Corona in giù, non solo non si prendano provvedimenti contro una contestazione come quella di Las Casas, ma si tenti di correre ai ripari con leggi che tutelino quegli indios dei quali il "contestatore" stesso sarà proclamato Protector General. Per dodici volte il frate varcherà l'Oceano per perorare presso il governo della Madrepatria la causa dei suoi protetti: e, sempre, sarà onorato e ascoltato e i suoi cahiers de doléances saranno passati a commissioni che ne trarranno leggi, oltre che a professori che daranno vita al moderno "diritto delle genti".
Siamo di fronte a un fatto inedito, che non ha esempi nella storia dell'Occidente: ed è tanto più sorprendente se si aggiunge che Las Casas non fu solo preso sul serio ma - probabilmente - fu persino preso troppo sul serio.

Anche perché 20 milioni di indios massacrati sono un po' troppi (lo ha scritto Las Casas)
Dicemmo già, in effetti, di un sospetto - avanzato da chi ne ha indagato la psicologia - addirittura di uno "stato di allucinazione", di una "esaltazione mistica" in questo convertito. Per dirla con l'insospettabile americano William S. Maltby, «le esagerazioni di Las Casas lo espongono a un giusto e indignato ridicolo». O, per citare Jean Dumont: «Nessuno studioso che si rispetti può prendere sul serio le sue denunce estreme». Scegliendo ancora, ecco qui, tra i mille, il laicissimo Celestino Capasso: «Trascinato dalla sua tesi, il domenicano non esita a inventare notizie, precisando persino a 20 milioni il numero degli indios massacrati, o accogliendo per fondate notizie fantastiche, come l'uso dei conquistatori di farsi accompagnare da schiavi per il pasto dei cani da combattimento...».
Come dice Luciano Perena, dell'Università di Salamanca: «Las Casas si perde sempre in cose vaghe e imprecise. Non dice mai quando né dove si consumarono gli orrori che denuncia, né si cura di stabilire se costituiscano l'eccezione. Al contrario: contro ogni verità, lascia intendere che le atrocità sarebbero state il modo unico e abituale della Conquista». Per lui, personalità pessimista e ossessiva, il mondo è in bianco e nero. Da una parte i suoi malvagi connazionali, quasi belve scatenate; dall'altra parte gli indigeni, visti, testualmente, come «gente che non conosce sedizioni o tumulti», che è «del tutto sprovvista di rancore, di odio, di desiderio di vendetta». In questo senso, è tra i predecessori del mito del "buon selvaggio", caro agli illuministi del Settecento come Rousseau, e che continua ad agire in certo attuale, ingenuo terzomondismo secondo il quale tutti gli uomini sono santi, purché non siano europei o nordamericani: i soli, ovviamente, che nascano marchiati da una colpa imperdonabile.

Un utopista con buone intenzioni ma poca presa sulla realtà
Stupisce, in un frate, questa negazione del peccato originale, questa mancanza di realismo e anche di giustizia: da una parte starebbero degli angeli indifesi e dall'altra dei demoni spietati. Tra l'altro, quell'Hernán Cortés che mise fine al grande impero degli aztechi e che è presentato da Las Casas a tinte fosche (che pare non meritasse del tutto) era anche colui che dalle piramidi vide scendere il fiume di sangue umano delle vittime sacrificate. Mai un'impresa come quella di simili Conquistadores avrebbe potuto realizzarsi con le buone maniere: qui, poi, la durezza era considerata sacrosanta dagli spagnoli perché di quelle popolazioni "mitissime", secondo Las Casas, facevano pur parte gli aztechi - e poi gli incas, di cui si occuperà Francisco Pizarro - con quel loro "vizietto" di strappare il cuore a decine di migliaia di giovani.
Come tutti gli utopisti, Las Casas non superò la prova della realtà: tra i molti altri privilegi, il governo gli concesse di provare a mettere in pratica, in appositi territori messigli a disposizione, il suo progetto di evangelizzazione tutto "dialogo" e scuse. Ogni volta, finì col massacro dei missionari o nella loro fuga, incalzati dai cosiddetti "buoni selvaggi" muniti di temibili frecce avvelenate. Come sempre, i sogni, messi in pratica, si rovesciano in incubi.
Così, per dirla con il suo più recente biografo, Pedro Borgés, docente alla Complutense di Madrid, Bartolomé si rifugiò di nuovo nell'irrealismo, «predicando sempre non ciò che si poteva, ma ciò che si sarebbe dovuto fare». E comunque lo stesso Borgés che mette in guardia dal pensare che Las Casas sia il precursore di certa marxisteggiante "teologia della liberazione": da buon convertito, ciò che gli interessava era la salvezza eterna. La sua ossessione per gli indios non era per mettere al riparo i loro corpi, bensì per salvare le loro anime. Solo se presi nel verso giusto avrebbero accettato il battesimo, senza il quale sarebbero andati all'inferno sia essi che gli spagnoli. Siamo, dunque, all'opposto di chi oggi non vede che la dimensione orizzontale e che, quindi, nulla ha a che fare con il mistico Las Casas.

Una cristianità dalla vivace fede "meticcia" incarnata nell'incontro tra diverse culture
Comunque, come riconosce Maltby, «quali che fossero i difetti del suo governo, nessuna nazione della storia eguagliò la Spagna nella preoccupazione per la salvezza delle anime dei suoi nuovi sudditi». Fino a quando la corte di Madrid non fu inquinata da massoni e "illuminati", non si badò né a spese né a difficoltà per onorare gli accordi con il Papa, che aveva concesso i diritti del Patronato contro precisi doveri di evangelizzazione. I risultati parlano: grazie al sacrificio e al martirio di generazioni di religiosi mantenuti con larghezza dalla Corona, nelle Americhe si creò una cristianità che è ora la più numerosa della Chiesa cattolica e che, malgrado i limiti di ogni cosa umana, ha dato vita a una vivace fede "meticcia", incarnata nell'incontro vitale di diverse culture. Lo straordinario barocco del cattolicesimo latino-americano è il segno più evidente di come (malgrado gli errori e gli orrori) sia felicemente riuscita una delle più grandi avventure religiose e culturali. A differenza che nel Nord America, qui cristianesimo e culture precolombiane hanno dato vita a un uomo e a una società davvero nuovi rispetto alla situazione precolombiana.

L'opera di Las Casas fu usata dalla guerra psicologica anticattolica
Pur nelle sue esagerazioni, generalizzazioni illecite, invenzioni e diffamazioni, Las Casas è testimone importante di un Occidente non dimentico dei moniti evangelici. Abusivo fu isolarlo dal dibattito in corso allora nella penisola iberica, per strumentalizzarlo come arma da guerra contro il "papismo". Fingendo oltretutto di ignorare che, contro la Spagna, si utilizzava la voce di uno spagnolo (membro, tra l'altro, di un ordine nato in Spagna), ascoltato e protetto dal governo e dalla Corona di quella Spagna stessa.
«Arma cinica di una guerra psicologica», così Pierre Chaunu definisce l'uso che le potenze protestanti fecero dell'opera di Las Casas. Le redini dell'operazione antispagnola furono prese innanzitutto dall'Inghilterra; per ragioni politiche ma anche religiose, poiché in quell'isola il distacco da Roma di Enrico VIII aveva creato una Chiesa di Stato abbastanza potente e strutturata da porsi come capofila delle altre comunità riformate in Europa. La lotta inglese contro la Spagna fu vista così come la lotta del "puro Evangelo" contro "la superstizione papista".

Quelle immagini disegnate da un olandese antipapaista
Una parte importante in questa operazione di "guerra psicologica" fu giocata anche dai Paesi Bassi e dalle Fiandre, impegnati contro gli spagnoli. Fu proprio un fiammingo, Theodor De Bry, che disegnò le incisioni per accompagnare una delle tante edizioni fatte in terra protestante della «Brevissima Relazione»: disegni truculenti, dove gli iberici sono rappresentati mentre si danno a ogni sorta di sadiche efferatezze contro i poveri indigeni. Poiché queste del De Bry (il quale, naturalmente, lavorò di fantasia) sono praticamente le sole immagini antiche della Conquista, esse furono continuamente riprodotte e ancora adesso stanno, ad esempio, su molti manuali scolastici. Inutile dire quanto abbiano contribuito al formarsi della "Leggenda nera".

E dopo: Napoleone che però non durò
A proposito della quale - tanto per dare qualche altro elemento ai molti già elencati - va anche osservato che sempre si dimentica di riflettere su ciò che avvenne dopo il dominio spagnolo. Il Paese iberico, si sa, fu invaso da Napoleone e (malgrado quella tenace, invincibile resistenza popolare che fu il primo segno della fine per l'impero francese), dovette abbandonare a se stessi gli immensi territori americani.

Quando si ristabilì l'autorità spagnola c'erano i borghesi che non avevano intenzione di ricominciare a tutelare i nativi
Quando la stella napoleonica si eclissò e la Spagna riebbe il suo governo, era ormai troppo tardi per ristabilire oltre Oceano lo statu quo: furono inutili i tentativi di domare la rivolta dei "creoli", cioè della borghesia bianca ormai radicata in quei luoghi. Quei borghesi benestanti erano coloro che da sempre avevano relazioni tese con la Corona e il governo della Madrepatria, accusati di "difendere troppo" gli indigeni e di impedirne lo sfruttamento. Soprattutto, l'ostilità creola si dirigeva contro la Chiesa e in particolare contro gli ordini religiosi perché non solo vegliavano affinché fossero rispettate le leggi di Madrid a tutela degli indios ma anche perché (a partire da subito, prima ancora di Las Casas: la prima denuncia contro i Conquistadores risuonò nell'Avvento del 1511 in una chiesa dal tetto di paglia a Santo Domingo e la pronunciò padre Antonio de Montesinos) sempre si erano battuti affinché quella legislazione fosse continuamente migliorata. Si è forse dimenticato che le spedizioni armate per distruggere le reducciones dei gesuiti erano state organizzate dai proprietari spagnoli e portoghesi, quegli stessi che fecero pesanti pressioni sulle rispettive Corti e governi perché la Compagnia di Gesù fosse definitivamente soppressa?

La borghesia massonica non ne voleva sapere della Chiesa e della tutela degli indios
Anche a causa di questa opposizione alla Chiesa, vista come alleata degli indigeni, l'élite creola che guidò la rivolta contro la Madrepatria era inquinata in profondità dal Credo massonico che diede ai moti di indipendenza il carattere di duro anticlericalismo - se non di anticristianesimo - che è continuato sino ai giorni nostri. Sino - ad esempio - al martirio dei cattolici nel Messico della prima metà del nostro secolo. I «Libertadores», i capi della insurrezione contro la Spagna, furono tutti alti esponenti delle Logge: del resto, proprio da quelle parti si formò alla ideologia liberomuratoria Giuseppe Garibaldi, destinato a diventare Gran Maestro di tutte le massonerie. Un'occhiata alle bandiere e ai simboli statali dell'America Latina rivela l'abbondanza di stelle a cinque punte, triangoli, piramidi, squadre e di tutto l'armamentario del simbolismo dei "fratelli".
Sta di fatto che, proprio in nome dei principi di fratellanza universale massonica e dei "diritti dell'uomo" di giacobina memoria, i creoli, non appena liberati dall'impaccio delle autorità spagnole e della Chiesa, poterono disfarsi anche dell'impaccio delle leggi di tutela per gli indios. Quasi nessuno dice l'amara verità: dopo il primissimo periodo (fatalmente duro per l'incontro-scontro di culture tanto diverse) della colonizzazione iberica, nessun altro periodo fu tanto disastroso per gli autoctoni sudamericani come quello che inizia agli albori del XIX secolo, con l'assunzione del potere da parte della borghesia sedicente "illuminata".

Escono di scena Chiesa e Spagna: si sopprimono le lingue locali, si distruggono le culture indigene...
Al contrario di quanto vuol far credere la "leggenda nera" protestante e illuminista, l'oppressione senza limiti, il tentativo di distruzione delle culture indigene inizia con l'uscita di scena della Corona e della Chiesa. E' da allora, ad esempio, che si inizia un'opera sistematica di distruzione delle lingue locali, per sostituirle con il castigliano, idioma dei nuovi dominatori che pur proclamavano di avere assunto il potere "in nome del popolo". Ma era un "popolo" costituito in realtà solo dalla esigua classe dei proprietari terrieri di origine europea.

...si prendono provvedimenti per impedire la mescolanza razziale...
Fu da allora che spuntarono quei provvedimenti, che mai erano stati presi durante il periodo "coloniale", per impedire il "meticciamento", la mescolanza razziale e culturale. Mentre la Chiesa approvava e incoraggiava i matrimoni misti, i governi "liberali" li contrastarono e spesso li vietarono del tutto. Si cominciò, cioè, a seguire l'esempio così poco evangelico delle colonie anglosassoni al Nord: anche qui, non a caso, era stata la massoneria a guidare la lotta per l'indipendenza. Si crea allora un fronte comune tra Logge dell'America Settentrionale e di quella Meridionale, prima per battere la Corona di Spagna e poi la Chiesa cattolica. Nasce anche così la dipendenza - che contrassegnerà tutta la storia che continua sino ad ora - del Sud nei riguardi del Nord. E' curioso: quei "progressisti" che inveiscono contro le colpe della colonizzazione cattolica spagnola e denunciano al contempo la sudditanza dell'America latina verso quella yankee, non sono evidentemente consapevoli che questa loro duplice protesta è contraddittoria: re di Spagna e papi furono, finché poterono, i grandi difensori dell'identità religiosa, sociale, economica delle zone "cattoliche". Il "protettorato" nordamericano è stato determinato anche dai criollos, i creoli, «i ricchi coloni che vollero scrollarsi di dosso autorità spagnole e religiosi per poter far meglio i loro comodi e i loro affari». Così Franco Cardini, il quale, a proposito dei nordamericani chiamati a soccorso (spesso occulto) dei "fratelli" in lotta contro Corona e Chiesa, aggiunge: «Si pensi alle porcherie che hanno accompagnato l'egemonizzazione dell'area panamense e la guerra di Cuba alla fine del XIX secolo; si pensi al costante appoggio americano offerto al governo laicista messicano, che da decenni mantiene una Costituzione che, nel suo dettato più che anticlericale, anticattolico, umilia e offende i sentimenti della maggior parte del popolo del Messico: e gli Usa hanno appoggiato banditi come Venustiano Carranza quando si è profilata la possibilità che qualcosa potesse cambiare. E non hanno mosso un dito durante la sanguinosa persecuzione anticattolica degli anni Venti». Oggi, si sa, il governo americano favorisce e finanzia il proselitismo di sette protestanti che, sradicando il popolo dalle sue tradizioni di quasi mezzo millennio, costituisce una grave violenza anche culturale.

Fine del "barocco meticcio" l'architettura è "puramente" europea
Gli sforzi "razzisti" del dopo Spagna sono tragicamente simboleggiati dall'arte: mentre le due culture, prima, si erano meravigliosamente intrecciate, dando vita al capolavoro del barroco mestizo, il "barocco meticcio", si divisero di nuovo con l'arrivo al potere degli illuministi. Alla architettura straordinaria delle città coloniali e delle missioni si sostituì l'architettura solo di imitazione europea delle nuove città borghesi, dove per i poveri indios non c'era più alcun posto.
Postato il 12 ottobre 2011

22 febbraio 2011

Elisabetta Sala, Elisabetta la sanguinaria

Elisabetta Sala, Elisabetta la sanguinaria. La creazione di un mito. La persecuzione di un popolo
(casa editrice Ares 2010)

Di tutta la grande famiglia dei "fratelli riformati", gli anglicani sono quelli che più si avvicinano ai cattolici. Ciò è dovuto al senso di moderazione degli inglesi, che hanno saputo trovare un compromesso tra gli estremi. L'equilibrio fu raggiunto da una sovrana, tollerante e di larghe vedute, che seppe contrastare il fanatismo religioso della sorella (Maria la sanguinaria) riuscendo a creare una fede nazionale. Elisabetta I fu la regina più amata della storia. Fu grazie a lei che l'Inghilterra si affermò come potenza mondiale; fu intorno a lei che i suoi sudditi si strinsero nel momento del pericolo.
Tutto ciò è romantico e commovente; peccato che, come questo libro dimostra, sia profondamente falso. Il regime elisabettiano fu, di fatto, un sistema totalitario tra i più amari della storia. Peccato che il mito di Elisabetta sia stato costruito da una minoranza al governo che fece carte false per conservare il potere. Peccato che il popolo si sia visto perseguitato, impoverito, come mai prima di allora. Peccato che la tanto decantata "vicinanza" degli anglicani al cattolicesimo sia nata da un duplice desiderio molto semplice e concreto: gettare fumo negli occhi dei sudditi e formare una gerarchia di agenti governativi travestiti da ecclesiastici.
Peccato che l'evoluzione-involuzione degli inglesi sia costata migliaia di vite, molte delle quali finirono immolate e squartate sul patibolo per alto tradimento.
______________________

Introduzione a «Elisabetta la sanguinaria»
di Elisabetta Sala


«Pensare è una faccenda difficile e, di solito, si tende a farlo il meno possibile. Per evitare l’ansia e le responsabilità del pensiero indipendente si spiega il passato attraverso cliché storici, si gioca con le etichette anziché affrontare la complessità del particolare» (1).
Christopher Haigh si riferisce qui senza dubbio alla fatica, da parte degli storici, del quotidiano lavorare su una mole impressionante di documenti originali, spesso dispersi su un vasto territorio, a volte lacunosi, sovente illeggibili; il suo «pensare» si riferisce anche alla fatica forse maggiore di analizzarli senza pregiudizi per trarne conclusioni storicamente attendibili. Si sa, il lavoro scientifico costa tempo ed energia. Per questo esistono i manuali di storia che, in sostanza, sono sintesi del duro lavoro degli studiosi che si sono occupati dei documenti. O, almeno, dovrebbero esserlo.
* * *

L’enorme quantità delle informazioni da trasmettere al grande pubblico in uno spazio e in un tempo fortemente limitati porta all’inevitabile bisogno di procedere per schemi e semplificazioni; i quali, naturalmente, si possono fare in diversi modi e sono ad alto rischio di approssimazione e mancanza di accuratezza. Spesso avviene, anzi, che essi si discostino diametralmente dalle conclusioni a cui sono giunti gli storici che hanno lavorato sul campo. Come mai?
Vengono in mente due possibili ragioni fondamentali, spesso correlate.
1) Per non fare fatica: gli autori di un libro che si ritrova per forza di cose a essere riassuntivo prendono la versione di uno storico autorevole, uno qualsiasi basta sia famoso, e la riportano pari pari, senza pensare che quella versione potrebbe essere stata ormai superata dalla scoperta di documenti inediti che la contraddicono.
2) Perché una determinata sintesi dei fatti può piacere più di un’altra anche se è meno verosimile: basta che vada nella direzione «giusta» e che concordi con la visione della storia che si vuole dare. Magari sembra persino più elegante e armoniosa.
«Ma la storia non si deve fabbricare secondo la convenienza dello storico, e ancor meno secondo le esigenze delle case editrici: dobbiamo mostrare il passato in tutta la sua varietà e irriducibile complessità, indipendentemente da quanto l’arte sia da sacrificare a favore dell’accuratezza» (2).
* * *

Aggiungiamo a tutto ciò il fatto che è sempre difficile, per i posteri, trattare un evento storico isolandolo dalle conseguenze che esso ha poi prodotto nei secoli: in altre parole, noi sappiamo sempre chi ha vinto, chi ha perso, chi ha sbagliato nel fare questo o quello, chi non avrebbe mai dovuto agire in un determinato modo perché destinato al fallimento, o perché avrebbe scatenato una reazione a catena di conseguenze totalmente impreviste o dall’effetto rovinoso. Come le streghe in Macbeth, «sappiamo guardare nei semi del tempo» del passato e dire quale doveva germogliare e quale no (3). Sappiamo già chi sono i vincenti e chi i perdenti. E qui casca l’asino.
* * *

Parlando di storia d’Inghilterra, e dei conflitti politici e religiosi che l’hanno caratterizzata per secoli, il fatto di sapere chi abbia vinto ha portato numerosi storici britannici ad affermare che fosse quella la direzione in cui era giusto andare: la corrente Whig ha visto nella storia della cosiddetta «Riforma» protestante il cammino di una nazione verso l’autocoscienza e la libertà. Il che naturalmente coincideva, secondo loro, con quello che voleva il popolo, magari senza rendersene conto; ma si sa, d’altro canto, che le masse vanno illuminate e guidate dagli intellettuali. Secondo tale interpretazione il motore propulsivo della Gran Bretagna, quello che l’ha trasformata in una grande nazione e che le ha consentito di fondare un impero, è stato proprio il suo protestantesimo, potenza nuova, indipendente e moderna, al passo coi tempi. Fu proprio esportando il protestantesimo in tutto il mondo, e rendendolo una forza mondiale, che quella nazione ha espletato egregiamente il suo compito, ovunque sconfiggendo oscurantismo e tirannia.
* * *

Si intravede in tutto ciò, dietro le quinte, l’intervento di una Provvidenza divina un po’ strumentale, ben lontana da quella cattolica, né poteva essere diversamente. Intorno a questo approccio aleggia piuttosto quell’ottimismo estremista di stampo illuministico, diametralmente opposto alla speranza cristiana, per cui bisogna sempre essere felici della piega che hanno preso gli eventi, giacché noi viviamo nel migliore dei mondi possibili e meglio di così non poteva andare. Ottimismo «illuminato», dunque, mescolato a un concetto di storia che sta a metà tra una sorta di predestinazione di stampo calvinista e il darwinismo sociale: nell’evoluzione dei secoli il più forte ha trionfato perché era destinato a farlo. Eliminando il debole, che da sempre deve necessariamente e invariabilmente soccombere, il mondo procede così verso il progresso e il trionfo della ragione e della libertà, per il bene del genere umano. Questo, più o meno, è l’approccio Whig. Inutile dire che, in tale prospettiva, l’Inghilterra è stata investita da Dio di un ruolo speciale come guida dell’umanità intera: certi vittoriani non avevano convinzione più ferma di questa.
Parecchi libri, anche di storici molto ben noti, sono stati scritti partendo da questo punto di vista, che è poi stato quello dominante dall’Illuminismo fino alla seconda metà del Novecento (4.) La corrente del dissenso cominciò però ad affermarsi già all’inizio dell’Ottocento, grazie ad autorevoli storici quali John Lingard (cattolico) e William Cobbett (non cattolico), le cui opere contribuirono all’emancipazione dei cattolici inglesi a metà Ottocento. Fino a che, negli anni Venti, Hilaire Belloc non si mise a urlarla dai tetti.
* * *

A partire da quel momento un numero sempre maggiore di studiosi si rese conto che la visione ufficiale della storia d’Inghilterra era non solo unilaterale, ma anche, e soprattutto, inconciliabile con i risultati di ricerche capillari e più recenti, basate su documenti che nessuno aveva ancora analizzato. A proposito dell’introduzione del protestantesimo in Inghilterra, per esempio, negli anni Cinquanta, uno dei massimi storici del nostro secolo, Philip Hughes, segnalò che «il successo di una rivoluzione non dimostra assolutamente che quanto essa si proponeva di compiere dovesse essere da tutti desiderato, non più di quanto dimostri che ciò che essa ha compiuto sia un bene» (5). O, per dirla ancora con Christopher Haigh, «il fatto che la Riforma si sia verificata rende allettante pensare che sia stata necessaria» (6).
* * *

Quanto ai desideri della gente, indagini approfondite hanno visto nascere, soprattutto negli ultimi vent’anni, una «nuova generazione di storici della riforma, che ci danno un quadro di diffusa resistenza, sorveglianza, coercizione e persecuzione nell’Inghilterra del sedicesimo secolo» (7).
Gli storici britannici, che di solito, nell’insieme, sono intellettualmente piuttosto onesti, hanno dunque cominciato a parlare di revisionismo ad ampio spettro: pare che presso di loro esso non costituisca reato come invece accade qui da noi, dove al revisionista si chiude la bocca urlandogli in faccia affermazioni del tipo «Il Risorgimento (o “la Resistenza”) non si tocca!», così che dare a qualcuno del revisionista corrisponde, più o meno, a insultarlo.
A differenza di quella italiana, dunque, la storia inglese si può toccare. La conclusione sembra essere che la cosiddetta riforma protestante in Inghilterra non sia affatto accaduta per volere del popolo, ma sia stata invece imposta dall’alto e in modo violento, contro i desideri della gente. Afferma Jack Scarisbrick che «più veniamo a sapere sulla diffusione del protestantesimo in Inghilterra, più appare ovvio il fatto che quel processo sia stato globalmente lento, frammentario e doloroso» (8). Viene allora spontaneo chiedersi come ciò possa essere avvenuto senza opposizioni significative.
* * *

A parte il fatto che di opposizioni significative ce ne sono state e non poche, il trucco dell’anglicanesimo è stato quello di affermarsi senza fretta, pezzo dopo pezzo, di volta in volta pretendendo di non cambiare poi di molto la tradizione popolare, oppure dichiarando di voler tornare a una fantomatica originaria purezza. La propaganda anticattolica ebbe, naturalmente, un ruolo fondamentale, anche se ci mise qualcosa come sessant’anni per trionfare e impadronirsi dell’opinione pubblica. E non ce l’avrebbe fatta senza mezzi coercitivi assolutamente convincenti. Non c’era fretta, non c’era urgenza, anche perché, nelle alte sfere, non si riteneva che ci fosse realmente in gioco l’anima dei sudditi: si trattava essenzialmente di convenienza e di politica.
Nonostante le premesse, la domanda che viene spontaneo porsi è questa: a conti fatti, come ha potuto la nazione accettare, anche se a lungo termine, una riforma che pochissimi volevano? Fino a che punto era possibile per un governo andare contro i desideri del suo popolo, un popolo tradizionalista per natura?
La risposta sembra essere quella di Christopher Haigh: «Il pasto fu più digeribile quando somministrato a piccoli bocconi e gli inglesi ingoiarono la loro Riforma come un bimbo recalcitrante ingoia la minestra, a poco a poco, a cucchiaiate somministrate al momento giusto: “Una per il cardinal Wolsey, una per la regina Caterina, una per il Papa, una per i monaci, una per i pellegrinaggi...”, fino a che il piatto non fu svuotato e la Riforma non fu conclusa» (9).
A una riforma introdotta a spizzichi e bocconi, a una pesante propaganda antipapista e alla crescente ignoranza religiosa delle masse nel corso del Cinquecento non manchiamo di aggiungere l’amarissima persecuzione dei cattolici orchestrata dal governo, persecuzione quasi sempre taciuta, minimizzata o addirittura giustificata da certa storiografia. In tali circostanze, come avrebbe potuto il cattolicesimo non diventare una minoranza? E quanto forte fu, poi, questo protestantesimo ambiguo e imposto dallo Stato? Quanto riuscì a coinvolgere la gente? Quanto contribuì, invece, a creare un’atmosfera di agnosticismo e scetticismo o, nel migliore dei casi, di noncuranza diffusa per le «cose di lassù»?
* * *

Nel mio primo saggio ho descritto lo scisma operato da Enrico VIII e dai suoi sicari, condensando nell’ultimo capitolo le sorti religiose dell’Inghilterra dopo la sua morte. Immaginando che quell’ultimo capitolo possa aver suscitato qualche curiosità ho pensato di espandere la narrazione riprendendo il racconto dal 1547, quando, alla morte del tiranno, l’Inghilterra aveva ormai ufficialmente cessato, e da almeno tredici anni, di essere cattolica ma era ancora ben lontana dal protestantesimo ufficiale. Dopo che i suoi governanti ne avevano tranciato di netto gli ormeggi, la Chiesa anglicana era come una scialuppa alla deriva che la corrente, essenzialmente politica, avrebbe potuto spingere in qualsiasi direzione.
Vedremo dunque come le correnti portarono a un interminabile viaggio penoso e sofferto, lungo un percorso ancora una volta, e ancor di più, segnato dal sangue di martiri. Vedremo quali furono i principali passaggi che portarono questa singolare nazione ad abbracciare quello strano protestantesimo a sé stante, ritagliato mano a mano secondo le scelte politiche dell’élite ristrettissima che la governava, e cercheremo di smontare alcuni luoghi comuni che, come al solito, ci vengono propinati dai manuali scolastici.
Il nostro viaggio passa attraverso i brevi regni di Edoardo VI e di Maria «la Cattolica» e si sofferma sul lungo regno di Elisabetta, detta «la Grande», alla quale invece, forse più propriamente, come vedremo calza l’appellativo di «Sanguinaria», nomignolo che la storiografia dei vincitori ha ingiustamente apposto accanto al nome della sorella «papista» che la precedette sul trono. Elisabetta è la figura che domina la scena del suo tempo: piegando la Chiesa allo Stato, e l’uno e l’altra al proprio potere, e avvalendosi di collaboratori tanto scaltri quanto senza scrupoli, ella fece dell’Inghilterra uno dei fulcri della geopolitica mondiale del suo tempo.
Nel tredicesimo secolo, firmando la Magna Charta Libertatum, re Giovanni «senza terra» aveva giurato che la Chiesa «anglicana» (inglese) sarebbe stata libera dalle ingerenze statali. Ora essa fu, invece, definitivamente sganciata dalla Chiesa di Roma, fondata da Cristo nella fedeltà a Pietro e ai suoi successori, e asservita alla Ragion di Stato.

Note:
1) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 56.
2) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 33.
3) Macbeth, 1.3, 56-57.
4) Significativa, in questo senso, è tutta l’opera di G.M. Trevelyan. Parlando specificamente di riforma protestante, la maggiore autorità in materia è il famoso The English Reformation, di A.G. Dickens (1964).
5) P. Hughes, The Reformation in England, III, Hollis & Carter, London 1956, pp. 48-49.
6) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 3.
7) C. Asquith, Shadowplay, The Hidden Beliefs and Coded Politics of William Shakespeare, PublicAffairs 2005, p. xiv.
8) J.J. Scarisbrick, The Reformation and the English People, Blackwell, Oxford 1984, p. 17 e cfr pp. 56, 61.
9) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, pp. 15-16

Postato il 22 febbraio 2011

27 novembre 2010

Guerra al pirata che c’è in noi

Filibustieri, bucanieri e altri poveracci, tutti inevitabilmente all’arrembaggio: due studi su questa figura celebrata dalla letteratura e talvolta usata dalla politica per per il «lavoro sporco»
di Damiano Palano
Nell’immaginario collettivo, l’ico­nografia del pirata deve molto al­le pagine di autori come Robert L. Stevenson, Jules Verne o Emilio Salga­ri. Grazie a questi straordinari scrittori, la sagoma del pirata assume anche per noi le fattezze di Long John Silver, del ca­pitano Nemo o di Sandokan, continuan­do così a esercitare il fascino delle crea­ture misteriose. Naturalmente, i ritratti dipinti da Salgari e dai suoi illustri pre­decessori non erano affatto realistici. Si trattava piuttosto di un’efficace opera di reinvenzione, della rilettura di un’icono­grafia popolare che trovava nelle pagine dei romanzi d’avventura una sor­ta di consacrazione, ma che cer­to non riempiva il vuoto di cono­scenze sulla realtà storica della pirateria, sulle sue pratiche, sul­la sua umanità di reietti.
È anche per colmare questa la­cuna che Gilles Lapouge, in Pira­ti. Predoni, filibustieri, bucanieri e altri 'pezzenti del mare', ripercorre – con una sorta di evocativo «viaggio lette­rario » – le traiettorie storiche di un feno­meno antichissimo. Un fenomeno di cui parlava già Omero nell’Odissea, ma che entra nella stagione di maggior sviluppo a partire dal XVI secolo, quando le rotte si estendono verso il Nuovo mondo. Il Cinquecento è così l’epoca della grande pirateria inglese, ambiguamente soste­nuta dall’aristocrazia e persino incorag­giata da Elisabetta I. E se con Giacomo I comincia il declino dei pirati inglesi, i ri­belli del mare spostano il baricentro del­le loro attività criminali verso il Nuovo continente. Bucanieri e filibustieri trova­no allora la capitale nella piccola isola di Tortuga, che rimane il loro regno incon­trastato per buona parte del Seicento. Ma quando la pace di Utrecht (1713), rista­bilendo la concordia in Occidente, priva la pirateria di ogni patente politica, ini­zia il lungo declino, che dura per più di un secolo, fino alla metà dell’Ottocento. Negli ultimi anni, le cronache hanno però riportato di nuovo alla ribalta la pirate­ria marittima, che in diverse aree del mondo è tornata a costituire un fattore ri­levante di insicurezza. Nel Il Nemico di tutti. Il pirata contro le nazioni, Daniel Heller-Roazen, docente di Letteratura comparata all’Università di Princeton, ri­costruisce una sorta di «genealogia» del­la pirateria. Una genealogia che si pone l’obiettivo di portare alla luce le peculia­rità della figura giuridica del 'pirata', os­sia di quel particolare tipo di criminale che già Cicerone, nel De officiis, definiva come «il nemico comune di tutti». In so­stanza, per quanto il fenomeno attraver­si nella sua storia trasformazioni radica­li, la figura del pirata pare sempre con­trassegnata da alcuni elementi di fondo, riconducibili a un vero e proprio 'para­digma'. Innanzitutto, la pirateria opera in una regione in cui vengono applicate norme giuridiche straordinarie. In se­condo luogo, il pirata si rivolge indiscri­minatamente contro individui e asso­ciazioni politiche, e per questo può essere definito come «nemico di tutti». Inoltre, il pirata non è né un criminale né un ne­mico politico, ma qualcosa di diverso: è un nemico per l’intera comunità inter­nazionale, la quale può perciò adottare strumenti di difesa eccezionali, polizie­schi e politici. Gli elementi di questo paradigma pos­sono essere ritrovati nel mondo greco­romano, nel Medioevo e soprattutto nel­la lunga stagione dello jus publicum eu­ropaeum.
Ma, anche dopo la scomparsa dei vecchi filibustieri, il paradigma non cessa di funzionare. Come, per esempio nello spazio sottomarino (con l’affonda­mento del Lusitania, nel 1915), nello spa­zio aereo (con la nascita dei «pirati del­l’aria ») o nello spazio virtuale di Internet. Secondo Heller-Roazen, la rinascita con­temporanea del pirata è in sostanza un effetto dell’estensione dell’ordine sta­tuale a tutto il globo. In questo quadro, quando una regione fuoriesce dall’ordi­ne, configura uno spazio di disordine in cui è possibile riconoscere la pi­rateria. E, così, «non è più il pi­rata a essere definito dalla regio­ne in cui si muove», ma «è la re­gione della pirateria a essere de­sunta dalla presenza del pirata». Per questo, si tratta di una tra­sformazione radicale, che non può che alimentare rischi note­voli. Uno dei quali è ovviamente la ten­tazione di intendere la guerra contro un nemico eccezionale come una guerra ec­cezionale. Una guerra senza limiti e sen­za alcun vincolo morale.

Gilles Lapouge, Pirati. Predoni, filibustieri, bucanieri e altri 'pezzenti del mare'. Excelsior 1881. Pp, 212. € 18,50

Daniel Heller-Roazen, NEMICO DI TUTTI. Il pirata contro le nazioni, Quodlibet. Pp.286; € 22,00
I predoni son tornati alle cronache. Fenomeno antico, ne parlava già Omero, in epoca moderna fu anche usato per giochi di potere fra Stati. Oggi è l’alibi per conflitti senza più regole
«Avvenire» del 27 novembre 2010

10 maggio 2010

Martinelli presenta il suo «11 settembre». E la sinistra insorge

Il film racconterà la sconfitta dei musulmani a Vienna nel 1683, lo stesso giorno delle Twin Towers. Ed è polemica
di Fausto Biloslavo
«Se i musulmani avessero vinto la battaglia di Vienna sarebbero arrivati fino a Roma e San Pietro sarebbe diventata una moschea». Non ha peli sulla lingua, il regista Renzo Martinelli, quando parla del suo ultimo film. E il titolo, September eleven, è tutto un programma. Non l’11 settembre del 2001, la data dell’attacco all’America, ma lo stesso giorno del 1683, vigilia della sconfitta dei turchi che assediavano Vienna. «Un noto islamologo ha spiegato che la scelta della data per colpire le Torri gemelle non è stato scelta a caso - sottolinea Martinelli a Il Giornale - L’11 settembre di secoli prima i musulmani erano convinti di conquistare Vienna». Il film racconterà la storia di padre Marco D’Aviano, il frate cappuccino che convinse le potenze cristiane a scendere in campo con la Lega Santa contro i turchi. La pellicola costerà 12 milioni di euro e sarà coprodotta da Rai Fiction, Rai Cinema, dal ministero delle Telecomunicazioni polacco e dall’Austria. Con un contributo da definire, che potrebbe aggirarsi sul milione di euro, parteciperà alla produzione anche la Regione Friuli-Venezia Giulia. Un recupero della memoria del beato del Nordest sepolto nella chiesa dei Cappuccini a Vienna, al fianco degli Asburgo. Non a caso il film è stato presentato la scorsa settimana a Trieste, con la benedizione del presidente del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, il leghista doc Edouard Ballaman. «Se non ci fosse stato padre Marco D’Aviano - ribadisce Ballaman - oggi vivremmo in Eurabia».
Immancabili le polemiche: l’ex assessore regionale alla Cultura della giunta Illy, Roberto Antonaz, di Rifondazione comunista, spara cannonate contro il film e il regista: «Sarebbe scandaloso che la Regione prevedesse un finanziamento ad hoc per un’opera commerciale, tanto più in una fase in cui la cultura subisce tagli pesanti». E rivendica con orgoglio che fu lui a chiudere i ponti con Martinelli che «pretendeva un contributo di un milione di euro».
Ballaman risponde a muso duro ammettendo, però, che in questi tempi di crisi non si largheggerà in finanziamenti. «Da che pulpito la predica - replica -. Antonaz, quando era assessore, ha fatto avere contributi a Radio Palestina. Se ci sono soldi dei friulani sprecati è certo un buon esempio». A Martinelli «dobbiamo dare la cittadinanza onoraria, dopo aver fatto film che ricordano pagine di storia delle nostre terre come la strage di Porzûs, la tragedia del Vajont e la leggenda del pugile Carnera», sostiene Ballaman.
Per il regista controcorrente si tratta di «una polemica strumentale e pretestuosa. Il Trentino ha finanziato con un milione di euro la pellicola su De Gasperi, la Sicilia ne ha dati 4 a Salvatores per Baària. Marco D’Aviano è un beato friulano. Inoltre gireremo anche in regione, con una troupe di un centinaio di persone, creando un certo indotto». Gran parte di soldi arriveranno dalla Rai e dalla Polonia. Jan Sobieski, re polacco con il nome di Giovanni III, fu il condottiero dell’esercito che sconfisse gli Ottomani alle porte di Vienna il 12 settembre 1683.
Il primo ciak del film è previsto nell’agosto del prossimo anno, per far uscire il film nei primi mesi del 2013. Non è ancora chiaro chi interpreterà Marco D’Aviano. Si parla di Adrien Brody, Oscar come miglior attore per Il pianista, oppure Raoul Bova. «La sceneggiatura è stata scritta da Valerio Massimo Manfredi. Con Sgorlon eravamo molto amici - conferma Martinelli - Anche lui, nel campo letterario, ha subito un embargo mediatico e culturale simile al mio».
«Il Giornale» del 10 maggio 2010