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30 agosto 2018

Bambini, ecco come insegnargli l'amore per la lettura

Si può iniziare fin da piccoli, ma con l'esempio dei genitori. Perché leggere deve trasformarsi in un piacere
di Sara Pero
Da Il piccolo principe a Il gabbiano Jonathan Livingston, passando per Topolino. Oppure libri di avventure, come Robinson Crusoe, o di fantascienza e fantasy. Ognuno ha avuto infanzia il suo preferito. Di certo la passione per la lettura è qualcosa che si consolida nel tempo, ma già da molto piccoli si può iniziare a sperimentare il mondo di carta. Per chi sta già pensando a come insegnare ai propri figli ad amare la lettura, qui non troverà alcun vademecum su come fare, ma dei consigli (utili) per invogliare i bambini a leggere, grazie a Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva, che di libri per l'infanzia ne ha scritti parecchi - tra gli ultimi la collana di filastrocche illustrate per bambini Piccole grandi sfide, realizzato a quattro mani con Barbara Tamborini - che conosce bene il mondo dei più piccoli.
Si può iniziare a familiarizzare con i libri molto presto: "Il libro rappresenta uno stimolo importante per i bambini già verso i 6-9 mesi, un'età durante la quale si può iniziare a sfogliarlo e a manipolarlo. È bene che ogni bambino abbia una libreria personale già nei primi anni dell'infanzia, dalla quale può scegliere e pescare un libro che lo attira, proprio come si fa con il cestone dei giocattoli. Ovviamente - spiega Pellai - si può iniziare a far appassionare il proprio piccolo con dei libri-gioco, cioè quelli che attraverso suoni o odori, magari, stimolano la multisensorialità. O anche dedicando del tempo alla lettura a voce alta".

I PRIMI PASSI NELLA LETTURA
Quando il bimbo inizia a interagire un po' di più si può passare a dei libri che ritraggono le loro sfide evolutive, ad esempio "quelli che narrano la storia di bambini che non vogliono dormire, che non vogliono andare all'asilo. Che fanno quindi da specchio a situazioni che possono accadere nella loro realtà quotidiana, non con finalità didattiche - dice l'esperto - ma piuttosto di sostegno alla loro crescita. Per poi arrivare a quelli che contengono delle attività da fare insieme ai genitori, magari con canzoni, ricette, lavoretti".

NON "SOFFOCARE" I GUSTI
L’importante è tenere a mente che la lettura rientra nella sfera emotiva, più che cognitiva: "Leggendo un libro - aggiunge Pellai - il bambino scatena la sua fantasia e inizia a manifestare i propri interessi, ad esempio per un genere specifico o per un tema in particolare". Preferenze che i genitori non dovrebbero soffocare: "Se ad esempio nostro figlio legge solo fumetti, più che farglielo pesare - riflette lo psicoterapeuta - potremmo invogliarlo a leggere un libro al mese che tratti di altro e che soprattutto sia caratterizzato da una modalità di lettura differente. Tornando all'esempio dei fumetti, potremmo cercare di inserire saltuariamente la lettura di un libro di narrativa".

L'AMORE PER I LIBRI SI TRASMETTE CON L'ESEMPIO
Ogni libro ci offre la possibilità di sperimentare qualcosa di nuovo: con un libro di fantasia "entriamo" in luoghi inarrivabili, con uno di storia o di scienze soddisfiamo delle curiosità. Poi ci sono quelli che ci regalano delle sensazioni, quelli che ci fanno riflettere. Più che spiegare a un bambino perché è importante leggere - che ovviamente va bene - bisognerebbe dare l'esempio. E ritagliare del tempo, non solo per la lettura, ma anche per la scelta del libro.

"Ai bambini piace tantissimo essere accompagnati in biblioteca per esplorare il mondo dei libri. Quello che si potrebbe fare è riservare un budget a settimana o al mese, a seconda delle disponibilità, da far spendere al bambino in libreria. Oltre ai genitori, anche la scuola può rappresentare un forte promotore della lettura, con spazi dedicati alla lettura ad alta voce per esempio. L'importante, e forse in questi tempi rappresenta la sfida più grande, è ridurre l’iperstimolazione tecnologica, quella dei giochi su tablet, computer e così via perché, essendo caratterizzata da una gratificazione più immediata, può prendere il sopravvento sulla lettura di un bel libro, che viaggia su tempi di gratificazione più lenti, più lunghi".
«La Repubblica» dell’8 agosto 2018

02 novembre 2017

Dalla culla alle elementari, la vita interrotta delle favole: «Continuate a leggerle ai bimbi»

di Enrica Roddolo
Ammetto di essere (un po’) di parte avendo scritto alcuni libri: amo scrivere, amo la lettura e non mi sorprende che il mio piccolo adori ascoltare storie e fiabe, specie alla sera prima di addormentarsi. Adesso stiamo leggendo Viola Giramondo (Piemme, Il Battello a Vapore). Però confesso che quando, tempo fa, mi ritrovai fra le mani una ricerca che costruiva l’identikit del «lettore più vorace», e gli assegnava età anagrafica tra i 2 e 3 anni, la prima reazione fu di sorpresa. Ovviamente si tratta di libri letti ai piccoli dai genitori. Adesso Oxford University Press ha messo sotto la lente un campione di mille genitori con figli tra i 5 e gli 11 anni e ha scoperto che il 44% smette di leggere libri ai bambini al settimo anno di età. La ricerca del Book Trust britannico per il varo nel 2016 della Time to Read campaign aveva già fotografato i piccoli «lettori»: l’86% dei genitori legge ai propri figli di 5 anni ogni notte un libro, mentre a 11 anni la percentuale scende al 38%. Giungendo a una conclusione: i bimbi non sono mai troppo grandi per leggere loro le pagine di un libro. La lettura ha un riscontro positivo sul rendimento scolastico. E aiuta l’autostima come spiega France Frascarolo-Moutinot ne L’autostima nei bambini (Vallardi).
«Perché le fiabe parlano più al cuore che alla ragione e il loro impatto sul bambino è reale: attraverso la fiaba si possono far passare messaggi molto positivi, evitando di avventurarsi in lunghe spiegazioni». Quali fiabe per l’autostima nei piccoli? «Le Mille e una notte e Il brutto anatroccolo, per esempio». Ma il piacere della lettura va di pari passo con la facoltà di autodeterminazione, o meglio la possibilità di scegliere da sé il libro. «Sono rimasto colpito, leggendo una ricerca del grande editore americano di libri per la scuola, Scholastic, che il 90% dei bimbi intervistati avesse risposto che le letture preferite erano quelle scelte senza la mediazione di genitori o insegnanti», dice al Corriere Luigi Spagnol, l’editore italiano, con Salani, dell’ultimo grande bestseller internazionale della letteratura per ragazzi, Harry Potter. Dunque, giusto leggere ai bambini dei libri, ma anche lasciarli liberi di scegliere. «Le interferenze dei genitori sono motivate dalla sensazione che un libro sia più educativo dell’altro. Ma attenzione, così si compromette la passione per il libro dei piccoli lettori», nota Spagnol. E aggiunge: «Ero a Londra per il lancio del nuovo romanzo di Philip Pullman (Il libro della Polvere. La Belle Sauvage ultima fatica dell’autore con un passato da maestro, ndr.), e sono stato colpito dal suo j’accuse alla scuola che carica troppo di compiti, che affida libri da leggere e puoi vuole commenti, spiegazioni. I bambini hanno bisogno di sole 3 cose: storie, tempo e silenzio per gustare la lettura». Ma nel 2017 sono tempestati anche dallo schermo di iPad e smartphone.
«E gli schermi producono dipendenza — scrive il pedagogista Daniele Novara in Non è colpa dei bambini (Bur Rizzoli Parenting) —. Nella fase evolutiva lo sviluppo motorio è intrecciato a quello cognitivo». A quale età iniziare a leggere ai piccoli? «Persino i neonati ne beneficiano», scrive il New York Times. «E potete leggere di tutto, dai libri di cucina ai manuali, perché non è il contenuto che conta ma la voce, la cadenza del testo». Le ricerche dimostrano che più è alto il numero di parole, vocaboli, ai quali un bebè è esposto, più alto sarà l’impatto sullo sviluppo del linguaggio. Con una precisazione: devono essere veicolate dalla voce umana, non da tv o audiolibri. E quando crescono invogliateli a girare le pagine, tenere il segno della lettura: aiuterete le capacità motorie.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del 28 ottobre 2017

10 settembre 2016

Libri & tablet, la connessione necessaria

di James Bradburne
«Tua figlia erediterà il tuo Tablet?» è il titolo dell’intervento che James Bradburne, da un anno direttore della Pinacoteca di Brera, terrà venerdì 9 settembre al III Festival della Comunicazione di Camogli, ideato e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e organizzato dal Comune e da Frame, in collaborazione con la Regione Liguria (www.festivalcomunicazione.it). Quattro giornate con oltre un centinaio di appuntamenti tra incontri, laboratori, spettacoli, mostre ed escursioni e più di 130 ospiti (tra cui Luca Doninelli, Claudio Magris, Pietrangelo Buttafuoco, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Massimiliano Fuksas, Claudio Bisio , Michele Serra, Evgenij Morozov. Sabino Cassese, Lucrezia Reichlin, Monica Maggioni, Carlo Freccero, Piero Angela, Mario Calabresi, Aldo Cazzullo, Roberto Cotroneo, Ferruccio de Bortoli, Massimo Gramellini, Aldo Grasso, Beppe Severgnini, Marco Travaglio...). A tema il world wide web e in particolare la domanda «Pro e contro il web», secondo uno spunto lanciato da Umberto Eco. Durante il Festival Roberto Benigni riceverà il premio «Comunicazione».​


Da anni mi interrogo sulle conseguenze della rivoluzione digitale sia nella vita privata che nel mondo del lavoro e alla triennale Icom del 1991 ho tenuto la mia prima conferenza sulle sfide del mondo museale nella conservazione dell’eredità digitale. Sono uno studioso e un bibliofilo e, per una felice coincidenza, sono anche il direttore generale della Biblioteca nazionale braidense. Dagli albori della cultura umana, la parola e l’immagine sono avvinte in un abbraccio dialettico di yin e yang in cui nessuna delle due è del tutto indipendente. Il Mouseion di Alessandria, eretto da Tolomeo II Filadelfo intorno al 280 a.C. includeva la famosa Biblioteca di Alessandria. Non dovrebbe quindi sorprendere il mio profondo interesse per il futuro del libro, della lettura e delle biblioteca.
E di questi tre elementi vorrei parlare oggi. Incomincerò dal libro. Che cosa rende il libro speciale, a prescindere dai contenuti? Innanzitutto il libro, così come lo conosciamo oggi, il codex, ha dato il via a una delle rivoluzioni tecnologiche più significative dei suoi tempi, perché permetteva al lettore di muoversi avanti e indietro nel testo senza dover riavvolgere la pergamena. A distruggere la Biblioteca di Alessandria non fu il fuoco, ma il fatto che i fragili e ingombranti rotoli di papiro non fossero stati trascritti. Allo stesso modo, frammenti importanti nostro passato sono andati persi perché i contenuti dei dischi in vinile non sono stati trasferiti su nastro, su Cd o digitalizzati. Nonostante questi rischi, i libri, in pergamena o di carta, rimangono manufatti molto duraturi.
Resistono bene alle ingiurie del tempo e hanno bisogno soltanto delle tecnologie più semplici come un dizionario e una grammatica per essere decodificati. Portano la loro età con dignità, persino con orgoglio. Annotazioni, cancellature, danni, ingiallimenti dovuti alla fiamma o alla luce solare, persino tarli e muffa raramente distruggono un libro, anzi rendono il libro profondamente diverso dal tablet. I tablet sono belli perché perfetti, contenitori gioiello, capolavori di ingegneria, la cui virtù consiste nell’essere costantemente al passo con i tempi, nel non registrare il passare del tempo. Un tablet con uno schermo incrinato non diventa più affascinante e prezioso, un tablet che non è più in grado di accedere ai file scritti anche solo pochi anni prima non ci è per questo più caro.
Un tablet che può contenere un migliaio di libri interattivi non ha lo stesso valore affettivo delle favole di Gianni Rodari che tua madre ti leggeva da piccolo. Arriviamo così al secondo punto: che cosa significa leggere? In passato i libri erano spesso letti ad alta voce. Quando un erudito del II secolo d.C andava a trovare un amico al mare, portava con sé un libro che di solito veniva dato a uno schiavo perché venisse trascritto e poi restituito. Il libro era letto ad alta voce, analizzato e discusso. Proprio perché letto ad alta voce, veniva utilizzata la scripta continua, un’ininterrotta sequenza di lettere. Le parole, infatti, furono un’invenzione di alcuni monaci irlandesi dell’VIII secolo che avevano fatto il voto del silenzio. Leggere era un atto sociale fondamentale, costruttivo.
Nella lettura, la semplice informazione diventava conoscenza. Facendo giganteschi balzi in avanti, la rivoluzione digitale recente sembra averci portato molto indietro. Invece di leggere ad alta voce, i genitori danno ai loro figli dei tablet. L’interazione faccia a faccia è diventata un’interazione anonima con un dispositivo. Invece di essere creatori attivi di contenuti e discorsi, siamo diventati semplici consumatori di notizie, brevi frasi dal forte impatto mediatico in televisione e tweet su uno schermo. Come osservato da Leon Wieseltier nel 2013, «nell’universo digitale, la conoscenza è diventata pura informazione. Chi saprà ancora che la conoscenza sta all’informazione come l’arte sta al kitsch, che l’informazione è il tipo più infimo di conoscenza, dato che è il più esteriore?
Un grande pensatore ebreo del primo Medioevo si chiedeva perché Dio se davvero avesse voluto che conoscessimo la verità su tutto, non ci dicesse semplicemente la verità su tutto. La sua saggia risposta fu che se ci avesse semplicemente detto ciò che abbiamo bisogno di sapere, noi non l’avremmo conosciuto davvero, in senso stretto. La conoscenza può essere acquisita soltanto con il tempo e con il metodo». È legittimo chiedersi come tutto questo possa influenzare la nostra capacità di essere coinvolti nei rapporti umani, la nostra partecipazione come cittadini attivi al dibattito sociale sul futuro di un mondo che ci sta lentamente sfuggendo di mano. I media 'social' hanno creato un mondo che è sempre meno sociale. Clicco, quindi sono.
La conoscenza senza sforzo. 142 caratteri. «Mi piace» Greenpeace. La politica… della distrazione. Questo ci porta alla terza e ultima riflessione: perché le biblioteche sono importanti nell’era digitale? Anche se condividono molte caratteristiche, la cultura della biblioteca non è identificabile tout court con la cultura del museo e una biblioteca non è semplicemente un museo di libri. Oltre ad essere un luogo di raccolta e conservazione, le biblioteche sono istituzioni molto attive sul territorio, da sempre luoghi di dibattito, discussione e dialogo. La biblioteca è una casa per lo scrittore e scrivere è una forma di attivismo sociale che lega gli scrittori del passato e del presente ai lettori del presente e del futuro in una grande repubblica delle lettere. La lettura e la scrittura sono infatti intimamente legate, più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione culturale.
Vedere un film al cinema non implica che si sia in grado di girarne uno, ammirare Raffaello non significa che si sappia dipingere; giocare a Grand Theft Auto III non mi dà la capacità di inventare un videogioco. Posso essere coinvolto, commosso, o persino interagire, ma non sono un creatore. Leggere e scrivere sono diversi. Se so leggere, so scrivere – le due abilità sono indissolubilmente connesse. La biblioteca deve abbracciare per la sua natura sia il mondo del libro stampato che quello digitale, senza esitazioni né reticenze – questo non è il tempo per un nuovo, nostalgico movimento Arts and Crafts (delle arti e dei mestieri). La biblioteca deve essere un centro di produzione, un campione di cultura del saper fare, un posto dove le menti siano libere, curiose, e critiche.
La biblioteca è il luogo dove dobbiamo reclamare il nostro diritto come cittadini di essere produttori di cultura, non solo consumatori, ed estendere il nostro diritto a tutti i mezzi di comunicazione, alla musica, ai film, al teatro, alla danza, ai videogiochi. Dobbiamo stabilire nuovamente una connessione tra la parola e l’immagine, riappropriandoci del piacere della creazione. Il libro, la lettura e le biblioteche costituiscono il nucleo, sono l’essenza e la sostanza stessa di questa ambizione.
«Avvenire» del 31 agosto 2016

22 novembre 2015

Bambini, leggete quello che volete

Così ho vinto il Nobel dei maestri
di Antonella De Gregorio
Metodo (classi piccole, approccio uno a uno) e progetti (comprare altri volumi, rifare il tetto) di Nancie Atwell, americana, 63 anni, miglior docente del mondo. Che insegna in un centro rurale di 1.200 abitanti
Di ragazzi che abbandonano la scuola e smettono di studiare non ce ne sono a Edgecomb, piccolo centro del Maine, dove un’insegnante appassionata, Nancie Atwell, ha avviato nel 1990 una demonstration school, scuola laboratorio che serve da modello e caso di studio per altri insegnanti. Accoglie un centinaio di bambini tra i 5 e i 12 anni e si sperimentano metodologie innovative. Nulla a che vedere con le tecnologie digitali, per una volta, ma pareti tappezzate di libri in ogni classe, decine di migliaia, a disposizione dei ragazzi. La novità, rivoluzionaria, è che dalla prima elementare alla fine delle medie, gli alunni della scuola (il Center for Teaching and Learning) leggono in media 40 libri a testa all’anno (contro i 5 della media Usa); scrivono ognuno una ventina di racconti, poesie, recensioni, che vengono pubblicati su riviste o sul sito del Centro; e soprattutto diventano presto autonomi nell’apprendimento. Con risultati scolastici molto alti. Il 97%, poi, prosegue gli studi e si iscrive a college e università anche eccellenti, come Harvard o Chicago.

Edgecomb è un paese rurale di 1.200 abitanti. Il Ctl è una scuola hands on, con laboratori di storia, arte, musica e scienze. E Nancie Atwell, 63 anni, è la prima vincitrice di quello che è stato definito il «Premio Nobel degli insegnanti», messo in palio dalla Varkey Foundation e conferito in marzo a Dubai, nel corso di una sontuosa cerimonia, alla presenza di capi di Stato e di docenti fuori dall’ordinario, di tutto il mondo. Un premio nato per far finire sotto i riflettori un insegnante eccezionale, che abbia offerto un contributo speciale alla professione. La luce su uno, per migliorare la reputazione dell’intera categoria e «far sì che riceva il rispetto che merita», ha spiegato l’ideatore, Sunny Varkey, imprenditore di origini indiane. Un modo, anche, per far conoscere le migliaia di storie di «eroi» che hanno trasformato la vita dei giovani.
«Ho saputo solo all’ultimo di aver vinto: quando, sul palco a Dubai, hanno letto il mio nome», dice a «la Lettura» tra un appuntamento e l’altro di un tour europeo per raccontare la sua esperienza ed esercitare il ruolo di ambasciatrice della Fondazione: eventi, forum, interviste.

Oltre alla meraviglia e alla gratificazione, un assegno da dirigente d’azienda, da calciatore, star della tv: un milione di dollari che le verranno corrisposti a rate, in dieci anni. Che cosa ne farà?
«Investirò tutto nel Centro: prima di marzo ero preoccupata di come andare avanti. Abbiamo bisogno urgente di rifare il tetto, sostituire i caloriferi e soprattutto acquistare libri: non sono mai abbastanza. Abbiamo deciso dall’inizio di sostenerci con raccolte fondi e con il provento delle royalty dei libri che scriviamo (una trentina all’attivo, su diversi aspetti della didattica, ndr). La nostra è una scuola privata, ma ha rette pari a un terzo delle altre e offriamo molte borse di studio: meno del 20% degli studenti paga la quota intera».

Qual è la novità del suo metodo?
«Classi piccole, niente test standardizzati, approccio “uno a uno” con i ragazzi. I bambini sono incoraggiati a scegliere in autonomia il libro che hanno più voglia di leggere e hanno il tempo e lo spazio per farlo, in un continuo dialogo con l’insegnante. Facciamo laboratori quotidiani di scrittura e sono i bambini a decidere che cosa scrivere: l’ultimo libro che hanno letto, le emozioni che ha prodotto in loro. La scoperta rivoluzionaria è stata vedere che lasciandoli liberi di scegliere da soli, dalla libreria che aggiorniamo continuamente, diventano lettori appassionati».

Un’idea contrastata da molti educatori, che ritengono che i ragazzi debbano leggere libri più impegnativi di quelli che selezionerebbero per conto proprio. Che dedicare tempo alla lettura significa togliere tempo alle attività scolastiche ...
«Sarebbe facile convincerli del contrario se solo si prendessero la briga di vedere i risultati che otteniamo noi. Certo, un bambino seduto in una stanza tranquilla con un buon libro in mano non è un metodo d’impatto mediatico. Ma è l’unico modo in cui si diventa lettori. E attraverso la lettura si possono imparare tante cose importanti, la storia, i valori civili, la grammatica, la matematica. Si sviluppa il pensiero critico. Si conosce il mondo: quando escono da scuola, i nostri ragazzi trovano idee, luoghi, persone che conoscono già, per averli incontrati nelle pagine scritte».

Che genere di libri acquistate?
«Di tutto: Harry Potter, Amleto, Huck Finn. Classici e novità. Fortunatamente in questo momento negli Stati Uniti c’è grandissima scelta. Sul sito della scuola (www.c-t-l.org) abbiamo elenchi di libri consigliati, che vengono aggiornati tre volte all’anno, anche con il contributo dei ragazzi».

Qual è un errore che non si dovrebbe mai fare se si vuole che un ragazzo si appassioni alla lettura?
«Mai dare per scontato che un bambino che non legge non leggerà. Quando un ragazzo afferma di non amare la lettura in realtà è perché non ha trovato il libro giusto».

Per molti adolescenti leggere è noioso, difficile e non rende felici. Ha a che fare con il fatto che trovano più interessante la tv, i social, la rapidità del web? E in generale, cosa pensa delle tecnologie a scuola?
«I giovani che non sono abituati a leggere non provano un piacere immediato, devono entrare nella storia e comprenderne il linguaggio. Un videogioco e un libro non sono la stessa cosa. Se vogliamo far entrare la lettura nella loro vita dobbiamo fare in modo che la incrocino sempre, non solo un’ora a settimana. Io poi sono contraria alla lettura su schermi digitali. Anche i bambini abituati ai libri, non li amano. Ai genitori chiediamo di limitare a mezz’ora, massimo un’ora al giorno il tempo per videogiochi o social network. E comunque dopo la lettura, che deve essere quotidiana. A scuola usiamo le tecnologie solo per fare ricerche di storia o scienze, laptop per scrivere. Niente tablet ai più piccoli, mouse e tastiera solo dopo i nove anni».
«Corriere della sera» del 22 novembre 2015

12 ottobre 2014

Colpa delle stelle: affrontare la morte per fregarla, da Omero a oggi

di Alessandro D'Avenia
In prima superiore ho chiesto di portare i libri letti durante l’estate. Sul banco di una studentessa c’era “Colpa delle stelle”, uno dei libri che ha infuocato le classifiche di libri e i cuori di molti ragazzi, anche grazie al film adesso nelle sale: una storia in cui due sedicenni per vivere il loro amore devono chiedere permesso alla morte. Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei: è la scorciatoia per iniziare a leggere la segnaletica dell’inedito che ogni ragazzo è e che, a 14 anni, non si manifesta scopertamente, ma attraverso scelte (musica, libri, film, serie tv…) che troppo spesso bolliamo come “adolescenziali”, come se da adolescenti si potesse essere altro che adolescenti o l’adolescenza fosse una colpa e non una tappa necessaria a far fiorire la vita.
Ma perché per sentirsi raccontare l’amore i ragazzi scelgono di passare per il crogiolo del dolore? Vivono immersi in una cultura che nasconde il dolore e la morte (se non come spettacolo che è un modo di occultarli). Esaurite le grandi narrazioni religiose e politiche, si trovano privi di codici simbolici capaci di dar senso alla realtà limite. L’uomo è un essere narrativo e simbolico, interpretiamo e stiamo nella realtà attraverso le storie: qualunque azione umana cerchiamo di comprenderla alla luce di una narrazione (Chi è? Da dove viene? Dove va?). Alla Musa si chiedeva di raccontare dell’uomo multiforme, perché quell’uomo era narrativamente la sintesi di ciò che ad un uomo accade nella vita, persino di dare un’occhiata all’aldilà per farsi raccontare come finisce la storia nell’aldiqua. Per poter vivere la vita in anticipo l’uomo si è arrangiato con le storie: gli scrittori sanno che i loro personaggi sono io sperimentali per saggiare la realtà. La società di Omero aveva inventato un modo per superare la morte (il grande tema su cui ogni cultura è costretta a fondare se stessa): socializzarla attraverso la tomba e i racconti epici. La pietra e l’esametro epico (il verso dell’Iliade e dell’Odissea) garantiscono immortalità a un effimero che precipiterebbe nell’oblio, che è peggio della morte.
Le cose non sono cambiate. Ieri come oggi abbiamo bisogno di segni che codifichino e decodifichino la morte, permettendoci di guardarla senza rimanerne pietrificati: abbiamo bisogno, come Perseo, dello specchio dei racconti, dei simboli, per affrontare Medusa. Non si può guardare Medusa direttamente, va affrontata con lo scudo-specchio dell’invenzione culturale. Oggi la Musa canta in serie televisive, musica, libri ... narrazioni che con coerenza gravitano attorno a temi evanescenti nell’educazione simbolica della nuova generazione. A differenza della società omerica che scongiurava la morte con la memoria perenne, oggi è l’amore che sembra avere le credenziali per sconfiggerla. Ma come può se non è per sempre? Gli adolescenti sanno che non si dichiara il proprio amore specificando la data di scadenza come lo yogurt, ma dicendo “ti amerò per sempre”. Per questo cercano storie che (as-)saggino la verità di questa formula: “per sempre” è un’illusione linguistica o la necessaria conseguenza dell’essenza amorosa? Quando lavoravo al film tratto da Bianca come il latte rossa come il sangue, uno sponsor propose di cambiare il titolo, perché la parola sangue poteva spaventare il pubblico. Mi feci una risata: proprio quella parola doveva rimanere, era come togliere il lupo dalla fiaba di Cappuccetto Rosso. I ragazzi di oggi leggono sui volti, ora stanchi ora cinici, della generazione che li cresce la caduta di ogni sogno, sostituito dal morbido o liquido pragmatismo consumistico, e temono che la vita sia una promessa non mantenuta. Ma sentono nel cuore e nella carne che la vita può essere grande e non è fatta per essere riempita di oggetti e botox, ma per essere spesa fino al sangue. Ma per chi o cosa? E come?
Così mi spiego il successo di saghe come quelle di Tolkien, Lewis, Rowling, Martin… L’epica, scacciata dalla porta del nostro cuore rimpicciolito, rientra dalla finestra dei desideri trasfigurati dalla fantasia. Le ragazze (soprattutto) leggono e guardano Colpa delle stelle (mentre i maschi ammirano gli eroi post-omerici del calcio) perché vogliono sapere come si fa ad amare ed essere amate con il coraggio che sfida la morte. Vogliono mettere la testa dove il cuore ha già intuito la verità, e la morte rimane narrativamente (cioè esistenzialmente) il modo più vero per chiamare le cose alla vita. Raymond Carver, scrittore e poeta minacciato – come i protagonisti del libro – dal cancro, volle che sulla sua lapide fossero scolpiti i suoi ultimi versi: “E hai ottenuto quello che/volevi da questa vita, nonostante tutto?/Sì./E cos’è che volevi?/Potermi dire amato, sentirmi/amato sulla terra”. Quando morì aveva solo 50 anni e le parole che un adolescente spesso non riesce a trovare. Ma sa cercare.
«La Stampa» del 18 settembre 2014

09 agosto 2014

Calvino, Sciascia, Levi la scuola dei soliti noti

Il canone immutabile dei libri da leggere per l'estate
di Paolo Di Stefano
Niente di nuovo sotto il solleone, da trenta-quarant'anni. Ogni estate che il Signore mandi benevolmente sulla Terra, le classifiche dei libri subiscono la solita stanca respirazione bocca a bocca della scuola. Provate a dare un'occhiata: vedrete lievitare nella narrativa italiana almeno quattro-cinque romanzi di Italo Calvino. Non La giornata di uno scrutatore, ma immancabilmente: Il sentiero dei nidi di ragno, l'intera trilogia a raffica, Le città invisibili. Poi: un paio di Pavese, un paio di Fenoglio, un paio di Sciascia. E Primo Levi. Pochi titoli (da decenni sempre quelli) per pagare lo scotto civile alla Resistenza, alla Shoah, alla mafia; quello di genere, dal neorealismo al fantastico; quello geografico distribuendo le parti tra Nord e Sud. Ce n'è (quasi) per tutti i gusti.
Poi, non mancheranno mai, ogni estate: Il fu Mattia Pascal, La coscienza di Zeno, Il Gattopardo, L'isola di Arturo.
Quest'estate, ovvio, non si può rinunciare alla Grande Guerra, dunque Lussu e Un anno sull'altipiano. È la coazione a ripetere delle letture per le vacanze, consigliate (o imposte) dagli insegnanti. Ha proprio ragione Paolo Di Paolo (La Stampa, 2 luglio), è un canone immutabile, istituzionale, privo di sorprese, di slanci, di coraggio. Se ne ricava un effetto di eterno presente o meglio di eterno passato: come se dagli anni Sessanta non ci fosse stato nessun ricambio generazionale (e culturale) tra gli insegnanti, come se gli studenti di oggi fossero esattamente quelli di trenta o quarant'anni fa, soprattutto come se la letteratura non avesse prodotto alcuna pagina degna di fare timidamente capolino tra i classici del nostro tempo. Sì, qualcosa forse, eventualmente, molto eventualmente, ma sono titoli scelti prima dal mercato e poi a ruota dai professori: troverete infatti, sparso qua e là, qualche libro di Eco, di Benni, di Ammaniti, di Baricco e non molto di più. Saranno gli studenti a essere conservatori andando a sbattere sempre negli stessi nomi, o saranno piuttosto gli insegnanti a caldeggiare con ossessione Calvino, Pavese, Sciascia e poco altro? Perché con loro non si sbaglia mai, sono l'usato sicuro. Anche senza volersi spingere spericolatamente sui viventi, non si capisce perché la scuola tagli fuori da mezzo secolo gente come Ortese, Soldati, Parise, Bianciardi, Morselli, Flaiano? E Fruttero & Lucentini? E Pontiggia? E Bufalino? E Consolo? E Tabucchi? E chissà quanti altri. Non sarebbe ora di rompere le righe dell'abitudine? Domenica sul Sole 24 Ore, Claudio Giunta sosteneva che è sbagliato permettere ai laureati in Lettere classiche di insegnare italiano nel triennio dei licei: per formazione, sono troppo orientati sul passato e poco sul contemporaneo. La vera lacuna però non è nella formazione, ma nella curiosità culturale. Quanti laureati in filologia italiana (e futuri insegnanti) conoscono Gianni Celati e Milo De Angelis? Il contemporaneo spesso è fantascienza: dunque se ne parlerà nel XXII secolo. Semmai.
«Corriere della Sera» del 22 luglio 2014

I libri delle vacanze. Come imparare a odiare i classici

Alla fine dell’anno scolastico i professori assegnano le letture secondo un «canone» immutabile che privilegia autori del ’900: perché non cambiare?
di Paolo Di Paolo
Questo articolo è stato commentato da Paolo Di Stefano (22 luglio 2014) e da Roberto Carnero (5 agosto 2014)

C’è un fenomeno curioso che si ripete intorno al solstizio d’estate, ma non riguarda l’astronomia. A giugno, nelle classifiche dei libri più venduti – solitamente prive di sorprese – si affacciano regolarmente tre o quattro titoli di Italo Calvino, sempre gli stessi, e Se questo è un uomo di Primo Levi. Che succede? Niente di speciale: letture consigliate (o imposte) dalla scuola per le vacanze. Se compaiono fra i best-seller, è segno che la scelta degli insegnanti italiani è di massa: la trilogia degli Antenati – Il barone rampante, Il visconte dimezzato, Il cavaliere inesistente – e il grande e terribile romanzo testimoniale di Levi sulla Shoah costituiscono da più di quarant’anni le punte del canone scolastico.
Non sarà arrivata l’ora di aggiornarlo? Suggerire una lettura agli adolescenti è una responsabilità: quando si azzarda, si corrono parecchi rischi. Come ha dimostrato nei mesi scorsi il caso Mazzucco – al liceo Giulio Cesare di Roma sollevò un vespaio la scelta del romanzo Sei come sei, storia d’amore omosessuale – è facile urtare la sensibilità dei ragazzi e ancor più delle famiglie. Oltre a quella, naturalmente sempre viva, degli ipocriti. Ma bisogna mettersi nei panni dei professori: condizionati dalla missione pedagogica, cercano testi, se non rassicuranti, sicuramente non ambigui, rodati da una lunga tradizione di lettura. In una parola, inattaccabili.
Dopo il 1865, a ogni libro che entrasse in aula doveva essere riconosciuta l’«utilità per le scuole». La discussione sul canone era accesa; la triade ideologico-pedagogica a cui ispirare le scelte, solenne: Dio Patria Famiglia. Nomi di autori che oggi non ci dicono più niente – Pandolfini, Alberti, Segneri, Lambruschini, Abba – erano considerati essenziali per illustrare ai ragazzi le virtù della famiglia e il buon costume. L’accigliato Girolamo Tagliazucchi pubblicò nel 1882 un saggio intitolato Della maniera d’ammaestrare la gioventù nelle umane lettere, nel quale invitava a sottoporre agli studenti soltanto opere «nette da ogni scostumatezza». La Mazzucco non sarebbe stata ammessa. Sembrano toni arcaici, ma non è così: la sfortuna postuma di Alberto Moravia non è forse dovuta al suo mancato ingresso nel canone scolastico? Troppo sesso. Per fortuna ci pensano gli americani a rivalutare un autore omaggiatissimo in vita e poi accantonato. La rivista «Publishers Weekly» ha inserito nella sua lista di consigli per l’estate 2014 Agostino in una nuova traduzione inglese. Cento pagine perfette, assicura la rivista – ed è vero. Il libro di Moravia ha settant’anni esatti – uscì nel ’44 – ma non li dimostra, e dubito che questa storia di iniziazione sessuale, tutto sommato casta, possa turbare un giovane lettore di oggi.
Sarebbe tuttavia sciocco ridurre il discorso del canone scolastico a una questione di rossori e pruderie. C’è in gioco molto altro. Compresa una domanda sibillina: a uno scrittore, entrare nel canone scolastico fa bene o fa male? Si direbbe faccia bene, giudicando dai numeri. Lavorando sui dati di circa 400 librerie indipendenti italiani, un giovane studioso, Gabriele Sabatini, ha fatto alcune scoperte interessanti. Se nel 2012, in proiezione, Agostino di Moravia aveva venduto intorno alle 2 mila copie, Il barone rampante di Calvino ne aveva vendute oltre 21 mila. È l’effetto compiti delle vacanze, confermato dal fatto che un libro fuori dal canone scolastico come Palomar ha venduto molto meno. Il povero Gadda dell’ardua Cognizione del dolore si ferma sotto le 2 mila copie annue. Certo è che la consacrazione sui banchi non ha solo effetti positivi: inevitabilmente porta con sé una patina istituzionale, un po’ grigia, che rischia di trasformare anche il più godibile dei romanzi in un obbligo indigesto. Accade così che, usciti da scuola, si pensi a Calvino come a un autore per ragazzi e all’opera di Primo Levi come qualcosa di inavvicinabile. Assegnare Se questo è un uomo per l’estate è un errore: senza un sostegno, una guida, una discussione, è tutto tranne che una lettura da fare a sedici anni, di corsa e svogliatamente, negli ultimi giorni di vacanza. Non si potrebbe osare di più? Fare una sorta di assemblea di classe a inizio giugno, scegliere insieme agli studenti da una rosa di titoli meno prevedibile. Oppure organizzare una spedizione in libreria dei singoli ragazzi: che siano loro a proporre. E ancora: siamo sicuri che d’estate gli studenti debbano leggere esclusivamente narrativa? E se scegliessero un saggio su un tema che li appassiona? Un saggio scientifico, filosofico, un testo giornalistico; qualunque cosa – in formato digitale, volendo – che metta in moto il pensiero e tenga la lingua allenata non solo per i baci.
Il vecchio e sterile slogan sul «piacere della lettura» non ha nessun effetto: è ora di abbandonarlo, e di concentrarsi sulle ragioni per cui vale la pena leggere. Non in generale, ma in particolare: quel libro, quel testo, quell’autore. Ricominciamo dai perché più infantili. Se ai professori chiedessimo perché leggere Il barone rampante, saprebbero dare risposte convincenti? Ripartiamo da lì, e i ragazzi a settembre tornino in classe senza riassunti e commenti. Pronti solo a contraddire o a confermare quei «perché», e magari – sarebbe una sorpresa – a proporne di nuovi.
«La Stampa» del 2 luglio 2014

Cari ragazzi, d'estate meglio leggere i classici

La discussione
di Roberto Carnero
Negli ultimi anni si è diffusa l’abitudine, da parte degli opinionisti letterari e dei giornalisti culturali, di criticare, magari a partire da quanto vedono nell’esperienza dei figli propri o di coppie amiche, le scelte degli insegnanti in merito ai libri da assegnare in lettura ai ragazzi come 'compiti per le vacanze'. Di recente sono intervenuti sull’argomento prima Paolo Di Paolo sulle pagine della 'Stampa' e poi Paolo Di Stefano dalle colonne del 'Corriere della Sera'. Ci si lamenta che da trenta-quarant’anni il canone delle letture estive imposte dai professori sia sempre lo stesso: Il fu Mattia Pascal di Pirandello, La coscienza di Zeno di Svevo, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino eccetera. Il motivo sarebbe la mancanza di fantasia e, cosa ancora più grave, di aggiornamento culturale negli insegnanti.
Peccato che a questi accusatori del corpo docente non venga in mente che magari si fanno leggere d’estate proprio le opere maggiori degli autori del Novecento previsti in maniera prescrittiva dalle indicazioni ministeriali (gli ex famigerati 'programmi'), quelle opere che durante l’anno scolastico gli studenti, concentrati sullo svolgimento del percorso storico - letterario, non riescono a leggere integralmente, perché mancano loro il tempo e la concentrazione necessari.
Del resto l’estate - anche un’estate bislacca dal punto di vista meteorologico come questa - è davvero il momento più adatto per la lettura dei classici. In vacanza si danno le condizioni migliori per affrontare l’elevata mole di pagine e anche la complessità culturale di certi libri fondamentali. Non solo quelli che abbiamo citato (che non sono poi così voluminosi), ma anche, poniamo, i grandi romanzi del realismo ottocentesco: Il conte di Montecristo di Dumas, I miserabili di Hugo, Delitto e castigo di Dostoevskij, Guerra e pace di Tolstoj. Ho fatto personalmente la prova con i miei studenti, ed è stato quasi sempre un successo.
Non si creda però che la scuola italiana di oggi sia il luogo dove si propinano classici a tutto spiano. Anzi, in anni recenti si è assistito a una graduale erosione del 'canone scolastico'. E qui non parlo delle letture estive, ma degli autori presenti nei manuali. Ad esempio, lo spazio riservato a Carducci, un tempo assai presente, si è ridotto drasticamente: peccato, perché il valore storico-documentario dei suoi testi è enorme, e pure quello stilistico non è trascurabile. Ma anche autori delle epoche precedenti non godono di buone fortune. Stranamente ciò accade ad alcuni degli scrittori più innovativi dal punto di vista ideologico e formale: per esempio, nella letteratura italiana del Settecento, a Parini, che pure conduce una spietata critica sociale alla 'casta' di allora (la nobiltà parassitaria), e ad Alfieri, che con la sua Vita ci ha dato la prima autobiografia moderna. Ecco, francamente credo che sarebbe molto più formativo per un adolescente leggersi in vacanza la Vita di Alfieri che non l’ultimo romanzetto di qualche scrittorucolo à la page.
Su una cosa, però, do ragione a Di Paolo e Di Stefano: la necessità che gli insegnanti giungano a trattare la produzione letteraria del secondo Novecento. In molte scuole i programmi di letteratura svolti nell’ultimo anno (quello della maturità) arrivavano a Ungaretti e Pirandello e, se va bene, a Montale. Però questo importante lavoro di avvicinamento alla contemporaneità, essenziale per consentire ai giovani di comprendere il presente, non va svolto necessariamente d’estate, senza la guida dell’insegnante: si può fare seriamente, e con comodo, al rientro dalle vacanze.
«Avvenire» del 5 agosto 2014

10 luglio 2014

Ragazzi, stendetevi su un prato e aprite un libro: non vi deluderà!

D’estate di sono le inclinazioni giuste (sdraio, lettino, spiaggia, prato di montagna) e le giuste inclinazioni: voglia di pensare pensieri nuovi, e provare a cambiare qualcosa della nostra vita
di Beppe Severgnini
Arriva la stagione in cui molti cercano libri da leggere. Succede anche a Natale!, direte voi. No, a Natale i libri si regalano. L’estate è invece il tempo perfetto della lettura. Ci sono le inclinazioni giuste (sdraio, lettino, spiaggia, prato di montagna) e le giuste inclinazioni: voglia di pensare pensieri nuovi, e provare a cambiare qualcosa della nostra vita. Ogni autore, se è bravo, illumina un pezzo di mondo che, per qualche motivo, stava nella (nostra) penombra. Saggistica o narrativa, fa lo stesso: a patto che la prima sia poetica e la seconda analitica.
Molti chiedono consigli, come dicevo. Ma non esistono libri buoni per ogni umore, condizione ed età. Lodevolmente www.corriere.it/scuola sta indicando opere per ragazzi, e chiede ai colleghi del «Corriere» incipit memorabili di opere indimenticabili della nostra adolescenza. Gian Antonio Stella ha scelto «L’isola del tesoro», Barbara Stefanelli «Tonio Kröger», Maria Laura Rodotà «L’uomo senza qualità» (che io sappia è l’unica, con Daria Bignardi, capace di leggere quei due tomi durante la pubertà, senza danni apparenti).
Quando verrà il mio turno indicherò «Il castello di Blandings» di P.G. Wodehouse, l’autore che, da ragazzo, mi ha insegnato a scrivere divertendomi (e divertendo, spero). La vita è troppo strana per non sorriderne, l’ironia è un modo per accettare le imperfezioni del mondo. L’aristocrazia inglese raccontata da Wodehouse, però, è estinta. Baroni, maggiordomi e ragazze da marito, per una diciottenne di Adria e un ventenne di Aggius, sono ormai esotici come i pesci martello.
Altre letture estive per giovani adulti? Stiamo sui classici italiani.
Ai romantici e agli avventurosi, suggerisco «Una questione privata» di Beppe Fenoglio (scrivere della Resistenza senza retorica e compiacimento è difficile, ma lui c’è riuscito). A chi sta elaborando il lutto sportivo, «Azzurro tenebra» di Giovanni Arpino (resoconto della catastrofica spedizione ai Mondiali di Germania 1974, lo consiglierò a Prandelli). A coloro che aspettano (un fidanzato, una facoltà, un’occasione), «Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati. A coloro che sospettano, «A ciascuno il suo» di Leonardo Sciascia. A chi ha un’anima provinciale e poetica, «Feria d’agosto» di Cesare Pavese. A chi ha un’anima provinciale e pratica, «La bella di Lodi» di Alberto Arbasino. A chi ha un’anima, «Le piccole virtù» di Natalia Ginzburg e i «Sillabari» di Goffredo Parise, magari nell’audiolibro letto (benissimo, come un attore non saprebbe fare) da Nanni Moretti. C’è poi un autore, un po’ fuori moda, che consiglio vivamente: Mario Soldati, passione di mia mamma Carla. Leggerlo, non so perché, riempie di gioia. Cominciate con «America primo amore», proseguite con i racconti di «La messa dei villeggianti».

Post scriptum: sono libri brevi. E’ importante. Uno non può passare tutto il tempo a leggere, d’estate
«Corriere della Sera» del 10 luglio 2014

03 marzo 2014

Impersonale e un po’ magica. La viralità impara dalle favole

La diffusione di buona letteratura e di saggi in rete è promozione di sé e risponde a criteri antichi
di Jakob Norberg
La buona letteratura e i saggi stimolanti riusciranno a sopravvivere e a prosperare nell’era della viralità? Certamente. Ma saranno influenzati e plasmati dal processo di diffusione attraverso la rete. Paradossalmente, la condivisione online è un tipo di filtraggio selettivo.
Cominciamo con un concetto di base: cos’è la viralità? Un contenuto virale è un contenuto che viene condiviso. Se un giornale pubblica un articolo che è letto da 10 mila persone, si tratta di un articolo largamente diffuso, ma non virale. È semplicemente un articolo letto da molti. Ma se migliaia di persone inviano questo articolo ai loro amici con un’email, mettono il link su piattaforme di social media e ottengono che amici e contatti lo condividano a loro volta, l’articolo diventa virale. Si propaga attraverso le reti digitali, passando da una persona all’altra come un virus. Ma cos’è che può farlo diventare virale? Molti vorrebbero saperlo, nell’industria dello spettacolo, nei settori dell’informazione e del marketing.
Se la viralità è sinonimo di successo, capire cosa tenda a essere condiviso in rete è la chiave per avere riconoscimento, fama, potere e anche profitti. Qualche risposta in questo senso è stata data. I docenti di economia Jonah Berger e Katherine Milkman hanno studiato gli articoli del «New York Times» che sono stati maggiormente diffusi a mezzo di email dai lettori del giornale online. Perché alcuni pezzi sono stati condivisi e altri no? Quel che hanno scoperto è che la viralità ha in parte a che fare con il contenuto emotivo degli articoli. Gli articoli che suscitavano forti emozioni positive o negative erano condivisi più frequentemente di altri. Una notizia che tendeva a suscitare collera (emozione negativa) o una storia che ispirava ammirazione (emozione positiva) venivano condivise più spesso di storie che inducevano tristezza, un’emozione meno intensa.
Il coinvolgimento, sia in positivo che in negativo, spinge alla condivisione. I meccanismi della condivisione produrranno allora una letteratura più drammatica o più melodrammatica? Berger e Milkman pongono l’accento anche su un altro punto. Quello che scegliamo di condividere dice a chi è collegato con noi qualcosa sulla nostra identità. Quando condividiamo clip, immagini, articoli o storie, facciamo anche sapere chi siamo. Condividere contenuti con gli altri è una forma di «gestione della propria immagine». Dato che la condivisione è un modo di presentare se stessi e che, di solito, vogliamo apparire divertenti e positivi, tendiamo a selezionare clip divertenti, notizie confortanti e immagini carine. Si spiega così la presenza costante di video divertenti sui feed di Facebook.
Vi sono molti tipi di social network. Alcuni raccolgono persone che vogliono apparire politicamente impegnate o culturalmente sofisticate. Questo significa che vengono scambiati anche articoli seri e saggi profondi. In tutti questi network, però, sono le spinte a presentarsi agli altri che determinano quel che viene più ampiamente diffuso. Nell’era della viralità, la cultura — anche quella letteraria — è condizionata dall’interazione sociale. I contenuti culturali, più o meno sofisticati, rispondono all’immagine che vogliamo presentare agli altri. Quando la cultura si diffonde grazie alla condivisione, deve sempre superare il test delle singole personalità. Voglio essere il tipo di persona che condivide questo? Condividere è quindi un modo per vagliare e filtrare.
L’assorbimento della cultura letteraria nell’ambito dell’interazione sociale non ne determina la fine. Goodreads.com è una piattaforma per lettori, molti dei quali sono voraci, ambiziosi e sofisticati. Gli utenti presentano elenchi di libri che hanno letto, ricevono consigli e vedono quel che leggono i loro amici. Questo significa anche che le propensioni di uno o più critici importanti contano meno delle opinioni che si formano nelle reti di amici. Mentre guardiamo gli elenchi dei libri preferiti dagli altri e creiamo i nostri scaffali digitali, siamo anche impegnati in un gioco di mutua auto-rappresentazione.
Come c’è il selfie, l’autoscatto che inviamo, c’è anche lo shelfie (da shelf, scaffale), l’immagine della nostra libreria che condividiamo. Servono entrambi a cercare di influenzare la percezione degli altri. Come ha fatto notare la studiosa dei media Lisa Nakamura, Goodreads.com trasforma la lettura in una performance pubblica.
Si potrebbe obiettare che la letteratura e l’arte siano sempre state uno status symbol. Non compriamo forse Proust e parliamo di Wittgenstein e di Freud per mostrare di essere sofisticati? La nostra libreria non è sempre stata uno shelfie? La letteratura e l’arte non sono mai state solo profonde esperienze personali. Tutto questo è certamente vero, ma dobbiamo anche notare che la cultura della condivisione potrebbe essere più democratica e aperta alla partecipazione dei vecchi sistemi di diffusione, in cui si veniva informati e indirizzati da critici affermati e personalità influenti. Ora i lettori comunicano con i lettori, invece di essere catechizzati da autorità culturali. La cultura della condivisione è però anche una cultura di gestione della propria immagine e di affermazione del proprio status sociale.
I consigli di buoni romanzi o di saggi stimolanti diventeranno virali, si diffonderanno attraverso le reti digitali, se saranno adeguati all’immagine sociale che la gente vuole esibire. Ma che forma potrebbe avere una cultura completamente virale, in cui le storie che consumiamo fossero plasmate in modo sostanziale dal processo di condivisione? Penso spesso alle fiabe come a un possibile antecedente delle odierne pratiche di condivisione. Le fiabe non erano scritte da un genio solitario che si rivolgeva a un pubblico anonimo di lettori colti, ma storie interessanti che venivano trasmesse oralmente da una persona all’altra, un po’ come un virus. E che caratteristiche hanno? Le fiabe sono quasi sempre drammatiche — fanciulle innocenti in grave pericolo — ma grazie a eventi magici inattesi, tutto finisce bene, e così via. La dinamica della condivisione ha conformato le storie in modo che suscitino paura, collera, sollievo e gioia, perché sono le emozioni forti ad attivare l’impulso alla condivisione.
Sono anche storie impersonali: le narrazioni che sopravvivono viaggiando da una mente all’altra sono fatte per adattarsi a molte persone. Solo quelle che piacciono a molti vengono trasmesse. È probabile che una letteratura virale sarà molto drammatica e poco individualizzata. Le fiabe possono essere profonde, ma sono prive di sfumature; possono trasmettere insegnamenti, ma non sono personali.
(Traduzione di Maria Sepa)
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 2 marzo 2014

05 febbraio 2014

Le quattro regole per far leggere i giovani

di Florence Noiville
In Francia, come credo in Italia, e nella maggioranza dei paesi eu­ropei la situazione è difficile. Al­meno per 4 motivi: 1) Il gusto del­la lettura cala nel corso del tem­po. Nel 2002 leggere era al terzo posto (40%) dietro 'fare sport' (75%) e 'praticare un’attività artistica' (54%). Nel 2010, la lettura si collocava sempre al terzo posto, ma aumentava lo scarto rispetto alle due attività che lo pre­cedevano. Nel 2012, il posizionamento della lettura è peggiorato passando al quarto posto tra le attività preferite (ma assai più indietro rispetto a stare al com­puter, ascoltare musica e praticare sport); 2) Ragazze e ragazzi non hanno gli stessi comportamenti rispetto alla lettura. Nel­l’insieme i ragazzi leggono meno. Que­sta femminizzazione della lettura esiste fin da piccoli, ma lo scarto reale avviene soprattutto nei ragazzini a partire dagli 11 anni, quando entrano alle scuole me­die. In altri termini, quando ci poniamo l’interrogativo: 'I giovani di oggi saranno i lettori di domani?', dobbiamo sapere che ragioniamo già su metà della popo­lazione giovanile, cioè sulla popolazione femminile e non su quella maschile. Si tratta, a mio parere, di un problema rea­le; 3) La posizione simbolica della lettu­ra dei libri nel mondo sociale è venuta meno. Le élite letterarie sono state sop­piantate dalle élite tecnico-commerciali ; cioè leggere non 'apporterebbe' più al­cun vantaggio. Nella testa del pubblico «l’investimento non dà abbastanza ren­dimento ». Per i giovani leggere è uno sfor­zo. E in un mondo dominato dalla reddi­tività, leggere non è abbastanza 'redditizio' rispetto all’investimento attuato. Grossomodo, si dice: «Non è perché leg­go che me la caverò nella vita»; 4) Infine, chi dice lettura dice lentezza, solitudine, immersione e soprattutto attenzione. «In uno spazio pubblico saturo di tecnolo­gie si esaurisce l’attenzione»: è questo il grido di allarme che ha lanciato il filosofo americano Matthew Crawford su Le Mon­de del 27 luglio 2013.
Continuamente sollecitati dai nostri smartphone e dai nostri pc, siamo tutti ­e in particolare i giovani - ipercollegati. Capaci di guardare la televisione e, simultaneamente, di parlare con gli amici con sms o su Facebook e di giocare su un tablet, diamo l’impressione di praticare agevolmente il multi-tasking.
Oppure questo sentimento di grande competenza che il multi-tasking può su­scitare in noi è ampiamente illusorio. In realtà - ed è provato da studi scientifici -, l’invasione degli schermi, della musi­ca diffusa dagli altoparlanti o della pub­blicità che attirano incessantemente il nostro sguardo o sollecitano il nostro u­dito indebolisce considerevolmente le nostre capacità di attenzione e di con­centrazione.
La questione che si pone è allora: come agire per fare ripartire la macchina che forma i lettori? Che cosa è efficace per sti­molare la voglia di lettura nei giovani? In mancanza di una risposta semplice, in­sistiamo almeno su quattro piste fonda­mentali e di buon senso. È importante:
1) che il libro sia fisicamente presente ne­gli ambienti frequentati dai ragazzi. Che ci siano, il più possibile, libri in casa e in tutti gli altri luoghi. Che il libro non sia marginalizzato. I sociologi hanno dimo­strato che il fenomeno del mimetismo ri­veste un ruolo fondamentale in materia di lettura. Il ragazzo che vede un genito­re o un adulto leggere e divertirsi avrà più propensione a imitarlo naturalmente che nel caso contrario. Perché i nostri figli leg­gano è capitale che anche noi leggiamo!
2) che i libri arrivino là dove solitamente sono assenti. Uno dei migliori esempi è quello di una ong francese, Atd Quart Monde, e delle sue 'biblioteche di stra­da'. Il principio è semplice: dei volonta­ri si installano per strada, sempre nello stesso giorno della settimana, e leggono. Pian piano s’instaura un appuntamento con i giovani o i meno giovani. Poco alla volta i ragazzi si familiarizzano con i libri e gli animatori finiscono per aiutarli a i­scriversi in biblioteca o a entrare in li­breria.
3) che fin dalla tenera età, compresi i neo­nati, si possa manipolare dei libri, gustarsi dei veri e propri universi di autori e illu­stratori, deliziarsi della lingua e delle im­magini fin dalla nascita.
4) che il libro smetta di far rima con iso­lamento e mediocrità e cominci a farla con piacere e condivisione. A tal fine è importante che chi ne parla lo faccia in modo convincente e allettante. In altre parole, che tutti i mediatori - librai, ma anche bibliotecari, giornalisti e gli stessi genitori - siano formati adeguatamente per essere non dei 'prescrittori' di lettu­re obbligatorie ma, per riprendere la for­mula di Philip Roth, degli «insegnanti di desiderio«.
La cosa non è fuori dalla nostra portata. In tutta Europa ci sono centinaia di ini­ziative che tutti i giorni dimostrano la lo­ro efficacia nel suscitare nelle generazio­ni a venire la voglia di leggere. Nei Paesi Bassi le gare di lettura ad alta voce, in Sve­zia le trasmissioni televisive come Car doctor che conducono al libro senza a­verne l’aria, in Germania la giornata na­zionale per la lettura: 12.000 persone quel giorno si mettono a disposizione per leg­gere in luoghi diversi, dalle scuole ma­terne alle biblioteche passando dagli o­spedali e in tutti quei luoghi dove si può incontrare il pubblico…
Una cosa è certa: chi non è un lettore og­gi probabilmente non lo sarà domani (il contrario non è vero). C’è l’urgenza di for­mare dei lettori. Di attuare politiche pub­bliche della lettura innovative e volonta­ristiche, sia a livello nazionale sia a livel­lo europeo. Non soltanto perché si ven­dano più libri ma perché il libro, oggetto di cultura, è anche un formidabile stru­mento poco costoso d’integrazione, di le­game sociale, di comprensione dell’altro e di democrazia in un momento in cui l’Europa ne ha bisogno.

(traduzione di Isabella Negri)
«Avvenire» del 30 gennaio 2014

10 ottobre 2013

L'apprendimento comincia in fasce: ecco perché siamo nati per leggere

Educazione
di Gian Arturo Ferrari
A prima vista «Nati per leggere» non pare il nome di una associazione destinata a promuovere la lettura e i libri presso i bambini piccoli e piccolissimi. Che sembrerebbe invece richiedere denominazioni più alate, più evocative, più allusive. Che so, «Liber», «Librus», «Pagina», «Lectura» e via dicendo. O più infantili, «Libromio» o «Miolibro», «Coccolibro», «Cicciolibro» e anche qui via dicendo. «Nati per leggere» invece, brusco e spicciativo com'è, ha più l'aria di un comando, di una sollecitazione a sbrigarsi. Non è un invito, ma un'asserzione perentoria. E anche, aggiungiamo pure, non così immediatamente persuasiva. Perché mai dovremmo essere nati proprio per leggere? Siamo nati per tante cose, certo, tra le quali anche per leggere. Senza dire che la maggior parte di quelli che nascono ? nel mondo in generale, ma in particolare in Italia ? finiscono per non leggere del tutto o per leggere molto ma molto saltuariamente. E allora che finalità sarebbe mai quella che dopo essere stata enunciata in modo così imperativo viene in realtà realizzata solo da una minoranza piuttosto esigua? Eppure, nella sua voluta e un po' legnosa severità, «Nati per leggere» ha tre grandi vantaggi. Il primo è quello di legare la lettura alla nascita, o per meglio dire di proporla come la vera nascita, di trasformarla da un fatto culturale in un fatto naturale, quasi biologico. Il secondo di essere una sorta di rivendicazione e di protesta per un mancato riconoscimento e dunque per converso una specie di dichiarazione di intenti, un programma d'azione. Il terzo di essere, nella sostanza, vero. Siamo nati, come spiegò qualche tempo fa Francois Jacob, per trasmettere il messaggio genetico che abbiamo ricevuto. E sta bene. Ma è anche vero che questo non è un tratto specifico della specie umana, dell'Homo sapiens, bensì è comune a tutto il vivente, animale o vegetale che sia. Se vogliamo venire più vicino a noi e cercar di isolare ciò che davvero identifica e determina l'umanità e il suo destino, il che cosa ci stiamo a fare al mondo, finiamo obbligatoriamente per passare dalla scrittura e dunque dalla lettura. In un senso profondo ed essenziale noi siamo davvero nati per leggere. Nella sua sbrigativa ruvidezza «Nati per leggere» dice da un lato la verità e dall'altro proprio dicendo la verità si propone come slogan, manifesto, motto di una nuova evangelizzazione alla lettura e soprattutto alla lettura precoce. Che è iniziata, l'evangelizzazione, nel 1999, quando alcuni bibliotecari e alcuni pediatri hanno deciso di mettersi insieme, di dar vita alla associazione e di iniziare in concreto l'intervento sui bambini. Negli ultimi dieci anni, da un lato l'attività si è estesa e oggi vi sono impegnate più di 1.000 biblioteche e 800 pediatri che lavorano a oltre 500 progetti locali. Ma dall'altro si sono venuti modificando alcuni concetti di base, primo fra tutti quello di precocità.
Ognuno di noi, che siamo grandi e forti lettori, conserva e mantiene (in realtà restaura e ricostruisce) preziosi ricordi delle sue prime letture. Io rivedo (o credo di rivedere...) la rilegatura verde e i disegni liberty in bianco e nero di un libro delle fiabe di Andersen. Risento (o credo di risentire...) la voce di mia nonna che, come in una fiaba, mi legge un libro di fiabe. Ma questi ricordi, come gli innesti di memoria dei replicanti di Blade Runner, sono già contaminati, plasmati, modificati dalla lettura. I libri si sono insinuati in noi e si sono trasformati in noi. C'e un prima, un momento anteriore in cui è scattata la molla, la porta segreta si è aperta, siamo entrati nel mondo dei libri e i libri sono entrati in noi. Quando? Quando è successo? Oggi le neuroscienze sono in grado di dare una risposta molto più accurata di quindici anni fa. E la risposta è: prestissimo. Non solo nei primissimi anni, ma nei primi mesi di vita. Lì, quando di lettere e di alfabeto non è proprio il caso di parlare, ma di immagini e di colori sì. E ancor prima quando vi sono solo suoni, ma tra questi suoni c'è una voce, e la voce - calda, affettuosa e materna - parla e racconta, e parla e racconta proprio a te, lì si è iniziata ad aprire la porta segreta che ha fatto dei neonati o dei bambini piccoli che siamo stati i lettori di oggi. E dunque se si vuole portare alla lettura quelli che oggi ne sono privati o esclusi bisogna cominciare presto, prestissimo. È vero, naturalmente, che non è mai troppo tardi. Ma questa è una verità individuale, vale per i singoli e sottintende un impegno, uno sforzo e una fatica immani. La verità dei grandi numeri è al contrario che il treno perduto nella primissima e prima infanzia non ripassa più, non lo si può più riprendere, che chi è rimasto escluso allora lo resterà per sempre. Il primo e più immediato obiettivo di «Nati per leggere» e del suo stratega e presidente, il pediatra Giorgio Tamburlini - un italiano di frontiera (è triestino) asciutto e risoluto - è proprio diffondere il più possibile questa consapevolezza, far sì che mano mano divenga comprensibile a tutti i genitori che il destino dei loro bambini si gioca in gran parte lì, tra quei libretti colorati. Poi potrà venire tutto il resto. E alla fine anche questi bambini, come i grandi e forti lettori adulti di oggi, potranno dimenticare come hanno cominciato a leggere, crederanno di averlo sempre fatto e costruiranno su questo gli opportuni ricordi. Perché saranno non programmaticamente, ma nella realtà, nati per leggere. E cresciuti leggendo.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2013

17 agosto 2013

L’ultimo Dan Brown? Sembra copiato da una guida turistica

I fiorentini descritti nel predestinato bestseller fanno colazione con olive al forno e lampredotto
di Silvia Guidi
Spiace ammetterlo, ma è divertente. Soprattutto per chi è nato a Firenze e la conosce bene, ma anche per chi ha visitato la città da turista. Durante la lettura — il libro di cui stiamo parlando è l’ultimo thriller storico-esoterico di Dan Brown Inferno (nella traduzione italiana: Milano, Mondadori, 2013, pagine 522, euro 25) — capita di imbattersi in passi dalla comicità involontaria davvero irresistibile. Gli indigeni, i pronipoti di Dante degli anni Dieci del Duemila descritti dall’autore, sono strani personaggi dalle abitudini incomprensibili: mangiano olive al forno e lampredotto a colazione, invadono con nuvole di fumo misto a pungente aroma di caffè espresso gli ascensori e in ogni singolo ambiente chiuso, ospedali compresi — i sopralluoghi dell’autore in Italia si sono svolti evidentemente prima dell’entrata in vigore della legge Sirchia — e riempiono di statue di uomini nudi la piazza più importante della città. Il professor Robert Langdon — lo stesso de Il codice da Vinci, Angeli e demoni, Il simbolo perduto, ne conta, sconcertato, almeno dieci: oltre alla copia del David di Michelangelo e al Biancone dell’Ammannati c’è persino una schiera di satiri accanto al Nettuno, in piazza della Signoria. Integralmente nudi, precisa con bizzarra pruderie.
Nota a margine per i non toscani: il lampredotto è uno dei quattro stomaci dei bovini, l’abomaso, che viene cotto a lungo con pomodoro, cipolla, prezzemolo, sedano e condito con salsa verde e olio piccante; un piatto povero tipico della cucina locale buonissimo ma inadatto ad accompagnare il cappuccino. Come le olive, del resto, più consone al Martini agitato, non mescolato di James Bond che a una colazione all’ombra del campanile di Giotto.
Sono davvero strani, dicevamo, questi fiorentini. Le autorità locali traggono in inganno i turisti con cartelli ambigui: la scritta «Porta del Paradiso» deve essere messa sulla Porta del Paradiso, ammonisce l’autore, non sull’inferriata di protezione, altrimenti i visitatori scambieranno il capolavoro dell’arte orafa famoso in tutto il mondo per un normale cancello come se ne trovano a migliaia in New England. Il Battistero è bellissimo, niente da eccepire, ma quanto a senso pratico, la popolazione locale non merita la sufficienza. Anche dai migliori, tra gli autoctoni, arrivano brutte sorprese, pure gli artisti più celebri commettono errori grossolani: Lorenzo Ghiberti è stato piuttosto bravo nel realizzare le formelle in bronzo dorato della porta, ma si è dimenticato un elemento essenziale come la maniglia.
Mentre si aggira fra dipinti e celebri statue, il nostro Robert descrive la città con la stessa quieta, rassicurante piattezza di una guida turistica tascabile. «La narrazione — chiosa perfidamente Monica Hesse, «The Washington Post» — sembra tratta da una guida Fodor’s, come quando Langdon si interrompe nel bel mezzo di una fuga, in un momento che potrebbe costargli la vita, per ricordare la storia di un ponte. È come cercare di risolvere un mistero mentre un’audioguida ti pende dalle orecchie: “Passate sopra questo corpo riverso e digitate 32 per conoscere i dettagli sulla scatola di velluto contenente la maschera mortuaria di Dante, nel Palazzo Vecchio”». Per ulteriori informazioni sugli orari del museo e i giorni di chiusura attendere il segnale acustico, grazie.
Il placido Robert si risveglia dal letargo e diventa improvvisamente sarcastico solo quando parla di temi che riguardano la Chiesa. Anche se l’azione si svolge a Firenze, continua a citare a ogni pie’ sospinto il Vaticano. La stessa Sienna Brooks, l’affascinante coprotagonista, non manca di notare la strana ossessione del suo compagno di avventure: siamo nel giardino di Boboli, che c’entra San Pietro? «Sienna non aveva idea di cosa c’entrasse il Vaticano con la loro situazione — si legge nell’edizione italiana a pagina 142, e il lettore non può che convenirne — ma Langdon prese ad annuire, continuando a guardare verso est e il retro del Palazzo». Miss Brooks, dotata di una buona dose di sensibilità oltre che di un abnorme quoziente di intelligenza, non approfondisce oltre. «Ad ogni poeta manca un canto», come si dice a Firenze, e Sienna è teneramente indulgente verso il suo Robert. Saggiamente il professor Langdon preferisce glissare sul tema quoziente di intelligenza e non far cenno al proprio, visto che nel corso della trama cade in ogni trappola possibile, dalle più banali alle più sofisticate, si fida sistematicamente delle persone sbagliate, controlla la mail dal primo portatile che gli capita a tiro fornendo le coordinate precise del suo nascondiglio ai suoi supertecnologici nemici («si può essere così stupidi?» si domanda a pagina 77 uno dei cattivi del libro, a capo del Consortium, una sorta di Spectre internazionale), cade nel più nero sconforto perché ha perso il suo amato orologio di Topolino, si perde in divagazioni erudite mentre un commando armato fino ai denti lo attende sotto casa, rischia l’attacco di panico perché non riesce a trovare una libreria aperta di lunedì — ma il giorno di riposo non era la domenica? Dove lo trovo un testo della Divina Commedia a Firenze? Ci sono i poster per turisti con il testo integrale, ma il carattere è troppo piccolo, tocca chiedere in prestito l’iPhone di una connazionale e sperare che accetti di pagare il costo dell’accesso a internet. Proviamo a fare un salto nella Chiesa di Dante, Santa Margherita de’ Cerchi, forse qualche citazione sui depliant per turisti, accanto alla (peraltro finta) lapide di Beatrice Portinari, riesco a rimediarla (sintesi libera ma realistica del testo).
Tornano in mente le parole della quarta di copertina: «È normale che a Firenze Robert Langdon sia di casa, che il David e piazza della Signoria, il giardino di Boboli e Palazzo Vecchio siano per lui uno sfondo familiare, una costellazione culturale e affettiva ben diversa dal palcoscenico turistico percorso in tutti i sensi di marcia da legioni di visitatori». Un’excusatio non petita che era meglio evitare. Ha uno strano modo di esternare il suo amore per l’arte, il professore di simbologia famoso in tutto il mondo: usa la fonte battesimale del “bel San Giovanni” come un lavandino, smacchia la maschera funebre di Dante con uno strofinaccio, danneggia in modo irreparabile L’Apoteosi di Cosimo i del suo amato Giorgio Vasari saltando incautamente da una trave all’altra — con killer al seguito ovviamente — nel controsoffitto del Salone dei Cinquecento. Ma forse è colpa dell’amnesia retrograda — vera o presunta? Naturale o indotta con dosi da cavalli di benzodiazepine? Non sveliamo di più — che rallenta provvisoriamente le prodigiose facoltà cognitive del professore, l’espediente narrativo su cui si regge praticamente tutta la complessa intelaiatura della trama. «Le parti iniziali di Inferno — scrive Janet Maslin su «The New York Times» — si avvicinano così tanto a un’auto-parodia che il signor Brown sembra aver perso se stesso come Langdon, che inizia il libro in un letto di ospedale». I cattivi, invece sono dotati di super poteri e facoltà visive eccezionali: il genio della biologia svizzero Bertrand Zobrist, leader del movimento Transumanista, riesce a guardare negli occhi per un ultimo struggente congedo dalla vita il suo amato bene — che lo aspetta in strada, vicino al Bargello — dal campanile della Badia fiorentina, a settanta metri da terra. Senza binocolo, naturalmente.
Ma Firenze non è l’unica location del libro. Il rapido precipitare degli eventi — una rocambolesca caccia al tesoro, che, per quanto scombinata e ribaltata da colpi di scena poco credibili e troppo frequenti riesce comunque ad agganciare l’attenzione del lettore — porta Robert e Sienna a bordo di un treno diretto al nord. La città cambia ma l’ipersensibilità olfattiva continua, accompagnata da altre incongruenze gastronomiche: Langdon si accorge di essere a Venezia grazie all’inequivocabile profumo di seppie al nero che aleggia costantemente sui canali, più forte della salsedine e dell’odore di nafta dei vaporetti. Chissà quale sito in stile tripadvisor avrà dato origine a un copia-incolla così surreale. Ma la vera domanda è: possibile che passi simili abbiano superato il filtro di un plotone di editor e il senso critico dell’équipe di traduttori disposti a lasciarsi chiudere in un bunker per mantenere il segreto sul testo fino all’ultimo minuto? Misteri dei best-seller contemporanei.
Gli errori storici non mancano e c’è chi si è già preso la briga di elencarli tutti, ma in fondo i thriller di Dan Brown sono una lettura da spiaggia senza pretese, e in questo caso la Commedia di Dante è solo un pretesto narrativo, una scenografia dipinta a tinte forti per facilitare il lavoro agli sceneggiatori che porteranno ben presto Inferno sul grande schermo.
Quello che produce un leggero fastidio sono le prediche eugenetiche contenute in un libro che simpatizza apertamente con il cattivo, uno scienziato pazzo che ha perso il lume dell’intelletto perché incompreso dalle ottuse menti oscurantiste dei contemporanei. Uno psicopatico pericoloso che però, in realtà — secondo la quasi totalità dei personaggi, e quindi anche secondo l’autore — ha ragione.
I transumanisti di Bertrand Zobrist sono l’ennesimo travestimento del “super uomo” di Nietzsche, unito in un cocktail letale per il lettore a deliri malthusiani sui pericoli della sovrappopolazione, ampiamente confutati già dalla fine del Settecento ma citati come scientificamente attendibili. «Il fine giustifica i mezzi» spiega l’autore, attribuendo ovviamente la frase a Machiavelli anche se nei testi dello scrittore toscano non c’è, come si può comodamente leggere su Wikipedia; quel che è certo è che l’umanità, secondo quella ristretta élite che si sente autorizzata dalla propria presunta superiorità a decidere per il bene di tutti, deve essere drasticamente sfoltita, epurata, selezionata. Le guerre in corso non bastano, servirebbe una bella epidemia globale. Peccato che la peste nera sia un ricordo del passato (o forse no, se la tecnologia lo consente). Tutto si fonda sulla convinzione che l’uomo è un essere “sbagliato” da riprogrammare; il fatto che gradisca o meno di essere riprogrammato è un dettaglio irrilevante. Viene ribadito più volte, nel corso del libro, il disprezzo per il gregge umano che non accetta di essere migliorato, e per quelle masse ottuse che si ostinano inesplicabilmente ad amare la vita, a fidarsi di quello che vedono e vivono tutti i giorni piuttosto che dar credito a schemi matematici astratti, basati su presupposti sbagliati e più volte smentiti dalla storia. Una propaganda, questa sì, davvero virale e tossica, che suona grottesca e fuori tempo massimo nel lungo inverno demografico che ha colpito buona parte dell’europa e del mondo.
Attraverso il personaggio del Rettore — un cattivo un po’ meno cattivo degli altri — l’autore sembra quasi descrivere, consapevolmente o meno, se stesso. «Io mi guadagno da vivere con l’inganno. Io fornisco disinformazione» dice il capo del Consortium mentre veleggia al largo dell’Italia a bordo dello yacht Mendacium (nomen omen) preoccupato dalla punizione karmica che si abbatte su chi frequenta troppo spesso la mistificazione. «Il Rettore non era certo l’unico al mondo a fabbricare menzogne (...) Che si trattasse di sostenere un mercato azionario, giustificare una guerra, vincere un’elezione o stanare dei terroristi, i mercanti di potere si affidavano a programmi di disinformazione di massa per plasmare l’opinione pubblica. Era sempre stato così».
Qualche battuta davvero spiritosa c’è nelle 522 pagine del libro, come l’allegro cinismo dell’editor americano Jonas Faukman, un personaggio che purtroppo fa un’apparizione fugace: «Non abbiamo a disposizione jet privati per gli autori di tomi sulla storia delle religioni — spiega Faukman rispondendo alla richiesta di aiuto di Langdon che lo ha tirato giù dal letto alle quattro di mattina, incurante dei fusi orari — Se hai intenzione di scrivere Cinquanta sfumature di iconografia ne possiamo parlare».
«L'Osservatore romano» del 13 agosto 2013

02 marzo 2013

La letteratura non è scrivere storie

L’intervento
di Philippe Djian
Il libro, la protagonista e... le virgolette
Philippe Djian, che col Festival sarà a Roma, è nato a Parigi nel 1949. Autore di culto, tradotto in Italia da Voland (che pubblica sia le sue ultime prove sia la sua backlist), è diventato celebre con «37˚2al mattino», dal quale Jean-Jacques Beineix ha tratto il film «Betty Blue». Per «la Lettura» racconta come scrive e la genesi del suo ultimo libro (vincitore del premio Interallié) che Voland pubblicherà il 7 marzo.

Il titolo di questo romanzo è un “Oh…”, sospeso tra virgolette e con i puntini di sospensione appunto. Quando ho consegnato il manoscritto alla mia casa editrice, Gallimard, mi hanno ridato le prime bozze con il titolo tra virgolette francesi, tipo le caporali. Ho chiesto allora che venissero mantenute le virgolette inglesi, dei piccoli apostrofi un po’ sospesi in aria, perché dal punto di vista visivo corrispondono meglio alla mia idea del libro e poi sono più aerei e sono le ultime parole dell’eroina, se vogliamo chiamarla eroina, il personaggio principale del libro, che è una donna, Michèle. Questo “Oh…” è una risposta che in realtà non lo è veramente. La migliore amica di Michèle ha lasciato il marito e le chiede se le affitta una stanza di casa sua. Michèle non risponde né sì né no, anche se io penso che il suo sia un sì, ma non può dirlo subito.
Mi piaceva chiudere questo romanzo con qualcosa di così aereo tanto più che, grazie alla simpatia e alla comprensione di Antoine Gallimard, ho potuto ottenere queste virgolette inglesi sulle copertine bianche della casa editrice, perché — cosa che non sapevo — c’è un solo font per la famosa copertina bianca. Quando ho chiesto di cambiare le virgolette, le persone addette alla composizione erano un po’ preoccupate, era qualcosa di troppo rivoluzionario… Abbiamo dovuto fare appello direttamente ad Antoine Gallimard, che sorridendo ha dato naturalmente il suo consenso.
Quando ho scritto la prima frase, non sapevo ancora che fosse una donna a parlare. Mi è venuta una frase su un graffio a una guancia e ho cercato di lavorarci. Mi sono detto che non poteva essere pronunciata da un uomo e così mi sono incamminato verso Michèle. In quel momento non sapevo se quella voce avrebbe parlato per un paragrafo o per tutto il libro… non so perché Michèle è caduta e si ritrova a terra. È la lingua che induce la storia. Quando scrivo sento che è la scrittura che costruisce. E non è la storia di uno stupro: lo stupro è ciò che dà il via al romanzo. È piuttosto il romanzo di una donna che è capace di rialzarsi. Quando ho iniziato, istintivamente ho pensato che se provavo a mettermi nei panni di una donna e se provavo a parlare come una donna sarei andato a sbattere contro un muro, se invece rimanevo uno scrittore uomo ma trattavo i pensieri, le aspirazioni e le cose che interessavano questa donna, come un uomo che scrive al posto di una donna, potevo arrivare a qualcosa di interessante. La cosa buffa è che molte lettrici mi hanno detto che sembrava proprio una donna a parlare, ma io non credo affatto. La cosa interessante è che si percepisce che dietro la voce di quella donna c’è un uomo, il lato femminile di uomo.
Scrivendo questo libro mi sono immerso in un’atmosfera tremenda e sono gli uomini a renderla così tremenda. La storia racconta trenta giorni di una donna. È il mese di dicembre: «Dicembre è il mese in cui gli uomini si ubriacano — uccidono, violentano, si accoppiano, riconoscono bambini non loro, scappano, si lamentano, muoiono».
Avrebbe potuto essere anche agosto, noi uomini siamo altrettanto terribili negli altri mesi.
Le mie storie sono come delle favole crudeli. Nelle prime righe sapevo soltanto che Michèle non vedeva il padre da molto tempo, ed è lei che dopo mi ha raccontato che suo padre era in prigione, ed è lei che mi ha spiegato che cosa era successo. La serie di problemi che Michèle ha con la sua famiglia, non è realistica, non è plausibile, ma la letteratura perme non è fatta per raccontare la realtà.
La storia per me non è molto interessante. È un po’ come un campo da gioco, può accadere qualsiasi cosa in quel campo, ci si può divertire, può succedere di tutto ma il mio lavoro è al di fuori. Io lavoro sulla scrittura. All’inizio non ho assolutamente nessuna idea di quello che accadrà. Ho sempre in mente i registi di cui mi sono nutrito nella mia gioventù, registi come Ford o Hawks, e loro come me non erano interessati alla storia; si può magnificare qualsiasi cosa se si sa lavorare la lingua.
Tutti i miei romanzi hanno sempre avuto come protagonisti scrittori perché volevo parlare di letteratura, volevo dire che la letteratura non è raccontare storie, la letteratura è altro, provavo a usare espedienti e temi nei quali potevo introdurre la letteratura e la lingua. Qui ho deciso di cambiare, non ci sono più scrittori ma sono sempre personaggi che hanno a che fare con la lingua. Persone capaci di riconoscere un buon libro, una bella sceneggiatura. Michèle ammette di non essere in grado di scrivere una buona sceneggiatura, ma sa riconoscere quali sono quelle buone. Io sono incapace di dire perché la mia scrittura possa interessare qualcuno, so che interessa me.
Come esergo del romanzo ho messo una citazione di Eudora Welty. È una scrittrice incredibile che ho scoperto per caso. Negli Stati Uniti è molto nota. È di una freschezza e inventiva incredibile, c’è tutto quello che negli scrittori mi appassiona. Dovrebbe essere l’esempio per molti giovani autori: la sua scrittura è superba.
(Traduzione di Valentina Parlato)


«Corriere della Sera - Suppl. La letura di fine febbraio 2013» del gennaio 2013

01 marzo 2013

Miracoli a scuola

Il fascino della conoscenza ai Colloqui fiorentini
di Alessandro D’Avenia
Cosa fanno duemila ragazzi delle superiori a Firenze in un centro convegni per tre giorni? Non è l’inizio di una freddura, anche se la risposta è da teatro dell’assurdo: partecipano a un convegno su Verga. La mattina fuggono dalla loro scuola e poi paradossalmente ci «tornano», a loro spese. Ho partecipato già l’anno scorso ai Colloqui fiorentini con una classe. Quest’anno dovrò parlare di Verga e dei suoi racconti più belli. Costretto, per fortuna, a rileggerli, do ragione ancora una volta all’adagio antico sui libri: non multa sed multum. Rimpinziamo i ragazzi di nozioni, sacrificando la profondità al dio muto della quantità. Ci nascondiamo spesso dietro analisi del testo fini a se stesse (vivisezioni che uccidono il testo-cavia): è come spiegare la formula di un profumo, prima di farlo annusare.
Spesso la letteratura italiana a scuola diventa noia. La bellezza non può annoiare: allora siamo noi noiosi. L’opera d’arte, scrive Rilke, ci dice: «Cambia la vita». Per questo a volte spieghiamo la formula, invece di annusare il testo, perché il testo non dice nulla a noi (e qualcosa bisogna pur dire: nozioni). Il programma ci insegue? E l’uomo forse no? Il reale è profondo, non è superficie, si manifesta sì in superficie, ma è profilo che, seguito fino in fondo, conduce alla pienezza, sfidando l’intelligenza a fare il suo mestiere: intus legere (leggere dentro). Se non fosse così non esisterebbe l’arte: anticamera della grazia. Lo sapevano gli antichi greci, che crearono statue di dei per parlare con gli dei, mica per abbellire il soggiorno. L’anticamera a scuola spesso è priva di porte, perché dell’infinito si ha paura. Il mistero? Roba da bambini... o da poeti. E lo sa anche Jeli, il pastore di Verga: per lui «ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno».
Mi sono divertito l’anno scorso ad ascoltare la critica di un insegnante al mio intervento su Foscolo, durante il quale avevo osato dire che non serve molto sapere i tipi di narratore dell’Ortis se non si legge l’Ortis per intero. Definì la mia affermazione «pericolosa». Dopo una laurea e un dottorato in filologia classica, io trovo pericoloso che si sappia solo cosa è la focalizzazione multipla e non si abbia il tempo di leggere Omero, Dante, Shakespeare per intero.
L’insegnante inoltre si lamentava del fatto che si era parlato troppo di Dio. Non lo riteneva opportuno. Eppure l’Ortis ne parla ossessivamente, soprattutto nel finale. In «Vere presenze» (libro che tutti gli insegnanti devono leggere) G.Steiner, ebreo agnostico, sostiene che l’arte non parla d’altro che di Dio: o per presenza o per assenza. Se la parola Dio, come domanda sul mistero, diventa eccessiva, allora Dante, Shakespeare e Dostoevskij sono eccessivi. O noi pusillanimi?
Non si tratta di cristianizzare gli autori, né di cercare la citazione che tradisce una loro appartenenza: clericalismo letterario. Si tratta di dialogare rimanendo se stessi, e lasciando lo scrittore essere se stesso. Solo così c’è dialogo, il logos viaggia tra (dia-) lettore e autore, in cerca della verità, che trascende la relazione che è l’atto della lettura. Così ho letto ripetutamente Malpelo e Jeli, fino a farmeli amici, con quella che Charles Peguy chiama una lettura «ben fatta»: «Non è nientemeno che il vero e persino reale compimento dell’opera. Si tratta di una collaborazione letterale, intima, interiore e anche di una sconcertante responsabilità.
Vi è un destino meraviglioso, quasi spaventoso, nel fatto che tante grandi opere possano ancora ricevere un perfezionamento, un compimento dalla nostra lettura. Che spaventosa responsabilità per noi». Io la chiamo lettura «responsabile»: risponde al testo letto e riletto, in prima persona, con matita, anima e corpo. Quante cose ho scoperto ri-ri­rileggendo: di me, dei miei ragazzi, del mondo. La letteratura è un modo per origliare se stessi quando non sappiamo ascoltarci, vagliare se i pensieri che abbiamo sono veramente nostri e imparare a rimettere a fuoco la vita, per cambiarla. Ma ogni cambiamento origina nella vita interiore, anche se l’occasione viene da quella esteriore.
Leggere moltiplica le occasioni. Quei racconti hanno risvegliato in me la misericordia per l’uomo, anche quello malvagio, per l’uomo che fa il male solo perché non è amato, la capacità di sentire l’altro uguale a me, nonostante le sue debolezze e la sua estraneità, fino a perdonarne l’antipatia e avversità, trasformando quell’odio prima in pietas, poi in empatia. Sapessimo noi leggere di più e meglio, capiremmo cosa cercano quei duemila ragazzi a un convegno su Verga, dopo mesi di lavoro, ciascuno con un elaborato personale. Cercano la vita e la grazia. Miracoli? No. La normalità e la nostalgia di come potrebbe essere, di come sarebbe potuta andare. La scuola.
«Avvenire» del 28 febbraio 2013

07 febbraio 2013

Se la fantascienza è archeologia

Dall'antica Grecia al Seicento, le radici della science fiction sono profondissime. E danno ancora buoni frutti
di Luca Gallesi
Tanto per fare chiarezza sul luogo comune che relega la letteratura fantascientifica nella narrativa di serie B, tra i western e i gialli, è bene ricordare che il primo racconto di fantascienza risale al dialogo Icaromenippo di Luciano di Samosata, che descrive un viaggio sulla Luna del filosofo cinico Menippo di Gadara, a cui si ispireranno, molti secoli dopo, Le avventure del Barone di Münchhausen.
Molti gli autori che si sono cimentati col genere in opere che possiamo definire «classici»: da Cyrano de Bergerac, con le Histoires comiques a Jonathan Swift, coi Viaggi di Gulliver, dalle storie di Jules Verne a gran parte della produzione di H.G. Wells, passando per Mary Shelley e Frankenstein, E.A. Poe, coi suoi racconti del terrore, R.L. Stevenson, inventore di Jekyll e Hyde, fino a molti racconti di Kipling e ad alcuni romanzi di Jack London, per giungere ad alcuni insospettabili contemporanei come il Cormac McCarthy autore de La strada o il Philip Roth di Il complotto contro l'America o anche il Jonathan Lethem di Ragazza con paesaggio. Senza ovviamente dimenticare la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. H.P. Lovecraft e Stephen King compongono un capitolo a parte, e ormai passano per «classici», anche se non tutta la loro produzione è dello stesso livello, cosa che vale anche per autori usciti dal ghetto «spaziale» come Philip K. Dick, Ray Bradbury e J.G. Ballard.
Detto questo, ben venga la ripubblicazione, da Mimesis, di quello che fu un lavoro pionieristico: Il senso del futuro, di Carlo Pagetti, che nel '67 fu la sua tesi di laurea con Agostino Lombardo e nel '70 venne pubblicato dalle Edizioni di storia e letteratura nella collana «Biblioteca di Studi Americani», di cui l'odierna ristampa conserva l'indice di tutti i titoli pubblicati da autorevoli accademici come Sergio Perosa e Claudio Gorlier, Elémire Zolla e Glauco Cambon. Tutti nomi prestigiosi, come prestigioso è diventato Pagetti, nel frattempo salito in cattedra a sua volta, ma senza dimenticare la propria passione giovanile, che coltiva ancora come curatore dell'edizione italiana delle opere complete di Philip K. Dick.
Il senso del futuro, ovvero La fantascienza nella letteratura americana, come recita il sottotitolo, è rimasto quello di allora, ma con l'aggiunta di un'introduzione dell'autore in cui vengono ribaditi scopi e intenzioni dell'opera: dimostrare che nella fantascienza confluiscono forme di riscrittura che guardano alla grande tradizione del romance americano, quel filone letterario che unisce Poe, Hawthorne, Melville e persino Twain. Per dimostrarlo, Pagetti parte da lontano, e prende le mosse addirittura dalla Tempesta di Shakespeare, che può essere considerato il paradigma di molta narrativa fantastica e fantascientifica, col suo protagonista mezzo alchimista e mezzo stregone al comando di personaggi che potrebbero essere tanto creature fantastiche quanto alieni extraterrestri.
Pagetti ci mostra «le meraviglie del possibile» presenti in opere e autori che non avremmo mai considerato di fantascienza: Moby Dick può benissimo diventare un Alien dell'Ottocento, così come Rip Van Winkle di Washington Irving è uno dei tanti viaggiatori nel tempo che diventeranno una presenza fissa nella fantascienza della prima metà del secolo scorso; Orwell e Huxley, in compagnia del britannico Burgess, riprendono la tradizione utopistica rinascimentale di Moro, Campanella e Bacone, mentre Ray Bradbury e William Golding, coi suoi bambini cattivi che adorano Il signore delle mosche si affiancano a Salinger nel riprendere il sano cinismo di uno Swift che non perde occasione per ricordarci la naturale cattiveria dell'animo umano, spazzando tutte le melense ipocrisie sul tema.
La fantascienza, neologismo coniato nel 1926 da Hugo Gernsback, il leggendario direttore di Amazing Stories, nasce come «un affascinante romanzo fantastico in cui si mescolano fatti scientifici e visioni profetiche», ma più che sulla scienza e sul futuro, gli autori di storie spaziali ci raccontano qualcosa sulla natura umana da una prospettiva diversa, che permette loro un'inusitata libertà d'azione e quindi un originale sguardo sulla condizione umana. Condizione che le scoperte scientifiche non hanno migliorato, e la tecnologia non ha reso più sopportabile. L'atmosfera di incertezza e inquietudine che oggi respiriamo senza quasi accorgercene era stata prefigurata dalla letteratura fantascientifica dello scorso secolo, e gli alieni che ci raffiguravamo con tentacoli e antenne forse sono già tra noi, e ci spiano con microchip, telecamere e codici a barre.
«Il Giornale» del 6 febbraio 2013

09 dicembre 2012

La nuova vita della carta

Animazioni 3D, architettura, software: la fruizione è digitale, il processo artistico analogico
di Cristiana Raffa
La creatività passa ancora da matita e foglio. Lo conferma Armani: il disegno nasce solo lì
Nei Walt Disney and Pixar Animation Studios, in California, dove si va a lavorare in scarpe da ginnastica e si gioca a minigolf in sala riunioni, sono impiegati fino a quindici disegnatori per ogni produzione. Più avanza la tecnologia che rende verosimili le animazioni in pixel, più c’è bisogno di precisi schizzi a matita. I 27.555 disegni per A Bug’s Life sono raddoppiati per Alla ricerca di Nemo, triplicati per Ratatouille, quintuplicati per Ribelle. Quel che fanno dietro le quinte gli animatori lo vediamo ogni volta che viene allestita una mostra che ne celebra la magica attività; è stato così proprio per la retrospettiva sulla Pixar che ha girato il mondo passando anche per l’Italia, o per quella dedicata dal Moma a Tim Burton nel 2009. Ancora oggi, con gli storyboard, lavorano quasi tutti i registi, come ha ben documentato lo scorso anno il Museo del Film e della Televisione di Berlino. È la carta il trait d’union tra ieri e domani: ieri c’era un mondo che «sulla pasta di carta ha fondato le sue rivoluzioni», come ha scritto il critico americano Clement Greenberg nella sua lettura dell’arte del XX secolo. E domani, forse, anche. La carta è ancora il materiale che consumiamo maggiormente, persino più del cibo. Non è pronta per entrare in un museo, come proponeva provocatoriamente qualche giorno fa Ian Sansom sul quotidiano inglese «The Guardian» (che continua a smentire le voci che ne danno per spacciata la versione cartacea a causa di perdite per 100 mila sterline al giorno), semplicemente perché non è ancora un pezzo da museo. Il processo creativo di chi produce per l’industria culturale e dello spettacolo — anche se il fine è un’interfaccia multimediale — passa ancora da lì. Si pensano su carta le applicazioni per smartphone, che siano giochi o servizi, partendo da strutture che sono trasferite più volte dalla mente al block notes. Spiega Pietro Saccomani, cofondatore di Fifty Pixel, start-up italiana a Londra fornitrice per Groupon e Apple: «Vivendo immersi nella tecnologia abbiamo provato soluzioni completamente digitali — un’ottima app per iPad si chiama proprio Paper — che offrono il vantaggio di rimediare facilmente a un errore o di ripercorrere a ritroso velocemente i progetti, ma nulla ha la flessibilità, la leggerezza e l’immediatezza della carta. Quando programmiamo per mobile o per un sito Internet disegniamo l’interfaccia con un pennarello, così non ci facciamo distrarre dalla tecnologia e ne discutiamo più agevolmente col gruppo di lavoro». È nato così anche Arduino, l’hardware open source italiano per lo sviluppo di oggetti interattivi che ha cambiato la vita ai «makers» (gli artigiani del digitale) di tutto il mondo. Racconta il suo inventore Massimo Banzi: «Continuo a disegnare architetture e appunti su grandi fogli, anche se i giornali e i libri li leggo ormai solo sul tablet». Che la via stia dunque nella convivenza, magari nella cooperazione, tra i mezzi, senza che l’uno debba necessariamente uccidere l’altro? Per mostrare ai fan come prendono forma i suoi spropositati look, Lady Gaga pubblica su Instagram i bozzetti fatti amano per lei dai grandi stilisti (basta digitare «Gagapedia sketches» su Google). Giorgio Armani, che ha disegnato gli abiti più d’avanguardia per l’ultimo tour della popstar italoamericana, dichiara: «La tecnologia è un acceleratore utilissimo, ma un modellista lavora manualmente: la mano è molto diversa da un tasto, con matita e foglio io tengo fede alla mia origine di designer puro». Generati da un fumetto analogico sono anche gli uccellini che hanno rivoluzionato la storia dei giochi digitali, gli Angry Birds della finlandese Rovio (lo scorso 8 novembre la versione Star Wars ha segnato un record di downloads sull’AppStore a sole 2 ore dal lancio): «È cominciato tutto quando uno dei designer ci mostrò lo schizzo su carta di un uccellino infuriato perché un maiale verde, probabilmente ammalato di influenza aviaria di cui si parlava in quel periodo, gli aveva rubato le uova», spiega Ville Heijari, vicedirettore della divisione Media Franchise. E cosa ha portato gli sviluppatori Nintendo a continuare la saga di Paper Mario (versione «di carta» dell’idraulico più amato del pianeta) con il nuovo gioco Sticker Star per la consolle 3DS? La «paperisation» dell’icona Super Mario e del suo mondo, col merchandising, ovviamente di carta, che continua ad appassionare i ragazzi. Alla carta ha reso omaggio la scorsa estate il genio dell’architettura Frank O. Gehry con il grandioso allestimento di un Don Giovanni di Mozart a Los Angeles, fatto completamente di scartoffie. Lui, padre della «paper architecture», dice: «Non posso pensare a un processo creativo senza carta», e continua a insegnarlo ai giovani del suo studio. E se «The Daily», il primo quotidiano solo per iPad pubblicato da Rupert Murdoch, chiude dopo neanche due anni di attività, lontano dagli Usa e dall’Europa i giornali «di carta» stanno vivendo oggi la loro stagione d’oro: in India, Cina, Brasile, Sudafrica avanza una classe media desiderosa di notizie da sfogliare, magari mentre si sorseggia un caffè al bar. Il nostro rapporto col materiale che più apre le porte alla mente è un bisogno pratico. Non c’è da stupirsi se il foglietto più pop della storia, il Post-it, regga sulmercato nonostante l’aspra concorrenza: oltre 4 miliardi di dollari di fatturato nel 2011, con un segno sempre positivo rispetto agli anni precedenti. Un caso emblematico per capire quanto sia cieco ipotizzare un’apocalisse del mezzo cartaceo è stato raccontato dal «Wall Street Journal» che ha preso in esame l’iter produttivo di Paperless Post, una delle start-up di maggior successo a New York negli ultimi tre anni, fondata da due ventenni di Harvard. L’azienda, oggi 50 impiegati e 10 milioni di dollari di fatturato, produce dal 2009 biglietti di auguri digitali. Dalmese scorso la svolta: «Abbiamo iniziato a produrre cartoline di carta perché il 50% dei nostri clienti ce le chiedeva, disposti a pagarle 10 volte di più: 2 dollari per cartoline reali, 20 centesimi per quelle virtuali», spiega il fondatore James Hirschfeld, 26 anni, che prevede un futuro ancora ibrido. «Benché avessimo un’impresa che puntava tutto sul digitale — continua —, ci troviamo a invertire parzialmente la rotta. I consumatori ci hanno messo 15 anni per abituarsi all’e-commerce, ora vogliono soluzioni buone sia online che offline. Su questo stanno ora puntando anche grandi portali comeWarby Parker, Bonobos, Piperlime». Se dunque la fruizione prende l’inevitabile (seppure altalenante) strada della smaterializzazione, il processo creativo segue sempre le stesse puntuali logiche (analogiche): una palletta di carta che fa canestro nel cestino, fino al lampo di genio che ci avvicina al futuro.
«Corriere della sera - supll. Lettura» del 9 dicembre 2012