Visualizzazione post con etichetta divorzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta divorzio. Mostra tutti i post

23 luglio 2014

Matrimonio, divorzio e decristianizzazione

L'orizzonte di uno scontro antropologico
di Gabriella Cotta
​Su questo giornale sono apparsi autorevoli commenti attorno alla questione del divorzio, a quarant’anni dalla vicenda referendaria che ne suggellò la definitiva introduzione in Italia nel 1974. In uno di questi Francesco D’Agostino sottolinea giustamente, con toni amari, la connessione della modifica dell’istituto matrimoniale con il processo di dematrimonializzazione e con la drammatica denatalizzazione che ne è il risultato. Senza entrare nel merito del pensiero degli antidivorzisti che quarant’anni fa ne orientò l’impegno, di cui ha dato conto in modo più ampio anche una precedente analisi di Giuseppe Dalla Torre, vorrei portare ancora qualche riflessione su questa complessa questione. L’introduzione del divorzio in Italia, infatti, ha avuto un significato del tutto particolare poiché ha rappresentato la caduta di un caposaldo della cultura cristiano-cattolica proprio nel suo luogo d’elezione, facilitando legislazioni simili in Spagna, Portogallo, Colombia, Irlanda, Argentina, Cile: in pratica quella parte del mondo cattolico che ancora non aveva l’istituto del divorzio.
Perché sottolineare questo aspetto della questione dopo aver detto in tutti i modi – e con ragione – che la battaglia referendaria fu condotta a suo tempo per motivi del tutto laici? La contraddizione sembra palese e sembra svelare finalmente, al di là di pudichi veli argomentativi, quale fosse la vera intenzione dei referendari: mantenere l’Italia nel suo brodo di cultura cattolico, sotto l’ombrello protettivo della Chiesa, rallentandone così il processo di modernizzazione e laicizzazione.
A questo fu, di fatto, ridotta – bon gré, mal gré – la sostanza ideologica dello scontro tra le due parti e non solo da parte laica, poiché senza dubbio anche da parte degli antidivorzisti – non tra i promotori, tuttavia – ci fu una componente clericale e tradizionalista la cui posizione non era lontana da quella su accennata. Il nodo che rimase oscurato allora dalla violenza dello scontro – e che rischia di rimanere anche oggi del tutto, e volontariamente, celato – è la vera portata di tale opposizione che, formalizzata in quella fase intorno alla difficile questione del matrimonio, continua puntualmente e nascostamente a riproporsi nei diversi progetti legislativi a sfondo bioetico e biopolitico.
Per sintetizzare il senso culturale dello scontro emerso con brusca rudezza all’epoca del referendum – ma in corso già da lungo tempo nel mondo occidentale – si deve dire che si trattò, e si tratta, del contrapporsi di due visioni opposte. La prima, nata e cresciuta in ambito protestante, ispirata alla volontà di una decristianizzazione completa dell’orizzonte sociale e civile – per coerenza precisamente con le premesse religiose del protestantesimo – al cui centro sta una visione antropologica ontologicamente individualistica. La seconda, quella cristiano-cattolica, convinta della bontà della proposta antropologica del cristianesimo, giudicata valida ed esportabile anche per chi credente non sia, dunque in assenza di una adesione di fede, e accettabile senza alcuna forma di sudditanza culturale. Ricordando quanto già sottolineato da D’Agostino, il fulcro della proposta antropologica cristiano-cattolica è riducibile a una visione dell’uomo come originariamente, ontologicamente, in relazione, nato cioè "in" e "da" una relazione e destinato a vivere in un "sistema di relazioni" essendo costituito da e per queste.
Le due prospettive appena richiamate non disegnano i profili, rispettivamente, di un uomo automaticamente malvagio, né di uno automaticamente buono, ma certamente aprono orizzonti culturali profondamente diversi. La prima, orientata dal principio individualistico, appare destinata a ordinarsi, coerentemente con i suoi presupposti, in prospettive – traducibili in legislazioni, prassi, comportamenti, orientamenti economici – ispirate all’esaltazione delle libertà del singolo e, in definitiva, al principio utilitaristico, più che al senso della responsabilità e della coesistenzialità.
La seconda inscritta in un orizzonte culturale che, qualora sia ispirato realmente a un’antropologia ontologicamente relazionale, dovrebbe dar luogo a legislazioni, prassi, comportamenti, indirizzi economici orientati dal principio della coesistenzialità. Fondata, questa, sulla convinzione inestirpabile dell’uguaglianza tra individui costitutivamente relazionati agli altri per realizzare pienamente se stessi. Che la posta in gioco – con implicazioni ben più vaste di quelle cui qui si può dar conto – sia quella, epocale, del decisivo orientamento della cultura occidentale intorno ai contenuti antropologici del cristianesimo, o della loro espunzione, lo aveva ben chiaro già Nietzsche, conscio dell’auspicabile - per lui - ma comunque tragico evento della "morte di Dio". Tra gli altri, lo ripetono oggi, in modo significativo da sponde opposte, due laici: Jean-Luc Nancy nel suo "La dischiusura. Decostruire il cristianesimo", e Alain Badiou nel suo bel libretto dedicato a San Paolo e alla fondazione dell’universalismo.
«Avvenire» del 18 luglio 2014

Il matrimonio indissolubile? Un’idea dei liberali laicisti

di Giuseppe Dalla Torre
​I promotori del referendum abrogativo della legge divorzista, nel 1974, lo avevano detto e ripetuto, ma rimasero inascoltati. Ora è sotto gli occhi di tutti la crescente diffusione del divorzio e la banalizzazione di una pratica che, all’origine, si pretendeva come del tutto eccezionale: per i cosiddetti “casi pietosi”.
Si tratta di un fenomeno che non si arresta, anzi. Prova ne sia l’iter parlamentare della proposta sul cosiddetto “divorzio breve”, all’esame della Commissione Giustizia della Camera, che riduce a dodici mesi il periodo di separazione necessario per poter proporre domanda di divorzio, ridotto ulteriormente a nove mesi nel caso di separazione consensuale in assenza di figli minori.
Addirittura si affaccia, da autorevoli sponde governative, il programma di sottrarre ai giudici i procedimenti di separazione e di divorzio di natura consensuale, sicché, in assenza di figli minori o portatori di handicap (ma solo se “gravi”), lo scioglimento del matrimonio potrebbe essere disposto direttamente dagli avvocati delle parti attraverso una sorta di “accordo conciliativo”. Tutto ciò al fine di evitare il giudizio e di giungere rapidamente alla soluzione.
A guardare con gli occhi della storia, l’Italia repubblicana è riuscita là dove il legislatore liberale laicista ed anticlericale, tra Ottocento e Novecento, non solo non era andato, ma addirittura non era voluto andare. In effetti dopo la codificazione del 1865, che aveva introdotto il matrimonio civile nel nostro ordinamento e lo aveva imposto come obbligatorio a tutti coloro che intendessero sposare, vi furono alcune iniziative tese a introdurre il divorzio; del resto il modello del matrimonio civile, desunto dalla Francia rivoluzionaria prima e napoleonica poi, conteneva in sé la possibilità dello scioglimento.
Le ragioni per cui il legislatore liberale non accondiscese al divorzio non furono di carattere religioso; in particolare non furono legate alla natura sacramentale propria del matrimonio tra battezzati e al precetto evangelico per cui l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito. Furono, al contrario, ragioni rigorosamente legate a una razionalità e a una etica laiche: la prima andava a sottolineare la struttura profonda e fondamentale del matrimonio come rapporto stabile e solidale tra un uomo e una donna il quale, in una complementarietà che giunge fino all’integrazione più intima, è aperto alla procreazione; la seconda guardava al matrimonio come forma di eticità naturale, considerandolo non come mero contratto, disponibile dalle parti contraenti, ma come prodotto della loro volontà di dar vita a un rapporto giuridico trascendente le persone degli sposi e da queste indisponibile. Non a caso nella relazione al Senato del Regno sul progetto di codice civile, il ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti del tempo, Giuseppe Pisanelli, affermava tra l’altro che «più che un contratto, il matrimonio è un’alta istituzione sociale, che cade sotto le prescrizioni dello Stato».
In sostanza il legislatore italiano allora, e per lungo tempo, ebbe chiaro che il matrimonio non è un fatto solo personale, come non è neppure un fatto meramente privato. Non è un fatto solo personale, perché coinvolge necessariamente altri soggetti (il coniuge, i figli, ma anche i membri della famiglia allargata), creando affidamenti, aspettative, attese, speranze, che il diritto è chiamato a garantire: con certezza, sempre, ovunque. Ma non è neppure un fatto meramente privato, perché la famiglia che da esso trae origine ha funzioni educative, sociali, assistenziali, in generale solidaristiche, che hanno una innegabile rilevanza pubblica. Non a caso qualora la famiglia manchi, o qualora sia incapace ad esercitare le funzioni sue proprie, è la società che deve farsene carico.
Dunque quello che, ai tempi dell’introduzione della legge sul divorzio prima e del referendum poi, venne definito come il solito deprecabile ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi, era invece il frutto di scelte chiare e ponderate del legislatore liberale; scelte che certamente finivano per essere solidali con le sensibilità del mondo cattolico. Il sopraggiungere del Concordato lateranense prima e della Costituzione repubblicana poi, col suo forte impianto giusnaturalistico che vede nella famiglia una società naturale fondata sul matrimonio (art. 29), furono ragioni ulteriori che contribuirono a mantenere l’Italia nella felice condizione di un’isola non toccata da processi culturali, di costume e legislativi di altri Paesi.
Nel 1970 la legge sul divorzio, confermata poi dal referendum del 1974, venne a mutare profondamente la situazione. Sugli effetti di quella svolta normativa si potrebbero dire molte cose, tanto furono numerosi e incisivi. Dal punto di vista giuridico quella legge segna, tra l’altro, l’inizio di un processo che con diverse tappe si prolunga sino a noi, con una profonda incidenza sulla cultura e sul modo di percepire le realtà di matrimonio e famiglia, di procreazione, di solidarietà familiare, fino a quella della identità maschile e femminile. Del resto è ben nota ai sociologi e ai giuristi la funzione pedagogica della legge, che col permettere o col proibire induce il consolidarsi di raffigurazioni dei rapporti e di modelli di comportamento. Sicché è da chiedersi, ad esempio, quanti siano oggi coloro che sposano non solo con la volontà di un matrimonio indissolubile, ma prima ancora con la consapevolezza che l’indissolubilità è una proprietà intrinseca del matrimonio come istituto naturale.
A ben vedere dall’introduzione del divorzio è iniziata una erosione del matrimonio inteso come istituto di rilevanza pubblica; come istituto che, almeno potenzialmente, interessa tutta la società. Il matrimonio è stato retrocesso sempre più alla stregua di un mero contratto privato: come tale a contenuto aperto, modificabile dalla volontà delle parti anche nei suoi elementi fondativi e caratterizzanti, legato al permanere o meno di utilità personali, e conseguentemente recessibile per mutuo consenso o in via unilaterale. Addirittura un contratto assai meno garantito di altri: si pensi solo ai doveri nascenti per i coniugi e tuttora sanciti dall’art. 143 del codice civile, vale a dire la fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia, la coabitazione; nella pratica, infatti, tali doveri risultano sostanzialmente sguarniti di ogni efficace garanzia, sicché il rispetto del loro adempimento rimane in molta parte rimesso alla buona volontà degli sposi.
Al di là di ogni buona intenzione, l’effetto di tutto è, tra l’altro, un affievolimento delle relazioni di solidarietà, un illanguidimento delle reti sociali e, in ultima analisi, un indebolimento dell’individuo, rimasto sempre più solo. Si apre una sfida enorme per l’uomo e la società di domani; una sfida in cui la Chiesa e l’intera comunità ecclesiale possono avere un ruolo di eccezionale rilevanza nel mostrare e testimoniare, prima ancora della sacramentalità, la fisionomia propria dell’istituto sul piano naturale, e nel provocare la nostalgia per il fascino della sua bellezza.
«Avvenire» del 3 giugno 2014

Nell'agonia del matrimonio la crisi delle società occidentali

Referendum del 1974
di Francesco D'Agostino
​Si sono rimarginate, nel mondo cattolico, le ferite aperte dalle campagne referendarie sul divorzio e sull’aborto? Sono rimaste aperte quelle ferite, si sono cronicizzate o si sono invece definitivamente sanate? Per rispondere a questa domanda, è probabilmente opportuno distinguere la questione divorzio da quella dell’aborto: e il fatto che quest’anno ricorra l’anniversario della prima delle due battaglie referendarie giustifica, almeno provvisoriamente, questa distinzione. Sembra un’evidenza consolidata che oggi, per la quasi totalità degli italiani, quella dell’indissolubilità del matrimonio non sia più una questione reale e aperta. Gli anni passati dall’approvazione della legge Fortuna-Baslini e dal referendum sul divorzio (ben quaranta!) sono davvero tanti, cronologicamente e ancor più sociologicamente: per tutti coloro che oggi hanno raggiunto la mezza età, pensare a un’Italia "senza divorzio" è come pensare a un’Italia (come, ad esempio, quella "sabauda") che si sa bene che è esistita, ma con la quale non si ha più un rapporto personale e reale. Se però rinunciamo a valutazioni generalizzanti (che, pure, sono più che legittime) e prendiamo in considerazione situazioni di carattere particolare, vediamo che le cose non stanno sempre così.
Consideriamo il mondo dei giuristi cattolici (la cui associazione, l’Ugci, cioè l’«Unione Giuristi Cattolici Italiani», costituita subito dopo la fine della guerra, gode tutt’ora di ottima salute). Come molte altre ben note associazioni cattoliche (mi limito a citare l’Azione Cattolica o le Acli) anche l’Ugci entrò con forza nei dibattiti intensissimi che precedettero l’approvazione della legge sul divorzio e fu tra le associazioni che promossero il referendum per l’abrogazione della nuova legge divorzista. Vi entrò in modo pubblico ed esplicito, con delibere unanimi, tutte caratterizzate da presupposti dottrinali assolutamente limpidi, quali la difesa del dettato costituzionale (col suo esplicito riferimento alla famiglia come «società naturale») e l’affermazione del fondamento giusnaturalistico e quindi non confessionale dell’ indissolubilità (presupposto che spiega la presenza, tra i promotori del referendum, di personalità non riferibili alla Democrazia cristiana e all’associazionismo cattolico, tra le quali, a quel tempo, la più nota all’opinione pubblica era probabilmente la senatrice socialista Merlin). Non mancarono però, nemmeno per l’Unione giuristi cattolici, lacerazioni e sofferenze, riconducibili alle posizioni di diversi intellettuali (e non pochi teologi) che davano al principio dell’indissolubilità una valenza altissima sì, ma essenzialmente spirituale; una valenza che essi ritenevano paradossalmente umiliata, quando, per tutelarla, si fosse fatto primario riferimento a uno strumento "coercitivo" come quello della legge dello Stato. Furono posizioni di minoranza, che però attivarono orientamenti e prese di posizione, che si manifestarono con evidenza ancora più forte quando, alcuni anni dopo, il problema referendario si ripropose a carico della legge sull’aborto.
L’interpretazione storiografica prevalente in merito all’introduzione del divorzio in Italia è quella che la vede come una delle tappe decisive e irreversibili del processo di secolarizzazione che nella seconda metà del Novecento ha caratterizzato il nostro Paese (e non poteva non caratterizzarlo, secondo i fautori di questa lettura). Non voglio prendere posizione al riguardo, anche se mi rendo benissimo conto di quanto forte sia questa lettura degli ultimi decenni: credo però che non si tratti di una lettura che ben si adatti al mondo del diritto: e mi riferisco non solo ai giuristi cattolici e alle loro controversie interne, ma all’universo, ben più ampio, dei giuristi non cattolici (ma non per questo necessariamente anticlericali) cultori del diritto di famiglia. Se ci immergiamo nelle diatribe dense e intricate di quaranta e più anni fa, percepiamo un dato che ha un suo rilievo: sia i giuristi antidivorzisti, che quelli divorzisti erano convinti di combattere una battaglia a favore del matrimonio. Semplicemente, si dividevano – e accanitamente – sulle modalità strategiche ottimali per vincere questa battaglia. Gli anti-divorzisti partivano ovviamente dall’idea che il matrimonio andasse difeso come indissolubile, non però perché il divorzio ne minacciasse il ruolo sociale (ritenuto concordemente insostituibile), ma perché la legislazione divorzista indeboliva fatalmente la sua finalità generazionale e danneggiava il coniuge più debole (la donna). Ma anche i divorzisti erano pienamente convinti che bisognasse difendere il matrimonio: in questo senso anche essi sostenevano che non si dovesse mai procedere al riconoscimento di un divorzio meramente «consensuale». Per i giuristi cattolici "divorzisti" la migliore difesa del coniugio era però quella capace di riconoscere la dissolubilità come soluzione estrema per i casi di fallimento completo e oggettivo di un’unione coniugale, casi in cui il permanere del vincolo non potesse sotto alcun profilo giovare più né al coniuge più debole, né ai figli.
Negli anni dei dibattiti sul divorzio sembra che né i giuristi antidivorzisti, né quelli divorzisti abbiano avvertito il fenomeno che si stava manifestando in tutte le società occidentali (indipendentemente dalla presenza in esse di normative divorziste più o meno ampie), un fenomeno che in pochi anni sarebbe cresciuto in modo irresistibile: quel vistoso e inaspettato processo che la sociologa francese Irène Théry ha efficacemente denominato démariage, cioè dematrimonializzazione. Possiamo anche fare ricerche sul numero sempre più crescente dei matrimoni che si concludono con un divorzio (e dare così ragione agli anti-divorzisti, che hanno sempre richiamato l’attenzione su quanto una legislazione sullo scioglimento del matrimonio lo renda fragile come istituto). Quello però che non possiamo negare è che la questione prioritaria oggi non è il dilagare dei divorzi, ma l’agonia del «matrimonio legale», che porta irresistibilmente con sé il dilagare di una crisi demografica, della cui gravità solo ora, e a fatica, l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza. Siamo arrivati a un punto tale che quella che fino a pochi anni fa era solo una facezia, peraltro di dubbio gusto ("oggi il matrimonio è agognato solo dai gay") si sta manifestando come una dinamica sociale di pesante rilievo. L’affermazione palesemente provocatoria fatta nel 1974 da Amintore Fanfani sul Corriere della Sera e cioè che, dopo il divorzio, sarebbe arrivato in Italia il matrimonio tra omosessuali (affermazione che all’epoca attirò sul leader democristiano espressioni di sdegno e di irrisione) andrebbe oggi ritenuta "profetica".
Lo smarrimento dei giuristi, posti di fronte a questa dura realtà, è impressionante. Lo dimostrano i deboli dibattiti italiani, di queste ultime settimane, sul "divorzio breve", nei quali la voce dei giuristi si è sentita ben poco. L’individualismo che caratterizza le società secolarizzate consente che si dia al matrimonio (istituto eminentemente relazionale e di conseguenza radicalmente anti-individualista) un rilievo residuale, tutt’al più simbolico, di minima valenza sociale. Possono avere un futuro le società «dematrimonializzate»? Certamente no. Ma un’eventuale (e ormai urgente) «rimatrimonializzazione» delle società occidentali richiede che tutto l’istituto del matrimonio vada profondamente ripensato e preso sul serio, anche per quel che concerne le dinamiche divorziste. Ossessionati come siamo dai problemi dell’economia sembra che non siamo più capaci di percepire come alla base dell’economia stia la famiglia e alla base della famiglia stia il matrimonio e la sua capacità di "durare". Avevano ragione i giuristi cattolici antidivorzisti: quella del matrimonio è questione antropologica, prima che confessionale. E poiché le difficoltà del presente, prima che confessionali, sono antropologiche, c’è da essere profondamente inquieti.
«Avvenire» del 17 giugno 2014

I figli dei divorziati divorziano di più?

I quarantenni d’oggi, i primi cresciuti dopo la fine del matrimonio indissolubile, lo dimostrano: separarsi può essere necessario, ma i bambini non dimenticano
di Roselina Salemi
Lo ricordo come fosse ieri. Erano seduti sul divano, vicini, ma con qualcosa di distante, io ero sulla poltrona. Quelle parole. Lia, ti dobbiamo dire una cosa. Io e il papà non siamo più felici assieme. Abbiamo deciso di separarci. Io ho cominciato a gridare. Avevo otto anni, adesso ne ho quarantanove e faccio fatica a parlarne. Il matrimonio dei miei è fallito, e poi è fallito anche il mio».
I figli del divorzio, come Lia, hanno avuto il tempo di divorziare. A quarant’anni dall’approvazione della legge (maggio 1974) sono di sicuro un campione da studiare. Sono i primi ad aver sperimentato la fine della coppia indissolubile, destinata (o costretta) ad amarsi per la vita. Nessuno li ha contati e ogni storia è un caso a sé. Ma il divorzio ha cambiato definitivamente il modo di essere figli, padri e madri. Ha plasmato una generazione concreta e disillusa, meno disposta a credere nel miraggio dell’amore che dura. Una generazione che manifesta i suoi timori meditando a lungo sulla convivenza e sul matrimonio, mantenendo amici e abitudini da single anche in coppia, considerando i sentimenti “provvisori”. La psicologa e psicoterapeuta della coppia Francesca Santarelli la chiama «un’inconscia spending review sentimentale, un mettere le mani avanti: siamo vaccinati, non soffriremo. Alcuni vedono la separazione come un trauma da evitare ai propri figli e cercano di restare dentro un matrimonio in crisi pur di proteggerli, altri diventano ex mariti e mogli ansiosi e carichi di sensi di colpa. Infelici in ogni caso».

Elizabeth Marquard, sociologa che da bambina ha vissuto con dolore l’addio dei genitori, ci ha riflettuto parecchio. Il risultato è Between two worlds: the inner lives of children of divorce, (“Tra due mondi: la vita interiore dei figli del divorzio”, Crown Publishers), uno studio su 1.500 figli di coppie scoppiate. Conclusione: il divorzio può essere necessario, ma non è mai buono. L’unico studio europeo (finlandese, del National Public Health Institute), su 1471 studenti intervistati a 16 e poi a 32 anni, non è incoraggiante. I figli degli amori finiti hanno un tasso alto di separazione, divorzio e comportamenti a rischio rispetto a quelli delle coppie stabili (situazioni critiche nel 65% dei casi). Il prezzo maggiore lo pagano le donne: più sintomi psicosomatici e depressione. Per la ricerca, il divorzio dei genitori costituisce una «base di vulnerabilità». I figli di chi si è lasciato si lasciano con impressionante frequenza.

Gian Ettore Gassani, presidente della Associazione Matrimonialisti Italiani, ha una lunga esperienza con le famiglie cresciute senza padri («Gli uomini se ne andavano, c’erano sanguinose battaglie legali e l’affido, di solito, andava alla madre») ed è convinto che i figli dei divorziati siano «in parte responsabili del calo dei matrimoni, che nel ’74 erano 430mila, e oggi sono 200mila. Le nozze si affrontano con più cautela: non si compra la casa, si opta per la separazione dei beni». Asia Argento, regista di Incompresa, film toccante e personale che parte da una tempestosa separazione (lei ha vissuto quella dei genitori, si è sposata e ha divorziato due volte) dice: «Non credo a chi sostiene di aver avuto un’infanzia perfetta. Nessuno l’ha avuta. Ricostruiamo i ricordi in modo da accettare la nostra vita, li adattiamo, come potremmo, sennò, vivere?». Non potremmo, e i figli delle coppie divorziate hanno faticato più degli altri. «Sono stati costretti a entrare prima nel mondo degli adulti», spiega la psicologa Ilaria Genovesi, «hanno sentito il dovere di proteggere la madre abbandonata o i fratelli piccoli, hanno imparato a maneggiare le parole, attenti a che cosa dire a un genitore o all’altro. Timori che lasciano il segno».

Anna, 35 anni, fa stampe per tessuti, è elegante, sicura di sé. Eppure non ha mai comunicato in modo profondo con gli uomini. In tutti vede il padre traditore, capace di rompere con la famiglia e litigare sui soldi. «Ricordo sempre il dolore di mia madre, quando ha scoperto che papà si era innamorato di una donna più giovane», racconta. «L’eredità che mi ha lasciato è la diffidenza. Il mio matrimonio è durato tre anni». Flavia e Alessio, architetti quarantenni, figli di divorziati, sono l’archetipo della coppia “liquida”: case separate, progetti a breve termine, più amicizia amorosa che passione. Dice lei: «Stiamo bene. Tra noi c’è stima, lealtà e l’accordo tacito che non avremo bambini». Dice lui: «Il divorzio dei miei si è trascinato per anni, mi ha avvelenato l’adolescenza. Ho avuto un lungo periodo di canne, sbronze, pessimi voti. Ho impiegato molto per lasciarmi alle spalle quella devastazione». Marco, 42 anni, due figli, sta divorziando da Elena. Pensava che il suo matrimonio fosse solido: «Invece è stato come rivivere la rottura dei miei: stesse recriminazioni, l’ossessivo ripetere “non siamo più d’accordo su niente”. E non capisco ancora come sia potuto succedere».
«Anche se è impossibile tracciare una statistica», dice Gassani, «un elemento che caratterizza i figli dei divorziati c’è. Quando si separano, gli uomini cercano di essere padri migliori di quelli che hanno avuto. Ne ho visti tanti combattere per strappare mezza giornata in più con i figli». E le donne? «Meno angosciate delle madri ed economicamente indipendenti», sostiene Francesca Santarelli, «sanno che possono affrontare il cambiamento». Solo da poco, però, cominciamo a capire le ricadute. «Anche nel più pacifico dei casi, la separazione dei genitori è considerata un abbandono. Ho in cura uomini e donne che portano i segni di ferite lontane nel tempo», ammette Ilaria Genovesi.
Ci saranno sempre più figli del divorzio (+ 75% in 10 anni, dati Istat) ma, conclude Santarelli, «il problema non è più la fine della coppia, è il modo di lasciarsi. Nonostante il pessimismo, riaffiora in chi deve decidere se accettare o no la sfida dell’amore, una voglia di provarci, di non farsi condizionare dalle colpe dei padri, dagli errori delle madri»


Niente alibi, il danno resta
di Umberto Galimberti
Quando due genitori si separano o divorziano pensano al loro rancore, al diritto di rifarsi una vita secondo lo schema che hanno in testa in ordine alla loro felicità, pensano ai soldi e alla divisione dei beni. E ai figli? Di solito ai figli non pensano, quando addirittura non li utilizzano come strumenti di ricatto.
Può essere che certe separazioni siano auspicabili rispetto all’inferno che si viene a creare in una famiglia dove l’odio ha preso il posto dell’amore, ma si abbia il pudore di non pensare che la scelta scivoli indifferente sulla testa e nel cuore dei loro figli senza conseguenze. La ragione è molto semplice: i bambini quando sono piccoli si relazionano ai genitori esclusivamente su base affettiva, e il venir meno di questa base destruttura in maniera radicale la loro identità, che avvertono misconosciuta o almeno messa in secondo piano rispetto a ciò che interessa ai loro genitori. E non avendo strumenti a disposizione per farsi sentire, subiscono il disinteresse genitoriale, iniziando ad assaporare fin da piccini la sofferenza della loro impotenza. Quando invece sono adolescenti, il danno non è minore, nell’età in cui, come vuole la natura, ci si stacca dei genitori ma col bisogno d’essere accompagnati nei primi passi di autonomia, i figli adolescenti si sentono abbandonati e subdolamente invitati a prender la parte del padre o della madre, quando ancora sono incerti circa la loro identità in continua trasformazione. Da piccoli, la separazione toglie loro la fiducia di base essenziale per la costruzione di un’identità sicura di sé. Da adolescenti, mentre devono abbandonare l’identità infantile per guadagnare quella adulta, viene loro meno il modello di riferimento rappresentato dai genitori che, fragorosamente o silenziosamente, fanno assaporare ai figli la sfiducia nell’amore, proprio nell’età in cui si affacciano alle prime esperienze amorose. Già si fa fatica a crescere, e costringerli a sobbarcarsi le scelte sbagliate dei propri genitori in una stagione della vita dove sia i piccoli sia gli adolescenti ancora non sanno chi sono e non hanno strumenti per capire perché vien loro meno la protezione di cui hanno assoluto bisogno, significa caricare di difficoltà la loro crescita.
Detto questo, non dico che non ci si debba separare o divorziare, rammento
solo a chi lo fa di non rimuovere il danno che i figli ineluttabilmente subiscono, anche se con le loro facce un po’ enigmatiche e molto sfiduciate non lo danno a vedere. E i loro genitori non vedono, accecati come sono dalla loro passione d’amore o di odio, di cui i figli non portano alcuna responsabilità.
«La Repubblica - Supplemento D» del 21 luglio 2014

12 agosto 2013

Castità & tradimento

L’astinenza di Sophie Fontanel, le foto hot di Anthony Weiner
di Francesco Piccolo
Il sesso è soprattutto intimità e memoria Chi non lo fa o ne fa tanto (ma virtuale) nega il senso dell’amore come esperienza
Sophie Fontanel ha scritto la cronaca di dodici anni di castità (da 27 a 39), successo discusso in Francia e in uscita in questi giorni negli Stati Uniti con il titolo The Art of Sleeping Alone. Sostiene di aver imparato migliaia di cose e di aver perfino provato piacere nel vedere Robert Redford lavare i capelli di Meryl Streep in La mia Africa (non fate i furbi, non pensate che era messa male…). In pratica, la scelta della Fontanel è nata da questo assunto: non fare sesso è meglio che fare sesso deludente.
In seguito è diventata un’esplorazione della realtà da un punto di vista inedito, e le conclusioni che ha raggiunto rimangono interessanti. Anche se per chi pratica sesso, la questione più stringente rimane che cosa è successo quella notte al termine dei dodici anni. La risposta è allo stesso tempo soddisfacente e deludente: Sophie ha incontrato la persona giusta. Tutto qui.
Sia chiaro: ho rispetto per la castità come per ogni pratica estrema, fosse anche fanatica — a meno che il fanatismo non porti (come accade quasi sempre) a un passaggio di comunicazione: da «io pratico la castità» (presa di posizione rispettabile) a «dovresti praticarla anche tu». Se non vogliono imporsi agli altri, mi sembrano interessanti i vegetariani, i buddisti, i ciclisti, i complottisti, gli scambisti e perfino quelli che vanno a vivere in campagna — insomma, chiunque è diverso da me. La castità ottiene il mio rispetto come quelli che fanno free climbing o non mangiano dolci — i primi danno la misura invalicabile dei miei limiti, i secondi li preferisco perché se andiamo a cena insieme so che parte della loro porzione potrebbe toccare a me.
Ora passiamo all’estremo opposto: il protagonista dei pettegolezzi mondiali del momento, Anthony Weiner. La sua pratica reiterata di messaggi erotici e di foto delle sue nudità, spediti con insistenza a ragazze conosciute su Internet, sono diventati lo scandalo americano dell’estate, e hanno richiamato alla memoria la storia tra Bill Clinton e Monica Lewinsky; con grande irritazione di Hillary, toccata dal coinvolgimento della sua assistente Huma Abedin, moglie di Weiner. Tutti guardano impietositi la bella Huma, incline al perdono; tutti dicono: ma come si fa a tradire una donna così? Ma la questione acclarata è che nessuno di questi contatti virtuali si è trasformato in un incontro dal vivo. È questa la difesa morale (moralistica) di Weiner. Del resto, il candidato sindaco di New York è anche il simbolo della nuova abitudine sessuale di noi tutti: il sesso virtuale. Sta diventando un’abitudine autosufficiente, cioè slegata dai vincoli dell’incontro reale e del sesso reale. Si chiama «sexting», e potrebbe avere come sottotitolo quest’altro assunto: «Non fare sesso è meglio che essere deludenti».
Il problema del sexting, infatti, è quello di spingersi molto oltre, di promettere tantissimo, di mostrare ossessioni e pratiche estreme, del tutto slegate dalla vita reale. Perfino le foto possono promettere di più della realtà. Quindi, poi, essere all’altezza delle promesse diventa una questione ansiogena, che si combatte non dando seguito alle possibilità astratte. Del resto, quasi tutti gli uomini fanno intendere di essere superdotati, ma questa dichiarazione avventata poi li rende terrorizzati di mostrarsi, perché pensano: e se non fosse così? Ovviamente non si fa sexting solo per timore, ma anche come pratica sufficiente alle proprie esigenze.
Allora, è chiaro che il personaggio Sophie (la castità) e il personaggio Anthony (il sexting) hanno qualcosa in comune: l’eliminazione del sesso reale. Di quel fatto concreto e ineluttabile che si svolge (di solito) tra due persone in carne e ossa. E in qualche modo paradossale, il sexting contiene caratteristiche più moralistiche della castità e si può sintetizzare nella frase tremante che i traditori dicono ai traditi: però non è successo niente!
La castità è una scelta liberatoria, e lo sanno bene tutti coloro che sono ossessionati dal sesso e pilotano le giornate o le settimane alla ricerca di idee buone per andare a letto con qualcuno, quelli che si rigirano di notte nel letto solitario perché pensano al corpo che amano e che dorme beatamente in un altro letto solitario. Quante scelte, quanti errori sono stati compiuti per schiavitù del desiderio, e la cosa più grave è che non ci si pente mai. Quindi, immaginare una vita libera dal vincolo asfissiante del sesso, è anche infinitamente liberatorio — il risultato a cui mirava Sophie Fontanel.
La vita sessuale di solito si esprime in due grandi categorie: fare sesso una sola volta con tante persone diverse; fare sesso tante volte con una persona. Ci possono essere molti gradi intermedi, ma nella sostanza sono questi i due aspetti radicati nel pensiero sessuale: la serialità e la relazione. La serialità è praticata da coloro che cercano un piacere sessuale generico e non coinvolto, e per questo cercano uomini o donne diverse, di continuo. Sono riconoscibili, perché dopo averci fatto sesso il loro atteggiamento verso il partner della notte precedente invece di migliorare, peggiora.
Se prima di fare sesso erano simpatici e affettuosi, dopo diventano cupi e distanti. È un po’ deprimente, perché passare una notte insieme a fare sesso metterebbe in atto un processo di complicità molto forte, almeno in teoria. Ecco, i seriali respingono proprio questo processo. Hanno un’idea tutta loro dell’intimità, non si riesce a contraddirli: i seriali ritengono che spogliarsi nudi, unire i corpi, mischiare umori, non sia intimità; mentre è intimità andare a cena insieme, o fare una passeggiata. Quindi, possono fare sesso facilmente, ma sono restii in modo patologico ad andare insieme a cena almeno una volta. La relazione sessuale è un processo inverso: le persone cercano nel mondo un’intimità. Cercano, nel fare sesso la prima volta, qualcuno che riconoscono, con cui star bene (con cui fare sesso bene) e quando lo trovano, vogliono ripetere l’esperienza di quel piacere specifico più volte possibile. Per loro, il sesso è soprattutto memoria (ripenso a te e mi eccito perché tu mi piaci), e di conseguenza intimità. Riguardo al tradimento, proprio perché nel caso della serialità non entrano in gioco i sentimenti e nel caso della relazione sì, si finisce per ritenere la serialità meno pericolosa della relazione. Ecco quindi l’atteggiamento moralistico: non sono coinvolto, quindi non ho tradito; se non sono coinvolti sentimenti, quello che ho fatto non ha nessun significato.
Ed ecco infine arrivare il sexting come passaggio ulteriore della mancanza di intimità — come pratica ancora più estrema della serialità. Si svolge a distanza, ci si scambiano propositi pornografici e foto molto azzardate, si desidera ma non si mette in atto. Ci si protegge dalla realtà, e di conseguenza si può chiedere il perdono, si può venire perdonati. Si può praticare sesso con persone che non hai mai visto (ti fai spedire foto per vederle, a volte), si può provare a mandare messaggi a persone a cui non si dovrebbero mandare, pronti alla deviazione se non è aria. Ma la domanda fondamentale, ancor più in presenza della virtualità, rimane la stessa: il sesso respinge o cerca l’intimità? A mio modestissimo parere, dovrebbe cercarla; dovrebbe essere, se non sembra troppo azzardato, il luogo principe dell’intimità. E invece sta crescendo il partito contrario: la fuga dall’intimità. Fare sesso senza coinvolgere la conoscenza (rappresentata simbolicamente dal nome: ti ricordi come mi chiamo?) vuol dire fare sesso senza mettere in campo i sentimenti. Ecco, in questo consiste il moralismo: fino a quando non sono coinvolto emotivamente e non tocco la sfera sentimentale, io non tradisco per davvero. Né me stesso né la persona che amo.
Di Weiner si è detto che ha mandato foto del suo pene nel periodo della ricostruzione del suo matrimonio; ammesso che sia così per davvero (ma qui poco importa), esplicita bene questo pensiero: se non sono coinvolto, posso ricostruire la mia relazione amorosa e scambiare messaggi espliciti con donne che nemmeno conosco (la giustificazione secolare nel frequentare prostitute nasce da questo: due sfere diverse. L’intimità non viene violata, perché i sentimenti non sono messi in gioco). Il sexting, quindi, è una pratica ancora più moralistica: mette in moto il sesso senza intimità, e in più senza nemmeno coinvolgere i corpi nella pratica. Solo da lontano. E da lontano «non è peccato». La mancanza di sesso concreto, quindi, instaura una parentela di tipo etico tra castità e sesso virtuale. Però si può ritenere la castità una scelta meno moralistica del sexting. Perché non è alla ricerca della salvezza, soltanto di un modo di stare al mondo, casomai difendendosi dalle delusioni. Invece il sesso virtuale è un modo di avere rapporti con tanti senza essere avvicinati da nessuno. Senza che possa esistere il luogo del delitto.
Il sesso virtuale sta deviando dalle funzioni che gli avevamo affidato all’inizio, così come sta accadendo con i social network: il compito dell’allargamento del tempo di frequentazione, della presenza anche durante l’assenza, era un compito che non doveva sostituire il rapporto, bensì accrescerlo. Farlo dilagare. Pian piano, abbiamo scoperto che potevamo, invece che darci un appuntamento per un aperitivo o un caffè e chiacchierare, comunicare in modo costante per tutto il giorno da lontano, e quindi non riempire il tempo dell’attesa o il tempo dell’abbandono, il prima e dopo l’incontro; ma sostituirlo. È una pratica antica: la diffusione del telefono ha fatto lo stesso. Ha sostituito gli incontri con lunghe telefonate e perfino gli incontri sessuali con pratiche autoerotiche in contemporanea. Così, il sesso virtuale ha aumentato la quantità di partner (cosa costa in fondo giocare un po’ da lontano?), ma ha diminuito la sessualità reale. È diventato soddisfacente. È un risultato in qualche modo prodigioso, ma rimane qualcosa che non funziona.
Il sesso è soprattutto intimità e memoria. Il sesso è ricerca di una conoscenza intima, è messa in moto di memoria. Perfino l’autoerotismo serve a creare una memoria fittizia di coloro che desidereremmo avere e non abbiamo — e se poi succede siamo più pronti, vediamo soddisfatto un desiderio non più astratto, ma più volte vissuto nella testa (si può anche dire: in modo letterario). Certo, parlare di sentimenti può sembrare eccessivo (si possono mettere in moto i sentimenti a ogni incontro sessuale?), quindi è più opportuno parlare di altro: coinvolgimento, curiosità, voglia di conoscere di più. Una relazione vuol dire andare a cena insieme, indagare e occuparsi della vita dell’altro. Se una persona ti interessa sessualmente, e la vuoi rivedere, in modo naturale instauri una confidenza, entri nella sua esistenza, impari i nomi dei genitori (o dei figli), patisci per una sconfitta professionale o per l’attesa di un esame medico. Non puoi fare a meno della complicità.
La questione fondamentale, alla fine, è che se si trova un essere umano con il quale il tuo corpo è in armonia, questo è un bene prezioso, un investimento magnifico, ed è assurdo trascurarlo, lasciarlo andare via. È uno spreco di piacere e felicità possibili. Per questo motivo, la serialità è, d’altra parte, una lunghissima lista di occasioni perdute. Il sesso è concretezza. È un incontro. Il sesso virtuale può essere approccio per l’incontro reale; oppure, continuazione dell’intimità sessuale: ci desideriamo così tanto che, oltre a vederci, ci mandiamo foto e messaggi erotici. Lo facciamo nell’attesa e nell’abbandono. Prima e dopo. Ma tra virtuale e virtuale, in mezzo c’è il reale.
Una regola semplice per gli incontri sessuali potrebbe essere questa: si fa sesso con persone con le quali si va volentieri a cena. Che vuol dire: relazione, curiosità, tempo da passare insieme. Che vuol dire presenza nella propria vita, in qualche modo, anche clandestino, di una persona con la quale si è stati in un letto nudi a toccarsi. È una regola minima, una formula di intimità nemmeno troppo coinvolgente, che può essere praticata da tutti. Sembra poco, ma è tantissimo.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» dell'11 agosto 2013

13 luglio 2012

I matrimoni durano quindici anni. Più separazioni tra i sessantenni

Ci si sposa tardi e nell'85 per cento dei casi la scelta di dividersi è consensuale
di Valentina Santarpia
Il rapporto dell'Istat: ci si lascia quando lui ha 45 e lei 42 anni
Le coppie italiane continuano a «scoppia-re»: il 30% delle nozze naufraga al giro di boa dei 15 anni ed è sempre più frequente l'addio tra sessantenni.
A confermarlo è il rapporto dell'Istat «Separazioni e divorzi in Italia» secondo cui nel 2010 ci sono state 307 separazioni (+2,6% rispetto all'anno precedente) e 182 divorzi (-0,5%) ogni mille matrimoni, un trend in continua crescita. Nel '95, a non stare a galla erano 158 coppie su mille. Non c'è un'età «giusta» per rompere il pattc d'amore, ma il flop avviene più frequentemente quando i mariti veleggiano intorno ai 45 e le mogli intorno ai 42, mentre fino a dieci anni fa ci si separava tra i 35 e i 39 anni.
Coppie più resistenti? Niente affatto: «L'innalzamento dell'età della separazione - spiega l'Istat - è il risultato sia della maggiore propensione allo scioglimento di unioni di lunga durata, sia di un processo di invecchiamento complessivo della popolazione dei coniugati». Insomma, ci si sposa più tardi (meno di un matrimonio su quattro vede attualmente entrambi gli sposi sotto i 30 anni) e comunque si hanno meno scrupoli, rispetto a un tempo, a chiudere un matrimonio anche se si sta insieme da tempo. Tanto è vero che negli ultimi dieci anni sono passati dal 5,9% al 9,9% gli uomini con più di sessant'anni che optano per la separazione. Le donne sono un po' meno, ma anche loro in crescita, con un valore raddoppiato (dal 3,6% al 6,4%) nel periodo 2000-2010. E rispetto al 1995 le separazioni che arrivano dopo aver festeggiato le nozze d'argento (25 anni di matrimonio) sono più che raddoppiate.
C'è una categoria a rischio? Forse sì, visto che laureati e specializzati si lasciano con più disinvoltura di chi ha trascorso meno anni sui banchi di scuola, contrariamente a quanto accade nel resto d'Europa: sono più propense a separarsi - sottolinea l'lstat - le coppie con un titolo di studio più elevato e «prevalentemente se marito e moglie hanno lo stesso livello di istruzione». Numeri alla mano, nel 2010 ci sono state 4,4 separazioni ogni mille uomini laureati e solo 1,3 per chi aveva solo la licenza elementare.
Il 20,7% delle separazioni giudiziali avviene tra coniugi con basso livello di istruzione e il 14,5% nel Mezzogiorno. Mentre per fortuna generalmente ci si toglie la fede senza farsi guerra: nell'85,5% dei casi - rileva il report dell'Istituto di statistica - la separazione è consensuale.
Scoppiano anche le coppie miste, «e in più di sette casi su dieci, la tipologia che arriva a separarsi è quella con marito italiano e moglie straniera». Nel 2010 sono state oltre 7.000 le separazioni delle coppie miste, pari all'8,1% di tutte le separazioni contro il 9,2% del 2000. E non ci sono figli che tengano: il 68,7% delle separazioni e il 68,5% dei divorzi hanno riguardato coppie con prole. Che viene «gestita» in maniera condivisa nel 90% dei casi: nel 9% dei casi i figli sono affidati solo alla madre, mentre «la quota di affidamenti concessi al padre continua a rimanere su livelli molto bassi». Nel 20,6% delle separazioni uno dei due coniugi (nel g8% dei casi è il marito) deve versare un assegno di mantenimento all'altro: l'importo medio è più alto al Sud (520 euro) che nel resto del Paese (447,4).
Eppure c'è chi ci riprova. «Nell'ultimo anno - sottolinea l'Associazione avvocati matrimonialisti italiani - i secondi matrimoni sono stati il 14% del totale».
«Corriere della sera» del 13 luglio 2012

16 maggio 2011

Il decalogo salva-nozze della nonna

Nel 1906 Emilia Bernardini Macor teneva una rubrica con consigli su come gestire la coppia, trattando l’uomo con condiscendenza per fargli credere di essere lui a comandare. Un secolo dopo un libro li riscopre e la pronipote li commenta

di Annamaria Bernardini De Pace

La mia bisnonna paterna si chiamava Emilia Bernardini Macor e, dalla fine dell'ottocento, prima sul Corriere Meridionale poi sulla Provincia di Lecce, testate dirette e fondate dal marito Nicola, curava rubriche di costume, moda e cultura.
Il titolo delle sue pagine incuriosisce ancora oggi: «Di piatto, di taglio, di punta», «Punti, appunti e puntini», «Farfalle erranti». Ho avuto finalmente l'occasione di leggere i suoi pezzi quando ho ricevuto in regalo il libro della studiosa Annalisa Pellegrino, alla grande giornalista dedicato, edito da Mario Congedo.
Un articolo in particolare voglio condividere con i lettori del Giornale, soprattutto per sottolineare quanto fosse significativa la scrittura femminile 106 anni fa (questo pezzo è del 22 gennaio 1905) e, soprattutto, quanto sorprendente. Scritto da una madre di cinque figli, sempre in pantaloni e che fumava il toscano mentre si occupava della redazione del giornale.
La mia bisnonna viveva nel meridione d’Italia, ancora oggi considerato dai più territorio di arretratezza culturale e sociale. E, invece, un giornale quotidiano, non certo allora indirizzato a un pubblico anche femminile, grazie agli uomini che lo dirigevano si rivolgeva alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice più che attrice oltre i confini della casa familiare. Erano i tempi di Matilde Serao e Carolina Invernizio; non si poteva pretendere di agganciare il pubblico della buona borghesia con idee progressiste quali il divorzio o la parità dei sessi: tuttavia i consigli che Emilia Bernardini offre in questo decalogo - e che oggi, se seguiti, in parte, darebbero linfa a molti matrimoni disseccati in attesa di divorzio - trovano un’interessante mediazione tra l’apparire moglie docile e l’essere moglie forte. Basta meditare sul significato profondo e strategico, nonché sull'invito alla protezione della propria dignità. In particolare nel suggerimento numero 9.

Ecco il Decalogo della buona moglie.

A Guardati dalla prima contesa con tuo marito, ma se ciò avviene, troncala subito, è meglio che se ne uscissi vittoriosa.

B Non dimenticare che sei maritata ad un uomo e non ad un santo, acciocché non ti sorprendano le sue imperfezioni.

C Non tormentarlo ogni momento per denaro, ma cerca di sopperire a tutto con la somma che egli ti assegna.

D Se tuo marito non possedesse un cuore, egli è fuor dubbio, fornito di uno stomaco, perciò tu farai bene a preparargli cibi buoni e sani, per acquistarti il di lui favore.

E Di quando in quando, non sempre, lascia a lui l'ultima parola, ciò lo metterà di buon umore e a te non nocerà punto.

F Leggi, oltre agli annunci di nascita, di matrimonio, di morte, anche gli articoli dei giornali. Sii informata di ciò che succede nel mondo, così fornirai a tuo marito occasioni di poter parlare in casa degli avvenimenti senza che egli vada ad informarsene.

G Anche in contesa, sìì sempre gentile con lui. Ricordati che tu lo vedevi di buon occhio quando era tuo fidanzato: ora non lo guardare con occhio torvo.

H Lascia talvolta che egli sostenga di saperne di più di te; egli avrà coscienza della propria dignità e sarà bene che tu ceda qualche volta per dimostrare che non sei infallibile.

I Sii verso tuo marito un’amica, perché egli sia un uomo prudente; se non lo è, cerca allora di elevarlo a tuo amico, innalzati, ma non abbassarti a lui.

J Stima i parenti di tuo marito, se non riesci ad amarli, e soprattutto sua madre; egli l'amò molto tempo prima di te.

Credo che se le mogli, nel tempo, avessero seguito questi insegnamenti, oggi probabilmente io sarei senza lavoro. Negli anni 70 non ci sarebbero state le battaglie per il divorzio. Le donne sarebbero certo più onorate.
Sempre che i mariti, nel frattempo, avessero perso l'inestinguibile vizio di tradire. Perché «farfalle erranti» sono più gli uomini, che le donne (per ora).

«Il Giornale» del 16 maggio 2011

28 gennaio 2011

Il matrimonio (legale e solido) fa bene: benefici mentali per lei e fisici per lui

Una ricerca dell'Università di Cardiff ha analizzato le vite di un milione di europei, scoprendo che le persone stabilmente sposate hanno un tasso di mortalità inferiore del 10-15%. Più dura l'unione, più crescono i benefici. E l'Oms avverte: "Effetto meno positivo per i conviventi"
di Elena Dusi
"Tutto sommato, vale la pena di fare lo sforzo". Il British Medical Journal prende in esame il matrimonio e i suoi effetti sulla salute. Soppesati pro e contro, i medici promuovono la stabilità della vita di coppia, che favorisce l'equilibrio emotivo nelle donne e obbliga gli uomini a darsi da fare per frenare il declino fisico.
"Le persone sposate - concludono David e John Gallacher (padre e figlio) dell'università di Cardiff - hanno un tasso di mortalità del 10-15 per cento più basso rispetto alla media". Per le donne, la soddisfazione di una relazione stabile ha effetti soprattutto sulla psiche. Per gli uomini, la pressione delle mogli affinché mangino cibo sano e riducano gli stravizi funziona invece sul piano fisico.
Lo studio, condotto su oltre un milione di persone in sette paesi europei, è pubblicato dal British Medical Journal come editoriale in vista di San Valentino. Anche se il suo tono a volte è leggero e scherzoso, lo studio conferma i risultati ottenuti in molte ricerche passate sui benefici di una vita di coppia stabile rispetto alle altalene emotive dei rapporti mordi e fuggi. Equilibrio, vita sana, una vasta rete di amicizie e il supporto della famiglia allargata fanno propendere la bilancia verso il "sì". Ma come ogni medicina, anche il matrimonio può avere effetti collaterali e richiede le sue precauzioni.
"Affinché Cupido possa fare bene alla salute, è richiesto un certo grado di maturità", raccomandano i dottori Gallagher. Secondo i quali, le cotte adolescenziali saranno anche esperienze da sogno capaci di far raggiungere al cervello picchi intensi di dopamina, "ma risultano spesso in un aumento dei sintomi depressivi". E non hanno gli stessi benefici dei rapporti a lungo termine "in cui prevale l'ormone dell'attaccamento, l'ossitocina".
L'età consigliata dai medici per impegnarsi in una relazione seria è 25 anni per gli uomini e 19 per le donne, anche per ragioni di maggiore fertilità. Più a lungo il matrimonio dura, maggiori saranno i benefici per la salute. Ma se proprio l'unione non dovesse funzionare, vale il vecchio adagio "meglio soli che male accompagnati". Non è delle più sorprendenti la conclusione dei dottori Gallacher secondo cui "Non tutte le relazioni fanno bene alla salute, i rapporti tesi e difficili hanno un impatto negativo sull'equilibrio mentale e la loro rottura produce effetti benefici. Molto meglio allora tornare a essere single".
I buoni consigli dei medici inglesi (gli stessi che da sempre hanno dato le mamme) si appoggiano anche a un rapporto pubblicato l'anno scorso dall'Organizzazione mondiale della sanità. Sposarsi (e solo sposarsi: convivere non è la stessa cosa, soprattutto per le donne) riduce depressione, ansietà e sbalzi emotivi. L'università di Chicago ad agosto scorso ha misurato il livello di cortisolo, un ormone legato allo stress, in un gruppo di individui e ha notato che nelle coppie sposate il valore era ridotto. Mentre uno studio della Michigan State University, pubblicato a dicembre, ha trovato che gli uomini sposati si comportano meglio dei single: bevono meno e commettono meno reati.
«La Repubblica» del 28 gennaio 2011

18 gennaio 2011

Perché tante separazioni? Non riconosciamo l'amore

Bisogna capire bene il processo che unisce una coppia
di Francesco Alberoni
I fattori che tenevano unita la coppia e la famiglia si sono indeboliti. Molte coppie si separano già dopo pochi mesi e altre perfino dopo trent'anni di matrimonio. Diventa, perciò, importante la terapia di coppia. Ma ho l'impressione che molti psicologi seguano una strada sbagliata. Scavano nel passato infantile dei loro pazienti per scoprire la cause dei loro conflitti attuali. Si interrogano sui rapporti che hanno avuto col padre o la madre. Io, invece, ho l'impressione che il successo o l'insuccesso del rapporto vada cercato nel processo amoroso stesso. Per cui bisogna conoscere bene il processo che porta alla formazione di una coppia stabilmente innamorata, la fisiologia del processo amoroso. In medicina, prima si studia la fisiologia e poi la patologia perché questa è una alterazione dello stato fisiologico.
La coppia normale nasce da un innamoramento bilaterale che poi evolve e diventa amore. Nel vero innamoramento noi ci innamoriamo di una persona che, col suo comportamento, i suoi sentimenti, il suo aspetto, i suoi valori, con la vita che ha vissuto, col piacere che ci fa provare, ci fa ritenere che, insieme, possiamo realizzare i nostri desideri più profondi, sviluppare le nostre potenzialità nascoste e costruire insieme una unità sociale felice. Ma queste potenzialità vanno realizzate nella relazione reale giorno per giorno, dove sono continuamente possibili errori e incomprensioni.
Qualche esempio tipico? I due non erano veramente innamorati, la loro era solo una infatuazione momentanea. A volte, invece, è innamorato uno solo e l'altro si è lasciato trascinare. Ci sono casi in cui uno dei due conserva la ferita non guarita di un amore precedente. Molti non si raccontano con sincerità e saggezza i loro precedenti amori e poi hanno l'impressione di essere con uno sconosciuto. Altri si feriscono o si offendono. Molti non sanno che l'amore richiede di dirsi la verità, che si alimenta con un continuo corteggiamento e che l'infedeltà anche nascosta lo distrugge sempre.
Ci sono persone convinte che il loro amato possa indovinare anche i loro più intimi desideri senza bisogno di dirgli cosa ti piace e cosa invece non ti piace. Altri pensano di poter cambiare il modo di pensare dell'altro mentre l'essenza dell'amore è il rispetto della sua libertà. Infine molti ritengono che l'amore diventi tanto più forte quanto più diventiamo identici, mentre l'amore si rinnova attraverso il fascino della diversità e il continuo scoprirsi diversi e nuovi.
«Il Corriere della Sera» del 17 gennaio 2011

12 gennaio 2011

Quell’ipotetica tassa sul divorzio e la dura e fallimentare realtà

Una proposta e un dibattito sottolieano un nodo chiave
di Giuseppe Anzani
L’idea che il gover­no in­glese sta meditando, di mettere una 'tassa sul divorzio', fa drizzare le orecchie non soltanto agli economisti, in questo periodo drammatico di crisi mondiale e di penuria di risorse, ma anche ai sociologi del diritto, per la scossa provocatoria che vi si contiene. È un proposito, sembra di capire, che deve ancora confrontarsi con una consultazione pubblica, ma che già annuncia chiara l’intenzione di «scoraggiare le separazioni e finanziare il sistema che gestisce l’affidamento e il mantenimento dei figli (delle coppie separate)».
I figli che subiscono le conseguenze del naufragio delle famiglie sono un problema sociale che costa un mare di soldi. In mezzo alle dure manovre e ai tagli pesanti che il governo inglese ha varato, le casse del welfare piangono. Sembra dunque che la tassa richiesta a chi divorzia, da pagare quando si decide il contenzioso sul mantenimento e sulle visite ai figli (su cui interviene lo Stato) assomiglierà a una 'tassa di scopo'. Ma vi si indovina un poco d’affanno, un poco di bruta rudezza, il bisogno forse meno nobile di tappare qualche buco raschiando qualche spicciolo.
Il governo Cameron confida che la mossa fiscale influenzerà il costume? Il viceministro Maria Miller dice che bisogna «convincere i genitori che il divorzio è l’ultima soluzione possibile». Disarmante verità, ridivenuta ovvia dopo decenni di fallimenti e di sventure. Da un lato la famiglia infragilita, trascurata; dall’altro il divorzio ad nutum , l’unione o la separazione secondo gradimento. Ma far conto che sia una tassa, ora, a far rimontare la china di un costume sociale, è puerile. Se oggi serpeggia il senso di una misura colma circa il degrado della relazione familiare, è perché emerge da infinite ricerche che un’alleanza di vita non può reggere su un puro volontarismo emozionale, in equivalenza tra l’unione (finché piace) e l’abbandono. L’amore è una cosa diversa, è promessa e dono totale. L’amore è un’arte da apprendere, ma è un’arte che nessuno ti insegna, questo è il punto. E forse il censimento dei disastri familiari è l’occasione per riflettere e per escogitare qualche rimedio serio, invece che una tassa, per 'aiutare' le coppie in difficoltà, le famiglie in crisi, le vite minacciate di naufragio.
È questa, in fondo, la differenza fra l’ordine giuridico concepito grezzamente come cintura di 'diritti individuali' noncuranti, e l’ordine sociale che abbraccia la presenza delle persone vive, con l’intreccio di un dono reciproco.
La scelta familiare è un dono singolarissimo, inconfondibile, irretrattabile. Perderlo è una sventura fra le più grandi. Io non giudico le persone che incontrano il divorzio; a volte mi è parso di sentire nella loro confidata ferita la nostalgia dolente di un bene perduto, quasi il varco di un lutto. Ma giudico una società indifferente a questi lutti, a questi cancelli del dolore; a queste statistiche dei fallimenti.
Giudico una società che ha creduto finora di assolvere i suoi compiti negando di avere compiti, paga di esaltare ideologicamente 'diritti' impiegati a distruggere, invece che a costruire. Altro che tasse, è il soccorso e la prevenzione ciò che ci manca.
Una società che ha creduto finora di assolvere i suoi compiti negando di avere compiti, paga di esaltare 'diritti' impiegati a distruggere invece che a costruire
«Avvenire» dell'11 gennaio 2011

17 dicembre 2010

Il divorzio fa più male alla salute di lui

Studio svedese: rischio di demenza triplicato
Fonte: Adnkronos
Se a risentire maggiormente della separazione è il cuore femminile, l'uomo può cadere nell'alcolismo e depressione
Il divorzio nuoce gravemente alla salute, ma con i dovuti distinguo per lui e lei. Se a risentire maggiormente del matrimonio naufragato è il cuore femminile, l'ormai ex marito è più a rischio di buttarsi nell'alcol o soffrire di depressione, come riporta un articolo del Daily Mail. Togliersi la fede mette entrambi in pericolo di demenza, ma rosicchia prevalentemente l'aspettativa di vita di lui: il rischio di morte è infatti dieci volte maggiore per un divorziato rispetto a un uomo sposato della stessa età. Mettendo insieme gli studi scientifici realizzati finora per testare la salute dopo nozze andate male, risulta evidente che mandare all'aria un matrimonio intossica le giornate ma anche la salute. Unica eccezione il fisico maschile, che secondo i risultati di uno studio svedese condotto su 9mila uomini di circa 40 anni, sembra giovarsi della nuova vita da single. Per il resto, il fallimento del matrimonio sembra portare solo grane. Uno studio della University of Texas che ha coinvolto 9.500 persone ha rilevato che, a 60 anni, il 33% delle donne divorziate si imbatte in malattie cardiovascolari, contro il 21,5% delle mogli stabilmente sposate. Per gli uomini, almeno sul fronte degli acciacchi per il cuore, le cose sembrano andare meglio: il 37,5% dei divorziati si ammala per acciacchi a vasi o arterie rispetto al 31,7% dei mariti che rimangono accanto alla donna che hanno sposato. Ma se guardiamo all'alcolismo e al mal di vivere, è lui a pagare il prezzo più alto della separazione.

LONGEVITÀ - Uno studio statunitense ha infatti mostrato che gli uomini separati o divorziati hanno dieci volte più probabilità di richiedere assistenza psichiatrica rispetto a chi è sposato. Anche le donne, seppur in misura minore, sono in pericolo se il matrimonio naufraga: per loro la probabilità di chiedere aiuto è cinque volte più alta rispetto alle mogli con l'anello rimasto saldo al dito. Salgono, inoltre, i rischi di lasciarsi andare cedendo al fascino della bottiglia per chi si lascia un matrimonio alle spalle. E lui, in questo caso, risulta essere più a rischio. Le brutte notizie non finiscono qui per chi manda all'aria le nozze. I pericoli di demenza, mostra infatti uno studio svedese, risultano addirittura triplicati, probabilmente a causa - ipotizzano i ricercatori - dei minori stimoli, del calo della comunicazione e del problem solving che, nella vita a due, è pane quotidiano. Infine il tassello della longevità, ultima tegola per chi ripone nel cassetto la fede: le coppie sposate, in media, vivono sette anni in più rispetto ai single. Dopo una separazione, anche se non si trascorre tanto tempo da soli, l'aspettativa di vita si riduce di ben tre anni, con gli uomini che ancora una volta pagano il conto più salato. Lo stress gioca sicuramente un ruolo determinante, ma i single, soprattutto se appartenenti al sesso "forte", sono anche più propensi a passatempi a rischio, come l'alcol, il fumo, la promiscuità sessuale e una guida più indisciplinata e veloce. Uno studio condotto in 16 Paesi ha dimostrato che per i divorziati il rischio di morte è dieci volte superiore rispetto agli uomini sposati della stessa età.
«Corriere della Sera» del 15 dicembre 2010

26 luglio 2010

Matrimoni, passioni, divorzi: tutta colpa dei cicli amorosi

di Francesco Alberoni
Gli ultimi dati forniti dall’Istituto centrale di statistica mostrano che c’e stato un ulteriore aumento delle separazioni e dei divorzi. Qualcuno ha calcolato che la durata media della vita coniugale è scesa a quindici anni. Teniamo poi presente che sono sempre più numerose le persone che convivono e continuano anche a crescere i single, molti dei quali hanno rapporti amorosi ed erotici saltuari. Mi è stato chiesto se sia possibile capire qualcosa di questo disordine amoroso oppure se sia incomprensibile. Io penso di sì e il punto di partenza è il prolungamento della vita e della giovinezza. Lo vediamo soprattutto nelle donne che, quando si curano, restano belle e attraenti dai 14 a oltre i 60 anni. Questo comporta un enorme prolungamento della vita erotico- amorosa che si struttura in tanti cicli amorosi intervallati da periodi di ricerca. A tredici-quattordici anni gli adolescenti hanno i loro primi amori erotici. Sono amori brevi che si rompono dalla prima difficoltà. Di solito il primo grande innamoramento, almeno nelle donne, avviene verso i vent’anni. Di solito non porta al matrimonio ma ad una convivenza o un lungo fidanzamento stando a casa dei genitori. Questo amore può durare moltissimo, ma può anche spegnersi presto. Allora segue un’altra fase di ricerca, con diversi amori. Poi, verso i trent’anni, di solito c’e un terzo ciclo amoroso con un nuovo grande innamoramento, il matrimonio (o la convivenza) e i figli. Fino a poco tempo fa, a questo punto, la vita amorosa era finita. Ma oggi, se i due non sono riusciti a restare anche amanti, a conservare vivo e ardente l’amore dei primi tempi, la coppia, dopo dieci-quindici anni, diventa instabile. Entrambi diventano disponibili a un nuovo amore o perlomeno ad una nuova esperienza, spesso con un partner più giovane. E può esserci un nuovo ciclo più tardi verso i sessant’anni e anche oltre perché nel corso del tempo i coniugi sono cambiati, hanno sviluppato nuovi gusti, nuovi interessi. È quella che si chiama l’evoluzione divergente e che può portare a rotture tardive e talvolta ad amori tardivi. Quello che ho dato è uno schema astratto, ogni individuo ha il suo, ma se vogliamo capire qualcosa del matrimonio e del divorzio dobbiamo capire i cicli amorosi, con le loro fasi di ricerca, di innamoramento e di stanchezza. E sono convinto che conoscendo meglio l’amore si possano evitare gli errori che lo avvelenano per conservarlo ardente a lungo.
«Corriere della Sera» del 26 luglio 2010

Sicuri che l’urgenza sia il «divorzio breve»?

di Paola Bignardi
L’Istat ha diffuso ieri i dati relativi ai divorzi e alle separazioni. Cifre che parlano da sole: «Nel 2008 le separazioni sono state 84.165 e i divorzi 54.351, con un incremento rispettivamente del 3,4 e del 7,3% rispetto all’anno precedente. (...) Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre una volta e mezza (+61%) e i divorzi sono praticamente raddoppiati (+101%)». Colpisce la rapidità con cui cresce il fenomeno di chi si separa e chi divorzia, ancor più dei numeri assoluti. È il segno della facilità con cui si considera reversibile l’amore che ci si è giurato per sempre, ed è al tempo stesso un indicatore della fragilità con cui nasce oggi la famiglia, con la prospettiva di una via di fuga.
Un secondo dato fa pensare: «La crisi coniugale coinvolge sempre più frequentemente anche le unioni di lunga durata. Le separazioni (...) oltre i 25 anni sono quasi triplicate». Dunque aumentano le coppie che dopo molti anni di matrimonio decidono di mettere fine alla loro unione, come se i figli, le esperienze, le gioie, difficoltà condivise non fossero riuscite a costruire un patrimonio comune significativo.
Su questi dati deve riflettere la politica, che sta facendo troppo poco per sostenere la famiglia; e devono riflettere tutte le istituzioni che hanno a cuore la coesione della società. La famiglia è un suo capitale, da non sperperare a cuor leggero; essa è continuerà a essere un soggetto portante e importante, che permette di affrontare le difficoltà dei singoli in quella solidarietà degli affetti che si traduce in aiuto reciproco quando vi è un anziano in casa, quando va in crisi il lavoro, quando qualcuno si ammala... Ogni volta che una famiglia diviene più debole, anche la società lo è un po’ di più.
E allora, anziché pensare a come rendere più veloci le pratiche di separazione, perché non investire (energie, soldi, idee, progetti...) per aiutare le coppie a restare insieme, a reggere alle difficoltà, a riconciliarsi?
Certo non si affrontano le crisi quando sono diventate troppo aspre; occorre piuttosto pensare a come rendere forte la coppia e la famiglia. Occorrono ad esempio reti familiari di sostegno nella normalità della vita coniugale, nella convinzione che nessuna coppia è così forte da non trarre vantaggio da momenti di confronto con altre coppie; per sostenersi nell’elaborazione delle esperienze, per condividere le fatiche, superando quella concezione così privata della famiglia che porta a tenere tutto al proprio interno. Anche il saper chiedere aiuto con naturalezza è da adulti.
Ma occorre guardare ancor più da lontano il carattere impegnativo dell’esperienza familiare affrontando con serietà la sfida educativa, nell’età in cui i giovani si preparano a compiere le scelte importanti della loro vita. Quella educativa è veramente la questione seria della nostra società e dovrebbe avere espressioni qualificate quando ci si misura con scelte grandi e concrete: la capacità di sacrificio, la tenuta di fronte alle difficoltà, il senso di responsabilità verso le proprie scelte, la disponibilità a riconciliarsi e a ricominciare...
Le storie drammatiche di questi giorni dicono come sia necessario imparare a riconoscere le proprie emozioni insieme all’alfabeto dell’amore, che non è travolgente passione, ma rispetto e gentilezza, dominio dei propri impulsi, responsabilità. Pena il distruggere la vita dell’altro, quando non basta compromettere la relazione.
Siamo disposti a ricominciare da questo essenziale alfabeto? Questo è il punto, non certo il «divorzio breve». E in gioco è il futuro della nostra società.
«Avvenire» del 22 luglio 2010

Invecchiare e dirsi addio

di Massimo Gramellini
La novità dell’indagine Istat 2008 sul raddoppio dei divorzi è che hanno cominciato a lasciarsi anche i vecchi. I diversamente imberbi, scusate. Aumentano a dismisura le separazioni dove uno o entrambi i combattenti hanno superato i sessant’anni. Sulla carta di identità, naturalmente. Non nello spirito e tantomeno negli appetiti. Un signore piuttosto anziano mi disse, tempo fa: «Continuo a inseguire le belle ragazze, ma non ricordo più perché». Sono sicuro che oggi con qualche pillolina gli farebbero tornare la memoria. Il prolungamento della vita e il miglioramento della sua qualità hanno infranto l’ultima certezza: che una coppia che aveva resistito insieme per decenni, scollinato asprezze esistenziali e sopportato compromessi e tradimenti reciproci, potesse trascorrere in quiete l’ultimo scorcio. Trovando, dietro lo spegnimento definitivo dell’incendio erotico, il fuoco tiepido ma inestinguibile dell’amore. Non è più così e basta fare una passeggiata a Macherio per avere la più augusta, anzi la più cesarea delle conferme.
L’inchiesta Istat conferma l’ottimo stato di salute di altre figure non così nuove, ma pur sempre abbastanza recenti, di divorziati cronici. La Single di Ritorno, donna ancor giovane che una volta raggiunta l’indipendenza economica si libera dell’appendice maritale e si ricostruisce una vita con figli o senza, accompagnandosi a maschi fissi oppure variabili. E i Ciao-come-sto, due Io che non riescono a diventare un Noi perché non accettano di sacrificare il proprio egoismo sull’altare di un progetto comune e, appena si affievolisce la passione erotica (come i governi, di rado sopravvive ai tre anni) smettono di coniugare i verbi al futuro e incominciano a tradirsi a vicenda, tenendo in piedi una caricatura di famiglia a beneficio esclusivo della prole, fino a quando la finzione si sfascia e si finisce tutti davanti al giudice infelici e scontenti (anche degli amanti). Ma la categoria degli anziani per sbaglio è davvero l’ultima moda. Il signore e la signora di terza età che non si accontentano di ricordi e vanno in cerca di stimoli, inseguendo nuovi amori con l’entusiasmo e l’afflato possessivo dell’adolescenza.
Inutile scandalizzarsi. Se il vangelo coniugale degli italiani rimane Califano («E tutto il resto è noia»), invece di Battiato («Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente»). Se un esperto del ramo come Alberoni - intervistato dal nostro Michele Brambilla - dichiara che è sacrosanto pretendere sempre dall’amore «passione, intensità e brividi». Se le emozioni, al cui dominio mutevole e isterico ci ha educato fin da piccoli la cultura della pubblicità, continuano a prevalere sui grandi latitanti della nostra epoca, i sentimenti. Ecco, se queste sono le nuove regole del gioco, diventa quasi inevitabile che una coppia di infelici, dopo essersi lungamente detestata, possa finalmente coronare il proprio sogno di non amore per andare a rifarsi una vita come ci si rifà un naso o un nuovo tesoretto sessuale a base di pillole miracolose.
Nessuna nostalgia. Anche perché ogni epoca coltiva le sue, e in un futuro non troppo lontano potremmo persino trovarci a rimpiangere i tempi in cui a centodue anni si restava a russare sul seggiolone del tinello invece di andare in discoteca con la sedia a rotelle e la badante brizzolata. E non consideriamo eroi i nostri avi soltanto perché invecchiavano insieme. L’eternità finiva prima, a quei tempi. Era comodo giurarsi fedeltà per tutta la vita, quando fra guerre ed epidemie la vita durava meno di un monologo di Celentano. La formula che andrebbe letta adesso agli sposi è questa: vuoi tu abbracciare sempre e soltanto lo stesso corpo per i prossimi cinquant’anni, finché noia, botox o viagra non vi separi? Chi risponde di sì e poi mantiene la parola, quello è il vero eroe.
«La Stampa» del 22 luglio 2010

A sessant’anni trombo dunque divorzio, ecco spiegate le statistiche Istat

Nota sociologico-erotica di Sdm su un’impennata di numeri
di Stefano Di Michele
L’analisi più calzante, al solito, è quella marxista. Tendenza Groucho, però: “Il matrimonio è la prima causa di divorzio”. A matrimoni zero, divorzi zero. Ma siccome la gente si sposa – pur con parsimonia, sempre con circospezione – poi finisce che si separa – senza parsimonia e senza circospezione. I dati dell’Istat fanno quasi spavento: nel 2008 le separazioni sono state 84.165 e i divorzi 54.351. Per dire (anzi, dice l’Istat): nel 1995, su mille matrimoni, 158 separazioni e ottanta divorzi; due anni fa le separazioni erano 286 e i divorzi 179. Fatti i conti, il 61 e il 101 per cento in più. Ormai ci sono più candidati ai provini del “Grande fratello” che allo sposalizio.
E pare che abbiano preso un certo ritmo anche gli addii dopo i sessant’anni – quando inopinatamente, invece di volgersi verso il centro anziani, ci si avvia verso una nuova vita: un paio d’anni ancora, e nelle fiction televisive invece del solito bimbino che con aria mogia confida all’amichetto del cuore che “mamma e papà si sono lasciati”, eccolo, con una punta di sorpresa maggiore, ammettere che “nonna e nonno si sono lasciati” – che a uno viene da domandarsi: ma ’ndo vanno? E invece vanno: da un lato un certo aiutino della chirurgia estetica, che tramuta la tenera vecchietta di una volta in una smandrappona con le labbra a canotto e i capelli mesciati e leopardati, che come la famiglia si distrae un minuto se la ritrova sul palco di “Velone” che zompa e canta; dall’altro il mito e la pratica del Viagra che ha improvvisamente reso poco attraente lo scopone con gli amici e probabile qualche residua scopata con un’amica di più fresca (intesa, la definizione, dato il balzo anagrafico, come meglio conservata, un filino congelata: ulteriori quattro salti nel letto, anziché in padella) conoscenza.
Siccome la vita si è allungata, pure quella erotica ha fatto qualche passetto in avanti. “Si vive di più – ha spiegato ieri sulla Stampa il professor Francesco Alberoni – e quindi è più difficile sopportare la stessa persona”. Il problema è che quasi sempre ci si accorge a un certo punto di non stare più con la creatura scelta venti o trent’anni prima: a lei ricrescono le tette, con un inverso processo di cementificazione; lui azzarda performance che neanche nei primi infrattamenti giovanili. Berlusconianamente parlando – nel campo, tra il senso istituzionale e la sensazione mandrillesca, sempre berlusconianamente parlando si finisce, anche tra quelli che ancora s’attardano sulla partita a scopone al bar – ognuno si sente biologicamente un trentacinquenne. Mentre i trentacinquenni anagrafici stanno, al contrario, desolati come cormorani che abbiano avuto la ventura di incrociare la British Petroleum: sperduti e senza volo.
E’ quella l’età, sostiene Alberoni, in cui si convola, se non a giuste, a effettive nozze, dopo una manciata di convivenze, qualche migliaia di happy hour e, se è stata proprio una giovinezza vissuta con sprezzo del pericolo, pure qualche corso di Scienze della comunicazione: insomma, si muoveva su un terreno meno insidioso persino Romeo con Giulietta. E’ la fotografia, quella fornita dall’Istat, di una generale instabilità. Nel tentativo di conservarsi invece di conservare qualcosa – “l’aspetto fisico ha la sua importanza”, dice il professore: ma va là, direbbe Ghedini – si comincia subito a prendere la rincorsa, si vive col fiatone (metteteci la palestra, la cucina biologica, la casa arredata seguendo le regole feng shui) ed è chiaro che si arriva senza fiato. E a sessant’anni il nonno più che al nipotino butta l’occhio alla baby sitter e la nonna ai bicipiti dell’istruttore di fitness. E’ un circolo (a volte pure deliziosamente) vizioso. La chiesa fa benissimo a preoccuparsi, ma ha una sola arma in mano: buttare sul campo matrimoniale preti e monache. Avendo poca pratica, potrebbero garantire una decente durata.
«Il Foglio» del 23 luglio 2010

02 luglio 2010

Famiglie disgregate? «Adolescenti in tilt»

Se la coppia scoppia, figli più a rischio
di Viviana Daloiso
L’Istituto di antropologia su educazione e crisi familiari
Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgen­ti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla boc­ciatura a scuola – si affianca la constatazio­ne di una conflittualità col mondo adulto or­mai del tutto incapace di trovare sbocchi po­sitivi. Lo sanno bene gli operatori dei quasi duecento consultori familiari di ispirazione cristiana che – disseminati sull’intero terri­torio nazionale – vedono crescere in modo allarmante il numero di giovani e di fami­glie che vi si rivolgono: migliaia, ogni anno, in cerca di aiuto e di risposte di natura edu­cativa. Una realtà, quella dei con­sultori, che negli ultimi me­si ha fornito importanti spunti di ricerca sul disagio giovanile, raccolti in nume­rosi e diversificati progetti di ricerca dall’'Università' del­la famiglia, quell’Istituto di antropologia per la cultura della persona e della famiglia nato un anno fa a Milano – l’iniziativa è stata di Cattoli­ca, Regione Lombardia, O­spedale Maggiore e, appunto, Confedera­zione dei consultori di ispirazione cristiana – che negli ultimi mesi proprio sulla pro­blematicità del rapporto tra adolescenti e a­dulti ha incentrato tutta la sua attenzione o­perativa e formativa. «Quello che stiamo cer­cando di mettere in campo è un approccio sempre più attento al mondo adolescenzia­le e delle famiglie – spiega il presidente del­­l’Istituto e della stessa Confederazione dei consultori, l’avvocato Goffredo Grassani –, certi che per risolvere i problemi si debba­no affrontare a un livello pedagogico e va­loriale, ma prima di tutto concreto». Dove concretezza, per l’Istituto e per il centro di ricerca e formazione che lo affianca (il Crea­da), significa analizzare quel disagio a par­tire dai casi reali, misurati e raccolti e sul campo: quelli dei ragazzi che attraverso i consultori sono entrati a far parte di gruppi di dibattito, di laboratori di confronto con genitori e insegnanti, oppure – nei casi più difficili – quelli che sono stati presi in cari­co e seguiti dall’Unità operativa di Neuro­psichiatria infantile dell’Ospedale Maggio­re, dove l’équipe guidata dal direttore An­tonella Costantino si occupa da vicino di monitorare i ragazzi da un punto di vista clinico e sanitario.
In questo senso, per esempio, si è mosso l’ultimo protocollo di studio incentrato sui casi di 511 giovani che si sono rivolti ai con­sultori: un progetto che ha offerto dati in­teressanti sulla natura del disagio adole­scenziale. E da cui, tuttavia, sono arrivate anche buone notizie: come quella che nel 34,8% dei casi, ad esempio, il ragazzo si è presentato al centro da solo. «Un dato fon­damentale – spiega la professoressa Maria Luisa Di Natale, prorettore della Cattolica e direttore scientifico del Creada – per com­prendere come la necessità di una risposta educativa ar­rivi dai ragazzi stessi». In molti casi è poi la famiglia ad attivarsi: sempre nel pro­tocollo preso in esame, per il 38,9% dei casi i ragazzi so­no arrivati nei consultori con entrambi i genitori o uno dei due (quasi sempre la madre), ma c’è stato anche il fre­quente caso (21,5%) di ge­nitori che si sono recati al consultorio soli per tentare di risolvere problemi relativi ai propri figli adolescenti. Infine, invece, il dato forse più allarmante, quello di un’alta percentuale di adolescenti 'problematici' (il 21,1%) di ra­gazzi che provengono da famiglie in cui i ge­nitori sono separati o divorziati: «Numeri che lasciano supporre – continua la De Na­tale – una corrispondenza tra problematicità dei figli e situazione familiare». Proprio su questo aspetto, peraltro, si stanno concen­trando altri due progetti di ricerca del Crea­da, volti a indagare da vicino come i figli di coppie separate affrontino la costruzione di una nuova famiglia. «Le istituzioni educati­ve sono oggi chiamate non solo a mettersi in rete e a misurarsi con i ragazzi, ma anche sul mondo stesso degli adulti, su come le problematicità dell’uno si riflettano nell’al­tro e lo influenzino – spiega ancora Grassa­ni –. È anche la coppia, su cui si fonderan­no le famiglie di domani, che ha bisogno di essere formata, seguita, preparata».
Grassani: le problematicità degli adulti si riflettono sui ragazzi con effetti a catena che vanno tamponati De Natale: corrispondenza sempre allarmante
«Avvenire» del 2 luglio 2010

13 maggio 2010

Nella società dei Narcisi le relazioni impazziscono

Dietro gli episodi di violenza familiare, convivenze «liquide»
di Tonino Cantelmi
Il tasso di violenza nella società postmoderna liquida è aumentato? Secondo alcuni osservatori, sì: delitti intrafamiliari, derive del tifo, bullismo, eccessi di violenza nell’esecuzione di alcuni reati, mobbing, uso della forza per la risoluzione dei conflitti, stalking, aggressioni correlate all’abuso di cocaina e di altre sostanze psicotrope..., riportati con risalto dai media, sembrerebbero confermare questa ipotesi.
Insomma, i dati disponibili segnalano che la violenza e l’aggressività interpersonale presentano indici di incremento: che cosa sta succedendo?
I fenomeni in gioco si intrecciano fra loro per costituire la gelatinosa realtà che consente lo sviluppo di un’impressionante espressione della violenza dell’uomo sull’uomo. Essi sono riconducibili a una forte crisi della relazione interpersonale, propria della «condizione liquida» (come è stata definita) dei tempi postmoderni, con il conseguente trionfo da un narcisismo che esalta i desideri individuali e l’ineluttabile necessità di soddisfarli.
Cosa ha determinato la crisi della relazione interpersonale? Molte osservazioni inducono a pensare che alla radice ci siano almeno tre fenomeni, essi stessi amplificati a dismisura dalla rivoluzione digitale. Il primo è senz’altro costituito dall’incremento del tema narcisistico, dell’amore egoistico per se stessi (di cui gli innamoramenti in chat e le amicizia in facebook sembrano essere i corrispettivi telematici), sostenuto da una civiltà dell’immagine senza precedenti nella storia dell’umanità, con la conseguenza che l’agire è determinato e sostenuto dalla necessità quasi incontrollabile di soddisfare i propri desideri a qualunque costo. Il secondo fenomeno è quello della ricerca di emozioni, anche estreme, capace di scomporre l’esperienza delle relazioni interpersonali, facendola coincidere con l’emozione stessa (è come se tutta la relazione coincidesse con l’emozione). La ricerca esasperata di emozioni e la lotta contro il vuoto interiore si traducono spesso in comportamenti antisociali e violenti. Infine, il terzo fenomeno è legato al tema dell’ambiguità, cioè alla rinuncia all’identità e al ruolo in favore di un’assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, con la conseguente rinuncia alle responsabilità che la relazione inevitabilmente comporta. Le relazioni diventano così prevalentemente irresponsabili, trasformandosi in caricature grottesche, incapaci di consentire l’elaborazione dei conflitti, che possono facilmente degenerare in comportamenti violenti, a volte apparentemente incomprensibili.
Relazioni narcisistiche, fondate sull’esperienza emotiva 'forte' e sull’ambiguità, non lasciano spazio all’empatia, cioè alla capacità di capire e di condividere (anche emotivamente) il dolore altrui e, di conseguenza, di mettere in atto comportamenti solidali e di aiuto verso l’altro. In questo contesto, il conflitto si risolve con la fuga e la rottura, oppure con la violenza.
Perciò la sfida urgente di questi anni è proprio questa: la liquidità delle relazioni ucciderà la solidarietà, costringendoci a relazioni sempre più virtuali e mediate dalla comunicazione via Internet come unica soluzione per limitarne l’espressione violenta?
Oppure l’uomo saprà riscoprire la fatica, ma anche il piacere, di guardarsi negli occhi e di entrare in relazioni autentiche e solidali con il suo prossimo?
«Avvenire» del 13 maggio 2010

12 maggio 2010

Separazione, se il dolore diventa scelta di morte

Si allunga la serie delle storie coniugali finite in tragedia Ieri altri due casi di uxoricidio a Gela (Sicilia) e nel Torinese
di Lucia Bellaspiga
Storie di separazioni sofferte, e soprattut­to la paura di perdere definitvamente i fi­gli, alla base di immani tragedie acca­dute ieri al Nord, al Centro e al Sud. Erano a colloquio con l’assistente sociale che da due anni seguiva la loro separazione Giampiero Prato (38 anni) e Cristina Rolle (33), quando l’uomo, un programmatore informatico, ha improvvisamente estratto un coltello e, da­vanti all’operatrice terrorizzata, ha ucciso la moglie con 50 pugnalate. È successo a Colle­gno ( Torino), nella sede del Cisap, il Consor­zio intercomunale di servizi alla persona. La coppia aveva due bambine di 5 e 7 anni, e pro­prio loro erano al centro del contendere: se­condo quanto testimoniato dall’assistente so­ciale, l’uomo imputava alla moglie la colpa di aizzare le figlie contro i nonni paterni, indu­cendole a rifiutarsi di incontrare il padre a ca­sa loro. Il consorzio di Collegno segue ogni anno oltre 350 coppie in crisi, 300 delle quali segnalate dal Tribunale, una cinquantina in­vece giunte in modo spontaneo a chiedere aiuto. Tra queste ultime anche i coniugi Pra­to, ma sull’affidamento delle figlie il conflitto era risultato insanabile, anche se i colloqui e­rano sempre stati tranquilli: «Nulla faceva pre­sagire un epilogo improvviso e violento», han­no detto gli assistenti sociali del centro.
Finita in tragedia anche a Rosignano (Livor­no) la lite tra due coniugi. Vincenzo Ragusa, 60 anni, imprenditore edile, al culmine del li­tigio ha puntato la pistola verso la moglie mi­nacciandola di morte, quando il figlio Fabio, 24 anni, è intervenuto in difesa della madre. Un colpo, partito forse accidentalmente, ha ferito il giovane a una gamba in modo non grave, ma il padre, disperato all’idea di aver­lo ucciso, si è puntato la pistola alla tempia e si è tolto la vita. L’altra notte a Gela (Caltanissetta) la piccola Giorgia di 2 anni ha assistito alla lite furibon­da e poi alla morte della mamma, Emanuela Vallecchi, 22 anni, uccisa dal marito, Nicola Incorvaia, 25 anni. Anche tra i due ragazzi e­ra in corso una separazione, voluta dalla mo­glie. Il giovane marito, guardia giurata, ha u­tilizzato la pistola d’ordinanza per sparare contro Emanuela cinque colpi mortali, poi è fuggito a bordo della sua auto portando con sé la piccola. È stata una sua telefonata al fra­tello a rivelare il dramma: «Ho ucciso mia mo­glie », gli ha detto. Un poliziotto lo ha convin­to a costituirsi dicendogli che la giovane ce l’avrebbe fatta. Al sostituto procuratore Mo­nia Di Marco che lo ha interrogato per tutta la notte, Incorvaia ha confessato sotto choc di a­ver ucciso la moglie perché non reggeva il do­lore della separazione e temeva per l’affida­mento della sua bambina.
«Avvenire» del 12 maggio 2010

17 febbraio 2010

Le coppie e l’unione perfetta. Matrimonio? Sì, finché dura

di Francesco Alberoni
Un tempo si sposavano tutti, il matrimonio era la base stabile della casa, della famiglia, assicurava rispettabilità, aiuto nel bisogno, una discendenza e una vecchiaia serena. La zitella era compatita, quella che aveva figli senza marito una reietta. Non erano ammesse altre forme di convivenza erotica. Il matrimonio doveva perciò essere indissolubile e fino alla morte. Oggi tutto è cambiato. La società provvede all’educazione, al lavoro, alla sicurezza, alla salute. I giovani hanno rapporti amorosi ed erotici nella adolescenza, e negli anni successivi, cambiano numerosi partner.
Di solito si sposano quando vogliono avere dei bambini, ma anche la nascita dei figli non impedisce loro di divorziare o di separarsi e di avere poi un nuovo rapporto. Il matrimonio sta diventando sequenziale: un coniuge alla volta. E negli intervalli esperienza da single o convivenze. Da sociologo constato che, di fatto, il matrimonio e la convivenza durano finché i due partner stanno bene insieme. Alcuni finché provano un amore appassionato, nella maggior parte dei casi finché si amano, si capiscono, si piacciono eroticamente, sono sinceri, fedeli ed hanno un rapporto sereno. Quando però cessa l’intesa amorosa il rapporto si incrina, e, presto o tardi, la coppia si rompe, talvolta in modo cattivo, velenoso.
Per questo motivo ho dedicato tutta la mia vita a studiare l’amore di coppia, perché è rimasto l’unico collante della coppia e della famiglia. So quanti grossolani errori facciamo per superficialità, per ignoranza. L’amore infatti è molto fragile, basta una differenza nel modo di pensare, una diversa sensibilità erotica, basta voler imporre una propria preferenza che l’altro subisce per non scontentarci, basta che fra i due si insinui la competizione. Eppure ho visto anche degli amori ardenti e appassionati che durano decenni. Quale è il loro segreto? Forse alla loro base c’è una misteriosa affinità dell’anima come del corpo, ma anche la tolleranza, la capacità di parlarsi, di capirsi, di confessarsi ciò che piace e non piace con sincerità, con candore.
Ma non tutti possono raggiungere questo amore totale che, d’altra parte un giorno può anch’esso finire. Ora, se la stabilità del matrimonio dipende così tanto dall’amore, a volte mi domando se, pur non toccando affatto il matrimonio tradizionale, non sia il caso di studiare anche altre formule legali o contratti matrimoniali che consentono soluzioni più articolate adatte alle diverse circostanze del nostro tempo.
«Corriere della Sera» del 16 febbraio 2010

09 febbraio 2010

Se del matrimonio si dà una parodia durerà poco e i figli soffriranno molto

A proposito delle proposte di legge sul divorzio breve
di Giacomo Samek Lodovici
Senza entrare nel dettaglio delle proposte di legge sul 'divorzio breve', in continuità con le considerazioni svolte da Francesco Belletti su Avvenire il 15 gennaio, ci preme ulteriormente motivare le ragioni della nostra decisa contrarietà verso di esso. Va sottolineato che siamo molto sensibili alle sofferenze che si verificano in certi matrimoni, le quali esigono molto affetto ( lo scrivente conosce dei casi molto dolorosi). È anche per questo motivo che non biasimiamo la separazione quando la convivenza produce un danno serio ad uno o ad entrambi i coniugi. Ma la separazione consente dei ripensamenti ( che diventano quasi impossibili dopo un divorzio), rari ma non inesistenti e che potrebbero probabilmente aumentare se lo Stato aiutasse le coppie in crisi a restaurare il rapporto: per il loro bene e per quello dei loro figli, come ha ricordato ieri Benedetto XVI. In effetti, dobbiamo prenderci a cuore i più deboli, appunto i figli. Ora, numerosissime ricerche sociologiche documentano le profonde sofferenze prodotte dalla separazione, e maggiormente dal divorzio, sui figli.
Essi, inoltre, in aggiunta, fanno uso di droghe e patiscono diverse patologie psicologiche molto più spesso rispetto ai figli con genitori uniti. Un solo dato tra i tanti: negli Usa, durante gli anni Ottanta, il 63% dei suicidi dei giovani si è verificato in contesti con il padre assente.
Nonostante i talvolta amorevoli ed encomiabili sforzi per il benessere dei figli da parte dei genitori, sono grandi le sofferenze non solo dei bambini, ma anche degli adolescenti, sia quando i genitori restano soli, sia quando trovano nuovi compagni. Lo diciamo sempre alla luce dei dati, che certificano che per i figli è preferibile – ancorché molto doloroso – vivere con i genitori divisi invece che uniti solo nei casi di conflittualità decisamente alta, che però sono rari ( tale conflittualità precede circa il 30 % delle separazioni). Ma la separazione, lo ribadiamo, è più compatibile con successive riappacificazioni. Ora, se lo Stato approva il divorzio breve, danneggia appunto i figli, sia perché riduce i tempi del ripensamento, perché indebolisce in generale il matrimonio, provocandone più spesso il fallimento. Infatti, le leggi non soltanto disciplinano le situazioni sociali, ma inoltre le modificano, hanno un forte impatto sulla mentalità e sul costume, che dipende dal messaggio che esse esprimono. Un esempio è proprio il divorzio breve introdotto da Zapatero nel 2005 in Spagna, dove è avvenuto un aumento clamoroso dei divorzi: rispetto al 2005 erano già saliti del 74,3 % nel 2006, e sono ulteriormente cresciuti del 140 % nel 2008. Questo aumento si può spiegare connettendolo sia alla riduzione del tempo del ripensamento, sia – e forse soprattutto – all’idea di matrimonio che lo Stato diffonde. Col divorzio breve, infatti, lo Stato produce, consapevolmente o meno, una banalizzazione del matrimonio – denunciata, relativamente alla situazione francese, anche dal quotidiano gauchiste Libération
–, perché diffonde l’idea secondo cui il matrimonio è non già un impegno che bisogna tentare di far durare e per la cui riuscita e durata i coniugi si devono impegnare molto ed a fondo, bensì un rapporto temporaneo, transitorio, provvisorio, legato esclusivamente ai sentimenti reciproci, tanto è vero che è possibile interromperlo dopo breve tempo: dunque un rapporto per il quale non sono necessari né un’accurata preparazione previa, né un impegno speciale durante, perché tanto si può rapidamente ricominciare da capo.
«Avvenire» del 9 febbraio 2010