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01 novembre 2020

Rispetto o libertà? Il dilemma della satira

di Giuseppe Dalla Torre
È trascorso un tempo sufficiente dai tragici fatti di “Charlie Hebdo” per affrontare, con il dovuto distacco, una questione delicata e complessa. Sia chiaro subito: non sono assolutamente condivisibili le posizioni di chi, all’indomani dei fatti, si è lasciato sfuggire espressioni come «se la sono cercata». La vita umana è sacra, sempre, comunque; anche nel caso dei reati più efferati non è ammissibile il ricorso alla pena di morte. In una società civile non è ammissibile che chi si senta leso dal comportamento altrui, anche qualora fosse nel giusto, si faccia giustizia da sé. Uno dei cardini del contratto sociale che dà vita alle moderne democrazie è, infatti, il trasferimento all’autorità dello Stato dell’esercizio del potere di giudicare e di irrogare sanzioni.
Ciò detto, la vicenda parigina che ha tanto coinvolto l’opinione pubblica merita qualche considerazione. Occorre soffermarsi in particolare sulla libertà di professione della fede religiosa. Questo diritto strutturalmente postula una dimensione pubblica e non meramente privata del fatto religioso. La protezione della manifestazione dell’appartenenza religiosa ha senso specialmente nella pubblica agorà, dove in concreto può essere minacciata da altre posizioni religiose o ideologiche, siano esse portate dalla pubblica autorità o da poteri privati. Può essere lesiva della libertà religiosa un’ideologia della laicità che è in realtà laicismo: vale a dire una concezione contraria alla religione, che combatte la religione ritenuta come favola o mito da cui liberare la società. Ciò può avvenire con le armi della violenza fisica, come accaduto in tante dolorose esperienze di Stati che avevano posto l’ateismo tra i propri valori fondanti; ma ciò può avvenire anche con le armi della violenza morale e psicologica.
La tradizione francese, anche se conosce diverse concezioni della laicità, è decisamente segnata da una prettamente ideologica: la famosa laïcité de combat. È da domandarsi se l’ideologia laicista, laddove non rimanga espressione di una tra le tante identità esistenti nel corpo sociale, ma assurga ad un potere di fatto intimidatorio anche attraverso il dileggio e lo scherno, non possa sconfinare talora in una ingiusta violenza nei confronti dei credenti, che si concretizza in una violazione della libertà religiosa.Una seconda considerazione attiene alla libertà di manifestazione del pensiero. Non si può non cogliere oggi una certa degenerazione dell’antico (e nobile) genere della satira: da attacco agli abusi di chi è al potere (anche religioso) ai vizi individuali, a fatti specifici, a individui o gruppi determinati, tende a divenire strumento per colpire in forma caricaturale intere categorie di persone per il mero fatto della loro appartenenza, religiosa o etnica. Si tratta di un fenomeno che porta a tradire il ruolo critico, quindi positivo, della satira, facendo pericolosamente pendere questa verso forme di provocazione gratuite, senza finalità costruttive. Non si vede come irridere ferocemente persone e simboli venerati in una religione, o valori identificanti un popolo, possa essere una manifestazione di pensiero critico, costruttivo, volto al bene della società.
Una terza considerazione attiene al tema della violenza. In uno Stato democratico l’uso della forza è riservato alla pubblica autorità ed eccezionalmente al privato; questi può ricorrere legittimamente alla forza nei soli casi previsti in maniera tassativa dalla legge (si pensi alla legittima difesa). Ma violenza è solo quella fisica? Riflettendo la verità del reale, il diritto ha sempre conosciuto anche la violenza psichica o morale, e l’ha sempre considerata come un fatto civilmente e penalmente illecito, in quanto lesivo della libertà individuale o collettiva. La violenza non fisica, quella contenuta in espressioni del pensiero come talora nella satira, può considerarsi pienamente legittima? Se rientra nei compiti dello Stato bandire la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti nella società, non è mai ammissibile una tutela del sentimento individuale e collettivo contro manifestazioni di pensiero che incarnino violenza?
In una intervista concessa al “Corriere della Sera” del 3 febbraio 2015 Patrick Pelloux, il medico urgentista che il 7 gennaio fu il primo a soccorrere gli amici di “Charlie Hebdo” falciati dalle armi dei terroristi Saïd e Chérif Kouachi, ha tra l’altro affermato: «Rivendichiamo il nostro diritto alla blasfemia, che non è insulto, ma volontà di emancipazione dell’intelligenza». Ora che la blasfemia non sia insulto è quantomeno discutibile, ma certamente essa può concretarsi in una offesa; quanto poi alla “emancipazione dell’intelligenza”, si tratta di espressione che può tradire una volontà, tipicamente laicista, diretta a sradicare la religione anche attraverso la violenza di un pensiero offensivo.Quali conclusioni trarre da tutti gli interrogativi posti? Non certo l’auspicio di un ritorno a forme di censura, inammissibili in una società democratica; né si può confidare nei soli strumenti giuridici, che pure ci sono, di tutela giudiziale nei casi e nelle forme previste dalla legge. Il punto centrale è da rinvenire sul piano culturale ed etico. Appare necessario promuovere una cultura sensibile al fatto che, in una realtà sociale a pluralismo accentuato, la “casa comune” si costruisce non attraverso l’offesa, il vilipendio, l’aggressione sia pure solo “verbale”, sibbene attraverso un pensiero, anche critico, ma rispettoso e sostanzialmente solidale. Occorre comprendere che la satira non è uno strumento innocente; che essa, come ogni strumento, può essere utilizzata bene o male. Chi fa satira dovrebbe sempre chiedersi quali effetti essa può produrre sull’opinione pubblica, se di salutare critica al potere o non piuttosto di odio o dileggio nei confronti di determinate categorie di persone. In questo secondo caso essa può convertirsi in una silenziosa ma reale minaccia per la democrazia, disseminando semi di violenza e di discriminazione nella sua fragile costituzione. Anche in questo ambito, dunque, un impegno formativo e di sensibilizzazione si impone.
«Avvenire» del 13 maggio 2015

Le caricature di Maometto in Francia: ogni umano diritto ha responsabili limiti

di Giuseppe Dalla Torre
È davvero difficile essere d’accordo con questa sorta di entusiastico consenso che – in Francia soprattutto, ma in parte anche altrove – accompagna la ripubblicazione delle controverse caricature di Maometto da parte della rivista satirica 'Charlie Hebdo', in coincidenza con l’inizio del processo sulle stragi del 2015. Un disaccordo netto e basato su almeno due ordini di ragioni.
La prima, di carattere generale, attiene al principio di responsabilità che deve guidare l’agire umano. Esso comporta che, quand’anche si agisca esercitando un diritto riconosciuto dall’ordinamento – come nel nostro caso la libertà di manifestazione del pensiero – si tengano sempre nel dovuto conto i possibili effetti pericolosi o negativi nei confronti degli altri. Nel caso specifico la reazione jihadista del gennaio di quell’anno alla pubblicazione delle vignette satiriche, provocò – oltre alla strage della redazione del settimanale – la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ventidue.
Era assolutamente prevedibile che la pubblicazione pesantemente offensiva della coscienza islamica avrebbe potuto provocare una grave e persino criminale reazione, nel contesto di una società francese, e più in generale occidentale, attraversata da profonde tensioni per la presenza di radicali islamisti. Dunque, il principio di responsabilità avrebbe dovuto trattenere i redattori del settimanale satirico dal prendere di mira, e pesantemente, persone venerate nella religione islamica, specie in un momento di così alte inquietudini.
Ripeto: la legittima titolarità di un diritto non giustifica sempre, almeno da un punto di vista etico, il suo concreto esercizio qualora si possano così mettere in pericolo beni fondamentali della persona e della società. La seconda, di carattere più specifico, riguarda l’ambito e i limiti dell’uso della satira. Come noto è questo un genere letterario che ha una grande tradizione in Occidente, e che ha una precisa funzione positiva, in alcuni casi addirittura necessaria, nel mantenimento di una società democratica.
Nel senso che la satira ha la funzione di criticare, nel modo suo proprio, il potere nei suoi eccessi e nei suoi sviamenti; costituisce un contrappeso alla degenerazione politica o, comunque, dei centri di potere quali che essi siano. La satira smaschera, rende nudo, disarma chi è potente e usa la propria forza per sopraffare. Ma la satira assume un altro volto, questa volta negativo, quando aggredisce singole persone o gruppi, colpendo con l’ironia sferzante, estrema, le diversità etniche, religiose, di pensiero o di genere. Altra è la critica, anche vivace, anche serrata, anche pungente; altra è la manifestazione di un pensiero che si trasforma in vilipendio, in offesa, in ferita grave, o addirittura gravissima.
Non è lecito ad alcuno offendere i legittimi e più profondi sentimenti degli altri, a cominciare da quelli che sono gli affetti familiari. Chi tollererebbe frecciate satiriche pubbliche alla propria madre? Ma per ogni credente la religione è madre. Del resto non fu proprio quel periodico satirico francese a ironizzare pesantemente sulla tragedia del crollo del ponte Morandi? E non furono legittime e sacrosante le reazioni indignate, e direi corali, dell’opinione pubblica italiana? Sorprende pertanto che Emmanuel Macron abbia difeso ancora una volta 'la libertà di blasfemia', associandola alla 'libertà di coscienza': perché si tratta di cose ben diverse e perché anche la libertà di coscienza può incontrare legittimi limiti (ammetteremmo, in nome della libertà di coscienza, sacrifici umani?).
La questione presenta anche altri aspetti, che debbono essere presi in seria considerazione, come i limiti che pure si debbono apporre a quel delitto di 'blasfemia' per cui, proprio in certe terre a maggioranza islamica, i cristiani tanto soffrono. Occorre ovviamente trovare, nel concreto delle diverse realtà, il punto di equilibrio tra diritti in conflitto fra di loro. E questo è compito, delicato, che spetta a legislatori e giudici.
«Avvenire» del 5 settembre 2020

31 ottobre 2020

Non sto con la satira quando diventa sadica

Libertà
di Ferdinando Camon
So di entrare in un terreno delicato, sul quale in queste pagine altri hanno camminato prima di me. E può darsi che quel che dico qui in Italia non sia possibile dirlo in Francia. Ma non sono d’accordo sul diritto alla blasfemia, praticato dal settimanale satirico francese Charlie Hebdo e ribadito in tv dal presidente Macron: esiste il diritto alla libertà di espressione, ma non può esistere il diritto alla libertà di blasfemia. Lo dico chiaro, consapevole che nel mondo c’è chi usa l’accusa di blasfemia per perseguitare la religione o la religiosità degli altri.
Qui si tratta d’altro. All’università un docente di Filosofia ci spiegava che se uno non crede in Dio può mettersi al tavolo e scrivere la Critica della Ragion Pura, ma non può girare per le strade col megafono bestemmiando ad alta voce. Il ragionamento sull’esistenza o la non-esistenza di Dio è un diritto, aiuta a ragionare, l’umanità non fa altro che fabbricare 'aiuti' come questo e trasmetterli lungo i secoli, tra le generazioni, ma sono arrivato alla conclusione che i redattori di Charlie Hebdo non vogliono ragionare e dialogare, vogliono irridere, sbeffeggiare, insultare e profanare. Non di nascosto, ma pubblicamente. Non solo all’interno del loro giornale, ma deliberatamente in copertina. Non per i lettori di quel giornale, ma per tutti i passanti che transitano davanti all’edicola.
La vignetta è immediatamente comprensibile e se è una bestemmia questo non cambia: l’occhio ci casca sopra e subito la bestemmia entra nel cervello. Per chi ritiene quell’immagine una bestemmia, vedere quella vignetta è come ricevere una ferita. L’edicola espone con gioia quel giornale blasfemo, vuol venderlo, più copie vende e più guadagna, il giornalaio fa il giornalaio per questo. Ma le città francesi sono piene di musulmani, per i quali camminare per le strade e vedere il loro profeta bestemmiato come pedofilo o assassino è una coltellata. Non ritengo un diritto di quelle città accoltellare i passanti di una data religione. A mio parere, questa non è democrazia, non è concittadinanza, non è ospitalità, non è accoglienza. Non è libertà d’espressione, è libertà d’insulto, è sopraffazione. Anni fa lessi un libro, un best-seller, di un grande scrittore, del quale non dirò il nome, che non era cristiano e per dire che un cristiano teneva in casa appesa al muro una croce, disse: «Esponeva una lordura». Ma milioni di persone han sopportato tribolazioni di ogni genere e sono morte per quel simbolo, tu non puoi chiamarlo «lordura». Non amo quell’autore, lo ritengo umanamente fallito.
I redattori di Charlie commettono (ripeto: a mio modesto giudizio) lo stesso errore: ritengono che la loro libertà di espressione sia libertà di oltraggio, e se oltraggiano una figura interiore che è nella coscienza di alcuni lettori e se una parte di questi ne soffre fino a impazzire e a restituire coltellate reali per coltellate morali, la colpa è solo di questi impazziti. I quali sono dei fobici, e come tali peggiorano la società, devono guarire. Giusto: una società di fobici non è una buona cosa. Ma loro, quelli che oltraggiano una religione altrui, sono dei sadici, una società di sadici è forse una buona cosa?

«Avvenire» del 27 settembre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

Nizza, Charlie Hebdo, e la libertà di essere orribili

di Luca Bottura
La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all'Occidente c'è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull'architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l'è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici. Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull'Italia dopo il terremoto, con il sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che "non fa ridere". Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.
Ma c'è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l'inchiostro.
Delle due, dunque, l'una: l'emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all'altezza dell'articolo 21.
Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss'altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l'opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.
A quel punto però si pone la domande delle domande: chi li decide, questi limiti?
Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l'autocensura? Perché mica ce n'è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.
Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta? Nulla contro Vittorio Feltri, per dire. Ma se a lui danno fastidio i musulmani, e lo scrive tutti i giorni a caratteri di scatola, io non avrei mai pubblicato il titolo "Vaffanmerkel".
Per sua fortuna, mia, e di tutti, non ho potuto impedirglielo.
Da queste parti, dopo che è diventato l'Oriana Fallaci d'Oltralpe, si porta molto bene il filosofo francese Houellebecq, che da molti libri in qua sembra nient'altro che una copia senza battute del comico Dieudonné. I suoi testi sono ormai riferimento per la nostra Destra sovranista, quella che chiede dimissioni di ministri perché un tizio sbarcato in Italia è andato a spargere sangue in Francia, contando sul win-win: governano gli altri, li accusano di negligenza e di favoreggiamento dell'invasione. Ci fossero stati loro, ne avrebbero approfittato per sollecitare qualche escalation autoritaria. Il Bignami più noto di Houllebecq si intitola "Sottomissione".
Ecco: non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere. Siamo più forti di così. Dovrebbero esserne consapevoli anche quelli che, appunto, cianciano ogni secondo di "superiorità culturale".
È un concetto rozzo. Ma anche se fosse, è arrivato il momento in cui ci tocca di dimostrarlo. Restando liberi.
Visto, si stampi.

«la Repubblica» del 30 ottobre 2020

01 gennaio 2017

Consigli di lettura per chi dice no al presepe

Interessante la testimonianza contenuta nel libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato: «Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi»
di Gian Antonio Stella
Il cappellano del cimitero di Cremona, don Sante Braggiè, che si è rifiutato di allestire il presepe per il «rispetto verso altre religioni e la volontà di non entrare in dinamiche politiche» dovrebbe leggere un po’ di più. Se aprisse ad esempio il libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato, a lungo corrispondente dell’Ansa a Teheran e oggi a Beirut, troverebbe queste righe: «Tra i seguaci del Politicamente Corretto ci sono coloro che vorrebbero vietare i festeggiamenti di Natale nelle scuole per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani e dei loro genitori. Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi».
Inoltre, prosegue, «Gesù è uno dei più importanti profeti dell’Islam e Maria una figura tra le più venerate dai musulmani. Reza, un amico iraniano che non mancava di recitare quotidianamente le preghiere, non beveva alcol e osservava coscienziosamente il digiuno del Ramadan, mi chiese un giorno, mentre partivo per le vacanze in Italia, di portargli al mio ritorno le statuine del presepio, per suo figlio. Diverse volte per Natale la televisione di Stato di Teheran ha trasmesso un film sulla Madonna di Lourdes, e i presidenti iraniani non mancano di fare gli auguri al Papa e a tutti i cristiani». Nel 2006 perfino l’allora presidente Mahmud Ahmadinejad, considerato un integralista, «ricordò la credenza degli sciiti secondo la quale Gesù tornerà sulla Terra al fianco del loro dodicesimo Imam, il Mehdi, nel giorno della riapparizione di quest’ultimo per “porre termine alla tirannia” insieme a lui. Gesù, diceva l’ayatollah Rouhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, “era un grande profeta”. Anzi, secondo il Corano, è stato un profeta fin da quando era nella culla”».
E parliamo, ovvio, della culla di Betlemme. Dove spicca la figura della Madonna. La quale, come ha ricordato sul Corriere Vittorio Messori, è amata in tutto il mondo islamico: «Il Corano dedica alla Madre di Gesù un’intera Sura, ne fa il nome venerato per 40 volte, l’innalza sino al fianco di Fatima, la figlia prediletta del Profeta, le affida un ruolo di maternità misericordiosa, ne difende l’onore contro gli ebrei che la diffamano (la “calunnia mostruosa” sulla sua verginità che provocherà “il castigo di Dio” e “l’ira dei credenti” contro Israele, dice il Testo sacro)». A farla corta: Dio ci scampi dai fanatici del presepe usato come vessillo identitario. Ma anche dai sacerdoti del politicamente corretto ...
«Corriere della sera» del 27 dicembre 2016

14 settembre 2016

La globalizzazione ai tempi del «burqini»

Incontri (e scontri) tra culture
di Luca Ricolfi
La sentenza del Consiglio di Stato francese che, di fatto, autorizza l’uso del burqini sulle spiagge ha presto disinnescato una polemica che stava sconfinando nel ridicolo. E tuttavia, a ben pensarci, questa tempesta estiva in un bicchier d’acqua qualche utilità potrebbe anche averla. Il dibattito-lampo sul burqini, infatti, ha portato allo scoperto una debolezza fondamentale del nostro modo di rapportarci alle altre culture, che pure pretendiamo di rispettare.
Questa debolezza ha due facce, opposte e complementari, come quelle di una moneta. La prima faccia, la faccia relativista, o del rispetto fra culture, dice: non ci sono valori assoluti, nessuna cultura è superiore a un’altra, non possiamo giudicare una cultura con i nostri parametri occidentali, l’incontro con altre culture è arricchimento reciproco, ogni cultura (e ogni religione) merita rispetto, dobbiamo essere aperti verso l’altro e il diverso.
Ma la seconda faccia della moneta, la faccia illuminista, recita: i nostri principi di libertà e tolleranza hanno valore universale; la democrazia è il migliore dei sistemi di governo; libertà religiosa e di espressione non possono subire restrizioni; uomini e donne sono eguali; la sessualità deve essere libera; i diritti dell’uomo sono inviolabili e dobbiamo adoperarci per assicurare il loro rispetto su tutto il pianeta.
Curiosamente, l’incongruenza fra le due facce della moneta non disturba quasi nessuno. Ci piace pensarci così: rispettosi degli altri, ma al tempo stesso consapevoli di essere i migliori.
Per accorgerci che nel nostro modo di vedere le cose qualcosa non funziona abbiamo bisogno di eventi esterni, grandi e piccoli. Forse più piccoli che grandi. Certo le guerre umanitarie, o le democrazie imposte dall’alto, qualche interrogativo lo sollevano. Ma dove casca l’asino è sulle piccole cose, quelle su cui chiunque si sente autorizzato a dire la sua.
Uno dei primi casi, come ricorderanno molti, fu quello dell’infibulazione e più in generale delle mutilazioni del corpo femminile, che suscitò molte controversie in Francia fin dagli anni ’80: la faccia relativista, o del rispetto, imponeva di accettare i costumi delle culture “altre”; la faccia illuminista imponeva di combattere quei medesimi costumi a causa del loro carattere barbaro. Alla fine la vinse la faccia illuminista, e l’infibulazione è rimasta una pratica illecita.
Il dilemma fra le due facce della moneta si è riproposto innumerevoli volte, spesso mettendo in imbarazzo la cultura liberal che da qualche decennio è egemone in Occidente. Specie quando di mezzo vi sono le donne, non necessariamente islamiche, invariabilmente va in scena il medesimo canovaccio, e si ripresenta la medesima contraddizione. Se una donna islamica va in spiaggia in burqini, la faccia del rispetto invoca il sacrosanto diritto di ogni donna di vestirsi secondo i precetti della sua religione, ma la faccia illuminista (e femminista, in questo caso) prontamente obietta che il burqini è imposto da mariti e fratelli, e vietarlo aiuta le donne islamiche a emanciparsi, a liberarsi da ogni tutela. In questo caso a prevalere pare essere la faccia del rispetto, che rinuncia a imporre alle donne islamiche i nostri costumi (da bagno), a costo di consegnarle all’arbitrio dei loro uomini e al cupo oscurantismo del loro mondo.
Ma il dilemma fra il principio del rispetto e la fede assoluta nei valori della civiltà occidentale non si presenta solo quando di mezzo ci sono le donne. Sovente esso fa la sua comparsa anche in altri ambiti, ad esempio, in materia di libertà di espressione, e di satira in particolare.
Quando, il 7 gennaio 2015, un commando terrorista islamico uccide 12 persone in un assalto alla sede di Charlie Hebdo, colpevole di avere pubblicato vignette satiriche derisorie su Maometto, quasi tutti gli intellettuali (e i mass media) illuminati reagiscono difendendo il diritto incondizionato degli autori di satira di prendere in giro chiunque. Ma quando, come in questi giorni, oggetto della satira sono gli italiani vittime del terremoto di Amatrice, rappresentati come maccheroni insanguinati di pomodoro, il credo nel diritto di satira vacilla. Ed ecco che il pendolo, che ai tempi di Charlie Hebdo aveva risolutamente oscillato a favore della libertà di satira, riscopre improvvisamente le ragioni del rispetto: forse la liberà di satira non dovrebbe essere illimitata e incondizionata, come perentoriamente si era affermato ai tempi di Charlie Hebdo.
Ma torniamo al burqini. Chi ha ragione?
Dico subito che il mio istinto è tutto pro-burqini. Fatto salvo il principio che, per elementari ragioni di sicurezza, nessuno deve poter girare in pubblico a volto coperto, e che il principio vale erga omnes, dalla donna in burqa al malvivente con passamontagna che dà l’assalto a una banca, trovo abbastanza irragionevole che noi occidentali assumiamo verso l’Islam (o verso qualsiasi altra cultura diversa dalla nostra) un atteggiamento paternalista in materia di stili di vita. Questo per due distinte ragioni.
La prima, e la meno importante perché alquanto soggettiva, è che provo sempre un certo imbarazzo quando vedo qualcuno che spiega a qualcun altro quali sono i suoi veri interessi, o pretende di conoscerne la volontà autentica. Il fatto che non pochi di noi (islamici e non) agiscano sotto ricatto, pressioni di gruppo, ingerenze familiari – una circostanza che fa purtroppo parte della fisiologia sociale – non autorizza nessun Ente superiore, sia esso lo Stato, la Giustizia o altro, a farsi interprete delle nostre vere preferenze e della nostra vera volontà. Nessuno può obbligarci ad essere liberi contro la nostra volontà dichiarata.
Ma c’è una ragione più importante per cui ritengo che dovremmo andarci piano con i nostri giudizi sulle culture che ci appaiono diverse dalla nostra. Ed è che tali culture spesso non sono affatto diverse, bensì situate in un altro tempo. Per diversi aspetti sono la nostra stessa cultura, com’era 100, 50, o anche solo 30 anni fa. E qui non mi riferisco tanto o solo al modo di vestire, in chiesa come in spiaggia, un punto su cui basterebbero poche foto d’epoca per mostrarci quanto il pudore islamico di oggi somigli a quello occidentale di due generazioni fa. Quello che ho in mente sono i più alti valori di cui la nostra civiltà, specie europea, si fa spesso vanto, ad esempio la democrazia e il ripudio della pena di morte.
Troppo spesso ci dimentichiamo che le conquiste che a molti di noi oggi paiono naturali e irrinunciabili, in quanto condizioni minime di civiltà, sono frutto di un percorso durato secoli e che in molti paesi “civili” si è concluso da poco, o deve tuttora concludersi. Ancora alla fine della seconda guerra mondiale, il suffragio universale non esisteva in Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Giappone. Quanto alla pena di morte, essa resiste tuttora negli Stati Uniti, ed è scomparsa dagli ordinamenti dei principali paesi europei solo in tempi recenti. Nel Regno Unito, in Belgio e in Spagna era ancora in vigore all’inizio degli anni ’90; in Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca alla fine degli anni ’70 o nei primi anni ’80. In Francia l’ultima esecuzione capitale, mediante ghigliottina, avviene nel 1977, quasi dieci anni dopo le due grandi rivoluzioni del costume del sessantotto e del femminismo. Per non parlare del Vaticano, che ora invoca la sospensione di tutte le esecuzioni capitali, ma ha aspettato fino al 2001 (con Wojtyla) per decidersi ad eliminare la pena di morte dalla Legge fondamentale dello Stato Pontificio.
Naturalmente può ben darsi che molte culture non occidentali evolvano, in definitiva, verso costumi diversi dai nostri. E tuttavia non dovremmo trascurare un’altra possibilità, o meglio un'altra ricostruzione di come siano andate le cose nell’era delle frontiere aperte. L’incontro-scontro fra modelli culturali oggi in atto fra l’Occidente consumista ed iper-emancipato e i molti popoli che, con comprensibile sbalordimento, ne osservano costumi e modi di vita, sarebbe potuto essere meno traumatico, e forse anche meno violento, se l’Occidente, e in particolare l’Europa, fossero stati meno immemori del proprio recente passato, e più consapevoli della lentezza con cui evolvono le culture. L’ingenuo (o fin troppo cinico) entusiasmo con cui i paesi leader del mondo hanno aperto le loro economie e le loro frontiere sembra aver fatto perdere di vista una distinzione essenziale: il trasferimento tecnologico, tanto più nell'era di internet, può anche essere molto rapido, ma la comunicazione e l’integrazione reciproca fra culture richiedono molto più tempo. È come se i vantaggi dell’arretratezza economica, magistralmente descritti da Gerschenkron negli anni ’60 del secolo scorso, ovvero l'idea che un paese arretrato possa bruciare le tappe della modernizzazione facendo tesoro delle conquiste economiche e tecnologiche dei paesi avanzati, fossero stati attribuiti anche all'evoluzione delle culture. Pensare che miliardi di uomini, nel giro di pochissimi decenni, potessero superare differenze e barriere formatesi nei secoli o nei millenni, è stato probabilmente il più grave errore di valutazione che le élites economiche e culturali del mondo avanzato abbiano commesso dopo la seconda guerra mondiale. Globalizzazione degli scambi, allargamento a Est, apertura ai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, non erano di per sé scelte sbagliate, ma assai imprudente è stato non considerare il fattore tempo: tre decenni sono più che sufficienti per modernizzare un’economia, ma possono essere davvero pochi per mettere in comunicazione due culture.
Guardando al futuro, se davvero vogliamo attenerci al rispetto delle altre culture e delle altre civiltà, dovremmo essere preparati ad accogliere tutte le eventualità. Può darsi che i modelli occidentali, con le loro promesse di benessere e di libertà, finiscano per imporsi nella maggior parte dei Paesi del mondo, e che sia solo questione di tempo: prima o poi vedremo le donne islamiche in bikini. Ma può anche darsi che, specie in campo etico e nel costume, la civiltà libertaria e un po’ esibizionista dell’Occidente non attecchisca ovunque: in quel caso vedremo diversi burqini anche quando padri-padroni e mariti-signori saranno stati costretti a fare un passo indietro.
E poi c’è una terza possibilità, ignorata dalla sociologia ma non dalla letteratura. Può anche darsi che, a fare un piccolo passo verso il passato, siano i costumi dell'Occidente, una possibilità chiaramente adombrata nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (Sottomissione, Bompiani 2015): in quel caso vedremo le donne occidentali gareggiare a chi sfoggia il burqini più bello.
«Il Sole 24 ore» del 4 settembre 2016

09 settembre 2016

Il secolarismo francese difende le libertà di tutti

Prospettive diverse
di Paul Berman
Il principio della laïcité, che ha portato al divieto del «burkini», non viene capito negli Stati Uniti pur essendo perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano della divisione tra stato e chiesa: a prescindere da quanto facciano le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso
Quella che segue è una sintesi dell’articolo di Paul Berman pubblicato dalla rivista «Tablet»

***

Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari in Francia hanno appena varato il divieto di indossare in spiaggia il burkini islamico, ovvero il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Di conseguenza, e com’era prevedibile, assistiamo a una reazione di sgomento tipicamente americano, di stampo tradizionale e per certi versi persino folkloristico, nei confronti della Francia e della sua antipatia verso alcuni tipi di abbigliamento islamico. Lo sconcerto americano, da un decennio a questa parte, affonda le radici su un unico presupposto, immutabile e incontestato, come se nulla fosse cambiato in questi ultimi anni, e come se non fossero emersi nuovi dati.
Il presupposto è che la Francia voglia dettare norme in fatto di abbigliamento islamico perché i francesi nutrono in sostanza un forte pregiudizio nei confronti della loro minoranza musulmana. Tuttavia, l’interpretazione americana riconosce una complicazione aggiuntiva, e cioè: i francesi, che sono incorreggibili razzisti, non sembrano credere di esserlo. Al contrario, si sono convinti che, nel regolare l’abbigliamento islamico, si stiano comportando in modo straordinariamente illuminato, seguendo addirittura un principio così elevato ed ineffabile che solo il popolo francese è in grado di capirlo. Tale principio è un’assurdità tutta francese, la quale, nella sua raffinatissima nobiltà, non può essere tradotta nel vernacolo inglese, ma deve per forza esprimersi in un vocabolo francese incomprensibile, impronunciabile e intraducibile: la laïcité.
In realtà, laïcité è perfettamente traducibile, significa secolarismo. Non c’è motivo di ricorrere al termine francese nel mondo anglosassone. È un concetto perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano del muro di divisione tra stato e chiesa, in versione francese. Il principio jeffersoniano in America significa che, a prescindere da quanto facciano o vogliano proclamare le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso. La versione francese è identica. La scuola pubblica, per esempio, non deve diventare terreno di conquista delle chiese – o degli imam islamisti, nella situazione attuale.
Il secolarismo repubblicano non è, dopo tutto, solo un concetto negativo, il cui unico scopo è quello di tenere alla larga il fanatismo religioso. Il secolarismo repubblicano è un principio positivo, capace di offrire qualcosa all’individuo. È questo il principio della cittadinanza. Nella sua versione francese, il secolarismo repubblicano dice a ciascun individuo: i «diritti dell’uomo e del cittadino» sono i tuoi diritti, indipendentemente da quanto vadano proclamando le chiese. L’ideale repubblicano francese, nel suo secolarismo, è qualcosa di più grande ed emozionante di qualunque cosa possano offrire gli islamisti. L’ideale islamista è una promessa falsa e degradante, che corrisponde all’auto oppressione. L’ideale repubblicano francese è la liberazione – almeno in principio.
Pertanto questa laïcité così perfettamente comprensibile e traducibile, incarna l’ideale repubblicano secolare: questo vuole la maggioranza dei francesi, anche se taluni sono razzisti. L’ideale repubblicano secolare incarna quello che la maggioranza dei musulmani francese vuole, anche se taluni sono stati sedotti e fuorviati dall’odio e dalle manovre degli islamisti. Gli immigrati dall’Africa del nord sono venuti in Francia inseguendo questo ideale. Il dibattito su quali misure adottare per contenere ed emarginare il movimento islamista si è svolto nell’ambito di questo ideale. Ed è stato un dibattito fecondo.
Mi auguro che i commentari americani sulla Francia sapranno mostrare un po’ più di rispetto per la serietà con la quale è stato affrontato questo dibattito: chiedo troppo? Ahimè, temo di sì. In Francia persiste da decenni un certo qual vezzo di far mostra di anti americanismo, e in America si riscontra un’usanza altrettanto antica e curiosa di prendere in giro i francesi. Questa purtroppo è l’abitudine americana che da una decina d’anni a questa parte spinge gli analisti a vedere nel secolarismo della Francia repubblicana un mero attacco razzista contro le libertà individuali, anziché capire che si tratta di una difesa antirazzista delle libertà individuali.

(Traduzione di Rita Baldassarre)
«Il corriere della sera» dell'8 settembre 2016

06 settembre 2016

Intelligenza e diversità. Burkini e buona convivenza

di Carlo Cardia
Può sembrare una polemica leggera, quella che s’è aperta e sviluppata in alcuni Paesi europei, e di riflesso in Italia, sulla questione del "burkini", ma in fondo non lo è, soprattutto per i toni e alcune scelte che ne sono derivate. Indico due esempi. In Francia, seguendo l’orgogliosa (ma assai angusta) rivendicazione della laïcité che è propria della tradizione gallicana, si tende alla proibizione più o meno integrale del modo di vestire di alcune donne musulmane quando si trovano in luoghi di mare.
Il Paese che non tollera simboli religiosi in pubblico (ma li accetta quando sono utili come attrazioni turistiche), che proibisce il velo o la stella di Davide anche agli studenti e persino nelle gite scolastiche, che intende formare decine di migliaia di professori con l’esclusiva funzione di diffondere i valori repubblicani della laïcité, ed è giunta a suggerire il divieto per gli atleti di farsi il segno della Croce prima di entrare in un campo sportivo, o durante la gara, questa Francia ha creduto di non potersi esimere (quasi per coerenza estrema) dal vietare una vestimento che evoca un’appartenenza confessionale o culturale.
In Italia, dove non s’è fatta alcuna guerra al velo o ad altro simbolo, in virtù di una laicità serena e rispettosa di tutti, si sono levate alcune grida a favore del divieto, la peggiore delle quali è questa: il burkini in sé non sarebbe un problema, ma siccome viene indossato per motivi identitari da chi "combatte" l’Occidente, allora bisogna vietarlo. Affermazione di pura intolleranza, perché forzando fatti e intenzioni delle persone, scruta nelle motivazioni della scelta del burkini, e dichiara apertamente di voler respingere ogni altra identità, pur nel vestiario. Un brutto esempio, mi sembra, di come si possano, semplicemente, rifiutare gli altri.
Ragioniamo, allora, con pacatezza su un problema che può esistere, ma non è certamente al vertice della globalizzazione e delle sue conseguenze interculturali. Ci troviamo anzitutto in tema di libertà di abbigliamento, che ha dei limiti (pochi e precisi), ma anche un amplissimo spazio di esplicazione. E la varietà di fogge, personali e collettive, prodotta dentro e fuori l’abito della religione è una caratteristica di ogni tempo e cultura.
Noi italiani, per esempio, veniamo da una tradizione d’infinite fogge divenuteci familiari: religiosi, religiose, preti, prelati con abiti di tanti colori e linee, hanno riempito secoli della nostra storia e la vita quotidiana di tante generazioni, e forse per questo ci hanno abituato a una tolleranza innata, perfino a una certa curiosità, che si sono riversati poi su altri usi introdotti dal pluralismo etnico e religiosi degli ultimi decenni.
In ogni parte d’Europa, ad esempio, conosciamo i Sikh (provenienti dalla regione indiana del Punjab) che guidano autobus inglesi con il Turbante ben noto ai londinesi, poi monaci buddhisti che evocano in qualche modo i nostri monaci d’altri tempi, mentre nei decenni scorsi abbiamo conosciuto l’invasione degli "arancioni", anch’essi di provenienza orientale.
E nelle nostre spiagge, ha ricordato giustamente Chiara Saraceno, si sono sempre incontrati uomini e donne anziani (ma non solo) vestiti (quasi) di tutto punto e che non hanno alcuna voglia di fare il bagno.
Così come in spiaggia possono andare religiosi d’ogni appartenenza, anch’essi senza intenzione di bagnarsi, vestiti come vestono in città. I limiti alla libertà di abbigliamento mirano a finalità specifiche, evitare problemi di sicurezza e non trarre in inganno sul proprio status: quindi in linea di massima non si può circolare in pubblico celando la propria identità, o indossando divise militari o d’altro tipo per sfruttare la buona fede degli altri. In altri Paesi non si può indossare la divisa delle SS naziste, o analoghe fogge, per evidentissime ragioni. Divieti specifici, motivati da ragioni condivise.
Ciò spiega, tra l’altro, perché il problema del Burqa sia un problema del tutto diverso rispetto al velo o al burkini, e vada trattato con altri criteri. Cosa resta, allora, nella sostanza, delle discussioni d’agosto su una querelle francamente esagerata. Molto poco, se non un certo fastidio nel vedere una cosa così diversa e originale rispetto alle abitudini moderne, e che può generare in alcuni una reazione psicologica negativa.
Ma allora si tocca un punto importante. Come vogliamo affrontare e superare il grande tema della globalizzazione e dell’interculturalità se ci facciamo allarmare da fastidi e reazioni psicologiche secondarie? Possiamo accantonare accoglienza, pluralismo, diversità, solo per una eccentricità d’abbigliamento, confondendo princìpi decisivi per la nostra convivenza con questioni minori, e prive di autentico rilievo sociale e giuridico. Infine, l’ultimo argomento che viene sottilmente suggerito, è che le donne che indossano il burkini lo fanno senza fruire di una vera libertà, quasi costrette dal loro ambiente e dalla cultura che le condiziona e domina.
Riflettiamo anche su questo punto. C’è una certa presunzione nel voler decidere noi quando c’è sicura costrizione in questioni che non sono patologiche, e soprattutto manca una fiducia, necessaria nell’era della multiculturalità, nell’evoluzione dei costumi di tutti noi, quelli che vengono da fuori e quelli che vivono in Occidente da sempre.
L’evoluzione è continua, soprattutto in materia di abbigliamento, e ha investito e continuerà a coinvolgere i giovani, uomini e donne, d’ogni religione o cultura, secondo una freccia che non possiamo prevedere, e che non possiamo guidare a piacimento, o solo con divieti e proibizioni.
Il burkini, per esempio, non ha invaso le spiagge negli ultimi anni, e potrebbe declinare presto, e spontaneamente.
E infine, vorrà pur voler dire qualcosa se in Italia, che non ha posto divieti e proibizioni, non c’è mai stata una guerra del velo, o una guerra del crocifisso (anzi l’unica controversia legale che ha coinvolto il Crocifisso è stata superata dal nostro Paese con una vittoria dell’intelligenza e delle sana tolleranza a Strasburgo), mentre le tensioni e le infinite liti giudiziarie sono sorte nei Paesi dove s’è voluto stabilire cosa è giusto e non giusto anche per ciò che indossa una donna o un ragazzo, cristiano, ebreo, sikh, buddista o musulmano.
La strada dei divieti è larga, perché i divieti sono facili a farsi, ma porta sempre a far urtare gli uni con gli altri; la strada dell’accoglienza, quando non vi siano in gioco principi fondamentali o i diritti degli altri, è saggia perché alimenta buona e intelligente convivenza.
«Avvenire» del 21 agosto 2016

Sì al burkini in spiaggia purché sia una scelta

La decisione del Consiglio costituzionale francese di non vietare il costume islamico è sacrosanta, ma affronta metà del problema. Come si fa a essere certi che le donne non siano obbligate a indossarlo? La nostra cultura deve contrastare ogni imposizione
di Ernesto Galli della Loggia
Mi ha molto sorpreso il carattere fortemente unilaterale che ha avuto il dibattito sul burkini accesosi nelle ultime settimane. Un carattere unilaterale che la dice lunga sull’autocensura a cui noi europei più o meno inconsciamente tendiamo ad obbedire quando oggi ragioniamo dell’Islam: per l’appunto badando costantemente alla libertà da garantire della religione islamica ma assai poco a quella da garantire agli islamici.
Mi spiego. Dopo la sacrosante decisione del Consiglio Costituzionale francese ogni donna di fede islamica che voglia indossare il burkini è libera di farlo. D’accordo, non poteva essere diversamente. Questa però è solo la metà del problema che a suo modo il decreto antiburkini poneva e — malamente, molto malamente, ripeto — mirava a risolvere. Ho detto «ogni donna di fede islamica che voglia indossare il burkini…». Benissimo: ma la donna islamica che invece non volesse? potrà farlo? che ne è della sua volontà? L’altra metà del problema è per l’appunto questa.
È il problema posto dalla presenza nei Paesi europei di comunità come quelle islamiche caratterizzate in genere da strutture interne, familiari e non, fortemente gerarchizzate che assegnano alle donne un obbligo di sottomissione nonché una libertà di comportamento e di espressione limitato, spesso gravemente limitato (per esempio nel caso dell’abbigliamento e dei costumi sessuali e matrimoniali), rispetto a quello maschile. Si tratta di comunità, in altre parole, che sulla base di precetti religiosi (non m’interessa se fondati o no ) non riconoscono a uomini e donne né eguali diritti e doveri né eguale modalità di presenza nello spazio privato come in quello pubblico. Non solo, ma che, almeno per consuetudine, considerano normale che il maschio eserciti un potere di sanzione nei confronti della donna che non rispetti le regole suddette.
Si pone dunque un problema reale, mi pare: possono le nostre società e i nostri ordinamenti accettare che al proprio interno esistano vaste enclaves dove abitualmente (lo sottolineo: non come una sporadica eccezione, ma come loro abituale modo d’essere) non vigono alcuni basilari principi di eguaglianza? E pure ammesso (e tuttavia concesso con qualche difficoltà, lo ammetto) che nella stragrande maggioranza dei casi le donne accettino senza problemi, anzi addirittura volentieri, lo stato di inferiorità/sottomissione loro assegnato, può ciò bastare a cancellare l’anormalità del quadro complessivo e indurre quindi i poteri pubblici a non intervenire?
Mi viene in mente una fattispecie che presenta più d’una analogia con ciò di cui sto parlando. Fino a qualche decennio fa il codice penale italiano consentiva che il colpevole del reato di stupro vedesse il proprio crimine di fatto cancellato se egli si offriva di sposare la vittima, e se questa a propria volta accettava. Come forse qualcuno ricorda, un tale meccanismo «riparatore» aveva abitualmente corso in molte contrade specie dell’Italia meridionale. Nessuno però si prendeva la briga di indagare a quali e quante pressioni la vittima era stata sottoposta da parte di un ambiente, innanzi tutto familiare, il quale, se lei non avesse accettato di sposare il suo stupratore l’avrebbe considerata per sempre «disonorata». Orbene, proprio per rompere questa pressione ambientale spesso fortissima nei riguardi di un soggetto palesemente debole, della cui libera volontà non si poteva mai essere realmente certi, proprio perciò la legge fu cambiata, cancellando la possibilità del matrimonio «riparatore».
È consentito dire che più o meno allo stesso modo non è sufficientemente certo che una donna islamica che indossa il burkini lo faccia realmente di sua spontanea volontà? Insomma: il principio tipicamente liberale che purché non si rechi danno ad altri ognuno può fare ciò che vuole è, sì, un principio sacrosanto della nostra convivenza; ma lo è appunto perché si presume che ciò che si fa è effettivamente ciò che si vuole (non per nulla in vari casi la legge punisce molto severamente la coartazione, in qualunque modo conseguita, della volontà altrui; si pensi al caso del matrimonio). Ma come si capisce, tutto cambia se cambia la premessa.
Come risolvere allora questo contrasto tra una società la quale s’ispira largamente al principio che è vietato vietare, e alcune parti di questa stessa società che invece sono tuttora strette a un sistema di divieti anche molto penetranti riguardo la sfera dell’agire individuale, divieti per giunta sanzionabili e sanzionati in modo del tutto arbitrario ma efficace da autorità informali come possono essere un padre o un fratello?
Rigettata ogni idea di ricorrere a leggi che risulterebbero di fatto liberticide e controproducenti non resta che un solo modo: e cioè integrazione, integrazione e ancora integrazione, rivolta in modo speciale alle classi giovanili e portata avanti con risoluta fermezza. L’imposizione dell’obbligo scolastico a maschi e femmine con un controllo «spietato» e continuo del suo adempimento e dunque sanzioni durissime ai genitori inadempienti; un’istruzione concepita e organizzata con un corredo altrettanto obbligatorio di gite, visite a musei, spettacoli teatrali e cinematografici, attività culturali e sportive; diffusione capillare della lingua italiana mediante corsi per adulti con l’eventuale collaborazione di personale religioso islamico di provata fedeltà; e poi anche il rigoroso intervento della legge ogni volta che sia abbia il minimo sospetto di una violazione dei diritti della persona (dalla tratta delle donne ai matrimoni combinati per le minorenni, alle forme più o meno larvate di poligamia), nonché, per finire, una larga politica della concessione della cittadinanza — ma con il divieto della doppia cittadinanza — mirata in special modo ai giovani figli di stranieri nati in Italia (ormai sono decine di migliaia).
È con questi mezzi e molti altri che si può tentare quella lunga e difficile opera di migrazione culturale necessariamente conseguente alla migrazione geografica. Operazione lunga e difficile, per la quale ci vorrebbe un governo consapevole fino in fondo della sua necessità, e che non deve nascondersi il proprio obiettivo: provare a spezzare l’involucro comunitario che in un numero non indifferente di casi può rivelarsi per i singoli una terribile prigione. Altrimenti con il tempo andremo di sicuro verso il radicamento nella nostra Penisola di una, due, tre comunità straniere sempre più grandi e numerose, non comunicanti tra loro, alternative e in vari modi concorrenti con la preesistente comunità nazionale. Con l’effetto, alla lunga inevitabile, di far nascere un clima di latente guerra civile.
«Corriere della Sera» del 1 settembre 2016

27 marzo 2016

Più che mai misericordia

Le apocalissi di oggi e l’urgente risposta
di Francesco D’Agostino
Sono tre i macro-fenomeni che stanno lacerando la modernità (o per essere più precisi, la post-modernità): la violenza terroristica, l’immigrazione incontrollabile, la destrutturazione del matrimonio e della famiglia. Sembrano tre fenomeni molto diversi tra loro e vengono infatti giudicati molto diversamente, almeno da parte dell’ opinione pubblica occidentale: all’unanime deprecazione del terrorismo (deprecazione cui si unisce, per fortuna, anche gran parte dell’opinione pubblica musulmana) si accompagna l’estrema difficoltà di trovare uno stesso registro per qualificare i flussi immigratori (quale prevale? Quello demografico, quello antropologico, quello solidaristico, quello economico, quello xenofobo…?) e la vistosa spaccatura valutativa per quel che concerne la questione della ridefinizione del matrimonio e della famiglia (ridefinizione ritenuta doverosa da alcuni, nel segno di un allargamento dell’orizzonte dei diritti, e rovinosa da altri, nel segno di una mutazione antropologica dalle conseguenze rischiosissime e imprevedibili).
Sono davvero così diversi tra di loro questi tre fenomeni? Certamente sono diversi, ma rinviano tutti e tre, ciascuno ovviamente a suo modo, a una sorta di apocalisse, nel senso etimologico del termine, da intendere quindi non come catastrofe, ma come rivelazione, inaspettata e conturbante, della sostanza nascosta dell'anima moderna, della sua lacerazione tra secolarismo estremo ed estremo fondamentalismo, tra le ragioni dell’economia e quelle della fame e della paura, tra la perdita della speranza nell’uomo e il tentativo (illusorio e grottesco) di "ricostruirlo". Dal terrorismo, dai flussi migratori, dalla fine di un mondo la destrutturazione della famiglia emerge con sempre maggiore evidenza: quel mondo in cui si è cercato di controllare e dare limiti alla crudeltà e alla guerra, quel mondo in cui l’ospitalità era intesa come un dovere di misericordia, quel mondo in cui matrimonio e famiglia erano pensati in un orizzonte non individualistico, ma relazionale, aperto non al presente, ma al futuro.
Di qui l’angoscia che ci pervade e che in particolare sfida i cristiani, uomini e donne di speranza, che percepiscono di fronte a questo duro presente l’apparente inadeguatezza della loro visione, per così dire "tradizionale", del mondo. La fine di un mondo però non va confusa con la fine del mondo. La società a base cristiana (e la nostra di oggi lo è solo in parte) si è già confrontato, nella sua storia, con crisi analoghe e forse anche più dure della crisi del nostro tempo: quando, per esempio, la tarda antichità è implosa, quando l’unità della Chiesa è andata in frantumi, prima con lo scisma d’Oriente, poi con l’avvento della Riforma, o quando, agli inizi dell’epoca moderna, ha dovuto prendere atto, anche con sbigottimento, dell’esistenza di altri continenti e di altri popoli e culture.
La gestione e a volte la soluzione di queste crisi non sono state affidate, in passato, a lucidi progetti pianificati 'a tavolino': ma quando si è cercato di procedere in questo modo si sono solo ottenuti disastri. La Chiesa, quando si è lasciata guidare dalle sue forze migliori, si è sempre invece affidata allo Spirito, che sa dove 'soffiare' e che soprattutto soffia dove vuole.
Di qui una serie di insegnamenti profondi: non esistono 'tecniche' per fronteggiare crisi epocali come quelle di cui siamo testimoni, non ha senso gestirle attivando conflitti circoscritti, ancorché di grande rilievo, né possiamo pensare di poter ridurre l’impegno degli uomini di buona volontà a pur nobili (e necessarie!) prassi educative, comunicative, solidaristiche. Allo smarrimento dell’anima moderna non si possono dare risposte 'funzionali'. Prima di interrogarci su 'come' dobbiamo agire, dobbiamo tornare a porci la domanda su 'cosa' significhi propriamente per l’uomo 'agire'. La misericordia, sulla quale papa Francesco ci impegna tutti a meditare, in questo Anno Santo, non è la chiave per ottenere la soluzione dei problemi che ci affliggono, ma è l’unico orizzonte di senso a nostra disposizione per capirli. È a nostra disposizione perché Dio ce lo ha rivelato, affidandone l’uso alla nostra responsabilità. Siamo in grado, qui e ora, di rispondere davvero alle provocazioni della misericordia?
«Avvenire» del 24 marzo 2016

26 marzo 2016

Convivenza, è la scuola dove la sfida si decide

di Eraldo Affinati
Ogni bomba che esplode in Europa ci riporta indietro nei secoli, in un vortice di reciproche incomprensioni. Crollano i ponti. Si alzano i muri. Tornano i fantasmi del passato. Tutto il lavoro umano che è stato compiuto in questi anni difficili sembra vanificato nel sangue dei corpi dilaniati.
Eppure noi dobbiamo continuare a scommettere sul futuro: non abbiamo altra scelta.
Il tema resta sempre quello educativo: raccogliere il testimone da chi ci precede per consegnarlo a chi verrà dopo, nella speranza che non sia un tronco bruciato, ma una moneta d’oro. La scuola diventa il luogo elettivo del confronto antropologico, il campo operativo della sfida decisiva: nessuno deve rinunciare alla propria identità, ma tutti dovrebbero rispettare quella altrui. È necessario trovare delle piattaforme comuni d’intesa e la nostra Costituzione indica grandi ed essenziali princìpi. I linguaggi non devono essere specialistici: si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. Io credo di poter interpretare così l’umanesimo integrale di papa Francesco.
L’altra sera, all’indomani degli attentati in Belgio, ero a cena con Khaliq, originario della Sierra Leone, mio ex studente alla Città dei Ragazzi di Roma, riuscito a sopravvivere dopo aver perso i contatti con la famiglia originaria. Oggi ha un lavoro, una moglie e un bambino di pochi mesi. Ogni mattina, all’alba, prega in ginocchio sotto lo sguardo incantato di Sharif, il figlio piccolo. Cosa ne faremo dello stupore di questo nuovo italiano di fronte alla fede del padre? Quali scenari costruiremo intorno alla sua meraviglia?
Se pensassimo che basterà concedergli l’assistenza sanitaria e iscriverlo alle elementari, allora Molenbeek, il quartiere di Bruxelles che ha favorito e protetto prima la fuga, poi la latitanza di Salah Abdeslam, non ci avrà insegnato niente.
Il lavoro che ci aspetta è molto più profondo: pre-politico, pre-giuridico, pre-sociale, pre-religioso. Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dello sguardo altrui. Il che significa creare i presupposti per una relazione umana libera dal pregiudizio e dall’ideologia.
Faccio un solo esempio concreto. Da quest’anno la nuova riforma dell’istruzione italiana prevede che gli studenti delle medie superiori svolgano, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, un periodo di tirocinio attivo presso aziende, enti o associazioni. Si tratta di una preziosa opportunità che non dovremmo sottovalutare. Nei mesi scorsi, grazie al sostegno attivo di molti volontari della Penny Wirton, una scuola di lingua italiana per immigrati, ho cercato di formare un gruppo di liceali romane a questo tipo di insegnamento. Vedere Chiara o Sonia, della terza C, impegnate di pomeriggio a scandire le sillabe con Mohamed e Ismail, analfabeti nella lingua madre, rafforza la nostra tensione partecipativa: in quale altro luogo gli adolescenti egiziani, appena arrivati dal Delta del Nilo, avrebbero potuto trovare una simile accoglienza?
«In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti eguali», scriveva don Lorenzo Milani. Adesso, quasi cinquant’anni dopo, i ragazzi annunciati dal priore di Barbiana sono fra noi. E hanno il medesimo antico, identico problema dei piccoli mugellani: imparare la lingua. Che non significa solo saper coniugare il verbo essere e avere. Vuol dire crescere, diventare adulti, unire il pensiero e l’azione, dare senso all’esperienza, capire la preghiera del padre, prima ancora di accettarla o rifiutarla. Soltanto se loro, sparute avanguardie di popoli in movimento, avranno compiuto questo percorso interiore non da soli ma con noi, potremo dire, tutti insieme, di aver fatto terra bruciata intorno ai terroristi.
«Avvenire» del 26 marzo 2016

04 febbraio 2016

Statue coperte per Rohani, i parvenu del «pudicamente corretto»

di Andrea Carandini
È bello il volto di Rohani, compreso tra la barba e il turbante. Brutte sono invece le statue inscatolate sul Campidoglio per non mostrare peni, pubi, natiche, bacini e seni, parti con cui l'umanità ha da sempre giocherellato anche riproducendosi. È da rispettare un politico che non voglia vedere nudità, ma basta che non entri in un nostro museo, ché nella vita urbana la gente gira vestita anche nel secolare Occidente. C'è tanto da vedere in Italia senza nudità esposte, a partire dalle architetture, tutte sempre svestite ma per fortuna astratte così da non indurre in tentazione.
Questo fare da beghine mi rende contento di appartenere a una società aperta, democratica e liberale, alla civiltà europea che con l'antesignano Vico e soprattutto con Herder ha scoperto lo storicismo, ma soltanto nel XVIII secolo. Infatti tra Voltaire che dà del barbaro a Shakespeare e Herder che capisce i valori più diversi nel mondo vi è un salto di cultura che distingue la mia sensibilità da una sensibilità classicistica ormai remota.
In cosa sta il modo nostro di sentire attuale? Nel fatto che è possibile apprezzare le diverse civiltà umane, sprofondate nel tempo e sparse per il globo, anche quando non se ne condividono i costumi. Leggo godendo l'Iliade, ma non percepisco più come Achille. Studio da una vita i Romani ma la schiavitù è orribile. La tetralogia di Wagner mi emoziona ma l'unisono con Sigfrido dove è?
Le diverse fioriture umane e gli usi strani a esse congiunte sono dovute sempre a nostri simili, metà angeli e meta diavoli - esiste forse il male assoluto? -, e noi possiamo godere e soffrire di queste differenze, patendo ogni volta che qualcuno, autoproclamatosi angelo, ha accusato altri d'essere diavoli. Ciò è avvenuto, su enorme scala, alla fine del IV secolo d.C., quando imperatori cristiani hanno abolito un paganesimo che abbiamo dovuto riscoprire nel Rinascimento.
La tolleranza va bene, ma forse è poco! Preferisco vedere cosa vi è di buono e cosa di cattivo in ogni primavera umana, senza che ciò implichi la rinuncia a quello che sono nel mio contesto e che avverto come casa mia. Capisco dignità e indignità, condividendo le prime e allontanandomi dalle seconde, ma sono pronto a difendere, anche con la forza, la civiltà a cui appartengo, ove qualcuno si proponesse di distruggerla. Da questo punto di vista, anche piccoli atti simbolici andrebbero rintuzzati.
Chi viene in Italia dovrebbe comportarsi come noi quando siamo invitati a cena. La casa dell'amico o dello straniero ci può piacere o meno, possiamo gradire o non gradire che si preghi prima di mangiare, che si dica “buon appetito”, ma non ci sediamo per terra se ci sono seggiole e non trinciamo quadri se l'arte non ci piace.
Infatti, a parte pochi valori e principi primi che rientrano nel terreno comune dell'umanità e che uniscono gli uomini in grande parte dei luoghi e dei tempi, gli usi e i costumi variano in un inesauribile caleidoscopio e noi di ciò possiamo godere e soffrire, sempre sapendo che la plurimità prevale nell' umano rispetto all'unità e noi abbiamo il diritto che i mores di casa nostra siano rispettati da coloro che vengono a visitarci.
A questa consapevolezza di ciò che è uno e di ciò che è plurimo nell'uomo l'umanità non pervenuta allo storicismo può iniziarsi grazie alle civiltà tolleranti esistite nel passato e anche grazie dall'Europa di oggi. Ma se noi, al contrario, scimmiottiamo intolleranze e censure altrui, in una insopportabile presunta correttezza politica, rinunciamo a noi stessi e a uno dei ruoli benefici che potremmo svolgere nel mondo con modestia, nonostante i tanti errori di tracotanza commessi.
Si può vivere bene anche senza conoscere il Discobolo di Mirone, ma conoscendolo si vive in modo più pieno, a contatto con i Greci antichi, il che non obbliga nessuno oggi a denudarsi e a lanciare il disco in uno stadio. Atene e Roma non sono modelli ma neppure civiltà da cancellare: fanno parte del repertorio umano globale di cui l'intero globlo è ormai erede. I Cinesi non si appassionano ancora oggi al diritto romano? E quegli omini minuscoli in vastissima natura dei paesaggi della tradizione pittorica cinese non sono di ammonimento a noi e a loro che che abbiamo finito per asservirla e rovinarla?
I politici e i funzionari che hanno ordinato la copertura delle statue nude in Campidoglio si sono vergognati da parvenus della nostra tradizione culturale, sperando magari nell'oro persiano, ma così facendo hanno ampliato la confusione, che già nel mondo abbonda.
Viene da sorridere pensando che Berlusconi ha aggiunto il pene mancante a un Marte nudo e che Renzi abbia nascosto bellezze spogliate sul Campidoglio: impudicizie e pudicizie improprie del made in Italy.
«Il Sole 24 Ore» del 28 gennaio 2016

02 febbraio 2016

Rouhani e le statue coperte: la libertà non si contratta

La visita a Roma
di Pierluigi Battista
Era il presidente iraniano che avrebbe dovuto adattarsi
Speriamo che quelle statue vengano svestite al più presto. Restituite alla loro nudità. Che poi significa restituite alla loro libertà. Averle ricoperte per non offendere l’ospite, il presidente iraniano Rouhani, è stato un segno di cedimento culturale. Una macchia. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Non dobbiamo pensare che la nudità dell’arte sia qualcosa di spregevole o di vergognoso.
Consideriamo giustamente ridicoli i braghettoni con cui in passato il bigottismo cercava di coprire il nudo delle statue. E quel nudo ci racconta che nel nostro «stile di vita» la libertà artistica è parte integrante e imprescindibile della libertà tout court. Chi chiede che le nostre stature siano coperte manifesta un’arroganza culturale che dovremmo respingere, una pretesa di superiorità morale che possiamo spedire tranquillamente al mittente.
Invece ci mettiamo sempre in difesa. Ammettiamo che, certo, quei nudi possono rappresentare qualcosa di sconveniente. Che dovremmo nasconderli per non dare all’ar-cigno ospite una brutta impressione. Non vogliamo capire che la libertà d’espressione non è una cosa da maneggiare come fosse cosa impura. Non vogliamo capire che una battaglia culturale non è un atto bellicoso, ma un atto d’amore nei confronti di ciò che siamo e che siamo diventati pagando prezzi immensi.
La libertà di vestirsi e di svestirsi, la libertà di comportarsi senza seguire i precetti e i dogmi, la libertà di separare politica e religione. Era lui, il presidente Rouhani, che avrebbe dovuto adattarsi per non offenderci, e non il contrario. E non dovrebbe essere un contratto in più, o una mossa diplomatica, a farci rinnegare, tra l’altro con modalità che sfiorano il ridicolo, quello che siamo, anche in manifestazioni estetiche apparentemente innocue. Senza sfregiare, sia pur simbolicamente, i monumenti di cui andiamo orgogliosi.
«Corriere della sera» del 26 gennaio 2016

26 gennaio 2016

La fine dell'Occidente

di Francesco Toscano
La Venere capitolina (a destra) e la statua coperta (Ansa)

Le sculture raffiguranti immagini di nudo ai Musei Capitolini sono state coperte da pannelli per non offendere il presidente iraniano
Postato il 26 gennaio 2016

29 novembre 2015

Scuola di Rozzano, Renzi: «Non si dialoga rinunciando al Natale»

Il premier: quel preside provoca o sbaglia. Il dirigente: sono pronto a lasciare l’incarico
di Marco Galluzzo
Alla fine, dopo che il preside è stato sommerso dalle polemiche, dopo che è stato criticato persino dai genitori dei suoi alunni, musulmani e cattolici, dopo che si è detto pronto a lasciare l’incarico — come conferma Delia Campanelli, direttore scolastico regionale lombardo —, alla fine ha sentito la necessità di intervenire anche il premier: «Il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazione e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso».
Insomma, la decisione di un preside di provincia rilancia il dibattito sulla nostra identità, sul modo di convivere con chi professa altre fedi, sul significato di integrazione. Dice Matteo Renzi al Corriere, senza mezze misure: «Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano».
Lui, il preside, Marco Parma, 63 anni, dell’istituto Garofani a Rozzano, in provincia di Milano, si difende professando buone intenzioni. Ha deciso di cancellare le feste e i canti di Natale per non compromettere la sensibilità degli alunni di altre fedi.
L’Istituto comprensivo è frequentato da un migliaio di studenti, il 20% è di origine straniera. Dopo gli attentati di Parigi ha pensato che fosse meglio rinviare il concerto di Natale dei bimbi delle elementari al 21 gennaio, trasformandolo in concerto di inverno.
Laila Magar, 45 anni, egiziana di fede musulmana, abita a Rozzano da 7 anni, con il marito e i 4 figli. I due più piccoli, i gemelli Fatma e Yassin, hanno frequentato l’Istituto Garofani: «Ma a chi dà fastidio la festa di Natale? Forse al preside, di certo non alla comunità musulmana. I miei figli hanno sempre partecipato alle feste di Natale a scuola, hanno cantato “Tu scendi dalle stelle” e gli altri canti tradizionali cattolici. Perché si vuole creare un problema che non esiste?». Suo marito, Mahmoud El Kheir, 67 anni: «Chi siamo noi musulmani per dire che cosa si può fare nella scuola italiana? Noi siamo ospiti in questo Paese. Mi auguro che l’opinione pubblica capisca che la decisione non arriva da una richiesta dei genitori musulmani».
Il preside si difende così: «Credo sia un passo avanti verso l’integrazione rispettare la sensibilità di chi ha altre culture o religioni. Questa è una scuola multietnica». Critiche sono arrivate dal Pd, da Matteo Salvini («dovrebbe semplicemente essere licenziato»), e da quasi tutti gli altri partiti.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

La tentazione degli intellettuali: l’Occidente sempre colpevole

Contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente una voce in difesa della giustizia offesa
di Ernesto Galli della Loggia
Anche di fronte al terrorismo islamista una parte dell’intellettualità italiana sembra non poter fare a meno di giudicare la civiltà occidentale sempre come la più colpevole; o perlomeno malvagia e iniqua al pari di ogni altra. Rosetta Loy, per esempio, si domanda sul Fatto di venerdì scorso con quale faccia possiamo mai sentirci autorizzati, proprio noi, abitanti di questa parte del mondo e autori di alcune tra le peggiori nefandezze della storia, a lanciare parole di accusa contro gli autori della strage di Parigi.
Se lo chiede ricordando a mo’ di esempio il terrificante sistema di sfruttamento e sterminio messo in piedi alla fine dell’800 in Congo da quel vero criminale che fu Leopoldo II del Belgio. E naturalmente lo fa in polemica con il profluvio d’inni alla triade Liberté, Egalité, Fraternité ascoltati in questi giorni.
Non tiene conto però, Rosetta Loy, di un particolare decisivo. E cioè che contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente, perlopiù ispirata dai principi cristiani, una voce in difesa della giustizia offesa. Da quella di Las Casas e poi dei Gesuiti delle «Reducciones», denunciatori degli orrori della Conquista ispanica delle Americhe, a quella - che pure lei stessa ricorda - di Mark Twain, Conan Doyle, Joseph Conrad; voce che a proposito del Congo ebbe un’eco vastissima. Talmente vasta che il governo britannico incaricò un suo diplomatico, Roger Casement, di un’indagine in loco che, resa pubblica nel 1904, illustrò apertamente «la riduzione in schiavitù, le mutilazioni e le torture subite dagli indigeni nelle piantagioni della gomma».
Voci di denuncia che tra l’altro sono state spesso proprio di intellettuali, come sono specialmente degli intellettuali ebrei quelle che oggi denunciano in Israele le ingiustizie subite dagli arabi. Accade, è accaduto qualcosa di simile altrove? A me non pare. A Rosetta Loy non so.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

28 novembre 2015

Essere laici non significa negare la religione

di Antonio Polito
«Un concerto di canti religiosi a Natale, dopo quello che è successo a Parigi, sarebbe stata una provocazione pericolosa». Lo ha detto il preside dell’istituto Garofani di Rozzano, e meno male che la sua autorità si ferma alle porte della scuola, perché se fosse diventato sindaco (è stato candidato di una lista civica) chissà che altro avrebbe potuto proibire per evitare provocazioni: tutte queste donne a capo scoperto, per esempio; o il rock, musica satanica; o lo spudorato consumo di alcol in pubblico.
Pur essendo favorevoli all’idea di dare più poteri ai presidi nelle scuole, dobbiamo confessare che ieri abbiamo vacillato di fronte a questa performance. Purtroppo, spesso per pura ignoranza, c’è chi in Italia confonde l’obbligo alla laicità del nostro sistema educativo con la negazione della religione. Il nostro preside, che gestisce una scuola in cui il 20% degli studenti è straniero, ritiene che il suo compito sia quello di nascondere ai genitori musulmani che il restante 80% è fatto da cristiani.
Invece di promuovere un dialogo, per esempio spiegando ai bimbi cristiani in che cosa consista il credo dei loro compagni di banco islamici e viceversa, il preside promuove il silenzio, la censura, estesa fino al canto di Natale (c’è un istituto a Fonte Nuova, in provincia di Roma, dove hanno addirittura fatto sparire il bambinello dal presepe). In compenso la scuola di Rozzano trabocca di alberi di Natale e di Babbi Natale, quasi come a dire che far festa si può, ma senza religione.
Il guaio è che il 25 dicembre, per quanto multietnici vogliamo diventare, si celebra la nascita di un personaggio storico chiamato Gesù Cristo. Che tra l’altro, è rispettato e venerato anche dalla religione islamica, come potrebbero spiegare tutti i genitori musulmani che ieri, intervistati davanti alla scuola, hanno tenuto a precisare che non si sarebbero sentiti neanche lontanamente offesi da Tu scendi dalle stelle . Dunque, cari presidi italiani, sinite parvulos ...
«Corriere della sera» del 28 novembre 2015

15 novembre 2015

Gli attentati di Parigi e la Fallaci: «Scusaci Oriana, avevi ragione»

Il risarcimento postumo è online
di Pierluigi Battista
Aspra ma vera, violenta ma realista. Fallaci protagonista su Facebook e Twitter
Su Twitter, su Facebook, sui social network, dopo l’apocalisse di Parigi è tutto uno «scusaci Oriana». Anzi, tutto no. La parte opposta se la prende aspramente, rancorosamente, con «il delirio della Fallaci», con «l’odio fallaciano». Uno ha scritto, come in una disputa teologica, contro il «fallacianesimo». Ma insomma, da una parte e dall’altra fioriscono le citazioni di Oriana Fallaci. Si vede nel massacro di Parigi il frutto della «profezia di Oriana». Si citano brani interi de La rabbia e l’orgoglio, un libro che ha venduto un numero incalcolabile di copie, che ha intercettato un umore popolare, che ha dato voce a un sentimento diffuso. E oggi, dopo anni di dimenticanza e di marginalizzazione, lo «scusaci Oriana» sembra essere la ricompensa postuma, il risarcimento per una sordità, quasi a considerare Oriana Fallaci come una intrattabile estremista. Mentre ora si vede che le sue diagnosi non erano poi così insensate.
Un passo della Fallaci molto citato: «Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione». «Brava Oriana», «Scusaci Oriana», «Non ti hanno voluto ascoltare Oriana», si batte e si ribatte sui social network. E giù anche con gli improperi di Oriana Fallaci sull’Italia molle e arrendevole, «l’avamposto che si chiama Italia» come lo definiva beffardamente lei: «avamposto comodo strategicamente perché offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà». E sulla «coglioneria» s’alza la standing ovation dei fallaciani dell’ultimissima ora, o forse della prima perché compravano avidamente i suoi libri ma non avevano il palcoscenico di Internet sul quale esibirsi. E la profezia della Fallaci che viene rilanciata, e poi contestata, e poi brandita come un’arma della guerra culturale, e poi vituperata, e poi sventolata come una bandiera: «Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi».
E poi, la previsione più precisa, geograficamente circostanziata, in perfetta connessione con l’orrore che ha scosso la Francia: «Parigi è persa, qui l’odio per gli infedeli è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia». La Francia che non ha mai amato Oriana Fallaci. E bisognerebbe anche ricordare che in Francia la Fallaci, assieme a Michel Houellebecq molto prima che uscisse Sottomissione, fu messa sul banco degli accusati con l’imputazione, che assomiglia a una scomunica ideologica, di «islamofobia»: un’impostura intellettuale che diventa reato e che in Francia, nella Parigi che ieri è stata sconvolta dalla follia fanatica dei combattenti jihadisti, è diventata un’arma di ricatto per tacitare la «parola contraria», come direbbe Erri De Luca in un contesto peraltro completamente diverso. La Fallaci del dopo 11 settembre ha sempre diviso l’opinione pubblica: l’hanno amata e l’hanno odiata, hanno comprato milioni di suoi libri e l’hanno bollata come fanatica al contrario, come guerrafondaia scatenata, come una pericolosa incendiaria quando descriveva Firenze assediata e violentata dagli immigrati che orinavano sul sagrato del Duomo, con un’immagine aspra, violenta. Senza che nessuno si chiedesse: aspra ma vera? Violenta ma corrispondente alla realtà? Oggi, dopo il massacro di Parigi, quelle domande tornano di attualità e vengono assorbite e fagocitate da quel grande mostro onnivoro che è il mondo dei social network. «Scusaci Oriana» su Twitter. Neanche una «profezia» della Fallaci poteva arrivare a tanto.
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2015

12 ottobre 2015

Ecco quello che (ci) manca nel dialogo con l'islam

Le basi di un necessario confronto fra culture sui diritti
di Giusto Sciacchitano *
I recenti fatti terroristici compiuti in Europa, in Africa, in Asia, sia contro musulmani che contro cristiani, hanno fatto emergere sempre di più l’esigenza che oltre a combattere il terrorismo oggi rappresentato dall’Is, occorre sviluppare un dialogo con l’islam, senza il quale la stessa lotta al terrorismo di matrice islamica risulta inefficace. La questione che, però, è altrettanto impellente riguarda il contenuto di questo dialogo: di cosa possiamo e dobbiamo parlare noi occidentali e l’islam, perché il dialogo possa essere veramente concreto e produttivo per entrambi?
Subito dopo i fatti di Parigi, tutte le Autorità nazionali e internazionali hanno sottolineato la necessità di assicurare maggiore sicurezza ai propri cittadini e finanziare maggiori investimenti per realizzare un più soddisfacente inserimento degli immigrati nei nostri Paesi; dopo Tunisi e dopo Il Cairo abbiamo, con convinzione, assicurato quei Paesi che saremo con loro nella lotta al terrorismo, con ciò stesso dichiarando di volere approfondire il dialogo per superare e vincere la spirale terroristica. Tutte queste dichiarazioni e i provvedimenti adottati sono assolutamente giusti e necessari, e tra questi indico anche le recenti norme italiane sul contrasto al terrorismo islamico con l’attribuzione alla Direzione nazionale antimafia della funzione di coordinamento nelle indagini in questa materia. Credo però che non siano sufficienti, anche se il tema che qui si intende trattare - la necessità del dialogo con l’islam - richiede tempi lunghi e preparazione culturale.
La scrittrice libanese Etel Adnan, citata dal 'Corriere della Sera' in un articolo di Roberta Scorranese del 18 gennaio 2015, ha ricordato a questo proposito che lo sguardo dell’Occidente è troppo impegnato nell’economia e nelle questioni militari per prendersi il tempo di capire davvero il retroterra storico e culturale del Vicino Oriente: è come se la cultura occidentale fosse arrivata a un tal punto di completezza da pensare che altri universi siano inutili. Forse è veramente così; e se è così, è una concezione errata. Credo poi che la concezione del mondo musulmano non sia molto diversa, e in questa visione simmetrica e opposta sta la difficoltà del dialogo. La completezza della cultura occidentale, cui la Adnan fa riferimento, è certamente quella che proviene dal mondo greco-romano e dal cristianesimo, dalla filosofia del secolo dei Lumi che ha operato la netta distinzione tra Trono e Altare, tra mondo civile e mondo religioso e ha prodotto nel tempo l’affermazione dei Diritti Umani quali valori universali. Noi, e in generale l’Occidente, in nome di questi Diritti, abbiamo ritenuto che la nostra cultura fosse in grado di assimilare facilmente altre culture: nei nostri Paesi è stata esperienza comune la convivenza con popolazioni di varie etnie, religioni, sistemi giuridici e sociali diversi: noi l’abbiamo chiamata multiculturalismo e abbiamo ritenuto che questa convivenza potesse facilmente essere pacifica.
Eppure è stato Benedetto XVI che dopo avere osservato che nel mondo si confrontano tradizioni culturali e antropologiche del tutto diverse da quelle che qualifichiamo come occidentali, ha rilevato che il fenomeno chiamato interculturalismo sembra, in vaste proporzioni, mettere in discussione la razionalità occidentale che si può riflettere nella stessa rivendicazione universalista della nostra cultura . (Cartabia Simoncini. 'La Legge di Re Salomone'. Discorsi di Benedetto XVI). Queste affermazioni meritano una riflessione maggiore di quella che finora vi è stata. I fatti di Londra e di Parigi, dove persone di seconda o terza generazione hanno compiuto gravissime stragi, ci dicono chiaramente che il modello di vita loro proposto era stato rigettato, naturalmente con metodi del tutto inaccettabili alla luce della nostra cultura. Le stragi in Siria e Iraq, ma anche in Nigeria e Tunisia, ci dicono che quei Diritti Umani che noi riteniamo universali, realisticamente tali non sono. Non lo sono, soprattutto, perché i princìpi occidentali non sono visti, da molta parte di quelle popolazioni, come frutto di una loro scelta razionale.
In occasione di una visita in Nigeria, organizzata dalle Nazioni Unite e diretta a illustrare i princìpi della Convenzione dell’Onu del 2000 contro la criminalità organizzata transnazionale, che comprende la lotta alla tratta degli esseri umani e al traffico di clandestini, ci sentimmo chiarire da un delegato di quel Paese che i princìpi della Convenzione non rispondevano alle loro tradizioni e potevano essere considerati come una nuova forma di colonialismo culturale. Criminalità organizzata, terrorismo, economia sono le tre sfide globali che si stanno presentando contemporaneamente e oggi si presentano a noi come inestricabilmente intrecciate. Il dialogo con l’islam, ampio e concreto, è pertanto essenziale per le due parti. Ma è nel modo di proporre un suo modello di vita che forse l’Occidente non sa più comprendere la base della cultura islamica, che è impregnata del sentimento religioso.
In un incontro organizzato a Siracusa nel novembre 2014 dall’Istituto superiore internazionale di Scienze criminali (Isisc), giuristi italiani e iraniani si sono confrontati sul tema dei Diritti Umani nel campo penale; questo incontro - il primo tra i due Paesi - è servito per conoscere i princìpi cardine su cui si fondano i due sistemi e gettare le basi per un più profondo dialogo; ha avuto pertanto una grande importanza sul piano politico, giuridico, culturale.
L’Iran è uno Stato teocratico che si fonda unicamente sulla legge coranica, la quale non distingue tra potere religioso e potere civile; il giudice per esercitare bene la sua funzione deve essere anche un teologo; il teologo indicherà al legislatore quali norme varare perché il cittadino rimanga nella retta via. Tutta la vita del cittadino negli Stati a prevalente cultura islamica è pertanto segnata dalla religiosità dei cittadini musulmani e ogni singola attività, dalla più rilevante socialmente alla più insignificante e quotidiana, è scandita dal Corano o dagli insegnamenti del Profeta. La politica della sharia, è stato più volte ribadito nell’incontro, è essenzialmente una politica volta a promuovere la 'riconciliazione' della società, che si basa sulla conoscenza e la consapevolezza e non sull’ignoranza, e tutti gli uomini sono invitati a conoscersi e preparare il terreno per la reciproca comprensione.
Questi valori sono stati certamente il motivo per cui quell’incontro fra
giuristi verteva sui Diritti Umani in materia penale, anche se il presidente dell’Isisc ha comunque osservato che alcune riflessioni contenute nelle relazioni degli iraniani sciiti, non sono tutte condivise nelle scuole sunnite, e se va comunque ricordato che l’Iran non ha ratificato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo perché ritenuta non del tutto compatibile con la sharia. Se la semplice affermazione dei princìpi dello Stato nella visione islamica fa risaltare la grande differenza che lo separa dalla Stato di diritto occidentale, tuttavia quell’incontro è stato importante per cominciare a comprendere cosa manca nell’approccio occidentale al mondo islamico. Il dialogo finora sviluppato ha evidentemente trattato materie importanti nelle relazioni tra Stati, ma non ha toccato la profondità della cultura islamica, impregnata di senso religioso. E forse non poteva che essere così.
Nel mondo occidentale (che i musulmani indicano genericamente come mondo cristiano) le autorità civili trattano le materie che sono proprie del mondo civile (quelle in fondo ricordate da Etel Adnan) e non quelle del mondo religioso; lasciano quindi ad altre Istituzioni (per esempio, la Chiesa) il dialogo su questi temi. In questo modo però il dialogo (dal punto di vista musulmano) non è mai completo, è sempre monco. La cultura e la politica occidentali dovrebbero essere consapevoli che se si limitano a guardare a sicurezza e aspetti economici, rispetto all’universo islamico rimarranno sempre questa separatezza e una diversa valenza dei valori.
Naturalmente un’apertura deve esserci anche da parte del mondo islamico, non essendo più sufficiente la sola condanna degli atti terroristici compiuti sia in danno dei cristiani che dei musulmani. Il dialogo, certamente non facile e contrassegnato da notevoli e storiche contrapposizioni, che spetta alla cultura occidentale laica e a quella musulmana più avveduta, dovrebbe quindi essere sviluppato attorno a temi che veramente interessino e includano il 'sentire' islamico e facciano emergere l’esigenza di archiviare la violenza stragista. È questo il 'contenuto' che oggi sembra mancare. La nostra cultura dovrebbe affrontare il dialogo con l’islam - anche in chiave antiterroristica sviluppando insieme il concetto per cui altri universi non sono inutili; il Sacro di qualunque Religione deve essere rispettato: il Corano come il Vangelo.
Nelle nostre librerie è facile trovare il Libro sacro dell’islam, non il contrario. Mi ha perciò molto colpito un grande passo compiuto in Iran dalla Università delle Religioni e delle Confessioni, che si trova nella città santa sciita di Qom, la quale nell’ambito di uno studio su altre religioni, ha completato recentemente un progetto ardito e molto significativo, ossia la traduzione in lingua farsi dell’intero Catechismo cattolico. Il progetto è stato realizzato in accordo con la Nunziatura di Teheran. È fortemente auspicabile che questi passi continuino e si giunga a norme legislative che realizzino, anche in questa materia, la più ampia applicazione dei Diritti Umani. I passi reciproci debbono convergere sulla necessità della convivenza dei popoli pur appartenenti a sistemi giuridici e sociali diversi e a religioni diverse, escludendo la percezione che i valori professati da ciascuna delle due parti possano sembrare imposti all’altra come nuova forma di colonialismo culturale.
* Procuratore nazionale Antimafia Aggiunto
«Avvenire» del 7 ottobre 2015