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15 luglio 2014

Progetto Domus Aurea

di Andrea Carandini
Nerone, ultimo grande aristocratico a diventare principe dell'Impero, è stato il più stravagante. Chi ne ha dato un'interpretazione meno perversa non ha letto Decline and Fall of British Aristocracy di D. Cannadine, dove si apprende cosa possono diventare i nobili quando dominano un mondo.
Tra tante sindromi, Nerone è stato affetto della cupido iungendi. Tra le domus Augustiana e Tiberiana sul Palatino (Palatium) – sede ufficiale del potere imperiale – e gli Horti di Augusto sull'Esquilino si interponeva una rilevante e fastidiosa porzione di centro storico. Nerone ha preteso congiungere le due proprietà tramite una domus intermedia, che per questo ha chiamato Transitoria, di difficile attuazione: la città era di intralcio. Nel 64 d.C. è giunto provvidenziale il massimo incendio, di cui sono stati incolpati i Cristiani (di qui il martirio di Pietro e Paolo). Così su Velia, Oppio e Celio distrutti ed espropriati da questa fine del mondo il principe ha potuto edificare la domus Aurea, senza difficoltà alcuna: come non ritenerlo colpevole?
Comprendeva due enormi residenze di forma compatta, immerse in campi, vigneti, boschi, pascoli e specchi d'acqua, una per uso pubblico e una strettamente privata (due residenze analoghe comprendeva anche la domus Augustiana). Era come se Luigi XIV avesse edificato Versailles dentro Parigi! Si trattava di due quinte architettoniche, lunghe e strette, che somigliavano, più che ai palazzi compatti del Palatino, alle villae lungo il mare tra Lazio e Campania. Per attuare questa invenzione da megalomane, che occupava 44,3 ettari di Roma, Nerone ha depredato l'Impero.
Alla residenza principale, per uso pubblico, si perveniva tramite la Sacra via – trasformata in viale fiancheggiato da portici, largo venti metri. Dove era stata sul monte Velia la casa dei Domizi Enobarbi – la famiglia paterna del principe – Nerone ha costruito un gigantesco vestibulum, quadriportico al centro del quale doveva sorgere il colossus di Nerone-Sole (ci vorranno 11 anni per realizzarlo). Esso introduceva nella residenza lunga e stretta come una villa di Baia – gli atria di Marziale –, incentrata probabilmente su una cenatio principalis rotunda, la cui cupola emisferica ruotava come il cielo: un enorme planetario. È questo il complesso analiticamente descritto da Svetonio, rivestito d'oro, gemme e madreperla. Gli atria si affacciavano su uno stagnum rettangolare, mare che doveva ospitare imbarcazioni simili a quelle di Caligola rinvenute nel lago di Nemi. Il lago era circondato sugli altri tre lati da edifici di servizio: la città in miniatura per i servizi di corte.
Il complesso era il set in cui Nerone offriva al popolino festini, un tempo riservati soltanto ai nobili. Desiderava fondersi con la gente comune, come tanti tiranni e demagoghi , di cui è diventato il prototipo. Per questi ricevimenti serviva la porticus triplex lunga un miglio, distribuita probabilmente tra vestibulum, atria e stagnum. È facile immaginare Nerone e amici banchettare al sicuro in un naviglio al centro del lago, come già aveva fatto in Trastevere e in Campo Marzio, regista Tigellino. Applaudivano e acclamavano d'intorno gli Augustiani, guardia alloggiata nelle caserme intorno al lago. Siamo al culmine della politica-spettacolo nel mondo antico e bisognerà attendere più di 1600 anni per riavere qualcosa di simile, che in parte dura ancora. Di questo complesso, completato da Otone, Vespasiano salverà solo il vestibulum, dove nel 75 d.C. erigerà il colossus del Sole finalmente completato, distruggendo invece atria e stagnum per dare spazio al Colosseo e alla sua piazza. La reggia spropositata è durata solamente sei anni.
La domus Aurea disponeva di una seconda residenza, sull'Oppio, a carattere strettamente privato, anch'essa di forma lunga e stretta. Una unica facciata mascherava due edifici: il primo a ovest, intorno a un triportico, che era appartenuta alla domus Transitoria (56-64 d.C.) – unica sua parte sopravvissuta all'incendio – e il secondo a est, che rientrava nella domus Aurea (64-68 d.C.), dall'architettura assai più fantasiosa. Il corpo centrale includeva su due piani gli appartamenti imperiali. Era fiancheggiato da due corti pentagonali aperte sul fronte, dotate di appartamenti secondari. Ai piedi della residenza era lo xystus, una pista lunga e stretta per correre, oltre la quale era un lungo edificio di servizio, che aiuta a immaginare quello disposto intorno al lago dell'altra residenza.
Questa seconda reggia, durata quarant'anni, è la sola a essere sopravvissuta, ed è quella che patisce danni a pitture e stucchi da quasi duemila anni. Infatti è stata incendiata (104 d.C.), il piano superiore è stato rasato e il tutto è finito sotto il giardino delle Terme di Traiano (109 d.C.), finite a loro volta sotto quello che è oggi il Parco dell'Oppio. Da allora radici, piogge e fori in cui sono penetrati gli artisti del Rinascimento – scoprendo e reinventando i "grotteschi" – hanno lentamente consunto gli ambienti decorati, già perfettamente conservati dalla sepoltura voluta da Traiano: il Vesuvio di questa Pompei romana.
Si è continuato per troppo tempo a restaurare le pitture quando da sopra pioveva, che è come ridipingere il pianterreno di casa quando il tetto è bucato. Ma ora si apre una più assennata stagione. Presupposto è stato consolidare il piano terreno, risarcendo i laterizi asportati, ma ora resta tuttavia da intraprendere l'operazione più costosa, rischiosa ed essenziale. Essa implica: a) asportare la terra sovrastante delle Terme e del Parco; b) mettere in luce il piano superiore, possibilmente da lasciare praticabile almeno per visite guidate; c) coprire e drenare questo piano superiore per evitare i danni atmosferici, conservando all'interno il grado di umidità che le sottostanti decorazioni richiedono; d) rivestire la copertura con un prato per conservare l'amenità del Parco dell'Oppio (isolare il monumento e ricoprirlo nuovamente di terra è impossibile, perché gli isolanti non durano oltre un certo tempo).
Specialmente interessante è il corpo centrale della residenza, dove erano gli appartamenti imperiali, divisi tra l'appartamento di monsieur e quello di madame. Al piano terreno essi sono separati dalla grande cenatio pentagonale – non sembra la cenatio rotunda di Svetonio –, con salone principale, quattro triclini minori e un ninfeo. Gli appartamenti sono composti da un cubiculum con alcova per il letto e da una saletta o oecus. Sul retro buio sono appartamenti e stanze di servizio. Al piano superiore i due appartamenti imperiali si aprivano invece su un terrazzo triangolare, dove si poteva banchettare anche all'aperto, con vista sul teatrale ninfeo che ornava il retro del Tempio del Divo Claudio (il più grande monumento di Roma del tutto sconosciuto). Essi sono composti da cubicula, oeci, exedrae, piccoli peristili e corridoi. Dietro a essi erano due portici per passeggiare e una lunga piscina, che nutriva la cascata per il sottostante ninfeo. Se la cenatio al piano inferiore rappresenta la sala più importante, gli appartamenti di sopra svelano il modo di vista più intimo e piacevole del principe, per cui sarebbe importantissimo dar loro valore.
Privati e aziende italiane, partecipando al restauro, ai servizi e al racconto di questa meraviglia di Roma, potranno avvalersi del nuovo vantaggio fiscale da poco varato. Così renderanno sé stessi famosi nel mondo e compiranno un atto di straordinaria pubblica liberalità. La residenza della domus Aurea sull'Oppio potrà rappresentare un'attrazione culturale pari a quella del Colosseo, nell'anello superiore del quale potrebbe essere illustrata l'altra residenza, conservata solo per indizi, oltre la storia dell'anfiteatro stesso. Raccontare i propri monumenti non è la missione universale che la storia ha assegnato all'Italia?
«Il Sole 24 ore» del 10 luglio 2014

17 novembre 2013

Archeologia, locomotiva del turismo

di Maurizio Carucci
La parola d’ordine è promuovere la cultura. Partendo da quel patrimonio archeologico spesso trascurato. Proprio qui, a Paestum, viene lanciato un appello per valorizzare siti, monumenti e musei: i nostri giacimenti culturali. Fino a domenica la XVI edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico è un’occasione di confronto per i vertici istituzionali locali, nazionali e internazionali (compresi Unesco, Organizzazione mondiale del turismo e Centro internazionale per lo studio della conservazione e restauro dei beni culturali).
Un evento capace di attirare oltre ottomila visitatori, 150 espositori con 25 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti. La novità di quest’anno è che la Borsa si svolge per la prima volta all’interno dell’area archeologica della città antica di Paestum, tra Parco archeologico (salone espositivo, laboratori di archeologia sperimentale, sale conferenze), Museo nazionale (archeoVirtual, sala conferenze, workshop con gli operatori esteri) e basilica paleocristiana (conferenza di apertura, archeoLavoro, incontri con i protagonisti). «Abbiamo voluto rendere protagonista il sito Unesco – spiega Ugo Picarelli, ideatore e fondatore della Borsa – con il Salone espositivo nel parco archeologico, a pochi metri dal tempio di Cerere.
Gli eventi finalizzati alla promozione devono dare emozioni ed essere mezzi per una valorizzazione efficace, traino per incrementare i visitatori che da escursionisti possano diventare turisti, scegliendo la destinazione quale soggiorno per il proprio viaggio. Solo così potremo determinare sviluppo locale e occupazione. Portiamo quindi la Borsa nel suo habitat, creando una suggestione forte perfettamente in linea, peraltro, con l’impostazione dell’attuale governo, che ha accorpato le deleghe ai beni culturali e al turismo in un unico ministero». Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia e Armenia, ospite ufficiale è il Venezuela. La cultura, quindi, riveste un ruolo sempre più importante. Tanto che il sottosegretario ai Beni culturali Simonetta Giordani annuncia che «dopo il decreto Valore Cultura il governo varerà un pacchetto di norme destinate a riformare le politiche turistiche dell’Italia seguendo le direttrici di una maggiore coordinazione e sinergia tra i soggetti istituzionali competenti e dell’aggregazione delle molte filiere del nostro turismo sul territorio. Il nostro obiettivo è quello di creare pacchetti integrati che rappresentino per il visitatore una vera e propria esperienza della cultura italiana, in tutta la sua ricchezza».
Da Paestum partono anche tante idee. Visto che l’Italia vanta il maggior numero (47) di siti iscritti dall’Unesco nella lista dei beni patrimonio dell’umanità, le camere di commercio hanno pensato di estendere il progetto Mirabiilia a nove città: Brindisi, Genova, L’Aquila, La Spezia, Matera, Perugia, Salerno, Udine e Vicenza.
L’evento clou è un’altra Borsa del turismo culturale prevista a Matera dal 25 al 27 novembre. «Il successo del progetto – ha detto il presidente della camera di commercio di Matera, Angelo Tortorelli – sta nel fare sistema. Solo lavorando insieme, utilizzando al meglio e in maniera finalizzata progetti e risorse, riusciremo a portare valore aggiunto al turismo di qualità, quello legato alla rete dei siti Unesco». Grande spazio – all’ombra dei templi di Paestum – anche all’archeologia sperimentale: la disciplina scientifica che si occupa di ricostruire la cultura materiale e antropologica di chi ci ha preceduto, utilizzando la sperimentazione delle tecniche, delle pratiche, con gli strumenti dei nostri antenati nelle loro attività quotidiane.
Sono presenti il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, le associazioni culturali “Teuta Lingones”, “Cinghiale bianco”, la “Legio I Italica”, “Archeologia sperimentale” e “Argonauta”. L’archeologo sperimentale è un artigiano con specifiche conoscenze in storia, archeologia, archeometria, materiali e “mestiere”. Fondendo conoscenze pratiche e teoriche, si propone di riprodurre le catene operative per ottenere oggetti e strumenti antichi con l’intenzione di aumentare la comprensione del modo di vivere dei nostri avi. Presso l’area Laboratori si possono osservare varie attività che rendono più comprensibile lo studio del passato: tecnologie litiche, dell’argilla e della terracotta greca e romana, la lavorazione dell’ambra, la metallurgia medievale, l’oreficeria etrusca e romana, la pasta vitrea, l’epigrafia in caratteri lepontici, la tessitura e la tintura della lana, la lavorazione del cuoio, il conio della dracma insubre, come nasce una cotta in ferro celtica, il mosaico romano e l’encausto e l’affresco.
Un viaggio materiale attraverso la parte più antica della nostra storia. Tutte queste attività, con le loro materie prime (pietra, osso, tendini, pelli, argilla, metalli) sono proposte ai visitatori per sperimentare in prima persona questi antichi mestieri, che hanno fortemente contribuito all’evoluzione dell’uomo. Mentre dal 2011, in seguito alla chiamata a raccolta di Luigi Malnati , direttore generale per le Antichità del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, gli Stati generali dell’archeologia si confermano uno degli appuntamenti di punta della Borsa. Presso il Museo Archeologico Nazionale, la direzione generale per le Antichità, l’Associazione nazionale archeologi, la Confederazione nazionale archeologi e Assotecnici fanno il punto sulla professione dell’archeologo. Anche così, in fondo, si promuove la cultura.
«Avvenire» del 15 novembre 2013

30 novembre 2011

Gesù, lo sconosciuto più noto della storia

Esce ora in italiano l'ultima opera del papirologo Thiede, il difensore dei frammenti di Qumram scoparso 5 anni fa
di Carsten Peter Thiede
Ormai è quasi impossibile contare quanti siano i libri su Gesù, eppure chi li legge si accorge subito di una cosa: quanto più si scrive su Gesù, tanto meno sembra crescere la nostra conoscenza su di lui. Compaiono continuamente sulla scena nuove tessere del mosaico, ma l’immagine non diventa per questo più riconoscibile.
Così in ogni caso sembra essere per molte persone, di fronte agli incessanti dibattiti sul valore di quelle pietruzze e della loro collocazione nel mosaico un tempo completo. E se oggi possono ancora uscire libri che nel sottotitolo affermano di trasmettere «una solida conoscenza di base», in realtà mettono in mostra soltanto i frantumi di una critica dei Vangeli da gran tempo superata: si capisce allora perché sia i cristiani credenti, sia gli scettici curiosi domandino perplessi chi sia stato dunque Gesù e che cosa ci trasmettano su di lui le fonti a nostra disposizione.
Quanto insicure siano talvolta le conoscenze al riguardo, si è dimostrato nuovamente poco tempo fa: quando nell’ottobre 2002 fu portata alla luce una cassetta di ossa, un «ossario», con l’iscrizione «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù», in alcuni giornali si poté leggere che questa sarebbe la prima prova della sicura esistenza di Gesù. Era proprio come se non si fosse ancora compreso che i Vangeli e le Lettere del Nuovo Testamento sono fonti storiche e che quindi si squalificano sul piano scientifico quegli studiosi, i quali continuano ancora ad affermare che gli evangelisti non volevano scrivere un’opera di storia. Invece è quello che volevano: lo dicono gli autori stessi, e nessuno più chiaramente di Luca (cfr. Lc 1,1-4). Volevano essere misurati secondo i criteri degli storici dell’antichità e sapevano che i loro lettori non si aspettavano nient’altro da loro.
Gli storici ovviamente devono chiedersi se gli evangelisti siano riusciti in questo loro intento, ma che questa fosse la loro volontà e che avessero le possibilità di farlo, è un dato di fatto assolutamente incontestabile. Dunque solo chi ha preso la decisione inammissibile di togliere valore storico al Nuovo Testamento può giungere all’idea che l’ossario di «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù» sia la prima prova sicura dell’esistenza di Gesù di Nazaret. Si dovrebbero inoltre ignorare o sminuire i passi corrispettivi degli storici dell’antichità (si vedano lo storico romano Tacito, l’ebreo Giuseppe Flavio – le cui affermazioni non sono state per nulla falsificate, come talvolta si afferma ancora in un modo da gran tempo superato – e più tardi Plinio il giovane e il Talmud).
Anche le tracce archeologiche non sono nuove. In parte sono indirette: un esempio ne danno i graffiti risalenti alla fine del I – inizi del II secolo, che sono stati scoperti nel sottosuolo della cosiddetta tomba di Davide sulla collina di Sion, tomba che in realtà era una sinagoga giudeo-cristiana attiva verso la fine degli anni Settanta del I secolo: in essa si è trovata una nicchia rivolta in direzione del Golgota e contenente rotoli delle Sacre Scritture.
Qui furono decifrate invocazioni a Gesù e formule cristiane di preghiera. Anche un membro della primitiva comunità di Gerusalemme è stato comprovato archeologicamente: si tratta di Alessandro, il figlio di Simone di Cirene (cfr. Mc 15,21), proprio il figlio dunque dell’uomo che ha portato la croce di Gesù – o meglio il legno trasversale della croce. I resti delle sue ossa, ritenute autentiche senza alcuna discussione dagli archeologi, si trovano oggi conservati presso l’Università ebraica di Gerusalemme. Dal punto di vista archeologico si riferisce egualmente a Gesù anche la casa di Pietro a Cafarnao, la cui identificazione oggi non è più contestata da nessuno storico serio.
Questa casa non esisterebbe con i cambiamenti avvenuti molto presto nella costruzione per adattarla a luogo di riunione per la comunità giudeo-cristiana, se Pietro non fosse stato discepolo di Gesù, il primo dei suoi apostoli e la roccia della Chiesa, e se non fosse risaputo che Gesù stesso aveva abitato a lungo in questa medesima casa (cfr. Mc 2,1 ss).
Un simile elenco potrebbe proseguire a lungo, ma completa soltanto quello che si trova nelle fonti e non può avere alcuna forza probante maggiore di quella che hanno le fonti storico-letterarie già conosciute. Infatti, senza le Scritture – in questo caso i Vangeli – non sapremmo nulla di un certo Alessandro, figlio di Simone il Cireneo, oppure di uno che nei graffiti della collina di Sion viene invocato come il Cristo Messia: non avremmo capito per niente di che cosa si tratta.
«Avvenire» del 18 settembre 2009

23 gennaio 2011

Fare politica bevendo vino

La pratica del simposio nell’antica Grecia
di Eva Cantarella
Cominciamo dal titolo: per noi, il vino puro è quello genuino, non adulterato. Per i greci era il vino non mescolato con l’acqua. La regola di allora, infatti, voleva che il vino venisse diluito, prima di essere bevuto. Come accadeva, in particolare, nel corso dei symposia, le celebri bevute collettive (da syn-potein, bere insieme), alle quali a sera, come ben noto, si dedicavano i greci: quasi superfluo a dirsi, solamente gli uomini. Eccezion fatta per alcune giovani donne a questo scopo retribuite, come le musiciste, le danzatrici e soprattutto le «etere», prostitute di alto bordo e di una certa qual cultura, che accompagnavano gli uomini nelle occasioni sociali alle quale le donne «per bene» non erano ammesse.
È un argomento, quello dei simposi, che aiuta a comprendere molti aspetti della cultura greca, e al quale non a caso - soprattutto a seguito di un celebre convegno organizzato da Oswin Murray nel 1984 - sono state dedicate molte importanti ricerche. Ma questo libro di Maria Luisa Catoni, Bere vino puro - Immagini del simposio (Feltrinelli, pagine 528, € 39) è diverso da quelli che lo hanno preceduto. Come scrive l’autrice, in esso il simposio è trattato «come un mezzo, un microcontesto che ci permette di osservare, in dimensione ridotta, alcuni fenomeni sociali e culturali rilevanti che avvengono nel macrocontesto della città e del mondo greco» (p. XVII). Il simposio come ambiente antropologico, insomma: il luogo e il momento nel quale il consumo del vino si intrecciava con la contemplazione delle immagini dipinte sui vasi nei quali il vino veniva servito e bevuto, con l’ascolto dei poemi lirici, con la conversazione sul tema comunicato agli invitati al momento dell’invito. E anche uno dei momenti e dei luoghi del corteggiamento. Al simposio, infatti, accanto agli adulti, partecipavano anche i giovani uomini, che gli adulti corteggiavano nel tentativo di convincerli a diventare i loro «amati» (eròmenoi), termine che alludeva a un rapporto non solo amoroso, ma anche pedagogico, conferendo all’«amante» (erastès) il ruolo di mentore del giovane, che apprendeva dal più anziano le virtù del buon cittadino. Era una «bevuta», il simposio, data la sua funzione, nel corso del quale tutto si svolgeva secondo un rituale ben preciso e rigorosamente regolato, ivi compresa, per non dire in primo luogo, l’assunzione del vino, regolata da prescrizioni che riguardano il livello e il tipo di ubriachezza che, di volta in volta, si decideva di voler raggiungere: tutti allo stesso modo.
Il «bere insieme» implicava l’idea di un’uguaglianza che era uno dei valori che caratterizzava la pratica: si beveva tra uguali. Impossibile, purtroppo, analizzare come piacerebbero i diversi argomenti trattati nel libro. Limitiamoci a qualche spunto tratto dal primo capitolo: «Come si faceva un simposio». Per cominciare: la sala a ciò adibita (andron, sala degli uomini) aveva forma quasi quadrata; lungo le pareti erano addossati i letti (klinai: lunghezza cm centottanta, larghezza tra gli ottanta e i cento); su ciascun letto stavano distese, appoggiate sul braccio sinistro (un’abitudine importata dall’Oriente), una o due persone. La disposizione dei posti (a differenza che nel convivio romano) era ugualitaria, non vi erano posti privilegiati. Il che non toglie che, nella Atene democratica, la pratica potesse essere considerata ostile alla democrazia. Quando nel 408 a.C., con la riforma di Clistene, venne introdotta la magistratura della pritania, i nuovi magistrati, in numero di cinquanta, dovevano mangiare ogni giorno insieme, con un contributo (misthos) offerto dallo Stato, stando seduti, e non reclinati (posizione considerata un eccesso di sfarzo).
Sarebbero tante, ancora, le cose sulle quali varrebbe la pena soffermarsi: ad esempio, il confronto con i simposi nelle zone doriche (Sparta e Creta) e i diversi valori che questi esprimevano. O anche i modi solitari di bere, nelle osterie, e quelli solitari e smodati, attribuiti a esseri come i satiri: ma anche, non poco significativamente, alle donne. Sono tante le informazioni e infiniti gli spunti di riflessione offerti da questo libro. A chi lo leggerà non mancherà certo la possibilità di scegliere su quali orientarsi e di apprezzarli come meritano.
«Corriere della Sera» del 21 gennaio 2011

08 gennaio 2011

Là dove la Bibbia incontrò la scienza

A Gerusalemme, l’École biblique festeggia i 120 anni di vita. Resa possibile grazie al genio di padre Lagrange, oggi resta un riferimento nel dialogo fra fede, storia e archeologia
di Lorenzo Fazzini
La sua prima sede fu un ex mattatoio di macellai turchi in quella che sarebbe diventata Nablus Road. Oggi splende come una delle istituzioni culturali più vive non solo di Gerusalemme ma di tutto il Medio Oriente: fucina di unità fra fede e ragione, matrice dell’edizione della Bibbia più tradotta al mondo, uscita nel 1956 e tradotta in italiano nel ’74.
Compiuti i 120 anni di vita, l’École biblique et archeologique française di Gerusalemme «spera di vivere altri 120 anni», spiega l’attuale direttore, il domenicano Hervé Ponsot. Il 26 dicembre l’emittente France2 ha trasmesso in diretta dal convento di Saint-Etienne nella Città santa la celebrazione di questo importante anniversario. La scuola nasce nel 1890 dal genio di padre Albert Lagrange, domenicano come i conduttori di questo centro d’elite culturale. A originarla è l’appello di Leone XIII che nella sua enciclica Providentissimus Deus (1893) spingeva per un’esegesi che rispondesse alle accuse razionaliste al testo scritturistico.
Lagrange, specializzatosi a Vienna in lingue orientali, parte per i Luoghi santi per inaugurare una Scuola la cui eccellenza venne presto riconosciuta dallo Stato francese: «Già nel 1920 – annota Ponsot – Parigi ne volle fare la sua rappresentanza ufficiale in Terra Santa e così la Scuola divenne 'francese'». Un riconoscimento non scontato in una terra laicissima come la Francia appena segnata dalla legge del 1905 sulla separazione fra Stato e Chiesa. «Il corrispondente accademico dell’École era ed è l’Accademia delle iscrizioni e delle belle lettere di Parigi. Questo riconoscimento – prosegue il direttore – fa sì che i cantieri archeologici da noi proposti vengano adottati dallo Stato francese come 'domini nazionali'». Oggi la vitalità della Scuola consta nel progetto Best, Bibbia nelle sue tradizioni.
Afferma ancora Ponsot: «Tramite il sito internet 'bibest.org' presentiamo la diversità dei testi originari e la loro ricezione all’interno di varie culture (i padri della Chiesa, l’ebraismo, il Corano, l’epoca medievale, l’ambito filosofico ed artistico). Abbiamo iniziato nel 2000: vorremmo finire entro il 2016, 800esimo anniversario della nascita dell’ordine domenicano».
Il ruolo pionieristico dell’École esula poi dall’ambito strettamente biblico. Per lo storico Franco Cardini essa spicca come «una delle glorie di Gerusalemme. Ha cambiato in maniera radicale la storia del Vicino Oriente perché ha imposto la necessità della verifica archeologica di quanto si conosce con lo studio filologico». Secondo il medievalista dell’università di Firenze, il qui dell’École s’annida nel fecondo rapporto fra studi biblici e scavi archeologici: «Lo studio archeologico dell’Antico testamento è iniziato con i domenicani, sebbene ora il monopolio l’abbiano gli israeliani. Ma la novità della Scuola è stata questa: gli studi storici devono essere supportati dalle ricerche archeologiche. Ciò era qualcosa di inedito se si pensa che tale acquisizione arriva ad affermarsi negli studi storici solo con la metà del Novecento». Tale combinazione di fede (Bibbia) e ragione (archeologia) resta il punto focale dei ricercatori dell’École, negli scavi da loro effettuati a Tell el Far’ah, Tell Keisan, Qumran, Khirbet Samra e Gaza. Inoltre, l’École, secondo Cardini, testimonia la rinascita culturale di Gerusalemme, «che sotto questo aspetto venne dimenticata fino all’Ottocento.
Grazie all’interessamento europeo (Inghilterra, Francia e Germania) nel XIX secolo per il Medio Oriente, anche Gerusalemme rinacque in ambito culturale. E con tale nuovo fervore politico si assistette a una positiva ricaduta culturale. La Francia ricevette dagli ottomani un riconoscimento di favore nei rapporti con i cristiani occidentali: di qui l’interessamento attivo di Parigi, e della Santa Sede, per gli studi biblici. Il Vaticano non voleva esser tacciato di oscurantismo culturale, ma anzi cercava un prestigio scientifico». La nascita dell’École si inserisce in questa fluttuazione diplomatico­culturale: «Il mondo cattolico impostò gli studi storico-biblici per dimostrare la storicità dei luoghi biblici non solo in chiave filologica ma anche archeologica. Lo stesso papa Leone XIII intervenne personalmente nel sostenere il lavoro dell’École biblique».
Il grande pregio 'popolare' della Scuola francese è senza dubbio la Bibbia di Gerusalemme, la quale, a parere di Bruno Maggioni, docente di esegesi alla Facoltà teologica di Milano, «è un’edizione di eccellenza. Presenta un commento intelligente, capace di essere attuale: non conosco un’altra Bibbia migliore!».
Maggioni riconosce la «grandezza» del biblista Lagrange, vissuto «in un momento non facile per i ricercatori della Bibbia. D’altra parte si può capire perché la Commissione biblica della Santa Sede spesso condannasse i ricercatori: qualche ragione l’aveva pure lei nel guardare con diffidenza questi studi, a quel tempo decisamente nuovi». La riabilitazione ecclesiale di padre Lagrange è all’ordine del giorno: nel 1988 è stata aperta la sua causa di beatificazione. Maggioni sottolinea il valore esegetico della Bibbia di Gerusalemme: «Spesso nei commenti delle varie edizioni della Scrittura prevale l’aspetto morale o spirituale. Nel caso della Bibbia uscita dall’École si trova l’intelligenza del testo: ci sono spunti archeologici, storici, un commento in poche righe che permette di comprendere il testo, molto più di quanto avvenga in altre Bibbie».
Voluta da Leone XIII per combattere le accuse di oscurantismo, ora lavora a un progetto che mostri la «ricezione dei testi sacri nelle varie culture»
«Avvenire» del 7 gennaio 2011

13 dicembre 2010

Vaticano, svelati i segreti della necropoli

di Roberto I. Zanini
Lo stradello sale dalle sponde del Tevere, al di qua del Ponte Neroniano, verso i primi declivi del Colle Vaticano. Il fondo è in terra battuta. È stretto e consente appena il passaggio a due persone che viaggiano in senso opposto. Su un lato e sull’altro si ergono numerosi edifici sepolcrali, appartenenti a famiglie di grande prestigio, che possono permettersi il lusso di sistemare i loro morti presso la via Trionfale, vicino al grandioso mausoleo di Adriano e alla piramide (ora distrutta) che da sempre viene considerata la tomba di Remo, così come la Piramide Cestia era considerata la tomba di Romolo. Più si allontana dal fiume e più lo stradello sale.
Passa accanto al Circo Vaticano, voluto da Caligola. Bagnato dal sangue di migliaia di martiri cristiani, crocifissi, bruciati sotto il grande obelisco monolite che lo contraddistingue, nella persecuzione scatenata da Nerone, dopo l’incendio della città nel 64. Poco oltre il circo, sul lato destro, a mezza costa, ecco un piccolo piazzale sgombro, delimitato da un muro rosso. Appoggiato a esso un’edicola, sorretta da due colonnine, alta un metro e mezzo. Su un lato ci sono centinaia di graffiti devozionali, incisi su un muro. Fra gli altri una piccola iscrizione in greco, di sei lettere: PIETRO È QUI. I primi cristiani che volevano fare un pellegrinaggio sulla tomba del principe degli apostoli, percorrevano questa strada. A millenovecento anni di distanza possiamo fare i loro stessi passi, e giungere a inginocchiarci accanto a quel muro inciso di graffiti.
Nel punto esatto dove il corpo di Pietro, dopo essere stato martirizzato nel vicino Circo, venne sepolto, previo permesso imperiale, lì dove erano già alcune povere tombe. Quello stradello esiste ancora. «Si trova – spiega Pietro Zander, responsabile delle antichità classiche e della Necropoli Vaticana, per la Fabbrica di San Pietro – esattamente undici metri sotto il livello del pavimento della Basilica Vaticana. Al di sotto delle grotte delle tombe dei Papi. Posto in senso longitudinale, verso la tomba di Pietro, il primo vescovo di Roma, il primo Papa».
Una storia, che da quel momento sembra svilupparsi in senso verticale. «Sopra la sepoltura di Pietro, cento anni dopo, viene eretto il muro intonacato di rosso (così è stato trovato) e la piccola edicola. Dopo il 312, Costantino usa il piano dell’edicola come livello del pavimento di quella che la storia conoscerà come Basilica Costantiniana e racchiude la tomba all’interno di una teca di marmo, la "Memoria costantiniana". Sopra quel sacello viene costruito l’altare cosiddetto di Gregorio Magno, fra il 590 e il 604. Altare racchiuso in uno più grande, voluto da Callisto II nel 1123. Nel 1594 viene eretto l’altare di Clemente VIII, poi sormontato dal baldacchino di Bernini. Il mosaico del IX secolo raffigurante Cristo benedicente, che oggi il pellegrino incontra scendendo dalla Basilica sulla tomba dell’Apostolo, è inserito nella nicchia sul muro rosso racchiusa nella primitiva edicola. Il tutto è posto sotto della grandiosa cupola di Michelangelo».
Dagli undici metri sotto il pavimento ai 133 della croce sulla cupola. Diciannove secoli in verticale, sorretti dalla misera sepoltura di un povero ebreo, le cui ossa sono oggi conservate in un incavo ricavato nel muro dei graffiti. Un percorso di pellegrinaggio sconosciuto ai milioni di fedeli che ogni anno visitano la Basilica. Visitare la Necropoli non è semplicissimo. Bisogna prenotarsi. Ma la lista è lunghissima. Molto più semplice, per chi desideri averne un’idea esaustiva, è la consultazione di Le Necropoli Vaticane, un efficace volume edito da Jaca Book, in collaborazione con i Musei Vaticani e la Libreria Editrice Vaticana. Ricco di immagini, è redatto da Paolo Liverani e Giandomenico Spinola e presenta un contributo dello stesso Zander.
Per accedere alla Necropoli, sul lato destro della Basilica, si passa sugli spazi occupati un tempo dal Circo Vaticano e si può vedere il luogo dove si ergeva l’obelisco. L’unico fra quelli presenti a Roma, che è sempre rimasto in piedi. Da qui venne preso, nel 1586 e portato al centro di Piazza San Pietro. Al di sotto della Basilica, pochi scalini consentono un repentino salto nel tempo. La Necropoli è al di là di un passaggio di cantiere realizzato nelle fondazioni della Basilica Costantiniana dagli architetti del IV secolo e scoperto al momento degli scavi, voluti da Pio XII e iniziati nel 1941. Prima di allora, per rispetto, nessuno aveva osato intraprendere l’iniziativa. Dell’esistenza di tombe romane si era a conoscenza da sterri per precedenti opere di fondazione. Quello che si sono trovati di fronte gli archeologi di papa Pacelli non era immaginabile.
Oltre alla conferma dei documenti storici sulla sepoltura di Pietro in quel luogo, ciò che colpisce il visitatore di oggi è la ricchezza degli edifici sepolcrali. Strutture rimaste intatte perché Costantino, nel realizzare il progetto di portare tutto il piano della Basilica a livello della tomba dell’Apostolo, fu costretto a un’impresa ciclopica e del tutto insensata se quello non fosse stato il luogo di Pietro. La tomba era alla pendici del colle e bisognava riempire il declivio, occupato dal cimitero. Il terreno argilloso doveva essere rinforzato. E allora costruisce un basamento sorretto da grandi piloni collegati da archi. Passa sopra le tombe. Scoperchia quelle più alte e le fa riempire di terra senza danneggiarle. Gli archeologi le hanno trovate così.
La prima che si incontra è la cosiddetta Tomba degli Egizi, dove si trovano, insieme, sepolture di culto egizio, di culto pagano e cristiane. «A testimonianza – sottolinea Zander – che nella Roma al suo massimo splendore, nel secondo e nel terzo secolo, era possibile la convivenza fra più religioni». Poi si incontrano le tombe dei Matucci, dei Tulli, dei Valeri, dei Giuli, dei Cetenni... Cognomi diffusi ancora oggi. Stupendi gli affreschi, così come i mosaici e le decorazioni, tutte ispirate a simbologie legate alla vita che rinasce. C’è Venere che emerge dalle acque, c’è Ercole che scende nell’Ade per riportare in vita Alceste.
Ci sono i pavoni, la pernice dalla molta prole, le stagioni col loro ritmo incessante, il toro, il caprone. La tomba dei Valeri è ridondante di stucchi e bassorilievi che raffigurano i componenti della famiglia. Scene di vita quotidiana, col capostipite, Gayus Valerius Herma e sua moglie Flavia Olympia, immortalata con l’acconciatura alla moda, perché usata dalla first lady, la moglie dell’imperatore Antonino Pio. Dall’iscrizione sulla tomba di famiglia di un certo Popilius Heracla, sappiamo che per costruirla ha lasciato ai suoi eredi seimila sesterzi, la paga di cinque anni di un legionario romano. Vicinissima a quella di Pietro è la sepoltura cristiana degli Iulii. Sulla volta campeggia il mosaico di Gesù Cristo che sale al cielo in quadriga, nelle sembianze del Sole Invicto, la cui festa pagana cadeva il 25 dicembre.
A destra un affresco raffigura Giona divorato dalla balena. A sinistra c’è il Buon Pastore. Sullo sfondo è ritratto un pescatore: all’amo ha un pesce, mentre un altro scappa. Metafora della Chiesa chiamata a convertire uomini, liberi di accogliere o rifiutare.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

25 giugno 2010

Sull’Ararat alla ricerca dell’Arca (e di se stessi)

di Luigi Mascheroni
A-ra-rat. Una parola magica, e una montagna misteriosa. I turchi la chiamano Agri Dagi, i curdi Agirî, gli armeni, per i quali rappresenta la «casa spirituale», Masis. Alta 5.165 metri, si erge nella Turchia orientale, in una terra che storicamente fa parte dell’Armenia. Da millenni punto di incontro fra la placca continentale eurasiatica e quella arabica, da secoli linea di frattura tra Islam e Cristianesimo, e per cinquant’anni, durante la guerra fredda, «frontiera di roccia» tra la democrazia occidentale e il comunismo sovietico, l’Ararat è da sempre al centro di mondi che cozzano uno contro l’altro. È di tutti, e di nessuno.
Sull’Ararat - la «Montagna Madre», il «Luogo creato da Dio» - si sono arrampicati esploratori, avventurieri, uomini di chiesa e uomini di scienza, archeologi e arca-ologi, monaci, pellegrini, biologi, spie, vulcanologi, astronauti. Qualcuno cercava prove dell’esistenza di Dio, qualcun altro dell’esistenza dell’uomo, altri ancora dell’esistenza di se stessi. Tutti alla ricerca di risposte che sembrano irraggiungibili, come la vetta della montagna - sulla quale l’Arca si arenò dopo il Diluvio universale - eternamente coperta dalle nuvole e dal mito.
Ora a riprendere il filo di tutte le domande, senza pretendere risposte ma anzi seminando la sua personale ascesa spirituale di molti dubbi necessari, è Frank Westerman, olandese di Emmen, 46anni, giornalista freelance: studi scientifici alle spalle, inviato per anni a Belgrado e poi dal 1997 al 2002 corrispondente da Mosca, nel 2005 ha deciso di salire sulla montagna, scendendone con un bellissimo romanzo-reportage nello zaino: Ararat (Iperborea), presentato oggi al festival LetterAltura, la manifestazione cultuale dedicata alla montagna ideata quattro anni fa da Lorenzo Scandroglio nella cittadina di Verbania, sul Lago Maggiore.
A metà tra il diario di viaggio e il saggio storico-antropologico, in parte guida spirituale e in parte manuale scientifico, il libro di Westerman nasce come «indagine» sui risultati delle discipline fisico-matematiche che hanno trasformato l’Ararat in un laboratorio naturale e sui racconti mitologici che ne fanno un imponente custode di storie fantastiche. Ma con il volgere delle pagine Ararat diventa qualcosa di più: una riflessione sui grandi temi che agitano le coscienze di tutti noi, come il rapporto fra Fede e Scienza; e sui conflitti politici e religiosi che scuotono quella zona cruciale del pianeta, come la questione armena o l’incontro-scontro fra cristiani e musulmani.
Sono molte e inquietanti le figure che attraversano il libro, percorrendo le vie dell’Ararat: dal mitico «Noè mesopotamico» Gilgamesh al medico tedesco Friedrich Parrott, che nel 1829 dopo una scalata al monte scriveva che «tutti gli Armeni sono fermamente convinti che l’Arca resti tuttora sulla cima della montagna e che, allo scopo di preservarla, nessun essere umano è autorizzato ad avvicinarsi»; dagli scienziati che ancora in pieno Ottocento sostenevano la teoria del Diluvio universale all’astronauta americano James Irwin che dopo aver camminato sulla Luna guidò negli anni Ottanta ben sei spedizioni alla ricerca dell’Arca; fino allo scrittore turco Orhan Pamuk, che nel 2002 ambientò il suo romanzo Neve a Kars, alle pendici dell’Ararat, un tempo prosperosa città commerciale e oggi avamposto dell’integralismo islamico.
Sorta di «Giobbe al contrario», come si definisce lui stesso, cresciuto leggendo le Sacre Scritture ma abituato a non metterle mai al di sopra della ragione, Westerman sale sulla “Montagna del Dolore” alla ricerca delle prove della inesistenza di Dio - «La fede comincia là dove si smette di fare domande. E questo non è proprio il tuo forte», gli fa notare la moglie prima di partire - e ne scende senza certezze religiose, ma neppure scientifiche. Sull’Ararat l’Arca forse non c’è. Ma al di sopra delle sue nevi eterne qualcosa di indefinibile, probabilmente sì.
«Il Giornale» del 25 giugno 2010

23 giugno 2010

Ecco i primi «ritratti» degli apostoli

Ritrovate immagini di Pietro, Paolo, Andrea e Giovanni, che risalgono al IV secolo, a Roma nelle catacombe di Santa Tecla
di Marco Bussagli
Certo che fu assai lungimirante Pio IX fondando la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nel 1852 con il compito di custodire, tutelare e conservare le più antiche vestigia cristiane, ovvero le catacombe e gli ipogei di Roma. Più tardi, il suo successore, Pio XI, estese le competenze della Commissione a tutta Italia, alle catacombe napoletane e agli ipogei siciliani e pure a quelli ebraici (oggi scorporati). Questi intenti vennero conservati nel primo Concordato con la Santa Sede (art. 33) e, poi, oggi, ribaditi in quello nuovo (art. 120). Lo ricordava questa mattina con la consueta affabilità Monsignor Gianfranco Ravasi che, oggi, ricopre il ruolo di Presidente di quella Commissione. L’occasione era di quelle straordinarie che dimostrano come certe intuizioni – come quella di Giovan Battista de Rossi, padre dell’archeologia cristiana moderna, che auspicò la nascita di quella Commissione, unita alla fattiva capacità politica dei pontefici –, possano avere delle così alte e benefiche ricadute sul mondo artistico e culturale moderno. Dopo due anni di studio e d’intenso lavoro, infatti, sono state miracolosamente recuperate le tenerissime pitture del Cubicolo degli Apostoli nelle catacombe romane di Santa Tecla, poco lontano da San Paolo fuori le mura. Lo studio si deve a Fabrizio Bisconti, insigne archeologo cristiano e soprintendente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, mentre il restauro, di grande impatto, è opera di Barbara Mazzei che si è avvalsa di una tecnica del tutto inedita per questi ambienti: quella del laser. Di queste pitture, infatti, si aveva notizia fin dal XVIII secolo, ma lo spesso strato di calcare rendeva praticamente impossibile la lettura della decorazione pittorica, ricoperta da concrezioni biancastre. La situazione disastrosa era dovuta all’umidità, padrona assoluta degli ipogei romani, nei confronti della quale archeologi e restauratori esercitano una lotta quotidiana. Le tecniche tradizionali, ha spiegato Barbara Mazzei, ovvero quelle basate sulla rimozione meccanica con l’impiego di piccole frese e bisturi, avrebbero rischiato di danneggiare irrimediabilmente la pellicola pittorica. Con l’apporto e la consulenza gratuita del Cnr di Sesto Fiorentino (in particolare Siano dell’Istituto di Fisica applicata), si è opportunamente tarata la capacità della macchina prodotta dalla El.En. di Cadenzano. Il raggio, infatti, viene programmato in modo da esercitare un’azione distruttiva sulle superfici biancastre del calcare e di sospenderla immediatamente in vista di cromie differenti. Si è poi verificato (ed è stato un dato sperimentale inaspettato) che l’azione del laser in presenza dell’umidità dell’ambiente provocava un micro­scoppio, causa del distacco del calcare. Il risultato è straordinario: le pitture, nelle parti conservate, come il soffitto del cubicolo, sembrano appena eseguite. Si rivela così la storia di questo singolare monumento e un altro tassello si aggiunge all’affascinante storia di Roma, una città a strati dove, scendendo le scale, ci si può veder catapultati nel IV secolo d.C. Al civico 42 di via Silvio D’Amico, infatti, si erge oggi un grande palazzone di cemento armato, eretto negli anni Cinquanta del XX secolo quando – scavandone le fondamenta – emersero le vestigia pagane e cristiane insieme. Passava da lì la via Ostiense e, a fianco, venivano costruiti dei mausolei pagani di cui ancora possediamo mura e pavimenti a mosaico con immagini e scritte dedicatorie. Accanto a quest’area sacra, doveva esservi una cava di pozzolana di cui ancora si conservano i mazzuoli degli operai. Successivamente questa venne trasformata in una semi-basilica dedicata probabilmente alla martire Tecla, glorificata da antiche pitture cristiane oggi sistemate nel piccolo abside. Dietro la semi-basilica si estende la catacomba vera e propria che è l’ultimo tratto del grande ipogeo di San Paolo fuori le mura, anche in senso cronologico. Il cubicolo è stato scavato dietro un ambiente precedentemente utilizzato a sepoltura, con due arcosoli laterali, uno dei quali è ornato dalla figura imberbe e tenerissima di Cristo in trono ( Christus magister ). Si può vedere ancora l’incertezza del pittore che, prima, lo dipinse con il braccio rivolto verso il basso e poi glielo alzò mutandogli posizione. Accanto fa bella mostra di sé un Daniele nella fossa dei leoni, precoce esempio di nudo eroico che recupera in senso cristiano la nudità classica. Quando si aprì il nuovo ambiente, il cubicolo di Tecla, si decise di ornare l’ingresso con un monumentale Collegio apostolico che si mostra come il prototipo di certe decorazioni absidali, visto che sotto il consesso dei dodici Apostoli si dipana la teoria delle pecore, stagliate su un bel rosso pompeiano. È infatti il rosso il colore dominante del soffitto del cubicolo, il pezzo forte della decorazione, con il Buon Pastore al centro e i clipei (rara iconografia) di san Paolo, san Pietro, sant’Andrea e san Giovanni che si pongono come le più antiche immagini degli apostoli raffigurati in questo modo («icone», giustamente, le chiama Bisconti). Anche la decorazione ornamentale è assai interessante, basata su un motivo ad incastro della Croce che, molti secoli dopo, sarà ripreso da Francesco Borromini nel San Carlino alle Quattro Fontane (ma lì la fonte era stata la catacomba di San Callisto). Infine, sulla destra entrando, l’immagine di lei, la facoltosa committente di questa meraviglia che qui fu sepolta insieme alla figlia, pure rappresentata nell’arcosolio e accompagnata verso la pace dei cieli proprio da Pietro e Paolo.
«Avvenire» del 23 giugno 2010