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16 ottobre 2011

Le Maldive affondano? Una bufala, ma la prova dell’inganno sparisce

Un albero dimostrava che il mare in 50 anni non si era alzato di un centimetro.
Un gruppo di ambientalisti australiani lo sega
di Rino Camilleri
Piatto ricco, mi ci ficco. Deve aver pensato questo il presidente delle Maldive quando, il 17 ottobre 2009, ha tenuto - in mondovisione - una riunione di governo sott’acqua, con tanto di maschera da sub e bombole, per richiamare l'attenzione planetaria (e soprattutto gli aiuti della comunità internazionale) sulla fine prossima ventura, come Atlantide, delle sue isole.
Già: dice che si inabisseranno per via dell'ineluttabile innalzamento degli oceani.
Il quale è colpa del famoso riscaldamento globale.
Il quale è responsabile (così dicono gli «esperti») della glaciazione che non ha ancora finito di mettere in ginocchio Europa e Usa.
Com'è noto, qualunque cosa succeda, caldo, freddo, terremoti, tsunami, è colpa del Global Warming (qui in Italia del governo Berlusconi).
Certe bufale (ricordate l'influenza suina?) hanno le gambe corte, ma certe altre le hanno così lunghe da meritare Oscar e Nobel. Come questa del disastro climatico imminente.
Per fortuna esistono, qua e là, molte filiali del celebre e antico club degli «apoti» (coloro che non la bevono).
In Italia a guardia delle bufale climatiche abbiamo - oltre alla nostra firma Fancesco Battaglia - la benemerita agenzia SviPop.org (Sviluppo & Popolazione), diretta da Riccardo Cascioli.
Nel suo numero 120 (16 gennaio u.s.), a firma di Luigi Mariani, riporta una lettera aperta inviata (vanamente) da un fior di scienziato al citato presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, nella quale si prega il destinatario di smetterla di terrorizzare il suo popolo a scopi elettorali e/o finanziari.
Lo scienziato è lo svedese Nils-Axel Mörner, già a capo dell'Istituto di Geofisica e Geodinamica all'Università di Stoccolma, già presidente della Commissione Inqua sulle variazioni del livello del mare e l'evoluzione costiera, già leader della Maldive Sea Level Project e già presidente del progetto Intas su Geomagnetismo e Clima.
Lo scienziato ricorda di essere stato nelle Maldive per un decennio e di avervi studiato proprio i livelli del mare.
Nel 2001 il suo gruppo di ricerca trovò «prove schiaccianti» del non aumento del livello del mare; anzi, una stabilità almeno trentennale.
Il Mörner annunciò la rassicurante notizia in un'intervista a una televisione locale ma il predecessore di Nasheed ne impedì la diffusione.
Salito al potere Nasheed, il Mörner scrisse per due volte a quest'ultimo, senza mai ricevere risposta.
Il fatto più sconfortante è però legato a un albero.
Già.
Nel 2007, alla tivù svedese, il Mörner denunciò lo scandalo: nel 2003 certi attivisti ambientalisti australiani segarono quell'albero e lo fecero sparire.
Perché?
Perché era la prova provata che il livello del mare alle Maldive non si era mosso di una virgola almeno dagli anni '50.
Poiché quelle isole erano state una colonia penale, le testimonianze su tale albero che svettava vicinissimo alla costa abbondavano.
Il Mörner lo aveva tenuto d'occhio negli anni, proprio perché il mare non l'aveva mai neanche sfiorato.
Stando agli allarmismi, sarebbe dovuto rimanere sommerso già da quel dì.
Invece no, sempre là, sempre all'asciutto.
Lo scienziato svedese riferiva nella sua lettera di ben cinque incontri internazionali sulla stima dei livelli marini.
Risultato: i cambiamenti di livello attesi per il 2100 variano da più 5 cm. a circa 15 cm., «un valore che comporterebbe effetti di entità assai ridotta se non trascurabile per gli abitanti delle aree costiere di tutto il pianeta».
Il professor Mörner prega dunque sentitamente il presidente maldiviano di smetterla di terrorizzare la sua gente con bufale che non sono altro che «frutto di simulazioni avventate svolte al computer e costantemente smentite dalla meticolosa osservazione del mondo reale».
Vale la pena di riportare per intero la piccata chiusura della lettera: «La sua riunione di Gabinetto sott'acqua non è dunque nient'altro che un espediente e una trovata pubblicitaria del tipo di quelle di cui è maestro Al Gore e configura un comportamento disonesto, del tutto inefficace e certamente non scientifico».
Non vorremmo essere cattivi profeti ma temiamo che il presidente della Repubblica delle isole Maldive non risponderà nemmeno a questa terza missiva.
«Il Giornale» del 20 gennaio 2011

08 settembre 2010

Perché la marea nera è una bufala come l’aviaria e il buco nell’ozono

Un libro demolisce le nostre ipocondrie mediatiche
di Michele Masneri
Cos’hanno in comune l’influenza aviaria, la suina, l’antrace, l’innalzamento dei mari, il mllennium bug, la mucca pazza, la Sars, e il buco dell’ozono – che tra l’altro quest’estate si è misteriosamente richiuso? Giriamo la domanda ad Andrea Kerbaker, che in un libro in uscita domani 9 settembre (Bufale Apocalittiche, 140 pagine, Ponte alle Grazie) ricostruisce i più recenti psicodrammi collettivi. Non un saggio, ma una cronachetta divertente, con qualche riflessione finale sul ruolo dei media, dato che Kerbaker è romanziere – ha scritto Coincidenze per Bompiani (2008) – ma soprattutto manager della comunicazione, con un passato d’azienda alla Pirelli e a Telecom. Tra le bufale vissute in prima persona si parte dal Millennium Bug, quella psicosi millenarista che ha fatto temere a tutti noi che computer, bancomat, ascensori, aerei, tutta la modernità insomma sarebbe andata in tilt al capodanno del 2000.
Kerbaker racconta al Foglio che all’epoca la Pirelli aveva appena acquisito la divisione cavi della Siemens, e gli italiani per non sfigurare accanto ai tedeschi avevano messo su una task force “anti-baco”, mentre i tedeschi giustamente se la ridevano, non avendovi mai creduto. Caso raro, comunque, perché le bufale apocalittiche colpiscono tutti, come nel caso dell’antrace, altro psicodramma che nel 2001 ha tenuto il mondo col fiato sospeso (e sigillato nelle mascherine). Risultato reale: quattro morti, presunti. Ma è sulle malattie e sulle catastrofi ambientali che il moderno millenarismo dà il suo meglio. Capitolo aviaria: il ministro della Sanità Usa Michael Leavitt dichiara che “nessuno al mondo è pronto per affrontare un’epidemia del genere”. Il presidente Bush: “Consiglio a tutti di leggere il libro di John Barry, The Great Influenza”, che per la cronaca tratta della Spagnola che nel 1918 aveva ucciso 300 milioni di persone. Alla fine l’H5N1 fece diversi morti, ma soprattutto uccelli (che sarebbe poi giusto, visto il nome della malattia), tra cui un cigno (nero) a Londra nel marzo 2006, e un gatto, in Germania. Nel frattempo la Roche era stata precettata per produrre 360 milioni di dosi dell’ormai celebre Tamiflu, l’unico vaccino che avrebbe dovuto combattere l’epidemia, anzi la “pandemia”. Pandemia che sembrava tratta da uno sketch di Corrado Guzzanti: i medici spiegavano che assomiglia a una normale influenza, ha i sintomi di una normale influenza, si cura come un’influenza; e in rarissimi casi muore. Insomma, era proprio un’influenza.
E’ un millenarismo 2.0, spiega Kerbaker, che da una parte rende desueti “classici” come Nostradamus – anche se la profezia azteca sul 2012 come fine del mondo ha attualmente molto successo, e in molti si stanno preparando – e dall’altra ha caratteristiche nuove: un’ipocondria di massa, che ci fa sperare in qualche tragedia, per sentirci vivi, e insieme un’entropia, che vuole tragedie di massa, per dire poi io c’ero, ero proprio lì (e infatti con che gusto abbiamo tutti chiamato i nostri “cari” per sapere dov’erano l’11 settembre. Son soddisfazioni, direbbe Arbasino). Altra caratteristica della bufala 2.0 è poi l’appiattimento dei media: voci che non si distinguono più tra “autorevoli” e “popolari” ma tutte ormai chine sulla notizia senza riflessione e senza verifica, il Sun e il New England Journal of Medicine, insieme, sullo stesso livello. E poi ancora una produzione esagerata di notizie, generata anche da centri “di eccellenza” come l’Oms (peraltro primario produttore di bufale planetarie), che si abbattono sull’incolpevole opinione pubblica. Dati e ricerche che spesso nascono per essere riservati; e finiscono invece addosso a una massa impreparata, che non sa gestirli, con conseguenze imprevedibili (sarà anche il caso dei segreti militari di Wikileaks?). A volte invece la tragedia è confezionata su misura per i media, come la Sars, dove l'acronimo fu creato appositamente da un'agenzia di comunicazione, su incarico della stessa Oms, per rendere più sexy giornalisticamente la pandemia.
La bufala apocalittica è poi interclassista, e quella ambientale fa più presa sulle classi abbienti e liberal: il telefonino lontano dal cuore per le radiazioni, o la Banca dei Semi (non del seme) per le specie minacciate dagli orridi Ogm, sono temi di cui all’uomo della strada forse non importa molto. Tra le bufale più sfiziose del momento, Kerbaker punta molto sulla “marea nera” di Bp, che considera totalmente sopravvalutata, e già si frega le mani in attesa di dati scientifici che arriveranno (forse) tra qualche anno a ridimensionare il fenomeno. Bene anche l’innalzamento dei mari (“ma Genova e Venezia non dovevano essere sommerse da anni?”). La politica a volte le subisce, a volte le utilizza, le bufale: Gloria Arroyo, presidente delle Filippine, all’inizio di luglio 2009, in piena Suina, va in ospedale accompagnata dalle telecamere. Ufficialmente per sottoporsi a una quarantena volontaria, “per dare un esempio”: ma poi si scopre che si va a sostituire le tette, bisognose di tagliando.
«Il Foglio» del 7 settembre 2010

01 settembre 2010

Così la scienza processa la climatologia dell’Onu

Urge autoriforma
di Piero Vietti
Un team di accademici chiede all’Ipcc meno dogmatismo e più voci libere
Nel giorno in cui il famoso scienziato e “ambientalista scettico” Bjørn Lomborg stupiva seguaci e critici con un imprevedibile testacoda dicendo al Guardian che servono “cento miliardi di dollari l’anno per combattere il global warming”, un importante gruppo di inchiesta composto da scienziati di tutto il mondo, l’InterAcademy Council criticava duramente i metodi di lavoro dell’Ipcc, il panel di esperti che per conto dell’Onu studia l’impatto delle attività umane sul clima. Questo non fa che dimostrare ancora una volta ciò che il Foglio (e con lui voci più autorevoli) va ripetendo da tempo: la scienza che studia il clima è quanto di più vago ci possa essere, il dogmatismo scientista non porta da nessuna parte e il pensiero unico ambientalista – in fondo contro l’uomo – che ha riempito le pagine dei giornali negli ultimi anni provoca più danni che vantaggi.
Nel suo documento di 113 pagine l’Iac chiede che l’Ipcc venga riformato per ridurre la presenza di errori e pregiudizi che possono falsare i report. Non bisogna avere paura della verità, anche quando questa veste le tinte fosche dell’incertezza: quando nel 2007 l’Ipcc vinse il Nobel per la Pace assieme ad Al Gore ci dissero che la climatologia era “settled”, che non c’erano più dubbi sull’impatto disastroso che le attività umane hanno sul clima. Poi, passando per il fallimento dei negoziati di Copenaghen e lo scandalo del climategate, è arrivata questa autorevole critica che chiede anche di rinforzare certe procedure e di assicurarsi che i report riflettano le “controversie genuine” tra scienziati del clima. Secondo l’Iac, l’Ipcc dovrebbe insediare un comitato esecutivo che includa anche persone esterne alla comunità dei climatologi e limitare la durata della carica del suo presidente a un termine più breve. “L’attuale durata di dodici anni è troppo lunga”, dice l’Iac.
Il documento ha avuto eco soprattutto in America e Inghilterra, dove il climategate ha segnato di più l’opinione pubblica: il Wall Street Journal ieri sottolineava soprattutto l’abbandono del dogmatismo, spiegando come per il gruppo di esperti che ha lavorato al documento si debba “evidenziare meglio l’incertezza su alcuni aspetti della climatologia”. Ciò che più ha inficiato il lavoro del panel onusiano è stata la politicizzazione delle conclusioni a cui le ricerche sono giunte: pur di influenzare le politiche degli stati e dimostrare che la propria ipotesi era corretta, l’Ipcc si è anche affidato a fonti scadenti o di parte (come quando ha usato un documento del Wwf per predire lo scioglimento dell’Himalaya). L’Iac chiede la fine di tutto questo (riconoscendo che il lavoro fatto è stato “tutto sommato buono”), chiede maggiore controllo delle fonti e di lasciare spazio a “visioni alternative”. E’ palese che la scienza sarebbe la prima a guadagnarci da questa riforma. Al momento però l’Ipcc minimizza (“non è successo niente”, è il commento semiufficiale sul blog Real Climate) e il presidente Rajendra Pachauri ha fatto sapere che fino al 2014 non si muoverà.
«Il Foglio» del 1 settembre 2010

A.A.A, cercasi urgentemente nome per cancellare la bufala del global warming

C'è chi propone “cambiamenti climatici”, ma l’errore rimane
di Nicoletta Tiliacos
Come le sartine di un tempo, che suggerivano di tagliare le maniche o allungare un orlo per aggiornare un abito démodé, così pare che qualcuno stia seriamente ragionando sull’opportunità di abbandonare definitivamente lo screditato concetto di “riscaldamento globale” in favore del più neutrale e già molto usato “cambiamenti climatici”. La nuova definizione ufficiale dovrebbe comunque salvare faccia e sostanza, entrambe piuttosto malridotte, di quelle profezie ecocatastrofiste che nella produzione di anidride carbonica connessa alle attività umane indicano la causa principale delle modificazioni del clima, e segnatamente dell’innalzamento delle temperature planetarie.
Ne ha parlato il quotidiano inglese Guardian, due giorni fa, prendendo spunto dal trentacinquesimo compleanno della definizione “riscaldamento globale”. Usata pubblicamente per la prima volta l’8 agosto del 1975, in un saggio sulla rivista americana Science, da un climatologo della Columbia University, Wallace Broecker. Il quale si chiedeva: “Siamo alla vigilia di un importante riscaldamento climatico?”. E prevedeva che “le tendenze attuali, piuttosto fresche, sfoceranno, nell’arco di una decina d’anni, in un riscaldamento consistente provocato dall’anidride carbonica”. Col senno di poi, sappiamo che l’influenza dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo sul clima non è stata mai dimostrata (così come l’innalzamento inarrestabile delle temperature è stato smentito dai dati degli ultimi dieci anni). Ma la definizione coniata da Broecker ha avuto una gran fortuna, soprattutto negli Stati Uniti, mentre l’Inghilterra, notava il Guardian, ha sempre preferito la dizione “cambiamenti climatici”.
Lo scorso anno, però, è fragorosamente emersa l’attività di manipolazione dei dati sul clima operata da alcune delle istituzioni incaricate della loro elaborazione, proprio al fine di accreditare l’influenza delle attività umane sull’innalzamento delle temperature globali. Come il Foglio ha raccontato per primo, un gruppo di hacker ha reso pubblico un carteggio via e-mail tra i climatologi dell’East Anglia University, dal quale emergeva la cosciente volontà di occultare i dati che parlavano di diminuzione delle temperature (“to hide the decline”, era la parola d’ordine) e di gonfiare in parallelo quelli favorevoli alla tesi del riscaldamento globale, in vista del vertice di Copenaghen. A seguire, c’è stata la figuraccia davvero globale dell’Intergovernmental panel on climate change dell’Onu, con le sue indimostrate quanto strombazzate tesi del IV rapporto. Tra le altre: l’immancabile scioglimento dei ghiacciai himalayani entro il 2035, l’innalzamento del mare in Olanda e le previsioni apocalittiche sulle temperature in Cina.
Svarioni che hanno comportato la pubblica censura e il parziale commissariamento del potente presidente dell’Ipcc, l’indiano Rajendra K. Pachauri. Nessuno ha pensato a chiedere indietro all’agenzia onusiana il premio Nobel vinto con Al Gore proprio in nome dell’impegno contro il “global warming”, ma non c’è da stupirsi se quel termine – ormai associato a un’idea piuttosto truffaldina di uso dei dati e della loro comunicazione all’opinione pubblica – è considerato un boomerang proprio da chi vuole salvarne la sostanza. Cambiare il nome della cosa per non cambiare la cosa, insomma, vale a dire l’idea che le attività umane influenzano il clima e le temperature del pianeta. E magari dimenticare quello che alcuni scienziati vanno sostenendo in controtendenza. Come l’americana Susan Solomon, climatologa del Noaa (National oceanic and atmospheric administration) che da tempo, in sedi autorevoli, denuncia la generalizzata sottovalutazione del ruolo del vapore acqueo nella stratosfera. E’ alla sua maggiore concentrazione (del tutto indipendente dall’attività umana) che si deve, ha scritto Solomon, l’impennata delle temperature negli anni Novanta, mentre dal 2000 la tendenza si è invertita e le temperature si sono stabilizzate, in barba al “global warming”. O al “climatic change”, che dir si voglia.
«Il Foglio» del 9 agosto 2010

27 luglio 2010

Apocalisse: la vera catastrofe è l'invasione dei catastrofisti

Dal terrore per l'arrivo dell'anno 2012 alla fobia del transgenico, passando per le eco-balle sul clima. Arriva un saggio per difendersi da chi ci terrorizza
di Matteo Sacchi
Gli esseri umani sono programmati a credere in ciò che non vedono. Come se non bastasse gli esseri umani sono programmati per aver paura. Perché?
Perché quando un bipede implume che si avventura per la savana con una lancia in mano (attività che abbiamo svolto per decine di migliaia di anni) sente un ruggito che arriva dall’erba alta non è il caso di fermarsi a fare disquisizioni filosofiche (tipo: Ma oltre al suono c’è davvero un animale? E sarà un leone o un giaguaro?). Il piano migliore è filarsela gambe in spalla. Insomma, con buona pace degli ottimisti, il nostro istinto primario ci porta a pensare che le cose finiranno male. Anzi, l’idea che ci aspetti un tremendo redde rationem è qualcosa che ci affascina, ci strega in una sorta di cupio dissolvi che ricorda quel racconto di Edgar Allan Poe: Una discesa nel Maelström.
Ecco spiegato come mai non passa giorno che qualcuno decida di raccontarci le nostre sorti orribili e regressive, culminanti nel grande botto che ci stenderà tutti. E se la tiritera va avanti almeno sin dall’anno Mille, nell’ultimo decennio la moda del Dies irae, dies illa! è diventata parossistica, dando vita a uno sfiancante tam-tam. Tipo: nel 2012 o ci spiaccica il pianeta Nibiru, o ci frigge il sole, o tornano gli alieni, o i Maya fermano l’orologione del tempo, o ben che vada la terra smette di girare e arriva l’inversione magnetica... Tutto questo in un solo anno, trascurando qualche altra quisquilia preconizzata dai più fantasiosi. È un panino un po’ pesante da digerire, persino per noi che siamo una specie onnivora e, almeno per i pasdaran dell’ecologia, con molto pelo sullo stomaco.
Il risultato è che in Occidente si sta diffondendo una sorta di panico strisciante all’interno del quale le panzane sull’annus horribilis sono solo la punta, ridicola, di un iceberg di paura. Basti dire che secondo alcuni sondaggi la maggioranza degli americani vive aspettando una gigantesca catastrofe entro il termine della propria vita. Quale? Anche qui, chi più ne ha più ne metta: si va dalla bomba demografica, con cui ci tormentano sin dagli anni Sessanta, per arrivare alla scomparsa delle foreste e all’effetto serra, ovviamente passando per altre amenità come l’inevitabile pandemia universale (per la quale le nazioni sviluppate hanno già buttato miliardi di euro in vaccini) o la morte delle api che trasformerà il mondo in un deserto. Ognuno può scegliersi il disastro che preferisce.
Ecco che allora non è una brutta idea mettersi a leggere il nuovo saggio di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari: 2012. Catastrofismo e fine dei tempi (Piemme, pagg. 210, euro 15,50). I due, abituati a scrivere a quattro mani (hanno già vergato assieme Le bugie degli ambientalisti, Che tempo farà e I Padroni del Pianeta) questa volta hanno fatto le pulci a tutte le teorie della catastrofe, circolate e circolanti.
Il primo dato consolante su cui pongono l’accento è questo: le predizioni di sventura andate a farsi benedire sono centinaia, a partire da quelle dello pseudo Malachia sino ad arrivare al «baco» del 2000 (quello che avrebbe dovuto rosicarsi i nostri sistemi informatici e riportarci al Medioevo). L’altro dato consolante - e ben documentato - è che ogni teoria della catastrofe presentata sin ora, se vagliata alla luce di dati scientifici reali o al banale buon senso scricchiola pesantemente. Tanto per dire, sul riscaldamento globale si è detto tutto e il contrario di tutto. Forse anche perché buona parte dei dati - come ricordano Cascioli e Gaspari con abbondanza di dettagli - erano truccati. O semplicemente perché il clima è una macchina complessissima e dai tempi lunghissimi, una macchina sul cui funzionamento l’irraggiamento solare o la CO2 di un vulcano islandese contano molto di più dello scappamento delle nostre auto. Quindi, bontà sua, delle previsioni apocalittiche ha ben poca voglia di rispettare la data di scadenza.
Quello che però emerge dal libro (e che di consolante ha ben poco) è il fatto che le notizie realistiche - tra le quali spicca il fatto che i tanto vituperati Ogm stanno contribuendo a rilanciare l’economia di molti Paesi in via di sviluppo e rappresentano il passo più concreto mai fatto per la fine della fame nel mondo - siano invece sistematicamente oscurate.
Sarà perché, anche a partire dall’innato fascino del pessimismo di cui parlavamo all’inizio, i giornali fanno più facilmente un titolone se possono usare la parola «disastro». Dire che le centrali nucleari funzionano una bellezza, e che sono infinitamente meno pericolose dei boiler a gas, non è una di quelle cose che fa transennare le edicole per eccesso di lettori. Eppure non si può ridurre la questione solo a questo. Per usare le parole della premiata ditta Cascioli&Gaspari: «È evidente che le persone, i gruppi, le organizzazioni, i governi che controllano e sanno inventare e utilizzare la diffusione delle paure dispongono di un potere enorme».
E ancora: «Il grado e il livello di paura dipendono dalla percezione della realtà dell’individuo. Ed è sull’alterazione della percezione che hanno lavorato coloro che aspirano al controllo sociale». Come a dire: non è che non esistano problemi ambientali o rischi, oppure la necessità di ripartire meglio la ricchezza. Ma la paralisi da terrore alla razza umana (che non ha mai avuto una vita così lunga e così tante potenzialità di benessere) non giova. Purtroppo a qualche furbo magari sì.
«Il Giornale» del 27 luglio 2010

28 maggio 2010

Il riscaldamento globale non fa più paura: gli «ecoscettici» superano gli attivisti

I gas serra spariscono da campagne elettorali e musei della scienza
di Giovanni Caprara
L'annuncio di Francia e Germania: c'è la crisi, non ridurremo le emissioni di anidride carbonica
MILANO - L’onda dei «clima scettici» sembra stia prendendo le forme di uno tsunami. E la comunità scientifica giustamente si preoccupa delle possibili gravi conseguenze con le quali fare i conti. C’è inquietudine per i numeri emersi in alcuni sondaggi europei ed americani e per le azioni che si moltiplicano contro i ricercatori del cambiamento climatico. Ora si aggiunge pure la decisione di Francia e Germania di non ridurre, per la crisi, le emissioni di CO2.

BASSA PRIORITÀ - Un’indagine della Bbc rivela che solo il 26 per cento dei britannici crede che la Terra si stia riscaldando e che la causa sia l’uomo. In Germania un’analoga ricognizione effettuata dal settimanale Der Spiegel mostra che i «credenti» sono il 42 per cento. Se questo sta accadendo in Europa dove la sensibilità sull’argomento è sempre stata più accesa che altrove, negli Stati Uniti notoriamente più distaccati, si teme il peggio. In un sondaggio condotto dal Pew Research Center il riscaldamento ambientale compare all’ultimo posto tra le 21 priorità della nazione.

CAMBIO DI NOME - Riflettendo la tendenza del pubblico il Science Museum di Londra ha provveduto a cambiare persino il nome di un’iniziativa in corso per allestire una nuova sezione battezzata Climate Change Gallery da aprirsi entro l’anno. Nei giorni scorsi si è invece precisato che verrà chiamata in modo più neutrale: Climate Science Gallery. E forse non a caso David Cameron durante la campagna elettorale è stato particolarmente muto sulla questione condividendo l’atteggiamento di 141 candidati conservatori i quali ponevano la riduzione dei gas serra in coda alle 19 priorità del Paese.

SCANDALI - Ad alzare la temperatura e l’attivismo dei «clima scettici» ha contribuito senza dubbio una serie di scandali riguardanti i dati climatici: dai messaggi e-mail scambiati dagli scienziati dell’Università inglese dell’East Anglia in cui si sosteneva l’inadeguatezza di alcune valutazioni, alla dubbia previsione accettata dall’Ipcc, il comitato delle Nazioni Unite, sulla scomparsa dei ghiacci dell’Himalaya entro il 2035. A questi fatti si sono aggiunte accuse di conflitto d’interessi rivolte a Rajendra Pachauri, il presidente dell’Ipcc. Un’inchiesta del governo inglese ha in seguito completamente scagionato i climatologi dell’East Anglia.

REATO - Ma ora un nuovo caso sta rinfuocando lo scontro. Il procuratore generale dello Stato americano della Virginia, Kenneth Cuccinelli nei giorni scorsi ha aperto un’indagine su uno degli «eroi» della scienza climatica internazionale, Michael Mann. Egli è il principale autore di un grafico diventato noto come l’«Hockey Stick», mazza da hockey, perché mostra l’impennata del riscaldamento della Terra dopo mille anni di temperature piatte. La valutazione, frutto di studi di numerosi ricercatori diventava l’architrave degli atti ufficiali dell’Ipcc. Ora il procuratore Cuccinelli ha intimato all’Università della Virginia a Carlottesville, dove Man ha insegnato dal 1999 al 2005 (ora è alla Pennsylvania State University) di consegnare entro il 26 luglio i rapporti di ricerca e tutte le corrispondenze comprese le e-mail scambiate dallo scienziato con altri studiosi. Il reato ipotizzato è l’utilizzo del finanziamento pubblico di mezzo milione di dollari per indagini ora contestate dai «clima scettici». Nel riferire l’iniziativa la rivista britannica Nature scrive che è in atto una macchinazione per limitare la libertà di ricerca. «Purtroppo — sottolinea Gianfranco Bologna direttore scientifico del Wwf Italia — da tempo è in atto una pesante azione di lobby per gettare fango sui più illustri centri di ricerca climatica nel tentativo di smentire una realtà ambientale che è sotto gli occhi di tutti: i ghiacciai che si sciolgono e la desertificazione che avanza non sono un’opinione».
«Corriere della Sera» del 26 maggio 2010

20 maggio 2010

Brutto clima per il catastrofismo climatico, dicono a Chicago

Com'è andato il quarto convegno internazionale sui cambiamenti climatici
di Carlo Stagnaro
Chicago. Nella città del vento tira brutta aria per l’allarmismo 
climatico. Si è concluso martedì a Chicago il quarto convegno 
internazionale sui cambiamenti climatici, promosso dall’Heartland 
Institute in collaborazione con una settantina di think tank da una 
ventina di paesi diversi, tra cui l’italiano Istituto Bruno Leoni. 
L’incontro è un mix di riflessioni approfondite e ironia irriverente: 
la parola più gettonata è “climategate”. Domenica sera, i lavori si 
sono aperti con una standing ovation per Steve McIntyre, lo studioso 
che, in tempi non sospetti, ha sbugiardato il grafico “a mazza da 
hockey” di Michael Mann, cioè la ricostruzione delle temperature medie 
degli ultimi mille anni che mostrava un improvviso e drammatico 
aumento durante il ventesimo secolo.
La mazza da hockey è stata a 
lungo il totem dell’Ipcc, il comitato delle Nazioni unite sui 
cambiamenti climatici, che solo recentemente si è arreso, rimuovendola 
dai suoi rapporti. Ma l’ultima parola sul grafico è, appunto, quella 
del climategate: le email dove Mann e gli altri sommi sacerdoti della 
climatologia discutevano su come truccare i dati (famosissima quella 
sul “trick”, il trucco, “to hide the decline”, per nascondere il 
declino delle temperature negli ultimi 15 anni) ed emarginare gli 
scettici. La vendetta, si dice, è un piatto da gustare freddo. A 
Chicago la vendetta assume la forma di una mazza da hockey distribuita 
a tutti i partecipanti, ornata dal gioco di parole “Mann-made global 
warming” (il riscaldamento globale creato da Mann, anziché man-made, 
cioè causato dall’uomo). La discussione si svolge attorno a tre 
filoni: la scienza, l’economia e la politica.
L’aspetto forse più 
rilevante sta nel disaccordo, talvolta anche vivace, che ha visto i 
relatori confrontarsi tra loro e col pubblico. Non è – per gli 
organizzatori – un limite, ma il sale dello scetticismo. “La scienza è 
disaccordo, la scienza è questo”, tuona Joe Bast, presidente 
dell’Hearland Institute, introducendo il convegno. E per segnare la 
differenza rispetto agli altri, cita un passaggio, terrificante, dal 
libro “Why We Disagree About Climate Change” di Mike Hulme: “Non 
dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per il riscaldamento 
globale, dobbiamo chiederci cosa può fare il riscaldamento globale per 
noi”. In queste parole, e nelle opere e nelle omissioni della lobby 
verde, gli scettici trovano conferma della tesi secondo cui, alla base 
di tutto, non c’è una sincera preoccupazione per l’ambiente: c’è 
soprattutto un’agenda politica. “Un importante politico – dice al 
Foglio Christopher Horner, del Competitive Enterprise Institute – 
diceva nel 1988 che dobbiamo cavalcare il riscaldamento globale, anche 
se non è vero”. Il nome? “Barack Obama: è la stessa retorica che ci ha 
inflitto col discorso sullo Stato dell’Unione a fine gennaio”. “Quando 
sento parlare di verità incontrovertibili – aggiunge Richard Lindzen, 
climatologo al Mit di Boston – penso che stiamo uscendo dal campo 
della scienza, ed entrando in quello della religione”.
Pamela Gorman, 
affascinante senatrice dell’Arizona che corre per il Congresso ed è 
osannata perché è riuscita a impedire che il suo stato adottasse uno 
schema di “cap and trade”, la mette così: “Per risolvere i nostri 
problemi energetici, il governo deve fare una cosa: togliersi dai 
piedi. L’America è ricca di risorse energetiche ma non può sfruttarle 
adeguatamente, e sapete perchè?”. Coro dal pubblico: “perché il 
governo è tra i piedi”. Non riscuotono simpatia le fonti rinnovabili. 
“Niente di male, per carità – ragiona l’ex governatore della Virginia, 
George Allen – ma se l’obiettivo è avere energia abbondante, 
affidabile, ed economica, i dati ci dicono questo: gli stati dove 
l’energia costa meno sono quelli che sfruttano di più il carbone, più 
il gas naturale per coprire i picchi di domanda. Volete una fonte 
senza emissioni? La risposta è il nucleare”. Nei corridoi si mischiano 
scienziati austeri e attivisti sinceri, economisti blasonati e popolo 
dei tea parties.
C’è chi parla di green jobs, parola d’ordine 
dell’America obamiana per promuovere le energie verdi in chiave 
anticrisi. Le esperienze spagnola, italiana, tedesca e danese 
aleggiano come fantasmi: l’aumento dei costi dell’energia uccide più 
posti di lavoro di quanti ne vengano creati dalle fonti pulite. C’è 
chi si infiamma sulle incertezze che ancora circondano il fenomeno del 
riscaldamento globale. C’è chi, come Indur Goklany del Cato Institute, 
enfatizza come “con tutto questo parlare di clima abbiamo smesso di 
parlare della povertà, che è il problema sociale e ambientale numero 
uno, e che verrebbe aggravata dalle politiche climatiche”. C’è Lord 
Monckton, già consigliere di Margaret Thatcher, che ha sfidato a un 
confronto pubblico Al Gore (senza risposta).
C’è l’ex astronauta 
Harrison Schmitt che galvanizza i conservatori dichiarando 
incostituzionali le manovre della Casa Bianca sul clima. Che però, 
giura Marita Noon, direttrice della Citizens’ Alliance for Responsible 
Energy, non passeranno mai: “Washington sta facendo di tutto per 
limitare la nostra libertà, prima con l’Obamacare e ora col cap and 
trade. Ma questo non ha nulla a che fare col riscaldamento globale: 
l’obiettivo è il controllo sociale. Ci hanno provato un anno fa ma la 
gente si è sollevata. I tea parties e i town hall meetings hanno 
fermato la riforma climatica per un anno. Continueranno a farlo per 
altri sei mesi”. Sottinteso: le elezioni di mezzo termine faranno il 
resto, rovesciando gli equilibri al Congresso. E’ difficile, 
impossibile, citare tutti. Ci sono un centinaio di speaker, e un 
pubblico di più di 800 persone – molti dei quali economisti, 
scienziati, decisori politici – che pure avrebbe tanta voglia di 
parlare. Una cosa è certa: qui non si respira l’aria stantia delle 
catacombe. Si respira l’aria di un movimento che vuole battere i pugni 
sul tavolo per difendere le libertà individuali, il mercato, la 
crescita economica e il metodo scientifico. Il clima (intellettuale) è 
cambiato.
«Il Foglio» del 20 maggio 2010

04 maggio 2010

Bidoni e bufale: differenze

Perché il mito della raccolta differenziata è un inutile spreco di tempo e di denaro
di Paolo Togni
Riporta il Mundo che nei mesi di novembre e dicembre del 2009 gli impianti fotovoltaici della Spagna – che traducono in energia l’irraggiamento solare – hanno prodotto in otto ore giornaliere di attività seimila megavattora di energia elettrica, per la quale i loro gestori hanno incassato quasi tre milioni di euro di incentivi statali relativi alla produzione di “energia pulita”. Niente da rilevare in proposito, se non che tale produzione è avvenuta tra le ventitré e le sette di mattina, cioè in un periodo nel quale, specialmente in inverno, l’oscurità è totale e il sole non brilla affatto. Del resto lo stesso autorevole quotidiano informa che nello stesso periodo i campi fotovoltaici della Castiglia hanno lavorato al 65 per cento del loro potenziale tra la mezzanotte e le una del mattino, contro una prestazione del 16 per cento circa tra le dodici e le tredici. Questi dati non sono invenzione giornalistica, ma frutto ufficiale delle rilevazioni della Cne, la Commissione nazionale spagnola per l’energia, la quale attribuisce il dato sorprendente al fatto che l’energia dichiarata “verde” e “da fonte rinnovabile” sia stata di fatto prodotta utilizzando potenti motori diesel e gli idrocarburi che tali macchine consumano nella loro attività. L’informazione non deve stupire: è regola che dati e fatti diffusi dai conformisti verdi e da coloro che strumentalmente vi si insinuano siano falsi, così come i loro comportamenti tendano al truffaldino e come le loro teorie siano in effetti per lo più ipotesi non comprovate e poco plausibili spacciate per verità sacrosante, a fine di lucro (spesso) o allo scopo di acquisire influenza sull’opinione pubblica e sulle istituzioni. In effetti, molte delle parole d’ordine del conformismo ambientalista sono prive di significato, asserzioni false basate su premesse errate, in buona fede o in mala fede che questo avvenga. Basterà ricordare la panzana della inesistente fragolapesce Ogm; la pretesa pericolosità del cosiddetto elettrosmog, negata da tutte le statistiche mediche; il sostegno ai prodotti agricoli biologici, dei quali sono tutte da dimostrare la superiorità rispetto a quelli oggetto di trattamenti chimici e la non nocività, negata da Umberto Veronesi; il progressivo peggioramento delle condizioni dell’atmosfera, che invece sono drasticamente migliorate negli ultimi decenni (basta guardare i dati volendo vederli); e, per chiudere questo che non è neanche un abbozzo di indice, ma solo un richiamo per esempi sporadici, la menzogna dell’origine antropica del riscaldamento della Terra, che sta dando luogo alla più grande truffa della storia e rischia di mettere in crisi l’economia del mondo sviluppato e il nostro stesso futuro. Su ognuno di questi argomenti ci sarebbe da intrattenerci a lungo, e col permesso dei superiori forse lo farò. Fermo dunque restando che mai come nei nostri tempi tanti uomini hanno goduto di condizioni di vita tanto buone, come è anche dimostrato dai dati sulle aspettative di vita, è comunque pur vero che ci troviamo ad affrontare problemi ambientali realmente incombenti; i quali, però, postulano un approccio migliorista, nel senso che occorre avvicinarsi progressivamente ad uno stato di cose più soddisfacente, laddove un approccio integralista potrebbe condurre a contraccolpi pesanti sulla produzione e sul benessere. Chiarito che il primo problema ambientale sono ambientalisti e verdi, che sollevano problemi inesistenti e sostengono soluzioni cervellotiche, è sicuro che deve migliorare ancora la qualità dell’aria, proseguendo nell’andamento già evidenziato, e che ciò non può essere ottenuto impedendo il riscaldamento e i trasporti; deve migliorare la qualità delle gestioni idriche, che oggi sono insufficienti soprattutto dal punto di vista del trattamento dei reflui; occorre procedere alle bonifiche di una infinità di siti inquinati, fin qui impedita da normative talebane e da gestioni amministrative che – applicando la regola somma della burocrazia – volevano rendere difficile il facile attraverso l’inutile, e ci riuscivano perfettamente; bisogna provvedere alla messa in sicurezza di gran parte del territorio nazionale, fragile per sua natura e martoriato da improvvide iniziative immobiliari; è necessaria una finalmente intelligente tutela della biodiversità, che superi posizioni stolidamente estremiste e concili la presenza dell’uomo sul territorio con la presenza delle specie animali e naturali presenti. E c’è il problema dei rifiuti cui trovare una soluzione strutturale. Si tratta di un problema presente in Italia e in alcuni paesi in via di sviluppo: in moltissime società sviluppate, infatti, tale problema è ottimamente risolto. I dati della questione sono abbastanza semplici: ogni uomo nella sua vita produce quotidianamente una certa quantità di materiali da smaltire, i rifiuti appunto, che sono detti Rsu (rifiuti solidi urbani) e sono in quantità più o meno proporzionale al livello di vita del produttore. Ogni processo industriale produce giornalmente una certa quantità di materiali da smaltire: i rifiuti così detti industriali, per la loro origine. I rifiuti, Rsu o industriali che siano, per ovvi motivi devono essere smaltiti, cioè eliminati. Ciò può avvenire accantonandoli dove non diano fastidio (la discarica) oppure distruggendoli (le varie forme di incenerimento). O riutilizzandoli, se ciò sia possibile: nel qual caso non si deve più parlare di rifiuti, ma di materie prime secondarie. Poiché comunque si tratta di sostanze alcune delle quali possono dare fastidio o addirittura creare rischi per la salute, il loro smaltimento o il loro riutilizzo deve avvenire secondo regole precise e fornendo alla cittadinanza tutte le necessarie garanzie igienico sanitarie. E’ evidente che la soluzione migliore è quella del riutilizzo dei rifiuti, che consente anche un forte risparmio di materie prime vergini; tuttavia l’atteggiamento “panrifiutista” di ambientalisti, magistrati e legislatori ha molto limitato nel nostro paese la possibilità di riutilizzo dei residui, finché nel 2006 una nuova legislazione, recepita poi da una direttiva europea del 2008, non ha reso più semplice e fluida l’operazione. Ho detto che in tutto il mondo civile i rifiuti non sono più un problema, anzi la loro gestione, che avviene in genere a costi molto inferiori rispetto a quelli italiani, è un importante comparto economico, e genera utili significativi. Il motivo di questa differenza è semplice: in altri paesi (e in poche, virtuose, situazioni locali italiane) si è organizzato il ciclo dei rifiuti in maniera strutturata. In esso le varie attività – raccolta, selezione, smaltimento – concorrono a formare una vera e propria realtà industriale, gestita da un soggetto imprenditore qualificato, nella quale tutto è organizzato e coordinato secondo i migliori parametri tecnici, e al fine di produrre profitto. Che, in genere, è tutt’altro che scarso. Il ciclo virtuoso e non parassitario dei rifiuti prevede, naturalmente, che una significativa percentuale degli stessi sia mandata a termovalorizzazione: in alcuni paesi quasi il settanta per cento del raccolto fa questa fine. Non in Italia, però. Per tanti motivi, il principale dei quali è l’estrema difficoltà, talvolta l’impossibilità, di realizzare impianti di combustione. Le cause di questa difficoltà di concretizzare opere utili per la comunità sono diverse: certamente una quota importante di queste ricade sulla incapacità e sull’ignoranza di amministrazione dei gestori pubblici. Se non si riesce a realizzare una piscina nel rispetto della normativa esistente, perché si dovrebbe riuscire con un termovalorizzatore? Tanto più che contro la costruzione di un inceneritore si risvegliano pulsioni potenti: l’ignoranza e la paura, che, combinate insieme, costituiscono una miscela esplosiva. Nelle persone in buona fede c’è la paura per i danni che potranno derivare alla salute dei cittadini, quindi anche alla propria; ed è giustificata dall’ignoranza delle condizioni reali di operatività di un impianto di termovalorizzazione, che è obbligato a lavorare a temperature talmente alte da impedire la formazione di composti dannosi. In effetti le diossine non possono formarsi sopra i novecento gradi, e per legge un termovalorizzatore non può funzionare sotto i milleduecento. Se poi aggiungiamo che sull’argomento chiunque parla a schiovere, ci troveremo ad ascoltare frasi tra l’esoterico e il biblico: “L’inceneritore è il diavolo!” ha affermato nella fase più calda dello scontro il vescovo di Acerra. Ora, è vero che il magistero della chiesa riguarda principalmente gli argomenti spirituali, e quindi tutti hanno il diritto di mettere in non cale affermazioni su questa materia, ma la prudenza è pur sempre una virtù che i cristiani sono chiamati a esercitare sempre, e specialmente quando si tratta di temi che già di per sé hanno infiammato l’opinione pubblica. Resta da dire poi che, come hanno esaurientemente dimostrato gli approfonditi studi dell’Epa, le diossine, e in quantità notevole, vengono prodotte dai rifiuti deposti in discarica: ma a questo nessuno pensa. D’altro canto, resa difficile la realizzazione dei termovalorizzatori, accertata la scarsa salubrità dello smaltimento in discarica, occorreva pur trovare una soluzione per il problema dei rifiuti. E così viene alla luce un altro totem del conformismo ambientalista: la raccolta differenziata, che da molte teste deboli o vuote, e da qualche illuso, è vista come la panacea di tutti i mali, la soluzione per tutti i problemi; chi non la pratica viene messo all’indice e additato come un sozzo mascalzone, nemico del bene comune. Come molti miti, anche questo è frutto di una micidiale combinazione di interessi e ignoranza, di propensione al burocratismo e di nostalgia per forme più penetranti di limitazione della libertà. Come è evidente di per sé, la raccolta differenziata va bene se è parte di un processo organico e coerente, che regga dal punto di vista economico e ambientale: essa sarà praticabile e opportuna se, e solo se, il suo bilancio sarà positivo. Il controllo sulla validità del ciclo economico, però, sarebbe possibile solo se fosse rispettata la legge che stabilisce l’obbligo della gara per assegnare il servizio, e a oggi tale norma è disattesa in maniera praticamente totale: il servizio spesso viene affidato a società capziosamente definite pubbliche, ma che sono in effetti controllate dalle forze politiche territorialmente dominanti, e il cittadino utente paga il conto a piè di lista, contribuendo così al finanziamento di quel mondo parapolitico che è una delle peggiori iatture italiane. A questo processo contribuisce anche la raccolta differenziata: infatti occorre chiarire che raccogliere i rifiuti in forma differenziata costa alquanto più che raccoglierli in modo indifferenziato, anche se una logica corretta vorrebbe che i ricavi della vendita dei materiali differenziati debbano almeno coprire tali costi. L’Unione europea ha pienamente condiviso questa opinione, e nella più recente Direttiva sui rifiuti (dicembre 2008) dispone che la raccolta differenziata sia fattibile a condizione che sussistano necessità di carattere economico o ambientale: non dispone, in proposito, né obblighi né obiettivi quantitativi. Diversamente la legge italiana, che stabilisce, con una norma del 2006, l’obbligo per i comuni di arrivare al 65 per cento per cento di differenziazione nel 2013. Che una norma del 2006 non sfrutti tutta la potenzialità offerta da una direttiva del 2008 è ragionevole; meno facile è capire perché tali obiettivi siano stati confermati nello schema di Decreto legislativo con il quale si recepisce la Direttiva del 2008, recentissimamente approvato dal Consiglio dei ministri, dato che il mancato rispetto di una norma assurda da parte di molti comuni, facilmente prevedibile, determinerà la cessazione dei contributi regionali. Tecnicamente, dunque, una raccolta differenziata che non faccia parte di un ciclo industriale imprenditorialmente corretto non ha senso. Nelle condizioni nelle quali oggi è perlopiù realizzata, essa per i cittadini costituisce un costo, ma non solo: è anche una gran rottura di scatole. E’ certo che raccogliere i rifiuti in vari sacchetti a seconda della loro natura, trattenerli finché venga il momento di consegnarli agli addetti o al luogo di raccolta, risolvere l’imbarazzo circa la destinazione di materiali particolari, non è il massimo della vita: conosco molti uomini di carattere mite che danno in escandescenze al solo pensiero di doversi acconciare a questi comportamenti penosi. Né può convincerci a un atteggiamento più collaborativo il pensiero che così facendo contribuiamo al migliore andamento della vita sociale, dato che il concetto stesso di differenziazione è di assai dubbia validità. Potrei trovarci una certa validità solo nel caso in cui, naturalmente effettuando gli opportuni controlli, fosse lo stesso cittadino a cedere il frutto della differenziazione ad un operatore autorizzato, ricevendone il controvalore. La soluzione per oggi e per domani? Un poderoso programma di infrastrutturazione di impianti di termovalorizzazione su tutto il territorio nazionale, nei quali mandare a combustione il tal quale. Per aver espresso queste opinioni prenderò qualche altra parolaccia dagli ambientalisti, ma tanto ci sono abituato. E poi, insulti e critiche valgono quanto vale la rispettiva fonte, quindi ...
«Il Foglio» del 4 maggio 2010

La favola dell’inquinamento

Secondo l’Istat l’aria in Italia è più pulita di vent’anni fa, ma nessuno lo dice
di Roberto Volpi
Il difetto di certe rilevazioni statistiche è che non sempre sono periodiche, così non sai bene quando aspettarti i risultati, né quali dati saranno resi disponibili. A volte, poi, altre rilevazioni sono addirittura una tantum, cosicché vattelappesca quando ti ricapiterà di avere certe informazioni di tipo quantitativo. E però è strano che, pur in mezzo a queste difficoltà, i dati negativi in un modo o nell’altro trovino sempre la strada di apparire sui mezzi di informazione con tutto il dovuto rilievo, e pure con il rilievo che non meriterebbero, e quelli positivi nisba, mai neppure un viottolo. Cosicché, per dire dell’inquinamento dell’aria, ci hanno pressoché ammazzato in tutti questi anni a furia di ricordarci l’aumento dell’anidride carbonica (CO2). Ma qualcuno è mai riuscito a sapere, da giornali e riviste, televisioni e radio, se nel plumbeo cielo dell’inquinamento non si aprisse per caso un qualche fuggevole spiraglio che facesse meglio sperare? Mi riferisco all’Italia, chiaro, perché tra i dati di questo tipo nel mondo è meglio non addentrarsi neppure – le sabbie mobili danno una maggiore affidabilità. Ma proprio relativamente all’Italia sono uscite, a metà del 2008, due pubblicazioni Istat tanto dettagliate, precise e meritevoli quanto assolutamente ignorate. E vedremo una possibile spiegazione di questo silenzio. Le pubblicazioni sono: “Le emissioni atmosferiche delle attività produttive e delle famiglie. Anni 1990- 2005” e “Le emissioni di otto metalli pesanti delle attività produttive e delle famiglie. Anni 1990-2005”. La prima pubblicazione è di gran lunga quella che riveste il maggiore interesse, in quanto prende in considerazione i dieci più importanti inquinanti dell’atmosfera, responsabili rispettivamente: dell’effetto serra (anidride carbonica, protossido di azoto e metano), delle piogge acide e dell’acidificazione del suolo (ossidi di azoto, ossidi di zolfo e ammoniaca) e della formazione dell’ozono troposferico (composti organici volatili non metanici, monossido di carbonio, polveri sottili e piombo). Il lungo periodo di sedici anni preso in esame compensa in qualche modo la non soddisfacente attualità, in quanto consente di evidenziare tendenze temporali sufficientemente chiare e consolidate, in base alle quali sarebbe perfino possibile avanzare qualche non così azzardata previsione (ma io me ne asterrò prudenzialmente). Bene, di questi dieci inquinanti soltanto tre sono aumentati tra il 1990 e il 2005: l’anidride carbonica e il protossido di azoto, che vanno a incrementare i gas serra, e l’ammoniaca, che ha effetti sull’acidificazione. Ben sette, diversamente, sono diminuiti: il metano, gli ossidi di azoto, gli ossidi di zolfo, i composti organici volatili non metanici, le polveri sottili, il piombo. Ma, a parte questa disparità già evidente tra miglioramenti da una parte e peggioramenti dall’altra, la cosa si fa ancora più interessante se traguardata alla luce, appunto, dei disastrosi livelli di inquinamento ambientale tanto denunciati (e annunciati). E dunque. Sì, è vero, l’effetto serra dovuto ai tre inquinanti di cui abbiamo detto (di cui due in crescita e uno in calo) è aumentato del 13-14 per cento nei sedici anni considerati. Ma a fronte stanno le piogge acide/acidificazione del suolo (due degli inquinanti responsabili in forte calo, uno in debole aumento), ridotti a circa la metà, e la produzione di ozono troposferico (i quattro inquinanti responsabili sono tutti diminuiti sensibilmente), anch’essa pressoché dimezzata. Ora, ci vuol poco a capire da questi dati che complessivamente parlando la qualità dell’aria è migliorata ovvero che, in parole povere, il famigerato inquinamento è diminuito e non aumentato come si vuole far credere portando a testimonianza il solo valore dell’anidride carbonica, ma senza spendere una parola sugli inquinanti che hanno subito nello stesso tempo, in proporzione, ben più cospicue contrazioni: il piombo che è nell’aria oggi, per fare l’esempio più clamoroso, è un millesimo (avete capito bene, un millesimo) di quello che circolava libero quando il cielo era sempre più blu, nel 1990. Annota l’Istat in un’altra pubblicazione ancora, datata agosto 2009 (“Indicatori ambientali urbani. Anno 2008”) che è “migliorata la qualità dell’aria”. Che gli sconfinamenti delle polveri sottili, rilevati dalle centraline urbane, oltre i limiti consentiti sono diminuiti del 16,8 per cento nel 2008 rispetto al 2007. A qualcuno è mai arrivata agli orecchi quest’altra notizia? Figurarsi, si aprono i giornali (poi ci si lamenta che le vendite precipitano), si ascoltano telegiornali e trasmissioni specializzate e sembra che la marcia verso il peggio prosegua gagliarda, passo dopo passo, inarrestabile. Gli epidemiologi che non fanno che rammentarci un inquinamento che ripagherebbe l’uomo della sua insensibilità, puntualmente contabilizzando tanto di malattie e di morti a esso imputabili, dovrebbero per una volta andarsi a leggere, sempre in “Le emissioni atmosferiche delle attività produttive e delle famiglie. Anni 1990- 2005”, le affermazioni del nostro Istituto Centrale di Statistica che, dopo averci ricordato che “le attività produttive hanno generato l’80 per cento delle emissioni di inquinanti “a effetto serra”, il 90 per cento delle emissioni che sono all’origine del fenomeno dell’“acidificazione” e più del 60 per cento delle emissioni di gas responsabili della formazione dell’ozono troposferico”, conclude con queste semplici e non equivocabili parole: “nel periodo 1990-2005 il ruolo delle attività produttive nella generazione delle emissioni atmosferiche si è ridotto per quanto concerne tutti gli inquinanti presi in esame, a eccezione dell’SOx e del Pb (ovvero degli ossidi di zolfo e del piombo)”. Insomma, non c’è trippa per gatti, viene da dire. Cioè, non ce ne sarebbe, a meno che non si giochi a nascondino coi dati, come invece si fa, scegliendo di dar conto soltanto di quelli che portano acqua a una determinata tesi e tacendo con rara ostinazione su tutti gli altri – ovvero, come si è visto, sulla stragrande maggioranza dei dati. Questa è in effetti la forma di gran lunga più praticata di contraffazione statistica della realtà. Qui non c’è fumo statistico, no, non ci sono dati inventati, aggiustati, decontestualizzati, interpretati ad usum delphini. C’è semplicemente una scelta: quella di tacere sistematicamente una parte della realtà, non dando conto di dati che ci raccontano l’altra parte, quella scomoda, che si preferisce ignorare perché troppo in contrasto con le tesi precostituite che vanno per la maggiore e che, detto brutalmente, danno da mangiare. Come quando, parlando di diagnosi precoce, se ne vantano di continuo i successi, salvo non parlar mai dei formidabili fenomeni, a essa indissolubilmente associati, e tanto più corposi quanto più la diagnosi è precoce, dei falsi positivi e falsi negativi (errori) e della sovradiagnosi (la diagnosi di quel che non c’è, con tanto di connessi interventi). Certo, capisco che sia dura. Perché, insomma, come glielo vai a dire all’affezionato lettore, allo spettatore fidelizzato del telegiornale delle otto, quale che sia, che non c’è pressoché niente che quadri con tutto quello che da quei pulpiti è stato predicato in un decennio, il primo del Duemila, a proposito di inquinamento inarrestabile con contorno di nefasti effetti? Se almeno ci fosse qualche altra indagine sulla materia cui appigliarsi, ufficiale s’intende, perché di quelle “à la carte” è pieno il mondo e anche l’Italia, ma non puoi mica sempre citare Pinco Pallino, devi pure appoggiarti qualche volta su dati che non possano essere messi in discussione dal primo che passa, o comunque largamente attendibili e meglio ancora se ufficiali che di più non si può. E invece, nemmeno a cercare col lanternino. L’Istat per la verità un’altra indagine l’ha pure fatta, e si intitola “Le emissioni di otto metalli pesanti delle attività produttive e delle famiglie. Anni 1990-2005”. Si tratta di un’indagine che ha proprio lo scopo di integrare i dati rilevati con l’altra, quella di cui abbiamo parlato, relativa alle “emissioni atmosferiche delle attività produttive e delle famiglie”, che copre lo stesso intervallo temporale. Non soddisfatto di aver fotografato le emissioni nell’atmosfera dei dieci maggiori inquinanti riconosciuti, il nostro Istituto di Statistica ha indagato quelle altre relative agli otto metalli pesanti più presenti nell’aria e pericolosi. Risultato: di otto, due soltanto (arsenico e selenio) hanno fatto registrare un aumento di emissioni tra il 1990 e il 2005, mentre per gli altri sei le relative emissioni sono risultate in contrazione: cadmio, cromo, rame, mercurio, nichel e zinco. Le due indagini hanno dunque fornito risultati in totale sintonia, speculari, sovrapponibili e, dunque, da leggersi e interpretarsi gli uni alla luce degli altri. Comunque lo si giri, e qualunque componente dell’“affaire” inquinamento si vada a cercare, ecco la morale, il risultato non cambia. Ed è un risultato da punteggio rugbistico tra una squadra forte e una compagine deboluccia: disinquinamento batte inquinamento 13 (sette inquinanti più sei metalli pesanti in riduzione) a 5 (tre inquinanti più due metalli pesanti in aumento). Un risultato che fa a pugni con tutto quello che siamo abituati a sentir discendere a mo’ di litania dai cieli dell’informazione. C’è anche un ultimo punto, autentica ciliegina sulla torta. Perché i buoni, nella fattispecie, quelli che si sono bene adoperati su questo fronte dell’inquinamento, sono rappresentati dalle attività produttive. Mentre i cattivi sono proprio loro, le famiglie. Sono le attività produttive ad avere giocato un ruolo positivo nella contrazione delle emissioni atmosferiche, non le famiglie che invece ne hanno avuto uno esattamente opposto. “Al contrario (delle attività produttive), nel 2005 la quota delle emissioni delle famiglie risulta superiore al dato del 1990 per la maggior parte degli inquinanti” – così, icasticamente, annota ancora l’Istat. E, a proposito di quest’ultima affermazione, sembra proprio di essere su “Scherzi a parte”, tanto è plateale il rovesciamento del senso comune. Tra il 1990 e il 2005 c’è stato un sensibile miglioramento della qualità dell’aria, grazie alle attività produttive, alle imprese. E nonostante i danni che hanno combinato le famiglie con riscaldamento, condizionamento e trasporti privati. Chi andasse in giro a sostenere, di fronte a un qualsivoglia pubblico: (a) che la situazione relativa all’inquinamento è alquanto migliorata negli ultimi due decenni e (b) in virtù del buon comportamento delle attività produttive che ha più che compensato quello invece dissipativo e sconsiderato delle famiglie, verrebbe sbertucciato a non finire o, cosa ancor più probabile, scambiato per uno con qualche rotella fuori posto al quale raccomandare, nel suo preciso interesse, di tenere la bocca chiusa il più possibile. E’ vero che queste verità sono testimoniate da una messe di dati, per di più ufficiali. Ma è ancora più vero che sono state seppellite per anni e anni sotto una coltre di petizioni di principio e di ragionamenti circolari che ha occupato ogni spazio mediatico. Riportarle alla luce è un’impresa ben più disperata di quella di ripescare Atlantide in qualche fossa oceanica. Quelle verità, ed è questa la verità più vera, contano quanto il due di picche, dal momento che si è deciso che a fare notizia è l’inquinamento, è l’effetto serra, sono le piogge acide, è l’ozono. In aumento, certo, tutto indiscutibilmente in aumento. Sono forse domande da farsi?
«Il Foglio» del 29 gennaio 2010

29 marzo 2010

Non sparate sulla scienza

di Luca Mercalli
Dopo le abbondanti nevicate del mese di febbraio su Washington, la percezione del riscaldamento globale negli Stati Uniti si è molto ridotta mettendo in crisi l’autorevolezza di una delle ultime istituzioni inattaccabili della nostra epoca, la scienza.
Il New York Times ha ragionato su quanta parte nella formazione di queste opinioni è legata ai fatti e quanta al modello mentale e culturale delle persone. David Ropeik, esperto in comunicazione del rischio, sostiene che la gente si serve degli estremi meteorologici di freddo o di caldo non come eventi per comprendere il clima, ma come proiettili da sparare contro un diverso gruppo di appartenenza sociale. La questione climatica conduce infatti a una critica dell’attuale modello di sviluppo, quindi i gruppi più conservatori e individualisti, che detengono privilegi in uno status quo di rigido ordine e gerarchia sociale, brandiscono i candelotti di ghiaccio e le palate di neve per screditare la scienza del riscaldamento globale contro i gruppi progressisti, fautori di una società più equa e di un maggior intervento dello stato nelle politiche ambientali e sociali, che a loro volta adotteranno come armi termometri roventi e invasi disseccati. Nessuno dei due schieramenti ha però la minima idea di cosa sia il clima e della differenza che corre tra i fatti meteorologici locali e quotidiani, rispetto agli andamenti globali e a lungo termine. Del resto, mentre Washington era bloccata dalla bufera, a Vancouver l’inverno più caldo della storia obbligava l'organizzazione olimpica a trasportare la neve in camion, mentre migliaia di ettari di foresta di conifere subivano gli attacchi di un coleottero parassita che di norma viene ucciso da temperature sotto i -30 gradi e prospera invece negli inverni miti.
Nel conflitto sul cambiamento climatico, ogni «tribù» adotta punti di vista che riflettono le proprie convinzioni sul funzionamento della società piuttosto che una reale comprensione fisica del problema. A ciò Janet Swim, docente di Psicologia alla Penn State University, aggiunge che il modello mentale è spesso una gabbia che ci fa credere di conoscere argomenti complessi semplificandoli eccessivamente: la neve è un’icona associata con un clima freddo, quindi nell’immaginario esclude che il pianeta si stia riscaldando.
Eric Johnson, della Columbia Business School, precisa che le nostre esperienze più vivide e recenti spesso offuscano informazioni più significative ma astratte e lontane nel tempo, proprio come un malato non si accorge dell’insorgere di una grave patologia, riscontrabile solo da un esame medico e non dal fatto di sentirsi in forma. Insomma, questa miscela di impressioni e interpretazioni soggettive, unita all’informazione talora affidata a giornalisti non preparati, ha mandato a picco la fiducia nella scienza del clima, rafforzata dal fiasco della previsione di mortalità dovuta al nuovo virus influenzale. Eppure la scienza in sé, con tutto questo rumore c'entra poco o nulla. Continua a fare il suo mestiere di ricerca della verità, sbagliando e correggendo, ma offrendoci comunque degli strumenti di decisione basati sulla probabilità. Anche nell’incertezza si possono così fare scelte razionali.
Lo scetticismo è benvenuto quando aiuta a migliorare la qualità dei risultati, non quando mira soltanto a demolire la credibilità di un’intera categoria. Purtroppo vi è anche una scienza deviata che su inevitabili imprecisioni del rapporto sul clima dell’Ipcc-Onu ha costruito una campagna di disinformazione di proporzioni pari a quella che fu messa in atto dalle multinazionali del tabacco contro i medici che ne sostenevano la tossicità. In proposito, Greenpeace ha pubblicato un rapporto su vent’anni di negazionismo climatico ad opera dell’industria dei combustibili fossili, intitolato «Dealing with doubt» («far commercio del dubbio»). Michael Mann, il climatologo della Pennsylvania University ferocemente attaccato per la sua ricostruzione della temperatura della Terra negli ultimi duemila anni, ritenuta fasulla, ha commentato così: «La fazione che sta montando questi attacchi è estremamente ben finanziata e organizzata. Da decenni dispone di un’infrastruttura preparata per aggressioni di questo genere, sviluppata durante le campagne contro il fumo e per la difesa di altri interessi. E’ letteralmente come un marine che fa a botte con un ragazzino scout. Noi non siamo esperti di pubbliche relazioni come lo sono loro, non siamo avvocati, non siamo lobbisti. Siamo scienziati, abbiamo studiato come fare scienza». La scienza ha sì i suoi difetti, come tutte le cose umane, ma in fondo funziona, e anche questo giornale si scrive e si stampa grazie alle sue conquiste.
«La Stampa» del 29 marzo 2010

22 marzo 2010

I catastrofisti climatici hanno un nuovo strumento, i bambini spaventati

Se spengo la luce gli orsi polari non muoiono più?
di Piero Vietti
Psicologi inglesi: le nuove generazioni temono il global warming come trent’anni fa si temeva la guerra atomica
Abigail è un bambino di otto anni del Middlesex che tutte le mattine chiude il rubinetto mentre si lava i denti, spegne la luce quando esce da una stanza e va a scuola a piedi perché “pensa sempre agli orsi polari che stanno morendo dato che non hanno più cibo, e questo mi rende molto triste”. Parker ha 15 anni, e dopo avere preso parte a un viaggio in Antartide dove ha visto i pinguini morire di fame pensa “in continuazione ai cambiamenti climatici, molto più di quanto pensi agli esami scolastici”. La mamma di Finn, nove anni, gli ha raccontato che il livello del mare sta salendo, e lui sa che “tonnellate di ossigeno si stanno rovinando”. Per questo a scuola Finn fa la raccolta differenziata e dice ai suoi genitori di chiudere i rubinetti e di smetterla di fare viaggi in giro per il mondo. E’ una generazione di bambini terrorizzati dal clima, quella che emerge da alcune ricerche riportate dal Times: secondo un sondaggio condotto in Australia, un bambino su tre tra i sei e gli undici anni è convinto che la Terra non ci sarà più quando loro saranno adulti.
Se negli anni Settanta la grande paura era lo scoppio di una guerra atomica – scriveva giovedì il Times on line – oggi si teme il cambiamento climatico, onnipotente uomo nero che sommerge le nazioni, inquina i cieli e ammazza gli orsi polari. In Inghilterra, poi, il tutto è esasperato da campagne aggressive del governo che impone l’argomento nei programmi scolastici e ultimamente ha inondato tv e muri delle città con spot e cartelloni inquietanti: un padre che mette a letto il figlio piccolo raccontandogli la storia del mondo che si allagherà uccidendo tutti se lui non spegne la luce quando esce dalla camera, e filastrocche con i personaggi delle fiabe che muoiono di sete perché nel pozzo non c’è più acqua per colpa del riscaldamento globale. “Sempre più genitori mi dicono di essere spaventati per il modo in cui i loro figli hanno a che fare con i temi climatici”, dice al Times Angharad Rudkin, psicologo dell’infanzia. Troppe informazioni grossolanamente esagerate che creano ansia nei bambini, responsabilizzandoli in modo sbagliato: far credere che chiudendo un rubinetto nel Middlesex gli orsi polari avranno da mangiare è solo un esempio delle vette di ipocrisia che l’ideologia climatica ha toccato negli anni. Inutile è stata la protesta dell’Autorità per gli standard pubblicitari inglese che ha censurato gli spot governativi perché eccessivamente spaventosi e stressanti: gli spot vanno avanti, combattere il global warming è ormai causa di forza maggiore che passa sopra a ogni scrupolo.
I bambini sono il pubblico adatto per l’indottrinamento coatto: Rajendra Pachauri, il discusso direttore dell’Ipcc, il panel di scienziati dell’Onu che studia i cambiamenti climatici e che ultimamente è stato smentito dai fatti su diverse previsioni catastrofiche, poche settimane fa ha detto in un’intervista che “i nuovi strumenti per combattere il riscaldamento globale sono i bambini”: terrorizzandoli, faranno sentire in colpa i loro genitori e il mondo cambierà. La cosa sembra funzionare, se Iona, quindicenne di Edimburgo, racconta che quando guarda le notizie in tv vede “terremoti, inondazioni e tsunami” e giustamente spera che quando sarà grande tutto questo non ci sarà più. Spiegargli che terremoti, inondazioni e tsunami non c’entrano nulla con i cambiamenti climatici evidentemente non paga, dato che lui da bravo cittadino, per evitare queste calamità, ricicla, spegne la luce e ogni volta che deve buttare un pezzo di carta cerca “freneticamente un cestino per la raccolta differenziata”.
Un politico è andato a parlare nella scucola di Raphael, dieci anni, a Londra: gli ha spiegato che molti paesi verranno inondati e che il Polo Nord si scioglierà. Rapahel si è spaventato, e quindi trova giusto che nel menu scolastico vengano diminuite le razioni di carne e pesce perché così “è più sostenibile”. Un amico di Raphael gli ha detto che se ci saranno inondazioni in inverno, queste potrebbero provocare un’era glaciale, “e dovremo essere in alto come un campanile per salvarci”. Il catastrofismo climatico prepara un nuovo attacco all’opinione pubblica “educando” generazioni di ambientalisti in serie. E dopo le smentite arrivate dalla scienza a una teoria fino a ieri data per infallibile (quella dell’origine umana del riscaldamento del pianeta), si inventano nuove acrobazie retoriche per riprendere la battaglia. Esempio: l’Economist di questa settimana ammette che ci sono state esagerazioni, ma sostiene che bisogna agire contro i cambiamenti climatici non perché la scienza sull’argomento sia certa, ma proprio perché non lo è affatto.
«Il Foglio» del 22 marzo 2010

07 marzo 2010

Repubblica come Pol Pot: il terremoto è colpa dell'uomo

di Maurizio Stefanini
Anche i terremoti sono colpa del riscaldamento globale? La peregrina idea sembra suggerita da un titolo su Repubblica: “Terremoti catastrofici e tsunami. Perché la natura pare impazzita”. In effetti dopo aver segnalato con allarme “la sequenza in crescendo dei terremoti da Haiti (12 gennaio) al Cile (27 febbraio) passando per il Giappone (26 febbraio)”, dopo aver citato statistiche secondo cui “i terremoti oggi sono più letali che in passato”, l’articolo non arriva a affermare una cosa del genere. Dice però “la colpa dell'aumento delle vittime dei sismi non è necessariamente della Terra, che continua a tremare quanto e come ha sempre fatto nella sua storia. Sono l'aumento degli uomini sul pianeta e la loro concentrazione in megalopoli che hanno alzato la posta in gioco. A uccidere infatti non sono mai i terremoti, neanche i più violenti. Sono gli edifici”.
Torniamo allora a tre secoli fa, e a un mondo in cui la gran parte della popolazione viveva ancora in campagna. Il primo novembre 1755 ci fu infatti con epicentro a Lisbona quel famoso grande terremoto che fece tremare tutta l’Europa e il Nord Africa, toccando perfino le Antille e Barbados, e facendo 100.000 morti. Theodor Adorno, ha paragonato l’impatto culturale di quella catastrofe sull’uomo del '700 all’impatto cultuale della Shoà sull’uomo del '900: “E' bastato il terremoto di Lisbona per guarire Voltaire dalla teodicea di Leibniz”. Ancora nel 1747 il grande illuminista aveva scritto quel romanzo “Zadig”, in cui aveva cercato di dimostrare il come ogni apparente male faccia in realtà parte del grande piano provvidenziale di Dio. Ma sotto l’impressione della tragedia copose un “Poema sul Terremoto di Lisbona” grondante pessimismo. “Direte, vedendo questi mucchi di vittime:/ fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?/ Quali peccati ? Qual colpa han commesso questi infanti/ schiacciati e insanguinati sul materno seno?/ La Lisbona che fu conobbe maggior vizi/ di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri?/ Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”. E no!, rispose il proto-ecologista e proto-comunista Jean-Jacques Rousseau nella “Lettera a Voltaire sul disastro di Lisbona”, “restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto”.
Ecco qua, esattamente la stessa cosa che dice ora Repubblica. Infatti il marxista-leninista-maoista-rousseauiano Pol Pot quando si trovò di fronte la megalopoli Phnom Penh la smantellò subito con la forza, rimandando gli abitanti nelle campagne a bastonate. Genocida, o anti-sismico in stile Rousseau-Repubblica estremamente conseguente?
«Il Foglio» del 7 marzo 2010

Noi, «audaci» domatori di fiamme

Dalle comunità primitive ai più raffinati intellettuali: il fascino di un elemento che ha sedotto l'umanità
di Giulio Giorello
Imprigionando le faville abbiamo inventato l'economia e l'alta cucina
«S'i' fosse foco, arderei 'l mondo»: diceva il senese Cecco Angiolieri, esule, criminale e ribelle. Defunto nel 1312 (o al principio del 1313), aveva lasciato 150 sonetti e cinque figli, i quali rinunziarono all'eredità paterna che consisteva soprattutto di debiti. Il fuoco, per il poeta, era sinonimo di un' apocalisse casalinga, un ardore che avrebbe dovuto spazzare via anzitutto i nemici personali (ne aveva molti), e solo dopo l'intera umanità, fatta eccezione per le belle donne, che il nostro eroe non disdegnava. Ma il fuoco, come la verità, ha più di una faccia. Si racconta che alcuni ospiti si fossero avvicinati al sapiente Eraclito (VI-V secolo a.C.), chiuso nella sua dimora a riscaldarsi accanto alla stufa. Lui «li invitò a entrare senza timore», poiché - disse - «anche là vi erano gli dei». In pieno Seicento, Cartesio ricorderà che l'ispirazione geometrica si ravvivava per lui quando stava accanto al caminetto, in tempo di guerra, magari con il gatto accoccolato sulle ginocchia. E infine, tra le fiamme può comparire la divinità: per Mosè Dio si manifesta nel roveto ardente, e per i Greci Dioniso fanciullo muore dilaniato dai Titani per essere riportato a nuova vita da Zeus, mentre dal fumo delle sue carni, cucinate da quegli odiosi giganti, sarebbero nati i mortali. E Dioniso è il «portatore di fiaccola», celebrato nelle piazze delle città della Grecia. Le sue sacerdotesse - le Baccanti - sono capaci di attizzare un fuoco che sormonta la loro testa: come ci racconta Euripide, è una sfida all' autorità costituita, al tempo stesso sovversione delle consuetudini della società civile ed espressione di una follia che è distruzione ma anche creazione. E se Ebrei e Greci celebravano la vita del fuoco, noi potremmo essere tentati, come ha fatto il chimico e biologo Erwin Chargaff, di tradurre la parola fuoco con energia e ritrovare il segno di Eraclito nei «mille soli» delle esplosioni nucleari... Potremmo essere noi esseri umani a innescare la Fine del Mondo! Come ha avuto modo di osservare (1756) Immanuel Kant: «Dal Prometeo dei tempi moderni, il signor Franklin, che vorrebbe combattere il fulmine, fino a colui che vuole spegnere il fuoco nella fucina di un vulcano, simili sforzi sono tutte prove dell' audacia dell' uomo». Il pensatore tedesco, sconvolto dal disastro di Lisbona (1755), metteva in guardia contro gli eccessi dell'orgoglio tecnologico, che rischia poi di dimostrarsi impotente di fronte alla vendetta della natura. Resta però il fatto che tra tutti gli animali solo l'Homo sapiens sembra capace di «quell'audacia» che fa del fuoco uno strumento di civilizzazione. Le altre fiere talvolta si riscaldano nei pressi della fiamma, ma non la racchiudono in stufe, non mangiano cibi cotti, non costruiscono altiforni o centrali elettriche, e nemmeno... un parafulmine! È l'aver addomesticato anche il fuoco (e non solo il gatto, il cane o il bue) che ha segnato l'inizio della nostra economia. Guardiamo con rispetto alle caverne, in cui i cosiddetti primitivi (in realtà i nostri antenati) non solo cercavano riparo, ma facevano già... dell'alta cucina, in un processo di nutrizione che era anche di socializzazione. Il fuoco, dunque, porta in sé i germi della contraddittorietà, celati nelle applicazioni tecniche: la ceramica e l'arte dei metalli, le tecnologie di riscaldamento e d'illuminazione, la produzione del vetro e l'impiego del fuoco come arma di guerra, per non dire della pirotecnia (cioè i fuochi d'artificio, che ci vengono dalla Cina) sono tappe di un millenario cammino, che ha cambiato non solo le nostre modalità di esistenza ma anche le categorie con cui interpretiamo natura e cultura. Non dimentichiamo la «fiamma del peccato»: non tanto quello di lussuria, magari reinventato da Hollywood, bensì quello di superbia, che consiste nello sfruttamento sempre più intensivo delle risorse della Terra. Non è che stiamo davvero «bruciando» il nostro Globo come tanti piccoli Cecco Angiolieri? La risposta a questa crisi del fuoco è il fuoco stesso: fuor di metafora, ai mali della civiltà si risponde non con meno, ma con più scienza. La quale è come la fiamma che affascinava Eraclito: «si riposa muovendo».
«Corriere della Sera» del 6 marzo 2010

28 febbraio 2010

Miserie della scienza

La prima vittima del profetismo climatico è il principio di verità. Lo dice anche il prof. Cicerone
di Piero Vietti
Commentando l’ultimo sondaggio che in America dà sempre meno persone preoccupate per il riscaldamento globale causato dall’uomo, Ralph Cicerone, presidente dell’Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti, ha lamentato come la sempre più scarsa fiducia della gente nella climatologia si stia trasformando in sfiducia nella scienza in generale. Quando a novembre scoppiò il Climategate (la pubblicazione su Internet di e-mail in cui alcuni studiosi del clima si accordavano per truccare i dati delle temperature), ci fu chi scrisse che da quella storia non sarebbero usciti sconfitti né gli scettici né i catastrofisti, ma appunto la scienza tout court. Così è stato, complici anche alcune recenti gaffe quale l’errata previsione dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya fatta dagli scienziati dell’Onu (l’Ipcc).
Lunedì scorso il Financial Times riportava le dichiarazioni di Cicerone a pagina due, e domenica il Corriere della Sera metteva in prima un editoriale di Giulio Giorello che spiegava come gli allarmi “mandano in crisi la fiducia della gente” e che il clima è un sistema troppo complesso per vendere come certezze le previsioni fatte al computer: meno di un anno fa invece si leggeva che il discorso sul clima era chiuso e che gli scienziati erano concordi sul fatto che l’uomo provocasse il riscaldamento globale. “Che non ci fossero certezze lo sapevamo da tempo – dice al Foglio Luigi Mariani, professore di Agrometeorologia all’Università di Milano – Quelle scientifiche sono verità provvisorie, troppo spesso ce lo dimentichiamo: la scienza dovrebbe essere confronto continuo con la realtà. Per questo diffido sia di chi mi dice che tra cento anni farà caldissimo sia di chi mi assicura che tra trenta comincerà l’era glaciale”.
Punita per la sua hybris, la climatologia moderna come una Cassandra all’incontrario fa i conti con previsioni che non si avverano e temperature che non aumentano da un decennio. I dogmi scientifici resi celluloide da Al Gore non hanno retto: il Polo Nord è ancora lì, l’Antartide cresce, in buona parte del mondo fa molto freddo. Assuefatta agli allarmi, l’opinione pubblica si è destata dal torpore mediatico tutto d’un colpo e la politica ha abbandonato il carro del global warming. Giovedì scorso si è dimesso Yvo De Boer, eminenza grigia dell’Onu per le questioni climatiche e padrone di casa durante il fallimento della conferenza di Copenaghen; il direttore dell’Ipcc è a rischio dimissioni e molti chiedono di ristrutturare questo organismo: “Forse bisognerebbe abolirlo – dice Guido Guidi, meteorologo e autore del blog Climate Monitor – non servono organismi burocratici e politici che raccolgano e guidino gli scienziati”. Basterebbe che la scienza ricominciasse a fare la scienza per tornare a essere credibile.
«Il Foglio» del 27 febbraio 2010

03 dicembre 2009

Tutto quello che diranno a Copenaghen è stato già detto

Clima top secret
di Piero Vietti
Un rapporto inedito della Cia negli anni 70 diceva che il mondo stava per congelare
Secondo uno studio dell’Università del Wisconsin il clima della Terra sta tornando a quello dell’era neoboreale, un periodo di siccità, fame e scontri politici nel mondo. Il cambiamento climatico è iniziato nel ’60, ma in pochi se ne sono accorti. I monsoni africani hanno smesso di soffiare nel ’68, e porteranno i paesi in via di sviluppo alla rovina politica ed economica. Il clima è ora un fattore critico. Il periodo di clima neoboreale è giunto.
Questa, in sintesi, l’introduzione di un rapporto della Cia del 1974 sui cambiamenti climatici. Un rapporto di cui sul Web circolava il solo titolo, non il suo contenuto. Maurizio Morabito, un ingegnere italiano che vive a Londra e gestisce due blog sul clima (uno in inglese, Omniclimate, e uno in italiano, iltafanoclimatico) lo ha trovato alla British library in formato microfilm: “In un articolo del Washington Post dell’ottobre 1976 si parlava di questo rapporto della Cia, all’epoca segreto, e in diversi articoli di quegli anni, da Newsweek al New York Times, si faceva riferimento a tematiche simili”. Effettivamente quel rapporto esiste, e Morabito lo ha trovato.
Scorrendo le pagine di “A study of climatological Research as it pertains to intelligence problems” (questo il titolo del documento) ci si imbatte in previsioni e terminologie molto attuali, specialmente in questi giorni, ma trattate dalla parte opposta: guerre, carestie e cambiamenti climatici sconvolgeranno il mondo perché si è entrati in un’epoca di raffreddamento globale. Proprio così: secondo i climatologi più affermati all’epoca (c’è anche il direttore del Cru dell’Università dell’East Anglia, quella a cui pochi giorni fa sono state “rubate” le e-mail che documenterebbero i trucchi dei climatologi per “addomesticare” le temperature) parlano con sicurezza di “trend di global cooling”. Sembra di leggere un rapporto dell’Onu e della Fao di questi giorni: gli “impatti economici e politici di un cambiamento climatico significativo vanno oltre ogni immaginazione – scriveva la Cia – Ogni nazione che abbia conoscenza delle scienze atmosferiche deve contrastare questo cambiamento”. Ma soprattutto si parla della “possibilità di un conflitto internazionale” dovuto ai cambiamenti del clima entro gli anni 70.
All’inizio degli anni 70 – continua il documento – si sono registrati l’aumento dei ghiacci e quello delle precipitazioni nevose fino al 15 per cento, in Canada e Groenlandia si sono susseguiti 19 mesi di temperature sotto la media e ogni nazione è stata attraversata da problemi di questo tipo. Come oggi si sente dire da esperti e storici che le grandi civiltà furono cancellate da periodi di caldo globale, gli esperti e gli storici dei primi anni 70 spiegavano che le cadute di “numerose e potenti civiltà del passato” sono avvenute in concomitanza con “global cool periods”, periodi di raffreddamento globale. Le previsioni degli esperti – riporta il rapporto della Cia – assicurano che il Canada, la parte europea dell’Unione sovietica e il nord della Cina “saranno coperti di neve e ghiaccio”.
Gli studi che in questi giorni affollano le pagine dei giornali prevedono scenari apocalittici dovuti all’aumento della temperatura di due o tre gradi. Trentacinque anni fa gli studiosi prevedevano che con il semplice abbassamento delle temperature medie di un grado ci sarebbero state praticamente le stesse conseguenze. “Nelle successive decadi la scienza del clima ha fatto progressi – dice al Foglio Guido Guidi, climatologo e animatore del blog scientifico Climate Monitor – le paure e le fobie legate ai cambiamenti del clima evidentemente no”. Le stesse parole, le stesse conseguenze, lo stesso consenso.
Nel documento si parla apertamente di “consenso” degli scienziati del clima: vengono citate le principali scuole di pensiero al riguardo e le conferenze sul clima da cui emergeva che gli esperti concordassero sul raffreddamento in atto: “Il mondo sta tornando al regime climatico che si ebbe tra il 1600 e il 1850 – si legge – chiamato la ‘piccola era glaciale’”. Paradossalmente, il consenso di allora era più credibile di quello attuale: all’epoca non esisteva un Ipcc (il panel intergovernativo creato dalle Nazioni Unite per studiare l’impatto dell’uomo sul clima), per cui il consenso si creava confrontando studi che arrivavano da tutto il mondo senza un ente centrale di controllo (e di censura). I sostenitori del riscaldamento globale causato dall’uomo hanno sempre negato che anni fa ci fosse un consenso tra scienziati sul raffreddamento globale. Questo rapporto della Cia dice il contrario e mostra come lo spauracchio dell’emergenza venga agitato con qualsiasi trend climatico. Gli scienziati che oggi non credono a un pianeta destinato ad arrostire per colpa nostra forse non hanno tutti i torti a dire di pensarci due volte prima di prendere decisioni basate su “certezze” che la storia del clima già ha smontato.
«Il Foglio» del 3 dicembre 2009