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31 ottobre 2020

Nizza, Charlie Hebdo, e la libertà di essere orribili

di Luca Bottura
La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all'Occidente c'è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull'architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l'è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici. Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull'Italia dopo il terremoto, con il sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che "non fa ridere". Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.
Ma c'è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l'inchiostro.
Delle due, dunque, l'una: l'emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all'altezza dell'articolo 21.
Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss'altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l'opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.
A quel punto però si pone la domande delle domande: chi li decide, questi limiti?
Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l'autocensura? Perché mica ce n'è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.
Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta? Nulla contro Vittorio Feltri, per dire. Ma se a lui danno fastidio i musulmani, e lo scrive tutti i giorni a caratteri di scatola, io non avrei mai pubblicato il titolo "Vaffanmerkel".
Per sua fortuna, mia, e di tutti, non ho potuto impedirglielo.
Da queste parti, dopo che è diventato l'Oriana Fallaci d'Oltralpe, si porta molto bene il filosofo francese Houellebecq, che da molti libri in qua sembra nient'altro che una copia senza battute del comico Dieudonné. I suoi testi sono ormai riferimento per la nostra Destra sovranista, quella che chiede dimissioni di ministri perché un tizio sbarcato in Italia è andato a spargere sangue in Francia, contando sul win-win: governano gli altri, li accusano di negligenza e di favoreggiamento dell'invasione. Ci fossero stati loro, ne avrebbero approfittato per sollecitare qualche escalation autoritaria. Il Bignami più noto di Houllebecq si intitola "Sottomissione".
Ecco: non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere. Siamo più forti di così. Dovrebbero esserne consapevoli anche quelli che, appunto, cianciano ogni secondo di "superiorità culturale".
È un concetto rozzo. Ma anche se fosse, è arrivato il momento in cui ci tocca di dimostrarlo. Restando liberi.
Visto, si stampi.

«la Repubblica» del 30 ottobre 2020

13 giugno 2020

Michel Onfray: "Muore la libertà con i nostri clic"

Nel suo nuovo saggio il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello. "Mai come oggi c'è stata una così forte servitù volontaria"
di Roberto Saviano
Michel Onfray è un filosofo che leggo esattamente come ascolto Thelonious Monk, Chilly Gonzales o Martha Argerich, quando mi sento in mare aperto, senza direzione loro mi danno orizzonte. Onfray è un filosofo libertario, è un misuratore della tossicità del potere; un metodo anarchico governa il suo ragionare. Esce in Italia il suo Teoria della dittatura, un testo che si adopera nella complessa descrizione di come accade che i governi si tramutino in tirannie e di come anche le democrazie si sclerotizzino in dinamiche autoritarie. Onfray individua sette fasi principali che trasformano uno Stato in dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura, propagare l'odio, aspirare all'Impero. Il desiderio che hai, quando finisci un suo libro, è di chiamare Onfray per chiarire la costellazione di dubbi che ti ha innescato. Così, questa volta, ho deciso di farlo.

Per distruggere la libertà tu dici, Michel, che bisogna assicurare una sorveglianza continua, distruggere la vita personale, eliminare la solitudine, divertire con le feste comandate, uniformare l'opinione, denunciare i crimini di pensiero. La felicità, la sua ricerca, può essere uno strumento per contrastare l'autoritarismo o, al contrario, il trabocchetto insito nella propaganda autoritaria, ovvero perdi libertà ma in cambio hai più felicità?
"La felicità non può essere l'ultima parola in un mondo in cui c'è chi ritiene che non ci sia nulla di sbagliato nell'ottenere la propria felicità a scapito degli altri. La lotta contro l'autoritarismo è materia per caratteri temprati, che abbiano il senso dell'interesse generale e la capacità di mettere da parte la propria felicità in nome dell'ideale superiore della virtù civica, come fece Catone il Vecchio".

Onfray scrive che per impoverire la lingua, bisogna: usare un linguaggio a doppia valenza, distruggere parole, piegare la lingua all'oralità, eliminare i classici. Per abolire la verità, bisogna: imporre l'ideologia, strumentalizzare la stampa, diffondere notizie false, ricreare la realtà.

Tutte le dittature - chiedo - hanno la loro neolingua che riduce ogni concetto a slogan: è quello che sta accadendo con il web. Esiste una soluzione?
"La scuola repubblicana che insegnava a ragazzi e ragazze a leggere, scrivere, far di conto e pensare senza guardare alle loro origini sociali è morta nel maggio del '68. È stata sostituita da un dispositivo ludico nel quale l'apprendimento di contenuti è stato abbandonato in favore della sollecitazione di un ipotetico genio infantile. La scuola, che una volta produceva cittadini, adesso produce pecore di Panurgo in catena di montaggio. La moralizzazione della rete, che tra le altre cose implicherebbe di far rispettare le leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant'altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell'avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio".

Nel tuo libro descrivi Amazon, Facebook, Netflix, Google, Apple come la più articolata forma totalitaria che esista. Come contrastare il loro potere oggi, dopo che sono state, durante la pandemia, le piattaforme gratuite per relazioni umane, lavoro, scuola e intrattenimento?
"Questa è in effetti la questione politica per eccellenza. In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l'esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n'è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: "Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi". Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c'è schiavo peggiore di chi si crede un padrone".

La sinistra europea in tutto questo?
"La sinistra è morta nel marzo del 1983 con François Mitterrand che ha presentato l'Europa liberale come un progresso storico che avrebbe portato la piena occupazione, l'amicizia tra i popoli, la fine del razzismo e delle guerre, la prosperità economica. La propaganda fu così insistente da riuscire a far approvare il Trattato di Maastricht nel 1992, anche se per un pelo. In seguito, anno dopo anno, il popolo si è reso conto che gli avevano venduto un prodotto adulterato, che produceva il contrario di quello che prometteva".

In "Teoria della dittatura" racconti di una sinistra che fu di Jean Jaurès e di Léon Blum, che poi si trasforma nell'alleanza con il capitalismo più spinto. Porti l'esempio di Mitterand: fu cattiva fede o speranza di democratizzare il capitale?
"Una volta al potere, Mitterrand è rimasto di sinistra per ventidue mesi: dopo la cosiddetta "svolta dell'austerità" del 1983 ha abbandonato il socialismo e, fino alla fine del suo secondo settennato, nel 1995, ha fatto politiche di destra continuando a presentarsi come un uomo di sinistra. La "sinistra" al governo ha fatto politiche di destra mentre a parole continuava a dire di essere di sinistra e la sua schizofrenia è stata sostenuta dal gran parte del popolo francese, che sembrava come incantato. Questa "sinistra" ha vissuto cinque anni pietosi con la presidenza di François Hollande e adesso è morta, rea di non aver mai denunciato questa truffa di dimensioni storiche".

Mi ha sorpreso la tua descrizione di De Gaulle come un politico autonomo che cercò di non trasformare la Francia in una colonia americana e che fu per questo osteggiato da tutti.
"De Gaulle era un uomo di sinistra sostenuto dalla destra e Mitterrand era un uomo di destra sostenuto dalla sinistra. È il grande malinteso del XX secolo. De Gaulle è l'uomo che ha inventato la Resistenza. È l'uomo che ha creato la Francia libera, arma da guerra che ha contribuito alla liberazione dell'Europa. Come capo di Stato ha ripristinato le libertà civili e ha respinto con un solo gesto il rischio dell'imperialismo americano e contemporaneamente il progetto stalinista sostenuto dai comunisti armati. Ha dato il diritto di voto alle donne, ha decolonizzato molti Paesi dell'Africa nera e ha messo fine alla guerra d'Algeria. È l'uomo della previdenza sociale e della pillola contraccettiva. È l'uomo che non ha fatto sparare sulla folla nel Maggio '68 e che risponde al '68 con la partecipazione, con un progetto che fa così tanta paura alla destra che alla fine si convince a eliminarlo dalla scena con la scusa del referendum del 1969. Infine e soprattutto, è l'uomo della rettitudine e della linearità, della moralità. Un contemporaneo di Catone il Vecchio".

La pandemia che mondo ci lascerà?
"Lo stesso ma peggiore. Modificherà il lavoro, l'insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna: il telelavoro, la sostituzione della "presenza" con la "distanza" aumenterà i poteri della società del controllo, che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. Il virtuale soppianterà il reale ogni volta che sarà possibile, e a governare sul virtuale ci sarà il Big Brother. Del resto, non poteva essere altrimenti visto che l'ha inventato lui".
«la Repubblica» del 12 giugno 2020

31 gennaio 2017

Filmare un uomo sbranato da una tigre è da sciacalli?

di Luca Mastrantonio
In Cina, in uno zoo a Ningbo (Shanghai), domenica un uomo è stato attaccato e sbranato da un gruppo di tigri, una delle quali è stata abbattuta per recuperare l’uomo, poi morto in ospedale. Alla scena hanno assistito anche la moglie e i due figli dell’uomo che aveva scavalcato il muro del recinto per non pagare il biglietto. Le associazioni animaliste hanno protestato per le condizioni di cattività che rendono le tigri più aggressive. YouTube e i social intanto si sono riempiti di video dell’accaduto.
Qualcuno, tra i commenti, ha notato un fatto che dovrebbe sorprenderci, ma forse siamo così assuefatti alla dipendenza tecnologica da ignorarlo: sugli spalti ci sono persone che filmano tutto con il proprio cellulare. Lunghissimi minuti in cui i felini attaccano l’uomo; qualcuno urla, le guardie intervengono, e in tanti mettono a fuoco la scena sugli schermi, per riprendere al meglio il numero fuori programma, che trasforma lo zoo in un’arena mediatica; e trasforma però quelli che filmano l’uomo senza sapere se ce la farà, se è già cadavere o respira ancora, in sciacalli.
Un voyeurismo circense che ben conoscono lettori e telespettatori della saga di Hunger Games, dove le prove assassine dei concorrenti sono seguite da tutti gli abitanti dei distretti assoggettati a una specie di Grande Fratello sadico, un Minotauro mediatico che esige il suo tributo di sangue.
Torna alla mente, per chi ha visto la serie tv Black mirror, la puntata Orso bianco, dove i visitatori di un parco assistono e riprendono la caccia che alcuni uomini danno a una donna. Si muovono come zombie acerbi perché ancora vivi, lobotomizzati quasi dal voyeurismo cui danno sfogo.
Non è tutta colpa del mezzo, certo. In parte è la versione digitale e globale della stupida curiosità che causa rallentamenti, pericolosi, in autostrada, di chi si ferma per vedere l’incidente nell’altra corsia.
Ma siamo oltre la morbosità per un evento cruento; o il cinico sollievo di osservare a quali sventure si è scampati; c’è una bulimia della realtà, anche la più cruda, da catturare con i cellulari nell’illusione di poterla vivere di più, perché rivista, condivisa. È però è un’autoipnosi pericolosa, simile a quella che colpì il protagonista del libro di Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916), che riprende un attore sbranato da una tigre. Alienato, muto per lo choc, finisce di essere umano e diventa, meccanicamente, una mano.
«Corriere della sera» del 30 gennaio 2017

04 gennaio 2017

Il giudice è il lettore

Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza
di Mario Calabresi
L’Italia è al 77esimo posto nella classifica della libertà di stampa, dietro Paesi africani come Burkina Faso e Benin. Il motivo? Non quello che pensano i detrattori del nostro giornalismo, ovvero l’asservimento al potere, ma il contrario: troppi sono i giornalisti minacciati dalle mafie e dalla criminalità organizzata per le loro inchieste su malaffare e corruzione. Come se non bastasse abbiamo il record delle cause contro i giornali intentate dai politici, che mal sopportano l’idea che qualcuno faccia loro le pulci o li critichi e così ricorrono ai tribunali con evidente scopo intimidatorio.
Non da ieri si è aggiunto alla schiera dei politici che vorrebbero mettere la museruola ai giornalisti anche Beppe Grillo. Evidentemente infastidito dall’idea che qualcuno rompa l’incantesimo a 5 Stelle e denunci corruzione, incapacità e opacità delle amministrazioni a lui legate, come sta accadendo a Roma.
Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.
I danni che questo nuovo conformismo della Rete sta facendo al dibattito pubblico sono incalcolabili. Grillo propone una giuria popolare di fronte alla quale trascinare i direttori per far loro ammettere gli errori a testa bassa. Se l’idea della giustizia popolare non facesse venire alla mente precedenti storici drammatici, sarebbe da riderci sopra. E quanto ai tribunali, esistono già e continuamente si occupano di direttori chiamati a rispondere per quanto scritto sui loro giornali. A Grillo piace l’idea di una giustizia fai da te, come quella che decide espulsioni e ammende all’interno del movimento.
A noi, però, preoccupa di più il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione
e il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.
«la Repubblica» del 4 gennaio 2017

18 novembre 2016

La secessione dalla correttezza nel silenzio della cabina elettorale

L’analisi
di Pierluigi Battista
Gli elettori americani hanno votato, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice. E per molti, che pubblicamente avevano dichiarato di voler votare Clinton, proprio alle urne si è consumata la vendetta contro il «politicamente corretto»
Molti elettori americani, raccontano gli inviati in Ohio e nel Michigan, o nel Wisconsin, confessano di aver mentito nei sondaggi e di aver tenuto nascosto che avrebbero votato per Trump. «Non volevo che mi criticassero», dice uno. «Non volevo litigare», dice un’altra. «Mi avrebbero fatto vergognare», ha confessato un altro ancora. Ma perché? Cosa li ha trattenuti dal dire la verità? Volevano tenere segreta la loro scelta «impresentabile», ecco perché. Non avrebbero mentito se avessero scelto Clinton, perché sapevano che la loro scelta sarebbe rientrata nei canoni della correttezza (politica). Sapevano che esistono delle regole che impongono ciò che si può dire e ciò che non si può dire e che «io voto Trump» avrebbe infranto queste regole non scritte. E in cuor loro sapevano che chi imponeva quelle regole faceva parte del mondo che ha il potere delle parole. E contro i depositari del potere delle parole, contro il solito establishment, è partita la rivolta.
La «secessione delle plebi» come ha osservato acutamente Massimo Cacciari. La secessione segreta ma inesorabile dal mondo del «politicamente corretto». La secessione dal «regno della parola» come si intitola un libro che sta per uscire in Italia (Giunti) di Tom Wolfe, uno scrittore che ha infilzato i tic e le autocensure del politicamente corretto come nessun altro. Un regno in cui comandano antipatici pedagoghi, educatori odiosi che bacchettano sulle dita i riottosi e i trasgressori. E i pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano. Si votano invece, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice, quelli che stanno fuori, che stanno contro, che parlano una lingua libera dalle ingiunzioni del politicamente corretto. Votano Trump. O votano Brexit senza dirlo ai sondaggisti ma nel segreto dell’urna per mettere in pratica una secessione radicale dai gruppi dirigenti della società che parlano una lingua spocchiosa e innaturale, elitaria e censoria, autoritaria e intransigente: la lingua del politicamente corretto, appunto.
Il politicamente corretto ha anche qualche merito: impone di non offendere chi è più debole, chi viene messo ai margini attraverso il linguaggio. Quando esagera, diventa uno strumento intollerante. Vietare all’Università il «Tito Andronico» di Shakespeare perché, bollandolo di sessismo, contiene scene di stupro e offende le studentesse che hanno subito molestie sessuali non è solo una sciocchezza, ma esaspera la rivolta, offre un’arma a chi sente come asfissiante il controllo delle parole nella dimensione pubblica e si rifugia in una resistenza privata che arriva fino al voto segreto e scandalosamente inaccettabile. Nella dimensione pubblica viene lasciato campo libero ai guardiani occhiuti del verbo della correttezza politica. Ma lontano dallo sguardo sociale si prepara la vendetta.
Dicono che non è vero, che l’emergere dei movimenti «populisti» stia al contrario sdoganando il politicamente scorretto e la cattiveria. Sicuri? Nel mondo dei social, dove circolano cose feroci e anche immonde sulle donne, sui neri, sui gay, sugli immigrati, i troll più scatenati sono quasi tutti degli anonimi, che dalla caverna segreta del rancore vomitano insulti contro il mondo del politicamente corretto senza mai rivelare la loro identità. Si nascondono, non vogliono dire la verità, sanno che nella dimensione pubblica non potrebbero sopportare nemmeno una parte della riprovazione che viene loro riservata quando sono protetti dell’anonimato. Non è vero che tutto è stato sdoganato e che siamo, come scrive Antonio Padellaro sul Fatto, all’apologia spudorata del «rutto libero».
E poi chi si separa dal dominio del politicamente corretto, sente che i suoi custodi e sacerdoti sono immersi nell’ipocrisia del doppio standard, che sono severi con gli altri e quando fa loro comodo non hanno pudore. Deplorano la violenza verbale, le espressioni smodate e non controllate quando i bersagli dell’aggressione sono i «buoni», ma non hanno nessuna remora a sostenere uno dei «nostri», Robert De Niro, quando dà del «porco» e del «maiale» a Trump augurandosi di potergli spaccare la faccia: questo è accettabile, è cool, è miracolosamente «corretto». Ma nella secessione delle plebi, questo doppio standard del linguaggio rende ancora più odiose le ingiunzioni del politicamente corretto. E la vendetta arriva. Nel segreto. Contro tutti.
«Corriere della sera» dell'11 novembre 2016

Il trionfo della post verità nei media e in politica

Brexit, Trump e non solo
di Pierluigi Battista
Come cambiano rapidamente gli umori, la sensibilità pubblica, le parole. Abbiamo da poco onorato il mito del fact-checking, l’idea di un riscontro puntuale e meticoloso della veridicità delle affermazioni divulgate da un politico, ma adesso stiamo sprofondando con rapidità inesorabile nella «post-verità». Secondo gli Oxford Dictionaries «Post Truth», post-verità, è diventata l’espressione chiave di un anno che ha conosciuto una dopo l’altro, secondo una sequenza da brivido, la sorpresa Brexit e la sorpresa Donald Trump. E cosa accomunerebbe le due sorprese? La scoperta che il consenso di massa è sempre più incardinato su informazioni non veritiere, se non deliberatamente falsate, e che però vengono considerate vere malgrado la loro dimostrabile infondatezza. Dimostrabile, se si perdesse tempo e fatica per verificarne la natura fallace o menzognera. Invece è sempre più diffusa la tendenza a non chiedere alcuna dimostrazione. Chi la spara grossa vince, la politica post-fattuale celebra i suoi trionfi. La democrazia diventa prigioniera di qualcosa che contraddice la massima di ogni politica democratica: «conoscere per deliberare». Deliberare. Ma conoscere? La politica è sempre più impastata di suggestioni, impressioni, qualcosa che richiama emozioni e rancori, pregiudizi e simboli, ma poca, scarsissima fattualità. Sarebbe buona cosa che non si facesse un uso militante della nozione di «post-verità» dipingendola come monopolio esclusivo dei cosiddetti «populisti».
Senza andare indietro nel tempo, quando la politica ideologica aveva anch’essa pochissimi rapporti con la bruta e cruda fattualità e molto con l’alterazione delle ideologie e delle astratte visioni del mondo, quante volte anche da parte dell’establishment antipopulista si è ceduto alla tentazione della suggestione non veritiera. Quanta enfasi allarmistica e tutt’altro che fattuale ha alimentato la propaganda contraria alla Brexit in cui si dipingevano scenari catastrofici in caso di vittoria del «leave»? Così come il controllo fattuale avrebbe potuto verificare che la minaccia di Trump di deportare oltre il confine americano almeno tre milioni clandestini ha come base d’appoggio la già avvenuta espulsione di un paio di milioni di immigrati irregolari durante i due mandati di Obama, e che quindi l’emozione negativa riversata su Trump è antitetica all’emozione positiva suscitata dalla precedente amministrazione democratica. Ma non c’è dubbio però che siano i movimenti antisistema a sentirsi a proprio agio nei vapori della politica «post-verità». E c’è una ragione politico-psicologica per questo squilibrio: il complottismo antisistema si fonda sul sospetto gridato come fosse verità negata che le forze del «sistema» occultino per i loro loschi interessi i fatti «veri». È il «sistema» che nasconde la pericolosità dei vaccini, è il sistema che non vuole ammettere, schiava dei luridi interessi farmaceutici, che il bicarbonato curi il cancro. È il sistema che racconta la «menzogna dell’11 settembre». Si crede alle colossali falsità dei politici populisti perché si vuole credere in una verità alternativa a quella ufficiale. È questo il veleno culturale che circola nella politica di massa del ventunesimo secolo, perché il supporto di Internet e dei social, oltre a dare una meravigliosa pluralità di informazioni a portata di mouse, satura la Rete di una quantità enorme di informazioni false, distorte, o addirittura inventate di sana pianta. Ecco il trionfo della post-verità. A essere sfidata è la politica ma anche il sistema dei media, che dovrebbe moltiplicare i suoi sforzi di accuratezza nel racconto dei fatti, ma troppo spesso non lo fa, lasciando spazio alla «post-verità».
«Corriere della sera» del 16 novembre 2016

16 settembre 2016

I «social», palazzo di vetro senza pietà

La tragedia di Tiziana, suicida per un video
di Chiara Giaccardi
Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole.
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale.
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, il broadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione social è un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra.
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti.
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.
«Avvenire» del 16 settembre 2016

15 novembre 2015

Gli attentati di Parigi e la Fallaci: «Scusaci Oriana, avevi ragione»

Il risarcimento postumo è online
di Pierluigi Battista
Aspra ma vera, violenta ma realista. Fallaci protagonista su Facebook e Twitter
Su Twitter, su Facebook, sui social network, dopo l’apocalisse di Parigi è tutto uno «scusaci Oriana». Anzi, tutto no. La parte opposta se la prende aspramente, rancorosamente, con «il delirio della Fallaci», con «l’odio fallaciano». Uno ha scritto, come in una disputa teologica, contro il «fallacianesimo». Ma insomma, da una parte e dall’altra fioriscono le citazioni di Oriana Fallaci. Si vede nel massacro di Parigi il frutto della «profezia di Oriana». Si citano brani interi de La rabbia e l’orgoglio, un libro che ha venduto un numero incalcolabile di copie, che ha intercettato un umore popolare, che ha dato voce a un sentimento diffuso. E oggi, dopo anni di dimenticanza e di marginalizzazione, lo «scusaci Oriana» sembra essere la ricompensa postuma, il risarcimento per una sordità, quasi a considerare Oriana Fallaci come una intrattabile estremista. Mentre ora si vede che le sue diagnosi non erano poi così insensate.
Un passo della Fallaci molto citato: «Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione». «Brava Oriana», «Scusaci Oriana», «Non ti hanno voluto ascoltare Oriana», si batte e si ribatte sui social network. E giù anche con gli improperi di Oriana Fallaci sull’Italia molle e arrendevole, «l’avamposto che si chiama Italia» come lo definiva beffardamente lei: «avamposto comodo strategicamente perché offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà». E sulla «coglioneria» s’alza la standing ovation dei fallaciani dell’ultimissima ora, o forse della prima perché compravano avidamente i suoi libri ma non avevano il palcoscenico di Internet sul quale esibirsi. E la profezia della Fallaci che viene rilanciata, e poi contestata, e poi brandita come un’arma della guerra culturale, e poi vituperata, e poi sventolata come una bandiera: «Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi».
E poi, la previsione più precisa, geograficamente circostanziata, in perfetta connessione con l’orrore che ha scosso la Francia: «Parigi è persa, qui l’odio per gli infedeli è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia». La Francia che non ha mai amato Oriana Fallaci. E bisognerebbe anche ricordare che in Francia la Fallaci, assieme a Michel Houellebecq molto prima che uscisse Sottomissione, fu messa sul banco degli accusati con l’imputazione, che assomiglia a una scomunica ideologica, di «islamofobia»: un’impostura intellettuale che diventa reato e che in Francia, nella Parigi che ieri è stata sconvolta dalla follia fanatica dei combattenti jihadisti, è diventata un’arma di ricatto per tacitare la «parola contraria», come direbbe Erri De Luca in un contesto peraltro completamente diverso. La Fallaci del dopo 11 settembre ha sempre diviso l’opinione pubblica: l’hanno amata e l’hanno odiata, hanno comprato milioni di suoi libri e l’hanno bollata come fanatica al contrario, come guerrafondaia scatenata, come una pericolosa incendiaria quando descriveva Firenze assediata e violentata dagli immigrati che orinavano sul sagrato del Duomo, con un’immagine aspra, violenta. Senza che nessuno si chiedesse: aspra ma vera? Violenta ma corrispondente alla realtà? Oggi, dopo il massacro di Parigi, quelle domande tornano di attualità e vengono assorbite e fagocitate da quel grande mostro onnivoro che è il mondo dei social network. «Scusaci Oriana» su Twitter. Neanche una «profezia» della Fallaci poteva arrivare a tanto.
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2015

11 settembre 2015

Bugie e violenza sui social la colpa è un po’ di tutti noi

Impariamo a fare pulizia contro le notizie inventate per seminare odio
di Gigio Rancilio
Un tempo i giornali che facevano cattiva informazione venivano tenuti ai margini. Oggi sul web sembra quasi non ci sia più distinzione. Apparentemente vale tutto, valgono tutti. Il primo che arriva o che urla più forte «vince». Se poi diamo retta alla media dei commenti che circolano sui social network, non solo non si salva quasi nessuna testata giornalistica ma "la verità" sembra il più delle volte albergare solo e soltanto nel mondo digitale.
Non ci interessa però addentrarci in una sorta di sfida tra informazione tradizionale e digitale, ma provare – per una volta – ad affrontare il tema della qualità dell’informazione in maniera diversa. Nessun direttore marketing e nessun stratega del web probabilmente approverebbe. Per entrambi, il lettore – tradizionale o digitale – va sempre blandito. Invece, se sul web e sui social network l’informazione di qualità fatica sempre più a trovare spazio, sommersa da tante sciocchezze e da molte bufale, la colpa – caro lettore – è anche tua. Magari non tua, ma del tuo vicino, di un tuo amico o un di un tuo parente.
Lo dicono i numeri: il 45% di chi frequenta i social non sa cosa commenta o commenta senza leggere il post col quale sta interagendo, mentre il 47% degli italiani legge la realtà che lo circonda soltanto in base alla propria esperienza o a quella di un amico. In pratica, il mondo è «solo» ciò che percepisce e pazienza se c’entra soltanto in minima parte con la realtà. Lo so che può suonare un po’ offensivo e per questo chiedo in anticipo scusa, ma se i social sono intasati di bugie e di violenza la colpa è anche tua, mia, nostra. Di chi commenta con leggerezza pseudo notizie senza verificarle e di chi magari condivide articoli falsi, creati ad arte per generare odio. Forse non lo sapete, ma in Rete ci sono centinaia di siti e pagine Facebook costruiti ad hoc per seminare odio con notizie false.
E lo fanno non a fini "politici" (cosa di cui già ci sarebbe molto poco di cui vantarsi) ma per guadagnare soldi. Un esercito dell’odio a fini commerciali – e per questo ancor più cinico e senza scrupoli – che però esiste (scusa, se te lo ricordo) solo e soltanto perché qualcuno di noi o molto vicino a noi lo rende di successo, leggendo e condividendo le falsità che pubblica. Qualche giorno fa uno di questi untori moderni che seminavano la peste sul web è stato arrestato. E ha ammesso candidamente di avere inventato decine di notizie false che accusavano gli immigrati di centinaia di nefandezze per fare soldi. Già, ma chi ha cliccato su quelle notizie o le ha diffuse senza il minimo dubbio, rendendosi in qualche modo complice, perché l’ha fatto? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma le statistiche ci dicono che ognuno di noi conosce qualcuno che l’ha fatto sul proprio profilo Facebook. In giro purtroppo, stando alla sola Italia, sono ancora attivi moltissimi siti e pagine così.
Senza contare quegli utenti che intervengono su web e social per offendere e scatenare odio, colpendo chiunque con frasi e parole irripetibili e inaccettabili. I guru del web tollerano queste figure perché, continuando ad attaccare tutti a testa bassa sulla Rete, «fanno traffico». Ma le persone per bene hanno il dovere di emarginarle. Abbassare i toni e fare un po’ di pulizia serve a tutti. In primis ai lettori dotati di coscienza.
«Avvenire» del 10 settembre 2015

05 settembre 2015

Lo choc di una foto in pagina e il dovere di restare umani

Le mille ragioni di una scelta tormentata
di Umberto Folena
Una delle sintesi più felici di quanto accaduto mercoledì sera nelle redazioni di tutto il mondo, sperando che apprezziate la sottile arte del paradosso, è racchiusa in questo titolo del quotidiano on line Il Post, diretto da Luca Sofri: «Non la mostriamo, perché è terribile; tanto terribile che forse andrebbe mostrata». La foto, Il Post, la mostra. Ma spesso l’altra sera le cose sono andate proprio così. L’immagine di Aylan, il bambino siriano prono sulla spiaggia turca di Bodrum, è terribile. La morte va mostrata o corriamo il rischio di spettacolarizzarla? E se il morto è un bambino, come la mettiamo con la Carta di Treviso che detta le norme di comportamento dei media riguardo i minori? La morte può essere mostrata senza banalizzarla, o è sempre meglio soltanto evocarla? Quella foto aggiunge o toglie qualcosa alla tragedia di chi scappa dalla guerra e muore mentre cerca di salvarsi la vita? Se la mostriamo, possiamo apparire insensibili; se non la mostriamo, reticenti. E ancora: questa foto è un fatto, è destinata a diventare un’icona e quindi è impossibile ignorarla; ma perché non ispirarci al teatro greco, in cui gli atti violenti non avvenivano mai sul palcoscenico ma erano sempre e soltanto evocati, sia pure con crudezza estrema?
C'è chi ha cambiato idea, l’altro ieri. E non solo Mario Calabresi, che pure ha sentito il bisogno di spiegare come sia arrivato alla sua decisione: «Si può pubblicare la foto di un bambino morto – scrive il direttore della Stampa – sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri ho sempre pensato di no». Ma in questo caso mi sarebbe sembrato di girare la testa dall’altra parte: «Così ho cambiato idea. Il rispetto per questo bambino pretende che tutti sappiano». Gli scatti a disposizione delle redazioni erano tre. Avvenire ne ha usati due, ma in modo diverso: in prima pagina sul giornale di carta e sull’on line il poliziotto che tiene delicatamente in braccio il corpicino di Aylan; a pagina 4 il bambino riverso sulla battigia. Foto diverse, dal diverso impatto emotivo. La buona comunicazione tiene conto del mezzo e dei destinatari: il lettore fedele (abbonamento o edicola), che accede alle pagine interne, sappiamo chi sia e pensiamo di potergli proporre l’immagine più forte; chi guarda la copertina, in edicola o nelle rassegne stampa televisive, e chi accede al sito non possiamo sapere chi sia, ignoriamo la sua sensibilità, meglio quindi essere prudenti, ed ecco il poliziotto con il bimbo in braccio. Ogni scelta è discutibile e tutti ne sono consapevoli. Nessuna arroganza, va detto, nel modo in cui i media di tutto il mondo spiegano la propria scelta: se pubblicare o no le foto, e quali pubblicare delle tre.
Il Manifesto, maestro nell’arte del calembour, mostra il bambino prono: «Senza asilo», un titolo che vale un editoriale. Anche La Stampa sceglie l’immagine più forte. Corriere della sera, Messaggero e Fatto Quotidiano scelgono quella con il bimbo in braccio al poliziotto.
Il Giornale non ha nulla in prima e il poliziotto in 3, con una didascalia francamente imbarazzante in cui si spiega che il bambino «è vestito come potrebbe essere uno europeo». Libero ignora del tutto la foto senza fornire spiegazioni. L’agenzia Ansa, nel suo sito, mostra solo la foto del poliziotto perché le altre «potrebbero urtare la sensibilità dei lettori». All’estero quasi tutti la mostrano e con motivazioni simili tra loro. Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, fa eco a The Independent: «Forse servirà, questa foto, affinché l’Europa apra gli occhi». La Libre Belgique racconta di una lunga discussione in redazione, del principio di non esibire mai la morte e della decisione di fare un’eccezione per «mostrare l’insopportabile». L’olandese De Volkskrant è sicuro, «questa foto nuda e cruda ha rotto gli argini, ha cambiato il corso della storia». Anche The New York Times la pubblica e il direttore, Dean Baquet, ammette: «Ne abbiamo discusso». Tra i grandi quotidiani, soltanto il tedesco Süddeutsche Zeitung opta per il no, ammettendo: «Nessuna risposta è propriamente giusta». Non una semplice foto dunque ma, secondo molti, un’icona che passerà alla storia, come il bambino ebreo che alza le mani davanti al soldato tedesco, come la bambina vietnamita che scappa urlando dal suo villaggio, devastata dalle ustioni.
Come poterla ignorare, sia pure con tutti i dubbi del caso? Una decisione comunque difficile. Persone che lavorano con gli stessi bambini e con la stessa passione giungono a conclusioni opposte. Andrea Iacomini (Unicef) ammette: «Non si può tacere». Ma Ernesto Caffo (Telefono Azzurro) è sempre e comunque contrario a ogni forma di «spettacolarizzazione della morte, in particolar modo se si tratta di un bambino». Peter Bouckaert di Human Rights Watch è a favore ma aggiunge: «Non è una decisione facile». Flavio Lotti della Tavola della pace invece non ha dubbi: «Guardiamole! Anche se strazianti». Un’ultima sintesi può essere affidata a Daniele Biella di Vita. La foto «urta la coscienza ma, a questo punto, serve come ultimo allarme e baluardo per restare umani e soprattutto obbligare i decisori politici europei ad agire». Restare umani, questo è il problema.
«Avvenire» del 4 settembre 2015

04 settembre 2015

La spiaggia su cui muore l’Europa

Mentre la polizia ceca “marchia” i migranti, Italia, Francia e Germania chiedono all’Ue di rivedere le norme sull’asilo. Una foto scuote il mondo
di Mario Calabresi

Aylan, 3 anni, è morto annegato mentre, con altri migranti, da Bodrum cercava di raggiungere Kos (Nilufer Demir/DHA/Reuters)



 
Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».
Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.
Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.
Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni - per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.
Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.
«La Stampa» del 3 settembre 2015

27 agosto 2015

Il giornalista killer come i tagliagole non si accontentano di uccidere, vogliono anche la celebrità

La strage in Virginia e i precedenti
di Guido Olimpio
Stessa tecnica (e motivazione) di Coulibaly e degli altri terroristi Isis. Fissare il loro delirio in un video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto
WASHINGTON - Non basta il gesto violento, crudele. Vogliono anche «fissarlo» in una foto o in video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto. Il killer dei due giornalisti in Virginia ha filmato l’agguato con una piccola telecamera, quindi lo ha rilanciato sulla rete. Si è comportato come molti terroristi, a cominciare da Mohammed Merah, l’assassino di Tolosa, o Amedy Coulibaly, protagonista della presa d’ostaggi nel negozio kosher di Parigi.
Ma non solo. Il giovane studente di origine sud coreana, autore del massacro al Virginia Tech, aveva inviato ai media una videocassetta dove posava con le sue pistole. Cercava pubblicità e notorietà, indicava i suoi nemici. Ancora: Eliot Rodger, prima di partire per una folle incursione nelle vie di Santa Barbara, ha registrato il suo «manifesto» poi postato sul web. Di nuovo un modo per spiegare al mondo quanto avrebbe compiuto poco dopo. Omicidi e «spettacolo», messaggi che sono pretesti per atti brutali. Un modus operandi che oggi accomuna lo sparatore americano e il tagliagole dell’Isis.
Non è un caso che nel “manifesto” inviato ai media due ore dopo aver assassinato i reporter, Bryce Williams ricordi, in chiave positiva, proprio Seung Hui Cho, il protagonista dell’attacco del Virginia. Lo definisce una fonte di ispirazione, una persona capace di fare più vittime di Eric Harris e Dylan Klebold a Columbine, idoli di molti stragisti statunitensi. E non solo.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

Sparatoria in Virginia, le due telecamere e il tabù infranto

I media: la ferocia social
di Aldo Grasso
Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni
Si fa presto a dire la morte in diretta, ma una scena così atroce non si era mai vista. Un killer uccide a colpi di pistola la giornalista televisiva Alison Parker, 24 anni, di una rete locale della Cbs e il cameraman Adam Ward, 27 anni, mentre stanno effettuando un’intervista. Sono immagini terrificanti: il volto della giornalista, che vede l’assassino avanzare e sparare, esprime l’orrore più grande che si possa immaginare. Seguiamo i suoi ultimi disperati tentativi di sfuggire la morte: la giovane si gira urlando, cerca di nascondersi, grida «oh mio Dio», prima che la telecamera del cameraman cada a terra. Cascando, la telecamera riesce a inquadrare per un attimo il volto dell’assassino. Dallo studio, la regia taglia la diretta: la conduttrice è sotto choc, senza parole. Riprende poi fiato: «Non siamo sicuri di cosa sia successo lì. Cercheremo di capire cosa fossero quei suoni». Poi arriva l’annuncio della morte della reporter e del collega.
Ma non basta: l’incubo più grande deve ancora arrivare. Vester Lee Flanigan, un afroamericano che aveva lavorato per quel network utilizzando il nome Bryce Williams, posta sui social il filmato del delitto visto dalla sua prospettiva, quella dell’omicida (come fanno i tagliagole dell’Isis). Nel video, girato con il telefonino, si vede spuntare una pistola in primo piano, prima che inizi l’assurda resa dei conti.
Per la prima volta la morte in diretta ha due punti di vista, quello delle vittime e quello dell’assassino. Come se un tetro gioco di specchi raddoppiasse la tragedia. Il nesso tra la morte e la sua rappresentazione in diretta è uno dei temi cruciali che attraversano le riflessioni sui media, uno di quei temi cui il cinema ha dedicato attenzione, a partire da L’asso nella manica di Billy Wilder a La morte in diretta di Bernard Tavernier, da Dentro la notizia di James L. Brooks ai cosiddetti «snuff movie», filmati amatoriali in cui vengono esibite torture con conseguente, inevitabile epilogo. Da tempo, per i media la morte non è più un tabù: dev’essere raccontata, mostrata, esibita quasi per la paura che una tragedia non vista resti invisibile, cioè inesistente. Ma i media siamo noi, sempre più pornograficamente addestrati a pedinare la morte in diretta. Inutile dare la colpa ai social network, alla mania narcisistica di dover certificare la nostra giornata con foto, video, messaggi.
Da tempo (per noi italiani, almeno dalla tragedia di Vermicino) qualcosa si è spezzato per sempre, la morte si è fatta spettacolo, il nostro occhio si è indurito. Il catalogo delle atrocità è così sterminato che le domande legittime rattrappiscono sul nascere: un «accrescimento senza progresso», diceva Musil, che si risolve nella tranquilla connivenza della tragedia e del suo contrario.
Il dramma di Moneta, in Virginia, ci dice soltanto che un nuovo tabù è stato abbattuto, che un nuovo limite è stato infranto. Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni. Le immagini condivise sui social dall’assassino sono tanto più terribili quanto più svuotate di qualsiasi sostanza etica: le atrocità crescono, ma nessuno vuol rinunciare a fornire il proprio contributo al patrimonio della ferocia umana.
Non è lo spettacolo che «deve» andare avanti, è la vita. Da molti anni, molta parte della nostra vita si svolge con l’apporto attivo della tv e dei social network. I media sono i nostri nuovi ambienti di socializzazione, «luoghi» in cui impariamo a comportarci, a divertirci, a soffrire. Persino a filmare il duplice delitto che stiamo per commettere.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

21 agosto 2014

La decapitazione: i mostri dell’orrore e la scelta di non essere complici

Il video e la Rete
di Beppe Severgnini
Mostrare o non mostrare il filmato dell’esecuzione di James Foley? I limiti della condivisione, il diritto alla libertà e il gioco dei terroristi
La decapitazione di James Foley, recitata come la scena di un film, è sconvolgente: attori goffi, orrore vero. Un giornalista quarantenne, insaccato in una veste arancione, scannato nel deserto da un uomo - definizione che non merita - bardato di nero. Gesto mostruoso e preistorico; strumenti sofisticati e nuovi. Colori, luce, inquadratura, movimenti, tempi: tutto appare studiato per essere visto e diffuso. Se così fosse - e così è, quasi certamente - perché aiutare i carnefici? Gli abbiamo già fornito la tecnologia. Vogliamo diventare i loro portavoce? Questa è la domanda che si pongono molti in queste ore: i governi occidentali, i macchinisti della rete (Google per YouTube, Twitter), le grandi testate, le televisioni, chiunque abbia un collegamento internet veloce. #ISISMediaBlackout è diventato virale.
La dichiarazione recita così: «Quando terroristi o criminali di guerra disperatamente pubblicizzano i loro crimini, non aiutateli. Quando i social media, giornalisti e osservatori condividono immagini macabre per riportare i fatti, svolgono lavoro di PR per costoro. Descrivete i loro crimini, non pubblicate la loro propaganda».
Molti hanno aderito, altri hanno protestato: in nome della libertà. Libertà assoluta di sapere, di vedere, di esprimersi, di decidere. Chi ha ragione?
«Che i terroristi di Isis, da tempo abili nell’uso dei social network, possano contare su piattaforme gratuite per rilanciare i loro tremendi messaggi, e lo facciano sfruttando il passaparola degli utenti, è una distorsione terribile», scrive Marta Serafini sul blog «6 Gradi» di Corriere.it . E aggiunge: «Certo si lascia ad aziende e società commerciali una responsabilità enorme». E’ così, ma è inevitabile: strumenti nuovi, fenomeni nuovi, decisioni nuove. Scappare non serve: la realtà è più veloce di noi, e ci costringe ogni volta a scegliere.
Alcune testate di lingua inglese (New York Times, Wall Street Journal, Financial Times) hanno messo la notizia della decapitazione in basso, carattere piccolo, con foto d’archivio? Sembra un eccesso di zelo, e una curiosa scelta giornalistica. YouTube e Twitter hanno rimosso il filmato dell’esecuzione? E prima che ciò accadesse diversi media - tra cui il Corriere della Sera - hanno evitato di pubblicarlo? E’ giusto. Non perché lo ha chiesto la Casa Bianca. E’ giusto perché diffondere quel video è l’obiettivo dei carnefici: ostacolarli è un dovere. Le foto del massacro nella scuola di Beslan (2004)? Le immagini dei resti delle vittime dell’aereo abbattuto sull’Ucraina il 18 luglio? Sconvolgenti: ma servivano a raccontare due follie, e a evitarne altre.
I libertari assoluti non ci stanno: bisogna guardare/ascoltare/leggere tutto per poter decidere! Rimuovere quel video? Una censura. Domanda: condividiamo forse filmati pedopornografici prima di condannare la violenza sessuale sui bambini? Saremmo contenti se le immagini strazianti di un nostro familiare venissero date in pasto alla morbosità del mondo? Perché di questo si tratta, parliamoci chiaro. Assuefatti al sangue e alla violenza cinematografica - che l’America vezzeggia e vende senza scrupoli, non dimentichiamolo - vogliamo di più: sangue e coltello veri, non succo di pomodoro e lame di gomma. Anni fa a Los Angeles ho conosciuto Judeah Pearl, uomo dolce e mente finissima (studioso della causalità, ha vinto nel 2012 il Turing Prize, il Nobel dell’informatica). E’ il padre di Daniel, il giornalista americano decapitato in Pakistan nel 2002 da al-Qaeda. Chiediamo a lui se è nobile e utile, in nome della libertà d’espressione, scambiarsi il filmato dell’esecuzione di James Foley.
Leggo tra i commenti su Corriere.it : «Mostrare, assolutamente mostrare anzi da far vedere in TV in fascia protetta, che tutti vedano cosa vuol dire decapitare un uomo usando un coltello, che sentano le urla, il rumore gorgogliante dei fiotti di sangue che zampillano, e lo sguardo lucido e soddisfatto del carnefice che tiene per le mani la testa sgocciolante e che soprattutto si rendano conto di quanto tempo ci vuole e di quanto sia lungo l’orrore, e poi vediamo quanti simpatizzanti restano».
Resterebbero e aumenterebbero, vorrei dire al lettore. Tra di noi, infatti, non ci sono solo Di Battista inadeguati e presuntuosi («Quando non hai mezzi per combattere una guerra regolare, resta solo il terrorismo»). Ci sono persone che, davanti a problemi complessi, s’accontentano di risposte semplici e orrende (il mondo è ingiusto? Un genocidio lo purificherà!). Perché, noi che impediamo la propaganda nazista, dovremmo tollerare - anzi, sostenere - quella dell’estremismo islamico?
«L’orrore, l’orrore!», evocato dal protagonista di «Cuore di tenebra», aleggia sempre sul mondo: sta agli uomini liberi portare, faticosamente, la luce. Decidendo cosa fare e cosa non fare; cosa dire e cosa non dire; cosa ascoltare e cosa non ascoltare; anche cosa guardare e cosa non guardare. Papa Francesco ha ragione. E’ in corso «una terza guerra mondiale a puntate», e non è finita. Ma la vinceremo, anche questa volta.
«Corriere della Sera» del 21 agosto 2014

15 luglio 2014

Bbc: via ciarlatani da tv pubblica

Niente bufale, siamo inglesi
di Riccardo Chiaberge
Stop ai ciarlatani e agli pseudo-scienziati nei talk show. Quando per radio o in tivù si discute di questioni serie come il clima o la salute, non si dovrà più dare il microfono a chi non ha titolo per intervenire, a chi sostiene idee stravaganti e non certificate dalla comunità scientifica. Come il dottore in scienze della comunicazione che millanta di trasformare le cellule staminali in neuroni. O il medico imbroglione che sconsiglia l’uso dei vaccini. O l’onorevole pronto a giurare che i jet nebulizzano sostanze micidiali nell’atmosfera per condizionare le nostre menti, e che ci hanno messo un microchip sotto la pelle. Nessuno di questi signori verrà più fatto accomodare nei divanetti televisivi. Mai più, dite sul serio? Oddio, e ora come passeremo le nostre serate? Chi ci spiegherà nei dettagli la profezia Maya sulla prossima fine del mondo? Sai che noia, senza la razione quotidiana di Nostradamus e di Templari ...
Tranquilli, non è la Rai: è la Bbc che una settimana fa ha preso questa drastica decisione, richiamando all’ordine i suoi giornalisti. Va bene l’equilibrio e l’imparzialità - ha sentenziato il trust dell’emittente britannica, l’equivalente del consiglio di amministrazione Rai - ma quando su un certo argomento esiste un consenso praticamente unanime nel mondo scientifico, non è opportuno dare spazio a punti di vista marginali, solo per il gusto della controversia, per ascoltare «l’altra campana ». Se la campana è screditata, se confonde le idee alla gente, non deve suonare nella tv di Stato. Che si accontenti dei network privati.
La pronuncia del Trust della Bbc è motivata dalla crescente invadenza mediatica di opinionisti ostili alla teoria del «riscaldamento globale», legati al think tank conservatore di Nigel Lawson. Ma ha una portata più generale: la par condicio non va applicata alla lettera. Se si parla dell’ultimo fossile di dinosauro, non è obbligatorio invitare un creazionista. Se viene scoperto un nuovo pianeta, si può anche fare a meno di sentire il parere dell’astrologo. E se il tema è il mutamento climatico, non è il caso di fare da megafono agli ecoscettici. La raccomandazione può anche suonare come un intervento censorio, una forma di dogmatismo scientista. Siamo sicuri che i modelli elaborati dai climatologi ci azzecchino in tutto e per tutto, e che le bombe d’acqua e i super-uragani siano un effetto dei gas di serra prodotti dall’uomo? A mettere in dubbio queste certezze non sono soltanto crackpots, mattacchioni o finti esperti al servizio delle compagnie petrolifere, ma anche ricercatori di qualche peso. Abbiamo il diritto di zittirli?
Detto questo, bisogna ammettere che se la Bbc pecca forse di bacchettoneria, le reti italiane cadono nell’eccesso opposto. Nelle varie Gabbie che arredano il nostro zoo televisivo vince non chi è più competente, ma chi sbraita più forte e le spara più grosse. È l’apoteosi del crackpot. Tutto diventa opinabile, anche un’analisi del Dna ripetuta con risultati identici da quattro laboratori indipendenti. Del resto, come ha detto quella signora di Brembate, «la scienza sbaglia». E in un Paese antiscientifico come il nostro, sono in tanti a pensarla come lei. Se invece di un genetista fosse stata una cartomante o una sensitiva, a fare il nome del presunto colpevole, avrebbe avuto più chances di essere creduta. In rete già circolano leggende metropolitane sulla «lobby del Dna» che si sarebbe riempita le tasche vendendo migliaia di kit genetici agli investigatori. L’ennesima cospirazione, insomma: la solita cupola di interessi occulti che agisce alle nostre spalle. Viviamo in un’epoca senza più segreti, nel mondo trasparente delle intercettazioni e di WikiLeaks. Eppure, o forse proprio per questo, mai comeoggi prosperano le teorie complottistiche, dall’11 settembre al Club Bilderberg. In Rivelazioni: il libro dei segreti e dei complotti (Piemme), il giornalista e psicologo Massimo Polidoro, cofondatore del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) ce ne offre un campionario vastissimo, e suggerisce le armi per difenderci.
Il cospirazionismo è una sindrome invalidante, non solo in Italia. «Un primo effetto negativo - scrive Polidoro - è quello di indurre un senso di impotenza politica. Che cosa può fare la gente comune, se il mondo è gestito da società segrete come gli Illuminati, famiglie facoltose come i Rockefeller o i Rothschild, agenzie di intelligence come la Cia o il Kgb, che operano in segreto per stabilire un nuovo ordine mondiale? Tanto vale arrendersi». Ancora più devastante il secondo effetto: l’angoscia per un pericolo inesistente induce a comportamenti suicidi. «Credere che i vaccini siano responsabili dell’autismo è una teoria che non ha fondamento e nasce dalla truffa di un medico radiato dall’albo, Andrew Wakefield, pagato per dichiarare il falso... Chi rifiuta di vaccinare i propri figli non solo li espone al rischio di malattie che si ritenevano debellate come il vaiolo, la rabbia o il tetano, ma contribuisce alla diffusione dei virus anche nel resto della popolazione». E proprio in questi giorni abbiamo saputo che la disinformazione ha fatto breccia, tanto che le vaccinazioni contro rosolia e morbillo sono crollate del 25%. Il terzo effetto è deviare la protesta sociale verso falsi obiettivi: la campagna sulle cosiddette «scie chimiche», l’innocua condensa degli aeroplani spacciata per misteriosi gas venefici, distoglie l’attenzione da minacce autentiche come gli scarichi delle auto o i rifiuti tossici.
Ben più della tv, sono i social network il nuovo terreno di coltura di queste paranoie collettive. Su Facebook non contano verità e menzogna, ma la rispondenza o meno della «narrazione» ai pregiudizi di chi legge e «condivide». E poiché i social stanno diventando la fonte privilegiata di notizie per le nuove generazioni, che diffidano dei media tradizionali, non c’è da stare allegri: la democrazia digitale è allergica ai Trust, e crackpots e spacciatori di bufale possono scorrazzare indisturbati.
«l'Unità» del 12 luglio 2014

13 luglio 2014

La foto dei «due papà» e la verità censurata

Quel legame reciso con la madre affittata dalla coppia gay
di Maurizio Patriciello
Lindsay Foster, canadese, si
definisce una «fotografa di nascite», e il suo scatto che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson commossi insieme al piccolo Milo appena nato ha fatto il giro del mondo. Ma Milo di chi è figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto. E che qui ripariamo.
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​Saper distinguere, chiamare le cose con il loro giusto nome, essere chiari è un bene. Sempre e per tutti. Ogni atto di ingiustizia deve essere condannato fortemente, anche se chi lo riceve fosse il mio più acerrimo nemico. Occorre avere grande stima per la lealtà, anche quando al mio egoismo non dovesse fare comodo. Non sono "omofobo", non lo sono mai stato. Nella mia vita di paramedico prima e di prete dopo ho avuto a che fare con tanti fratelli omosessuali, con alcuni dei quali mantengo rapporti di amicizia. Non ho mai discriminato nessuno, l’altissimo senso che ho della dignità della persona umana, il Vangelo nel quale credo e dal quale attingo forza, non me lo avrebbero mai permesso.
I fratelli omosessuali, come ogni altro essere umano, possono rendere più bello il mondo con il loro impegno e possono abbruttirlo con il loro egoismo. Ogni fratello omosessuale è un uomo creato a immagine di Dio, e da Dio voluto e amato. Con le parole occorre andarci piano. La parola ci distingue dalle bestie, ma può trasformarsi in boomerang.
«Omofobo», nell’accezione corrente, è chi ha paura del fratello omosessuale e lo emargina. Ebbene, nei social network in questi giorni gira la foto di due giovani omosessuali che, commossi ed emozionati, stringono fra le braccia il «loro figlio» appena nato. Quella foto mi fa male. Quel bambino, infatti, non è «loro», non è figlio di quella coppia di uomini, ma è stato generato da una donna della quale mai sapremo niente (e che appare solo in un angolo, di profilo nella fotografia). Occorre essere chiari e non lasciarsi andare ai facili entusiasmi.
Amo quei due fratelli omosessuali, ma amo anche quel bambino appena nato e la donna che lo ha messo al mondo. Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla. Ci fu un tempo in cui vendere un figlio era reato, credo che dovrebbe esserlo ancora e dappertutto.
Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Sappiamo che una persona adottata non smette di cercare per tutta la vita la donna che lo ha messo al mondo. C’è un legame inscindibile, un cordone ombelicale invisibile che continua a tenerli stretti. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere.
Non bisogna discriminare.
Mai. Nessuno. Quella mamma che ha appena partorito, che è stata pagata e messa ai margini della emozionata foto celebrativa e fuori dalla vita del suo bimbo, attira la mia attenzione. È lei che mi commuove. Che fine ha fatto? Che vita farà? Ha nostalgia del figlio che ha portato in seno? Avrà cambiato idea? E se fosse andata in depressione post partum? I poveri da sempre sono bistrattati, umiliati, soggiogati.
Da sempre ai poveri si tenta di sottrarre i loro inalienabili diritti. E da sempre certi ricchi usano e abusano dei poveri. La fame quando bussa non sente ragioni. Vuole pane. All’inizio lo chiede a bassa voce, poi lo pretende, infine lo afferra. In qualunque modo. E non è giusto comprare la fame dei poveri. Non è giusto considerare solo le loro braccia, i loro organi, il loro seme, il loro utero. Lo ha detto una volta per tutte il Vangelo, lo hanno proclamato alla loro maniera filosofi e politici. Oggi sembra che troppi lo stiano dimenticando.
Lo diciamo con estrema chiarezza e onestà: i fratelli omosessuali hanno diritto a ogni legittimo diritto. Non all’arbitrio fatto regola. Ma, attenzione. C’è stato un tempo – e ancora da qualche parte succede – in cui bastava gridare a una donna "Strega!" per farla condannare a morte. Ed era una menzogna. Non succeda oggi con il grido "Omofobo!". I cristiani vogliono il bene di tutti, ma proprio di tutti. Il cuore, però, batte soprattutto per coloro che non possono alzare la loro voce: i poveri, i neonati, i bambini non ancora nati, le donne usate per "fare" figli, per gli altri...
«Avvenire» dell'11 luglio 2014

03 marzo 2014

Il web premia la qualità. Due righe e parte il tam tam

Eli Pariser ha fondato il sito che ha superato il «New York Times» per numero di interazioni: «Sappiamo soddisfare la curiosità dei lettori». Le mosse di Facebook
di Serena Danna
Vince la rivoluzione del modello Upworthy Poche notizie ben fatte, decisivo è il titolo
Nella sala più affollata dell’Highline Stages, l’edificio ultramoderno di Meatpacking sede della Social Media Week di New York, Eli Pariser, 34 anni, illustra al pubblico risultati e strategie di Upworthy, il sito internet che il mediattivista — noto a molti per l’illuminante libro sugli algoritmi di Google Il filtro (Il Saggiatore) — ha lanciato nella primavera del 2012 insieme all’ex direttore operativo del sito The Onion, Peter Koechley. Se centinaia di giornalisti, operatori del web e strateghi del marketing sono accorsi sotto la neve alle otto del mattino ad ascoltare Pariser c’è un motivo: Upworthy è il sito cresciuto più rapidamente nella storia di internet. In novembre ha realizzato 87 milioni di utenti unici, quasi il triplo del «New York Times», e generato 17 milioni di condivisioni su Facebook, pubblicando solo 225 articoli. Per intenderci, un sito come Yahoo! nello stesso mese ha postato sul social network quasi 115 mila articoli producendo meno di 4 milioni di interazioni.
Agli investitori iniziali, tra cui spicca Chris Hughes, l’ex cofondatore di Facebook oggi editore-direttore di «The New Republic», si sono aggiunti recentemente Bill e Melissa Gates, finanziando con la loro Fondazione una sezione dedicata alla lotta alla povertà. Pariser spiega così l’obiettivo principale di Upworthy: «Aiutare le persone a trovare contenuti seri ma divertenti da condividere, come il video di un idiota che fa surf sul suo terrazzo».
Lo staff (non giornalistico) di Upworthy scova su internet materiale interessante, lo rititola in sedici modi diversi (utilizzando tecniche basate sui Big Data) che sottopone all’esame di un gruppo ristretto di lettori per capire quale funziona meglio, infine lo lancia sui social network. Il primo picco di accessi s’è verificato grazie a un video dell’attuale portavoce del presidente irlandese, che — nel 2010 — aveva criticato un conduttore radiofonico americano contrario alla riforma sanitaria di Obama. A distanza di due anni, Upworthy l’ha ripubblicato con il titolo «Un esponente del Tea Party ha deciso di litigare con il presidente di un Paese straniero. Non gli è andata molto bene» e quel giorno il sito ha raggiunto un milione di visitatori. Pariser parla di curiosity gap: «Dobbiamo soddisfare la sete di curiosità dei lettori. Per riuscirci è meglio confezionare bene pochi contenuti di qualità piuttosto che bombardare il pubblico con migliaia di articoli di basso livello».
I titoli di Upworthy hanno tutti la stessa struttura: due brevi frasi di grande impatto emotivo come «Non ascoltiamo abbastanza le voci dei nativi americani. Ecco un messaggio significativo che arriva proprio da loro». Il modello è talmente riconoscibile che ha già prodotto numerosi cloni (Distractify, ViralNova) e addirittura parodie sul web. «Oggi che l’informazione nuota nella stessa piscina di Kim Kardashian — spiega Pariser, riferendosi a una delle protagoniste del gossip americano — tocca fare la differenza. Che per noi significa portare l’attenzione delle persone su argomenti importanti. Invece che focalizzarci sulle notizie di giornata o sulle tendenze, preferiamo stare sui grandi temi».
Tra gli argomenti ricorrenti di Upworthy si ritrovano, infatti, il riscaldamento globale, la lotta contro le malattie, il lavoro minorile. La storia più letta nel 2013 riguarda Zach Sobiech, un musicista americano morto di cancro a 18 anni. Il titolo in italiano suona così: «Questo meraviglioso ragazzo è morto. Ma quello che lascia è spettacolare». Il giorno dopo la messa online, Sobiech è balzato al primo posto nella classifica degli artisti più scaricati su iTunes e l’associazione per la ricerca sul cancro legata al suo nome ha raccolto centinaia di migliaia di dollari. La cifra del sito potrebbe stare tutta nel neologismo inglese tradotto da noi impropriamente con «spettacolare»: Wondtacular, un incrocio tra wonderful (meraviglioso) e spectacular (spettacolare). Secondo Pariser, presidente della piattaforma di attivismo politico MoveOn.org, nessuna storia che riguarda l’umanità può essere non interessante: «Se non leggono il tuo articolo sull’Afghanistan — afferma — non significa che l’Afghanistan “non fa notizia”, ma che l’articolo è scritto, titolato o proposto male».
In questi giorni sta facendo molto discutere il successo riscosso dalle storie sulla crisi ucraina pubblicate da BuzzFeed e da Huffington Post, che hanno raggiunto un numero di accessi pari ad articoli su popstar e cronaca nera (generalmente tra i più letti in Occidente). Pezzi che rivelano un paradigma simile: foto e titolo a effetto con un testo molto semplice ed efficace sviluppato per punti. In uno sprezzante commento su Politico.com — «Il giorno in cui abbiamo preteso di occuparci dell’Ucraina» — Sarah Kendzior ha parlato di disaster porn (pornografia del disastro), annunciando la nascita di un nuovo «genere giornalistico»: l’apocalittico. Su una linea più morbida Emily Bell, docente della Scuola di giornalismo della Columbia University, si è chiesta se «proporre le tecniche usate per una gallery su cavalli che assomigliano a Miley Cirus per spiegare complesse questioni geopolitiche» sia «troppo triviale», o, al contrario, un modo per adattare il mondo contemporaneo ai modelli di fruizione del pubblico giovane.
Se la questione posta da Bell rimane aperta, ciò che sembra ormai evidente è il ruolo chiave svolto dalla viralità nel campo dell’informazione. Prodotti come Upworthy e BuzzFeed, il sito nato come vetrina di teneri gattini e diventato un controverso modello di giornalismo, stanno colonizzando l’informazione online, al punto che anche le più autorevoli testate tradizionali cedono spesso alla tentazione delle «liste». Accade perché un’informazione basata sulla condivisione dei lettori deve puntare a essere virale. «Prima di internet le storie diventavano popolari se venivano riprese da altri giornali, citate in pubblicazioni autorevoli o ritagliate dai lettori — ha scritto la popolare blogger Annalee Newitz su io9 —. Oggi diventano influenti se le persone le condividono su Facebook, Twitter, Pinterest, Reddit. Nella maggior parte dei casi, nessuno legge una storia se non viene postata online da qualcuno».
Secondo Newitz non sono solo i memi (singole unità di informazione che condividiamo perché ci fanno ridere o stare bene) a diventare virali, ma «tutte le storie che contengono verità certe o utili e non ci chiedono di pensare». Insomma, la foto di un gattino che si stiracchia al sole ha in comune con un video di prova dell’iPhone 5 e con un’inchiesta sulla National Security Agency una caratteristica fondamentale: «Non sono documenti aperti a interpretazioni — aggiunge Newitz — ma chiariscono la confusione tipica dell’essere umano come facevano i sondaggi di Nate Silver (il blogger statistico del “New York Times”, ndr) durante le elezioni americane». Insomma, se si vuole diventare virali bisogna evitare l’ambiguità.
Alla base della condivisione di articoli, foto, video sui social network non c’è l’interesse individuale nell’argomento ma la nostra reputazione: «Le persone si scambiano i contenuti che sono specchio dei loro gusti e preferenze. Ci preoccupiamo della moda — sottolinea Elsperth Rountree, tra i fondatori di Know Your Meme — perché è il nostro biglietto da visita in società, vale anche per quello che condividiamo online».
Jonah Berger, autore di Contagious (Simon & Schuster), fa un passo in avanti individuando sei principi che rendono i contenuti virali: il valore sociale, l’effetto promemoria (ricordarci qualcosa di molto importante), la risonanza emotiva, l’osservabilità (essere un tema evidente agli occhi di tutti), l’utilità e lo stile narrativo. Utilizzare la condivisione come principale parametro per valutare la forza di un prodotto crea tuttavia due problemi. Il primo riguarda il pubblico e gli investimenti pubblicitari: il traffico che si basa su contenuti contagiosi non ha un pubblico di riferimento. Scrive Bryan Goldberg su Pando- Daily: «Un mese un pezzo su adorabili animaletti attirerà sul sito donne di mezza età, quello dopo una gallery su Miley Cirus svestita richiamerà adolescenti maschi: in che modo una testata può costruire una profonda e solida relazione con i brand se il suo pubblico non ha consistenza?».
L’altro nodo riguarda chi davvero detiene il potere: dato che il trampolino virale per eccellenza è rappresentato dai social network, è evidente come i siti dipendano da essi. Quando Facebook — dopo studi elaborati sui memi — ha cambiato l’algoritmo che gestisce il Newsfeed (le notizie che compaiono sulla bacheca e la cui visibilità dipende dalla maggiore o minore condivisione da parte dei propri amici) affermando di voler privilegiare contenuti di qualità a discapito delle foto «contagiose», molti siti hanno avuto un crollo delle condivisioni.
Al di là degli annunci, non sono chiari i nuovi parametri utilizzati da Zuckerberg per stabilire la gerarchia degli articoli sulle bacheche: di certo c’è solo la sua volontà di ribadire il ruolo di deus ex machina nel gioco della condivisione online.
«Il Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 2 marzo 2014

12 febbraio 2012

Il potere di Internet è l’anonimato

La Primavera araba e Anonymous rilanciano la strategia dell’identità segreta online. Il progetto italiano di un’alleanza con l’Agenzia delle entrate per denunciare gli evasori
di Serena Danna
Governi e multinazionali ci spiano sul web? Le contromosse di hacker, accademici e utenti
Prima di concedere un’intervista alla «Lettura», Jacob Appelbaum, l’hacker più famoso d’America, chiede se può prendere informazioni. Apre il pc nero con etichetta TypePad e per tre minuti, sguardo fisso sullo schermo, fa vibrare la tastiera. La diffidenza dell’attivista digitale, ricercatore di computer science alla Washington University, non è eccessiva: da quando l’Fbi ha scoperto la sua attività di ambasciatore per Wikileaks — l’organizzazione internazionale guidata da Julian Assange che lo scorso anno ha fatto tremare i governi di tutto il mondo rivelando informazioni segrete — il ventottenne americano è pedinato come fosse un pericoloso terrorista.
Wikileaks è solo una delle attività di Appelbaum. Quella più importante si chiama Tor Project, un software che permette la navigazione anonima su Internet: «Con 500 mila utenti al giorno — spiega — Tor è diventato un’alternativa alla Rete sorvegliata da governi e dai colossi del web a caccia di dati personali da rivendere alle aziende».
Tre anni fa Facebook ha chiesto all’hacker di entrare nella squadra, ma Appelbaum ha rifiutato: «Rispetto Mark Zuckerberg ma il mio lavoro va in una direzione opposta: garantire a tutti gli utenti la libertà di espressione online, realizzare l’idea di democrazia alla base di Internet».
A questo servono le missioni di «alfabetizzazione digitale»: dall’Iran fino a Siria e Cina, Appelbaum tiene seminari e workshop per insegnare agli attivisti politici l’uso di Tor. «È noto come i regimi facciano un uso massiccio di sistemi di controllo e censura online», afferma. Utilizzando il sistema Tor, che tiene nascosto l’Ip della propria macchina (il codice che ne permette il riconoscimento), «la privacy degli utenti viene rispettata». Appelbaum è convinto che l’anonimato sia l’unico mezzo a disposizione dei cittadini per difendersi «dagli abusi di potere di governi e aziende».
È ormai chiaro che la direzione intrapresa da aziende come Google e Facebook vada verso una tracciabilità a 360 gradi degli utenti: il nuovo piano dell’azienda di Mountain View consiste nell’unificare in una sola normativa tutti i dati personali degli utenti provenienti dai vari servizi Google (Google+, YouTube, Gmail); quello di Palo Alto nella «condivisione senza attrito», un servizio che registra tutte le attività degli utenti fuori da Facebook per poi mostrarle sulla bacheca del social network.
Sul versante politico, negli stessi giorni in cui attivisti e utenti festeggiavano lo stop alla legge contro la pirateria informatica (Sopa), la rivista «New Scientist» pubblicava un documento secondo cui l’Fbi avrebbe aperto un bando per cercare aziende disposte a monitorare le informazioni scambiate sui social network con lo scopo di prevenire crimini e azioni terroristiche.
Una ricerca condotta nel 2010 dall’Internet Center dell’Elon University insieme al Pew Research Center’s Internet American Project ha chiesto a 895 esperti di web quale sarà il futuro dell’anonimato online: il 41% ha dichiarato che non esisterà più. Nell’ultimo anno e mezzo, le proteste che hanno interessato Medio Oriente, Nord Africa, Russia, insieme al consolidamento di organizzazioni come Anonymous, hanno ribaltato le aspettative. Dall’accademia alle strade passando per i laboratori informatici dove si sviluppano free software, la tutela dell’oblio è ritornata un obiettivo concreto: «L’anonimato è indispensabile per garantire alle persone la possibilità di comunicare liberamente senza paura di ritorsioni», spiega Appelbaum.
Ma come si fa con tutti quelli che utilizzano false identità per commettere oltraggi online? «Le persone che fanno un uso criminale della Rete — puntualizza il mediattivista — hanno i mezzi economici e cognitivi per sfuggire ai controlli, sono i “buoni” a non avere alternative: noi lavoriamo per gli utenti onesti, per garantire la loro libertà di espressione».
L’hacker invoca un principio molto dibattuto in passato dagli studiosi di new media: la net neutrality, la neutralità della Rete: «La tecnologia è un mezzo, l’uso che se ne fa non ci riguarda: ci limitiamo a mettere tutti nelle condizioni di utilizzarla».
D’accordo con Appelbaum, Arturo Filastò, programmatore informatico, conosciuto come «Hellais» nel mondo hacker. Filastò, che segue il progetto Tor per l’Italia, spiega: «Non è bloccando la produzione di coltelli che fermeremo gli omicidi nel mondo; così per la tecnologia: limitandone le possibilità, ridurremo solo lo sviluppo della società civile».
L’anonimato non tutela solo le popolazioni oppresse. Filastò illustra il progetto Globaleaks, una piattaforma per documenti e informazioni riservate, che, a differenza di Wikileaks, grazie al codice sorgente aperto, può essere utilizzata e modificata da tutti: «Permetterà a cittadini in possesso di notizie riguardanti la propria azienda, ufficio o governo di condividerli online», spiega. Un’altra applicazione possibile solo in condizioni di oblio riguarda il mondo dell’evasione fiscale: «Stiamo lavorando a un servizio “pubblico” di segnalazioni anonime di frodi fiscali. Grazie al nuovo accordo tra governo e Agenzia delle entrate — che manda nelle tasche dei Comuni il 100% delle somme recuperate — i Comuni avranno tutto l’interesse economico a segnalare i casi all’ Agenzia delle entrate». Senza la paura della vendetta del salumiere all’angolo e con i ringraziamenti del primo cittadino.
Fino a poco tempo fa, i commentatori anonimi online (quelli che amano riempire lo spazio dedicato ai commenti degli articoli con insulti e considerazioni inappropriate: «troll», in gergo) erano il primo bersaglio dei difensori della trasparenza, che vedono nel loro atteggiamento la conferma della cosiddetta «Greater Internet Fuckward Theory»: navigare online senza la responsabilità di un nome e cognome incentiverebbe comportamenti idioti e dannosi.
Come ha fatto notare Andrew Alexander, il conciliatore del «Washington Post», bisogna invece garantire agli utenti la possibilità di esprimersi attraverso qualsiasi identità: «La soluzione sta nel moderare meglio i commenti, non nel limitarli», ha scritto affidando il problema alla responsabilità di chi «gestisce» l’informazione e non a chi la produce. Insomma, quando un’opinione è interessante, lo è indipendentemente dall’identità vera o falsa dell’autore.
E se veterani della Rete come l’americano Dan Gillmor e il canadese Cory Doctorow difendono in ogni sede la possibilità di usare identità multiple online, Mariam Cook sul «Guardian» tira in ballo la Costituzione americana, che nel primo emendamento difende la tutela dell’anonimato: principio riconosciuto anche dalla Corte Suprema, che in più occasioni (l’ultima a proposito delle proteste di Occupy Wall Street lo scorso novembre), ne ha sancito l’importanza contro l’ingerenza del potere.
L’importanza assunta da Anonymous, il movimento di attivisti online e hacker che a partire dal 2008 ha messo a segno una serie di azioni contro governi e aziende, ha portato il dibattito dall’accademia dritto nell’immaginario dei cittadini di tutto il mondo. I cavalieri mascherati come Guy Fawkes (il cospiratore inglese del Seicento diventato protagonista della graphic novel V per Vendetta di Alan Moore e David Lloyd) si sono imposti nell’opinione pubblica con azioni eclatanti: guerra a Scientology, oscuramento dei siti dei governi di Tunisia ed Egitto, attacchi all’Fbi e alle banche, fino alla recente diffusione delle mail tra il dittatore siriano Assad e il suo staff.
Gabriella Coleman, docente di Scientific and Technological Literacy alla McGill University, esperta di hacking e attivismo digitale, sta lavorando a un libro sul movimento. «Ho iniziato a interessarmi al fenomeno nel 2008, mentre studiavo Scientology — racconta —. All’inizio pensavo fosse un progetto interessante ma marginale, come lo è, ad esempio, il free software: un segmento di ricerca fondamentale ma per nicchie. Certo, la prima volta che ho visto dei “geek” protestare contro una chiesa ho capito che c’era qualcosa di rivoluzionario nel metodo». Ci volevano degli hacker per sfidare il colosso Scientology: «I contestatori pre-Anonymous avevano paura di ritorsioni da parte loro», spiega Coleman.
Cosa ha trasformato un gruppo di «pirati informatici» in un movimento dal forte connotato politico? «È stato fondamentale — dice — aprire il movimento ai non-esperti di informatica, dando così la sensazione che tutti possono contribuire a cambiare il mondo attraverso Internet». L’anonimato resta cruciale: «Il fatto che nessuno conosca l’identità e il numero reale dei componenti, fa sembrare Anonymous un fenomeno molto più imponente di quello che è in realtà: 200 organizzatori/programmatori “attivi”».
Momento fondamentale per il consolidamento di Anonymous è stato per la studiosa la conferenza «Anonymous Codes: Disruption, Virality and the Lulz», tenuta il 4 febbraio al festival Transmediale di Berlino, quando sulla parete dell’aula sono apparsi due schermi: sul primo, in collegamento via Skype, c’era un rappresentante mascherato, sull’altro la proiezione di una chat del movimento che commentava in tempo reale la discussione. «Meraviglioso essere lì con il pubblico online e offline a discutere del futuro di Internet». Ma se il futuro sarà davvero anonimo è ancora tutto da vedere.
«Corriere della Sera» - supplemento "La lettuira" di febbraio 2012

05 febbraio 2012

Ci sono troppe informazioni. La soluzione? Aumentarle

Viviamo in un’epoca di «overload di conoscenza»
di Serena Danna
Sappiamo tutto, capiamo poco
«A cosa serve avere tanti libri e librerie se poi non basterebbe una vita intera per leggere solo i titoli?»: se lo chiedeva già nel V secolo a. C. il filosofo Socrate, che possiamo quindi considerare a buon titolo primo teorico dell’«overload informativo», l’eccesso di informazioni che affligge i nostri tempi. E Socrate fu solo il pioniere, anche il matematico e filosofo Leibniz denunciava l’«orrible massa di libri che continua a crescere», mentre Denis Diderot, padre dell’Enciclopedia, scriveva nel 1755: «Con il passare dei secoli, aumenterà il numero di libri, al punto che possiamo prevedere un tempo in cui imparare dai libri sarà difficile come studiare l’universo».
A ricordarci quanto antica sia la questione dell’iperproduzione di sapere è ora lo studioso americano David Weinberger, ricercatore del Berkman Center for Internet and Society di Harvard, nel suo libro, appena uscito negli Stati Uniti, Too big to know. Il titolo (letteralmente: troppo grande per conoscerlo) strizza l’occhio al bestseller sulla crisi finanziaria di Andrew Rosa Sorkin Too big to fail: intemet starebbe modificando non solo i meccanismi e i contenuti del sapere, ma il significato stesso di conoscenza.
Con la diffusione di massa dei personal computer è tramontata l’idea classica, legata alle biblioteche, di un sapere verticistico, in cui, calandosi dall’alto nello spazio di una o tremila pagine, solo «l’esperto», può colmare il vuoto di informazioni del lettore-studente.
Weinberger dichiara presto il suo debito con il sociologo Marshall McLuhan: «Trasformare il mezzo attraverso il quale si sviluppa, conserva e comunica conoscenza – scrive - significa trasformare la conoscenza». Così, il celebre slogan «il mezzo è il messaggio», ritorna di profonda attualità.
«Ogni blogger è un medium e ogni lettore è un editor», scrive Weinberger, che mostra come lo spettatore di una partita di calcio, grazie alla tecnologia, sia oggi in grado di vedere i replay in tempo reale e valutare errori e mosse vincenti sulle chat live prima dell’arbitro. Allo stesso modo le notizie che circolano sui sociali network troveranno centinaia di persone pronte a correggerle, contestarle, arricchirle.
La vecchia cultura del «bisogno di sapere» deve oggi farei conti con il «bisogno di condividere». Ma qual è il risultato? Weinberger delinea le caratteristiche della conoscenza 2.0: vasta, data la quantità abnorme di informazioni in circolo; senza argini: il web a differenza di una pagina non ha confini; populista perché terreno fertile per propaganda; e instabile perché il nuovo sapere non è frutto di un accordo tra gli esperti - memoria della sintesi aristotelica - ma nasce proprio dal disaccordo di chi partecipa alla discussione.
Secondo lo studioso americano sono le basi della conoscenza ad essere cambiate: i fatti. Fino al XVII secolo questi erano simboli di una teoria, manifestazione di un’idea universale, analogie tra il divino e l’umano. «Prima dell’Illuminismo il termine "fatto" - scrive - aveva il significato di cattiva azione: un omicidio era un fatto, non le Piramidi in Egitto», simboli di un mondo oltre quello terreno.
L’Illuminismo ne rivoluziona dunque il significato restituendo al fatto la natura dl fenomeno: è ciò che appare. «I fatti sono costituiti da particolari, non da universali - si legge in Too big to know - ma i nostri antenati disdegnavano il particolare in quanto oggetto della percezione sensoriale, un aspetto che ci accomuna agli animali». Il metodo scientifico prima e la scoperta della statistica poi daranno alla nozione di fatto un significato opposto: quello che si può vedere, dimostrare, contare. Gli uomini sviluppano così un metodo di gestione della conoscenza che porteranno avanti fino alla nascita di internet: la sottrazione. L’unico modo per orientarsi nel caos dei fenomeni è ridurli, affidando la selezione agli esperti che li scarteranno, analizzeranno e infine decideranno quali di essi possono essere offerti al pubblico.
Ma entra in scena il Web sociale, che ribalta la struttura: i fatti non sono più «unità isolate di conoscenza» ma parte di un network, «ed esistono grazie alla possibilità che hanno gli utenti di condividerli». Nel secolo scorso la tabella utilizzata per dimostrare, ad esempio, che il livello di criminalità in una città fosse diminuito, veniva solo menzionata all’interno di un articolo. Al lettore restavano due opzioni: fidarsi o non fidarsi dell’autore. Oggi quegli stessi dati sarebbero a disposizione di tutti gi utenti capaci, in questo modo, di verificare la bontà dell’informazione.
Il network è principio primo della nuova conoscenza e i fatti sono «condivisi, perché è l’infrastruttura stessa della conoscenza che lo richiede. La bontà del sapere prodotto online dipende dall’architettura che siamo in grado di costruire. Weinberger spiega: «Da quando la conoscenza è diventata un network, la persona più intelligente all’interno di una stanza non è quella che pontifica in piedi davanti a noi, né tanto meno l’intelligenza collettiva della stanza: la persona più intelligente della stanza è la stanza in sé; il network che connette persone e idee in quello spazio e le proietta all’esterno». Per il filosofo ne deriva un sapere «meno certo ma più umano, meno definito ma più trasparente, attendibile ma più inclusivo, meno solido ma più ricco».
È in atto una crisi del sapere che è, allo stesso tempo, esaltazione del sapere: mai c’è stata tanta informazione nel mondo accompagnata, per la prima volta, da un contenitore adatto ad accoglierla. Come gestire la nuova era? Il ricercatore di Harvard intravede due scenari: da un lato la Rete come contenitore di gossip, bugie, rancori e propaganda, capace di rendere più stupidi gli utenti. Il trionfo del «lato oscuro» di Internet temuto da attenti osservatori delle dinamiche online come il «nostro» Eugeny Morozov, gli scrittori Nicholas Carr e Gianni Riotta, il pioniere di Internet Jaron Lanier e il politologo Charles Kupchan, in cui il rischio è che a vincere sia chi urla di più. L’alternativa è lavorare per costruire una «stanza» migliore.
È stato un techno-entusiasta come Clay Shirky, docente alla New York University, a sostenere che la questione non riguarda «il sovraccarico di informazione ma il fallimento del filtro». Ed è qui che la teoria di Weinberger si fa più interessante. Il filosofo spiega che i filtri utilizzati per scremare la quantità di informazioni online hanno seguito fino a oggi due strade: l’aritmetica e il «sociale».
Da un lato algoritmi e formule che permettono a Google di indicizzare i risultati di una ricerca, di correggere in automatico gli errori di un testo o ancora di parlare via Skype con amici lontani. Dall’altra i consigli dei nostri amici sui social network (pensiamo agli «I like» di Facebook), ovvero la selezione operata dai «personal opinion leader» in base a gusti e preferenze.
Nel primo caso i rischi sono quelli paventati da Eli Pariser in The Filter Bubble: un sistema che indicizza le informazioni in modo che vadano a consolidare i nostri stereotipi, in cui la personalizzazione della ricerca porta gli utenti in un universo coerente, dove anche un neonazista o un cannibale troveranno online conferme delle loro teorie e della bontà delle loro pratiche.
Se ci affidiamo invece a un filtro «sociale» sarà il conformismo degli amici a prevalere e lo farà ad uso e consumo del marketing. I filtri sono contenuto. Lavorare per migliorare i meccanismi di selezione della notizia, è fondamentale per migliorare la produzione informativa.
Secondo Weinberger per risolvere il problema dell’overload informativo non bisogna ridurre le informazioni ma aumentarle. Il filosofo è convinto che la strada provata dalle istituzioni del sapere - dai governi ai giornali - di utilizzare la segretezza o il filtro del pagamento per gestire le informazioni sia sbagliata: un tentativo inutile di fermare il flusso della storia. La soluzione di Weinberger si chiama «metadata». Nell’architettura del nuovo sapere l’utente diventa esperto e, analogamente, rende esperto chi legge, quando è capace di fornire le informazioni, i dati, i diversi punti di vista che hanno reso possibile la costruzione della notizia. Un articolo pieno di link che rimandano alle fonti e di contributi audio-video è un modo per migliorare il sapere. Permettere che circoli in maniera pubblica e gratuita insieme a quello prodotto da fonti autorevoli (centri di ricerca, giornali, istituzioni) è la maniera per infondere le qualità del vecchio modo di produrre sapere nel nuovo. E accettare una volta per tutte che non è la sintonia il principio della conoscenza ma la dialettica. Anche stavolta Socrate c’era già arrivato: è nelle differenze, e nel dibattito maieutico tra le idee che germina il sapere.
«Corriere della Sera» - Supplemento "La lettura" del 22 gennaio 2012