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05 gennaio 2017

Il successo di Alberto Angela, una lezione per la Rai

L’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico
di Paolo Conti
Partiamo dalle cifre: 14 milioni di persone hanno visto, martedì alle 21 in prima serata su Raiuno, «Stanotte a San Pietro» di e con Alberto Angela, con un ascolto medio di 6 milioni di persone e uno share di oltre il 25%. Era dal 2003, sottolineano a viale Mazzini, che un programma di divulgazione culturale non otteneva un successo clamoroso come questo. La Rai, lo sappiamo, è in una vistosa crisi legata alla progressiva decadenza della tv generalista e alla parallela crescita dell’offerta digitale e dei grandi distributori di contenuti su tutte le piattaforme, Netflix è forse l’esempio più eloquente.
Il risultato di Alberto Angela è la prova plastica di ciò che tanti continuano, e inutilmente, a raccomandare alla Rai: l’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico. Ma la qualità, la serata di Angela lo dice, non è noia (come teorizzano certi «maghi del palinsesto» pronti a mettere mano ai reality per fare cassa e ascolti) ma intrattenimento, scoperta, legame con le radici culturali, racconto storico-artistico, bellezza tecnica delle immagini. Difficile, certo, perché ci vuole conoscenza e professionalità. Ma non impossibile.
È ovvio che mezza Rai oggi alzi il vessillo della vittoria, con certi numeri è fin troppo facile. Il problema è il passo successivo: cioè continuare a credere in questa scommessa editoriale, in un cambiamento di rotta che può portare solo dati positivi non solo in termini di share ma anche nella società diffusa. Un prodotto di qualità attira diverse generazioni davanti al video, favorisce lo scambio delle idee e delle opinioni, spinge ad altre avventure culturali. Festeggiare è ovvio, a patto che domani non si dimentichi tutto nel nome dell’ennesimo, triste, Talent visto e stravisto.28 dicembre 2016
«Corriere della sera» del 28 dicembe 2016

27 agosto 2015

Il giornalista killer come i tagliagole non si accontentano di uccidere, vogliono anche la celebrità

La strage in Virginia e i precedenti
di Guido Olimpio
Stessa tecnica (e motivazione) di Coulibaly e degli altri terroristi Isis. Fissare il loro delirio in un video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto
WASHINGTON - Non basta il gesto violento, crudele. Vogliono anche «fissarlo» in una foto o in video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto. Il killer dei due giornalisti in Virginia ha filmato l’agguato con una piccola telecamera, quindi lo ha rilanciato sulla rete. Si è comportato come molti terroristi, a cominciare da Mohammed Merah, l’assassino di Tolosa, o Amedy Coulibaly, protagonista della presa d’ostaggi nel negozio kosher di Parigi.
Ma non solo. Il giovane studente di origine sud coreana, autore del massacro al Virginia Tech, aveva inviato ai media una videocassetta dove posava con le sue pistole. Cercava pubblicità e notorietà, indicava i suoi nemici. Ancora: Eliot Rodger, prima di partire per una folle incursione nelle vie di Santa Barbara, ha registrato il suo «manifesto» poi postato sul web. Di nuovo un modo per spiegare al mondo quanto avrebbe compiuto poco dopo. Omicidi e «spettacolo», messaggi che sono pretesti per atti brutali. Un modus operandi che oggi accomuna lo sparatore americano e il tagliagole dell’Isis.
Non è un caso che nel “manifesto” inviato ai media due ore dopo aver assassinato i reporter, Bryce Williams ricordi, in chiave positiva, proprio Seung Hui Cho, il protagonista dell’attacco del Virginia. Lo definisce una fonte di ispirazione, una persona capace di fare più vittime di Eric Harris e Dylan Klebold a Columbine, idoli di molti stragisti statunitensi. E non solo.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

Sparatoria in Virginia, le due telecamere e il tabù infranto

I media: la ferocia social
di Aldo Grasso
Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni
Si fa presto a dire la morte in diretta, ma una scena così atroce non si era mai vista. Un killer uccide a colpi di pistola la giornalista televisiva Alison Parker, 24 anni, di una rete locale della Cbs e il cameraman Adam Ward, 27 anni, mentre stanno effettuando un’intervista. Sono immagini terrificanti: il volto della giornalista, che vede l’assassino avanzare e sparare, esprime l’orrore più grande che si possa immaginare. Seguiamo i suoi ultimi disperati tentativi di sfuggire la morte: la giovane si gira urlando, cerca di nascondersi, grida «oh mio Dio», prima che la telecamera del cameraman cada a terra. Cascando, la telecamera riesce a inquadrare per un attimo il volto dell’assassino. Dallo studio, la regia taglia la diretta: la conduttrice è sotto choc, senza parole. Riprende poi fiato: «Non siamo sicuri di cosa sia successo lì. Cercheremo di capire cosa fossero quei suoni». Poi arriva l’annuncio della morte della reporter e del collega.
Ma non basta: l’incubo più grande deve ancora arrivare. Vester Lee Flanigan, un afroamericano che aveva lavorato per quel network utilizzando il nome Bryce Williams, posta sui social il filmato del delitto visto dalla sua prospettiva, quella dell’omicida (come fanno i tagliagole dell’Isis). Nel video, girato con il telefonino, si vede spuntare una pistola in primo piano, prima che inizi l’assurda resa dei conti.
Per la prima volta la morte in diretta ha due punti di vista, quello delle vittime e quello dell’assassino. Come se un tetro gioco di specchi raddoppiasse la tragedia. Il nesso tra la morte e la sua rappresentazione in diretta è uno dei temi cruciali che attraversano le riflessioni sui media, uno di quei temi cui il cinema ha dedicato attenzione, a partire da L’asso nella manica di Billy Wilder a La morte in diretta di Bernard Tavernier, da Dentro la notizia di James L. Brooks ai cosiddetti «snuff movie», filmati amatoriali in cui vengono esibite torture con conseguente, inevitabile epilogo. Da tempo, per i media la morte non è più un tabù: dev’essere raccontata, mostrata, esibita quasi per la paura che una tragedia non vista resti invisibile, cioè inesistente. Ma i media siamo noi, sempre più pornograficamente addestrati a pedinare la morte in diretta. Inutile dare la colpa ai social network, alla mania narcisistica di dover certificare la nostra giornata con foto, video, messaggi.
Da tempo (per noi italiani, almeno dalla tragedia di Vermicino) qualcosa si è spezzato per sempre, la morte si è fatta spettacolo, il nostro occhio si è indurito. Il catalogo delle atrocità è così sterminato che le domande legittime rattrappiscono sul nascere: un «accrescimento senza progresso», diceva Musil, che si risolve nella tranquilla connivenza della tragedia e del suo contrario.
Il dramma di Moneta, in Virginia, ci dice soltanto che un nuovo tabù è stato abbattuto, che un nuovo limite è stato infranto. Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni. Le immagini condivise sui social dall’assassino sono tanto più terribili quanto più svuotate di qualsiasi sostanza etica: le atrocità crescono, ma nessuno vuol rinunciare a fornire il proprio contributo al patrimonio della ferocia umana.
Non è lo spettacolo che «deve» andare avanti, è la vita. Da molti anni, molta parte della nostra vita si svolge con l’apporto attivo della tv e dei social network. I media sono i nostri nuovi ambienti di socializzazione, «luoghi» in cui impariamo a comportarci, a divertirci, a soffrire. Persino a filmare il duplice delitto che stiamo per commettere.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

15 luglio 2014

Bbc: via ciarlatani da tv pubblica

Niente bufale, siamo inglesi
di Riccardo Chiaberge
Stop ai ciarlatani e agli pseudo-scienziati nei talk show. Quando per radio o in tivù si discute di questioni serie come il clima o la salute, non si dovrà più dare il microfono a chi non ha titolo per intervenire, a chi sostiene idee stravaganti e non certificate dalla comunità scientifica. Come il dottore in scienze della comunicazione che millanta di trasformare le cellule staminali in neuroni. O il medico imbroglione che sconsiglia l’uso dei vaccini. O l’onorevole pronto a giurare che i jet nebulizzano sostanze micidiali nell’atmosfera per condizionare le nostre menti, e che ci hanno messo un microchip sotto la pelle. Nessuno di questi signori verrà più fatto accomodare nei divanetti televisivi. Mai più, dite sul serio? Oddio, e ora come passeremo le nostre serate? Chi ci spiegherà nei dettagli la profezia Maya sulla prossima fine del mondo? Sai che noia, senza la razione quotidiana di Nostradamus e di Templari ...
Tranquilli, non è la Rai: è la Bbc che una settimana fa ha preso questa drastica decisione, richiamando all’ordine i suoi giornalisti. Va bene l’equilibrio e l’imparzialità - ha sentenziato il trust dell’emittente britannica, l’equivalente del consiglio di amministrazione Rai - ma quando su un certo argomento esiste un consenso praticamente unanime nel mondo scientifico, non è opportuno dare spazio a punti di vista marginali, solo per il gusto della controversia, per ascoltare «l’altra campana ». Se la campana è screditata, se confonde le idee alla gente, non deve suonare nella tv di Stato. Che si accontenti dei network privati.
La pronuncia del Trust della Bbc è motivata dalla crescente invadenza mediatica di opinionisti ostili alla teoria del «riscaldamento globale», legati al think tank conservatore di Nigel Lawson. Ma ha una portata più generale: la par condicio non va applicata alla lettera. Se si parla dell’ultimo fossile di dinosauro, non è obbligatorio invitare un creazionista. Se viene scoperto un nuovo pianeta, si può anche fare a meno di sentire il parere dell’astrologo. E se il tema è il mutamento climatico, non è il caso di fare da megafono agli ecoscettici. La raccomandazione può anche suonare come un intervento censorio, una forma di dogmatismo scientista. Siamo sicuri che i modelli elaborati dai climatologi ci azzecchino in tutto e per tutto, e che le bombe d’acqua e i super-uragani siano un effetto dei gas di serra prodotti dall’uomo? A mettere in dubbio queste certezze non sono soltanto crackpots, mattacchioni o finti esperti al servizio delle compagnie petrolifere, ma anche ricercatori di qualche peso. Abbiamo il diritto di zittirli?
Detto questo, bisogna ammettere che se la Bbc pecca forse di bacchettoneria, le reti italiane cadono nell’eccesso opposto. Nelle varie Gabbie che arredano il nostro zoo televisivo vince non chi è più competente, ma chi sbraita più forte e le spara più grosse. È l’apoteosi del crackpot. Tutto diventa opinabile, anche un’analisi del Dna ripetuta con risultati identici da quattro laboratori indipendenti. Del resto, come ha detto quella signora di Brembate, «la scienza sbaglia». E in un Paese antiscientifico come il nostro, sono in tanti a pensarla come lei. Se invece di un genetista fosse stata una cartomante o una sensitiva, a fare il nome del presunto colpevole, avrebbe avuto più chances di essere creduta. In rete già circolano leggende metropolitane sulla «lobby del Dna» che si sarebbe riempita le tasche vendendo migliaia di kit genetici agli investigatori. L’ennesima cospirazione, insomma: la solita cupola di interessi occulti che agisce alle nostre spalle. Viviamo in un’epoca senza più segreti, nel mondo trasparente delle intercettazioni e di WikiLeaks. Eppure, o forse proprio per questo, mai comeoggi prosperano le teorie complottistiche, dall’11 settembre al Club Bilderberg. In Rivelazioni: il libro dei segreti e dei complotti (Piemme), il giornalista e psicologo Massimo Polidoro, cofondatore del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) ce ne offre un campionario vastissimo, e suggerisce le armi per difenderci.
Il cospirazionismo è una sindrome invalidante, non solo in Italia. «Un primo effetto negativo - scrive Polidoro - è quello di indurre un senso di impotenza politica. Che cosa può fare la gente comune, se il mondo è gestito da società segrete come gli Illuminati, famiglie facoltose come i Rockefeller o i Rothschild, agenzie di intelligence come la Cia o il Kgb, che operano in segreto per stabilire un nuovo ordine mondiale? Tanto vale arrendersi». Ancora più devastante il secondo effetto: l’angoscia per un pericolo inesistente induce a comportamenti suicidi. «Credere che i vaccini siano responsabili dell’autismo è una teoria che non ha fondamento e nasce dalla truffa di un medico radiato dall’albo, Andrew Wakefield, pagato per dichiarare il falso... Chi rifiuta di vaccinare i propri figli non solo li espone al rischio di malattie che si ritenevano debellate come il vaiolo, la rabbia o il tetano, ma contribuisce alla diffusione dei virus anche nel resto della popolazione». E proprio in questi giorni abbiamo saputo che la disinformazione ha fatto breccia, tanto che le vaccinazioni contro rosolia e morbillo sono crollate del 25%. Il terzo effetto è deviare la protesta sociale verso falsi obiettivi: la campagna sulle cosiddette «scie chimiche», l’innocua condensa degli aeroplani spacciata per misteriosi gas venefici, distoglie l’attenzione da minacce autentiche come gli scarichi delle auto o i rifiuti tossici.
Ben più della tv, sono i social network il nuovo terreno di coltura di queste paranoie collettive. Su Facebook non contano verità e menzogna, ma la rispondenza o meno della «narrazione» ai pregiudizi di chi legge e «condivide». E poiché i social stanno diventando la fonte privilegiata di notizie per le nuove generazioni, che diffidano dei media tradizionali, non c’è da stare allegri: la democrazia digitale è allergica ai Trust, e crackpots e spacciatori di bufale possono scorrazzare indisturbati.
«l'Unità» del 12 luglio 2014

02 marzo 2013

Il congedo del Papa, una pagina di cinema

A fil di rete
di Aldo Grasso
Resterà come uno dei momenti più struggenti della nostra tv
Il momento era solenne, il cerimoniale aiutava molto, la location faceva il resto, ma il congedo da Roma di Benedetto XVI, dal punto di vista puramente televisivo, resterà come uno dei momenti più struggenti della nostra tv. Prima c'è stato il commiato dai cardinali e la memoria si è messa a rincorrere altre immagini, dai vecchi reperti in bianco e nero dei padri conciliari fino al film di Nanni Moretti «Habemus papam». Poco dopo le 17, però, dopo un saluto commosso ai suoi più stretti collaboratori, il Papa ha raggiunto in auto l'eliporto. E qui è iniziata una sequenza senza precedenti.

LA SCENA - Il volo su Roma del Pontefice, relativamente a bassa quota, mentre le campane suonavano a distesa, è qualcosa che esce da codici cerimoniali o da regie preventivate: «Spiritus ubi vult spirat», dice l'evangelista Giovanni. Sembra più frutto di una di quelle concomitanze celesti che ogni tanto si manifestano: un elicottero che inquadra un altro elicottero che volteggia a fianco del Cupolone, sorvola il Tevere, punta il Colosseo, dove normalmente si celebra la Via Crucis, il Venerdì Santo, e poi passa sopra le case di Roma, la gente che guarda in alto e saluta. In meno di venti minuti, l'elicottero atterra a Castel Gandolfo. L'ultimo saluto dal balcone, la piazza gremita.

I GESTI - Più delle parole contano i gesti. Il Papa si ritira, una guardia svizzera, prima di cedere il comando alla gendarmeria, appoggia l'alabarda al muro e, alle 20 in punto, chiude il portone, con un effetto cinematografico a nero. The End. Il pontificato di Benedetto XVI è stato meno mediatico del precedente, più incentrato sul valore della parola. E qui si gioca il senso profondo della parola carisma, ai tempi della tv. Esiste il carisma mediatico o è una contraddizione in termini? Il Papa del logos si è congedato con una pagina di grande cinema.
«Il Corriere della Sera» del 2 marzo 2013

30 luglio 2012

Il tesoro inesauribile delle Teche Rai

I filmati d'archivio di «TecheTecheTé» vincono la battaglia dell'access prime time con il 17,1% di share
di Aldo Grasso
Capita, d'estate, che il programma più seguito della serata sia pure quello più economico da realizzare: nessuna produzione, nessun acquisto, solo - si fa per dire - un certosino lavoro di «spulcio» di filmati d'archivio, a cominciare da quel tesoro inesauribile che sono le Teche Rai. Autori, ricercatori, archivisti, montatori: così «TecheTecheTé» vince la battaglia dell'access prime time, con 3.194.000 spettatori medi e il 17,1% di share (una cifra, questa, che persino un varietà di nuova produzione fatica a ottenere...).

PERFORMANCE - Nella settimana appena trascorsa ha registrato performance notevoli: 3.714.000 spettatori medi, con uno share del 18,3% e, complice la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, un picco del 21% venerdì sera. «TecheTecheTé» ha sostituito, quest'anno, «Da Da Da», pur mantenendo la medesima squadra autoriale. Nello stesso periodo dello scorso anno, «Da Da Da» viaggiava su una media superiore di circa 500.000 spettatori (3.711.000, 19% di share), e in precedenza, aveva varcato la soglia dei 5 milioni (complici i Mondiali). Il programma di quest'anno sconta probabilmente due problemi, uno generale e uno più specifico. Il completamento della digitalizzazione ha certamente frammentato gli ascolti; ma è anche vero che «TecheTecheTé» indulge spesso un po' troppo alla «logica Blob», all'accostamento spericolato, alla pratica della razzia con effetto spaesamento. Se si analizza il profilo del pubblico, si capisce che il programma «di montaggio» è un'incredibile risorsa della Rai, perché svolge una funzione nostalgica su quel pubblico (26% di share fra gli ultra 65enni e 20% sui cinquantenni) che lo ama. Probabilmente un pubblico ancora più «tradizionalista» di quello che gli autori hanno in mente.
«Corriere della sera» del 30 luglio 2012

06 febbraio 2012

Così i fan pilotano le serie televisive

L'evoluzione digitale della fan-fiction
di Elena Tebano
Spettatori-autori immaginano finali e intrecci diversi per i personaggi più amati. E gli sceneggiatori rivedono con soddisfazione le trame. Il caso "Glee"
L’annuncio su Twitter di Brad Falchuk, co-creatore della serie americana «Glee», poteva sembrare oscuro: «Via libera a Brittana». Ma per le oltre 51 mila persone che lo seguono sul social network e i milioni di fan che il 21 gennaio scorso hanno visto rimbalzare la notizia su blog e siti web, Falchuk aveva appena confermato la svolta narrativa che aspettavano da tempo: tra Brittany e Santana, due delle protagoniste del telefilm-musical che racconta le vicende di un coro scolastico, ci sarebbe stata una storia. E infatti la puntata andata in onda il primo novembre scorso su Fox Usa (trasmessa in Italia a 24 ore di distanza da Sky) ha consacrato proprio Brittana, che non è un personaggio, ma una vicenda: l’amore lesbico tra Brittany e Santana. Per i fan appunto «Brittana».
All’inizio le due ragazze erano eterosessuali, figure di contorno, e la loro relazione non era stata prevista dai creatori della serie, Ryan Murphy e Brad Falchuk. A lanciarla sono stati i fan del telefilm, che hanno riempito blog e scritto migliaia di racconti online sulla possibile coppia.
A quel punto gli autori hanno cambiato idea: «Hanno visto l’enorme desiderio dei fan di Brittany e Santana che le due si mettessero insieme», ha detto a «Vanity Fair Usa» Naya Rivera, l’attrice che interpreta Santana. «E così un giorno Brad Falchuk è venuto e mi ha detto: abbiamo deciso di esplorare questa storia».
Il pubblico ha tentato di influenzare la narrazione seriale fin dai suoi albori. Quando Arthur Conan Doyle, nel 1893, «uccise» Sherlock Holmes nel tentativo di liberarsi di un personaggio così popolare da impedirgli di scrivere altro, ventimila lettori cancellarono per protesta l’abbonamento alla rivista che pubblicava le sue storie. E la stampa britannica riferì che a Londra uomini d’affari giravano con i cappelli listati a lutto. Alla fine Doyle fece «resuscitare» il suo detective. Stessa sorte aveva subito nel 1881 il Pinocchio di Carlo Collodi: impiccato a un albero da due «assassini», fu salvato dalla Fata turchina dopo le rimostranze dei suoi piccoli lettori. Collodi lo avrebbe più volentieri lasciato alla sua sorte.
Da decenni le produzioni delle serie tv monitorano le preferenze dei fan sulle scelte narrative e gli spettatori si mobilitano con lettere e mail per orientare le sceneggiature. Nel caso di «Glee», però, è successo qualcosa di diverso: i fan non hanno preteso che gli autori della serie riprendessero una trama interrotta. Ma l’hanno piuttosto anticipata e resa reale prima che apparisse sugli schermi, con le loro «fan fiction»: racconti scritti dagli appassionati di film o serie tv usando i loro personaggi.
Le «fan fiction» sono riscritture codificate e condivise delle opere originarie, che si inseriscono nei loro interstizi: i fan si appropriano dei personaggi e riempiono gli spazi vuoti delle loro storie, immaginando tutte quelle vicende che non si vedono in tv, perché appaiono prima o dopo o nelle intercapedini della narrazione ufficiale. I racconti vengono poi messi online e sottoposti al commento e alla condivisione degli altri fan. Henry Jenkins, professore della University of South California e pioniere degli studi sulle comunità di fan, definisce questo genere letterario «un prodotto della fascinazione e della frustrazione» degli spettatori. Spiega Jenkins al «Corriere della Sera»: «Se i fan non fossero affascinati da un programma, non continuerebbero a occuparsene.Me se non ne fossero frustrati, non si metterebbero a rielaborarlo». Le «fan fiction» sono il tentativo di dare espressione, attraverso i personaggi della cultura popolare, ad aspirazioni di gruppi che non trovano adeguato riconoscimento in quella cultura. E infatti — puntualizza Jenkins in Cultura Convergente (edizioni Apogeo) — sono scritte per lo più da donne e sono spesso a tematica gay. Nel caso di «Glee» le spettatrici si sono attaccate a quella che doveva essere solo una battuta: «Fare sesso non significa stare insieme», dice Santana. «Altrimenti noi staremmo insieme», chiosa Brittany. Nelle intenzioni degli autori era solo uno scherzo estemporaneo. Ma le fan l’hanno preso come punto di partenza per i loro racconti: ora sul sito più famoso dedicato a questo genere, www.fanfiction.net, ci sono 2.656 pagine sulla relazione tra Brittany e Santana. E sui blog le loro storie animate — immagini tratte dal telefilm a cui vengono aggiunte didascalie inventate, in una sorta di fotoromanzo digitale — vengono postate migliaia di volte. La nuova linea narrativa è emersa da quella che Jenkins chiama «creatività dal basso»: non dalla pressione della maggioranza dei fan,ma da una loro minoranza dotata di grande immaginazione. Molte fan fiction su Brittany e Santana esplorano le difficoltà a fare coming out di quest’ultima. La stessa scelta fatta dagli autori del telefilm nelle ultime puntate e in quelle che andranno in onda dal 17 gennaio.
Non significa che abbiano «copiato» le storie degli utenti: gli sceneggiatori hanno trovato pronta una nuova possibilità da esplorare. Al Comic-Con di New York del 2011 (una convention di fan), Falchuk ha ammesso di osservare le reazioni dei fan «alla ricerca di percorsi» per la serie. «Nell’epoca dei media sociali anche la creazione autoriale è sempre più condivisa», spiega Jenkins. Il risultato è un gioco di specchi e rimandi tra produttori e consumatori delle serie, che confonde i confini e modifica in modo nuovo il concetto di creatività individuale.
«Corriere della Sera» - Supplemento "La lettura" del febbraio 2012

26 ottobre 2011

Fermate lo scempio in tv

Il video della fine di Gheddafi: troppe volte e con troppo compiacimento
di Umberto Folena
Una due, tre, tante volte. Troppe. Gli ultimi istanti di Gheddafi tracimano dai canali tv e inondano il web. Il volto è di un moribondo prima e di un morto poi. Il sangue è il suo sangue. I libici che si affollano e gli danzano attorno non sono attori. Anzi sì, ma non professionisti. Come tutti: una telecamera con la lucina rossa del record, o un videofonino puntato, sono un richiamo irresistibile davanti al quale esibirsi. Anche il più incolto e illetterato intuisce, in quell’attimo, di far parte della storia. E non si tira indietro.
Una, due, tre, infinite volte. Quando la misura è colma? Forse quando un sussulto etico, o un residuo di pietas, suggeriscono che è ora di smettere? No. La parola fine verrà proclamata dall’implacabile curva dell’audience che comincia a scivolare all’ingiù. Diritto di cronaca? Dovere di mostrare "la verità"? Tremebonde foglie di fico. Quando hai esibito lo scempio del rais una volta – avvisando il pubblico di ciò che sta per aggredirlo sul video e dandogli il tempo e la libertà di cambiar canale – la seconda non è già più cronaca e nulla aggiunge all’informazione, ma è spettacolo. È puro e furbo show acchiappa-pubblico. E chi rimane accalappiato non è quasi mai l’amante perverso del sangue, né un media-sadico. Molto spesso è una persona normale fatalmente ipnotizzata dall’orrore: non lo cerca, ma se glielo sbattono in faccia non sa sottrarre lo sguardo. I Mot (Masters of television) lo sanno e se ne approfittano. E l’eccezione di Tv2000, e dei pochissimi altri che possano esserci sfuggiti, non basta a rincuorarci.
Evidentemente l’orrore di piazzale Loreto non ci basta né ci ha insegnato nulla. Recidivi e cinici. Così la tv italiana ha perso la sua guerra di Libia.
«Avvenire» del 22 ottobre 2011

29 aprile 2011

Vi racconto chi sono i sultani rossi della tv

Nel saggio sull’informazione del grande giornalista, un capitolo devastante sui conduttori-divi dei talk targati Rai (e dintorni). Da Santoro alla Dandini, da Gruber a Lerner, dalla Annunziata a Floris, Pansa ne ha per tutti

di Giampaolo Pansa

Esce il 4 maggio Carta straccia. Il po­tere inutile dei giornalisti italiani (Rizzoli, pagg. 412, euro 19,90) di Giampaolo Pansa. Un ritratto impie­toso del mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisio­ne. I giornali, nessuno escluso, sono sempre più faziosi. Eppure c’è chi non vuole ammetterlo e si presenta come immune da ogni partigiane­ria. È il caso di testate come la Re­pubblica, L’espresso e, talvolta, del Corriere della Sera. Spesso, dietro alla millantata obiettività si cela l’os­sessione anti-Cavaliere, la volontà di distruggerlo con ogni mezzo, in­cluse le inchieste scandalistiche sul­la vita privata (cinicamente tirate fuori per motivi di tirature: il gossip «politico» ha risollevato le vendite di Repubblica). Storia personale (Pansa è uno dei più grandi giornali­sti italiani) e pubblica si intrecciano in un affresco accurato. Non manca­no parti esilaranti, come l’incredibi­le rassegna delle smentite pubblica­te dai quotidiani colti in castagna. Per gentile concessione dell’auto­re, presentiamo, in queste pagine, due stralci dal libro, il primo dedica­to ai telepredicatori di sinistra, il se­condo a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica ed Espresso, giornali nei quali Pansa ha lavorato per mol­ti anni, ricoprendo cariche impor­tantissime



Santoro si era sempre fatto notare per lo stile e le qualità del leader politico. Per comincia­re, risultava il più anzia­no dei sultani rossi. Nel luglio 2011 quella parte d’Ita­lia che lo ama festeggerà a dovere il suo sessantesimo complean­no. Poi era il televisionista rosso di più lunga durata. Stava sugli al­tari dal 1987, quando aveva 36 an­ni e ancora esisteva la Prima re­pubblica. Il successo iniziale fu Samarcanda , seguito da Il rosso e il nero del 1992, entrambi su Rai 3. In quel tempo Michele era ma­gro, astuto e ambiguo quanto oc­correva. Nell’ottobre del 1991 an­dai a intervistarlo per l’Espresso . E mi resi conto che era sicura­mente di sinistra, ma la sua fedel­tà andava a un solo partito rosso: quello di Santoro. Con un timbro anarco-popu­­lista, forse derivato dalla militanza giova­ni­le in un gruppo ma­oista: Servire il popo­lo. Per la Prima repub­bl­ica erano tempi tra­gici. I politici appari­vano stremati e si tro­vavano sull’orlo del­l’abisso di Tangento­poli. Santoro me li de­s­crisse con la sicurez­za del ras televisivo che si sente sempre più forte. Disse: «I partiti non saranno così stupidi da taglia­re la lingua a Samar­canda . Noi siamo matti, imprevedibili e liberi. E continuere­mo a rompere. Io rompo o sto zit­to: non vedo vie di mezzo». Poi mi spiegò: «Non è vero che il successo di Samarcanda mi ab­bia dato alla testa. Io sono un to­po in mezzo agli elefanti dei parti­ti. Saltello per evitare che le loro zampe mi schiaccino. Se mi sal­vo, continuerò a rompere. I politi­ci possono starne sicuri». Santoro si sentiva il capo di una forza personale che poteva deci­dere con chi allearsi o no. Per que­sto, all’improvviso, scelse di pas­sare sul fronte opposto alla Rai: Mediaset, la corazzata di Berlu­sconi. Anche nel fortino del Cava­l­iere mise in mostra un’invidiabi­le capacità nel trattare gli affari. Ottenne uno stipendio da nabab­bo, più l’assunzione di tutta la sua squadra con il massimo dei compensi. E costruì un altro talk show di successo: Moby Dick nel 1996. Ma al Cavaliere, più furbo di tanti suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversa­rio, ben piazzato su un terreno in­sidioso: la televisione. Per di più, gli stava sui santissimi per la sua aria da padrone. Lo liquidò. E Santoro divenne il primo dei Grandi epurati, messi fuori dalla tv grazie agli editti del Cavaliere. Michele ritornò in Rai. Poi la si­nistra, sempre generosa con i di­vi della tv, gli offrì una exit stra­tegy di lusso: il 14 giugno 2004 lo fece eleggere deputato europeo. Ma il Parlamento di Strasburgo era il posto più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Santoro sopportò per meno di due anni il fastidio di doverlo frequentare. Poi si dimise. E nel 2006 decise di rincasare in viale Mazzini. E diede vita a un nuovo programma: Annozero . Sotto questa bandiera, Santoro inaugurò un’altra stagione perso­nale: il conduttore da guerra. Contro chi? Ma che domanda! Contro il suo vecchio padrone privato: Berlusconi. Il nemico da sconfiggere, il demonio da scac­ciare, il caimano da uccidere. Di­venne il più mussoliniano fra i sultani rossi dei talk show. E ogni giovedì, in prima serata su Rai 2, riprese a imporci il proprio co­mandamento: credere, obbedire e combattere. Sempre con lo stes­so obiettivo: mandare a gambe al­­l’aria il tiranno di Arcore. Il pubblico di sinistra continuò ad adorarlo. Santoro era la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esisteva, ma poteva es­sere battuto. Nella scala gerarchi­ca della Rai, Michele iniziò a con­t­are più di dieci Paolo Garimber­ti, il presidente. E più di Mauro Masi, un direttore generale sen­za un potere reale nei confronti di Annozero. Ma nel paese dei ba­locchi televisivi, tutto è volatile. La forza di un programma e di un conduttore può sparire di colpo, o attenuarsi a ritmi terrificanti. È quel che accadde a Santoro verso la metà del novembre 2010. Quando il nuovo spettacolo di Fa­zio & Saviano cominciò a fare ascolti mirabolanti, confinando Annozero nell’angolo dei perden­ti, sia pure provvisori. [...] Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, mi appariva il Santoro dei poveri, formato Festa del­l’Unità, quella del tempo che fu. Aveva di continuo l’ansia di non poter risultare abbastanza rosso. Ma ci riusciva ogni volta. La scel­ta degli ospiti era bipartisan. Non così il suo atteggiamento.
Il com­pagnone di Ballarò si mostrava sempre amichevole nei confron­ti degli invitati di sinistra. Nei mo­menti di difficoltà, costoro sape­vano di poter contare sul suo aiu­to, offerto con lo zelo di un croce­rossino fedele nei secoli. Ma con gli interlocutori di destra, la musi­ca cambiava di colpo. Con loro Floris sfoderava l’al­tro lato di se stesso. Diventava ge­lido e spesso scioccamente irri­dente. Li interrompeva, li silen­ziava, li metteva alle strette. In­somma, un capoclasse perfetto: buono con i buoni, cattivo con i cattivi. E in molti casi pomposo. Con il vezzo ridicolo di celebrare se stesso: lo vedete quanto sono imparziale, liberale, democrati­co? Una sua gemella era Lucia An­nunziata, la regina di In mez­z’ora.
Di lei rammento l’affanno di mandare al tappeto l’ospite che aveva di fronte per trenta mi­nuti filati. Se chi s’azzardava a se­dersi davanti a lei apparteneva al giro politico opposto al suo, an­che un bambino avrebbe subito intravisto il difetto di Lucia. A lei non interessavano le rispo­ste dell’interlocutore, ma soltan­to le proprie domande. Che dove­vano sempre risultare aggressi­ve, grintose, insomma cazzute, se posso usare per una signora questo lessico da bettola. Una so­la volta toccò a Lucia di andare ko. Accadde con quel satanasso di Berlusconi. Il Caimano si alzò e la piantò in asso, sola e abban­donata in piena diretta tv. Un’altra dama sinistra era Sere­na Dandini, la regina di Parla con me, famosa per il divano ros­so. E dal martedì al venerdì sem­pre disposta ad accogliere chiap­pe eccellenti dell’opposizione al cavaliere.
Da lei erano passati Eu­genio Scalfari, Ezio Mauro, Bill Emmott, l’ex direttore dell’ Eco­nomist , Stefano Rodotà, Massi­mo Cacciari, Carlo Azeglio Ciam­pi, Guglielmo Epifani, Sabrina Fe­rilli, Antonio Tabucchi, Corrado Augias e tanti altri avversari del Berlusca. Davanti a Scalfari e alla sua sa­cra barba bianca, Serena cadde in deliquio. Era seduta accanto a lui, ma sembrava in ginocchio. Pronta a incoronare ogni rispo­sta, anche la più banale, con la sua entusiastica risata. Un gior­no, Pietrangelo Buttafuoco disse di lei:«Ha l’espressione un po’ co­­sì, di quelli che ridono pure in un cimitero». Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera , il più acu­to tra quelli a disposizione dei let­tori di quotidiani, fu spietato con madama Dandini. Scrisse: «Ride in continuazione per sottolinea­re la sua ironia e la sua intelligen­za, caso mai fossero sfuggite».
Poi aggiunse: «Da un program­ma che impiega tredici autori e la consulenza di altri quattro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una mini fiction dopolavoristi­ca». Risultato? Un continuo calo d’ascolti. A Santoro & C. si potevano ag­giungere altre eccellenze rosse che non dipendevano dalla Rai. Consideriamo il caso di La7, una rete privata e senza obbligo di ca­none per l’utente. Qui a domina­re era Lilli Gruber, già parlamen­tare europea di sinistra, che ogni sera metteva in mostra la propria militanza. Sempre piacevole a ve­dersi, ma soltanto per la sua bel­lezza e per l’eleganza by Armani. Confesso che ad affascinarmi era l’eterna giovinezza della contur­bante Dietlinde, con quel viso di porcellana senza età,un’attrazio­ne irresistibile per un maschio dai capelli bianchi.
Anche per questo dettaglio, mi domandavo perché mai dimenti­casse il proprio ruolo. Per tramu­tarsi da conduttrice in uno dei liti­ganti inviati al suo Otto e mezzo. Con il risultato di far scrivere al­l’implacabile Grasso del Corriero­ne : «La Gruber rappresenta un vecchio modo di fare giornali­smo. Nel suo programma non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti». In questo scontro, Lilli voleva sempre vincere. Per arrivare a questo risultato, adottava spesso il sistema del due contro uno. I due, tutti anti-Cav, erano lei e uno degli invitati, entrambi nemi­ci giurati del Caimano. L’uno era un ospite di centrodestra, desti­nato fatalmente a soccombere. E non metto nel conto il filmato di Paolo Pagliaro che, ogni sera, of­friva il proprio soccorso rosso. Più o meno lo stesso era quel che pensavo a proposito di un al­tro programma di La7: L’Infedele di Gad Lerner. Ecco l’ennesimo talk show da combattimento. Sempre contro il maledetto Cava­liere. E per questo noioso e bana­­le, da non guardare. Mai una sor­pr­esa né un guizzo di genialità im­prevista. Ma in fondo era il ritratto to del suo autore.
Da tempo Lerner stava immer­so in una fantastica regressione politica. Che lo aveva sospinto all’indietro nel tempo. Ossia agli anni Settanta, quando Gad s’illu­deva di fare la rivoluzione prole­taria nelle file di Lotta continua. Allora aveva perso e la sconfitta si era mutata in un incubo desti­nato a perseguitarlo. Come una condanna a cercare di continuo una vittoria che l’ascolto ridotto seguitava a negargli. [...] Molto più interessante di Ser­ra (Michele, ndr), risultava il per­sonaggio di Fazio, la cui presa di posizione a vantaggio della sini­stra era scoperta, scopertissima. Nonostante questo, amava inter­pretare il ruolo opposto al televi­sionista settario. Era quello dell’abatino estra­neo a qualsiasi parrocchia, ami­co di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressio­ne sempre stupita, il vestito stra­fugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà, nella Rai odierna fran­tumata in sultanati, Fazio era il più sultano di tutti. Un signore gelido, capace di muoversi sen­za guardare in faccia nessuno, curatore attento dei propri co­modi. E all’occorrenza anche cat­tivo.
Con la manina avvolta nella flanella grigia e lo stiletto avvele­nato ben nascosto. Era con que­sta lama che Fazio, nel suo pro­gramma abituale, Che tempo che fa, praticava una censura inflessi­bile. Truccata da libertà di scel­ta, quella che spetta a tutti i con­duttori di talk show. In realtà, il pallido Fabio non sceglieva, ma discriminava. Gestendo in mo­do autoritario il potere di pro­muovere libri e autori. Un regi­me accettabile in una tv privata, però non alla Rai. Che è pur sem­pre pagata dal canone sborsato dai «tutti» ai quali Saviano vole­va parlare.


«Il Giornale» del 29 aprile 2011

02 febbraio 2011

La privacy in saldo

Il «Registro delle opposizioni», fragile riparo al telemarketing
di Giuseppe Romano
Dalla mezzanotte di lunedì esiste un registro pubblico che prima non c’era: il «Registro delle opposizioni». Contiene i nomi dei cittadini che hanno chiesto esplicitamente di non essere disturbati da azioni di telemarketing. Per loro niente più telefonate, automatiche o da call center, concernenti 'consigli per gli acquisti'. Nella prima mezza giornata di vita – ieri – il Registro ha raccolto oltre 11 mila iscrizioni, intasando i centralini telefonici e telematici.
Il Registro delle opposizioni è entrato in vigore insieme a un provvedimento del Garante per la Privacy, in forza del quale le aziende che vorranno rivolgere messaggi pubblicitari a un cittadino dovranno verificare se questi non si sia esplicitamente opposto iscrivendosi al suddetto registro. Il provvedimento, che a prima vista potrebbe apparire benevolo nei confronti della nostra tranquillità, in realtà riflette un ribaltamento concettuale ed effettivo. Finora il telemarketing si era basato sulla nostra disponibilità manifestata col 'consenso' contenuto in ogni contratto di acquisto, dall’asciugacapelli al conto bancario. Tra le varie voci opzionali, una autorizza appunto il venditore a informarci su prodotti e novità.
D’ora in avanti accadrà il contrario. Chi non vuole ricevere telefonate pubblicitarie deve iscriversi al Registro: è come dire che chiunque ha il diritto di entrarti in casa, se per caso non avessi provveduto a sbarrare la porta.
Si fa ogni giorno più evidente che nell’era digitale l’equazione tra informazione e denaro trova un’applicazione concretissima e quotidiana. La nostra identità – preferenze, itinerari, gusti, debolezze... – è preziosa. Il nostro mondo affettivo, esistenziale, sociale è la pentola iridescente alla base dell’arcobaleno commerciale. Chi ci conosce farà affari, perché saprà dove e come toccarci sul vivo.
Conoscerci non è complicato, dal momento che lungo i percorsi di ogni giorno seminiamo innumerevoli tracce digitali. I telefilm polizieschi e la cronaca guudiziaria spiattellano quant’è semplice seguire i movimenti di una persona tramite gli spostamenti del suo telefonino e i varchi che l’auto attraversa col telepass, o passando sotto gli occhi elettronici che presidiano gli accessi a molti centri storici urbani. Non c’è poi bisogno di essere poliziotti per annotare e collegare in un profilo, nelle memorie informatiche, la nostra spesa al supermercato, i clic sui siti web che frequentiamo, gli acquisti con carta di credito e bancomat. Telecamere disseminate ovunque ci riprendono e si ricordano di noi. Ovvio che chi ci conosce così bene voglia anche raggiungerci e stimolarci ad acquistare. La civiltà di massa è anche il Nuovo Mondo dei media onnipresenti. La stessa nozione di privacy è recente (risale a fine Ottocento) ed è un concetto difensivo: non è stata necessaria finché le intrusioni non sono diventate ricorrenti. Segno di una civiltà in rapida evoluzione che frattanto, però, s’è lasciata dietro anche il Grande Fratello orwelliano: mentre per lo scrittore britannico l’invasore era un singolo tiranno onnipotente (un governo, per esempio), adesso la nozione è più ambigua. Reality show sul tipo del «Grande Fratello» esibiscono senza freni – davanti a milioni di spettatori plaudenti – il privato di alcuni cittadini altrimenti insignificanti. Su Facebook appaiono in pubblico dati personali di per sé riservati.
Difficile ribellarsi all’invadenza del telemarketing – che entro opportuni limiti può pure rivelarsi un utile servizio informativo – se nel frattempo siamo noi stessi a insidiare e negare nei fatti i confini del nostro privato. Da questo punto di vista, il Registro delle opposizioni è addirittura un rimedio, però tardivo. Chiude una stalla semivuota.
«Avvenire» del 2 febbraio 2011

29 gennaio 2011

Spot mortali: si lascia fare?

Illefali forzature eutanasiche
di Francesco D'Agostino
I radicali sostengono di amare la dignità dell’uomo. I radicali sostengono di di­fendere i diritti umani. I radicali afferma­no di venerare la nostra Costituzione e si indignano tutte le volte che la vedono u­miliata e calpestata. Ciò non di meno i ra­dicali continuano da settimane e setti­mane a far trasmettere da diverse televi­sioni locali (ma sono anche riusciti a in­trodursi in una rete nazionale) uno spot sull’eutanasia: uno spot che offende la di­gnità dell’uomo e che quindi non può che essere definito indegno. Uno spot che ci indigna, perché va contro un diritto u­mano fondamentale, e di rango costitu­zionale, quale quello alla vita. Uno spot che introduce, in un dibattito delicatissi­mo come quello sulla fine della vita uma­na, una dimensione mediatico-pubblici­taria, assolutamente indebita, pensata e­videntemente per orientare (non però at­traverso l’argomentazione, ma attraverso l’emozione) le decisioni dei parlamenta­ri che saranno presto chiamati a votare in via conclusiva sul disegno di legge sul fi­ne vita. Sono esagerate queste affermazioni? No. Anzi esse dovrebbero essere ancora più aspre, perché l’offesa che lo spot arreca al dignità umana è particolarmente subdo­la. La dignità umana, infatti, è offesa non solo quando viene sadicamente umiliata, ma anche, paradossalmente, quando vie­ne ideologicamente esaltata. Nello spot i fautori dell’eutanasia volontaria costrui­scono un’immagine irreale e quindi ideo­logica dell’ uomo, un’immagine nella qua­le il malato che 'sceglie' la morte e chie­de di essere ascoltato dal 'governo' ap­pare sereno, lucido, consapevole, corag­gioso e quindi esemplarmente ammire­vole: ma in tal modo (chissà se se ne ren­dono conto i radicali) essi sottraggono di­gnità, umiliandoli, a tutti i malati termi­nali che vivono la loro esperienza nella debolezza, nella solitudine, nella paura, nella fragilità e spesso nella disperazione, meritano paradossalmente il biasimo che va riservato ai pavidi, a chi non avendo il coraggio di chiedere l’eutanasia… Intervenire su di un dibattito così tragico e sottile come quello sul fine vita ricor­rendo, anziché ad argomentazioni espli­cite, articolate e sofferte, a uno spot umi­lia la democrazia, prima ancora che l’eti­ca. Sappiamo infatti che esistono visioni del mondo che banalizzano il dono della vita o che non riescono più a percepirne il senso quando la malattia si impadroni­sce ineluttabilmente del corpo. È dovero­so però che queste visioni del mondo, quando entrano nel dibattito etico, poli­tico e sociale rispettino fino in fondo i va­lori non solo formali, ma sostanziali del­la legalità. Legalità significa in primo luo­go rispetto sincero e onesto delle leggi vi­genti (anche di quelle che non si condivi­dono!) e nel nostro Paese è tuttora vigen­te una legislazione (per di più penale) e­splicitamente orientata alla difesa della vita e di quella terminale in particolare. Legalità significa correttezza nell’infor­mazione data al pubblico: i radicali non possono non sapere che le indicazioni sta­tistiche che essi forniscono in chiusura dello spot (e cioè che il 67% degli italiani sarebbe favorevole all’eutanasia) sono i­nattendibili, fino a che il termine non sia rigorosamente precisato nel suo signifi­cato. Legalità significa soprattutto rinun­cia a forme indebite di propaganda me­diatica, soprattutto quando la posta in gioco verte su temi etici fondamentali. U­no spot mediaticamente efficace attiva u­na sorta di corto-circuito mentale, indu­ce cioè a comportamenti fondati non su convinzioni autentiche e su scelte medi­tate, ma su emozioni, su sentimenti o peg­gio ancora su sottili e occulte forme di condizionamento psicologico. Lo spot sull’eutanasia sembra paradossalmente pensato per confermare l’accusa alla te­levisione di essere una 'cattiva maestra'. È davvero stupefacente che nessuna au­torità istituzionale – e ce ne sono diverse che possiedono e dovrebbero riconoscersi e onorare una competenza in questo cam­po – abbia preso posizione in merito, mal­grado le tante esplicite sollecitazioni ri­cevute.
«Avvenire» del 29 gennaio 2011

24 dicembre 2010

I bambini e internet a luci rosse: bravo Cameron (solo a metà)

di Fabio Cavalera
Una ricerca della rivista scientifica Psychologies rivela che un bambino britannico su tre, di età fra i 10 e i 12 anni, è un assiduo utilizzatore dei siti hard su internet. Il problema non è circoscritto al Regno Unito ma qui i dati toccano picchi sconosciuti agli altri Paesi modernizzati. Miranda Suit, fondatrice di SaferMedia, una organizzazione che si occupa di monitorare gli effetti dannosi provocati sui ragazzi dall’eccessiva esposizione al computer e al web, davanti ai Comuni ha sostenuto che la pornografia sulla rete non è più una questione morale, ormai «è una questione di igiene mentale» perché stimola «comportamenti sessuali perversi e devianti». Da qui la necessità di correre ai ripari. Il suo grido d’allarme non è rimasto inascoltato. Il governo Cameron ha avviato una strategia con lo scopo positivo ed encomiabile di impedire che la pornografia, nella sua versione tecnologica, diventi una «malattia» per i giovanissimi. Si tratta però di capire se l’arma individuata sia davvero la più efficace. L’esecutivo convocherà il prossimo mese i maggiori provider, i fornitori dei servizi internet, ai quali chiederà di installare un blocco automatico in grado di oscurare i siti a luce rosse. Con una postilla: se i singoli genitori esprimeranno la volontà di lasciare ai loro figli piena libertà di navigare nel web la censura non sarà attivata. A parte certi toni allarmistici, che sembrano rievocare le campagne «spirituali» del regime cinese, questa giusta e improvvisa sensibilità pubblica su un tema delicato e importante, con la soluzione ipotizzata, solleva un problema: la responsabilità dell’oscuramento e dell’educazione sessuale viene trasferita per intero alle famiglie, come se le istituzioni avessero un ruolo repressivo e non, anche, formativo. Si agisce con mano forte per impedire il «peccato» via internet, e va bene, ma non si risolve il disagio: perché così tanti bambini e adolescenti, nel Regno Unito, sono clienti fissi delle pagine elettroniche a luci rosse? I «comportamenti sessuali perversi» sono solo colpa del papà e della mamma che non spengono i computer di casa? Forse contano anche i modelli educativi (in crisi) della scuola. Quella britannica è una cura a metà.
«Corriere della Sera» del 20 dicembre 2010

10 dicembre 2010

“How to write a Fiction”, manuale per scrittori d’oggi scritto nel 1895

di Mariarosa Mancuso
Quelli che dicono sempre “dove andremo a finire”, e quelli che dicono sempre “è già tutto successo almeno una volta”. D’accordo, sono entrambi discorsi a rischio di sbadiglio: però uno dei due azzecca il punto, e l’altro no. Da tempo raccogliamo prove a sostegno del secondo. Per intima convinzione, anzitutto: non è infatti verosimile che l’ultima generazione di volta in volta ritenuta degna, seria e intelligente abbia esattamente l’età del lamentante. E perché da quando al liceo abbiamo letto Giovenale che si lamentava del traffico romano (bighe e lettighe), l’innocenza in materia se n’è andata e difficilmente tornerà.
Intanto ritagliamo e collezioniamo pezze d’appoggio (si fa per dire, ora ci sono i bookmark, ma il disordine resta uguale). L’ultima ieri, quando abbiamo letto su Slate un articolo di Paul Collins che cominciava così: “Le lettere di rifiuto editoriali gettano nella disperazione migliaia di inglesi”. E uno pensa: “Vorranno mica tutti diventare ricchi come J. K. Rowling, con i suoi sette libri di Harry Potter?”. Macché, la frase era apparsa sul Glasgow Herald del 1895, allora facevano da modello Rudyard Kipling e Thomas Hardy. Ma già i numeri erano impressionanti: da quindici a ventimila dilettanti, stimava la gazzetta, avevano un romanzo nel cassetto. Piatto ricco mi ci ficco, nello stesso anno usciva il primo manuale di scrittura. Intitolato “How To Write a Fiction”, firmato con lo pseudonimo “An Old Hand”, prometteva utili consigli agli aspiranti scrittori.
Più o meno gli stessi che vengono forniti oggi, messi insieme oltre un secolo fa da un furbo giovanotto di 26 anni che si chiamava Sherwin Cody. Primo: mostrare e non dire, ovvero preferire i dettagli concreti agli aggettivi roboanti (meglio un’eroina che cammina a testa alta e con passo deciso, di una fanciulla “fiera e determinata”). Secondo: far piazza pulita delle frasi di cui lo scrittore va più orgoglioso (la differenza tra i dilettanti e i professionisti sta nel fatto che i primi sono troppo buoni con se stessi). Terzo: non credere nella telepatia, il lettore vede quel che c’è sulla pagina, non ha modo di indovinare le intenzioni di un romanziere pigro o incapace. Regole valide per gli scrittori maschi e per le scrittrici femmine, che nell’Ottocento erano numerose e molto popolari tra i lettori che si servivano delle biblioteche circolanti. Per di più, il mestiere non era considerato contrario alla modestia femminile, come vorrà farci credere Virginia Woolf invocando “la stanza tutta per sé”. Anthony Trollope, in un romanzo del 1875 intitolato “La vita oggi” (da Sellerio) aveva perfettamente fotografato la situazione: “I tentativi dilettanteschi in letteratura, iniziati almeno in parte per il piacere che Lady Cadbury ne ricavava, e in parte per essere ammessa nella buona società, erano diventati un duro lavoro per procacciarsi, se possibile, del denaro”.
«Il Foglio» del 10 dicembre 2010

02 dicembre 2010

Caro Fazio, quelle di Welby e Englaro non sono storie private

di Giuliano Ferrara
Non mi piace l’idea che si debba chiedere a Fazio la "riparazione". Può andare bene, come pare sia andata con il ministro dell’Interno Maroni, quando si ha un elenco di fatti (gli arresti di latitanti mafiosi) da sottrarre alla logica di negazione affermatasi in tv davanti a molta gente che guarda. Ma per il resto, bisogna dirlo, la riparazione è una richiesta pigra, disperata, alla quale ci si acconcia da mendicanti, e non in senso cristiano. Sono spontaneamente e naturalmente solidale con la campagna di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. E con le associazioni e le singole persone e famiglie che hanno visto come uno scandalo la promozione nella trasmissione di Fazio delle due grandi epiche eutanasiche del nostro recente passato, i casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. Trovo ipocrita la motivazione con cui è stato negato l’accesso ai grandi malati di Sla e ad altri gruppi di cura e amore verso familiari che vivono la vita in una delle estreme propaggini del dolore. Noi non siamo per la morte, quindi non accettiamo i gruppi pro life, ha detto in sostanza il conduttore, aggiungendo che sono storie private, quelle di Welby e Englaro, come si fa a riparare il torto fatto da una storia personale raccontata in tv?
Non è così, caro Fazio, e lei lo sa benissimo. Su aborto ed eutanasia è in atto nella cultura occidentale un conflitto di assoluti, vita o morte. Una donna che abortisce il suo bambino o un parente che decide per il distacco del congiunto dalle macchine non sono moralmente condannabili, le loro storie possono e debbono essere rispettate. Ma la verità e la realtà che sottostanno a queste moderne e arcaiche incarnazioni della Croce non sono storie personali, non sopportano la sentimentalizzazione, esigono che si delinei con chiarezza una visione di quel che l’umanità è e può diventare a seconda delle scelte che compie. Welby non voleva semplicemente morire, come le persone in buona fede sanno e devono riconoscere: voleva affermare il diritto di morire e il dovere legale di dare la morte, come diritto pubblico, come legislazione, come cultura civile. E voleva che questa affermazione fosse visibile, che si svolgesse sotto l’occhio delle telecamere e la vigilanza dell’opinione pubblica, suggestionandola con l’immagine di un uomo prigioniero della sofferenza per la cattiveria dei preti. Lo stesso per Beppino Englaro: il suo scopo era politico, come si vedeva da subito e si è ben visto dopo la morte per sete (procurata) di sua figlia: non desiderava la morte di Eluana come alternativa al suo stato disabile, voleva la sanzione di una sentenza e il contrasto vittorioso con la cultura opposta alla sua.
Bisogna evitare l’ipocrisia. Negare ai malati e ai loro parenti e alle associazioni che li tutelano il diritto di replica non lo si può fare spacciando le testimonianze di Mina Welby e Beppino Englaro come faccende private. Erano manifesti ideologici, come manifesti ideologici sarebbero stati, se ammessi al cospetto dell’imperatore televisivo, pubblico e conduttori, quelli dei malati di Sla che vogliono vivere ed essere curati, si sentono vittime non già di accanimento ma di trascurato abbandono, e non sopportano l’ideologia che parla della loro vita liminare, e soprattutto della loro morte, senza tenere conto di loro.
Detto questo, come ha notato Aldo Grasso, è incredibile quanto sia forte, esclusiva, brutale l’egemonia del linguaggio televisivo di sinistra in Italia. Ci pensino i vescovi, che non hanno battuto ciglio quando lo strano cristiano Antonio Socci fu consumato e sbriciolato dal meccanismo televisivo. Ci pensino i borghesi perplessi, i conservatori se ce n’è uno, e in genere gli anticonformisti che non accettano la vulgata d’obbligo: come mai in tv non passa una sensibilità diversa da quella del militantismo di contropotere? Come mai non c’è una tv liberale, una tv con sense of humour, una tv cattolica, una tv di destra, una tv capace di guardare i problemi del tempo e giudicarli con uno schema che non sia pregiudizialmente orientato nel senso dei Fazio e delle Dandini? Non è il segno del fallimento di una classe dirigente, dell’incuria verso il linguaggio e la cultura dell’Italia che poi, a buon bisogno, accattona una riparazione in onda sugli schermi di Raitre?
«Il Foglio» del 29 novembre 2010

27 novembre 2010

Inaccettabili

Quelli che non ammettono. Quelli che non sono ammessi
di Marco Tarquinio
Gli uomini davvero liberi sono quelli che quando si rendono conto di aver commesso un erro­re, lo riconoscono. Quelli che non hanno bisogno di un’intimazione per rimediare a uno sbaglio. Quel­li che non fanno finta di sentire so­lo gli applausi. Quelli che dall’alto di uno straordinario successo – frutto di mestiere e di fortuna, del potente mezzo usato e di un anti­co inusuale coraggio – sanno chi­narsi sulle storie e sulle voci degli impresentabili e dei politicamen­te scorretti. E le ascoltano. Anche se non sono quelle che a loro piac­ciono e che hanno deciso di rac­contare davanti alle telecamere della Rai, cioè della tv che dovreb­be essere di tutti, che è tenuta a es­sere e a farsi «servizio pubblico».
Fabio Fazio ne sa qualcosa di «quelli che». E anche Roberto Sa­viano. Sanno di vittorie e di scon­fitte, loro. Sanno di presunti vin­citori e di presunti sconfitti. San­no di speranza e di disperazione. E sanno come raccontare, come elencare. Bene, benissimo. Male, malissimo. Perché della vita che si fa malata, ma malata per dav­vero, duramente malata, fingono di aver saputo solo la disperazio­ne e il rifiuto. Fingono di aver in­contrato e riconosciuto solo sto­rie di guerra, battaglie lunghe e a­mare e controverse per abbando­nare e per finire. Fingono, cioè,di non sapere di Mario e di Fulvio, di Max e di mamma Lucrezia e papà Ernesto, di Maria Pia e di suo marito. Fingono di non aver mai sentito di Stefano e Chantal, di Moira, di Angelo, di Simone, di Ro­sy e di Susi con un’intera famiglia adottiva. Ma se per avventura lo­ro, e gli autori di 'Vieni via con me', nulla avessero saputo o sen­tito o anche solo intuito di tutta questa vita in lotta da chiamare e rispettare per nome, in questi giorni – sulle nostre pagine – han­no certo avuto occasione di in­contrarla e conoscerla. Eppure non l’hanno riconosciuta. E ora che pure il Consiglio di am­ministrazione della Rai, ha detto: «Fateli parlare»? Ora niente, dico­no, Fazio e Saviano. Per loro è «i­naccettabile ». Quelle voci – e già temevano di averlo capito – sono inaccettabili. Beh, non si somi­gliano proprio Fazio e Saviano quando mostrano l’audience e voltano la testa, con aria – loro – da vittime (o, forse, non somiglia­no all’immagine di sé che ci ave­vano dato). E non si somiglia nemmeno Paolo Ruffini, diretto­re di Raitre e intellettuale limpido e rigoroso, quando afferma che niente di «non detto» e di negato c’è stato nel programma che sul­la sua rete ha avuto il maggior suc­cesso di sempre. Ma che cosa hanno fatto i non-En­glaro e i non-Welby per meritare questo bavaglio e queste umilia­zioni, questo puntiglioso sussie­go? Sono forse troppi? Sì, sono tan­tissimi. Sono praticamente tutti quelli che si sono ritrovati arruo­lati loro malgrado nelle battaglie con la distrofia, la sclerosi multi­pla, la Sla... Sono quelli che cono­scono o hanno conosciuto il co­ma, quelli che vengono definiti in stato vegetativo. Sono quelli che si sono risvegliati. E quelli che stan­no ancora chiusi dentro. Sono quelli che stanno accanto, quelli che non indietreggiano, quelli che fanno spazio nelle loro case e nel­le loro vite a queste altre vite in­chiodate e tempestose. Sono quel­li che magari credono in Gesù Cri­sto e non hanno paura della mor­te, ma non ci stanno a dire che l’a­more e la scienza servono a nien­te. Sono quelli che magari non cre­dono in Dio, ma non rinunciano a ogni respiro e a ogni pensiero. Quelli che accanirsi mai, ma eu­tanasia mai. Non hanno bisogno di «par con­dicio », perché la sfida per loro è comunque dispari. Hanno diritto a un po’ di verità. E la tv non è ne­cessariamente e sempre altra dal­la verità, altra dalla vita vera.
«Avvenire» del 26 novembre 2010

24 novembre 2010

Tv, l’inganno delle emozioni

Spot ai raggi X
di Roberto I. Zanini
Nel 1906 Joseph Conrad, l’autore di Cuore di tenebra, nel racconto "Un anarchico" si «rattrista» per «il moderno sistema della pubblicità» e ne parla come della «dimostrazione del prevalere di quella forma di degradazione mentale chiamata credulità». Poi annota: «In varie parti del mondo civile e selvaggio ho dovuto mandar giù l’estratto di carne 'Bos'. Quello che non sono mai riuscito a mandar giù è la sua pubblicità». Affermazioni che ai giorni nostri risulterebbero intollerabili a qualunque pubblicitario o manipolatore della comunicazione che sia. L’aperta dichiarazione di provare fastidio di fronte alla reclame è infatti un esercizio di libertà, che indica un duplice fallimento del comunicatore: perché l’attuale sistema della comunicazione commerciale e non solo, è costruito per condizionare le scelte dell’individuo; perché per vendere il prodotto la pubblicità deve sedurre. Adesso, evidenzia Anna Olive­rio Ferraris, docente di Psicolo­gia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, nel libro "Chi manipola la tua mente? Vecchi e nuovi per­suasori: riconoscerli per difender­si", edito da Giunti, si ragiona co­me quel tal Patrick Le Lay, diret­tore del primo canale della tv pubblica francese, che su 'Le Monde' dell’11 luglio 2004, rife­rendosi a una certa bibita gassata reclamizzata dalla sua rete, teoriz­za: «Perché un messaggio pubbli­citario sia recepito bisogna che il cervello del telespettatore sia di­sponibile. Le nostre trasmissioni hanno per vocazione quella di renderlo disponibile... Quello che vendiamo alla bibita gas­sata è una frazione di tempo del cervello umano disponibi­le ».

Insomma, professoressa Oli­verio Ferraris, vendono il nostro cervello.
«È il loro obiettivo. Per que­sto i programmi sono fatti in funzione degli sponsor. Soprattutto i cosiddetti con­tenitori, che risultano sempre più stupidi per rendere più inci­siva la pubblicità».

Si dice che la tv ipnotizzi i bambi­ni.
«Anche gli adulti. Sappiamo che nei bambini dopo circa venti mi­nuti davanti alla tv o ad analogo ti­po di comunicazione per immagi­ni, le onde cerebrali si modificano. Da beta diventano alfa, cioè simili a quelle degli stati ipnotici».

Un’inchiesta ha collegato il nume­ro dei televisori in casa con la pro­pensione delle famiglie al consu­mo dei prodotti più pubblicizzati.
«Con tante tv ognuno guarda la sua. E senza potersi confrontare con una persona reale diventa più vulnerabile».

Anche quando si va al super­market dopo un po’ ci si sente fra­stornati. Meglio essere accompa­gnati?
«Tutto nei supermercati è con­cepito per stimolare gli acquisti. Le luci, la musica. Si crea un am­biente uterino, benevolo. E spesso i prodotti cambiano di posto per dare la sensazione di andare a scovarli... come quan­do eravamo cacciatori-raccogli­tori».

Si fanno studi specifici da de­cenni.
«Anche sul modo di far passare gli spot in tv. Ha fatto caso a quelle pubblicità che vengono trasmesse una volta per intero e poi sono rilanciate a spezzoni? Lo fanno perché lo spettatore sia costretto a fare lo sforzo di com­pletare lo spot. Un esercizio m­nemonico, che fissa nelle menti il marchio e le sue atmosfere».

Sono più importanti le atmosfere o il prodotto?
«Le faccio il caso dei detersivi. In fondo sono tutti uguali. Se vuoi vincere la concorrenza devi inven­tarti un logo, uno spot seduttivo, l’atmosfera giusta. Sembra strano, ma è la stessa logica che, per para­dosso, conduce le emittenti a fare in prima serata programmi che si assomigliano tutti».

Nel senso che per sedurre i tele­spettatori tutti puntano su bisogni primari come cibo, paura e sesso?
«In questo modo si pensa di dare alle persone quello che cercano. La concorrenza fra le emittenti punta tutto su questo e la qualità della tv si abbassa progressivamente. An­che i politici utilizzano la stessa tecnica. Con una sintassi elemen­tare dicono quello che la gente si aspetta di sentir dire da loro».

Non servono i contenuti, ma serve la televisione?
«La televisione o qualunque altro media dove l’importante è esserci e arrivare in contemporanea a mi­lioni di persone. In questo modo ognuno può costruirsi un carisma: basta apparire. Pensiamo a certi personaggi dello spettacolo e non solo, che sono ammirati pur con­ducendo una vita riprovevole, pur entrando e uscendo dalla galera, pur essendo dei ricattatori. Acqui­stano popolarità e siccome la mac­china della comunicazione è auto­referenziale, fanno un’intervista con uno e poi li intervistano tutti. Per gli operatori della comunica­zione il modellino preconfeziona­to, il format, funziona sempre».

Più ti emoziono, più ti condiziono. E la verità dei fatti?
«Nella comunicazione per imma­gini non conta la verità, conta l’e­mozione, il sentimento. E siccome tante persone associano i senti­menti e le emozioni che provano con la verità... La nostra civiltà è fatta di persone che in certe condi­zioni si lasciano convincere facil­mente. Basta il colpo di teatro la trovata che crea la giusta atmosfe­ra. I nostri politici lo sanno, così come lo sanno i conduttori televisivi più gettonati. Anche il modo di porre le domande condiziona le ri­sposte. I sondaggi in tv sono esem­pi classici di manomissione della verità. Poi nessuno controlla se le promesse sono state mantenute e se le 'verità' sono accertate».

Se conta solo quello che dà emo­zioni vengono a cadere tutti i prin­cipi che reggono la società civile.
«Certamente si favoriscono com­portamenti più impulsivi. Omolo­gati. Anche nel rapporto col sesso. Le gerarchie, le convenzioni, le re­lazioni, tutto quanto è frutto della civiltà e dell’istruzione perde di senso. L’autocontrollo non ha più significato. Le dispute, le divergen­ze si risolvono con la violenza. In tanti cartoni per bambini si ragio­na così. La politica ragiona così».

Come ci difendiamo?
«Non conosco altra difesa che quel­la di far crescere lo spirito critico».

Di fronte a un sistema che mina le radici della democrazia e della no­stra stessa civiltà ci difendiamo con lo spirito critico?
«Bisogna insegnare a valorizzare lo spirito critico. A non accontentarsi di essere cullati. Solo così si acqui­sta l’esperienza necessaria per di­stinguere l’imbonitore dal comu­nicatore onesto. La civiltà non pro­gredisce con le sensazioni, la de­mocrazia non vive solo di emozio­ni. I giovani sono sensibili sulle questioni che hanno a che fare con la libertà. Nel mio lavoro ho visto che sono molto ricettivi quando si spiegano i modi e i motivi di chi li vuole ingannare. E il comporta­mento dell’utente condiziona il comunicatore».
«Avvenire» del 24 novembre 2010

16 novembre 2010

Invece di morire, la Tv si scopre 'convergente'

di Alessandro Zaccuri
Il bello della convergenza è che, in realtà, è quanto di più divergente si possa immaginare. Perché è vero, i media sono destinati ad avvi­cinarsi l’uno all’altro, creando un nuovo 'ambien­te' la cui mappa – come accade nei videogiochi – si disegna su schermi e display nel momento stes­so in cui si esplorano nuove porzioni di territorio. Solo che l’esito di questo processo non è la black box mitizzata dai tecno-sciamani degli anni No­vanta, l’apparecchio definitivo del 'tutto in uno' il cui risultato avrebbe dovuto eccedere di gran lun­ga la somma delle parti. Al contrario, come ha di­mostrato Henry Jenkins, 'convergenti' sono i com­portamenti delle persone, 'convergente' è la pra­tica di ciascuno di noi quando andiamo alla ricer­ca dello stesso contenuto su piattaforme differen­ti, con un occhio di riguardo per il web, d’accordo, ma senza dimenticare per questo i mezzi di co­municazione più tradizionali. E siccome le perso­ne sono tutte diverse tra loro, il medesimo proces­so assume un’innumerevole, 'divergente' varietà di forme.
Capita così che la tv, data per spacciata dai primi gu­ru dell’era digitale, viva oggi una stagione di straor­dinaria vivacità, trasformandosi in crocevia di mol­teplici esperienze di visione e di ancor più variega­te pratiche di condivisione. È lo scenario docu­mentato dal volume Televisione convergente: la tv oltre il piccolo schermo, a cura di Aldo Grasso e Mas­simo Scaglioni (Link Ri­cerca, pagine 268, euro 18,00: il libro sarà pre­sentato oggi alle 11.30 presso l’aula Pio XI del­l’Università cattolica di Milano nel corso di un incontro al quale parte­ciperanno Pier Silvio Berlusconi e Marco Paolini, direttore Marketing strategico R­ti).
Frutto di un’articolata indagine condotta lo scorso anno dal Ce.R.T.A., il Centro di ri­cerca sulla televisione e gli audiovisivi attivo in Cattolica dal 2008, lo studio si articola su tre piani 'convergenti': l’a­nalisi dei ruoli innova­tivi che emittenti e spettatori si trovano a giocare in un panorama dominato, tra l’altro, dal­l’inedita centralità del 'marchio' che caratterizza il programma (che deve quindi rimanere riconosci­bile in ciascuno dei contesti in cui si manifesta); il riconoscimento di alcuni degli stili attualmente a­dottati da un pubblico che, pur non avendo del tut­to abbandonato la tv tradizionale, sperimenta con curiosità crescente le offerte della programmazio­ne digitale; una nutrita serie di casi emblematici, che vanno dai nostrani 'Cesaroni' (tra le cui 'esten­sioni' fuori dal piccolo schermo troviamo anche un’etichetta di vini…) e gli americanissimi 'He­roes', la serie di fantascienza paradossalmente soffocata dall’eccesso di narrazioni in parallelo svi­luppatesi su piattaforme alternative rispetto alla cara, vecchia tv.
In questo territorio non privo di contraddizioni si verifica, come osserva Grasso in uno dei capitoli del volume, «l’incontro, e spesso lo scontro, tra u­na produzione potenzialmente più aperta e un con­sumo potenzialmente più attivo». Fenomeni di cui, nel nostro Paese, si scorge per ora solo qualche av­visaglia: in una delle 'tribù televisive' censite dal­la ricerca il televisore continua a dominare indi­sturbato, anche se il capofamiglia va molto fiero del suo smart phone di ultima generazione, mentre in altre situazioni l’attivismo tecnologico dei più gio­vani è frenato dalla scarsa disponibilità economi­ca. Ma la trasformazione è già in atto e ha per og­getto, scrive ancora Grasso, «quella cosa che, oggi e per molti anni ancora, continueremo a chiamare televisione».
Eterna televisione. Col web doveva finire invece è il luogo dove convergono tutti i generi. Un libro di Grasso e Scaglioni
«Avvenire» del 16 novembre 2010

12 novembre 2010

Pubblicità mortale

I radicali ci provano. Contro cuore e legge
di Francesco Ognibene
In un Paese nel quale va pericolosamente logorandosi il principio di responsabilità, occorre sempre stare in guardia di fronte alle sparate deliberatamente provoca­torie. A prima vista sembrano eccessi senza futuro, ma poi si scopre che finiscono per scavare nella coscienza collettiva producendo ingenti danni a lunga scadenza. Non ci vuol nulla a tirare un sasso nella cristalleria dei va­lori condivisi da un intero popolo, sperando di produr­re il maggior danno possibile e di portare a casa discuti­bilissimi dividendi. Ma questa attività di premeditato bullismo politico e culturale va chiamata col proprio no­me, smascherandone subito l’aperta strumentalità. E chiamando chi può – e deve, per funzione istituzionale – a sopperire con la propria al grave difetto di responsa­bilità altrui. L’ultimo esempio è di ieri. L’eutanasia in Italia è illega­le? Visto che in Parlamento quasi nessuno la vuole am­mettere per legge, allora si prova a blandire l’opinione pubblica mostrandone il volto 'libertario' e 'pietoso' at­traverso uno spot televisivo nel quale un malato termi­nale spiega pacatamente di voler scegliere come e quan­do farla finita. I radicali, promotori del nuovo abbor­daggio a quello che chiamano «tabù» ma che è sempli­ce senso comune (presidiato dal diritto), tentano una nuova sortita per via mediatica e scavalcano la rappre­sentanza politica, ben sapendo che solo la loro propo­sta di legge sul «fine vita» prevede esplicitamente l’eu­tanasia: dunque sono del tutto isolati, scaricati ieri per­sino dal loro collega nel Pd Ignazio Marino – pure so­stenitore dell’autodeterminazione assoluta –, che teme un autogol parlamentare con la legge sulle Dichiarazio­ni anticipate di trattamento ancora attesa al passaggio in aula alla Camera.
Lo spot non è nuovo alle cronache. Si tratta infatti della versione italiana dei 40 secondi televisivi prodotti in Au­stralia da Exit – l’associazione che si batte su scala in­ternazionale per legalizzare l’eutanasia – e bocciati a metà settembre dalla locale Authority per la pubblicità poco prima che potessero andare in onda. Rilanciato poi in Canada, lo spot viene ora adottato da una delle molte sigle della galassia radicale – l’associazione Luca Coscioni – col chiaro intento di provocare un caso, aprire una breccia e azzardare la dimostrazione del trito teo­rema secondo il quale il Paese sarebbe più avanti del Pa­lazzo (e della Chiesa, manco a dirlo) nell’esigere la co­dificazione di nuove 'libertà', compresa quella di farsi uccidere. È vero: gli italiani sono molto più consapevo­li e maturi rispetto a come vengono dipinti, ma nel sen­so opposto a quello immaginato da certuni. E a poco serve sbandierare sondaggi – come succede in coda al­lo spot – realizzati allo scopo di dimostrare quel che si desidera. Chi soffre (e, con loro, le famiglie) non chiede di morire ma di essere aiutato a vivere. E l’acuta preoc­cupazione con la quale i palliativisti italiani hanno ac­colto ieri la pubblicità all’eutanasia basta e avanza per screditare questionari e campagne.
Va peraltro ricordato agli smemorati che il Codice pena­le sanziona con chiarezza l’«omicidio del consenziente», la fattispecie sotto la quale ricadono eutanasia e suicidio assistito. Permettere che si pubblicizzi un reato attraver­so i mezzi di comunicazione a noi pare inammissibile: ed è lecito attendersi che l’Autorità garante delle comunica­zioni, alla quale i radicali si sono rivolti per chiedere il via libera allo spot della morte, faccia il proprio dovere senza esitazioni fermando questa i­nutile provocazione. Sempre ammesso che non ci pensino prima l’editore o il direttore di Telelombardia, l’emittente commercia­le milanese che si è incautamente pre­stata all’operazione. Associare il proprio nome a questo macabro gioco non ser­ve ad accreditarsi se non presso i ra­dicali e i loro sodali. Poca roba, a conti fatti. Anche per chi doves­se mirare solo all’audience.
«Avvenire» del 10 novembre 2010

10 novembre 2010

Convergenza. Internet, tv, telefonino: ormai lo strumento è uno solo

Comunicazione. Come muta il nostro modo di vivere
di Aldo Grasso
La digitalizzazione porta con sé una rivoluzione antropologica: basta con i programmi dall’alto, ora siamo noi a incrociare mezzi e contenuti su misura
Il mondo della comunicazione è al centro di un profondo e radicale cambiamento: il telefono, così come l’abbiamo conosciuto e usato per anni, non è più il telefono; i giornali non sono solo più giornali, stanno mutando pelle e contenuti; la tv non è più la tv; persino il computer presto non sarà più il computer. La digitalizzazione della comunicazione sta portando con sé evoluzioni incredibili sia nelle piattaforme di distribuzione dei contenuti sia nelle modalità di fruizione dei medesimi. Motore di questa evoluzione è il fenomeno della convergenza. Che cos’è? Tecnicamente, la convergenza è l’unione di più strumenti del comunicare, una fusione resa possibile dalla tecnologia digitale. Ciascun medium non è più destinato a svolgere un singolo tipo di prestazione, ma è in grado di diffondere diversi contenuti (fotografia, radio, conversazioni telefoniche, tv, musica). Convergenza significa utilizzare una sola interfaccia (il computer, per esempio) per molti servizi informativi, passare cioè dalla visione di una serie tv a un’operazione bancaria, dalla lettura di un quotidiano alla sorveglianza di un angolo della casa. Ma convergenza significa anche che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la comunicazione e coinvolge categorie antropologiche. Convergenza è la voce del molteplice, dell’indiscernibile e dell’ibridato. Grazie alla facilità di spostamento, ai flussi migratori, alla globalizzazione, tutto il mondo converge, si mescola, tende al meticciato.
La convergenza dei media, dunque, non è un processo solamente tecnologico, o scandito dalla tecnologia. Per allontanarsi da questa visione troppo ingenua e fallace, che fa della tecnica la causa che determina i nostri comportamenti (il modo in cui usiamo i media, in questo caso), Henry Jenkins ha coniato l’espressione «cultura convergente»: un’attitudine culturale che incoraggia gli utenti a interagire con i contenuti, a creare connessioni tra diversi testi, a usare le tecnologie sempre meno come strumenti per comunicare e sempre più come nuovi territori da esplorare (i Cesaroni sono un programma tv, ma anche un’esperienza culturale complessa che prende forme diverse su media diversi: cd, libri, blog, oggettistica, eccetera). Considerata l’importanza e la pervasività dei mezzi di comunicazione nella società contemporanea, e il fatto che i media non sono solo semplici protesi, ma piuttosto ambienti in cui siamo immersi, il mutamento in corso è totalmente culturale. Riguarda cioè la «cultura» nel senso più ampio e antropologico della parola: «Un intero modo di vita», come l’ha definita Raymond Williams, un patrimonio di conoscenze, di nuove convenzioni sociali e di inedite espressioni di civiltà.
Il mutamento nel sistema dei mezzi di comunicazione, in atto da alcuni anni, è sotto gli occhi di tutti. Sotto la potente spinta della digitalizzazione, oggi facciamo con i media cose un tempo impensate: se desideriamo informarci sui fatti del giorno, un click sull’iPad o sullo smartphone ci è sufficiente per visualizzare l’ultima edizione del «Corriere»; mentre siamo in attesa in un luogo pubblico, o in viaggio, il nostro lettore musicale portatile si trasforma in un terminale per vedere un film; in una serata di «magra» programmazione televisiva troviamo su YouTube i frammenti di quel programma che ci ha divertito o di cui abbiamo tanto sentito parlare da amici e colleghi. Negli Usa, le serie più famose, come Gossip girl, possono essere viste in streaming sui siti ufficiali dei canali, subito dopo la messa in onda. Anche in Italia si tentano i primi, timidi esperimenti (portali di Rai, Mediaset e La7). Convergenza significa, in breve, proprio questo: quelli che prima si chiamavano «mezzi di comunicazione di massa » ora si sovrappongono, si mescolano, si combinano, si piegano con maggiore flessibilità alle nostre esigenze temporali, spaziali e d’uso.
Chi possiede uno smartphone sa benissimo (non per studio ma per pratica quotidiana) che il «vecchio» telefonino da strumento di comunicazione personale è diventato uno strumento elettronico dove si raduna il nostro essere sociale e la nostra identità individuale e collettiva. Chi frequenta Facebook conosce i pregi e i difetti delle comunità virtuali, ma il fatto più rilevante è che comincia a far parte di una «cittadinanza digitale» che va ben oltre i narcisismi rétro del socialnetworkismo (a metà tra il «saranno tutti famosi» e il «villaggio globale»). L’idea di fondo dei social network è proprio quella di addomesticare il web e restringerlo ai propri bisogni. Che la tecnologia, elemento necessario al cambiamento in corso, non sia tuttavia la sola forza in grado di rivoluzionare comportamenti e «modi di vita» è dimostrato da due semplici considerazioni.
La prima consiste nell’osservare che - accanto alla fioritura di tutti questi nuovi modelli di utilizzo dei media - permangono anche quelli più tradizionali, che affondano le loro radici nella storia dei mezzi di comunicazione: i giornali fatti di carta si continuano a comprare come uno o due secoli fa; per vedere un film su grande schermo è necessario uscire di casa e pagare un biglietto alla cassa; all’interno delle mura domestiche la tv resta il principale passatempo, spesso nella sua versione generalista. Quelle che permangono, in fin dei conti, sono alcune esigenze di fondo che, pur mutando nelle forme e nei contenuti con cui vengono soddisfatte, caratterizzano l’uomo mediatico uscito dalla «modernità» otto e novecentesca. Per esempio, un genere come il reality da una parte soddisfa un’esigenza tradizionale di intrattenimento, dall’altra, invece, per molti si manifesta come un’esperienza di vita (X-Factor, per esempio, è un costellazione formata dal programma, dagli album, dalle serate a cui partecipano i cantanti, dai concerti).
La seconda considerazione deriva dall’osservazione che, nella società capitalistica, anche la più geniale delle invenzioni deve trovare un mercato per diffondersi: deve cioè intercettare o quantomeno generare dei bisogni. L’industria culturale si attiva solo se le sue produzioni sono economicamente sostenibili. Invenzioni come iPod e iTunes hanno rivoluzionato l’industria della musica: le case discografiche non sono morte, ma hanno dovuto inventarsi nuovi scenari di business. Nelle redazioni di mezzo mondo si fanno esperimenti di interazione tra carta e online, si cercano soluzioni per fare pagare i contenuti senza perdere lettori. La nuova frontiera dell’editoria è sicuramente l’ebook (non si è parlato d’altro all’ultima Fiera del libro di Francoforte): dal lancio di Kindle di Amazon e dalla presentazione dell’iPad di Apple, tutta la filiera dell’editoria sta cercando di cambiare i propri connotati e di ridefinire il ruolo dell’autore e del lettore.
Per creare Hulu - che in cinese mandarino significa «scrigno di beni preziosi», e che è una sorta di grande contenitore web di testi mediali, in particolare film e prodotti tv - si sono accordati concorrenti storici come Nbc Universal, Fox NewsCorp e Abc Disney, ma non è ancora chiaro se lo «scrigno» restituirà doni preziosi anche per le major. Perché un modello economico per l’over-the-top tv è tutt’altro che chiaro: in rete c’è grande fame di contenuti audiovisivi, il web può rappresentare un’enorme archivio on demand, ma come si regge, alla fine, il sistema, visto che lo spettatore è sì disposto a consumare contenuti, ma molto meno a pagarli (dal momento che esistono anche numerose strade illegali)? E allora, l’altra grande spinta a forgiare l’ambiente della convergenza deriva dalle imprese mediali, con i loro interessi, con le loro strategie e, soprattutto, con la loro capacità - più o meno sviluppata - di inserirsi creativamente e tempestivamente su un terreno in costante evoluzione.
A proposito di Hulu, è curioso osservare che lo «scrigno» è la televisione più frequentata dai ragazzi americani. I video di Hulu si possono poi pubblicare su altri siti e social network come Aol, Msn, MySpace, Yahoo e Fancast.com: è come se la galassia della tv generalista esplodesse in tanti piccoli frammenti luminosi, inaugurando un nuovo tipo di socialità televisiva. Per oltre mezzo secolo, la tv ha avuto una precisa collocazione pubblica e ha alimentato un’esperienza tanto diffusa quanto condivisa per gli spettatori, riassumibile in una semplice espressione: «Guardare la tv». Lo scenario attuale della convergenza tecnologica, invece, comporta una mutazione nell’identità del telespettatore, che oggi è virtualmente chiamato a dare forma ad abitudini di visione differenti. Il passaggio universale al digitale terrestre è il più consistente cambiamento che la tv italiana ha affrontato negli ultimi venti o trent’anni, anche soltanto per il numero di persone che coinvolge: un’intera popolazione. Ma il digitale terrestre, pur essendo la tecnologia di accesso-base alla tv, non è la sola piattaforma distributiva su cui le imprese televisive possono contare. Quel che emerge è una moltiplicazione dei possibili percorsi, che connettono chi produce e distribuisce i contenuti tv e chi li consuma.
Senza troppo entrare in un discorso tecnico, sul mercato si confrontano ora non tanto i singoli canali, quanto le piattaforme di offerta, entità complesse in cui si incrociano tecnologia, modelli di business, modi di organizzare i contenuti televisivi. Non a caso due colossi come Apple e Google si stanno trasformando in media center, con lo scopo ben preciso di «linkare» sempre più le loro tecnologie con i contenuti della tv. L’apparato può essere immaginato come un grande smartphone per la tv: ci sono le applicazioni, i video, la musica e i siti web ottimizzati per essere visualizzati al meglio sullo schermo del televisore. La cosa più curiosa è che questo grande processo tecnologico in atto non espelle il pubblico, non lo relega irrimediabilmente al ruolo di «utilizzatore finale», anzi.
Il pubblico può conquistarsi un ruolo da protagonista nello scenario della cultura convergente. Da un lato, perché i canali tv cercano sempre di più di costruire dei touchpoint, dei punti di contatto «emotivi» con lo spettatore, pensati per accrescerne il coinvolgimento, come la campagna di lancio sul web per la seconda stagione di Romanzo criminale. Dall’altro, perché la tv è sempre stata oggetto di condivisione sociale, ma solo oggi diventa concretamente smontabile, «sgangherabile», commentabile, soprattutto grazie alla rete. Il dato può stupire, ma la centralità della tv nel sistema dei media è confermato, come abbiamo visto, dalla presenza esorbitante di tv sul web: la tv si guarda sul web (pensiamo ai contenuti su You- Tube o altri aggregatori audiovisivi), la tv si commenta sul web (pensiamo ai discorsi sulla tv fra forum, blog e Facebook). Se mai lo è stato realmente, oggi lo spettatore non è più passivamente sprofondato sul divano: utilizza di continuo la tv come risorsa, sia materiale che simbolica, per orientarsi, per discutere, per interagire, tanto online quanto offline.
Ma noi, come ci attrezziamo per affrontare un simile rivolgimento? Consideriamo la tecnologia come un gadget prezioso di cui non si può fare a meno? La convergenza è un fenomeno che cambia le nostre abitudini di consumo o cambia anche le abitudini cognitive? Il passaggio dal cartaceo allo schermo elettronico è solo una comodità o un cambiamento radicale? Gli Stoici avevano risolto il problema con una certa rassegnazione: i fati guidano i volenti e trascinano i nolenti. Spiace però che questi problemi se li pongano più le aziende che le università, più i blogger che gli accademici. Ma ormai, forse, persino queste distinzioni sono superate. La verità è che oggi, nel mondo della comunicazione, si compiono operazioni così vertiginose da essere state vagheggiate solo da qualche scrittore di fantascienza: il primo Macintosh è del 1984, la nascita ufficiale del Web risale al 1991.
Nel giro di pochi anni ciascuno di noi può connettersi con il mondo intero, consultare tutto quello che è stato caricato in rete. Convergenza significa anche che da una cultura di tipo verticale (ordinata secondo una gerarchia valoriale) siamo passati a una cultura di tipo orizzontale (ogni contenuto è immediatamente disponibile) basata più sulle associazioni, sui link, sui liberi collegamenti che sulla tradizionale trasmissione del sapere. I nuovi media, infatti, conferiscono inevitabilmente a tutti i contenuti che diffondono un peculiare carattere di precarietà ed esteriorità; la loro convergenza assomiglia sempre più a un gioco che urta contro i canoni tradizionali dell’esperienza estetica o informativa. Il ritmo incalzante che ci impongono costringe la nostra mente ad adeguarsi, sempre precariamente e provvisoriamente (come nei giochi), a continue novità, a paesaggi sempre diversi.

L’autore
Aldo Grasso insegna Storia della televisione alla Cattolica di Milano. Critico televisivo del «Corriere della Sera», è autore di numerosi saggi, tra i quali: «Storia della televisione italiana» (Garzanti), «Buona maestra» (Mondadori) e «Arredo di serie» (Vita e pensiero), curato con Massimo Scaglioni come «Televisione convergente» (Rti)
«Corriere della Sera» del 10 novembre 2010

11 ottobre 2010

Mettiamo un limite all’orrore senza fine

di Luigi Mascheroni
Pensavamo che il caso di Sara Scazzi avesse esaurito tutta la propria violenza e il proprio orrore.
Pensavamo che dopo la notizia del ritrovamento del cadavere in diretta televisiva, di fronte a una madre che non poteva comprendere la morte della figlia e incapace di intendere e di scegliere se restare o no in quella trasmissione, dopo la scoperta della verità insostenibile di un omicidio consumato in famiglia, dopo la confessione dell’orco, dopo la riesumazione del cadavere martirizzato della ragazza, dopo la rivelazione della violenza post mortem - dopo tutto questo pensavamo che il fondo del pozzo, fisico e metaforico, fosse stato toccato.
Poi abbiamo saputo anche i particolari dell’orrore, abbiamo letto i verbali dell’interrogatorio dell’assassino, il quale ha confessato di essere addirittura tornato sulla «tomba» di Sara per pregare. Abbiamo assistito sgomenti nelle vie di Avetrana alle grida «a morte, a morte» e nelle strade della Rete a gruppi di sostegno all’assassino. Abbiamo vissuto una lunga e insostenibile rielaborazione televisiva del lutto 24 ore su 24, un canale dopo l’altro, una trasmissione dietro l’altra. Abbiamo accettato come sempre accade in questi casi gli insopportabili applausi alla bara e all’innocenza della vittima. Abbiamo persino accettato, in una ancor meno tollerabile «moviola del dolore», di ascoltare le cugine di Sara intervistate, a cadavere caldo, «in esclusiva a Domenica 5» (!), e dire: siamo contrarie alla pena di morte, nostro padre deve pagare giorno per giorno, lentamente, per quello che ha fatto.
Pensavamo di avere sopportato tutto, per pietà. E invece.
E invece il grado cui è capace di piegarsi l’orrore è superiore alla realtà, al reality, alla stessa irrealtà, cioè l’immaginazione.
Ieri si è saputo che un profilo su Facebook, attribuito a «Sarino Scazzi», aveva come foto il cadavere di una ragazzina bionda, steso su un tavolo di ferro: il corpo di Sara Scazzi fotografato nell’obitorio dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto. A segnalare ai carabinieri la macabra fotografia è stato un frequentatore di Facebook: i militari hanno avuto appena il tempo di visionare la foto - ritenuta «plausibilmente vera» - prima che venisse rimossa.
Alla stessa madre di Sara, Concetta Spagnolo, al momento del riconoscimento della figlia all’ospedale, non è stato mostrato il cadavere a causa delle terribili condizioni di conservazione dopo oltre quaranta giorni di permanenza nella cisterna. «È meglio che lei ricordi sua figlia com’era», le è stato pietosamente consigliato.
Chi può avere immesso nella rete un’immagine così ripugnante? E perché?
La notizia genera il «giallo». Il «giallo» accende la polemica. La polemica spegne ogni umanità. E aggiungere altre parole, azzardare un ennesimo commento, tentare una qualsiasi spiegazione diventa banale, retorico. Se fatto su un giornale, addirittura ipocrita, come non può non suonare ipocrita chiedere silenzio alzando il tono dell’indignazione.
Vera o falsa che sia la fotografia. Pazzo o sciacallo che sia l’autore. Ultima frontiera del voyeurismo necrofilo o macabra beffa che sia l’immagine su Internet. Qualsiasi cosa sia ciò cui ci troviamo di fronte, ormai anche l’ultima barriera morale, fisica, sociale, psicologica, si potrebbe dire antropologica, è crollata. Su queste stesse pagine, il giorno della confessione dell’orco, di fronte a quella che credevamo essere l’ultima pagina di questa storia nera, ci si è domandati, ingenuamente: «Che cosa c’è più di questo?», aggiungendo che il caso di Sara Scazzi è ormai il termine di paragone che accompagnerà la cronaca nera del futuro, un precedente perenne, ma irripetibile per dinamica, follia, depravazione. Sbagliavamo.
L’orrore - come insegna la letteratura, la realtà, la televisione e Internet - non conosce limiti. Ed è per questo che dopo la notizia di ieri non abbiamo il coraggio di chiederci se è immaginabile qualcosa di peggiore dell’affissione, sulla bacheca più letta e frequentata del mondo, della foto del cadavere di una ragazzina strangolata e violentata da morta, mentre le sue cugine, che la piazza accusa di complicità con l’assassino, chiedono in diretta televisiva, in un salotto domenicale, la pena eterna del carcere per il proprio padre.
Non ce lo chiediamo, perché oltre non c’è neppure un nuovo orrore. C’è il baratro del nulla. E noi stiamo allegramente passeggiando sull’orlo.
«Il Giornale» dell'11 ottobre 2010