di Giorgio Israel
Quella dell’annunciata installazione di un distributore di preservativi al liceo scientifico Keplero di Roma è una vicenda piuttosto avvilente, nel suo scimmiottamento di altre fallimentari iniziative del genere in giro per l’Europa. Ma non posso negare che reazioni come quella contenuta in un articolo di ieri di Paola Ricci Sindoni (“Che a scuola trovi spazio la disciplina dei sentimenti”, Avvenire) mi hanno ancor più avvilito. Si è detto, giustamente, che la scuola non deve trasmettere un’immagine banalizzata, meramente sessuale e fisica, dell’amore. Per rimediare a questo guasto si propone di introdurre accanto all’informatica e all’inglese insegnamenti come “educazione all’affettività” o “disciplina dei sentimenti”. Non mi sarei stupito affatto se una proposta del genere fosse venuta da un ambiente ispirato a un zapaterismo laicista. Ma che venga da una personalità cattolica è sconcertante. Non mi sogno di dubitare delle ottime intenzioni con cui viene avanzata la proposta, ma mi chiedo quale coerenza esista tra il battersi in difesa del valore della famiglia e contro l’etica di stato, applaudire chi scende in piazza contro lo zapaterismo e contro la pretesa di formare i cittadini secondo i principi di una morale definita per legge, e, dall’altro lato, chiedere che tra i compiti istituzionali della scuola vi sia l’educazione a esprimere sentimenti ed emozioni nell’ambito di un programma definito dagli uffici ministeriali dell’istruzione.
In una società liberaldemocratica la scuola non può e non deve assorbire l’intera funzione dell’educazione, la quale ha altri attori, in primo luogo la famiglia, e poi gli amici, il contesto sociale: l’educazione all’affettività è un tipico compito della famiglia da cui la scuola dovrebbe tenersi alla larga. L’affettività e i sentimenti sono una dimensione che non può essere standardizzata in un programma scolastico. Da chi poi? Chi può senza tema del ridicolo proclamarsi “esperto” e “insegnante” di affettività? Il compito esclusivo della scuola è un altro: fornire istruzione, cultura, conoscenza e contribuire così all’educazione in base al principio che la conoscenza è libertà. Una persona è tanto più libera quanto più sa. Può fare un uso buono o cattivo di questa libertà, e proprio in ciò consiste la dignità dell’uomo, per dirla con Pico della Mirandola. Costruttivisti individualisti Al contrario, è tipico di uno stato totalitario avocare a sé la formazione della persona svuotando i vari soggetti sociali di ogni ruolo educativo. Può farlo in forme oppressive e violente – dall’”etica fascista” alle comuni pedagogiche sovietiche – o in forme paternalistiche. Ma si tratta comunque di una prassi illiberale. Ora, è evidente che la crisi crescente della famiglia induce persino chi crede che essa sia il nucleo portante della società a una sfiducia che spinge a chiudere gli occhi di fronte al carattere illiberale dell’idea di attribuire alla scuola la formazione morale e persino affettiva. Anche perché questa visione illiberale si presenta in termini seducenti: non viene più proposto un obiettivo educativo sociale imposto dallo stato etico, bensì un obiettivo di felicità personale assoluta, di libertà di fare quel che si vuole senza vincoli e freni morali di sorta. E’ il principio dell’ottimizzazione delle preferenze, quali che siano le conseguenze. Il costruttivismo individualistico è già largamente dominante nella nostra scuola.
Lo studente non ha più doveri ma soltanto diritti: al successo formativo, a non stancarsi studiando, a fare i propri comodi in classe. L’ultima frontiera è il diritto a un percorso personalizzato d’istruzione e a farsi “co-creatore” dell’apprendimento e persino di una nuova ortografia coniata sugli sms dei cellulari (a detta dell’”esperto” inglese Charles Leadbeater). Il dirigente scolastico è il garante della “customer satisfaction”. La famiglia è incoraggiata a farsi sindacato dei figli e a sollevarsi del ruolo educativo. La scuola è ridotta a un emporio di “attività” in cui lo studio e la conoscenza sono ingombri da ridurre al minimo. Il preservativo a scuola è soltanto un aspetto di questa fenomenologia, innescata da anni di pedagogismo “progressista”, frutto della trasmutazione “libertaria” della mentalità illiberale. Ci manca soltanto, invece di tornare all’insegnamento delle discipline propriamente dette, l’introduzione di corsi statali di “sentimento”… Col rischio – somma beffa per chi li auspica in buona fede – che si trasformino
in corsi per insegnare l’uso ottimale del preservativo o persino le tecniche di masturbazione, come è già accaduto in Spagna. E, senza andare a questi eccessi, basta scorrere i programmi per i corsi di affettività già previsti dalle precedenti indicazioni nazionali per l’istruzione: una lettura raccapricciante.
In una società liberaldemocratica la scuola non può e non deve assorbire l’intera funzione dell’educazione, la quale ha altri attori, in primo luogo la famiglia, e poi gli amici, il contesto sociale: l’educazione all’affettività è un tipico compito della famiglia da cui la scuola dovrebbe tenersi alla larga. L’affettività e i sentimenti sono una dimensione che non può essere standardizzata in un programma scolastico. Da chi poi? Chi può senza tema del ridicolo proclamarsi “esperto” e “insegnante” di affettività? Il compito esclusivo della scuola è un altro: fornire istruzione, cultura, conoscenza e contribuire così all’educazione in base al principio che la conoscenza è libertà. Una persona è tanto più libera quanto più sa. Può fare un uso buono o cattivo di questa libertà, e proprio in ciò consiste la dignità dell’uomo, per dirla con Pico della Mirandola. Costruttivisti individualisti Al contrario, è tipico di uno stato totalitario avocare a sé la formazione della persona svuotando i vari soggetti sociali di ogni ruolo educativo. Può farlo in forme oppressive e violente – dall’”etica fascista” alle comuni pedagogiche sovietiche – o in forme paternalistiche. Ma si tratta comunque di una prassi illiberale. Ora, è evidente che la crisi crescente della famiglia induce persino chi crede che essa sia il nucleo portante della società a una sfiducia che spinge a chiudere gli occhi di fronte al carattere illiberale dell’idea di attribuire alla scuola la formazione morale e persino affettiva. Anche perché questa visione illiberale si presenta in termini seducenti: non viene più proposto un obiettivo educativo sociale imposto dallo stato etico, bensì un obiettivo di felicità personale assoluta, di libertà di fare quel che si vuole senza vincoli e freni morali di sorta. E’ il principio dell’ottimizzazione delle preferenze, quali che siano le conseguenze. Il costruttivismo individualistico è già largamente dominante nella nostra scuola.
Lo studente non ha più doveri ma soltanto diritti: al successo formativo, a non stancarsi studiando, a fare i propri comodi in classe. L’ultima frontiera è il diritto a un percorso personalizzato d’istruzione e a farsi “co-creatore” dell’apprendimento e persino di una nuova ortografia coniata sugli sms dei cellulari (a detta dell’”esperto” inglese Charles Leadbeater). Il dirigente scolastico è il garante della “customer satisfaction”. La famiglia è incoraggiata a farsi sindacato dei figli e a sollevarsi del ruolo educativo. La scuola è ridotta a un emporio di “attività” in cui lo studio e la conoscenza sono ingombri da ridurre al minimo. Il preservativo a scuola è soltanto un aspetto di questa fenomenologia, innescata da anni di pedagogismo “progressista”, frutto della trasmutazione “libertaria” della mentalità illiberale. Ci manca soltanto, invece di tornare all’insegnamento delle discipline propriamente dette, l’introduzione di corsi statali di “sentimento”… Col rischio – somma beffa per chi li auspica in buona fede – che si trasformino
in corsi per insegnare l’uso ottimale del preservativo o persino le tecniche di masturbazione, come è già accaduto in Spagna. E, senza andare a questi eccessi, basta scorrere i programmi per i corsi di affettività già previsti dalle precedenti indicazioni nazionali per l’istruzione: una lettura raccapricciante.
«Il Foglio» del 12 marzo 2010
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