Visualizzazione post con etichetta fonti di energia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fonti di energia. Mostra tutti i post

01 settembre 2010

A.A.A, cercasi urgentemente nome per cancellare la bufala del global warming

C'è chi propone “cambiamenti climatici”, ma l’errore rimane
di Nicoletta Tiliacos
Come le sartine di un tempo, che suggerivano di tagliare le maniche o allungare un orlo per aggiornare un abito démodé, così pare che qualcuno stia seriamente ragionando sull’opportunità di abbandonare definitivamente lo screditato concetto di “riscaldamento globale” in favore del più neutrale e già molto usato “cambiamenti climatici”. La nuova definizione ufficiale dovrebbe comunque salvare faccia e sostanza, entrambe piuttosto malridotte, di quelle profezie ecocatastrofiste che nella produzione di anidride carbonica connessa alle attività umane indicano la causa principale delle modificazioni del clima, e segnatamente dell’innalzamento delle temperature planetarie.
Ne ha parlato il quotidiano inglese Guardian, due giorni fa, prendendo spunto dal trentacinquesimo compleanno della definizione “riscaldamento globale”. Usata pubblicamente per la prima volta l’8 agosto del 1975, in un saggio sulla rivista americana Science, da un climatologo della Columbia University, Wallace Broecker. Il quale si chiedeva: “Siamo alla vigilia di un importante riscaldamento climatico?”. E prevedeva che “le tendenze attuali, piuttosto fresche, sfoceranno, nell’arco di una decina d’anni, in un riscaldamento consistente provocato dall’anidride carbonica”. Col senno di poi, sappiamo che l’influenza dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo sul clima non è stata mai dimostrata (così come l’innalzamento inarrestabile delle temperature è stato smentito dai dati degli ultimi dieci anni). Ma la definizione coniata da Broecker ha avuto una gran fortuna, soprattutto negli Stati Uniti, mentre l’Inghilterra, notava il Guardian, ha sempre preferito la dizione “cambiamenti climatici”.
Lo scorso anno, però, è fragorosamente emersa l’attività di manipolazione dei dati sul clima operata da alcune delle istituzioni incaricate della loro elaborazione, proprio al fine di accreditare l’influenza delle attività umane sull’innalzamento delle temperature globali. Come il Foglio ha raccontato per primo, un gruppo di hacker ha reso pubblico un carteggio via e-mail tra i climatologi dell’East Anglia University, dal quale emergeva la cosciente volontà di occultare i dati che parlavano di diminuzione delle temperature (“to hide the decline”, era la parola d’ordine) e di gonfiare in parallelo quelli favorevoli alla tesi del riscaldamento globale, in vista del vertice di Copenaghen. A seguire, c’è stata la figuraccia davvero globale dell’Intergovernmental panel on climate change dell’Onu, con le sue indimostrate quanto strombazzate tesi del IV rapporto. Tra le altre: l’immancabile scioglimento dei ghiacciai himalayani entro il 2035, l’innalzamento del mare in Olanda e le previsioni apocalittiche sulle temperature in Cina.
Svarioni che hanno comportato la pubblica censura e il parziale commissariamento del potente presidente dell’Ipcc, l’indiano Rajendra K. Pachauri. Nessuno ha pensato a chiedere indietro all’agenzia onusiana il premio Nobel vinto con Al Gore proprio in nome dell’impegno contro il “global warming”, ma non c’è da stupirsi se quel termine – ormai associato a un’idea piuttosto truffaldina di uso dei dati e della loro comunicazione all’opinione pubblica – è considerato un boomerang proprio da chi vuole salvarne la sostanza. Cambiare il nome della cosa per non cambiare la cosa, insomma, vale a dire l’idea che le attività umane influenzano il clima e le temperature del pianeta. E magari dimenticare quello che alcuni scienziati vanno sostenendo in controtendenza. Come l’americana Susan Solomon, climatologa del Noaa (National oceanic and atmospheric administration) che da tempo, in sedi autorevoli, denuncia la generalizzata sottovalutazione del ruolo del vapore acqueo nella stratosfera. E’ alla sua maggiore concentrazione (del tutto indipendente dall’attività umana) che si deve, ha scritto Solomon, l’impennata delle temperature negli anni Novanta, mentre dal 2000 la tendenza si è invertita e le temperature si sono stabilizzate, in barba al “global warming”. O al “climatic change”, che dir si voglia.
«Il Foglio» del 9 agosto 2010

29 luglio 2010

Perché sto dalla parte del nucleare

di Umberto Veronesi
Le polemiche sorte intorno alla proposta di una mia nomina a presidente dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare non mi stupiscono, anzi sono comprensibili e in gran parte giustificate.
In particolare capisco il pensiero del Pd di fronte all’offerta che mi ha rivolto il governo: riflette un dilemma che io stesso ho vissuto e sto ancora vivendo. Mi sono chiesto infatti se fosse giusto compiere una scelta che va contro la posizione del partito con il quale ho accettato di candidarmi al Senato.
Oppure se non fosse più corretto operare una sorta di autocensura e dire no al coordinamento di un piano che pure considero importante per lo sviluppo del Paese. Alla fine ha prevalso in me il desiderio di partecipare con decisione al ritorno del nucleare in Italia, se pure a condizione di un programma ineccepibile dal punto di vista della qualità scientifica, della sicurezza per l’uomo e per l’ambiente e della sostenibilità economica.
Con questa scelta è difficile continuare l’attività senatoriale. Già avevo elaborato dentro di me questa consapevolezza, che poi mi è stata espressa da molti membri del partito. Ha ragione il senatore del Pd Roberto Della Seta: non potrei perché gli impegni sarebbero troppi, ma anche perché la mia coscienza non me lo permetterebbe. La legittima discussione sulla mia scelta ha tuttavia oscurato agli occhi della gente le sue motivazioni: perché sono così convinto del nucleare da assumermi un incarico così spinoso e largamente impopolare? Che cosa glielo fa fare, professore, mi chiedono i pazienti e gli amici più stretti? Mi spinge la mia convinzione che l’energia nucleare è un progresso scientifico straordinario per l’uomo e, proprio poiché ci credo, ritengo in coscienza di dover offrire tutto il mio impegno di scienziato e di cittadino perché il mio Paese, che amo, sia all’avanguardia in questo settore e non rimanga arenato per motivi ideologici.
Vorrei ricordare che il nucleare è nato in Italia grazie a Enrico Fermi e quando nel dicembre 1942 lui e la sua squadra festeggiarono con un fiasco di vino Chianti (fiasco che fu firmato da tutti i fisici presenti e che diventò da allora un oggetto di «culto») si aprì una nuova era per la scienza e per l’umanità. Il brindisi era per la scoperta della «pila atomica» che era in grado di produrre enormi quantità di energia con la rottura di un atomo di uranio colpito da un neutrone. Fermi scoprì che per produrre energia non è necessaria la combustione (che consuma ossigeno) né il riscaldamento a carbone, o petrolio, e trovò quindi una soluzione potenziale al crescente fabbisogno energetico nel mondo. La politica poi fece un uso tragicamente improprio della sua scoperta, facendo costruire la bomba che gettò un’ombra indelebile su questo progresso.
Sul nucleare come fonte di energia io mi sento di poter rassicurare la popolazione circa la sostanziale assenza di rischio. L’attività delle centrali nucleari produce energia pulita, senza emissioni (presenti invece nei processi di combustione) di sostanze che rappresentano un rischio di malattie respiratorie, allergiche o tumorali nell’uomo.
Ma ciò di cui la gente ha paura sono gli incidenti alle centrali. Va detto che in 40 anni di utilizzo del nucleare nel mondo si sono verificati solo 2 casi: quello di Three Mile Island in Pennsylvania nel 1979, che non provocò nessuna contaminazione e nessuna vittima, e quello di Cernobil nel 1986, che fu un vero disastro. Spesso però si ignora che a Cernobil la causa fu la leggerezza e l’incompetenza del personale. Il direttore aveva esperienza solo di impianti a carbone e il capo ingegnere ne aveva soltanto con i reattori nucleari preparati per i sottomarini sovietici. Si è inoltre unito il fatto che il reattore era già allora inadeguato e tecnologicamente incapace di autoproteggersi dal rischio di malfunzionamento e infine che la tragedia avvenne nel corso di un esperimento, in cui furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso. Si tratta quindi di un evento unico che ha dei tratti di pura assurdità, e che oggi non si potrebbe ripetere. La presenza di un rischio molto limitato non toglie nulla al compito dell’agenzia per la Sicurezza, che mantiene un ruolo importante e va gestita con fermezza e senza compromessi. Il mio obiettivo potrebbe essere non solo dare una certezza solida alla popolazione, ma anche mettere a punto un modello nuovo di approccio al concetto di sicurezza, più attento ai bisogni reali di salute e di tranquillità dei cittadini.
«La Stampa» del 29 luglio 2010

26 luglio 2010

Marea «nera»: petrolio spietato tiranno

di Giorgio De Simone
Il 7 giugno, vicino a Cleburne, cittadina a ottanta chilometri da Dallas, una scavatrice perforava il gasdotto che porta il gas naturale lungo tutto lo stato del Texas. Un grande boato, una palla di fuoco, un operaio morto, altri sei feriti. Ma se è in qualche modo naturale che non ci si ricordi oggi di questo fatto, è molto grave che dalla ribalta mediatica stia sparendo anche il disastro della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum colata a picco nel golfo del Messico il 22 aprile. Un disastro costato undici morti, una catastrofe ambientale senza precedenti con quattro stati, Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida minacciati al cuore dall’emorragia nera a tutt’oggi inarrestata. Incalcolabili i danni al mare, alla terra, a chi vive di pesca, agli animali, alla vita tutta di questi anni e dei prossimi cinquanta. Nella tragedia si è visto il presidente Obama, già in calo di consensi e accusato di avere autorizzato la costruzione di piattaforme petrolifere nell’Atlantico, andare avanti e indietro dal golfo del Messico a inveire, diffidare, lanciare ultimatum e infine dichiarare che l’era del petrolio deve finire. La Bp intanto, principale imputata del disastro, dopo aver assicurato che la sua forza economica era tale da garantire risarcimenti a tutti, ha iniziato a barcollare. Enormi le sue ricchezze, certo. Tali da far ritenere che nulla sia impossibile a chi le possiede, dunque nemmeno mettere il tappo, prima o poi, a un pozzo a 1500 metri di profondità e rifondere tutti i danneggiati. Ma nella tragedia il colosso britannico recita la parte che tocca ai giganti con i piedi finiti nell’acqua: il rimedio c’è, eccome, dicono. Ma dentro tremano. Come una tosse che non passa, il pozzo aperto genera ansia. Anche perché il valore di mercato dell’azienda è dimezzato. Le ultime notizie danno prossima una soluzione (se non altro parziale), ma mentre la marea nera si fa sempre più vicina alle coste della Florida, la multinazionale inglese è addirittura accusata di avere nascosto il petrolio sotto la sabbia delle spiagge. «Stiamo lavorando perché Bp sia responsabile dei danni alle terre e all’economia della costa del Golfo» aveva detto Obama. Aggiungendo che compito dell’America era ormai quello di sbarcare sull’isola dell’energia pulita. Ammesso, peraltro, che l’isola esista. Da qui al 2030 il 90 per cento del fabbisogno mondiale di energia potrà essere così soddisfatto: petrolio 40%, carbone 26 %, gas naturale 23%. Resterà dunque il petrolio lo spietato tiranno che costruisce ricchezze da faraone e alleva in seno la serpe dei disastri. Lo spietato tiranno che vuole mettere il becco ovunque e, per quanto ci riguarda, perfino nel pallone se è vero, come ritenuto dal ministro Calderoli, che «i petrolieri avvelenano il calcio». Sicché vincere grazie al petrolio, come ha fatto l’Inter di Massimo Moratti, dovrebbe (ma dipende dal tifo) sollevare crisi di coscienza. In ogni caso la domanda è se la crociata forzatamente bandita dal presidente degli Stati Uniti per l’energia pulita produrrà un qualche effetto. Diciamo che un’America che grida «basta» al petrolio qualcosa pure significa, non però che la forza dell’oro nero diventi debolezza o che la sua tirannia finisca. Non che un diverso futuro sia già cominciato.
«Avvenire» del 17 luglio 2010