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11 luglio 2025

I giudici, la premeditazione di Impagnatiello e la crudeltà di Turetta: perché le sentenze a volte non rispecchiano l’opinione pubblica (ed è giusto così)

Gli assassini di Giulia Tramontano e Giulia Cecchettin sono stati entrambi condannati all’ergastolo: se nel verdetto vengono escluse alcune aggravanti è per precise ragioni giuridiche, non certo per ridurre il «peso» del delitto (e della pena). C’è chi vuole ridurre i tribunali a «jukebox» della volontà popolare
di Luigi Ferrarella
Scandalo se la sentenza non è di condanna, e se è di condanna allora scandalo se non è al massimo della pena, e se è al massimo della pena allora scandalo lo stesso se non ha pure il timbro di una circostanza di particolare stigma: le polemiche si alzano una volta perché in uno dei verdetti sull’uccisione di Carol Maltesi non viene riconosciuta l’aggravante dei motivi futili e abietti, un’altra volta perché la condanna dell’assassino di Giulia Cecchettin non ravvisa l’aggravante della crudeltà a dispetto delle decine di coltellate, e adesso perché l’ergastolo inflitto all’assassino di Giulia Tramontano non comprende anche l’aggravante della premeditazione.
In parte è sicuramente segno che lo strabordare delle cronache nere e giudiziarie su tutti i media non riesce evidentemente a trasformare la mole di informazioni in conoscenza reale per le persone: ancora in difficoltà a familiarizzare con l’idea che le parole del linguaggio quotidiano abbiano un senso diverso nel linguaggio del diritto; e refrattarie all’idea che i giudici nelle motivazioni debbano badare a che in Cassazione, alla fine di tutto, una sentenza non venga annullata e retroceda in appello-bis (con perdita di ulteriore tempo e riapertura delle ferite di tutte le persone coinvolte) magari solo proprio per una circostanza collaterale al reato giudicato già severamente. E di circostanze, nel mondo del diritto, ce ne sono a bizzeffe: attenuanti, aggravanti, generiche, a efficacia comune, a efficacia speciale, antecedenti, susseguenti, equivalenti.
Certo, toccherebbe in prima battuta proprio all’informazione aiutare le persone a comprendere ad esempio che la circostanza della crudeltà non attiene alle modalità tremende di un delitto, ma alla inflizione di un «di più» di sofferenze fisiche o psichiche non necessarie e sproporzionate al causare la morte, accompagnate dal compiacimento verso il dolore altrui. O che la preordinazione del delitto - intesa come ciò che attiene alla realizzazione del delitto, e alla predisposizione dei mezzi minimi necessari all’esecuzione nella fase a quest’ultima immediatamente precedente - non è sufficiente a integrare l’aggravante della premeditazione, che postula invece il radicamento e la persistenza costante, per un apprezzabile lasso di tempo, del proposito omicida nella psiche del reo, secondo indici tutti ricavabili o meno anche qui soltanto dall’esame specifico del caso concreto al vaglio dei giudici.
E qui, però, sta forse anche il nocciolo del perché queste polemiche, del tutto comprensibili se provenienti dalle persone che si sono viste portare via una persona cara, trovino terreno fertile in chi (anche nella politica) le rilancia e cavalca per motivi ben più prosaici. Al fondo vi si scorge infatti la tendenza a voler far decidere il processo al televoto di cittadini illusi di sapere ciò che il processo ha ricostruito, e dei parenti delle vittime, tanto più strumentalizzati nel loro dolore quanto meno aiutati a comprendere il significato di una sentenza. Tendenza che - proprio come in quella fetta di legislazione che procede a colpi di sempre maggiori dosi di automatismi e più stringenti presunzioni legali, incurante delle bocciature della Corte Costituzionale - punta a ridurre i margini di apprezzamento dei giudici.
In uno schema che dunque vede le toghe (e i giudici più dei pm) sotto pressione sia dal basso (dell’opinione pubblica) che dall’alto (del legislatore), avanza - e si fa oscenamente scudo delle vittime - il progetto di ridurre il giudice a jukebox di una spiccia istruttoria (presunta) popolare, alle cui rime obbligate le Corti debbano conformarsi in una sorta di obbligazione di risultato: pena apparire magistrati insensibili al grido di sicurezza dei cittadini, schierati dalla parte dei banditi, nemici del popolo in quanto nemici degli autoproclamati paladini della sicurezza del popolo. Dunque tollerati solo alla stregua di gestori di magazzino chiamati a consegnare una merce prefissata, e altrimenti «licenziabili», in questo caso non da un contratto collettivo ma dalla collettiva legittimazione popolare del loro pronunciare sentenze.
«Corriere della sera» del 26 giugno 2025

31 ottobre 2020

"Clarisse"

di Alesandro D'Avenia
«Incredibile, la capacità d’identificazione di quella ragazza! Era come l’appassionata spettatrice d’uno spettacolo di burattini, che prevede ogni batter di palpebre, ogni gesto della mano, ogni movimento d’un dito un istante prima che lo spettacolo cominci». Sono le parole con cui Guy Montag, il protagonista di Fahrenheit 451, descrive Clarisse, la diciassettenne che lo guarisce dalla sua cecità: egli vive in un mondo in cui gli uomini si credono liberi ma sono diventati dei burattini. Montag lavora infatti in un corpo di pompieri che non devono spegnere incendi ma dar fuoco a degli oggetti considerati pericolosissimi, perché costringono le persone a ricordare chi sono e per quale ragione respirano: i libri (il titolo del romanzo viene dalla temperatura necessaria a far bruciare la carta).
Il brano su Clarisse che ho riportato è stato scelto da una mia studentessa alle prese con un tema incentrato sul passo che li aveva più colpiti. Durante l’estate infatti, ho fatto leggere agli studenti di prima superiore tre libri incentrati su un pericolo che li minaccia oggi più che mai: la privazione progressiva e inconsapevole della libertà, che scorgo nella loro crescente difficoltà a prendere decisioni, anche le più piccole, lasciando la scelta agli altri o al caso.
I libri sono Open, Fahrenheit 451 e La fattoria degli animali. Volevo che i miei ragazzi vivessero l’esperienza di perdere la libertà in tre ambiti vitali (famiglia, cultura e politica), e scoprissero che può accadere inconsapevolmente, come ai protagonisti di queste storie, scivolati nella schiavitù senza rendersene conto. Come? Hanno rinunciato alla verità. Per vivere bisogna fare scelte e le scelte dipendono sempre dalle convinzioni che ci muovono, e quando non ne abbiamo perché abbiamo rinunciato a decidere per chi e cosa viviamo, finiamo con l’assorbire le «opinioni dominanti». Chi sceglie le «verità di maggioranza» spesso sceglie il potere non la verità, perché ci tranquillizza essere parte di qualcosa di più grande, avere una parte nel grande spettacolo. Montag, per esempio, non ha mai messo in discussione il suo lavoro e il mo(n)do in cui vive, né l’avrebbe fatto senza Clarisse.
La mia studentessa dice di avere scelto il passo su di lei perché, come accade a Montag, sta perdendo «l’attenzione». Il pompiere poche righe prima ha paragonato Clarisse a uno specchio che gli permette di vedere la verità su se stesso, la ragazza ha infatti un nome parlante (da clarus): chiaro, trasparente, puro. Grazie a lei l’uomo scopre perché è infelice e comincia a lottare... e una quattordicenne di oggi ha nostalgia di questa «chiarezza» e dice che l’ha persa a causa della «disattenzione». I nostri occhi sono ben aperti ma dedicati a chi li sa sedurre, anziché alla realtà. La rete si è accaparrata in modo «spettacolare» la nostra attenzione, che serve a profilare i nostri comportamenti e a orientarli, per venderci prodotti e convinzioni (se qualcosa è gratis il prodotto sei tu, come mostra il documentario The social dilemma). L’algoritmo che governa Google o i social costruisce attorno a noi uno spettacolo che scambiamo per il mondo (una ricerca dà risultati diversi per ciascuno): il tribalismo è la paradossale conseguenza del villaggio globale.
Abbiamo scelto, senza rendercene conto, di regalare la nostra attenzione a chi sa come usarla e manipolarla. Questo colpisce soprattutto la generazione che ha un cellulare in mano sin dall’infanzia: vi siete mai chiesti perché 13 anni sia la soglia per aprire un profilo Instagram? Perché ogni sito che aprite vi chiede di «accettare» i cookies? Perché Steve Jobs impediva l’uso degli oggetti che creava ai suoi figli? Adesso le conseguenze cominciano a essere evidenti e rilevanti a livello psicologico e sociale: gli adolescenti sono sempre meno inclini a rischiare, scoprire, fare scelte, mettersi in gioco, relazionarsi perché sono ipnotizzati da uno spettacolo che li riempie e dà dipendenza. L’espropriazione dell’attenzione (dal latino tendere a) non permette di incontrare la realtà, che è necessaria per scoprire chi siamo, i nostri limiti e la nostra grandezza. Senza attenzione, che è la «presenza del presente», il nostro io si disincarna, non sa più agire e comincia ad avere paura del mondo. Ritrovare l’attenzione è necessario per ritrovare se stessi e ribellarsi alla dolce schiavitù che ci consegna al vuoto spettacolare del consumismo. Clarisse è il nome dei nostri incontri con la realtà: un libro, un giorno senza cellulare, una passeggiata in cui scoprire che alberi e nuvole esistono ancora, una chiacchierata a cuore aperto con un amico... e tutte quelle cose che rafforzano la nostra resistenza interiore a ogni forma di dominio. Il segreto di Clarisse è la famiglia: non hanno televisori, parlano tra loro, sono liberi da ogni manipolazione. Per sapere che fine fa leggete il libro.
«Corriere della sera» del 28 settembre 2020

24 ottobre 2019

L’unica legge diventa quello del più forte

di Pierluigi Battista
Se il giudice avesse detto: non costituisce diffamazione dare su Twitter del «pallone gonfiato», per di più «irrispettoso della vita delle persone e degli animali» e persino dell’«idiota» a due personaggi pubblici come Fedez e Chiara Ferragni, allora non ci sarebbe notizia. Invece ha aggiunto che nel caos della Rete ogni giudizio o pregiudizio è equiparato a una miriade di giudizi e pregiudizi che, postati e frullati in un affastellamento di messaggi senza autorevolezza e senza rigore, non sono sottoposti allo stesso regime di rigore che si pretende siano applicati in strumenti comunicativi meno confusionari, a cominciare dai giornali. Il che da una parte è vero, perché i social network nel loro insieme formano un’insalata indigeribile di ingredienti improbabili in cui ciascuno si sente il diritto di sparare sentenze a vanvera. Dall’altro è pericoloso dedurne che un territorio senza rigore e coerenza possa proprio per questo diventare anche senza legge. Al di là dei singoli casi, in cui può esserci o meno diffamazione e questo lo può legittimamente decidere un giudice, il rischio è la motivazione che nella Rete non ci sia nulla da fare e perciò da sanzionare. Il rischio che senza il rispetto di una qualsiasi norma, chiunque può dire qualunque cosa godendo di un diritto di immunità che non esiste in un altro settore della comunicazione. Un territorio in cui l’unica legge diventa la legge del più forte, di chi urla di più, di chi ha più seguaci che fanno coro attorno a un’affermazione che non può essere più giudicata con gli strumenti del diritto, che saranno pure inadeguati e obsoleti ma almeno possono porre un freno all’arbitrio più sregolato. E dato che l’invasività della Rete è destinata a intensificarsi, regalare l’impressione dell’assoluta sregolatezza potrò diventare persino un incentivo. Tanto, a quali conseguenze si può andare incontro?
«Corriere della sera» del 23 ottobre 2019

Fedez-Martani e l'eterna lotta della diffamazione sui social network

La procura di Roma chiede l'archiviazione per la querela sporta dal rapper verso l'ex concorrente del GF per un tweet sul party al supermercato. Oltre il caso, sono le motivazioni a dare da riflettere
di Simone Cosimi
Ci risiamo. Insulti e offese sui social network sono più o meno gravi di quelli espressi di persona o in cerchie sociali ristrette? Per molti la sterminata platea digitale (effettiva o potenziale) è un’aggravante dell’eventuale diffamazione o delle ingiurie, che sono state depenalizzate dal 2016. Per altri, a quanto pare, è la credibilità di quegli ambienti a dover essere considerata per prima, al di là del seguito dei protagonisti. Lo sostiene la procura di Roma che ha chiesto l’archiviazione di una querela che il rapper Fedez aveva sporto contro Daniela Martani, ex concorrente del Grande Fratello 2009.
In occasione della festa a sorpresa in un supermercato di Milano organizzata dalla moglie Chiara Ferragni, debitamente documentata sui social dai protagonisti e dagli invitati con pesanti strascichi polemici per l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei prodotti, molti dei quali andati sprecati, Martani scrisse un anno fa su Twitter il seguente post: “Io ve lo dico da anni che sono due idioti palloni gonfiati irrispettosi della vita delle persone e degli animali. Per far parlare di loro non sanno più cosa inventarsi. Fare una festa a casa era troppo normale altrimenti chi glieli mette i like”. Fedez, all’anagrafe Federico Leonardo Lucia, presentò querela. Oggi, appunto, la richiesta di archiviazione. Che comunque è solo una richiesta: i legali del cantante si sono opposti in virtù del fatto che “la diffusione di un messaggio diffamatorio” su Facebook, Twitter o Instagram, proprio perché può raggiungere un numero enorme di utenti, “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata”.
L’ex assistente di volo di Alitalia è tornata sul punto questa mattina, sempre via Twitter: “Gli sono arrivato (sic) milioni di insulti, invece di spargersi cenere sul capo per quello che fecero nel supermercato tirandosi addosso frutta e verdura, #Fedez e #ChiaraFerragni mi avevano denunciata. Beh gli è andata male. Il PM ha chiesto l’archiviazione”. Dal punto di vista del gesto, e in fondo anche della presunta diffamazione, si è in fondo visto e letto di peggio: il grottesco party al supermarket fu in effetti uno dei momenti di massimo scollamento dei re Mida del Like dalla realtà di milioni di persone (ma si scusarono) e l’osservazione di Martani, per quello che siamo abituati a ingoiare sulle piattaforme, perfino moderata.
Tuttavia il punto è un altro, e chiaramente si lancia oltre questa storia. Che forse potrà segnare un precedente interessante e anche se si tratta solo di una richiesta di archiviazione segnala evidentemente un certo orientamento dei giudici inquirenti. L’idea, cioè, che le piattaforme social, in virtù di una “scarsa considerazione e credibilità” non siano “idonee a ledere la reputazione altrui”. Una tesi piuttosto complessa da sostenere, in una società che vive sempre di più il confronto con la realtà digitale che si sovrappone a quella fisica e delle conseguenze, spesso drammatiche, della prima sulla seconda.
I pubblici ministeri, per giunta in presenza di due star dei social, sostengono dunque che una certa sfera di confronto, in questo caso quella delle piattaforme sociali, non valga granché. E che quindi in fondo la gravità di quanto vi accade, possibili diffamazioni incluse o fatti di altro genere, sia da considerarsi inferiore rispetto a come sarebbe valutata se fosse successo altrove. Lo decidono loro, o meglio questa la loro proposta per l’archiviazione. Così, almeno, pare di capire dalle cronache.
Secondo i legali di Fedez – contro cui Martani, animalista convinta, si è scagliata per esempio quando il rapper e la moglie hanno indossato pellicce naturali – la questione è del tutto opposta: proprio perché un numero enorme di persone li frequenta l’offesa è molto grave. Altrimenti si corre il rischio di trasformarli “in una vera e propria zona franca in cui tutto e concesso”. Il quadro è mutato, dalle mobilitazioni dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini contro gli hater fino a iniziative come la campagna #odiareticosta, la consapevolezza di come quel che si scrive e si fa online non possa essere giudicato in modo differente rispetto alla sfera offline è senz’altro aumentata. E se il caso specifico è ricco di sfumature sulle quali ovviamente non sta a noi entrare, certo la valutazione di fondo della richiesta di archiviazione rischierebbe di dilapidare quei pochi passi avanti che siamo riusciti a fare i termini di cittadinanza digitale.
La procura scrive infatti al gip che “sui social accade che un numero illimitato di persone, appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali, avverta la necessità immediata di sfogare la propria rabbia e frustrazione, scrivendo fuori da qualsiasi controllo qualunque cosa, anche con termini scurrili e denigratori che in astratto possono integrare il reato di diffamazione, ma che in concreto sono privi di offensività”. A parte che è una rappresentazione parziale di quegli ecosistemi, inquadrati come dei porcili senza senso dei quali lo Stato di diritto può eventualmente fregarsene. Ma chi decide in che misura quelle frasi rimangano davvero in astratto e se davvero possano considerarsi prive di offensività, quando lette, rilanciate e spesso sfruttate per costruire ulteriori attacchi da centinaia se non migliaia di utenti?

16 settembre 2016

I «social», palazzo di vetro senza pietà

La tragedia di Tiziana, suicida per un video
di Chiara Giaccardi
Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole.
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale.
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, il broadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione social è un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra.
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti.
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.
«Avvenire» del 16 settembre 2016

22 giugno 2016

Privacy, il Garante: "No a oblio web per le pagine drammatiche della Storia"

Soro: "Per reati gravi prevale l'interesse pubblico all'accesso alle notizie"
s. i. a.
La storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy Antonello Soro nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
L'interessato, che ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google - spiega il Garante - chiedendo la rimozione di alcuni indirizzi e suggerimenti di ricerca. Google non ha accolto la richiesta e così l'ex terrorista si è rivolto al Garante, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti del passato e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita causa gravi danni personali e professionali. L'Autorità ha dichiarato infondato il ricorso, perché le informazioni fanno riferimento a "reati particolarmente gravi", che hanno "valenza storica" e per cui è "prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie".
L'Autorità - spiega la Newsletter del Garante - ha rilevato che le informazioni di cui l'ex terrorista chiedeva la deindicizzazione "fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso". Secondo il Garante, poi, "le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva" e "riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista".
Inoltre, "nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante, ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità - conclude la Newsletter - ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un 'url' di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento".
«la Repubblica» del 21 giugno 2016

06 giugno 2016

Facebook annuncia DeepText: "La nostra intelligenza artificiale capirà tutto ciò che scrivi"

Il sistema trae la sua forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico che mima il comportamento dei nostri neuroni, ed è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate centinaia di post al secondo in più di venti differenti linguaggi con un'accuratezza "quasi umana"
di Rosita Rijtano
Capirà tutto ciò che scriviamo con un'accuratezza "quasi umana". È l'intelligenza artificiale di Facebook, che adesso ha a disposizione un nuovo strumento, appena annunciato in un post sul blog ufficiale della compagnia e firmato da tre dipendenti: Aparna Lakshmiratan, Ahmad Abdulkader e Joy Zhang. Chiamato DeepText, stando a quanto dicono i suoi creatori, è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate migliaia di post al secondo, in più di venti linguaggi differenti. Ma farà sempre meglio, giorno dopo giorno. Un sistema che trae la propria forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico, sviluppata a partire dagli anni Ottanta, che simula il comportamento dei neuroni umani. E si affina con l'esperienza.
Una scelta quasi obbligata. Perché, come spiegano dal team, la lettura di un testo richiede molteplici abilità: la capacità di fare classificazioni generali che sono necessarie per stabilire quello di cui si parla; il riconoscimento dei soggetti, ad esempio i nomi dei giocatori, e di altre informazioni utili. Così l'obiettivo da raggiungere è insegnare ai computer a comprendere slang e doppi sensi di cui ci serviamo nei discorsi quotidiani. A capire se quando si digita "Mi piace BlackBerry", che in italiano vuol dire mora, si intende la marca dello smartphone oppure il frutto. In altri termini, ad avere piena padronanza del linguaggio naturale. O quasi. Un obiettivo verso cui si stanno indirizzando gli sforzi di molti big del mondo della tecnologia. In casa Facebook sono convinti: solo attraverso questo tipo di tecnica, che utilizza i dati in maniera efficiente, ci si può avvicinare alla meta. "È un passo in avanti verso la costruzione di macchine intelligenti in grado di comunicare con gli umani in modo smart", ha commentato in un'intervista alla rivista statunitense Slate Hussein Mehana, uno degli ingegneri a servizio di Mark Zuckerberg.
Nell'immediato futuro Menlo Park conta di sfruttare DeepText per classificare ogni contenuto fatto di parole che viene pubblicato sulla piattaforma: oggi si parla di due trilioni di post. Una conquista necessaria per profilarci ancora più nel dettaglio e offrirci suggerimenti rispondenti ai nostri interessi, sia per quel che concerne i contenuti da vedere sulla timeline sia per i servizi che il social network mette a disposizione al proprio interno. Al momento lo strumento viene testato in due modi. Primo: in Facebook Messenger permette all'intelligenza artificiale di capire, tra le altre cose, quando chattando con un amico abbiamo bisogno di un passaggio e di darci immediatamente l'opportunità di chiamare un taxi. Secondo: di conoscere se stiamo cercando di vendere qualcosa. In questo caso vedremo subito comparire in bacheca la pubblicità dei servizi sviluppati da Mark Zuckerberg & Co. che aiutano a concludere l'affare nel recinto della rete blu. Senza bisogno di rivolgerci altrove. Ma, annota Quartz, il nuovo motore "intelligente" potrebbe essere usato anche per raffinare le ricerche dentro al social. Che in questo modo si configura ulteriormente come un ecosistema a sé stante, autarchico, in cui è possibile fare di tutto: da ordinare la pizza allo scambio di denaro, passando per le telefonate. In diretta concorrenza con Google.
Ultima, ma non per ordine d'importanza, è la possibilità di impiegarlo per filtrare lo spam o eliminare i commenti e i post offensivi. Del resto, non sarebbe una novità se si pensa alle tecniche di riconoscimento delle immagini ampiamente sfruttate. Proprio nei giorni scorsi il sito di tecnologia TechCrunch riportava che adesso i sistemi di intelligenza artificiale di Facebook segnalano molte più foto lesive, o considerate tali, degli umani. E a quanto pare tutto ciò presto potrebbe accadere per i testi e forse pure per le notizie, dietro la cui selezione fino ad ora c'è stato lo zampino della mano umana. Si prospetta uno scenario non privo di distopie, come dimostrano i casi di famose opere d'arte (L'origine del mondo di Gustave Courbet), foto di statue (la sirenetta di Copenaghen) e istantanee artistiche. Colpevoli di violare le regole del buon costume imposte dal network, censurate senza appello, semplicemente perché non capite.
«La repubblica» del 2 giugno 2016

02 gennaio 2016

Error 451, ecco il numero che ci segnalerà la censura online

L'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete (IETF) ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Il neo arrivato, omaggio allo scrittore Ray Bradbury, dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta è bloccata per "ragioni legali"
di Rosita Rijtano
451 sono i gradi Fahrenheit a cui brucia la carta, secondo l'immaginifica fantasia dello scrittore Ray Bradbury, che nel suo romanzo (dal quale François Truffaut trasse il film "Fahrenheit 451") tratteggia una società distopica dove è vietato leggere e avere dei libri. E 451 sarà anche il numero dell'errore che presto potremo vedere sugli schermi dei pc quando ci sarà negato l'accesso a una pagina web censurata. Perché l'Internet Engineering Task Force (IETF), cioè l'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete, ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Tradotto per i meno tecnologici: in pratica, si tratta di quei messaggi che servono per comunicarci le informazioni riguardanti il trasferimento dei dati tra il nostro computer personale e il server web che ospita il sito su cui vogliamo navigare. E che per convenzione vengono condivisi dalla comunità hi-tech. Quelli con un numero compreso tra il 400 e il 599 segnalano: attenzione, qualcosa non funziona.
Si va dal famoso e fin troppo comune 404, seguito dal perentorio "not found" che sta a indicare una risorsa non disponibile, all'autorizzazione negata del 401, passando per il 500, errore interno del server, e il 504: il gateway timeout, che generalmente si verifica a causa di una grande mole di lavoro. L'elenco dei "crac" è lungo. E si è appena arricchito grazie all'aggiunta di un nuovo elemento. L'errore 451, appunto. Il neo arrivato dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta viene bloccata per via di "ragioni legali", come la censura governativa. E configurarsi, quindi, al pari di un'etichetta ad hoc per denunciare il sempre più pervasivo controllo statale sul web. Uno strumento tutt'altro che inutile. La cui gestazione, però, ha avuto tempi lunghi. Infatti, la sua introduzione è stata proposta per la prima volta già nel lontano 2013, proprio per omaggiare lo scrittore dell'Illinois morto quell'anno. Autore dell'input? Tim Bray, un ingegnere di Google, che aveva a sua volta ripreso un'osservazione di Terence Eden. I fatti: dopo il blocco per violazione di copyright di Pirate Bay da parte delle autorità britanniche, sugli schermi di chi abitava in Inghilterra e voleva visualizzare la pagina compariva il messaggio "403" che significa "il server ha capito la richiesta, ma si rifiuta di soddisfarla". Tuttavia, notava Eden, non era il sito di file sharing a impedire l'accesso agli internauti inglesi. Bensì il governo del Regno Unito. Da qui l'invocata necessità di una maggiore accuratezza."Non potremo mai disfarci del tutto delle restrizioni legali sulla libertà di parola. D'altra parte, credo che quando tali divieti sono imposti, ciò deve avvenire in modo trasparente", spiegava Bray in un'intervista al Guardian.
Ma la sua idea non è stata accolta dal gruppo di tecnici e ricercatori dell'IETF. Fino ad oggi. Le ragioni del cambio di posizione le scrive Mark Nottingham, presidente dell'IETF HTTP Working Group: "Da quando il controllo su Internet è diventato più visibile e prevalente, ci è giunta voce che i responsabili dei siti avrebbero gradito l'opportunità di fare questa distinzione. Ancora più importante: i membri della comunità volevano avere la capacità di scoprire i casi di censura in modo automatico". Non si tratta di un'esigenza di poco conto se si pensa che, secondo il report stilato dall'organizzazione non governativa Freedom House, nel 2015 la libertà online è diminuita in tutto il mondo per il quinto anno consecutivo. Sui 65 governi presi in esame sono stati ben 42 quelli che hanno chiesto alle compagnie private o agli utenti internet di limitare, o cancellare, i contenuti sul web per ragioni politiche, religiose e sociali. Contro i 37 dell'anno precedente. Si è alzato anche il livello di sorveglianza e in molti hanno provato a limitare o proibire strumenti che proteggono la privacy, ad esempio la crittografia. Il declino maggiore? In Francia, dove dopo la strage di Charlie Hebdo è stata adottata una legge liberticida, paragonata al Patrioct Act statunitense post 11 settembre 2001. Così, commenta Stefano Zanero, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, l'approvazione del 451 a mo' di standard diventa "un modo elegante di protestare ed esprimere preoccupazione per questa deriva". Oltreché uno strumento di precisione.
Certo, come ci spiega Salvatore Previti (analista programmatore senior), "il fatto che un codice esista non significa che verrà usato. In teoria, potrei programmare il mio server web per ritornare qualsiasi codice io voglia. È solo una convenzione". Un esempio noto e divertente è l'Hyper Text Coffee Pot Control Protocol (HTCPCP): un protocollo di rete per il controllo, il monitoraggio e la diagnostica delle caffettiere, pubblicato per il pesce d'aprile del 1998. Con tanto di errore 418 (usato da Google per i suoi scherzetti) che avverte "il server" a cui vogliamo collegarci "è una teira e non è in grado di preparare il caffè". In questo caso la faccenda è più seria. "Sospetto che in alcune giurisdizioni, i governi disabiliteranno l'uso del 451 per nascondere ciò che stanno facendo. Non possiamo fermarlo", ammette lo stesso Nottingham. Ma non lascia spazio al cinismo: "Se lo fanno, mandano un forte segnale a te, in qualità di cittadino, su quale sia il loro intento. E penso valga la pena saperlo".
«La Repubblica» del 1 gennaio 2016

18 ottobre 2015

Se da queste foto cancelli lo smarpthone si vede la nostra solitudine

di Luca Mastrantonio
Cosa ci dice la fotografia dell’americano Eric Pickersgill che ritrae una coppia abbracciata ma con l’aria stranamente assente? Che si può stare insieme, intimamente, e restare soli. Alla saggista Sherry Turkle è servito un libro per dimostrare questa tesi (Insieme ma soli); a Pickersgill basta un clic per mostrarla in tutta la sua evidenza, come nella serie di foto Removed, in cui ha, appunto, rimosso gli smartphone da scene di vita quotidiana. Cade così la maschera sulla condizione esistenziale dell’uomo iper-connesso: la solitudine.

Gli sguardi fissi sugli schermi ci permettono di restare connessi a moltissime persone online, ma rischiano di farci perdere il contatto, visivo e non solo, con le persone attorno a noi, nei luoghi fisici, offline, che abitiamo. Situazioni comuni a tutti noi, vissute ogni giorno, in luoghi socializzanti. 
 
Come quel caffè dove Pickersgill (classe 1986, nato in Florida) vide una famiglia praticamente atomizzata dagli smartphone. Assurdo, pensò. Lì, racconta su www.removed.social, gli venne l’ispirazione per Removed. Foto in cui le persone osservano con grande concentrazione i propri palmi delle mani, quasi trattenessero l’ombra di qualcosa di importante, qualcosa che continuano a mettere a fuoco, ma non c’è (lo smartphone rimosso). Per ottenere questo effetto, allo stesso tempo naturalissimo e straniante, Pickersgill ha scattato le foto dopo aver tolto fisicamente i cellulari dalle mani dei proprietari, che restano con i palmi semichiusi, i pollici piegati; per renderne apprezzabile anche lo spazio mentale, psicologico, ha chiesto loro di mantenere intatta l’espressione del volto, oltre alla postura. Così l’assenza dello smartphone si acuisce, è visivamente tangibile e rende palese la sua tirannia nelle nostre vite.
Stiamo esagerando? Se ragioniamo per assurdo, no. Rimuovendo altri oggetti usati per compiere azioni comuni, il senso di questi gesti persiste: togliete le posate a un commensale, la chitarra a un chitarrista, l’auto a un automobilista; non sarà difficile capire che uno mangia, l’altro suona, l’altro guida. Se togliete invece lo smartphone a un utente, non si capisce cosa stia facendo; o, peggio, non si capisce perché sembri altrove rispetto a quello che fa. Senza gli smartphone, le persone appaiono occupate a leggere le linee della loro mano, come ipnotizzate dal niente. In un certo senso, queste foto sono i selfie della nostra solitudine.
«Corriere della sera» del 16 ottobre 2015

11 settembre 2015

Bugie e violenza sui social la colpa è un po’ di tutti noi

Impariamo a fare pulizia contro le notizie inventate per seminare odio
di Gigio Rancilio
Un tempo i giornali che facevano cattiva informazione venivano tenuti ai margini. Oggi sul web sembra quasi non ci sia più distinzione. Apparentemente vale tutto, valgono tutti. Il primo che arriva o che urla più forte «vince». Se poi diamo retta alla media dei commenti che circolano sui social network, non solo non si salva quasi nessuna testata giornalistica ma "la verità" sembra il più delle volte albergare solo e soltanto nel mondo digitale.
Non ci interessa però addentrarci in una sorta di sfida tra informazione tradizionale e digitale, ma provare – per una volta – ad affrontare il tema della qualità dell’informazione in maniera diversa. Nessun direttore marketing e nessun stratega del web probabilmente approverebbe. Per entrambi, il lettore – tradizionale o digitale – va sempre blandito. Invece, se sul web e sui social network l’informazione di qualità fatica sempre più a trovare spazio, sommersa da tante sciocchezze e da molte bufale, la colpa – caro lettore – è anche tua. Magari non tua, ma del tuo vicino, di un tuo amico o un di un tuo parente.
Lo dicono i numeri: il 45% di chi frequenta i social non sa cosa commenta o commenta senza leggere il post col quale sta interagendo, mentre il 47% degli italiani legge la realtà che lo circonda soltanto in base alla propria esperienza o a quella di un amico. In pratica, il mondo è «solo» ciò che percepisce e pazienza se c’entra soltanto in minima parte con la realtà. Lo so che può suonare un po’ offensivo e per questo chiedo in anticipo scusa, ma se i social sono intasati di bugie e di violenza la colpa è anche tua, mia, nostra. Di chi commenta con leggerezza pseudo notizie senza verificarle e di chi magari condivide articoli falsi, creati ad arte per generare odio. Forse non lo sapete, ma in Rete ci sono centinaia di siti e pagine Facebook costruiti ad hoc per seminare odio con notizie false.
E lo fanno non a fini "politici" (cosa di cui già ci sarebbe molto poco di cui vantarsi) ma per guadagnare soldi. Un esercito dell’odio a fini commerciali – e per questo ancor più cinico e senza scrupoli – che però esiste (scusa, se te lo ricordo) solo e soltanto perché qualcuno di noi o molto vicino a noi lo rende di successo, leggendo e condividendo le falsità che pubblica. Qualche giorno fa uno di questi untori moderni che seminavano la peste sul web è stato arrestato. E ha ammesso candidamente di avere inventato decine di notizie false che accusavano gli immigrati di centinaia di nefandezze per fare soldi. Già, ma chi ha cliccato su quelle notizie o le ha diffuse senza il minimo dubbio, rendendosi in qualche modo complice, perché l’ha fatto? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma le statistiche ci dicono che ognuno di noi conosce qualcuno che l’ha fatto sul proprio profilo Facebook. In giro purtroppo, stando alla sola Italia, sono ancora attivi moltissimi siti e pagine così.
Senza contare quegli utenti che intervengono su web e social per offendere e scatenare odio, colpendo chiunque con frasi e parole irripetibili e inaccettabili. I guru del web tollerano queste figure perché, continuando ad attaccare tutti a testa bassa sulla Rete, «fanno traffico». Ma le persone per bene hanno il dovere di emarginarle. Abbassare i toni e fare un po’ di pulizia serve a tutti. In primis ai lettori dotati di coscienza.
«Avvenire» del 10 settembre 2015

27 agosto 2015

Il giornalista killer come i tagliagole non si accontentano di uccidere, vogliono anche la celebrità

La strage in Virginia e i precedenti
di Guido Olimpio
Stessa tecnica (e motivazione) di Coulibaly e degli altri terroristi Isis. Fissare il loro delirio in un video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto
WASHINGTON - Non basta il gesto violento, crudele. Vogliono anche «fissarlo» in una foto o in video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto. Il killer dei due giornalisti in Virginia ha filmato l’agguato con una piccola telecamera, quindi lo ha rilanciato sulla rete. Si è comportato come molti terroristi, a cominciare da Mohammed Merah, l’assassino di Tolosa, o Amedy Coulibaly, protagonista della presa d’ostaggi nel negozio kosher di Parigi.
Ma non solo. Il giovane studente di origine sud coreana, autore del massacro al Virginia Tech, aveva inviato ai media una videocassetta dove posava con le sue pistole. Cercava pubblicità e notorietà, indicava i suoi nemici. Ancora: Eliot Rodger, prima di partire per una folle incursione nelle vie di Santa Barbara, ha registrato il suo «manifesto» poi postato sul web. Di nuovo un modo per spiegare al mondo quanto avrebbe compiuto poco dopo. Omicidi e «spettacolo», messaggi che sono pretesti per atti brutali. Un modus operandi che oggi accomuna lo sparatore americano e il tagliagole dell’Isis.
Non è un caso che nel “manifesto” inviato ai media due ore dopo aver assassinato i reporter, Bryce Williams ricordi, in chiave positiva, proprio Seung Hui Cho, il protagonista dell’attacco del Virginia. Lo definisce una fonte di ispirazione, una persona capace di fare più vittime di Eric Harris e Dylan Klebold a Columbine, idoli di molti stragisti statunitensi. E non solo.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

18 gennaio 2015

I frutti del web sono di tutti, "ma ci vogliono nuove regole"

"La rete non deve essere selvaggia. Abbiamo bisogno di leggi. Basta che siano ragionevoli. Intervista al Lawrence Lessig, il padre dei Creative Commons: indica la via democratica a Internet
di Francesca De Benedetti
Sul caminetto di casa Internet c'è una fotografia. Con un uomo, Tim Berners-Lee, che di internet è il padre. E accanto a lui, in cammino tra le strade innevate del New Hampshire, Lawrence Lessig. Accademico di spicco, Lessig insegna legge all'università di Harvard, dove dirige l'Edmond J. Safra Center for Ethics, mentre a Stanford ha creato il Center for Internet and Society. Ma, per il mondo, Lawrence Lessig è innanzitutto il fondatore delle licenze Creative Commons, l'intellettuale della "Free culture" (da cui il titolo di uno dei suoi libri più famosi), l'avvocato che si è speso perché la Rete realizzasse un'opportunità di democratizzazione della conoscenza e di produzione creativa. Nella foto di famiglia non si vede, ma è come se ci fosse, Aaron Swartz, il "genio" della Rete, l'attivista per la conoscenza libera, morto suicida proprio due anni fa, l'11 gennaio 2013. Collaborò con Lessig ai Creative Commons quando era appena adolescente, e il professore non ha dubbi: è anche per la combattività che gli ha trasmesso quel ragazzo che lui, a cinquantatré anni, con un passato da giovane repubblicano alle spalle, si è messo in testa che il mondo bisogna provare a cambiarlo alla radice. Gli ha dedicato la sua "marcia ribelle" contro la corruzione, la "NHRebellion". Già, perché negli ultimi anni il professore sta concentrando la sua battaglia soprattutto contro il sistema dei "Pac" (Political action committee), finanziamenti privati che condizionano la politica americana.

Professor Lessig, da quel 2001 in cui lei fondò Creative Commons la cultura digitale è diventata più aperta e democratica oppure no?
"Devo dire che il movimento a difesa della conoscenza aperta è maturato molto, raggiungendo vittorie impensabili prima. Un esempio? Proprio Grazie a Aaron Swartz siamo riusciti a fermare Sopa (Stop Online Piracy Act: la proposta di legge per irrigidire la normativa sul copyright, ndr). Ma la politica subisce ancora troppe pressioni, ed è per questo motivo che vedo come prioritaria in questo momento la lotta contro la corruzione. Semmai la cultura politica, quella sì, è sicuramente cambiata e i progressi nella direzione di una cultura più libera sono evidenti. I giovani hanno raccolto l'opportunità dirompente che la tecnologia offriva loro. Opportunità di creare, di essere coinvolti, di partecipare".

Intanto però è la tecnologia che non smette di cambiare noi e il nostro modo di vivere. L'"internet delle cose", l'iperconnessione, la raccolta e l'analisi massiccia di dati: nuove sfide non richiedono nuove regole?
"La sfida è trasformare un mondo con regole folli in uno con leggi ragionevoli. Perché la soluzione non è una Rete sregolata, ma regolata da leggi che tengano conto dell'impatto di una tecnologia in continua evoluzione sulla società. Il mercato va mantenuto aperto e competitivo. Solo così possiamo assicurarci che la tecnologia non diventi uno strumento per mettere a rischio e minare i fondamenti sociali e democratici che le leggi stesse dovrebbero tutelare".

Ai tempi dei Creative Commons lei denunciò che l'accesso alla cultura era condizionato da poteri privati e leggi inadeguate. La difesa a oltranza della proprietà intellettuale avrebbe impedito di cogliere appieno le opportunità della Rete. Ma ora sul copyright si gioca anche uno scontro tra industrie culturali di vecchia e nuova generazione, come nel caso di Google News. La Silicon Valley di Google e di Facebook è amica, nemica oppure falsa amica della cultura libera?
"Finché cerca di garantire ampio accesso alla conoscenza, possiamo anche definirla amica. Ma Google e Facebook sono pur sempre aziende. Se fare soldi li porterà altrove, non avranno alcun interesse a garantire la cultura libera. Per tutelare la libertà dobbiamo rimanere vigili. L'ombra del monopolio c'è ed è significativa, in termini economici ma anche politici: i monopoli influenzano le decisioni politiche. Un mercato competitivo è fondamentale ".

Le corporation da una parte, i governi con la sorveglianza di massa dall'altra: da entrambi i fronti la nostra privacy sembra minacciata. Lei crede che i valori democratici siano a rischio per un eccessivo controllo della Rete, oppure no?
"Uno degli sviluppi più preoccupanti degli ultimi dieci anni è proprio questo. Guardiamo cosa è successo in America: col terrorismo e il diffondersi del panico il governo ha compromesso e indebolito le strutture portanti della Rete e il risultato paradossale è che così facendo l'ha fatta diventare meno sicura. In altre parole ciò che consente al governo di sorvegliare massicciamente ha anche reso più facili gli attacchi cinesi e nordcoreani. Con la giustificazione della lotta al terrore, il governo ha imbastito un sistema di sorveglianza impensabile prima, facilitando un controllo estremo. Difficile tornare indietro, ma necessario: la sicurezza non può compromettere la privacy e i diritti fondamentali".

Obama ha preso posizione per la " net neutrality ", cioè perché internet rimanga uguale per tutti e non diventi una Rete a due velocità che discrimina tra ricchi e meno ricchi. Fa bene il governo a intervenire?
"Sì, deve intervenire. Quella della "libertà selvaggia" è un'illusione. Perché internet rimanga davvero aperto e consenta la concorrenza è necessaria un'azione di governo. La scelta di Obama è incoraggiante, vedremo cosa succederà a febbraio quando anche la Fcc (la Commissione governativa sulle comunicazioni, ndr ) voterà, ma i segnali sono positivi".

L'europarlamentare del Partito Pirata, Julia Reda, incaricata di elaborare il testo della futura riforma europea del copyright, proprio dopodomani presenterà la sua bozza. Su questo tema, secondo lei, la direzione che sta prendendo il Vecchio continente è quella giusta?
"Il dibattito europeo è molto incoraggiante. Il Partito Pirata e il parlamento Ue stanno svolgendo un ruolo importantissimo nell'aprire e nello strutturare la discussione sul copyright, oltre che nell'arginare i monopoli. In America questo non è avvenuto, mancano nelle istituzioni gruppi così strutturati che cerchino di limitare il potere dei colossi. Avete una grande opportunità. Allo stesso tempo però anche l'industria culturale in Europa, e in particolare in Francia, è estremamente potente: condiziona il modo in cui la legge si evolverà, tende a difendere rigidamente princìpi pensati nel secolo scorso. La vera sfida invece è pensare alle regole del futuro in termini evolutivi, proiettandosi nel mondo che sarà. Sono speranzoso che in Europa coglierete questa sfida".
«la Repubblica» del 18 gennaio 2015

09 settembre 2014

Usa: tramonta la tutela sul web, così la Rete rischia la deriva illiberale

L'allarme
di Massimo Gaggi
Arriva la svolta sui domini internet: più libertà o più potere alle dittature?
Molti pensano che l’evidente ritrosia di Barack Obama a continuare a svolgere, da presidente e comandante militare della maggiore potenza planetaria, il ruolo di gendarme del mondo ha contribuito a farci scivolare tutti in una situazione caotica, con la moltiplicazione di conflitti, violenze, atti barbarici. Ribelli, terroristi e regimi dittatoriali approfittano del vuoto di potere, della assenza di un credibile guardiano dell’ordine internazionale, per cercare di modificare gli equilibri a loro favore.
Analisi solo in parte fondata (Obama è comunque costretto a operare in un contesto molto più complesso di quello che avevano davanti i suoi predecessori «imperiali», da Eisenhower a Reagan, e ha alle spalle un’America economicamente più debole e stanca di guerre), ma di certo il presidente ha peccato per eccesso di prudenza. E adesso molti cominciano a chiedersi se lo stesso errore non lo stia facendo anche nella gestione del sistema di distribuzione dei domini di Internet, la linfa vitale dell’era digitale. L’amministrazione del Web fin qui è stata affidata all’Icann, una società privata non profit di diritto americano basata in California con un «board» di 16 membri scelti tra esperti e le altre associazioni del settore. Un sistema certamente anomalo ma che ha funzionato e ha garantito, fin qui, la libertà della Rete dalle interferenze governative. Salvo quella del governo Usa: Icann opera sulla base di un contratto con il dipartimento del Commercio Usa che però, fin qui, si è limitato a esercitare un discreto ruolo di sorveglianza. Dopo molte pressioni internazionali, anche in sede Onu, nel marzo scorso però Obama ha deciso di rinunciare a questo privilegio: contratto e sorveglianza Usa cesseranno dall’autunno 2015.
L’organismo tecnico dovrebbe difendersi da solo dalle interferenze dei governi espresse da un comitato intergovernativo che ha un ruolo solo propositivo. Ma un mese fa alcune regole sono state silenziosamente cambiate e ora per l’Icann diventa più difficile ignorare le richieste dei vari regimi mentre nel comitato intergovernativo, spesso riunito all’improvviso e con molte assenza, sono già emerse proposte liberticide. Il rischio che Paesi come Cina, Russia e Iran mettano in piedi maggioranze per avallare censure della Rete nei loro Paesi o addirittura per oscurare vicini «scomodi» (Hong Kong o l’Ucraina) sta diventando consistente. Ora sono le stesse imprese del Web, la Internet Commerce Association, a lanciare l’allarme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2014

30 luglio 2014

Gli indignati della privacy

La Rete si è mobilitata dopo la decisione di Facebook. Siamo tornati al solito anatema contro i «persuasori occulti»
di Pierluigi Battista
I giganti del web accusati di modificare gli algoritmi per influenzare emozioni e bisogni degli utenti. Sciocchezze: tutto è manipolazione, anche l’amore
Negli anni ruggenti del consumismo, e nel pieno rigoglio della «società del benessere» (bei tempi!), molti pauperisti, tradizionalisti, reazionari, antagonisti, anticapitalisti, e con loro una corona di tantissimi intellettuali chic, non si stancavano di denunciare con fervore militante le oscure mene dei «persuasori occulti» descritti allora da Vance Packard. Ne svelavano i turpi disegni di «manipolazione» dell’umanità per trasformare i cittadini in docili strumenti nelle mani dell’industria, cera molle da plasmare e deportare sotto ipnosi pubblicitaria nei templi del consumo dove si sarebbero gonfiati profitti e ricchezze smisurate. La pubblicità veniva indicata come un’arma del demonio, tecnica sofisticatissima per plagiare gli inermi consumatori e manovrata dai dominatori del mondo che avevano fatto del consumo una nuova forma di schiavitù.
Tempi lontani, quelli dei «persuasori occulti» e di Packard. Più di cinquant’anni fa. Acqua passata, un’epoca chiusa, l’ultimo grido di dolore dei sacerdoti del vecchio ordine prima del definitivo trionfo della modernità consumistica. O no?
No. Proprio in questi giorni si è infatti accesa, ricalcando sin nei minimi dettagli l’anatema contro i «persuasori occulti» di tanti anni fa, una tambureggiante campagna contro i mastodontici artefici di un nuovo, repellente «mercato delle emozioni». Sotto accusa è in primo luogo la spericolata azione degli zelanti colonnelli di Zuckerberg che nell’oscurità hanno dolosamente modificato un po’ di profili Facebook per capire come influenzare gli umori degli utenti ignari di tanto oltraggioso attentato alla loro privacy (proprio la privacy di chi si iscrive volontariamente a Facebook, cioé il regno dell’antiprivacy? Quella). Ma sull’onda dell’indignazione è poi partita una furiosa lotta contro i «manipolatori» dei sentimenti, i nuovi prepotenti oligarchi che imperano sullo spirito pubblico. E che avrebbero fatto di così criminoso questi colossi di Google e di Yahoo!, di Microsoft e di Twitter e di Amazon da meritarsi tanta risentita deplorazione? Avrebbero ideato, coadiuvati dai tecnomaghi degli algoritmi che per farci del male non esitano a setacciare la nostra personalità spiando i nostri comportamenti sul web e sui social network, un modo per manipolare la popolazione del mondo e riprogrammarla come una gigantesca ed eterodiretta folla di consumatori compulsivi.
Sono inorriditi perché in questa azione di spionaggio una volta Google ha osato testare — che vergogna — le preferenze inconsapevoli dei suoi innumerevoli ospiti, variando con «41 sfumature di blu» lo sfondo delle sue pagine web: addirittura. Sono scandalizzati perché i colossi che sfornano in batteria i migliori «persuasori occulti» in circolazione cercano di «migliorare i loro prodotti», di essere più attraenti, più belli, in grado, nientemeno, di stabilire un «contagio emotivo» con i propri clienti, come ha scritto «Business Insider»: arrivando a mutare, perfidamente, la «composizione del messaggio » nelle campagne pubblicitarie, «il posizionamento delle immagini», «le immagini associate».
Tutto questo non sembra una grande novità, la «composizione del messaggio» è da sempre il cuore della retorica pubblicitaria. Ma per gli indignati siamo al colmo delle nefandezze dei «persuasori», impegnati a manipolare il «mercato delle emozioni» a grande vantaggio dei «fatturati». E che mettono a punto con i loro algoritmi tecniche sofisticatissime di identificazione di target mirati. Così, onnipotenti e incontrollati, questi colossi prendono nota delle nostre predilezioni, delle nostre conversazioni, delle foto e dei selfie delle nostre vacanze, delle nostre relazioni, per colpirci nei nostri punti deboli, infilarsi nel nostro inconscio, orientare subliminalmente i nostri consumi, fare arricchire l’industria usando gli espedienti più loschi. E poi ci si lamenta per la diffusione delle paranoie complottiste. Prendiamo in giro il deputato grillino che denuncia i microchip che la Cia avrebbe provveduto a impiantare nei cervelli di milioni di esseri umani.
Ma siamo sicuri che con l’indignata riprovazione contro gli algoritmi che «manipolano le nostre emozioni» per farne sordido mercato non stiamo già costeggiando quei lidi della nevrosi cospirazionista?
Anche perché è proprio l’assunto che non funziona. Anzi, sono gli stessi criteri di giudizio, o di pregiudizio, che andrebbero rovesciati. Cominciando ad esempio con l’osservare che la «manipolazione emotiva» così enfaticamente temuta non è poi questa cosa tremenda che viene descritta dai nuovi allarmisti. In ogni relazione umana c’è un tasso ineliminabile e nemmeno tanto sgradevole di più o meno consapevole vis manipolatoria: è proprio un male? Anche la seduzione è manipolazione: manipolazione allo stato puro. Nella relazione sessuale non ne parliamo neanche: dalla manipolazione al soggiogamento emotivo il passo è brevissimo. Nel corteggiamento amoroso cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, veri professionisti della manipolazione, per condizionare con le nostre manovre tattiche e strategiche le scelte di una persona che peraltro ci ha già stregato, manipolando senza permesso la nostra struttura emotiva.
Anche la scrittura e la lettura, l’arte e la visione, sono attività che modificano la psicologia degli esseri umani, ne orientano i desideri, danno voce alle loro pulsioni più profonde, elaborano forme di dominio, di conflitto, di identificazione mimetica tra gli esseri umani, tra chi scrive e chi legge, tra chi dipinge e chi guarda. Secondo René Girard attraverso l’arte e la letteratura si finisce per desiderare ciò che desiderano gli altri, ci si conforma agli altrui stili di vita e l’imitazione culturale diventa una seconda natura, che della natura sembra ricalcare l’autenticità, l’istintività, l’immediatezza ma è invece il prodotto di una inconscia, eppure imperativa, opera di «manipolazione».
Molti secoli prima dell’invenzione degli algoritmi, la scienza della retorica aveva già definito la «persuasione» come l’arma più potente della comunicazione umana grazie all’ordine in cui disporre il discorso, all’uso sapiente delle figure retoriche, all’eloquenza, all’arte oratoria: molto più potente della pura consequenzialità logico- razionale degli argomenti, proprio perché capace di parlare alle emozioni, di «manipolarle» a puntino. E il teatro, la forza dell’attore, la potenza della recitazione a chi parlano, quali effetti vogliono produrre sull’uditorio, se non un effetto di trascinamento e di incantamento? Anche la politica, nella sfera simbolica, crea consenso e suscita passioni che smuovono e manipolano l’emotività. In una campagna elettorale c’è tantissima «manipolazione ». La politica mobilita gli animi per un vessillo, un ideale, un inno, un’immagine, una parola, persino per un colore (la bandiera rossa; l’azzurro di Berlusconi). E forse non è mai esistito al mondo un elettore che abbia deciso di optare per un partito perché convinto dalla lettura del punto 19, comma 14, paragrafo 7 del capitolo 86 di un dettagliato programma di governo. Infatti chi denunciava i «persuasori occulti» della pubblicità non poteva che coinvolgere nella sua scomunica anche la politica moderna. E pure l’immagine di JFK, così seducente, così affascinante, così «manipolatoria», venne sottoposta al severo giudizio dei tradizionalisti stupiti che un’icona giovane potesse essere tanto trascinante e idolatrata.
Anche il giornalismo lavora sulla retorica. La prima cosa che ti insegnano è l’«attacco» di un pezzo, che deve essere forte per catturare l’attenzione del lettore e trascinarlo fino alla fine di un articolo con una prosa avvincente (nel racconto dei fatti e delle notizie). E basta chiedere a un editore quanta cultura ci vuole per scegliere la copertina giusta di un libro, il suo disegno, i suoi colori, il suo «manipolare» i desideri di chi entra in una libreria e sceglie proprio quel volume, bello da vedere prima ancora che da leggere.
La pubblicità ha qualcosa di geniale perché è un’arte che lavora sul punto di incrocio tra psicologia ed estetica. Chi ha inventato la forma della bottiglietta della Coca- Cola o la mela morsicata della Apple ha capito molte più cose dell’animo umano di quanto non siano capaci i paladini di un presunto umanesimo pre-industriale. E forse non c’era bisogno di Andy Warhol per capire quanta forza mitica e artistica di una merce sia concentrata nelle scatolette stilizzate della Campbell’s: una zuppa che diventa il simbolo della nostra vita.
Intercettando i desideri più potenti dell’umanità, le merci sin dal loro apparire hanno imposto l’invenzione di appositi palcoscenici in cui potessero esibire tutta la loro forza magnetica: le scintillanti vetrine dei negozi, senza le quali non comprenderemmo quanti investimenti emotivi siano racchiusi nella moderna mania dello shopping. Karl Marx, che alla modernità borghese sciolse commoventi inni, parlava ammirato della «fantasmagoria delle merci». I manifesti pubblicitari che nel primo Novecento impegnarono i nostri migliori illustratori e disegnatori come Gino Boccasile sono una pietra miliare della nostra storia dell’arte. Gabriele d’Annunzio diede il nome ampolloso di Rinascente al nuovo santuario delle merci a basso prezzo fabbricate in serie. I migliori registi accoglievano entusiasti, e non solo per ragioni economiche, l’invito a dirigere le straordinarie microstorie con cui Carosello ha costruito la sua leggenda. E la storia della grafica pubblicitaria fa tutt’uno con quella dell’arte.
Tutta orrenda «manipolazione»? Manipolazione, certo. Orrenda, è tutto da discutere. L’idea di un grande complotto delle multinazionali che vogliono influenzare la nostra psicologia non è solo ideologicamente rozza, ma si fonda anche su un’antropologia elementare e quasi caricaturale, come se la vita delle società umane non fosse permanentemente esposta al gioco incrociato delle influenze, ai venti della «manipolazione», alle relazioni private e pubbliche che modificano la psicologia dei gruppi e dei singoli individui. Come se il valore emozionale della personalità fosse lo specchio di una creatura semplice, mentre chi cerca di orientare i valori e le emozioni è descritto come un mostro che vuole vampirizzare le sue povere vittime. Ma no, i mostri multinazionali invadano pure i nostri profili nei social network. Saremmo felici di consumare le loro merci seducenti e fantasmagoriche. E auguri di buon lavoro ai nuovi «persuasori occulti».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 27 luglio 2014

Facebook cambia l’autofiction

Tendenze. Esauriti i blog, in affanno la «twitteratura», il social network è la frontiera degli scrittori
di Vanni Santoni
Narrazioni di sé come se fossero vere (e non lo sono). Ma qualcuno ci crede
Mentre non sembra aver fine l’esodo dei giovanissimi da Facebook, e la piattaforma utenti del social network si fa più adulta, le modalità d’uso cambiano. Se rimangono diffusi gli utenti «didatti», che rilanciano articoli di interesse sociale, e quelli «realisti», che continuano a riportare la cronaca della propria esistenza, in molti casi l’autonarrazione si affina e diventa sempre meno istintiva. In questo contesto, un fenomeno tutto italiano sono le «autofiction finzionali»: storie narrate per mezzo di status, le quali per avere piena fruizione prevedono l’accettazione (almeno nell’attimo di sospensione dell’incredulità che avviene al momento della lettura) del fatto che sia il vero utente a parlare. Un fenomeno reso possibile anche da ragioni tecniche: negli anni, Facebook ha lavorato per giungere alla maggior possibile sovrapposizione tra persona e profilo, cosicché chi legge gli status altrui tende a farlo pensando l’altro come «reale».
Se vanno ancora forte le pagine puramente parodiche, come Siamo la Gente, il Potere ci Temono, satira del grillismo a base di scie chimiche e rettiliani, o Amo il mio carabiniere, bizzarra pagina di un’immaginaria fan dell’Arma, la nuova frontiera sono le pagine in cui il confine tra utente e personaggio si sfrangia.
Il primo a imporsi in questo modo è stato Alessandro Gori, detto Lo Sgargabonzi, i cui status a base di humour nero e teatro dell’assurdo gli sono valsi un considerevole seguito (e una buona quantità di nemici) online, trasferitosi poi anche nei suoi eventi live. Omologo femminile dello Sgargabonzi è Christiane D’Arc, assurta a figura di culto con una timeline dove si alternano foto softcore di calcolata ingenuità e status provocatori in cui viene inevitabile chiedersi se «c’è o ci fa». Contagiati forse dalla noia delle autonarrazioni ordinarie, la cosa si è diffusa anche tra i romanzieri. Da un paio d’anni Tommaso Pincio posta status che cominciano con le parole volutamente sgrammaticate «Nel caso ci sono genti che non sanno…», corredate da un’immagine a tema, dando vita a qualcosa che sta tra una specie di surreale guida al mondo e la parodia di quegli utenti che nei loro status paiono animati da una irriducibile vena educativa. La cosa funziona, al punto che diventerà un libro, provvisoriamente intitolato Genti che non sanno, così come diventeranno un libro, previsto per il 2015 da Einaudi, gli status del «professore» di Christian Raimo. Da circa un anno Raimo, che è professore di liceo anche nella vita reale, cosa che ha alimentato l’equivoco, e con esso la forza della narrazione, pubblica con seguito crescente status che riportano i disperati tentativi di un professore ansioso e frustrato di trovare nei suoi studenti i legami emotivi che gli mancano altrove.
Morti o diventati altro i blog, si è parlato molto della possibilità di una letteratura social: ma piuttosto che dalle ardite sperimentazioni di «twitteratura» è inaspettatamente il risaputo Facebook, che aspirava a essere il luogo della «vita reale», a rivelarsi il terreno più adatto per la fiction, compresa quella che sbarca in libreria.


I quattro esempi

Alessandro Gori
Già piuttosto noto come blogger sulla defunta piattaforma Leonardo.it, Gori, altrimenti detto Lo Sgargabonzi, ha recentemente debuttato sulle colonne di Internazionale con pezzi satirici e pubblicato un libro, Le avventure di Gunther Brodolini, che, pur uscito con un minuscolo editore (Fuorionda di Arezzo) è già andato più volte in ristampa; tuttavia il fulcro del suo lavoro e della sua poetica rimangono gli status di Facebook. «Tutto cominciò,» racconta lo stesso Gori, «da uno status che scrissi quando ancora usavo Facebook come un utente normale. Per scherzo – sì, sono consapevole di avere uno humour che a molti può rimanere indigesto – scrissi ‘sono a favore della castrazione chimica per le vittime dei pedofili’. Inizialmente ci fu una messe di ‘like’ da parte di gente che non aveva letto con attenzione la frase, seguita poi dai messaggi infuriati delle stesse persone, che nel frattempo avevano capito che avevo scritto qualcosa di molto diverso (e molto più assurdo) di ciò che avevano inteso inizialmente. Lì intuii il potenziale degli status di Facebook» continua Gori, «che risiede nell’abitudine che ha la gente a prenderli sul serio, e provai con un altro, forse ancora più potente perché sfruttava quella presunzione di istantaneità tipica dei social. Scrissi ‘Ho appena dato un calcio a un cane’. Ci fu una vera e propria rivolta. Da lì pian piano il profilo dello Sgargabonzi trovò la sua linea e abbandonai gli status ‘seri’ per dedicarmi solo a quelli in linea con la mia nuova ‘persona’, in cui tutto si regge sul costringere sempre il lettore a chiedersi se ci sei o ci fai.»

Christiane d’Arc
Nonostante status come «Alle lementari (sic) erano brutti quarti d’ora quando toccava a te dire che lavoro facevano i tuoi dal momento che i genitori degli altri erano tutti coreografi di Madonna o medici senza frontiere e spesso l’una non escludeva l’altra, io peraltro non sapevo davvero che lavoro faceva mio babbo ma solo che veniva a prendermi a scuola tutti i giorni con una macchina diversa e nessuna era la sua…», la sempre più popolare Christiane D’Arc sostiene di non essere così distante dalla propria rappresentazione online: «anche se per molti versi sto parodiando correnti interne a Facebook, anzi si potrebbe dire che sono una parodia di svariate tipologie di utenti, non parlerei di ‘autofiction finzionale’, ma di pura e semplice autofiction. Quando metto una foto di me stessa in mutande, magari arricchita di scritte fatte con Microsoft Paint, non sto, o non sto solo, facendo una parodia di chi utilizza Facebook per raccontarsi in un certo modo e proporre una certa immagine di sé: sono anche seria, altrimenti il processo non sarebbe catartico. » Catartico? «Sì,» continua D’Arc: «Facebook impone a tutti i suoi utenti l’autonarrazione, ha obbligato miliardi di persone a inventarsene una, costringe chiunque ad avere un’immagine pubblica. È qualcosa da cui è necessario purificarsi, e per farlo non basta l’autoironia. Anzi, è diventata tanto diffusa, e tanto facile, che quasi sempre l’autoironia su Facebook nasconde bieca autocelebrazione. Con se stessi, in un luogo che nasce per parlare di se stessi, che chiede alla gente di farlo, non basta l’ironia: bisogna essere brutali.»

Tommaso Pincio
Gli status delle «genti che non sanno», racconta Pincio, non nascono dal nulla, ma sono figli diretti e coagulazione finale di vari percorsi d’uso di Facebook per creare piccole narrazioni, anzitutto quella dell’ Umile Trascrittore, in cui lo stesso Pincio trascriveva frasi provenienti dal parlato di politici, calciatori, soubrette e altre figure pubbliche, e le condivideva sul social network, ma nude e crude, senza virgolettarle né indicare la fonte. Lo scopo era capire com’era cambiata la percezione del testo scritto nell’epoca digitale, ma molte delle reazioni iniziali furono di assoluto sgomento e incomprensione, talvolta di profonda irritazione. Alcuni, sentendosi offesi, arrivarono persino a togliergli l’amicizia. «Trovavo altresì confortante,» spiega ancora Pincio, «che la trascrizione (che è poi la quintessenza del romanzo) venisse ancora percepita come trasgressiva. Da lì passai alle ‘genti che non sanno’: i primi status riportavano immagini retró in cui qualcuno saliva su un treno in corsa calandosi da una mongolfiera, o sempre da una mongolfiera osservava le stelle cadenti, ed erano corredate da frasi come ‘nel caso ci sono genti che non sanno come si sale su un treno in corsa da una mongolfiera…’. È logico che molti status delle ‘genti che non sanno’ suscitino ilarità, ma più che essere una narrazione umoristica credo siano un tentativo di scendere a patti con un mondo nuovo che mi ripugna e al tempo stesso mi attrae: un canto di dolore o d’agonia o di rabbia o di nostalgia, a seconda di come si preferisce vedere la cosa, o dell’umore col quale mi sveglio al mattino.»

Christian Raimo
Anche per Raimo il primo status giunse per caso: «riprendeva, esagerandola soltanto un po’, una situazione che avevo vissuto veramente a scuola. Quasi tutte le reazioni furono di gente che l’aveva presa sul serio e da lì scattò la scintilla,» racconta, e infatti tuttora molti lettori continuano a prenderlo sul serio. Anche quando arriva a chiedere ai suoi studenti di consigliargli un analista: 
«Giorgio.»
 «Sì, chi é?» «Sono il prof, Giorgio» «Ah, salve».
 «Ti disturbo?» «Ero al mare prof.» «Ah, ti sei andato a fare il ponte… e sei da solo?» «No, sto qua con un po’ di amici…» «Ah, bello… Ci stanno anche Nicola e Carolina?… li avevo provati a chiamare prima… Ma mi sa che Nicola ha cambiato numero che mi dice sempre numero non raggiungibile… tu c’hai il nuovo?…» «Prof, scusi sto in spiaggia, che voleva dirmi?…»
 «Niente, niente, ti volevo chiedere giusto una cosa semplicissima… se hai un paio di minuti…»
 «Veramente adesso prof, no… Ma non ne possiamo parlare a scuola?… » «Guarda, ti dico al volo allora…. tanto sono proprio due minuti….»«”Ti volevo chiedere… ma tua madre non faceva la psicologa… vero?» «È psichiatra».
«Eh sì, ma c’ha lo studio e parla con le persone?…»
«Fa terapia, sì»
 «Ecco, ti volevo chiedere… C’è un mio amico, che non è che sta male, ma… c’ha dei momenti come dire strani… Ti chiedevo se per caso mi potevi dare il numero di tua madre… non per fare terapia con lei, eh… ma magari lei conosce qualche sua collega… Sai quanto prende tua madre?» «Non lo so, credo cento a seduta». 
«Ah, cento… Però non sai se ci sono delle sue colleghe che sono più economiche?» «Non ho capito, prof, vuole il numero di uno psicologo?» «Ma non per me, eh..».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014

25 luglio 2014

Fisco, privacy, copyright e pubblicità: tutti i fronti aperti in Europa per Google

Dal braccio di ferro con gli editori al diritto all'oblio passando per i rischi legati allo strapotere commerciale fino alla recente decisione del Garante della privacy italiano sui dati degli utenti: il gigante di Mountain View sta forse affrontando il periodo più complicato della sua campagna nel Vecchio Continente. Ecco tutti i punti sul tavolo
di Simone Cosimi
La decisione del Garante della privacy italiano sull'autorizzazione degli utenti alla loro profilazione commerciale è solo l'ultimo dei fronti aperti fra Google e le autorità europee. L'intelaiatura legislativa del Vecchio Continente - fatta di un ping pong continuo fra ordinamenti nazionali e comunitario - e la guardia sempre alta su riservatezza e concorrenza hanno condotto nel corso della breve ma intensa esistenza del colosso delle ricerche, fondato appena 16 anni fa, a una serie di scontri. Alcuni dei quali - su tutti quelli sul diritto d'autore e sul regime fiscale - hanno a tratti assunto tinte campali e una validità generale nel rapporto fra istituzioni locali, mondo del web e Unione Europea.

Il copyright. Nel nostro Paese un primo timido accordo si è trovato con il lancio di Google Play Edicola, negozio online e applicazione di Big G dove trovare e leggere gratis o su abbonamento quotidiani, periodici e blog, pubblicazioni del Gruppo Editoriale L'Espresso incluse. Ma i contrasti più sanguinosi ruotano intorno a Google News, la piattaforma da un miliardo di lettori al giorno che aggrega i contenuti dal mare magnum informativo della rete per temi e argomenti. Rilanciando direttamente agli articoli selezionati - ammesso che vengano letti - ed evitando così ogni altro passaggio sul sito della testata. È ormai il palinsesto di ciò che c'è da sapere in un certo momento in 75 Paesi e 40 lingue del mondo. Il problema è stato risolto l'anno scorso in Francia e Germania tramite l'imposizione del pagamento di una tassa per la pubblicazione di contenuti editoriali di altrui proprietà. Una sorta di compenso forfettario destinato all'editoria. Nel primo caso si tratta per esempio di un fondo da 60 milioni di euro a vantaggio di 150 portali che possono anche sfruttare gli strumenti pubblicitari di Mountain View per una raccolta sempre più complicata. In Belgio un accordo simile era stato siglato già nel 2012.

Il diritto all'oblio. Di recente ci è arrivato anche Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Ma la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 13 maggio ha imposto anzitutto a Google, da cui passa oltre il 90% delle ricerche continentali, la predisposizione di uno strumento - poi concretizzatosi in un modulo online da raffinare nei prossimi mesi - per consentire a chi ne abbia diritto di richiedere la rimozione dai risultati delle ricerche delle pagine che lo riguardano. Questo perché i giudici del Lussemburgo hanno ritenuto che "il gestore di un motore di ricerca su internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi". E dunque debba approntare i mezzi per l'eventuale rimozione dei link, che tuttavia in questo caso rimangono visibili sul dominio statunitense Google.com. È la prima messa in pratica del cosiddetto diritto all'oblio, per togliere visibilità a pagine che ospitano contenuti ritenuti "inadeguati o non più pertinenti" e che tuttavia ha sollevato diversi grattacapi in termini di libertà di opinione e informazione. È capitato per esempio col britannico Guardian: diversi articoli giornalistici contenenti informazioni sgradite ai protagonisti citati sono scomparsi dall'indicizzazione del motore di ricerca. Nei primi mesi sarebbero arrivate oltre 70mila richieste e pare che l'Italia sia uno dei Paesi europei più attivi nelle domande.

Le tasse. Fra i primi Paesi ad affrontare la questione Web (o Google) Tax è stata, ormai due anni fa, la Gran Bretagna. In Italia il dibattito si è infiammato - per precipitare in un nulla di fatto, anzi in una mezza abrogazione a marzo col decreto Salva Roma - lo scorso autunno grazie alla proposta dell'onorevole Francesco Boccia (Pd): girava intorno all'obbligo di acquisto di beni e servizi online, cioè pubblicità, solo da titolari forniti di partita Iva italiana. Un provvedimento che in quei mesi trovò l'appoggio anche della Francia, che poi all'inizio di maggio ha inflitto una supersanzione fiscale da un miliardo di euro alla "sua" Google, e che potrebbe tornare sul tavolo nel corso del semestre italiano di presidenza europea. Il punto è che le branche nazionali delle big company del web registrano i ricavi nei mercati locali come frutto di servizi prestati a un'altra società di riferimento, spesso basata in un Paese con una tassazione più vantaggiosa. Meccanismi di elusione fiscale verso l'estero noti in gergo come "Double Irish" o "Dutch Sandwich". Amazon è in Lussemburgo, per esempio, e Google - come Facebook - in Irlanda. Il gioco, perfettamente legale, porta nelle casse dell'erario italiano pochi spiccioli rispetto alla potenza di fuoco e ai mastodontici ricavi dei gruppi. Google Italy nel 2013 ha denunciato un fatturato di 49 milioni di euro, con utili ante imposte di 3,6 milioni sui quali ha pagato 1,8 milioni di tasse.

L'abuso di posizione dominante. Si è saputo agli inizi di luglio che il prossimo commissario europeo per la concorrenza, e dunque la direzione generale che da quella carica dipende, potrebbe riaprire il dossier su Google. Nel mirino delle autorità di Bruxelles c'è infatti da anni la manipolazione dei risultati sul motore di ricerca. Modifiche che favorirebbero la visibilità dei suoi servizi a danno dei concorrenti. Lo scorso febbraio lo spagnolo Joaquín Almunia, commissario in scadenza a novembre, e Big G hanno firmato un accordo che ha salvato il colosso da una possibile maximulta in stile Microsoft dopo un'indagine durata tre anni. Nel patto, Mountain View ha accettato di concedere più spazio ai rivali fra i risultati delle sue ricerche. Si parla di pubblicità, ecommerce, servizi: se la vetrina più osservata del pianeta ne mette in mostra solo alcuni, è la tesi dei tanti ricorrenti, c'è un pachidermico problema di competizione. L'accordo ha tuttavia deluso le aspettative di molti, dagli editori ai player online. Un attacco durissimo è ad esempio arrivato lo scorso aprile da Mathias Döpfner, amministratore delegato del gruppo tedesco Axel Springer, che in una lettera aperta al presidente di Google Eric Schmidt, pubblicata sul quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto che il modello di business di Google "in ambienti poco onorevoli si chiamerebbe estorsione". Adesso Bruxelles dice di voler tornare sulla questione - se ne saprà di più a settembre - e potrebbe addirittura aprire altri due fronti interni alla questione: uno su Android, il sistema operativo montato sull'80% dei dispositivi mobili del mondo (si indagherà sugli accordi con i produttori di smartphone e tablet) l'altro su YouTube, la piattaforma di videosharing, su pressione delle etichette musicali indipendenti. Probabile tuttavia che nulla si muova davvero fino alla nomina della nuova commissione Juncker, a novembre.

La privacy. È recentissimo il provvedimento prescrittivo dell'Autorità per la protezione dei dati personali italiana guidata da Antonello Soro. Secondo la decisione la profilazione di chi utilizza il motore di ricerca o gli infiniti altri servizi di Google - dalla posta elettronica alle mappe passando per i pagamenti - dovrà essere preventivamente autorizzata da ciascun interessato a seguito di un'informativa completa. Nella quale si dovrà inoltre indicare in maniera chiara che l'identikit di ogni utente viene realizzato e memorizzato, tramite mezzi come i cookie e il fingerprinting, a fini commerciali. Big G ha 18 mesi per mettere a punto uno strumento in grado di consentire questo filtro preventivo e anche di permettere agli utenti di richiedere la rimozione dai server di informazioni che li riguardino. Pratica che dovrà essere soddisfatta fra i due e i sei mesi, a seconda del servizio. Il documento, prodotto dopo un'azione congiunta con altre cinque autorità comunitarie, era partita l'anno scorso dopo che, nel marzo 2012, Google aveva unificato e modificato le sue policy sulla riservatezza dei dati personali.
«la Repubblica» del 24 luglio 2014

23 luglio 2014

Google, in Italia utenti saranno più tutelati. Le nuove regole del Garante della privacy

s. i. a.
Mountain View non potrà profilare nessuno senza specifico consenso e dovrà dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. E' il primo provvedimento del genere in Europa. Il colosso statunitense ha 18 mesi per adeguarsi
Gli utenti che useranno i servizi o il motore di ricerca di Google in Italia presto saranno più tutelati. Il Garante della privacy ha stabilito che il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i loro dati a fini di profilazione se non ne avrà prima ottenuto il consenso. Ma non solo: dovrà anche dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. Si è conclusa quindi con un provvedimento prescrittivo l'istruttoria avviata lo scorso anno dal Garante italiano a seguito dei cambiamenti apportati dalla società alla propria politica della privacy.
Siamo dinanzi al primo provvedimento in Europa che - nell'ambito di un'azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio - non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge. E un passo in avanti. La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte - dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all'analisi statistica (Google Analytics) - procedendo pertanto all'integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all'incrocio dei dati degli utenti relativi all'utilizzo di più servizi.
Nel corso dell'istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria politica della privacy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all'insieme dei servizi offerti.
L'Autorità ha prescritto a Google l'adozione di un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l'utenza: l'indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (es. localizzazione terminali, indirizzi IP etc.), dell'indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti etc.; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi offerti.
Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell'informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l'altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che essi vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come ad esempio il fingerprinting. Quest'ultimo è un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell'utente e, a differenza dei cookie che vengono istallati sul pc o nello smartphone, le archivia direttamente presso i server della società.
Per utilizzare a fini di profilazione e pubblicità comportamentale personalizzata i dati degli interessati - sia quelli relativi alle mail sia quelli raccolti incrociando le informazioni tra servizi diversi o utilizzando cookie e fingerprinting - Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice utilizzo del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, fino ad oggi, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. In proposito, l'Autorità ha anche indicato una modalità innovativa e di facile impiego che, senza gravare eccessivamente sulla navigazione dell'utente, gli consenta di scegliere in modo attivo e consapevole se fornire o meno il proprio consenso alla profilazione, anche con riguardo ai singoli servizi utilizzati.
Google dovrà definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti "attivi", sia successivamente archiviati su sistemi di "backup". Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste provenienti dagli utenti che dispongono di un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro due mesi se i dati sono conservati sui sistemi "attivi" ed entro sei mesi se i dati sono archiviati sui sistemi di back up. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che interessano l'utilizzo del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea sul diritto all'oblio.
Una decisione che Mountain View ha commentato così: "Abbiamo collaborato costantemente con il Garante nel corso di questa vicenda per spiegare le nostre privacy policy e come ci consentono di creare servizi più semplici ed efficaci e continueremo a collaborare in futuro", fa sapere un portavoce di Google. "Analizzeremo il provvedimento del Garante attentamente per definire i prossimi passi". Il gigante avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest'arco temporale, l'Autorità monitorerà l'implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l'attività di controllo che l'Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View.
«la Repubblica» del 21 luglio 2014

15 luglio 2014

Rodotà: "Primi segnali di una svolta: il diritto alla privacy è resuscitato"

di Alessandro Longo
"Data per morta la privacy è improvvisamente resuscitata per via del Datagate, che l'ha rimessa al centro dell'attenzione. Era stata messa da parte: per ragioni di sicurezza e dimercato. Ma adesso si vedono i segnali di una svolta, a favore dei diritti dei cittadini". Stefano Rodotà, giurista e tra i massimi esperti mondiali sui diritti della privacy, ritiene che stiamo entrando in una nuova era, per l'Occidente. "Si va verso una costituzionalizzazione dei diritti di internet", afferma. "E il diritto alla privacy ne sarà il motore fondamentale".

Professore, tante notizie ultimamente hanno rimesso al centro la questione dei diritti di internet e alla privacy, che paiono due aspetti intrecciati in uno stesso nodo. Che sta succedendo?
"Il mondo ha smesso di subire passivamente la prepotenza delle istituzioni deputate alla sicurezza e dei giganti del web. La richiesta delle prime è sempre stata questa, negli ultimi anni: dateci tutti i vostri dati, vogliamo sapere tutto di voi, per potervi proteggere dal rischio terroristico. Ma poi è scoppiato il datagate, lo scandalo delle intercettazioni di massa fatte dalla National security agency americana. Sono seguite prese di posizione da parte di leader come Angela Merkel e lo stesso Barack Obama, contro le ragioni della sorveglianza. La pretesa delle agenzie di sicurezza si è rivelata non più proponibile. Altra notizia significativa, ad aprile, è la sentenza della Corte di Giustizia che ha dichiarato non valida la direttiva Ue 2006 sulla conservazione dei dati di traffico telefonico dei cittadini Ue (pensata sull'onda degli attacchi terroristici di Madrid e Londra, ndr). L'ha ritenuta infatti una grave violazione dei diritti di privacy. Significa che sul terreno della sicurezza c'è oggi un'emersione della dimensione costituzionale. La Corte di Giustizia Ue è sostanzialmente la Corte costituzionale dell'Unione europea. Ha messo in evidenza che le norme di protezione dei dati personali hanno rango costituzionale. E se ne dovranno trarre le conseguenze".


Come sta evolvendo invece la contrapposizione tra diritti degli utenti e richieste di dati personali da parte delle aziende web?
"Le pretese che vengono dal mercato sono state poco evidenti, finora. Sono quelle dei nuovi padroni del mondo, i cosiddetti over the top. Mark Zuckerberg ha detto che la privacy è finita come regola sociale. Significa: tutti i dati che mettete su Facebook sono miei. Ma anche questa pretesa è stata messa in discussione e in questo momento i grandi soggetti del web, Facebook, Google eccetera si rendono conto che la dimensione della privacy va ormai affrontata. Cominciano a dare agli utenti un maggiore controllo sui loro dati. Si è avviato un processo che fino a poco tempo fa qualcuno riteneva impensabile".

Ma come fare i conti con il fatto che la privacy negli Usa - dove queste aziende hanno una sede - è un diritto molto meno garantito che in Europa?
"Sì, continuiamo ad avere un confronto tra modello europeo e modello statunitense, anche se ora non è più così evidente. Il primo è fondato sul riconoscimento sull'idea della privacy come diritto fondamentale della persona (come riconosciuto dalla Carta dei Diritti), l'altro è orientato all'autoregolamentazione. Il modello americano, però, sta ora cedendo di fronte alla necessità di leggi in materia. Si pensi alla nuova legge che limita il diritto del datori di lavoro di fare ricerche sui dipendenti in Facebook. C'è un avvicinamento insomma tra i due modelli, perché gli americani hanno capito che la privacy è una questione di libertà e di democrazia. La consapevolezza è emersa appunto per lo scandalo delle intercettazioni, che ha pure aperto il problema della violazione delle sovranità nazionali da parte degli Usa. La questione si è resa insomma ineludibile per il Governo Usa".

Quale può essere il ruolo della politica e delle istituzioni?
"Sono abbastanza prudente, per non dire scettico, nei confronti dello "stakeholdering" (cioè delle prassi o normative frutto dell'accordo tra diversi soggetti). Su questa strada fino a ieri sono prevalsi solo gli interessi del mercato e della sicurezza. Certo bisogna tenere conto di tutti i soggetti, ma la via da seguire non è quella del puro negoziato dove ognuno cerca di imporre un pezzo i propri interessi, ma quella della dimensione costituzionale. Sono fiducioso a riguardo perché di recente è arrivata la "costituzione di internet" Marco Civil in Brasile; ma anche la dichiarazione di Delhi sui diritti in rete. Si è rimesso in moto un processo che si era arrestato e che era cominciato con gli Internet Governance Forum delle Nazioni Uniti. Dal 2008 al 2010 aveva cominciato a dare risultati, poi si era interrotto. Ora il processo è ripartito. Siamo entrati in una fase in cui comincia ad avere riconoscimenti importanti la necessità di una costituzione per internet. Il creatore del web Tim Berners Lee ha detto che ci vuole un Bill of Rights per internet e che l'accesso a internet deve essere un diritto costituzionale. "Come l'accesso all'acqua", ha detto".

Ma anche in Italia la situazione sta maturando in questo senso?
"Si sta muovendo qualcosa da parte di alcuni gruppi parlamentari, in particolare di Stefano Quintarelli (Scelta Civica), che sta cercando di riportare nel dibattito la mia proposta del 2010: integrare l'articolo 21 della costituzione aggiungendovi il diritto all'accesso a internet. All'epoca, parlamentari bipartisan ne avevano fatto una proposta di legge, che di recente è stata ripresentata (dal Pd e dal M5S, ndr). Il tema insomma è stato incardinato in sede parlamentare. Un momento importante per riparlarne sarà a giugno, con l'arrivo previsto del regolamento sulla Data Privacy. Sarà uno dei compiti importanti della presidenza europea italiana completare questo aggiornamento della normativa europea sulla privacy. Il sistema di protezione dei dati sarà rafforzato. Ne verrà una svolta che avrà effetti immediati sui rapporti tra l'Ue e altri paesi, in nome dei diritti degli utenti".
«la Repubblica» del 7 luglio 2014