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01 novembre 2020

Rispetto o libertà? Il dilemma della satira

di Giuseppe Dalla Torre
È trascorso un tempo sufficiente dai tragici fatti di “Charlie Hebdo” per affrontare, con il dovuto distacco, una questione delicata e complessa. Sia chiaro subito: non sono assolutamente condivisibili le posizioni di chi, all’indomani dei fatti, si è lasciato sfuggire espressioni come «se la sono cercata». La vita umana è sacra, sempre, comunque; anche nel caso dei reati più efferati non è ammissibile il ricorso alla pena di morte. In una società civile non è ammissibile che chi si senta leso dal comportamento altrui, anche qualora fosse nel giusto, si faccia giustizia da sé. Uno dei cardini del contratto sociale che dà vita alle moderne democrazie è, infatti, il trasferimento all’autorità dello Stato dell’esercizio del potere di giudicare e di irrogare sanzioni.
Ciò detto, la vicenda parigina che ha tanto coinvolto l’opinione pubblica merita qualche considerazione. Occorre soffermarsi in particolare sulla libertà di professione della fede religiosa. Questo diritto strutturalmente postula una dimensione pubblica e non meramente privata del fatto religioso. La protezione della manifestazione dell’appartenenza religiosa ha senso specialmente nella pubblica agorà, dove in concreto può essere minacciata da altre posizioni religiose o ideologiche, siano esse portate dalla pubblica autorità o da poteri privati. Può essere lesiva della libertà religiosa un’ideologia della laicità che è in realtà laicismo: vale a dire una concezione contraria alla religione, che combatte la religione ritenuta come favola o mito da cui liberare la società. Ciò può avvenire con le armi della violenza fisica, come accaduto in tante dolorose esperienze di Stati che avevano posto l’ateismo tra i propri valori fondanti; ma ciò può avvenire anche con le armi della violenza morale e psicologica.
La tradizione francese, anche se conosce diverse concezioni della laicità, è decisamente segnata da una prettamente ideologica: la famosa laïcité de combat. È da domandarsi se l’ideologia laicista, laddove non rimanga espressione di una tra le tante identità esistenti nel corpo sociale, ma assurga ad un potere di fatto intimidatorio anche attraverso il dileggio e lo scherno, non possa sconfinare talora in una ingiusta violenza nei confronti dei credenti, che si concretizza in una violazione della libertà religiosa.Una seconda considerazione attiene alla libertà di manifestazione del pensiero. Non si può non cogliere oggi una certa degenerazione dell’antico (e nobile) genere della satira: da attacco agli abusi di chi è al potere (anche religioso) ai vizi individuali, a fatti specifici, a individui o gruppi determinati, tende a divenire strumento per colpire in forma caricaturale intere categorie di persone per il mero fatto della loro appartenenza, religiosa o etnica. Si tratta di un fenomeno che porta a tradire il ruolo critico, quindi positivo, della satira, facendo pericolosamente pendere questa verso forme di provocazione gratuite, senza finalità costruttive. Non si vede come irridere ferocemente persone e simboli venerati in una religione, o valori identificanti un popolo, possa essere una manifestazione di pensiero critico, costruttivo, volto al bene della società.
Una terza considerazione attiene al tema della violenza. In uno Stato democratico l’uso della forza è riservato alla pubblica autorità ed eccezionalmente al privato; questi può ricorrere legittimamente alla forza nei soli casi previsti in maniera tassativa dalla legge (si pensi alla legittima difesa). Ma violenza è solo quella fisica? Riflettendo la verità del reale, il diritto ha sempre conosciuto anche la violenza psichica o morale, e l’ha sempre considerata come un fatto civilmente e penalmente illecito, in quanto lesivo della libertà individuale o collettiva. La violenza non fisica, quella contenuta in espressioni del pensiero come talora nella satira, può considerarsi pienamente legittima? Se rientra nei compiti dello Stato bandire la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti nella società, non è mai ammissibile una tutela del sentimento individuale e collettivo contro manifestazioni di pensiero che incarnino violenza?
In una intervista concessa al “Corriere della Sera” del 3 febbraio 2015 Patrick Pelloux, il medico urgentista che il 7 gennaio fu il primo a soccorrere gli amici di “Charlie Hebdo” falciati dalle armi dei terroristi Saïd e Chérif Kouachi, ha tra l’altro affermato: «Rivendichiamo il nostro diritto alla blasfemia, che non è insulto, ma volontà di emancipazione dell’intelligenza». Ora che la blasfemia non sia insulto è quantomeno discutibile, ma certamente essa può concretarsi in una offesa; quanto poi alla “emancipazione dell’intelligenza”, si tratta di espressione che può tradire una volontà, tipicamente laicista, diretta a sradicare la religione anche attraverso la violenza di un pensiero offensivo.Quali conclusioni trarre da tutti gli interrogativi posti? Non certo l’auspicio di un ritorno a forme di censura, inammissibili in una società democratica; né si può confidare nei soli strumenti giuridici, che pure ci sono, di tutela giudiziale nei casi e nelle forme previste dalla legge. Il punto centrale è da rinvenire sul piano culturale ed etico. Appare necessario promuovere una cultura sensibile al fatto che, in una realtà sociale a pluralismo accentuato, la “casa comune” si costruisce non attraverso l’offesa, il vilipendio, l’aggressione sia pure solo “verbale”, sibbene attraverso un pensiero, anche critico, ma rispettoso e sostanzialmente solidale. Occorre comprendere che la satira non è uno strumento innocente; che essa, come ogni strumento, può essere utilizzata bene o male. Chi fa satira dovrebbe sempre chiedersi quali effetti essa può produrre sull’opinione pubblica, se di salutare critica al potere o non piuttosto di odio o dileggio nei confronti di determinate categorie di persone. In questo secondo caso essa può convertirsi in una silenziosa ma reale minaccia per la democrazia, disseminando semi di violenza e di discriminazione nella sua fragile costituzione. Anche in questo ambito, dunque, un impegno formativo e di sensibilizzazione si impone.
«Avvenire» del 13 maggio 2015

31 ottobre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

09 settembre 2016

Il secolarismo francese difende le libertà di tutti

Prospettive diverse
di Paul Berman
Il principio della laïcité, che ha portato al divieto del «burkini», non viene capito negli Stati Uniti pur essendo perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano della divisione tra stato e chiesa: a prescindere da quanto facciano le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso
Quella che segue è una sintesi dell’articolo di Paul Berman pubblicato dalla rivista «Tablet»

***

Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari in Francia hanno appena varato il divieto di indossare in spiaggia il burkini islamico, ovvero il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Di conseguenza, e com’era prevedibile, assistiamo a una reazione di sgomento tipicamente americano, di stampo tradizionale e per certi versi persino folkloristico, nei confronti della Francia e della sua antipatia verso alcuni tipi di abbigliamento islamico. Lo sconcerto americano, da un decennio a questa parte, affonda le radici su un unico presupposto, immutabile e incontestato, come se nulla fosse cambiato in questi ultimi anni, e come se non fossero emersi nuovi dati.
Il presupposto è che la Francia voglia dettare norme in fatto di abbigliamento islamico perché i francesi nutrono in sostanza un forte pregiudizio nei confronti della loro minoranza musulmana. Tuttavia, l’interpretazione americana riconosce una complicazione aggiuntiva, e cioè: i francesi, che sono incorreggibili razzisti, non sembrano credere di esserlo. Al contrario, si sono convinti che, nel regolare l’abbigliamento islamico, si stiano comportando in modo straordinariamente illuminato, seguendo addirittura un principio così elevato ed ineffabile che solo il popolo francese è in grado di capirlo. Tale principio è un’assurdità tutta francese, la quale, nella sua raffinatissima nobiltà, non può essere tradotta nel vernacolo inglese, ma deve per forza esprimersi in un vocabolo francese incomprensibile, impronunciabile e intraducibile: la laïcité.
In realtà, laïcité è perfettamente traducibile, significa secolarismo. Non c’è motivo di ricorrere al termine francese nel mondo anglosassone. È un concetto perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano del muro di divisione tra stato e chiesa, in versione francese. Il principio jeffersoniano in America significa che, a prescindere da quanto facciano o vogliano proclamare le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso. La versione francese è identica. La scuola pubblica, per esempio, non deve diventare terreno di conquista delle chiese – o degli imam islamisti, nella situazione attuale.
Il secolarismo repubblicano non è, dopo tutto, solo un concetto negativo, il cui unico scopo è quello di tenere alla larga il fanatismo religioso. Il secolarismo repubblicano è un principio positivo, capace di offrire qualcosa all’individuo. È questo il principio della cittadinanza. Nella sua versione francese, il secolarismo repubblicano dice a ciascun individuo: i «diritti dell’uomo e del cittadino» sono i tuoi diritti, indipendentemente da quanto vadano proclamando le chiese. L’ideale repubblicano francese, nel suo secolarismo, è qualcosa di più grande ed emozionante di qualunque cosa possano offrire gli islamisti. L’ideale islamista è una promessa falsa e degradante, che corrisponde all’auto oppressione. L’ideale repubblicano francese è la liberazione – almeno in principio.
Pertanto questa laïcité così perfettamente comprensibile e traducibile, incarna l’ideale repubblicano secolare: questo vuole la maggioranza dei francesi, anche se taluni sono razzisti. L’ideale repubblicano secolare incarna quello che la maggioranza dei musulmani francese vuole, anche se taluni sono stati sedotti e fuorviati dall’odio e dalle manovre degli islamisti. Gli immigrati dall’Africa del nord sono venuti in Francia inseguendo questo ideale. Il dibattito su quali misure adottare per contenere ed emarginare il movimento islamista si è svolto nell’ambito di questo ideale. Ed è stato un dibattito fecondo.
Mi auguro che i commentari americani sulla Francia sapranno mostrare un po’ più di rispetto per la serietà con la quale è stato affrontato questo dibattito: chiedo troppo? Ahimè, temo di sì. In Francia persiste da decenni un certo qual vezzo di far mostra di anti americanismo, e in America si riscontra un’usanza altrettanto antica e curiosa di prendere in giro i francesi. Questa purtroppo è l’abitudine americana che da una decina d’anni a questa parte spinge gli analisti a vedere nel secolarismo della Francia repubblicana un mero attacco razzista contro le libertà individuali, anziché capire che si tratta di una difesa antirazzista delle libertà individuali.

(Traduzione di Rita Baldassarre)
«Il corriere della sera» dell'8 settembre 2016

29 novembre 2015

Scuola di Rozzano, Renzi: «Non si dialoga rinunciando al Natale»

Il premier: quel preside provoca o sbaglia. Il dirigente: sono pronto a lasciare l’incarico
di Marco Galluzzo
Alla fine, dopo che il preside è stato sommerso dalle polemiche, dopo che è stato criticato persino dai genitori dei suoi alunni, musulmani e cattolici, dopo che si è detto pronto a lasciare l’incarico — come conferma Delia Campanelli, direttore scolastico regionale lombardo —, alla fine ha sentito la necessità di intervenire anche il premier: «Il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazione e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso».
Insomma, la decisione di un preside di provincia rilancia il dibattito sulla nostra identità, sul modo di convivere con chi professa altre fedi, sul significato di integrazione. Dice Matteo Renzi al Corriere, senza mezze misure: «Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano».
Lui, il preside, Marco Parma, 63 anni, dell’istituto Garofani a Rozzano, in provincia di Milano, si difende professando buone intenzioni. Ha deciso di cancellare le feste e i canti di Natale per non compromettere la sensibilità degli alunni di altre fedi.
L’Istituto comprensivo è frequentato da un migliaio di studenti, il 20% è di origine straniera. Dopo gli attentati di Parigi ha pensato che fosse meglio rinviare il concerto di Natale dei bimbi delle elementari al 21 gennaio, trasformandolo in concerto di inverno.
Laila Magar, 45 anni, egiziana di fede musulmana, abita a Rozzano da 7 anni, con il marito e i 4 figli. I due più piccoli, i gemelli Fatma e Yassin, hanno frequentato l’Istituto Garofani: «Ma a chi dà fastidio la festa di Natale? Forse al preside, di certo non alla comunità musulmana. I miei figli hanno sempre partecipato alle feste di Natale a scuola, hanno cantato “Tu scendi dalle stelle” e gli altri canti tradizionali cattolici. Perché si vuole creare un problema che non esiste?». Suo marito, Mahmoud El Kheir, 67 anni: «Chi siamo noi musulmani per dire che cosa si può fare nella scuola italiana? Noi siamo ospiti in questo Paese. Mi auguro che l’opinione pubblica capisca che la decisione non arriva da una richiesta dei genitori musulmani».
Il preside si difende così: «Credo sia un passo avanti verso l’integrazione rispettare la sensibilità di chi ha altre culture o religioni. Questa è una scuola multietnica». Critiche sono arrivate dal Pd, da Matteo Salvini («dovrebbe semplicemente essere licenziato»), e da quasi tutti gli altri partiti.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

28 novembre 2015

Essere laici non significa negare la religione

di Antonio Polito
«Un concerto di canti religiosi a Natale, dopo quello che è successo a Parigi, sarebbe stata una provocazione pericolosa». Lo ha detto il preside dell’istituto Garofani di Rozzano, e meno male che la sua autorità si ferma alle porte della scuola, perché se fosse diventato sindaco (è stato candidato di una lista civica) chissà che altro avrebbe potuto proibire per evitare provocazioni: tutte queste donne a capo scoperto, per esempio; o il rock, musica satanica; o lo spudorato consumo di alcol in pubblico.
Pur essendo favorevoli all’idea di dare più poteri ai presidi nelle scuole, dobbiamo confessare che ieri abbiamo vacillato di fronte a questa performance. Purtroppo, spesso per pura ignoranza, c’è chi in Italia confonde l’obbligo alla laicità del nostro sistema educativo con la negazione della religione. Il nostro preside, che gestisce una scuola in cui il 20% degli studenti è straniero, ritiene che il suo compito sia quello di nascondere ai genitori musulmani che il restante 80% è fatto da cristiani.
Invece di promuovere un dialogo, per esempio spiegando ai bimbi cristiani in che cosa consista il credo dei loro compagni di banco islamici e viceversa, il preside promuove il silenzio, la censura, estesa fino al canto di Natale (c’è un istituto a Fonte Nuova, in provincia di Roma, dove hanno addirittura fatto sparire il bambinello dal presepe). In compenso la scuola di Rozzano trabocca di alberi di Natale e di Babbi Natale, quasi come a dire che far festa si può, ma senza religione.
Il guaio è che il 25 dicembre, per quanto multietnici vogliamo diventare, si celebra la nascita di un personaggio storico chiamato Gesù Cristo. Che tra l’altro, è rispettato e venerato anche dalla religione islamica, come potrebbero spiegare tutti i genitori musulmani che ieri, intervistati davanti alla scuola, hanno tenuto a precisare che non si sarebbero sentiti neanche lontanamente offesi da Tu scendi dalle stelle . Dunque, cari presidi italiani, sinite parvulos ...
«Corriere della sera» del 28 novembre 2015

24 luglio 2014

Scuole private, dove arriva la libertà

di Vladimiro Zagrebelsky
Questo articolo è stato commentato in un intervento di Luigino Bruni del 23 aprile 2014.
Il caso dell’insegnante che si è vista, negare il rinnovo di un contratto di insegnamento da parte di una scuola privata cattolica sulla base di un preteso suo orientamento sessuale che la scuola disapprova, offre occasione di un inquadramento del problema della discriminazione quando questa si confronti con esigenze fondate su legittimi orientamenti religiosi, ideologici o culturali. Si tratta di un terreno molto specifico, ove è necessaria un’attenta opera di distinzione e contemperamento delle esigenze diverse e opposte di rispetto della eguaglianza e di riconoscimento delle specificità. Il caso che attira ora l’attenzione riguarda il mondo dell’istruzione, ma anche altri ambiti, come potrebbe essere quello della sanità, espongono problemi analoghi. La libertà d’insegnamento assicurata dalla nostra Costituzione, accanto all’obbligo-per la Repubblica di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi, implica anche la libertà di istituire scuole da parte di privati. La legge, che fissa i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, come stabilisce ancora la Costituzione, deve assicurare ad esse piena libertà. Se sull’impostazione culturale della scuola pubblica incide in modo fondamentale il carattere di laicità, principio supremo della Repubblica, garanzia di pluralismo, equidistanza, non schieramento in favore di questa o quella religione o ideologia, da quel carattere per definizione si distacca una scuola privata, che si presenti come ideologicamente, religiosamente, culturalmente caratterizzata. Il riconoscimento costituzionale della libertà di istituire scuole diverse da quella statale, presuppone l’esistenza e la valorizzazione di differenti impostazioni di con tenuto .e metodo: diversità capaci di causare divisione e opposizione nella società e tuttavia essenziali per nutrire il pluralismo senza il quale non c’è società democratica. Nell’ispirazione della Costituzione la pluralità di istituzioni di istruzione è apprezzata, non solo tollerata. Essa si esprime di fatto in Italia e in Europa, insieme ad istituti privati laici, principalmente attraverso le scuole di ispirazione religiosa. Accanto a scuole cattoliche, ne esistono che sono espressione di Chiese riformate, altre sono legate alle comunità ebraiche, altre ancora sono scuole islamiche. Alla libertà di istituire scuole diverse corrisponde quella di scegliere a quale di esse far riferimento per l’istruzione e l’educazione propria o dei propri figli. L’esercizio di questa libertà presuppone la conoscenza dell’orientamento delle varie istituzioni scolastiche e l’affidamento che l’orientamento dichiarato sia effettivamente seguito. Non solo in Italia si à posto il problema di come la specificità di scuole «di tendenza» possa essere salvaguardata, rispetto al principio generale che afferma l’eguaglianza e il divieto di discriminazione tra i lavoratori, che sono in questo caso chiamati quotidianamente a dispensare un servizio per definizione culturalmente orientato. Nel diritto dell’Unione europea e in quello nazionale, la parità di trattamento in materia di lavoro, vieta ogni discriminazione legata «alla religione, alle convinzioni personali, agli handicap, all’età e all’orientamento sessuale». Tuttavia, nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, non costituiscono atti di discriminazione le differenze di trattamento praticate quando siano necessarie per realizzare gli scopi istituzionali nelle «istituzioni di tendenza», come sono gli enti religiosi o le altre organizzazioni pubbliche o private caratterizzate dalla professione di determinate’ religioni o convinzioni. Questa eccezione fornisce l’indicazione necessaria per sciogliere il conflitto esistente tra la libertà di insegnamento e la libertà religiosa fatta valere dalla scuola, e il diritto al lavoro, il diritto di espressione, la libertà di pensiero e di religione, il diritto al rispetto della propria vita privata rivendicati dall’insegnante. Risolutivi nei singoli casi sono i criteri di proporzione e ragionevolezza. Così vari casi portati all’esame della Corte europea dei diritti umani hanno avuto esito diverso. La Corte ha per esempio ritenuto giustificata l’esclusione dall’insegnamento della religione di un prete cattolico spagnolo che si era nel frattempo sposato civilmente ed era divenuto esponente di un movimento per l’abolizione dell’obbligo di celibato dei preti cattolici, mentre ha affermato che, con il licenziamento dall’impiego di organista e direttore del coro di una chiesa cattolica, era stato violato il diritto al rispetto della vita privata di una persona che aveva divorziato dalla moglie e conviveva con altra donna. Nel primo caso i giudici spagnoli e nel secondo i giudici tedeschi avevano avallato le decisioni prese dalle istituzioni ecclesiastiche, che avevano fatto valere il contrasto tra la dottrina cattolica e la condotta privata (ma notoria) dei dipendenti. La diversa natura dell’attività loro affidata ha finito con l’essere decisiva per condurre a decisioni opposte della Corte europea. Il tenore della disciplina legislativa in materia non deve far pensare che le «istituzioni di tendenza» abbiano mano libera rispetto ai loro dipendenti. I diritti fondamentali sopra richiamati delle persone non sono annullati. Il giudice, secondo quanto stabilisce la giurisprudenza europea, deve valutare l’esistenza dei fatti contestati al dipendente, l’incidenza di essi sulla attività che gli è affidata in rapporto al carattere proprio della organizzazione, e finalmente la proporzione e ragionevolezza della misura presa. Lo schema entro il quale si inseriscono i rapporti tra il diritto alla specificità delle scuole religiosamente caratterizzate e i diritti e libertà fondamentali di coloro che operano nel loro ambito, lascia aperto un problema ulteriore. Fino a che punto lo Stato può riconoscere la parità (ed anche finanziare) scuole private, quando emergano contrasti profondi con principi fondamentali dell’ordinamento della Costituzione repubblicana? Fino a dove il pluralismo culturale e il conseguente rispetto dell’autonomia delle organizzazioni religiose rappresentano un valore positivo da tutelare? Vi sono limiti oltre i quali vengono messe in discussione le fondamenta stesse della Costituzione? La deferenza rispetto a orientamenti religiosi tradizionalmen: te presenti in Italia ha lasciato sopito il problema. Ma da un lato la nuova reattività sociale rispetto ai diritti e le libertà delle persone, e dall’altro la nuova realtà di religioni non tradizionali, come quella islamica, impediranno di eludere un problema che è politico e giuridico insieme e che, quindi, richiede scelte politiche e, nei casi specifici, renderà inevitabili decisioni giudiziarie.
«La Stampa» del 22 luglio 2014

23 luglio 2014

Le contraddizioni della scuola paritaria

di Nadia Urbinati
Un commento a quest'articolo è stato scritto da Luigino Bruni il 23 luglio 2014.
La vicenda dell'insegnante messa sotto inchiesta dalla madre superiora di una scuola privata di orientamento cattolico e parificata non ha dell'incredibile. È incredibile che ci si stupisca e si continui a sostenere — come da anni si fa — che la scuola pubblica comprende sia le scuole statali sia quelle private parificate. Il pubblico è uno, dicono i sostenitori del finanziamento pubblico alle scuole private per raggirare l'Art. 33 della Costituzione che afferma chiaramente essere le scuole private libere e "senza oneri per lo Stato". I retori che non vedono di buon occhio questa norma hanno sofisticamente ridefinito il pubblico e... abracadabra, ecco che tutte le scuole paritarie sono pubbliche come quelle statali! All'insegnante (che per proteggere l'anonimato si presenta come Silvia) la madre superiora della scuola cattolica in questione ha detto di voler verificare le "voci secondo le quali lei aveva una compagna". Poiché era suo dovere «tutelare questo istituto cattolico" se quelle voci fossero state fondate allora il suo contratto sarebbe stato a rischio (l'insegnante ha un contratto annuale rinnovabile). Perché è quanto meno irragionevole stupirsi?
Questo caso ci fa toccare con mano la tensione non facilmente sanabile tra scuola privata identitaria e scuola pubblica: la prima selettiva proprio per garantire la propria libertà di continuare a essere identitaria; la seconda aperta a tutti gli insegnati che lo meritano (e qui il merito è misurato con norme e regole pubbliche uguali per tutti) e per tutti gli allievi che lo vogliono (o che i loro genitori vogliono, nel caso si tratti di minori). Indubbiamente la suora nella storia di questi giorni ha le sue buone ragioni a voler "tutelare" l'istituto cattolico. Nulla da eccepire: ai cattolici non si può chiedere di approvare l'aborto o l'omosessualità o le scelte libere in materia di morale. C'è una dottrina della Chiesa e nessun cattolico praticante può prendere in mano la propria volontà e scegliere secondo la propria coscienza. Appartenere a una chiesa implica accettare dei vincoli, senza di che l'identità si diluisce e tutto diventa simile.
Ma che cosa succede se la scuola cattolica che vuole preservare la propria identità riceve soldi pubblici? Soldi che vengono cioè da tutti, non solo dai cattolici, e soprattutto che sono e devono essere distribuiti tenendo fede alla Costituzione e non al dettato della Chiesa? Succede che la scuola cattolica deve essere costretta a perdere la propria identità. Il paradosso è chiaro: la difesa dell'identità è un diritto della scuola privata che però non può essere finanziato con i soldi pubblici. Le scuole private che accettano di ricevere i soldi dello Stato devono sottostare alle stesse norme delle scuole pubbliche vere. Certo, questo urta contro la loro libertà. Certo, questo rischia di far perdere loro l'indentità. Si comprende quanto sia sofistico e ipocrita l'argomento che vuole che tutte le scuole siano pubbliche (statali e paritarie): per amore dei soldi si baratta la libertà — salvo sperare che in un paese dove il 95% dei cittadini è di formazione cattolica non si sia costretti a barattare proprio nulla. E invece ...
Succede che la libertà individuale che la Costituzione difende dà alle persone l'opportunità di vivere le proprie scelte senza che nessuno (non lo stato, non il datore di lavoro se pubblico) interferisca con il loro contenuto — purché si rispetti la libertà altrui e la legge, lo Stato non può interferire con le scelte del singolo. Ma una chiesa e una scuola che ad essa vuole restare fedele può interferire e in qualche modo è prevedibile che lo faccia. E quindi, se davvero le scuole private vogliono onorare e difendere la loro libertà di esistere e prosperare devono avere la forza di farlo con le proprie risorse: questa loro autonomia è garanzia e segno della loro libertà. Diversamente, quanto successo all'insegnante Silvia non deve succedere. Delle due l'una: o una scuola privata confessionale vuole i soldi pubblici o vuole proteggere la propria libertà e identità. Le due cose non stanno insieme e lo si vede proprio in casi come questo, quando si apre un conflitto tra libertà della scuola e libertà del singolo. Quale delle due deve prevalere in caso di conflitto? Lo Stato ha il dovere di essere al fianco del singolo sempre, soprattutto nei casi in cui questo si trova ad essere sfidato dalla direzione scolastica dell'istituto dove lavora con incarico annuale. I diritti servono a proteggere non chi ha potere, ma chi non ce l'ha.
I soldi pubblici alle scuole private devono quindi essere condizionati da limiti inderogabili: come il rispetto dei diritti eguali, ovvero della libertà del singolo. Ciò significa, per esempio, che la scuola privata se vuole ricevere finanziamenti dallo Stato deve attingere alle graduatorie pubbliche degli insegnanti e non scegliere a discrezione. Ma attingere a graduatorie pubbliche può voler dire che un insegnante mussulmano possa essere chiamato ad insegnare in una scuola cattolica, o vice versa. Un'eventualità insopportabile e che prova quanto oneroso sia per il privato prendere soldi pubblici.
Dunque chi sono i veri amici della libertà dell'offerta educativa, coloro che chiedono soldi pubblici o coloro che pensano che le scuole private debbano sostenersi autonomamente? Ai sostenitori delle scuole parificate sembra impensabile che il denaro pubblico comporti questa "limitazione" di libertà — e hanno ragione. Per questo dovrebbero rifiutare i soldi dello Stato.
«la Repubblica» del 22 luglio 2014

20 dicembre 2013

L'ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

Pericolosa tendenza in atto in Europa
di Carlo Cardia
Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico "politicamente corretto" sulla questione delle nozze gay, della teoria del "gender", dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.
Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla.
Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.
Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.
Di altre patologie si è parlato a più riprese su "Avvenire": in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole "padre" e "madre". Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.
La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.
«Avvenire» del 20 dicembre 2013

28 agosto 2013

Anche l'etica “laica” ha bisogno di fede

di Piero Benvenuti
Sembra che il vessillo dello scienziato necessariamente ateo, o quantomeno agnostico, sia stato raccolto dal professor Umberto Veronesi, autore di Credo nell’Uomo, non in Dio, un e-book pubblicato recentemente nella biblioteca online del “Corriere della Sera”. L’argomento è noto: lo scienziato, che utilizza il metodo scientifico per l’indagine del reale attenendosi ai soli dati sperimentali, dovrebbe astenersi dal credere in un Dio la cui esistenza non è dimostrabile con lo stesso metodo. Curiosamente nel libro si afferma anche che la scienza non si interessa alle domande di senso – perché esiste qualcosa? – ma si limita a chiedersi come ciò che esiste funziona e si manifesta. Affermazione perfettamente condivisibile, ma che conduce a un pasticcio logico quando venga considerata unitamente alla precedente: sembrerebbe che uno scienziato, per il solo fatto di aver scelto di esserlo, non dovrebbe interessarsi alla trascendenza. Poco conta che scienziati del livello di Planck, Einstein, Heisenberg, Lemaitre, Pauli e molti altri abbiano indagato con passione per tutta la loro vita non solo le “leggi” della natura, ma anche il senso ultimo dell’esistenza.
In effetti, il libro non brilla per originalità e profondità delle argomentazioni, tanto che alla fine della breve lettura si prova una certa nostalgia per Nietzsche o per Feuerbach. Vale comunque la pena di analizzare le conseguenze dell’etica “laica” presentata con tanta sicurezza da Veronesi, soprattutto per vedere se la scienza non possa dare qualche contributo più costruttivo dei pareri personali dell’oncologo alla definizione delle nuove problematiche che l’uomo d’oggi è chiamato ad affrontare.
La proposta di etica “laica” esclude, coerentemente per un ateo o un agnostico, la prima parte dell’annuncio evangelico – Shemà Israel, amerai il Signore tuo Dio – e ne fa invece propria la seconda, anche se leggermente modificata – “rispetterai” il prossimo tuo come te stesso. Nell’opinione dell’autore l’etica “laica” avrebbe un valore superiore a quella cristiana, perché totalmente libera, non condizionata da una aspettativa di un premio futuro – il Paradiso – o di un castigo eterno: lo si evince leggendo il passaggio nel quale afferma che, nella sua esperienza, i malati terminali non credenti affrontano la morte più serenamente di quelli credenti. È un’annotazione interessante che, al di là della sua discutibile significatività statistica, dovrebbe farci riflettere su quanto noi cristiani abbiamo contribuito a distorcere il gioioso messaggio evangelico insistendo più sul “fuoco dell’Inferno” che sul significato della speranza salvifica. In quest’ottica, cerchiamo di analizzare le conseguenze di una scelta etica così “dimezzata” che agli effetti pratici, al pari della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, sembra allinearsi con quella cristiana.
Considerare ogni uomo e ogni donna “uguali”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero è “giusto” sia per il non credente – su basi puramente razionali suffragate dalla scienza – sia per il cristiano, il quale però aggiunge come principale motivazione la consapevolezza di essere tutti figli generati e amati dallo stesso Padre. Ecco la fondamentale differenza dell’etica cristiana rispetto a quella totalmente laica: quest’ultima si fonda su un “patto” tra uomini e come tale sarà sempre relativa alla situazione storico-culturale e agli uomini che l’hanno enunciata, mentre quella cristiana nasce dalla “rivelazione” che la creazione è un atto di Amore che, se liberamente riconosciuto, ci permette di cooperare con il Creatore agendo secondo un principio etico universale.
La differenza operativa delle due etiche emerge quando ci si discosta dal semplice criterio di uguaglianza tra uomini e donne – principio accettato da tutti – e si passa alla questione più delicata del rispetto della persona in tutte le condizioni e fasi della vita. Lo dimostra Veronesi stesso quando definisce “inaccettabile ingerenza” il parere negativo espresso alla luce dell’etica cristiana sulla proposta di referendum abrogativo della legge 40, mentre il suo parere personale, presentato come antesignano della scienza, sarebbe invece perfettamente accettabile. Dal punto di vista della logica dovrebbe essere proprio il contrario, perché se le religioni e la filosofia hanno competenza a esprimere pareri etici, così non è per la scienza sperimentale che si occupa, per suo statuto, solo di fenomeni misurabili. A meno che non si voglia sostenere il principio che tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche eticamente lecito: le conseguenze paradossali di un tale principio, pur senza arrivare ai casi estremi della bomba atomica o degli “uteri in affitto”, sono evidenti.
Sia chiaro, nessuno vuole rigettare a priori le innovative e a volte stupefacenti possibilità che la scienza – in particolare la medicina – ci offrono, ma proprio perché le conseguenze a lungo termine di certe scelte, soprattutto quelle che più si avvicinano alla radice della vita, sono difficilmente prevedibili, è necessario che le linee guida abbiano veramente valore universale e non siano lasciate all’alea di un referendum o al giudizio personale di un magistrato. Veronesi nel suo libro non affronta direttamente questo problema, limitandosi a esaltare la scienza e l’etica “laica” e, pur ammettendo le positive dichiarazioni post-conciliari della Chiesa nei riguardi della scienza e dell’evoluzione, non sembra intravedere la possibilità di un percorso comune.
Cosa possono fare scienziati e teologi di buona volontà per evitare simili situazioni di stallo? Una via che mi sembra percorribile è quella di impegnarsi ad analizzare con coraggio le implicazioni teologiche ed etiche di quanto la cosmologia attuale ci sta rivelando. Il quadro evolutivo unitario, ormai ben consolidato, ci dice che la nostra esistenza e la nostra coscienza sono intimamente legate all’evoluzione del cosmo che, sostenuto nell’esistenza assieme al tempo e allo spazio, si è sviluppato lungo un periodo di circa quattordici miliardi di anni in forme e strutture sempre più complesse, seguendo inconsapevole le leggi che lo governano, secondo “caso e necessità”, come affermava Jacques Monod (citato da Veronesi).
Quando la complessità – almeno su questo pianeta – ha raggiunto la capacità di autocoscienza, essa si è subito posta domande di senso: da dove vengo? Chi mi ha generato? Qual è il mio destino? Ma è solo negli ultimi tempi che l’uomo, grazie ai progressi di conoscenza, è riuscito a comprendere la globalità e unitarietà dell’evoluzione intravedendone i meccanismi e, di fatto, a interrompere, limitatamente a ciò che avviene sulla Terra, il suo corso “naturale” e inconsapevole. Le mutazioni genetiche e l’ambiente, che durante miliardi di anni hanno plasmato la storia dell’evoluzione, sono oggi nelle nostre mani, possiamo indirizzarle a nostro piacimento. Tra non molto saremo in grado di generare parti del nostro corpo e sostituirle a quelle malfunzionanti, forse potremo aumentare la nostra capacità cerebrale o di memoria ... Chi può dire quali di queste opzioni siano veramente benefiche, a lungo termine, per l’umanità?
È un problema di difficilissima soluzione, sia per il credente sia per il laico, e già oggi si nota la confusione: si scende in piazza contro gli Ogm e la sperimentazione sulle cavie (Veronesi è favorevole ai primi e vuol limitare ma non escludere del tutto la ricerca sugli animali) e al tempo stesso si difende come diritto inalienabile la possibilità di sperimentare sugli embrioni umani ed eliminarli se le “condizioni” non sono accettabili dallo sperimentatore, genitori inclusi.
La limpida indicazione del messaggio etico cristiano, coniugato con le conoscenze scientifiche acquisite, ci rende consapevoli oggi più che mai di cosa significhi l’invito genesiaco «andate e dominate la Terra»: significa diventare co-creatori del mondo, modificare, se possibile e senza timore, l’evoluzione, adottando però lo stesso criterio del Creatore, amando cioè tutto il creato e aspirando a esclamare con Lui alla fine di ogni giornata: «E vedemmo che era cosa buona». Naturalmente avere un principio guida, per quanto chiaro e forte esso sia, non vuol dire avere in tasca la soluzione per ogni problema e il cristiano deve sapersi confrontare con coraggio e umiltà con le diverse posizioni per discernere la via da seguire.
Questo è il dialogo serrato che dovrebbe instaurarsi tra teologia e scienza, la teologia stimolando la scienza a valutare le conseguenze globali a lungo termine del suo operare, senza fermarsi a risultati parziali, e la scienza provocando la teologia a dare senso al progredire inarrestabile della conoscenza. Arroccarsi su posizioni esclusive, invocando un neo-illuminismo “laico” che non ammette “interferenze”, non solo è anacronistico, ma non sembra neppure di grande utilità per l’uomo.
«Avvenire» del 27 agosto 2013

08 dicembre 2012

A quelli che non intendono: laicità non è secolarizzazione di Stato

Alcune strane polemiche sull'attualissima riflessione del cardinale Scola
di Carlo Cardia
In un passaggio centrale del discorso di Sant’Ambrogio quest’anno dedicato anche alla celebrazione del XVII centenario dell’Editto di Milano del 313, l’Arcivescovo della Diocesi Ambrosiana ha ricordato che «imporre o proibire per legge pratiche religiose, nell’ovvia improbabilità di modificare pure le corrispondenti credenze personali, non fa che accrescere quei risentimenti che si manifestano poi, sulla scena pubblica, come conflitti». Il cardinale Angelo Scola ha quindi segnalato il rischio di una laicità negativa che si afferma quando lo Stato pretende di agire sulla società civile, comprimendone le identità più profonde, strutturando istituti essenziali della vita collettiva in una visione secolarizzata che diviene egemonica, dimentica il contributo che la religione e le comunità religiose recano alla coesione, alla solidarietà, alla promozione della persona umana.
Si tratta di una riflessione di ampio respiro sui problemi della modernità interculturale, sulle tensioni che in alcuni Paesi affiorano, si radicalizzano, per una chiusura delle leggi e delle istituzioni alla dimensione antropologica e sociale della persona. Il tentativo di fare leggi e agire nel pubblico come se la religione non esistesse è propria della tradizione illuminista e francese, ma oggi diviene più gravido di conseguenze perché si rivolge contro la concezione umanistica della nascita, del matrimonio, dell’educazione, della tutela della vita, sfiora il destino stesso dell’uomo.
Gli esempi sono davanti a noi tutti i giorni. Con grande imbarazzo, in alcuni ordinamenti si vuole stravolgere il concetto di matrimonio radicato da sempre nella storia umana, negandone la base dell’eterosessualità, con il conseguente affidamento dei minori a coppie non eterosessuali, e la definitiva aberrante conclusione di cancellare i concetti di padre e di madre, per sostituirli con quelli di genitore 1 e di genitore 2, genitore A e genitore B. In Francia, addirittura, gli interventi a difesa della naturalità della famiglia e del matrimonio dei cattolici, dei protestanti e del gran rabbino di Francia sono stati criticati come 'invasivi' del campo della politica, quasi che le Chiese e chi ha una visione antropologica umanista delle relazioni elementari debbano tacere perché lo Stato li giudica 'incompetenti' a pronunciarsi su queste materie. In altri Paesi, le comunità confessionali si vedono imporre obblighi che violano la liberta religiosa in modo clamoroso, dovendo assicurare ai propri dipendenti i mezzi per interventi contraccettivi, abortivi, o dovendo dare in affidamento i bambini che accudiscono a coppie di persone dello stesso sesso.
In Italia e in Europa si profila una strategia punitiva verso le attività senza fini di lucro che la Chiese e altri soggetti svolgono nell’educazione, nell’assistenza, nella sanità, che rafforzano l’ossatura dello Stato sociale ad esclusivo vantaggio di chi ha di meno o, come gli immigrati, non ha niente di proprio su cui sperare o investire.
Basterebbero questi riferimenti per cogliere l’attualità e il valore strategico del discorso del cardinale Scola nell’affrontare un tema che interessa tutti. Si rimane perciò stupefatti di fronte ad alcuni interventi sulla stampa che ne hanno stravolto il significato quasi che contenesse un attacco alla laicità dello Stato, alla sua neutralità in ambito religioso. La riflessione sull’Editto di Costantino dice esattamente il contrario. La libertà religiosa è conquista preziosa per la società e per l’umanità, come lo è la laicità dello Stato, ma né l’una né l’altra possono essere deformate, rovesciate per farne strumenti di emarginazione. La libertà religiosa non può diventare la libertà di praticare il culto in privato e di tacere in pubblico, come la laicità dello Stato non può essere il grimaldello per abbattere la visione solidarista dei rapporti umani e interpretarli e disciplinarli in ottica egoistica e secolarizzata. Se la laicità dello Stato comporta la cancellazione dei credenti e la riduzione dei loro diritti, se implica l’emarginazione delle Chiese a mere associazioni prive di dimensione pubblica, che devono nascondere i propri simboli e alle quali si impongono obblighi di ogni genere, anche contrari alle rispettive identità, non siamo di fronte ad una Stato laico, ma ad un ordinamento che fa della secolarizzazione una ideologia di Stato, uno strumento per dare voce solo a quanti vogliono oscurare e spegnere la voce della fede, la pratica dell’altruismo, la solidarietà per i più piccoli.
Benedetto XVI ha ripetutamente insistito su questo punto: laicità non vuol dire chiusura e ostilità alla religione, ma deve significare libertà piena, accoglienza, condivisione di valori, crescita culturale e spirituale per tutti.

Avvenire» dell'8 dicembre 2012

05 settembre 2012

L'ipocrisia di chi lo osanna perché faceva il laico in tonaca

Il cardinale è stato celebrato come il Papa dei non credenti, ma un conto è dialogare con tutti e un altro è omologarsi a chi ti combatte
di Marcello Veneziani
Salutandolo come capofila del cattolicesimo progressista, sono stati elencati i suoi principali meriti: istituì la cattedra dei non credenti, preferì rivolgersi ai pensanti piuttosto che ai credenti, si distinse dalla Chiesa aprendo all'eutanasia, al preservativo, alle coppie gay, agli atei, rifiutò la messa in latino e sostenne la necessità di «superare le tradizioni religiose». Un curriculum notevole per un intellettuale, con i suoi dubbi e le sue aperture; ma per un sacerdote, per un cardinale, per un uomo della Chiesa, può dirsi altrettanto? Certo, il Cardinal Martini non fu solo questo, fu anche un biblista insigne, una figura carismatica, si ritirò a Gerusalemme; ma la ragione per cui è stato osannato dai media è questa e l'ha ben riassunta un intervistato: «Non ragionava come un uomo della Chiesa, non sembrava un Cardinale».
Ma è davvero un elogio non sembrare quel che si è, mimetizzare la propria missione, confondersi con il proprio tempo e tingersi dei suoi colori? E allora torno a domandare: ma è questo che chiediamo a un pastore, a un uomo di fede e di chiesa, di parlare come tutti gli altri, di assecondare lo spirito del tempo anziché invocare il tempo dello spirito? Non ci bastano e ci avanzano le tante cattedre di ateismo, di laicismo e di progressismo che ci sono in giro per chiedere che anche dentro la religione vi siano spazi e argomenti in favore dei non credenti e delle loro tesi? Siamo bombardati dai precetti laici della modernità miscredente e dai canoni del progresso; non avremmo piuttosto bisogno di qualcuno che ci rappresenti l'amore per il sacro, per la trascendenza e per la tradizione? E chi dovrebbe farlo se non un uomo della Chiesa, un Arcivescovo, un Sacerdote? É demolita ovunque l'Autorità e l'autorevolezza delle istituzioni, anche se poi al loro posto ci sono nuovi canoni obbligati, nuovi poteri dominanti a volte più dispotici e intolleranti degli altri: non si chiede oggi a chi rappresenta la religione di assumersi sulle spalle la croce di contravvenire a questi nuovi dispotismi nel nome perenne della Tradizione e della fede in Dio? Un conto è dialogare con i «gentili», come fa anche Ratzinger, un altro è sposare il loro punto di vista o scendere sul loro stesso terreno, fino a omologarsi, e rappresentare soltanto la versione religiosa all'interno dell'ateismo dominante. Non si tratta di barricarsi nella Chiesa degli anatemi e dell'integralismo e di ignorare il mondo e il nichilismo che avanza; si tratta di affrontare il mondo a viso aperto, testimoniando la passione di verità e non la priorità del dubbio, testimoniando l'amore per l'eterno e non solo per il proprio tempo. Una scelta spirituale che si incarna, e non una scelta intellettuale, o peggio ideologica, che si storicizza.Giunge a proposito la questione sollevata da Papa Ratzinger su Giuda. Secondo Benedetto XVI, Giuda tradì Gesù perché voleva spingere Cristo non a fondare una nuovo religione, ma un movimento politico ribelle contro l'impero romano. La lettura di Ratzinger lancia un forte messaggio al nostro tempo: chi riduce Gesù a un rivoluzionario e il cristianesimo a messaggio di redenzione politica e di riscatto sociale, tradisce Cristo come Giuda. Il ribelle zelota Giuda nega il valore religioso del cristianesimo e lo riduce a rivolta politica, attaccando l'impero romano ma non intaccando la religione ebraica. Viceversa, Cristo secondo Ratzinger non è avversario di Roma e non è un rivoluzionario, ma fonda una nuova religione, e dunque dissente dal sinedrio, che lo condanna al patibolo. Su la Repubblica Gustavo Zagrebelsky ha scritto un dotto excursus tra le interpretazioni di Giuda per sposare alla fine la tesi di don Primo Mazzolari di un Cristo ribelle, distruttore, liberatore e nemico del potere. Un Gesù giacobino, da popolo viola, «uno come noi», scrive il professore giustizialista. Uno come noi, è anche la parola d'ordine per elogiare il cardinal Martini dal punto di vista dei non credenti. Il Cristo di Mazzolari-Zagrebelsky è una versione opposta a quella di Ratzinger. E si sposa assai bene con l'elogio progressista di Martini. Peccato che il giurista non citi tra le interpretazioni di Giuda come esecutore del disegno divino quella di Giuseppe Berto (ripresa da scrittori cattolici come Mario Pomilio e Francesco Grisi): Giuda tradendo provoca la morte e la resurrezione di Cristo. Come in una vera eterogenesi dei fini - espressione del cattolico Augusto del Noce che però piace a Zagrebelskj - il tradimento di Giuda ha un movente politico ma produce un risultato escatologico: non provoca la ribellione degli zeloti ma la salvezza del mondo tramite il sacrificio di Cristo sulla Croce. Perché la promessa cristiana è la resurrezione, non la rivoluzione; è l'eternità, non il progresso.
Post scriptum. A proposito di Crocifisso, avrete letto la profanazione di Ulrich Seidl alla Mostra del Cinema di Venezia. Una trovata miserabile, non solo perché offende i credenti e coloro che, pur non credenti, sono nati e cresciuti in una civiltà cristiana. Ma per due altre ragioni: la sua profanazione non ha nemmeno l'alibi di sfidare coraggiosamente un regime teocratico, ma infierisce contro una fede debole, soccombente, e su questo piano, inoffensiva. E poi non ha nemmeno il crisma dell'originalità, perché arriva dopo decenni di profanazioni spettacolari, dai film di Pasolini, che però erano almeno tormentati vangeli, alle esibizioni di Madonna, Lady Gaga e dei Soliti Idioti. Quel film rientra nello squallido conformismo della profanazione contro una fede inerme, come Colui che fu inchiodato sulla croce.
«Il giornale» del 3 settembre 2012

Rispetto e verità

Squalllide operazioni sulla morte del cardinal Martini
di Roberto Colombo
Neppure di fronte alla morte di una personalità eminente, il cardinale Carlo Maria Martini, testimone appassionato e credibile di un profondo amore alla vita propria e di tutti coloro che incontrava nel suo ministero culturale, magistrale e pastorale, si sono fermati i soliti innescatori di baruffe mediatiche, sempre alla caccia di presunte incoerenze tra l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia morale e le posizioni personali di alcuni suoi membri. La morte, mysterium tremendum, è strappata al riguardoso silenzio, alla commozione della mente e del cuore, forma laicissima di contemplazione del culmine dell’esistenza dell’uomo, che incute reverenziale timore ed esige rispetto incondizionato. Così è per tutti, credenti e no, per il naturale trasudare di una sensibilità umana limpida e vivace. O, più precisamente, dovrebbe essere, se il dibattito pubblico su questioni delicate e decisive della vita non fosse inquinato da istanze ideologiche e revansciste che accecano gli occhi e l’intelligenza e portano a vedere ovunque distinzioni e divisioni, creando contrapposizioni che non hanno riscontro nella realtà dei fatti, né fondamento nell’argomentazione ragionevole.
Paragonare la lucida e umanissima decisione del cardinale e dei suoi medici di fronte all’ultima crisi parkinsoniana, di metà agosto, che ha segnato il breve epilogo della sua esistenza terrena (circa due settimane), segnato dalla «incapacità a deglutire cibi solidi e liquidi» – come affermato dal suo medico curante – con le scelte del padre di Eluana Englaro o di Piergiorgio Welby è una operazione strumentale priva di ogni realistico riferimento clinico ed etico. L’arcivescovo emerito di Milano soffriva di una malattia neurodegenerativa, quella di Parkinson, che gli ha consentito di idratarsi e nutrirsi ordinariamente per via orale fino a poco prima della sua morte. La libera accettazione dell’ineludibile avvicinarsi della morte gli ha fatto chiedere, come fece anche il beato Giovanni Paolo II (che soffriva di una patologia simile), che non si procedesse a manovre di posizionamento di sonde per l’alimentazione enterale o ad altri interventi sproporzionati e incongruenti con la decisione di accogliere i tempi e i modi con i quali il Signore gli è venuto incontro nell’ultimo, definitivo abbraccio. Per questo «è rimasto lucido fino all’ultimo e ha rifiutato ogni forma di accanimento terapeutico», ha dichiarato il dottor Pezzoli.
Ben diversa di fatto, e opposta di valore, è stata la decisione arbitraria di sospendere l’idratazione e l’alimentazione di Eluana, da 17 anni in stato vegetativo persistente, una condizione patologica stazionaria che non l’aveva portata, sino a quel momento, alle soglie della morte. Non era in agonia né stava per entrarvi. La donna avrebbe continuato a vivere ancora per parecchio tempo (non possiamo sapere quanto) e, per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente appropriata, condizione necessaria per supportare la fisiologica necessità di acqua e cibo. Infine, la decisione venne presa da altri, non da lei stessa.
Welby, invece, venne colpito all’età di 16 anni dalla distrofia muscolare di Becker, una malattia neuromuscolare a progressione generalmente assai più lenta della malattia di Parkinson. Su sua richiesta, il respiratore gli venne staccato 45 anni dopo, anche in questo caso non in prossimità della morte (la vita di pazienti affetti da questa forma particolare di distrofia muscolare può durare a lungo). Una scelta di eutanasia volontaria, in un momento della propria malattia, che nulla ha a che vedere – né clinicamente, né moralmente – con la decisione di rinunciare a forme di «accanimento terapeutico» alle soglie della morte.
Non vi è spazio per chi vuole ignobilmente speculare sulla morte dignitosissima ed evangelica di un tenace difensore della dignità della vita umana e di «generoso servitore del Vangelo», come lo ha chiamato Benedetto XVI.
«Avvenire» del 2 settembre 2012

06 luglio 2012

Atei, la bella morte dei nipotini di Marx

Intervista a Némo
di Lorenzo Fazzini
​È considerato uno degli epigoni di quei nouveaux philosophes che sconvolsero il panorama intellettuale francese (e non solo) negli anni Settanta. Reduce dal marxismo, Philippe Némo è oggi docente alla business school ESCP Europe, dove dirige il settore umanistico nella sede di Parigi. Nel suo ultimo libro uscito in Francia, La belle mort de l’athéisme moderne (Puf), l’ex allievo di Emmanuel Lévinas (oggi credente) indaga le ragioni per cui la negazione di Dio non è più così trendy come si pensava un tempo. E come mai «la voce del cristianesimo può di nuovo farsi ascoltare. Il cristianesimo torna ad essere la grande posta in gioco intellettuale della nostra epoca».

Professor Némo, il filosofo Maurice Clavel, da lei citato, affermava che gli ultimi 2 secoli sono stati "sotto il segno di Lucifero" perché hanno voluto respingere l’idea di Dio. Fabrice Hadjadj, nel suo "La fede dei demoni", ricorda che il diavolo non è ateo. Non credere è "affare diabolico"?
«Non penso che non credere sia una colpa. È solo una sfortuna, perché impedisce di capire la vera dignità dell’uomo. Colui che non ha un senso della trascendenza conduce una vita priva di senso e che non viene orientata da nessuna speranza. È comunque vero che forse il diavolo gioca un ruolo nell’orchestrare i grandi movimenti ideologici che impediscono agli uomini la fede: essi così non hanno i modi per riflettere su se stessi e non possono difendersi contro la propaganda».

Perché lei sostiene che l’ateismo è morto? Con i nuovi atei - vedi i vari Dawkins, Dennett e Onfray - l’ateismo sembra aver oggi un soprassalto intellettuale …
«Gli argomenti evoluzionisti di Dawkins possono turbare solo quanti son stati formati a credere alla verità letterale della Bibbia. Questo è un problema all’interno della cultura anglo-sassone. Dennett critica la fede con argomenti ispirati dalla scienza positivista. Ma la vera fede cristiana non ha in verità alcun contrasto con la scienza, come ha mostrato Pascal, perché queste due dimensioni non appartengono al medesimo ordine di cose. Dennett dunque si pone al margine delle questioni vere. Quanto a Onfray: io non concedo il minimo valore intellettuale ai suoi scritti. Del resto questi tre autori non sono dei filosofi, non li possiamo mettere sullo stesso piano di pensatori come Nietzsche, Marx o Heidegger».

Lei ha parole molto dure sul "negazionismo" verso le radici giudeo-cristiane dell’Europa. A suo avviso, tale negazione è accostabile a quella della Shoà. Non le pare un’esagerazione?
«Nel brano cui lei si riferisce io ho comunque sottolineato l’evidente differenza di gravità e di livello tra i due fenomeni. Ciononostante, vi è una vera analogia. Nella negazione dell’Olocausto si trova un antisemitismo implicito perché negare la specificità di questo evento porta a negare l’identità del popolo ebraico. Allo stesso modo coloro che hanno voluto ritirare dal preambolo del Trattato dell’Unione europea ogni citazione delle radici cristiane dell’Europa non commettono solo un grossolano errore storico. Essi vogliono anche imporre una certa visione dell’Europa, cambiare l’identità profonda degli europei e, in fin dei conti, tagliar fuori e marginalizzare i cristiani. Questa manifestazione di odio indistinto verso l’insieme di una collettività assomiglia, dunque, in qualche maniera, all’antisemitismo».

Lei scrive che "l’ateismo è anche il frutto di ricerche intellettuali sincere". Quali?
«Penso a Nietzsche e Marx. Ma anche al positivismo scientista. Molti uomini del XIX secolo hanno pensato che la scienza e la tecnica moderne potevano rimediare alle miserie dell’umanità. E avevano paura che il dogmatismo di un certo cristianesimo tradizionalista potesse frenare i progressi della scienza. Hanno dunque creduto che bisognasse erigere una concezione del mondo e dell’uomo eliminando l’ipotesi religiosa. Questo fu sicuramente un itinerario intellettuale sincero. Ma dopo aver avuto a disposizione diversi decenni per svilupparsi e giungere ad una maturità, tale percorso non è pervenuto a nulla».
«Avvenire» del 4 luglio 2012

06 marzo 2012

La vita umana è sacra per tutti (o per nessuno)

Le tesi sull'aborto post-nascita
di Rocco Buttiglione *
Bravi Alberto Giubilini e Francesca Minerva! Hanno mostrato coraggio e consequenzialità logica e hanno spiegato apertamente nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics le conseguenze inevitabili del principio abortista. Se è lecito l’aborto per un qualunque motivo, non si vede logicamente per quale motivo non debba essere lecita, alle stesse condizioni, l’uccisione di un bambino già nato. La differenza, infatti, fra un feto all’ultimo stato (un bambino non nato) e un bambino appena nato è troppo trascurabile perché su di essa si possa basare una diversa valutazione morale e giuridica della loro soppressione. Se è lecita l’uccisione dell’uno, deve essere lecita anche alle stesse condizioni l’uccisione dell’altro. Per la verità, questa conseguenza logica del principio abortivo da tempo era stata tratta dagli antiabortisti. Essa costituisce uno degli argomenti classici con cui gli avversari dell’aborto motivavano il loro rifiuto della distruzione del feto. Il processo di trasformazione e crescita dell’essere umano non conosce uno stacco qualitativo dal concepimento fino alla morte naturale. Non esiste nessuna trasformazione improvvisa che consenta di dire: dopo la nascita il feto diventa qualcosa di sostanzialmente diverso, che deve avere diritti che prima non aveva. In realtà, non esistono nemmeno stacchi che consentano di dire: fra il feto di x settimane e quello di y settimane esiste una differenza qualitativa; oppure, fra il bambino di una settimana e quello di un mese esiste una simile differenza. In effetti, Giubilini e Minerva confermano questa conclusione rifiutando di precisare se l’infanticidio debba essere consentito fino alla fine della prima, della seconda o della quarta settimana.
Tendenzialmente il diritto di spegnere una vita che ci genera incomodo dovrebbe essere esteso a tutte le età della vita. Il diritto alla libertà di aborto si salderebbe così con il diritto alla eutanasia. L’articolo di Giubilini e Minerva è interessante (e onesto) anche da un altro punto di vista. Basta con il tentativo ipocrita di giustificare la morte di un altro con le argomentazioni ipocrite che quella vita non meriterebbe di essere vissuta. Chi decide se la vita meriti di essere vissuta o no è chi decide di dare la morte. È ben possibile che la persona che deve morire desideri vivere, specialmente se è un bambino appena nato che non ha idea di quello che noi consideriamo una vita degna di essere vissuta.
Se noi tuttavia riteniamo che la sua vita non meriti di essere vissuta, abbiamo egualmente il diritto di farlo morire. Ogni qual volta la vita di un altro ci imponga obbligazioni alle quali non vogliamo far fronte o non riteniamo di poter far fronte, la soppressione di quella vita diventa legittima. E così si apre lo spazio di un’interessante comparazione economica dei costi e dei benefici. Alla fine, se il malato costa troppo alla famiglia o alla società, perché farlo vivere ancora?
Finora questi ragionamenti li facevano solo gli antiabortisti più accaniti, e i sostenitori della «libertà di scelta della donna» che non volevano essere chiamati abortisti si ribellavano e cercavano di negare che quelle fossero le loro posizioni o che quelle fossero conseguenze logiche necessarie delle loro posizioni.
Adesso sono due giovani brillanti studiosi pro-choice (cioè pro-aborto) a sostenere con intransigente candore queste tesi. C’è da chiedersi: ci sarà una levata di scudi nel campo della bioetica pro-aborto che rigetti laicamente quelle conseguenze? E ancora: come potrà quella bioetica 'laica' rigettare quelle conseguenze senza sottoporre a revisione critica anche le proprie premesse logiche ed epistemologiche? E se alfine qualcuno trovasse il coraggio di dire, con candore e rigore logico simili a quelli di Giubilini e Minerva, ma con opposta valutazione morale: «Ci siamo sbagliati? O la vita umana è sacra per tutti o non è sacra per nessuno».
* Vicepresidente della Camera dei deputati e presidente dell’Udc
«Avvenire» del 3 marzo 2012

11 dicembre 2011

Chiesa e ICI. Quell’esenzione che vale miliardi

di Sandro Magister
Infuria l’attacco contro la Chiesa cattolica che non paga l’ICI. Ed è vero: per molti suoi immobili la Chiesa non la paga né la deve pagare. Non per un privilegio esclusivo, ma per una legge, la 504 del 30 dicembre 1992 (primo ministro Giuliano Amato), che, se oggi fosse fatta cadere, penalizzerebbe assieme alla Chiesa una schiera nutritissima di altre confessioni religiose, di organizzazioni di volontariato, di fondazioni, di Onlus, di Ong, di Pro loco, di patronati, di enti pubblici territoriali, di aziende sanitarie, di istituti previdenziali, di associazioni sportive dilettantistiche, insomma di enti non commerciali.
La legge esenta tutti questi enti, compresi quelli che compongono la galassia della Chiesa cattolica, dal pagare l’ICI sugli immobili di loro proprietà “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985 n. 222″, ovvero le attività di religione o di culto.
Questo vuol dire, ad esempio:
– che una parrocchia di Milano non paga l’ICI per le aule di catechismo e l’oratorio, ma la paga per l’albergo che ha sulle Dolomiti, abbia o no questo al suo interno una cappella.
– che la Caritas di Roma non paga l’ICI per le sue mense per i poveri, né per l’ambulatorio alla Stazione Termini, né per l’ostello nel quale ospita i senza tetto. E ci vuole un bel coraggio a dire che così fa concorrenza sleale a ristoranti, hotel e ospedali.
– che la Chiesa valdese giustamente non paga l’ICI per il suo tempio di Piazza Cavour a Roma, né per le sale di riunione, né per l’adiacente facoltà di teologia. La paga, però, per la libreria che è a fianco del tempio.
– che la comunità ebraica di Roma non paga l’ICI per la Sinagoga, per il Museo, per le scuole. Ma la paga per gli edifici di sua proprietà adibiti ad abitazioni o negozi.
– che l’ANFFAS, associazione che assiste 30 mila disabili, non paga l’ICI per ciascuno dei suoi oltre mille centri. Ma la paga per gli immobili di sua proprietà dati in affitto.
– che non va pagata l’ICI per l’ex convento che fa da quartier generale della comunità di Sant’Egidio, né per le sue case per anziani. Va pagata invece per il ristorante che la comunità gestisce a Trastevere.
Insomma, questo vuol dire che su case date in affitto, negozi, librerie, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l’ICI già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest’obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione.
Tant’è vero che a Roma, dove Propaganda Fide e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica possiedono un buon numero di palazzi, questi due enti vaticani “sono tra i primi se non i primi contribuenti ICI della capitale”, testimonia Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano e membro del consiglio direttivo dell’autorità di informazione finanziaria della Santa Sede.
Questo stabilisce la legge. Eppure i giornali e i giornalisti che danno prova di esserne a conoscenza si contano sulle dita di una mano sola.
E gli altri? Saranno anche grandi testate e grandi firme, ma se in una materia così elementare non si mostrano capaci di una minima verifica dei fatti, non fanno onore alla professione.
Come obnubilati dalla febbre della polemica, tutti costoro nemmeno sembrano capire che pretendere che la Chiesa cattolica paghi l’ICI anche per gli immobili su cui è esentata – cioè le chiese, i musei, le biblioteche, le scuole, gli oratori, le mense, i centri d’accoglienza, e simili – vuol dire punire l’immenso contributo dato alla vita dell’intera nazione non solo dalla Chiesa stessa ma anche da ebrei e da valdesi, da Caritas e da Emergency, da Telethon e da Amnesty International, insomma da tutti quegli enti non profit per i quali vige l’identica normativa.
Se l’esigenza numero uno dell’Italia è la crescita, tale multiforme, generosa, formidabile offerta di apporti non va penalizzata, ma sostenuta.
Le esenzioni dall’ICI previste dalla legge non sono denari in perdita. Sono risorse che ritornano moltiplicate allo Stato e alla società.

*

POST SCRIPTUM – Nel pomeriggio del 9 dicembre il cardinale Angelo Bagnasco ha detto a proposito della normativa sull’ICI:
“In linea di principio, la normativa vigente è giusta, in quanto riconosce il valore sociale delle attività svolte da una pluralità di enti non profit e, fra questi, degli enti ecclesiastici. Questo è il motivo che giustifica e al tempo stesso delimita la previsione di una norma di esenzione.
“È altrettanto giusto, se vi sono dei casi concreti nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, che l’abuso sia accertato e abbia fine.
“In quest’ottica non vi sono da parte nostra preclusioni pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti non profit, oggetto dell’attuale esenzione”.
«L'Espresso - Blog» del 9 dicembre 2011

ICI. Tra rigoristi e lassisti, la Chiesa sta con i primi

di Sandro Magister
Nella controversia sull’ICI l’argomento più sfavillante calato ogni volta, immancabilmente, da chi attacca la Chiesa è quello della cappella. Alla Chiesa – si dice – basta sistemare a cappella la camera di un albergo di sua proprietà per essere esonerata dall’obbligo di pagare l’ICI sull’intero edificio. Questo – sempre stando ai si dice – grazie ai decreti legislativi 203 del 2005 (primo ministro Silvio Berlusconi) e 223 del 2006 (primo ministro Romano Prodi), intervenuti a modifica della legge base del 1992 (primo ministro Giuliano Amato) che stabilisce i casi nei quali gli enti non profit devono o no pagare l’imposta. Sono anni che questa storia della cappella viene tirata fuori come un coniglio dal cilindro, per stupire il pubblico. Senza però che qualcuno dei suoi innumerevoli recitanti l’abbia mai corredata di una prova di fatto.

Ebbene, da oggi, 10 dicembre 2011, la prova c’è.
Solo che è tutta al contrario. La riferisce su “Avvenire” Umberto Folena. Riguarda l’Hotel Giusti, a Roma, nel quartiere Esquilino. Un albergo a una stella di proprietà delle suore di Sant’Anna, su tre piani, col quarto e il quinto piano dello stesso edificio occupati dal convento delle suore con la sua brava cappella.
Incolpate di non pagare l’ICI, le suore non l’hanno mandata a dire. Hanno tirato fuori le bollette dei versamenti fatti. Attenzione: ICI calcolata e pagata non per il solo albergo, ma per tutti i cinque piani dell’edificio, cappella compresa.
Ma la cappella non doveva essere il grimaldello per far saltare l’intero banco? Cioè per non pagare più niente?
Certo, a dare ascolto ai cantastorie. Ma le suore, da cittadine avvedute, hanno preferito attenersi rigorosamente alla legge. La quale non consente affatto l’interpretazione truffaldina data per buona da chi crede, raccontandola, di mettere alla berlina la Chiesa.
Anzi, la legge vigente è su questo punto talmente rigida da far pagare l’ICI sull’intero edificio, compresi il convento e la cappella, che se fossero a sé stanti beneficerebbero invece dell’esenzione.
A tenere i conti delle suore di Sant’Anna è lo studio legale dell’avvocato Massimo Merlini, che segue un centinaio di istituti religiosi.
Ma non è solo questo studio legale a interpretare le norme vigenti nel senso che, se in uno stesso edificio si svolgono sia un’attività tenuta a pagare l’ICI sia un’altra esente, l’intero edificio perde l’esenzione.
Questa interpretazione della legge è la medesima che la stessa Chiesa ha sempre dato, sui suoi organi ufficiali.
Una prova? L’articolo che “L’Osservatore Romano” ha pubblicato l’11 novembre del 2007 a firma di Patrizia Clementi, uno dei giuristi di riferimento della conferenza episcopale italiana:

> Dalle opinioni ai fatti. Sui presunti privilegi alla Chiesa cattolica in Italia
Leggere per credere. Interpretazione inequivoca, cipiglio severo. L’articolo così chiude, riferendosi alle eventuali violazioni di tali leggi: “Per questi casi i comuni dispongono dello strumento dell’accertamento, che consente loro di recuperare l’imposta evasa”.
«L'Espresso - Blog» del 10 dicembre 2011

La Chiesa, le sue opere e i paladini di una legalità senz'anima

di Davide Rondoni
Hanno lo stesso germe. La stessa chimica composizione. Gli stessi elementi fondamentali di veleno. La crisi europea e la «rabbia» montata come panna dai soliti noti contro la Chiesa sulla questione Ici hanno lo stesso Dna. Il tipo di pensiero che ha generato questa Europa in crisi è quello che si agita nelle minacce, nelle ire, e nei cavilli, di coloro che vorrebbero metter la Chiesa sul banco degli evasori. Il medesimo Dna bacato. La crisi e questa campagna violenta contro la Chiesa sono figlie della stessa matrice. La crisi che vede l’Europa in pericolo per la fragilità della sua politica rispetto alla violenza che si abbatte sulla economia e la grossolana, piatta polemica anti-cattolica vengono dallo stesso pensiero: devono esistere solo lo Stato e il Privato. Tutto ciò che non è Potere dello Stato o Interesse Privato non deve esistere. Altre cose – gli organismi ecclesiali, i corpi intermedi, le realtà associate, il multiforme volontariato – sono soggetti di serie B.
Il destino dell’uomo è solo nelle mani dei due Poteri. Lo Stato e il Privato, la Legge e il Denaro. Il resto non ha valore. Se qualcosa d’altro vuole esistere, sarà per concessione di uno dei Due Poteri. Lo si tollererà, forse. Ma questo pensiero e le istituzioni che ne sono nate stanno mostrando il loro clamoroso fallimento. Stanno cadendo addosso a tutti. Specie addosso ai più poveri. Hanno teorizzato l’Europa fatta solo di Privato e di Stati – di banche, di monete e di leggi – e l’hanno messa in pratica. Come se l’anima dell’Europa non contasse. Come se ciò che non appartiene al Denaro o alle Leggi degli Stati non avesse peso. Come se gli organismi, le realtà nate da esperienze personali e di bene pubblico fossero nemiche. Come se la grande cultura religiosa, cristiana e non solo, fosse ingombro fastidioso per il funzionamento cristallino e impersonale dei Grandi Palazzi Europei. Che stanno crollando, velocemente, miseramente.
Non è un caso che siano sempre gli stessi, i cultori della legalità a senso unico, dello statalismo più asfittico (e perciò stesso del mercatismo più violento) a fomentare piccole folle con argomenti falsi, antistorici e di facile presa in un momento di crisi. Questi signorini della Legalità (ma solo a riguardo di alcune leggi, di altre chissà come mai no…) si fanno paladini dello Stato non ammettendo nient’altro che il suo Potere, e dunque che esista per il resto solo il Mercato. Sono i devoti del mondo sotto Due Poteri. Un pensiero radicale che per diversi rami accomuna banchieri a post-marxisti, ex-rivoluzionari un poco salottieri a finanzieri un poco ex­rivoluzionari. Un pensiero colloso, magmatico, tenuto insieme da una logica errata e da una buona dose di risentimenti. E forse conscio di essere un pensiero fallimentare. Un pensiero che ha generato guai. Comodo ai ricchi e ai nemici dei ricchi. Ma sbagliato. Forse per questo, come sempre accade, cerca un capro espiatorio. Preferibilmente mansueto. E si sferra contro la Chiesa. Un pensiero che non ha costruito se non templi al denaro e al potere, oggi pericolanti, si sfoga contro chi ha costruito altro genere di templi. Di preghiera, di dedizione ai poveri, di interesse pubblico fatto non da funzionari dello Stato, di libera e gratuita iniziativa.
Basta uno sguardo alla storia e alla geografia sociale del nostro Paese. Basta una minima onestà di sguardo. Basta il piccolo sforzo di uscire per un attimo dal pensiero fallimentare per vedere che la risorsa migliore che ci resta è smettere di adorare il Potere dello Stato e del Mercato. È non sacrificare ad essi le energie che hanno creato altri spazi, altri servizi, altri soccorsi. Quelli di cui poi si invoca l’esistenza quando la vita mette alla prova. E non solo si cura del corpo, ma anche si cura dell’anima delle persone.
Basterebbe solo un poco di onestà, in questi tempi di crisi, per riconoscere il valore – incalcolabile, altro che Ici! – di una presenza sociale generosa e contagiosa che non dipende dai poteri degli Stati e del Mercato. Ma si sa, in tempi di rovina spuntano sempre i cercatori di capri espiatori, e anche le peggiori razze di sciacalli. Cioè quelli che non pensano, se mai hanno pensato, e badano solo a meschini interessi.
«Avvenire» dell'11 dicembre 2011

29 gennaio 2011

Naturalismo, cavallo di Troia dei nuovi atei

di Roberto Timossi
Tra i tanti corsi e ricorsi storici della nostra epoca, assistiamo pure ad un rilancio del naturalismo in ambito evoluzionista ad opera soprattutto di scienziati e filosofi neodarwiniani e ultradarwiniani, i quali hanno lo scopo dichiarato di rendere inutile sul piano scientifico l’ipotesi dell’esistenza di Dio e di un Creatore intelligente. Storicamente, il naturalismo ha avuto fortuna nella prima metà del XX secolo in ambiente statunitense come concezione del mondo che rifiuta pregiudizialmente l’esistenza di entità extranaturali o sovrannaturali e che pertanto non è disposta a prendere in considerazione argomentazioni che non siano empiricamente fondate. Si tratta, in altre parole, di un’impostazione culturale che considera validi soltanto i concetti provenienti dalle scienze naturali e che assegna a quest’ultime un potere conoscitivo superiore a qualunque altro. Nella seconda metà del secolo scorso, tuttavia, il naturalismo filosofico anglosassone ha perso decisamente vigore in favore della filosofia pragmatista; e ciò anche perché è prevalsa la consapevolezza dei limiti del sapere scientifico e dell’impossibilità di attribuire ai soli risultati delle scienze naturali il carattere di vera conoscenza. Ci si è resi infatti conto che il decantato riferimento oggettivo alla natura era in realtà carico di elementi metafisici e, in alcuni casi, addirittura ideologici. In Italia la ripresa del naturalismo su basi evoluzioniste viene oggi apertamente presentata come una grande conquista del mondo laico, precisamente come la grande «possibilità laica del naturalismo», ma sfocia poi nella consueta polemica contro la fede cristiana e la Chiesa cattolica tipica del provincialismo laicista nostrano. Se qualcuno da noi osa infatti mettere in dubbio la validità della visione naturalistica fondata sull’evoluzionismo darwiniano, come ha fatto ad esempio lo stimato antropologo Fiorenzo Facchini, si ritrova tacciato senza mezzi termini di essere «un teologo al servizio dell’integralismo ratzingeriano». E ciò che più impressiona è scoprire che chi usa simili espressioni interpreta poi le critiche al suo naturalismo come un modo per squalificare moralmente l’avversario. Per i sostenitori italiani di quello che viene definito come il moderno naturalismo ontologico, le recenti conquiste delle scienze biologiche avrebbero reso definitivamente improponibile qualsiasi riferimento al soprannaturale e tutte le voci contrarie si autocondanne­rebbero all’oscurantismo. Proprio qui, però, risiede la debolezza tanto filosofica quanto scientifica dell’argomento neonaturalista. Tralasciando gli elementi polemici che c’entrano assai poco col tema del naturalismo, è infatti corretto far rilevare con chiarezza che se è impensabile una scienza della natura che non sia naturalistica, dal momento che per loro statuto le discipline scientifiche come la biologia non possono avere altro riferimento che quello dei fenomeni naturali empiricamente osservabili, non è per contro accettabile che sulla base delle scienze naturali qualcuno si senta legittimato a pronunciare giudizi scientifici su questioni extrascientifiche, come l’esistenza di Dio, la presenza dell’anima e la possibilità della fede religiosa. È evidente che chi coltiva questa pretesa finisce col trasformare il suo neonaturali­smo in ideologia o in cattiva metafisica, ritrovandosi così a perpetuare gli stessi errori che hanno sancito il tramonto del naturalismo filosofico novecentesco.
«Avvenire» del 29 gennaio 2011

25 gennaio 2011

Quali "valori"?

Cerchiamo di capire concretamente che cosa e quali sono i valori essenziali per la nostra società
di Giovanni Martino

Si dice che la gente è stanca dei grandi discorsi, vuole risposte concrete ai suoi problemi. Questa considerazione è giusta se mette in guardia dall’astrattezza di ideologie lontane dalla realtà, o dalle chiacchiere vuote di quei politici che mirano solo al proprio potere personale; non è più giusta se ritiene che la soluzione ai problemi sia puramente tecnica, se si illude che la concretezza possa essere slegata da ideali (ovvero princìpî, o ancora - con una connotazione positiva - valori) che esprimono una visione chiara della realtà.
I princìpî sono i criterî che orientano le scelte concrete: ogni scelta esprime anche una scala di ideali (difendere il ladro o il derubato? l’innocenza del bambino o il piacere del pedofilo?). Chi sostiene il contrario ha una visione superficiale dei problemi, oppure è mosso da opportunismo e dall’ambizione di scavalcare la volontà democratica, spacciando per scelte tecniche la propria visione personale (o i propri interessi). I valori, in senso più forte, sono quei princìpî che orientano una scelta in modo non arbitrario, assicurando l'espressione piena della realtà umana in cui si opera: la professione, lo sport, l'economia, la famiglia, ecc.
Queste realtà hanno sì "leggi" di funzionamento, da conoscere e applicare mediante le competenze tecniche. Ma hanno anche "valori" proprî, i quali sono espressione del ‘dover essere’ di quelle realtà, assicurandone la rispondenza al fine che è loro proprio.
L'esigenza di concretezza, evidentemente, non può essere soddisfatta invocando in modo generico un “recupero dei valori”... Dobbiamo identificare i valori in cui crediamo, spiegare cosa esprimono, in che modo incidono nelle scelte sociali e personali, perché sono utili e necessari..
Si aggiunga però che un semplice 'catalogo' di valori e ideali non avrebbe senso, se fosse una sorta di “supermarket” dai cui scaffali attingere di volta in volta ciò che le mode e i poteri forti cercano di farci apparire più giusto. O se si sgegliessero alcuni valori come specchietto per le allodole, al fine di ottenere consensi utili a rafforzare interessi di parte occulti.
Serve piuttosto una cultura dei valori, una visione complessiva che dia ordine e significato ad ognuno di essi; che sappia perseguire il "bene comune".
Le "sinistre", con la caduta del muro di Berlino e il fallimento del comunismo, si sono ritrovate prive di identità, orfane delle loro illusioni, costrette a ripiegare su slogan demagogici. Ma anche le "destre" nazionaliste e liberiste hanno sperimentato l’insufficienza delle loro risposte alle esigenze di crescita della società. La cultura che si è invece dimostrata vincente alla prova della storia, capace di affrontare le sfide della modernità, è quella dell’umanesimo cristiano.

Umanesimo "cristiano" e cultura "cattolica". Quando parliamo di umanesimo cristiano, e di valori liberaldemocratici di ispirazione cristiana, ci ispiriamo ad un filone culturale che è comunemente definito cattolico-liberale, non tanto per distinguerlo dal Magistero della Chiesa (cui si ispira), quanto per distinguerlo dal pensiero cosiddetto cattolico-democratico o progressista.
Parliamo di "cattolicesimo" non in senso confessionale, naturalmente, visto che vogliamo sottolineare la valenza razionalmente condivisibile di questa cultura, di questi valori cristiani (anzi - vedremo - di ispirazione cristiana), naturali, umani, con dignità laica.
Parliamo di cattolicesimo in senso culturale, anche perché non possiamo negare che - in Italia e non solo - la Chiesa cattolica (con la sua dottrina sociale, soprattutto negli ultimi centoventi anni) e i pensatori cattolici hanno saputo elaborare in maniera organica la cultura dei valori, dando un contributo imprescindibile all'umanesimo cristiano e a una più generale cultura dei diritti della persona.
Parliamo di cattolicesimo "liberale", poi, non nel senso di un filone che cerchi improbabili commistioni con la dottrina del liberalismo puro, secondo la quale non esisterebbe nessuna verità cui attenersi (aspirazione che, vedremo, risulta irrealistica).
Intendiamo "liberale", piuttosto, nel senso che al libero arbitrio e alla creatività dell'individuo - nell'abbracciare la fede e nel contribuire con la loro inventiva alla costruzione della società - vengono riconosciuti un ruolo centrale. E' una prospettiva di sviluppo, che vuole calare la Tradizione nei tempi nuovi e che si distingue nettamente da ogni cattolicesimo angustamente tradizionalista e reazionario.
Questa impostazione, accolta dal Magistero con qualche iniziale diffidenza nell'Ottocento, ha finito poi con l'identificarsi col pensiero sociale del Magistero stesso, soprattuto nel momento in cui si è raccordata con le istanze del solidarismo e l'impostazione socio-filosofica del neotomismo. Un grande patrimonio, dunque, che non riduciamo ai "cattolici liberali" classici dell'Ottocento (Manzoni, Rosmini, Newman), ma che allarghiamo a pensatori con diverse sfumature e sensibilità (solo per fare qualche esempio): Tocqueville, Maritain, Del Noce, Novak e - nella storia politica italiana - Sturzo, De Gasperi.
Un patrimonio che ha importanti punti di contatto col cosiddetto pensiero "laico" (nel senso di non cristiano) liberaldemocratico, in cui l'aggettivo democratico sta appunto a stemperare la matrice liberista, a sottolineare l'importanza di una politica pubblica per la riduzione delle disuguaglianze.
Il cattolicesimo "democratico" e "progressista", invece, volendo porsi come 'avanguardia' del pensiero cattolico, come coscienza critica del Magistero, ha finito per tirarsi fuori da quella tradizione. Non possiamo dilungarci in questa sede sulle sue caratteristiche e sulla sua vicenda storica: le sue istanze, parallelamente a quelle cattolico-liberali, sono anche state importanti per aprire la Chiesa alle istituzioni democratiche e offrire elementi di riflessione alla dottrina sociale. A misurarne l'importanza storica basti evidenziare che alcuni annoverano tra i suoi esponenti Maritain (soprattutto il 'primo' Maritain), che noi abbiamo appena citato come riferimento del moderno pensiero cattolico-liberale.
Ma il fatto è che il cattolicesimo progressista ha avuto un difetto di fondo, da cui solo pochi pensatori hanno saputo affrancarsi: quello di non immaginare un'evoluzione e un adattamento ai tempi del pensiero cattolico, bensì una rivoluzione. In esso si proclama (dal modernismo dell'inizio del ventesimo secolo, all'abbraccio col marxismo degli anni Sessanta) l'apertura alle esigenze e alle correnti di pensiero dei non credenti, soprattutto a quelle di "sinistra", che non hanno fiducia nella libertà e nella responsabilità della persona, immaginando che il rimedio alle ingiustizie stia nello statalismo, nella pianificazione, nell'uguaglianza forzata intesa come appiattimento (pensiero socialdemocratico, o quel che resta delle utopie socialiste). Questa "apertura" ad una presunta "modernità" si traduce in un venire "assorbiti", in rinuncia ad elaborare un pensiero cattolico e una cultura dei valori originali, con l'idea che alla Chiesa spetti essenzialmente farsi ente socioassistenziale. Sennonché la resa incondizionata al pensiero moderno porta il cattolicesimo progressista in crisi, nel momento in cui quella che si autodefinisce "modernità" rinuncia alla ricerca dei valori, o si rivela illusoria e contingente (vedi il fallimento del positivismo prima, del marxismo poi).

Valori e pregiudizi Rilanciare una cultura dei valori richiede il superamento di una serie di pregiudizî e luoghi comuni che si sono stratificati negli ultimi anni.
Innanzitutto, bisogna sottolineare che la cultura dei valori non è una cultura del negativo, dei divieti; al contrario, è una cultura positiva, che nei valori vede la base solida di una società più giusta e pronta ad affrontare le sfide dello sviluppo. Un atteggiamento onesto e realista, in ogni caso, impone di ricordare che ad ogni diritto corrisponde un dovere, che dalla libertà consegue anche la responsabilità. La mancanza di un sano realismo la troviamo nel “radicalismo” postmoderno, che vuole radicalmente mutare l’uomo e le strutture sociali senza guardare alla conseguenza delle sue azioni. Questo radicalismo vuole trasformare in “diritto” qualunque desiderio di alcune categorie sociali, ignorando il fatto che ciò può portare a calpestare i corrispondenti, veri diritti di soggetti deboli (embrioni, bambini, anziani, malati). Tale “espansione del desiderio”, per superare la resistenza dell’altro, vede nello Stato l’entità che deve garantire il soddisfacimento di ogni capriccio, e che deve quindi essere potenziata, senza accorgersi che la vera conseguenza non è dunque un’espansione ma una compressione delle libertà.
In secondo luogo, c’è chi sostiene che una società libera non ha bisogno di essere animata da valori particolari: qualsiasi scelta pubblica è giusta e vincolante per il solo fatto di rispettare canoni di legalità o di ottenere il consenso democratico. Parlare di valori avrebbe senso solo nella sfera privata; e non manca chi nega addirittura, in un’ottica relativistica, l’esistenza stessa di valori universali, sostenendo che parlare di valori significhi voler imporre una logica di parte.
E' la logica che descriviamo nell'articolo sul relativismo. In quell'articolo spieghiamo perché un insieme di valori comuni è necessario alla convivenza civile, anche in un ambito di pluralismo; la loro difesa non rappresenta l’esigenza di singoli o di gruppi, bensì un’esigenza della società tutta. I valori di cui parliamo sono plasmati dal consenso sociale, affondano le loro radici nella tradizione e nell’identità culturale propria di ogni comunità, e in molti casi sono desumibili, nei loro termini essenziali, dalla legge naturale.
Infatti, in un ulteriore articolo sull'attualità del diritto naturale, spieghiamo che esiste un nocciolo di valori universali, i quali, inseriti e sviluppati nel quadro dell’identità culturale di ogni comunità, devono avere anche rilevanza sociale e politica. La loro difesa e promozione, come sottolineò Tocqueville, non è solo garanzia di armonia sociale, ma costituisce la condicio sine qua non per la realizzazione di una società democratica; l’alternativa è il prevalere subdolo degli interessi forti.
Proporre pazientemente i valori che rispondano ai bisogni dell'intera collettività è il compito di una cultura del dialogo, della moderazione, di "centro": un centrismo che - come ricordava anche Sturzo - si basa su contenuti chiari e nulla ha a che vedere con equilibrismi ed opportunismi.
In terzo luogo, alcuni sostengono che parlare di valori, o ancor più di diritto naturale, sia qualcosa di vecchio, di sorpassato; il "progresso" e la modernità richiederebbero il superamento dei valori: "siamo nel duemila!" è una delle frasi più ripetute (e banali). Ma il concetto di diritto naturale, come lo intendiamo, non va inteso in modo rigido e sclerotico. I valori sono la risposta ai bisogni più profondi dell'uomo, e in quanto tali sono sempre moderni, sono sempre necessarî - sia pure calati nei diversi contesti sociali - per pensare e promuovere uno sviluppo vero in favore dell'uomo. Altrimenti può accadere che venga spacciato per "modernità" il ritorno ad antiche forme di idolatria e schiavitù.
Infine, c’è chi contesta la legittimità di parlare di valori “di ispirazione cristiana”, di richiamarsi alla radice religiosa di un progetto politico-culturale; ciò sarebbe in contrasto con la necessaria laicità dell’azione politica. A questo proposito, va sottolineato i valori di cui sottolineiamo la centralità sono valori liberaldemocratici, i quali nascono nella cultura europea da una chiara radice cristiana. Richiamare anche questa radice è necessario per evitare che tali valori si snaturino e si capovolgano, come è accaduto nella Rivoluzione francese. In questo senso, non parliamo di valori esclusivamente cristiani, condivisibili solo in nome della fede ‑ poiché ciò significherebbe cadere in tentazioni integraliste ‑, bensì di valori di ispirazione cristiana, i quali hanno dignità laica e sono condivisibili anche in nome della ragione e dei diritti naturali dell’uomo. L’aborto, per fare un esempio, non è solo il rifiuto della vita quale dono divino, ma è anche e soprattutto la lesione del più importante tra i diritti dell’uomo, base di ogni convivenza civile. La condanna dell’aborto (che non significa insensibilità verso quelle donne che abbiano problemi ad affrontare la gravidanza, come vedremo oltre), dunque, non può restare confinata al piano morale.
La 'laicità' da difendere è quella che rispetta l’autonomia e la razionalità delle realtà umane, senza però pretendere di troncare il fecondo legame con le realtà religiose; una laicità ben differente dal “laicismo”, pregiudizialmente ostile a tutto ciò che è religioso, intollerante verso la dimensione spirituale dell’uomo, la sua espressione culturale e sociale, i suoi simboli.

Quali valori? Dunque: quali sono i valori essenziali per la nostra società?
Il primo è evidentemente quello dell’eminente dignità dell’individuo. Tale dignità esige il rispetto e la promozione di tutto l’uomo ‑ nelle sue componenti materiale, morale, spirituale ‑ e di tutti gli uomini. Il cristiano fonda la dignità dell’uomo sul suo essere “a immagine e somiglianza” di Dio. Ma anche il non credente sente dentro di sé la dignità della persona umana come qualcosa di sacro. Si tratta di un valore fondamentale comune, perché comune è la natura umana: dunque appartiene all'uomo in quanto tale, in qualsiasi condizione si trovi, non dipende dal riconoscimento di altri.
Si tratta di un valore indisponibile anche da parte del suo titolare. Non sono ammissibili atti di rinuncia o sfregio della propria dignità (come "gli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica", vietati dal codice civile in un articolo di rilievo costituzionale: uso di droghe, eutanasia, automutilazioni, ecc.; o come l'accettare di essere soggetti a schiavitù; o come la poligamia), perché - come vedremo fra poco - non si tratta di atti veramente liberi; ed anche nella convinzione che chi non sappia esercitare il rispetto della propria dignità, non possa poi esercitarlo nemmeno verso il prossimo.
Da questo valore primario discendono immediatamente gli altri, che si integrano vicendevolmente in una rete omogenea. L'equilibrio dei valori costituisce il bene comune, che - come ha spiegato San Tommaso d'Aquino - è lo scopo della politica, delle leggi, dell'azione dello Stato.
Si badi bene: le leggi sono "ordinate al bene comune", devono promuoverlo; ma non possono garantirne la completa realizzazione, in un mondo dove esiste un'insuperabile dato antropologico che è l'imperfezione umana (i cristiani parlerebbero di natura lapsa dal peccato originale).
Chi pretende di realizzare una giustizia assoluta può farlo solo in nome di ideologie che operano una selezione di alcuni valori a discapito di altri. Nell'attesa utopica di quella società perfetta che dovrebbe veder realizzata la giustizia promessa, si calpestano concretamente diritti e valori concreti.
Dal valore della dignità dell'individuo discende innanzitutto quello della vita umana. Invocare regole a difesa della vita non significa obbedire ad una logica proibizionista, contrastare il progresso della scienza o le libertà individuali. Significa piuttosto obbedire ad una logica positiva, ad una cultura che sappia riconoscere la sacralità della vita; del concetto di sacralità bisogna recuperare anche una dimensione laica (come i costituenti hanno fatto, ad esempio, per la “difesa della Patria”), intesa come intangibilità ed indisponibilità di certi valori. Oggi si tende a parlare solo di ‘qualità’ della vita, proponendo un modello artificiale, irraggiungibile, incapace di affrontare le difficoltà del vivere; ciò sta conducendo ad una cultura preoccupante ed irrazionale, una cultura della morte, della paura del futuro, da cui derivano i nuovi mali della società moderna: il rifiuto di far figli, il dilagare di droga, depressione, suicidî, eutanasia, aborti, manipolazioni eugenetiche. Ribadiamo allora che la vita è sempre degna di essere vissuta.
Nessun uomo può disporre dell’altrui esistenza e salute. L’unica eccezione è quella della legittima difesa. Poiché la vita è un valore naturale, nessuno può arbitrariamente spostarne i confini: essa va difesa dal suo inizio ‑ che la scienza stessa identifica nel concepimento ‑ al suo termine naturale. Da qui il no ad aborto ed eutanasia, che non significa disconoscere i problemi, ma impegnarsi a cercare vere soluzioni. La legge sull’aborto, ad esempio, rinuncia a fare una decisa scelta a favore di modalità in grado di risolvere i problemi della madre nel rispetto del nascituro (prevenzione, sostegni economici e psicologici, adozioni). L’applicazione della legge, poi, ha esteso illecitamente gli spazi dell’aborto, ignorando persino le cautele previste dal testo legislativo, che enunciava la “tutela della vita umana sin dal suo inizio” o il fatto che “l’interruzione volontaria di gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite” (art.1, commi I e II, della L. 194/78). Similmente, l'eutanasia appare una comoda (ed economica) scorciatoia: il malato potrebbe affrontare con più speranza la malattia se fosse sostenuto da affetto e cure (anche palliative) appropriate.
Poste queste premesse, sono ben chiari i termini della questione bioetica. Invocare una coerente tutela delle persona, di quella non nata come di quella già nata, significa ricordare che l’uomo, in ogni stadio del suo sviluppo, non è un semplice oggetto (di ricerca, di desiderio di paternità e maternità, persino di commercializzazione); al contrario, è un soggetto, la cui dignità prevale su ogni altro interesse. Quando il rispetto della piena dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo viene meno, soprattutto dell’uomo più debole, anche in ipotesi considerate eccezionali, sono minate le basi dello Stato di diritto e sono poste le premesse per nuove e più estese violazioni. Anche l’ingegneria genetica potrà sviluppare le sue potenzialità per la cura delle malattie se opererà al servizio della dignità umana, e non si riterrà svincolata da ogni morale (come non ricordare i tragici esperimenti degli scienziati dei lager o dei gulag?). In questa direzione è una conquista importantissima la legge 40/04 che regolamenta la materia della fecondazione artificiale (o “procreazione assistita”), per impedire manipolazioni eugenetiche, sperimentazioni sull’uomo, produzioni in eccesso, clonazioni, pericoli per la salute della donna. Dev’essere assecondato un desiderio di paternità e maternità che abbia a cuore innanzitutto il benessere e la crescita equilibrata, in una famiglia sana, del nascituro (si pensi all’esigenza che la procreazione assistita e l’adozione siano mantenute nell’ambito della famiglia legittima, evitando ogni ipotesi di uteri in affitto, inseminazione eterologa o post mortem, inseminazione di donne non sposate). La libertà di concepimento è cosa ben diversa dalla (pseudo-)‘libertà’ di produzione, di acquisto o di soppressione di esseri umani.
Anche verso la vita propria e l’incolumità del proprio corpo c’è un dovere di responsabilità: esse possono essere sacrificate solo per salvare un altro bene equivalente: la vita altrui, la libertà, la fede (ed abbiamo l’eroismo od il martirio). L’uso di droghe, ad esempio, qualunque sia il tipo, contrasta gravemente con questi principî, altera le capacità mentali e relazionali della persona, comprime anche ‑ a causa dell’assuefazione generata ‑ la libertà individuale. In quest’ottica emerge l’esigenza che la lotta alla droga non sia solo di facciata, ma sia condotta con convinzione, anche sostenendo adeguatamente quelle comunità terapeutiche che, proponendosi un recupero pieno della persona, sono in grado di risolvere davvero il problema.
Altrettanto importante è il valore della libertà. Libertà in tutte le dimensioni e le attività umane: libertà di pensiero, di credo religioso, di parola, di proselitismo, di associazione, di autodeterminazione personale, economica (proprietà privata, economia di mercato) e politica, di formare una famiglia, di educare i figli, ecc.
Chi ha a cuore queste libertà dovrebbe invocare la certezza del diritto che consente di realizzarle. Una certezza del diritto che garantisca la sicurezza dei cittadini: della propria incolumità personale, dei propri beni, delle proprie attività. Una certezza del diritto che, al tempo stesso, delimiti gli spazi dell'azione pubblica e ne eviti gli abusi.
A questo proposito, bisognerebbe inorridire di fronte all’uso politico della giustizia penale che si è fatto in Italia negli ultimi anni, un uso proprio dei regimi totalitarî: poiché non riesco a dimostrare che le tue idee sono peggiori delle mie, cerco di dimostrare che sei un disonesto e un criminale, e così tutti quelli che la pensano come te. Molti sono stati ingiustamente privati della libertà personale e della reputazione (mentre altri che si erano davvero macchiati di reati sono stati risparmiati), e si è anche attentato alla libertà democratica dei cittadini, che hanno visto private di rappresentanza le proprie idee. Resta inteso che la politica non può essere un velo per coprire i reati; ma devono essere perseguiti tutti i responsabili (senza protezioni politiche), e solo i veri responsabili. Resta altresì inteso che l’indipendenza della magistratura è un’esigenza fondamentale; ma dev’essere indipendenza anche dalle proprie idee e amicizie politiche, non può tradursi in irresponsabilità, non può prescindere dai principî altrettanto fondamentali di terzietà del giudice, parità tra accusa e difesa, oggettività della prova, riservatezza delle indagini, persecuzione di tutti i reati di impatto sociale (e non solo di quelli ritenuti più conformi ad un disegno politico), celerità dei processi (un principio, quest’ultimo, la cui assenza è ancor più drammatica nell’amministrazione della giustizia civile).
La libertà incontra, evidentemente, un vincolo esterno nell’espressione dell’altrui libertà e degli altrui diritti: non esiste una ‘libertà’ di uccidere, di calunniare, di calpestare i diritti degli altri (e, in particolare, quelli dei minori, che per esempio hanno diritto ad una crescita equilibrata e devono essere tutelati da spettacoli osceni o esageratamente violenti), ecc.
La propria libertà incontra un vincolo esterno anche nella necessità che siano rispettate le condizioni in cui questa stessa libertà può essere esercitata (la salute psicofisica, ad esempio); e nella necessità che sia rispettata la propria dignità. Da qui discende che l'individuo non può avere un arbitrio assoluto su di sè, in situazioni (droga, eutanasia) in cui compromette la propria libertà futura e svilisce la sua dignità. Senza contare che in tali situazioni le scelte e i comportamenti spesso non sono espressione di reale libertà, perché la volontà è condizionata da dipendenza (stupefacenti) o depressione (eutanasia).
L'indisponibilità di alcuni diritti e beni (vita, dignità personale) non è dunque una lesione, ma una protezione della sfera di libertà personale.
La libertà incontra anche un vincolo interno, morale, costituito dal senso di responsabilità: non può divenire arbitrio, libertinismo, mero sfogo di istinti, ma deve essere indirizzata a riconoscere tutti i valori naturali (anche quelli che non fondano immediatamente i diritti di convivenza civile), a costruire il bene proprio e altrui. Si tratta di un vincolo ‘interno’ perché non può essere imposto dalla legge, ma deve essere promosso dalla cultura e attuato nelle coscienze.
La responsabilità non è solo un vincolo, ma anche uno stimolo: significa che l’uomo non ha solo il diritto, ma anche il dovere di utilizzare al massimo il suo impegno e le sue doti per costruire il proprio e altrui benessere, senza sentirsi soggetto passivo e assistito.
Conseguenza della libertà sono la tolleranza e l’ammissione del pluralismo, che non debbono essere però confusi con il relativismo, la pretesa di negare l’esistenza della verità (che secondo qualcuno sarebbe fonte di integralismo e intolleranza) e di impedirne l’asserzione (come vorrebbero i censori che sostengono la “correttezza politica”, nuova gabbia ideologica che ci giunge dal mondo anglosassone): la vera tolleranza ammette che gli altri abbiano idee diverse (idee che sono la propria visione della verità), che le possano esprimere liberamente e che dal libero incontro (non dall’imposizione) di queste idee nasca il patrimonio di valori comune su cui si regge una comunità. Chi è consapevole del valore delle idee e delle identità può meglio comprendere l’importanza di rispettare idee ed identità altrui.
La libertà politica è anche - soprattutto - libertà effettiva di concorrere a determinare gli indirizzi della comunità politica, perché vi trovino cittadinanza gli interessi di tutti i cittadini (e non solo di poteri "forti"), mediati secondo valori condivisi per conseguire il bene comune. Ciò significa difendere una vera democrazia. E, quindi, i presìdî della democrazia: partiti liberi e moralmente integri come strumento della democrazia rappresentativa (che - integrata da strumenti di democrazia diretta - sola garantisce un reale protagonismo dei cittadini); il pluralismo e la correttezza dell'informazione (solo un consenso formato con consapevolezza è davvero libero); la separazione tra poteri politico-istituzionali e poteri economico-sociali (contro i "conflitti d'interesse").
La consapevolezza che una democrazia perfetta è difficilmente raggiungibile non significa rinunciare allo sforzo di renderla sempre più piena...
Senza dimenticare - lo abbiamo ricordato nell'introduzione e lo approfondiamo nell'articolo sull'attualità del diritto naturale - che il sistema democratico, per sopravvivere, ha bisogno dei valori; e il consenso contingente, che regola gli interessi, non può giungere a comprimere i diritti fondamentali della persona.
Sul piano economico, il rispetto della libertà e della sussidiarietà, oltre che l'esigenza di garantire una migliore allocazione delle risorse (e quindi sviluppo e crescita del benessere), richiedono il rispetto - come detto - del libero mercato e della proprietà privata. Va però ricordato che libero mercato non significa assenza di regole: è necessario far rispettare quelle regole che non imbrigliano la libertà, ma la rendono possibile, preservando le condizioni in cui questa può realizzarsi; quelle regole che assicurano il corretto funzionamento del mercato.
Nella definizione del rapporto tra individuo e società, dal principio di libertà deriva direttamente quello di sussidiarietà. Tale principio sottolinea che ogni comunità non è fine a se stessa, ma ha una funzione di aiuto e sostegno ‑ subsidium ‑ all’individuo e alle comunità minori; perché la società non è il fine dell’uomo (come vorrebbero statalismi e collettivismi), bensì l’uomo è il fine della società. Ne consegue la valorizzazione e il riconoscimento dell’autonomia delle cosiddette comunità intermedie tra individuo e Stato: famiglia, comunità locale, Chiesa, associazioni, scuola, impresa, ecc. Il ruolo delle comunità superiori, dello Stato in particolare (nel fissare regole, imporre tasse, limitare le libertà personali, ecc.), dev’essere limitato alla misura strettamente necessaria a realizzare quei compiti che gli individui o le comunità inferiori non sono in grado di assolvere. Il federalismo, ad esempio, è l’applicazione del principio di sussidiarietà ai rapporti tra comunità locale e Stato; la scuola libera, l’accesso alla quale non dev’essere artificiosamente ostacolato con discriminazioni economiche rispetto a quella statale, svolge una funzione pubblica poiché assicura la sussidiarietà della funzione educativa, i cui titolari primarî sono le famiglie (al riguardo, lo strumento più rispondente a tale esigenza appare quello del buono-scuola); il principio di sussidiarietà, ancora, è il cardine su cui si sta edificando l’Unione Europea, per regolare i rapporti tra Unione, Stati nazionali, regioni.
Le diverse comunità non sono solo veicoli d’interessi, ma realtà che custodiscono i valori e completano l’identità culturale dell’uomo, il quale ha una vocazione sociale. Tocqueville aveva messo in guardia sul fatto che la democrazia funziona solo se funzionano quegli organismi (identifi­cati nei corpi intermedî) che sono depositari dei valori che la fondano. Di tutte le comunità ‑ senza contrapposizioni ‑ dovrà allora essere salvaguardata la coesione e l’originalità culturale. Oltre allo Stato, ad esempio, si dovrà valorizzare anche il concetto di patria.
La più importante delle comunità intermedie è la famiglia, cellula fondamentale di stabilità e continuità sociale, centro primario degli affetti, dell’educazione, della collaborazione anche economica, spazio insostituibile di libertà (non a caso le dittature aggrediscono anzitutto le famiglie). L’esperienza mondiale ci insegna come le situazioni di massimo degrado metropolitano siano legate proprio al disfacimento della famiglia regolare. Una società sana dovrà innanzitutto evitare che la famiglia subisca discriminazioni; questo accade, ad esempio, nei regimi fiscali (come quello italiano) che tassano i percettori di reddito senza tener conto dei carichi familiari, ignorando la reale capacità contributiva dei singoli (richiamata dall’art. 531 della nostra Costituzione) e la funzione sociale svolta dalla famiglia, scoraggiando il fondamentale diritto alla procreazione (col conseguente calo demografico e le gravi ripercussioni sociali). Per ovviare a queste discriminazioni, bisogna introdurre un sistema di imposizione basato sul “quoziente familiare”, che riduca l’imposizione al crescere del numero dei componenti del nucleo familiare. Riconoscere la funzione sociale della famiglia significa non solo evitarle discriminazioni, ma anche assicurarle quelle tutele che le consentano di svolgere i suoi compiti. Le famiglie, ad esempio, se aiutate con sussidî e servizî possono svolgere meglio dello Stato e a costi minori numerosi compiti di assistenza. Delle esigenze familiari debbono tener conto anche le condizioni lavorative (riposo festivo, maternità, compatibilità degli orarî, ecc.).
La famiglia di cui parliamo, evidentemente, è il modello di famiglia quale società naturale (cui si riferisce anche l’art. 29 della Costituzione: lo Stato “riconosce” la famiglia, dunque riconosce un modello di realtà che lo precede), nella quale un uomo e una donna si uniscono in un vincolo stabile e ufficiale ‑ il matrimonio ‑ per sostenersi e crescere in maniera sana i futuri cittadini. Ferma restando la libertà di ognuno di scegliere altre forme di convivenza, queste non possono pretendere di ottenere la medesima tutela della famiglia legittima, non essendo in grado di assicurare la stessa funzione sociale, ed anche perché non sono tenute agli stessi doveri che gravano sui componenti della famiglia. Nel caso delle famiglie di fatto, naturalmente, deve essere salvaguardata la piena tutela di eventuali figli; in altri casi estremi ‑ quello delle coppie omosessuali, o delle cosiddette “famiglie unipersonali” ‑ non è neanche possibile parlare di ‘famiglia’, e queste persone potranno utilizzare gli strumenti di autotutela offerti dal diritto privato.
Riconoscere la natura umana significa riconoscere che l’uomo non è un essere con una vocazione individualistica, atomistica, bensì con una vocazione comunitaria. Questo riconoscimento, unito alla volontà di assicurare la promozione di tutti gli uomini, fa sì che nella definizione dei rapporti tra individuo e società, accanto al principio di sussidiarietà, si ponga quello di solidarietà, nazionale ed internazionale.
Non esiste solo il bene individuale, ma anche il bene comune, che anzi - come visto - San Tommaso ha posto come obiettivo dell'azione politica. La concezione libertaria per cui lo Stato sarebbe frutto solo di un patto sociale stipulato al fine di difendere le libertà individuali è espressione di una visione riduttiva - introdotta da Spinoza - dell'azione politica, come finalizzata primariamente a realizzare la libertà (“finis rei publicae libertas est”).
La solidarietà, quindi, non può essere solo l’espressione di un moto di generosità o di carità individuale, ma deve essere anche un criterio di regolazione sociale; da qui l’importanza che esista uno Stato sociale, anche se sarebbe meglio parlare di comunità solidale: soggetto di solidarietà non può essere solo lo Stato, ma anche i corpi intermedî e ‑ verso l’alto ‑ la comunità internazionale.
La solidarietà si compone di due elementi. Un elemento di garanzia, che assicuri a tutti i cittadini l’uguaglianza dei diritti fondamentali (civili, politici, sanitarî, culturali, ecc.) ed in particolare, ai soggetti deboli (bambini, anziani, disabili, ecc.), un’esistenza dignitosa. Un secondo elemento è quello dell’offerta di opportunità di inserimento nel tessuto sociale ed economico, per un’uguaglianza delle opportunità di miglioramento sociale. L’uguale dignità di tutti gli uomini non può tradursi in una necessaria uguaglianza di risultati, di condizioni di vita, realizzata con l’assistenzialismo e l’imposizione della legge; ciò appiattisce le diversità (che pure fanno parte della natura umana e devono essere rispettate), umilia l’esercizio della libera responsabilità individuale, viola le leggi di funzionamento delle realtà sociali, finendo per impoverire la società ed ottenere risultati contrarî a quelli desiderati.
Lo Stato assistenziale è una degenerazione di quello sociale. La solidarietà, richiedendo l’armonia e la collaborazione (solidum), non può ammettere forme di ‘sostegno’ che compromettano il bene comune: non può essere confusa con demagogiche contrapposizioni tra ricchi e poveri, lotte di classe più o meno dichiarate, pauperismi irrazionali; non può giustificare indulgenze verso chi non rispetta la legge (si pensi a certa debolezza verso la microcriminalità: chi merita maggiore solidarietà, il piccolo criminale o la vecchietta scippata?); non può estendere indebitamente la sfera d'intervento dello Stato e l'individuazione di beni e servizî pubblici; non può promuovere politiche insostenibili, senza preoccuparsi della disponibilità di risorse o delle esigenze di sicurezza (si pensi alla necessità che il fenomeno dell’immigrazione, al quale bisogna essere generosamente aperti, sia ben regolato; senza dimenticare che, in ogni caso, non può sostituire l’esigenza che gli abitanti del Terzo Mondo siano aiutati a risollevare le sorti dei proprî Paesi di provenienza); la solidarietà non può nemmeno contraddire le regole del mercato, ma deve piuttosto assicurarne il miglior funzionamento, correggerne le distorsioni, assicurare la tutela di valori che non sono monetizzabili.
Il principio di uguaglianza richiede che siano trattati in maniera uguale i soggetti che si trovano nella stessa situazione. Trattare in maniera uguale soggetti che si trovano in situazioni diseguali (dare la pensione al sessantenne come al quarantenne; pagare chi lavora con coscienza e fatica nella stessa misura chi lo fa con superficialità; riconoscere sussidi al ricco come al povero; equiparare il trattamento dovuto alla famiglia con quello riconosciuto ad altre unioni che non hanno la medesima funzione sociale; ecc.) significa fare ingiustizie e riconoscere privilegi. Dunque, non può essere spacciata per applicazione dell'uguaglianza una politica di favore verso alcune categorie ritenute deboli - anche grazie alla loro capacità di lobbying -, categorie “politicamente corrette” (femministe, immigrati, omosessuali, ecc.), che si finisce per dotare di privilegi ingiustificati (si pensi all’assurda politica delle “quote garantite”), mentre vengono trascurate categorie davvero deboli che hanno minore capacità di pressione politica (bambini, anziani, disabili).
Bisogna sottolineare che l’offerta di pari opportunità dev’essere reale ed accessibile, e dev’essere oggetto anche di interventi ed incentivi pubblici; non si può restare indifferenti di fronte alla povertà e all’emarginazione, considerandole inevitabili o attribuendole semplicisticamente alla cattiva volontà di chi le vive: in molti casi siamo di fronte a vere e proprie ingiustizie. Le ingiustizie, peraltro, non danneggiano solo chi le subisce, ma anche la vivibilità complessiva di una società. La solidarietà è la via necessaria per la giustizia sociale.
La solidarietà, inoltre, deve essere anche tra generazioni, per superare la crisi di valori che porta a vivere freneticamente solo il presente. Questa società ha doveri di memoria e di gratitudine verso i nostri padri, il dovere di non gettare il patrimonio culturale ed economico che abbiamo ereditato. Ma soprattutto bisogna pensare ai doveri verso le nuove generazioni: si pensi ai problemi del debito pubblico, della denatalità, del sistema pensionistico, che hanno gravi conseguenze sulla stabilità sociale e sul futuro dei giovani; conseguenze che stiamo già cominciando a subire e che si aggraveranno tragicamente nei prossimi anni.
La solidarietà, infine, non può avere solo una dimensione nazionale, ma anche internazionale: deve riguardare tutti gli uomini, sostenendo in maniera concreta ‑ e non simbolica, come purtroppo avviene ora ‑ la crescita di tutte le comunità che appartengono al consesso mondiale. Una solidarietà che, anche a quel livello, non può tradursi in un assistenzialismo che si è rivelato fallimentare, ma deve saper innescare la crescita innanzitutto culturale dei Paesi del Terzo Mondo.
La giustizia internazionale (intesa come rispetto della libertà e dei diritti umani, oltre che come giustizia sociale prodotta dalla solidarietà) è necessaria per consentire una pace vera e duratura: “la pace è opera della giustizia”.
La principale opportunità che spetta all’uomo è quella del lavoro ‑ salariato, autonomo, imprenditoriale ‑ nel quale ciascuno esprime la sua personalità e col quale sostiene la sua famiglia e contribuisce alla crescita della comunità. Il singolo ‘posto’ di lavoro non può essere considerato un diritto in senso stretto, meritevole di garanzia assoluta, poiché è il risultato delle libere e mutevoli esigenze di una società flessibile e in sviluppo; d’altronde, le rigidità fanno diminuire la quantità di lavoro disponibile, e i lavori fittizî, non richiesti dal mercato o non diretti al soddisfacimento di beni pubblici essenziali, non forniscono quel contributo di utilità sociale che fonda la moralità del lavoro. Ma se è vero che il lavoro, nella sua dimensione più completa, non è solo uno strumento di produzione, allora bisogna affermare che deve essere perseguita una certa stabilità del lavoro; e che meritevoli di garanzia sono condizioni di lavoro, di salario, di previdenza dignitose. Inoltre, il diritto alle opportunità di lavoro dev’essere considerato un diritto fondamentale della persona: dovere di ogni società è quello di offrire a tutti la formazione culturale e professionale necessaria, nonché di favorire la creazione di numerose opportunità lavorative, soprattutto per i giovani, con l’obiettivo della piena occupazione. Anche la possibilità di ottenere una casa dignitosa in cui vivere (da pagare con i frutti del proprio lavoro) dev'essere considerata un diritto fondamentale.
La promozione dell’uomo e della società umana richiede la capacità di costruire lo sviluppo. Preferiamo parlare di sviluppo, piuttosto che di "progresso", perché non gli assegniamo il compito di cancellare le radici culturali delle nostre società, all’inseguimento di utopie astratte e pericolose, come ha cercato di fare un certo ‘progressismo’; il vero sviluppo persegue il miglioramento delle condizioni materiali nel rispetto dei valori naturali, culturali e spirituali, sapendo valorizzare e arricchire quanto di positivo l’umanità ha saputo costruire. Ciò premesso, non si può avere paura dello sviluppo, della tecnologia, ma bisogna saper cogliere le sfide del futuro.
Infine, conseguenza logica di una società fondata sui valori sin qui esposti sarà un’attenzione particolare alla tutela dell’ambiente ecologico, culla dell’umanità e delle future generazioni. La capacità di avere una prospettiva complessiva dei valori umani impedisce però di assolutizzare e idolatrare questa necessità, vagheggiando magari fughe nel passato; anche l’ambiente cresce e si modifica. Bisogna allora salvaguardare l’integrità e l’equilibrio globali dell’ambiente, ferma restando la centralità della persona umana, e quindi la sua possibilità di servirsi delle risorse necessarie alla sua salute e al suo sviluppo.

(quest’articolo è una stesura riveduta ed ampliata di parte del documento predisposto per il meeting di Vallombrosa del 27-29 giugno 1997)
Fonte: http://www.europaoggi.it/content/view/315/45/ (scritto il 07/10/05 - scaricato il 15 gennaio 2011)
Postato il 25 gennaio 2011