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01 novembre 2020

Rispetto o libertà? Il dilemma della satira

di Giuseppe Dalla Torre
È trascorso un tempo sufficiente dai tragici fatti di “Charlie Hebdo” per affrontare, con il dovuto distacco, una questione delicata e complessa. Sia chiaro subito: non sono assolutamente condivisibili le posizioni di chi, all’indomani dei fatti, si è lasciato sfuggire espressioni come «se la sono cercata». La vita umana è sacra, sempre, comunque; anche nel caso dei reati più efferati non è ammissibile il ricorso alla pena di morte. In una società civile non è ammissibile che chi si senta leso dal comportamento altrui, anche qualora fosse nel giusto, si faccia giustizia da sé. Uno dei cardini del contratto sociale che dà vita alle moderne democrazie è, infatti, il trasferimento all’autorità dello Stato dell’esercizio del potere di giudicare e di irrogare sanzioni.
Ciò detto, la vicenda parigina che ha tanto coinvolto l’opinione pubblica merita qualche considerazione. Occorre soffermarsi in particolare sulla libertà di professione della fede religiosa. Questo diritto strutturalmente postula una dimensione pubblica e non meramente privata del fatto religioso. La protezione della manifestazione dell’appartenenza religiosa ha senso specialmente nella pubblica agorà, dove in concreto può essere minacciata da altre posizioni religiose o ideologiche, siano esse portate dalla pubblica autorità o da poteri privati. Può essere lesiva della libertà religiosa un’ideologia della laicità che è in realtà laicismo: vale a dire una concezione contraria alla religione, che combatte la religione ritenuta come favola o mito da cui liberare la società. Ciò può avvenire con le armi della violenza fisica, come accaduto in tante dolorose esperienze di Stati che avevano posto l’ateismo tra i propri valori fondanti; ma ciò può avvenire anche con le armi della violenza morale e psicologica.
La tradizione francese, anche se conosce diverse concezioni della laicità, è decisamente segnata da una prettamente ideologica: la famosa laïcité de combat. È da domandarsi se l’ideologia laicista, laddove non rimanga espressione di una tra le tante identità esistenti nel corpo sociale, ma assurga ad un potere di fatto intimidatorio anche attraverso il dileggio e lo scherno, non possa sconfinare talora in una ingiusta violenza nei confronti dei credenti, che si concretizza in una violazione della libertà religiosa.Una seconda considerazione attiene alla libertà di manifestazione del pensiero. Non si può non cogliere oggi una certa degenerazione dell’antico (e nobile) genere della satira: da attacco agli abusi di chi è al potere (anche religioso) ai vizi individuali, a fatti specifici, a individui o gruppi determinati, tende a divenire strumento per colpire in forma caricaturale intere categorie di persone per il mero fatto della loro appartenenza, religiosa o etnica. Si tratta di un fenomeno che porta a tradire il ruolo critico, quindi positivo, della satira, facendo pericolosamente pendere questa verso forme di provocazione gratuite, senza finalità costruttive. Non si vede come irridere ferocemente persone e simboli venerati in una religione, o valori identificanti un popolo, possa essere una manifestazione di pensiero critico, costruttivo, volto al bene della società.
Una terza considerazione attiene al tema della violenza. In uno Stato democratico l’uso della forza è riservato alla pubblica autorità ed eccezionalmente al privato; questi può ricorrere legittimamente alla forza nei soli casi previsti in maniera tassativa dalla legge (si pensi alla legittima difesa). Ma violenza è solo quella fisica? Riflettendo la verità del reale, il diritto ha sempre conosciuto anche la violenza psichica o morale, e l’ha sempre considerata come un fatto civilmente e penalmente illecito, in quanto lesivo della libertà individuale o collettiva. La violenza non fisica, quella contenuta in espressioni del pensiero come talora nella satira, può considerarsi pienamente legittima? Se rientra nei compiti dello Stato bandire la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti nella società, non è mai ammissibile una tutela del sentimento individuale e collettivo contro manifestazioni di pensiero che incarnino violenza?
In una intervista concessa al “Corriere della Sera” del 3 febbraio 2015 Patrick Pelloux, il medico urgentista che il 7 gennaio fu il primo a soccorrere gli amici di “Charlie Hebdo” falciati dalle armi dei terroristi Saïd e Chérif Kouachi, ha tra l’altro affermato: «Rivendichiamo il nostro diritto alla blasfemia, che non è insulto, ma volontà di emancipazione dell’intelligenza». Ora che la blasfemia non sia insulto è quantomeno discutibile, ma certamente essa può concretarsi in una offesa; quanto poi alla “emancipazione dell’intelligenza”, si tratta di espressione che può tradire una volontà, tipicamente laicista, diretta a sradicare la religione anche attraverso la violenza di un pensiero offensivo.Quali conclusioni trarre da tutti gli interrogativi posti? Non certo l’auspicio di un ritorno a forme di censura, inammissibili in una società democratica; né si può confidare nei soli strumenti giuridici, che pure ci sono, di tutela giudiziale nei casi e nelle forme previste dalla legge. Il punto centrale è da rinvenire sul piano culturale ed etico. Appare necessario promuovere una cultura sensibile al fatto che, in una realtà sociale a pluralismo accentuato, la “casa comune” si costruisce non attraverso l’offesa, il vilipendio, l’aggressione sia pure solo “verbale”, sibbene attraverso un pensiero, anche critico, ma rispettoso e sostanzialmente solidale. Occorre comprendere che la satira non è uno strumento innocente; che essa, come ogni strumento, può essere utilizzata bene o male. Chi fa satira dovrebbe sempre chiedersi quali effetti essa può produrre sull’opinione pubblica, se di salutare critica al potere o non piuttosto di odio o dileggio nei confronti di determinate categorie di persone. In questo secondo caso essa può convertirsi in una silenziosa ma reale minaccia per la democrazia, disseminando semi di violenza e di discriminazione nella sua fragile costituzione. Anche in questo ambito, dunque, un impegno formativo e di sensibilizzazione si impone.
«Avvenire» del 13 maggio 2015

Le caricature di Maometto in Francia: ogni umano diritto ha responsabili limiti

di Giuseppe Dalla Torre
È davvero difficile essere d’accordo con questa sorta di entusiastico consenso che – in Francia soprattutto, ma in parte anche altrove – accompagna la ripubblicazione delle controverse caricature di Maometto da parte della rivista satirica 'Charlie Hebdo', in coincidenza con l’inizio del processo sulle stragi del 2015. Un disaccordo netto e basato su almeno due ordini di ragioni.
La prima, di carattere generale, attiene al principio di responsabilità che deve guidare l’agire umano. Esso comporta che, quand’anche si agisca esercitando un diritto riconosciuto dall’ordinamento – come nel nostro caso la libertà di manifestazione del pensiero – si tengano sempre nel dovuto conto i possibili effetti pericolosi o negativi nei confronti degli altri. Nel caso specifico la reazione jihadista del gennaio di quell’anno alla pubblicazione delle vignette satiriche, provocò – oltre alla strage della redazione del settimanale – la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ventidue.
Era assolutamente prevedibile che la pubblicazione pesantemente offensiva della coscienza islamica avrebbe potuto provocare una grave e persino criminale reazione, nel contesto di una società francese, e più in generale occidentale, attraversata da profonde tensioni per la presenza di radicali islamisti. Dunque, il principio di responsabilità avrebbe dovuto trattenere i redattori del settimanale satirico dal prendere di mira, e pesantemente, persone venerate nella religione islamica, specie in un momento di così alte inquietudini.
Ripeto: la legittima titolarità di un diritto non giustifica sempre, almeno da un punto di vista etico, il suo concreto esercizio qualora si possano così mettere in pericolo beni fondamentali della persona e della società. La seconda, di carattere più specifico, riguarda l’ambito e i limiti dell’uso della satira. Come noto è questo un genere letterario che ha una grande tradizione in Occidente, e che ha una precisa funzione positiva, in alcuni casi addirittura necessaria, nel mantenimento di una società democratica.
Nel senso che la satira ha la funzione di criticare, nel modo suo proprio, il potere nei suoi eccessi e nei suoi sviamenti; costituisce un contrappeso alla degenerazione politica o, comunque, dei centri di potere quali che essi siano. La satira smaschera, rende nudo, disarma chi è potente e usa la propria forza per sopraffare. Ma la satira assume un altro volto, questa volta negativo, quando aggredisce singole persone o gruppi, colpendo con l’ironia sferzante, estrema, le diversità etniche, religiose, di pensiero o di genere. Altra è la critica, anche vivace, anche serrata, anche pungente; altra è la manifestazione di un pensiero che si trasforma in vilipendio, in offesa, in ferita grave, o addirittura gravissima.
Non è lecito ad alcuno offendere i legittimi e più profondi sentimenti degli altri, a cominciare da quelli che sono gli affetti familiari. Chi tollererebbe frecciate satiriche pubbliche alla propria madre? Ma per ogni credente la religione è madre. Del resto non fu proprio quel periodico satirico francese a ironizzare pesantemente sulla tragedia del crollo del ponte Morandi? E non furono legittime e sacrosante le reazioni indignate, e direi corali, dell’opinione pubblica italiana? Sorprende pertanto che Emmanuel Macron abbia difeso ancora una volta 'la libertà di blasfemia', associandola alla 'libertà di coscienza': perché si tratta di cose ben diverse e perché anche la libertà di coscienza può incontrare legittimi limiti (ammetteremmo, in nome della libertà di coscienza, sacrifici umani?).
La questione presenta anche altri aspetti, che debbono essere presi in seria considerazione, come i limiti che pure si debbono apporre a quel delitto di 'blasfemia' per cui, proprio in certe terre a maggioranza islamica, i cristiani tanto soffrono. Occorre ovviamente trovare, nel concreto delle diverse realtà, il punto di equilibrio tra diritti in conflitto fra di loro. E questo è compito, delicato, che spetta a legislatori e giudici.
«Avvenire» del 5 settembre 2020

31 ottobre 2020

Non sto con la satira quando diventa sadica

Libertà
di Ferdinando Camon
So di entrare in un terreno delicato, sul quale in queste pagine altri hanno camminato prima di me. E può darsi che quel che dico qui in Italia non sia possibile dirlo in Francia. Ma non sono d’accordo sul diritto alla blasfemia, praticato dal settimanale satirico francese Charlie Hebdo e ribadito in tv dal presidente Macron: esiste il diritto alla libertà di espressione, ma non può esistere il diritto alla libertà di blasfemia. Lo dico chiaro, consapevole che nel mondo c’è chi usa l’accusa di blasfemia per perseguitare la religione o la religiosità degli altri.
Qui si tratta d’altro. All’università un docente di Filosofia ci spiegava che se uno non crede in Dio può mettersi al tavolo e scrivere la Critica della Ragion Pura, ma non può girare per le strade col megafono bestemmiando ad alta voce. Il ragionamento sull’esistenza o la non-esistenza di Dio è un diritto, aiuta a ragionare, l’umanità non fa altro che fabbricare 'aiuti' come questo e trasmetterli lungo i secoli, tra le generazioni, ma sono arrivato alla conclusione che i redattori di Charlie Hebdo non vogliono ragionare e dialogare, vogliono irridere, sbeffeggiare, insultare e profanare. Non di nascosto, ma pubblicamente. Non solo all’interno del loro giornale, ma deliberatamente in copertina. Non per i lettori di quel giornale, ma per tutti i passanti che transitano davanti all’edicola.
La vignetta è immediatamente comprensibile e se è una bestemmia questo non cambia: l’occhio ci casca sopra e subito la bestemmia entra nel cervello. Per chi ritiene quell’immagine una bestemmia, vedere quella vignetta è come ricevere una ferita. L’edicola espone con gioia quel giornale blasfemo, vuol venderlo, più copie vende e più guadagna, il giornalaio fa il giornalaio per questo. Ma le città francesi sono piene di musulmani, per i quali camminare per le strade e vedere il loro profeta bestemmiato come pedofilo o assassino è una coltellata. Non ritengo un diritto di quelle città accoltellare i passanti di una data religione. A mio parere, questa non è democrazia, non è concittadinanza, non è ospitalità, non è accoglienza. Non è libertà d’espressione, è libertà d’insulto, è sopraffazione. Anni fa lessi un libro, un best-seller, di un grande scrittore, del quale non dirò il nome, che non era cristiano e per dire che un cristiano teneva in casa appesa al muro una croce, disse: «Esponeva una lordura». Ma milioni di persone han sopportato tribolazioni di ogni genere e sono morte per quel simbolo, tu non puoi chiamarlo «lordura». Non amo quell’autore, lo ritengo umanamente fallito.
I redattori di Charlie commettono (ripeto: a mio modesto giudizio) lo stesso errore: ritengono che la loro libertà di espressione sia libertà di oltraggio, e se oltraggiano una figura interiore che è nella coscienza di alcuni lettori e se una parte di questi ne soffre fino a impazzire e a restituire coltellate reali per coltellate morali, la colpa è solo di questi impazziti. I quali sono dei fobici, e come tali peggiorano la società, devono guarire. Giusto: una società di fobici non è una buona cosa. Ma loro, quelli che oltraggiano una religione altrui, sono dei sadici, una società di sadici è forse una buona cosa?

«Avvenire» del 27 settembre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

Nizza, Charlie Hebdo, e la libertà di essere orribili

di Luca Bottura
La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all'Occidente c'è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull'architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l'è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici. Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull'Italia dopo il terremoto, con il sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che "non fa ridere". Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.
Ma c'è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l'inchiostro.
Delle due, dunque, l'una: l'emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all'altezza dell'articolo 21.
Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss'altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l'opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.
A quel punto però si pone la domande delle domande: chi li decide, questi limiti?
Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l'autocensura? Perché mica ce n'è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.
Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta? Nulla contro Vittorio Feltri, per dire. Ma se a lui danno fastidio i musulmani, e lo scrive tutti i giorni a caratteri di scatola, io non avrei mai pubblicato il titolo "Vaffanmerkel".
Per sua fortuna, mia, e di tutti, non ho potuto impedirglielo.
Da queste parti, dopo che è diventato l'Oriana Fallaci d'Oltralpe, si porta molto bene il filosofo francese Houellebecq, che da molti libri in qua sembra nient'altro che una copia senza battute del comico Dieudonné. I suoi testi sono ormai riferimento per la nostra Destra sovranista, quella che chiede dimissioni di ministri perché un tizio sbarcato in Italia è andato a spargere sangue in Francia, contando sul win-win: governano gli altri, li accusano di negligenza e di favoreggiamento dell'invasione. Ci fossero stati loro, ne avrebbero approfittato per sollecitare qualche escalation autoritaria. Il Bignami più noto di Houllebecq si intitola "Sottomissione".
Ecco: non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere. Siamo più forti di così. Dovrebbero esserne consapevoli anche quelli che, appunto, cianciano ogni secondo di "superiorità culturale".
È un concetto rozzo. Ma anche se fosse, è arrivato il momento in cui ci tocca di dimostrarlo. Restando liberi.
Visto, si stampi.

«la Repubblica» del 30 ottobre 2020

24 ottobre 2019

L’unica legge diventa quello del più forte

di Pierluigi Battista
Se il giudice avesse detto: non costituisce diffamazione dare su Twitter del «pallone gonfiato», per di più «irrispettoso della vita delle persone e degli animali» e persino dell’«idiota» a due personaggi pubblici come Fedez e Chiara Ferragni, allora non ci sarebbe notizia. Invece ha aggiunto che nel caos della Rete ogni giudizio o pregiudizio è equiparato a una miriade di giudizi e pregiudizi che, postati e frullati in un affastellamento di messaggi senza autorevolezza e senza rigore, non sono sottoposti allo stesso regime di rigore che si pretende siano applicati in strumenti comunicativi meno confusionari, a cominciare dai giornali. Il che da una parte è vero, perché i social network nel loro insieme formano un’insalata indigeribile di ingredienti improbabili in cui ciascuno si sente il diritto di sparare sentenze a vanvera. Dall’altro è pericoloso dedurne che un territorio senza rigore e coerenza possa proprio per questo diventare anche senza legge. Al di là dei singoli casi, in cui può esserci o meno diffamazione e questo lo può legittimamente decidere un giudice, il rischio è la motivazione che nella Rete non ci sia nulla da fare e perciò da sanzionare. Il rischio che senza il rispetto di una qualsiasi norma, chiunque può dire qualunque cosa godendo di un diritto di immunità che non esiste in un altro settore della comunicazione. Un territorio in cui l’unica legge diventa la legge del più forte, di chi urla di più, di chi ha più seguaci che fanno coro attorno a un’affermazione che non può essere più giudicata con gli strumenti del diritto, che saranno pure inadeguati e obsoleti ma almeno possono porre un freno all’arbitrio più sregolato. E dato che l’invasività della Rete è destinata a intensificarsi, regalare l’impressione dell’assoluta sregolatezza potrò diventare persino un incentivo. Tanto, a quali conseguenze si può andare incontro?
«Corriere della sera» del 23 ottobre 2019

Fedez-Martani e l'eterna lotta della diffamazione sui social network

La procura di Roma chiede l'archiviazione per la querela sporta dal rapper verso l'ex concorrente del GF per un tweet sul party al supermercato. Oltre il caso, sono le motivazioni a dare da riflettere
di Simone Cosimi
Ci risiamo. Insulti e offese sui social network sono più o meno gravi di quelli espressi di persona o in cerchie sociali ristrette? Per molti la sterminata platea digitale (effettiva o potenziale) è un’aggravante dell’eventuale diffamazione o delle ingiurie, che sono state depenalizzate dal 2016. Per altri, a quanto pare, è la credibilità di quegli ambienti a dover essere considerata per prima, al di là del seguito dei protagonisti. Lo sostiene la procura di Roma che ha chiesto l’archiviazione di una querela che il rapper Fedez aveva sporto contro Daniela Martani, ex concorrente del Grande Fratello 2009.
In occasione della festa a sorpresa in un supermercato di Milano organizzata dalla moglie Chiara Ferragni, debitamente documentata sui social dai protagonisti e dagli invitati con pesanti strascichi polemici per l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei prodotti, molti dei quali andati sprecati, Martani scrisse un anno fa su Twitter il seguente post: “Io ve lo dico da anni che sono due idioti palloni gonfiati irrispettosi della vita delle persone e degli animali. Per far parlare di loro non sanno più cosa inventarsi. Fare una festa a casa era troppo normale altrimenti chi glieli mette i like”. Fedez, all’anagrafe Federico Leonardo Lucia, presentò querela. Oggi, appunto, la richiesta di archiviazione. Che comunque è solo una richiesta: i legali del cantante si sono opposti in virtù del fatto che “la diffusione di un messaggio diffamatorio” su Facebook, Twitter o Instagram, proprio perché può raggiungere un numero enorme di utenti, “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata”.
L’ex assistente di volo di Alitalia è tornata sul punto questa mattina, sempre via Twitter: “Gli sono arrivato (sic) milioni di insulti, invece di spargersi cenere sul capo per quello che fecero nel supermercato tirandosi addosso frutta e verdura, #Fedez e #ChiaraFerragni mi avevano denunciata. Beh gli è andata male. Il PM ha chiesto l’archiviazione”. Dal punto di vista del gesto, e in fondo anche della presunta diffamazione, si è in fondo visto e letto di peggio: il grottesco party al supermarket fu in effetti uno dei momenti di massimo scollamento dei re Mida del Like dalla realtà di milioni di persone (ma si scusarono) e l’osservazione di Martani, per quello che siamo abituati a ingoiare sulle piattaforme, perfino moderata.
Tuttavia il punto è un altro, e chiaramente si lancia oltre questa storia. Che forse potrà segnare un precedente interessante e anche se si tratta solo di una richiesta di archiviazione segnala evidentemente un certo orientamento dei giudici inquirenti. L’idea, cioè, che le piattaforme social, in virtù di una “scarsa considerazione e credibilità” non siano “idonee a ledere la reputazione altrui”. Una tesi piuttosto complessa da sostenere, in una società che vive sempre di più il confronto con la realtà digitale che si sovrappone a quella fisica e delle conseguenze, spesso drammatiche, della prima sulla seconda.
I pubblici ministeri, per giunta in presenza di due star dei social, sostengono dunque che una certa sfera di confronto, in questo caso quella delle piattaforme sociali, non valga granché. E che quindi in fondo la gravità di quanto vi accade, possibili diffamazioni incluse o fatti di altro genere, sia da considerarsi inferiore rispetto a come sarebbe valutata se fosse successo altrove. Lo decidono loro, o meglio questa la loro proposta per l’archiviazione. Così, almeno, pare di capire dalle cronache.
Secondo i legali di Fedez – contro cui Martani, animalista convinta, si è scagliata per esempio quando il rapper e la moglie hanno indossato pellicce naturali – la questione è del tutto opposta: proprio perché un numero enorme di persone li frequenta l’offesa è molto grave. Altrimenti si corre il rischio di trasformarli “in una vera e propria zona franca in cui tutto e concesso”. Il quadro è mutato, dalle mobilitazioni dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini contro gli hater fino a iniziative come la campagna #odiareticosta, la consapevolezza di come quel che si scrive e si fa online non possa essere giudicato in modo differente rispetto alla sfera offline è senz’altro aumentata. E se il caso specifico è ricco di sfumature sulle quali ovviamente non sta a noi entrare, certo la valutazione di fondo della richiesta di archiviazione rischierebbe di dilapidare quei pochi passi avanti che siamo riusciti a fare i termini di cittadinanza digitale.
La procura scrive infatti al gip che “sui social accade che un numero illimitato di persone, appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali, avverta la necessità immediata di sfogare la propria rabbia e frustrazione, scrivendo fuori da qualsiasi controllo qualunque cosa, anche con termini scurrili e denigratori che in astratto possono integrare il reato di diffamazione, ma che in concreto sono privi di offensività”. A parte che è una rappresentazione parziale di quegli ecosistemi, inquadrati come dei porcili senza senso dei quali lo Stato di diritto può eventualmente fregarsene. Ma chi decide in che misura quelle frasi rimangano davvero in astratto e se davvero possano considerarsi prive di offensività, quando lette, rilanciate e spesso sfruttate per costruire ulteriori attacchi da centinaia se non migliaia di utenti?

04 gennaio 2017

Il giudice è il lettore

Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza
di Mario Calabresi
L’Italia è al 77esimo posto nella classifica della libertà di stampa, dietro Paesi africani come Burkina Faso e Benin. Il motivo? Non quello che pensano i detrattori del nostro giornalismo, ovvero l’asservimento al potere, ma il contrario: troppi sono i giornalisti minacciati dalle mafie e dalla criminalità organizzata per le loro inchieste su malaffare e corruzione. Come se non bastasse abbiamo il record delle cause contro i giornali intentate dai politici, che mal sopportano l’idea che qualcuno faccia loro le pulci o li critichi e così ricorrono ai tribunali con evidente scopo intimidatorio.
Non da ieri si è aggiunto alla schiera dei politici che vorrebbero mettere la museruola ai giornalisti anche Beppe Grillo. Evidentemente infastidito dall’idea che qualcuno rompa l’incantesimo a 5 Stelle e denunci corruzione, incapacità e opacità delle amministrazioni a lui legate, come sta accadendo a Roma.
Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.
I danni che questo nuovo conformismo della Rete sta facendo al dibattito pubblico sono incalcolabili. Grillo propone una giuria popolare di fronte alla quale trascinare i direttori per far loro ammettere gli errori a testa bassa. Se l’idea della giustizia popolare non facesse venire alla mente precedenti storici drammatici, sarebbe da riderci sopra. E quanto ai tribunali, esistono già e continuamente si occupano di direttori chiamati a rispondere per quanto scritto sui loro giornali. A Grillo piace l’idea di una giustizia fai da te, come quella che decide espulsioni e ammende all’interno del movimento.
A noi, però, preoccupa di più il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione
e il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.
«la Repubblica» del 4 gennaio 2017

14 settembre 2016

La globalizzazione ai tempi del «burqini»

Incontri (e scontri) tra culture
di Luca Ricolfi
La sentenza del Consiglio di Stato francese che, di fatto, autorizza l’uso del burqini sulle spiagge ha presto disinnescato una polemica che stava sconfinando nel ridicolo. E tuttavia, a ben pensarci, questa tempesta estiva in un bicchier d’acqua qualche utilità potrebbe anche averla. Il dibattito-lampo sul burqini, infatti, ha portato allo scoperto una debolezza fondamentale del nostro modo di rapportarci alle altre culture, che pure pretendiamo di rispettare.
Questa debolezza ha due facce, opposte e complementari, come quelle di una moneta. La prima faccia, la faccia relativista, o del rispetto fra culture, dice: non ci sono valori assoluti, nessuna cultura è superiore a un’altra, non possiamo giudicare una cultura con i nostri parametri occidentali, l’incontro con altre culture è arricchimento reciproco, ogni cultura (e ogni religione) merita rispetto, dobbiamo essere aperti verso l’altro e il diverso.
Ma la seconda faccia della moneta, la faccia illuminista, recita: i nostri principi di libertà e tolleranza hanno valore universale; la democrazia è il migliore dei sistemi di governo; libertà religiosa e di espressione non possono subire restrizioni; uomini e donne sono eguali; la sessualità deve essere libera; i diritti dell’uomo sono inviolabili e dobbiamo adoperarci per assicurare il loro rispetto su tutto il pianeta.
Curiosamente, l’incongruenza fra le due facce della moneta non disturba quasi nessuno. Ci piace pensarci così: rispettosi degli altri, ma al tempo stesso consapevoli di essere i migliori.
Per accorgerci che nel nostro modo di vedere le cose qualcosa non funziona abbiamo bisogno di eventi esterni, grandi e piccoli. Forse più piccoli che grandi. Certo le guerre umanitarie, o le democrazie imposte dall’alto, qualche interrogativo lo sollevano. Ma dove casca l’asino è sulle piccole cose, quelle su cui chiunque si sente autorizzato a dire la sua.
Uno dei primi casi, come ricorderanno molti, fu quello dell’infibulazione e più in generale delle mutilazioni del corpo femminile, che suscitò molte controversie in Francia fin dagli anni ’80: la faccia relativista, o del rispetto, imponeva di accettare i costumi delle culture “altre”; la faccia illuminista imponeva di combattere quei medesimi costumi a causa del loro carattere barbaro. Alla fine la vinse la faccia illuminista, e l’infibulazione è rimasta una pratica illecita.
Il dilemma fra le due facce della moneta si è riproposto innumerevoli volte, spesso mettendo in imbarazzo la cultura liberal che da qualche decennio è egemone in Occidente. Specie quando di mezzo vi sono le donne, non necessariamente islamiche, invariabilmente va in scena il medesimo canovaccio, e si ripresenta la medesima contraddizione. Se una donna islamica va in spiaggia in burqini, la faccia del rispetto invoca il sacrosanto diritto di ogni donna di vestirsi secondo i precetti della sua religione, ma la faccia illuminista (e femminista, in questo caso) prontamente obietta che il burqini è imposto da mariti e fratelli, e vietarlo aiuta le donne islamiche a emanciparsi, a liberarsi da ogni tutela. In questo caso a prevalere pare essere la faccia del rispetto, che rinuncia a imporre alle donne islamiche i nostri costumi (da bagno), a costo di consegnarle all’arbitrio dei loro uomini e al cupo oscurantismo del loro mondo.
Ma il dilemma fra il principio del rispetto e la fede assoluta nei valori della civiltà occidentale non si presenta solo quando di mezzo ci sono le donne. Sovente esso fa la sua comparsa anche in altri ambiti, ad esempio, in materia di libertà di espressione, e di satira in particolare.
Quando, il 7 gennaio 2015, un commando terrorista islamico uccide 12 persone in un assalto alla sede di Charlie Hebdo, colpevole di avere pubblicato vignette satiriche derisorie su Maometto, quasi tutti gli intellettuali (e i mass media) illuminati reagiscono difendendo il diritto incondizionato degli autori di satira di prendere in giro chiunque. Ma quando, come in questi giorni, oggetto della satira sono gli italiani vittime del terremoto di Amatrice, rappresentati come maccheroni insanguinati di pomodoro, il credo nel diritto di satira vacilla. Ed ecco che il pendolo, che ai tempi di Charlie Hebdo aveva risolutamente oscillato a favore della libertà di satira, riscopre improvvisamente le ragioni del rispetto: forse la liberà di satira non dovrebbe essere illimitata e incondizionata, come perentoriamente si era affermato ai tempi di Charlie Hebdo.
Ma torniamo al burqini. Chi ha ragione?
Dico subito che il mio istinto è tutto pro-burqini. Fatto salvo il principio che, per elementari ragioni di sicurezza, nessuno deve poter girare in pubblico a volto coperto, e che il principio vale erga omnes, dalla donna in burqa al malvivente con passamontagna che dà l’assalto a una banca, trovo abbastanza irragionevole che noi occidentali assumiamo verso l’Islam (o verso qualsiasi altra cultura diversa dalla nostra) un atteggiamento paternalista in materia di stili di vita. Questo per due distinte ragioni.
La prima, e la meno importante perché alquanto soggettiva, è che provo sempre un certo imbarazzo quando vedo qualcuno che spiega a qualcun altro quali sono i suoi veri interessi, o pretende di conoscerne la volontà autentica. Il fatto che non pochi di noi (islamici e non) agiscano sotto ricatto, pressioni di gruppo, ingerenze familiari – una circostanza che fa purtroppo parte della fisiologia sociale – non autorizza nessun Ente superiore, sia esso lo Stato, la Giustizia o altro, a farsi interprete delle nostre vere preferenze e della nostra vera volontà. Nessuno può obbligarci ad essere liberi contro la nostra volontà dichiarata.
Ma c’è una ragione più importante per cui ritengo che dovremmo andarci piano con i nostri giudizi sulle culture che ci appaiono diverse dalla nostra. Ed è che tali culture spesso non sono affatto diverse, bensì situate in un altro tempo. Per diversi aspetti sono la nostra stessa cultura, com’era 100, 50, o anche solo 30 anni fa. E qui non mi riferisco tanto o solo al modo di vestire, in chiesa come in spiaggia, un punto su cui basterebbero poche foto d’epoca per mostrarci quanto il pudore islamico di oggi somigli a quello occidentale di due generazioni fa. Quello che ho in mente sono i più alti valori di cui la nostra civiltà, specie europea, si fa spesso vanto, ad esempio la democrazia e il ripudio della pena di morte.
Troppo spesso ci dimentichiamo che le conquiste che a molti di noi oggi paiono naturali e irrinunciabili, in quanto condizioni minime di civiltà, sono frutto di un percorso durato secoli e che in molti paesi “civili” si è concluso da poco, o deve tuttora concludersi. Ancora alla fine della seconda guerra mondiale, il suffragio universale non esisteva in Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Giappone. Quanto alla pena di morte, essa resiste tuttora negli Stati Uniti, ed è scomparsa dagli ordinamenti dei principali paesi europei solo in tempi recenti. Nel Regno Unito, in Belgio e in Spagna era ancora in vigore all’inizio degli anni ’90; in Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca alla fine degli anni ’70 o nei primi anni ’80. In Francia l’ultima esecuzione capitale, mediante ghigliottina, avviene nel 1977, quasi dieci anni dopo le due grandi rivoluzioni del costume del sessantotto e del femminismo. Per non parlare del Vaticano, che ora invoca la sospensione di tutte le esecuzioni capitali, ma ha aspettato fino al 2001 (con Wojtyla) per decidersi ad eliminare la pena di morte dalla Legge fondamentale dello Stato Pontificio.
Naturalmente può ben darsi che molte culture non occidentali evolvano, in definitiva, verso costumi diversi dai nostri. E tuttavia non dovremmo trascurare un’altra possibilità, o meglio un'altra ricostruzione di come siano andate le cose nell’era delle frontiere aperte. L’incontro-scontro fra modelli culturali oggi in atto fra l’Occidente consumista ed iper-emancipato e i molti popoli che, con comprensibile sbalordimento, ne osservano costumi e modi di vita, sarebbe potuto essere meno traumatico, e forse anche meno violento, se l’Occidente, e in particolare l’Europa, fossero stati meno immemori del proprio recente passato, e più consapevoli della lentezza con cui evolvono le culture. L’ingenuo (o fin troppo cinico) entusiasmo con cui i paesi leader del mondo hanno aperto le loro economie e le loro frontiere sembra aver fatto perdere di vista una distinzione essenziale: il trasferimento tecnologico, tanto più nell'era di internet, può anche essere molto rapido, ma la comunicazione e l’integrazione reciproca fra culture richiedono molto più tempo. È come se i vantaggi dell’arretratezza economica, magistralmente descritti da Gerschenkron negli anni ’60 del secolo scorso, ovvero l'idea che un paese arretrato possa bruciare le tappe della modernizzazione facendo tesoro delle conquiste economiche e tecnologiche dei paesi avanzati, fossero stati attribuiti anche all'evoluzione delle culture. Pensare che miliardi di uomini, nel giro di pochissimi decenni, potessero superare differenze e barriere formatesi nei secoli o nei millenni, è stato probabilmente il più grave errore di valutazione che le élites economiche e culturali del mondo avanzato abbiano commesso dopo la seconda guerra mondiale. Globalizzazione degli scambi, allargamento a Est, apertura ai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, non erano di per sé scelte sbagliate, ma assai imprudente è stato non considerare il fattore tempo: tre decenni sono più che sufficienti per modernizzare un’economia, ma possono essere davvero pochi per mettere in comunicazione due culture.
Guardando al futuro, se davvero vogliamo attenerci al rispetto delle altre culture e delle altre civiltà, dovremmo essere preparati ad accogliere tutte le eventualità. Può darsi che i modelli occidentali, con le loro promesse di benessere e di libertà, finiscano per imporsi nella maggior parte dei Paesi del mondo, e che sia solo questione di tempo: prima o poi vedremo le donne islamiche in bikini. Ma può anche darsi che, specie in campo etico e nel costume, la civiltà libertaria e un po’ esibizionista dell’Occidente non attecchisca ovunque: in quel caso vedremo diversi burqini anche quando padri-padroni e mariti-signori saranno stati costretti a fare un passo indietro.
E poi c’è una terza possibilità, ignorata dalla sociologia ma non dalla letteratura. Può anche darsi che, a fare un piccolo passo verso il passato, siano i costumi dell'Occidente, una possibilità chiaramente adombrata nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (Sottomissione, Bompiani 2015): in quel caso vedremo le donne occidentali gareggiare a chi sfoggia il burqini più bello.
«Il Sole 24 ore» del 4 settembre 2016

09 settembre 2016

Contro i deboli?

Senza responsabilità non c’è satira
di Carlo Cardia
Forse è necessario riflettere ancora sulle vignette che il giornale satirico francese “Charlie Hebdo” ha pubblicato con riferimento al terremoto in Italia, e ai lutti che ne sono seguiti. Vignette che evocano inevitabilmente le caricature del passato contro la religione, la Chiesa e tanti altri soggetti. In molti casi, l’oggetto del dileggio e della satira sono stati i sentimenti delle persone, quelli più intimi religiosi, e quel grumo di sofferenza, personale e collettiva, che scaturisce dalla morte dei propri familiari, amici, connazionali. Quindi, possiamo osservare subito, non una satira contro i potenti, ma contro i deboli, contro chi non può difendersi, perché inerme.
Penso si possa muovere dalla ragione ultima, dal focus di legittimità, con cui alcuni difendono il diritto di satira sempre e comunque: il ritenere che la libertà d’espressione non abbia confini, sia onnipotente. In effetti, offendere, umiliare, quel sentimento di pietà che proviamo di fronte alle vittime di tsunami, alluvioni, terremoti, calamità che colpiscono questo pianeta e noi che lo abitiamo, vuol dire cedere a quella cultura dell’effimero che sta insinuando nella nostra mente un veleno distruttivo, appunto il veleno dell’onnipotenza.
È arduo graduare i valori colpiti da questo veleno, li indico senza gerarchia. È colpito il cuore della società liberale che nasce per far lievitare il rispetto della dignità umana delle persone, consentire l’espressione di tutte le idee, mentre l’offesa e il disprezzo declassano l’identità di una persona, cancellano il rispetto per le sue idee, la sua interiorità, feriscono l’eguale libertà che il liberalismo ha introdotto nella modernità. Non c’è eguale libertà se possiamo offendere gli altri e gli altri non possono offendere noi, per il semplice motivo che il mezzo (mediatico) dell’oltraggio ha oggi un valore planetario, schiaccia chiunque. E poi, se pur fosse possibile rispondere con l’offesa all’offesa, e tutti si diffamassero e calunniassero reciprocamente, non saremmo in una società libera, bensì nell’anticamera di una guerra che può far scoppiare l’umanità.
Colpito al cuore dalla libertà d’offesa è anche quel decalogo dei diritti umani del Novecento su cui si fonda la società contemporanea, perché esso tutela, nello spirito e nella lettera, il rispetto della dignità della persona, chiede a tutti di vivere almeno in spirito di pacificazione. Ma quale dignità può avere una persona se è perfino teorizzato il diritto opposto di irridere, vilipendere, nel peggiore dei modi, i suoi sentimenti di pietà di fronte alla morte, o quel sentire religioso che è parte integrante della sua personalità? Veniamo così al punto cruciale. In alcuni ordinamenti occidentali è considerato normale che le offese contro le religioni, le convinzioni, i sentimenti della persona, non trovino limite, anche se raggiungono i vertici del dileggio più assurdo, e spesso (come nel caso odierno) della stupidità più grande. Chiediamoci se una cosa del genere non sia il frutto di una disumanizzazione delle nostre relazioni di convivenza. Ciò che è accaduto è possibile solo se partiamo da un principio che sta assumendo ormai il carattere di un tabù, per il quale “bisogna attribuire all’umorista la dimensione dell’irresponsabilità totale”. Non è solo un’opinione, oggi la satira è totalmente irresponsabile.
Riflettiamo allora su questa assurdità che supera ogni altra, perché non c’è campo dell’agire umano che possa ritenersi libero da responsabilità. L’«irresponsabilità totale» è l’attributo più odioso e odiato del potere assoluto, anzi è sinonimo di «potere totalitario», di un potere che fa degli altri ciò che vuole, senza vincolo di legge o morale, li emargina, li declassa, spesso li distrugge. Riccardo De Benedetti ha osservato che la satira riesce con la sua irresponsabilità totale a superare il valore della parola: l’immagine ottiene, in epoca mediatica, il più grande effetto blasfemo senza dire una sola parola.
Ma una vignetta formula spesso più che una parola, riassume a volte un discorso intero, e una narrazione irresponsabile è qualcosa che, dal profondo della coscienza, sappiamo di non poter accettare. In un recentissimo testo dal titolo “Quando la parola ferisce”, Cristiana Cianitto, mette a nudo la schizofrenia di una modernità globalizzata che da un lato utilizza la blasfemia per colpire la diversità religiosa, e dall’altro recepisce la libertà di espressione come libertà di offendere chiunque, senza distinzione. E infatti l’irresponsabilità totale fa degenerare ogni cosa, perfino la satira: perché una satira disumana non è più arguta, ariosa, graffiante, diventa cattiva, triste, orribile, infrange anche la pietà che nessuno nega mai alle vittime delle tragedie, naturali o no. Per dir meglio: la satira che dovrebbe graffiare i potenti, si fa onnipotente essa stessa e offende i più deboli, persino i defunti, rovescia la propria funzione e il proprio ruolo.
Però, una satira che non colpisce i potenti, ma i deboli, conduce a qualcosa che è l’antitesi dei diritti umani, la libertà di parola spinta all’assoluto provoca una formidabile regressione della libertà. Lancia un messaggio deprimente agli altri, a cominciare dai giovani: pensiamo ai giovani di tutte le razze, tradizioni e religioni, che ormai vivono in Italia e in Europa, e che sono i primi a gioire del sorriso, e dell’irrisione. Ma attenzione, sono anche i primi a dolersi della bruttezza e dell’oscenità che sporcano tutto, a rifiutarle come fonti di disgusto. Ricordo un pensiero espresso tempo addietro sul “Corriere della Sera” da Julián Carrón, per il quale l’Europa «è uno spazio di libertà», che «non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita, perché di nulla non si vive». E il problema dell’Europa è se «essa saprà diventare finalmente il luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici». E possiamo aggiungere, per quanti credono di poter difendere la satira in nome del liberalismo, l’indicazione di Immanuel Kant per il quale l’uomo deve agire nel rispetto degli altri, perché «la dignità che egli possiede è ciò che rende eguali tutte le persone», è «un valore interiore assoluto».
«Avvenire» del 9 settembre 2016

06 settembre 2016

#JeSuis Charlie sempre. Anche se non ci piace

La polemica dopo le vignette sul terremoto
di Pierluigi Battista
Chi stabilisce i confini della decenza quando si parla di satira? Perché non possiamo gridare alla censura nonostante i contenuti oltraggiosi o che ci paiono una porcheria
#JeSuisCharlie anche se «Charlie Hebdo» pubblica vignette volgari e oltraggiose. Perché la libertà d’espressione è anche diritto alla volgarità. Naturalmente deve esistere una reciprocità di diritti: se la satira vuole vedere riconosciuto quello dell’irriverenza assoluta e offensiva, deve anche riconoscere il diritto altrui a criticare le schifezze che si pubblicano in nome della satira. Se noi volessimo rispettare solo la libertà di ciò che ci aggrada, non ci vorrebbe un grande sforzo. Lo sforzo è riconoscere la libertà di dire e disegnare e rappresentare cose opposte a quelle che pensiamo e che consideriamo giuste, buone, persino sacre. Dicono: ma non si oltrepassino i confini della decenza. Ma chi stabilisce questi confini? La censura è per definizione il campo dell’arbitrio, della discrezionalità, della prepotenza di chi pretende di incarnare il Giusto e il Buono. E allora, dobbiamo accettare passivamente le volgarità sui nostri morti sepolti dal terremoto? Certo che no, nessuna passività. Possiamo dire attivamente che si tratta di una porcheria. Oppure possiamo avvalerci di quell’altra fondamentale libertà che sarebbe da stolti dimenticare, e cioè la libertà di non comprare un vignettificio che non ci piace. Non vuoi «Charlie Hebdo»? Non andare in edicola a comprarlo. Questa è la libertà, a meno che uno non sia costretto a pagare cose che non vuole vedere, come avviene con il canone Rai. Quando c’è la sfida dei fanatici jihadisti che vogliono toglierci ogni libertà, bisogna essere rigorosi nel difendere ogni libertà. Compresa quella che non ci piace. Perciò #JesuisCharlie, anche se stavolta sono stati dei veri farabutti.
«Corriere della Sera» del 2 settembre 2016

No, la satira non può tutto

La vignetta di «Charlie Hebdo» sul sisma italiano
di Giorgio Ferrari
Triste è quel Paese dove ridere è vietato, anzi, pericoloso. Tristissimo quello dove raccontare una barzelletta o peggio fare della satira può costare perfino la vita. Ne sanno qualcosa i cittadini e, soprattutto, gli intellettuali delle innumerevoli satrapie mediorientali, dove il motto di spirito diventa facilmente un’offesa alla dignità nazionale e dove anche la più sperimentata tolleranza occidentale appare spesso come una studiata provocazione.
Qualche giorno fa i disegnatori di Charlie Hebdo – sì, la rivista satirica francese epicentro di una strage a opera di fondamentalisti islamici che seminò orrore e morte a Parigi – hanno pubblicato una vignetta dal titolo «Séisme à l’italienne» (Sisma all’italiana), nella quale compare una coppia di terremotati pesti e sanguinanti accanto a una catasta di morti sepolti da strati di pasta con la dicitura 'Penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne'. Dovrebbe far ridere, a quanto si deduce. A patto che i lettori di Charlie Hebdo e la gran massa dei francesi – cosa di cui dubitiamo – siano a conoscenza del fatto che il paese di Amatrice (che tradotto nella loro lingua corrisponde a ' femme amateur', nel senso di 'donna dilettante', ovvero 'Personne qui a une attirance particulière pour quelque chose', o anche di 'amante' e perfino di ' maîtresse') è la patria della pasta all’amatriciana.
Ma anche se per caso lo sapessero, il quesito rimane? Fa ridere? Prende in giro qualcosa o qualcuno? Vuole accusare il pressapochismo italiano (che in questo caso peraltro non c’è stato, e i soccorsi sono stati tempestivi ed esemplari) resuscitando triti stereotipi ('macaronì' era il termine con cui venivano chiamati i nostri connazionali che emigravano in Francia)? Satira significa dunque raffigurare una catasta di terremotati seppelliti sotto macerie rappresentate come strati di lasagne? Morti veri, quelli di Amatrice, di Accumoli, di Arquata del Tronto, non disegni. Umorismo macabro, si dirà, black humour, bisogna saperlo capire e sopportare (inevitabile, immaginiamo, il rimando che prima o poi qualcuno farà al corrosivo e inimitabile stile di Karl Kraus, implacabile fustigatore di costumi nella Vienna a cavallo dei due secoli con la sua rivista Die Fackel).
Ma continuiamo a non esser convinti. Certo, siamo lontani dalla Satura lanx, il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi sul cui spirito (quello dell’abbondanza, del miscuglio di generi, della contaminazione) sorse la satira latina e sulla quale è superfluo soffermarsi ora: Menippo, Varrone, Persio, Giovenale, Lucilio, Orazio ci precedono e illuminano da un’infinità di secoli. Peraltro la smemoratezza che dilaga nel passaggio fra una generazione e l’altra ci fa dimenticare l’irruenza polemica con cui pubblicazioni come L’Asino (foglio d’intonazione socialista e anticlericale nell’Italia giolittiana) o Il Lampione (edito da Carlo Collodi a metà dell’Ottocento), divertivano i lettori bacchettando usi e costumi della nostra nazione appena nata e già così ricca anche di vizi e di ombre.
Un ingrediente tuttavia era molto raro presso poeti, scrittori e disegnatori satirici dei tempi andati: la volgarità. Di cui abbonda viceversa (e non da oggi) Charlie Hebdo. E già questo basterebbe a revocargli quell’aureola di santità civile che si è tragicamente guadagnata il 7 gennaio 2015. Non si chiede tanto. Ma il diritto di dire che quella vignetta sul terremoto è ignobile, un insulso e stupido infierire su chi è ferito, ce lo prendiamo tutto anche stavolta. Con buona pace di 'quelli che': la satira può tutto...
«Avvenire» del 3 settembre 2016

22 giugno 2016

Privacy, il Garante: "No a oblio web per le pagine drammatiche della Storia"

Soro: "Per reati gravi prevale l'interesse pubblico all'accesso alle notizie"
s. i. a.
La storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy Antonello Soro nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
L'interessato, che ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google - spiega il Garante - chiedendo la rimozione di alcuni indirizzi e suggerimenti di ricerca. Google non ha accolto la richiesta e così l'ex terrorista si è rivolto al Garante, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti del passato e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita causa gravi danni personali e professionali. L'Autorità ha dichiarato infondato il ricorso, perché le informazioni fanno riferimento a "reati particolarmente gravi", che hanno "valenza storica" e per cui è "prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie".
L'Autorità - spiega la Newsletter del Garante - ha rilevato che le informazioni di cui l'ex terrorista chiedeva la deindicizzazione "fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso". Secondo il Garante, poi, "le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva" e "riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista".
Inoltre, "nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante, ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità - conclude la Newsletter - ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un 'url' di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento".
«la Repubblica» del 21 giugno 2016

02 gennaio 2016

Error 451, ecco il numero che ci segnalerà la censura online

L'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete (IETF) ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Il neo arrivato, omaggio allo scrittore Ray Bradbury, dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta è bloccata per "ragioni legali"
di Rosita Rijtano
451 sono i gradi Fahrenheit a cui brucia la carta, secondo l'immaginifica fantasia dello scrittore Ray Bradbury, che nel suo romanzo (dal quale François Truffaut trasse il film "Fahrenheit 451") tratteggia una società distopica dove è vietato leggere e avere dei libri. E 451 sarà anche il numero dell'errore che presto potremo vedere sugli schermi dei pc quando ci sarà negato l'accesso a una pagina web censurata. Perché l'Internet Engineering Task Force (IETF), cioè l'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete, ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Tradotto per i meno tecnologici: in pratica, si tratta di quei messaggi che servono per comunicarci le informazioni riguardanti il trasferimento dei dati tra il nostro computer personale e il server web che ospita il sito su cui vogliamo navigare. E che per convenzione vengono condivisi dalla comunità hi-tech. Quelli con un numero compreso tra il 400 e il 599 segnalano: attenzione, qualcosa non funziona.
Si va dal famoso e fin troppo comune 404, seguito dal perentorio "not found" che sta a indicare una risorsa non disponibile, all'autorizzazione negata del 401, passando per il 500, errore interno del server, e il 504: il gateway timeout, che generalmente si verifica a causa di una grande mole di lavoro. L'elenco dei "crac" è lungo. E si è appena arricchito grazie all'aggiunta di un nuovo elemento. L'errore 451, appunto. Il neo arrivato dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta viene bloccata per via di "ragioni legali", come la censura governativa. E configurarsi, quindi, al pari di un'etichetta ad hoc per denunciare il sempre più pervasivo controllo statale sul web. Uno strumento tutt'altro che inutile. La cui gestazione, però, ha avuto tempi lunghi. Infatti, la sua introduzione è stata proposta per la prima volta già nel lontano 2013, proprio per omaggiare lo scrittore dell'Illinois morto quell'anno. Autore dell'input? Tim Bray, un ingegnere di Google, che aveva a sua volta ripreso un'osservazione di Terence Eden. I fatti: dopo il blocco per violazione di copyright di Pirate Bay da parte delle autorità britanniche, sugli schermi di chi abitava in Inghilterra e voleva visualizzare la pagina compariva il messaggio "403" che significa "il server ha capito la richiesta, ma si rifiuta di soddisfarla". Tuttavia, notava Eden, non era il sito di file sharing a impedire l'accesso agli internauti inglesi. Bensì il governo del Regno Unito. Da qui l'invocata necessità di una maggiore accuratezza."Non potremo mai disfarci del tutto delle restrizioni legali sulla libertà di parola. D'altra parte, credo che quando tali divieti sono imposti, ciò deve avvenire in modo trasparente", spiegava Bray in un'intervista al Guardian.
Ma la sua idea non è stata accolta dal gruppo di tecnici e ricercatori dell'IETF. Fino ad oggi. Le ragioni del cambio di posizione le scrive Mark Nottingham, presidente dell'IETF HTTP Working Group: "Da quando il controllo su Internet è diventato più visibile e prevalente, ci è giunta voce che i responsabili dei siti avrebbero gradito l'opportunità di fare questa distinzione. Ancora più importante: i membri della comunità volevano avere la capacità di scoprire i casi di censura in modo automatico". Non si tratta di un'esigenza di poco conto se si pensa che, secondo il report stilato dall'organizzazione non governativa Freedom House, nel 2015 la libertà online è diminuita in tutto il mondo per il quinto anno consecutivo. Sui 65 governi presi in esame sono stati ben 42 quelli che hanno chiesto alle compagnie private o agli utenti internet di limitare, o cancellare, i contenuti sul web per ragioni politiche, religiose e sociali. Contro i 37 dell'anno precedente. Si è alzato anche il livello di sorveglianza e in molti hanno provato a limitare o proibire strumenti che proteggono la privacy, ad esempio la crittografia. Il declino maggiore? In Francia, dove dopo la strage di Charlie Hebdo è stata adottata una legge liberticida, paragonata al Patrioct Act statunitense post 11 settembre 2001. Così, commenta Stefano Zanero, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, l'approvazione del 451 a mo' di standard diventa "un modo elegante di protestare ed esprimere preoccupazione per questa deriva". Oltreché uno strumento di precisione.
Certo, come ci spiega Salvatore Previti (analista programmatore senior), "il fatto che un codice esista non significa che verrà usato. In teoria, potrei programmare il mio server web per ritornare qualsiasi codice io voglia. È solo una convenzione". Un esempio noto e divertente è l'Hyper Text Coffee Pot Control Protocol (HTCPCP): un protocollo di rete per il controllo, il monitoraggio e la diagnostica delle caffettiere, pubblicato per il pesce d'aprile del 1998. Con tanto di errore 418 (usato da Google per i suoi scherzetti) che avverte "il server" a cui vogliamo collegarci "è una teira e non è in grado di preparare il caffè". In questo caso la faccenda è più seria. "Sospetto che in alcune giurisdizioni, i governi disabiliteranno l'uso del 451 per nascondere ciò che stanno facendo. Non possiamo fermarlo", ammette lo stesso Nottingham. Ma non lascia spazio al cinismo: "Se lo fanno, mandano un forte segnale a te, in qualità di cittadino, su quale sia il loro intento. E penso valga la pena saperlo".
«La Repubblica» del 1 gennaio 2016

19 ottobre 2015

Erri De Luca assolto: meno male che è finita. La parola è libera ma non deve essere irresponsabile

Il commento
di Marco Imarisio
L’assoluzione rimette le cose nel loro ordine naturale
Meno male che è finita. Nell’unico modo possibile, se si analizzano le carte e non si cade nella logica delle opposte tifoserie. Erri De Luca, imputato di istigazione a delinquere dalla procura di Torino che per lui aveva richiesto 8 mesi di pena per via di due interviste del 2013 (quando in Val di Susa la tensione era alta) nelle quali lo scrittore napoletano faceva l’elogio del sabotaggio contra la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, altrimenti detta Tav, è stato assolto, al termine di un processo che mai si sarebbe dovuto fare.
Formula piena, il fatto non sussiste. L’eco della vicenda aveva da tempo superato i confini italiani. Intellettuali ed esponenti della società civile italiana e soprattutto francese avevano lanciato campagne di solidarietà con l’autore, che ha scritto anche un libro sul processo che lo riguarda.
Secondo De Luca e i suoi molti sostenitori, in gioco c’era la libertà di espressione cara a Voltaire. Per la procura di Torino si trattava invece di verificare se era stato commesso un reato a mezzo stampa, applicando un codice penale che non prevede deroghe, neppure per gli scrittori. L’assoluzione rimette le cose nel loro ordine naturale. L’aula del tribunale non era il luogo giusto per pesare le opinioni di uno scrittore. Tanto più che il nesso tra causa, le parole di De Luca, e l’effetto, atti di sabotaggio al Tav successivi alle sue dichiarazioni, era impossibile da dimostrare. Altra cosa è l’impunità assoluta rivendicata da De Luca in quanto scrittore. I nostri atti, e le nostre parole, di tutti, anche degli intellettuali, ci seguono. La parola è libera ma non deve essere irresponsabile. Vale per tutti. Anche per Erri De Luca.
«Corriere della sera» del 19 ottobre 2015

17 febbraio 2015

I piccoli interventi che possono migliorare la libertà di stampa

Al di là del giudizio sui dati di Reporters sans frontières, resta il fatto che in Italia c’è un eccesso di minacce e pressioni contro i giornalisti. Sarebbero necessari alcuni emendamenti al testo in discussione alla Camera
di Caterina Malavenda *
Caro direttore, nell’ultimo anno, l’Italia è scivolata dal 49°al 73° posto nella graduatoria sulla libertà di stampa in 180 Paesi, stilata da Reporters sans frontières e, quale che sia l’opinione sulla sua attendibilità, non è comunque una bella notizia. Fa, però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. Duole dire che i giornalisti sarebbero meno esposti alle minacce se l’opinione pubblica li avvertisse davvero come un tassello indispensabile di una democrazia matura e non li considerasse, come sovente accade, una presenza scontata, a volte inutile e persino fastidiosa; e se cortei e manifestazioni di solidarietà venissero organizzati ogni volta che serve e non solo quando accade l’irreparabile.
Certo, contro le minacce si può fare poco: protezioni, scorte e buoni consigli fanno perdere al giornalista la libertà di muoversi, incontrare fonti, trovare notizie; sicché una minaccia seria e attendibile finisce per risultare il miglior modo di toglierlo di mezzo, se davvero dà fastidio.
Molto di più si potrebbe fare per eliminare, invece, il secondo fattore che limita la libertà di informazione, in modo per fortuna meno cruento ma assai più diffuso e capillare: la lite temeraria e la querela pretestuosa.
Purtroppo, non sembra essere questa la priorità, con buona pace di graduatorie e declassamenti. Da anni il Parlamento tenta di eliminare il carcere per i giornalisti imputati di diffamazione, e non ci è ancora riuscito non certo per scarsa volontà politica.
L’ostacolo maggiore è stato, infatti, la forte opposizione di coloro che dovrebbero beneficiare di questa decisione e che non sono disposti ad accettare le altre novità che con la legge, ora in seconda lettura alla Camera, si pretende di introdurre.
Sembra incredibile, ma non è masochismo: perché, diciamolo, in Italia nessun giornalista è mai andato in prigione per diffamazione; mentre è una prospettiva assai poco allettante quella di dover pubblicare una rettifica senza replica, anche quando sarebbe indispensabile, o di cancellare dall’archivio interi articoli, a semplice richiesta del potente di turno che vuole rifarsi l’immagine.
Ed è proprio così che si dovrebbe fare, se la legge venisse approvata così com’è.
Sebbene il rapporto di Reporters sans frontières consiglierebbe di ripensarci, e nonostante si stia lavorando proprio sulla diffamazione e siano anche stati presentati emendamenti che vanno in tal senso, pare che nessuna modifica sarà introdotta per rendere almeno poco remunerativo agire senza ragione, anche nei confronti dei giornalisti (ma non solo).
Per un professionista a tutela decrescente, qual è oggi il giornalista - spesso un freelance pagato a pezzo, con pochi euro - è affrontare un processo il vero incubo, non certo la remota prospettiva di passare qualche giorno in cella.
Subire una causa, sia essa civile o penale, comporta infatti spese e preoccupazioni, ma subirla ingiustamente è insopportabile, specie se la prospettiva è quella di non recuperare comunque un euro di quel che si è speso e di rischiare che intanto l’editore si rivolga ad altri.
Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa - il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo.
Basterebbe, ad esempio, imporre al querelante che perde di pagare le spese processuali sostenute dall’imputato assolto con qualunque formula e di risarcire adeguatamente il danno arrecatogli, per averlo fatto processare ingiustamente; rendere obbligatoria la condanna al risarcimento, in sede civile, nei confronti di chi ha agito con colpa grave o, peggio, con dolo; porre a carico di chi inizia una causa civile una sorta di cauzione, una somma di denaro, proporzionata al danno richiesto, che garantisca il pagamento delle spese all’avversario se vince e che adesso si tenta spesso inutilmente di recuperare. Pochi e calibrati interventi su norme già esistenti, dunque: e l’effetto deflattivo, anche quando la «vittima» è un giornalista, sarebbe immediato.
I deputati, però, sono ostili a introdurre qualunque emendamento per evitare che la legge debba tornare al Senato e lì possa subire ulteriori modifiche o addirittura arenarsi.
Ci ripensino, perché questa sarebbe una buona occasione, forse l’ultima, per risalire in una classifica nella quale dovremmo primeggiare e che, invece, oggi ci umilia.

* Avvocato, esperto in Diritto dell’informazione
«Corriere della sera» del 17 febbraio 2015

03 marzo 2014

Il web premia la qualità. Due righe e parte il tam tam

Eli Pariser ha fondato il sito che ha superato il «New York Times» per numero di interazioni: «Sappiamo soddisfare la curiosità dei lettori». Le mosse di Facebook
di Serena Danna
Vince la rivoluzione del modello Upworthy Poche notizie ben fatte, decisivo è il titolo
Nella sala più affollata dell’Highline Stages, l’edificio ultramoderno di Meatpacking sede della Social Media Week di New York, Eli Pariser, 34 anni, illustra al pubblico risultati e strategie di Upworthy, il sito internet che il mediattivista — noto a molti per l’illuminante libro sugli algoritmi di Google Il filtro (Il Saggiatore) — ha lanciato nella primavera del 2012 insieme all’ex direttore operativo del sito The Onion, Peter Koechley. Se centinaia di giornalisti, operatori del web e strateghi del marketing sono accorsi sotto la neve alle otto del mattino ad ascoltare Pariser c’è un motivo: Upworthy è il sito cresciuto più rapidamente nella storia di internet. In novembre ha realizzato 87 milioni di utenti unici, quasi il triplo del «New York Times», e generato 17 milioni di condivisioni su Facebook, pubblicando solo 225 articoli. Per intenderci, un sito come Yahoo! nello stesso mese ha postato sul social network quasi 115 mila articoli producendo meno di 4 milioni di interazioni.
Agli investitori iniziali, tra cui spicca Chris Hughes, l’ex cofondatore di Facebook oggi editore-direttore di «The New Republic», si sono aggiunti recentemente Bill e Melissa Gates, finanziando con la loro Fondazione una sezione dedicata alla lotta alla povertà. Pariser spiega così l’obiettivo principale di Upworthy: «Aiutare le persone a trovare contenuti seri ma divertenti da condividere, come il video di un idiota che fa surf sul suo terrazzo».
Lo staff (non giornalistico) di Upworthy scova su internet materiale interessante, lo rititola in sedici modi diversi (utilizzando tecniche basate sui Big Data) che sottopone all’esame di un gruppo ristretto di lettori per capire quale funziona meglio, infine lo lancia sui social network. Il primo picco di accessi s’è verificato grazie a un video dell’attuale portavoce del presidente irlandese, che — nel 2010 — aveva criticato un conduttore radiofonico americano contrario alla riforma sanitaria di Obama. A distanza di due anni, Upworthy l’ha ripubblicato con il titolo «Un esponente del Tea Party ha deciso di litigare con il presidente di un Paese straniero. Non gli è andata molto bene» e quel giorno il sito ha raggiunto un milione di visitatori. Pariser parla di curiosity gap: «Dobbiamo soddisfare la sete di curiosità dei lettori. Per riuscirci è meglio confezionare bene pochi contenuti di qualità piuttosto che bombardare il pubblico con migliaia di articoli di basso livello».
I titoli di Upworthy hanno tutti la stessa struttura: due brevi frasi di grande impatto emotivo come «Non ascoltiamo abbastanza le voci dei nativi americani. Ecco un messaggio significativo che arriva proprio da loro». Il modello è talmente riconoscibile che ha già prodotto numerosi cloni (Distractify, ViralNova) e addirittura parodie sul web. «Oggi che l’informazione nuota nella stessa piscina di Kim Kardashian — spiega Pariser, riferendosi a una delle protagoniste del gossip americano — tocca fare la differenza. Che per noi significa portare l’attenzione delle persone su argomenti importanti. Invece che focalizzarci sulle notizie di giornata o sulle tendenze, preferiamo stare sui grandi temi».
Tra gli argomenti ricorrenti di Upworthy si ritrovano, infatti, il riscaldamento globale, la lotta contro le malattie, il lavoro minorile. La storia più letta nel 2013 riguarda Zach Sobiech, un musicista americano morto di cancro a 18 anni. Il titolo in italiano suona così: «Questo meraviglioso ragazzo è morto. Ma quello che lascia è spettacolare». Il giorno dopo la messa online, Sobiech è balzato al primo posto nella classifica degli artisti più scaricati su iTunes e l’associazione per la ricerca sul cancro legata al suo nome ha raccolto centinaia di migliaia di dollari. La cifra del sito potrebbe stare tutta nel neologismo inglese tradotto da noi impropriamente con «spettacolare»: Wondtacular, un incrocio tra wonderful (meraviglioso) e spectacular (spettacolare). Secondo Pariser, presidente della piattaforma di attivismo politico MoveOn.org, nessuna storia che riguarda l’umanità può essere non interessante: «Se non leggono il tuo articolo sull’Afghanistan — afferma — non significa che l’Afghanistan “non fa notizia”, ma che l’articolo è scritto, titolato o proposto male».
In questi giorni sta facendo molto discutere il successo riscosso dalle storie sulla crisi ucraina pubblicate da BuzzFeed e da Huffington Post, che hanno raggiunto un numero di accessi pari ad articoli su popstar e cronaca nera (generalmente tra i più letti in Occidente). Pezzi che rivelano un paradigma simile: foto e titolo a effetto con un testo molto semplice ed efficace sviluppato per punti. In uno sprezzante commento su Politico.com — «Il giorno in cui abbiamo preteso di occuparci dell’Ucraina» — Sarah Kendzior ha parlato di disaster porn (pornografia del disastro), annunciando la nascita di un nuovo «genere giornalistico»: l’apocalittico. Su una linea più morbida Emily Bell, docente della Scuola di giornalismo della Columbia University, si è chiesta se «proporre le tecniche usate per una gallery su cavalli che assomigliano a Miley Cirus per spiegare complesse questioni geopolitiche» sia «troppo triviale», o, al contrario, un modo per adattare il mondo contemporaneo ai modelli di fruizione del pubblico giovane.
Se la questione posta da Bell rimane aperta, ciò che sembra ormai evidente è il ruolo chiave svolto dalla viralità nel campo dell’informazione. Prodotti come Upworthy e BuzzFeed, il sito nato come vetrina di teneri gattini e diventato un controverso modello di giornalismo, stanno colonizzando l’informazione online, al punto che anche le più autorevoli testate tradizionali cedono spesso alla tentazione delle «liste». Accade perché un’informazione basata sulla condivisione dei lettori deve puntare a essere virale. «Prima di internet le storie diventavano popolari se venivano riprese da altri giornali, citate in pubblicazioni autorevoli o ritagliate dai lettori — ha scritto la popolare blogger Annalee Newitz su io9 —. Oggi diventano influenti se le persone le condividono su Facebook, Twitter, Pinterest, Reddit. Nella maggior parte dei casi, nessuno legge una storia se non viene postata online da qualcuno».
Secondo Newitz non sono solo i memi (singole unità di informazione che condividiamo perché ci fanno ridere o stare bene) a diventare virali, ma «tutte le storie che contengono verità certe o utili e non ci chiedono di pensare». Insomma, la foto di un gattino che si stiracchia al sole ha in comune con un video di prova dell’iPhone 5 e con un’inchiesta sulla National Security Agency una caratteristica fondamentale: «Non sono documenti aperti a interpretazioni — aggiunge Newitz — ma chiariscono la confusione tipica dell’essere umano come facevano i sondaggi di Nate Silver (il blogger statistico del “New York Times”, ndr) durante le elezioni americane». Insomma, se si vuole diventare virali bisogna evitare l’ambiguità.
Alla base della condivisione di articoli, foto, video sui social network non c’è l’interesse individuale nell’argomento ma la nostra reputazione: «Le persone si scambiano i contenuti che sono specchio dei loro gusti e preferenze. Ci preoccupiamo della moda — sottolinea Elsperth Rountree, tra i fondatori di Know Your Meme — perché è il nostro biglietto da visita in società, vale anche per quello che condividiamo online».
Jonah Berger, autore di Contagious (Simon & Schuster), fa un passo in avanti individuando sei principi che rendono i contenuti virali: il valore sociale, l’effetto promemoria (ricordarci qualcosa di molto importante), la risonanza emotiva, l’osservabilità (essere un tema evidente agli occhi di tutti), l’utilità e lo stile narrativo. Utilizzare la condivisione come principale parametro per valutare la forza di un prodotto crea tuttavia due problemi. Il primo riguarda il pubblico e gli investimenti pubblicitari: il traffico che si basa su contenuti contagiosi non ha un pubblico di riferimento. Scrive Bryan Goldberg su Pando- Daily: «Un mese un pezzo su adorabili animaletti attirerà sul sito donne di mezza età, quello dopo una gallery su Miley Cirus svestita richiamerà adolescenti maschi: in che modo una testata può costruire una profonda e solida relazione con i brand se il suo pubblico non ha consistenza?».
L’altro nodo riguarda chi davvero detiene il potere: dato che il trampolino virale per eccellenza è rappresentato dai social network, è evidente come i siti dipendano da essi. Quando Facebook — dopo studi elaborati sui memi — ha cambiato l’algoritmo che gestisce il Newsfeed (le notizie che compaiono sulla bacheca e la cui visibilità dipende dalla maggiore o minore condivisione da parte dei propri amici) affermando di voler privilegiare contenuti di qualità a discapito delle foto «contagiose», molti siti hanno avuto un crollo delle condivisioni.
Al di là degli annunci, non sono chiari i nuovi parametri utilizzati da Zuckerberg per stabilire la gerarchia degli articoli sulle bacheche: di certo c’è solo la sua volontà di ribadire il ruolo di deus ex machina nel gioco della condivisione online.
«Il Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 2 marzo 2014

29 settembre 2013

La Sinistra impicca pure con le parole

di Giuliano Ferrara
Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto. Tu industriale della pasta non puoi dire alla radio che per te, con rispetto per tutti, quel che conta, quel che importa ai fini dello sviluppo, dell'investimento, dell'immagine, del marketing, è la famiglia tradizionale biparentale, maschio e femmina e bambini al seguito.
Il Mulino bianco, lo spaghetto, i biscottini entrano nello spettro delle cose scorrette e discriminatorie se non si combinano con uno spot gay o «favorevole all'integrazione», secondo il linguaggio edulcorato o eufemistico scelto da Dario Fo, già testimonial della pubblicità Barilla. Guido Barilla viene aggredito, non solo in Italia, non solo dai militanti della cultura gay, non solo dai progressisti cosiddetti: ormai il linguaggio della correttezza ideologica è unificato, lo condividono le grandi maggioranze conformiste, è una seconda pelle della nostra cultura. L'aggressione punta a risultati umilianti e li ottiene, Barilla è costretto a scusarsi, anche con i suoi dipendenti, perché certe opinioni sono o stanno per diventare crimine di legge, alla faccia del diritto di pensiero e di parola, alla faccia delle libertà liberali. È un caso Buttiglione undici anni dopo. Ci fu almeno un principio di controversia, si sentirono voci discordanti, quando fu fatto fuori da commissario il politico cattolico che al tribunale della coscienza laica di Bruxelles, fattosi organo della caccia alle streghe sul tema dei diritti gay, rispose di conoscere la differenza tra diritto e morale, ma che in termini di morale la sua cultura cattolica gli suggeriva un giudizio negativo sul comportamento omosessuale. Ora non c'è più nemmeno la controversia, Barilla se lo sono cucinato in pochi istanti, il tempo di cottura di mezzo chilo di fusilli.
Intanto in Francia sono tornati i giacobini. Il ministro dell'Istruzione vuole scristianizzare la società e la scuola, formula decaloghi per l'indottrinamento anticattolico, si cancellano le feste religiose, si tolgono di mezzo i santi, si predica apertamente la religione dello Stato laico come l'unica religione ammessa, con i suoi dogmi, le sue certezze, il suo autocontraddittorio farsi dottrina valida per tutti. I politici cattolici e democristiani in giro per l'Europa se ne impipano, i vescovi parlano d'altro, magari interpretano le frequenti interviste e gli interventi di Papa Francesco come un via libera: non giudicare è evangelico, credere è evangelico, avere fede è meglio di niente, ma il diritto all'espressione razionale, la libertà di dire e di pensare quel che sembra giusto non è disponibile, o non dovrebbe esserlo. Eppure un certo grado di autoritarismo repressivo si affaccia come una necessità se si intenda riformare e riaggiustare dalle radici la società e il set più o meno tradizionale di opinioni che la riguardano.
La tecnica è quella dei totalitarismi democratici moderni, che sono cosa diversa dai fascismi e dal nazismo. Si procede negando la realtà, il fatto, e dando tutto il potere alle formule verbali che edulcorano o deformano in modo anche grottesco ciò che è. Il caso Berlusconi non è così diverso. Il politicamente corretto, che costituisce un regime culturale, non può sopportare lo sguardo del reale, del senso comune. È stranoto che c'è un conflitto tra politica e giustizia, che questo conflitto dura dall'epoca in cui furono liquidati i partiti politici, che il partito dei pm e dei giudici ha surrogato gli altri poteri abrogando la divisione dei poteri, che lobby mediatiche e finanziarie e civili importanti hanno costruito sulle avventure della giustizia politicizzata le loro fortune. È tutto lì squadernato davanti agli occhi del pubblico, solo che si voglia guardare: magistrati che fondano partiti o si buttano con risultati mediocri in politica, pm che fanno secco una volta un governo Berlusconi e la volta dopo un governo Prodi in un circuito senza controllo di prepotere e di uso politico della giurisdizione, l'alleanza con i media manettari all'insegna della violazione sistematica del segreto investigativo, e si potrebbe continuare a lungo.
Ma bisogna resistere alla realtà, evitare di confrontarsi l'evidenza. E allora si ricorre al linguaggio, al conformismo del linguaggio interpretativo. Bisogna tenere separata la questione della condanna di Berlusconi dalla politica, oops, ma come si fa se da vent'anni il centrodestra denuncia una manovra mediatico-giudiziaria ai danni della politica e del suo capo politico? Eppure con questi espedienti ideologici fatti di formule si fomenta un'aggressione vasta e aspra all'Arcinemico, accusato di eversione perché protesta contro quella che considera un'ingiustizia capace di svuotare lo Stato di diritto e la democrazia del suo contenuto e della sua forma. Qui non è in questione un cambio di governo o di maggioranza, l'obiettivo dei politicamente corretti è l'instaurazione di un regime mentalmente carcerario, di una grande prigione culturale.
«Il Giornale» del 29 settembre 2013

09 settembre 2013

Quelle leggi un po' arbitrarie degli sceriffi di Facebook

Oscurata una pagina di servizio, tollerati bulli e blasfemi
di Gigio Rancilio
Senza le regole non c’è comunità che possa resistere. Lo sappiamo dalla notte dei tempi. Quello che spesso scordiamo è che le regole, senza il buon senso di chi deve farle applicare, possono fare danni o diventare addirittura ridicole. Prendete Facebook, il social network più grande del mondo. Per accedervi bisogna sottoscrivere un regolamento lungo 1.353 righe, diviso in 398 paragrafi, sparsi su tre macro aree diverse, per un totale di 103.549 caratteri. Quasi 60 cartelle dattiloscritte, senza a capo. Se si potesse fare un test che rivelasse quanti tra il miliardo di utenti attivi (gli iscritti sono molti di più) l’hanno letto da cima a fondo, ci sarebbe di che saltare sulla sedia. Eppure, tutti hanno cliccato su «accetto». E quindi, le conoscano o meno, devono attenersi alle regole. La «legge», ci hanno insegnato, non ammette l’ignoranza.
Dovrebbe saperlo bene P.M., che di professione fa l’insegnante. Probabilmente precaria. Qualche giorno fa, ha scritto ai colleghi che frequentano la pagina dei supplenti precari di avere trovato ascolto e soluzione, al problema dei mancati fondi alla scuola dove lavora, presso un ufficio specifico del Ministero dell’istruzione. P.M. era rimasta così contenta dell’aiuto ricevuto che ha voluto condividere il recapito telefonico di quell’ufficio, «così dà consentire ai colleghi di usufruire della stessa disponibilità e gentilezza degli impiegati contattati». Un messaggio positivo e utile. Scritto, a differenza di altri presenti sulla stessa pagina dei precari, senza accenni polemici o toni accesi.
Eppure, per colpa di P.M., Facebook ha bloccato per 10 ore la pagina. Come quando, giocando a Monopoli, si finiva «in prigione», perdendo uno o più giri. A rendere «fuorilegge» il messaggio della precaria è stata la pubblicazione del numero telefonico di quell’ufficio del Ministero. Violazione della privacy, hanno tuonato i cyber sceriffi. Giusto, giustissimo. Nessuno può e deve pubblicare un numero privato su internet. Peccato – si sono difesi i gestori della pagina dei supplenti – «che quel numero sia già su internet, sul sito del Ministero».
Com’è possibile che Facebook punisca un’insegnante e lasci poi liberi migliaia di studenti che quotidianamente insultano i loro compagni (solo ieri, la studentessa di Saluzzo)? E ancora: perché certe pagine innocue vengono bloccate mentre altre blasfeme sono ancora aperte? A questo punto sorgono altre due domande. Chi sono gli «sceriffi» di Facebook? Chi decide chi e cosa deve essere punito? A leggere il regolamento si intuisce che una parte del lavoro è affidato agli utenti stessi, chiamati a segnalare gli abusi, compresi quelli degli stalker, gli atti di bullismo e le pagine che incitano alla violenza. Una parte della vigilanza avviene invece in automatico. Sarebbero quindi i computer a togliere immediatamente fotografie e frasi con termini inappropriati. A vigilare sul tutto, però, ci sarebbe un vero e proprio team di persone. I «garanti» della comunità virtuale. Gli sceriffi dell’ordine pubblico del social web chiamati a decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; chi sono i buoni e chi sono i cattivi.
Per gli utenti, però, è impossibile capire se una pagina è stata bloccata dalle proteste degli iscritti, da un computer o da un «garante». Così, di fatto, non si può prendersela con nessuno. Ma di questo nel regolamento di Facebook non c’è traccia
«Avvenire» del 5 settembre 2013

02 settembre 2013

La lingua batte dove la politica vuole

In Italia si discute una legge contro l’omofobia, la Russia punisce la «propaganda gay». Ma non è facile guidare dall’alto l’enorme capacità di mediazione culturale delle parole
di Carlo Bordoni
La saggezza popolare ci aveva messi in guardia: quanti proverbi — da «Le parole sono pietre» a «Ne uccide più la penna che la spada» — raccomandavano un uso attento del linguaggio per non offendere la sensibilità altrui? Le parole possono ferire, istigare alla violenza, spingere al suicidio, perché ognuna di esse può nascondere il giudizio sociale, la disapprovazione, il senso di colpa. Mentre il Parlamento italiano avvia la discussione della legge contro l’omofobia, rinviata in calendario dopo la pausa estiva, anche altrove si assiste a una curiosa concentrazione del dibattito sull’uso e l’abuso di termini tendenziosi, scorretti o ingiuriosi e al conseguente tentativo di regolamentarli o contenerli per legge.
La Russia di Putin, con un rigurgito moralista, ha introdotto la censura verso la «propaganda omosessuale» con la pretesa di tutelare i minori: un’omofobia di Stato che, com’era prevedibile, ha scatenato vivaci proteste in occasione dei Mondiali di atletica a Mosca. Per contro, l’Italia si appresta a condannare la propaganda omofoba e a punire con la reclusione fino a un anno e sei mesi chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima e con una pena fino a quattro anni in caso di incitamento alla violenza o commissione di atti violenti». Il campo d’intervento, nei due casi opposti, attiene sempre al linguaggio.
Ma una legge può cambiare il modo di pensare e, di conseguenza, il comportamento sociale? È sufficiente togliere la parola «razza» dalla Costituzione francese, come propone il presidente Hollande, per cancellare il razzismo? Quella che Sarkozy ha definito la «guerra al dizionario» non è solo frutto di un tentativo subdolo di rimuovere freudianamente il problema e nasconderlo alla coscienza: è un atto sociale. Perché, come asseriva il fondatore della linguistica moderna, Ferdinand de Saussure, «il linguaggio è un sistema di differenze in cui il significato risiede non nei termini stessi, ma nelle relazioni differenziali tra loro».
Con l’evolversi della società le parole si evolvono anch’esse; cambiano senso, si adeguano. Certe perdono l’innocenza e si caricano di un significato odioso. È il caso di «negro», che richiama alla memoria la pratica della schiavitù, sostituito da «coloured», «nero» o «afroamericano» a partire dalla fine degli anni Ottanta in America e poi in tutto l’Occidente. Eppure usato senza sospetto da Martin Luther King nel suo discorso «I Have a Dream» del 28 agosto 1963 (riprodotto sulla «Lettura» #91 del 18 agosto). O come lo spregiativo «nigger», ancor più offensivo di «negro», che Joseph Conrad aveva utilizzato per il romanzo Il negro del Narciso (1897). Proprio «nigger» è stato sostituito da «schiavo» in una versione «purgata» del capolavoro di Mark Twain Huckleberry Finn.
Può succedere che i diretti interessati e i gruppi sociali che si sentono emarginati rifiutino l’uso dei termini eufemistici, dietro i quali si maschera l’ipocrisia sociale, e preferiscano definirsi autonomamente, anche ricorrendo a termini più volgari, come «queer» (checca) piuttosto che gay, «nigga» invece di nero. In America e libertà Furio Colombo conferma che rivolgersi a un gruppo etnico o sociale con i termini che esso ha scelto è una dimostrazione di rispetto, che produce effetti positivi e apre al dialogo.
La sostituzione di un termine politically incorrect avviene per lo più naturalmente, a seguito della maturazione della sensibilità comune o dell’affermarsi di una corrente d’opinione per il riconoscimento dei diritti delle minoranze, come è avvenuto negli Stati Uniti. Ma certe volte è necessario ricorrere allo strumento legislativo per sensibilizzare la comunità e rendere esplicito un aspetto critico che non si limita alla parola, ma dove la parola si fa strumento di violenza. Basta guardare alla storia recente, o anche solo alla cronaca degli ultimi anni, per trovare casi in cui l’aggressività contro le minoranze è accompagnata da slogan, segni, simboli e parole usati allo scopo di giustificare culturalmente il gesto, gridati per eccitare gli animi. Eliminando la parola violenta si toglie violenza anche al comportamento umano.
Ogni censura linguistica rischia tuttavia di limitare la libertà di opinione: su questo registro si muove gran parte delle obiezioni di chi non è favorevole alla legge contro l’omofobia. «Famiglia Cristiana» e varie organizzazioni cattoliche (tra cui i Giuristi per la Vita, autori di un appello ai parlamentari) temono di incorrere nel reato d’opinione esprimendosi contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso e le adozioni gay, ma anche di non poter più sostenere pubblicamente affermazioni del tipo «gli atti omosessuali sono contrari alla legge di natura».
D’altra parte l’obbligo per legge di usare o meno un determinato linguaggio ha sempre il carattere di una censura preventiva. Ricorda da vicino le disposizioni fasciste contro i termini stranieri, un’italianizzazione con risultati esilaranti («calciobalilla», fiumi di «sciampagna», ricchi premi e «cotiglioni»). Ma qui non si tratta di formalismi o di eccessi del politically correct per sostituire termini in disuso — povero con «non abbiente», bidello con «non docente» — che in genere rispondono a una prassi eufemistica. E neppure di mascherare una realtà troppo cruda o scomoda: nessuno parla più di guerre, ma solo di «missioni di pace»; i morti e i feriti rientrano tra i «danni collaterali». Qui si tratta del diritto a non essere discriminati (o colpevolizzati, o emarginati) per l’orientamento sessuale, così come accade per la razza, la religione, il genere il credo politico.
Qui il linguaggio fa la differenza, dimostra una valenza di mediazione sociale. Ha il potere di scatenare odio, paura, aggressività. Il cervello associa le parole a sensazioni, angosce, emozioni e provoca reazioni: la relazione tra il pensiero e la mano — lo ha dimostrato Leroi-Gourhan in un testo fondamentale di etnologia, Il gesto e la parola (1964-65) — passa attraverso il linguaggio. Per questo, e non per ipocrisia, il National Cancer Institute americano ha proposto di sostituire la parola «cancro», che provoca terrore in chi riceve la diagnosi, con «neoplasia», termine meno minaccioso che non evoca subito la morte. Una sostituzione che Umberto Veronesi sostiene da tempo. Mentre nella bozza del nuovo codice deontologico i medici italiani sostituiscono «paziente» con «persona assistita».
Perché anche le parole possono curare (lo sappiamo dalla psicanalisi) e perdere la loro carica dolorosa, oppure offensiva o discriminante. Come è sparita dall’uso comune «matrigna», per definire la donna che prende il posto della figura materna; come sono scomparsi «nullafacente » per disoccupato, «vucumprà» per ambulante extracomunitario, «zitella» per la donna nubile, «mongoloide» o «storpio» per il diversamente abile, così possiamo liberarci di «invertito», «pervertito» o «frocio», senza preoccuparci troppo se, al riguardo, le Sacre Scritture parlano di «grave depravazione». Il mondo cambia di continuo e con esso le relazioni sociali. È la dimostrazione della vitalità dell’unica razza a cui apparteniamo (come diceva Einstein): quella umana.
«Corriere della sera» dell'agosto 2013