Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post

01 novembre 2020

Le caricature di Maometto in Francia: ogni umano diritto ha responsabili limiti

di Giuseppe Dalla Torre
È davvero difficile essere d’accordo con questa sorta di entusiastico consenso che – in Francia soprattutto, ma in parte anche altrove – accompagna la ripubblicazione delle controverse caricature di Maometto da parte della rivista satirica 'Charlie Hebdo', in coincidenza con l’inizio del processo sulle stragi del 2015. Un disaccordo netto e basato su almeno due ordini di ragioni.
La prima, di carattere generale, attiene al principio di responsabilità che deve guidare l’agire umano. Esso comporta che, quand’anche si agisca esercitando un diritto riconosciuto dall’ordinamento – come nel nostro caso la libertà di manifestazione del pensiero – si tengano sempre nel dovuto conto i possibili effetti pericolosi o negativi nei confronti degli altri. Nel caso specifico la reazione jihadista del gennaio di quell’anno alla pubblicazione delle vignette satiriche, provocò – oltre alla strage della redazione del settimanale – la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ventidue.
Era assolutamente prevedibile che la pubblicazione pesantemente offensiva della coscienza islamica avrebbe potuto provocare una grave e persino criminale reazione, nel contesto di una società francese, e più in generale occidentale, attraversata da profonde tensioni per la presenza di radicali islamisti. Dunque, il principio di responsabilità avrebbe dovuto trattenere i redattori del settimanale satirico dal prendere di mira, e pesantemente, persone venerate nella religione islamica, specie in un momento di così alte inquietudini.
Ripeto: la legittima titolarità di un diritto non giustifica sempre, almeno da un punto di vista etico, il suo concreto esercizio qualora si possano così mettere in pericolo beni fondamentali della persona e della società. La seconda, di carattere più specifico, riguarda l’ambito e i limiti dell’uso della satira. Come noto è questo un genere letterario che ha una grande tradizione in Occidente, e che ha una precisa funzione positiva, in alcuni casi addirittura necessaria, nel mantenimento di una società democratica.
Nel senso che la satira ha la funzione di criticare, nel modo suo proprio, il potere nei suoi eccessi e nei suoi sviamenti; costituisce un contrappeso alla degenerazione politica o, comunque, dei centri di potere quali che essi siano. La satira smaschera, rende nudo, disarma chi è potente e usa la propria forza per sopraffare. Ma la satira assume un altro volto, questa volta negativo, quando aggredisce singole persone o gruppi, colpendo con l’ironia sferzante, estrema, le diversità etniche, religiose, di pensiero o di genere. Altra è la critica, anche vivace, anche serrata, anche pungente; altra è la manifestazione di un pensiero che si trasforma in vilipendio, in offesa, in ferita grave, o addirittura gravissima.
Non è lecito ad alcuno offendere i legittimi e più profondi sentimenti degli altri, a cominciare da quelli che sono gli affetti familiari. Chi tollererebbe frecciate satiriche pubbliche alla propria madre? Ma per ogni credente la religione è madre. Del resto non fu proprio quel periodico satirico francese a ironizzare pesantemente sulla tragedia del crollo del ponte Morandi? E non furono legittime e sacrosante le reazioni indignate, e direi corali, dell’opinione pubblica italiana? Sorprende pertanto che Emmanuel Macron abbia difeso ancora una volta 'la libertà di blasfemia', associandola alla 'libertà di coscienza': perché si tratta di cose ben diverse e perché anche la libertà di coscienza può incontrare legittimi limiti (ammetteremmo, in nome della libertà di coscienza, sacrifici umani?).
La questione presenta anche altri aspetti, che debbono essere presi in seria considerazione, come i limiti che pure si debbono apporre a quel delitto di 'blasfemia' per cui, proprio in certe terre a maggioranza islamica, i cristiani tanto soffrono. Occorre ovviamente trovare, nel concreto delle diverse realtà, il punto di equilibrio tra diritti in conflitto fra di loro. E questo è compito, delicato, che spetta a legislatori e giudici.
«Avvenire» del 5 settembre 2020

31 ottobre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

Nizza, Charlie Hebdo, e la libertà di essere orribili

di Luca Bottura
La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all'Occidente c'è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull'architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l'è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici. Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull'Italia dopo il terremoto, con il sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che "non fa ridere". Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.
Ma c'è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l'inchiostro.
Delle due, dunque, l'una: l'emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all'altezza dell'articolo 21.
Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss'altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l'opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.
A quel punto però si pone la domande delle domande: chi li decide, questi limiti?
Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l'autocensura? Perché mica ce n'è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.
Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta? Nulla contro Vittorio Feltri, per dire. Ma se a lui danno fastidio i musulmani, e lo scrive tutti i giorni a caratteri di scatola, io non avrei mai pubblicato il titolo "Vaffanmerkel".
Per sua fortuna, mia, e di tutti, non ho potuto impedirglielo.
Da queste parti, dopo che è diventato l'Oriana Fallaci d'Oltralpe, si porta molto bene il filosofo francese Houellebecq, che da molti libri in qua sembra nient'altro che una copia senza battute del comico Dieudonné. I suoi testi sono ormai riferimento per la nostra Destra sovranista, quella che chiede dimissioni di ministri perché un tizio sbarcato in Italia è andato a spargere sangue in Francia, contando sul win-win: governano gli altri, li accusano di negligenza e di favoreggiamento dell'invasione. Ci fossero stati loro, ne avrebbero approfittato per sollecitare qualche escalation autoritaria. Il Bignami più noto di Houllebecq si intitola "Sottomissione".
Ecco: non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere. Siamo più forti di così. Dovrebbero esserne consapevoli anche quelli che, appunto, cianciano ogni secondo di "superiorità culturale".
È un concetto rozzo. Ma anche se fosse, è arrivato il momento in cui ci tocca di dimostrarlo. Restando liberi.
Visto, si stampi.

«la Repubblica» del 30 ottobre 2020

06 settembre 2016

#JeSuis Charlie sempre. Anche se non ci piace

La polemica dopo le vignette sul terremoto
di Pierluigi Battista
Chi stabilisce i confini della decenza quando si parla di satira? Perché non possiamo gridare alla censura nonostante i contenuti oltraggiosi o che ci paiono una porcheria
#JeSuisCharlie anche se «Charlie Hebdo» pubblica vignette volgari e oltraggiose. Perché la libertà d’espressione è anche diritto alla volgarità. Naturalmente deve esistere una reciprocità di diritti: se la satira vuole vedere riconosciuto quello dell’irriverenza assoluta e offensiva, deve anche riconoscere il diritto altrui a criticare le schifezze che si pubblicano in nome della satira. Se noi volessimo rispettare solo la libertà di ciò che ci aggrada, non ci vorrebbe un grande sforzo. Lo sforzo è riconoscere la libertà di dire e disegnare e rappresentare cose opposte a quelle che pensiamo e che consideriamo giuste, buone, persino sacre. Dicono: ma non si oltrepassino i confini della decenza. Ma chi stabilisce questi confini? La censura è per definizione il campo dell’arbitrio, della discrezionalità, della prepotenza di chi pretende di incarnare il Giusto e il Buono. E allora, dobbiamo accettare passivamente le volgarità sui nostri morti sepolti dal terremoto? Certo che no, nessuna passività. Possiamo dire attivamente che si tratta di una porcheria. Oppure possiamo avvalerci di quell’altra fondamentale libertà che sarebbe da stolti dimenticare, e cioè la libertà di non comprare un vignettificio che non ci piace. Non vuoi «Charlie Hebdo»? Non andare in edicola a comprarlo. Questa è la libertà, a meno che uno non sia costretto a pagare cose che non vuole vedere, come avviene con il canone Rai. Quando c’è la sfida dei fanatici jihadisti che vogliono toglierci ogni libertà, bisogna essere rigorosi nel difendere ogni libertà. Compresa quella che non ci piace. Perciò #JesuisCharlie, anche se stavolta sono stati dei veri farabutti.
«Corriere della Sera» del 2 settembre 2016

No, la satira non può tutto

La vignetta di «Charlie Hebdo» sul sisma italiano
di Giorgio Ferrari
Triste è quel Paese dove ridere è vietato, anzi, pericoloso. Tristissimo quello dove raccontare una barzelletta o peggio fare della satira può costare perfino la vita. Ne sanno qualcosa i cittadini e, soprattutto, gli intellettuali delle innumerevoli satrapie mediorientali, dove il motto di spirito diventa facilmente un’offesa alla dignità nazionale e dove anche la più sperimentata tolleranza occidentale appare spesso come una studiata provocazione.
Qualche giorno fa i disegnatori di Charlie Hebdo – sì, la rivista satirica francese epicentro di una strage a opera di fondamentalisti islamici che seminò orrore e morte a Parigi – hanno pubblicato una vignetta dal titolo «Séisme à l’italienne» (Sisma all’italiana), nella quale compare una coppia di terremotati pesti e sanguinanti accanto a una catasta di morti sepolti da strati di pasta con la dicitura 'Penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne'. Dovrebbe far ridere, a quanto si deduce. A patto che i lettori di Charlie Hebdo e la gran massa dei francesi – cosa di cui dubitiamo – siano a conoscenza del fatto che il paese di Amatrice (che tradotto nella loro lingua corrisponde a ' femme amateur', nel senso di 'donna dilettante', ovvero 'Personne qui a une attirance particulière pour quelque chose', o anche di 'amante' e perfino di ' maîtresse') è la patria della pasta all’amatriciana.
Ma anche se per caso lo sapessero, il quesito rimane? Fa ridere? Prende in giro qualcosa o qualcuno? Vuole accusare il pressapochismo italiano (che in questo caso peraltro non c’è stato, e i soccorsi sono stati tempestivi ed esemplari) resuscitando triti stereotipi ('macaronì' era il termine con cui venivano chiamati i nostri connazionali che emigravano in Francia)? Satira significa dunque raffigurare una catasta di terremotati seppelliti sotto macerie rappresentate come strati di lasagne? Morti veri, quelli di Amatrice, di Accumoli, di Arquata del Tronto, non disegni. Umorismo macabro, si dirà, black humour, bisogna saperlo capire e sopportare (inevitabile, immaginiamo, il rimando che prima o poi qualcuno farà al corrosivo e inimitabile stile di Karl Kraus, implacabile fustigatore di costumi nella Vienna a cavallo dei due secoli con la sua rivista Die Fackel).
Ma continuiamo a non esser convinti. Certo, siamo lontani dalla Satura lanx, il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi sul cui spirito (quello dell’abbondanza, del miscuglio di generi, della contaminazione) sorse la satira latina e sulla quale è superfluo soffermarsi ora: Menippo, Varrone, Persio, Giovenale, Lucilio, Orazio ci precedono e illuminano da un’infinità di secoli. Peraltro la smemoratezza che dilaga nel passaggio fra una generazione e l’altra ci fa dimenticare l’irruenza polemica con cui pubblicazioni come L’Asino (foglio d’intonazione socialista e anticlericale nell’Italia giolittiana) o Il Lampione (edito da Carlo Collodi a metà dell’Ottocento), divertivano i lettori bacchettando usi e costumi della nostra nazione appena nata e già così ricca anche di vizi e di ombre.
Un ingrediente tuttavia era molto raro presso poeti, scrittori e disegnatori satirici dei tempi andati: la volgarità. Di cui abbonda viceversa (e non da oggi) Charlie Hebdo. E già questo basterebbe a revocargli quell’aureola di santità civile che si è tragicamente guadagnata il 7 gennaio 2015. Non si chiede tanto. Ma il diritto di dire che quella vignetta sul terremoto è ignobile, un insulso e stupido infierire su chi è ferito, ce lo prendiamo tutto anche stavolta. Con buona pace di 'quelli che': la satira può tutto...
«Avvenire» del 3 settembre 2016

22 giugno 2016

Privacy, il Garante: "No a oblio web per le pagine drammatiche della Storia"

Soro: "Per reati gravi prevale l'interesse pubblico all'accesso alle notizie"
s. i. a.
La storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy Antonello Soro nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
L'interessato, che ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google - spiega il Garante - chiedendo la rimozione di alcuni indirizzi e suggerimenti di ricerca. Google non ha accolto la richiesta e così l'ex terrorista si è rivolto al Garante, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti del passato e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita causa gravi danni personali e professionali. L'Autorità ha dichiarato infondato il ricorso, perché le informazioni fanno riferimento a "reati particolarmente gravi", che hanno "valenza storica" e per cui è "prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie".
L'Autorità - spiega la Newsletter del Garante - ha rilevato che le informazioni di cui l'ex terrorista chiedeva la deindicizzazione "fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso". Secondo il Garante, poi, "le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva" e "riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista".
Inoltre, "nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante, ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità - conclude la Newsletter - ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un 'url' di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento".
«la Repubblica» del 21 giugno 2016

02 gennaio 2016

Error 451, ecco il numero che ci segnalerà la censura online

L'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete (IETF) ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Il neo arrivato, omaggio allo scrittore Ray Bradbury, dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta è bloccata per "ragioni legali"
di Rosita Rijtano
451 sono i gradi Fahrenheit a cui brucia la carta, secondo l'immaginifica fantasia dello scrittore Ray Bradbury, che nel suo romanzo (dal quale François Truffaut trasse il film "Fahrenheit 451") tratteggia una società distopica dove è vietato leggere e avere dei libri. E 451 sarà anche il numero dell'errore che presto potremo vedere sugli schermi dei pc quando ci sarà negato l'accesso a una pagina web censurata. Perché l'Internet Engineering Task Force (IETF), cioè l'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete, ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Tradotto per i meno tecnologici: in pratica, si tratta di quei messaggi che servono per comunicarci le informazioni riguardanti il trasferimento dei dati tra il nostro computer personale e il server web che ospita il sito su cui vogliamo navigare. E che per convenzione vengono condivisi dalla comunità hi-tech. Quelli con un numero compreso tra il 400 e il 599 segnalano: attenzione, qualcosa non funziona.
Si va dal famoso e fin troppo comune 404, seguito dal perentorio "not found" che sta a indicare una risorsa non disponibile, all'autorizzazione negata del 401, passando per il 500, errore interno del server, e il 504: il gateway timeout, che generalmente si verifica a causa di una grande mole di lavoro. L'elenco dei "crac" è lungo. E si è appena arricchito grazie all'aggiunta di un nuovo elemento. L'errore 451, appunto. Il neo arrivato dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta viene bloccata per via di "ragioni legali", come la censura governativa. E configurarsi, quindi, al pari di un'etichetta ad hoc per denunciare il sempre più pervasivo controllo statale sul web. Uno strumento tutt'altro che inutile. La cui gestazione, però, ha avuto tempi lunghi. Infatti, la sua introduzione è stata proposta per la prima volta già nel lontano 2013, proprio per omaggiare lo scrittore dell'Illinois morto quell'anno. Autore dell'input? Tim Bray, un ingegnere di Google, che aveva a sua volta ripreso un'osservazione di Terence Eden. I fatti: dopo il blocco per violazione di copyright di Pirate Bay da parte delle autorità britanniche, sugli schermi di chi abitava in Inghilterra e voleva visualizzare la pagina compariva il messaggio "403" che significa "il server ha capito la richiesta, ma si rifiuta di soddisfarla". Tuttavia, notava Eden, non era il sito di file sharing a impedire l'accesso agli internauti inglesi. Bensì il governo del Regno Unito. Da qui l'invocata necessità di una maggiore accuratezza."Non potremo mai disfarci del tutto delle restrizioni legali sulla libertà di parola. D'altra parte, credo che quando tali divieti sono imposti, ciò deve avvenire in modo trasparente", spiegava Bray in un'intervista al Guardian.
Ma la sua idea non è stata accolta dal gruppo di tecnici e ricercatori dell'IETF. Fino ad oggi. Le ragioni del cambio di posizione le scrive Mark Nottingham, presidente dell'IETF HTTP Working Group: "Da quando il controllo su Internet è diventato più visibile e prevalente, ci è giunta voce che i responsabili dei siti avrebbero gradito l'opportunità di fare questa distinzione. Ancora più importante: i membri della comunità volevano avere la capacità di scoprire i casi di censura in modo automatico". Non si tratta di un'esigenza di poco conto se si pensa che, secondo il report stilato dall'organizzazione non governativa Freedom House, nel 2015 la libertà online è diminuita in tutto il mondo per il quinto anno consecutivo. Sui 65 governi presi in esame sono stati ben 42 quelli che hanno chiesto alle compagnie private o agli utenti internet di limitare, o cancellare, i contenuti sul web per ragioni politiche, religiose e sociali. Contro i 37 dell'anno precedente. Si è alzato anche il livello di sorveglianza e in molti hanno provato a limitare o proibire strumenti che proteggono la privacy, ad esempio la crittografia. Il declino maggiore? In Francia, dove dopo la strage di Charlie Hebdo è stata adottata una legge liberticida, paragonata al Patrioct Act statunitense post 11 settembre 2001. Così, commenta Stefano Zanero, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, l'approvazione del 451 a mo' di standard diventa "un modo elegante di protestare ed esprimere preoccupazione per questa deriva". Oltreché uno strumento di precisione.
Certo, come ci spiega Salvatore Previti (analista programmatore senior), "il fatto che un codice esista non significa che verrà usato. In teoria, potrei programmare il mio server web per ritornare qualsiasi codice io voglia. È solo una convenzione". Un esempio noto e divertente è l'Hyper Text Coffee Pot Control Protocol (HTCPCP): un protocollo di rete per il controllo, il monitoraggio e la diagnostica delle caffettiere, pubblicato per il pesce d'aprile del 1998. Con tanto di errore 418 (usato da Google per i suoi scherzetti) che avverte "il server" a cui vogliamo collegarci "è una teira e non è in grado di preparare il caffè". In questo caso la faccenda è più seria. "Sospetto che in alcune giurisdizioni, i governi disabiliteranno l'uso del 451 per nascondere ciò che stanno facendo. Non possiamo fermarlo", ammette lo stesso Nottingham. Ma non lascia spazio al cinismo: "Se lo fanno, mandano un forte segnale a te, in qualità di cittadino, su quale sia il loro intento. E penso valga la pena saperlo".
«La Repubblica» del 1 gennaio 2016

02 settembre 2014

Sette europei su 10 vedono film senza pagare

di Alessandro Longo
La pirateria non è un'anomalia di sistema, un cancro da estirpare: è diventata una prassi consolidata, seguita dalla maggior parte degli utenti internet, e rischia di essere persino funzionale allo sviluppo della creatività e dell'industria cinematografica. Emerge questa realtà - che contrasta le tesi dagli alfieri del copyright - se mettiamo assieme una serie di studi fatti negli ultimi anni da diversi istituti di ricerca, università e dalla Commissione europea.
Cominciamo da quest'ultima: un suo studio di quest'anno (http://bookshop. europa. eu/it/a-profile-of-current-and-future-audiovisual-audience-pbNC0414085) rivela che il 68 per cento degli utenti europei vede film gratis su internet (streaming o download). Non solo: il 50 per cento di loro dice di non pagare i film perché non può permetterselo per tutti quelli che intende vedere. Questa affermazione suggerisce che i film visti gratis non sono davvero una perdita di introiti per l'industria, visto che quelle persone non potrebbero mai pagarli (semmai, rinuncerebbero a vederli se non potessero farlo gratis). Ne deriva anche che la disponibilità di film gratis aiuta a diffondere la cultura cinematografica tra i ceti meno abbienti, che non avrebbero alternative alla pirateria. Sempre secondo lo studio europeo, infatti, la maggioranza degli utenti che vede gratis i film ha un reddito inferiore ai mille euro al mese e sono tipicamente giovani e con un alto livello di istruzione. E' l'identikit di una generazione che nonostante la laurea è sotto occupata e può soddisfare i propri interessi culturali anche (o solo) grazie alla pirateria.
Ci sono poi studi secondo cui la pirateria fa da volano alla visione legale dei film (al cinema e in dvd), a mo' di veicolo pubblicitario non convenzionale. Il primo che va in questa direzione è stato di Gfk, commissionato dall'industria cinematografica tedesca per certificare la crescita delle vendite nelle sale dopo la chiusura del portale pirata Kino.to. Studio mai pubblicato ufficialmente perché aveva scoperto una verità opposta; ma è finito comunque su internet per vie traverse e quindi ormai è di dominio pubblico (http://www. repubblica. it/tecnologia/2011/07/29/news/pirateria_cinema-19494246/). In seguito, uno studio dell'università del Minnesota ha aggiunto che non è possibile provare un rapporto causa-effetto tra pirateria e calo degli incassi cinematografici (http://papers. ssrn. com/sol3/papers. cfm?abstract_id=1986299).
Più di recente, una ricerca congiunta tra la ISM (International School of Management Campus München) e l'università di Copenhagen ha analizzato l'effetto della chiusura di Megaupload (celeberrimo sito pirata) e ha trovato evidenze interessanti. Ha rilevato l'aumento del business solo per i maggiori film blockbuster e nessun vantaggio per la maggioranza dei film. Per quelli di nicchia, non commerciali, ha scoperto che anzi l'impatto è stato negativo, perché secondo i ricercatori la pirateria fa in questo caso da cassa di risonanza per le opere di qualità poco pubblicizzate, "diffondendo l'informazione dai consumatori che hanno poco interesse a pagare a quelli che invece ne hanno molto", si legge nella ricerca. Inoltre, sempre nell'ottica del rapporto tra pirateria e diffusione della cultura, uno studio dell'Authority inglese Ofcom (http://stakeholders. ofcom. org. uk/market-data-research/other/research-publications/user-generated-content/) dice che una normativa copyright troppo rigida soffoca le nuove forme di creatività su internet, che spesso usano e reinventano opere protette da diritto d'autore.
Forse anche tra l'industria cinematografica sta cominciando ad attecchire l'idea- fino a ieri eretica- che la pirateria non sia una pratica del tutto avulsa dal normale business: nell'apprendere che il suo Il Trono di Spade è stato la serie tv più piratata dell'anno, il Ceo di Time Warner Jeff Bewkes, gran guru della televisione americana, l'ha definita "un'ottima notizia", "meglio che vincere un Emmy", arrivando ad aggiungere che la pirateria ha fatto da "passa parola"; ha concordato con lui il registra della serie, David Petrarca.
Qualcuno che potrebbe avere buoni motivi per attaccare la pirateria è anche Netflix, la principale piattaforma online di film (legali) al mondo. La pirateria gioca infatti sullo stesso terreno di Netflix (internet), ma è gratis e quindi potrebbe essere il peggiore avversario sleale che si possa immaginare per una piattaforma legale. Ebbene, il chief technology officer di Netflix Jon Nicolini ha detto che la pirateria è la minaccia numero uno per il business; ma invece di invocare leggi draconiane ha suggerito che per combatterla bisogna sforzarsi di migliorare l'offerta legale di film. "Il modo migliore di combattere la pirateria non è sul piano legale o giudiziario, ma dando buone opzioni legali, ai consumatori". Ragguardevole posizione da parte di una piattaforma che è nota per la sua ampia offerta di film e serie tv, ben più generosa di quella disponibile su analoghi servizi in Italia. Dove, per altro, Netflix ha appena dichiarato che arriverà solo nel prossimo anno, più tardi rispetto ad altri Paesi europei, in primo luogo perché da noi sono poco diffuse le connessioni internet veloci. Siamo il Paese con la peggiore copertura in fibra ottica e le connessioni più lente (in media, tra gli utenti), secondo la Commissione europea.
Insomma, tutti questi elementi suggeriscono un rapporto complesso e non scontato tra il cinema e la pirateria. E che le soluzioni possono essere trovate in azioni diverse dalla guerra ai pirati. "Fa fede l'esempio del mercato musicale, dove grazie alla maturità dell'offerta legale e dello streaming, la pirateria si è ridotta a una nicchia. E dove il mercato è tornato a crescere, dopo dieci anni di crisi, anche in Italia, come riportano i dati di Fimi", dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d'autore e storico promotore di campagne contro la normativa copyright dell'Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), poi in effetti approvata e in vigore dal 31 marzo (http://www. repubblica. it/tecnologia/2013/12/12/news/regolamento_copyright_scheda-73437061/). "Di conseguenza si può prevedere che anche per il cinema la pirateria diverrà sempre più un fenomeno di nicchia. E questo, senza adottare sistemi maldestri e invasivi come quelli della delibera Agcom", conclude Sarzana.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014

Ma scaricare gratis resta illegale

di Marco Fagnocchi
La pirateria digitale, i film e scaricati o guardati in streaming gratis da piattaforme che appaiono e scompaiono su internet, non solo non stanno danneggiando le grandi case di produzione cinematografiche, ma, anzi, secondo alcuni studi, starebbero facendo lievitare la presenza di spettatori nelle sale e aumentare gli introiti delle majors. Così le leggi repressive, le minacce di multe, arresti, blocchi di internet, oltre che inapplicate, si stanno dimostrando obsolete se non, addirittura, dannose. I pirati del web, insomma, stanno salvando Hollywood. Un paradosso. Perché la pirateria resta illegale. Chi scarica abusivamente film e brani musicali rischia ammende, così come chi li mette a disposizione sulla rete.
I nuovi mezzi di distribuzione hanno sempre creato allarme, in campo audiovisivo anche di più. In principio ci fu il "Betamax case". Universal e Disney denunciarono la Sony perché, siamo agli inizi del 1970, la compagnia giapponese mise sul mercato uno strano marchingegno che insieme al televisore avrebbe rivoluzionato la vita dello spettatore americano: il videoregistratore. Gli Studios, spaventati dalla possibile diaspora dalle sale, corsero ai ripari. Dopo diversi anni (1984) si arrivò alla storica sentenza: il videoregistratore non violava il diritto d'autore. Anzi, in quel periodo non solo le sale cinematografiche non avevano risentito di questa nuova apparecchiatura, ma il mercato dell'home video aveva portato nelle tasche degli Studios la metà degli introiti di tutta l'industria cinematografica. Passati ormai più di 30 anni lo schema sembra ripetersi nuovamente.
Internet sul finire degli anni '90 comincia ad affermarsi come nuovo strumento tecnologico, apolide, e, per gli Studios, apocalittico. Nascono siti di sharing, streaming, download. Basta andare su piattaforme peer to peer quali Emule, o affidarsi ai torrent sparsi nella rete e il gioco è fatto. Tutto è catalogato, schematizzato, fornito comodamente a casa, velocemente e soprattutto gratuitamente. Due i siti più famosi: The Pirate Bay e Megaupload.
È tra le pieghe di questi due siti che si combatte una battaglia non solo economica e giuridica, ma anche morale e culturale. Da una parte il sito svedese fondato da tre giovani hacker scandinavi si ispira alla nobile filosofia della free culture: la cultura è un bene di tutti e chiunque deve accedervi in maniera libera e gratuita. Dall'altra, non si può fare a meno di notare come il sito del tedesco Kim Donton presenti dei numeri da capogiro. 150 milioni di utenti registrati, 50 milioni di utenti unici al giorno, un introito che si aggira sui 200 milioni di dollari annui. Nel 2012 il Dipartimento di giustizia americano sequestra il sito e il povero Kim viene arrestato. L'accusa è violazione del copyright e pirateria. Si parla di perdite per l'industria cinematografica americana intorno ai 500 milioni di dollari.
Ma come si può calcolare scientificamente l'impatto della pirateria sull'industria cinematografica? Chi può assicurare che il ragazzo che ha visto uno dei tanti film a disposizione gratuitamente in rete, sarebbe andato in sala, o avrebbe comprato il dvd? E' questo uno dei punti più delicati dell'intera vicenda.
Come sostiene Marco Scialdone, avvocato in Diritto dell'Informatica e di internet, non esiste e non può esistere una diretta relazione tra pirateria senza scopo di lucro e mancato guadagno perché le ricerche commissionate dalle majors non sono scientificamente attendibili. Se si analizzano i dati infatti si può notare che, negli ultimi anni, gli incassi al botteghino non sono diminuiti, arrivando nel 2014 a segnare uno dei record storici dell'industria cinematografica. A dirlo è la Mpaa, l'ente americano formato dalle stesse compagnie cinematografiche che più di tutti in questi anni hanno combattuto la guerra alla pirateria. Dal 2009 al 2014 su scala internazionale si è registrato un incremento del 33% degli incassi per le sale. Un dato che si spiega anche con la ascesa di paesi quali il Brasile, la Russia e la Cina che sono, paradossalmente, sempre secondo la Mpaa, alcuni degli stati in cui la pirateria digitale è più forte.
Insomma le sale cinematografiche non sono mai state così in salute. E la fascia che va di più al cinema è proprio quella compresa tra i 12 e i 39 anni, quelli che teoricamente sanno meglio di chiunque altro come scaricare un film e hanno ogni tipo di supporto (smartphone, tablet, computer, smart tv) a portata di mano. Anche in Italia la situazione, almeno per quanto riguarda il botteghino e l'affluenza del pubblico, smentisce le cassandre. Si passa da un numero di spettatori che si aggira intorno ai 14 milioni nel 2005, quando la pirateria su internet era ancora contenuta, ai circa 22 milioni di spettatori del 2012 (fonte Cinetel).
L'aspetto più eclatante è che leggendo i dati riportati da alcuni studi indipendenti (quindi non commissionati dalle major) come quello realizzato dallo stato olandese, si scopre che chi scarica illegalmente è un cliente più attivo. Va di più al cinema, compra più dvd o film on demand di chi invece non scarica. Ad analoghe conclusioni arriva la ricerca di Ipsos Allemagne e lo studio fatto dalla Fondazione Luigi Einaudi. Anche Riccardo Tozzi, presidente dell'Anica, l'associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, analizza molto lucidamente questi dati confermando che il problema non è tanto nelle sale cinematografiche, ma nel home video: la fetta della grande torta che ha subito maggiormente l'avvento di internet.
Effetti paradossali del mercato: la tecnologia che una volta veniva attaccata e portata in tribunale, viene oggi difesa dalla stessa industria. A risentirne, dopo la chiusura del colosso Blockbuster, sono sicuramente le piccole realtà locali, le videoteche. Se le vendite di dvd nel 2012 registravano un calo del 12% a fronte di un fatturato di 420 milioni di euro, il noleggio arrivava a perdere circa il 30%. Resistono in pochi, pochissimi, come Videobuco, nel quartiere San Lorenzo di Roma. Aperto ormai da circa trent'anni, punto di riferimento per universitari e appassionati di cinema, sembra un piccolo atollo nel mare digitale. Ma il mercato audiovisivo è in continuo fermento e le majors stanno finalmente accorgendosi di come anche questa nuova tecnologia possa essere sfruttata.
È ormai dal 2007 che nascono e si affermano realtà quali Hulu, iTunes/Apple tv, Google Play e realtà nostrane come Chili Tv, Cubovision (oggi diventata Timvision). Sono piattaforme che permettono di vedere in streaming, sul proprio smart tv, un catalogo sempre più aggiornato e facilmente consultabile di film di ogni provenienza, tutto in maniera legale. Basta abbonarsi o pagare il singolo film di volta in volta. I prezzi contenuti hanno lasciato, inizialmente, intimoriti le major che a fronte del calo dell'home video non vedevano nel così detto electronic home video, una valida alternativa. Ma i dati in continua crescita (solo rispetto al 2011 si segnala un incremento del 47% del fatturato proveniente da questa fascia di mercato) hanno portato molte case di produzione a ripensare le proprie strategie. Non ultima l'Anica, che ha siglato un accordo con My Movies creando un canale streaming a pagamento (Anicaondemand).
Su tutti svetta il colosso di Netflix (non ancora disponibile in Italia), una streaming tv americana presente anche in diversi paesi europei che ha registrato nel mese di luglio i 50 milioni di abbonati con un fatturato che si aggira intorno ai 3,5 miliardi di dollari. Insomma ancora una volta la tecnologia inizialmente osteggiata sta offrendo all'industria la possibilità di nuovi e facoltosi incassi. Assumono così dei contorni leggermente sfuocati le leggi che via via negli anni si sono susseguite per contrastare il fenomeno della pirateria.
Clamoroso è stato il caso della cosiddetta "legge dei tre colpi" francese che prevedeva il blocco a tempo indeterminato dell'accesso ad internet a chiunque fosse stato trovato per ben più di tre volte a scaricare o guardare un qualsiasi file coperto dal diritto d'autore. La norma è stata ritenuta incostituzionale e trasformata in una multa tra i 60 e i 150 euro. Dopo 4 anni, milioni di euro spesi per tenere in vita l'Hadopi (l'ente francese che deve individuare i casi di pirateria e far rispettare la legge), i casi sanzionati sono stati tre. Non meglio è andata alla Russia di Putin, presente nella così detta black list della Mpaa dei paesi con il più alto tasso di pirateria mondiale. Il capo del Cremlino a marzo 2014 si era abbandonato all'amara constatazione che le misure anti download erano state un totale fallimento e che il sistema di controllo doveva essere profondamente ripensato.
L'Italia da parte sua rincorre decreti e normative da anni, sfociate nel maggio del 2014 nel tanto agognato decreto Agcom che ha portato l'industria e la stessa Fapav a gridare alla fine dell'illegalità. Come potrà controllare chiunque abbia una connessione, i siti di streaming e di sharing "pirati" sono ancora lì. Cineblog cambia dominio di continuo non appena uno dei suoi tanti siti viene oscurato. Realtà come TnT Village continuano a fornire gratuitamente migliaia di film, spesso anche introvabili, a chiunque si colleghi al sito, combattendo quella che viene definita "una battaglia etica" che si rifà né più né meno ai principi della free culture. Il decreto Agcom si segnala, appena entrato in vigore, per aver fatto rimuovere dal sito ufficiale della Regione Marche un video che mostrava le bellezze architettoniche della regione.
In America intanto vengono sviluppate due realtà che imprimono un'accelerazione inarrestabile alla condivisione di qualsiasi tipo di file. Popcorn Time che viene ribattezzato il Netflix pirata, subito chiuso e poi riaperto e che dà la possibilità di vedere in streaming migliaia di film utilizzando i file torrent, e il sito TvStreamcms che opera probabilmente il passo definitivo in questa strenua battaglia tra il diritto alla condivisione e la necessità che venga riconosciuto a chi produce un ritorno economico. TvStreamcms permette a chiunque ne abbia voglia di aprire il proprio sito di file sharing. Come sostiene il ceo di Dreamworks, allora, la partita è ancora lontana dall'essere conclusa. Le case di produzione dovranno sicuramente ripensare i propri modelli distributivi, dare la possibilità di fruire un film sul dispositivo che si preferisce (lo schermo della sala, il televisore o il proprio smartphone) e adeguare i prezzi alle differenti piattaforme. Internet più che uno spazio da combattere si prospetta, così, come l'ennesima frontiera da dover definitivamente conquistare: l'ennesima corsa all'oro su cui piantare la propria bandiera.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014

21 agosto 2014

La decapitazione: i mostri dell’orrore e la scelta di non essere complici

Il video e la Rete
di Beppe Severgnini
Mostrare o non mostrare il filmato dell’esecuzione di James Foley? I limiti della condivisione, il diritto alla libertà e il gioco dei terroristi
La decapitazione di James Foley, recitata come la scena di un film, è sconvolgente: attori goffi, orrore vero. Un giornalista quarantenne, insaccato in una veste arancione, scannato nel deserto da un uomo - definizione che non merita - bardato di nero. Gesto mostruoso e preistorico; strumenti sofisticati e nuovi. Colori, luce, inquadratura, movimenti, tempi: tutto appare studiato per essere visto e diffuso. Se così fosse - e così è, quasi certamente - perché aiutare i carnefici? Gli abbiamo già fornito la tecnologia. Vogliamo diventare i loro portavoce? Questa è la domanda che si pongono molti in queste ore: i governi occidentali, i macchinisti della rete (Google per YouTube, Twitter), le grandi testate, le televisioni, chiunque abbia un collegamento internet veloce. #ISISMediaBlackout è diventato virale.
La dichiarazione recita così: «Quando terroristi o criminali di guerra disperatamente pubblicizzano i loro crimini, non aiutateli. Quando i social media, giornalisti e osservatori condividono immagini macabre per riportare i fatti, svolgono lavoro di PR per costoro. Descrivete i loro crimini, non pubblicate la loro propaganda».
Molti hanno aderito, altri hanno protestato: in nome della libertà. Libertà assoluta di sapere, di vedere, di esprimersi, di decidere. Chi ha ragione?
«Che i terroristi di Isis, da tempo abili nell’uso dei social network, possano contare su piattaforme gratuite per rilanciare i loro tremendi messaggi, e lo facciano sfruttando il passaparola degli utenti, è una distorsione terribile», scrive Marta Serafini sul blog «6 Gradi» di Corriere.it . E aggiunge: «Certo si lascia ad aziende e società commerciali una responsabilità enorme». E’ così, ma è inevitabile: strumenti nuovi, fenomeni nuovi, decisioni nuove. Scappare non serve: la realtà è più veloce di noi, e ci costringe ogni volta a scegliere.
Alcune testate di lingua inglese (New York Times, Wall Street Journal, Financial Times) hanno messo la notizia della decapitazione in basso, carattere piccolo, con foto d’archivio? Sembra un eccesso di zelo, e una curiosa scelta giornalistica. YouTube e Twitter hanno rimosso il filmato dell’esecuzione? E prima che ciò accadesse diversi media - tra cui il Corriere della Sera - hanno evitato di pubblicarlo? E’ giusto. Non perché lo ha chiesto la Casa Bianca. E’ giusto perché diffondere quel video è l’obiettivo dei carnefici: ostacolarli è un dovere. Le foto del massacro nella scuola di Beslan (2004)? Le immagini dei resti delle vittime dell’aereo abbattuto sull’Ucraina il 18 luglio? Sconvolgenti: ma servivano a raccontare due follie, e a evitarne altre.
I libertari assoluti non ci stanno: bisogna guardare/ascoltare/leggere tutto per poter decidere! Rimuovere quel video? Una censura. Domanda: condividiamo forse filmati pedopornografici prima di condannare la violenza sessuale sui bambini? Saremmo contenti se le immagini strazianti di un nostro familiare venissero date in pasto alla morbosità del mondo? Perché di questo si tratta, parliamoci chiaro. Assuefatti al sangue e alla violenza cinematografica - che l’America vezzeggia e vende senza scrupoli, non dimentichiamolo - vogliamo di più: sangue e coltello veri, non succo di pomodoro e lame di gomma. Anni fa a Los Angeles ho conosciuto Judeah Pearl, uomo dolce e mente finissima (studioso della causalità, ha vinto nel 2012 il Turing Prize, il Nobel dell’informatica). E’ il padre di Daniel, il giornalista americano decapitato in Pakistan nel 2002 da al-Qaeda. Chiediamo a lui se è nobile e utile, in nome della libertà d’espressione, scambiarsi il filmato dell’esecuzione di James Foley.
Leggo tra i commenti su Corriere.it : «Mostrare, assolutamente mostrare anzi da far vedere in TV in fascia protetta, che tutti vedano cosa vuol dire decapitare un uomo usando un coltello, che sentano le urla, il rumore gorgogliante dei fiotti di sangue che zampillano, e lo sguardo lucido e soddisfatto del carnefice che tiene per le mani la testa sgocciolante e che soprattutto si rendano conto di quanto tempo ci vuole e di quanto sia lungo l’orrore, e poi vediamo quanti simpatizzanti restano».
Resterebbero e aumenterebbero, vorrei dire al lettore. Tra di noi, infatti, non ci sono solo Di Battista inadeguati e presuntuosi («Quando non hai mezzi per combattere una guerra regolare, resta solo il terrorismo»). Ci sono persone che, davanti a problemi complessi, s’accontentano di risposte semplici e orrende (il mondo è ingiusto? Un genocidio lo purificherà!). Perché, noi che impediamo la propaganda nazista, dovremmo tollerare - anzi, sostenere - quella dell’estremismo islamico?
«L’orrore, l’orrore!», evocato dal protagonista di «Cuore di tenebra», aleggia sempre sul mondo: sta agli uomini liberi portare, faticosamente, la luce. Decidendo cosa fare e cosa non fare; cosa dire e cosa non dire; cosa ascoltare e cosa non ascoltare; anche cosa guardare e cosa non guardare. Papa Francesco ha ragione. E’ in corso «una terza guerra mondiale a puntate», e non è finita. Ma la vinceremo, anche questa volta.
«Corriere della Sera» del 21 agosto 2014

30 luglio 2014

Gli indignati della privacy

La Rete si è mobilitata dopo la decisione di Facebook. Siamo tornati al solito anatema contro i «persuasori occulti»
di Pierluigi Battista
I giganti del web accusati di modificare gli algoritmi per influenzare emozioni e bisogni degli utenti. Sciocchezze: tutto è manipolazione, anche l’amore
Negli anni ruggenti del consumismo, e nel pieno rigoglio della «società del benessere» (bei tempi!), molti pauperisti, tradizionalisti, reazionari, antagonisti, anticapitalisti, e con loro una corona di tantissimi intellettuali chic, non si stancavano di denunciare con fervore militante le oscure mene dei «persuasori occulti» descritti allora da Vance Packard. Ne svelavano i turpi disegni di «manipolazione» dell’umanità per trasformare i cittadini in docili strumenti nelle mani dell’industria, cera molle da plasmare e deportare sotto ipnosi pubblicitaria nei templi del consumo dove si sarebbero gonfiati profitti e ricchezze smisurate. La pubblicità veniva indicata come un’arma del demonio, tecnica sofisticatissima per plagiare gli inermi consumatori e manovrata dai dominatori del mondo che avevano fatto del consumo una nuova forma di schiavitù.
Tempi lontani, quelli dei «persuasori occulti» e di Packard. Più di cinquant’anni fa. Acqua passata, un’epoca chiusa, l’ultimo grido di dolore dei sacerdoti del vecchio ordine prima del definitivo trionfo della modernità consumistica. O no?
No. Proprio in questi giorni si è infatti accesa, ricalcando sin nei minimi dettagli l’anatema contro i «persuasori occulti» di tanti anni fa, una tambureggiante campagna contro i mastodontici artefici di un nuovo, repellente «mercato delle emozioni». Sotto accusa è in primo luogo la spericolata azione degli zelanti colonnelli di Zuckerberg che nell’oscurità hanno dolosamente modificato un po’ di profili Facebook per capire come influenzare gli umori degli utenti ignari di tanto oltraggioso attentato alla loro privacy (proprio la privacy di chi si iscrive volontariamente a Facebook, cioé il regno dell’antiprivacy? Quella). Ma sull’onda dell’indignazione è poi partita una furiosa lotta contro i «manipolatori» dei sentimenti, i nuovi prepotenti oligarchi che imperano sullo spirito pubblico. E che avrebbero fatto di così criminoso questi colossi di Google e di Yahoo!, di Microsoft e di Twitter e di Amazon da meritarsi tanta risentita deplorazione? Avrebbero ideato, coadiuvati dai tecnomaghi degli algoritmi che per farci del male non esitano a setacciare la nostra personalità spiando i nostri comportamenti sul web e sui social network, un modo per manipolare la popolazione del mondo e riprogrammarla come una gigantesca ed eterodiretta folla di consumatori compulsivi.
Sono inorriditi perché in questa azione di spionaggio una volta Google ha osato testare — che vergogna — le preferenze inconsapevoli dei suoi innumerevoli ospiti, variando con «41 sfumature di blu» lo sfondo delle sue pagine web: addirittura. Sono scandalizzati perché i colossi che sfornano in batteria i migliori «persuasori occulti» in circolazione cercano di «migliorare i loro prodotti», di essere più attraenti, più belli, in grado, nientemeno, di stabilire un «contagio emotivo» con i propri clienti, come ha scritto «Business Insider»: arrivando a mutare, perfidamente, la «composizione del messaggio » nelle campagne pubblicitarie, «il posizionamento delle immagini», «le immagini associate».
Tutto questo non sembra una grande novità, la «composizione del messaggio» è da sempre il cuore della retorica pubblicitaria. Ma per gli indignati siamo al colmo delle nefandezze dei «persuasori», impegnati a manipolare il «mercato delle emozioni» a grande vantaggio dei «fatturati». E che mettono a punto con i loro algoritmi tecniche sofisticatissime di identificazione di target mirati. Così, onnipotenti e incontrollati, questi colossi prendono nota delle nostre predilezioni, delle nostre conversazioni, delle foto e dei selfie delle nostre vacanze, delle nostre relazioni, per colpirci nei nostri punti deboli, infilarsi nel nostro inconscio, orientare subliminalmente i nostri consumi, fare arricchire l’industria usando gli espedienti più loschi. E poi ci si lamenta per la diffusione delle paranoie complottiste. Prendiamo in giro il deputato grillino che denuncia i microchip che la Cia avrebbe provveduto a impiantare nei cervelli di milioni di esseri umani.
Ma siamo sicuri che con l’indignata riprovazione contro gli algoritmi che «manipolano le nostre emozioni» per farne sordido mercato non stiamo già costeggiando quei lidi della nevrosi cospirazionista?
Anche perché è proprio l’assunto che non funziona. Anzi, sono gli stessi criteri di giudizio, o di pregiudizio, che andrebbero rovesciati. Cominciando ad esempio con l’osservare che la «manipolazione emotiva» così enfaticamente temuta non è poi questa cosa tremenda che viene descritta dai nuovi allarmisti. In ogni relazione umana c’è un tasso ineliminabile e nemmeno tanto sgradevole di più o meno consapevole vis manipolatoria: è proprio un male? Anche la seduzione è manipolazione: manipolazione allo stato puro. Nella relazione sessuale non ne parliamo neanche: dalla manipolazione al soggiogamento emotivo il passo è brevissimo. Nel corteggiamento amoroso cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, veri professionisti della manipolazione, per condizionare con le nostre manovre tattiche e strategiche le scelte di una persona che peraltro ci ha già stregato, manipolando senza permesso la nostra struttura emotiva.
Anche la scrittura e la lettura, l’arte e la visione, sono attività che modificano la psicologia degli esseri umani, ne orientano i desideri, danno voce alle loro pulsioni più profonde, elaborano forme di dominio, di conflitto, di identificazione mimetica tra gli esseri umani, tra chi scrive e chi legge, tra chi dipinge e chi guarda. Secondo René Girard attraverso l’arte e la letteratura si finisce per desiderare ciò che desiderano gli altri, ci si conforma agli altrui stili di vita e l’imitazione culturale diventa una seconda natura, che della natura sembra ricalcare l’autenticità, l’istintività, l’immediatezza ma è invece il prodotto di una inconscia, eppure imperativa, opera di «manipolazione».
Molti secoli prima dell’invenzione degli algoritmi, la scienza della retorica aveva già definito la «persuasione» come l’arma più potente della comunicazione umana grazie all’ordine in cui disporre il discorso, all’uso sapiente delle figure retoriche, all’eloquenza, all’arte oratoria: molto più potente della pura consequenzialità logico- razionale degli argomenti, proprio perché capace di parlare alle emozioni, di «manipolarle» a puntino. E il teatro, la forza dell’attore, la potenza della recitazione a chi parlano, quali effetti vogliono produrre sull’uditorio, se non un effetto di trascinamento e di incantamento? Anche la politica, nella sfera simbolica, crea consenso e suscita passioni che smuovono e manipolano l’emotività. In una campagna elettorale c’è tantissima «manipolazione ». La politica mobilita gli animi per un vessillo, un ideale, un inno, un’immagine, una parola, persino per un colore (la bandiera rossa; l’azzurro di Berlusconi). E forse non è mai esistito al mondo un elettore che abbia deciso di optare per un partito perché convinto dalla lettura del punto 19, comma 14, paragrafo 7 del capitolo 86 di un dettagliato programma di governo. Infatti chi denunciava i «persuasori occulti» della pubblicità non poteva che coinvolgere nella sua scomunica anche la politica moderna. E pure l’immagine di JFK, così seducente, così affascinante, così «manipolatoria», venne sottoposta al severo giudizio dei tradizionalisti stupiti che un’icona giovane potesse essere tanto trascinante e idolatrata.
Anche il giornalismo lavora sulla retorica. La prima cosa che ti insegnano è l’«attacco» di un pezzo, che deve essere forte per catturare l’attenzione del lettore e trascinarlo fino alla fine di un articolo con una prosa avvincente (nel racconto dei fatti e delle notizie). E basta chiedere a un editore quanta cultura ci vuole per scegliere la copertina giusta di un libro, il suo disegno, i suoi colori, il suo «manipolare» i desideri di chi entra in una libreria e sceglie proprio quel volume, bello da vedere prima ancora che da leggere.
La pubblicità ha qualcosa di geniale perché è un’arte che lavora sul punto di incrocio tra psicologia ed estetica. Chi ha inventato la forma della bottiglietta della Coca- Cola o la mela morsicata della Apple ha capito molte più cose dell’animo umano di quanto non siano capaci i paladini di un presunto umanesimo pre-industriale. E forse non c’era bisogno di Andy Warhol per capire quanta forza mitica e artistica di una merce sia concentrata nelle scatolette stilizzate della Campbell’s: una zuppa che diventa il simbolo della nostra vita.
Intercettando i desideri più potenti dell’umanità, le merci sin dal loro apparire hanno imposto l’invenzione di appositi palcoscenici in cui potessero esibire tutta la loro forza magnetica: le scintillanti vetrine dei negozi, senza le quali non comprenderemmo quanti investimenti emotivi siano racchiusi nella moderna mania dello shopping. Karl Marx, che alla modernità borghese sciolse commoventi inni, parlava ammirato della «fantasmagoria delle merci». I manifesti pubblicitari che nel primo Novecento impegnarono i nostri migliori illustratori e disegnatori come Gino Boccasile sono una pietra miliare della nostra storia dell’arte. Gabriele d’Annunzio diede il nome ampolloso di Rinascente al nuovo santuario delle merci a basso prezzo fabbricate in serie. I migliori registi accoglievano entusiasti, e non solo per ragioni economiche, l’invito a dirigere le straordinarie microstorie con cui Carosello ha costruito la sua leggenda. E la storia della grafica pubblicitaria fa tutt’uno con quella dell’arte.
Tutta orrenda «manipolazione»? Manipolazione, certo. Orrenda, è tutto da discutere. L’idea di un grande complotto delle multinazionali che vogliono influenzare la nostra psicologia non è solo ideologicamente rozza, ma si fonda anche su un’antropologia elementare e quasi caricaturale, come se la vita delle società umane non fosse permanentemente esposta al gioco incrociato delle influenze, ai venti della «manipolazione», alle relazioni private e pubbliche che modificano la psicologia dei gruppi e dei singoli individui. Come se il valore emozionale della personalità fosse lo specchio di una creatura semplice, mentre chi cerca di orientare i valori e le emozioni è descritto come un mostro che vuole vampirizzare le sue povere vittime. Ma no, i mostri multinazionali invadano pure i nostri profili nei social network. Saremmo felici di consumare le loro merci seducenti e fantasmagoriche. E auguri di buon lavoro ai nuovi «persuasori occulti».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 27 luglio 2014

15 luglio 2014

La balcanizzazione del web

di Federico Rampini
Dove sono finite "le rivoluzioni di Facebook e di Twitter", come tanti osservatori occidentali definirono frettolosamente la rivolta anti-autoritaria in Egitto e in altri paesi islamici? La presunta onnipotenza di Facebook e Twitter, l'idea che le tecnologie siano di per sé capaci di suscitare rivoluzioni, ne esce a pezzi. Attribuire a questi strumenti il potere di cambiare il corso degli eventi, di plasmare la storia, di imporre nuovi valori, è puro " feticismo tecnologico". Una perversione in cui l'Occidente sembra cadere sempre più spesso.
"Internet cambierà la Cina", profetizzava alcuni anni fa Bill Gates, e intendeva dire che il sistema autoritario di Pechino non avrebbe retto all'immenso flusso di informazioni dal mondo. Poi si è scoperto che Internet non ha affatto il potere di cambiare il sistema politico cinese. Finora è accaduto il contrario: è stato il governo di Pechino a "cambiare Internet". Su Internet opera anche la propaganda di regime. Ci sono blog specializzati nel "dare la caccia alle streghe", criminalizzando il dissenso o soffiando sul fuoco del nazionalismo anti-occidentale ogni volta che Obama o la Merkel osano ricevere il Dalai Lama.
Vladimir Putin, il turco Erdogan, Xi Jinping, sono tutti impegnati a cercare di "rimettere il genio nella bottiglia", ad erigere nuovi Muri di Berlino, con garitte, fili spinati, posti di blocco, la minaccia di fucilazione non solo virtuale. Erdogan ha combattuto contro i "ribelli via Twitter" e in fin dei conti ha vinto: nonostante l'indignazione della società civile più evoluta, la maggioranza degli elettori turchi lo ha premiato. Prima di lui i dirigenti cinesi avevano vinto il lungo braccio di ferro con Google. E poiché la maggior parte dei cinesi usa comunque dei siti e social network autoctoni, la Grande Muraglia di Fuoco configura una sorta di gigantesco Intra-net, cioè una di quelle Reti non del tutto aperte, che servono a comunicare solo per chi sta al suo interno.
E' il modello di alcuni sistemi aziendali "securizzati", quello che dopo la Cina vogliono costruirsi l'Iran, l'Egitto. Putin è stato un precursore, la sua "cultura Kgb" lo ha reso ipersensibile alle sfide tecnologiche. La stretta decisa da Mosca dopo l'annessione della Crimea e la crisi ucraina ha colpito Gmail, Skype e altri servizi di posta elettronica e messaggeria: vengono bloccati dalle autorità russe, se rifiutano di conservare i dati dei loro utenti in server all'interno del territorio della Federazione. Il pacchetto di "leggi anti-terrorismo" varato da Putin nella primavera del 2014 equipara i blogger con almeno 3.000 utenti giornalieri ai mass media, inserendoli in un registro speciale. Tra le vittime il più illustre è Pavel Durov, creatore del social network russo Vkontakte, obbligato a lasciare il sito con questo addio desolante: "La Russia è incompatibile con Internet".
E' quello che spiega la studiosa americana Laura DeNardis, autrice di "The Global War for Internet Governance". In un confronto tra esperti alla School of International Public Affairs, di fronte ai membri delle Amministrazioni Bush e Obama che hanno seguito i negoziati internazionali su questi temi, la DeNardis sostiene che "Internet è il nuovo terreno di un conflitto mondiale per decidere chi controlla l'accesso a risorse strategiche, in primis l'informazione". Dalla sua nascita Internet non è una "prateria selvaggia" bensì uno spazio regolato da organismi tecnici, gruppi privati, anche governi. Ma con un'impronta dominante degli Stati Uniti. Dopo le rivelazioni di Snowden, il consenso internazionale sulla governance di Internet si è indebolito. Anche paesi democratici come la Germania e il Brasile hanno sollevato questioni di sovranità. Per i regimi autoritari, uno dei quali (la Russia) "ospita" proprio Snowden, la sua denuncia è stata provvidenziale. Già oggi secondo Eli Noam della School of International Public Affairs, "è anacronistico parlare di Internet al singolare, mentre siamo di fronte all'emergere di Reti al plurale, una balcanizzazione deplorevole, ma forse inarrestabile".
Del resto è ormai ufficiale che Internet non sarà più un monopolio americano per quanto riguarda la creazione e il controllo del "cyber-indirizzario" o registro globale. La svolta è storica, chiude una fase durata un quarto di secolo. L'addio al monopolio Usa è una concessione di Obama per venire incontro alle preoccupazioni di diversi paesi stranieri, dalla Germania al Brasile, sull'inaffidabilità di una Rete troppo esposta allo spionaggio Usa. L'annuncio è venuto il 15 marzo 2014 dallo US Commerce Department, il ministero da cui dipende l'agenzia federale di settore, la National Telecommunications and Information Administration. A parte gli addetti ai lavori e gli esperti, pochi tra la massa sterminata di utenti di Internet lo sanno, ma fin dalla sua nascita tutto il sistema di creazione di siti e indirizzi ha avuto una supervisione americana.
L'assegnazione degli indirizzi e i criteri per farlo, è un servizio che può sembrare prosaico e banale, ma è una sorta di infrastruttura elementare che consente di ordinare e convogliare il traffico online. La responsabilità - e il potere - di assegnare i numeri o "protocolli" che identificano gli indirizzi, coi vari suffissi ". com" ". gov" ". org" è rimasta in capo agli Stati Uniti, per la semplice ragione che lo sviluppo originario della Rete ebbe in America il suo epicentro prima di diventare un fenomeno veramente globale. Un controllo attraverso un registro centrale è stato necessario fin dalle origini per impedire duplicazioni di indirizzi che avrebbero generato un caos nel traffico.
L'Amministrazione federale Usa a sua volta diede in appalto questo mestiere ad un'istituzione non profit, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, nota con l'acronimo Icann. Un organismo indipendente, teoricamente immune da influenze politiche, ma pur sempre americano: con sede a Playa Vista, Los Angeles. Fin dal 1998 gli europei si preoccuparono che Internet non fosse un monopolio Usa, e crearono il Council of European National Top Level Domain Registries (Centr), anch'esso un'organizzazione non profit, per la gestione degli indirizzari nazionali che finiscono con i vari suffissi ". it" per l'Italia, ". de" per la Germania, ". uk" per il Regno unito e così via.
Tuttavia il coordinamento globale dei registri rimane nelle mani di Icann e quindi negli Stati Uniti. Fino alla deflagrazione del Datagate il resto del mondo, compresi i rivali strategici come la Cina e la Russia, avevano accettato il ruolo dell'Ican in nome dell'efficienza di un sistema che ha funzionato bene nell'interesse di tutti. Le rivelazioni di Snowden hanno cambiato le cose. Lo shock mondiale dopo la scoperta dell'ampiezza dello spionaggio americano in Rete, ha scatenato reazioni particolarmente accese in alcuni paesi dove gli stessi capi di governo sono stati spiati: la Germania di Angela Merkel, il Brasile di Dilma Rousseff. Per la prima volta anche in paesi alleati si è ventilata la possibilità di creare delle Reti a dimensione nazionale, "protette" contro lo spionaggio Usa.
Di qui la decisione simbolica di Obama: nel 2015 allo scadere del contratto con Icann, quell'incarico non sarà rinnovato. Ma per sostituirlo con che cosa? Gli americani pongono una condizione: che subentri un altro ente privato, sia pure sotto vigilanza internazionale, non un'istituzione intergovernativa. Ne riprodurrebbe tutti i difetti, come i poteri di veto dettati da logiche politiche, la lentezza nelle decisioni. L'incubo peggiore, è che dietro l'alibi di una "internazionalizzazione" della Rete i governi di Mosca e Pechino possano esportare i metodi di censura già applicati dentro i loro paesi.
«la Repubblica» del 7 luglio 2014

13 luglio 2014

La foto dei «due papà» e la verità censurata

Quel legame reciso con la madre affittata dalla coppia gay
di Maurizio Patriciello
Lindsay Foster, canadese, si
definisce una «fotografa di nascite», e il suo scatto che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson commossi insieme al piccolo Milo appena nato ha fatto il giro del mondo. Ma Milo di chi è figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto. E che qui ripariamo.
____________________

​Saper distinguere, chiamare le cose con il loro giusto nome, essere chiari è un bene. Sempre e per tutti. Ogni atto di ingiustizia deve essere condannato fortemente, anche se chi lo riceve fosse il mio più acerrimo nemico. Occorre avere grande stima per la lealtà, anche quando al mio egoismo non dovesse fare comodo. Non sono "omofobo", non lo sono mai stato. Nella mia vita di paramedico prima e di prete dopo ho avuto a che fare con tanti fratelli omosessuali, con alcuni dei quali mantengo rapporti di amicizia. Non ho mai discriminato nessuno, l’altissimo senso che ho della dignità della persona umana, il Vangelo nel quale credo e dal quale attingo forza, non me lo avrebbero mai permesso.
I fratelli omosessuali, come ogni altro essere umano, possono rendere più bello il mondo con il loro impegno e possono abbruttirlo con il loro egoismo. Ogni fratello omosessuale è un uomo creato a immagine di Dio, e da Dio voluto e amato. Con le parole occorre andarci piano. La parola ci distingue dalle bestie, ma può trasformarsi in boomerang.
«Omofobo», nell’accezione corrente, è chi ha paura del fratello omosessuale e lo emargina. Ebbene, nei social network in questi giorni gira la foto di due giovani omosessuali che, commossi ed emozionati, stringono fra le braccia il «loro figlio» appena nato. Quella foto mi fa male. Quel bambino, infatti, non è «loro», non è figlio di quella coppia di uomini, ma è stato generato da una donna della quale mai sapremo niente (e che appare solo in un angolo, di profilo nella fotografia). Occorre essere chiari e non lasciarsi andare ai facili entusiasmi.
Amo quei due fratelli omosessuali, ma amo anche quel bambino appena nato e la donna che lo ha messo al mondo. Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla. Ci fu un tempo in cui vendere un figlio era reato, credo che dovrebbe esserlo ancora e dappertutto.
Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Sappiamo che una persona adottata non smette di cercare per tutta la vita la donna che lo ha messo al mondo. C’è un legame inscindibile, un cordone ombelicale invisibile che continua a tenerli stretti. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere.
Non bisogna discriminare.
Mai. Nessuno. Quella mamma che ha appena partorito, che è stata pagata e messa ai margini della emozionata foto celebrativa e fuori dalla vita del suo bimbo, attira la mia attenzione. È lei che mi commuove. Che fine ha fatto? Che vita farà? Ha nostalgia del figlio che ha portato in seno? Avrà cambiato idea? E se fosse andata in depressione post partum? I poveri da sempre sono bistrattati, umiliati, soggiogati.
Da sempre ai poveri si tenta di sottrarre i loro inalienabili diritti. E da sempre certi ricchi usano e abusano dei poveri. La fame quando bussa non sente ragioni. Vuole pane. All’inizio lo chiede a bassa voce, poi lo pretende, infine lo afferra. In qualunque modo. E non è giusto comprare la fame dei poveri. Non è giusto considerare solo le loro braccia, i loro organi, il loro seme, il loro utero. Lo ha detto una volta per tutte il Vangelo, lo hanno proclamato alla loro maniera filosofi e politici. Oggi sembra che troppi lo stiano dimenticando.
Lo diciamo con estrema chiarezza e onestà: i fratelli omosessuali hanno diritto a ogni legittimo diritto. Non all’arbitrio fatto regola. Ma, attenzione. C’è stato un tempo – e ancora da qualche parte succede – in cui bastava gridare a una donna "Strega!" per farla condannare a morte. Ed era una menzogna. Non succeda oggi con il grido "Omofobo!". I cristiani vogliono il bene di tutti, ma proprio di tutti. Il cuore, però, batte soprattutto per coloro che non possono alzare la loro voce: i poveri, i neonati, i bambini non ancora nati, le donne usate per "fare" figli, per gli altri...
«Avvenire» dell'11 luglio 2014

17 maggio 2014

Così la Rete ci ha rubato l'oblio

Viktor Mayer-Schönberger: in Internet si lascia sempre traccia, le informazioni sfuggono al controllo
di Carlo Formenti
Il digitale sovverte il principio biologico per cui dimenticare è necessario
Il dibattito sulla «rivoluzione digitale» contrappone discontinuisti e continuisti: da un lato, coloro che ritengono che le trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni inaugurino una nuova era, dall' altro coloro che negano si possa parlare di salto di civiltà. Il discontinuista Viktor Mayer-Schönberger - in questo saggio dal titolo Delete. Il diritto all' oblio nell' era digitale - avanza una tesi radicale: l' avvento del digitale ha sovvertito il principio millenario secondo cui dimenticare è la regola e ricordare l' eccezione. L' oblio è una necessità biologica: se il cervello non compisse un feroce lavoro di selezione, pescando le informazioni da registrare dalla marea di dati che sommerge i nostri sensi, non potremmo agire. Ricordare, al contrario, è attività «artificiale» e costosa: sia in termini energetici - sfida la seconda legge della termodinamica - sia in termini di risorse economiche. Eppure il gioco vale la candela: ricordare rende la vita più facile e sicura, permettendoci di accedere al know-how che soggetti lontani nello spazio e nel tempo hanno acquisito con l' esperienza. Per questo abbiamo sviluppato le tecniche di «esteriorizzazione» della memoria: dal linguaggio orale, che ci ha consentito di prevalere sui neanderthaliani, alla scrittura, che attraverso i secoli si è evoluta - grazie alla stampa - da strumento di ristrette élite a prodotto di massa, fino ai moderni media elettrici, che hanno impresso una poderosa accelerazione al processo di costruzione di una memoria condivisa. Queste tecniche hanno moltiplicato la capacità di memoria ma non hanno risolto il problema dei costi: l' invenzione della stampa risale al XV secolo, ma solo nel primo Novecento i prezzi dei libri sono scesi tanto da consentire una crescita significativa del numero dei lettori; le tecnologie elettroniche hanno moltiplicato la massa di informazioni disponibili, ma hanno anche fatto crescere i costi per selezionarle. Ebbene, le tecnologie digitali hanno cambiato tutto in pochi decenni: oggi è possibile duplicare all' infinito testi, immagini, suoni eccetera a costo zero, senza che le copie subiscano alcuna perdita di qualità. L' informazione analogica richiedeva, per essere condivisa, una pletora di apparati specializzati, quella digitale viene prodotta e distribuita da un' unica macchina «tuttofare»: il computer, o meglio, i milioni di computer interconnessi che costituiscono un' unica macchina planetaria. La memoria sociale condivisa si dilata mostruosamente e diviene universalmente accessibile, il che - unitamente al crollo dei costi di memorizzazione - fa sì che l' antico equilibrio venga sovvertito: ricordare diventa la norma, dimenticare l' eccezione. Prima lo sforzo necessario a ricordare funzionava da filtro, oggi lo sforzo - e quindi il filtro - non esistono più: ci possiamo permettere di sperperare enormi risorse computazionali e di archiviazione, perché per estrarre quello che di volta in volta ci serve da questo ben di Dio basta digitare una domanda e aspettare la risposta del motore di ricerca. Tutto bene? Non proprio. Ricordare, ammonisce Schönberger, può essere una maledizione: il protagonista di un racconto di Jorge Luis Borges, Funes. O della memoria, ricordando ogni istante della propria vita, vive in uno stato di totale passività, immerso in un flusso mnemonico che ne inibisce il desiderio di agire. Forse la memoria digitale non provocherà effetti così devastanti - almeno finché saremo in grado di decidere se e quando tuffarci nel mare dei dati, ma ciò non toglie che l' esistenza stessa di una memoria globale, in cui tutti gli eventi si appiattiscono in una sorta di eterno presente, produca una perdita di prospettiva storica. Né meno grave, secondo Schönberger, è la leggerezza con cui rinunciamo a tutelare la riservatezza dei nostri dati personali, lasciandoci trascinare nell' orgia dello scambio di informazioni con «amici» reclutati sui vari social network, senza riflettere sul fatto che, una volta condivise, le informazioni sfuggono al nostro controllo. La conseguenza più grave di simili atteggiamenti è la perdita di quel diritto non scritto all' oblio che fino a ieri garantiva a ogni essere umano di «ridisegnare» periodicamente la propria identità. Le persone evolvono: il carattere matura con l' età, le esperienze inducono a cambiare convinzioni e comportamenti; il fricchettone diventa un impiegato modello, il tossicodipendente riprende una vita normale, l' imprenditore fallito avvia inedite attività di successo, ecc. Ma cosa succede se i «peccati» vengono registrati in una memoria destinata a durare eternamente? Si prospetta un futuro incapace di perdonare perché non può dimenticare. Lo confermano i casi sempre più frequenti di licenziamenti, incarichi negati, carriere rovinate perché qualcuno ha avuto la pessima idea di pubblicare informazioni «compromettenti» sul proprio blog o sul profilo di un social network. A conclusione di questa riflessione sul destino dell' oblio nell' era di Internet, Mayer-Schönberger prova a suggerire possibili contromisure. Scartata l' irrealistica soluzione dell' astinenza digitale (senza le nuove tecnologie è ormai impossibile svolgere qualsiasi attività professionale), accantonata la tesi dell' adattamento (troppo elevato il differenziale di velocità fra innovazione tecnologica ed evoluzione culturale), verificati i limiti del diritto (le leggi sulla privacy sono di difficile applicazione e spesso ignorate dagli stessi soggetti che dovrebbero proteggere), Schönberger propone un' alternativa: perché non attribuire una data di scadenza a tutte le informazioni? Quando salviamo un file, potremmo stabilirne la durata, ordinando al software di cancellarlo alla scadenza: una «resurrezione artificiale» dell' oblio che limiterebbe significativamente la quantità di informazioni che governi e imprese detengono su cittadini e consumatori. Ma se l' informazione è condivisa fra più soggetti, fissarne la data di scadenza implica una trattativa fra gli interessati, per cui si ripropone il nodo dei rapporti di forza: chi è in grado di far pesare di più i propri interessi? Per concludere: gli automatismi tecnologici arrivano fino a un certo punto, al di là del quale il tema dell' oblio assume necessariamente connotati politici.

Simboli
Ray Tomlinson nel 1971 elaborò un programma che permetteva a coloro che frequentavano le università americane collegate tramite Arpanet di scambiare messaggi. Nel '72 usò il simbolo @ come separazione tra il nome del destinatario e il server.

L'analisi
Il diritto di cambiare la propria vita rimuovendo il ricordo degli errori commessi L'articolo di questa pagina è una sintesi della prefazione al libro Delete. Il diritto all'oblio nell'era digitale (in libreria da oggi per i tipi di Egea, sigla editoriale dell' Università Bocconi, pp. 191, 19) dell' austriaco Viktor Mayer-Schönberger. Consulente dell'Unione Europea, imprenditore (ha fondato una società di software), a lungo docente alla Kennedy School of Government di Harvard, Mayer-Schönberger è direttore dell' Information and Innovation Policy Research Center dell' Università di Singapore. Autore di saggi e considerato esperto di livello mondiale di politica ed economia dell' informazione, in questa sua ultima opera (l'edizione originale è uscita meno di un anno fa) affronta un tema di importanza cruciale, da qualche anno al centro dell' attenzione dei Garanti per la protezione dei dati personali in Europa e negli Stati Uniti: come possiamo controllare la nostra immagine pubblica in un mondo che - a causa dell' eccesso di trasparenza provocato dalle tecnologie digitali - rischia di negarci, assieme al diritto alla privacy, anche il «diritto all' oblio», vale a dire quelle regole non scritte che, fino a pochi anni fa, consentivano a chiunque di «rifarsi una vita», riscattando il ricordo di eventuali errori commessi in un passato più o meno lontano.
«Corriere della Sera» del 17 marzo 2010

20 dicembre 2013

L'ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

Pericolosa tendenza in atto in Europa
di Carlo Cardia
Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico "politicamente corretto" sulla questione delle nozze gay, della teoria del "gender", dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.
Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla.
Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.
Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.
Di altre patologie si è parlato a più riprese su "Avvenire": in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole "padre" e "madre". Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.
La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.
«Avvenire» del 20 dicembre 2013

11 gennaio 2013

La censura sta cadendo

La vita è vita, una foto aiuta a capirlo
di Carlo Bellieni
Ha fatto il giro della rete una foto postata nei giorni scorsi su Face­book: un feto che stringe il dito del me­dico che lo sta facendo nascere col par­to cesareo. Si tratta, scrivono, della pic­cola Nevaeh di Glendale, Arizona; e colpisce il numero di siti di quotidiani che riportava la foto (pubblicata an­che da Avvenire venerdì 4 gennaio nel­la pagina degli editoriali), nonostante sia "politicamente scorretta": che an­titesi con la vulgata che vorrebbe la vi­ta fetale una vita non di persona uma­na! Ci ricorda altre foto di feti-bambi­ni attaccati alla vita e simbolicamente alla mano del chirurgo che li sta ope­rando ancora nel pancione. Già ricor­diamo lo stupore per le immagini trasmesse durante una puntata della se­rie Tv «House Md», in cui il dottor Hou­se, cinico e ateo, resta a bocca aperta di fronte alla manina del feto che lo sfiora uscendo dall’utero materno, mentre lui sta decidendo se farlo vive­re. Cosa anima tanto stupore se non la rimozione per un breve momento del­la censura che non vuole che si parli di vita del feto, e che si mostri al grande pubblico?
Censura che crolla in campo scientifi­co: la vita fetale è ormai sempre più og­getto di studi. Per i ricercatori dell’U­niversità di Washington (Acta Paedia­trica 2012) il nascituro inizia ad ap­prendere le parole sin da quando cre­sce nel ventre materno, durante i me­si di gestazione. Non è una cosa nuo­va, simili studi già erano stati fatti, ma colpisce l’eco mediatica che trovano, per la bellezza che esprimono e per il paradosso di affermarla in un mondo culturale che è pronto a negarla quan­do non gli convenga più. E la presti­giosa rivista Nature nel giugno 2012 pubblicava un dettagliato articolo sul­lo sviluppo dei gusti per gli alimenti già nella vita fetale, a seconda di quel­lo che la mamma mangia e che viene filtrato nel sangue fino ad arrivare alle labbra del feto. Anche un recente nu­mero del Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics spiega come il fe­to reagisca differentemente alla voce materna a seconda del suo stato di sa­lute; e come non ricordare Sento dun­que sono (Cantagalli 2012), libro in cui vengono raccolti gli scritti dei maggiori studiosi mondiali di sensibilità tattile, gustativa, dolorosa, olfattiva, che si e­sprimono su una semplice domanda: cosa prova un feto prima di nascere?
Si tratta di non censurare: già prima di nascere il nostro cervello è ben in a­zione e pronto ad apprendere e sor­prendere. Perché immagazzina nozio­ni e informazioni che gli serviranno per crescere armonico (gli stimoli for­giano il cervello fetale) e anche per co­noscere quello che lo aspetta fuori del­l’utero materno, perché il latte, le vo­ci, le carezze non lo colgano imprepa­rato. Una sensibilità prenatale che ov­viamente impone rispetto, che non viola nessun presunto 'diritto all’au­todeterminazione', ma semplicemente afferma una verità: la vita inizia prima di vederla all’aria aperta, e sic­come la scienza è anche l’arte di mo­strare tramite dimostrazioni e prove quello che gli occhi non vedono, la scienza aiuta a capire che la vita è vita anche quando non si vede: nessuno è autorizzato a considerarla non-vita so­lo perché nascosta o estremamente piccola.
Quello che ci colpisce della foto della manina che esce dall’utero è però l’ambivalenza nell’accogliere queste sem­plici verità: si riconosce che il feto è vi­ta umana dai dati scientifici, ma si è pronti a negarlo. Si negherà quando si tratta di trarre le conseguenze etiche, nonostante le decisioni contrarie alla vita cozzino con l’evidenza scientifica; si negherà con una triste forma di cen­sura applicata proprio da chi invece si fa a parole paladino delle libertà indi­viduali. Ma come tutte le censure, è de­stinata a breve vita.
«Avvenire» del 9 gennaio 2013

17 ottobre 2012

Dalle vignette blasfeme a Wikileaks, se la libertà dei media sfida la morale

E' giusto pubblicare qualsiasi cosa e qualsiasi immagine sempre e senza autocensure?
Quali sono i limiti da rispettare?
di Francesca Paci
 
Prima il film anti-islam "Innocence of muslims", ora le vignette della rivista satirica francese Charlie Hebdo con Maometto raffigurato senza veli. La rabbia musulmana, che il settimanale americano Newsweek ha messo in prima pagina scatenando reazioni contrastanti su Twitter, risponde alle provocazioni con un tempismo talmente fulminante e una irrazionalità indipendente dalla cronaca (quanti hanno visto il trailer e quanti il numero corrente di Charlie Hebdo?) da far ipotizzare ad analisti e studiosi la presenza di un burattinaio. Il tempo ci dirà come sono andate e stanno andando le cose.
Poste però le debite differenze tra diritto di opinione e diritto d'offesa, e solo dopo aver condannato la violenza assassina (bello, a questo proposito, l'editoriale di Thomas Friedman sul New York Times), non è la prima volta che ci troviamo di fronte a casi complicati, in cui la libertà d'informare (o anche solo di comunicare un'opinione) entra in conflitto con la morale, i costumi, la buona educazione, la legge. E non solo quando si tratta d'islam, anche se purtroppo quando si tratta di islam le reazioni degenerano rapidamente fino a produrre, negli scenari peggiori, l'inferno di Bengasi in cui sono stati uccisi l'ambasciatore americano Stevens e altri tre diplomatici.
E' giusto pubblicare qualsiasi cosa e qualsiasi immagine sempre e senza autocensure, come grossomodo indica il modello Wikileaks? Ci sono limiti, e casomai quali, a ciò che si può pubblicare, soprattutto nell'era di internet in cui le informazioni viaggiano a 360° e alla velocità della luce assumendo, una volta "postate", una autonomia quasi irreversibile? Sì? No? La questione è più che mai aperta nel mondo senza confini in cui però rinascono (per reazione?) le identità (nazionali, religiose, etniche, culturali). Ecco alcuni esempio di casi "problematici".

30 settembre 2005
Il quotidiano danese Jyllands Posten pubblica dodici caricature del Profeta Maometto, in una delle quali è raffigurato con una bomba al posto del turbante. Il giornale norgevese Magazinet le riprende e - mentre le vignette si moltiplicano in rete raggiungendo luoghi dove i giornali danese e norvegese non sarebbero arrivati mai - in tutto il mondo si scatena la rabbia dei musulmani. Il 2 novembre dell'anno precedente il regista olandese Theo van Gogh era stato assassinato da un estremista islamico come ritorsione per il suo film Submission (il film continua a venire mostrato quasi si vuole provare l'incompatibilità tra islam e democrazia, così come il cortometraggio Fitna girato dal politico olandese Geert Wilders nel 2008).

24 febbraio 2010
Tre dirigenti di Google vengono condannati per violazione della privacy (ma non per diffamazione) a sei mesi di reclusione. La sentenza del Tribunale di Milano si riferisce a un filmato pubblicato su Google video nel 2006 in cui un minore affetto da sindrome di down veniva picchiato da quattro compagni di scuola dell'istituto tecnico Steiner di Torino (condannati a un anno di messa in prova presso l'associazione di cui fa parte la vittima). ll video era stato girato nel maggio 2006, caricato su Google Video l'8 settembre e rimosso il 7 novembre. Si tratta del primo procedimento penale a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. La stampa anglosassone attacca l'Italia accusandola d'essere liberticida e Google replica: «Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza». L'ambasciata americana a Roma la sentenza rischia di mettere a repentaglio la libertà di internet.

2 settembre 2011
Wikileaks mette integralmente in rete 251 mila cable della diplomazia statunitense senza ritocchi editoriali (unredacted), vale a dire senza cancellare i nomi di collaboratori e informatori locali che a quel punto diventano noti a chiunque. Molti commentatori attaccano l'organizzazione guidata da Julian Assange giudicandola criminale. I media ex partner di Assange - il Guardian, il New York Times, Der Spiegel, El Pais e Le Monde - pubblicano un durissimo comunicato congiunto condannando la "non necessaria" diffusione dei dati integrali. Wikileaks spiega che la colpa, casomai, ricade sul giornalista del Guardian David Leigh, il quale nel luglio del 2010 aveva pubblicato nel suo libro WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy la password d'accesso cosegnatagli in precedenza da Assange. Comunque sia andata il risultato è che decine di collaboratori degli americani, residenti in zone non esattamente rispettose delle differenti scelte altrui, si trovano scoperte.

18 settembre 2012
Il settimanale francese Closer viene condannato per la pubblicazione delle foto di Kate Middleton in topless: il magazine non potrà vendere né diffondere ulteriormente gli scatti incriminati (ma ha già venduto 500mila copie, 100mila più del solito). Il direttore del giornale rischia fino a un anno di prigione e 45mila euro di ammenda. Internet nel frattempo ha ripreso e rilanciato la storia e le immagini a 360° tanto che gli avvocati della famiglia reale britannica rinunciano a chiedere il ritiro delle copie già in circolazione ammettendo implicitamente che il danno è fatto. La sentenza promette 10 mila euro al giorno di multa per ke future eventuali pubblicazioni ma non impedisce ad altri editori di pubblicare le foto, perché appartengono a chi le ha scattate. Il direttore del tabloid Irish Daily Star, che ha pubblicato le foto, viene allontanato. Ebay rinuncia alla possibilità di vendere online le copie di Closer.
«La Stampa» del 19 settembre 2012