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13 giugno 2020

Michel Onfray: "Muore la libertà con i nostri clic"

Nel suo nuovo saggio il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello. "Mai come oggi c'è stata una così forte servitù volontaria"
di Roberto Saviano
Michel Onfray è un filosofo che leggo esattamente come ascolto Thelonious Monk, Chilly Gonzales o Martha Argerich, quando mi sento in mare aperto, senza direzione loro mi danno orizzonte. Onfray è un filosofo libertario, è un misuratore della tossicità del potere; un metodo anarchico governa il suo ragionare. Esce in Italia il suo Teoria della dittatura, un testo che si adopera nella complessa descrizione di come accade che i governi si tramutino in tirannie e di come anche le democrazie si sclerotizzino in dinamiche autoritarie. Onfray individua sette fasi principali che trasformano uno Stato in dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura, propagare l'odio, aspirare all'Impero. Il desiderio che hai, quando finisci un suo libro, è di chiamare Onfray per chiarire la costellazione di dubbi che ti ha innescato. Così, questa volta, ho deciso di farlo.

Per distruggere la libertà tu dici, Michel, che bisogna assicurare una sorveglianza continua, distruggere la vita personale, eliminare la solitudine, divertire con le feste comandate, uniformare l'opinione, denunciare i crimini di pensiero. La felicità, la sua ricerca, può essere uno strumento per contrastare l'autoritarismo o, al contrario, il trabocchetto insito nella propaganda autoritaria, ovvero perdi libertà ma in cambio hai più felicità?
"La felicità non può essere l'ultima parola in un mondo in cui c'è chi ritiene che non ci sia nulla di sbagliato nell'ottenere la propria felicità a scapito degli altri. La lotta contro l'autoritarismo è materia per caratteri temprati, che abbiano il senso dell'interesse generale e la capacità di mettere da parte la propria felicità in nome dell'ideale superiore della virtù civica, come fece Catone il Vecchio".

Onfray scrive che per impoverire la lingua, bisogna: usare un linguaggio a doppia valenza, distruggere parole, piegare la lingua all'oralità, eliminare i classici. Per abolire la verità, bisogna: imporre l'ideologia, strumentalizzare la stampa, diffondere notizie false, ricreare la realtà.

Tutte le dittature - chiedo - hanno la loro neolingua che riduce ogni concetto a slogan: è quello che sta accadendo con il web. Esiste una soluzione?
"La scuola repubblicana che insegnava a ragazzi e ragazze a leggere, scrivere, far di conto e pensare senza guardare alle loro origini sociali è morta nel maggio del '68. È stata sostituita da un dispositivo ludico nel quale l'apprendimento di contenuti è stato abbandonato in favore della sollecitazione di un ipotetico genio infantile. La scuola, che una volta produceva cittadini, adesso produce pecore di Panurgo in catena di montaggio. La moralizzazione della rete, che tra le altre cose implicherebbe di far rispettare le leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant'altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell'avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio".

Nel tuo libro descrivi Amazon, Facebook, Netflix, Google, Apple come la più articolata forma totalitaria che esista. Come contrastare il loro potere oggi, dopo che sono state, durante la pandemia, le piattaforme gratuite per relazioni umane, lavoro, scuola e intrattenimento?
"Questa è in effetti la questione politica per eccellenza. In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l'esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n'è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: "Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi". Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c'è schiavo peggiore di chi si crede un padrone".

La sinistra europea in tutto questo?
"La sinistra è morta nel marzo del 1983 con François Mitterrand che ha presentato l'Europa liberale come un progresso storico che avrebbe portato la piena occupazione, l'amicizia tra i popoli, la fine del razzismo e delle guerre, la prosperità economica. La propaganda fu così insistente da riuscire a far approvare il Trattato di Maastricht nel 1992, anche se per un pelo. In seguito, anno dopo anno, il popolo si è reso conto che gli avevano venduto un prodotto adulterato, che produceva il contrario di quello che prometteva".

In "Teoria della dittatura" racconti di una sinistra che fu di Jean Jaurès e di Léon Blum, che poi si trasforma nell'alleanza con il capitalismo più spinto. Porti l'esempio di Mitterand: fu cattiva fede o speranza di democratizzare il capitale?
"Una volta al potere, Mitterrand è rimasto di sinistra per ventidue mesi: dopo la cosiddetta "svolta dell'austerità" del 1983 ha abbandonato il socialismo e, fino alla fine del suo secondo settennato, nel 1995, ha fatto politiche di destra continuando a presentarsi come un uomo di sinistra. La "sinistra" al governo ha fatto politiche di destra mentre a parole continuava a dire di essere di sinistra e la sua schizofrenia è stata sostenuta dal gran parte del popolo francese, che sembrava come incantato. Questa "sinistra" ha vissuto cinque anni pietosi con la presidenza di François Hollande e adesso è morta, rea di non aver mai denunciato questa truffa di dimensioni storiche".

Mi ha sorpreso la tua descrizione di De Gaulle come un politico autonomo che cercò di non trasformare la Francia in una colonia americana e che fu per questo osteggiato da tutti.
"De Gaulle era un uomo di sinistra sostenuto dalla destra e Mitterrand era un uomo di destra sostenuto dalla sinistra. È il grande malinteso del XX secolo. De Gaulle è l'uomo che ha inventato la Resistenza. È l'uomo che ha creato la Francia libera, arma da guerra che ha contribuito alla liberazione dell'Europa. Come capo di Stato ha ripristinato le libertà civili e ha respinto con un solo gesto il rischio dell'imperialismo americano e contemporaneamente il progetto stalinista sostenuto dai comunisti armati. Ha dato il diritto di voto alle donne, ha decolonizzato molti Paesi dell'Africa nera e ha messo fine alla guerra d'Algeria. È l'uomo della previdenza sociale e della pillola contraccettiva. È l'uomo che non ha fatto sparare sulla folla nel Maggio '68 e che risponde al '68 con la partecipazione, con un progetto che fa così tanta paura alla destra che alla fine si convince a eliminarlo dalla scena con la scusa del referendum del 1969. Infine e soprattutto, è l'uomo della rettitudine e della linearità, della moralità. Un contemporaneo di Catone il Vecchio".

La pandemia che mondo ci lascerà?
"Lo stesso ma peggiore. Modificherà il lavoro, l'insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna: il telelavoro, la sostituzione della "presenza" con la "distanza" aumenterà i poteri della società del controllo, che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. Il virtuale soppianterà il reale ogni volta che sarà possibile, e a governare sul virtuale ci sarà il Big Brother. Del resto, non poteva essere altrimenti visto che l'ha inventato lui".
«la Repubblica» del 12 giugno 2020

23 marzo 2020

Scuole chiuse

di Alessandro D'Avenia
«Margie lo scrisse perfino nel suo diario. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157: Oggi Tommy ha trovato un vero libro!». Comincia così «Chissà come si divertivano», un racconto del 1955 del maestro della fantascienza, Isaac Asimov, in cui Margie e Tommy, 11 e 13 anni, trovano in soffitta un libro. Quell’oggetto, in cui le parole «non si muovono», è un reperto archeologico, sostituito da più di un secolo dai «telelibri», testi che scorrono sullo schermo tv come i titoli di coda di un film. Ma la sorpresa è ancora più grande quando i due scoprono che il libro parla di qualcosa a loro ignoto: la scuola. Nel 2157 ci sono infatti solo i «Maestri Meccanici», robot individuali che, in camera, spiegano e verificano: «La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove doveva infilare i compiti. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare a sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a velocità spaventosa». E nel marzo 2020 la scuola esiste ancora? Sì, ma a una condizione: se tutte «le» scuole sono chiuse, «la» scuola è rimasta aperta solo dove «scuola» è il nome che diamo alla relazione che sopravvive alla chiusura dell’edificio. Altrimenti aperta, una scuola, non lo è mai. «Questo è un tipo di scuola molto antico. Avevano un maestro, ma non un maestro regolare. Era un uomo» dice Tommy, e Maggie stupita risponde: «Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?». La scuola del passato era una comunità di ricerca guidata da maestri in carne e ossa: «Ci andavano i ragazzi del vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme. Imparavano le stesse cose, così potevano aiutarsi per i compiti e parlare di ciò che avevano da studiare. E i maestri erano persone».
I maestri meccanici non ci sostituiranno mai perché la materia è la «materia» con cui si in- e co-struisce l’edificio relazionale: a scuola non ci si va, ma ci si è, a patto che essa sia fondata su relazioni generative. Se ciascuno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, la relazione rigenera le persone coinvolte e genera i cosiddetti beni relazionali, frutti specifici di una relazione (in quella educativa: cultura, autonomia, vocazione). Questi frutti non si danno se la relazione è ridotta a prestazione (tu ripeti/fai ciò che ti dico), e diventa addirittura de-generativa (toglie vita). I ragazzi hanno bisogno di noi per scoprire sé e il mondo, e per inserirsi gradualmente nella storia umana: la loro anima non può farsi da sola. Allo stesso modo noi docenti abbiamo bisogno di loro per scoprire noi stessi e il mondo, perché anche la nostra anima (come quella di tutti gli esseri umani) è in continua crescita. Non siamo robot che erogano materie e voti, noi con- e in-segniamo, nello stesso spazio-tempo (online o in classe), pezzi di mondo a cui ci siamo dedicati. Ed è proprio nell’atto di porgerli che scopriamo cose nuove del mondo e di noi: se dopo una lezione non ho imparato niente, sono certo di non aver insegnato niente. In una scuola relazionale e non prestazionale infatti non si riesce mai a fare la stessa lezione (altrimenti che mi sostituisca il maestro meccanico): insegno da 20 anni e non posso raccontare mai lo stesso Dante, perché cambio io, così come le anime da raggiungere. Ed è grazie a questa «materia viva» che non solo non mi annoio, ma mi viene donato ogni anno un nuovo Dante, interpellato in modo diverso in ogni classe. La testa di un ragazzo è come quella di un fiammifero: si accende e accende, solo se la sfreghi con ciò che ha capacità di innesco (verità e bellezza), per questo le grandi opere (letterarie, tecniche, scientifiche...) fanno «il programma». Noi riceviamo vita solo da chi la vita la sa mettere «a fuoco», chi è «passato» nel mondo e ce ne ha lasciato una mappa: poi sta a noi camminare e aprire nuove strade.
È proprio Dante - il 25 marzo 2020 ricorre la prima celebrazione nazionale - che distilla la relazione con un maestro quando, incontrando nell’aldilà il suo, Brunetto Latini, gli dice che non dimentica «la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna», e Brunetto si rammarica di non aver potuto seguire sino in porto la promettente navigazione del suo allievo. La scuola è un faticoso «ora ad ora» che serve a dare senso e vita a tutte le altre ore. Uno studente non deve rifare da solo la storia umana, ma fare i passi indietro necessari per saltare, lui, un po’ più avanti, proprio grazie alla rincorsa in un passato che passato non è, altrimenti non lo si studierebbe. Ma questo, senza una scuola viva (relazionale e generativa) è impossibile: «Margie pensava ai bambini di quei tempi, a come dovevano amare la scuola: - Chissà come si divertivano!». Le scuole adesso sono chiuse: ma prima erano aperte?
«Corriere della sera» del 23 marzo 2020

L'opportunità della scuola

di Riccardo Luna
È un lunedì diverso da tutti gli altri, non solo per noi. Per 861 milioni di studenti nel mondo le scuole sono chiuse. Certo sono chiuse anche le fabbriche, gli uffici, i negozi, le chiese e gli stadi. Ma le scuole mi colpiscono di più. Un mondo senza scuole è un mondo senza futuro. Sì certo c’è la scuola digitale, “la scuola continua”, ci hanno detto in Italia dal primo giorno. A volte sì, ma sono eccezioni. Il corpo docente nel suo complesso era totalmente impreparato al digitale: i pomposi piani ministeriali degli anni scorsi hanno generato solo qualche coraggiosa esperienza pilota.
Non che mancassero le soluzioni tecnologiche, c’erano, ci sono e funzionano piuttosto bene; ma a due settimane dal blocco della didattica ancora moltissime classi devono fare la prima lezione; alcune fanno un’ora o due al giorno; altre si vedono col prof in qualche videochat rocambolesca con i ragazzi che assistono disorientati al goffo tentativo di riprodurre su pc le dinamiche di una classe reale. Il programma ministeriale così è un miraggio, gli esami di fine anno un mistero. Con questo non voglio dire che i docenti non ci stiano provando: lo fanno, ma non ci si inventa digitali all’improvviso. Eppure questi tre mesi sono una opportunità irripetibile di apprendimento e maturazione per gli studenti.
Stiamo vivendo un momento storico enorme, e non c’è miglior maestro della Storia. Partiamo da qui. Invece di riempire i ragazzi e i bambini di compiti per tenerli impegnati (lo ha detto anche il ministero: quella non è didattica), parlategli di quello che sta accadendo, della salute e della globalizzazione, dell’economia che si ferma di botto e del digitale che ci aiuta a resistere, raccontate loro che gli eroi del nostro tempo hanno la mascherina e stanno negli ospedali, spiegategli che se ce la faremo, perché ce la faremo, lo dovremo a una virtù che prima si faceva fatica a portare a lezione, il senso civico; e, prima ancora, al talento degli scienziati. Sì, ci salverà la scienza a un certo punto, la conoscenza: non c’è spot più bello per far nascere in loro l’amore per lo studio.
«la Repubblica» del 23 marzo 2020

29 ottobre 2018

La noia delle cavallette

di Alessandro D’Avenia
«Metti via quel telefono!». È ormai la stanca litania che ripetiamo ogni giorno ai nostri figli per tentare di recuperarne la presenza: a casa, a tavola, in mezzo agli altri. La risposta, come a giustificare i loro occhi ipnotizzati dallo schermo, è quasi sempre la stessa: «Mi annoio». E hanno ragione, oggi più che mai. La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli «effetti speciali» digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici. È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti. Una noia «artificiale», molto diversa da quella «naturale» che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo. Ricordo ancora i pomeriggi in cui, per combatterla, mescolavo pericolosi intrugli improvvisandomi piccolo chimico o sfogliavo le pagine di Conoscere a caccia di storie e invenzioni altrui. La ricerca di senso riusciva così a «illuminare» le cose, permettendo loro di uscire dal buio e dalla piattezza. Faceva saltare i coperchi.
Oggi però il nuovo non è più sotto il coperchio, ma in superficie: le superfici luminose che ci abbagliano con le loro immagini sfavillanti, rendendoci passivamente soddisfatti. I dispositivi digitali creano dipendenza perché ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta «fisicamente» con la resistenza di quella che infatti chiamiamo «la dura realtà». La gratificazione profonda si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza: parola che, non a caso, viene da una radice che indica l’attraversare, la stessa di «pericolo» e «porta». Per fare esperienza della realtà bisogna infatti mettersi in pericolo, aprire porte, attraversare soglie. Lo schermo non apre porte ma, appunto, ci scherma dal mondo, imita le porte ma come metafore («cliccare», «home», «portale»...). Lo schermo non è una soglia ma un corridoio con infinite porte che restano chiuse, come mostra il senso di vuoto che proviamo dopo ore a navigare senza meta tra video e notizie, molto diverso dall’appagante stanchezza di chi ha scoperto o vissuto qualcosa. La gratificazione superficiale è sì immediata ma volatile, viene cancellata da un’ulteriore sollecitazione, che però deve essere più forte, potremmo chiamarla «escalation di click»: si tratta, di fatto, del meccanismo delle dipendenze. Steve Jobs e Bill Gates hanno impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi? Questi oggetti creano dipendenza, soprattutto a chi non ha ancora sviluppato la padronanza di sé. Non si tratta di triti moralismi, ma della difesa dell’intelligenza dei bambini: alle superiori noto una crescente difficoltà nell’attenzione, nella tenuta, nella perspicacia, nella comprensione. E questo, purtroppo, è l’effetto dell’eccessiva esposizione agli schermi sin da piccoli, cioè quando si è più soggetti a ciò che cattura il piacere immediato. Ho deciso di scrivere queste righe perché martedì scorso, nella mensa scolastica, ho osservato questa scena: molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo. L’accurata ricerca americana «Monitoring the Future» del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. Più i ragazzi «frequentano» gli schermi più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità.
Inoltre gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal «multitasking». Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se «abusata» si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata. Alcuni dicono che i miei articoli sono «troppo lunghi». Per leggerne uno ci vogliono al massimo 10 minuti ed escono una volta a settimana. Quindi sono troppo lunghi rispetto a cosa? Alla presa della nostra attenzione, la cui tenuta (circa cinque minuti) si è dimezzata non a caso nell’ultimo decennio. Come mai? È la conseguenza della lettura da schermo, definita «a F» o «a zigzag»: leggiamo la prima riga per intero, le prime parole delle righe successive, poi di nuovo una intera, e poi corriamo dritti alla fine. Se qualcosa ci ha colpito torniamo indietro a consolidare ciò che abbiamo intuito aggiungendo qualche altra parola. Questo modo di leggere soddisfa il bisogno di consumare novità, a scapito di profondità e comprensione. Che cosa vogliamo per i nostri figli? Intelligenza (intesa come intus-legere: leggere dentro e quindi l’attraversare tipico dell’esperienza) o una mente «da cavalletta» come è stata definita quella di chi, navigando, dimentica il compito di partenza? La mente-cavalletta non trattiene perché non fa esperienza, ma ne riceve solo l’apparenza emotiva: rimane nell’interminabile corridoio digitale, osservando tutte le porte senza aprirne realmente nessuna. I dispositivi spesso ci rendono «in-disponibili» all’esperienza: la mano piena non può ricevere né afferrare altro.
Da dove cominciare per restituire ai ragazzi la gioia dell’esperienza? Non basta aprire a forza la loro mano e limitare l’uso degli schermi, bisogna integrarli. Partiamo dalle parole, da sempre fonte di luce per riattivare i sensi e illuminare le cose. Mi soffermo oggi solo sul tema della lettura, seguendo i suggerimenti di «Lettore, vieni a casa», il recente bellissimo libro di Maryanne Wolf, tra le più importanti studiose degli effetti del cervello che legge. Il 90% di chi legge su schermo fa contemporaneamente anche altro, di chi legge su carta ci riesce solo l’1%. La lettura del libro fisico resta quindi una risorsa insostituibile per educare all’intelligenza profonda e all’attenzione. Da zero a due anni è fondamentale la lettura «in braccio» di libri di carta o simili (mia nipote, 11 mesi, ne ha uno con pagine di gomma), perché il bambino ha bisogno di: fisicità e ripetizione. Deve poter toccare, stropicciare, odorare e persino assaggiare le pagine. Le parole «incarnate», ripetute e associate al timbro di voce della madre o del padre, amplificate dal grembo o dal petto, aprono i sensi e preparano alla lettura. Tra i due e i cinque anni occorre immergere i bambini in uno spazio da esplorare liberamente, e riempirlo di libri, oggetti musicali, colori, e tutto ciò che serve al linguaggio creativo, evitando, se possibile, i baby-sitter analogici o digitali. I racconti possono diventare il rito per addormentarsi, la ripetizione delle fiabe allena i bambini sia alla logica sia al caos del mondo. Se volete prepararli alla vita leggete o ascoltate insieme (oggi su youtube trovate di tutto, anche le «fiabe sonore» di un tempo) racconti, tutte le sere, perché - diceva Chesterton - le fiabe non insegnano che esistono i draghi ma come sconfiggerli. Da cinque a dieci anni i bambini devono imparare a leggere bene e mi stupisce trovare alle superiori ragazzi ancora incerti proprio nel leggere un testo ad alta voce, il che significa che non lo capiscono e quindi non ne fanno esperienza, finendo per odiare la lettura e abbandonarsi al potere dell’immagine. Sarebbe opportuno avere tante ore curricolari dedicate alla sola lettura per il percorso della primaria e della secondaria di primo grado. Sogno scuole di lettura, prima che di scrittura, creativa: gli insegnanti dovrebbero fare pratica drammaturgica per leggere con la giusta intonazione e intensità un testo. Con gli alunni di prima superiore leggiamo insieme ad alta voce tutta l’Odissea. Ci vogliono 12 ore: ne basta una per 12 settimane. Ci lamenteremmo meno del fatto che in Italia non si legge: non legge chi legge male e non ha sperimentato la gioia delle parole-porta. Oggi occorre educare quello che la Wolf chiama il cervello «bi-alfabetizzato», che sappia muoversi sui due supporti, schermo e carta, perché richiedono attenzione e abilità diverse. Così avremo ragazzi capaci di intus-legere, di fare esperienza profonda del mondo. Il letto da rifare oggi è quello di proteggere i bambini dalla dipendenza da schermo e provare, almeno una sera a settimana, ad «accendere» le pagine leggendo ad alta voce in famiglia. Noi vogliamo figli liberi e intelligenti, non cavallette.
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2018

04 febbraio 2018

La tecnologia ci farà licenziare? Ecco com’è andata con il Pc (dal 1980 a oggi)

s. i. a.
Da David Ricardo a John Maynard Keynes, passando per Karl Marx: in passato l’impatto dell’innovazione tecnologica sul lavoro è riuscito a preoccupare economisti di ogni scuola. Quanto ai lavoratori, oggi per fortuna non si arriva alla distruzione delle macchine (come accadeva duecento anni fa in Gran Bretagna con il telaio meccanico) ma l’angoscia di un futuro dominato da globalizzazione e automazione domina l’opinione pubblica, come dimostra l’ascesa di leader e partiti populisti.
Ma l’innovazione è davvero così mostruosa come la dipingono? Probabilmente no, se non altro perché la storia insegna che le ricadute del progresso tecnologico sono molto difficili da immaginare. Illuminante al riguardo è un corposo studio del McKinsey Global Institute (”Jobs lost, jobs gained: workforce transitions in a time of automation”), che esamina l’innovazione tecnologica del passato per cercare indizi su quello che accadrà nel prossimo futuro.
Intanto va smentito il luogo comune che l’automazione distrugga posti di lavoro. Le macchine permettono ai lavoratori di produrre di più, aumentando la produttività e (gradualmente) gli stipendi, e abbassando il prezzo di beni e servizi. Tutto questo crea una nuova domanda di beni e servizi che aumenta la richiesta di lavoro. Con il risultato di fare crescere l’occupazione. Non è solo teoria: guardiamo qualche dato.
Negli Stati Uniti il numero di lavoratori è quasi triplicato tra il 1960 e il 2017, passando da 65 milioni a 152 milioni secondo i dati dell’Us Bureau of Labor Statistics. Certo, le centraliniste telefoniche del 1960 hanno perso il lavoro per “colpa” dell’automazione, ma qualcuno avrebbe mai immaginato quanti altri posti sarebbero stati creati nel 2017 grazie alla nascita dello smartphone?
Il bancomat per esempio, inventato cinquant’anni fa, non ha portato come qualcuno temeva all’estinzione degli impiegati di banca: entrambi (sportelli automatici e fisici) sono cresciuti di numero tra il 1991 e il 2007, con le filiali che si moltiplicavano. Con la crisi del 2008 e l’avvento dell’e-banking le cose sono cambiate, gli sportelli fisici si stanno riducendo di numero ma non faranno la fine delle centraliniste.
Vediamo che cos’è accaduto con il personal computer, al quale “Jobs lost, jobs gained” dedica un intrigante approfondimento. Secondo le stime degli analisti di McKinsey, l’avvento del Pc ha portato dal 1980 alla creazione netta di 15,8 milioni di posti di lavoro, pari a circa il 10% dell’occupazione complessiva negli Stati Uniti. Questa cifra rappresenta in pratica la differenza tra i 19,3 milioni di posti creati in ambito informatico dal 1980 e la perdita di 3,5 milioni di posti dovuta all’avvento del “personal”.
A fare le spese dell’arrivo del Pc sono stati soprattutto dattilografe, tipografi e segretarie. Ma a fronte della riduzione del numero di queste figure professionali, ne sono nate milioni di completamente nuove: dai produttori di hardware (semiconduttori inclusi) a quelli di software, dagli sviluppatori di app ai data scientist, dai customer manager agli operatori dell’e-commerce, fino banalmente ai commessi dei negozi di Pc, ma anche agli analisti quantitativi del mondo finanziario. Senza l’avvento del personal computer non sarebbe stata possibile una creazione così possente di nuove professioni e posti di lavoro, tra l’altro in buona parte caratterizzati da stipendi più elevati della media.
La morale? L’innovazione tecnologica, spesso, non è poi così brutta come qualcuno la dipinge. Ma soprattutto mette a dura prova la capacità di fare previsioni, perché cambia completamente le carte in tavola. Anzi, fa saltare il banco stesso, creando dinamiche di business inedite.
«Il Sole 24 ore - suppl. Nova» del 2 febbraio 2018

10 settembre 2016

Libri & tablet, la connessione necessaria

di James Bradburne
«Tua figlia erediterà il tuo Tablet?» è il titolo dell’intervento che James Bradburne, da un anno direttore della Pinacoteca di Brera, terrà venerdì 9 settembre al III Festival della Comunicazione di Camogli, ideato e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e organizzato dal Comune e da Frame, in collaborazione con la Regione Liguria (www.festivalcomunicazione.it). Quattro giornate con oltre un centinaio di appuntamenti tra incontri, laboratori, spettacoli, mostre ed escursioni e più di 130 ospiti (tra cui Luca Doninelli, Claudio Magris, Pietrangelo Buttafuoco, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Massimiliano Fuksas, Claudio Bisio , Michele Serra, Evgenij Morozov. Sabino Cassese, Lucrezia Reichlin, Monica Maggioni, Carlo Freccero, Piero Angela, Mario Calabresi, Aldo Cazzullo, Roberto Cotroneo, Ferruccio de Bortoli, Massimo Gramellini, Aldo Grasso, Beppe Severgnini, Marco Travaglio...). A tema il world wide web e in particolare la domanda «Pro e contro il web», secondo uno spunto lanciato da Umberto Eco. Durante il Festival Roberto Benigni riceverà il premio «Comunicazione».​


Da anni mi interrogo sulle conseguenze della rivoluzione digitale sia nella vita privata che nel mondo del lavoro e alla triennale Icom del 1991 ho tenuto la mia prima conferenza sulle sfide del mondo museale nella conservazione dell’eredità digitale. Sono uno studioso e un bibliofilo e, per una felice coincidenza, sono anche il direttore generale della Biblioteca nazionale braidense. Dagli albori della cultura umana, la parola e l’immagine sono avvinte in un abbraccio dialettico di yin e yang in cui nessuna delle due è del tutto indipendente. Il Mouseion di Alessandria, eretto da Tolomeo II Filadelfo intorno al 280 a.C. includeva la famosa Biblioteca di Alessandria. Non dovrebbe quindi sorprendere il mio profondo interesse per il futuro del libro, della lettura e delle biblioteca.
E di questi tre elementi vorrei parlare oggi. Incomincerò dal libro. Che cosa rende il libro speciale, a prescindere dai contenuti? Innanzitutto il libro, così come lo conosciamo oggi, il codex, ha dato il via a una delle rivoluzioni tecnologiche più significative dei suoi tempi, perché permetteva al lettore di muoversi avanti e indietro nel testo senza dover riavvolgere la pergamena. A distruggere la Biblioteca di Alessandria non fu il fuoco, ma il fatto che i fragili e ingombranti rotoli di papiro non fossero stati trascritti. Allo stesso modo, frammenti importanti nostro passato sono andati persi perché i contenuti dei dischi in vinile non sono stati trasferiti su nastro, su Cd o digitalizzati. Nonostante questi rischi, i libri, in pergamena o di carta, rimangono manufatti molto duraturi.
Resistono bene alle ingiurie del tempo e hanno bisogno soltanto delle tecnologie più semplici come un dizionario e una grammatica per essere decodificati. Portano la loro età con dignità, persino con orgoglio. Annotazioni, cancellature, danni, ingiallimenti dovuti alla fiamma o alla luce solare, persino tarli e muffa raramente distruggono un libro, anzi rendono il libro profondamente diverso dal tablet. I tablet sono belli perché perfetti, contenitori gioiello, capolavori di ingegneria, la cui virtù consiste nell’essere costantemente al passo con i tempi, nel non registrare il passare del tempo. Un tablet con uno schermo incrinato non diventa più affascinante e prezioso, un tablet che non è più in grado di accedere ai file scritti anche solo pochi anni prima non ci è per questo più caro.
Un tablet che può contenere un migliaio di libri interattivi non ha lo stesso valore affettivo delle favole di Gianni Rodari che tua madre ti leggeva da piccolo. Arriviamo così al secondo punto: che cosa significa leggere? In passato i libri erano spesso letti ad alta voce. Quando un erudito del II secolo d.C andava a trovare un amico al mare, portava con sé un libro che di solito veniva dato a uno schiavo perché venisse trascritto e poi restituito. Il libro era letto ad alta voce, analizzato e discusso. Proprio perché letto ad alta voce, veniva utilizzata la scripta continua, un’ininterrotta sequenza di lettere. Le parole, infatti, furono un’invenzione di alcuni monaci irlandesi dell’VIII secolo che avevano fatto il voto del silenzio. Leggere era un atto sociale fondamentale, costruttivo.
Nella lettura, la semplice informazione diventava conoscenza. Facendo giganteschi balzi in avanti, la rivoluzione digitale recente sembra averci portato molto indietro. Invece di leggere ad alta voce, i genitori danno ai loro figli dei tablet. L’interazione faccia a faccia è diventata un’interazione anonima con un dispositivo. Invece di essere creatori attivi di contenuti e discorsi, siamo diventati semplici consumatori di notizie, brevi frasi dal forte impatto mediatico in televisione e tweet su uno schermo. Come osservato da Leon Wieseltier nel 2013, «nell’universo digitale, la conoscenza è diventata pura informazione. Chi saprà ancora che la conoscenza sta all’informazione come l’arte sta al kitsch, che l’informazione è il tipo più infimo di conoscenza, dato che è il più esteriore?
Un grande pensatore ebreo del primo Medioevo si chiedeva perché Dio se davvero avesse voluto che conoscessimo la verità su tutto, non ci dicesse semplicemente la verità su tutto. La sua saggia risposta fu che se ci avesse semplicemente detto ciò che abbiamo bisogno di sapere, noi non l’avremmo conosciuto davvero, in senso stretto. La conoscenza può essere acquisita soltanto con il tempo e con il metodo». È legittimo chiedersi come tutto questo possa influenzare la nostra capacità di essere coinvolti nei rapporti umani, la nostra partecipazione come cittadini attivi al dibattito sociale sul futuro di un mondo che ci sta lentamente sfuggendo di mano. I media 'social' hanno creato un mondo che è sempre meno sociale. Clicco, quindi sono.
La conoscenza senza sforzo. 142 caratteri. «Mi piace» Greenpeace. La politica… della distrazione. Questo ci porta alla terza e ultima riflessione: perché le biblioteche sono importanti nell’era digitale? Anche se condividono molte caratteristiche, la cultura della biblioteca non è identificabile tout court con la cultura del museo e una biblioteca non è semplicemente un museo di libri. Oltre ad essere un luogo di raccolta e conservazione, le biblioteche sono istituzioni molto attive sul territorio, da sempre luoghi di dibattito, discussione e dialogo. La biblioteca è una casa per lo scrittore e scrivere è una forma di attivismo sociale che lega gli scrittori del passato e del presente ai lettori del presente e del futuro in una grande repubblica delle lettere. La lettura e la scrittura sono infatti intimamente legate, più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione culturale.
Vedere un film al cinema non implica che si sia in grado di girarne uno, ammirare Raffaello non significa che si sappia dipingere; giocare a Grand Theft Auto III non mi dà la capacità di inventare un videogioco. Posso essere coinvolto, commosso, o persino interagire, ma non sono un creatore. Leggere e scrivere sono diversi. Se so leggere, so scrivere – le due abilità sono indissolubilmente connesse. La biblioteca deve abbracciare per la sua natura sia il mondo del libro stampato che quello digitale, senza esitazioni né reticenze – questo non è il tempo per un nuovo, nostalgico movimento Arts and Crafts (delle arti e dei mestieri). La biblioteca deve essere un centro di produzione, un campione di cultura del saper fare, un posto dove le menti siano libere, curiose, e critiche.
La biblioteca è il luogo dove dobbiamo reclamare il nostro diritto come cittadini di essere produttori di cultura, non solo consumatori, ed estendere il nostro diritto a tutti i mezzi di comunicazione, alla musica, ai film, al teatro, alla danza, ai videogiochi. Dobbiamo stabilire nuovamente una connessione tra la parola e l’immagine, riappropriandoci del piacere della creazione. Il libro, la lettura e le biblioteche costituiscono il nucleo, sono l’essenza e la sostanza stessa di questa ambizione.
«Avvenire» del 31 agosto 2016

La potenza e la fragilità del rapporto con la natura

I grandi cambiamenti
di Aldo Schiavone
La potenza della tecnica accumulata prima lentamente in milioni di anni, e poi in modo vertiginosamente rapido nell’ultimo secolo, sta rovesciando a nostro vantaggio rapporti di forza tra umano e naturale che credevamo immodificabili. Tutto questo ci dà una responsabilità enorme
Non saprei quanti se ne siano resi conto. Ma nei due discorsi pubblici, in apparenza lontani, che hanno riempito le cronache di questi giorni – prima sul cosiddetto «transumanismo», poi sulle conseguenze tragiche del terremoto (incuria degli uomini o imprevedibilità dell’ambiente?) – ha finito con l’emergere lo stesso problema, che è, forse, il maggiore dei nostri tempi: quello del rapporto con ciò che chiamiamo natura, dentro e fuori di noi. Un rapporto in cui stiamo esprimendo, insieme, un’inimmaginabile potenza e una drammatica fragilità.
Devo confessare che ho sempre trovato insopportabile la parola «transumano»: esteticamente sgradevole e concettualmente sbagliata. Suggerisce l’idea che la tecnica ci stia spingendo oltre ciò che possiamo definire umano; e perciò l’impressione di un’umanità annientata, per guadagnare uno spazio dove essa non esisterebbe più.
Ma non è così. Chi ha detto che l’umano è solo la sua forma conosciuta finora? Un umano, cioè, costretto nella prigione della sua naturalità biologica — una gabbia contro la quale lottiamo da sempre, per allargarne i confini e migliorarne le condizioni? Credo invece sia vero proprio il contrario: che un umano pienamente dispiegato e realizzato sia solo quello che ha finalmente acquisito il controllo della propria base biologica, e sia in grado perfino di trasformarla, sostituendo il disegno dell’intelligenza al piano dell’evoluzione. L’umano non è una figura già compiuta; è un progetto aperto sull’infinito. L’epoca che si sta concludendo è stata la sua preistoria. La stagione decisiva comincia solo ora.
Di questo processo — che deve essere visto come un cammino di emancipazione — la natura, interna ed esterna a noi, è solo spettatrice. Né amica, né nemica: una presenza imparziale. Carestie, epidemie, terremoti hanno scandito i tempi della nostra storia — con il dolore, le malattie, la morte. La natura non «aiuta» la vita: è già un miracolo che l’abbia resa possibile, su questo pianeta come (molto probabilmente) altrove nell’universo. Ma la mette continuamente a rischio. Senza dimenticare che in molte occasioni sarebbe bastato un niente a far sì che ora, al posto di me che scrivo o di voi che leggete, ci fossero solo dinosauri, o pesci, o (ancora più facilmente) il vuoto assoluto. Siamo una specie fortunata, anche se ha molto sofferto.
Ebbene, temo sia arrivato il momento di meritarci questa fortuna. La potenza della tecnica accumulata prima lentamente in milioni di anni, e poi in modo vertiginosamente rapido nell’ultimo secolo, sta rovesciando a nostro vantaggio rapporti di forza fra umano e naturale che credevamo immodificabili, spezzando ogni confine ricevuto, fino al punto da rendere sempre più difficile la distinzione fra natura e artificio, fra possibile e impossibile, fra naturalmente prodotto e artificialmente costruito. I terremoti possono non far più paura, e l’ingegneria genetica e gli impianti possono ridisegnare dalle fondamenta le nostre esistenze.
Questo passaggio ci dà una responsabilità enorme, perché sta mettendo, per la prima volta da quando esistiamo, la nostra storia interamente nelle nostre mani. Comincia a renderci completamente padroni del nostro destino. Ma la nuova potenza va disciplinata, condivisa. Le opportunità che crea, equamente ripartite. Avremo di fronte — cominciamo già ad averli — problemi sociali inauditi — di accesso, di eguaglianza, di identità — rispetto a cui quelli posti dalla rivoluzione industriale, che pure ci hanno dominato per oltre due secoli, sembreranno solo piccole cose. Ma di fronte a tutto questo, la politica tace. Rimuove o non vede: da noi, come altrove. Perché stupirci, se tutti l’abbandonano?
«Corriere della sera» del 9 settembre 2016

26 marzo 2016

Twitter, il ring della bella lingua

di Giacomo Gambassi
Dieci anni di cinguettii. Era il 21 marzo 2006 quando veniva cinguettato il primo tweet della storia che poi sarebbe stato ritwittato più di 66mila volte. Diceva: «Just setting up my twttr» (“sto solo impostando il mio Twitter”). L’autore era jack, pseudonimo di Jack Dorsey, un informatico del Missouri e fondatore del servizio di “microblogging” che ha fatto dei messaggi brevi, simil-sms, il suo punto di forza. Lunedì l’uccellino azzurro – simbolo del social network – festeggia i dieci anni online ma l’anniversario coincide con una fase di difficoltà: gli utenti attivi sono fermi a quota 320 milioni (a fronte di 1,5 miliardi di Facebook); a gennaio sono crollati i titoli di Twitter; e quattro manager hanno abbandonato l’azienda. In Italia gli utenti registrati sono 8,3 milioni mentre quelli attivi sono la metà. Per rilanciare la piattaforma si pensa di abbattere la barriera dei 140 caratteri: a breve potrebbero essere condivisi messaggi fino a 10mila caratteri.
Un ortaggio coltivato nella Terra dei fuochi, quell’angolo della Campania avvelenato dai rifiuti tossici, è stato ribattezzato mortaggio. Per descrivere un supergoloso del web, al limite della bulimia, qualcuno ha inventato l’aggettivo gugoloso. Le millecinquecento pagine del romanzo Guerra e pace di Lev Tolstoj sono state riassunte nella frase: “Lui ama lei, lei ama un altro e intanto Napoleone invade la Russia”. E che dire di alcuni tormentoni entrati nell’immaginario collettivo come Staisereno (l’hashtag indirizzato da Matteo Renzi all’allora premier Enrico Letta poco prima di silurarlo da Palazzo Chigi nel 2014)? Twitter compie dieci anni lunedì e, a conti fatti, può essere considerato una sorta di piccolo manuale del “buon italiano”. Perché «favorisce la creatività espressiva, aiuta a coniare nuove parole, incoraggia la brevità, insegna a riassumere testi complessi e permette di divertirsi con i grandi titoli della letteratura», sostiene il docente di linguistica italiana all’Università di Cagliari, Massimo Arcangeli. Al social network su cui possiamo scrivere messaggi di non più di 140 caratteri lo studioso che collabora con la Società Dante Alighieri e l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha dedicato il libro Breve storia di Twitter (Castelvecchi; pagine 176; euro 16,50) in cui ne elogia le potenzialità linguistiche e persino didattiche.

Eppure, professore, oggi Twitter è in crisi. Crolli in borsa, fughe di cervelli, crescita troppo lenta sono le difficoltà con cui si confronta il social.
«Ciò è dovuto al fatto che è un sistema comunicativo asimmetrico. Posso avere un milione di persone che seguono il mio profilo ma non seguirne alcuno. Questo contrasta con la logica della partecipazione e della condivisione al centro delle maggiori reti sociali come Facebook. E su Twitter si fa fatica a creare processi a catena, a meno che non siamo di fronte a grandi eventi».

In quali avvenimenti la piattaforma è stata protagonista?
«Penso alle diverse primavere arabe. Attraverso questo strumento è stato possibile diffondere in modo estremamente rapido messaggi in tutto il mondo, magari accompagnati da un’immagine. E sta proprio nella brevità la sua carta vincente che, però, rappresenta anche il maggiore limite».

A proposito di brevità, come viene letta da uno studioso della lingua?
«Oggi abbiamo più che mai bisogno di tornare a fare riassunti. Molti giovani e adulti hanno seri problemi nel comprendere e sintetizzare un testo. Ecco, Twitter consente di unire l’utile al dilettevole e in questi anni si è sviluppata un’autentica twitteratura, vale a dire il vezzo di “accorciare” e quindi far conoscere i classici. I risultati sono non solo spassosi ma anche sorprendenti. Cito l’iniziativa della Società Dante Alighieri con cui nel 2013, in occasione dei 700 anni della nascita di Boccaccio, si invitava a riassumere una novella del Decameron in un tweet. C’è chi ha riscritto in chiave di cronaca nera le storie della quarta Giornata, chi ha proposto con piglio post-futurista alcuni racconti del genio toscano, chi si è cimentato in esperimenti micronarrativi dai tratti surreali. Tutto ciò mostra come Twitter sia in grado di stimolare l’inventiva e come da questa piattaforma passino più facilmente che da altre la prosa e la poesia “alte”. Del resto su Twitter la qualità dei testi è di gran lunga superiore a quella dei principali social network».

In quale modo ha inciso sul lessico?
«Twitterini o cinguettatori sono vocaboli che l’uccellino azzurro ha partorito. Ma non sta tanto qui la svolta. Se devo concentrare un’idea in una manciata di caratteri, non solo devo sforzarmi di elaborare un contenuto che sia efficace ma anche di renderlo stilisticamente appetibile e frizzante. Così Twitter si trasforma nell’arena dove le metafore, gli aforismi e comunque l’uso brillante della lingua sono di casa. Osserviamo gli hashtag che si sono imposti: sono “bussole” o titoli che condensano quanto abbiamo in mente».

Si può parlare di twittabolario, ossia di un dizionario di neologismi forgiato sul social?
«Twitter si basa sul gioco di parole e ha contribuito a creare nuovi termini, più o meno scherzosi, corredati di una propria definizione. Si tratta di approcci utili allo sviluppo della lingua. In Rete circolano alcune raccolte curiose di parole scaturite grazie alla piattaforma. Ad esempio bugivéra, ossia un qualcosa che non è né bugia, né verità, oppure logopista, cioè chi mette sotto i piedi il logos».

Ma non mancano gli errori grammaticali o sintattici. Ha fatto epoca il “qual’è” con l’apostrofo dello scrittore Roberto Saviano in un tweet del 2011.
«La lingua delle reti sociali va considerata diversa da quella scritta. È una lingua che nasce già fortemente contaminata dall’oralità. Non possiamo giudicare con la stessa severità un refuso di un testo ufficiale e uno presente su Twitter o Facebook. Può accadere che, a causa della rapidità, non facciamo tutti i necessari controlli prima di mettere online un tweet o un post. Per questo serve una certa indulgenza ».

Anche il Papa si affida a Twitter. Come lo utilizza Francesco? «Dall’account @Pontifex_it sono passati 712 tweet dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al soglio pontificio, allo scorso 18 febbraio. La classifica dei sostativi più ricorrenti è guidata da vita (oltre 80 attestazioni) e amore (oltre 70); seguono cuore, gioia, misericordia, fede, preghiera, famiglia, pace, speranza e peccato (oltre 40). Sono parole di uso comune: e non c’è da stupirsi. Se l’italiano è intriso di Vangelo, il cristianesimo è da sempre molto permeabile al lessico fondamentale della nostra lingua. Fra le peculiarità lessicali di Bergoglio spicca qualche termine insolito, come tenerezza e pazienza. Aggiungo che con il suo stile pacato il Papa restituisce dignità a un mezzo che spesso è impiegato per offendere o prendere a sciabolate gli avversari».

E Twitter ha permesso di riscoprire il cancelletto, diventato il simbolo di questo strumento per il fatto di indicare le parole- chiave.
«Come nel caso della chiocciola legata all’email, anche il cancelletto è un segno antichissimo. Le sue origini affondano nel pavimento di una grotta marina neanderthaliana prossima a Gibilterra dove si trova un cancelletto formato da tredici linee. Non sappiamo quale fosse la sua funzione ma in latino diventerà il compendio della parola numero: una N sbarrata. Così lo troviamo, secondo l’impostazione anglosassone, nel tastierino del cellulare. In Twitter entra perché è un simbolo poco usato e per di più visivamente carino. Ritengo che il cancelletto, a differenza del suo nome che richiama alla chiusura, rappresenti sul nostro social un’apertura alla comunicazione. Un invito per tutti a mettersi in dialogo con la parola e con gli altri».
«Avvenire» del 19 marzo 2016

11 ottobre 2015

Perché è importante l'alt europeo agli imperi digitali

Primo freno UE al saccheggio dei dati
di Gigio Rancilio
L'ultima sentenza della Corte di Giustizia europea – quella che ieri ha stabilito che gli Usa non garantiscono un livello di protezione adeguato dei dati personali raccolti via web – non riguarda solo avvocati, professori e appassionati di tecnologie. Riguarda tutti noi. Ci riguarda come utenti di Internet, come cittadini italiani ed europei. Riguarda, in parte, anche il nostro futuro economico e tecnologico, e il rapporto – anche commerciale – tra Europa e Stati Uniti. Qualcosa di ben più complesso, quindi, di una battaglia contro Facebook o della partita di un giovane avvocato austriaco che con la sua denuncia ha deciso di sfidare uno dei colossi del web, mettendo in moto tutto questo.
In questi anni, infatti, l’America di Facebook, Google, Twitter e Apple è diventata il centro del mondo digitale. Il crocevia dei dati mondiali raccolti ogni secondo su web e social. Miliardi di informazioni personali su ognuno di noi che rappresentano la vera ricchezza di molti di questi giganti della tecnologia. I dati degli utenti europei vengono però conservati su computer (i cosiddetti server) posti fisicamente in Irlanda, e ogni giorno trasferiti in America per trattarli in maniera globale. Lo scandalo Datagate, con tutti i suoi annessi e connessi, ha messo sotto gli occhi del mondo le falle del sistema americano, relativo alla sicurezza e al trattamento dei dati personali degli utenti. Da qui la sentenza della Corte di Giustizia europea che annulla quanto sostenuto nel 2000 dalla Commissione europea, rimettendo al centro dell’agenda degli Stati Uniti – come ha ricordato il Garante italiano della privacy, Antonello Soro – «il tema dei diritti fondamentali delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei».
Che una sentenza obblighi gli Stati a tutelare maggiormente la privacy dei cittadini è sempre una buona notizia. Perché troppo spesso noi sottovalutiamo il problema o perché ci sentiamo impotenti davanti ai colossi che minano la nostra privacy, oppure perché crediamo di non avere niente da temere. Uno dei rischi derivanti semmai da questa sentenza è che l’Europa non riesca a dare vita a una politica comune di protezione dei dati digitali e che ognuno dei Paesi europei faccia di testa sua, mettendo in difficoltà tutti gli altri. Una vera incognita è, poi, rappresentata da ciò che faranno gli Stati Uniti, la cui ricchezza tecnologica dipende in larga parte anche dai dati digitali posseduti dalle sue aziende.
Perché qui non si tratta di spostare fisicamente un computer (migliaia di computer) da una nazione a un’altra per aggirare la sentenza. La fretta con la quale Facebook e tutti gli altri colossi web chiedono norme chiare riguarda la paura di perdere il controllo (e i soldi, molti soldi) sulla gigantesca raccolta di dati che fanno ogni giorno. E di doversi sottoporre a regole sempre più severe decise da nazioni che hanno a cuore più di altre la privacy dei cittadini.
Sarà fantascienza, ma provate a immaginare cosa succederebbe se l’Europa vietasse a Google, Facebook, Twitter e a tutte le altre aziende che controllano la Rete di usare a fini commerciali i nostri dati che consciamente e (troppo spesso) inconsciamente lasciamo ogni giorno sul web. Nell’attuale impero digitale, retto da una potentissima oligarchia, ci sarebbe una rivoluzione con conseguenze serie e persino inimmaginabili. Perché in Rete i veri soldi sono i dati. Tolti quelli, molti giganti non sarebbero più tali. E gli Stati Uniti d’America, che non sono già più l’unica e incontrastata potenza globale, non sarebbero più nemmeno il centro del mondo digitale.
«Avvenire» del 7 ottobre 2015

02 settembre 2014

Sette europei su 10 vedono film senza pagare

di Alessandro Longo
La pirateria non è un'anomalia di sistema, un cancro da estirpare: è diventata una prassi consolidata, seguita dalla maggior parte degli utenti internet, e rischia di essere persino funzionale allo sviluppo della creatività e dell'industria cinematografica. Emerge questa realtà - che contrasta le tesi dagli alfieri del copyright - se mettiamo assieme una serie di studi fatti negli ultimi anni da diversi istituti di ricerca, università e dalla Commissione europea.
Cominciamo da quest'ultima: un suo studio di quest'anno (http://bookshop. europa. eu/it/a-profile-of-current-and-future-audiovisual-audience-pbNC0414085) rivela che il 68 per cento degli utenti europei vede film gratis su internet (streaming o download). Non solo: il 50 per cento di loro dice di non pagare i film perché non può permetterselo per tutti quelli che intende vedere. Questa affermazione suggerisce che i film visti gratis non sono davvero una perdita di introiti per l'industria, visto che quelle persone non potrebbero mai pagarli (semmai, rinuncerebbero a vederli se non potessero farlo gratis). Ne deriva anche che la disponibilità di film gratis aiuta a diffondere la cultura cinematografica tra i ceti meno abbienti, che non avrebbero alternative alla pirateria. Sempre secondo lo studio europeo, infatti, la maggioranza degli utenti che vede gratis i film ha un reddito inferiore ai mille euro al mese e sono tipicamente giovani e con un alto livello di istruzione. E' l'identikit di una generazione che nonostante la laurea è sotto occupata e può soddisfare i propri interessi culturali anche (o solo) grazie alla pirateria.
Ci sono poi studi secondo cui la pirateria fa da volano alla visione legale dei film (al cinema e in dvd), a mo' di veicolo pubblicitario non convenzionale. Il primo che va in questa direzione è stato di Gfk, commissionato dall'industria cinematografica tedesca per certificare la crescita delle vendite nelle sale dopo la chiusura del portale pirata Kino.to. Studio mai pubblicato ufficialmente perché aveva scoperto una verità opposta; ma è finito comunque su internet per vie traverse e quindi ormai è di dominio pubblico (http://www. repubblica. it/tecnologia/2011/07/29/news/pirateria_cinema-19494246/). In seguito, uno studio dell'università del Minnesota ha aggiunto che non è possibile provare un rapporto causa-effetto tra pirateria e calo degli incassi cinematografici (http://papers. ssrn. com/sol3/papers. cfm?abstract_id=1986299).
Più di recente, una ricerca congiunta tra la ISM (International School of Management Campus München) e l'università di Copenhagen ha analizzato l'effetto della chiusura di Megaupload (celeberrimo sito pirata) e ha trovato evidenze interessanti. Ha rilevato l'aumento del business solo per i maggiori film blockbuster e nessun vantaggio per la maggioranza dei film. Per quelli di nicchia, non commerciali, ha scoperto che anzi l'impatto è stato negativo, perché secondo i ricercatori la pirateria fa in questo caso da cassa di risonanza per le opere di qualità poco pubblicizzate, "diffondendo l'informazione dai consumatori che hanno poco interesse a pagare a quelli che invece ne hanno molto", si legge nella ricerca. Inoltre, sempre nell'ottica del rapporto tra pirateria e diffusione della cultura, uno studio dell'Authority inglese Ofcom (http://stakeholders. ofcom. org. uk/market-data-research/other/research-publications/user-generated-content/) dice che una normativa copyright troppo rigida soffoca le nuove forme di creatività su internet, che spesso usano e reinventano opere protette da diritto d'autore.
Forse anche tra l'industria cinematografica sta cominciando ad attecchire l'idea- fino a ieri eretica- che la pirateria non sia una pratica del tutto avulsa dal normale business: nell'apprendere che il suo Il Trono di Spade è stato la serie tv più piratata dell'anno, il Ceo di Time Warner Jeff Bewkes, gran guru della televisione americana, l'ha definita "un'ottima notizia", "meglio che vincere un Emmy", arrivando ad aggiungere che la pirateria ha fatto da "passa parola"; ha concordato con lui il registra della serie, David Petrarca.
Qualcuno che potrebbe avere buoni motivi per attaccare la pirateria è anche Netflix, la principale piattaforma online di film (legali) al mondo. La pirateria gioca infatti sullo stesso terreno di Netflix (internet), ma è gratis e quindi potrebbe essere il peggiore avversario sleale che si possa immaginare per una piattaforma legale. Ebbene, il chief technology officer di Netflix Jon Nicolini ha detto che la pirateria è la minaccia numero uno per il business; ma invece di invocare leggi draconiane ha suggerito che per combatterla bisogna sforzarsi di migliorare l'offerta legale di film. "Il modo migliore di combattere la pirateria non è sul piano legale o giudiziario, ma dando buone opzioni legali, ai consumatori". Ragguardevole posizione da parte di una piattaforma che è nota per la sua ampia offerta di film e serie tv, ben più generosa di quella disponibile su analoghi servizi in Italia. Dove, per altro, Netflix ha appena dichiarato che arriverà solo nel prossimo anno, più tardi rispetto ad altri Paesi europei, in primo luogo perché da noi sono poco diffuse le connessioni internet veloci. Siamo il Paese con la peggiore copertura in fibra ottica e le connessioni più lente (in media, tra gli utenti), secondo la Commissione europea.
Insomma, tutti questi elementi suggeriscono un rapporto complesso e non scontato tra il cinema e la pirateria. E che le soluzioni possono essere trovate in azioni diverse dalla guerra ai pirati. "Fa fede l'esempio del mercato musicale, dove grazie alla maturità dell'offerta legale e dello streaming, la pirateria si è ridotta a una nicchia. E dove il mercato è tornato a crescere, dopo dieci anni di crisi, anche in Italia, come riportano i dati di Fimi", dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d'autore e storico promotore di campagne contro la normativa copyright dell'Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), poi in effetti approvata e in vigore dal 31 marzo (http://www. repubblica. it/tecnologia/2013/12/12/news/regolamento_copyright_scheda-73437061/). "Di conseguenza si può prevedere che anche per il cinema la pirateria diverrà sempre più un fenomeno di nicchia. E questo, senza adottare sistemi maldestri e invasivi come quelli della delibera Agcom", conclude Sarzana.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014

Ma scaricare gratis resta illegale

di Marco Fagnocchi
La pirateria digitale, i film e scaricati o guardati in streaming gratis da piattaforme che appaiono e scompaiono su internet, non solo non stanno danneggiando le grandi case di produzione cinematografiche, ma, anzi, secondo alcuni studi, starebbero facendo lievitare la presenza di spettatori nelle sale e aumentare gli introiti delle majors. Così le leggi repressive, le minacce di multe, arresti, blocchi di internet, oltre che inapplicate, si stanno dimostrando obsolete se non, addirittura, dannose. I pirati del web, insomma, stanno salvando Hollywood. Un paradosso. Perché la pirateria resta illegale. Chi scarica abusivamente film e brani musicali rischia ammende, così come chi li mette a disposizione sulla rete.
I nuovi mezzi di distribuzione hanno sempre creato allarme, in campo audiovisivo anche di più. In principio ci fu il "Betamax case". Universal e Disney denunciarono la Sony perché, siamo agli inizi del 1970, la compagnia giapponese mise sul mercato uno strano marchingegno che insieme al televisore avrebbe rivoluzionato la vita dello spettatore americano: il videoregistratore. Gli Studios, spaventati dalla possibile diaspora dalle sale, corsero ai ripari. Dopo diversi anni (1984) si arrivò alla storica sentenza: il videoregistratore non violava il diritto d'autore. Anzi, in quel periodo non solo le sale cinematografiche non avevano risentito di questa nuova apparecchiatura, ma il mercato dell'home video aveva portato nelle tasche degli Studios la metà degli introiti di tutta l'industria cinematografica. Passati ormai più di 30 anni lo schema sembra ripetersi nuovamente.
Internet sul finire degli anni '90 comincia ad affermarsi come nuovo strumento tecnologico, apolide, e, per gli Studios, apocalittico. Nascono siti di sharing, streaming, download. Basta andare su piattaforme peer to peer quali Emule, o affidarsi ai torrent sparsi nella rete e il gioco è fatto. Tutto è catalogato, schematizzato, fornito comodamente a casa, velocemente e soprattutto gratuitamente. Due i siti più famosi: The Pirate Bay e Megaupload.
È tra le pieghe di questi due siti che si combatte una battaglia non solo economica e giuridica, ma anche morale e culturale. Da una parte il sito svedese fondato da tre giovani hacker scandinavi si ispira alla nobile filosofia della free culture: la cultura è un bene di tutti e chiunque deve accedervi in maniera libera e gratuita. Dall'altra, non si può fare a meno di notare come il sito del tedesco Kim Donton presenti dei numeri da capogiro. 150 milioni di utenti registrati, 50 milioni di utenti unici al giorno, un introito che si aggira sui 200 milioni di dollari annui. Nel 2012 il Dipartimento di giustizia americano sequestra il sito e il povero Kim viene arrestato. L'accusa è violazione del copyright e pirateria. Si parla di perdite per l'industria cinematografica americana intorno ai 500 milioni di dollari.
Ma come si può calcolare scientificamente l'impatto della pirateria sull'industria cinematografica? Chi può assicurare che il ragazzo che ha visto uno dei tanti film a disposizione gratuitamente in rete, sarebbe andato in sala, o avrebbe comprato il dvd? E' questo uno dei punti più delicati dell'intera vicenda.
Come sostiene Marco Scialdone, avvocato in Diritto dell'Informatica e di internet, non esiste e non può esistere una diretta relazione tra pirateria senza scopo di lucro e mancato guadagno perché le ricerche commissionate dalle majors non sono scientificamente attendibili. Se si analizzano i dati infatti si può notare che, negli ultimi anni, gli incassi al botteghino non sono diminuiti, arrivando nel 2014 a segnare uno dei record storici dell'industria cinematografica. A dirlo è la Mpaa, l'ente americano formato dalle stesse compagnie cinematografiche che più di tutti in questi anni hanno combattuto la guerra alla pirateria. Dal 2009 al 2014 su scala internazionale si è registrato un incremento del 33% degli incassi per le sale. Un dato che si spiega anche con la ascesa di paesi quali il Brasile, la Russia e la Cina che sono, paradossalmente, sempre secondo la Mpaa, alcuni degli stati in cui la pirateria digitale è più forte.
Insomma le sale cinematografiche non sono mai state così in salute. E la fascia che va di più al cinema è proprio quella compresa tra i 12 e i 39 anni, quelli che teoricamente sanno meglio di chiunque altro come scaricare un film e hanno ogni tipo di supporto (smartphone, tablet, computer, smart tv) a portata di mano. Anche in Italia la situazione, almeno per quanto riguarda il botteghino e l'affluenza del pubblico, smentisce le cassandre. Si passa da un numero di spettatori che si aggira intorno ai 14 milioni nel 2005, quando la pirateria su internet era ancora contenuta, ai circa 22 milioni di spettatori del 2012 (fonte Cinetel).
L'aspetto più eclatante è che leggendo i dati riportati da alcuni studi indipendenti (quindi non commissionati dalle major) come quello realizzato dallo stato olandese, si scopre che chi scarica illegalmente è un cliente più attivo. Va di più al cinema, compra più dvd o film on demand di chi invece non scarica. Ad analoghe conclusioni arriva la ricerca di Ipsos Allemagne e lo studio fatto dalla Fondazione Luigi Einaudi. Anche Riccardo Tozzi, presidente dell'Anica, l'associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, analizza molto lucidamente questi dati confermando che il problema non è tanto nelle sale cinematografiche, ma nel home video: la fetta della grande torta che ha subito maggiormente l'avvento di internet.
Effetti paradossali del mercato: la tecnologia che una volta veniva attaccata e portata in tribunale, viene oggi difesa dalla stessa industria. A risentirne, dopo la chiusura del colosso Blockbuster, sono sicuramente le piccole realtà locali, le videoteche. Se le vendite di dvd nel 2012 registravano un calo del 12% a fronte di un fatturato di 420 milioni di euro, il noleggio arrivava a perdere circa il 30%. Resistono in pochi, pochissimi, come Videobuco, nel quartiere San Lorenzo di Roma. Aperto ormai da circa trent'anni, punto di riferimento per universitari e appassionati di cinema, sembra un piccolo atollo nel mare digitale. Ma il mercato audiovisivo è in continuo fermento e le majors stanno finalmente accorgendosi di come anche questa nuova tecnologia possa essere sfruttata.
È ormai dal 2007 che nascono e si affermano realtà quali Hulu, iTunes/Apple tv, Google Play e realtà nostrane come Chili Tv, Cubovision (oggi diventata Timvision). Sono piattaforme che permettono di vedere in streaming, sul proprio smart tv, un catalogo sempre più aggiornato e facilmente consultabile di film di ogni provenienza, tutto in maniera legale. Basta abbonarsi o pagare il singolo film di volta in volta. I prezzi contenuti hanno lasciato, inizialmente, intimoriti le major che a fronte del calo dell'home video non vedevano nel così detto electronic home video, una valida alternativa. Ma i dati in continua crescita (solo rispetto al 2011 si segnala un incremento del 47% del fatturato proveniente da questa fascia di mercato) hanno portato molte case di produzione a ripensare le proprie strategie. Non ultima l'Anica, che ha siglato un accordo con My Movies creando un canale streaming a pagamento (Anicaondemand).
Su tutti svetta il colosso di Netflix (non ancora disponibile in Italia), una streaming tv americana presente anche in diversi paesi europei che ha registrato nel mese di luglio i 50 milioni di abbonati con un fatturato che si aggira intorno ai 3,5 miliardi di dollari. Insomma ancora una volta la tecnologia inizialmente osteggiata sta offrendo all'industria la possibilità di nuovi e facoltosi incassi. Assumono così dei contorni leggermente sfuocati le leggi che via via negli anni si sono susseguite per contrastare il fenomeno della pirateria.
Clamoroso è stato il caso della cosiddetta "legge dei tre colpi" francese che prevedeva il blocco a tempo indeterminato dell'accesso ad internet a chiunque fosse stato trovato per ben più di tre volte a scaricare o guardare un qualsiasi file coperto dal diritto d'autore. La norma è stata ritenuta incostituzionale e trasformata in una multa tra i 60 e i 150 euro. Dopo 4 anni, milioni di euro spesi per tenere in vita l'Hadopi (l'ente francese che deve individuare i casi di pirateria e far rispettare la legge), i casi sanzionati sono stati tre. Non meglio è andata alla Russia di Putin, presente nella così detta black list della Mpaa dei paesi con il più alto tasso di pirateria mondiale. Il capo del Cremlino a marzo 2014 si era abbandonato all'amara constatazione che le misure anti download erano state un totale fallimento e che il sistema di controllo doveva essere profondamente ripensato.
L'Italia da parte sua rincorre decreti e normative da anni, sfociate nel maggio del 2014 nel tanto agognato decreto Agcom che ha portato l'industria e la stessa Fapav a gridare alla fine dell'illegalità. Come potrà controllare chiunque abbia una connessione, i siti di streaming e di sharing "pirati" sono ancora lì. Cineblog cambia dominio di continuo non appena uno dei suoi tanti siti viene oscurato. Realtà come TnT Village continuano a fornire gratuitamente migliaia di film, spesso anche introvabili, a chiunque si colleghi al sito, combattendo quella che viene definita "una battaglia etica" che si rifà né più né meno ai principi della free culture. Il decreto Agcom si segnala, appena entrato in vigore, per aver fatto rimuovere dal sito ufficiale della Regione Marche un video che mostrava le bellezze architettoniche della regione.
In America intanto vengono sviluppate due realtà che imprimono un'accelerazione inarrestabile alla condivisione di qualsiasi tipo di file. Popcorn Time che viene ribattezzato il Netflix pirata, subito chiuso e poi riaperto e che dà la possibilità di vedere in streaming migliaia di film utilizzando i file torrent, e il sito TvStreamcms che opera probabilmente il passo definitivo in questa strenua battaglia tra il diritto alla condivisione e la necessità che venga riconosciuto a chi produce un ritorno economico. TvStreamcms permette a chiunque ne abbia voglia di aprire il proprio sito di file sharing. Come sostiene il ceo di Dreamworks, allora, la partita è ancora lontana dall'essere conclusa. Le case di produzione dovranno sicuramente ripensare i propri modelli distributivi, dare la possibilità di fruire un film sul dispositivo che si preferisce (lo schermo della sala, il televisore o il proprio smartphone) e adeguare i prezzi alle differenti piattaforme. Internet più che uno spazio da combattere si prospetta, così, come l'ennesima frontiera da dover definitivamente conquistare: l'ennesima corsa all'oro su cui piantare la propria bandiera.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014

29 luglio 2014

In vacanza lasciamo il nostro cervello “senza rete”

Tecnopsicologia
di Federico Mereta
L'ansia da non connessione è una sorta di transfer che ci rende schiavi di strumenti che dovrebbero essere al nostro servizio. Solo staccando riacquistiamo equilibrio
“Devo mandare tante mail, rileggere ricerche e fare teleconferenze. In vacanza manderei il mio post-doc. Ma mia moglie non vuole!”. Si può riassumere così il senso della vignetta “Professor Vacation” apparsa su www.phdcomics.com, che descrive alla perfezione come ormai le ferie estive per molti non siano altro che il momento per le “beghe” professionali che non si sono risolte nel periodo canonico. Ma soprattutto, sia pure se in tono umoristico, la vicenda dell’accademico che manderebbe volentieri l’associato in vacanza con la moglie pur di mantenersi in contatto con il suo mondo è una trasposizione del nostro modo di essere, sempre più “multitasking” per la moltiplicazione degli strumenti di connessioni, che rubano spazio alla riflessione a ai rapporti umani.
Se per i giovani questo significa soprattutto inondare i social network di selfie e messaggi, per chi lavora la connessione pressochè costante può diventare una minaccia reale quando è il tempo di ritemprarsi. La vacanza, infatti, dovrebbe essere il periodo giusto per sfruttare l’etimologia stessa della parola: “vacare”, per i latini, significava togliersi completamente dalle preoccupazioni e dalle tensioni del lavoro, magari anche privilegiano il classico ozio. Purtroppo però è davvero difficile arrivare a questo obiettivo: basti pensare che uno studio condotto da Mc Kinsey nel 2012 dimostra come per i lavoratori “a rischio” (ad esempio docenti universitari e medici) circa il 28 per cento dell’attività lavorativa è dedicato alla gestione della posta elettronica.
“Tutto questo tempo è ovviamente sottratto ad altre attività di contatto interpersonali e così si sposta la nostra attenzione cerebrale da quanto viviamo a quanto troviamo scritto – spiega Fabio Benfenati, docente di Neurofisiologia all’Università di Genova e direttore del Dipartimento Neurosciences and Brain Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit). Sul fronte prettamente evoluzionistico, c’è un altro aspetto che deve far riflettere su questa “trasformazione” ed è la velocità in cui si è realizzata, oltre all’accelerazione impressionante che si sta ancora realizzando nelle reti interpersonali gestite attraverso i network che ognuno ha creato. Praticamente il modo di rapportarsi con il mondo esterno si è rivoluzionato negli ultimi vent’anni (un tempo estremamente breve se si considerano i tempi di mutamento delle abitudini dell’umanità) e ciò ha comportato lo sviluppo di una graduale “dipendenza” dai mezzi di comunicazione che coinvolge ovviamente anche il nostro cervello. Purtroppo stiamo vivendo un’epoca di potenziale isolamento per quanto riguarda il contatto personale, proprio per il fatto di essere sempre completamente connessi con la realtà esterna attraverso i vari strumenti di cui disponiamo”.
Per fortuna in questo ci assiste il nostro sistema nervoso, che è multitasking per eccellenza come dimostra il fatto che ad esempio riusciamo a pensare camminando, ovvero svolgiamo senza difficoltà e contemporaneamente due azioni complesse. Tuttavia la capacità di adattamento del cervello è positiva se non si supera un certo limite, ovvero se non si entra nell’ambito della psicopatologia, con quadri come l’ansia da non connessione. “Proprio questo può essere il problema che si crea in vacanza, quando si può avere una vera e propria “interruzione” da stop alle interconnessioni che costruiamo ogni giorno con pc, tablet e smartphone – fa notare Benfenati. Si crea quindi una sorta di “transfer” che ci sta rendendo schiavi di strumenti che invece dovrebbero essere al nostro servizio. La vacanza, in questo senso, dovrebbe essere il luogo in cui finalmente riusciamo a lasciare “senza rete” – ovviamente nella doppia accezione – il nostro sistema nervoso. Solo staccando completamente possiamo riassaporare la libertà e quindi riacquistare equilibrio. So bene che questo è praticamente impossibile, visto che le connessioni ci raggiungono in ogni dove: per questo il consiglio è di limitare al minimo i collegamenti, magari mettendosi in rete e sistemando la posta elettronica solo la sera”.


Nato a Genova nel 1959, laureato in Medicina e Chirurgia, si occupa di divulgazione medico-scientifica. E’ stato docente al Corso di Biotecnologie dell’Università di Genova e al Master in Health Communication presso l’Università Cattolica di Roma
«Il Sole 24 Ore» del 27 luglio 2014

Se il cosmo è una caverna di Platone

Scenari
di Andrea Vaccaro
Certe idee filosofiche non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. Pensiamo all’intuizione platonica del 'mito della caverna' secondo cui il mondo nel quale viviamo è solo un’ombra, scialba e fallace, della vera realtà. L’idea, che è fondamentale nella cultura induista incentrata sul concetto di maya (illusione), ricompare nel dubbio iperbolico cartesiano, nel mondo come rappresentazione di Schopenhauer e in varie forme di fenomenismo e fenomenologia.
Alla metà degli anni Novanta, Karl Popper, con pungenti pamphlet, avvertì del pericolo incorso dalla nuova umanità di una più morbida caverna, dove le catene arrugginite erano sostituite da poltrone e sofà e l’oscuro muro riflettente dal rutilante schermo televisivo su cui scorre solo la parziale parvenza di ciò che realmente accade. Epoca che vai, tecnologia che trovi. Nel primo decennio del 2000, imbattendosi sempre più raramente in caverne e avendo il computer superato in pervasività la tv, ecco che l’idea si ripresenta con coloriture molto peculiari. Nel 2003, il poco più che quarantenne filosofo svedese Nick Bostrom, docente a Oxford, con Stai vivendo in una simulazione al computer?, pubblicato sul prestigioso 'Philosophical Quarterly ', sfida il mondo a confutare il suo cosiddetto Simulation Argument per cui l’umanità crede, sì, di vivere in una realtà effettiva mentre, in realtà (è proprio il caso di usare questa espressione), si muove solo in uno scenario simulato da qualche Programmatore nettamente 'più evoluto'. L’argomento, molto dibattuto e più volte aggiornato, poggia, empiricamente, su quelle straordinarie invenzioni che sono i programmi di simulazione cosmologica e sulla convinzione che molto presto sarà possibile, e neppure troppo arduo, simulare nel dettaglio la vita del nostro cosmo e di tutti i suoi abitanti. Raggiunto questo livello tecnologico, la programmazione di 'cosmi possibili' sarà letteralmente un gioco da ragazzi, non escludendo, infatti, che questo possa passare nell’ordine dei video-giochi. I cosmi virtuali prolifereranno enormemente. Allora, conclude la provocazione di Bostrom, è più probabile per il nostro mondo e per noi stessi pregiarsi di essere quella prima civiltà capace di 'costruire virtualmente' altri universi oppure rassegnarsi a essere gli abitanti di uno di quei mondi virtuali e programmati?
Considerato che il mondo originale è uno e quelli simulati sono milioni, lo scarno calcolo statistico, per noi, risulta praticamente impietoso. Finché si tratta di speculazioni filosofiche, tutto questo rimane tollerabile, perché, come si sa, i filosofi amano 'pensare strano', ma il problema è che, adesso, ci si mette anche la scienza. Infatti, più o meno influenzati dall’argomentazione di Bostrom, nonché da altri non trascurabili fattori (soprattutto quantistici), uno stuolo di fisici teorici (che qualcuno chiama 'i nuovi metafisici') ha studiato scientificamente l’ipotesi dell’Universo come simulazione, con esiti poco rassicuranti per il pensiero 'normale'.
L’autorevolezza non manca in questa singolare indagine. Il cosmologo John Barrow, docente a Cambridge e vincitore del premio Templeton, è intervenuto con un possibilista Vivere in un Universo simulato; il fisico teorico dell’Università di Vienna Karl Svozil si è presentato al Simposio su 'Fisica e simulazione' a Linz nel 2003 con l’intervento-domanda: «Supponi di essere Dio: come avresti fatto?» e l’inaspettata risposta «non guardare troppo lontano: la soluzione può essere nel tuo desktop»; il collega Bernard D’Espagnat, altro vincitore del Templeton Prize, recupera in pieno l’intuizione platonica e assume la formula 'realtà velata', percepibile solo nella misura in cui si è capaci di andare oltre ciò che appare. Intanto, il docente di 'tecnologia sociale' all’Università di Auckland, Nuova Zelanda, Brian Whitworth sta adottando tutte le tattiche persuasive per convincere a considerare Il mondo fisico come una realtà virtuale.
L’elenco di simili attestazioni sfocia nella notizia piuttosto recente di uno studio internazionale (S. Beane, Università di Bonn, Z. Davoudi e M. Savage, Università di Washington) che ha trovato il modo di testare scientificamente l’idea. Ad alimentare il dibattito, poche settimane fa, il filosofo Eric Steinhart pubblica on line la sua riflessione Le implicazioni teologiche sull’Argomento della simulazione. Sì, perché, com’è facile intuire, l’ipotesi di vivere in una realtà apparente fa scattare la domanda intorno alla vera realtà e al necessario Autore della presunta simulazione. E, così, mentre Steinhart, sulla base dell’ipotesi di Bostrom, scomoda confronti con le classiche argomentazioni sull’esistenza di Dio di Agostino (i gradi di perfezione), Tommaso (le prove cosmologiche) e soprattutto Leibniz (Sull’origine radicale delle cose), ecco che uno stretto collaboratore dello stesso Bostrom, parimenti non-religioso, ovvero David Pearce, prende le distanze dalla tesi dell’amico proprio perché essa finisce per diventare, suo malgrado, «la prima interessante dimostrazione dell’esistenza di Dio in duemila anni di storia». Anche il divulgatore scientifico Matthew Francis, in un’intervista su Aeon Magazine (21.1.2014), confessa: «Viviamo in una simulazione? Il mio istinto dice no, proprio perché non voglio credere nell’esistenza di un’Intelligenza che programma un mondo per gli esseri umani e vi introduce intenzionalmente la sofferenza». Il suo articolo si intitola Questa vita è reale? Antichi e nuovi motivi si incontrano; filosofia, scienza e teologia continuano a richiamarsi vicendevolmente nel comune intento di comprendere il mistero della realtà. Più di duemila anni di ricerche hanno donato notevolissimi frutti, eppure rimane forte ancora, in molti sensi, il presentimento di vedere come in uno specchio (opaco) e per enigma.
«Avvenire» del 27 luglio 2014

26 luglio 2014

Se il computer fa lo scrittore

Tecnologia
di Giuseppe O. Longo
L’avanzata dell’intelligenza artificiale non conosce limiti: i programmi informatici stanno invadendo anche il territorio della creatività letteraria, che consideriamo tipicamente umano. Esistono ormai parecchi programmi di scrittura capaci di creare narrazioni più o meno lunghe e articolate, sulla cui bontà peraltro le opinioni divergono parecchio. Secondo la ditta NewNovelist, che costruisce software di scrittura, non esistono programmi capaci di scrivere un romanzo, ma ne esistono che aiutano l’autore a completarlo e a scriverlo «in modo corretto» (probabilmente secondo i criteri commerciali correnti: un tot di intrigo, un tot di sesso, un tot di violenza...).
Lo scrittore Alastair Reynolds ritiene che non vi sia niente di più insensato che leggere un racconto scritto da un computer. Il primo libro stilato da un programma si deve al russo Aleksandr Prokopovic: scritto nel 2008, ricalca lo stile dello scrittore di culto giapponese Haruki Murakami ed è una variazione sul tema di Anna Karenina di Tolstoj. Ma Prokopovic ammette che un programma non potrà mai essere uno scrittore, così come Photoshop non potrà mai essere Raffaello.
Nel 2007 Philip Parker, professore della Insead, un’importante Business School internazionale, brevettò un software che finora ha scritto oltre duecentomila libri su argomenti svariatissimi: non certo capolavori letterari, piuttosto compilazioni, rassegne e sommari, soprattutto di carattere economico. Uno specialista ci metterebbe mesi a organizzare un materiale che il programma allestisce in una mezz’ora. Ma la tentazione di passare alla letteratura è forte, e Parker ha cominciato a sperimentare un software che dovrebbe costruire narrativa "automatica": esso consente di scegliere i personaggi, l’ambientazione, il genere e la trama e produce testi che vanno da un breve racconto a un romanzo vero e proprio. Insomma, sembra che se si può identificare una formula per la stesura di una narrazione, allora lo scrittore può essere sostituito da un algoritmo.
Secondo le previsioni di Kris Hammond, entro il 2025 il 90% dei testi letti dal grande pubblico sarà generato da computer opportunamente programmati. Hammond ha tutti i titoli per lanciare questo pronostico, visto che è il fondatore di Narrative Science, un’azienda di Chicago che usa programmi di intelligenza artificiale per produrre, senza ulteriore intervento umano, scritti di vario contenuto. Per esempio, nell’ambito del giornalismo, il programma Quill analizza i dati raccolti su un certo tema, estrae e organizza i fatti e i concetti principali e costruisce un’opportuna struttura narrativa destinata a un pubblico interessato. I dati di partenza (cifre, grafici, tabelle) vengono tradotti in un testo inglese, molto più comprensibile per gli umani. All’agenzia stampa Ap i "robot scrivani" stanno già sostitundo i giornalisti umani.
Una delle conseguenze di questo avvicendamento sarà, secondo Hammond, una crescita smisurata del numero di articoli pubblicati. Tramite l’informatica si possono seguire milioni di utenti, registrare le loro preferenze e usare queste informazioni per fornire a ciascuno le narrazioni che più gli piacciono. Ma le prospettive sono inquietanti. Infatti mentre il quotidiano tradizionale offre una vasta gamma di articoli, tra i quali ogni lettore legge quelli che più gli interessano ma inevitabilmente dà un’occhiata anche agli altri, se non altro leggendone i titoli, quando l’offerta fosse limitata ai temi di stretto interesse si creerebbero tanti mondi (monadi) d’informazione chiusi e non comunicanti, che potrebbero accrescere la dipendenza e generare assuefazione nel lettore, come una droga informazionale.
La potenza, la velocità e la duttilità di questi robot scrivani produrrebbero quindi un fenomeno in controtendenza rispetto a quello della scrittura e della stampa, che nei secoli hanno contribuito alla diffusione di una cultura tendenzialmente omogenea, pur nella varietà dei temi trattati.
Ma ci sono altri problemi: tanto grande è la massa dei dati su cui sempre più si baseranno le narrazioni automatiche che sarà difficile verificare le fonti delle informazioni (già oggi si percepisce questa difficoltà quando si cercano notizie in rete). Inoltre un errore introdotto per caso o per malizia sarebbe difficile da individuare e da estirpare e potrebbe propagarsi senza controllo. Basterebbe una perturbazione anche minima nei criteri di raccolta e di vaglio dei dati per fornire notizie che si discostassero più o meno dai fatti, rendendo problematica la nozione di verità.
Le notizie distorte sarebbero poi raccolte da altre agenzie (anche queste informatizzate) e verrebbero registrate in internet, dove permarrebbero per un tempo indeterminato. Se dallo stesso fatto fossero ricavate narrazioni diverse da diversi programmi, in rete potrebbero permanere versioni differenti dello stesso evento e non sarebbe facile stabilire la versione "corretta", ammesso che ve ne fosse una.
La facilità con cui le intelligenze artificiali raccolgono ed elaborano i dati si contrappone alla difficoltà che incontrano gli esseri umani nello svolgere lo stesso compito: l’evoluzione non ci ha preparato a questa funzione, per cui siamo obbligati a lasciarla alle macchine È una forma di "delega tecnologica" che si autoalimenta: più dati si accumulano nelle banche più si ricorre al software per gestirli, più software s’impiega più cresce la massa di dati che si possono trattare, in una sorta di circolo che si autoalimenta. Da questo vorticoso circuito informazionale gli esseri umani – che pure ne sono o ne dovrebbero essere gli utenti finali – sono sempre più esclusi: ormai tutto è affidato alle macchine e gli uomini possono solo spillare i risultati delle elaborazioni.
Accade cioè nel campo dell’informazione quello che avviene in altri settori, dove la complessità dei sistemi e i rischi derivanti da un guasto o da un intervento sbagliato o intempestivo prescrivono il controllo tramite computer. È il caso del pilota automatico negli aerei più veloci e della gestione dei grandi impianti chimici, siderurgici e soprattutto nucleari. L’uomo non è necessario e non è sufficiente alla gestione di questi sistemi, e la delega tecnologica si impone. Quando poi gli umani intervengono nella conduzione e nel controllo, si possono presentare conseguenze drammatiche: si pensi al tragico incidente di Cernobyl’, provocato da una manovra manuale avventata. La locuzione "errore umano" riassume questa situazione: se non volete guai, voi umani dovete lasciar fare a noi macchine.
Infine, la facilità con cui le macchine generano articoli, racconti, romanzi e perfino poesie, sta portando a una sovrapproduzione di testi tale da superare le capacità di lettura degli esseri umani. Che ne sarà di questa massa di scritti? Chi la selezionerà? Chi la userà? E per quali fini? Non si può escludere che prima o poi siano costruite macchine per leggere. Allora gli esseri umani, liberati dal compito gravoso di scrivere e da quello ancora più gravoso di leggere, potranno dedicarsi ad altro, almeno finché non interverranno macchine capaci di far meglio di noi anche questo "altro". Esclusi così del tutto dal circuito dell’informazione, ci metteremo forse alla ricerca meno convulsa di un senso più alto.
«Avvenire» del 24 luglio 2014

22 luglio 2014

Il senso della semantica

Tecnologia
di Guido Vetere
Viaggio nei modelli matematici che definiscono i linguaggi
Per parafrasare quello che Sant’Agostino disse a proposito del tempo, tutti sappiamo cos’è il significato (ad esempio di una parola o di un segnale) fino al momento in cui qualcuno ce lo chiede. Possiamo dire che si tratta di qualcosa che lega un’espressione ad un contenuto, ma qual è la natura e l’origine di questa forza? Su questo vengono proposte, abbandonate e poi riproposte, da secoli, le più diverse ipotesi. Ma così come i dubbi sulla natura del tempo non ci impediscono di prendere un appuntamento, quelli sulla natura del significato non ci impediscono di comunicare e di costruire compessi sistemi simbolici, o anche di sviluppare tecnologie semantiche, cioè metodi informatici per lavorare con i segni. Sia ben chiaro: così come un orologio non può intuire quali emozioni suscitarono nel giovane Montale quel famoso “meriggiare pallido e assorto”, allo stesso modo le tecnologie semantiche, qualsiasi cosa esse siano, non possono scrutare nell’intimo dell’umana produzione di senso, che è un processo in cui opera la libertà, qualsiasi cosa essa sia.
Detto questo, non v’è dubbio che l’informatica di oggi sia febbrilmente interessata ai segni e, in qualche misura, alle loro scienze. Tale interesse si muove su due direttrici principali: l’uso integrato e potente dell’incalcolabile messe di dati che si riversa quotidianamente nei sistemi informativi, nelle reti sociali e in genere nel web (ad esempio nei Linked Open Data ), e la possibilità di lavorare di più e meglio col linguaggio naturale, rispondendo a domande linguisticamente articolate sulla base di un’esplorazione sistematica del contenuto dei testi, oppure intrattenendo dialoghi artificiali di qualche senso e utilità (ad esempio Siri ).
Sebbene abbia ricevuto in eredità dalla logica e dalla linguistica del Novecento una certa formalistica indifferenza rispetto al contenuto dei segni, l’informatica di questo nuovo secolo, lavorando alla soluzione di problemi pratici, ha maturato la consapevolezza che del significato, del suo concreto e specifico trattamento, non si può fare a meno. Ad esempio: per ragionare (automaticamente) sul fatto che un pasto economico ci può essere offerto da una pizzeria, bisognerà specificare, da qualche parte e in qualche modo, che la pizza è un cibo e che il suo costo si colloca in media entro certi limiti. Ora, posto che la logica ci dice (fin dai tempi antichi) come rappresentare formalmente, ad esempio, che ‘tutte le pizze sono cibo’ e ‘le pizze costano meno di x’ e ci insegna a dedurre da questo che ‘tra i cibi che costano meno di x vi sono le pizze’, la questione è: come stilare la “vertiginosa lista” di tutto quello che c’è da mangiare?
Si tratta di affrontare ciò che i logici hanno spesso liquidato come una lunga, tediosa ma alla fine banale attività di elencazione, da lasciare alle fatiche di una generica working class della conoscenza. Ma a guardar bene questa elencazione è tutto fuorché bassa manovalanza: si tratta invece (come i semiologi avvertono da sempre) di un compito non da poco, sia dal punto di vista metodologico, sia in generale dal punto di vista socio-tecnico.
Naturalmente, l’informatica non ambisce risolvere i problemi aperti della semiologia, né vuole scendere nell’agone filosofico delle teorie del significato, benché i suoi successi (o fallimenti) possano talvolta testimoniare a favore (o contro) questa o quella visione. L’informatica predilige obiettivi concreti e progressi misurabili. Ed è pragmatica: va bene tutto, basta che funzioni. Una delle chiavi dello storico successo di Watson , un sistema di question answering che è riuscito nel 2011 a battere i campioni umani di un gioco a quiz televisivo, è stata appunto la capacità di misurare, su basi statistiche e grandi volumi di dati, il contributo specifico di un gran numero di algoritmi analitici, ciascuno avente nozioni parziali (o anche nessuna nozione) degli aspetti di significato, selezionando quelli più efficaci.
Il pragmatismo informatico si sposa oggi con l’abbondanza di dati su cui operare analisi statistiche. Questo offre l’opportunità di applicare metodi di apprendimento automatico, il cui successo è già ampiamente dimostrato per l’analisi dei segnali acustici o delle immagini, anche per affrontare problemi semantici. La disponibilità di grandi corpora testuali grammaticalmente pre-elaborati riporta in auge la vecchia (e controversa) ipotesi distribuzionale: le parole che appaiono negli stessi contesti hanno qualche parentela semantica. Ipotesi alquanto ardita certamente, ma di sicuro appeal computazionale. La semantica distribuzionale consente infatti di affrontare alcuni compiti non banali, come quello di misurare in grado di similarità tra due frasi, senza alcun ricorso ad estenuanti e problematiche concettualizzazioni.
Calcolare la distribuzione delle parole non getta tuttavia luce sul versante concettuale del segno linguistico: l’evidenza statistica che ‘pizza’ e ‘birra’ siano distribuzionalmente affini non significa nulla senza qualche riferimento alla ristorazione. Di qui la necessità di fornire ai sistemi informatici, in qualche modo, un’ontologia, cioè una teoria di quello che c’è nel mondo, o per lo meno (ma abusando un po’ della terminologia) nei predicati del linguaggio. I search engine che vanno per la maggiore, Google, Bing e Yahoo ad esempio, offrono già oggi maggiore precisione e completezza, usando l’immagine (beneinteso assai parziale) del mondo offerta da uno schema ontologico.
Per cogliere nel segno, le tecnologie semantiche hanno dunque bisogno di modelli linguistico-concettuali di buona fattura. Il mondo anglofono può far conto su risorse Open Data di grande tradizione come WordNet o FrameNet . Nei paesi non anglofoni come il nostro la situazione è mediamente più arretrata, ed il rischio è che le risorse linguistico-concettuali angosassoni diventino, di fatto, quelle dell’intero Pianeta. Assieme al progresso delle tecnologie semantiche viene dunque un rischio per la diversità delle culture umane, e si leva lo spettro di una “globalizzazione del pensiero”. Anche in questo, o forse soprattutto in questo, si vede come la tecnologia abbia bisogno di governo.


* Guido Vetere è il Direttore del Centro Studi Avanzati IBM Italia dal 2005. Ha conseguito la laurea in filosofia del linguaggio all'Università di Roma 'Sapienza' nel 1998 con una tesi di linguistica computazionale sviluppata nell’ambito di un curriculum di studi interdisciplinare di linguistica e informatica. In IBM dal 1989, ha preso parte e guidato diversi progetti in Intelligenza Artificiale, Information and Knowledge Management, Tecnologie della Lingua, sia nell’ambito della ricerca, sia dello sviluppo per grandi imprese e pubblica amministrazione. Nel corso della sua attività professionale, è stato responsabile di progetti di ricerca applicata nazionali ed europei e ha diretto lo sviluppo di prodotti software IBM per il mercato internazionale. Ha guidato la progettazione e la realizzazione del registro semantico dei servizi di Cooperazione Applicativa della Pubblica Amministrazione, partecipando ai lavori delle agenzie governative sugli aspetti semantici dell’integrazione dei dati della PA. E’ stato coordinatore internazionale della rete dei Center for Advanced Studies IBM nel 2011. Partecipa regolarmente nei comitati di programma di conferenze internazionali nel settore delle tecnologie semantiche e nei comitati scientifici di programmi di ricerca europei. E' autore di numerose pubblicazioni scientifiche in conferenze e riviste internazionali e collabora col Sole 24 Ore per approfondimenti su temi tecnici e sociali. Guido Vetere è co-fondatore e vice presidente dell'Associazione 'Senso Comune', che riunisce alcuni tra i principali studiosi italiani di linguistica e informatica per la realizzazione di una base di conoscenza aperta delle lingua italiana, sotto la direzione del Prof. Tullio De Mauro.
«Il Sole 24 Ore» del 20 luglio 2014