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04 gennaio 2017

Il giudice è il lettore

Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza
di Mario Calabresi
L’Italia è al 77esimo posto nella classifica della libertà di stampa, dietro Paesi africani come Burkina Faso e Benin. Il motivo? Non quello che pensano i detrattori del nostro giornalismo, ovvero l’asservimento al potere, ma il contrario: troppi sono i giornalisti minacciati dalle mafie e dalla criminalità organizzata per le loro inchieste su malaffare e corruzione. Come se non bastasse abbiamo il record delle cause contro i giornali intentate dai politici, che mal sopportano l’idea che qualcuno faccia loro le pulci o li critichi e così ricorrono ai tribunali con evidente scopo intimidatorio.
Non da ieri si è aggiunto alla schiera dei politici che vorrebbero mettere la museruola ai giornalisti anche Beppe Grillo. Evidentemente infastidito dall’idea che qualcuno rompa l’incantesimo a 5 Stelle e denunci corruzione, incapacità e opacità delle amministrazioni a lui legate, come sta accadendo a Roma.
Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.
I danni che questo nuovo conformismo della Rete sta facendo al dibattito pubblico sono incalcolabili. Grillo propone una giuria popolare di fronte alla quale trascinare i direttori per far loro ammettere gli errori a testa bassa. Se l’idea della giustizia popolare non facesse venire alla mente precedenti storici drammatici, sarebbe da riderci sopra. E quanto ai tribunali, esistono già e continuamente si occupano di direttori chiamati a rispondere per quanto scritto sui loro giornali. A Grillo piace l’idea di una giustizia fai da te, come quella che decide espulsioni e ammende all’interno del movimento.
A noi, però, preoccupa di più il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione
e il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.
«la Repubblica» del 4 gennaio 2017

17 febbraio 2015

I piccoli interventi che possono migliorare la libertà di stampa

Al di là del giudizio sui dati di Reporters sans frontières, resta il fatto che in Italia c’è un eccesso di minacce e pressioni contro i giornalisti. Sarebbero necessari alcuni emendamenti al testo in discussione alla Camera
di Caterina Malavenda *
Caro direttore, nell’ultimo anno, l’Italia è scivolata dal 49°al 73° posto nella graduatoria sulla libertà di stampa in 180 Paesi, stilata da Reporters sans frontières e, quale che sia l’opinione sulla sua attendibilità, non è comunque una bella notizia. Fa, però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. Duole dire che i giornalisti sarebbero meno esposti alle minacce se l’opinione pubblica li avvertisse davvero come un tassello indispensabile di una democrazia matura e non li considerasse, come sovente accade, una presenza scontata, a volte inutile e persino fastidiosa; e se cortei e manifestazioni di solidarietà venissero organizzati ogni volta che serve e non solo quando accade l’irreparabile.
Certo, contro le minacce si può fare poco: protezioni, scorte e buoni consigli fanno perdere al giornalista la libertà di muoversi, incontrare fonti, trovare notizie; sicché una minaccia seria e attendibile finisce per risultare il miglior modo di toglierlo di mezzo, se davvero dà fastidio.
Molto di più si potrebbe fare per eliminare, invece, il secondo fattore che limita la libertà di informazione, in modo per fortuna meno cruento ma assai più diffuso e capillare: la lite temeraria e la querela pretestuosa.
Purtroppo, non sembra essere questa la priorità, con buona pace di graduatorie e declassamenti. Da anni il Parlamento tenta di eliminare il carcere per i giornalisti imputati di diffamazione, e non ci è ancora riuscito non certo per scarsa volontà politica.
L’ostacolo maggiore è stato, infatti, la forte opposizione di coloro che dovrebbero beneficiare di questa decisione e che non sono disposti ad accettare le altre novità che con la legge, ora in seconda lettura alla Camera, si pretende di introdurre.
Sembra incredibile, ma non è masochismo: perché, diciamolo, in Italia nessun giornalista è mai andato in prigione per diffamazione; mentre è una prospettiva assai poco allettante quella di dover pubblicare una rettifica senza replica, anche quando sarebbe indispensabile, o di cancellare dall’archivio interi articoli, a semplice richiesta del potente di turno che vuole rifarsi l’immagine.
Ed è proprio così che si dovrebbe fare, se la legge venisse approvata così com’è.
Sebbene il rapporto di Reporters sans frontières consiglierebbe di ripensarci, e nonostante si stia lavorando proprio sulla diffamazione e siano anche stati presentati emendamenti che vanno in tal senso, pare che nessuna modifica sarà introdotta per rendere almeno poco remunerativo agire senza ragione, anche nei confronti dei giornalisti (ma non solo).
Per un professionista a tutela decrescente, qual è oggi il giornalista - spesso un freelance pagato a pezzo, con pochi euro - è affrontare un processo il vero incubo, non certo la remota prospettiva di passare qualche giorno in cella.
Subire una causa, sia essa civile o penale, comporta infatti spese e preoccupazioni, ma subirla ingiustamente è insopportabile, specie se la prospettiva è quella di non recuperare comunque un euro di quel che si è speso e di rischiare che intanto l’editore si rivolga ad altri.
Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa - il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo.
Basterebbe, ad esempio, imporre al querelante che perde di pagare le spese processuali sostenute dall’imputato assolto con qualunque formula e di risarcire adeguatamente il danno arrecatogli, per averlo fatto processare ingiustamente; rendere obbligatoria la condanna al risarcimento, in sede civile, nei confronti di chi ha agito con colpa grave o, peggio, con dolo; porre a carico di chi inizia una causa civile una sorta di cauzione, una somma di denaro, proporzionata al danno richiesto, che garantisca il pagamento delle spese all’avversario se vince e che adesso si tenta spesso inutilmente di recuperare. Pochi e calibrati interventi su norme già esistenti, dunque: e l’effetto deflattivo, anche quando la «vittima» è un giornalista, sarebbe immediato.
I deputati, però, sono ostili a introdurre qualunque emendamento per evitare che la legge debba tornare al Senato e lì possa subire ulteriori modifiche o addirittura arenarsi.
Ci ripensino, perché questa sarebbe una buona occasione, forse l’ultima, per risalire in una classifica nella quale dovremmo primeggiare e che, invece, oggi ci umilia.

* Avvocato, esperto in Diritto dell’informazione
«Corriere della sera» del 17 febbraio 2015

13 luglio 2014

La foto dei «due papà» e la verità censurata

Quel legame reciso con la madre affittata dalla coppia gay
di Maurizio Patriciello
Lindsay Foster, canadese, si
definisce una «fotografa di nascite», e il suo scatto che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson commossi insieme al piccolo Milo appena nato ha fatto il giro del mondo. Ma Milo di chi è figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto. E che qui ripariamo.
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​Saper distinguere, chiamare le cose con il loro giusto nome, essere chiari è un bene. Sempre e per tutti. Ogni atto di ingiustizia deve essere condannato fortemente, anche se chi lo riceve fosse il mio più acerrimo nemico. Occorre avere grande stima per la lealtà, anche quando al mio egoismo non dovesse fare comodo. Non sono "omofobo", non lo sono mai stato. Nella mia vita di paramedico prima e di prete dopo ho avuto a che fare con tanti fratelli omosessuali, con alcuni dei quali mantengo rapporti di amicizia. Non ho mai discriminato nessuno, l’altissimo senso che ho della dignità della persona umana, il Vangelo nel quale credo e dal quale attingo forza, non me lo avrebbero mai permesso.
I fratelli omosessuali, come ogni altro essere umano, possono rendere più bello il mondo con il loro impegno e possono abbruttirlo con il loro egoismo. Ogni fratello omosessuale è un uomo creato a immagine di Dio, e da Dio voluto e amato. Con le parole occorre andarci piano. La parola ci distingue dalle bestie, ma può trasformarsi in boomerang.
«Omofobo», nell’accezione corrente, è chi ha paura del fratello omosessuale e lo emargina. Ebbene, nei social network in questi giorni gira la foto di due giovani omosessuali che, commossi ed emozionati, stringono fra le braccia il «loro figlio» appena nato. Quella foto mi fa male. Quel bambino, infatti, non è «loro», non è figlio di quella coppia di uomini, ma è stato generato da una donna della quale mai sapremo niente (e che appare solo in un angolo, di profilo nella fotografia). Occorre essere chiari e non lasciarsi andare ai facili entusiasmi.
Amo quei due fratelli omosessuali, ma amo anche quel bambino appena nato e la donna che lo ha messo al mondo. Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla. Ci fu un tempo in cui vendere un figlio era reato, credo che dovrebbe esserlo ancora e dappertutto.
Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Sappiamo che una persona adottata non smette di cercare per tutta la vita la donna che lo ha messo al mondo. C’è un legame inscindibile, un cordone ombelicale invisibile che continua a tenerli stretti. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere.
Non bisogna discriminare.
Mai. Nessuno. Quella mamma che ha appena partorito, che è stata pagata e messa ai margini della emozionata foto celebrativa e fuori dalla vita del suo bimbo, attira la mia attenzione. È lei che mi commuove. Che fine ha fatto? Che vita farà? Ha nostalgia del figlio che ha portato in seno? Avrà cambiato idea? E se fosse andata in depressione post partum? I poveri da sempre sono bistrattati, umiliati, soggiogati.
Da sempre ai poveri si tenta di sottrarre i loro inalienabili diritti. E da sempre certi ricchi usano e abusano dei poveri. La fame quando bussa non sente ragioni. Vuole pane. All’inizio lo chiede a bassa voce, poi lo pretende, infine lo afferra. In qualunque modo. E non è giusto comprare la fame dei poveri. Non è giusto considerare solo le loro braccia, i loro organi, il loro seme, il loro utero. Lo ha detto una volta per tutte il Vangelo, lo hanno proclamato alla loro maniera filosofi e politici. Oggi sembra che troppi lo stiano dimenticando.
Lo diciamo con estrema chiarezza e onestà: i fratelli omosessuali hanno diritto a ogni legittimo diritto. Non all’arbitrio fatto regola. Ma, attenzione. C’è stato un tempo – e ancora da qualche parte succede – in cui bastava gridare a una donna "Strega!" per farla condannare a morte. Ed era una menzogna. Non succeda oggi con il grido "Omofobo!". I cristiani vogliono il bene di tutti, ma proprio di tutti. Il cuore, però, batte soprattutto per coloro che non possono alzare la loro voce: i poveri, i neonati, i bambini non ancora nati, le donne usate per "fare" figli, per gli altri...
«Avvenire» dell'11 luglio 2014

04 marzo 2014

Care icone rosse, raccontateci il vostro passato da vergogna

Articoli su "Roma fascista" e firme contro Calabresi. Militanza nella Rsi e imbarazzi. Quel che la sinistra non dice
di Luigi Mascheroni
L'intervista è la regina e insieme la puttana del giornalismo: se l'azzecchi esce il capolavoro, se sbagli domande è il disastro.
L'intervista di Daria Bignardi al grillino Alessandro Di Battista, in cui si insisteva sul passato fascista del padre (di lui), è stata un capolavoro o un fallimento? E l'intervista virtuale di Rocco Casalino a Daria Bignardi, in cui si insisteva sulla condanna come mandante di omicidio del suocero (di lei), è una caduta di stile o una mossa mediatica?
A proposito di intervista virtuale. Ecco un campionario di domande tabù ad uso di giornalisti coraggiosi che vogliano sfidare i mammasantissima del circo mediatico. Domande indicibili, per gli intoccabili. Ci sarà qualcuno capace di mettere in imbarazzo i soliti belli, buoni e santi? Perché a far le domande scomode ai berlusconiani brutti e cattivi sono capaci tutti. E quindi è arrivato il momento della prima intervista barbarica, in coppia!, a due Grandi Vecchi della cultura italiana, due padri della Patria, due difensori dei valori democratici di una Repubblica nata sul sangue della Resistenza e sul sacrificio di un'intera generazione di giovani che seppero gridare alto il loro NO al fascismo, Signore e signori, Eugenio Scalfari e Dario Fo... Applausi. Prego, accomodatevi. Che onore avervi qui, anzi Onore al Duce. Bene, iniziamo da Lei, Scalfari. Ci racconti un po'... Com'era lavorare per Roma Fascista? E collaborare con una rivista squadrista come Nuovo Occidente? Ci dica, secondo Lei, che è un grande liberale, in quegli anni c'era più o meno libertà rispetto al ventennio berlusconiano? No, dài, non si schermisca: è Lei, insieme agli intellettuali di riferimento di Repubblica come Asor Rosa, Eco e Camilleri, a sostenere che il berlusconismo sia peggio del fascismo... Allora? E Lei, Fo, mi dica: l'essersi arruolato volontario nella Rsi, paracadutista nel “Battaglione Azzurro” di Tradate, è per Lei motivo di orgoglio o di vergogna? La sua militanza a Salò venne fuori solo negli anni '70: perché Lei non ne parlò mai? La mette in imbarazzo? No... vero? Ci dica... Ha mai sparato a un partigiano?
A proposito di antifascisti. E lei, Barbara Spinelli, che dalla Stampa troppo poco antiberlusconiana nel 2010 ha deciso di tornare a Repubblica, un foglio dove davvero un giornalista può trovare tutta la libertà necessaria al proprio pensiero e alla propria scrittura, ci dica: com'è lavorare con un direttore come Scalfari, che mentre suo padre Altiero era al confino a Ventotenne, dirigeva Roma fascista? Avete mai parlato di queste cose?
No, dico questo perché è una notizia di ieri che le colpe dei padri ricadano sui figli... E il rapporto padre-figlio, come quello di suocero e nuora, è molto delicato. Signore e signori, è arrivato il momento di Mario Calabresi. Applausi. Bene, si accomodi. Allora, Lei oggi dirige la Stampa, ma per anni è stato caporedattore centrale a Repubblica: cosa si prova a passare tutti i giorni i pezzi di uno condannato come mandante dell'omicidio di suo padre? Ci faccia capire bene: sono cose importanti, alla gente che ci ascolta da casa interessano, eccome. Lo so, toccare il tasto Calabresi è scomodo, ma le domande tabù vanno fatte. Lei, Paolo Mieli, e lei Eco, e Lei Oliviero Toscani: nel '71, insieme con tanti altri intellettuali, firmaste la lettera aperta a L'Espresso contro il commissario Calabresi, ammazzato da Lotta Continua. Deprecabile, vero? Parliamone: lo rifareste oggi?
A proposito di appelli. E Lei Vauro? Assieme ai Wu Ming e molti altri, ha firmato il manifesto che difende un terrorista, assassino e latitante come Cesare Battisti. Ci racconta come è andata? Ha mai incontrato i famigliari delle persone ammazzate da Battisti? Li ha abbracciati? Ha portato loro dei romanzi di Battisti? A proposito, nell'elenco dei firmatari, all'inizio, c'era anche Lei, Signore e signori..., Roberto Saviano. Poi si tirò indietro. Ce ne parla? E ci parla del suo processo per plagio? Alcune parti di Gomorra sono state copiate da articoli di altri giornalisti, senza citazione - No Corrado Augias, non sto parlando con Lei, dei suoi libri bruciati e copiati parliamo nella prossima intervista - Mi scusi, Saviano, dicevo: allora, cos'è successo? La Mondadori è molto sensibile su questa cosa del plagio... Anche adesso che Lei è passato a Feltrinelli? Saviano, a proposito, ma è vero che Lei da piccolo frequentava a Napoli le palestre dove boxavano i ragazzi del Fronte della Gioventù? È solo una voce, giusto? O è la solita macchina del fango? No, lo dico perché sa com'è: ormai quando uno tira fuori il passato fascista di qualcuno - fosse anche il padre di un grillino - tutti gridano alla macchina del fango ...
«Il Giornale» del 5 febbraio 2014

03 marzo 2014

Il web premia la qualità. Due righe e parte il tam tam

Eli Pariser ha fondato il sito che ha superato il «New York Times» per numero di interazioni: «Sappiamo soddisfare la curiosità dei lettori». Le mosse di Facebook
di Serena Danna
Vince la rivoluzione del modello Upworthy Poche notizie ben fatte, decisivo è il titolo
Nella sala più affollata dell’Highline Stages, l’edificio ultramoderno di Meatpacking sede della Social Media Week di New York, Eli Pariser, 34 anni, illustra al pubblico risultati e strategie di Upworthy, il sito internet che il mediattivista — noto a molti per l’illuminante libro sugli algoritmi di Google Il filtro (Il Saggiatore) — ha lanciato nella primavera del 2012 insieme all’ex direttore operativo del sito The Onion, Peter Koechley. Se centinaia di giornalisti, operatori del web e strateghi del marketing sono accorsi sotto la neve alle otto del mattino ad ascoltare Pariser c’è un motivo: Upworthy è il sito cresciuto più rapidamente nella storia di internet. In novembre ha realizzato 87 milioni di utenti unici, quasi il triplo del «New York Times», e generato 17 milioni di condivisioni su Facebook, pubblicando solo 225 articoli. Per intenderci, un sito come Yahoo! nello stesso mese ha postato sul social network quasi 115 mila articoli producendo meno di 4 milioni di interazioni.
Agli investitori iniziali, tra cui spicca Chris Hughes, l’ex cofondatore di Facebook oggi editore-direttore di «The New Republic», si sono aggiunti recentemente Bill e Melissa Gates, finanziando con la loro Fondazione una sezione dedicata alla lotta alla povertà. Pariser spiega così l’obiettivo principale di Upworthy: «Aiutare le persone a trovare contenuti seri ma divertenti da condividere, come il video di un idiota che fa surf sul suo terrazzo».
Lo staff (non giornalistico) di Upworthy scova su internet materiale interessante, lo rititola in sedici modi diversi (utilizzando tecniche basate sui Big Data) che sottopone all’esame di un gruppo ristretto di lettori per capire quale funziona meglio, infine lo lancia sui social network. Il primo picco di accessi s’è verificato grazie a un video dell’attuale portavoce del presidente irlandese, che — nel 2010 — aveva criticato un conduttore radiofonico americano contrario alla riforma sanitaria di Obama. A distanza di due anni, Upworthy l’ha ripubblicato con il titolo «Un esponente del Tea Party ha deciso di litigare con il presidente di un Paese straniero. Non gli è andata molto bene» e quel giorno il sito ha raggiunto un milione di visitatori. Pariser parla di curiosity gap: «Dobbiamo soddisfare la sete di curiosità dei lettori. Per riuscirci è meglio confezionare bene pochi contenuti di qualità piuttosto che bombardare il pubblico con migliaia di articoli di basso livello».
I titoli di Upworthy hanno tutti la stessa struttura: due brevi frasi di grande impatto emotivo come «Non ascoltiamo abbastanza le voci dei nativi americani. Ecco un messaggio significativo che arriva proprio da loro». Il modello è talmente riconoscibile che ha già prodotto numerosi cloni (Distractify, ViralNova) e addirittura parodie sul web. «Oggi che l’informazione nuota nella stessa piscina di Kim Kardashian — spiega Pariser, riferendosi a una delle protagoniste del gossip americano — tocca fare la differenza. Che per noi significa portare l’attenzione delle persone su argomenti importanti. Invece che focalizzarci sulle notizie di giornata o sulle tendenze, preferiamo stare sui grandi temi».
Tra gli argomenti ricorrenti di Upworthy si ritrovano, infatti, il riscaldamento globale, la lotta contro le malattie, il lavoro minorile. La storia più letta nel 2013 riguarda Zach Sobiech, un musicista americano morto di cancro a 18 anni. Il titolo in italiano suona così: «Questo meraviglioso ragazzo è morto. Ma quello che lascia è spettacolare». Il giorno dopo la messa online, Sobiech è balzato al primo posto nella classifica degli artisti più scaricati su iTunes e l’associazione per la ricerca sul cancro legata al suo nome ha raccolto centinaia di migliaia di dollari. La cifra del sito potrebbe stare tutta nel neologismo inglese tradotto da noi impropriamente con «spettacolare»: Wondtacular, un incrocio tra wonderful (meraviglioso) e spectacular (spettacolare). Secondo Pariser, presidente della piattaforma di attivismo politico MoveOn.org, nessuna storia che riguarda l’umanità può essere non interessante: «Se non leggono il tuo articolo sull’Afghanistan — afferma — non significa che l’Afghanistan “non fa notizia”, ma che l’articolo è scritto, titolato o proposto male».
In questi giorni sta facendo molto discutere il successo riscosso dalle storie sulla crisi ucraina pubblicate da BuzzFeed e da Huffington Post, che hanno raggiunto un numero di accessi pari ad articoli su popstar e cronaca nera (generalmente tra i più letti in Occidente). Pezzi che rivelano un paradigma simile: foto e titolo a effetto con un testo molto semplice ed efficace sviluppato per punti. In uno sprezzante commento su Politico.com — «Il giorno in cui abbiamo preteso di occuparci dell’Ucraina» — Sarah Kendzior ha parlato di disaster porn (pornografia del disastro), annunciando la nascita di un nuovo «genere giornalistico»: l’apocalittico. Su una linea più morbida Emily Bell, docente della Scuola di giornalismo della Columbia University, si è chiesta se «proporre le tecniche usate per una gallery su cavalli che assomigliano a Miley Cirus per spiegare complesse questioni geopolitiche» sia «troppo triviale», o, al contrario, un modo per adattare il mondo contemporaneo ai modelli di fruizione del pubblico giovane.
Se la questione posta da Bell rimane aperta, ciò che sembra ormai evidente è il ruolo chiave svolto dalla viralità nel campo dell’informazione. Prodotti come Upworthy e BuzzFeed, il sito nato come vetrina di teneri gattini e diventato un controverso modello di giornalismo, stanno colonizzando l’informazione online, al punto che anche le più autorevoli testate tradizionali cedono spesso alla tentazione delle «liste». Accade perché un’informazione basata sulla condivisione dei lettori deve puntare a essere virale. «Prima di internet le storie diventavano popolari se venivano riprese da altri giornali, citate in pubblicazioni autorevoli o ritagliate dai lettori — ha scritto la popolare blogger Annalee Newitz su io9 —. Oggi diventano influenti se le persone le condividono su Facebook, Twitter, Pinterest, Reddit. Nella maggior parte dei casi, nessuno legge una storia se non viene postata online da qualcuno».
Secondo Newitz non sono solo i memi (singole unità di informazione che condividiamo perché ci fanno ridere o stare bene) a diventare virali, ma «tutte le storie che contengono verità certe o utili e non ci chiedono di pensare». Insomma, la foto di un gattino che si stiracchia al sole ha in comune con un video di prova dell’iPhone 5 e con un’inchiesta sulla National Security Agency una caratteristica fondamentale: «Non sono documenti aperti a interpretazioni — aggiunge Newitz — ma chiariscono la confusione tipica dell’essere umano come facevano i sondaggi di Nate Silver (il blogger statistico del “New York Times”, ndr) durante le elezioni americane». Insomma, se si vuole diventare virali bisogna evitare l’ambiguità.
Alla base della condivisione di articoli, foto, video sui social network non c’è l’interesse individuale nell’argomento ma la nostra reputazione: «Le persone si scambiano i contenuti che sono specchio dei loro gusti e preferenze. Ci preoccupiamo della moda — sottolinea Elsperth Rountree, tra i fondatori di Know Your Meme — perché è il nostro biglietto da visita in società, vale anche per quello che condividiamo online».
Jonah Berger, autore di Contagious (Simon & Schuster), fa un passo in avanti individuando sei principi che rendono i contenuti virali: il valore sociale, l’effetto promemoria (ricordarci qualcosa di molto importante), la risonanza emotiva, l’osservabilità (essere un tema evidente agli occhi di tutti), l’utilità e lo stile narrativo. Utilizzare la condivisione come principale parametro per valutare la forza di un prodotto crea tuttavia due problemi. Il primo riguarda il pubblico e gli investimenti pubblicitari: il traffico che si basa su contenuti contagiosi non ha un pubblico di riferimento. Scrive Bryan Goldberg su Pando- Daily: «Un mese un pezzo su adorabili animaletti attirerà sul sito donne di mezza età, quello dopo una gallery su Miley Cirus svestita richiamerà adolescenti maschi: in che modo una testata può costruire una profonda e solida relazione con i brand se il suo pubblico non ha consistenza?».
L’altro nodo riguarda chi davvero detiene il potere: dato che il trampolino virale per eccellenza è rappresentato dai social network, è evidente come i siti dipendano da essi. Quando Facebook — dopo studi elaborati sui memi — ha cambiato l’algoritmo che gestisce il Newsfeed (le notizie che compaiono sulla bacheca e la cui visibilità dipende dalla maggiore o minore condivisione da parte dei propri amici) affermando di voler privilegiare contenuti di qualità a discapito delle foto «contagiose», molti siti hanno avuto un crollo delle condivisioni.
Al di là degli annunci, non sono chiari i nuovi parametri utilizzati da Zuckerberg per stabilire la gerarchia degli articoli sulle bacheche: di certo c’è solo la sua volontà di ribadire il ruolo di deus ex machina nel gioco della condivisione online.
«Il Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 2 marzo 2014

27 settembre 2013

Qualcuno ci liberi dai commenti alle notizie online

di Francesco Costa
Tra le molte discussioni che si fanno in questi anni riguardo al giornalismo e internet, ce n'è una che si fa molto nei giornali – tra le redazioni, i direttori, gli editori – e poco sui giornali: cosa fare con i "commenti", cioè gli interventi pubblicati direttamente dai lettori in calce agli articoli.
Gli addetti ai lavori ne discutono spesso, soprattutto quando ai direttori o agli editori capita di dare un'occhiata a quello che succede nella sezione dei commenti dei loro siti, ma non è uno dei classici temi su cui si organizzano tavole rotonde e dibattiti con esperti: un po' perché è sicuramente una questione minore, all'interno della svolta epocale che sta coinvolgendo i giornali di tutto il mondo, e un po' perché parlarne in pubblico è complicato e delicato. Ma il problema esiste.
Da settembre sull'edizione statunitense dell'Huffington Post non è più possibile commentare gli articoli in forma anonima: bisogna fornire nome e cognome. L'Huffington Post non è il Financial Times, serioso, elegante e di nicchia: è una specie di mega-tabloid che ha costruito le sue fortune su una tecnologia formidabile e sulla costruzione di grandissime masse di contenuti e di utenti, senza preoccuparsi della loro qualità. Nonostante questo, e nonostante il controllo e la supervisione di 40 persone (!), ha ritenuto di dover intervenire. I disturbatori e i violenti sono diventati «sempre più cattivi, aggressivi e ingegnosi», hanno spiegato, trasformando la sezione dei commenti «in uno dei luoghi più oscuri di internet». L'Huffington Post aggiunge che questa deriva è evidente guardando cosa accade in calce ai loro articoli «ma anche a quelli di altri siti di news», e che tre quarti dei commenti che riceve (!) non vanno online perché spam o perché «contengono livelli impubblicabili di vetriolo».
Su una cosa quelli dell'Huffington Post hanno ragione: le sezioni dei commenti sui siti di news molto frequentati contengono nel migliore dei casi luoghi comuni, banalità fuori tema e umorismo di quarta categoria. L'equivalente delle interviste ai passanti trasmesse dai telegiornali. Nel peggiore dei casi, che purtroppo è anche il più frequente, contengono violenza, insulti, aggressività, sessismo, razzismo, diffamazioni e calunnie: tutto ripetuto a grandissima frequenza e tutto destinato a rimanere per anni visibile e accessibile attraverso i motori di ricerca. Su un'altra cosa, però, quelli dell'Huffington Post hanno torto: il problema non è l'anonimato nei commenti. Il problema sono i commenti.
La diffusione dei commenti in calce agli articoli online è un retaggio dell'esplosione dei blog e del cosiddetto "web 2.0". Nel frattempo sono passati più di dieci anni – su internet praticamente un'era geologica – ed è cambiato tutto: come si fanno i siti, chi li legge, come vengono letti, cosa ci trovi dentro. I commenti sono rimasti.
Quello che sappiamo è che persino siti con milioni di lettori al giorno hanno poche centinaia di commentatori fissi: niente che allarghi gli orizzonti e il pubblico del giornale, niente che influisca in alcun modo sui dati di traffico, niente che migliori la qualità delle pagine su cui scrivono. Anzi, spesso la qualità precipita. I commenti non attirano nuovi utenti e lettori: spesso li respingono. Piuttosto che "creare community" – un mantra dell'internet del secolo scorso – nella nostra epoca le nicchie di commentatori distruggono le community (questa è la conclusione a cui è arrivato Gawker, altro sito americano di news di grande successo). L'idea che basti supervisionare i commenti per renderli utili è illusoria, come mostra la decisione dell'Huffington Post – e non c'è giornale in Italia che considererebbe utile assumere 3 persone, figuriamoci 40, per controllare i commenti.
Acclarato che la decisione sul pubblicare o no i commenti non ha a che fare con la costruzione di un sito di news letto e apprezzato, né col mantenimento di una comunità di lettori numerosa e partecipe, il grande equivoco è pensare che c'entri invece con la libertà d'espressione. La libertà di espressione non garantisce il diritto di scrivere qualsiasi cosa in calce a un articolo né obbliga i giornali a pubblicare qualsiasi cosa sulle loro pagine. Nessuno lo pretenderebbe o lo considererebbe normale su un giornale di carta, e non solo per ragioni di spazio: perché non avrebbe senso. Quello che avrebbe senso per i siti di news sarebbe, paradossalmente, quello che fanno già i giornali di carta: invitare i lettori a inviare i loro commenti via e-mail, cosa che già ridurrebbe moltissimo il rumore di fondo, e pubblicare i pochi davvero interessanti, i migliori. Il posto degli altri non è sui giornali, ma sui social network: hanno molto a che fare con la chiacchiera, niente con l'informazione.
«Il Sole 24 Ore» del 27 settembre 2013

02 settembre 2013

La lingua batte dove la politica vuole

In Italia si discute una legge contro l’omofobia, la Russia punisce la «propaganda gay». Ma non è facile guidare dall’alto l’enorme capacità di mediazione culturale delle parole
di Carlo Bordoni
La saggezza popolare ci aveva messi in guardia: quanti proverbi — da «Le parole sono pietre» a «Ne uccide più la penna che la spada» — raccomandavano un uso attento del linguaggio per non offendere la sensibilità altrui? Le parole possono ferire, istigare alla violenza, spingere al suicidio, perché ognuna di esse può nascondere il giudizio sociale, la disapprovazione, il senso di colpa. Mentre il Parlamento italiano avvia la discussione della legge contro l’omofobia, rinviata in calendario dopo la pausa estiva, anche altrove si assiste a una curiosa concentrazione del dibattito sull’uso e l’abuso di termini tendenziosi, scorretti o ingiuriosi e al conseguente tentativo di regolamentarli o contenerli per legge.
La Russia di Putin, con un rigurgito moralista, ha introdotto la censura verso la «propaganda omosessuale» con la pretesa di tutelare i minori: un’omofobia di Stato che, com’era prevedibile, ha scatenato vivaci proteste in occasione dei Mondiali di atletica a Mosca. Per contro, l’Italia si appresta a condannare la propaganda omofoba e a punire con la reclusione fino a un anno e sei mesi chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima e con una pena fino a quattro anni in caso di incitamento alla violenza o commissione di atti violenti». Il campo d’intervento, nei due casi opposti, attiene sempre al linguaggio.
Ma una legge può cambiare il modo di pensare e, di conseguenza, il comportamento sociale? È sufficiente togliere la parola «razza» dalla Costituzione francese, come propone il presidente Hollande, per cancellare il razzismo? Quella che Sarkozy ha definito la «guerra al dizionario» non è solo frutto di un tentativo subdolo di rimuovere freudianamente il problema e nasconderlo alla coscienza: è un atto sociale. Perché, come asseriva il fondatore della linguistica moderna, Ferdinand de Saussure, «il linguaggio è un sistema di differenze in cui il significato risiede non nei termini stessi, ma nelle relazioni differenziali tra loro».
Con l’evolversi della società le parole si evolvono anch’esse; cambiano senso, si adeguano. Certe perdono l’innocenza e si caricano di un significato odioso. È il caso di «negro», che richiama alla memoria la pratica della schiavitù, sostituito da «coloured», «nero» o «afroamericano» a partire dalla fine degli anni Ottanta in America e poi in tutto l’Occidente. Eppure usato senza sospetto da Martin Luther King nel suo discorso «I Have a Dream» del 28 agosto 1963 (riprodotto sulla «Lettura» #91 del 18 agosto). O come lo spregiativo «nigger», ancor più offensivo di «negro», che Joseph Conrad aveva utilizzato per il romanzo Il negro del Narciso (1897). Proprio «nigger» è stato sostituito da «schiavo» in una versione «purgata» del capolavoro di Mark Twain Huckleberry Finn.
Può succedere che i diretti interessati e i gruppi sociali che si sentono emarginati rifiutino l’uso dei termini eufemistici, dietro i quali si maschera l’ipocrisia sociale, e preferiscano definirsi autonomamente, anche ricorrendo a termini più volgari, come «queer» (checca) piuttosto che gay, «nigga» invece di nero. In America e libertà Furio Colombo conferma che rivolgersi a un gruppo etnico o sociale con i termini che esso ha scelto è una dimostrazione di rispetto, che produce effetti positivi e apre al dialogo.
La sostituzione di un termine politically incorrect avviene per lo più naturalmente, a seguito della maturazione della sensibilità comune o dell’affermarsi di una corrente d’opinione per il riconoscimento dei diritti delle minoranze, come è avvenuto negli Stati Uniti. Ma certe volte è necessario ricorrere allo strumento legislativo per sensibilizzare la comunità e rendere esplicito un aspetto critico che non si limita alla parola, ma dove la parola si fa strumento di violenza. Basta guardare alla storia recente, o anche solo alla cronaca degli ultimi anni, per trovare casi in cui l’aggressività contro le minoranze è accompagnata da slogan, segni, simboli e parole usati allo scopo di giustificare culturalmente il gesto, gridati per eccitare gli animi. Eliminando la parola violenta si toglie violenza anche al comportamento umano.
Ogni censura linguistica rischia tuttavia di limitare la libertà di opinione: su questo registro si muove gran parte delle obiezioni di chi non è favorevole alla legge contro l’omofobia. «Famiglia Cristiana» e varie organizzazioni cattoliche (tra cui i Giuristi per la Vita, autori di un appello ai parlamentari) temono di incorrere nel reato d’opinione esprimendosi contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso e le adozioni gay, ma anche di non poter più sostenere pubblicamente affermazioni del tipo «gli atti omosessuali sono contrari alla legge di natura».
D’altra parte l’obbligo per legge di usare o meno un determinato linguaggio ha sempre il carattere di una censura preventiva. Ricorda da vicino le disposizioni fasciste contro i termini stranieri, un’italianizzazione con risultati esilaranti («calciobalilla», fiumi di «sciampagna», ricchi premi e «cotiglioni»). Ma qui non si tratta di formalismi o di eccessi del politically correct per sostituire termini in disuso — povero con «non abbiente», bidello con «non docente» — che in genere rispondono a una prassi eufemistica. E neppure di mascherare una realtà troppo cruda o scomoda: nessuno parla più di guerre, ma solo di «missioni di pace»; i morti e i feriti rientrano tra i «danni collaterali». Qui si tratta del diritto a non essere discriminati (o colpevolizzati, o emarginati) per l’orientamento sessuale, così come accade per la razza, la religione, il genere il credo politico.
Qui il linguaggio fa la differenza, dimostra una valenza di mediazione sociale. Ha il potere di scatenare odio, paura, aggressività. Il cervello associa le parole a sensazioni, angosce, emozioni e provoca reazioni: la relazione tra il pensiero e la mano — lo ha dimostrato Leroi-Gourhan in un testo fondamentale di etnologia, Il gesto e la parola (1964-65) — passa attraverso il linguaggio. Per questo, e non per ipocrisia, il National Cancer Institute americano ha proposto di sostituire la parola «cancro», che provoca terrore in chi riceve la diagnosi, con «neoplasia», termine meno minaccioso che non evoca subito la morte. Una sostituzione che Umberto Veronesi sostiene da tempo. Mentre nella bozza del nuovo codice deontologico i medici italiani sostituiscono «paziente» con «persona assistita».
Perché anche le parole possono curare (lo sappiamo dalla psicanalisi) e perdere la loro carica dolorosa, oppure offensiva o discriminante. Come è sparita dall’uso comune «matrigna», per definire la donna che prende il posto della figura materna; come sono scomparsi «nullafacente » per disoccupato, «vucumprà» per ambulante extracomunitario, «zitella» per la donna nubile, «mongoloide» o «storpio» per il diversamente abile, così possiamo liberarci di «invertito», «pervertito» o «frocio», senza preoccuparci troppo se, al riguardo, le Sacre Scritture parlano di «grave depravazione». Il mondo cambia di continuo e con esso le relazioni sociali. È la dimostrazione della vitalità dell’unica razza a cui apparteniamo (come diceva Einstein): quella umana.
«Corriere della sera» dell'agosto 2013

23 ottobre 2012

Brague: «Voi giornalisti, moderni sofisti»

di Paolo Viana
​«Il rispetto per il passato è la condizione per aprire un possibile futuro». Rémi Brague, il filosofo che Benedetto XVI ha appena insignito del premio Ratzinger per la teologia, parla con pacata mestizia, sforzandosi di essere semplice anche se in platea siedono solo filosofi come lui. Ha appena finito di spiegare che la Tradizione non è quella serie ininterrotta di crimini che si crede, che l’errore del rivoluzionario consiste nel supporre di dover fare tabula rasa del passato per costruire il futuro e quello del reazionario di "inventare la tradizione" per poterla conservare (il testo integrale della lezione, tenuta ieri alla Cattolica nell’ambito del ciclo "Tradizione e Innovazione", sarà pubblicato sul prossimo numero di Philosophical News) ma, anche se la sua relazione si intitola "Non tradire la tradizione", si capisce che considera (quasi) persa la battaglia. E per colpa dei media. Professore, a cosa serve il passato? «Non a rimanerci dentro; il punto non è restare nel passato ma restare fedeli a ciò che ci ha prodotto, perché noi siamo il prodotto del passato e dobbiamo essere in contatto con esso se vogliamo diventare passato a nostra volta; saremo il passato del nostro futuro, quello che si prepara oggi con noi. Per fare questo, servirebbe la capacità di lasciare che il passato produca i suoi effetti, l’attitudine nota a Burke ("Coloro che non guardano mai ai loro antenati non vedranno mai i loro posteri"), ma anche ai latini, che la sintetizzavano nella pietas».
E se non fosse un problema di capacità, se i nostri contemporanei non volessero proprio aver nulla a che fare con il passato? L’uomo occidentale, o per lo meno l’intellettuale di questa parte del mondo, conserva un’immagine molto negativa del passato e lo rappresenta come una serie ininterrotta di crimini. C’è qualche elemento di verità in questa descrizione che porta l’Occidente a odiare se stesso: è vero che abbiamo scoperto, conquistato e sottomesso il resto del mondo, che l’abbiamo colonizzato… Il problema principale è però la nostra inclinazione a una confessione dei peccati senza assoluzione e senza perdono, che si traduce in un esercizio perverso, in quanto impedisce di agire, ci paralizza. Per uscire da questo complesso, la confessione, che ha una sua ragion d’essere, dovrebbe essere completata, cioè resa positiva, attraverso l’assoluzione e il perdono dei peccati; ma questo perdono può venire solo da Dio».
Quali conseguenza comporta la scelta ricorrente, nella cultura e nel costume, di rompere con il passato, condannarlo e condannare se stessi? «Comporta il rischio di perdere la capacità di ricevere e trasmettere, che infatti oggi è avvelenata dal nostro rapporto con il passato. Il processo è molto avanti, investe il linguaggio. Pensiamo a quanto sia ambiguo oramai il termine "tradizione": ci piace il pane "tradizionale" e ci irrigidiamo non appena si parla di matrimonio "tradizionale". Sul piano filosofico, la tradizione è accettata quando ha un significato teleologico (purché il telos siamo noi), mentre la valutiamo negativamente quando la concepiamo come trasmissione, che è poi il significato della parola latina traditio».
Perché la trasmissione è diventata punto di rottura? «Forse perché è più difficile trasmettere qualcosa, ci vuole una volontà, un progetto positivo, ed è più semplice affidarsi alla tradizione della pigrizia, di quello che riceviamo già fatto, che non richiede fatica né progetto. Il problema di questo nostro tempo diventa allora quello del coraggio: ci vuole coraggio per trasmettere qualcosa, per preparare il futuro e non accontentarsi di ricevere quanto il passato ci ha trasmesso».
Non crede che il problema sia anche di trovare un codice per trasmettere una tradizione che risulta oramai incomprensibile per chi comunica con Twitter e Facebook? «Purtroppo quello che dice è fin troppo vero. Mi spiace ammetterlo ma è proprio così. Gli intellettuali al giorno d’oggi devono darsi il compito di trovare un linguaggio, prima di tutto, che sia comprensibile ai giovani. Quello che manca è in effetti un ponte attraverso il quale far passare alle masse ciò che pensano gli intellettuali e i media hanno la responsabilità tremenda di non far udire le idee alla gente, che di quelle idee ha invece un gran bisogno. I giornalisti sono come i sofisti descritti da Platone: ripetono, ripetono e ripetono quello che si dice in giro...».
«Avvenire» del 23 ottobre 2012

15 novembre 2011

Niente festa, siam cazzulli

Questo blog per la prima volta sfida il ribrezzo di citare il "Fatto quotidiano" per riportare queste righe (chiamarlo articolo mi sembra troppo, perché Travaglio più che scrivere, urla senza ragionare) per invitarti a capire fino a dove può condurre la cecità ideologica. Sono gli stessi che hanno inneggiato alla libertà di pensiero davanti alla devastazione di Roma da parte degli 'studenti' a dicembre 2010 e degli 'indignati' del mese scorso. Finché in Italia ci sarà gente così, ci saranno tantissimi Berlusconi pronti a fregarli ... e meno male!
Facciamo politica, non casino!
di Marco Travaglio
Confessate, perdio, dite la verità: sabato sera avete goduto come ricci? Avete stappato uno spumantino? Siete scesi in strada a fischiare, esultare, cantare l’Alleluja di Händel? Avete suonato il clacson in segno di giubilo? Avete postato sui social network qualche battutaccia liberatoria, tipo “il nano è tratto”, “sic escort gloria bunga”, “Che fai, Ruby o party?”? Avete, Dio non voglia, gridato “ladro in galera” o, peggio ancora, lanciato una monetina verso la Berlusmobile funebre che trasportava la nota salma al Quirinale? Vergognatevi e arrossite. Dovevate chiedere l’autorizzazione preventiva a Ferruccio de Bortoli, che ve l’avrebbe senz’altro rifiutata visto che, in un videoeditoriale sul pompiere.it, avverte: “Non c’è nulla da festeggiare nella caduta di Berlusconi. Si chiude un periodo, fine”.
Invece mi sa che non vi è venuto in mente, e ora peggio per voi. Beccatevi le rampogne del vicepompiere Aldo Cazzullo contro la vostra “gazzarra senza coraggio”, il vostro “spettacolo preoccupante”. Cazzullo vi voleva composti, disciplinati, pettinati. British. Perché “nell’ora delicatissima in cui potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori”. Ecco: dovevate rintanarvi in casa, meglio se nel freezer, a sorseggiare l’ultima lectio magistralis del prof. Mario Monti alla Bocconi, a recitare a memoria il board di Goldman Sachs, a delibare l’ultimo best-seller cazzulliano Viva l’Italia! con l’inno di Mameli a palla. Possibile che, mentre il regime tira le cuoia, non abbiate pensato di “rinunciare alle asprezze polemiche e cercare un minimo comune denominatore con l’avversario per percorrere insieme un tratto di strada”? Invece niente: anziché cercare un denominatore comune e percorrere un tratto di strada con chi ha strangolato Costituzione, giustizia, informazione, scuola pubblica, università, ricerca, cultura e lavoro per farsi i cazzi suoi mentre il Corriere lo esortava alla “rivoluzione liberale” con P 2, P 3, P 4, Ciarrapico, Dell’Utri, Verdini, Gasparri, Gelmini, Carfagna, Bondi, Cicchitto, Brunetta, Calderoli, Stracquadanio e Scilipoti, avete “inscenato una gazzarra” che è “il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall’Italia”.
Per la verità, a giudicare dal giubilo con cui tutti i governi (tranne Putin e Lukashenko) e i giornali del mondo han salutato la dipartita del Cainano, ma anche dalle contestazioni subìte da Blair appena rimise il naso fuori di casa, si direbbe che il mondo si aspettasse esattamente quel che è accaduto sabato sera. Senza violenze o incidenti. L’ha riconosciuto anche il ministro uscente Giorgia Meloni: “Anche questa è democrazia”. Ma il pompierino no. Distratto sulla vera violenza dei Ferrara che gridano al “golpe” e delle Santanchè che minacciano “una brutta fine per i traditori”, Cazzullo vorrebbe che i cittadini comuni umiliati da 17 anni di regime si imbalsamassero nel mutismo e nella rassegnazione, come se non fosse accaduto niente: B. “non è stato battuto da un voto elettorale” (prendete nota: voto elettorale, acqua bagnata, ghiaccio freddo), ma solo dalla “crisi internazionale e dalla propria inadeguatezza a farvi fronte”, ergo non sta bene festeggiare. Pare brutto.
E siccome B. “in 17 anni ha sempre avuto un vasto consenso nel Paese”, chi non l’ha mai votato e l’ha sempre subìto deve starsene zitto per “rispetto dei sentimenti e delle opinioni di chi in Berlusconi ha creduto”. Cioè di chi per 17 anni ci ha dato dei comunisti, coglioni, terroristi, mandanti morali. Il noto cuor di leone, autore di memorabili interviste-scendiletto ai gerarchi del regime, chiude il sermone con una lezione di temerarietà: “Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di B.”. In effetti occorre molto più coraggio per scrivere certe scempiaggini. Ps. In serata anche Minzolingua e Polito el Drito tuonano contro la festa in piazza. Appunto.
«Il Fatto Quotidiano» del 14 novembre 2011

18 gennaio 2011

Esentateci dalle notti di Arcore

di Francesco Piccolo
Si potrebbe parlare di Mirafiori, delle conclusioni della Consulta sul legittimo impedimento. Si potrebbe parlare della grande coalizione di Fini, che però prevede una maggioranza e quindi avrebbe dovuto coinvolgere almeno uno dei partiti al governo (impossibile); si potrebbe parlare dello scontro nel Pd, con il tentativo continuo di trovare un punto d’incontro – ogni volta più evanescente – tra pensieri molto diversi. La complessità della vita politica italiana sarebbe in un momento interessante, delicato. E anche se appare poco appassionante, è lo specchio del paese.
E invece no. Il ciclone delle notti di Berlusconi torna, devastante. I fatti della politica italiana, come accade spesso da quando esiste Berlusconi, si fermano, completamente, per occuparsi delle sue vicende personali. Arrivano le centinaia di pagine che raccontano le testimonianze di quelle notti inimmaginabili. Ancora una volta, in questi lunghissimi sedici anni, bisogna spostare tutto su un piano di vita privata assurda, di conversazioni telefoniche, racconti di sesso, barzellette e canzoni di Apicella.
Di queste cose se ne deve occupare il magistrato, e lo fa benissimo. Se ne deve occupare il giornalista che segue il caso per informare i lettori di quello che succede, dei fatti anche indicibili se necessario, e delle possibili conseguenze, giudiziarie e politiche. Però, se fosse possibile, tutti gli altri dovrebbero chiedere di essere esentati. O c’è davvero da fare una riflessione politica sulle notti di Arcore?
«L'Unità» del 16 gennaio 2011

09 gennaio 2011

Scoop in America, metà degli scandali dei preti è falsa e i vescovi fessi

di Paolo Rodari
Se la notizia è vera, “si tratta di una bomba”. Lo scrive sul proprio sito web Ignatius Press, ovvero la casa editrice americana diretta dal gesuita padre Joseph Fessio che ha appena pubblicato in lingua inglese il libro del Papa “Luce del mondo”. Lo scrive a proposito di quanto reso noto nelle scorse ore da Dave Pierre, autore del volume “Double standard: abuse scandals and the attack on the catholic church”. La notizia è questa: più della metà delle denuncie di abusi sessuali commessi da preti negli Stati Uniti sarebbe completamente falsa. Male hanno fatto i media a darne notizia. Male, soprattutto, hanno fatto le diocesi americane a sborsare milioni di dollari a mo’ di risarcimento. E male, infine, ha fatto il Vaticano a non intervenire chiedendo alle stesse diocesi, prima di pagare, indagini approfondite per appurare fino in fondo i fatti.
Dave Pierre pubblica su Themediareport.com un’inchiesta di dieci pagine firmata da un importante avvocato, Donald H. Steier. Stando all’inchiesta, Steier ha stanato i falsi molestati riportando prove e fatti documentati, la maggior parte riguardanti episodi avvenuti nella diocesi di Los Angeles. La cosa non è a caso: è Los Angeles una delle diocesi statunitensi che più di altre ha pagato lo scandalo dei preti pedofili. Il cardinale Roger Mahony, predecessore dell’attuale arcivescovo José Gómez, ha sborsato più di seicento milioni di dollari per risarcire le vittime. Per farlo, ha svenduto gli immobili di proprietà della diocesi creando non pochi malumori nel clero locale e anche nei fedeli. Tanto che in molti gli hanno contestato una linea troppo soft nella gestione degli scandali stessi: perché, hanno detto, un conto è risarcire le vittime, un altro è dilapidare un patrimonio senza valutare a dovere se le denunce si riferiscono ad abusi effettivamente avvenuti o meno. A queste contestazioni la Santa Sede ha risposto con la nomina di Gómez. Una nomina avvenuta pochi mesi fa e letta dalla maggior parte dei media americani come un segnale di “discontinuità” con la gestione precedente, soprattutto in merito ai problemi della pedofilia nel clero: “A conservative bishop for Los Angeles”, hanno scritto i media. “Un vescovo conservatore”, ovvero l’opposto di Mahony, dai più ritenuto di linea più liberal.
La Santa Sede da tempo sospetta che molte accuse, soprattutto negli Stati Uniti, siano state presentate confidando sull’approccio remissivo di molti vescovi al problema. Non pochi presuli americani, piuttosto che vedere scoppiare gli scandali sui giornali, hanno preferito pagare senza effettivamente verificare la veridicità delle accuse. Ha infatti spiegato Steier: “In diversi casi la mia indagine ha fornito elementi oggettivi, che non potevano conciliarsi con le dichiarazioni dei presunti molestati. In altre parole: molti fatti hanno dimostrato che le accuse erano false”.
Secondo Steier molte delle presunte vittime sono “manovrate” da un gruppo preciso: la Snap, l’associazione americana delle vittime dei preti pedofili. Secondo l’avvocato, alla Snap un falso molestato può trovare pane per i propri denti. Chiunque, in sostanza, seguendo gli esempi di cause andate a buon fine, può chiedere risarcimenti inventandosi delle molestie. La Snap ovviamente non è stata a guardare. Immediatamente ha reagito alle accuse di Steiner dicendo che si tratta di parole “tra le più scandalose mai pronunciate da un avvocato in difesa della chiesa”.
«Il Foglio» del 5 gennaio 2011

08 gennaio 2011

Dal libro allo schermo: nuovi approcci alla pagina per riscrivere la lettura

di Antonio C. Larizza
«La lettura libresca"classica" degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l'alfabeto». Lo scrittore austriaco Ivan Illich inizia da qui il suo viaggio nella storia della tecnologia della lettura, che nel 1991 diventa un volume profetico (In the vineyard of the text, tradotto e pubblicato in Italia da Raffaello cortina editore).
Internet era davvero un nuovo medium. Ma Illich già scriveva: «Oggi il libro non è più la metafora fondamentale dell'epoca; il suo posto è stato preso dallo schermo. (...) È il momento ideale per coltivare una molteplicità di approcci alla pagina che sotto il monopolio della lettura scolastica non hanno potuto fiorire». Come accade ai visionari, Illich guardava nella direzione giusta. In anticipo.
Il libro progettato intorno all'intuizione di Gutenberg è solo un modo fra i tanti di interazione con la pagina scritta. Un modo efficace – il più efficace – per molti aspetti. Inadatto per altri. Uno fra tutti: a causa di limiti tecnici, l'avvento della stampa ha esasperato la contrapposizione tra testo e immagine. Eliminando numerose forme di scrittura che, fin dalle origini, utilizzavano un diverso rapporto tra i segni, e la loro posizione all'interno della pagina, per codificare un messaggio (come raccontano Luciano Perondi e Leonardo Romei negli articoli alle pagine 12 e 13). E questi limiti hanno influenzato anche la genesi dei giornali e, per riflessi culturali e nuovi limiti tecnici, delle loro evoluzioni digitali: i siti web. I supporti per la lettura emergenti, a cominciare dall'iPad, offrono ora l'opportunità di recuperare queste forme di scrittura perse nel tempo. E di inserirle in nuove pratiche di comunicazione.
L'operazione non è storica, anche se ha radici antiche: lo dimostra l'immagine che illustra la copertina. È un tentativo proiettato nel futuro: come la ricerca di nuove modalità di lettura – raccontata a pagina 11 – avviata, proprio su iPad, con il primo numero della Vita Nòva.
È in atto, nel giornalismo, un movimento emergente che si occupa del l'estetica dei dati, e sperimenta modi innovativi di visualizzare informazioni. Il guru della visualizzazione dei dati Hans Rosling – che quando parla utilizza "gutenberg" come sinonimo di "inefficiente" – ha sviluppato un software per visualizzare e interpretare le statistiche che nel 2007 è stato acquistato da Google. E per capire che non si tratta di una moda basta fare un giro sui siti dei designer-gironalisti Andrew Vande Moere, Nicholas Feltron e David McCandless.
Lo schermo come mezzo di comunicazione di massa ha 15 anni. La sua forma più evoluta, l'iPad, tra le innovazioni vanta non solo sensibilità al tocco e capacità interattive, ma soprattutto una piattaforma, l'App Store, per editori in cerca di nuovi modelli di business. Tablet con sistema operativo Android presto avranno un mercato di rilievo alle spalle. Tutto questo sembra suggerire che i tempi sono finalmente maturi per «coltivare una molteplicità di approcci alla pagina». Come scriveva, nel 1991, con troppo anticipo, il visionario Ivan Illich.
«Il Sole 24 Ore» del 28 ottobre 2010

19 dicembre 2010

“Fermate Wikileaks” … è troppo tardi!

di Natascha Fioretti
Che Wikileaks avrebbe fatto il botto era prevedibile. Che si sarebbe tirato addosso le ire e le critiche di qualcuno, in particolare le istituzioni filo governative americane, e i media a loro vicini, anche. Ne è un esempio un pezzo uscito ieri sul Washington Post dal titolo poco equivoco “Fermate Wikileaks”, in cui la si accusa di essere, niente meno che un’organizzazione criminale con le mani imbrattate di sangue che deve essere subito fermata e il suo fondatore, Julian Assange, perseguito dalla legge. Come stupirsi: il pezzo é firmato Marc Thiessen, ex ghostwriter di George W. Bush. Molto di più, invece, mi ha colpito leggere il commento di Sergio Romano, “Wikileaks e il rischio ti trasparenza totale”, apparso sabato scorso sul maggior quotidiano della Svizzera italiana Corriere del Ticino.
Complice, forse, la sua passata esperienza di diplomatico e di ambasciatore alla NATO, il giornalista non ha attribuito un grande merito alle informazioni diffuse dal sito di Assange e pubblicate dai tre autorevoli giornali Guardian, New York Times e Der Spiegel. Anzi a suo avviso non rivelano nulla che già non si sapesse: “Rivisti con maggiore attenzione a qualche giorno di distanza, i 92.000 documenti sulla guerra afghana che Wikileaks ha dato in pasto alla pubblica opinione sono forse un po’ meno importanti di quanto sembrassero a prima vista […] non contengono rivelazioni di cui non fossimo già a conoscenza. Sapevamo che le forze americane ricorrono a operazioni speciali per l’eliminazione degli esponenti di al Qaeda. Sapevamo che i servizi segreti pakistani non hanno mai smesso, sin dall’invasione sovietica dell’Afghanistan, di coltivare rapporti con i gruppi islamici. Sapevamo che il numero delle vittime civili, provocate dalle incursioni degli aerei senza pilota, è elevato. E non ci ha sorpreso apprendere che Washington abbia nascosto parecchie informazioni imbarazzanti.“
Davvero l’opinione pubblica sapeva? E se i giornalisti erano al corrente, perchè hanno aspettato Wikileaks per fare il botto? E se invece fosse come ha scritto Marcello Foa sul sito dell’EJO qualche giorno fa: “La vicenda di Wikileaks rafforza questa convinzione: per sei anni il Pentagono ha nascosto notizie colossali. Non una, ma tante, tantissime; in teoria sarebbe stato facile venirne a conoscenza, perlomeno in parte, considerata anche l’arco di tempo, piuttosto ampio. Invece nessun giornalista, nemmeno d’inchiesta è riuscito a bucare la ferrea disciplina dell’ufficio comunicazione di Pentagono e Casa Bianca.”
C’è poi un altro punto interessante che emerge dal commento di Romano che si presta alla discussione: la questione della trasparenza a tutti i costi, che secondo il giornalista, oggi viene spesso invocata a sproposito diventando “una ideologia (la più radicale delle ideologie democratiche) che comincia a reclutare un notevole numero di fedeli” piuttosto che un sano principio da seguire, sia da parte delle istituzioni che dei giornalisti: “Come nel caso di Abu Ghraib e in altre vicende degli scorsi anni l’atto che sbugiarda i pubblici poteri viene percepito come un dovere morale; e il rivelatore della notizia segreta sembra recitare, contemporaneamente, la parte dell’angelo vendicatore e del martire della libertà. Le stesse considerazioni valgono per Wikileaks, il sito che si è specializzato nella rivelazione di segreti scottanti. Il suo direttore, Julian Assange, si dichiara giornalista, ma è in effetti un attivista politico, il crociato di una campagna per la trasparenza totale.”
E i tre autorevoli giornali che hanno collaborato con Wikileaks per provare la veridicità e la fondatezza dei documenti, decidendo poi di pubblicarli? Sono anche loro degli angeli vendicatori e dei martiri della libertà? Hanno anche loro agito in modo irresponsabile non pensando al rischio che molte persone correvano? O hanno adempito al loro ruolo di cani da guardia della democrazia e controllori del potere nell’interesse dell’opinione pubblica?
Domande a cui certamente non è facile rispondere. Ci ha provato Stephen Engelberg ex national security reporter in una accurata e approfondita analisi sul sito di ProPublica dal titolo “How Wikileaks Could Change the Way Reporters Deal with Secrets” nella quale ammette che è sempre stato difficile trovare un equilibrio tra le esigenze che impone la Sicurezza e quelle che prevede un sano giornalismo. Gli ufficiali superiori dell’intelligence non sono mai stati tranquilli al pensiero che la stampa avesse il diritto di prevaricare la loro decisione su cosa fosse segreto. Dal canto loro i giornalisti hanno sempre temuto che loro gonfiassero i pericoli di una eventuale pubblicazione al fine di bloccare storie imbarazzanti.” (“It has always been difficult to find a balance between the demands of security and robust journalism. Senior intelligence officials were never comfortable with the notion that the press had a right to overrule their judgment of what should be kept secret. For their part, reporters worried that officials would exaggerate the dangers of publication to block embarrassing stories.”)
A suo avviso, a rendere più precario e difficile l’equilibrio tra le due parti si aggiungono le potenzialità della rete. Un tempo infatti, dice il giornalista, gli ufficiali governativi che volevano passare delle notizie dovevano stabilire un contatto con il giornalista, costruire con lui un rapporto di fiducia e fisicamente sottrarre i documenti dai loro uffici per portarli in un posto sicuro. Un redattore aveva poi il compito di studiare il materiale e decidere se meritevole di essere pubblicato.” (“Government officials hoping to leak classified material once had to make contact with a reporter, build trust and physically carry documents out of their offices to a safe location. An editor would then study the material and decide whether it was newsworthy.”).
Da quello che abbiamo appreso in questi giorni, Wikileaks ha agito in questo modo, sottoponendo, prima di pubblicarli, i documenti alle redazioni del Guardian, del New York Times e del Der Spiegel. Informandone anche la Casa Bianca.
Il problema piuttosto è che oggi, aspiranti leaker, non hanno più bisogno dell’aiuto di un giornalista o della redazione di un giornale per fare circolare le informazioni: basta trovare il modo di bypassare le procedure di sicurezza del governo e zippare un e-mail ad un server sicuro.
E come ha scritto Sergio Romano, nulla di più facile da quando lo “scorso giugno il Parlamento islandese, aderendo alla proposta di una deputata anarchica, ha approvato all’unanimità una legge che garantisce uno scudo legale a chiunque diffonda, da una server situato in Islanda, documenti segreti sottratti per un interesse pubblico ad autorità pubbliche, banche e aziende.”
Alla luce di tutto questo appare evidente come sia complessa la vicenda e difficile darne una lettura univoca e sistematica.
Di certo c’è che l’affare Wikileaks ha messo in moto un processo irreversibile. E come ogni processo porta in sè qualcosa di buono e di meno buono. Di buono a mio avviso c’è che la rete ancora una volta ha dimostrato il suo punto forza: condividere e diffondere informazioni. Tra gli utenti certo, ma prima ancora con chi l’informazione la fa di mestiere, dimostrando che il lavoro di squadra con I giornali è possibile e vincente. Dimostrando che internet è fatto anche di siti e organizzazioni serie e valide che non pescano sempre a caso e pubblicano senza verificare. E soprattutto che l’autorevolezza oggi rimane una prerogativa della carta stampata piuttosto che di internet e della tv.
Per il resto c’è ancora molto da fare e da regolamentare. Sia da parte delle istituzioni e dei governi che dei mezzi di informazione. E come dimostra il dibattito incadescennte sollevato in questi giorni, siamo solo all’inizio. L’importante è credere nel cambiamento, nel miglioramento e, soprattutto, imparare dagli errori. Sbaglia chi crede di poter risolvere tutto “fermando Wikileaks”.
Articolo apparso sul sito «L’Osservatorio europeo di giornalismo» del 5 agosto 2010

14 dicembre 2010

Il giornalismo davanti a un incrocio

di Barbara Spinelli
Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.
I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.
La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.
Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).
Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).
Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.
Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.
Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».
Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.
Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.
Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).
Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».
«La Stampa» del 10 ottobre 2010

12 dicembre 2010

Nuove sovranità e tirannide planetaria

L'onda lunga del caso Wikileaks
di Giuseppe Dalla Torre
Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi sul fenomeno del declino dello Stato moderno, è servito: la vicenda di Wikileaks, che occupa le prime pagine dei quotidiani e preoccupa le cancellerie di molti Paesi, sta lì a dimostrarlo in maniera eclatante.
In effetti i processi di globalizzazione, che non attengono solo all’economia, da tempo ormai stanno riducendo, giorno dopo giorno, la sovranità dello Stato e, con essa, stanno provocando il declino di questa forma di organizzazione della società politica, che proprio sul principio di sovranità si è affermata.
Secondo questo principio, sovrano è il potere che non ha altra autorità ed altra legge sopra di sé, ma che d’altra parte riesce effettivamente a controllare e disciplinare i fenomeni che si pongono sul suo territorio. Con la globalizzazione però i fenomeni divengono sempre più transnazionali, continentali, planetari, con la conseguenza che nessuno Stato, per quanto potente sia, è in grado di dominarli. Ma quanto più la realtà sfugge alla signoria dello Stato, quanto più il potere dominativo di quest’ultimo perde effettività, tanto più la sovranità si riduce.
Wikileaks dunque è la riprova: anche la superpotenza statunitense, contro cui in sostanza si è mossa la pericolosissima iniziativa di Julian Assange, non è riuscita a controllare la fuga di notizie e, da questo punto di vista, è messa in ginocchio.
Al di là del caso, la vicenda contribuisce a mettere in evidenza come la sovranità si stia spostando rispetto ai tradizionali titolari: non più gli Stati, ma soggetti nuovi, come quelli che possono dominare il campo economico o la grande rete. È una forma nuova di sovranità, impalpabile, che non riveste i segni distintivi tradizionali, che non è chiusa in un ambito geopolitico, che non si serve dei consueti strumenti giuridici, che poggia la sua effettività su altri presupposti da quelli del passato. E attorno a questa nuova forma della sovranità il conflitto è aperto: la diffidenza manifestata sin qui dalla Cina nei confronti di realtà come Google disvela, a ben vedere, il volto preoccupato di un grande Paese che percepisce come la rete possa sottrarle sovranità, possa stravolgere le basi della propria configurazione politico-istituzionale.
Il fenomeno che il caso Wikileaks ha fatto emergere con chiarezza appare preoccupante.
Perché se di fronte alle tradizionali espressioni della sovranità ci si è attrezzati per difendere l’uomo – le costituzioni, i diritti inviolabili, gli strumenti della democrazia –, dinnanzi al potere della rete siamo tutti indifesi. La cosa più preoccupante, poi, è che mentre gli Stati autoritari o totalitari si mostrano più reattivi, grazie al culto del segreto su cui basano il proprio dominio, le democrazie appaiono invece assai deboli e strutturalmente cedevoli.
Non a caso negli Stati Uniti si dubita fortemente che si possa, legittimamente, perseguire penalmente Julian Assange, posto che la libertà di informazione assurge ad uno dei principi supremi dell’ordinamento americano.
Prima che qualcuno, nella lotta alla supremazia nelle nuove sovranità, riesca ad acquisire un effettivo potere di controllo sulla grande rete, è necessario che la società internazionale si organizzi e crei istituzioni, norme, controlli e mezzi di coazione, idonei a fugare i pericoli di una tirannide planetaria. Si tratta di un intervento che deve saper coniugare la tutela di beni diversi e tra di loro potenzialmente in conflitto: dalla libertà di informazione alla privacy, dalla trasparenza alla riservatezza, dalla memoria di fatti storicamente avvenuti al diritto all’oblio. Si tratta di un intervento urgente: domani potrebbe essere troppo tardi.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

09 dicembre 2010

Il giornalismo è un'altra cosa

di Marco Bardazzi
Julian Assange è vittima di un errore giudiziario. Le accuse di stupro che gli vengono contestate appaiono risibili. Il fondatore di Wikileaks andrebbe invece processato dall’opinione pubblica per altri reati (ma senza manette, che servono solo a creare falsi martiri). Quello che ha fatto in camera da letto con le signorine «Sarah» e «Jessica» sembrano fatti suoi, mentre ad essere stati «violentati» dall’operato di Assange sono i concetti di trasparenza e verità. E questi sono fatti nostri.
Il paladino della lotta ai segreti, che vuole un mondo di case di vetro ma lascia la propria vita avvolta nel mistero, potrebbe rivelarsi più dannoso di Dick Cheney per la causa di chi si batte contro gli abusi dei governi.
Dopo le manie per la segretezza post-11 settembre, Barack Obama era arrivato alla Casa Bianca promettendo «un’apertura senza precedenti», lanciando nel 2009 un programma-trasparenza mirato a ristabilire un corretto sistema di controllo dell’esecutivo. È stato un passo importante nel lungo cammino che una democrazia adulta come gli Stati Uniti ha intrapreso da decenni. Un percorso complesso, fatto di leggi del Congresso e sentenze della Corte Suprema, spesso sulla scia di inchieste dei media.
Tutto subirà ora una battuta d’arresto. Aspettiamoci un giro di vite sull’accesso ai documenti governativi, minore condivisione delle informazioni tra agenzie federali, nuovi paletti per la libertà di stampa. Ci saranno più decisioni prese in stanze chiuse, perché diplomazia e intelligence - che servono anche da deterrenti alla guerra - richiedono legittime aree di riserbo dove esprimersi con franchezza.
Possiamo allora condividere le parole di un noto reporter australiano, John Pilger, secondo il quale «quello di Wikileaks è il giornalismo migliore»? Credo di no. Anzi, è difficile pensare che quello di Assange sia giornalismo, neppure nella nuova ottica introdotta dall’era digitale. Il giornalismo ha per protagonisti «testimoni esperti» capaci di valutare i fatti sulla base di conoscenze acquisite nel tempo. Il suo punto di forza è la credibilità, che passa ogni giorno al vaglio di un giudice imparziale: il lettore. Non si è testimoni esperti e credibili, se ci si trasforma in semplici buche delle lettere.
L’effetto-Wikileaks si comincia a vedere proprio in questo. Se il NYTimes avesse ricevuto da solo i 250.000 cablogrammi del Dipartimento di Stato, ne avrebbe pubblicata una minima parte, dopo una lunga analisi e valutando le motivazioni di chi li forniva. Lo dimostra il caso citato come termine di paragone in questi giorni. Daniel Ellsberg, che fornì al quotidiano di New York i «Pentagon Papers», era mosso da «nobili fini morali», come ha detto ieri al «Corriere della Sera» l’esperto liberal di politica estera Fareed Zakaria: lo scopo «era rivelare come gli Usa perseguissero privatamente una politica estera antitetica rispetto a ciò che affermavano in pubblico». Assange, invece, conduce una personale crociata contro quella che ritiene la «cospirazione autoritaria planetaria» degli Usa. Dietro Wikileaks, per Zakaria, c’è «una totale assenza di idealismo». Le sue rivelazioni creano imbarazzi, ma non svelano niente che non avessero già documentato gli inviati in Iraq o in Afghanistan.
I giornali, quando danno il meglio, sono un’altra cosa. Nel 2005 il «New York Times» scoprì le intercettazioni segrete messe in piedi da Bush e indagò per mesi nel massimo riserbo per valutare cosa e come raccontare, senza mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Direttore ed editore del quotidiano furono persino convocati nello Studio Ovale dal Presidente, che intimò loro di non scrivere niente. Non si piegarono e pubblicarono ciò che ritenevano giusto si sapesse, dopo aver vagliato tutto con il metodo, la professionalità e la responsabilità che si richiedono a chi fa il loro mestiere.
Si tratta di criteri di giudizio che, talvolta, possono anche spingere a rinunciare a uno «scoop». Sempre il NYTimes nell’ottobre 1962 era venuto a sapere dell’esistenza di missili sovietici con testate nucleari a Cuba, in un momento in cui la Casa Bianca era impegnata in una delicatissima (e segreta) trattativa con il Cremlino per evitare un conflitto atomico. Con una drammatica telefonata notturna, il presidente Kennedy riuscì a convincere il giornale a non pubblicare la notizia. Due giorni dopo, Washington e Mosca trovarono l’accordo che salvò il mondo.
Una vicenda che Hollywood ha raccontato con un film straordinario, «Thirteen Days». Accadesse oggi, con Obama alle prese con un Assange, la trama del film rischia di essere quella del mondo post-catastrofe di «La Strada» di Cormac McCarthy.
«La Stampa» del 9 dicembre 2010

Obama, sul web la vendetta della storia

di Lucia Annunziata
Un mortale duello fra due eroi di un nuovo mondo. L’arresto del fondatore di Wikileaks fa esplodere anche, fra le tante cose, un conflitto fra due eroi moderni, appunto, entrambi espressione della rivoluzione che il web ha operato nella politica e nella informazione, entrambi nati dentro e per buona parte grazie alla rete - Julian Assange e Barack Obama.
Del legame fra Julian e la Rete sappiamo, ovviamente, tutto. Ma pochi sembrano ricordare in questi giorni quanto intrecciata sia con Internet anche la presidenza Obama. Il «cambio» che portò due anni fa il candidato democratico a Washington nacque in effetti proprio dal web e fu proprio l’uso di questo nuovo strumento a certificarne la rottura con il passato. Quando Barack Obama si affacciò sulla scena delle primarie, il suo nome era quello di un brillante ma marginale politico.
Rispetto al sistema poderoso, oleato, iperistituzionalizzato della macchina da guerra dei Clinton la sua campagna elettorale apparve per molti lunghi mesi una sorta di speranzoso tentativo, destinato a dare i suoi frutti in un futuro distante. Nella sorpresa generale Obama vinse invece una elezione dopo l’altra nelle primarie, Stato dopo Stato, con una tattica che - poi gli analisti se ne sarebbero resi conto - combinava la riscoperta del più tradizionale strumento politico, il contatto a pelle con le persone, e il più innovativo degli strumenti di aggregazione, il web appunto.
Una squadra di giovani che fu descritta come «miracolosa» mise in piedi il più capillare network politico che avesse visto la rete: email inviate ogni giorno, possibilità di contattare il gruppo intorno al candidato quasi minuto per minuto, calendari e agenda aggiornati al momento. Se si ricorda, su rete venne lanciata una campagna di raccolta di contributi individuali dei sostenitori di Obama, che azzerò il senso stesso di quelle adunate per ricchi con cui fino ad allora si erano identificate le raccolte dei fondi. Tra Hillary che andava alle cene di New York per cercare donazioni, e Obama che raccoglieva su rete i suoi pochi ma valorosi spiccioli, la differenza divenne un marchio di novità e successo per il futuro presidente.
La rete provò alla fine di essere - se usata in maniera vasta e socializzata - il modo per riportare alla politica ampi strati di popolazione che da anni non votavano più: la vittoria di Obama, come ci dicono le statistiche, è stata dovuta in particolare al ritorno alle urne di giovani che vennero da lui convinti a votare proprio grazie alla novità del suo modo di far politica.
L’affetto e la gratitudine del nuovo Presidente per la rete si espressero, d’altra parte, appena eletto, quando, facendo sobbalzare il mondo, annunciò che lui avrebbe rinunziato a tutto ma non al suo «blackberry», confessandosi totalmente «dipendente» dalla posta su rete. Ancora oggi, del resto, quell’ampio network messo in piedi per le primarie funziona, e ancora oggi infatti se mai siete stati agganciati allora dalla campagna elettorale democratica, continuate a ricevere più volte ogni settimana annunci da parte di Obama che vi chiede questo e vi spiega quello e che vi invita a rimanere in contatto.
C’è dunque una sorta di «poetica vendetta» nel fatto che, tra le altre cose, al Presidente americano sia toccato ora fare la parte del «repressore» della rete. Che proprio contro di lui il web abbia sganciato, volendolo o no, una bomba destabilizzante quale è la pubblicazione dei documenti del Dipartimento di Stato. È in ogni caso molto significativo, e certo lacerante per coloro che lo sostengono, vedere ora Obama nel ruolo di chi chiede l’arresto di Assange che oggi è il simbolo della libertà di espressione, della efficacia della trasparenza, del potere della rete. Pagherà un prezzo molto alto il Presidente per questa sua posizione su Assange - perderà consenso presso la sua base elettorale più appassionata, più dinamica, più a lui vicina.
Ma, oltre che una «poetica vendetta» della storia, in questo nuovo ruolo di Obama c’è tutto il racconto della inevitabilità del potere. La vicenda personale del Presidente americano, e non solo per quel che riguarda il web, sembra potersi racchiudere in fondo tutta in questo apologo: il potere ha le sue leggi e non importa quante promesse puoi fare prima, una volta conquistato è difficile gestirlo cambiandone la natura. Va detto con tristezza, non sarà Obama il primo profeta che il sistema ha divorato.
«La Stampa» del 9 dicembre 2010

14 settembre 2010

Solo le bufale dei media non scadono mai

di Marcello Foa
I giornalisti sbagliano, eccome se sbagliano; talvolta per passione politica, calcando. E fioccano le querele; talaltra in buona fede, nel descrivere fatti in divenire e dunque, per loro natura, provvisori. Ma capita che i media sbaglino tutti assieme, sia quelli di destra sia quelli di sinistra, in Italia come in Francia, negli Stati Uniti, persino in Brasile e a Hong Kong. E con toni catastrofisti. Andrea Kerbaker è impietoso nel definire questi errori Bufale apocalittiche, come annuncia il titolo del libro appena edito Ponte alle Grazie (pagg. 136, euro 13). Esagerazioni? Purtroppo no.
Non è la prima volta che i mezzi di informazione planetari finiscono sotto accusa, ma basta una visita in una libreria per accorgersi che la sezione «media» è rilegata in un angolo, con pochissimi testi di critica dei media. Ben venga, dunque, un saggio come Bufale apocalittiche, che non è certo un volume accademico, ma, piuttosto, un volume a metà strada tra il pamphlet e il divertissement, dal linguaggio semplice, accessibile al grande pubblico e ben documentato.
Kerbaker prende in esame otto grandi, sensazionali eventi del nostro tempo, dal Millenium Bug, che avrebbe dovuto paralizzare gli aerei, fino all’influenza suina, passando per la Mucca pazza, le lettere all’antrace, la Sars, l’aviaria, i catastrofismi sull’euro e le inspiegabili galoppate delle quotazioni del petrolio. Lavorando d’archivio, l’autore ripropone tante chicche di giornali italiani e non, che finiscono per corroborare l’impressione di un mondo dell’informazione tutt’altro che oculato nelle sue scelte e molto conformista, anzi, manipolabile. Di fronte a crisi internazionali i media tendono a muoversi in gregge. E finiscono per non servire affatto il lettore. Perché le grandi crisi, alla prova dei fatti, spesso sono colossali bluff, ma la stampa non se ne accorge mai in tempo reale.
La tesi di fondo è giusta e l’autore ha ragione nel rimproverare ai giornalisti la tendenza ad autoassolversi. Quando gli errori collettivi vengono smascherati, quegli stessi editorialisti che fino a poche settimane prima usavano toni catastrofisti emettendo sentenze inappellabili, o girano la testa dall’altra parte, peraltro continuando a pontificare su altri temi, o ci scherzano su; mentre dovrebbero riflettere seriamente e procedere a una salutare autocritica.
Leggendo il volume, il lettore vorrebbe saperne di più e soprattutto capire certi meccanismi, le cause più profonde di fenomeni colossali eppure inesplorati, purtroppo però l’autore non spinge l’analisi oltre l’osservazione. Anzi, sostiene che «non sappiamo e non sapremo mai chi e perché compia certe operazioni». Vero? Solo in parte. Non si può sapere tutto, ma si può capire molto per deduzione, con l’analisi comparativa, conoscendo le tecniche dello spin, ovvero le tecniche usate dai comunicatori più spregiudicati per condizionare non un giornale, ma l’insieme dei media.
Kerbaker, nel capitolo conclusivo, si limita ad accennare a fattori come la paura, la discrezionalità delle fonti, le logiche dei media, l’ambiguità degli esperti e si lancia in considerazioni sull’entropia e l’ipocondria delle masse. Non scava, dà l’impressione di non voler seguire fino in fondo le proprie intuizioni. Insomma, resta in superficie, a esempio quando scrive che le case farmaceutiche condizionano l’Oms, ma non spiega i meccanismi di finanziamento che hanno privato questo organismo della sua indipendenza, esponendolo a condizionamenti scandalosi.
Peccato, ma forse quella di Kerbaker è una scelta. Più che agli esperti sembra rivolgersi a un pubblico più ampio, a quei lettori che intuiscono le anomalie di certe crisi e che leggendo Bufale apocalittiche troveranno prove documentali a sufficienza per dimostrare che i giornalisti sbagliano. Eccome se sbagliano.
«Il Giornale» del 14 settembre 2010

08 settembre 2010

Un colpo al cuore alla melassa dei Tg

di Massimiliano Panarari *
«Ciclone Mentana». Il nuovo tg de La7 si è abbattuto sulla palude stagnante (naturalmente, con le debite eccezioni) dell’informazione televisiva con la forza di un tornado, premiatissimo dagli ascolti. Segno che la ventata di aria nuova che ha portato era molto attesa, in particolare da parte di una fascia giovane ed esigente di telespettatori nei cui confronti la tv italiana è diventata sempre più avara di proposte.
Questo «Twister», a ben guardare, è il risultato vincente di un'alchimia che miscela molta tradizione e un po' di innovazione. Enrico Mentana è un giornalista di notevole esperienza e un riconosciuto professionista, che calca il proscenio televisivo da tempo, ed è stato, dopo gli anni passati in Rai, uno degli inventori dell’informazione sui canali privati (ha fondato e diretto a lungo il Tg5 e, insieme a Davide Parenti, il creatore de Le Iene, ha ideato il programma di approfondimento Matrix).
È, dunque, un innovatore del linguaggio con cui la televisione italiana, nel corso di questi anni, ha trattato l'informazione, a partire dalla velocizzazione dei tempi e dei ritmi; basti ricordare, per aggiungere un tocco di colore, il soprannome di «Mitraglietta» che l’ha accompagnato a lungo, con riferimento alla rapidità con cui pronunciava le parole durante le sue apparizioni in video, raccontando così, con la sua stessa fisionomia, la «turbopolitica» che cambiava. Col suo Tg5 ha aperto la strada all'ingresso del gossip nei programmi di informazione, una pista destinata in seguito a venire battuta da molti, e in dosi sempre più massicce (e inaccettabili), mentre, per quello che lo riguardava, si teneva ancora al di qua della soglia della «modica quantità» del pettegolezzo. Ha passato una parte cospicua della sua vita professionale all’interno delle reti Mediaset, fino ad assumerne la direzione editoriale, ma, destando un certo scalpore, se ne è poi andato sbattendo la porta nel febbraio 2009 dopo che Canale 5 aveva preferito gli ascolti del Grande Fratello alla messa in onda di un qualche programma di approfondimento sulla morte di Eluana Englaro.
Ma, soprattutto, è un solido conoscitore e un attentissimo osservatore della politica, che frequenta dai tempi (all'apparenza, un'era geologica fa) della Prima Repubblica. E qui sta uno dei segreti del suo telegiornale dei record. La politique d’abord, la politica prima di tutto, riportata al centro di un tg. Sembrerebbe un paradosso, ma come appare subito evidente sintonizzandosi sui telegiornali delle reti ammiraglie della tv generalista (Rai Uno e Canale 5), la grande assente (specialmente d'estate tra un servizio sui rimedi contro la calura e l’ultimo aggiornamento sugli amorazzi di qualche «vip») è proprio la politica (per non parlare dei temi economici). O, per meglio dire, la Politica, spodestata - tra «panini», polpettoni, melasse varie, dichiarazioni e controrepliche, veline (in senso proprio: quelle che passano sotto i tavoli, e non quelle che ci sgambettano sopra), messaggi in codice e per iniziati - dalla «politica politicante» e dal racconto esclusivo delle beghe di Palazzo.
Il tutto, per giunta, rigorosamente recitato secondo le litanie di quel politichese che costituisce una delle (sacrosante) ragioni della sempre maggiore insofferenza di tanti italiani nei confronti di un’informazione di regime. Intendiamoci bene: Mentana non fa un telegiornale «di opposizione», non è Michele Santoro, né Marco Travaglio. Ha deciso invece (e scusate se è poco) di rimettersi a raccontare, servendosi di un linguaggio comprensibile, i fatti e i personaggi della politica. L'ha rimessa in testa alle news, ripristinando così la gerarchia e l’ordine naturale secondo cui si sono sempre fornite le notizie nel nostro Paese, e riscuotendo, proprio per questo, un successo immediato (probabilmente, al di là delle stesse aspettative più ottimistiche del suo editore Telecom).
Come dice Aldo Grasso, «la messa cantata delle otto», ovvero l'informazione generalista dei grandi tg è in crisi, e apre degli spazi per quelli più schierati e partigiani o per un tipo di prodotto di nicchia e più in sintonia con un pubblico giovane e moderno. Come questo telegiornale, per l’appunto, che alla conduzione di un volto noto (il direttore che «ci mette direttamente la faccia») affianca una scenografia innovativa anche sotto il profilo dei colori e si avvale di soluzioni tecnologiche più avanzate, come la diretta in streaming su YouTube.
Di fronte a quello che il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard chiamava il «delitto perfetto» operato dalla televisione che avrebbe ucciso la realtà, sostituendola con delle simulazioni e rappresentazioni, il telegiornale de La7 si pone decisamente in controtendenza e la riporta saldamente all’attenzione dei suoi spettatori, semplicemente rimettendosi a dare notizie.
* Autore del saggio L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi (puoi leggerne una recensione di Aldo Grasso)
«La Stampa» del 7 settembre 2010