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20 luglio 2022

La storia degli uomini che tentarono di uccidere Hitler. E perché l’Operazione Valchiria fallì

Il tentativo di uccidere Hitler avvenne il 20 luglio 1944 a Rastenburg. E dimostrò come il tiranno può essere sconfitto solo dalla politica
di Carlo Galli
"Chiedo al mondo di accogliere il nostro martirio come una penitenza del popolo tedesco". Così Carl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, mentre veniva impiccato, il 2 febbraio 1945, dopo essere stato torturato per mesi dalla Gestapo. Era coinvolto ai livelli più alti (avrebbe dovuto essere il nuovo Cancelliere) nella Operazione Valchiria, la cospirazione prevalentemente militare che era arrivata a fare esplodere una bomba quasi ai piedi di Hitler, a Rastenburg, la remota località della Prussia orientale in cui il Führer aveva installato il proprio quartier generale, la "Tana del lupo".
L'attentato del 20 luglio 1944, eseguito materialmente dal colonnello Claus von Stauffenberg, fallì: il demonio protesse Hitler per l'ultima volta. Una serie incredibile di circostanze fece sì che la bomba provocasse pochissimi morti, e il lieve ferimento del dittatore. Una vendetta terribile colpì i congiurati, che non avevano organizzato con la necessaria precisione il piano Valchiria, cioè le mosse immediatamente seguenti la prevista morte di Hitler (occupazione di ministeri, radio, neutralizzazione delle SS e della Gestapo). Persa l'iniziativa a causa dell'insuccesso dell'attentato, alcuni furono fucilati la notte stessa nella caserma della Bendlerstrasse dove risiedeva il comando dell'Esercito di Riserva, a cui appartenevano i principali cospiratori; altri, in Germania e in Francia, furono catturati e costretti a parlare.
Ebbe così inizio una catena di suicidi, spontanei o coatti (fra cui anche quello di Rommel) e di deferimenti al "Tribunale del popolo", presieduto dal giudice Freisler, un mostro di fanatismo che condannò a morte generali e politici. Cinquemila furono gli inquisiti, almeno duecento gli uccisi - appesi a ganci da macello, e filmati durante l'agonia perché Hitler potesse gustare la proiezione nei dopocena - ; i parenti dei congiurati vennero internati nei campi, poiché condividevano il sangue dei "traditori".
Ma chi erano i coraggiosi che osarono attentare al tiranno? Perché agirono nell'estate del 1944, e con quali fini? Era ormai chiaro che la Germania stava perdendo la guerra: impegnata su tre fronti terrestri, virtualmente priva di Marina militare, progressivamente tagliata fuori dalle fonti di approvvigionamento energetico e di materie prime, e, nonostante i successi organizzativi del ministro Speer, in procinto di vedere i bombardamenti radere al suolo le proprie industrie e le proprie città.
L'obiettivo dei congiurati era di sostituire i vertici dello Stato, disarmare le SS, neutralizzare il Partito, e firmare un armistizio a Ovest, continuando a combattere a Est contro le "orde" bolsceviche e così salvare l'Europa dal comunismo. Un progetto di grande conservatorismo e di disarmante ingenuità. Era infatti evidente che mai gli Alleati avrebbero siglato una pace separata con la Germania, e che mai sarebbero venuti meno alla linea della "resa incondizionata". I congiurati non avevano capito quello che invece era chiaro a Hitler: che la guerra era un'avventura senza ritorno.
La loro origine sociale (prevalentemente, la nobiltà militare), il loro passato (per molti - ma non per tutti - di iniziale cauta simpatia per il nazismo, in chiave nazionalistica, a cui era seguito un allontanamento dal regime per ragioni morali), la sincera fede religiosa di parecchi di loro (protestanti e cattolici), la riluttanza a infrangere il giuramento di fedeltà a Hitler (che come tutti i militari avevano prestato), la loro struttura mentale poco elastica, anche se retta; tutto ciò rendeva difficilissima la gestione di una congiura che anche agli occhi dei nemici della Germania parve strumentale - volta a salvare il salvabile del Reich, alle cui élite i congiurati appartenevano, condividendo quindi, oggettivamente, le compromissioni delle classi dirigenti tedesche.
L'errore nel quale, nonostante il loro disperato coraggio e il loro odio verso il regime, erano caduti, è stato credere che il tirannicidio fosse la soluzione di una gravissima crisi politica e morale. Ovvero che il tiranno fosse solitario, e non il vertice di un sistema politico e sociale, e il frutto di una storia; che fermare le sue azioni equivalesse a fermare la catastrofe. La quale, al contrario, anche se l'attentato non fosse fallito, avrebbe certamente avuto luogo in altre forme, finché non fosse stata del tutto stroncata, dall'esterno, la spinta propulsiva del regime che sorreggeva il tiranno. Il totalitarismo genocida non coincideva con una persona, nemmeno con quella di Hitler: era immerso in dinamiche politiche, interne e internazionali, che avevano lontane origini e che non potevano non consumarsi fino in fondo. Neppure sacrificando Hitler si poteva evitare la sconfitta e riscattare l'onore della Germania.
Il tirannicidio è consentito da san Tommaso, dietro severe condizioni e riflessioni. Ma la sua eventuale liceità morale non è sufficiente a farne uno strumento di risoluzione delle questioni politiche. Chi, in circostanze molto diverse da quelle di quasi ottant'anni fa, è oggi sfiorato da simili fantasie esprime una comprensibile ripugnanza per guerre, autoritarismi, ingiustizie, ma non va al di là di una posizione morale. Morale, e altissima, fu anche la testimonianza dei congiurati del 20 luglio: chiedere perdono, pagare con la vita, ha lasciato un seme di libertà e di responsabilità, nella storia e nelle coscienze dei tedeschi e degli europei. Ma per sconfiggere i tiranni non basta la scorciatoia, sempre tardiva, del tirannicidio - e, d'altra parte, oggi non ci si può certo augurare che una guerra mondiale cancelli il Male nelle sue molteplici incarnazioni. Come un processo politico, e gli errori di molti, li ha generati, così i tiranni vanno combattuti con la politica, attivando tempestivamente e concretamente, con determinazione e lungimiranza, dinamiche necessariamente complesse che diano, sempre, una chance reale alla democrazia e alla giustizia.
«la Repubblica» del 19 luglio 2022

28 agosto 2017

La fake news del ritorno di fascismo e comunismo

Passato e presente
di Pierluigi Battista
Il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne
Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l’uno né l’altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell’anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei social e nei giornali di quest’epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un’altra parte rispetto alla tua. E’ tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all’indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell’estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. E’ vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2017

26 agosto 2017

Da Colombo a Franco, cancellare la memoria non cambia la storia

Noi e monumenti
di Antonio Carioti
Un incendio ha distrutto sul monte Giano la pineta piantata nel 1939 per formare la parola Dux
I monumenti sono materia delicata non in quanto tali, ma per il significato che viene loro attribuito. Ce lo ricorda l’incendio che ha danneggiato sul monte Giano, non lontano da Rieti, la pineta piantata nel 1939 in modo da formare la parola Dux, ben visibile all’orizzonte, in onore di Benito Mussolini. Quel bosco, tutelato come patrimonio paesaggistico, è considerato una semplice reliquia, alla stregua dell’obelisco dedicato a Mussolini nel Foro Italico di Roma: del resto la città di Imperia mantiene un nome che ricorda la guerra d’Etiopia, mentre in Calabria ci sono tuttora monumenti ai gerarchi fascisti Michele Bianchi e Luigi Razza.

Statue militari
Diverso è il caso delle statue di militari o leader confederati negli Stati Uniti. Esse furono il suggello della conciliazione tra le parti che si erano combattute nella guerra di Secessione, ma appunto per questo riflettono il vizio d’origine di quel compromesso: i bianchi del Sud accettarono la supremazia, rispetto ai loro Stati, di un’autorità federale che aveva abolito la schiavitù, ma ottennero in cambio di autogovernarsi secondo leggi che segregavano i neri e li privavano dei diritti più elementari. Difficile negare le ragioni degli afroamericani che vedono in quei monumenti (a volte eretti nella seconda parte del Novecento proprio in sfregio ai movimenti per i diritti civili) gli emblemi della loro lunga oppressione. Appare ragionevole la soluzione di ricollocarli in siti meno prestigiosi, musei o cimiteri, per ridurli a testimonianze storiche, ma non sarà facile sfuggire a due pericoli simmetrici: favorire l’atteggiamento strumentale dei razzisti, che gridano al sopruso contro il Sud; alimentare una visione puerile e manichea del passato, che ne condanna i protagonisti sulla base della sensibilità odierna.

Il dittatore Franco
I segnali di una deriva del genere non mancano. Si può capire che Ferrol, in Spagna, non ami essere ricordata come città natale del dittatore Francisco Franco e per questo chieda all’artista Banksy di illustrarla con un suo graffito (magari proprio sui muri della casa del caudillo): è lo stesso problema della nostra Predappio, che vuole rimediare con un museo storico sul fascismo. Ma colpisce che si arrivi a voler cancellare i monumenti a Cristoforo Colombo per via delle sofferenze subite dai nativi americani: ben oltre meriti e demeriti del navigatore genovese, significherebbe delegittimare l’intera opera europea di esplorazione e trasmigrazione nel Nuovo Mondo, da cui sono scaturiti tutti gli Stati oggi esistenti dallo stretto di Bering a Capo Horn, proprio mentre si afferma invece che la spinta a spostarsi sul globo è una tendenza naturale degli esseri umani. Sarebbe semmai più saggio moltiplicare i memoriali dedicati ai nativi. Anche perché maledire la storia non basta a cancellarla. Più utile e istruttivo è sforzarsi di conoscerla in tutti i suoi aspetti, anche sgradevoli. E soprattutto cercare di comprenderla.
«Corriere della sera» del 25 agosto

01 agosto 2017

Processo Eichmann: Fu solo «banalità»? Un saggio corregge Hannah Arendt

Il corposo studio di Bettina Stangneth riporta le parole inedite del gerarca latitante in Argentina: ne emerge un quadro ben più complesso di quello delineato dalla Arendt
di Riccardo De Benedetti
Il libro di Bettina Stangneth, La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme (Luiss University Press, pagine 604, euro 24,00) è di quelli che si fa fatica a dimenticare. Innanzitutto per la scrupolosità con la quale è stato scritto e l’attenzione a ogni pur piccolo dettaglio di una storia piena di trabocchetti e dissimulazioni. Il lettore, dopo ogni pagina di lettura, sa di avere a che fare con una ricerca scientifica e non con una delle tante ricostruzioni più o meno scandalistiche sul nazismo e la sua opera nefasta. Il libro (1.215 note), ricostruisce gli anni argentini dell’Obersturmbannführer (tenente colonnello) delle SS Adolf Eichmann, fuori servizio. Uno dei responsabili diretti della Shoah, coordinatore dello sterminio, fu catturato dal Mossad l’11 maggio del 1960 a Buenos Aires e impiccato la notte tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1962 a Gerusalemme dopo un processo che attirò l’attenzione del mondo. Perché Eichmann in Argentina? Il titolo corregge il sottotitolo del famosissimo saggio di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963). Prima del processo al criminale nazista c’è l’Argentina, luogo di rifugio per centinaia di nazisti in fuga, nella quale il male non era banale ma rivendicato e, se possibile, analizzato, scrutato nel profondo. Eichmann, improvvidamente, in quegli anni parla, scrive, registra, con la collaborazione di altri rifugiati nazisti, descrivendo una realtà che non ha nulla a che fare con la burocrazia esecutrice, ma al contrario, con la piena e convinta adesione all’ideologia razzista e antisemita e alla sua più consapevole esecuzione. I nastri e le carte di quella rivendicazione di responsabilità seguirono percorsi tortuosi e allora non riuscirono a raggiungere nella loro completezza i giudici del processo e, soprattutto l’opinione pubblica mondia-le, anche quella più informata e consapevole.
Durante gli anni della detenzione a Gerusalemme Eichmann volle dare di sé l’immagine del mero esecutore di ordini. La sua non era una mossa per ottenere clemenza, che infatti non ebbe, era un modo per proseguire la guerra contro gli ebrei. L’autrice descrive il tortuoso ragionamento con il quale i nazisti, sconfitti nella guerra ma non annientati, contavano di proseguire in un lavoro, così lo chiamavano, che non essendo stati capaci di portare a termine gli sarebbe stato per sempre rimproverato. Dopo la sconfitta in guerra si trattava di ripiegare in ciò che poi sarebbe apparso come negazionismo: la Shoah era un’invenzione e se si era verificata era perché qualcuno, non loro, aveva intrapreso l’azione di sterminio per giustificare la nascita dello Stato di Israele. Apparire banali esecutori di ordini di una gerarchia sconfitta era un modo per ridare una parvenza di legittimità a un programma che doveva proseguire. Il libro della Stangneth riporta le parole, inedite, pronunciate alla fine delle estenuanti riunioni di nazisti che si svolgevano a casa di Eichmann in Argentina. In particolare la rivendicazione dello sterminio come parte integrante di un dovere morale ed etico (se è lecito usare questi termini per qualcosa che è pura criminalità) da compiersi rigorosamente se si voleva ottenere la vittoria contro il nemico assoluto: «Non cerchi di confondermi dopo 12 anni, che si chiamasse Kaufmann, o Eichmann, o Sassen o Morgenthau, non me ne importa nulla, a un certo punto mi sono detto: bene, devo smetterla di farmi scrupoli. Prima che il mio popolo tiri le cuoia devono tirare le cuoia tutti gli altri, poi il mio popolo. Ma solo a quel punto! Io ero così [...]. Io, “il burocrate prudente”, ecco cos’ero, sissignore. Ma vorrei ampliare il concetto di “burocrate prudente”, anche se a mio sfavore. Questo burocrate prudente si accompagnava ad un fanatico combattente per la libertà del mio sangue, dal quale discendo, e qui dico, proprio come le ho detto poco fa, il pidocchio che la sta pungendo, camerata Sassen, non mi interessa. A me interessa il mio pidocchio sotto il mio colletto. Quello lo schiaccio. Lo stesso vale per il mio popolo. Ma da quel burocrate prudente che ero, perché certamente lo sono stato, sono anche stato ispirato e guidato: ciò che è utile al mio popolo, per me è un ordine sacro e una legge sacra [...]. Mi si contorcono le budella a dire che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. No. Devo dirle in tutta sincerità che se dei 10,3 milioni di ebrei stimati da Korherr, come sappiamo oggi, ne avessimo uccisi 10,3 milioni, allora sarei soddisfatto e direi “bene, abbiamo sterminato un nemico”. Ora che per un tiro mancino del destino la maggior parte di quei 10,3 milioni di ebrei è rimasta in vita, mi dico: il fato ha voluto così. Devo assoggettarmi al destino e alla provvidenza. Sono solo un piccolo uomo e non è in mio potere contrastarli, né tantomeno posso o voglio farlo. Avremmo compiuto il nostro dovere per il nostro sangue».
Hannah Arendt si è sbagliata? Sì e no. Certamente per quanto riguarda Eichmann, che non corrisponde affatto al ritratto che lui stesso ha fatto in modo che uscisse dal processo, da abile manipolatore qual era. Non del tutto quanto al significato che possiamo dare alla “banalità del male”. Il processo Eichmann è stato solo un punto di avvio per un’analisi approfondita della storia del nazionalsocialismo e la Arendt non aveva a disposizione ciò che con fatica hanno sotto mano gli studiosi di oggi. Cosa c’è di davvero banale nell’azione di Eichmann e di quelli come lui? C’è la mancanza assoluta di distanza tra la formulazione di un’idea, di un pensiero, di una tesi, e la sua realizzazione. Il pensiero è banale, errato e criminale, ma la sua realizzazione è tragicamente seria. C’è quella che Eric Voegelin, nel suo Hitler e i tedeschi, poco letto, purtroppo, chiamava la stupidità di un intero popolo, insieme alla capacità manipolatoria di attivarla. Una concezione rozza del formarsi e trasformarsi di un popolo attraverso il sangue e la razza, concetto che affonda in profondità nel pensiero scientifico illuminista prima e darwinista poi, con l’accento totalizzante posto sulla lotta per la vita e per la morte di un gruppo umano contro un altro.
Il libro della Stangneth è un libro di filosofia, più di tanti altri che sull’argomento hanno intinto per infiniti, e in molti casi pedanti e stucchevoli, esercizi ermeneutici. Una filosofia che lascia al lettore il compito di rintracciare la triste filiera del formarsi di un orrore e del suo realizzarsi. Non fu l’unico nel Novecento, ma fu quello al quale dobbiamo un obbligo di spiegazione razionale che ha rischiato, e il caso dell’abbaglio di Hannah Arendt sta a dimostrarlo, di sfuggirci.
«Avvenire» del 20 luglio 2017

L’umanità ritrovata della Germania di oggi

Rinascita di una nazione
di Claudio Magris
I tedeschi hanno costruito uno dei Paesi europei più saldi e vivibili e non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Continente
Non è sempre facile, alla fine di una guerra, dire, passato il primo momento, chi l’ha vinta. La Germania è stata disastrosamente sconfitta in due guerre mondiali. La prima l’ha ridotta — anche a causa delle inique, vendicative e idiote condizioni del trattato di pace di Versailles, duramente criticate dal grande lord Keynes — a una devastante miseria e a disordini che hanno contribuito all’ascesa del nazismo. Ma non molti anni dopo la Germania nata dalle rovine era una potenza più grande degli Stati che nel 1918 l’avevano vinta e che poco più tardi avrebbero avuto difficoltà, tutti insieme, a fronteggiare il suo micidiale attacco sferrato su tutti i fronti.
Lanciata alla conquista del mondo e all’esecuzione del progetto criminoso più efferato della Storia, lo sterminio del popolo ebraico, la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale era rasa al suolo, aveva perduto vasti territori a Est ed era divisa in due Stati contrapposti, uno dei quali sotto la tirannica tutela sovietica. In pochi anni e soprattutto a partire dal cosiddetto miracolo economico, la Repubblica Federale era un Paese florido e sostanzialmente tranquillo; l’Inghilterra — che aveva contribuito a salvare il mondo dal nazismo resistendo per un certo periodo da sola, con indomita forza d’animo, al Terzo Reich che appariva vittorioso su ogni fronte — alla fine della guerra si era trovata ad aver perduto l’Impero britannico ossia il suo ruolo mondiale e a vivere un periodo di dure ristrettezze economiche, affrontate peraltro con grande sapienza dal Welfare ma difficili.
La Terza Guerra Mondiale — la cosiddetta guerra fredda, ma calda e rovente per i 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei vari teatri extraeuropei dello scontro, mediato ma sanguinoso — si è conclusa non solo con la sconfitta, ma con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’universo politico sovietico. Ma a vincerla è stata in fondo la Russia, che in pochi anni è divenuta la potenza mondiale più determinata e a poco a poco determinante nel complesso gioco internazionale di forze, mentre gli Stati Uniti, che dal collasso sovietico sembrava dovessero uscire come il Paese destinato a dominare il mondo per chissà quanto tempo, sono indubbiamente una formidabile potenza, ma spesso incerta e malaccorta nei propri passi. In Cina il comunismo — con l’eroica Lunga Marcia e con la guerra che ha dissolto il regime di Chiang Kai-shek come un castello di burro — ha vinto ma ha creato un sistema di capitalismo selvaggio e sfruttatore, in cui il comunismo, eroico vincitore nelle guerre e disastroso perdente nelle paci, è il duro potere che controlla il funzionamento di un mercato spietato.
La Germania, la sconfitta per antonomasia nell’ultimo classico conflitto mondiale, è oggi uno dei Paesi più saldi e vivibili dell’Europa. La stagione del terrorismo rosso è ormai lontana e scomparsa; vi sono sacche di povertà, abilmente occultate ma limitate; non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Paese e dell’Europa. A differenza di molte altre scadenze elettorali europee – come quelle recenti in Austria, Olanda, Francia, che hanno rischiato di far traballare o peggio l’Ue – in Germania l’eventuale alternanza al governo, la continuazione della coalizione e la vittoria dell’uno o dell’altro partito hanno i loro pregi e difetti, ma nessun carattere che metta in pericolo l’ordine e l’equilibrio del Paese e del continente.
Le elezioni, in Germania, non pongono davanti alle alternative drammatiche che talora si presentano in altri Paesi. La scelta fra Angela Merkel e Martin Schulz non è sconcertante come quella fra Donald Trump e Hillary Clinton, in cui era comprensibilmente difficile, anche e forse soprattutto per un autentico democratico, decidersi tra l’aggressivo, rozzo e regressivo populismo di una parte e l’ipocrita, pseudoliberal superficialità dell’altra, assai poco attenta ai reali e pericolosi disagi di alcuni settori del paese, disagi responsabili della stessa crescita del populismo.
Nella sostanziale stabilità tedesca gioca forse un ruolo la particolare tradizione del capitalismo tedesco, quel «capitalismo renano» legato alla produzione più che alla speculazione finanziaria, alla continuità della produzione e delle imprese, al dialogo fra impresa e sindacato. Qualità che tendono a rendere meno selvaggio e feroce l’anarchico dominio del mercato. Qualità ovunque sempre più desuete e che vacillano pure in Germania, anche se lo si maschera furbescamente con abili maquillages — ad esempio i dati sulla disoccupazione, talora sostanzialmente falsati dai casi di lavoro sottopagato, che andrebbe considerato nella voce «disoccupazione», o come il gioco a proprio favore con l’euro.
E’ stato giustamente osservato che la Germania, con la sua solidità, potrebbe dimostrarsi più sensibile ai problemi e alle necessità comuni dell’Unione Europea — anche se dovunque l’egoismo dei singoli Stati rilutta a una solidarietà veramente europea, a risolversi in patriottismo europeo. Può anche darsi che l’ombra del passato nazista induca la Germania a non mostrarsi troppo interventista e autorevole. Ma deve pur venire, e anzi dovrebbe essere già venuto il momento in cui, se necessario, possano essere utilizzate, insieme alle altre, pure forze militari tedesche. Comunque nel complesso il Paese «cattivo» per eccellenza appare più umano di molti altri.
Se è difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso le guerre passate, è ancor più difficile capire — nell’attuale vera e propria quarta guerra mondiale che divampa in tutto il globo - chi combatte contro chi,sia l’alleato e chi il nemico, con tanti alleati amici dei nemici dei loro alleati. Forse mai come oggi emerge la verità di quel pensiero che Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky, attribuisce a Francesco Giuseppe, il quale - egli scrive — non amava le guerre, «perché sapeva che si perdono».
«Corriere della sera» del 13 giugno 2017

27 novembre 2016

Andy Garcia, l’attore racconta: «Una vita da esiliato per colpa di Castro. E il regime c’è ancora»

L'esule
di Giovanna Grassi
L’attore: «Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo»
LOS ANGELES - Andy García, nato all’Avana nel 1956, naturalizzato cittadino statunitense da molti anni, dice d’un fiato: «Cuba e la sua cultura sono nel mio Dna, sono l’essenza della mia identità, ma non ho mai risparmiato critiche a Castro. Ho sempre detto che Cuba è stata tradita, mistificata, usata da Fidel. Un dittatore. Non una icona rivoluzionaria». L’attore (che ha sfiorato l’Oscar con Il Padrino III) ha girato un film da regista, The Lost City, proprio sulla Cuba di Batista e della presa del potere di Castro.

Una saga ispirata anche alla storia della sua famiglia...
«Avevo 5 anni quando mio padre decise di emigrare a Miami, come centinaia di esuli cubani. Per anni mi ha spaventato e fatto soffrire vedere su tante magliette l’immagine di Castro “salvatore”, quando, invece, ha distrutto l’economia del mio Paese. Ho portato dentro di me per anni il dolore dell’esilio della mia famiglia per colpa di quello che, ripeto, ho sempre considerato un cattivo condottiero».

Che ricordi ha di suo padre e della fuga a Miami in cerca di una nuova vita?
«Mio padre era stato un grande avvocato e un libero giornalista e pensatore. In America cominciò a lavorare come cameriere. Gli sono grato per il suo coraggio e perché ha dato a tutti noi figli il più autentico valore della libertà e la conoscenza di tanti nostri compatrioti dissidenti gettati in fondo al mare, dopo essere stati uccisi e aver sofferto nelle prigioni. Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea».

Si è mai sentito un figliol prodigo?
«Posso solo dire che tutta la mia vita è stata segnata dalla nostalgia per Cuba. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo. Non ho mai creduto in questa rivoluzione. Penso che per anni e anni la mia splendida Cuba sia diventata un Paese amletico e ferito per colpa di due regimi, quello di Batista e quello di Castro».

Quanto si considera americano e democratico e quanto cubano e conservatore?
«Non mi piacciono queste etichette, comunque l’anima più autentica di Cuba ha sempre cercato la libertà. Il presidente Obama ha giustamente più volte ricordato le parole del poeta cubano Josè Martí: “Libertà è la condizione base per ogni uomo che voglia sentirsi ed essere onesto”».

Lei ha denunciato anche in televisione quelli che ha definito «gli eccidi di Castro» ...
«Hanno causato spaccature ideologiche in diverse generazioni. Il sogno della rivoluzione ha segnato, più nel male che nel bene, tante identità. Tanti giovani si sono uccisi per questo. Ho rifiutato molti commenti quando Obama con una cosiddetta “nuova era” decise di ripristinare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti dopo colloqui con Raúl Castro e ho taciuto su alcuni appelli di papa Francesco».

Che cosa vuole dire oggi?
«Quello che ho sempre ripetuto: tornerò a Cuba quando finirà il regime e il mio popolo non sarà più oppresso. L’America mi ha offerto la libertà, le sarò sempre grato».

In tanti la pensano diversamente, anche fra i «latinos» in Florida o in California ...
«Spero che si avvicini la libertà per il popolo cubano ma le diramazioni del potere di Castro sono infinite. Anche se siamo lontani dagli anni Sessanta che hanno ingiustamente idealizzato Fidel trasformandolo in una sorta di Robin Hood».
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

Il mito di Castro e la negazione della realtà

Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre
di Pierluigi Battista
Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista. Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. Il romanticismo dei castristi ignora la realtà. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura.
Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo. Carlos Franqui, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario: «All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács». Quando un prigioniero politico, Orlando Zapata Tamayo, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba. Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, Gianni Vattimo ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool.
Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità. Per Sartre Castro e Che Guevara, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino Paolo Spriano, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «Qui non dorme nessuno, si direbbe». Nell’epopea castrista sono da ricordare i film di propaganda di Michael Moore, le interminabili interviste devote di Oliver Stone e di Gianni Minà in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».
E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario il poeta Heberto Padilla, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro. O se incarceravano per 19 anni Armando Valladares, o il regista Amaro Gomez, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn. E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. Hasta siempre.
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

18 ottobre 2016

Ceto politico senza qualità

In libreria dal 20 ottobre un saggio di Piero Craveri (Marsilio) critica i partiti della Prima Repubblica
di Paolo Mieli
Dopo De Gasperi sono mancati leader capaci di governare il cambiamento
Nel maggio del 1954, al Congresso di Napoli della Democrazia cristiana, Ezio Vanoni spiegò che l’Italia era ad un bivio: «O continuiamo a procedere», disse, «sulla via della ricostruzione con il necessario rigore» o «il nostro destino potrebbe essere di cadere in condizioni quasi coloniali, dalle quali non sapremmo più riprenderci». I congressisti — impegnati a spartirsi l’eredità politica di Alcide De Gasperi — quasi non prestarono attenzione alle parole di Vanoni. Quelle parole, invece, ben figurano nell’incipit di un libro assai coraggioso, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana (Marsilio), che Piero Craveri ha dedicato alla storia del nostro Paese negli ultimi settant’anni. Lo studioso è assai severo con i politici del dopoguerra. Definisce «malsicura» la loro conoscenza dell’economia di mercato e ironizza sul «male inteso primato della politica» dietro il quale quei leader cercarono di occultare le loro scarse virtù: si contano sulla punta delle dita le personalità della Dc e dei partiti laici che avevano in curriculum un’esperienza di studio o di lavoro nei Paesi occidentali, cosa che altrove era già consueta dalla fine degli anni Quaranta.
Quale fosse l’opinione diffusa già allora sulla classe dirigente della Dc lo chiarisce una lettera (del 1973) di Cesare Merzagora ad Amintore Fanfani, in cui l’ex presidente del Senato ironizza sul ministro Antonino Gullotti il quale, « non avendo mai sentito il battito di una macchina industriale», si segnala per aver «fatto tutta la sua carriera nella Dc che è soltanto una fabbrica di voti». Alla seconda e alla terza generazione del partito scudocrociato la dottrina sociale della Chiesa lasciò «un alone di socialità che servì soprattutto per giustificare le prassi di “non governo”». Per quel che riguarda l’opposizione, prosegue Craveri, «a sinistra tenne il campo un marxismo, politicamente adulterato nella sua stessa conoscenza teorica». Un marxismo che negli anni Settanta avrebbe per di più avuto «una riviviscenza intellettuale quasi totalizzante, senza riscontro in altri Paesi». Ai socialisti, poi, «mancò quella riflessione di politica economica che gli scandinavi avevano già maturata politicamente negli anni Trenta, i francesi e i tedeschi nel secondo dopoguerra». I comunisti, infine, furono incapaci di «compiere un effettivo mutamento del loro approccio ideologico», e «accostarono altri approdi culturali per addizione, che non è la stessa cosa di un’intrinseca revisione».
Si salva quasi esclusivamente Alcide De Gasperi, al quale è riservata una grande considerazione. Minore quella per la seconda generazione democristiana, minata, ad avviso di Craveri, da una «pochezza di fondo». L’unico personaggio in grado di contrastare lo statista trentino, anzi di combatterlo, fu Giuseppe Dossetti (che, pure, di De Gasperi apprezzava la dirittura morale e l’indipendenza dalla Santa Sede e che, però, «lo considerava il suo opposto»). Gli altri leader Dc valevano molto meno. Ai socialisti italiani degli anni Cinquanta viene mosso in modo esplicito il rilievo di aver «rotto l’unità di classe con i comunisti solo oltre un decennio dopo rispetto a quanto era avvenuto negli altri partiti socialisti europei».
Interessante l’esame di Craveri delle proposte di riforma costituzionale avanzate su tutti i fronti già nella prima legislatura (1948-53), a testimonianza della diffusa consapevolezza che la Costituzione era frutto sì di un «miracoloso compromesso», ma, perché il sistema potesse funzionare, era necessaria quantomeno una radicale messa a registro. Del resto è un socialista, Pietro Nenni, a lamentare che «il vizio segreto di questa Costituzione è il medesimo che si trova a ogni tappa della nostra storia, dal Risorgimento in poi: sfiducia nel popolo, donde la necessità di frapporre fra l’espressione della volontà popolare quanti più ostacoli, quanti più diaframmi possibile». Guido Gonella si trova a perorare la causa di una profonda revisione costituzionale già in una relazione al Congresso nazionale della Dc del novembre 1952.
La sconfitta di De Gasperi nel 1953 segna la nascita di quella che Pietro Scoppola definì «la Repubblica dei partiti». Ma i difetti da «regime oligarchico condominiale» diventeranno evidenti solo 10 anni più tardi, alla prima crisi economica. Nel frattempo è giunta l’ora di Amintore Fanfani, il quale «seppe imprimere all’azione di governo una capacità riformatrice che fu mallevatrice della svolta di centrosinistra». La vocazione dell’uomo politico aretino derivava da «un impulso autoritario, essendo in ciò l’interprete più coerente degli insegnamenti che erano a suo tempo maturati nell’università di padre Gemelli». Però… Craveri, non senza malizia, mette in risalto la distanza che separa la grandezza degasperiana da alcune piccinerie di Fanfani: «Quando si costituì il centrosinistra organico e il bastone della staffetta passò nelle mani di Moro, che con le sue mediazioni ne fu l’effettivo artefice, Fanfani non ci mise molto a dichiarare “reversibili” le alleanze che aveva così tenacemente contribuito a creare».
Gli appare di maggior rilievo la figura di Aldo Moro, «artefice ultimo e decisivo» del centrosinistra, del tutto «insofferente del tatticismo fanfaniano». Moro, a giudizio dello storico, ebbe una consuetudine non estemporanea con il pensiero moderno e non gli fu «estranea la conoscenza dei testi crociani» (Craveri è nipote di Benedetto Croce). Costante fu nella visione di Moro «un orizzonte che abbracciava l’intero sistema politico, di cui la Dc era sì il centro, ma non statico». Più critico il giudizio sul Psi. A proposito di Riccardo Lombardi, che nel 1963 aveva guidato la delegazione socialista per la formulazione del programma del governo di centrosinistra, viene stigmatizzato «quell’indelebile accento anticapitalista che pretendeva essere il suo marchio politico».
Il punto di rottura decisivo nella storia d’Italia del secondo dopoguerra va collocato, secondo Craveri, tra il 1963 e il 1964: con la prima grave crisi congiunturale, va in frantumi il quadro riformatore del centrosinistra (il governo organico con i socialisti, quello con Aldo Moro e Pietro Nenni nella cabina di pilotaggio, era appena nato, nel dicembre del 1963). Da quella crisi si esce con una manovra monetaria e creditizia della Banca d’Italia ed è proprio qui che viene alla luce «l’arte del non governo», nel senso che si smarrisce quasi del tutto qualsiasi impostazione generale di politica economica utile a stabilizzare e promuovere lo sviluppo produttivo. È l’avvio di una politica «in cui in realtà la società era abbandonata a se stessa, ai suoi istinti vitali, positivi o negativi che fossero». E il tutto, di lì a poco, «avrebbe trovato ostacoli gravi e imprevisti». Doveva essere quello il momento per una politica decisa, venne invece la lunghissima stagione del «consociativismo», che prenderà forma parlamentare già dopo il 1964 e forma istituzionale dopo il 1968. Lo Stato programmatore si trasformava in quello che Giuliano Amato ha definito lo «Stato provvidenza». Si salva assai poco di quella stagione. L’unificazione socialista (1966-69) sarebbe stata un’operazione «senza alcuno slancio politico, non andando oltre la razionalizzazione dell’esistente con una forte impronta trasformistica». E lo statuto dei lavoratori sarebbe stato «l’anello più sensibile dell’approdo consociativo da un punto di vista istituzionale». Ricorda Craveri, non senza malizia, che a favore di quella legge (la 300 del 1970) al cui interno era inserito l’articolo 18, votarono persino i liberali, mentre i comunisti si astennero. Già nella seconda metà degli anni Sessanta il sistema spartitorio della Repubblica dei partiti si era stabilizzato «con effetti traumatici sulla politica del bilancio pubblico e del funzionamento complessivo dell’economia». E già nel 1971 il bilancio dello Stato non ha più un avanzo primario, sepolto com’è dalla spesa corrente.
Il governatore della Banca d’Italia Guido Carli (1960-1975) è considerato «la mente direttiva dominante, per più di un decennio, della politica economica italiana». Carli si trovò però «solo» e fu costretto a «gestire un potere non proporzionato al ruolo istituzionale che ricopriva». Sicché dovette assumersi compiti «che costituivano il supporto decisivo alle politiche senza controllo della spesa pubblica a cui la classe politica aveva affidato la tenuta del regime democratico italiano». Craveri riporta un singolare ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: «Carli diceva ai ministri “Si fa così e così”, io mi meravigliavo un po’! A un certo punto capì che oramai la spesa pubblica aveva assunto ritmi vertiginosi, con la Banca d’Italia che non poteva negare il finanziamento, perché sarebbe stato come disse lui stesso un “atto sedizioso”».
Giudizi assai più lusinghieri sono quelli dell’autore sul successore di Carli, Paolo Baffi. E su Beniamino Andreatta, che ebbe l’intuizione di dividere il Tesoro dalla Banca d’Italia. Così come su Ugo La Malfa ad un libro del quale — Intervista sul non governo, a cura di Alberto Ronchey (Laterza) — è ispirato il titolo di questo saggio. Giudizio positivo anche su Giorgio Amendola, l’unico nel Pci che chiedeva al suo partito un impegno di fondo per «spegnere l’inflazione». Considerazioni negative invece nei confronti di Giulio Andreotti. A Giuseppe Saragat viene rimproverato di aver innescato lo scandalo «risibile» che costrinse Felice Ippolito a dimettersi dal Comitato nazionale per l’energia nucleare: «Gli interessi ultimi che probabilmente lo spinsero a ciò stavano in chi non voleva che l’Italia si rendesse nel futuro più indipendente dal mercato petrolifero internazionale». Riserve vengono espresse anche sul segretario del Pci Enrico Berlinguer, qui considerato un politico di assai corta visuale talché, secondo Craveri, non si può in alcun modo parlare per l’epoca di «riformismo comunista».
Bettino Craxi è dipinto come un capace sparigliatore animato da motivazioni condivisibili, ma sprovvisto di un disegno politico che fosse dotato di un «ultimo costrutto». Il Psi è descritto come «costantemente in ritardo sui tempi». L’aggiornamento della cultura socialista, osserva Craveri, fu «lento e travagliato, maturò solo in una parte esigua della dirigenza politica del partito… e inclinò definitivamente verso una nuova impronta di tipo socialdemocratico — quella che la Spd in Germania aveva acquisita già nel 1959 a Bad Godesberg — soltanto con la segreteria Craxi, quando la classica formula socialdemocratica iniziava in Europa il suo tramonto». Quanto poi al Craxi presidente del Consiglio (1983-1987), Craveri lo giudica come «l’ultimo leader italiano che cercò di fare una politica estera con un profilo nazionale». Ma, in politica interna, ne rileva la contraddittorietà nell’essersi «consegnato nelle mani della Dc». Anche se va detto che, in campo comunista, né la «scialba segreteria di Natta», né quella «più velleitaria di Occhetto» gli offrirono plausibili alternative.
Elogiativo Craveri è anche nei confronti di Marco Pannella e delle battaglie radicali per i diritti civili, ma si sente in obbligo di mettere in risalto quello che gli appare il limite della loro politica: il «decisivo impulso radicale», osserva, mai avrebbe raggiunto i suoi obiettivi senza l’appoggio delle forze laiche e socialiste. «Fu infatti il complesso di questi partiti a farsi interprete di una tradizione civile, già incardinata negli altri Paesi democratici dell’Occidente». E la Dc sostanzialmente li lasciò fare. Dopodiché, però, i laici per un verso e i radicali per l’altro non seppero trasformare la grande esperienza degli anni Settanta in qualcosa di politicamente solido, strutturato e duraturo.
L’istituzione delle Regioni creò più problemi di quanti ne risolse e «per il Mezzogiorno la regionalizzazione ha costituito un danno pressoché irreparabile». Dagli anni Settanta, poi, in Italia si realizzò «una democrazia assembleare così estesa da non avere riscontro in altri Paesi». Interessante ciò che Craveri dice circa il rapimento e l’uccisione di Moro (1978): la linea della fermezza adottata dai comunisti «si spiega soltanto con la necessità che essi avvertivano di respingere qualsiasi riconoscimento anche implicito delle Br come interlocutori politici, essendo a conoscenza della relazione che queste avevano con i sovietici». Anche se poi «non c’è alcuna considerazione plausibile che giustifichi il perché il Pci non abbia fatto nulla per salvare l’unico referente sicuro sulla scena politica per proseguire nella linea di collaborazione che avevano intrapresa, non avendo altra prospettiva politica». Acute sono le considerazioni di Craveri sull’assenza di aperture di Berlinguer a Craxi all’inizio degli anni Ottanta. E su quelle che Michele Salvati ha definito le «occasioni mancate» degli anni Novanta. Anni per i quali Craveri salva il governo di Giuliano Amato (di cui Ciampi sarebbe stato «debitore»).
Di Silvio Berlusconi dice che fu «un gestore solidamente agguerrito del potere anche se i suoi governi produssero pochi atti rilevanti». Ricorda che «consultava continuamente i sondaggi d’opinione e ne seguiva le indicazioni come i re e gli imperatori dell’età di mezzo facevano con gli astrologi». Tutto «filtrava per l’orecchio del capo, che era conforme a quello fattosi costruire dal tiranno di Siracusa Dionisio». All’inizio poté giovarsi di «un vecchio e astuto trasformista pugliese», Giuseppe Tatarella, e della «rozzezza pagana» di Umberto Bossi. In seguito si contornò di un personale politico «non all’altezza». E complessivamente non all’altezza dell’epoca storica successiva alla caduta del Muro di Berlino gli appare anche (con poche eccezioni) il ceto politico che a Berlusconi si è opposto. Mai si erano letti giudizi così spietati sugli ultimi settant’anni di vita politica italiana.

Bibliografia
Esce in libreria dopodomani, giovedì 20 ottobre, il saggio di Piero Craveri L’arte del non governo. L’inarrestabile declino della Repubblica italiana (Marsilio, pagine 592, e 25), nel quale l’autore, professore emerito di Storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa, trae un bilancio critico dell’opera svolta dalla classe politica italiana dall’immediato dopoguerra ai giorni nostri. Tra le storie dell’Italia dal 1945 in poi, quella di Pietro Scoppola, La Repubblica dei partiti (il Mulino, 1991) si concentra sulle dinamiche del sistema politico, mentre la Storia dell’Italia repubblicana di Silvio Lanaro (Marsilio, 1992) privilegia la dimensione economica e sociale. Da segnalare anche la Storia della Prima Repubblica di Aurelio Lepre (il Mulino, 2004) e due volumi di Guido Crainz editi da Donzelli: Il paese mancato (2003) e Il paese reale (2012).
«Corriere della sera» del 17 ottobre 2016

I conti con la storia e la scelta di abbattere la casa di Hitler

Adolf Hitler nacque a Braunau am Inn il 20 aprile 1889, figlio del doganiere Alois e della sua terza moglie Klara Pölzl: ora la casa dove visse per tre anni sarà abbattuta
di Sergio Romano
La distruzione della casa natale di Hitler a Braunau appartiene a una delle tradizioni meno nobili della storia umana. Posso immaginare che non sia piacevole per i 17.000 abitanti di questo piccolo centro dell’Alta Austria assistere di tanto in tanto al nostalgico pellegrinaggio di nazisti impenitenti. Il rischio esiste. Sappiamo che Jörg Haider, esponente di una destra che si definiva impunemente liberale, voleva organizzare a Braunau un congresso europeo e che vi sarebbe riuscito se Giovanni Malagodi, allora presidente dell’Internazionale liberale non glielo avesse impedito.
Ma i conti con la storia non si possono fare distruggendone le tracce. Non è lecito ricordare del passato soltanto le pagine più gradite e sopprimere quelle che sono motivo di imbarazzo e disagio. Hitler appartiene all’Austria. Gli anni passati a Vienna furono amari ma hanno formato la sua visione del mondo e i suoi gusti molto più di quanto sia accaduto a Monaco e a Berlino. Qui è nato il suo antisemitismo. Qui è stato trionfalmente accolto da una enorme folla plaudente nel marzo del 1938.
Paradossalmente la distruzione della casa di Braunau è stata decisa quando è nelle librerie da pochi mesi una nuova edizione del Mein Kampf; due volumi di grande formato che pesano cinque chili e contengono il testo di Hitler, una lunga prefazione (80 pagine), la lista delle traduzioni del libro in altre lingue, una bibliografia (122 pagine), cenni biografici sulle persone citate, un indice analitico (70 pagine), una documentazione iconografica sui luoghi abitati da Hitler negli anni in cui l’opera fu scritta, una sterminata bibliografia e 3.500 note.
Gli studiosi tedeschi non hanno bruciato le copie rimaste del libro di Hitler, come forse avrebbero fatto i distruttori della casa di Braunau. Hanno preferito seppellire l’autore sotto la pietra tombale della migliore filologia germanica.
«Corriere della sera» del 18 ottobre 2016

09 settembre 2016

Pregiudizi e verità sull’amore, una rivoluzione incompiuta

Il tempo delle donne
di Barbara Stefanelli
Le donne sono riuscite a spingere il mito della maternità e l’utopia del piacere verso un’idea nuova che dia felicità?
Il primo anno abbiamo parlato di lavoro, perché l’indipendenza economica delle donne resta la più potente rivoluzione possibile per spingere l’Italia verso una modernità che non si fermi alla vetrina di poche. Il secondo di maternità, scoprendo in diretta quanto siano importanti i padri per una condivisione dei compiti (e delle emozioni) che superi lo schema mai decollato della conciliazione pensata solo al femminile. Quest’anno il Tempo delle Donne — festival, festa, convegno del Corriere della Sera — ha scelto di indagare sull’amore e sul sesso in Italia. E molti ci hanno chiesto perché. Perché proprio questo tema al centro di un’inchiesta lunga e radicale, che ha coinvolto decine di giornalisti e che si apre ora al confronto con le lettrici e i lettori?
Una risposta la prendiamo in prestito dal libro che ha segnato il 2016: La scuola cattolica, di Edoardo Albinati, il quale ha messo a nudo il corpo degli uomini lungo centinaia e centinaia di pagine ancorate al delitto del Circeo. Scrive Albinati: «Si direbbe che il sesso riguardi solo la vita privata degli individui, unicamente la loro camera da letto, e invece scuote da cima a fondo l’intera società per poi rimodellarla in forme nuove, riposizionando tutti i valori, riformulando i rapporti (...). La passione sessuale è l’origine stessa della personalità».
Se questo è vero, come crediamo, qual è lo stato delle cose mezzo secolo dopo il ‘68 che fece della liberazione sessuale un punto di ripartenza nelle relazioni tra gli uomini e le donne? Quella «nuova economia morale» — che l’Europa abbracciò in nome di un riconoscimento incondizionato del piacere femminile e del diritto di tutti a una ricerca personale non più domata da codici eterodiretti che si erano fermati ai valori dei bisnonni — ha davvero cambiato le parole e i pensieri degli italiani 53 anni dopo i Comizi d’amore raccolti da Pier Paolo Pasolini?
I cambiamenti ci sono stati e ciascuno li può misurare accostandoli ai racconti che le famiglie custodiscono di generazione in generazione. Conosciamo l’euforia della sperimentazione, tra gli Anni 60 e 70, e le inquietudini che la solitudine etica può generare rispetto agli alti scudi della «morale comune» o del «comune senso del pudore». Oggi — spiega Carmen Leccardi in uno studio dedicato a Le trasformazioni della morale sessuale e dei rapporti tra i generi — ci troviamo di fronte a nuove forme di regolazione sociale della sessualità, di natura individualizzata, e non a un’assenza di norme. Ma la chiamata alla responsabilità in tema di scelte morali è impegnativa, spesso faticosa, perché lascia spazio tanto a incertezze e timori quanto a movimenti organizzati di opposizione. Nel ventunesimo secolo — commenta Marta Boneschi a conclusione di Senso, straordinario racconto-resoconto dei costumi degli italiani che attraversa la cronaca, la Tv, il cinema, i romanzi, i giornali «per soli uomini», le parole delle encicliche e quelle dei primi siti porno, le piazze, le aule parlamentari — «l’esperienza del sesso si presenta densa di problemi e ansie, non meno che alla fine dell’Ottocento». E questo nonostante un’onda gigantesca sia passata sulle nostre vite, ribaltando le leggi e rovesciando le parole per dirlo. Nel dizionario Bergoglio del 1896, lo stupro è «corrompimento di verginità»; nel Garzanti 1994 «un atto sessuale imposto con la violenza»; una vergine era «una femmina pura e innocente», sarebbe diventata «una donna che non ha mai avuto rapporti sessuali».
I bilanci in campo sentimentale e sessuale sono riservati, resistono a una sintesi generazionale, è vero, tuttavia dopo mesi di inchiesta una sensazione diffusa si impone ed è quella di una rivoluzione incompiuta. «Noi donne — ragiona Barbara Mapelli, femminista, partendo da un suo ricordo del raduno al Parco Lambro con quell’atmosfera da "cuccagna" collettiva, per tornare ad attingere alle pagine di Albinati — volevamo scrollarci dalle spalle e dalla vita il pesante basto della sessualità non riconosciuta, non consentita, repressa: ciò che volevamo era più che legittimo, ma forse lo abbiamo vissuto con ingenuità e presunzione, come se bastasse voltare una pagina...».
Restano spazi oscuri nel profondo dei corpi; salgono e risalgono in superficie pregiudizi e stereotipi dei quali sorridiamo in tempi di tregua; non arretra il baratro del controllo sulle donne dove si spinge feroce una parte degli uomini per spegnere il disagio, la paura di essere fuori tempo massimo. Ed è qui — nel terreno franato di un’educazione sentimentale, sessuale, di genere sempre temuta, o solo sottovalutata, e di conseguenza allontanata anche dai nostri figli — che le radici della violenza crescono ancora e ancora, sorprendendoci quasi ogni giorno.
Non avevamo arredato case dove potevamo amare ma anche andare via, in pace e rispetto? E «la democrazia sessuale» non si era sostituita a ogni forma di omofobia? Ancora: le donne — prime protagoniste di quella rivoluzione — sono riuscite a ridisegnare il mito della maternità e l’utopia del piacere, a svestire e rivestire mito e utopia in un’idea nuova, affrancata da ideologie contrapposte, l’unica capace di rifondare la nostra ricerca individuale di felicità?
A questa domanda la risposta è sì: ci stiamo provando, ma non possiamo fermarci. Come non possiamo — e non vogliamo — smettere di scrivere e riflettere sull’amore. Il viaggio è lungo e non prevede una fine, perché le cose cambiano e noi con loro. Ma questo scarto non toglie senso alla ricerca e alla narrazione della ricerca stessa. Al contrario.
C’è una seconda ragione che ha dato forza a questa inchiesta del Corriere. L’abbiamo immaginata e approfondita nel tempo perché eravamo liberi e libere di farlo. Nella stagione del burka da vietare, del burkini non da vietare ma per noi incomprensibile, degli agguati a come viviamo e siamo, in questa stagione di paure e crisi tutte ingarbugliate, indagare sul sesso e sull’amore, sulle relazioni tra uomini e donne, tra uomini e uomini, tra donne e donne, è un’espressione della nostra identità. Di quella cultura — europea e d’Occidente — alla quale apparteniamo, nella quale ci riconosciamo guardandoci l’un l’altra, alla pari. Una cultura di libertà che non dobbiamo soltanto difendere quando siamo sotto attacco, nell’elaborazione del lutto, ma tornare ad affermare con forza, nella riflessione su come stiamo e come vorremmo stare, insieme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2016

10 ottobre 2015

C'è del marcio nella grandeur britannica

J'accuse
di Roberto Festorazzi
A metà dell’Ottocento, il socialista e 'cartista' inglese Ernest Jones replicò alla vanteria secondo la quale sull’Impero di Sua Maestà il sole non tramontava mai, con la battuta scudisciante che in quella superficie sterminata di domini e possedimenti pure il sangue non asciugava mai. L’elenco dei crimini compiuti dai colonialisti britannici, nell’arco di quattro secoli, è impressionante: si va dalla tratta degli schiavi alla repressione delle sollevazioni dei repubblicani irlandesi, dalle tre guerre dell’oppio cinesi al soffocamento delle insorgenze indiane. Sarebbe in ogni caso sbagliato pensare che la morsa di ferro degli inglesi abbia allentato la presa all’avvicinarsi della decolonizzazione: al contrario, alcuni degli episodi più efferati della dominazione britannica si sono svolti, per così dire, fuori tempo massimo, tanto che si può parlare di un vero e proprio colpo di coda dell’imperialismo targato 'Union Jack'.
Ce ne offre un esempio illuminante lo storico marxista inglese John Newsinger, il cui Libro nero del colonialismo britannico viene ora proposto in edizione italiana (21 Editore, pagine 390, 15,00 euro). L’autore mostra anzitutto come anche il Regno Unito abbia i suoi 'armadi della vergogna'. Soltanto in anni recenti, infatti, in occasione della causa intentata contro il governo di Londra da quattro kenioti vittime di orrende torture negli anni Cinquanta del secolo scorso, dal sancta sanctorum degli archivi coloniali di Hanslope Park, nel sudest dell’Inghilterra, è emersa un’intera, imbarazzante collezione di carte 'smarrite': 294 scatoloni contenenti 1.500 fascicoli riguardanti le atrocità compiute in Kenya sulle etnie ribelli, in particolare i Kikuyu. È la pagina di tenebra della rivolta dei Mau Mau, che provocò, entro la fine del 1954, lo sradicamento della popolazione in maggioranza Kikuyu dai distretti ove era insediata, e l’internamento di 77.000 persone.
Per stroncare la guerriglia dei Mau Mau, il governo britannico ricorse a misure spietate. Risultato, 1.090 ribelli impiccati e altri 11.503 uccisi nel corso di scontri, per non parlare dell’endemico ricorso alla tortura. Tanto che Newsinger arriva a chiedersi «come sia stato possibile che governi inglesi guidati da figure rispettabili quali Winston Churchill, Anthony Eden e Harold Macmillan siano stati in grado di gestire lo scandalo senza che l’opinione pubblica chiedesse spiegazioni». La risposta a questa domanda retorica giunge appena poche righe dopo: «Il ministro delle colonie Alan Lennox-Boyd, negli anni Trenta simpatizzante dei fascisti, dopo il suo ritiro ammise con franchezza di essersi lui stesso impegnato attivamente in «operazioni di insabbiamento a favore delle forze di sicurezza».
Altre pagine ignominiose sono quelle riguardanti la gestione 'terroristica' delle carestie che colpirono vari territori sottoposti al dominio inglese. L’ultima, in ordine di tempo, fu quella che s’abbatté sul Bengala, nel 1943-44, provocando la morte per fame di 3,5 milioni di uomini, donne e bambini. Churchill fu inflessibile nell’impedire che scorte di granaglie destinate alla Madrepatria, e provenienti da altre zone dell’Impero, fossero dirottate per soccorrere le masse indiane. A un suo fedele sostenitore, dentro il Partito conservatore, come Leo Amery, non celerà il suo disprezzo razzistico per i poveri sudditi della regione asiatica: «Io gli indiani li odio. Sono un popolo di bestie, con una religione da bestie». Non era andata molto diversamente, un secolo prima, con la spaventosa carestia che ferì l’Irlanda, a causa di un fungo infestante che distrusse i raccolti di patate. I tuberi costituivano la principale fonte di sostentamento per la popolazione dell’isola, che venne falcidiata dalla denutrizione.
I governanti di Londra, asserragliati nelle gabbie mentali del loro liberismo darwiniano, non mossero un dito per aiutare gli irlandesi. Risultato: un milione di morti e un altro milione costretto, per sopravvivere, a emigrare al di là dell’Atlantico. Un altro, grande peccato storico che grava sulla coscienza della nazione britannica è quello riguardante la tratta degli schiavi. L’autore quantifica in almeno 3 milioni la cifra complessiva dei neri trasportati su navi inglesi, dall’Africa alle Americhe, dal 1690 fino all’abolizione della schiavitù, nel 1807.
Newsinger è polemico verso la corposa tendenza culturale, in atto oggi in Gran Bretagna, che punta alla rivalutazione del passato coloniale come veicolo di civilizzazione. Un’atmosfera da revival che ha contagiato anche l’attuale premier conservatore, David Cameron, secondo il quale è giunta «l’ora di smettere di scusarsi». Una posizione poco giustificabile, perché sarebbe invece arrivato il momento di fare i conti con una sanguinosa eredità di sangue che ha ipotecato lo stesso percorso della decolonizzazione, con esiti ben visibili ai giorni nostri. Del resto è un fatto che, complice il silenzio del circuito mediatico inglese, molta parte dei sudditi di Sua Maestà ignori completamente l’ecatombe provocata dalla carestia del Bengala. Una strage rimossa che meriterebbe il nome di genocidio.
«Avvenire» del 3 ottobre 2015

11 settembre 2015

Wagner, Hitler e la "musica" del nazismo

Il museo a Bayreuth
di Giacomo Gambassi
Il volto di Adolf Hitler, incorniciato fra le svastiche sulla facciata del teatro del Festival di Bayreuth, compare in uno schermo della casa di Siegfried Wagner. Si varca una porta ed ecco la sala da pranzo con un caminetto in pietra e un lampadario in ferro battuto. Il totem spiega che intorno al lungo tavolo si sono seduti gli eredi di Richard Wagner assieme ad Arturo Toscanini o Richard Strauss, ma anche con Hitler e il ministro della propaganda Joseph Goebbels che erano ospiti fissi. Sul pavimento un display mostra i nipoti del compositore, Wieland e Wolfang, accanto al Führer nel 1934.
Dalle finestre si vede Villa Wahnfried, la tenuta nel centro di Bayreuth dove Wagner ha trovato «pace» (come lui stabilì fosse scritto all’esterno) e ha trascorso l’ultimo scorcio della vita. La villa in stile neorinascimentale, la casa di Siegfried (figlio del compositore) e una nuova dépendance dai lineamenti contemporanei formano il nuovo museo di Richard Wagner.
È stato appena aperto nella cittadina della Baviera scelta dall’irrequieta penna per custodire il suo “verbo” musicale con il Festival voluto dal genio romantico nel teatro fatto costruire a misura delle sue partiture, il Festspielhaus. Un “tempio” che negli anni del Terzo Reich è stato il megafono musicale del nazismo e su cui ancora aleggia quell’aurea “nera” figlia dell’incontro fra Hitler, le creazioni di Wagner e i parenti dell’autore del Ring. Da Bayreuth è passato un pezzo di storia della Germania con le sue vette artistiche e le sue barbarie ideologiche. «Wagner è una pietra miliare dell’identità cittadina», afferma il sindaco Brigitte Merk-Erbe accanto alla tomba del maestro nel giardino della villa. E una delle pronipoti, Nike Wagner, scherza: «Col nuovo allestimento è stato costruito un bar vicino alla lapide. Così emenderà il ricordo di Hitler che qui ha dormito».
«Il museo non sarebbe stato completo se non avessimo affrontato anche questo controverso aspetto», spiega il direttore Sven Friedrich. Per metterlo a fuoco serve entrare prima di tutto dentro Villa Wahnfried edificata fra il 1874 e il 1876 grazie a Ludovico II, il “re folle” di Baviera stregato dalla musica di Wagner e suo prezioso mecenate. La casa è stata bombardata nel 1945 e i Wagner l’hanno abitata fino al 1966 prima di cederla al municipio. Nel piano rialzato viene narrata la vita del cantore di Sigfrido e Brunilde con scritti, spartiti, oggetti, abiti. E fra le stanze è collocata la pagina autografa del pamphlet Il giudaismo nella musica in cui Wagner descrive l’influenza «corruttrice» del popolo eletto e se ne auspica l’eclisse. Gli storici sostengono che il suo antisemitismo non è soltanto espressione del clima culturale tedesco di metà Ottocento ma scaturisce anche dall’incubo di essere figlio di un ebreo, l’attore Ludwig Geyer, sposato in seconde nozze dalla madre.
L’ossessione contagia la moglie Cosima, figlia di Franz Liszt, che dopo la morte di Wagner, nel 1883, sarà per trent’anni la “guardiana” della sua musica e la direttrice del Festival. Proprio a Bayreuth metterà in scena nel 1888 un’edizione dei Maestri cantori di Norimberga senza «impuri», ossia senza artisti di origine ebraica. Lo ammette la mostra “Voci silenziate” dedicata agli ebrei estromessi dal Festival che le pronipoti di Wagner, Eva Wagner-Pasquier e Katharina, oggi direttrici della rassegna, hanno voluto nei giardini del Festspielhaus. Insieme con il nuovo museo è un modo per fare luce sugli anni oscuri di Bayreuth: nella mostra per desiderio della famiglia Wagner; a Villa Wahnfried su richiesta delle istituzioni, dal Comune al Governo federale, che con 22 milioni di euro hanno finanziato il riassetto della struttura aperta per la prima volta nel 1976.
Intorno a Cosima nasce il “circolo di Bayreuth”: è un cenacolo di devoti di Wagner ma diventerà una congrega di antidemocratici e antisemiti. A fomentare questi sentimenti l’inglese Houston Stewart Chamberlain, marito della figlia di Wagner, Eva, e autore del libro I fondamenti del diciannovesimo secolo in cui esalta la razza ariana. Con lui sarà un’altra inglese, Winifred, moglie di Siegfried, a sancire il binomio Wagner-Hitler, a 40 anni dalla morte del compositore. Adottata dal pianista Karl Klindworth, respira in famiglia il nazionalismo teutonico e sposa il figlio di Wagner, di 28 anni più anziano, per coprine l’omosessualità.
Nel nuovo museo lo studio di Winifred, in un angolo della casa di Siegfried, aiuta a comprendere il “Wagner nazista”. Si rivela il primo incontro fra lei, il marito e Hitler nel 1923; la sua iscrizione al Partito nazionalsocialista nel 1926; l’intima amicizia con Adolf a cui dà del “tu”; la presenza costante di «zio Wolf» (così Winifred chiama il dittatore) a Villa Wahnfried e nel teatro di Wagner anche prima dell’ascesa al potere nel 1933. Già Siegfried, riaprendo il Festival nel 1924 dopo la grande Guerra, ne fa una ribalta nazionalista, ma sarà la “signora di Bayreuth” – com’è soprannominata Winifred – a trasformarlo in un «palcoscenico della propaganda nazista» quando nel 1930 ne assume la direzione alla morte del marito. Un’operazione grazie a cui la nuora «salvaguardia il Festival» assicurandosi «cospicui finanziamenti» del Reich e «una significativa autonomia» artistica, precisa Friedrich. Qualcuno l’ha descritta come amante di Adolf: lei ha sempre smentito, persino in un’intervista del 1975 dove – fa sapere il museo – rimarca la sua ammirazione per Hitler.
La corrispondenza d’amorosi sensi fra il Führer e i Wagner è cercata anche dal dittatore che si innamora del genio di Lipsia fin da ragazzo. Nel Mein Kampf racconta: «A dodici anni ho visto la mia prima opera, Lohengrin. In un istante ho compreso che il mio entusiasmo per il maestro di Bayreuth non avrebbe conosciuto limiti». Dirà anche: «Il suo pensiero mi è intimamente familiare». Hitler eleva la musica di Wagner a colonna sonora del regime: impone di eseguire i Maestri cantori dopo la “giornata di Potsdam” del 1933 e ne fa l’emblema del Führerkult; usa Rienzi nelle cerimonie ufficiali; fa suonare la marcia funebre di Sigfrido (tratta del Crepuscolo degli dei) nelle esequie dei gerarchi.
Le saghe germaniche, al centro dei lavori wagneriani, giocano un loro ruolo nell’appropriazione hitleriana del musicista che era un anticapitalista anarchico (come emerge dal ciclo dell’Anello del Nibelungo) seppur con tratti aristocratici. Va perciò considerata un’usurpazione la manovra che innalza Wagner a profeta del nazionalsocialismo nonostante alcuni suoi scritti. Durante il Reich si realizza una strumentalizzazione a posteriori delle sue partiture che ancora oggi continuano a essere gravate dal pregiudizio. È il caso del perenne “no” alle esecuzioni delle opere wagneriane in Israele. Persino il suo antisemitismo “teorico” è contraddetto da lui stesso: per la prima di Parsifal a Bayreuth nel 1882 sceglie personalmente come direttore d’orchestra l’ebreo Hermann Levi. L’intero maneggio nazista rimuove anche le debolezze umane presenti nei drammi musicali: persino Lohengrin, caro al dittatore, non lo si vede alla stregua di chi è condannato all’incomprensione, come voleva Wagner. Ed è delirante la rilettura di Parsifal da parte del Führer che indica il titolo come fondamento “sacro” della sua ideologia: «Quello che si celebra non è una religione cristiana schopenhaueriana della compassione, ma il sangue puro e nobile» del popolo ariano.
Nel secondo dopoguerra la denazificazione di Bayreuth rimane a metà: esiliata Winifred, i suoi successori alla guida del Festival, i figli Wieland e Wolfgang, preferiscono lasciarsi alle spalle il passato piuttosto che scandagliarlo. Adesso provano a voltare pagina le pronipoti e un museo (rivisto e corretto) da visitare.

IL NUOVO MUSEO DI WAGNER A BAYREUTH
Non c’è solo il rapporto fra il clan Wagner e il nazismo nel nuovo museo dedicato al rivoluzionario compositore tedesco a Bayreuth. Fulcro dell’esposizione è Villa Wahnfried, la casa dove Wagner ha composto parte del Crepuscolo degli dei e l’intero Parsifal. La villa conserva segmenti degli arredi originali e nel salone affacciato sul giardino dove è sepolto il maestro si trova la sua biblioteca. Fra i volumi “italiani” spiccano quelli su Dante Alighieri e sui musicisti Gioacchino Rossini e Gaspare Spontini. Interessante la serie di libri sulla vita di Lutero. Nel piano rialzato viene ripercorsa la vita del genio romantico anche con gli spartiti di tutte le sue opere. Ma il “tesoro” si trova nei sotterranei dove può essere ammirata l’intera partitura originale di Tristano e Isotta. Accanto alla villa è stata aperta per la prima volta la casa di Siegfried, figlio di Wagner, in cui viene documentato il passato hitleriano della famiglia. Sul lato opposto è stato costruito un nuovo edificio dove si narra la storia di Villa Wahnfried e quella del Festival wagneriano con costumi di scena e modellini degli allestimenti proposti nella rassegna voluta da Wagner fin dal 1876.
«Avvenire» del 4 settembre 2015

30 luglio 2014

Noi all’inferno senza morire

Amori, affanni, attesa per il ritorno. E l’Italia in armi imparò a scrivere
di Paolo Di Stefano
Guerra (ed emigrazione) spinsero una generazione analfabeta a prendere carta e penna. Quasi 4 miliardi le lettere e le cartoline scambiate
Il censimento del 1911 registrava in Italia un tasso di analfabetismo medio del 37,6 per cento, nettamente più alto di quello delle maggiori nazioni europee. Furono l’emigrazione e la guerra a spingere gli illetterati verso la scrittura: una scrittura di necessità, alquanto sgrammaticata, ma non per questo priva di capacità comunicativa, anzi. Lo storico Antonio Gibelli definisce la Prima guerra mondiale «smisurata ed estrema in ogni suo aspetto»: e smisurata lo fu anche per la quantità enorme di scambi epistolari. All’indomani del conflitto, nell’ottobre 1919, «La Lettura», il mensile del «Corriere della Sera», attestò una movimentazione di quasi 4 miliardi di lettere e cartoline postali (messe a disposizione della Croce Rossa) tra quelle inviate dal fronte, quelle spedite dai civili ai militari impegnati in guerra e quelle scambiate tra commilitoni dislocati in diverse parti del fronte. Alla sterminata mole di epistolari bisogna aggiungere i diari e i taccuini privati, scritti a conflitto in corso o a posteriori.
Fabio Caffarena, studioso di scritture popolari che ha dedicato un saggio alle Lettere dalla Grande guerra (Edizioni Unicopli), sottolinea come sia possibile, attraverso gli epistolari, «mettere in luce le sfumature della guerra, evidenziare lo scarto che si determina tra il succedersi degli episodi bellici collettivi e i percorsi individuali all’interno dell’evento». L’epidemia della scrittura, aggiunge, contaminò tutti i combattenti, colti e incolti, con peculiarità linguistiche ed emotive del tutto singolari, rappresentando spesso una sorta di acculturazione indotta dalle urgenze pratiche e psicologiche.
Certo, la «guerra narrata», come segnala un capitolo del volume di Gibelli L’officina della guerra (Bollati Boringhieri), non è priva di cerimoniali rigidi, formule fisse, moduli stereotipati. È quanto ebbe a osservare con malcelata delusione il critico e filologo viennese Leo Spitzer che, da ex addetto alla censura austriaca, nel 1921 riunì e studiò i documenti epistolari dei prigionieri italiani. Va pur detto che alla rozzezza sintattica e morfologica dei testi — spesso improvvisati nei momenti di pausa e redatti su fogli precari magari appoggiati sulle ginocchia — non corrisponde affatto una piattezza espressiva né una banalità di contenuti. «Scrivere significava essere ancora vivi», annota Caffarena. E d’altra parte le missive di familiari e amici rappresentavano, per i soldati al fronte, la certezza di non essere stati abbandonati dai loro cari».
Il repertorio tematico, come si può immaginare, è molto ampio e dipende da vari fattori contingenti e personali. Ma alcuni motivi ricorrenti sono già stati individuati da Spitzer in altrettanti paragrafi del suo studio. Vediamoli con qualche breve estratto. Le rassicurazioni sulla salute e sull’umore: «Io dico che voglio stare alegro e mifacio sempre coraggio». Le scuse per la cattiva scrittura: «Rosa perdona della mia schifosa calligrafia». L’ansia di avere notizie e la gioia di ottenerle: «Sono con il cuore in mano per ricevere qualche tuo scritto». Il tormento della lontananza: «Och Cuor mio Quanti dolori och quanti pensieri (…) apensare La nostra distanza, la lontananza fra noi miserri e disgraziati». La fedeltà del sentimento: «La vita mi è di peso ma solo a pensare al tuo ritorno mi rianimo». L’attesa speranzosa della pace: «Addio tesor mio, soltanto mi auguro che presto tuonerà il cannone della pace e della vittoria». E poi: il racconto di un sogno premonitore o di un incubo; la richiesta di una fotografia o il commento di un’immagine. Il grande capitolo dei richiami alla vita familiare in corso: «Il nostro piccolo A. diventa tutti i giorni più grande e grasso ma la cattiveria supera la sua grandezza, egli vorrebbe sempre essere in strada oppure in stalla colle bestie».
Le implorazioni d’amore, come questa rivolta da un istriano alla sua sposa: «I vostri cari ochi dicono che non potete eser versa di chi vi ama crudele (…) che un amante piu fido di me non potete trovare, dite se avete qualche altro amante sesiete impegnata». Le parole di conforto e la condivisione con i compagni di sventura. Il senso di rassegnazione e/o di coraggio: «Nelluomo allegro cè laiuto. sun sun corda. ame»; le espressioni di una religiosità popolare, spesso ingenua o rituale. E il versante frequentatissimo che riguarda le domande di denaro e di generi alimentari: «Se potete mandatemi due fugase cote soto il fuoco che ame sono tanto oro», implora un soldato padovano da una zona di retrovia; la fame (un argomento su cui Spitzer ha scritto un importante saggio mai tradotto in italiano) e i disagi del cibo: «Caro padre — scrive, alla vigilia di Natale, un soldato in Boemia al genitore genovese — questo anno non si pesta il bacala oggi la vigilia abbiamo mangiato patate con sale perché qua non se ne conosce oglio e per non cundire colo lardo abbiamo mangiato questo»; le richieste di incarichi e di informazioni pratiche da parte di padri e mariti preoccupati del destino delle terre o dell’officina al paese.
Altri esempi? Una bellissima lettera citata da Caffarena e inviata da Gorizia il 17 febbraio 1917 al fratello da Salvatore, un soldato calabrese, testimonia bene la ricchezza dei motivi e dei toni schietti, a tratti incandescenti, concitati, autocommiserativi, involontariamente tragicomici: siete corrivo verso di me io non ti do’ torto, però la colpa non è mia se da Catanzaro non ti ho avertito. La colpa è di quel cornuto del tenenti che l’ultimo giorno che dovevamo partire ci fece uscire dopo le sette (…)». Si accenna all’invio di un «pacco con i calzetti di lana», aggiungendo che «adesso ne ho quattro paia e le tengo nascoste per paura che me li rubano perché qui vi è pure la nera». Viene descritta la condizione bellica precaria: «Si va male, le cannonate piovono tutti i momenti di giorno e di notte. Siamo vicini dei nemici. Le Cannonate, tanto delle nostre quanto di quelle austriache passano friscando sopra la nostra testa». Si racconta un «duello» tra aeroplani, uno dei quali «forse ha caduto nelle trincei».
Salvatore si sofferma anche sul suo lavoro in un’«officina elettrica», ma precisa che «ci anno fatto pure l’istruzione di lancia bombe ed un giorno abbiamo dovuto sparare due bombe di sopra il ponte dell’Isonzo. Mi anno dato pure la maschera contro i Gas asfissianti. Spero iddio che mi aiuta ma come vedo le cose si stanno complicando». Viene agitato il solito spettro della fame: «A noi per Economia ci danno sempre riso imbrodo (…). Qui alle soldati non basta la pagnotta e pane non se ne trova con i danari». Il denaro non basta: una cipolla costa 4 soldi, 3 soldi un’arancia, 26 soldi la pasta. «Io ho trovato il modo di mangiarmi due gavette perché ce uno amico mio che è cucinieri».
Qualcuno è più fortunato di Salvatore, come il contadino di Scicli Adriano Arrabito, che un Natale — lo racconta nel suo diario — si vede recapitare al fronte dalla famiglia un pacco pieno di dolci, aranciata, «citrata ben lavorata», fichidindia «di ottima qualità», condividendo tutto con i commilitoni. Adriano è uno spirito notevolmente più ottimista di Salvatore, che non risparmia al fratello le proprie ansie. Il giovane Arrabito, finito in una trincea della val d’Assa, preferisce affidarsi all’afflato religioso (protestante) e all’amore cieco per i suoi genitori (a cui invia 20 delle 43 lire mensili che riceve): «Il mio pensiero era sempre rivolto verso la mia cara famiglia che tanto amavo di vero cuore»; si lascia catturare dalla bellezza del paesaggio, «alberi di pini, cime di diversi montagni, cielo e terra»; apprezza i lamponi e «le funghe porcine». Aspetta un cenno di consenso a proposito di un agognato fidanzamento a distanza con Maria e quando riceve la lieta novella, gioisce: «A tale notizia il mio cuore provò tanta gioia perché il mio proponimento avviava verso il mio desiderio d’amore».
Linguaggi poveri, ma ad alta temperatura espressiva. Rare (certo, anche per lo spauracchio della censura) le esplicite condanne del conflitto o le invettive antipatriottiche, anche se, d’altro canto, la guerra non viene generalmente sentita come un ideale cui aderire con ardore: consapevolezza, piuttosto, realismo, un atteggiamento ben lontano da certe manipolazioni monumentalizzanti ufficiali. O qualche rimpianto per la vita civile lasciata al paese, come si intuisce leggendo la prosa decisamente malferma del contadino roveretano Massimiliano Sega, che pensa e ripensa al bestiame e ai terreni di casa: «Io stava bene zenza reztarhge un ssoldo a nenssuni in fatti dormiva trancuillo, e desso ssono un poveretto redutto zenza niente».
Spesso e volentieri, i disagi e i pericoli vengono invece taciuti a beneficio della tranquillità dei familiari, i quali però a volte riescono a cogliere l’inquietudine tra le righe. È il caso di Angela Gottero, la quale il 19 dicembre 1915 da Bibiana (Val Pellice) scrive al marito Luigi, fante contadino che in una lettera precedente aveva alluso a dieci giorni di combattimenti: «Si vede proprio che non mi vuoi spaventare perché non mi parli di niente di come ai passato quei 10 giorni beati ma il mio cuore mi dice che abbi volontà di dirmi tantissime cose ma che non abbi il coraggio». Probabilmente Angela ha ragione. In altri casi, la reticenza non riesce a trattenere la potenza tracimante dell’angoscia: «Non posso racontarti tante cose ti dico solo che sono caduto nell’inferno sensa morire», scrive un prigioniero da Feldbach a Candiolo (Torino). E se c’è viceversa chi esibisce baldanzosamente la propria crudeltà («Statemi a sentire come ebbi la bella sorte di poter sparare a un zuccone e vederlo nella propria trincea cadere a terra»), altri ammettono il trauma e la dolorosa responsabilità. Come quel tale Molinari che racconta alla moglie di aver dovuto fucilare, con altri sei soldati, un commilitone sospettato di voler fuggire: «Poverino si vede che non aveva proprio coraggio, e per cuesto a avuto la fucilazione al petto; lanno fatto sedere su di una pietra e la è bisognato spararci per forsa perché dietro di noi cera la mitragliatrice, e poi siè comandati non bisogna rifiutarsi, ma per questo io son molto dispiaciuto ben che ne ò visti tanti di morti, ma così mi ha fatto senso a letà di 34 anni… bisogna anche esere asasini».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014

Distanze grandi, disciplina feroce. Leoni in battaglia agli ordini di asini

Milioni di caduti e generali spesso crudeli, incapaci e ignari della modernità
di Paolo Rastelli
L’esercito britannico nella Prima guerra mondiale? «Leoni guidati da asini», secondo lo storico Alan Kenneth Clark. E Lloyd George, primo ministro di Sua maestà nella seconda parte del conflitto e fino alla vittoria finale, disprezzava i generali e i loro «cervelli pieni di inutili cianfrusaglie». Più o meno le stesse cose sono state scritte anche in Francia e in Germania. Per non parlare dell’Italia, che, anche per reazione alla santificazione delle trincee operata in epoca fascista, in un secondo tempo ha potuto aggiungere senza sforzo alle critiche e alla sfiducia nei confronti dei comandanti della Grande guerra i disastri avvenuti nel Secondo conflitto mondiale coinvolgendo nel disprezzo tutte le gerarchie militari.
A favore di questo modo di pensare milita prima di tutto la lugubre contabilità dei caduti: le cifre più accreditate danno 5,14 milioni di morti per le potenze dell’Intesa (su un totale di 22,2 milioni di perdite conteggiando anche feriti, prigionieri e dispersi), 3,38 milioni per gli Imperi centrali (su 15,4 milioni). In Italia il dato più certo è quello dell’Albo d’oro dei caduti realizzato negli anni Venti, ora digitalizzato e riorganizzato nell’ambito dei grandi progetti di recupero della memoria storica del conflitto ad opera del Centro studi storico militari sulla Grande guerra «Piero Pieri» (presieduto dal colonnello Lorenzo Cadeddu) e dell’Associazione WW1 – Dentro la Grande guerra. Furono 529.025 i soldati, marinai e aviatori caduti su un totale di 4.872.213 combattenti che presero parte al conflitto. Ma lo stesso Centro studi «Piero Pieri» stima che un 15-20% di caduti non sia stato riportato nell’Albo d’oro. Una carneficina che impoverì a tal punto le Forze armate da costringere al richiamo di quasi un milione di riformati.
La cattiva fama dei capi militari nacque anche dalla pubblicistica pacifista negli anni tra le due guerre, dai poeti della «generazione perduta» come Siegfried Sassoon ai romanzieri come Erich Maria Remarque, che raccontano di comandanti ciechi a ogni pietà e di soldati spinti come pecore al macello e sottoposti a una disciplina inumana. Infine c’è stata un’intera generazione di storici, militari e non (il caposcuola fu Basil Liddell Hart), che ha descritto i generali come bruti selvaggi che con tenaglie sempre più grosse cercano di estrarre da una tavola di legno una vite, senza capire che basterebbe girarla. Negli ultimi anni, però, si assiste a un certo revisionismo, almeno in campo militare (di cui è un buon esempio il libro Mud, Blood and Poppycock, «Fango, sangue e scemenze», di Gordon Corrigan). È vero, tentare di sfondare le trincee tedesche e austriache scatenando loro addosso bombardamenti sempre più pesanti e soldati sempre più numerosi (le famose tenaglie) sembra tuttora un esercizio futile e sanguinoso.
Ma che alternative avevano i comandanti dell’epoca? La possibilità di superare i difensori senza perdere slancio e quindi ottenere uno sfondamento definitivo che rimettesse in movimento i fronti congelati alla fine del 1914 era al di là delle capacità dell’epoca: niente carri armati (i primi, rudimentali, apparvero nel 1916) per sfondare, niente paracadutisti ed elicotteri per un aggiramento verticale. E soprattutto nessuna capacità di controllo del campo di battaglia. Banalmente i progressi della tecnologia militare, la capacità di uccidere delle armi, la quantità di uomini che si potevano trasportare, nutrire e rifornire sul campo di battaglia avevano di gran lunga superato la capacità dei comandanti di incanalare e guidare le forze che avevano a disposizione.
Nel 1815 a Waterloo il duca di Wellington aveva mantenuto una salda presa sulla battaglia cavalcando lungo i 4-5 chilometri dello schieramento alleato e mandando i suoi ordini con gli aiutanti di campo che in pochi minuti raggiungevano ogni punto dello scontro. Il 1° luglio 1916, sulla Somme, gli anglo-francesi attaccarono su un fronte di 40 chilometri, ma le loro possibilità di comunicare, una volta cominciata l’avanzata, con i cavi telefonici spezzati dall’artiglieria e in assenza di radio portatili o almeno montate sugli aerei, in mezzo al fumo e alle esplosioni, erano più o meno quelle di Wellington, staffette e piccioni viaggiatori, ma in un ambiente infinitamente più ostile e mortale. Così qualunque successo non poteva essere sfruttato e qualunque ostacolo non poteva essere superato dall’azione di comando.
Sempre sulla Somme, racconta lo storico inglese John Keegan, si calcolò che ci volevano in media otto ore perché un messaggio raggiungesse il fronte dal quartier generale di divisione e lo stesso tempo era necessario per il percorso inverso. Il che voleva dire 16 ore tra la segnalazione di una forte resistenza sul fronte e le disposizioni di un comandante per superarla. E in 16 ore i difensori avevano il tempo di rinsaldare le linee. Così i generali non potevano fare altro che lanciare offensive su offensive, cercando di logorare le forze del nemico più di quanto logorassero le proprie. Un onere che ricadeva sugli alleati, visto che i tedeschi a ovest combattevano in suolo francese e non avevano nessun interesse ad attaccare finché non avessero regolato i conti con i russi.
Ma, si dirà, e gli austro-tedeschi contro gli italiani nel 1917, a Caporetto? Sfondarono e quasi sconfissero l’esercito italiano. Per loro queste limitazioni non valevano? Il problema fu prima di tutto che le truppe italiane erano schierate male e non per la difesa: il generalissimo Luigi Cadorna voleva al più presto riprendere gli attacchi e non ritenne di dover rettificare lo schieramento. Poi i tedeschi, rinforzati dopo la rivoluzione russa, utilizzarono per la prima volta una tecnica di infiltrazione lungo le valli che sconcertò i comandi e prese sul rovescio il fronte italiano. E soprattutto il nostro esercito, dopo 11 battaglie offensive sull’Isonzo, era tremendamente logorato, con centinaia di migliaia di vite consumate nelle offensive del 1915-17 su un terreno che era il più difficile tra tutti i fronti di combattimento e in un regime di disciplina che era in assoluto il più duro tra le forze belligeranti. Ogni esercito ha il suo punto di rottura, come scoprirono anche i francesi, con gli ammutinamenti del 1917. Noi l’avevamo raggiunto.
Comunque alla fine gli austro-tedeschi, anche in Italia, non vinsero. E anche l’Italia partecipò così a quel ridisegno dell’Europa per il quale aveva scelto di combattere, portando a casa Trento, Trieste e Istria. Un’Europa dalla quale erano spariti i grandi imperi, il tedesco, l’austro-ungarico, il russo, l’ottomano. Dove erano sorti nuovi stati fondati sul principio di nazionalità (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Austria, Ungheria, Finlandia, Repubbliche baltiche), all’interno dei quali però erano ospitate minoranze oppresse e riottose. Fonte di altre guerre, come si sarebbe visto nel 1939. Tanto che anche la nuova Europa, come il poeta che ricordava gli anni prebellici, nel 1919 avrebbe potuto ripensare «con affetto a ciò che ero».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014

Prima l’enfasi e l’eroismo, poi l’abisso. Gli artisti a tu per tu con i conflitti

Il Mart di Rovereto prepara l’esposizione dell’autunno. Un itinerario complesso che associa Balla alle cartoline e Kentridge alle fotografie
di Vincenzo Trione
Dal canto all’apocalisse. Dall’enfasi alla catastrofe. Dallo slancio all’abisso. In queste oscillazioni potrebbe essere racchiuso il dialogo tra gli artisti e la guerra, al centro della grande mostra che si terrà nei prossimi mesi al Mart di Rovereto (dal 4 ottobre), La Grande guerra che verrà non è la prima. Grande guerra: 1914-2014, promossa con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri - Commemorazione del centenario della Prima guerra mondiale: un’esposizione che conferma il Mart come uno tra i pochi musei italiani oggi impegnati in progetti di ricerca ambiziosi e sempre stimolanti. Un itinerario complesso, ispirato da due versi di Brecht («La guerra che verrà/ non è la prima…»), che radunerà materiali eterogenei (quadri, disegni, incisioni, fotografie, manifesti, cartoline, corrispondenze, diari, film, musiche) e li suddividerà in una serie di piani-sequenza dedicati ad alcune figure: soldati, donne, bambini, medici, religiosi, intellettuali, artisti.
Non si seguirà un criterio cronologico, ma ci si affiderà a un gioco di corrispondenze non sempre evidenti tra momenti non contigui. Servendosi di un inatteso montaggio tra «documenti» e «monumenti» — tra reperti e opere d’arte — verrà disegnato un racconto all’interno del quale si incontreranno testimonianze ed evocazioni. Narrazioni visive in diretta (Balla, Boccioni, Carrà, Severini, Depero, Beckmann, Sironi), trasfigurazioni (Baj, Boetti, Kentridge) e apologhi visivi a distanza (Mauri, Lucchi e Gianikian, Jarr, Paci, Sala, Farocki, Abdul). La filosofia sottesa a questo film involontario è chiara: considerare la guerra non come un episodio lontano e definitivamente archiviato, ma come un evento sempre vivo, che attende ancora un ininterrotto dispiegarsi di riscritture. Un evento che non appartiene a un’epoca particolare, ma dice il modo in cui l’Occidente guarda le cose: la loro natura, il loro disfarsi. Misurarsi con la guerra, perciò, significa misurarsi con il tema della cultura contemporanea.
In principio c’è l’epica moderna. Enfasi, slancio, passione. Sentimenti che ritroviamo innanzitutto nelle pronunce poetiche dei futuristi, per i quali la guerra è una sorta di potente medium. È strumento per radere al suolo edifici antichi e per favorire la rigenerazione del nostro pianeta dalle sue fondamenta: per spazzare via perbenismi, conservatorismi, prudenze, convenzioni, rituali. È mezzo liberatorio e purificatorio, quasi una «verifica sanguinosa» delle loro audaci teorie. Ed è «sola igiene del mondo», perché rivela una totalità che comprende e trascende l’individuo: dona la vita come unità dentro cui strappi e lacerazioni si compongono, «come i naufragi e le tempeste nella totalità del mare» (Magris). Ma la guerra è soprattutto il luogo dove si compie il trionfo dell’immaginazione. Lo spazio all’interno del quale vita e arte entrano in collisione, si confondono e si sovrappongono.
Il conflitto viene attraversato in prima persona (molti futuristi vanno al fronte) ed è estetizzato, sublimato. Alimenta i ritmi interni della poesia visiva, che sovente simula le onomatopee belliche; e suggerisce i vortici quasi astratti di Balla, gli impasti di Boccioni, le danze di Severini e le feste di Depero. In filigrana, la ripresa di alcune problematiche classiche. Nei poemi omerici, la guerra è «cosa bella», sede dell’eroismo, ambito dove si ha la traslucida manifestazione del talento dell’uomo, regno nel quale si altera l’ordine naturale dei fenomeni, impero dove atti e sacrifici vengono avvolti dentro la luce abbacinante della gloria: «La guerra — come ha ricordato Antonio Scurati (Guerra, Donzelli) — consentiva di vedere il valore lucente dell’eroe guerriero che s’illustrava nel duello, e in ciò risiedeva la sua bellezza». Poi questa tensione positiva si spezza.
È una rottura di cui si fa interprete Apollinaire, il quale, dopo aver elogiato le meraviglie dei campi di battaglia e l’incanto degli spari di fucile, si convince che la guerra è altro: macchina infernale, dramma orrendo, distruzione impietosa. Non è solo tripudio dell’intelligenza tattica, e non è esclusivamente inesauribile fonte fantastica. Ma è disordine, accidentalità, casualità. Non si fa mai dominare nella sua completezza. Si consegna a noi come dissonanza, come polvere. Determina disorientamento e smarrimento. Se ne possono catturare solo alcune schegge lancinanti: sfuggite a un insieme oramai deflagrato. L’artista agisce come un inviato speciale e come un archeologo: sceglie di svelare i conflitti del suo tempo; e ne trae frantumi, che poi ripone dentro arsenali di memorie del presente.
Si pensi all’epicedio dipinto da Picasso in Guernica, ma anche alle immagini allucinanti di un film come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E, poi, si pensi all’umanità post-umana, deforme e disperata dipinta da Fautrier, il quale, nella serie delle Teste d’ostaggio, ritrae i «vinti» dei campi di concentramento: profili tremolanti, talvolta sovrastati da piccole macchie di capelli; la carne è malata per il freddo e la denutrizione; illuminata da colori lividi, sembra prossima alla consunzione; ecco scabri teschi, detriti poveri e polverosi, grumi di carne, manipolati con gesti violenti. E ancora (per menzionare alcuni artisti che saranno al Mart): le ferite incise da Burri nei suoi sacchi e nei suoi legni; l’attraversamento dell’olocausto proposto da Mauri; le reliquie di Lida Abdul; le ricognizioni videoanimate sull’apartheid di Kentridge; i ricordi dolorosi filmati da Sala e da Paci; le fragili archiviazioni di rovine private di Lucchi e Gianikian. E lo struggente affresco fotografico di Adi Nes, immigrato in Israele nel 1950, autore di un’imprevista Ultima cena, nella quale, invece degli apostoli, ci sono dodici soldati i cui gesti replicano quelli del capolavoro leonardesco: un fermo-immagine che riesce a risultare agghiacciante.
Sono voci, queste, di quell’«età dell’estremismo» di cui ha parlato Marco Belpoliti. Artisti che pensano le loro opere come autentiche scritture della catastrofe attuale. Dunque, il canto. L’apocalisse. Infine, la metafora. Perché affrontare la guerra, soprattutto per i protagonisti dell’arte degli inizi del XX secolo, significa ancora altro. Allude all’essenza stessa dell’avanguardia. Ove, con questa categoria, ci si riferisce a una pratica profondamente scandalosa. Infilarsi nelle pieghe della storia, rendendole visibili, folgoranti, per lambire il «nuovo», l’ignoto. Affidarsi alla strategia dell’«oltranza», per portarsi al di là di modalità linguistiche consolidate, e per sondare territori inesplorati. Essere in trincea, pronti a sfidare i fronti nemici. Del resto, si sa: la stessa parola avanguardia è presa in prestito proprio dal lessico militare. In un trattato settecentesco nel quale è schedata tutta la cultura latina, leggiamo (Totius Latinitatis Lexicon del sacerdote friulano Forcellini): «Nel linguaggio militare vengono chiamati antecursores coloro che precedono l’esercito, esplorano i luoghi, aprono le strade, individuano i siti per gli accampamenti e per primi attaccano battaglia con i nemici, se per caso si imbattono in loro».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014