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27 marzo 2016

Più che mai misericordia

Le apocalissi di oggi e l’urgente risposta
di Francesco D’Agostino
Sono tre i macro-fenomeni che stanno lacerando la modernità (o per essere più precisi, la post-modernità): la violenza terroristica, l’immigrazione incontrollabile, la destrutturazione del matrimonio e della famiglia. Sembrano tre fenomeni molto diversi tra loro e vengono infatti giudicati molto diversamente, almeno da parte dell’ opinione pubblica occidentale: all’unanime deprecazione del terrorismo (deprecazione cui si unisce, per fortuna, anche gran parte dell’opinione pubblica musulmana) si accompagna l’estrema difficoltà di trovare uno stesso registro per qualificare i flussi immigratori (quale prevale? Quello demografico, quello antropologico, quello solidaristico, quello economico, quello xenofobo…?) e la vistosa spaccatura valutativa per quel che concerne la questione della ridefinizione del matrimonio e della famiglia (ridefinizione ritenuta doverosa da alcuni, nel segno di un allargamento dell’orizzonte dei diritti, e rovinosa da altri, nel segno di una mutazione antropologica dalle conseguenze rischiosissime e imprevedibili).
Sono davvero così diversi tra di loro questi tre fenomeni? Certamente sono diversi, ma rinviano tutti e tre, ciascuno ovviamente a suo modo, a una sorta di apocalisse, nel senso etimologico del termine, da intendere quindi non come catastrofe, ma come rivelazione, inaspettata e conturbante, della sostanza nascosta dell'anima moderna, della sua lacerazione tra secolarismo estremo ed estremo fondamentalismo, tra le ragioni dell’economia e quelle della fame e della paura, tra la perdita della speranza nell’uomo e il tentativo (illusorio e grottesco) di "ricostruirlo". Dal terrorismo, dai flussi migratori, dalla fine di un mondo la destrutturazione della famiglia emerge con sempre maggiore evidenza: quel mondo in cui si è cercato di controllare e dare limiti alla crudeltà e alla guerra, quel mondo in cui l’ospitalità era intesa come un dovere di misericordia, quel mondo in cui matrimonio e famiglia erano pensati in un orizzonte non individualistico, ma relazionale, aperto non al presente, ma al futuro.
Di qui l’angoscia che ci pervade e che in particolare sfida i cristiani, uomini e donne di speranza, che percepiscono di fronte a questo duro presente l’apparente inadeguatezza della loro visione, per così dire "tradizionale", del mondo. La fine di un mondo però non va confusa con la fine del mondo. La società a base cristiana (e la nostra di oggi lo è solo in parte) si è già confrontato, nella sua storia, con crisi analoghe e forse anche più dure della crisi del nostro tempo: quando, per esempio, la tarda antichità è implosa, quando l’unità della Chiesa è andata in frantumi, prima con lo scisma d’Oriente, poi con l’avvento della Riforma, o quando, agli inizi dell’epoca moderna, ha dovuto prendere atto, anche con sbigottimento, dell’esistenza di altri continenti e di altri popoli e culture.
La gestione e a volte la soluzione di queste crisi non sono state affidate, in passato, a lucidi progetti pianificati 'a tavolino': ma quando si è cercato di procedere in questo modo si sono solo ottenuti disastri. La Chiesa, quando si è lasciata guidare dalle sue forze migliori, si è sempre invece affidata allo Spirito, che sa dove 'soffiare' e che soprattutto soffia dove vuole.
Di qui una serie di insegnamenti profondi: non esistono 'tecniche' per fronteggiare crisi epocali come quelle di cui siamo testimoni, non ha senso gestirle attivando conflitti circoscritti, ancorché di grande rilievo, né possiamo pensare di poter ridurre l’impegno degli uomini di buona volontà a pur nobili (e necessarie!) prassi educative, comunicative, solidaristiche. Allo smarrimento dell’anima moderna non si possono dare risposte 'funzionali'. Prima di interrogarci su 'come' dobbiamo agire, dobbiamo tornare a porci la domanda su 'cosa' significhi propriamente per l’uomo 'agire'. La misericordia, sulla quale papa Francesco ci impegna tutti a meditare, in questo Anno Santo, non è la chiave per ottenere la soluzione dei problemi che ci affliggono, ma è l’unico orizzonte di senso a nostra disposizione per capirli. È a nostra disposizione perché Dio ce lo ha rivelato, affidandone l’uso alla nostra responsabilità. Siamo in grado, qui e ora, di rispondere davvero alle provocazioni della misericordia?
«Avvenire» del 24 marzo 2016

29 settembre 2015

Rifugiati, che fine ha fatto la solidarietà internazionale?

Le misure e l’approccio corretti per affrontare la crisi migratoria
di Michael Moller *
Mentre il flusso di rifugiati continua inarrestabile, è confortante vedere che la nostra umanità sta finalmente dando segnali di vita grazie alla generosità dei cittadini tedeschi, serbi, austriaci, greci, italiani e di altri Paesi europei, sulla scia dell’esempio virtuoso fornito da Libano, Giordania, Egitto e Turchia. I leader politici si sono finalmente convinti a dare ascolto agli appelli dei propri elettori e stanno mettendo in discussione il credito dato finora alla voce dei movimenti anti-immigrazione. Il tono negativo che ha caratterizzato per lungo tempo le storie di rifugiati e i racconti sull’immigrazione sta cedendo il passo alla realtà dei fatti: i Paesi che forniscono accoglienza a queste persone, come pure i Paesi d’origine di questi ultimi, ricavano evidenti vantaggi economici e sociali da tali spostamenti.
Senza contare che la maggior parte dei Paesi europei e altre economie avanzate fanno affidamento sull’immigrazione per far fronte alle richieste di forza lavoro, ora e per il futuro. Questo è positivo. Ma non è abbastanza. È necessario il contributo di tutti gli Stati.
Per la ricerca di una necessaria soluzione internazionale, possiamo appellarci alla nostra memoria istituzionale collettiva. Non è certo la prima volta che fronteggiamo un esodo di tale entità. Ricordate i
boat people vietnamiti degli anni Ottanta? In migliaia presero la via del mare per raggiungere i Paesi limitrofi e, da lì, salpare poi per Stati Uniti, Canada e altrove. In migliaia morirono, i trafficanti di esseri umani fecero fortuna a loro spese e i Paesi di primo asilo sigillarono i propri confini. Il problema sembrava non avere soluzione.
Finché l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) elaborò un Piano di azione globale, approvato da una conferenza internazionale nel 1989. La conferenza riuscì a raccogliere la comunità internazionale attorno ad un processo strutturato che distingueva tra richiedenti asilo e migranti economici, definendo le procedure per il reinsediamento dei rifugiati e il rimpatrio dei migranti non considerati rifugiati. Un buon esempio di come sia possibile ottenere risultati quando ci siano volontà e mezzi per fornire protezione e assistenza con umanità e dignità. Perché questo esempio possa dare i suoi frutti anche ai nostri giorni, è necessario: – allestire centri di prima accoglienza e di identificazione in Paesi di transito come Turchia, Grecia, Italia, eventualmente la Tunisia (la Libia qualora le condizioni lo consentano).
Sarà compito dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur) e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) occuparsi di gestire i rifugiati/migranti, vigilare sulla corretta applicazione di procedure concordate per il riconoscimento dello status di rifugiato, il reinsediamento o il rimpatrio dei migranti, assicurando loro la necessaria assistenza; – potenziare la capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo; – coordinare efficaci programmi per la cattura dei trafficanti; – negoziare accordi con i Paesi d’origine di coloro che vengono identificati come migranti economici per garantire loro un rientro in patria senza rischi, potendo contare sull’accettazione da parte dei propri connazionali e di un sostegno alla reintegrazione; – finanziare tali misure su scala globale e assistere i principali Paesi di accoglienza quali Libano, Giordania, Turchia e Grecia, erogando inoltre fondi per lo sviluppo nei Paesi d’origine dei rifugiati/migranti; – condurre campagne d’informazione rivolte ai potenziali rifugiati e migranti economici, illustrando le procedure previste e i rischi che comporta intraprendere il viaggio; – contrastare l’attuale narrativa negativa basata su fatti economici e sociali nei Paesi di destinazione, attuali e potenziali.
Se eseguite nella maniera corretta, queste azioni potrebbero dimostrare che interessi, umanità e solidarietà internazionale possono essere ancora combinati in una soluzione vantaggiosa per tutti. Tuttavia questo affronterebbe solo il picco attuale e temporaneo. Occorre occuparsi della tendenza migratoria molto più ampia e a lungo termine. A livello operativo, le agenzie incaricate delle questioni di asilo e immigrazione sono sommerse di lavoro e sottofinanziate. Sul piano politico, oltre al Forum globale su migrazione e sviluppo scarsamente organizzato, non esiste una struttura formale internazionale che fornisca politiche alternative per futuri flussi di vittime di disastri causati dall’uomo o naturali (i.e. legati al clima), che definiranno entrambi la nostra quotidianità nel prossimo futuro. In mancanza di una tale organizzazione, occorre affidare a Peter Sutherland, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la migrazione e lo sviluppo, il mandato e i mezzi necessari per catalizzare l’azione necessaria.
Un modo per iniziare il processo potrebbe essere decidere su una maggiore integrazione del lavoro dell’Acnur e dell’Oim, permettendo loro di proporre nuove politiche globali di lungo periodo. Il Vertice umanitario che si terrà a Istanbul l’anno prossimo, l’incontro indetto da Ban Ki-moon a New York a settembre, e quello della Valletta a novembre tra i Capi di Stato di Europa e Africa sono opportunità per fare progressi. Dobbiamo seriamente riconsiderare la relazione tra aiuto allo sviluppo e assistenza umanitaria, con un sostegno che affronti all’origine le cause dei problemi umanitari. L’Alto Commissario per i rifugiati Guterres è un sostenitore instancabile di questa tesi, e ha bisogno del nostro sostegno. Infine, va sfruttato al meglio il quadro politico che il mondo sta adottando quest’anno: gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, l’accordo sul clima e quello sulla riduzione del rischio delle catastrofi. Se riusciamo a dare attuazione con successo ai diciassette Obiettivi ci sarà un’opportunità infinitamente migliore di far fronte a flussi futuri. Ognuno di noi un giorno potrà avere bisogno di un rifugio.
Empatia, generosità e politiche efficaci oggi, miglioreranno di molto le possibilità di poter applicare le stesse alle calamità del domani.

* Capo dell’Ufficio Onu di Ginevra
«Avvenire» del 26 settembre 2015

28 settembre 2015

I migranti in arrivo. Le regole da rispettare

L’esodo è una risorsa o fattore di disgregazione? Dipende dalle nostre scelte
Ma accoglierli non significa rinunciare alle radici
di Susanna Tamaro
Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.
Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.
Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese - e agli altri Paesi europei - di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.
Così quest’esodo biblico - che tanto, e per tante ragioni, ci turba - appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori. Se un giorno nasceranno nuovamente grandi scrittori, ho pensato, verranno fuori da lì, da questi bambini in marcia che tutto hanno visto e tutto hanno provato, e non certo da qualche raffinato ed esangue master di scrittura creativa.
Quando un’arnia di api è debole, spesso arrivano api più forti a saccheggiarla, così mi pare che questa affluenza straordinaria di persone, al di là delle ragioni politiche ed economiche, abbia anche un’altra valenza, direi quasi energetica. Quando una società diventa debole, confusa, capace solo di seguire i fantasmi della sua mente non più calibrata sulla concretezza della realtà, attira direi quasi spontaneamente l’energia di mondi più giovani, più forti, capaci di emergere per la compattezza e la profondità delle loro radici. Popoli affamati di vita contro popoli che della vita non sanno più che cosa farsene. Popoli che conoscono la ferocia della sopravvivenza, la durezza di condizioni comunque sempre estreme, contro popoli per lo più assopiti in una dimensione larvale, capaci di risollevarsi dal sonno soltanto per esaltare l’alimentazioni crudista o compiere battaglie epocali come quella per l’abolizione del maschile e femminile, la misera fola culturale che continua a infestare la nostra società.
Abolire ogni differenza, ecco il ruggito terminale del nichilismo: né maschio né femmina, né giorno né notte, né bene né male, né vita né morte. La polarità che da sempre regge il mondo - e che con il suo movimento dinamico crea tutto ciò che esiste - viene finalmente annullata, le sue catene che per troppo tempo ci hanno tenuti schiavi, facendoci recitare una parte per cui non ci sentivamo più adatti, alla fine sono state divelte. Nessun condizionamento deve tarpare le ali della nostra libertà.
Gli estremamente liberi allora come si potranno relazionare con gli estremamente vitali? Quali nuovi equilibri si formeranno o, piuttosto, come si farà a mantenere un equilibrio positivo per entrambi? Lo sforzo di generosità scaturito in queste settimane da parte di normali cittadini è un bellissimo segno di risveglio ma, quando l’emergenza sarà finita, in che modo riusciranno a relazionarsi queste realtà così diverse e così storicamente lontane? Come sarà possibile mantenere un equilibrio positivo per entrambe le culture?
Una scuola in Germania, che si trova nelle vicinanze di un centro per rifugiati, ha chiesto alle ragazze di vestirsi in modo più acconcio per non urtare la sensibilità degli ospiti. L’ospitalità è sacra - e quando si tratta di ospitare persone in fuga da guerre e persecuzioni è doppiamente sacra - però, nella sua sacralità, ha delle precise regole che devono essere rispettate da entrambe le parti. E oltre alle regole, richiede un sentimento fondamentale che è quello della gratitudine. Senza questi due capisaldi - rispetto e gratitudine - con molta facilità si trasforma in qualcos’altro.
Un mondo fluttuante come il nostro, che ha rinunciato alle sue radici più profonde, timoroso e pavido nell’affermare i propri valori, in che modo potrà rapportarsi con persone dall’identità così forte? Basterà fare un girotondo inneggiando alla fraternità, convinti che l’importante sia volersi bene e che il bene che noi vogliamo sia anche il bene che desiderano gli altri per noi? Oppure, evaporata l’ebbrezza dei buoni sentimenti, le cose non rischieranno di essere un po’ più complicate?
I processi di integrazione richiedono sempre tempi molto lunghi e la via preferenziale per ottenerli sono i bambini, quando viene loro permesso di inserirsi in un contesto positivo. Ma questo purtroppo non sempre avviene perché, per istinto, gli esseri umani amano stare con chi gli è più simile e diffidano di chi è diverso. Lo spauracchio del razzismo ci impedisce spesso di vedere questa realtà, i gruppi etnici tendono a proteggersi con una struttura chiusa e difficilmente si aprono verso ciò che viene percepito come estraneo. Conosco persone che da più di vent’anni vivono in Italia e non hanno imparato più di duecento parole della nostra lingua.
Cosa succederà poi di tutti quei giovani maschi soli, provenienti dall’Africa subsahariana o da altri miseri paesi, che bighellonano nella maggior parte dei giardinetti pubblici italiani, in attesa dei lunghissimi processi di valutazione della richiesta di asilo? Con quali speranze, con quali orizzonti vengono da noi persone che non fuggono da realtà in guerra ma soltanto dalla miseria? Non rischiano di innescare situazioni esplosive? Un Paese come il nostro, in cui le famiglie, in buona parte dei casi non arrivano a fine mese, non può vedere di buon occhio questi ragazzi che vagano senza meta per le nostre strade e che vengono mantenuti dal denaro pubblico. E chi dà loro i soldi per affrontare un viaggio così costoso, quando nei loro Paesi il reddito annuo si aggira intorno ai duecento euro? Con la stessa cifra non avrebbero potuto iniziare una qualsiasi attività, anche modesta, dalle loro parti, contribuendo così al cambiamento della loro terra? Che peso hanno nell’immediato, e che peso avranno nel futuro queste presenze? Saranno una risorsa o diventeranno un elemento di disintegrazione?
Molto dipenderà credo dal nostro comportamento. Dal nostro saper essere veri ospiti, capaci di stabilire e imporre le regole del rispetto e della reciprocità. Se invece ci ridurremo nello stato larvale, balbettando incerti davanti ad ogni richiesta, arretrando e cedendo ogni giorno, convinti in fondo che nella nostra civiltà non ci sia granché da difendere, non occorre avere la sfera da veggenti per renderci conto che il paese in cui vivranno i nostri nipoti sarà molto diverso da quello che fino a qui abbiamo conosciuto.
«Corriere della sera» del 28 settembre 2015

05 settembre 2015

Lo choc di una foto in pagina e il dovere di restare umani

Le mille ragioni di una scelta tormentata
di Umberto Folena
Una delle sintesi più felici di quanto accaduto mercoledì sera nelle redazioni di tutto il mondo, sperando che apprezziate la sottile arte del paradosso, è racchiusa in questo titolo del quotidiano on line Il Post, diretto da Luca Sofri: «Non la mostriamo, perché è terribile; tanto terribile che forse andrebbe mostrata». La foto, Il Post, la mostra. Ma spesso l’altra sera le cose sono andate proprio così. L’immagine di Aylan, il bambino siriano prono sulla spiaggia turca di Bodrum, è terribile. La morte va mostrata o corriamo il rischio di spettacolarizzarla? E se il morto è un bambino, come la mettiamo con la Carta di Treviso che detta le norme di comportamento dei media riguardo i minori? La morte può essere mostrata senza banalizzarla, o è sempre meglio soltanto evocarla? Quella foto aggiunge o toglie qualcosa alla tragedia di chi scappa dalla guerra e muore mentre cerca di salvarsi la vita? Se la mostriamo, possiamo apparire insensibili; se non la mostriamo, reticenti. E ancora: questa foto è un fatto, è destinata a diventare un’icona e quindi è impossibile ignorarla; ma perché non ispirarci al teatro greco, in cui gli atti violenti non avvenivano mai sul palcoscenico ma erano sempre e soltanto evocati, sia pure con crudezza estrema?
C'è chi ha cambiato idea, l’altro ieri. E non solo Mario Calabresi, che pure ha sentito il bisogno di spiegare come sia arrivato alla sua decisione: «Si può pubblicare la foto di un bambino morto – scrive il direttore della Stampa – sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri ho sempre pensato di no». Ma in questo caso mi sarebbe sembrato di girare la testa dall’altra parte: «Così ho cambiato idea. Il rispetto per questo bambino pretende che tutti sappiano». Gli scatti a disposizione delle redazioni erano tre. Avvenire ne ha usati due, ma in modo diverso: in prima pagina sul giornale di carta e sull’on line il poliziotto che tiene delicatamente in braccio il corpicino di Aylan; a pagina 4 il bambino riverso sulla battigia. Foto diverse, dal diverso impatto emotivo. La buona comunicazione tiene conto del mezzo e dei destinatari: il lettore fedele (abbonamento o edicola), che accede alle pagine interne, sappiamo chi sia e pensiamo di potergli proporre l’immagine più forte; chi guarda la copertina, in edicola o nelle rassegne stampa televisive, e chi accede al sito non possiamo sapere chi sia, ignoriamo la sua sensibilità, meglio quindi essere prudenti, ed ecco il poliziotto con il bimbo in braccio. Ogni scelta è discutibile e tutti ne sono consapevoli. Nessuna arroganza, va detto, nel modo in cui i media di tutto il mondo spiegano la propria scelta: se pubblicare o no le foto, e quali pubblicare delle tre.
Il Manifesto, maestro nell’arte del calembour, mostra il bambino prono: «Senza asilo», un titolo che vale un editoriale. Anche La Stampa sceglie l’immagine più forte. Corriere della sera, Messaggero e Fatto Quotidiano scelgono quella con il bimbo in braccio al poliziotto.
Il Giornale non ha nulla in prima e il poliziotto in 3, con una didascalia francamente imbarazzante in cui si spiega che il bambino «è vestito come potrebbe essere uno europeo». Libero ignora del tutto la foto senza fornire spiegazioni. L’agenzia Ansa, nel suo sito, mostra solo la foto del poliziotto perché le altre «potrebbero urtare la sensibilità dei lettori». All’estero quasi tutti la mostrano e con motivazioni simili tra loro. Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, fa eco a The Independent: «Forse servirà, questa foto, affinché l’Europa apra gli occhi». La Libre Belgique racconta di una lunga discussione in redazione, del principio di non esibire mai la morte e della decisione di fare un’eccezione per «mostrare l’insopportabile». L’olandese De Volkskrant è sicuro, «questa foto nuda e cruda ha rotto gli argini, ha cambiato il corso della storia». Anche The New York Times la pubblica e il direttore, Dean Baquet, ammette: «Ne abbiamo discusso». Tra i grandi quotidiani, soltanto il tedesco Süddeutsche Zeitung opta per il no, ammettendo: «Nessuna risposta è propriamente giusta». Non una semplice foto dunque ma, secondo molti, un’icona che passerà alla storia, come il bambino ebreo che alza le mani davanti al soldato tedesco, come la bambina vietnamita che scappa urlando dal suo villaggio, devastata dalle ustioni.
Come poterla ignorare, sia pure con tutti i dubbi del caso? Una decisione comunque difficile. Persone che lavorano con gli stessi bambini e con la stessa passione giungono a conclusioni opposte. Andrea Iacomini (Unicef) ammette: «Non si può tacere». Ma Ernesto Caffo (Telefono Azzurro) è sempre e comunque contrario a ogni forma di «spettacolarizzazione della morte, in particolar modo se si tratta di un bambino». Peter Bouckaert di Human Rights Watch è a favore ma aggiunge: «Non è una decisione facile». Flavio Lotti della Tavola della pace invece non ha dubbi: «Guardiamole! Anche se strazianti». Un’ultima sintesi può essere affidata a Daniele Biella di Vita. La foto «urta la coscienza ma, a questo punto, serve come ultimo allarme e baluardo per restare umani e soprattutto obbligare i decisori politici europei ad agire». Restare umani, questo è il problema.
«Avvenire» del 4 settembre 2015

Il corpo degli altri

di Ezio Mauro
Come in guerra, contano solo i corpi. I corpi, l'acqua che li porta e la terra: come se fosse da difendere o da riconquistare, adesso che i corpi la attraversano. Naturalmente ci sono i numeri, che danno la dimensione del fenomeno che chiamiamo migrazione, e le sue proiezioni politiche. Ma parlano il linguaggio della razionalità, dunque contano poco, di fronte alla forza simbolica dei corpi e alle paure che suscitano. I corpi degli altri, naturalmente. Noi siamo un insieme, una collettività, una società, una serie di appartenenze e di identità di gruppo che consentono di agire attraverso i nostri rappresentanti, senza spingere i corpi in prima linea. Loro - gli altri - non sono nulla di tutto questo. Non persona, non individuo, non cittadino, senza qualcuno che li rappresenti e spieghi i loro diritti o anche soltanto le loro ragioni: né un partito, né uno Stato, né un sistema d'informazione. Così per forza i corpi agiscono e insieme spiegano se stessi.
Corpi disarmati, nudi, senza nient'altro che una pretesa ostinata e incontenibile di sopravvivere, aprendosi uno spazio nella porzione di terra che consideriamo nostra, dopo essere scampati al mare.
Mentre guardiamo quei corpi azzerando per loro ogni valenza umanitaria, giuridica, civile, cioè eliminando l'universalità dei diritti dell'uomo e la soggettività del cittadino, noi azzeriamo senza accorgercene la politica, la mettiamo fuorigioco. Se non ha a che fare con persone, individui, cittadini ma con cose - strumenti scomodi d'ingombro - la politica infatti è impotente, anzi inutile. Così i corpi possono mostrarsi in tutta la loro evidenza: neri, diversi, straccioni, disperati, affamati, disposti a tutto. Senza la mediazione della politica agiscono in proprio come messaggio d'allarme per la popolazione indigena che siamo noi. Soprattutto la parte più fragile, sola e indifesa, anziani che vivono nei piccoli centri e magari non sono mai usciti dal Paese, e oggi trovano gli " altri" sulle panchine delle aiuole sotto casa. Una fascia di cittadini che si sente minacciata dalla contiguità della diversità, teme confusamente per la sicurezza, per le infiltrazioni jihadiste, per il lavoro, in realtà per la perdita di uniformità, nella paura che venga meno la coesione di esperienze condivise, di fili biografici intrecciati in una unità di luogo, di storia, di esperienza e di tradizione. Come perdere la memoria, e con la memoria il futuro.
Senza la politica in gioco, una sua sottospecie domina intanto il campo. Sono i piazzisti della paura, che non vogliono rispondere a queste inquietudini diffuse ma coltivarle, per trarne un grasso quanto ignobile reddito elettorale. Dunque non propongono soluzioni, ma immagini fantasmatiche, come le ruspe, slogan che non reggerebbero ad una prova di governo ma sono perfetti per raggiungere la solitudine delle paure domestiche dallo schermo tivù. Sono commercianti di corpi, ne hanno bisogno per trasformarli in ideologia nel senso più classico: l'impostura di un blocco sociale che costruisce il dominio attraverso un sistema di credenze erronee e di pregiudizi. Ma la debolezza culturale della sinistra, che non ha saputo elaborare un pensiero autonomo sulle migrazioni, sugli ultimi, capace di rassicurare la parte più debole ed esposta dei cittadini - i penultimi - e di ricordare nello stesso tempo i doveri di una democrazia occidentale, fa sì che quell'ideologia sia diventata dominante, e costituisca il substrato di ogni ragionamento politico corrente, senza più distinzioni. Ciò significa che la posta in gioco delle future elezioni - tutte, dalle comunali alle politiche - è già fin d'ora fissata sulla paura e sulla sicurezza, dunque sull'uso di quei corpi più che sul destino di quelle persone, che sembra non interessare a nessuno. È un problema politico, ma può diventare un problema della democrazia, chiamata a dare una doppia risposta, con una contraddizione evidente: deve rispondere al sentimento diffuso d'insicurezza dei suoi cittadini, e non può non rispondere alla domanda di disperazione e di libertà che viene dai migranti. Può la democrazia restare insensibile ad uno di questi suoi doveri contrapposti e rimanere intatta, o almeno innocente, dunque credibile?
Quando tutto ritorna agli elementi primordiali - il mare, la terra, i corpi, l'acqua, i muri, il commercio di uomini, il filo spinato - la democrazia entra in difficoltà, come se fosse soltanto un'infrastruttura della modernità, incapace di governare questa regressione a condizioni estreme non previste dal sistema politico, istituzionale, culturale che ci siamo faticosamente costruiti nel dopoguerra per garantire noi e gli altri, e per proteggerci nel nostro tentativo di vivere insieme. Valori che abbiamo sempre professato come universali alla prima grandiosa prova dei fatti - un'emergenza demografica, politica, umanitaria - ripiegano su se stessi e rattrappiscono, perché sembrano riservati solo a noi. Le garanzie per i garantiti: che non le vogliono spartire, hanno paura di condividerle, e ne svalutano il valore globale nell'uso privato e parziale.
Quei corpi segnalano infatti prima di tutto la differenza e la difficoltà (che ne deriva) di condividere il concetto di libertà, la sua traduzione pratica. Camminando in Occidente, se fossero accolti, i corpi riscoprirebbero di avere dei diritti, di poter diventare cittadini attraverso il rispetto delle costituzioni e delle leggi, di poter crescere nell'autonomia attraverso il lavoro: di ritornare uomini. Ma quando arrivano in Europa cercano molto meno, pretendono soltanto libertà, una sponda sicura dove appoggiare il futuro dei loro figli. Anzi, quando sbarcano sul nostro suolo inseguono qualcosa di ancora più primitivo e disperato, la sopravvivenza. Perché spogliati della cittadinanza, della soggettività dei diritti, di ogni condizione giuridica se non quella di clandestino, come spiega Giorgio Agamben sono "nuda vita di fronte al potere sovrano". Vita che vuole vivere, nient'altro. C'è qualcosa di evidentemente sacro in questa interpellanza che ci giunge da una condizione così radicale ed estrema. E c'è dunque qualcosa di sacrilego nel considerare ciò che è una riduzione violentemente elementare dell'individuo-cittadino alla nuda vita, soltanto come un corpo. Corpi che possono essere marchiati fisicamente, numerati e catalogati nella loro estraneità da bandire, perché portatori della forma nuovissima e definitivamente incancellabile del peccato originale: il peccato d'origine.
Nel momento in cui accettiamo di fissare fisicamente questa differenza come discrimine nell'utilizzo della libertà, reso parziale, e dei diritti, non più universali, noi non ci accorgiamo che simmetricamente questa operazione sta agendo anche su di noi. E sta agendo con modalità diverse ma sulla stessa scala primordiale che applichiamo agli altri, dunque interviene anche per noi sulla fisicità, addirittura sul nostro corpo, se solo sapessimo vederlo. Tutte le nostre reazioni e le nostre separazioni dal fenomeno migranti, l'affermazione della nostra diversità fissa silenziosamente anche noi in un'identità bio-politica come quella che attribuiamo agli altri, soltanto rovesciata: risveglia infatti il fantasma dell'uomo bianco, qualcosa che l'Italia non aveva ancora vissuto nelle sue mille convulsioni e anche nelle sue tentazioni xenofobe. Non ci chiediamo infatti mai che cosa significano quei muri (di filo spinato o d'indifferenza) per chi giunge fin qui dalla disperazione e ci guarda da fuori, respinto. Testimoniano paura, privilegio, egoismo, parzialità nell'esercizio dei diritti. Quel muro tiene fuori i corpi altrui. Ma nello stesso tempo recinta i nostri, li perimetra e li rinchiude, riducendo la nostra identità a quella fisica del bianco indigeno, ciò che certamente noi siamo - la maggioranza di noi - ma che non ci accontentiamo di essere, perché abbiamo rivestito quel carattere originario di sovrastrutture culturali, storiche, politiche che hanno dato forma ad una figura articolata e in movimento, aperta, autonoma e complessa.
L'uomo bianco, nella regressione identitaria delle paure, viene dopo l'uomo occidentale ed europeo, è una sua riduzione unidimensionale, dunque una sconfitta. Rinasce come figura biopolitica quando neghiamo i valori dell'Occidente, i doveri dell'Europa: garantire sicurezza, ordine e governo a chi lo chiede (soprattutto se è un cittadino disorientato e spaventato), ricostruire la proporzione dei fenomeni tra le cause e l'effetto, rispondere a quella domanda biblica ma anche politica di libertà e di umanità che arriva dalle migliaia di vite nude ammassate sui barconi, in fila davanti a un recinto, accampati in una stazione in attesa di un treno europeo. In nome di una fiducia ostinata, contro la storia contemporanea, nell'universalità della democrazia dei diritti, della democrazia delle istituzioni. Una democrazia che, mentre tiene fuori i dannati credendo di difendere se stessa, rischia di perdere l'anima occidentale dell'Europa, riducendosi a un corpo di leggi inutili e di principi ipocriti: anch'essa un corpo vuoto.
«la Repubblica» del 5 settembre 2015

La forza della lentezza nel cuore dell’Europa

La marcia dei migranti
di Pierluigi Battista
La marcia ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest. Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente. La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all’ultimo diktat, ancora di più. Le bandiera dell’Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona. Un popolo in marcia. Sembra il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Impossibile girarsi dall’altra parte e far finta di niente.
Una marcia può servire una buona causa o può servire finalità abiette. Può dare forza a un sogno, come quella che invase Washington sotto la guida di Martin Luther King contro lo scandalo della segregazione razziale («I have a dream»). O può essere uno stru-mento formidabile di ricatto e di pressione, come quella dell’ottobre del ‘22 condotta dalle camicie nere e che terrorizzò il Re e il fragile palazzo romano.
Questa marcia dà invece una forza irresistibile a chi usa l’unica risorsa di cui dispone, la disperata energia delle proprie gambe, per raggiungere una meta, per lasciarsi definitivamente alle spalle l’incubo atroce della guerra e della persecuzione, vittime incolpevoli di uno scontro immane tra chi non tiene in nessun conto il valore della vita, e figurarsi della libertà. Una determinazione possente di chi si mette in marcia e non vuole accettare l’ultima sconfitta dopo aver lasciato per terra e per mare i bambini che non ce l’hanno fatta, le persone tradite e maltrattate da mercanti d’umanità senza scrupoli. Sono lì, a un po’ di decine di chilometri da un traguardo sognato, e qualcuno può pensare che si vogliano fermare proprio adesso, che non sono capaci di portare a compimento la loro anabasi, di non saper replicare l’epopea dei contadini di Faulkner e di Steinbeck, la marcia verso l’Ovest di chi sui miseri carri non aveva nient’altro che la propria miseria da trascinare per ricominciare daccapo, per raggiungere una meta?
La forza di una marcia come questa è più poderosa di un treno che non vuole partire dalla stazione di Budapest, dove hanno soppresso i convogli «destinazione Ovest». La marcia è faticosa, massacrante, selettiva. Ma è una lezione che si imprime nella memoria. Che mette a tacere gli indifferenti e i paurosi. Che ci interroga sulla nostra passività, sulla nostra acquiescenza di fronte alle atrocità compiute non lontano da qui e il cui peso, anche militare ed economico, siamo incapaci di sostenere. Senza capire da cosa scappano questi nostri fratelli in marcia, cosa chiedono, cosa non possono più sopportare mentre in Europa, la cui bandiera viene sventolata dai profughi, domina l’immobilismo e l’ipocrisia. Ecco il messaggio di chi marcia, la forza dei loro passi. E la vergogna di chi è costretto, finalmente, a guardare in faccia la realtà.
«Corriere della sera» del 5 settembre 2015

04 settembre 2015

La spiaggia su cui muore l’Europa

Mentre la polizia ceca “marchia” i migranti, Italia, Francia e Germania chiedono all’Ue di rivedere le norme sull’asilo. Una foto scuote il mondo
di Mario Calabresi

Aylan, 3 anni, è morto annegato mentre, con altri migranti, da Bodrum cercava di raggiungere Kos (Nilufer Demir/DHA/Reuters)



 
Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».
Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.
Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.
Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni - per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.
Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.
«La Stampa» del 3 settembre 2015

27 agosto 2015

L'accoglienza nella storia: prudenza al servizio della giusta carità

di Roberto Colombo
Uomo libero e per questo scomodo al potere politico, principe dei 'poeti esiliati', Dante era familiare con la condizione di chi è costretto a cercare rifugio lontano dalla propria terra. E riconosce ai profughi la qualifica di pellegrini, «in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria», non solo chi è in viaggio verso un luogo di pietà religiosa (Vita nuova, XL, 6). Alighieri esprime con le parole una concezione del migrante che i monaci hanno praticato lungo il Medio Evo, epoca di diffusa mobilità continentale. Essi non furono i soli cristiani a concretizzare l’accoglienza del pellegrino e del viandante: papi, vescovi e laici diedero vita ad altre forme della loro protezione e cura. Un’accoglienza che trova nella disposizione della hospitalitas la sua sintesi pratica, alimentata alle pagine della Scrittura e dei Padri (in Occidente, anzitutto quelle dei Sermones di Agostino e del De officiis di Ambrogio).
A partire dal IV secolo, secondo l’indicazione di un canone attribuito al Concilio di Nicea, vennero allestite presso il patriarchio (antica residenza dei papi in Laterano), gli episcopi e i monasteri delle strutture destinate all’accoglienza e alla cura dei poveri, dei pellegrini e dei forestieri in transito, chiamate xenodochi.
Quest’opera di assistenza doveva essere ben nota e di sicura visibilità se l’ultimo imperatore pagano, Flavio Claudio Giuliano – convinto che l’accoglienza degli stranieri e dei bisognosi fosse il segreto della benevolenza del popolo verso la Chiesa – promosse la creazione di strutture simili agli xenodochi in ogni città della Galazia, a favore dei quali ordinò che fossero assegnati annualmente 30 mila moggi di frumento e 60 mila sestieri di vino (la testimonianza fattiva della Chiesa, più che la sua predicazione, stimolò i governanti, per spirito di emulazione o ricerca del consenso popolare, a farsi carico delle necessità degli indigenti). Nel venire incontro ai bisogni elementari di questi uomini, donne e bambini (vitto, alloggio, vestiario, cure sanitarie) si distinsero anche famiglie nobili di laici abbienti con il loro evergetismo, anticipando quello che in tempi più recenti è stato il fenomeno delle fondazioni filantropiche e sociali. La cura hospitalitatis venne ritenuta da papa Gregorio Magno tra i doveri prioritari della Chiesa. In questo 'movimento di ospitalità' che caratterizza l’operosa spiritualità medioevale, un posto particolare spetta al monachesimo basiliano e benedettino. San Benedetto dedica l’intero capitolo 53 della sua Regola a «come debbano essere accolti gli ospiti».
I poveri, i pellegrini e coloro che comunque giungevano al monastero dopo un lungo viaggio, spesso provati dal digiuno, dalla fatica e dalle ferite, erano ricevuti con particolari cure e attenzioni – «come Cristo», recita la Regola –, venivano loro lavate le mani e i piedi e rifocillati in qualunque ora del giorno, non senza aver prima pregato insieme e scambiato un segno di pace. Nessun interesse – neppure quello legato all’eventuale conversione al Vangelo, se i forestieri non erano cristiani – portava questi uomini ad aprire le porte del loro cuore e dei loro monasteri ai bisognosi di accoglienza, ma solo l’amore a Cristo che in essi si rendeva presente: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35).
I monaci, tuttavia, non erano né ingenui né sprovveduti, e sapevano coniugare l’affabilità e gratuità dell’accoglienza con la necessità dell’ordine e della giustizia. Sulle vie di comunicazione dell’Europa si muovevano non solo pii pellegrini, onesti mercanti, sinceri esuli e persone miti alla ricerca di un lavoro, ma anche truffatori, ladri, violenti e oziosi. Dai chronica dell’epoca veniamo a conoscenza di episodi che hanno turbato la tranquilla vita dei monaci in seguito all’ospitalità offerta ad alcuni malintenzionati, ma questa eventualità non ha mai fatto venir meno la tradizionale accoglienza. Ha solo suggerito alcune precauzioni, come la separazione della cella hospitum (foresteria) dal resto del monastero e il suo affidamento a chi sappia gestirla con amore alla persona, ma anche con fermezza. Un esempio di come coniugare attraverso la prudenza due virtù imprescindibili per il cristiano, la carità e la giustizia, senza divenire prigionieri della paura che la prima vada a scapito della seconda. Seguire il Vangelo rende liberi e intelligenti, anche di fronte alle circostanze che più ci preoccupano.
«Avvenire» del 27 agosto 2015

Amicizia civica oltre l'estraneità

Flussi migratori. Anche il mondo antico dovette affrontarli
di Roberto Colombo
L'accoglienza nella storia: prudenza al servizio della giusta carità
L’arrivo in Europa di un numero crescente di migranti dall’Africa e dal Vicino Oriente in cerca di quanto la loro terra natale non offre – incolumità, alloggio, cibo, lavoro e soprattutto una speranza di vita dignitosa per sé e i propri figli – appare come un connotato ineludibile del secondo decennio del nostro secolo. Con questo 'flusso migratorio' e la nuova 'questione sociale' che esso pone si confrontano (e si scontrano) settori della società civile, le loro rappresentanze politiche e i governi europei da una parte, e alcune realtà di vita comune, associativa, culturale, educativa e solidaristica dall’altra, non ultime quelle la cui natura e storia religiosa pone il valore della persona e la carità fraterna al centro di ogni pensiero e iniziativa sociale. Per quanto possa apparire un fenomeno dai tratti inediti e inquietanti, quello della 'pressione dei popoli' ai confini e della 'infiltrazione' di persone da lontano non è un quadro geosociale senza precedenti nella storia nostro Continente.
Di essi e delle risposte suscitate nel popolo autoctono e in quello cristiano torna utile riprendere qualche elemento che – pur nelle mutate circostanze culturali, sociali ed economiche – aiuti a cogliere le ragioni di una differente (ma non necessariamente confliggente) prospettiva. Come non partire, anche se questa scelta sacrifica pagine dell’umanesimo pre-cristiano (testimoniate dagli storici, dai poeti e dai miti dell’epoca: per Isocrate, Atene era «l’asilo più sicuro per lo straniero che aveva subito un’avversità nella propria patria»), dalla tarda antichità romana, quando le strade che attraversavano l’Europa erano percorse non solo da mercanti, pellegrini, mercenari e briganti, ma anche da miserabili che fuggivano dai confini dell’Impero verso il più sicuro centro e il sud, pressati dalle violente penetrazioni delle popolazioni 'barbariche' che destabilizzavano la pax romana?
Al contrario dei greci, «facilmente portati verso l’altro e l’altrove» – come sottolinea Michel Meslin – a motivo della mescolanza con un mondo esteso dalle conquiste alessandrine, i romani delle varie province dell’Impero erano per tradizione, almeno all’inizio di quest’ondata migratoria, «più casalinghi, diffidenti, arroccati nella loro piccola patria», con un sospetto spontaneo verso lo straniero che ne rendeva difficile l’accettazione (tra l’altro, i plebei temevano che gli stranieri sottraessero loro una parte dell’annona fatta distribuire nell’Urbe dall’imperatore). I due termini latini hospes (ospite) e
hostis (nemico) tradiscono una radice comune che designa l’estraneo con l’ambivalenza dell’accoglienza e della preoccupazione per la sua presenza.
Il cristianesimo, non senza qualche attrito con la cultura dominante e il potere imperiale che la esprimeva, contribuì in modo decisivo a sciogliere questa diffidenza verso l’altro, il 'diverso'. Eredi della tradizione ebraica dell’accoglienza che trova nel precetto levitico la sua sintesi («Il forestiero che dimora in mezzo a voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi. Tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto»; Lv 19, 34), i cristiani hanno ben presto concepito la condizione di 'estraneità' come esemplare della loro stessa identità spirituale (un «esilio», secondo San Paolo; 2 Cor 5, 6) ed ecclesiale (essi «vivono nella loro patria, ma come forestieri. […] Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera»; Lett. a Diogneto V, 5). E questo li ha portati ad 'immedesimarsi' con la condizione dei migranti in cerca di salvezza. Ancor più, l’ospitalità – in greco philoxenia, letteralmente 'amore per lo straniero' – ha per il cristiano una ragione propriamente teologica: l’essere stato salvati da Gesù attraverso l’accoglienza alla sua mensa, l’Eucaristica, e l’incontrarlo in colui nel quale Egli stesso si è identificato: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35). Al tempo delle migrazioni attraverso l’Impero romano, l’accoglienza dello straniero i cristiani l’hanno praticata e predicata (tra gli altri, il vescovo Ambrogio, dopo la sconfitta di Adrianopoli del 378, accolse con generosità a Milano i profughi danubiani che fuggivano all’avanzata dei Goti), favorendo così la gestazione di un’era nuova nella quale «la civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)». (Jean Daniélou).
Ora come allora, il compito della Chiesa è questo e null’altro: testimoniare e richiamare questa civiltà dell’amore, dell’amicizia civica che non esclude nessuno.
«Avvenire» del 25 agosto 2015

11 luglio 2013

Contentezza capovolta

Un politico incredibile, Lucrezio, Cristo
di Ferdinando Camon
«Sono contento quando un barcone affonda», dichiara un politico italiano a una trasmissione radio, e sentendo le sue parole la mia mente vola a quand’ero studente di liceo e leggevo per la prima volta i terribili versi di Lucrezio: «Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare laborem», «È dolce, quando nel grande mare i venti sconvolgono acque tranquille, guardare da terra il grande affanno degli altri». Dunque, nel guardare le sofferenze degli altri, sentendo che non sono e non saranno le nostre, c’è un piacere. Non ci era facile tradurre quei versi, e specialmente la prima parola, suave: vedendo poi che si trattava di un naufragio, noi giovani studenti italiani (che vuol dire cattolici) pensavamo che ci fosse un errore, o era sbagliato suave o era sbagliato spectare laborem. E invece no, Lucrezio vuol dire proprio questo: gli altri sono travagliati nello sforzo di salvarsi, e non ce la fanno, e noi facciamo da spettatori, e lo spettacolo è per noi suave. Tradurre ci era difficile perché non si trattava di portare da una lingua a un’altra, ma da una morale a un’altra, da una civiltà a un’altra: nella nostra morale, la dolcezza di vedere le disgrazie altrui non ci sta più.
Leggo le risposte del politico italiano e non ci credo, ci dev’essere un errore. Qualche fonte dice che lui afferma "sono contento se affonda un barcone", qualche altra "godo se affonda". Ma c’è ancora l’audio in internet, lo ascolto: gli stanno facendo la domanda, «allora, tu sei contento quando affonda un barcone carico di emigranti?», e lui risponde: «Sì». «Sono contento» è l’esatto equivalente di suave: lo spettacolo che osservo è soave, e osservarlo mi dà contentezza, che è un piacere interiore. La contentezza non sta nel vedere il barcone che affonda, ma nel vedere che quel barcone è pieno d’immigranti: gli uomini, affogando, scalciano e gridano, e vederli suscita contentezza.
Così, in Lucrezio, la soavità non sta nel vedere la nave che va giù in verticale, ma nel vedere che la nave è piena di uomini: è la morte degli altri che fa il pieno della nostra vita. Lucrezio arzigogola poi, per spiegare il suo sentimento, dice che non è tanto il male degli altri che ci piace guardare, quanto il nostro bene, ma nel ragionamento introduce un altro paragone atroce, di chi osserva le stragi di una guerra non essendone coinvolto: «Suave etiam belli certamina magna tueri / per campos instructa tua sine parte pericli», «Anche guardare grandi battaglie che si svolgono nella pianura, / senza che tu sia in pericolo: lí c’è piacere». E così il politico italiano: che stiano a casa loro, non vengano qui, voi giornalisti siete ipocriti, tutti agitati perché il Papa è andato in vacanza al mare. Ricordo la feroce discussione che si fece, in classe, il giorno in cui portammo la traduzione di quel passo di Lucrezio, finché il professore tagliò corto: voi non capite la contentezza di Lucrezio, quando vede morire gli altri ma lui sta bene, perché non tenete conto di un fatto: tra Lucrezio e noi c’è il Cristianesimo. L’indifferenza o la contentezza verso il dolore altrui finisce col Cristianesimo. Da allora la sofferenza altrui diventa la nostra. Noi non possiamo più essere felici se vediamo che il nostro vicino sta male. Non possiamo stare a guardare un naufragio, e magari filmarlo: guardarlo per goderne adesso, filmarlo per goderne dopo. Vedere dei naufraghi può diventare un ricordo gradevole se riusciamo a salvarli tutti.
Se disprezziamo la vita altrui, disprezziamo anche la nostra: della vita di Lucrezio non abbiamo quasi nessuna notizia, uno dei pochissimi che ne parla è San Girolamo, e le poche righe che gli dedica le imparammo a memoria nel liceo e sono ancora nel cervello, perché sono misteriose. Dice San Girolamo: «Amatorio poculo in furorem versus (impazzito per un beveraggio amoroso), propria se manu interfecit (si ammazzò) anno aetatis quadragesimo quarto (all’età di 44 anni)». È impazzito per un filtro amoroso? Si drogava? La vita normale non gli bastava? Non amando gli altri, non amava neanche se stesso, ed è morto malamente.
«Avvenire» dell'11 luglio 2013

16 novembre 2011

I nuovi «lager» per gli eritrei

Il reportage (2)
di Paolo Lambruschi
La bambina eritrea ha sei anni e i capelli crespi intrecciati. L’unico gioco che può fare è correre avanti e indietro nel corridoio del carcere di Bir el-Abd, a mezz’ora di autostrada da El Arish. Il suo nome non lo possiamo fare, chiamiamola Dina, vivace nonostante le manchino compagni di gioco, matite per disegnare, giocattoli e il suo unico pasto sia il rancio della galera integrato da latte e biscotti portati da volontari copti.
L’abbiamo incontrata durante un giro in alcune carceri egiziane, dal Sinai ad Assuan, dove sono detenuti almeno 500 eritrei contro la convenzione dell’Onu del 1951 sui rifugiati, cui l’Egitto ha aderito. Uomini, donne e almeno una decina di bambini innocenti, imprigionati per un periodo indefinito come irregolari. Siamo l’unica testata occidentale ad essere entrata per testimoniare cosa accade dietro le sbarre. Le guardie ci lasciano soli con i prigionieri. A nessuno di loro – denuncia Asefasc Woldenkiel, la persona che mi aiuta a tradurre – è stato permesso di presentare domanda di asilo nonostante molti siano in possesso della tessera blu dell’Acnur, quella di rifugiato o di quella gialla, rilasciata a chi presenta domanda di asilo. Né all’Acnur è consentito l’ingresso in queste galere lontane dal Cairo.
Dina non esce mai, gli eritrei non fanno l’ora d’aria. Dorme su un asciugamano buttato sul cemento in una cella lurida con un solo bagno, che in estate deve trasformarsi in un forno, e che divide con la madre e altre 10 detenute eritree, tutte tra i 20 e i 30 anni, fuggite dallo stato-caserma eritreo, da un regime che pare aver trasportato nel ventunesimo secolo la dottrina dei Khmer rossi di Pol Pot. La polizia le ha arrestate quando i beduini le hanno lasciate al confine o le hanno liberate dopo il pagamento del riscatto. Così il mondo di Dina dallo scorso giugno è fatto di guardie carcerarie armate, sbarre e mura di cemento. Vengono tutte dal campo profughi di Sheregab, in Sudan. Un paio sono state rapite dai Rashaida e poi vendute ai beduini che le hanno liberate dopo un riscatto di 25mila dollari pagato dai familiari. Non chiedo di più, i loro occhi raccontano abbastanza. A El Arish ho incontrato altre due detenute ventenni arrestate due settimane prima, dopo tre mesi di sequestro nel deserto e il pagamento del riscatto di 26mila dollari. Mentre mi dicevano che un loro compagno di viaggio era stato ammazzato di botte dai banditi beduini avevano lo stesso sguardo che mi implorava di piantarla.
La mamma di Dina è invece partita volontariamente per Israele, dove clandestinamente vive il padre, ma la polizia le ha fermate con altre sette ragazze, che avevano pagato 5000 dollari ai trafficanti che le hanno poi abbandonate nel deserto. La polizia israeliana le ha quindi arrestate. Li aiuta la solidarietà della chiesa copta che porta loro coperte, abiti, qualche quaderno per scrivere e ha avvisato le famiglie della loro sorte. Il muro è diventato una lavagna di fortuna, per far sognare Dina di essere a scuola. La madre inventa per lei di continuo un mondo di giochi, proprio come Roberto Benigni nella <+corsivo>Vita è bella<+tondo>. «Mia figlia adesso riesce a dormire – spiega Tess, altro nome inventato – ma il primo mese si svegliava urlando. Piange quando le guardie picchiano qualcuno perché non sa come farà a guarire qui dentro». Del loro gruppo facevano parte 30 persone. «Di otto – aggiunge Tess – non abbiamo più notizie, non sappiamo se sono stati uccisi dai beduini o dalla polizia».
Nella cella accanto sono sdraiati 15 giovani eritrei. Provengono dai campi profughi, perlopiù da quelli sudanesi, un paio anche da quelli etiopi. Sono stati rapiti dai predoni beduini nel Sinai, al termine di un viaggio in condizioni durissime. C’è chi ha poi passato un anno in catene prima di trovare i soldi del riscatto, sempre sotto la minaccia di finire nelle mani dei trafficanti di organi.
Hanno assistito a violenze bestiali sulle donne, sono stati torturati, picchiati con sbarre di ferro, bruciati con la gomma fusa. Al termine del calvario, dopo aver pagato i riscatti di 26mila dollari sono stati liberati, ma non sono riusciti ad attraversare il confine perché ridotti a scheletri. Berhame non ha sentito l’alt e si è beccato una pallottola in un femore da uno zelante poliziotto. Ha i ferri piantati nella coscia della gamba sinistra. È immobilizzato sul pavimento di cemento e un pezzo di cartone è tutto quello su cui può appoggiare l’arto ferito. Qui di infermerie non ce ne sono. Nel carcere ci sono in altre due celle altri 18 detenuti eritrei e un paio di sudanesi, tutti seduti per terra su stuoie e asciugamani. Tutti rapiti, schiavizzati, liberati e poi ancora incarcerati senza colpa. Anche qui, ognuno conosce almeno uno o due compagni di viaggio e di sequestro spariti nel nulla tra El Arish e Nakhl. Più tardi, nel carcere di Romani, da una quarantina di eritrei, quasi tutti sequestrati e liberati dopo aver pagato riscatti dai 6 ai 26mila dollari, sentirò ripetere che almeno un terzo dei compagni è sparito.
«Veniamo maltrattati dalle guardie – spiega W. – che ci urlano che dobbiamo andarcene». Ai cristiani è riservata una razione supplementare di botte e gli eritrei si tatuano la croce etiopica sul polso. Quanto resteranno in galera questi dannati della Terra? Il loro futuro è il rimpatrio in Eritrea, in base a un accordo con l’Egitto che ignora il diritto di queste persone di chiedere asilo. L’unica speranza è l’intervento dell’ambasciata etiope che, dopo aver identificato i rifugiati, con un lasciapassare li porti all’aeroporto del Cairo e da lì nei campi profughi del Paese dove sono già presenti 61mila rifugiati eritrei. Un progetto umanitario sostenuto da una rete italiana di buona volontà sta provvedendo a pagare i biglietti aerei. Già 175 persone sono uscite dal carcere in questo modo. Il tempo della visita è scaduto. Mentre si chiudono le porte della galera Dina mi chiede a bassa voce di portarla via, da suo padre.
«Avvenire» del 14 novembre 2011

Tratta di uomini e di organi

Il reportage (1)
di Paolo Lambruschi
«Di incontrare i predoni beduini non se ne parla proprio», dice il contatto, l’uomo che con loro ha lavorato per anni da El Arish. Qualche giorno fa c’è stato uno scontro a fuoco con la polizia, e troppi media si stanno interessando alla vicenda degli ostaggi nel Sinai. Sono loro, però, la chiave per capire i misteri del Sinai, quanti sono attualmente i rapiti e dove è finita parte degli eritrei, quella che non riposa fuori dal cimitero di El Arish.
Secondo un agghiacciante lancio dell’agenzia di stampa palestinese Ma’an, l’azione dei trafficanti di organi sul confine tra Egitto e Israele è stata denunciata già a settembre da un profugo eritreo sfuggito ai suoi sequestratori beduini. L’uomo aveva denunciato l’uccisione dei suoi compagni dopo che era stato preso loro il denaro e asportati gli organi. I corpi erano stati gettati nei bagagliai delle auto dei predoni.
Che in Egitto fiorisca un mercato clandestino di organi è noto. Lo scorso giugno è stata approvata una legge che lo contrasta, ma nel 2010 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito il Paese un hub – uno snodo – per il traffico verso il mondo arabo, classificandolo nei primi cinque Stati attivi in questo immondo mercato. Giudizio aggravato per il 2011 dal Dipartimento di Stato americano, che lo ha portato al terzo posto. Nel deserto il business milionario dei sequestri si sarebbe così saldato con quello altrettanto florido degli organi umani a spese degli africani. Il rischio è infatti pari a zero, le ambasciate dei Paesi di appartenenza non reclamano per la sparizione di disperati privi di documenti, e la polizia egiziana non interviene. I predoni, dal canto loro, si sono ben guardati dal rapire occidentali.
Parte degli introiti del mercato nero dal Sinai prende probabilmente la strada del Cairo, altri finanzierebbero il terrorismo islamico. Ma qui la pista diventa troppo intricata, difficile separare le responsabilità criminali in un Paese dove è alto il tasso di corruzione anche nelle forze dell’ordine, indebolite dalla rivoluzione, che nel deserto non intervengono troppo.
I dati confermano comunque che i due luridi mercati, uomini e organi, si alimentano. I sequestri, infatti, continuano. Sono almeno 500 le persone in ostaggio da settembre dei rapitori che hanno creato un triangolo della morte nel deserto della Bibbia. Dopo un anno di indagini da parte delle organizzazioni umanitarie, che hanno pazientemente raccolto le testimonianze delle vittime, sono noti persino i nomi dei mercanti di uomini e dei loro complici eritrei che attirano i profughi in trappola e riscuotono i ricatti via money transfer.
E sono stati trasmessi sia alla polizia israeliana sia a quella egiziana, ma senza esito.
«Dopo 12 mesi – spiega don Mosè Zerai, il sacerdote cattolico eritreo che vive a Roma – il flusso di migranti che vanno volontariamente sulla rotta del Sinai è diminuito. Però i riscatti sono aumentati, da qualche mese vengono chiesti 26 mila dollari per ostaggio».
Da Stoccolma la giornalista eritrea Meron Estefanos lancia da luglio un nuovo allarme: «I Rashaida rapiscono gli eritrei fuori dai campi profughi di Shegarab, in Sudan. Poi li vendono ai beduini in Egitto. Li scelgono tra i più giovani, temiamo che chi non possa pagare sia rivenduto ai trafficanti d’organi».
Dall’altra parte del confine Sigal Rozen, avvocato e attivista israeliana per i diritti umani dell’associazione Hotline for Migrant Workers di Tel Aviv, ha raccolto migliaia di testimonianze di eritrei in due anni. Ecco cosa ha concluso: «Non è vero che nel traffico d’organi finisca solo chi non paga il riscatto. Ci sono ragazze giovani e carine segregate per mesi anche dopo i pagamenti solo per continuare a stuprarle. E molti giovani uomini le cui famiglie hanno pagato spariscono senza aver mai contattato i loro cari. Probabile che dopo aver incassato il denaro i beduini li abbiano comunque scelti per l’asportazione di fegato, reni e cornee moltiplicando così i guadagni, e poi li abbiano uccisi».
Le gang più note fanno capo ai palestinesi Abu Khaled e Abu Ahmed, ma secondo le testimonianze dei superstiti, il più crudele e sadico è Abu Abdallah, arrestato in maggio dalla polizia egiziana e subito liberato: un beduino 40enne padre di otto figli, originario di Mekleh vicino a Nahkhab che agisce con il fratello, noto come Abu Musa. Di costoro sono conosciuti persino i cellulari, eppure sono liberi di girare sulla rotta del traffico che va da Aswan a Rafah.
I predoni beduini hanno chiuso i canale, mi dice il contatto di El Arish. Alla Cnn un leader della tribù beduina Sawarka, una delle più grandi nel Sinai, ha ammesso il traffico di persone e le violenze, e ha puntato l’indice su «alcune canaglie» del clan.
Un altro capo della tribù Tarabin ha riconosciuto il traffico con i Sawarka, spiegando che «su 150mila beduini riguarderebbe 50 persone». Anche lo sceicco del clan Tihi ha parlato in un filmato trasmesso a fine ottobre dall’emittente privata egiziana Channel 25 e girato a Nekhel, nel cuore del Sinai. Anche questo video è rintracciabile su YouTube. Mostra le fosse comuni con i cadaveri calcinati di africani privi di organi, dissanguati e poi strangolati. Il video mostra i resti di un accampamento, e poi farmaci, lacci emostatici. E documenti bruciacchiati di eritrei. Il capo beduino fa il nome del trafficante d’organi: è Solomon Abdallah, alias Abu Abdallah.
Probabilmente per smarcarsi i predoni beduini hanno rilasciato mercoledì 600 persone alla frontiera con Israele, secondo l’Acnur. Un fatto senza precedenti: i rilasci sono sempre avvenuti a piccoli gruppi. Non si sa quanti siano attualmente i prigionieri, ed è presto per dire se il clamore mediatico abbia interrotto lo spregevole mercato.
Il filmato di Channel 25 riporta – scritti nella lingua ge’ez usata dalla Chiesa cattolica eritrea – i nomi di alcuni prigionieri scritti sulle rocce, poco lontano dal luogo dove, di lì a poco, avrebbero trovato la morte più orribile. I nomi di questi cristiani uccisi come bestie sono Kibrom, Wedi Teyki, Almaz, Nazu, Yerus Wehatila, Feven, Ephrem, Eyob, Tsgum Dbarwa, Yonas. All’Occidente e alla sua coscienza addormentata nulla importa di loro, ma la diaspora eritrea li ricorda oggi con una fiaccolata in molte città.
Abbiamo visto dove sono finiti gli eritrei morti nel Sinai, partiamo ora a cercare i sopravvissuti nelle galere egiziane, da El Arish fino ad Aswan.
«Avvenire» dell'11 novembre 2011

02 ottobre 2010

Siamo tutti xenofobi, e la scienza triste della politica serve ad arginarci

Piccola glossa a un concetto che già decide il futuro d’Europa
di Alfonso Berardinelli
Glossa sulla xenofobia. Si potrebbe cominciare dai greci antichi: che trovarono normale definire “barbari”, cioè balbuzienti e incapaci di parlare come si deve, tutti gli stranieri che non conoscevano la loro lingua. La parola barbaro ci appartiene tuttora e anzi oggi è usata spesso dalla sinistra perbene, che trova barbara sempre la parte avversa e mai se stessa, nonché barbaro tutto ciò che, a torto o a ragione, non approva. Le società umane sono fatte (si sa) di classi, ceti, corporazioni, schieramenti, bande, club, tifoserie e in genere gruppi che reciprocamente si guardano storto. I gruppi sono fatti per sentirsi diversi gli uni dagli altri. Desiderano distinguersi e non confondersi. Spesso si osteggiano o si combattono apertamente con mezzi legali o illegali, corretti e più spesso scorretti. Il fatto di dover convivere nello stesso spazio sociale e nello stesso territorio geografico costituisce comunque un problema, più o meno come convivere nella stessa casa. Si sa per esempio che il vero scoglio del matrimonio e della famiglia non è l’amore, è la convivenza dentro i cinquanta o i duecento metri quadrati dello stesso appartamento. La cosa sicura è che quanto più lo spazio è limitato tanto più difficile è sopportarsi. Una volta, nei tempi preistorici nei quali non esistevano i cellulari, si litigava per l’uso del telefono fisso e per la lunghezza delle telefonate dell’uno o dell’altro membro della famiglia. Lo stesso avveniva e avviene tuttora per l’uso del televisore, della radio, del bagno, della cucina, degli armadi, ecc.
Mia sorella (si fa per dire) ha buttato fuori di casa sua figlia e suo genero, provvisoriamente ospiti, perché occupavano e usavano male, secondo lei, lo spazio domestico: si sedevano nelle sedie sbagliate all’ora sbagliata, tanto per dirne una. La gatta dei miei vicini di casa, riservata di carattere e molto signorile, non appena la bambina di un anno e mezzo ha cominciato a eccedere con lei in carezze, ha giudicato persecutorio questo slancio affettivo e per rappresaglia, un bel giorno, ha pisciato con metodo su tutti i materassi, cuscini e pigiami di casa, per significare nel modo più chiaro che era stufa della cara bambina e non ne poteva più delle sue carezze. Tempo fa, a casa di certi amici, una avvenente canarina è stata infilata, a fin di bene, dentro la gabbia abitata da tempo da un maturo e serio canarino. L’idea era che i due si sarebbero amati e fatti una piacevole compagnia; il canarino scapolo avrebbe avuto una felice vita di coppia, uscendo dalla sua deprimente solitudine. Errore. Il canarino solitario è diventato crudele, un vero mostro, con la graziosa canarina, l’ha odiata subito trattandola come un’intollerabile intrusa: non le permetteva di mangiare né di bere né di dormire, in quello spazio di gabbia che considerava assolutamente suo e da non condividere con nessun estraneo.
Qualche anno fa è stato fatto un test a un gruppo di rinoceronti nello zoo di Londra. I cinque rinoceronti mangiavano tutti insieme, in cerchio, da un unico mucchio d’erba collocato al centro. Dai campioni di saliva prelevati nelle loro bocche durante questi banchetti comunitari, risultò che tutti i rinoceronti erano piuttosto stressati. Perché? Da cosa? Si fece una prova: invece di farli mangiare tutti dallo stesso mucchio d’erba si divise il pasto in piccoli mucchi, in modo che ogni rinoceronte avesse davanti un pasto tutto per sé, lontano dai suoi colleghi di zoo. Si rifece il test della saliva e si vide che ora, ognuno per conto proprio, i rinoceronti erano più felici…
Oltre alla decadenza economica e politica, credo che l’Europa degli ultimi due decenni soffra molto a causa di grandi e incontrollabili ondate migratorie da est (Europa ex comunista, Asia) e da sud (Africa). Se l’Europa, se le sue popolazioni si sono spostate politicamente a destra è soprattutto, credo, perché lo spazio europeo, che è piccolo, stipato, gremito e carico di storia, sopporta male una tale massa migratoria, nonostante la liberalità dei suoi ordinamenti costituzionali e nonostante l’alto livello di vita, che per altro non può essere giudicato al riparo da minacce e regressioni. L’Europa, gli europei, così sensibili e sensibilizzati ai problemi del razzismo classico per averlo praticato a lungo, si sono trovati così, quasi da un anno all’altro, a nutrire sentimenti e idee che non condividevano: sono cioè, molto istintivamente, divenuti più o meno apertamente xenofobi.
La xenofobia è una reazione primaria e naturale in ogni gruppo umano che senta minacciato l’assetto, l’identità del proprio territorio. Il comportamento di un corpo sociale è molto simile a quello di un “grosso animale” e andrebbe studiato secondo etologia oltre che secondo sociologia. Siamo dunque come gli animali? In quanto società, direi che siamo più vicini agli animali (tanto da noi amati) che agli angeli. Sarebbe bene che questo elementare materialismo antropologico non venisse dimenticato dagli idealisti né occultato da chi recita da idealista. Marx e Brecht lo sapevano e lo dicevano: “Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral”, prima viene il mangiare e poi viene la morale. Quante famiglie italiane accetterebbero di prendersi in casa uno o due emigrati homeless? E seppure sì, per quanto tempo? A che condizioni? Trattandoli in che modo?
Qui il problema non è di Aprirsi all’Altro, ma di vivere con persone concrete. Va fatta, fra le tante possibili, almeno un’altra considerazione. L’Europa è un continente abitato da un’alta percentuale di anziani. E’ vero che senza “badanti” che provengono da altri paesi i nostri vecchi vivrebbero male. Ma è anche vero che quelli che non hanno ancora bisogno di un’assistenza quotidiana, sono socialmente ansiosi, si sentono fragili e a disagio, se non impauriti, in un ambiente e in uno spazio urbano che stentano a riconoscere, abitato da una quantità (il problema è proprio questo: la quantità) di immigrati, regolari o clandestini, con i quali non è semplice comunicare.
La xenofobia perciò è diffusa, cresce, esiste anche quando ci si vergogna ad ammetterla. E’ sotto pelle e dietro l’angolo. Le competizioni elettorali future verranno probabilmente vinte da chi saprà interpretare e neutralizzare meglio la xenofobia. La politica è una scienza non gaia, ma triste.
«Il Foglio» del 2 ottobre 2010

21 settembre 2010

L'Europa e il contagio della paura

di Enzo Bettiza
Il risultato del voto svedese assume un significato che fa della Svezia il campione dei profondi mutamenti che, da qualche anno, stanno sconvolgendo il panorama politico dell'Europa nordica un tempo immune da tempeste, nevrosi e paure endemicamente diffuse nelle regioni meridionali e orientali del Vecchio Continente. Il significato storico ed emblematico di quanto è emerso dalle urne scandinave va ben al di là di un semplice regolamento o spostamento di conti elettorali da sinistra e destra.
Gli svedesi, assuefatti da quasi un secolo a vivere in un clima di welfare blindato, abbiente, pressoché infinito, hanno determinato col loro voto una sorta d'eutanasia rivoluzionaria: hanno staccato la presa dell'ossigeno al già indebolito partito socialdemocratico, infliggendogli, per la prima volta in ottant'anni, un catastrofico calo di oltre il 4 per cento. Sempre per la prima volta una coalizione moderata di centrodestra, guidata con accortezza dal premier Fredrik Reinfeldt ed elevata alla notevole percentuale del 49,1 (un passo dalla maggioranza assoluta), è riuscita non solo a portare a termine il mandato governativo, ma potrà e dovrà impegnarsi sia pure con qualche spinosa difficoltà nella formazione di un secondo esecutivo.
Nella lineare e neutrale vicenda della Svezia contemporanea, sostanzialmente modellata e condizionata dal predominio socialdemocratico, non era ancora successo dalla fine della guerra che i conservatori crescessero al punto di conquistare due mandati di seguito.
Il primo dato impressionante emerso dalle urne è infatti la conferma di quella che l'Economist, con icasticità clinica, definisce oggi «la strana morte della socialdemocrazia svedese». Basti pensare che solo cinque anni prima il severo Guardian, influente negli ambienti laburisti, vedeva nella Svezia forgiata dai governi di Olof Palme «la migliore delle società che il mondo avesse mai conosciuto». Per anni i socialisti europei, e non solo europei, avevano ammirato e contemplato nella nazione guida della Scandinavia un socialismo democratico austero e generoso insieme, capace di combinare un fisco esigentissimo e una spesa pubblica massiccia con un'economia robusta e un'alta qualità della vita. I Paesi vicini e consimili, Finlandia, Danimarca, Norvegia, perfino l'Olanda, cercavano d'imitarne con successo la lezione che conteneva in sé anche una notevole e talora ardita tolleranza nel settore dei diritti civili, concessi sia ai concittadini sia agli stranieri immigrati.
Dopo l'enigmatico assassinio di Palme nel 1986, mai chiarito fino in fondo, le prime ombre cominciarono a oscurare il paradiso socialdemocratico di Stoccolma. Iniziò a turbarsi la sostanziale stabilità politica, presero ad aprirsi parentesi governative gestite dai conservatori, la Svezia nel 1994 siglò gli accordi per l'ingresso nell'Unione Europea. Con il progressivo allargamento verso l'Europa orientale postcomunista si profilarono, anche per gli svedesi, ormai stanchi del modello socialista, troppo fiscale con i compatrioti e troppo indulgente con gli stranieri, i due problemi insidiosi che l'Europa intera conosce da alcuni anni: la crisi economica combinata con la crisi dell'immigrazione incontrollata. Sul piano economico il governo dei conservatori moderati, eletto nel 2006, capeggiato dal primo ministro Reinfeldt e amministrato dal responsabile delle Finanze Borg, ha saputo affrontare con sagacia e competenza la crisi, senza smantellare le fondamenta del sistema socialdemocratico ma correggendone gli eccessi ideologici e ammorbidendo con interventi liberisti e maggiore elasticità gli spazi operativi dell'industria privata. Il compromesso è riuscito, il prodotto lordo è aumentato, la disoccupazione è calata. Oggi la Svezia occupa un posto d'avanguardia nell'economia mondiale. Il contrasto con la situazione stentata di non pochi Paesi europei è più che notevole: è quasi schiacciante.
Alla fine, anche su questa Svezia economicamente risanata e ristabilizzata incombe lo stesso pericolo che oggi travaglia, assieme alle regioni scandinave, tanti altri Paesi europei. Esso incombe però con forza particolarmente nevrotica a Stoccolma, a Helsinki, a Copenaghen, ad Amsterdam, nelle parti fiamminghe del Belgio: cioè proprio nei vivai delle civiltà nordiche più evolute, fino all'altroieri culturalmente più aperte alla tolleranza e alla convivenza con il diverso, con l'esule, con l'immigrato in cerca di pane e di protezione. Il retaggio di tolleranza, di carità umana, depositato in quelle gelide terre settentrionali dal protestantesimo e dalle socialdemocrazie, si è come rovesciato nella grande paura dei diversi che oggi vagano e premono a tutte le porte del continente. Il cortocircuito prodotto dalla paura per la calata in massa dei dissimili, paura ancestrale, che per facile retorica definiamo troppo sbrigativamente «xenofobia», sta fomentando perfino nella civilissima Svezia una contropartita politica. Qui, difatti, si è verificata un'ennesima «prima volta» con la rottura dello sbarramento elettorale del 4 per cento e l'entrata imbarazzante in scena dell'estrema destra del giovanissimo Jimmie Akesson. Esorcizzati non solo dai perdenti socialdemocratici di Mona Sahlin, ma anche dal vincente conservatore Reinfeldt, i «Democratici svedesi» capitanati da Akesson hanno raggiunto, pare, più del 6,5 percento dei voti al grido «restituiamo la Svezia alla Svezia». La situazione è poco piacevole soprattutto per Reinfeldt che, dopo aver annunciato che non toccherà Akesson «neppure con le pinze», potrebbe vedersi costretto a trattare una scandalosa coalizione proprio con l'intoccabile. La vittoria del centrodestra moderato è stata purtroppo incompleta: alla coalizione manca una manciata di voti per formare un esecutivo da soli.
Non sappiamo quello che potrà succedere a giorni a Stoccolma. Sappiamo invece che la paura sta dilagando per il Nord. In Finlandia stanno correndo forte i cosiddetti «Veri finlandesi» che esaltano la «dignità delle tradizioni silvane». In Danimarca sta crescendo il «Partito del popolo» che basa la sua campagna sul «pericolo immigrati». In Olanda il «Partito della libertà» di Geert Wilders ha già 24 seggi in Parlamento e intrattiene contatti sempre più stretti con i consanguinei nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belang. Tutti, compresi i nazionalradicali di Budapest e di Bucarest, si riuniranno a fine ottobre ad Amsterdam per festeggiare l'ormai leggendario Wilders.
Si vede, insomma, che il caso svedese è tutt'altro che isolato. L'Europa si è fatta più piccola, mentre la paura, che andrebbe studiata e non solo respinta con anemica «correttezza politica», si va facendo sempre più grande e più ubiqua. Non basta condannare alla rinfusa i «cattivi». Bisognerebbe anche sforzarsi di spiegare come e capire perché sono diventati tali dal Baltico fino al Danubio.
«La Stampa» del 21 settembre 2010

09 settembre 2010

2026 La vittoria dei barbari

di Alessandro Baricco
Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi son portato un po’ avanti col lavoro. Prendetela così. Ecco l'articolo.
Alle volte si scrivono libri che sono come duelli: finita la sparatoria guardi chiè rimasto in piedi,e se non sei tu, hai perso. Quando ho scritto I barbari, venti anni fa, poi mi son guardato attorno ed erano ancora tutti lì, belli in piedi. Aveva tutta l’aria di una disfatta, ma la cosa non mi quadrava. Allora mi son seduto e ho aspettato. Il gioco è stato vederli cadere uno ad uno, tardivi ma stecchiti. Ci vuole solo pazienza. Alle volte agonizzano molto elegantemente. Alcuni franano a terra tutto d’un colpo. Non la prenderei come una vittoria, probabile che cadano per consunzione loro, non per i miei proiettili: ma certo non avevo mirato male, mi viene da dire, a parziale consolazione. L’ultimo che ho visto crollare, dopo aver vacillato a lungo con grande lentezza e dignità, mi ha emozionato, perché lo conoscevo bene. Credo di avere in passato anche lavorato per lui (con pistole caricate a parole, come sempre). Più che uno, è una: la profondità. Il concetto di profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. Forse qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei Barbari. Li alimentava l’ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta, al riparo dalle più facili evidenze, conservato nel freezer di una oscurità remota, accessibile solo alla pazienza, alla fatica, all’indagine ostinata. Le cose erano alberi - se ne sondavano le radici. Si risaliva nel tempo, si scavava nei significati, si lasciavano sedimentare gli indizi. Perfino nei sentimenti si aspirava a quelli profondi, e la bellezza stessa la si voleva profonda, come i libri, i gesti, i traumi, i ricordi, e alle volte gli sguardi. Era un viaggio, e la sua meta si chiamava profondità. (segue dalla copertina) La ricompensa era il senso, che si chiamava anche senso ultimo, e ci concedeva la rotondità di una frase a cui, anni fa, credo di aver sacrificato una marea di tempo e luce: il senso ultimo e profondo delle cose. Non so quando, esattamente, ma a un certo punto questo modo di vedere le cose ha iniziato a sembrarci inadatto. Non falso: inadatto. Il fatto è che il senso consegnatoci dalla profondità si rivelava troppo spesso inutile, e talvolta perfino dannoso. Così, come in una sorta di timido preludio, ci è accaduto di mettere in dubbio che esistesse poi davvero un "senso ultimo e profondo delle cose". Provvisoriamente ci si orientò per definizioni più soft che sembravano rispecchiare meglio la realtà dei fatti. Che il senso fosse un divenire mai fissabile in una definizione ci sembrò, ad esempio, un buon compromesso. Ma oggi credo si possa dire che semplicemente non osavamo abbastanza, e che l’errore non era tanto credere in un senso ultimo quanto il relegarlo in profondità. Quel che cercavamo esisteva, ma non era dove pensavamo. Non era lì per una ragione sconcertante che la mutazione avvenuta negli ultimi trent’anni ci ha buttato in faccia, emanando uno dei suoi verdetti più affascinanti e dolorosi: la profondità non esiste, è un’illusione ottica. È l’infantile traduzione in termini spaziali e morali di un desiderio legittimo: collocare ciò che abbiamo di più prezioso (il senso) in un luogo stabile, al riparo dalle contingenze, accessibile solo a sguardi selezionati, attingibile solo attraverso un cammino selettivo. Così si nascondono i tesori. Ma nel nasconderlo avevamo creato un Eldorado dello spirito, la profondità, che in realtà non sembra mai essere esistito, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati. Piuttosto scioccante, non c’è santo. Infatti uno dei traumi cui la mutazione ci ha sottoposto è proprio il trovarsi a vivere in un mondo privo di una dimensionea cui eravamo abituati, quella della profondità. Ricordo che in un primo momento le menti più avvedute avevano interpretato questa curiosa condizione come un sintomo di decadenza: registravano, non a torto, la sparizione improvvisa di una buona metà del mondo che conoscevano: oltretutto, quella che veramente contava, che conteneva il tesoro. Da qui l’istintiva inclinazione a interpretare gli eventi in termini apocalittici: l’invasione di un’orda barbarica che non disponendo del concetto di profondità stava ridisponendo il mondo nell’unica residua dimensione di cui era capace, la superficialità. Con conseguente dispersione disastrosa di senso, di bellezza, di significati - di vita. Non era un modo idiota di leggere le cose, ma ora sappiamo con una certa esattezza che era un modo miope: scambiava l’abolizione della profondità con l’abolizione del senso. Ma in realtà quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose. Non spariva, si spostava. La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d’artigianato spirituale che passerà alla storia. Sulla carta, i rischi erano enormi, ma va ricordato che la superficie è il luogo della stupidità solo per chi crede nella profondità come luogo del senso. Dopo che i barbari (cioè noi) hanno smascherato questa credenza, collegare automaticamente superficie e insignificanza è diventato un riflesso meccanico che tradisce un certo rincoglionimento. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segretae riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. Non suona poi tanto male. Soprattutto sembra più adatto alle nostre abilitàe ai nostri desideri. Per gente incapace di stare fermae di concentrarsi, ma in compenso velocissima nello spostarsi e nel collegare frammenti, il campo aperto della superficie sembra la sede ideale dove giocarsi la partita della vita: perché mai dovremmo giocarcela, e perderla, in quei cunicoli nel sottosuolo che si ostinavano a insegnarci a scuola? Così non sembriamo aver rinunciatoa un senso, nobilee alto, delle cose: ma abbiamo iniziato a inseguirlo con una tecnica diversa, cioè muovendoci sulla superficie del mondo con una velocità e un talento che gli umani non hanno mai conosciuto. Ci siamo orientatia formare figure di senso mettendo in costellazione punti del reale attraverso cui passiamo con inedita agilità e leggerezza. L’immagine del mondo che i media restituiscono, la geografia di ideali che la politica ci propone, l’idea di sapere che il mondo digitale ci mette a disposizione non hanno ombra di profondità: sono collezioni di evidenze sottili, perfino fragili, che organizziamo in figure di una certa potenza. Le usiamo per capire il mondo. Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell’approfondimento: l’incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. Nei libri, nella musica, in ciò che chiamiamo bello guardandolo o ascoltandolo, riconosciamo sempre più spesso l’abilità a pronunciare l’emozione del mondo semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce: è l’estetica che ci piace coltivare, quella per cui qualsiasi confine tra arte alta e arte bassa va scomparendo, non essendoci più un basso e un alto, ma solo luce e oscurità, sguardi e cecità. Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella se con tanta urgenza e passione ci preoccupiamo, come mai nessuno prima di noi nella storia del genere umano, di salvare il pianeta, di coltivare la pace, di preservare i monumenti, di conservare la memoria, di allungare la vita, di tutelare i più deboli e di difendere il lardo di Colonnata. In tempi che ci piace immaginare civili, bruciavano le biblioteche o le streghe, usavano il Partenone come deposito di esplosivi, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, e spazzavano via popoli interi per farsi un po’di spazio. Erano spesso persone che adoravano la profondità. La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. Meglio: in essa siamo capaci di tracciare un senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità: oltre ogni misura ragionevole patiamo le ideologie, gli integralismi, ogni arte troppo alta e seria, qualsiasi sfacciata pronuncia di assoluto. Probabilmente abbiamo anche torto, ma sono cose che ricordiamo saldate in profondità a ragioni e sacerdozi indiscutibili che ora sappiamo fondati sul nulla, e ne siamo ancora offesi - forse spaventati. Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia. La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri. Vent’anni fa avrei avuto paura a scrivere frasi del genere. Mi era chiaro perfettamente che stavamo giocando col fuoco. Sapevo che i rischi erano enormi e che in una simile mutazione ci giocavamo un patrimonio immenso. Scrivevo I barbari, ma intanto sapevo che lo smascheramento della profondità poteva generare il dominio dell’insignificante. E sapevo che la reinvenzione della superficialità generava spesso l’effetto indesiderato di sdoganare, per un equivoco, la pura stupidità, o la ridicola simulazione di un pensiero profondo. Ma alla fine, quel cheè accadutoè stato soltanto il frutto delle nostre scelte, del talento e della velocità delle nostre intelligenze. La mutazione ha generato comportamenti, cristallizzato parole d’ordine, ridistribuito i privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso che a suo modo il mito della profondità tramandava. Sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e gestire la mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa, né sono capaci di immaginarla, né sono interessati a tramandarla. Da essi stiamo ricevendo un mondo brillante senza futuro. Ma come sempre è successo, ostinatae talentuosaè stata anche la cultura della promessa, e capace di estorcere al disinteresse dei più la deviazione della speranza, della fiducia, dell’ambizione. Non credo sia stolto ottimismo registrare il fatto che oggi, nel 2026, una cultura del genere esiste, sembra più che solida, e spesso presidia le cabine di comando della mutazione. Da questi barbari stiamo ricevendo un’impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all’altezza dei nostri cuori, per così dire. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettivee sovrapersonali,e per questo mi ricordano la moltitudine senza nomi dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. È un lavoro delicato, e destinato a collezionare errori. Ma è l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità,a chi verrà, non solo il passato, ma anche un futuro.
«La Repubblica» del 26 agosto 2010

08 settembre 2010

Il cuore dell'uomo ferma la barbarie

di Enzo bianchi
Un’interessante discussione sui barbari ha avuto luogo tra Alessandro Baricco ed Eugenio Scalfari sulle colonne di Repubblica nei giorni scorsi, quasi in concomitanza con gli interrogativi e le polemiche suscitati dalla politica francese di espulsione dei rom e con l’imbarazzante visita di un capo di Stato nordafricano a Roma. L’intersecarsi di questi elementi - un’arguta riflessione che potrebbe restare sul piano della dialettica intellettuale, una drastica misura di polizia che accredita l’equazione immigrati-delinquenti e una preoccupante abdicazione della difesa dei diritti umani di fronte agli interessi economici - mi suggerisce di tornare ad alcune considerazioni che da tempo cerco di approfondire sulla pericolosa china del ritorno alla barbarie che la nostra società ha imboccato da tempo. Sì, la barbarie devasta già il presente.
L’identificazione che Baricco suggerisce dei barbari, presenti e futuri, con quanti cercano il senso in superficie anziché in profondità, e non più con coloro che parlano una lingua incomprensibile, è indubbiamente una trovata stimolante, che tra l’altro conferisce un’accezione positiva - o almeno neutra - al termine barbaro, ma non mi pare regga a un esame più approfondito. E questo non solo per i rilievi mossi da Scalfari, che mette in luce come anche questo muoversi leggeri sulla superficie delle cose sia reso possibile dalla conoscenza di quanto si trova in profondità.
Ritengo infatti che la barbarie - e quando si usa questo sostantivo anziché l’aggettivo «barbaro» l’accezione torna univocamente negativa - non nasca e non emerga dalla sua superficialità, bensì proprio dal lasciar venire in superficie istinti profondi che abitano il cuore umano. Del resto, chi abbia una minima conoscenza del lavoro dei contadini sa bene che quanto cresce sulla superficie così come i frutti che si possono raccogliere sono imprescindibilmente legati con quanto avviene in profondità, con il nutrimento che le radici traggono dal terreno e con il paziente lavoro compiuto sul terreno stesso.
Così gli atteggiamenti esterni, anche quelli apparentemente più superficiali, nascono dal profondo e in questo senso la deriva cui assistiamo appare ancor più drammatica. Se infatti si trattasse solo di eventi epidermici, avrebbero vita effimera e non lascerebbero tracce nel sentimento comune. Invece è come se dall’interiore degli esseri umani fuoriuscissero le infezioni a lungo covate. Cosa è venuto meno, nei singoli e nella collettività, perché alcuni atteggiamenti di cui un tempo ci si vergognava vengano oggi non solo assunti come possibili, ma addirittura additati come esemplari? Perché sentimenti viscerali che eravamo consapevoli di dover domare ora vengono non solo tollerati ma sovente incoraggiati? Com’è possibile fingere di ignorare che nelle società non imbarbarite esistono diritti delle persone in quanto tali, indipendentemente dal loro essere cittadini di un determinato Stato? Cosa è accaduto perché a livello di istituzioni come di mezzi d’informazione si torni a contabilizzare le statistiche della criminalità suddivise per nazionalità o etnie? Il venir meno delle ideologie sembra aver trascinato con sé anche la morte di ogni ideale, la crisi delle motivazioni dell’agire personale e del progettare comune la convivenza: l’interesse particolare, la difesa della tribù, il vantaggio a breve termine, il successo a scapito della giustizia sembrano dettare legge, e ogni appello al senso di responsabilità verso le generazioni future o al debito verso quelle passate è irriso come dabbenaggine.
Quando, ormai alcuni anni fa, additavo come autentica emergenza non la sicurezza o l’immigrazione, ma piuttosto la sopravvivenza della nostra stessa civiltà, in via di smarrimento, non mi auguravo certo di essere confermato nei miei timori. Eppure, non ci si rende conto che ferendo la dignità di una persona - povero, immigrato, debole o straniero che sia - si ferisce l’intera condizione umana, così come, specularmente, il salvare una sola vita significa mettere in salvo l’umanità. È vero che i problemi complessi suscitati dalla globalizzazione non possono essere affrontati e risolti dai singoli e nemmeno da uno Stato da solo, ma ciò di cui c’è bisogno non è una semplice alleanza strategica, ma un soprassalto di consapevolezza del nostro esistere solo in rapporto con gli altri. Perché la barbarie inizia quando alle persone manca il senso, l’orientamento, il significato delle loro esistenze: l’insignificanza della vita, del lavoro, della convivenza non traccia cammino ma genera barbarie.
Solo se ciascuno riscopre in sé e nel suo «prossimo» un vicino che non ci è dato di scegliere, la profonda natura di essere umano, solo se si intraprende quotidianamente un’opera di autentica umanizzazione di se stessi e dell’altro, solo se si aiuta l’essere umano a essere tale sarà possibile condividere un futuro migliore. Il «noi» senza «gli altri» è totalmente depersonalizzato e l’umanizzazione non è possibile se non si rinuncia all’alternativa individuo-società attraverso il progetto di una communitas in cui la responsabilità è innanzitutto responsabilità verso l’altro. Responsabilità che nasce dall’atto umano del credere: nell’altro, nella terra, nel domani.
Ed è dal profondo, dal cuore dell’uomo che bisogna ripartire, perché senza vita interiore, senza spessore etico nessuna pianta potrà sopravvivere: né il fiore leggiadro che rallegra gli occhi e profuma la vita, né l’albero rigoglioso che nutre con i suoi frutti abbondanti. Da lì, dall’interiorità di essere umani degni di tal nome potrà trarre linfa anche una rinnovata coesione della nostra società: una coesione non ideologica, ma tesa all’ideale di giustizia, uguaglianza, solidarietà sarà in grado di raccogliere la sfida della post-modernità e di leggere e interpretare i fenomeni epocali cui ci troviamo confrontati in modo «sensato», cioè orientato a una spiegazione che è già principio di soluzione. Per tutti ci sono solo segmenti di senso nello spazio della conoscenza; per alcuni e nello spazio della convinzione ci può essere anche il senso dei sensi o il senso ultimo. Grazie alle sorgenti profonde dell’umanità sarà possibile fermare la barbarie che avanza come il deserto.
«La Stampa» del 5 settembre 2010