Visualizzazione post con etichetta amnesty. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amnesty. Mostra tutti i post

04 maggio 2010

Prigioniero e militante

Dal suo carcere in Florida Conrad Black denuncia il business dei diritti umani: Amnesty International e Human Rights Watch
s. i. a.
Una delle conseguenze più inaspettate della grande vittoria democratica e capitalista nella Guerra fredda è stato il successo di cui ha goduto la già screditata sinistra trincerandosi nelle retrovie dopo la disfatta subita in prima linea. La sinistra economica di Stiglitz-Krugman, ricolma di premi Nobel, come i suoi paladini politici, da Jimmy Carter ad Al Gore e Barack Obama, ha danzato fino allo sfinimento su quelle che credeva essere le tombe del thatcherismo e della reaganomics. Il movimento dei verdi, che è stata una confederazione bucolica e informale di amanti delle foreste, di oppositori dei test nucleari come Greenpeace e di simpatici eccentrici con pedule ai piedi, caschetto coloniale in testa, reti da farfalle in mano e binocolo al collo, è diventato il baluardo della sinistra. Come nel caso della guerriglia comunista delle Farc colombiane, travolta dalla piena di signori della guerra armati, questi vecchi militanti in lotta per aria e acqua pulite e per la protezione di meravigliose farfalle sono stati travolti dai sostenitori della deindustralizzazione, della rinuncia all’automobile e di una determinazione churchilliana di fronte a un’incontrollata flatulenza bovina. Gli autentici ambientalisti sono stati una ridotta perfetta per lo sconfitto esercito di soldati scontenti, radicali e ottusi che, come il malconcio relitto della Grande Armée di Napoleone a Smolensk nel 1812, si sono tuffati in questo incongruente ecosistema politico. Ora che i famigerati “fatti scientifici” di Al Gore si sono dimostrati null’altro che una massa di escrementi così fetidi da poter danneggiare anch’essi lo strato di ozono, e che si è provato che i livelli dei mari e la temperatura globale non si stanno alzando, che i ghiacciai non si stanno sciogliendo e che in buona parte i dati più allarmistici sono errati, la sinistra si è messa a cercare un nuovo terreno sul quale esercitare il proprio monopolio sugli eventi e la loro interpretazione. Sebbene le sue concezioni strategiche ed economiche siano state smentite, la sinistra del mercato sociale ha imparato l’arte del camaleonte. Naturalmente l’Unione Sovietica non era una vera minaccia, e la vittoria ottenuta in un’inutile Guerra fredda è stata soltanto una vittoria di Pirro, del tutto illusoria. Il mondo accademico ha accolto e protetto gli sconfitti e malridotti guerrieri di questa sinistra e si sono intonati appassionati requiem nelle consuete cattedrali dei media di ispirazione liberal. Ma probabilmente il più perentorio Te Deum è stato suonato dalle organizzazioni per i diritti umani. Human Rights Watch è stata fondata dal celebre editore e campione dei diritti Robert Bernstein, ancora oggi molto attivo ma ormai da lungo tempo fuori da questa organizzazione. E quando la fanteria della sinistra è stata messa in fuga, Human Rights Watch è diventata una sorta di clinica per i soldati più traumatizzati, che, assistiti dal balsamo delle sovvenzioni di George Soros, l’hanno trasformata in una delle tante istituzioni anti-israeliane. Human Rights Watch (HRW) è stata creata per contrapporsi alla britannica Amnesty International (AI), e le è stata data una veste di stile prettamente americano. Mentre AI si fondava sul sostegno economico di un’ampia base di membri, HRW è sovvenzionata da un ristretto numero di grandi finanziatori. Mentre AI operava da uffici modesti ed esprimeva proteste di basso profilo, HRW ha sede in eleganti uffici di Manhattan e produce decine di rapporti su carta patinata. AI è sempre stata circondata da sospetti, ed è stata guidata per molti anni dal dichiarato terrorista del Sinn Fein e vincitore del premio Lenin (nonché, naturalmente, del premio Nobel) Seán MacBride. Le opinioni di AI sono state oscurate dal suo implicito assioma secondo cui si potevano prendere provvedimenti apparentemente ingiusti per favorire la sconfitta della ingiustizia istituzionalizzata, cosa che può essere vera, ma è anche il percorso tradizionale per il totalitarismo e il terrorismo. Così, quando la direttrice del programma di AI per la parità sessuale, Gita Sahgal, si è lamentata del fatto che Amnesty avesse un atteggiamento compiacente verso l’islam radicale, è stata sospesa, e HRW ha gongolato di felicità. Salman Rushdie e altri intellettuali hanno criticato il trattamento riservato alla signora Sahgal. Il campo di battaglia tra AI e HRW è mutato, passando dalla difesa degli oppressi a uno scontro spietato di ginnica ipocrisia. Nel 2006 il responsabile per la parità sessuale ha accusato l’avvocato per i diritti britannici Peter Tatchell di “islamofobia, razzismo e colonialismo” perché aveva criticato l’esecuzione sommaria, in Iran, di un vasto numero di omosessuali per il solo fatto del loro orientamento sessuale. Ma questa protesta, ha replicato HRW, non era che un “luogo comune occidentale” e non doveva interessare coloro la cui raison d’être erano i diritti umani. Quando Bernstein ha attaccato la sua vecchia organizzazione accusandola di ignorare le società repressive pur di colpire le democrazie (soprattutto Israele), e i suoi successori hanno replicato (sul New York Times, naturalmente) che il fondatore stava cercando di rendere le democrazie immuni da ogni responsabilità, l’esperto militare di HRW è esploso come fuoco d’artificio. Marc Garlasco era già un personaggio discusso per avere dichiarato che Israele aveva ucciso 7 civili arabi a Gaza nel 2006 ed avere poi ammesso, sul Jerusalem Post, di essersi sbagliato (era Hamas ad essere responsabile). Allo Spiegel Garlasco ha raccontato di avere ordinato, nella guerra del 2003, in qualità di funzionario civile del Pentagono, un attacco aereo su Bassora che causò la morte di 17 civili. A questa confessione ne sono seguite molte altre, nelle quali rivelava di avere ordinato almeno cinquanta attacchi aerei che avevano causato la morte di centinaia di persone, ma senza colpire nessuno degli obiettivi assegnati, e che quest’esperienza lo aveva spinto a entrare in HRW. Poi si è venuto a sapere che Garlasco era un collezionista di cimeli nazisti e sul suo sito internet (con lo pseudonimo di “Flak88”) si divertiva a dire che se i suoi colleghi di HRW avessero scoperto questa sua passione avrebbe “potuto perdere il lavoro”. Scriveva su siti come Wehrmacht-Awards.com, da cui è tratta questa citazione: “La giacca di pelle delle SS mi fa gelare il sangue: è fighissima”. Per un po’ di tempo HRW ha amorevolmente difeso Garlasco come un importante collezionista, cercando di addossare la colpa degli attacchi all’intolleranza degli ebrei. Allo stesso tempo trovava una certa difficoltà nel difendere se stessa dall’accusa di avere organizzato cene per la raccolta di finanziamenti in Arabia Saudita denunciando Israele in termini graditi al governo saudita, uno dei regimi più primitivi del mondo sui diritti. Quando però un blogger ha chiesto se la passione di Garlasco per i cimeli nazisti fosse connessa con l’israelofobia, HRW ha “sospeso” Garlasco, pur garantendogli lo stipendio. I media, che prima avevano un atteggiamento di indulgenza, hanno rivelato che uno dei più importanti esperti di medio oriente di HRW è tra i fondatori della pubblicazione internet anti israeliana “The Electronic Intifada” e che il vicedirettore del settore operativo per il medio oriente di HRW, Joe Stork, è stato un noto commentatore anti israeliano, che aveva approvato l’assassinio degli atleti israeliani a Monaco nel 1972. In questo brodo che non risparmia nessuno, avrebbe molto più senso che i leader del business dei diritti umani, vista la loro animosità contro Israele, diventassero l’obiettivo delle organizzazioni per la cattura dei nazisti, che si stanno ora dedicando alla ricerca di persone come John Demjanjuk. Inseguito per trent’anni, ma senza successo, da Israele, e accusato di avere fatto il guardiano a Treblinka, ora Demjanjuk, novantenne disteso su una barella, è processato dalla Germania con l’accusa di essere stato guardiano a Sobibor. In Elie Wiesel e nei suoi colleghi, Human Rights Watch e Amnesty International troverebbero avversari formidabili.

Conrad Black, storico canadese e giornalista, membro della Camera dei Lord britannica. E’ stato il terzo maggior magnate dei media al mondo.
Dal 2007 è detenuto nel carcere federale di Coleman, in Florida, numero di matricola 18330424.
The National Review (traduzione di Aldo Piccato)

«Il Foglio» del 28 aprile 2010

13 aprile 2010

Amnesty a braccetto col “jihad difensivo”

di Giulio Meotti
Amnesty International è stata per anni una fonte vitale di consolazione per molte migliaia di uomini e donne che hanno subito incarcerazione e torture per la loro coraggiosa dissidenza. E’ riuscita a ottenere la liberazione di molti prigionieri politici, mettendo alla gogna odiosi regimi oppressivi. Ma la fotografia pubblicata dal quotidiano inglese Daily Mail risplenderà a lungo come una macchia viva nella storia di Amnesty.
Si vede Moazzam Begg, detenuto di Guantanamo e fanatico sostenitore dei talebani, davanti a Downing Street, sede del primo ministro britannico, assieme ai sorridenti responsabili di Amnesty. Begg era in visita come testimonial dell’organizzazione dei diritti umani. I capi di Amnesty conoscevano le simpatie terroristiche del loro ambasciatore tagliagole. Avrebbero dovuto chiedere scusa e la vicenda sarebbe stata archiviata come l’ennesima figuraccia del già discreditato jet set umanitario. Ma Amnesty ci ha appena spiegato che la “jihad difensiva” non è “antitetica” con la battaglia dei diritti umani. E lo ha detto in risposta a una petizione sul rapporto di Amnesty con Cageprisoners, la ong fondata dal fondamentalista Begg e che si batte per il rilascio di conclamati jihadisti e assassini. Moazzam Begg fu catturato dagli americani in Afghanistan, dove dei talebani ancora oggi dice che è “il miglior governo possibile in quel paese”.
Rinchiuso a Guantanamo, Begg è poi rientrato in Inghilterra per iniziare la battaglia di Cageprisoner. Oggi Begg chiede il rilascio di gente come Abu Hamza, un veterano della guerra santa in Afghanistan, dove ha perso un occhio e le braccia mentre maneggiava un grosso quantitativo di esplosivo. Quell’Abu Qatada che fu l’ispiratore di Mohamed Atta, uno dei capi dell’11 settembre, nel cui appartamento di Amburgo furono trovate decine di audiocassette del clerico giordano. Abu Qatada, “l’ambasciatore di Bin Laden in Europa”, che nel 1999 lanciò una fatwa per uccidere gli ebrei. Oppure la scienziata pachistana laureatasi al Mit di Boston, Aafia Siddiqui, da poco condannata per aver cercato di ammazzare degli agenti americani. Citando sempre da Amnesty International, “Moazzam Begg e altri nel gruppo Cageprisoners hanno idee molto chiare, ad esempio se si debba parlare con i talebani o sul ruolo del jihad in chiave difensiva. Queste idee comportano che non dobbiamo lavorare con queste persone? La nostra risposta è no”. Parole che da sole dicono di un netto scadimento di Amnesty International.
A denunciare Amnesty sono state tre coraggiose attiviste femminili come Amrita Chhachhi, Sara Hossain e Sunila Abeysekera: “Il jihad difensivo è usato dai talebani per legittimare la decapitazione dei dissidenti, gli attacchi alle minoranze, alle scuole, gli attacchi ai siti religiosi e la fustigazione pubblica delle donne”. Legittimando il jihad e i talebani, Amnesty si ricopre di vergogna e del dolore sparso dai terroristi in Afghanistan. Lo scopo precipuo della nobile organizzazione di Peter Benenson era quello di difendere chi veniva oppresso per le proprie opinioni. Amnesty oltrepassa ora la sottile linea rossa che separa la difesa dei diritti umani anche per i terroristi dall’apparire compiacenti o collusi con le loro idee mostruose che seminano morte. L’apologia di Amnesty spinge la ollusione fra umanitarismo e jihadismo a livelli perfino grotteschi. E si dimenticano le vittime che avrebbero bisogno dell’Amnesty di una volta.
«Il Foglio» del 3 aprile 2010

20 marzo 2010

Se è cubano il dissidente non commuove nessuno

Diritti violati
di Pierluigi Battista
Mancano pochi giorni, o forse poche ore, per impedire che la seconda «Primavera nera» di Cuba possa provocare tutti i suoi effetti luttuosi. Il dissidente Guillermo Fariñas versa in gravissime condizioni dopo tre settimane di sciopero della fame e della sete. Se gli aguzzini dell'Avana non smetteranno di definirlo un «criminale» e un «mercenario», Fariñas farà la stessa fine di Orlando Zapata, morto dopo 75 giorni di protesta eroica ed estrema contro un regime le cui carceri sono zeppe di prigionieri politici. Per evitare questo esito catastrofico, la comunità internazionale ha ancora un margine di tempo, sempre più esiguo, per premere sui maggiorenti della dittatura cubana. Finora hanno fatto sentire la propria voce gli Stati Uniti e, pur nel silenzio degli altri Paesi dell'Unione Europea, la Spagna e l'Italia. Amnesty International chiede di entrare a Cuba per verificare le condizioni di vita dei dissidenti rinchiusi in prigione: ma L'Avana ha respinto la richiesta bollandola come un' intrusione del nemico. Anche la Croce Rossa Internazionale vuole accertare la gravità delle condizioni di Fariñas: ma anche in questo caso le autorità cubane si sono rifiutate di collaborare, trattando la vittima come un «ricattatore». I dirigenti di Cuba, Raúl Castro in testa, hanno espresso il loro «rammarico» per la morte di Zapata. Non hanno aggiunto che Zapata stava in galera, condannato a oltre vent'anni di detenzione per un reato d'opinione. Nel 2003, nella prima «Primavera nera», giornalisti, sindacalisti, medici e avversari del regime vennero sbattuti in carcere, condannati in processi farsa. Le loro abitazioni furono messe a soqquadro. Vennero confiscati i computer, i parenti minacciati e ricattati sul lavoro. La polizia politica agì con brutalità metodica, approfittando del disinteresse di una comunità internazionale paralizzata nell'attesa della scomparsa del dittatore Fidel. Alcuni dissidenti tentarono di fuggire per mare con imbarcazioni di fortuna. Furono riacciuffati e fucilati, schiacciati dalle solite, risibili accuse: di essere al soldo della Cia, «mercenari», «criminali comuni», sabotatori del socialismo. Cuba, la terra del socialismo tropicale, l'isola dell'utopia realizzata tra spiagge meravigliose e avventure alla Hemingway, dell'icona del «Che», dell' epopea dei barbudos nella Sierra Maestra, gode ancora, nonostante un cinquantennio di oppressione feroce e sistematica di ogni dissidenza, di una certa benevolenza. Ma l'immagine dei dissidenti che si lasciano morire, l'enormità delle condanne comminate senza un minimo di garanzie civili e di diritto, restituiscono il volto più lugubre del regime dell' Avana. Qualche giorno fa, accanto a Mario Vargas Llosa che non ha mai cessato di denunciare il carattere oppressivo del comunismo cubano, si sono mobilitati per salvare la vita di Fariñas e degli altri dissidenti impegnati nello sciopero della fame anche intellettuali come Pedro Almodóvar e Fernando Savater, la cui appartenenza alla sinistra è nota a tutti. In Italia tutto è più difficile. L'indignazione selettiva acuisce la reattività per le malefatte compiute a Guantanamo, ma spegne la sensibilità per i lager costruiti nella stessa isola, ma sotto il controllo del regime di Fidel Castro. Cuba non è più un modello, un sogno, lo specchio dei desideri di una sinistra sempre meno attratta dal richiamo del terzomondismo anti-americano, ma viene cancellata nell' indifferenza e nell'interesse pubblico, come se, sepolti i sogni, si volesse evitare di fare i conti con un incubo. Se si fosse consapevoli che una pressione appena appena più visibile potrebbe salvare la vita di persone che hanno l'unico torto di dissentire dal regime cubano, probabilmente l'opinione pubblica potrebbe uscire dal letargo. Prima che sia troppo tardi. Prima che la comunità internazionale, gli stessi organismi che dovrebbero tutelare il rispetto dei diritti umani (a cominciare ovviamente dall'Onu) non abbiano a pentirsi di una passività che salva i buoni rapporti con Cuba ma rende impossibile la vita di chi è nel mirino della dittatura. E stavolta, davvero, è solo questione di tempo.
«Corriere della Sera» del 19 marzo 2010

09 marzo 2010

Quei cento milioni di bambine scomparse

Cina e India responsabili di un genocidio di genere, denuncia l'«Economist»
di Pierluigi Battista
Sarà indelicato, tra le mimose dell' 8 marzo, cercare almeno per un giorno di riflettere sulle cifre sconvolgenti del Gendercide, il genocidio di genere denunciato dall' ultima copertina dell'Economist? E sarebbe anche il caso di ripetere la stessa domanda che, ricorda il Foglio, venne formulata già sette anni fa sull'organo di stampa più autorevole dell'establishment anglosassone, il Financial Times: «Dove sono andate a finire tutte le ragazze?». Scomparse, inghiottite nel nulla, costrette a non nascere con le procedure di sterminio dell'aborto selettivo e dell'eugenetica di Stato. Cento milioni di bambine sacrificate. «163 milioni di bambine mancanti in Asia», secondo i dati della Conferenza asiatica sui diritti riproduttivi. Se non è genocidio di genere, come altrimenti definire questa ecatombe di dimensioni apocalittiche? Si dice che in Cina e nell'India del Nord per ogni 120 maschi nascono solo 100 femmine, mentre la media mondiale è di 103-106 maschi ogni 100 femmine. Se non è il destino, il caso, la sorte, la coincidenza, come mai mancano all' appello almeno 15 femmine per ogni centinaio di nati maschi in quella parte del mondo? E se è aborto eugenetico di massa, quale altra violazione di diritti umani fondamentali è paragonabile a questo massacro silenzioso, a questa emergenza umanitaria trascurata o misconosciuta se non da tutti, da molti di noi (chi scrive compreso)? Non è nemmeno una tragedia della povertà, un orrore dell' arretratezza. A Taiwan e Singapore non si muore di fame e l'Economist nota che «in Cina e in India le aree con le peggiori statistiche demografiche sono quelle più ricche e istruite». Non è l'infanticidio delle società contadine bisognose di braccia forti. È selezione sessuale fredda, moderna, implacabile, governata, deliberata, di Stato. Una strage preordinata, finalizzata alla soppressione di una metà dell'umanità. La tecnoscienza applicata a un progetto di annientamento. Ricorda niente questa simbiosi micidiale, la scienza al servizio dello sterminio? Prendersela con l'Onu che, da campione dell'indignazione selettiva non sembra così impegnata nel contrasto dell'aborto selettivo, non serve a niente. Pensare che la soppressione delle ragazze possa entrare nell' agenda dei governi del mondo nelle loro relazioni con Cina e India, è irrealistico e velleitario. Del resto, se nell'Occidente si rimprovera a India e in Cina una chiusura sulle misure per il clima, nessuna conferenza con i potenti del mondo è convocata per chiedere agli Stati asiatici di fermare il massacro selettivo. L'opinione pubblica mondiale è stanca, afasica, inebetita dalla sua impotenza. Ogni tanto qualche testata giornalistica solleva il problema. Poi prevalgono il silenzio e la rassegnazione. E passerà ancora del tempo prima di chiederci, per l'ennesima volta: «Dove sono andate a finire tutte le ragazze?».
«Corriere della Sera» dell'8 marzo 2010

28 febbraio 2010

Se Amnesty International smarrisce il senso della sua lotta

Un estremista islamico come testimonal
di Christopher Hitchens
Si tratta una vecchia storia, ma vale la pena raccontarla daccapo. Un giorno, nei primi anni Sessanta, un avvocato di nome Peter Benenson stava leggendo il giornale nella metropolitana di Londra. Si imbattè in un piccolo articolo che riferiva come due studenti portoghesi - il Portogallo era allora una dittatura fascista, a capo di uno sporco impero coloniale in Africa - erano stati condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà in un luogo pubblico a Lisbona. Dopo una breve riflessione, l' avvocato decise di passare all'azione, e la sua «lettera aperta» riguardante i «prigionieri di coscienza» venne pubblicata sulla prima pagina del quotidiano londinese, Observer. Forse non avete mai sentito parlare di questo microavvenimento e delle sue macro conseguenze, ma ci scommetto che tutti sanno che cos' è Amnesty International, il grande albero spuntato da questo umile seme. I suoi «rami» - le innumerevoli sezioni locali dell' organizzazione - sono riusciti ad ottenere la liberazione di molti prigionieri politici, mettendo alla gogna i regimi oppressivi che li avevano incarcerati. Come tutte le grandi idee, il concetto di Amnesty era straordinariamente semplice. Ciascuna sezione doveva occuparsi di almeno tre prigionieri di coscienza: uno in un Paese della Nato, uno in un Paese del Patto di Varsavia, e uno proveniente dal Terzo Mondo o dai Paesi non allineati. Col passar del tempo, l' organizzazione ha sviluppato politiche contrarie alla pena di morte e alla tortura in tutti i casi, ma la definizione di «prigioniero di coscienza» è rimasta centrale al suo pensiero. Si ribadiva tuttavia la premessa che il prigioniero in questione dovesse essere appunto una persona incarcerata per aver espresso un'opinione. Amnesty si rifiutava di appoggiare personaggi che avevano fatto ricorso alla violenza o ne propugnavano l'utilizzo. Amnesty è preziosa per me come per milioni di altre persone, tra cui le molte migliaia di uomini e donne che hanno subito incarcerazione e torture per la loro coraggiosa dissidenza, e che hanno riconquistato la libertà grazie all' instancabile impegno di questa organizzazione. Pertanto apprendere particolari sulla degenerazione e politicizzazione di Amnesty equivale a spalancare gli occhi su una crisi morale che rischia di avere ripercussioni globali. Amnesty International ha sospeso uno dei suoi più importanti funzionari, una donna di nome Gita Sahgal, che fino a poco tempo fa era alla guida dell'«unità contro le discriminazioni sessuali» dell' organizzazione. E' semplice riassumere i suoi timori, citando le sue stesse parole: «Condividere iniziative con il più famigerato sostenitore dei talebani in Gran Bretagna, che si presenta per di più come difensore dei diritti umani - scrive la Sahgal - rappresenta un tremendo errore di giudizio». Si presume che incontestabili motivazioni siano dietro a una dichiarazione così tagliente, eppure la conseguenza è stata la sospensione immediata di Gita Sahgal. I retroscena sono altrettanto, drammaticamente semplici da riassumere. Moazzem Begg, cittadino britannico, fu arrestato in Pakistan dopo essere fuggito dall' Afghanistan in seguito all' intervento militare del 2001. Fu rinchiuso nel carcere di Guantánamo, e successivamente rilasciato. Da quel giorno, ha messo in piedi un'organizzazione chiamata Cageprisoners (prigionieri in gabbia). Begg non rinnega il suo passato di attivista islamico, che lo ha condotto in Afghanistan. Non ha ritirato l' affermazione che quello dei talebani era il miglior governo possibile in quel Paese. Cageprisoners vanta un altro esponente di spicco, di nome Asim Qureshi, che propaganda i principi della jihad nei comizi sponsorizzati dal gruppo estremista Hizb-ut Tahrir (vietato in molti paesi musulmani). Cageprisoners difende inoltre uomini come Abu Hamza, il leader della moschea che offrì rifugio a Richard Reid, l'attentatore suicida con l'esplosivo nelle scarpe, oltre a numerosi personaggi violenti e criminali che hanno subito condanne dai tribunali civili per odiosi reati che nulla hanno a che fare con la libertà di espressione. Eppure Amnesty International ospita Begg nelle delegazioni che sollecitano il governo inglese al rispetto dei diritti umani. Per la Sahgal, di Cageprisoners si può affermare tranquillamente che i suoi obiettivi «vanno ben al di là della tutela dei diritti dei prigionieri politici». Ma le è bastato dir questo per vedersi esonerare dal suo incarico. Gita Sahgal sta incontrando non poche difficoltà nel trovare un avvocato difensore. Tale è - almeno finora - il prestigio di Amnesty International. «Anche se diciamo che dobbiamo difendere chiunque, a prescindere dalle azioni commesse - osserva la Sahgal - sembra proprio che se sei una donna inglese, di origine asiatica, e per di più laica e atea, non meriti nessuna difesa da parte delle istituzioni preposte alla tutela dei diritti civili». Le cose potrebbero cambiare, e spero che così sarà. Ma la Sahgal si sbaglia. Amnesty International non è stata fondata per difendere chiunque, a prescindere dalle azioni commesse. Nessuna organizzazione al mondo potrebbe farlo. Gli attentatori dell' Ira, i macellai Khmer Rouge e i generali Pinochet e Videla non hanno goduto del sostegno di Amnesty quando sono stati trascinati in tribunale. Lo scopo precipuo della nobile fondazione era quello di difendere e proteggere quanti venivano oppressi per le loro opinioni. In teoria, presumo, anche le opinioni di coloro che affermano che le donne sono beni di proprietà dei maschi, che omosessuali, ebrei e indù sono destinati allo sterminio, e via dicendo, secondo i fantastici precetti della jihad. Tuttavia Cageprisoners difende coloro che si sono spinti ben oltre la semplice espressione di queste idee. È davvero incredibile che Amnesty dia spazio a personaggi assai equivoci su questo punto, e addirittura sconfortante che sia arrivata a sospendere una valida collaboratrice che si è limitata a esprimere le sue profonde e sincere riserve. L'altro aspetto ammirevole di Amnesty International, ai suoi inizi, era il principio del volontariato: si avvaleva di persone libere che dedicavano tempo e denaro alla causa dei diritti altrui. Si stima che oggi vi siano più di due milioni di affiliati in tutto il mondo. È preciso dovere di tutti i sostenitori, fedeli ai principi originali dell' organizzazione, sospendere i finanziamenti finché non saranno recisi tutti i legami con Begg - che potrà tornarsene a gestire il suo movimento -, e fino a quando la Sahgal non verrà reintegrata nelle sue funzioni.
Traduzione di Rita Baldassarre © The New York Times Syndicate
«Corriere della Sera» del 27 febbraio 2010

17 gennaio 2010

L’ultimatum di Google a Pechino dà ossigeno ai cyber-dissidenti

Informazione alternativa e opposizione sul web
di Gerolamo Fazzini
Che in Cina Internet sia sottoposto a un ferreo controllo non è una novità. Il punto è che, sino a ieri, i provider internazionali si erano arresi, in nome del business e del ' così fan tutti', al diktat del governo cinese che impone filtri sofisticatissimi per monitorare ( e nel caso, togliere di mezzo) i contenuti ritenuti inopportuni che viaggiano in Rete.
Ora la musica potrebbe cambiare.
Dopo aver denunciato attacchi di pirati informatici alle caselle e- mail di attivisti e dissidenti cinesi, Google infatti ha dichiarato che potrebbe chiudere il proprio sito in cinese e lasciare il Paese. L’annuncio segna un punto di svolta. Sempre che, ovviamente, alle parole seguano i fatti. Sarebbe la prima volta che una società straniera si oppone in modo così coraggioso alle autorità cinesi, che non tollerano intrusioni quando c’è di mezzo la ' sicurezza nazionale'.
I primi ad augurarselo sono gli attivisti per i diritti umani e i dissidenti cinesi e, insieme con loro, la parte più consapevole dell’opinione pubblica cinese. La Cina è oggi il Paese con il più alto numero di utenti di Internet; sempre di più il web viene usato come veicolo di ' informazione alternativa', se non di aperta opposizione. Ma tutto ciò non piace affatto ai mandarini di Pechino, spaventati dalla prospettiva di un flusso ingovernabile di e- mail, testi, immagini e filmati. Specie quando ci sono di mezzo argomenti tabù come Tienanmen, democrazia, libertà e via dicendo.
Ma proprio sul fronte del web si gioca la nuova battaglia per il cambiamento. È grazie a Internet che i 303 firmatari iniziali del manifesto del dissenso cinese, ' Carta 08', sono diventati quasi 10mila in poco tempo. È grazie al web che dal Tibet e dallo Xinjiang sono arrivate in Occidente informazioni e immagini, poco gradite al regime, delle proteste e delle repressioni dei mesi scorsi.
Presidiare uno spazio di libertà su Internet è, dunque, cruciale: il duro giro di vite imposto nei mesi precedenti e durante i Giochi olimpici lo ha confermato una volta di più. Questo spiega come mai lo scorso luglio un migliaio di persone si siano radunate a Pechino, per un’innovativa forma di protesta, promossa dall’artista ' controcorrente' Ai Weiwei. Noto per aver progettato il Nido d’uccello, lo stadio delle Olimpiadi di Pechino, Ai Weiwei è uno dei più attivi nella battaglia per la verità sul crollo delle scuole nel terremoto del Sichuan.
Ebbene, in risposta all’intento del governo cinese di installare su ogni computer un nuovo filtro di controllo, ha lanciato un boicottaggio simbolico di Internet.
Non è l’unico caso del genere. Nel 2007 fece rumore la decisione di una donna, Yu Ling, di denunciare Yahoo davanti a un tribunale americano, chiedendo i danni per la detenzione del marito, Wang Xiaoning, noto dissidente, arrestato grazie proprio alla collaborazione fra la multinazionale statunitense e il formidabile apparato della censura cinese.
È un fatto che il popolo dei cyber­dissidenti cresce a vista d’occhio, pur pagando un prezzo alto per la sua voglia di libertà: Amnesty calcola che siano una sessantina i prigionieri di questa categoria ( più dei ' giornalisti scomodi' della carta stampata).
Qualche nome? Li Zhi, condannato a 8 anni di reclusione per aver criticato la corruzione di funzionari locali in gruppi di discussione su Internet; Xie Wanjun, che aveva tentato di fondare in Cina il partito democratico ( decisivo anche in questo caso il contributo di Yahoo). Il volto più noto è quello di Shi Tao, che sta scontando una condanna a ben 10 anni di carcere inflittagli nel 2005.
Amnesty lo ha adottato come ' prigioniero di coscienza'.
Se la scelta di Google farà scuola, il sacrificio di tutti costoro non sarà stato vano. E il popolo cinese potrà sperare in qualche spiraglio di libertà maggiore.
«Avvenire» del 14 gennaio 2010

02 dicembre 2009

Quello che il Vaticano non dice sull'islam

di Giulio Meotti
Nel referendum sui minareti che si è svolto nella più antica democrazia europea, la Svizzera, la Santa Sede ha assunto la stessa posizione di chi, come i Verdi e la sinistra europea, alla Corte dei diritti umani di Strasburgo ha patrocinato la causa contro i crocefissi nelle scuole italiane. Mentre la stampa italiana sposava la tesi xenofoba, urlava contro i “fascisti alpini” ed eleggeva l’islamista sul libro paga dell’Iran, Tariq Ramadan, a difensore della libera spiritualità interreligiosa, era sconfortante notare come il Vaticano, per bocca dell’Osservatore romano e del Pontificio consiglio per i migranti, avesse adottato la stessa interpretazione della maggioranza degli opinionisti più conformisti. Come Tahar Ben Jelloun, con i suoi infingimenti sulla convivenza che vogliono far credere ai lettori che in Svizzera la libertà religiosa è stata messa al bando e che non è più possibile professare come prima l’islam. E’ grottesco pensare a come l’episcopato abbia usato le stesse parole dell’Organizzazione della Conferenza islamica e di Izzedin Elzir, portavoce dell’Ucoii, l’organizzazione dei Fratelli musulmani.
Pochissime le voci di dissenso cattolico. Il celebre arabista Samir K. Samir, esprimendo scetticismo sui minareti in Europa, dice che i musulmani devono vivere tra di noi “in una situazione di accoglienza, ma anche di minoranza. Ed essendo una minoranza, non possono comportarsi in tutto come nei paesi islamici dove essi sono la maggioranza”. E dove di cristiani ed ebrei non c’è quasi più traccia e le chiese più “moderne” sono quelle costruite nel dominio coloniale. Parlando con il Foglio, si è smarcato dal correttismo anche il dottor Nazir Bhatti, presidente del Pakistan Christian Congress e direttore del Pakistan Christian Post, originario di un paese dove i cristiani sono spesso arsi vivi. “Le manifestazioni cristiane sono bandite nel mio paese, ma nessun musulmano ha mai detto nulla, mentre ora protestano contro la Svizzera. Gli attivisti dei diritti umani dovrebbero alzare la voce e fare pressione sui regimi islamici perché autorizzino la costruzione di chiese e concedano libertà ai cristiani. C’è un doppio metro di misura, lo scandalo sulla Svizzera e il silenzio sulle minoranze nell’islam”.
La Santa Sede ha fatto finta di credere, quando questa verità la sta vivendo nell’estinzione di tutte le comunità cristiane del medio oriente, che l’islam è pura fede, e non anche e soprattutto un sistema politico con un obiettivo grandioso: la conquista degli “infedeli”, in nome di quella esiziale e poderosa divisione del mondo in due parti: il “dar al islam”, il territorio dell’islam, e il “dar al harb”, il territorio della guerra. Valga, per tutti, il commento del premier turco Erdogan: “I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito”. Uno dei primi atti di revanscismo islamico di Erdogan contro il kemalismo è stata proprio la reintroduzione degli altoparlanti sui minareti, in moschee dove si insegna che ebrei e cristiani sono nel migliore dei casi “invitati” (misafir) e nel peggiore “infedeli” (gavour).
La chiesa cattolica, anziché invocare la messa al bando di fatwe che ancora oggi giudicano illecita la vendita della terra “sacra ad Allah” ai non musulmani, ha proferito rassicuranti affermazioni di circostanza, come fosse Amnesty International. Con il voto sui minareti, la chiesa avrebbe dovuto porre il tema della reciprocità, prima che sia troppo tardi e come aveva fatto Benedetto XVI nel recente incontro con l’ambasciatore marocchino. Sempre che tardi non lo sia già. I territori palestinesi erano in origine al venti per cento cristiani, oggi al cinque. Un secolo fa in Turchia c’erano due milioni di cristiani, ne rimangono solo alcune migliaia. I cristiani erano un terzo della popolazione siriana, oggi meno del dieci per cento. Erano il 55 per cento in Libano, oggi sono sotto la soglia del 30.
Il referendum in Svizzera era volto a impedire la costruzione di nuovi minareti in un paese dove, al momento, ne esistono quattro. Questo non ha nulla a che vedere con la libertà di professare la religione in luoghi di culto. La libertà religiosa è il grande, meraviglioso abisso che separa le democrazie liberali, l’occidente tutto, dai regimi islamici più o meno “moderati”. In Svizzera esistono duecento moschee e, nel referendum, non si menzionava né l’opzione di eliminarle, né l’opzione di bloccare la costruzione di nuove. Il messaggio arrivato dalla Svizzera è chiaro: siamo una storica patria di esuli e perseguitati, a nessuno sarà interdetto il diritto di culto, ma basta con questo sistema di dominio collaudato da quattordici secoli e che nei minareti ha i propri vessilli scenici e nella sharia un programma di governo. Con il loro patriottismo referendario gli elvetici, in modo pulito, non violento, democratico e liberalem, hanno detto no alla resa all’islamizzazione. Il celebre islamologo americano Daniel Pipes ha paragonato il referendum alla fatwa contro Salman Rushdie per l’impatto che potrà avere sull’Europa e l’islam. Nonostante le poco confortanti rassicurazioni del presidente svizzero Hans-Rudolf Merz, la costruzione dei minareti sarebbe stata certamente il primo passo verso il vero obiettivo del “dar al islam”: la chiamata alla preghiera del muezzin. Gli imam avrebbero usato microfoni e altoparlanti tenuti ben alti, superiori ai clacson delle macchine e al traffico.
La prima chiamata alla preghiera sarebbe stata alle quattro del mattino. Non c’è bisogno di andare alla Mecca per averne conferma. Già avviene alla East London Mosque, dove la chiamata alla preghiera serale compete con il rumore del traffico in Whitechapel Road. A Rotterdam ogni venerdì l’imam chiama alla preghiera, così a Colonia e a Bruxelles, dove la comunità turca sta trattando sul volume del muezzin, non certo sulla sua opportunità. E quando la combattiva ministra della famiglia del Marocco, Nouzha Skalli, femminista ex comunista, ha presentato una proposta di legge per tagliare i decibel dei minareti, specie nelle zone turistiche, i fondamentalisti l’hanno accusata di volere “zittire l’islam” e favorire gli “infedeli”.
Due anni fa è scoppiata la guerra dei muezzin a Oxford. Tutto è cominciato come in Svizzera, quando la Oxford Central Mosque chiese di trasmettere con gli altoparlanti la preghiera. Il vescovo anglicano Michael Nazir-Ali disse che consentire il canto dei muezzin rappresentava il tentativo di “imporre il carattere islamico” al Regno Unito. Avrebbe dovuto essere questo il commento del Vaticano sul caso svizzero, non la solita stanca profferta multiculturale di accoglienza degli emigranti. Senza citare il problema della corsa all’altezza. In molte parti di Europa si cerca di fare i minareti più alti di qualunque cosa, soprattutto delle chiese. Caso da manuale è Betlemme, dove la comunità cristiana si sta estinguendo per l’islamizzazione massiccia. Come ci ha spiegato Samir Qumsieh, direttore di al Mahdeh, la televisione dei cristiani, “i muezzin gridano più forte vicino alle chiese. Dove una volta suonavano le campane ora si sentono soltanto le preghiere musulmane con gli altoparlanti a tutto volume. Tra vent’anni a Betlemme non ci sarà più un cristiano”. Con i loro orologi e le mucche pezzate, gli svizzeri non volevano fare la stessa fine.
«Il Foglio» del 2 dicembre 2009

01 dicembre 2009

Ulrich Schlüer e il no elvetico ai minareti

"Non diventeremo mai come la Francia". Parla il vincitore del referendum svizzero
di Luigi De Biase
“Con questo voto, la Svizzera ha mostrato che cosa non vuole: non vuole moschee, non vuole muezzin, non vuole sharia. In una parola, non vuole essere islamizzata”. Chi parla è Ulrich Schlüer, 65 anni, autore della proposta antiminareti approvata domenica con un referendum molto discusso. Schlüer è un deputato dei Popolari (Pps), il primo partito del paese. In patria, il 57 per cento dei cittadini ha promosso il quesito che impedisce di costruire nuove torri islamiche, ma nel resto dell’Europa le reazioni sono dure. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si dice “preoccupato” così come il presidente di turno dell’Unione europea, lo svedese Carl Bildt. Il responsabile del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è “sulla stessa linea dei vescovi svizzeri”, che definiscono il voto “un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. E c’è chi, come Amnesty International, non esclude di ricorrere al Tribunale europeo. “Le critiche erano prevedibili – commenta Schlüer con il Foglio – L’unica cosa che conta è il risultato delle urne e quello è stato impressionante. Non esiste opinione che può rovesciare una volontà così forte: nessun governo può ignorare le scelte del popolo”.
In Svizzera ci sono quattro minareti, 150 centri di preghiera e 400 mila persone di fede islamica. La maggior parte arriva dai Balcani e non mostra grande interesse per le pratiche religiose. Eppure, sostiene Schlüer, la situazione è già a livello di guardia. “Nel mio paese ci sono 17 mila matrimoni combinati e questo significa che 17 mila donne non sono libere – dice il deputato – E’ uno scandalo, è una contraddizione rispetto alle nostre leggi”.
Il Pps è noto per le campagne al limite dell’oltraggio. I manifesti stampati per il referendum mostrano una donna con lo sguardo torvo sotto il burqa. Schlüer è uno dei politici più discussi di questo movimento: nel 2007 criticò un inviato dell’Onu, Doudou Diéne, che aveva espresso perplessità sulla “dinamica xenofoba e razzista” che guidava la campagna dei popolari. “Lui arriva dal Senegal, un paese che ha molti problemi – disse allora – Non capisco perché sia venuto qui anziché pensare agli affari della sua nazione”. I popolari vinsero con il 28 per cento dei voti. Schlüer non teme che Berna diventi la capitale di una Repubblica islamica nel cuore delle Alpi: il modello che vuole evitare è quello di Francia, Olanda e Spagna, dove i musulmani possono aprire moschee in nome del pluralismo religioso.
“La Corte europea dice che dobbiamo togliere i crocefissi dalle scuole e permettere l’apertura di nuove moschee – spiega – Io ritengo invece che i minareti devono essere respinti perché rappresentano il desiderio di introdurre un nuovo ordine in Europa. In Svizzera ne abbiamo quattro e questo significa che possiamo ancora fare qualcosa per opporci all’islamizzazione della nostra cultura. Guardate Parigi, Berlino e Londra: ci sono interi quartieri che vivono in una dimensione parallela, hanno le loro leggi, i loro costumi e il loro ordine. Non esiste alcuna possibilità di rimettere le cose a posto. Se un giorno avremo cento o duecento minareti anche in Svizzera, non saremo più in grado opporci”. Quello che colpisce non è tanto la percentuale delle persone che hanno votato “sì”, quanto la dimensione geografica del successo: 22 cantoni su 26 hanno approvato la proposta del Partito popolare: la Svizzera, dice Schlüer, non sarà mai come la Francia.
«Il Foglio» del 1 dicembre 2009

30 agosto 2009

Nicaragua: Amnesty lancia la crociata per l'aborto

di Samantha Singson
Amnesty International ha messo nel mirino un altro paese latino-americano per le sue leggi a favore della tutela della vita. In un recente rapporto, Amnesty si scaglia contro il divieto totale di aborto in Nicaragua, bollandolo come “una vergogna crudele e disumana”, e sostiene che la nuova legge ha provocato un aumento della mortalità materna.
Così come nei casi del Messico, della Repubblica Dominicana e del Perù, l’ultimo rapporto di Amnesty sul Nicaragua sostiene erroneamente che il diritto internazionale obbliga gli stati a permettere l’aborto e – secondo i critici – falsifica i dati che invece mostrano che il tasso di mortalità materna è in calo.
La legge del Nicaragua che impedisce l’aborto per qualsiasi motivo è stata approvata dall’Assemblea Nazionale all’unanimità nel 2006 ed ha immediatamente attirato una miriade di attacchi da parte sei sostenitori dell’aborto in tutto il mondo. Il rapporto di Amnesty, intitolato “Il bando totale dell’aborto in Nicaragua: salute e vita delle donne in pericolo, personale sanitario criminalizzato”, accusa il governo di Managua di attuare una legge “discriminatoria” che provocherà l’aumento della mortalità materna. Amnesty se la prende anche con le sanzioni penali previste dalla legge, affermando che mettono il personale sanitario a “rischio legale”.
Avanzando la pretesa che il Nicaragua sta violando il diritto internazionale, Amnesty cita le raccomandazioni non vincolanti fatte dalle commissioni di supervisione dei trattati delle Nazioni Unite – la Commissione per l’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), la Commissione sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, la Commissione contro la Tortura – come prova della obbligatorietà per il paese di permettere l’aborto.
In realtà, sostengono i critici, non c’è alcun trattato dell’ONU che neanche citi l’aborto e sono invece I membri di queste commissioni chiamate a visionare l’applicazione dei trattati che si sono ritagliati arbitrariamente il compito di applicare un “diritto all’aborto” come parte di diritti già riconosciuti come il diritto al miglior trattamento sanitario, il diritto alla riservatezza e il diritto di essere liberi dalla discriminazione.
Amnesty afferma che il divieto di aborto in Nicaragua è discriminatorio a causa delle conseguenze negative che ha sulle donne e sulle ragazze, in quanto solo “le donne e le ragazze sono obbligate a continuare gravidanze non volute o sanitariamente pericolose pena il carcere” o “patire l’angoscia mentale e il dolore fisico di un aborto non sicuro, rischiando inoltre la loro salute e la vita”.
Una delle principali affermazioni di Amnesty è che il divieto farà sì che il personale medico si asterrà dal trattare le donne in alcuni casi per paura di essere incriminato, in quanto la loro azione medica potrebbe essere considerata come un aiuto a interrompere la gravidanza. In realtà il governo nicaraguense ha più volte chiarito che l’attuale codice sanitario sarà rispettato, anche là dove permette dei trattamenti salvavita che potrebbeero causare indirettamente un aborto.
Anche se Amnesty ammette che il divieto non ha causato alcuna incriminazione, accusa comunque il governo nicaraguense paventando la possibilità che la legge provochi “ritardi nella diagnosi e nella terapia, a detrimento delle donne e delle giovani nicaraguensi che chiedono un trattamento sanitario”.
Da quando ha pubblicato il rapporto, ad Amnesty è stato più volte richiesto di rendere ragione delle proprie affermazioni. Matthew Hoffman, inviato del sito pro-life LifeSiteNews.com, in una inchiesta per verificare le affermazioni di Amnesty, ha trovato che l’organizzazione aveva falsificato i dati "nell’evidente tentativo di coprire il fatto che la mortalità materna in realtà era diminuita nel 2007, l’anno dopo che nel codice penale erano state eliminate le eccezioni che permettevano gli aborti terapeutici”. Il Rapporto di Amnesty sostiene infatti che la riforma è entrata in vigore il 9 luglio del 2008, perciò confronta l'attuale tasso di mortalità materna con quello del primo semestre del 2008, ottenendo così un aumento del 10%. Peccato però l'aborto terapeutico era reato già dal 2006: nel 2007 si è registrato un calo del tasso di mortalità del 10%, fatto che Amnesty ovviamente ignora.
Ma non è l'unica manipolazione. Pur sostenendo che la riforma del codice penale non è entrata in vigore prima del 2008, Amnesty cita il caso di 12 donne morte e che si sarebbe potuto salvare soltanto se l'aborto fosse stato permesso. Amnesty riprende il caso dal rapporto del gruppo abortista IPAS, che però è stato pubblicato prima di quella che Amnesty considera l'entrata in vigore della riforma. Inoltre il rapporto Ipas non afferma affatto che sarebbe stato possibile salvare le 12 donne con la legalizzazione dell'aborto: specula invece sul fatto che "almeno 12 (morti materne) possono essere collegate a precedenti patologie aggravate dalla gravidanza, cosa che avendo la possibilità di un aborto terapeutico, la loro possibilità di migliorare o guarire sarebbe stata molto più elevata".
La verità è che Amnesty non è stata in grado di fornire il nome anche di una sola donna che sarebbe morta per cause collegate alla nuova legge, né il nome di una sola persona che sia stata incriminata per procurato aborto.
Da ultimo, Amnesty cita diverse associazioni mediche del Nicaragua che hanno denunciato la nuova legislazione, ma curiosamente non cita il presidente dell'Associazione dei Medici del Nicaragua, che invece la difende.
«Sviluppo e popolazione» del 24 agoasto 2009

02 luglio 2008

Il gulag di Pechino commercia organi

In Cina ci sono 10 mila esecuzioni capitali l’anno e 600 ospedali trapiantano le parti degli uccisi. L’appello del dissidente Wu
di Harry Wu
«Migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte cinesi vengono venduti nel mondo e sono una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista»
La Cina è uno dei Paesi in cui la pena di morte è prevista per legge. Nonostante gli appelli delle principali organizzazioni internazionali, Amnesty International in testa, ogni anno nel Paese asiatico si contano dalle 8000 alle 10000 condanne a morte. La Cina rappresenta il 22% della popolazione mondiale, ma commina e fa eseguire almeno il 90% delle condanne a morte nel mondo. Se si denuncia questa vera e propria strage, compiuta in nome della preservazione del regime comunista, si viene subito etichettati come nemici del popolo cinese. Il presidente statunitense George Bush, anche dopo le sollecitazioni di Nancy Pelosi, portavoce del Congresso Usa, a metà ottobre del 2007 ha ricevuto il capo del buddismo tibetano, il Dalai Lama. Per questa iniziativa, Pechino ha accusato duramente Washington di ingerenza nella politica cinese, e minacciato forti ritorsioni. Questo episodio è emblematico della protervia e arroganza del governo di Pechino, che pretende dai singoli Paesi, od organismi internazionali, che non esaminino quello che avviene nel suo territorio e soprattutto non assumano un comportamento difforme dalla linea ufficiale cinese, senza tener conto del fatto che questi altri Paesi non sono attualmente colonie della Cina.
Per la decisione di ricevere un capo religioso, esiliato dal regime comunista cinese ormai da decine di anni, un Paese democratico e un presidente liberamente eletto sono rimproverati e attaccati con violenza come se fossero sudditi disobbedienti! Lo stesso è poi accaduto in Italia. Il capo di un Paese in cui da 58 anni, e cioè dall’ascesa di Mao Zedong, viene represso nel sangue qualsiasi anelito di libertà; dove ogni anno si contano decine e decine di migliaia di sollevazioni spontanee; dove i lavoratori sono ridotti in semi­schiavitù; dove i contadini muoiono letteralmente di fame; dove ci sono ancora, mimetizzati col nome di fabbriche o fattorie, oltre mille campi di concentramento, i laogai, nei quali ho trascorso 19 anni della mia vita, il capo di un Paese di questo genere, mi chiedo che cosa intende quando parla, con modi garbati, di «socialismo armonioso» e «società armoniosa»? In Cina la vita stessa viene repressa in forme e metodi che ricordano le peggiori pagine di storia dei secoli più bui, anche di quello appena trascorso. Ancora oggi migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte sono venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo, e rappresentano una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista cinese.
Soltanto nel dicembre del 2006 il regime cinese ha riconosciuto che la quasi totalità degli organi umani venduti viene espiantata dai corpi dei prigionieri uccisi, ma i satrapi di Pechino tentano sempre di negare o minimizzare questi abusi e violenze.
Recentemente il governo ha introdotto misure e adottato leggi che dovrebbero diminuire il numero delle esecuzioni capitali e aumentare il controllo sulla vendita degli organi. Sono previsti, ma soltanto sulla carta, anche la revisione di tutte le sentenze di morte da parte della Corte suprema del popolo e il divieto di usare gli organi dei condannati a morte senza il loro previo consenso. In realtà, le migliaia di esecuzioni continuano, il traffico degli organi umani fiorisce e le torture per ottenere le confessioni persistono. Il numero di esecuzioni capitali è ancora oggi un segreto di Stato in Cina! Il traffico degli organi umani è iniziato nel 1984 con almeno 100 ospedali specializzati in questa macabra pratica. Nel 2007 sono oltre 600 gli ospedali in cui vengono trapiantati gli organi dei condannati a morte.
L’incremento di questi ospedali e il graduale aumento del numero dei crimini puniti oggi con la pena capitale avvalorano il sospetto che in Cina si commini con facilità questa misura di pena per ottenere un maggior numero di organi da commerciare. Perché la comunità internazionale non interviene e non prende iniziative decise per impedire questi crimini? Come giustamente fece osservare il deputato Smith, durante una seduta della Commissione sui Diritti umani del Congresso Usa, il mondo politico ed economico, per la protezione dei propri marchi di fabbrica e brevetti, ha preteso sanzioni contro il regime cinese ma è rimasto muto di fronte al persistere del lavoro forzato, delle esecuzioni capitali e della vendita degli organi umani.
Perché? Nel mondo del terzo millennio questi crimini devono cessare. Le nostre coscienze lo richiedono.

L’arcipelago dei «laogai»
Va in libreria dal 13 marzo «Cina traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte» curato da Maria Vittoria Cattanìa e Toni Brandi per Guerini e Associati (pp. 204, euro 21,50). Qui ne pubblichiamo la prefazione firmata da Harry Wu, dissidente cinese famoso per le denunce di violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pechino e presidente della «Laogai Research Foundation» di Washington. In Italia sono già apparsi i suoi volumi «Laogai, i Gulag di Mao Tze Dong» (L’ancora del Mediterraneo) e «Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi» (San Paolo).
«Avvenire» dell’8 marzo 2008

07 marzo 2008

Dimenticare Pol Pot

Processo alle porte per l’ex regime Ma in Cambogia nessuno lo vuole
di Ettore Mo
Questo processo non s’ha da fare. Può venire in mente il perentorio avvertimento dei «bravi» di Don Rodrigo a Don Abbondio circa il matrimonio di Renzo e Lucia ogni volta si torna a parlare, qui in Cambogia, del Tribunale speciale che ancora non è riuscito a portare alla sbarra i leader dei Khmer rossi, responsabili del massacro, negli anni Settanta, di un milione e settecento mila persone. Un genocidio. Il progetto di un Tribunale straordinario che si occupasse dei crimini attribuiti al regime di Pol Pot venne lanciato dal Parlamento di Phnom Penh nel gennaio del 2001 e nel giro di tre anni l’Onu adottò una risoluzione che ne definiva le regole, la composizione mista di giudici cambogiani e stranieri, le pene previste, i finanziamenti da ripartire tra i Paesi coinvolti. Dopo tanti rinvii, l’ultima promessa è che dovrebbe entrare in funzione nei primi mesi di quest’anno. Ma chi finirà sotto processo? Ad uno ad uno, i protagonisti dalla cricca di Pol Pot (morto nel ‘98, per attacco cardiaco) se ne sono andati, esausti e quasi dimenticati. Ta Mok, braccio destro del Capo e definito «il macellaio della Cambogia» morì l’anno scorso in prigione, suscitando pure, in qualcuno, sentimenti di pietà. «Era un uomo vecchio e malato - mi dice Kong Sanguar, uomo di cultura che gode di prestigio anche in ambiente politico -, aveva diritto di morire in casa, con la famiglia». È stato tumulato a Pailin, vicino al confine con la Thailandia dove sono concentrati i Khmer rossi, che hanno seguito il corteo funebre in lacrime, tra le preghiere di una settantina di bonzi. Ancora in carcere è Kaing Guek Eav, conosciuto come «camerata Duich», ex insegnante di matematica che divenne direttore del Centro di tortura di Toul Sleng (la collina degli alberi velenosi), trasformata poi in un tetro museo dove si conservano migliaia di teschi delle vittime. Altro «grande» superstite in attesa del processo è Nuon Chea, 82 anni, arrestato l’anno scorso nella sua casa-palafitta di Pailin, con vista sul canale, e portato in elicottero a Phnom Penh, con vista cielo tra le sbarre. Se Duch era manovale della tortura, Chea ne era la mente. Altri due anziani gerarchi della «cricca» sopravvissuti finora impunemente dovrebbero salire (ma non è sicuro) sul banco degli imputati: Khieu Sampan, 76 anni, ex capo di Stato e ministro degli Esteri che nel ‘98 si è «riallineato» col governo di Phnom Penh; e Ieng Sary, alla soglia degli ottanta, che, ottenuto nel ‘96 «il perdono reale» da Sihanouk, promosse la defezione delle unità militari dei Khmer rossi, inglobandole nell’esercito. È comunque diffusa la sensazione, al vertice del potere e nella popolazione, che la Kampuchea Democratica, nata il 17 aprile ‘75 quando i Khmer entrarono a Phnom Penh e durata 3 anni, 8 mesi e 20 giorni, debba scomparire definitivamente dalla memoria dei cambogiani. Kong Sanguar, quando gli chiedo cosa pensa la gente dell’imminente megaprocesso contro gli ex capi dei Khmer rossi, risponde secco: «Intanto che verrà a costare 84 milioni di dollari: soldi sprecati, che sarebbe meglio dare ai contadini e al proletariato rurale che vive di stenti. Oggi, l’uomo forte è Hun Sen, figlio di contadini, che parla e pensa come loro. Nato nel ‘52, a 18 anni obbedisce all’ordine di Sihanouk e va a combattere in campagna, dove perde un occhio. È stato uno dei primi a consegnarsi nel ‘77 ai vietnamiti per sfuggire a Pol Pot e due anni dopo rientra in Cambogia. Oggi, il nostro esercito, che è il più grande del mondo rispetto alla popolazione (13 milioni di abitanti ndr), è nelle sue mani». Tra coloro che non hanno mai caldeggiato l’idea del megaprocesso e non ne attendono con ansia l’apertura c’è Hun Sen, da oltre vent’anni al timone della Cambogia, per il quale l’azione giudiziaria potrebbe riaprire «vecchie ferite» e perfino sfociare in una nuova «guerra civile». Atteggiamento, suggeriscono i suoi avversari, che va interpretato come un debito di riconoscenza verso Khiou Sampan e Noun Chea, fidatissimi alleati e sostenitori di Pol Pot, che ebbero un ruolo determinante nella sua scalata al potere. «Dovete rendervi conto - insiste il nostro accompagnatore Claudio Bussolino, trapiantato qui da anni e felicemente sposato con una cambogiana - che in questo Paese la gente vive nel presente e fa di tutto per ignorare il passato. Non è nella loro cultura né nella loro indole rivangare tempi remoti, comunque già congelati per l’eternità nei libri di storia. Potrà sembrare strano, ma il nome di Pol Pot lo sento fare solo in Italia, quando ci rimetto piede una o due volte l’anno: ma è così». La cautela e determinazione di Phnom Penh nel tentativo di impedire che, con il processo, la catastrofica avventura dei Khmer rossi venga riesumata, trova il consenso delle grandi Potenze: di Pechino che, avendo sostenuto Pol Pot, dovrebbe ammettere la propria corresponsabilità nei massacri commessi; e di Washington, che nel ‘69 scaricò più di 500 mila tonnellate di bombe per far piazza pulita dei Vietcong lungo il sentiero di Ho Chi Min e poi diede manforte ai Khmer in lotta contro il regime di Hanoi. In definitiva, oggi in Cambogia tutti sembrano d’accordo che è necessario scoraggiare turisti e visitatori stranieri dal ripercorrere le tappe del martirio sofferto dalla popolazione negli ultimi cinquant’anni, come il sacrario di Toul Seng, dove sono esposte le foto in bianco e nero dei prigionieri scattate da un giovanissimo fotografo, Nhem En, che con tanti altri superstiti sta ora affrontando le udienze preliminari del processo; o di recarsi in pellegrinaggio all’abitazione del pittore sessantenne Vann Nath, uno dei pochi usciti vivi da Toul Seng, perché potesse ultimare in carcere il ritratto di Pol Pot che gli era stato commissionato: esperienza che ha raccontato in un suo libro di memorie, dove scrive che il maggior supplizio era «ascoltare gli urli di dolore provenienti da ogni angolo della prigione». Non può sorprendere che il Presidente americano Jimmy Carter abbia definito il regime di Phnom Penh «il peggior nemico dei diritti dell’uomo». È infatti catastrofico il programma in otto punti stilato nel maggio del ‘75 subito dopo l’insediamento dei Khmer rossi nella capitale: «Un progetto politico aberrante - dice Bussolino, riassumendo il giudizio degli storici - che prevedeva anzitutto la collettivizzazione forzata dell’agricoltura». Circa tre milioni di persone sono costrette ad abbandonare le città per andare a lavorare nei campi. Vengono applicate tutte le misure coercitive per costruire una società nuova, basata sui principi rigidi del marxismo: chiusura dei mercati, abolizione del denaro, secolarizzazione dei bonzi, eliminazione dei quadri del passato regime, instaurazione di comuni agricole, espulsione dei vietnamiti, il nemico di sempre. Ma dovranno passare 14 anni prima del ritiro totale dei loro reparti dalla Cambogia. All’evacuazione nelle campagne (strazianti le testimonianze che si possono tuttora raccogliere fra gli anziani sopravvissuti) sono seguite, tra il ‘76 ed il ‘77, le purghe di Pol Pot all’interno del partito comunista e dell’esercito contro tutti i sospetti «agenti del Kgb». L’agghiacciante «Direttiva delle tre estirpazioni» prevedeva l’eliminazione totale dei vietnamiti residenti in Cambogia, dei Khmer che parlano vietnamita, dei Khmer con relazioni di famiglia, amicizia o lavoro con vietnamiti. In sostanza, devono essere soppressi quegli individui che hanno «cuore vietnamita in un corpo Khmer». Quasi impossibile un computo preciso delle vittime in quel periodo: ma alla fine Pol Pot venne messo sotto accusa dai suoi stessi uomini ed emarginato. Tirò le cuoia il 15 aprile del ‘98 per «gravi disturbi cardiaci», ma il mistero attorno alla sua morte non è stato ancora chiarito. Il governo di Phnom Penh sottopose le sue ceneri al test sul Dna per confermare che appartenessero veramente al signor Saloth Sar (questo il suo vero nome). Fosse vivo, avrebbe oggi 80 anni: ma credo siano pochi i cambogiani che gradirebbero trovarselo davanti per strada, col berretto verde della guardia rossa di Mao e il sorriso smagliante. «Chi si preoccupa che l’imminente processo agli ultimi, estenuati superstiti del defunto partito - interviene l’editorialista di un quotidiano locale - possa riattizzare antichi rancori e sfociare in un nuovo conflitto è fuori strada. Noi siamo gente che quando ha chiuso il libro non lo riapre più. Pol Pot è morto e se la vedrà coi suoi demoni. Finito e sepolto il regime da lui creato. La Cambogia odierna, come avrà potuto constatare, è ben altra cosa». «Ciò che vedi in questo minuscolo ristorante dove stiamo pranzando - dice l’amico e interprete Kong Sanguar - non offre l’immagine complessiva del mio Paese. Una famiglia normale non potrebbe consumare un pasto su questo tavolo, perché le costerebbe quanto mangiare in casa per due settimane. Ma non è neanche alla portata di ingegneri, medici, docenti universitari. Qui ci trovi solo stranieri, il personale delle ambasciate, i turisti di lusso». E aggiunge: «Per noi rivangare il passato è una perdita di tempo. Non ci sono in noi sentimenti di vendetta, nè vogliamo risarcimenti materiali e morali per i soprusi e le violenze inflittici negli ultimi cinquant’anni. Il problema oggi non è Pol Pot, ma mangiare, tirare avanti. Un pensionato dello Stato prende 10 dollari al mese. E tuttavia, non parliamo di fame, perché qui, grazie al cielo, c’è riso in abbondanza. Ma non si vive di solo riso». Siamo al dolce, ma la litania delle frustrazioni economiche continua: «È aumentato il prezzo della benzina, più di un dollaro al litro. Due anni fa la carne di maiale costava un 1,5 dollari al chilo, ora il prezzo è salito a 4,5. La bombola del gas in un anno è passata da 7 dollari a 19,5. La benzina è più cara in Cambogia che nei Paesi vicini. In questo caso, però, il prezzo è stabilito dalle cinque grandi compagnie petrolifere, come Total e Shell, che fanno il buono e il cattivo tempo, avendo il monopolio...». E come reagisce il governo? Come affronta una situazione economica così precaria? «Abbiamo un governo debole in un Paese che è debole e povero». Ma se la Cambogia ha voltato definitivamente pagina, il comportamento di alcuni leader di quegli anni tumultuosi e cruenti continua ad essere oggetto di speculazioni, polemiche, controversie. Un vortice verbale che avvolge soprattutto la figura del Re Sihanouk, ormai inaccessibile nel suo aureo palazzo, da cui esce raramente e sempre sotto scorta. Rimane tuttora grande perplessità su una sua visita lampo a Phnom Penh il 9 settembre del ‘75, da cui sarebbe ripartito pochi giorni dopo per recarsi all’Onu e in 12 Paesi occidentali in visita ufficiali. È sorprendente che nei suoi colloqui alle Nazioni Unite e negli incontri coi diplomatici stranieri non abbia mai accennato al fatto d’aver trovata la propria capitale completamente vuota, in un’atmosfera spettrale. Non era comunque possibile - questo il commento più ovvio - che egli fosse all’oscuro dello sterminio appena compiuto dai Khmer rossi. Si trattava dopotutto di un genocidio, come sarebbe emerso dalla denuncia di un gruppo di profughi cambogiani presentata il 7 aprile 1976 all’Onu, all’Unesco, alla Lega dei Diritti dell’Uomo e ad Amnesty International. Sarebbe ingenuo attendersi nuove rivelazioni dal processo che dovrebbe iniziare a giorni nel Tribunale di Phnom Penh. Questo processo, comunque, non s’ha da fare, intima il Don Rodrigo di turno. L’Associazione cambogiana degli avvocati pretende infatti che ciascun legale straniero paghi 4900 dollari per far parte del collegio di difesa contro i crimini di Pol Pot, anche se sono stati raccolti 60 milioni di dollari dall’Onu e dalle comunità internazionali per portare alla sbarra i responsabili del massacro.
L’attuale regno di Cambogia è quanto rimane dell’antico e potente impero Khmer che tra l’XI e il XIV secolo controllò quasi tutta l’Indocina Dal terrore al turismo Dopo gli anni di Pol Pot la Cambogia è tornata alla normalità: nel 2006 l’hanno visitata oltre 1,7 milioni di turisti
1,7 milioni di persone morirono in Cambogia sotto il feroce regime dei Khmer rossi (1975-1979), che costrinsero la popolazione a una forma estrema di comunismo agrario con esecuzioni di massa, deportazioni, lavori forzati
3 anni, 8 mesi e 20 giorni: tanto durò la Kampuchea democratica guidata da Saloth Sar, detto Pol Pot, che morì il 15 aprile 1998 per attacco cardiaco e fu subito cremato. Qualcuno dubita che le ceneri siano le sue.
«Corriere della Sera » del 21 gennaio 2008

12 ottobre 2007

«AI» nel fronte antinatalista

Questi paladini che non vedono e si adeguano
di Eugenia Roccella
È cosa fatta. Amnesty International ha scelto, dopo molte discussioni, di «difendere l'accesso delle donne all'aborto», e di lavorare perché «siano rispettati i diritti sessuali e riproduttivi». Da tempo diciamo che i cosiddetti diritti riproduttivi, così come sono formulati nei documenti delle organizzazioni internazionali, sono a senso unico: servono solo a non riprodursi, e mai ad aiutare le donne ad avere figli. Infatti l'enorme tasso di mortalità materna, nel mondo, è tragicamente stabile: la salute delle madri e dei bambini importa a pochi. L'aborto non si può considerare un diritto, anche le femministe lo sanno e lo dicono: è una tragica realtà, che dovremmo sforzarci di arginare, per tentare di ridurre i 46 milioni di aborti che ogni anno si praticano nel mondo.
Ma all'Onu interessa assai di più bloccare la crescita demografica nei Paesi terzi, che garantire davvero i diritti delle donne. È a questo scopo che sono nate organizzazioni come l'Unfpa, il Fondo internazionale per la popolazione, che raccoglie e distribuisce i fondi per i piani nazionali di controllo delle nascite. È per questo che si sono indette svariate conferenze mondiali sulla popolazione, e si finanziano Ong potenti e diffuse come l'Ippf (International Planned Parenthood Federation), nata dalla Lega eugenetica di Margaret Sanger, colei che divideva le persone tra "fit" e "unfit", cioè adatte e inadatte; e va da sé che gli inadatti (i poveri, i neri, i disabili) non dovevano riprodursi.
Le belle parole sulla libertà femminile usate da queste organizzazioni mascherano in gran parte una realtà opposta, fatta di cinismo indifferente. La verità è che l'aborto è un elemento essenziale delle politiche di controllo demografico, insieme alla sterilizzazione. Eppure anche questo non basta: per ottenere un effettivo calo delle nascite bisogna aggiungere spesso la violenza, il raggiro, la brutalità. Come è accaduto in Cina, dove la ventennale «politica del figlio unico», premiata ufficialment e dall'Onu, è stata condotta con una ferocia senza limiti. Ma anche quando l'imposizione dei governi è stata meno sfacciata e poliziesca, i diritti umani delle donne, che Amnesty sostiene di voler difendere, sono stati mille volte violati. Nel mondo ci sono 160 milioni di donne sterilizzate, naturalmente quasi tutte nei Paesi in via di sviluppo. Chiediamo ad Amnesty: negarsi ogni possibilità di cambiare idea in futuro, è davvero una forma di libera scelta? Ed è possibile che le donne ricorrano in massa alla legatura delle tube come mezzo anticoncezionale? In realtà, da molte denunce sappiamo che la sterilizzazione viene quasi sempre imposta, oppure offerta in cambio di un piccolo aiuto economico, di fronte al quale chi ha problemi di sopravvivenza è ovviamente molto fragile.
E parliamo anche dell'aborto. Si dice che solo dove è illegale sia rischioso, eppure l'India è stata, ed è tuttora, una sorta di laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni selvagge di tecniche orribili e pericolose, come le paste abrasive da inserire nell'utero, o la pillola abortiva Ru486, facile da reperire sul mercato. Nel mondo occidentale sono già 14 le donne morte dopo averla assunta. Ma non sapremo mai quali tragedie ha provocato in India, o in Cina, dove il governo ha preferito ritirarla dalle farmacie.
Amnesty però sembra voler ignorare tutto questo, e preferire una via più comoda, che non la metta in contrasto con i poteri forti dell'antinatalismo. Peccato, ci aspettavamo più coraggio da un'organizzazione con una storia così importante alle spalle.
Avvenire del 19 agosto 2007

17 luglio 2007

Amnesty: la filantropia antiumana

E ora cosa faranno tutti quegli oratori, quelle parrocchie, quei centri culturali venuti su a diritti umani, bandiere della pace, nessuno-tocchi-Caino e canzoncine di Cristicchi? Cosa faranno adesso che il coro delle voci profetiche di riferimento ha perso un pezzo da novanta come Amnesty International?
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
E ora cosa faranno tutti quegli oratori, quelle parrocchie, quei centri culturali venuti su a diritti umani, bandiere della pace, nessuno-tocchi-Caino e canzoncine di Cristicchi? Cosa faranno adesso che il coro delle voci profetiche di riferimento ha perso un pezzo da novanta come Amnesty International?
Il cardinale Martino, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ha gettato un sasso nello stagno del cattolicesimo politicamente corretto invitando i cattolici di tutto il mondo a sospendere qualsiasi forma di sostegno e di finanziamento ad Amnesty. L’associazione, fondata nel 1961 da Peter Benenson, convertito al cattolicesimo, ha deciso di sostenere la diffusione dell’aborto procurato nel mondo, promuovendone la depenalizzazione in quei Paesi che ancora vietano questa pratica.
Molti cattolici hanno storto il naso davanti alle dichiarazioni del cardinale. Da tempo in molte parrocchie, in non poche scuole cristiane e istituti religiosi, sui giornali di area si procede a una capillare azione di sostegno a favore di alcune organizzazioni filantropiche. Unicef, Wwf e Amnesty International sono le più gettonate, ma anche quelle segnate dallo stesso destino: tutte sono state censurate dalla Santa Sede per il sostegno a politiche demografiche disinvolte, fra cui anche il cosiddetto «aborto sicuro».
Il giro di vite, già cominciato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, prosegue nell’era di Bendetto XVI. Siamo di fronte a una svolta: la Chiesa prende le distanze da quel filantropismo antiumano che, magari, difende i pluriomicidi dalla sedia elettrica, ma vuole favorire l’eliminazione legale di innocenti, colpevoli solo di non essere ancora nati. Dopo anni passati a scendere in piazza a fianco di coloro che si battono affinché «nessuno tocchi Caino» nel mondo cattolico pare che cominci a mettersi meglio per il povero Abele.
Eppure Amnesty fa tanto bene, si ostinano ancora a dire molti cattolici. Bene, allora si immagini un cittadino condannato a morte. E che sia giustiziato senza un regolare processo, senza un avvocato difensore, senza poter pronunciare parola a propria discolpa, senza l’ombra di una giuria chiamata a pronunciarsi.
E che il capo di accusa non sia un reato, ma la condizione stessa in cui si trova: l’essere, per esempio, un dissidente politico, un ammalato, un handicappato, un indesiderato, un ingombrante fardello in un mondo dove anche occupare un posto è diventato un problema. Chi meglio di Amnesty International potrebbe denunciare l’orrore di un simile delitto di Stato? Chi meglio potrebbe ergersi a paladino di questo essere umano condannato a morte senza l’ombra di un regolare processo? Probabilmente nessuno, diranno ancora molti cattolici cresciuti con il paraocchi della correttezza politica.
Amnesty International, come ha rilevato il cardinale Martino, ha deciso ufficialmente di abbandonare al loro destino gli involontari protagonisti di questa ingiustizia sommaria. Perché quel condannato di cui parlavamo presenta proprio le caratteristiche dell’unborn, dell’essere umano non ancora nato: non ha fatto nulla di male, non è colpevole se non di esistere, non è sottoposto a regolare processo, né è previsto che qualcuno lo difenda nel dibattimento. Insomma: il concepito d’uomo minacciato di aborto procurato sarebbe il destinatario perfetto delle preoccupazioni filantropiche di Amnesty, che preferisce stare dalla parte dei più forti quando in gioco c’è la vita di un essere umano innocente, ma invisibile.
Non solo. Amnesty è nel novero delle organizzazioni pro-aborto che operano nel mondo e lo fa sulla base di motivazioni «classiche»: i casi di stupro o di «gravidanza forzata» (forced pregnancy), espressione coniata dalla stessa Amnesty, e il fatto che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità ogni anno 68.000 donne abortiscano in situazioni sanitarie carenti. Argomenti seri, non c’è dubbio, ma non basta a giustificare l’uccisione di un innocente, che non ha alcuna colpa per il male che sua madre ha patito. Perché proprio di un innocente si tratta, nonostante le elucubrazioni filantropiche di Ammesty International: che, a forza di essere filantropiche, finiscono per partorire un pensiero antiumano.
«Il Giornale» del 21 giugno 2007

09 luglio 2007

Quell'Enciclopedia? È politically correct

Lavoro monumentale, marchio di fabbrica più che prestigioso, la «Treccani dei ragazzi» riserva nelle sue pagine più di una sorpresa. Tra luoghi comuni, imprecisioni e scelte tendenziose
di Andrea Galli
Prendete un pupo e cercate di istruirlo. Le opzioni sono tante. Sceglietene una prestigiosa: l'«Enciclopedia dei ragazzi» della Treccani. Un'opera per fare dei pupi di oggi dei giovanotti à la page di domani. Educati. In grado di esibire un'infarinatura di fisica, metallurgia, astronomia, fisiologia, musica, arte, economia, storia, ecc., ma anche di non incorrere in spiacevoli scivoloni al momento di affrontare una conversazione impegnata.
Infatti il pupo troverà punto per punto i tanti luoghi comuni che lo aiuteranno a non fare brutte figure in società. A partire da un classico: l'intramontabile Leggenda Nera sulla conquista dell'America oggi latina.
Imparerà che i «conquistadores sterminarono le popolazioni locali, distrussero intere civiltà e avviarono lo sfruttamento economico dei territori», che Cortes e Pizarro meritano di essere ricordati per le «carneficine», le «città rase al suolo», gli «assassinii», i «saccheggi». Mentre dell'evangelizzazione di un intero continente, di quella che fu l'epopea missionaria di francescani, domenicani e altri gli verrà prudentemente taciuto. Tranne, ovviamente, il nome di Bartolomeo de Las Casas - che fa sempre molto "diritti umani", Amnesty International ante litteram - e il fatto che la croce «determinò la disintegrazione della cultura e della religione azteche», o che «scardinò le credenze religiose che avevano da sempre garantito la coesione sociale» dei miti e pacifici Maya. E poco più.
Della storia specifica del Messico saprà, per esempio, di una «cristianizzazione forzata degli indigeni» (sic), eviterà di perdersi in dettagli superstiziosi come l'apparizione della Vergine di Guadalupe, che ha segnato indelebilmente l'identità di quel popolo, mentre di una fra le più spaventose persecuzioni dei cattolici nel '900, che portò alla rivolta dei Cristeros (1926-1929, 1936-1938) e che alla fine lasciò sul campo tra i 70 e gli 85 mila morti, di cui un'inifinità martiri, saprà che il «Paese raggiunse una sostanziale stabil ità negli anni Venti, continuando però a oscillare tra le spinte riformatrici, che ripresero consistenza nella seconda metà degli anni '30, e quelle moderate, che risultarono invece prevalenti al principio degli anni Quaranta».
Così della «Controriforma», nelle due pagine a essa dedicate, al pupo verrà ricordato in sommario, foto e apposito paragrafo dal vago sapore orwelliano - «Il controllo della società» - che «il principale strumento di questa affermazione fu il severo impiego del tribunale dell'Inquisizione (congregazione romana del sant'Uffizio), dapprima impegnato a condannare reati di eresia e successivamente a reprimere tutte le forme di pensiero e di comportamento non conformi alla dottrina della Chiesa di Roma». Con annesso breve elenco di crimini liberticidi.
Ma il pupo avrà tutte le dritte necessarie per non sfigurare anche su temi caldi come la nascita e lo sviluppo della vita sulla terra: apprenderà che Darwin «intuì perfettamente», niente meno, «i meccanismi dell'evoluzione di tutti i viventi e dell'uomo», dando all'umanità la «certezza scientifica dell'evoluzione». Del dibattito internazionale sull'attendibilità della spiegazione darwiniana dell'evoluzione, nulla.
In «Demografia» ed «Ecologia» apprenderà che un problema grave resta la crescita della popolazione nel mondo, il moltiplicarsi di quell'ecodistruttore che è l'animale uomo. Cercando qualche riferimento nobile, ne incontrerà uno nel sereno ritratto di Thomas R. Malthus, con i suoi «freni positivi» alla sovrappopolazione - «carestie, epidemie, guerre» - o quelli «preventivi», il «diffondere tra gli stati sociali più bassi la coscienza del danno di una prole numerosa recava alle famiglie e all'intera comunità». Volendo poi fare qualcosa in proprio, alla voce «Controllo delle nascite», avrà una sintetica panoramica su «come evitare gravidanze indesiderate», con tanto di cartellone pubblicitario della campagna di pianificazione cinese, foto sorridente di Étienne-Émile Baulieu, padre dell a Ru 486, e titolo un po' inquietante del paragrafo a latere: «Troppi uomini al mondo». Tra parentesi, alla voce «Aids» saprà, fortuna sua, che «utilizzare il profilattico (o preservativo) significa proteggersi da ogni possibilità di contagio». Può andare sul sicuro.
Caso mai il pupo dovesse esprimersi in società anche su altri temi di bioetica, troverà, sussurrati, alcuni utili suggerimenti. Alla voce «Eutanasia», il sommario «Una "buona morte" scelta al posto di una vita di sofferenza», almeno una pulce nell'orecchio dovrebbe mettergliela. La voce «Cellule staminali» gli eviterà il minimo riferimento al dibattito etico, a livello mondiale, sul tema e quindi un'inutile perdita di tempo. In «Gravidanza e parto» un innocuo colonnino lo depisterà quel tanto che basta, con una falsità poco percettibile, facendogli credere cioè che la legge 194 contempli la liceità dell'aborto dopo il terzo mese se «per malattie o malformazioni» è in grave pericolo «la vita dell'embrione», non solo quella della madre.
Infine, ma l'elenco potrebbe continuare a lungo, se il lettore in erba dovesse portare con sé qualche rigidità da catechismo parrocchiale, alla voce «dogmatismo», ossia «atteggiamento mentale chiuso e intransigente», l'immagine di un monaco barbuto chino su un testo antico e quella dell'Immacolata Concezione dipinta da Giambattista Tiepolo lo aiuteranno a riflettere. O almeno si spera.
«Avvenire» del 1 giugno 2007

29 gennaio 2007

Organi in vendita business mondiale

In Cina gli organi di un condannato a morte possono venire utilizzati se il prigioniero acconsente. L'accusa: uccisioni programmate per rispondere alle esigenze del mercato. Amnesty: ogni anno 10mila esecuzioni con conseguente trapianto
di Nello Scavo
Il campionario ha tariffe variabili: 62 mila dollari per un rene, 15 mila i polmoni, 30 mila una cornea. Tutto compreso: espianto, trasporto, impianto. Quattrini, beninteso, che vanno all'intera «organizzazione», perché i donatori o sono morti (non di rado uccisi apposta) o incassano poche migliaia di euro. Il preventivo però è variabile: dipende dalla disperazione del venditore, dalla cassaforte del compratore, dal costo della logistica (mediatori, chirurghi, cliniche private) e soprattutto da quanto è alto il rischio di finire in galera.
Il consenso del "donatore" non è indispensabile. In Cina sarebbe obbligatorio, se non fosse che i cadaveri dei condannati a morte vengono nascosti perfino ai familiari e nessuno sa se vengono sepolti interi o sezionati. In India la vita di un bambino povero spesso non vale quanto quella di uno a cui è capitata la fortuna di nascere da famiglia ricca, ma con la sventura di una qualche disfunzione. E che importa se per salvare il proprio rampollo è necessario "sopprimere" uno di quei chiassosi bimbi di infima casta. Quello del traffico illegale di organi umani è un viaggio tra i "non so", i forse, le prevedibili omissioni. C'è solo una voce nitida: è "il silenzio degli innocenti".
Il caso Iran. Pochi lo sanno ma quello di Teheran è l'unico governo al mondo ad aver legalizzato e gestito la compravendita di organi umani, in particolare reni. Il "donatore" deve manifestare la propria volontà alle autorità. Una volta raggiunto l'accordo lo Stato riconosce al "venditore" un compenso di circa 1.000 dollari, ma il prezzo dell'organo viene maggiorato delle spese sanitarie che deve pagare il ricevente, che per legge non può essere uno straniero. I ricercatori dell'Hashemi Nejad kidney Hospital di Teheran hanno recentemente sostenuto che il «modello iraniano del trapianto di rene» è un sistema «ben controllato», che ha portato al «totale abbattimento delle liste di attesa». Più volte però l'Associazione mondiale dei Trap ianti ha risposto con sette parole: «Condanniamo qualunque pratica di compravendita degli organi». Si stima che ad oggi oltre 20.000 reni sono stati trapiantati con questa procedura.
Il "suk" asiatico. Notizia di dieci giorni fa: in India la polizia ha arrestato un ricco uomo d'affari, Moninder Singh, ed il suo cameriere, Surendra Kholi. Gli agenti hanno scoperto nella villa di Singh una serie di strumenti chirurgici, tra i quali diversi bisturi. La casa degli orrori era organizzata come una macelleria, con un retrobottega da far perdere il sonno: in un cortile i poliziotti hanno rinvenuto i resti di 17 bambini (11 maschi e 6 femmine) disposti nello stesso modo con cui gli ospedali organizzano lo smaltimento dei rifiuti speciali. Le autorità hanno accertato che i corpicini erano stati sezionati da mano esperta, molti mancavano degli organi interni. Entrambi gli imputati hanno confessato: la maggior parte dei bambini sono stati strangolati. All'appello mancano altri 21 ragazzini della stessa zona, scomparsi negli ultimi tre anni. Interi villaggi dell'India più povera sono diventati come bazar dove trovare "pezzi di ricambio". Arrivano malati dall'Europa, dagli Usa, ma anche dall'India più benestante e sono pronti a pagare in contanti. Nel 1994 la pratica è stata messa fuori legge. In realtà i controlli sono blandi, come dimostra la cronaca. Non lontano, in Pakistan, si vendono oltre 6.500 reni l'anno. In Afghanistan sono in corso indagini su alcuni centri clinici che al tempo dei talebani avrebbero fornito supporto di personale e di attrezzature ai trafficanti di organi.
Ma è la Cina ad essere considerata al vertice anche di questo turpe "business". Una norma del 1984 stabilisce che gli organi dei condannati a morte possono venir utilizzati per il trapianto se il prigioniero da il suo consenso (che certo i carcerieri sanno come ottenere). Tutto deve essere fatto in segretezza. Le esecuzioni verrebbero programm ate proprio per andare incontro alle esigenze del mercato, anche se nelle ultime settimane - considerato il contraccolpo all'immagine internazionale - il governo di Pechino ha ordinato una stretta. Secondo Amnesty International ogni anno sono circa 10 mila le esecuzioni con conseguente espianto.
Misteri in Sudamerica. Da informazioni raccolte dai padri Mercedari, nel 2005 in Colombia sono state "esportate" più di mille cornee in vari paesi del mondo, «per una cifra - è la stima dei Mercedari - pari a un miliardo di dollari». Anche tra i bambini del Brasileci sono vittime di questo mercato. La magistratura carioca è riuscita ad accertare casi di piccoli prima adottati, poi misteriosamente scomparsi: inghiottiti dai "Barbablu" del nostro tempo.
Allarme negli Usa. Neanche gli Stati uniti sfuggono ai "ladri di organi". Un macabro traffico di cadaveri è stato scoperto l'anno scorso: ossa e tessuti illegalmente prelevati negli obitori di Brooklyn venivano "conservati" in un laboratorio di biotecnologie del New Jersey e da qui trasferiti in decine di ospedali americani, dove sono stati impiantati su centinaia di inconsapevoli pazienti. La vicenda, su cui ancora si indaga, ha ramificazioni internazionali perché i resti umani fuorilegge sono stati venduti anche in Canada (in Ontario, British Columbia e Alberta) e potrebbero aver viaggiato fino all'Asia e all'Europa. La procura di Brooklyn e l'ufficio del medico legale di New York negli ultimi mesi hanno esumato cadaveri da cimiteri, accertando che per poter intervenire illegalmente bisognava pagare alle agenzie di pompe funebri dai 500 ai mille dollari. Sotto i ferri era finito perfino Alistair Cooke, l'intellettuale inglese che ogni giorno trasmetteva per la Bbc la sua "Lettera dall'America".
Europa senza «barriere». Recenti indagini sul territorio dell'Unione europea hanno permesso di aggiornare il "borsino" nero: i venditori, in gran parte moldavi o bulgari, vendo no un rene per 1.900-3.800 euro; i compratori se lo fanno impiantare, specie in Turchia, per 100 mila-180 mila euro. In Albania si è sviluppato un importante giro di sfruttamento, mentre in Bulgaria un ospedale di Sofia è accusato di aver coperto un traffico clandestino, in particolare di reni, ceduti da pazienti stranieri per un prezzo di 15 mila dollari e poi impiantati in ricchi malati, provenienti soprattutto dall'estero. I beneficiari si facevano impiantare organi acquistati da russi, ceceni, georgiani e moldavi, fatti passare come parenti, ha confermato il ministero della Sanità. L'ospedale fatturava 15 mila dollari per ogni operazione: non è stato precisato quanto dell'ammontare finisse nelle tasche dei donatori-finti parenti.
Orrore d'Africa.I racconti delle suore di Santa Maria gelano il sangue. Da tempo le religiose denunciano (portando raccapriccianti prove fotografiche) il ritrovamento in Mozambico di cadaveri di bambini senza fegato, pancreas, cuore, occhi, organi sessuali. Le indagini sono lentissime, e ai pochi finiti in carcere è consentito di pagare una cauzione per tornare liberi. Le autorità del Paese hanno ammesso che le sparizioni sono avvenute in particolare nella città di Maputo, ma sul presunto traffico di organi gli inquirenti minimizzano.
«Avvenire» del 28 gennaio 2007