30 dicembre 2019

2020: andante con moto

di Alessandro D’Avenia
Sul finire del 1808 a Vienna è caduta così tanta neve che, alla sera del 22 dicembre, la città sembra scomparsa in un silenzio che costringe a prepararsi a ciò che sta per accadere. Nel Theater an der Wien si gela, ma al concerto natalizio non è rimasto un posto libero. Al pianoforte siede il maestro in persona: Ludwig van Beethoven. Benché abbia solo 38 anni sarà l’ultima esibizione pubblica: la sordità che lo ha colpito dieci anni prima peggiora rapidamente. Vuole suonare da solista il Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in Sol maggiore perché la posta in gioco è la sopravvivenza. Infatti è proprio in queste note che ha nascosto il suo doloroso segreto, soprattutto nel secondo movimento: andante con moto. Il brano è ispirato — dicono gli studiosi — al mito di Euridice: un dialogo tra Orfeo, il pianoforte, e gli dei inferi, l’orchestra, per ottenere la restituzione dell’amata moglie, morta a causa del morso di un serpente proprio durante la festa di nozze. Il movimento comincia con le battute fatali dell’orchestra, che però, nota dopo nota, si lascia conquistare dalla penetrante malinconia del solista fino a sposarne, inaspettatamente in questa forma musicale, il tema: la morte si rivela più debole dell’amore. Beethoven mette in musica la ferita sempre aperta tra la promessa di felicità a cui ci sentiamo chiamati e la sua inesorabile delusione, trasforma in note il nostro desiderio più profondo: chi e cosa amiamo non deve finire.
Le note del pianoforte modulano il canto delle cose (che non dovrebbero mai andar) perdute: una madre, un padre, un fratello, una sorella, un marito, una moglie, un figlio, una figlia, un amico, un’amica, l’infanzia, la giovinezza, l’amore, i sogni, la gioia, la bellezza, l’intelligenza, la memoria, l’anima, il corpo... Orfeo canta la promessa di felicità della vita e la sua fine improvvisa e inaccettabile, per questo è sceso nel labirinto della morte: per riavere la moglie amata a qualsiasi costo. Come si può far risorgere ciò che è morto, far rinascere ciò che è senza vita? Beethoven cerca la risposta sui suoi 88 tasti: alla fine del movimento la preghiera di Orfeo piega il granitico e funesto no dell’orchestra, Euridice viene restituita al suo amato. Ma mentre nel mito, Orfeo, volgendosi indietro, la perderà nel viaggio di risalita, Beethoven inventa un altro finale: salvifico. Il Concerto n.4 si risolve infatti in un gioioso terzo movimento, un rondò vivace con cui il maestro ci porta dentro la festa della vita che non finisce, proprio lui che sta diventando sordo, all’insaputa della folla estasiata mentre lo ascolta. Non sta solo suonando un pezzo geniale, sta affrontando una cruenta battaglia che solo lui conosce e può combattere: riscrivere il destino crudele della sordità, trasformare il dolore in bellezza, convertire la morte in vita nuova. E proprio così si salvò.
Solo pochi anni prima di quella serata, infatti, la disperazione lo aveva portato vicino al suicidio, come aveva scritto nella famosa lettera-testamento ai fratelli: «Non mi era ancora possibile dire: “Parlate più forte, gridate, perché io sono sordo!”. Ah, come mi sarebbe possibile rivelare proprio la debolezza di un senso che io dovrei possedere più perfetto di ogni altro, un senso che in passato ebbe una perfezione che certamente poche persone del mio mestiere hanno mai avuto? Tali esperienze mi condussero quasi alla disperazione. Poco mancò che io mettessi fine alla mia vita. Solo l’arte mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di essere stato creato». Il maestro si salva perché sa di avere un compito irrinunciabile: si aggrappa al piano fino alla fine dei suoi giorni, a 57 anni, del tutto sordo negli ultimi dieci, e non smette di comporre, con gambe e orecchio attaccati allo strumento per sentirne almeno le vibrazioni, opere che aprono alla musica del futuro. Quello per cui sa «di essere stato creato», fare bellezza, è vita anche se lui non può goderne. In questo 2019 al tramonto, trovate mezz’ora di silenzio — se ne esiste ancora uno così lungo — per ascoltare il Concerto n. 4 e in particolare i cinque minuti del secondo movimento nell’interpretazione al piano di Pollini o di Barenboim. Mentre lo fate, sostituite il solito «anno nuovo, vita nuova» con un beethoveniano «anno nuovo, bellezza nuova», quella che possiamo fare sempre, seppur minima, lì dove e come siamo, anche se abbiamo perso pezzi di vita o ci siamo persi nella vita. «Nel campo che mi è stato designato voglio distribuire ai miei fratelli i doni che ho ricevuto da Dio. Senza egoismo»: queste parole, che il maestro lesse più volte, annotò e sottolineò in uno dei suoi libri preferiti (Osservazioni sulle opere di Dio di C. C. Sturm), voglio siano d’augurio a ciascuno di voi, cari lettori, per il 2020.
«Corriere della sera» del 30 dicembre 2019

26 dicembre 2019

Veder le stelle con gli occhi di Dante

Fisici, cosmologi, poeti, scrittori, teologi e mistici sono da sempre affascinati dalla “scienza stellare” dantesca: lo ricorda l’inglesista Tracy Daugherty in un nuovo saggio
di Gianni Vacchelli
Dante ci sorprende sempre e ci spiazza, anche quando crediamo di averlo incasellato, almeno su un aspetto. Così potremmo pensare che la sua astronomia sia realmente irricevibile e superata. Ad esempio per il grande poeta Thomas Eliot, anche acuto dantista, come tutti sappiamo, «non è essenziale che la quasi inintelligibile astronomia di Dante sia capita ». Eppure non è così. E se forse l’accademia riserva in genere una rispettosa ma un po’ distaccata attenzione alla “scienza stellare” dantesca, fisici, cosmologi, oltre che poeti, scrittori, teologi e mistici ne sono da sempre affascinati. Soprattutto oggi gli uomini di scienza. Ce lo ricorda anche l’americano Tracy Daugherty, professore emerito di Inglese all’Oregon State University, nonché romanziere, nel suo recente e interessante saggio Dante and the Early Astronomer [Dante e la Prima Astronoma] ( Yale University Press). In verità il libro di Daugherty, come si evince anche dal sottotitolo “Scienza, avventura e una donna vittoriana che aprì i cieli”, è sì dedicato a Dante ma insieme all’astronoma Mary Acworth Evershed (conosciuta pure come M.A. Orr, col cognome da nubile, prima di sposare John Evershed, importante astronomo lui stesso).
Mary è una donna inglese, nata nel 1867. Amava la poesia e il cielo stellato, e un viaggio in Italia all’età di 20 anni, a Firenze e a Ravenna, fu fondativo per la sua ricerca: decise così di studiare attentamente tutti i riferimenti astronomici nella Commedia di Dante, che arriverà a leggere in italiano. E nel 1913 Mary, con il cognome di Orr, pubblicò il suo importante studio Dante and the Early Astronomers, troppo presto dimenticato e che sarebbe utile riscoprire e tradurre in italiano. Nonostante il modello tolemaico di Dante fosse totalmente superato, Mary ammirò «la fedeltà dantesca agli insegnamenti dell’astronomia come l’aveva imparata dai suoi maestri», «la fantastica precisione dentro una struttura chiara» nel descrivere i fenomeni celesti. Per lei «il Poeta possedeva l’istinto e le attitudini di un ricercatore scientifico: una mente irrequieta, un abito di attenta osservazione».
Studiosa dei crateri lunari e delle macchie del sole, che «Dante aveva riconosciuto tre secoli prima che venissero scientificamente rilevate», Mary rimase affascinata anche da come Galileo, che stava aprendo all’umanità una nuova immagine di universo, rimanesse fedele alla retorica, all’immaginazione, ai ritmi danteschi. Le sue descrizioni del sole nelle Lettere sulle macchie solari echeggiavano le discussioni astronomiche di Beatrice in Paradiso II, sulle macchie lunari. Per la Evershed «Galileo considerò sempre Dante un pari, e la sua maestria artistica un modello… per lui la Commedia non era un cimitero di teorie astronomiche scartate, ma un prologo poetico a future scoperte». Allo stesso modo anche lei «seguì le tracce dell’universo di Dante, afferrò l’uso da parte di Galileo dell’arte di Dante per far avanzare le sue nozioni scientifiche e partecipò alla rivoluzione mentale che espanse l’esistenza e la conoscenza nel modo in cui Einstein – e Dante – predissero che sarebbe accaduto».
E in effetti il libro di Daugherty accenna in più parti ad una seconda e in qualche modo diversa linea di ricezione delle idee astronomiche del Poeta. Se la Evershed, con Galileo prima di lei, ha ammirato la coerenza e l’accuratezza “scientifica” del dettato dantesco, pur nel paradigma tolemaico non più accettabile, oggi molti «scrittori come il matematico Mark A. Peterson, lo storico della scienza Edward Grant e lo storico William Egginton hanno sostenuto in modo persuasivo che le concezioni medievali di Dante sulla forma dell’universo sembrano agli astronomi contemporanei sorprendentemente preveggenti». Dante insomma avrebbe «inventato un nuovo spazio topologico, la 3-sfera, o ipersfera», come scrive il citato Peterson in una sua analisi del 1979. In qualunque caso, una cosa è certa: la rappresentazione grafica del cosmo dantesco, ancora largamente accettata e quasi onnipresente su tutte le antologie scolastiche, con la terra al centro, i nove cieli intorno e l’Empireo sopra tutti, per lo più rappresentato come una sorta di “buffo cappellino” all’intero universo dantesco, è inaccettabile, testo di Dante alla mano.
Basta rileggere due complessi ma splendidi passi paradisiaci. In Paradiso XXVII, 106ss., Dante spiega la natura del Primo Mobile, la prima e più esterna delle sfere cosmiche ruotanti attorno alla Terra in base al modello geocentrico dell’universo, da cui trarrebbero origine il moto e il tempo. E scrive: «Luce e amor d’un cerchio lui comprende, / sì come questo li altri; e quel precinto / colui che ’l cinge solamente intende» (Pd XVVII, 112-114). Qui il Poeta sembrerebbe descrivere l’Empireo come un’ultima realtà capace di cingere il Primo Mobile e tutti gli altri cieli a seguire. Eppure nel canto successivo, Paradiso XXVIII, 16ss., avviene qualcosa di straordinario: Dante vede al centro dell’universo non la terra bensì un punto luminosissimo, il cui splendore non può essere sostenuto da occhi umani: «un punto vidi che raggiava lume / acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume» (Pd XXVIII, 16-18). Il mistero divino è adesso centro dell’universo, «da quel punto / depende il cielo e tutta la natura» (vv.41-42), ed è come se il Poeta scorgesse «un altro universo», rovesciato e fatto, ugualmente, di nove cerchi concentrici, sede delle gerarchie angeliche ruotanti intorno a Dio.
È a partire da questi passi danteschi che il fisico rumeno Roman Patapievici, nel suo prezioso e oggi introvabile libretto Gli occhi di Beatrice (Bruno Mondadori 2006), scrive: «L’immagine allo specchio è simile a quella reale, solo che è invertita. Il mondo invisibile diventa allora un calco rovesciato del mondo visibile: l’Empireo è Dio-centrico mentre la Terra è diavolo-centrica… l’invisibile obbedisce a norme opposte rispetto al visibile. Per spiegare queste simmetrie non resta che concepire l’universo visibile (con al centro la Terra) e l’Empireo (con al centro Dio) come due sfere che hanno in comune la superficie, cioè il “Primo Mobile”: il che equivale appunto a una ipersfera, oggetto della geometria di Riemann adottato da Einstein per descrivere l’universo nella relatività generale ». Su questa intuizione tornano recentemente anche due fisici italiani, Marco Bersanelli, nel suo Il grande spettacolo del cielo (Sperling & Kupfer 2016) e Carlo Rovelli in Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza (Corriere della Sera 2018), che loda la «straordinaria intelligenza, anche matematico-scientifica» di Dante.
Questa ipotesi in verità ha una storia lunga e viene fatta risalire al matematico svizzero Andreas Speiser, che ne scrisse nel 1925, ripreso appunto poi da Mark Peterson, dall’astrofisico svizzero Bruno Binggeli e infine da Patapievici. Per altro già nel 1922 Pavel Florenskji in un breve e densissimo scritto, Gli immaginari in geometria, aveva sostenuto, a partire dalla “piroetta” effettuata dal Dante-personaggio in If XXXIV al centro della terra, che la concezione dello spazio della Commedia è abbordabile solo con il sostegno teorico della relatività einsteiniana e della geometria non-euclidea. Per concludere sorprendentemente: «Squarciando il tempo, dunque, la Divina Commedia finisce inaspettatamente per trovarsi non indietro, ma avanti rispetto alla scienza nostra contemporanea ». Eppure forse il punto è un altro, anche se le riletture della fisica e della matematica contemporanee sono importanti, e certo da approfondire in uno studio esaustivo. Perché Dante ragiona da un mythos diverso dal nostro e le sue “preveggenze” gli vengono da una visione mistica dell’esistente. Ecco allora che il mistero divino sarà insieme imprendibile sfera e centro concentrico della realtà, contenente e contenuto, trascendente e immanente, come recitava un folgorante aforisma del medievale Libro dei XXIV filosofi: «Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo».
La fisica contemporanea vi intravede un’iper-sfera. Sia. Per Dante la posta in gioco però è forse ancora più complessa: non solo ravvisare in tutto ciò il mistero divino, ma comprendere come la trinità Dio(Mistero)-Uomo-Cosmo sia in una relazione costitutiva e rappresenti tutta la realtà: non Dio, l’Uomo o il Cosmo da soli. Potremmo ricordarci allora l’intuizione cosmoteandrica (cosmo-dio-mondo) del filosofo e teologo indocatalano Raimon Panikkar, che parlava anche di teofisica, «non tanto come “fisica di Dio”, ma come “del Dio della Fisica”, del Dio creatore del mondo, dove il mondo non è sentito in quanto autonomo, indipendente e diviso da Dio, ma costitutivamente connesso a Lui». L’ardore di Dante è stato quello di provare a tenere insieme queste dimensioni della realtà – misteriosa, umana e materiale – con tutti i saperi che aveva a disposizione, anche fallaci, limitati, scientificamente. È questo che ci attende oggi: mantenere viva e prolungare la tensione dantesca, aggiornandola all’altezza dei tempi. E le potenti preveggenze del Poeta sembrano guidarci, perché «poca favilla gran fiamma seconda».
«Avvenire» del 18 dicembre 2019

07 dicembre 2019

A volte per leggere basta guardare le figure

Da Dante rivisto da un maestro dei manga a nuove edizioni di Alice e Pinocchio: illustrare un testo si conferma prima di tutto opera di interpretazione, persino indelebile
di Alessandro Zaccuri
Primo Levi faceva risalire la sua avversione nei confronti dei ragni al ricordo infantile di una delle celebri incisioni dantesche di Gustave Doré, quella in cui, nel XII canto del Purgatorio, il poeta contempla un ritratto di Aracne. «La fanciulla che aveva osato sfidare Minerva nell’arte del tessere – si legge nell’Altrui mestiere – è punita con una trasfigurazione immonda: nel disegno è “già mezza ragna”, ed è genialmente rappresentata stravolta», con il petto al posto della schiena e le zampe che le spuntano dal corpo. Si tratta della stessa immagine riprodotta per ben due volte, prima nell’insieme e poi nel dettaglio, all’interno della rivisitazione della Divina Commedia effettuata dall’artista giapponese Go Nagai e ora pubblicata in un unico, imponente volume da J-Pop (a cura di Matteo de Marzo, traduzione di Giovanni Lapis, pagine 776, euro 29,90).
Parlare di un Dante in versione manga sarebbe davvero riduttivo, perché il lavoro di Go Nagai – uno degli inventori dei super robot che tanto hanno contribuito al diffondersi dell’immaginario nipponico nel mondo – si basa su uno studio meticoloso del repertorio di Doré e adotta di volta in volta la soluzione del calco oppure della reinvenzione. Certo, qui Beatrice ha il volto di tante eroine già viste negli anime e questo Virgilio venuto da Oriente tende ad assumere un atteggiamento molto più enfatico ed esclamativo di quanto si sia normalmente portati a immaginare. Dante non c’è tutto (l’Inferno occupa più della metà dello spazio, con una conseguente riduzione del Purgatorio e più ancora del Paradiso), ma in compenso c’è quasi tutto Doré. Ed è su questo aspetto che è bene fermarsi a riflettere. In un fondamentale saggio degli anni Settanta (Guardare le figure, riproposto nel 2011 da Carocci) Antonio Faeti sosteneva una tesi che ancora fatica a trovare consenso.
Lungi dallo svolgere una funziona meramente ornamentale, in un’opera narrativa le illustrazioni consentono un percorso di lettura che si svolge in collaborazione, e non in conflitto, con il testo. Non per niente, Alessandro Manzoni aveva voluto supervisionare in modo tanto scrupoloso le tavole commissionate a Francesco Gonin per I Promessi Sposi del 1840, promuovendo così una sostanziale continuità fra parola letteraria e segno grafico. Quello che Manzoni aveva già intuito, insomma, è che le “figure” non soltanto integrano il racconto, ma ne costituiscono una prima e spesso indelebile forma di interpretazione. Il Dante di Go Nagai non sarebbe probabilmente piaciuto a Levi, ma in qualche maniera anche due letture tanto discordanti sono però accomunate dal fatto di discendere dall’universo visionario di Doré, che della Commedia è stato interprete non meno che illustratore. Molte delle novità uscite in queste settimane forniscono interessanti occasioni di verifica.
Prendiamo il caso di Pinocchio, classico senza tempo che si appresta a rivendicare un’ulteriore attualità grazie all’ormai imminente film diretto da Matteo Garrone. I libri da tenere letteralmente d’occhio sono almeno due. Il primo porta il marchio Scholé (pagine 288, euro 19,50), si apre con un’introduzione di Giuseppe Lupo e riproduce le immagini che l’indimenticabile Jacovitti realizzò per Le avventure di Pinocchio pubblicate da La Scuola nel 1945. Anche se mancano i proverbiali salami, il tratto del grande disegnatore è già riconoscibile, in un delicato equilibrio tra fedeltà al dettato di Collodi e l’apporto personale di una sorridente ironia destinata a imporsi con maggior evidenza nelle successive versioni del Pinocchio di Jacovitti, quella a fumetti apparsa sul Vittorioso nel 1946 e, infine, quella edita nel 1964 da Ave e ripresa di recente da Stampa Alternativa. Più complesso il caso del Pinocchio curato dall’italianista Salvatore Ferlita per il Palindromo (pagine 152, euro 15,00), dove la riscoperta del testo «rimosso» del 1881, corrispondente ai primi quindici capitoli del libro che conosciamo, è accompagnata dalle illustrazioni originali e adeguatamente cupe di un giovane pittore siciliano, Simone Stuto.
Più che un burattino, il protagonista di questa Storia di un burattino è una creatura da romanzo gotico, non dissimile dal mostro di Frankenstein, precocemente imbruttita e segnata della sofferenza. Nelle intenzioni di Collodi la vicenda doveva concludersi con l’impiccagione di Pinocchio, che muore pronunciando quell’esclamazione, «Oh babbo mio! se tu fossi qui!», che per Ferlita costituisce un non inconsapevole richiamo alle ultime parole di Cristo sulla croce. Non sempre il legame tra illustrazione e interpretazione risulta così stretto, ma non per questo i risultati sono meno significativi.
Ecco allora che i preziosi disegni di Mauro Evangelista per la nuova edizione di Il principe felice e altre storie di Oscar Wilde che Bompiani affida a una piccola schiera di traduttori (pagine 252, euro 16,00) riescono a istituire una distanza suggestiva rispetto all’immaginazione dello scrittore irlandese. A maggior ragione, chiedono di essere valorizzate per la loro funzione critica, nella chiave di un’anticipazione delle istanze surrealista, le tavole che Salvador Dalí eseguì nel 1969 per il capolavoro di Lewis Carroll e che adesso vengono offerte al lettore italiano nell’edizione di Alice nel paese delle meraviglie allestita da Franco Lonati per la collana “Parola dell’Arte” di Morcelliana (pagine 138, euro 16,00). Un contributo di particolare rilevanza, questo di Dalí, perché riesce a mettere in questione e talvolta perfino a ribaltare l’impianto visivo di cui il libro tradizionalmente si avvale dal lontano 1865, quando il pittore londinese John Tenniel divenne il Doré, o magari il Gonin, di Carroll. Le illustrazioni possono riscrivere un racconto in molte maniere, ciascuna delle quali ha una sua legittimità. C’è la via, oggi molto seguita, della graphic novel, che permette a Havier Fernández e a Fanny Marín, rispettivamente sceneggiatore e disegnatrice, di riportare alla superficie la drammatica ambiguità di uno dei romanzi più importanti del cileno Roberto Bolaño, Stella distante (a cura di Giulia Zavagna, Sur, pagine 192, euro 20,00). L’intreccio fra parola e immagine, questa volta, permea già la trama, al centro della quale sta un aguzzino della polizia segreta che, dopo essersi infiltrato come poeta tra i giovani intellettuali di sinistra, raccoglie un’allucinante documentazione fotografica sulle stragi e sulle sevizie compiute dal regime di Pinochet.
Ma l’illustratore può anche agire come autore in proprio, come dimostra la divertita appropriazione di una delle più famose fiabe di Hans Christian Andersen da parte di Steven Guarnaccia: il suo I vestiti nuovi dell’imperatore (Corraini, pagine 32, euro 18,00) è una parodia delle ossessioni imposte dalla moda, con immagine e testo che giocano a scambiarsi di posto. Non diversamente, la revisione alla quale l’opera di Gustave Flaubert è sottoposta da Giancarlo Ascari e Pia Valentinis rende pressoché impossibile distinguere la citazione dall’imitazione. Ne deriva un Dizionario illustrato dei luoghi comuni (Centauria, pagine 120, euro 18,00) da ammirare non meno che da leggere. Perché la letteratura sarà anche l’«occupazione degli oziosi», secondo la definizione sorniona di Flaubert. Ma non è detto che un libro, «qualunque esso sia», sia «sempre troppo lungo». Guardare le figure può essere un modo per accorciare le distanze, lasciandosi guidare dal gusto e dall’intuizione. E non sempre, per fortuna, va a finire che si ha paura dei ragni. Più spesso ci si appassiona e si diventa lettori senza neppure rendersene conto.
«Avvenire» del 6 dicembre 2019

Scuola: ecco perché i migliori studenti sono cinesi

di Alice Scaglioni
Hanno superato i loro coetanei in tutte le materie prese in considerazione: matematica, scienze e persino la lettura e la comprensione dei testi. Non c'è più alcun dubbio: gli adolescenti cinesi sono gli studenti migliori al mondo.
A rivelarlo è lo studio triennale che l'OCSE svolge su studenti quindicenni in tutto il mondo. Dai dati che emergono dalla ricerca si evince che gli scolari che provengono dalle quattro province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang hanno ottenuto risultati ben più alti della media in scienze e matematica. Un traguardo eccellente, che cozza con il reddito delle famiglie da cui provengono gli studenti. La maggior parte di queste infatti vive con possibilità inferiori rispetto alla media internazionale. Circa 1 studente su 6 (16,5%) a Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang (Cina) e 1 su 7 a Singapore (13,8%), hanno raggiunto i massimi livelli in matematica. Un dato che è pari solo al 2,4% nei paesi OCSE.
E che dire delle capacità nel campo della lettura? Secondo i dati dell'OCSE il 10% degli studenti cinesi più svantaggiati hanno mostrato risultati migliori rispetto alla media. L'unica pecca riguarda il divario di genere: le studentesse cinesi infatti hanno sotto-performato rispetto ai coetanei maschi, in tutte e tre le discipline.
«La qualità delle loro scuole oggi alimenterà la forza delle loro economie domani», ha commentato il segretario generale dell'OCSE Angel Gurria nella nota allegata ai dati, ma si è anche detto rammaricato del fatto che i risultati migliori non siano stati ottenuti nei Paesi che hanno investito nella formazione. Un segno che mette in luce come forse il sistema scolastico vada rivisto. «Se consideriamo il fatto che quelle quattro province cinesi hanno un reddito medio procapite molto inferiore alla media Ocse, è deludente che la maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico non abbia fatto registrare alcun sostanziale miglioramento rispetto alla prima rilevazione PISA del 2000».
«Corriere della sera» del 7 dicembre 2019

25 novembre 2019

Un mondo senza te

di Alessandro D’Avenia
Jack Malik vuole diventare un cantautore di successo ma a malapena riesce a intrattenere i bambini alle feste. Dopo l’ennesimo fiasco decide di appendere la chitarra al chiodo ma, mentre torna a casa in bicicletta, il mondo si spegne per qualche secondo a causa di un inspiegabile black-out globale. Un autobus lo travolge e si risveglia in ospedale, fisicamente malconcio. Quando finalmente viene dimesso, i suoi amici improvvisano una festa e, per tirarlo su di morale, gli chiedono di cantare una canzone. Jack non ha dubbi: Yesterday dei Beatles. Tutti restano sbalorditi, le loro orecchie non hanno mai sentito nulla di così bello: «Che cos’è?». Jack risponde che è la canzone più bella di tutti i tempi. «Adesso non montarti la testa!». Jack non capisce, nessuno la conosce... anzi nessuno conosce i Beatles. Ma ecco svelato il mistero: a causa del black-out tutti, tranne lui, li hanno dimenticati: il gruppo non è mai esistito. Così un mediocre cantautore di provincia riscrive i loro successi spacciandoli per suoi e diventa una star planetaria. È l’idea geniale che Danny Boyle, regista di Trainspotting e The Millionaire, cerca di raccontare, tra il comico e il sentimentale, nel film Yesterday: come sarebbe il mondo senza Beatles? Che cosa mancherebbe o avremmo perso?
È una domanda che mi pongo prima di ogni lezione, perché devo giustificare agli alunni che cosa mancherebbe alla nostra vita se non avessimo quell’autore. Spesso a scuola riduciamo opere e autori a risultati di fattori che li precedono, ma le cause storiche, sociali, economiche, biografiche, stilistiche ... non bastano mai a giustificare una novità. Ciò che giustifica un’opera è, infatti, proprio ciò che prima non c’era: il nuovo che ha portato al mondo, la verità finora nascosta o dimenticata, il ponte che ha gettato tra noi e il senso della vita. Senza questo rapporto tra opere e ricerca della verità, riduciamo tutto alle sole questioni formali o emotive: «Non faremo il Paradiso di Dante perché è noioso» ha detto di recente una docente ai suoi studenti, come se ci si rifiutasse di studiare la termodinamica o la tavola periodica.
Una grande opera rinnova il mondo o almeno la visione che ne abbiamo, un autore non crea ciò che già sa ma ciò di cui ha bisogno, perché la vita, così com’è, non gli basta: inventare in origine significava trovare, una «trovata» è infatti la scoperta di ciò che ancora non vedevamo. In questa rubrica provo a raccontare tutto da questa prospettiva: che mondo sarebbe senza Odissea, Commedia e Delitto e castigo? Come dire: che sarebbe senza relatività, eliocentrismo e elettromagnetismo? I capolavori, in arte e scienza, ci ricordano che per vivere abbiamo bisogno di cercare la verità: senza siamo perduti come un Ulisse a cui venga detto, mentre lotta per tornare a casa, che Itaca non esiste più. Senza Beatles io non avrei avuto l’energia sprigionata dai vecchi 33 giri dei miei fratelli, ascoltati a ripetizione, chiuso in camera a contrastare le tristezze dei miei 16 anni e a cercare gli accordi sulla chitarra per far mio il rifugio di quelle note.
Adattiamo la sfida del film Yesterday a ciascuno: che mondo sarebbe senza te? Come andrebbe la vita sulla terra se non fossi nato? Che opera devi fare, a prescindere dal fatto che migliori la vita di due persone o di due miliardi? Leopardi nello Zibaldone scriveva, delle sue poesie per lo più ignote o disprezzate dai contemporanei, che la sua gioia era quella «d’aver fatto una cosa bella al mondo; sia o non sia conosciuta per tale da altrui». Nella vita quotidiana definiamo le cose in base al loro fine: una barca che non galleggia non è una barca, un ombrello che non ripara non è un ombrello. Vale lo stesso per le persone: la felicità di un uomo o di una donna consiste nel realizzare il senso, cioè il fine, per cui è fatta, a prescindere dal consenso che questo può procurare. Il Jack di Boyle ci mostra che siamo indispensabili, ciascuno a suo modo, per la sinfonia del mondo, ma che non è il successo a far la felicità bensì la felicità a fare il successo, però non si dà felicità senza cercare il nostro fine, cioè la verità su noi stessi.
Qualche giorno fa alla redazione del giornale è giunta per me una lettera scritta a mano che diceva: «Sono un’anziana signora con poca cultura, che però ama la lettura. Ho ritagliato dal Corriere le pagine della rubrica perché mi procurano gioia e il desiderio di più conoscenza. Sei l’insegnante che avrei desiderato, se fossi stata così fortunata da poter continuare la scuola». I miei alunni non sarebbero d’accordo sull’ultima frase ... ma queste righe mi hanno ricordato qual è il senso e la felicità della mia vita. E voi perché siete qui? Se lo chiede anche Jack quando incontra un John Lennon del tutto ignoto al mondo e gli chiede: «Sei stato felice nella tua vita?». «Sì, lo sono stato». «E hai avuto successo?». «Te l’ho detto: sono stato felice». E voi?
«Corriere della sera» del 25 novembre 2019

14 novembre 2019

In difesa dell’infinito

di Alessandro D’Avenia
«Quando guardo il cielo stellato sembra che tutto si cristallizzi e sia in armonia e che io sia perfettamente in armonia con il tutto. Ma poi torno in me, e torna l’inferno. Non so cosa fare, come potere finalmente accettarmi come sono». Così mi scrive una ventenne studentessa di astronomia dopo la lettura del mio libro su Leopardi che, quindicenne, aveva già scritto una Storia dell’astronomia, rimasta incompiuta perché, per raggiungere l’infinito, non bastava l’erudizione ma ci voleva la poesia. E così nel 1819 generò l’Infinito, che i recenti rumorosi festeggiamenti per il 200° anniversario segnalano all’ufficio Oggetti Smarriti del nostro tempo «sfinito»: tanto scettico sul dolce naufragare che salva la vita dal non senso, da averlo ridotto all’emozione passeggera di un ragazzo triste del XIX secolo.
Ma Leopardi scrisse quei 15 versi proprio all’età della ragazza della lettera, grazie a una scoperta che, due anni prima, descriveva così: «Ho cominciato a conoscere un poco il bello, facendomi quasi ingigantire l’anima in tutte le sue parti, e dire fra me: questa è poesia, e per esprimere quello che io sento ci vogliono versi». L’origine della gioia di vivere, percepita come dilatazione dell’anima, è la bellezza, da lui trovata nei libri della biblioteca paterna e nel paesaggio circostante: «Quando vedo la natura in questi luoghi mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d’anni per darmi alla poesia». Non è l’artista a fare la bellezza ma la bellezza a fare l’artista e la bellezza raggiunse Leopardi nel suo angolo di mondo. E questo può valere per tutti, non solo per chi ha doti artistiche: solo la bellezza fa scaturire il «sempre nuovo» dal e nel «sempre uguale». Senza bellezza il «sempre uguale» quotidiano perde senso, ci soffoca e diventa l’inferno di cui scrive la ragazza. La bellezza, manifestazione del legame che unisce tutte le cose, ci mostra, per bagliori, la verità che manca alla realtà: chi ne fa esperienza non smette di cercarla, come Giacomo che trova l’in-finito nei con-fini del suo paesino, e vuole prendersene cura con la penna, ferito dalla «scontentezza nel provare le sensazioni destatemi dalla vista della campagna, come per non poter andare piùaddentro, non parendomi mai quello il fondo, oltre a non saperlo esprimere». Leopardi voleva «toccare il fondo» delle cose e dire com’è: ci riuscì in 15 versi.
L’infinito, quando non lo troviamo, è perché non lo (ri)conosciamo. Infatti l’ultimo «memorizzatissimo» verso, quello del dolce naufragio, è impossibile senza il primo che si apre con: «sempre». Il «sempre nuovo» dell’infinito è nel «sempre uguale» del finito. Sempre cari sono «quest’ermo colle» e «questa siepe», proprio «questi» qui. «Ermo» (parola poetica che ne ricorda una più nota: eremo, dal greco eremos, deserto) è aggettivo che qualifica un luogo solitario. Il colle recanatese è luogo di solitaria e silenziosa contemplazione della campagna che digrada dolcemente verso il mare: chi non sa stare con se stesso e con le cose della natura, diremmo oggi in «modalità aereo», non troverà mai l’infinito. Sempre cara è poi la siepe, un limite che ostacola lo sguardo. Quindi di «sempre caro» nell’Infinito c'è il finito, in cui Giacomo è collocato dalla vita: senza l’accettazione del destino è impossibile aprirsi a una destinazione, perché si è impegnati a provar a fuggire dai limiti della realtà. Per lui la bellezza esce come acqua dalla fontana delle cose «care», e l’infinita sete interiore trova momentanea pace «sedendo e mirando»: attraverso un silenzio paziente e contemplativo, che risveglia la vita assopita dentro di noi.
A metà poesia infatti entrano in scena il cuore e la mente, sollecitati proprio dai limiti: «nel pensier mi fingo» significa che l’immaginazione, spinta dalla bellezza indefinita («vaghezza» direbbe Leopardi) delle cose, risveglia le energie della vita. «Fingo» non è usato in negativo ma nell’accezione creativa che aveva in latino: gli artisti «fingono» le cose, cioè le immaginano e danno loro forma. Per creare la vita come opera d’arte bisogna attingere alle energie interiori che spesso restano inerti, invece Leopardi dice che «per poco il cor non si spaura». Sperimentando il senso del tutto, il cuore trema di gioia e paura: «spaurirsi» è un misto di estasi e terrore, le due reazioni umane, secondo gli studiosi delle religioni, al manifestarsi del sacro. L’infinito buono che ci portiamo dentro è consapevolezza che la nostra vita non è inutile e insensata, ma ha il valore di ciò che non solo non può essere rovinato, ma che anzi è chiamato a un pieno compimento. Leopardi riconosce il valore infinito della sua vita, guardando le cose che lottano per essere belle pur non essendo tenute a farlo. Sperimenta quello che Freud chiamerà «sentimento oceanico», un’intuizione dell’unità e del senso del tutto che perdiamo con l’infanzia. Il dolce naufragio leopardiano non è perdita di se stessi, ma ricerca del pieno possesso di sé nella relazione armonica con tutte le cose. La carezza («sempre caro») di alcune di esse è l’inizio della bellezza, perché, se è vero che le cose finite non possono soddisfare l’infinito, possono però evocarlo e invocarlo: solo il relativo scopre l’assoluto, nel cui mare non si può navigare, ma solo tuffarsi. La profondità del vivere, il suo senso pieno, non è in superficie, ma in fondo, è dentro, non fuori, come mostra l’uso degli aggettivi dimostrativi della poesia.
Le cose care sono indicate con «questo» (colle, siepe, piante, vento), aggettivo dimostrativo per ciò che è vicino a chi parla. L’infinito invece, segnalato all’inizio con «quello» («infinito silenzio»), alla fine diventa vicino («questa immensità» e «questo mare»). L’infinito, da lontano è diventato intimo, come le cose care, non è fuori, ma è qui e adesso, dentro l’anima. L’infinito che Leopardi è riuscito a nominare a 20 anni è il nostro cuore inquieto e spalancato verso qualcosa che ci supera, un abisso che ne cerca un altro: «e mi sovvien l’eterno», dice il poeta, per il quale la finitezza della vita non è una condanna, ma un infinito ancora incompiuto. È il contrario di quanto accade, quando, disprezzando i nostri limiti, cerchiamo consolazione in un cattivo infinito, che ci sfinisce perché è esteriore: l’infinito della perfezione, dell’apparenza, della prestazione, della sicurezza e tutti i falsi infiniti per i quali di «sempre caro» c’è solo il prezzo da pagare. Pretendendo l’infinito dal finito, che non può darcelo, finiamo con l’odiare anche il finito. L’infinito è invece dentro di noi, ci abita e trascende: non è semplicemente quantitativo, ma innanzitutto qualitativo, è l’eterno che inatteso «sovviene», facendoci sperimentare che la nostra vita non è un frammento insignificante del caos, ma tessera di un bellissimo mosaico.
Nel discusso e affascinante libro L’infinito: un equivoco millenario, Giovanni Semerano ridimensiona il «mito» dell’indeuropeo come lingua perduta delle origini ricostruita su base comparativa, e dimostra che «in principio» erano le lingue del vicino oriente antico, delle cui parole i Greci si nutrirono. L’infinito, apeiron nei filosofi presocratici, origine delle cose della natura, non è altro che «la terra» del semitico ’apar (polvere), il biblico ’afar: «la materia con cui il Creatore plasma il primo uomo» e in cui soffia la sua vita eterna. Nei secoli successivi il termine greco venne interpretato con «infinito», astrazione estranea ai filosofi-naturalisti in cerca del fondamento comune a tutte le cose. Vera o no l’ipotesi, Leopardi, poeta-filosofo, intuisce la polarità terra-infinito: quest’ultimo non è l’origine perduta per sempre, ma è il sempre qui e ora, siepe e mare, polvere e soffio (è proprio la voce del vento che egli «compara» all’infinito silenzio). I versi sembrano dirci sia «polvere sei e polvere ritornerai» sia «infinito sei e infinito ritornerai». Non si tratta di mera emozione/illusione dell’infinito suscitata dall’indefinito delle cose materiali, teorizzata per altro da Leopardi stesso nello Zibaldone, ma dell’intuizione vitale che il fondamento di tutto assomiglia a un abbraccio in cui naufragare. La poesia di Leopardi è lotta per dare un volto all’infinito intuito e desiderato in questi versi giovanili. Non smise mai di credere nella bellezza che illumina il finito e spinge a dar compimento a noi stessi e alle cose, e ne lasciò il testamento nella Ginestra che, per quanto fragile, profuma e consola il «deserto».
Il letto da rifare oggi è prenderci cura dell’infinito buono che Giacomo 200 anni fa ci ha messo a portata di anima. Come? Trovando ogni giorno il nostro «ermo colle» e la nostra «siepe», uno spazio/tempo di silenzio e solitudine in cui nutrire di bellezza i sensi e il cuore, per accettare chi e come siamo, e chiederci, come il pastore errante leopardiano: «ove tende questo vagar mio breve?». Solo in questo modo la vita si riempie di senso e la terra di cui siamo fatti, invece di «sfinirsi», si «infinita». Ripetete l’Infinito per difenderlo, come ha dovuto fare mio nipote di dieci anni che, faticando a memorizzare quei 15 versi, si lamentava del fatto che contenessero troppe «e». Ha ragione, l’infinito è tutta questione di congiunzioni: solo quando il finito si unisce all’eterno è dolce naufragare nella vita.
«Corriere della sera» del 3 giguno 2019

24 ottobre 2019

L’unica legge diventa quello del più forte

di Pierluigi Battista
Se il giudice avesse detto: non costituisce diffamazione dare su Twitter del «pallone gonfiato», per di più «irrispettoso della vita delle persone e degli animali» e persino dell’«idiota» a due personaggi pubblici come Fedez e Chiara Ferragni, allora non ci sarebbe notizia. Invece ha aggiunto che nel caos della Rete ogni giudizio o pregiudizio è equiparato a una miriade di giudizi e pregiudizi che, postati e frullati in un affastellamento di messaggi senza autorevolezza e senza rigore, non sono sottoposti allo stesso regime di rigore che si pretende siano applicati in strumenti comunicativi meno confusionari, a cominciare dai giornali. Il che da una parte è vero, perché i social network nel loro insieme formano un’insalata indigeribile di ingredienti improbabili in cui ciascuno si sente il diritto di sparare sentenze a vanvera. Dall’altro è pericoloso dedurne che un territorio senza rigore e coerenza possa proprio per questo diventare anche senza legge. Al di là dei singoli casi, in cui può esserci o meno diffamazione e questo lo può legittimamente decidere un giudice, il rischio è la motivazione che nella Rete non ci sia nulla da fare e perciò da sanzionare. Il rischio che senza il rispetto di una qualsiasi norma, chiunque può dire qualunque cosa godendo di un diritto di immunità che non esiste in un altro settore della comunicazione. Un territorio in cui l’unica legge diventa la legge del più forte, di chi urla di più, di chi ha più seguaci che fanno coro attorno a un’affermazione che non può essere più giudicata con gli strumenti del diritto, che saranno pure inadeguati e obsoleti ma almeno possono porre un freno all’arbitrio più sregolato. E dato che l’invasività della Rete è destinata a intensificarsi, regalare l’impressione dell’assoluta sregolatezza potrò diventare persino un incentivo. Tanto, a quali conseguenze si può andare incontro?
«Corriere della sera» del 23 ottobre 2019

Fedez-Martani e l'eterna lotta della diffamazione sui social network

La procura di Roma chiede l'archiviazione per la querela sporta dal rapper verso l'ex concorrente del GF per un tweet sul party al supermercato. Oltre il caso, sono le motivazioni a dare da riflettere
di Simone Cosimi
Ci risiamo. Insulti e offese sui social network sono più o meno gravi di quelli espressi di persona o in cerchie sociali ristrette? Per molti la sterminata platea digitale (effettiva o potenziale) è un’aggravante dell’eventuale diffamazione o delle ingiurie, che sono state depenalizzate dal 2016. Per altri, a quanto pare, è la credibilità di quegli ambienti a dover essere considerata per prima, al di là del seguito dei protagonisti. Lo sostiene la procura di Roma che ha chiesto l’archiviazione di una querela che il rapper Fedez aveva sporto contro Daniela Martani, ex concorrente del Grande Fratello 2009.
In occasione della festa a sorpresa in un supermercato di Milano organizzata dalla moglie Chiara Ferragni, debitamente documentata sui social dai protagonisti e dagli invitati con pesanti strascichi polemici per l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei prodotti, molti dei quali andati sprecati, Martani scrisse un anno fa su Twitter il seguente post: “Io ve lo dico da anni che sono due idioti palloni gonfiati irrispettosi della vita delle persone e degli animali. Per far parlare di loro non sanno più cosa inventarsi. Fare una festa a casa era troppo normale altrimenti chi glieli mette i like”. Fedez, all’anagrafe Federico Leonardo Lucia, presentò querela. Oggi, appunto, la richiesta di archiviazione. Che comunque è solo una richiesta: i legali del cantante si sono opposti in virtù del fatto che “la diffusione di un messaggio diffamatorio” su Facebook, Twitter o Instagram, proprio perché può raggiungere un numero enorme di utenti, “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata”.
L’ex assistente di volo di Alitalia è tornata sul punto questa mattina, sempre via Twitter: “Gli sono arrivato (sic) milioni di insulti, invece di spargersi cenere sul capo per quello che fecero nel supermercato tirandosi addosso frutta e verdura, #Fedez e #ChiaraFerragni mi avevano denunciata. Beh gli è andata male. Il PM ha chiesto l’archiviazione”. Dal punto di vista del gesto, e in fondo anche della presunta diffamazione, si è in fondo visto e letto di peggio: il grottesco party al supermarket fu in effetti uno dei momenti di massimo scollamento dei re Mida del Like dalla realtà di milioni di persone (ma si scusarono) e l’osservazione di Martani, per quello che siamo abituati a ingoiare sulle piattaforme, perfino moderata.
Tuttavia il punto è un altro, e chiaramente si lancia oltre questa storia. Che forse potrà segnare un precedente interessante e anche se si tratta solo di una richiesta di archiviazione segnala evidentemente un certo orientamento dei giudici inquirenti. L’idea, cioè, che le piattaforme social, in virtù di una “scarsa considerazione e credibilità” non siano “idonee a ledere la reputazione altrui”. Una tesi piuttosto complessa da sostenere, in una società che vive sempre di più il confronto con la realtà digitale che si sovrappone a quella fisica e delle conseguenze, spesso drammatiche, della prima sulla seconda.
I pubblici ministeri, per giunta in presenza di due star dei social, sostengono dunque che una certa sfera di confronto, in questo caso quella delle piattaforme sociali, non valga granché. E che quindi in fondo la gravità di quanto vi accade, possibili diffamazioni incluse o fatti di altro genere, sia da considerarsi inferiore rispetto a come sarebbe valutata se fosse successo altrove. Lo decidono loro, o meglio questa la loro proposta per l’archiviazione. Così, almeno, pare di capire dalle cronache.
Secondo i legali di Fedez – contro cui Martani, animalista convinta, si è scagliata per esempio quando il rapper e la moglie hanno indossato pellicce naturali – la questione è del tutto opposta: proprio perché un numero enorme di persone li frequenta l’offesa è molto grave. Altrimenti si corre il rischio di trasformarli “in una vera e propria zona franca in cui tutto e concesso”. Il quadro è mutato, dalle mobilitazioni dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini contro gli hater fino a iniziative come la campagna #odiareticosta, la consapevolezza di come quel che si scrive e si fa online non possa essere giudicato in modo differente rispetto alla sfera offline è senz’altro aumentata. E se il caso specifico è ricco di sfumature sulle quali ovviamente non sta a noi entrare, certo la valutazione di fondo della richiesta di archiviazione rischierebbe di dilapidare quei pochi passi avanti che siamo riusciti a fare i termini di cittadinanza digitale.
La procura scrive infatti al gip che “sui social accade che un numero illimitato di persone, appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali, avverta la necessità immediata di sfogare la propria rabbia e frustrazione, scrivendo fuori da qualsiasi controllo qualunque cosa, anche con termini scurrili e denigratori che in astratto possono integrare il reato di diffamazione, ma che in concreto sono privi di offensività”. A parte che è una rappresentazione parziale di quegli ecosistemi, inquadrati come dei porcili senza senso dei quali lo Stato di diritto può eventualmente fregarsene. Ma chi decide in che misura quelle frasi rimangano davvero in astratto e se davvero possano considerarsi prive di offensività, quando lette, rilanciate e spesso sfruttate per costruire ulteriori attacchi da centinaia se non migliaia di utenti?

22 ottobre 2019

K. tra rinuncia e partenza

di Alessandro D'Avenia
«Era di mattina molto presto, le strade pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello di un campanile, vidi che già era molto più tardi di quanto avessi creduto, dovevo affrettarmi, l’ansia per quella scoperta mi fece incerto della strada, non conoscevo ancora bene quella città; per fortuna lì vicino c’era una guardia, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse: “Da me vuoi sapere la via?”. “Sì”, dissi, “perché non riesco a trovarla da me”. “Rinuncia, rinuncia!”, disse e si girò bruscamente, come chi vuole essere solo con la propria risata». Avevo 17 anni quando Franz Kafka mi fece scoprire che la realtà è una metafora della grande narrativa e non viceversa. Il brevissimo racconto s’intitola Rinuncia e mi è tornato in mente leggendo, sulle pagine di questo giornale, la recente intervista a Umberto Galimberti che denuncia: «i ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca». Personalmente vedo anche altri ragazzi, statisticamente meno numerosi o rappresentati, ma non per questo meno rilevanti, e sono altresì convinto che il dolore dell’insignificanza sia una risorsa educativa e non un capolinea, ma: «Nessuno li convoca». Perché? Manca la chiamata, l’assenza di scopo infatti riguarda chi lo scopo dovrebbe mostrarlo, gli educatori: «Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista — prosegue Galimberti — i problemi erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso». Nichilismo e individualismo sono, oggi, la Grande Rinuncia alla vita.
Il vuoto di senso ha i suoi guardiani, come racconta Kafka: essi non dicono che non ci sia una strada, ma scherniscono chi la cerca, voltandosi dall’altra parte, con una risata. Sono coloro che, a vario titolo, annichiliscono (la radice è la stessa di nichilismo) le vite loro affidate. In qualsiasi ambito (politico, economico, professionale, educativo...), i burocrati della Rinuncia non spingono ma spengono la vita: attorno a loro fioriscono censura, invidia, calunnia, disunione, sospetto, paura, menzogna, sotterfugio, sopruso, violenza... La loro risata «di spalle» suona a scherno, ma tradisce la paura di essere smascherati, perché la chiamata a cui hanno rinunciato non viene meno: una voce sussurra dentro di noi e, nel nostro cuore, se non siamo già vittime della Rinuncia o addirittura agenti della sua Burocrazia, cova sempre un po’ dell’ardore dell’Ulisse dantesco. Lo rappresenta lo stesso Kafka in un altro micro-racconto: Partenza. Scritto nello stesso anno di Rinuncia (1922), ne è l’altra faccia: «Ordinai di andare a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi capì. Andai io stesso nella stalla, sellai il mio cavallo e vi montai. In lontananza sentii suonare una tromba, chiesi al servo che cosa volesse dire. Egli non lo sapeva e non aveva sentito niente. Presso il portone mi trattenne e domandò: “Signore, dove vai?”. “Non lo so - dissi - solo via di qua, solo via di qua. Sempre via di qua, solo così posso raggiungere la mia meta”. “Conosci allora la tua meta?”, chiese. “Sì - risposi - Te l’ho detto: ‘Via-di-qua’. Ecco la mia meta”. “Non hai viveri con te”, disse. “Io non ne ho bisogno - dissi - il viaggio è così lungo, che dovrò morire di fame, se non ricevo nulla sulla via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente immenso (ungeheure)”». Il finale sembra paradossale, ma paradossali sono le verità essenziali dell’arte di vivere.
La meta del viaggio è Via-di-qua: via dalla rinuncia al senso della vita. La Partenza è il primo atto di ribellione necessario contro la Rinuncia, perché chi rinuncia si trova, prima o poi, senza vita o addirittura contro la vita. Chi è vicino a noi non capirà: solo noi abbiamo sentito il suono della convocazione. Siamo noi a decidere e niente di quello che ci hanno dato finora può «salvarci», perché il cammino è lungo quanto tutta la nostra anima, sulla cui irripetibile via non ci si può nutrire di nessun’altra provvista se non quella che vi si trova o vi si riceve, perché solo la ricerca di senso rende il senso già presente. Possiamo certo ignorare la chiamata, ma si ripresenterà, con il passare del tempo, più forte e dolorosa, quanto più vicina sarà l’ultima chiamata, quella per cui la Partenza sarà inevitabile. Cacciamo via i guardiani, interni o esterni, dell’assenza di scopo. Andiamo Via-da-qua, via dall’ultimo banco della vita: la Rinuncia. È l’ora della Partenza. Il viaggio sarà (Kafka usa ungeheur, parola tedesca bellissima per estensione di significato e centrale nella sua creazione artistica): enorme, tremendo, spaventoso, immenso, straordinario, incredibile. Proprio come la vita.
«Corriere della sera» del 23 settembre 2019

Umberto Galimberti: «A 18 anni via da casa, serve servizio civile di 12 mesi»

Confessioni
di Stefano Lorenzetto
Il filosofo psicoanalista: «La tecnica domina, la politica non decide, i giovani consumano e basta». La riflessione: «Stop all’adolescenza perenne. È finita l’idea di bene comune»


Filosofo. Antropologo. Psicologo. Psicoanalista. Sociologo. Dal professor Umberto Galimberti ti aspetteresti un eloquio iniziatico all’altezza delle materie che ha insegnato, compendiate nelle 1.637 pagine del Nuovo dizionario di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze (Feltrinelli), alla cui stesura ha faticato per 15 anni. Invece parla ancora come «il numero 8» — si definisce così — dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma improvvisatosi impiegato bancario, che in un paio di locali aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano e morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. «Da bambino andavo in ufficio ad aiutarlo: mi faceva timbrare gli assegni. Avevo 14 anni quando mancò. Sognavo di diventare medico. Ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai i miei maestri: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Righi ed Emanuele Severino, con il quale mi laureai. C’erano anche Gianfranco Miglio e Francesco Alberoni. Poi lavorai per tre anni nel manicomio di Novara, dove conobbi il primario Eugenio Borgna. Fui io a obbligarlo a scrivere, prima non lo conosceva nessuno. Li sento ancora, Severino e Borgna. Ci vogliamo molto bene. Non ho mai capito il parricidio».

Fortunato ad avere dei padri così.
«Aggiunga Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia. E Mario Trevi, con cui feci il percorso psicoanalitico. Oggi l’analisi non è più possibile. L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni è stato il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita».

Eppure qui nello studio vedo che c’è ancora il lettino dello psicoanalista.
«Non ho mai smesso di ricevere. La gente mi chiede di risolvergli i problemi. Invece la psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Quanto al dolore, non lo puoi cancellare con i farmaci».

L’angoscia più frequente qual è?
«Quella provocata dal nichilismo. I ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca. Non potendo fare nulla, erodono la ricchezza accumulata dai padri e dai nonni».

Stanno male anche i genitori?
«Eccome. Senza che lo sappiano, non sono più autori delle loro azioni. Nell’età della tecnica sono diventati funzionari di apparato. Vengono misurati solo dal grado di efficienza e produttività. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso».

La mia è la prima generazione che consegna ai suoi figli un futuro ben peggiore di quello lasciatoci in eredità dai nostri padri, spesso nullatenenti.
«Fino a 37 anni ho insegnato storia e filosofia nei licei. Guadagnavo 110.000 lire al mese. Un appartamento ne costava 75.000 al metro quadro. In famiglia abbiamo tutti studiato. Le mie cinque sorelle frequentavano l’università e intanto facevano le colf. Oggi mi tocca aiutare la mia unica figlia, che ha tre bambini».

Ai figli dei nostri figli che accadrà?

«Non riesco a vedere il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».

Il destino dei giovani dovrebbe essere in cima all’agenda del governo?

«Certo. Ma la politica non è più il luogo della decisione. Ha delegato le scelte all’economia, e l’economia alla tecnica. È finita l’idea di bene comune che c’era negli anni Cinquanta. Rimane solo quella della poltrona. Non vi è alcun dubbio che i 5 Stelle stanno al governo solo per non tornare a fare i disoccupati e i leghisti volevano votare per avere la maggioranza assoluta e instaurare il sovranismo al soldo di Vladimir Putin».

Forse spariranno i nipoti: solo il Giappone procrea meno dell’Italia.
«Colpa dell’edonismo sfrenato: i figli lo ostacolano. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. Ci difendiamo dal resto del mondo con il colonialismo economico, che ha sostituito quello territoriale. L’impero romano cadde così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».

Mi pare che gli italiani lavorino.
«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni gli regalano la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che noi abbiamo perso».

Questo tempo di pace è segnato da rivolte di piazza, guerriglie negli stadi, aggressività. Che la guerra fosse un grande evento regolatore?
«Lo è sempre stato. Nell’Ottocento ci furono tre guerre d’indipendenza, nel Novecento due guerre mondiali. Siamo ormai alla terza generazione che non ha conosciuto questo male assoluto. Ma non vi è dubbio che periodi prolungati di pace inducono a una lassitudine nei comportamenti. Le sofferenze psicologiche hanno soppiantato quelle fisiche, come potevano essere la fame e le malattie. Quanta gente c’è in giro che se la mena senza un perché? Spesso sono costretto a dire ai miei pazienti: ma scusi, questi sono problemi, secondo lei?».

Ha un suggerimento per uscirne?
«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione. Tullio De Mauro nel 1976 calcolò che un ginnasiale conosceva 1.600 vocaboli. Oggi sono 600. Il più volgare, “c...”, viene usato per dire tutto. L’Italia è ultima nella comprensione di un testo, certifica l’Ocse. Ma non puoi avere più pensieri di quante parole possiedi, insegnava Martin Heidegger».

Sono i malesseri del benessere.
«Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Pensiamo solo a che cosa è utile. Ho visto salire una ragazza con un’arpa sul treno Milano-Venezia. Un signore distinto ha cominciato a porle domande. Alla fine l’ha raggelata: “Scusi, signorina, ma qual è il suo business?”».

Per questo costruiamo solo «cristogrill» al posto delle cattedrali?
«Padre David Maria Turoldo celebrò le mie nozze. Sosteneva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo, dell’incenso. L’ho detto anche a papa Francesco. E ho aggiunto: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici; stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui ha riso e mi ha abbracciato, sussurrando: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».

Il cardinale Gianfranco Ravasi, suo compagno di liceo, l’ha convertita?
«No, io resto greco. Non mi colloco neppure fra i laici, i quali sono credenti in un’altra maniera. Per me la morte è una cosa seria, mentre i cristiani pensano che dopo vi sia la vita eterna».

Tuttavia sul cristianesimo ha scritto un saggio.
«È diventato la religione del cielo vuoto, ha completamente smarrito il senso del sacro, e questo mi procura tanta rabbia. La dimensione religiosa è essenziale nell’uomo. Perché negare che la fede offra conforto a tante persone?».

Ha sofferto per le accuse di plagio che le hanno mosso in passato?
«Ho copiato solo da me stesso, mai dagli altri. Recensendo un libro sui giornali, talvolta inserivo due righe dell’autore che mi sembravano efficaci, senza virgolettarle, anche perché non le riportavo integralmente. Quando questi articoli sono stati raccolti in un volume, ho messo le virgolette nei soli casi in cui riuscivo a reperire la citazione: un mio errore, che però non mi era mai stato contestato fintantoché la recensione appariva sulla stampa. Montare su questi elementi una campagna denigratoria non mi pare ancora oggi un’operazione innocente, come peraltro documenta una tesi di laurea sul mio caso discussa nel 2018 all’Università dell’Insubria».

In che cosa spera?
«In niente. La speranza è una virtù cristiana».

Stava meglio quando stava peggio?
«No, da giovane rischiavo di saltare i pasti. Ma oggi la tecnica ha come unica finalità il proprio autopotenziamento e viaggia a una velocità tale che la psiche proprio non ce la fa a tenerle dietro. È lenta, la psiche».

Il senso dell’esistere qual è? Se c’è.
«Lo devo cercare nell’etica del limite, in quella che i greci chiamavano la giusta misura».
«Corriere della sera» del 13 settembre 2019

La notte di Francesco

di Alessandro D'Avenia
«O mio fratello fuoco, l’Altissimo ti ha creato splendido fra tutte le creature, forte, bello e utile. Sii buono con me e gentile. Io prego il Signore che t’ha creato, perché moderi il tuo calore. Così tu brucerai dolcemente e io potrò sopportarti». Sono le parole di Francesco d’Assisi quando il medico, con un ferro arroventato, sta per cauterizzargli la tempia come rimedio per curare la sua malattia agli occhi. Francesco dava del tu a ogni cosa, per lui non esisteva la «natura» come entità astratta ma quest’albero, non l'«umanità» ma quest’uomo, non si prendeva cura del mondo ma delle circo-stanze (ciò che sta attorno), perché in ogni cosa vedeva la luce dell’esserci: il fuoco è questo fuoco, figlio dello stesso Padre, e quindi fratello. Grazie a questo guardare negli occhi ogni cosa e ogni persona, nel 1224 comincia la nostra letteratura con il Cantico delle creature. Ridotto spesso a ode sentimental-panteistico-ambientalista, è invece un inno scritto in un nascente italiano letterario dopo una notte di tormento, proprio a causa del dolore agli occhi, e infatti, nella (spesso dimenticata) seconda parte, Francesco loda Dio per coloro che «sostengono infirmitate e tribulatione in pace», cioè chi vive crisi e difficoltà in una misteriosa pace con se stesso: qualcosa che tutti noi vorremmo saper fare. Ma come possono mai il dolore e le crisi trasformarsi in canto e bellezza?
L’alba portò, insieme alla luce, i 33 versi (gli anni di Cristo) del Cantico, scritto sul modello dei salmi biblici. Poesia è dire-bene le cose, e Francesco le bene-dice tutte: come un cieco che torna a vedere, egli è così felice della loro ritrovata compagnia, dopo quella notte di dolore, che vuole ringraziare Dio con e per «tutte le creature» (v.5). La nostra letteratura comincia bene-dicendo, all’opposto del cieco quotidiano dire-male di cose e persone, a male-dirle di continuo. Per Francesco tutte le cose, essendo create da Dio, sono consanguinee: da fratello sole a sorella terra, passando per luna, stelle, vento, aria, cielo, acqua e fuoco. In questi elementi, nella prima parte, e nell’uomo, nella seconda, egli riconosce i tratti di un Creatore che è tale perché è Padre. Per lui ogni cosa è creatura, parola composta da creo (da cui cresco) e un suffisso latino che indica un’azione che sta per accadere: la creatura non è «creata» una volta per tutte, ma «sta per esserlo», continuamente e in ogni istante. Francesco vede la continua creazione-crescita operata da Dio in ogni cosa e prende parte allo spettacolo. A me succede con l’appello, il mio cantico delle creature: imparo a dare del tu a nomi e volti, e a gioirne. Dal Cantico ho imparato che chi loda non odia, chi stima ama. Quand’è l’ultima volta che avete detto «grazie perché ci sei» con tre aggettivi, come fa Francesco: l’acqua è preziosa, umile e casta; le stelle luminose, preziose e belle? Non è un esercizio facile, richiede coraggio: ha il coraggio di bene-dire cose e persone solo chi ha il coraggio di riceverle come sono e di impegnarsi per come saranno. Quest’apertura a ogni cosa significa soprattutto disponibilità a fare la propria parte nella loro creazione-crescita, cioè ad amare. Francesco riesce così a trasformare tutto, persino il dolore, perché ne accetta il potenziale creativo-accrescitivo: alla sofferenza cerchiamo sempre una causa, un colpevole, per diminuirne il morso. Eppure il segreto (cioè ciò che secerne, il succo) del dolore non è nel passato ma nel futuro, è una storia ancora da scrivere, che «in-vita», spinge ad aprirsi alla vita con occhi nuovi. Francesco chiama «sorella» persino la morte: voglio conoscere il segreto di chi è così libero da bene-dire anche la male-detta per eccellenza, di chi nell’estremo limite non vede il muro ma una soglia, non il capolinea ma un transito. Il Cantico muta la ferita in feritoia per far entrare più vita: quella che sgorga proprio dalle crisi, quando, con le mani aperte della resa, riceviamo ciò che a pugni chiusi non riuscivamo ad afferrare da soli.
Il Cantico inaugura la letteratura italiana inventando e cucendo, nella lingua che ci fa da madre, parole che liberano cuore e mente dalla male-dizione, e rendono la vita più bene-detta. Lo sguardo di Francesco è poetico e profetico, crea e fa crescere: come accade in amore. Egli guarda ogni cosa negli occhi e gli riconosce la sua originaria e originale bellezza, perché lodare significa «ri-conoscere», conoscere qualcosa, ogni volta, «di nuovo» e «come nuovo»: chi loda è «in-novativo» e «ri-conoscente», ha e dà gioia. All’ultimo banco della vita non si guarda negli occhi e si male-dice tutto, al primo si dà invece del tu a ogni cosa, ricevendone il valore più o meno compiuto: anzi se è incompiuto ci si sente impegnati a portarlo verso il compimento, costi quel che costi. Rileggere il Cantico guarisce dalla cecità, facendo del semplice fatto di vivere un’arte e un’irripetibile avventura.
«Corriere della sera» del 14 ottobre 2019