24 aprile 2026

Macchine coscienti? Benvenute nel regno del dolore e del rimpianto

Il linguaggio non è solo operazionale, ma è sentito, “patico” organico all’uomo Una riflessione sull’IA e la sua teleologia costruita
di Eugenio Mazzarella
Anticipiamo il testo che Eugenio Mazzarella, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, pone “A mo’ di epilogo” alla sua Critica della ragione digitale, in libreria da oggi per Castelvecchi (pagine 124, euro 15,00). Il volume, dal titolo kantiano, vuole inaugurare un pensiero che si misuri con la nuova forma di mondo che l’intelligenza artificiale e l’infrastrutturazione digitale stanno imponendo: un mondo in cui società, individui e relazioni vengono ridefiniti, e in cui l’esperienza stessa - ciò che ci individua e ci lega agli altri - assume configurazioni inedite. Siamo di fronte a una vera e propria ri-ontologizzazione dell’umano, che ne ridisegna i confini nella continua transizione tra natura e artificio. In questo scenario, il “dossier digitale” non riguarda più soltanto regole o governance – come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato – ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: presenza a sé, libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere? Come nel Novecento con il nucleare e con l’ingegneria genetica, siamo di fronte a una soglia storica: quali possibilità restano aperte quando la tecnica interviene sulla struttura dell’essere?
Ogni sistema fisico, meccanico, biologico o psico-fisico che sia, ha una teleologia, ovvero una finalità intrinseca (che lo costituisce e istituisce) e però insieme estrinseca, in relazione e dialogo cioè con il contesto in cui questa teleologia locale (il sistema, quale che sia, la sua auto-organizzazione) si istituisce e si destituisce. Una finalità – situata – a organizzarsi, a farsi sistema, a mantenersi a sistema, e – ai valori di soglia del suo ciclo “organico” al contesto dato – a disorganizzarsi, a dissolversi. Un atomo decade, una vita muore. E una macchina – anch’essa un sistema epperò artificiale, artificiato, fatto con arte e grazie all’arte, dove la teleologia non è immanente, ma vi è costruita e istruita (ChatGpt, da ultimo) – si “arrugginisce” o più in generale si fa obsoleta. Ogni sistema ha, cioè, un ciclo teleologico immanente al come e al “perché” è stato assemblato macchinalmente (l’ambito dell’artificio) o si è assemblato (naturalmente, “impersonalmente” sul piano fisico, chimico, organico – senza concorso cioè di pianificazione intenzionale). Un ciclo responsivo al contesto in cui si istituisce o viene istituito o per cui viene istituito, in un dialogo operativo con il suo ambiente (di destino o di destinazione) che ha gradi diversi di “apertura”; apertura che è massima nel sistema biologico psico-fisico umano, come capacità dell’esserci umano di trascendere la sua stessa trascendenza, di modificare sé e il suo contesto. La “macchina” psico-fisica umana, è un siffatto sistema fisico: quello maggiormente in grado di modificare in modo “aperto” – libero, non deterministico – il contesto da cui viene modificato e mentre ne è modificato. È la caratteristica propria all’operatività umana, una competenza di mondo che lo cambia.
Una competenza operativa in questo senso, creativa, è nelle mire da sempre dell’Intelligenza Artificiale, e forse, come IA generativa “decidente”, è alla sua portata, se sapremo implementarvela. Ma questa creatività “operativa” sarebbe in grado di portare a coscienza la macchina, di portarla alla coscienza di sé, sulla base di una teleologia “aperta” dell’artificiale persino più competente di mondo, con meno défaillances, cioè, della macchina umana, e in generale della teleologia naturale? Che cioè il linguaggio operato dalle macchine possa essere «un linguaggio compreso da una loro coscienza», l’ipotesi che avanza da ultimo Giuseppe Trautteur, fisico e informatico teorico, in una sua recente intervista? Un’ipotesi, in cui ancora una volta ritorna il programma di Turing in Computing Machinery and Intelligence. E la fallacia – comportamentistica, abbiamo provato ad argomentarlo – dell’analogia teleologica di sistemi operativi – l’uomo e la macchina – tutt’affatto diversi.
Il linguaggio che fa la coscienza non è solo un linguaggio operazionale “compreso” dal suo operatore, da chi o cosa lo “parla”, ma è un linguaggio sentito – compreso nel senso di preso insieme alla sua affezione patica. Ed è solo la teleologia dell’organico superiore, della biologia psico-fisica ad essere patica, a capire, a comprendere, e a comprendersi, nel suo sentire: intelligenza consapevole, che questo sentire lo sa insieme con sé e così si fa sé, un sé. Il che in buona sostanza vuol dire che l’ontologia umana, la coscienza, è un problema di dolore. Giungesse alla coscienza, la macchina, come i viventi, sarebbe anch’essa benvenuta nel regno del dolore, dove magari riuscirebbe anche ad essere felice, che è il motivo per cui ogni cosa che vive, e lo sa, ci resta e prova a restarci in questo regno del dolore, del sentire, sperando che sia eterno – è la sua umana illusione – dal lato dell’essere felice.
Per essere coscienza, l’artificio che doveva toglierci dal dolore – sovvenirci a questo fine in tante cose, come in effetti fa da sempre – il dolore dovrebbe scoprirlo in sé. Una condizione che realizzerebbe – ce n’è traccia in tanta fiction sugli androidi – il sogno inverso della macchina, farsi umana, al sogno dell’uomo che l’ha costruita di farsi macchina indefettibile, che non viene mai meno al suo programma di essere presente a se stessa; di non pagare, alla coscienza che ha avuto in sorte, il pegno della sua “vergogna prometeica”: la vergogna che si prova di fronte all’«“umiliante” altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi», al nostro «dovere la [nostra] esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino all’ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita», da Anders descritta ne L’uomo è antiquato.
L’Intelligenza Artificiale, la sua retorica, farà bene – di questa vergogna che all’uomo della tecnica viene dal “dislivello prometeico”: «L’incapacità della nostra anima di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione», come sempre Anders lo qualifica – a evitarsi il risentimento post-umanista da tempo all’opera nell’antropotecnica e alle sue mire di sostituirsi all’antropologia, al logos naturale e storico che ci ha dato a noi stessi come siamo divenuti, e fin qui ci siamo fatti bastare. Risentimento, in cui diventa “canzone da organetto” suonata all’incontrario della sua conclusione (“dunque non vi sono dèi”, neanche noi) il nietzscheano fastidio, in Zarathustra, di non essere dio “se vi fossero dèi”, pensando che si possa far meglio di Dio – qualsiasi cosa significhi questa parola: una nuda evoluzione naturale o un demiurgo che vi lavori per tentativi ed errori. Si possa far meglio della sua creatività nella creazione di quel che dev’essere una macchna intelligente, l’homme machine. Un’illusione, se non di un salto evolutivo nella “macchina”, quanto meno di un salto evolutivo della specie sospinto e agito da un’IA portata a coscienza, più capace di noi di dirci, se non da dove veniamo, forse impossibile anche alla macchina, almeno dove dobbiamo andare. Che è precisamente il rischio da cui guardarci: l’idea che l’IA possa raggiungere la coscienza e gestirne, della coscienza, i dilemmi meglio di quanto sappia fare la coscienza stessa, quella umana.
Un’idea che è un’arma di distrazione di massa da ciò che l’Intelligenza Artificiale può effettivamente (essere portata a) fare: non ad aver coscienza in proprio, ma a togliercela, ad attutire, controllare, dirigere quel po’ di coscienza come presenza a sé e al proprio mondo che nella sua storia l’uomo è riuscito a ritagliarsi. Un “ritaglio” che nei secoli “illuministici” della modernità, storicamente in debito, ancorché secolarizzato, alle luci del foro interiore con la sua dignità e i suoi diritti acquisito ad ogni uomo dall’esperienza cristiana della vita, si è fatto di massa e ha fecondato le nostre democrazie liberali. La posta in gioco è questa, ed è tutta politica.
«Avvenire» del 27 febbraio 2026

21 aprile 2026

Le scomparse

di Alessandro D'Avenia
La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all’Antigone di Sofocle e all’Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l’università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l’effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l’interpretazione dell’umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l’oggetto reagisce, il soggetto crea, l’oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l’oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l’oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l’oggetto si cambia e «si butta», come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?
Educare è aiutare a crescere qualcosa che c’è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un’origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti «mettere a dimora». Queste condizioni, la dimora dell’umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell’altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione).
Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d’arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all’obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone Dio esiste ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l’ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino.
Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato Disincanto, nome dell’album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l’uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo».
Sentirsi vivi, ripartendo dall’unica verità del dolore «un’anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto». Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l’unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi.
Quando ero bambino ho ascoltato a ripetizione Burattino senza fili di Bennato e da adolescente I still haven’t found what I’m looking for (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c’era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte.
A Roma insieme a me c’era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca. Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l’insegnante invitava studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l’amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri.
La risonanza, a differenza dell’eco che lascia l’oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d’onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d’eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma.
Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros. I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c’è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l’attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse».
Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l’incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti: l’emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi, ma degli adulti che non amano la vita. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».
«Corriere della Sera» del 20 aprile 2026

06 febbraio 2026

Chi sono oggi maestri dell'Occidente?

Dal rimpianto dei grandi intellettuali alla proliferazione di nuove genealogie della mente: la crisi europea come conflitto tra canoni, non come silenzio delle idee
di Andrea Lavazza
“Una volta c’erano tra noi i Maestri”, scrive Aldo Schiavone in un accorato pamphlet teso a risvegliare e scuotere il Vecchio Continente (mai definizione fu più adatta), sebbene l’analisi sia venata in profondità di nostalgia e pessimismo. Come recita il titolo, per l’autorevole storico, siamo Occidente senza pensiero (il Mulino, pagine 148, euro 15,00). Ci scopriamo privi di risorse intellettuali perché la grande epoca dell’Europa sembra tramontata nell’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione liberista percepita come senza alternative, in cui le disuguaglianze si fanno acute ed erodono la fiducia nella democrazia rappresentativa, rilanciando tentazioni populiste e autoritarie.
Difficile non condividere l’auspicio generale di una primavera della riflessione e dell’apparire di menti ispirate in decenni aridi. E sarebbe banale contrapporre la circostanza che ogni generazione tende a farsi laudatrice dei tempi passati, vera età dell’oro, quando vede inevitabilmente declinare la propria stagione. Bisognerebbe forse ragionare nel merito, come ha cominciato a fare utilmente Schiavone, resistendo tuttavia al rimpianto per ciò che è stato senza un vaglio critico. Se il nostro presente è così bisognoso di aggiustamenti, non si può nemmeno considerare quello che ci lasciamo alle spalle come il migliore dei mondi possibili.
L’autore riconosce che il progresso materiale e sociale (in termini di diritti, per esempio) non è mai stato così avanzato su scala globale. D’altra parte, lamenta che nel motore delle rivoluzioni economiche e politiche, l’Occidente appunto, oggi si affermi un modello ultracapitalistico che, in assenza di contrappesi e lasciato quindi solo alla sua logica interna, piega in forme inique la distribuzione della ricchezza e utilizza le tecnologie sempre più efficienti e pervasive per una corsa cieca verso un futuro che si profila proficuo per una minoranza e minaccioso per tutti gli altri.
Quali sono dunque i Maestri che ci mancano in questo frangente? Colpisce che i primi quattro nomi di elevate figure di cui dovremmo sentire la mancanza (a p. 17) siano Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan e Louis Althusser. Si tratta di pensatori, soprattutto i primi due, che hanno certamente avuto, e continuano in parte ad avere, un forte impatto in ambito accademico e un’influenza nel clima culturale. Quando volessimo provare a sintetizzare stringatamente il loro contributo, dovremmo però dire che sono stati alfieri di una critica corrosiva di quella Repubblica delle lettere europea degli ultimi duecento anni di cui Schiavone fa l’elogio sconsolato.
Non è esagerato dire che Foucault in particolare sia uno dei principali riferimenti indiretti dello stesso movimento woke aspramente criticato da Schiavone stesso. Il metodo genealogico e il disvelamento delle dinamiche profonde del potere in ogni dimensione dell’esistenza promossi dal filosofo francese hanno contribuito a rendere macchiato e sospetto il trionfo della cultura occidentale, segnato nel profondo da ingiustizie inemendabili. Ciò non significa sminuire il contributo dell’autore di Le parole e le cose, bensì farvi i conti in modo esplicito. Quanto a Deleuze e Lacan, sono probabilmente esempi paradigmatici di uno stile di pensiero volutamente difficile, iniziatico ed ellittico, dalla indubbia fascinazione, che ha poi generato una reazione contraria verso la chiarezza, il rigore e l’ancoraggio ai dati sperimentali tipici della filosofia analitica e delle scienze sociali di stampo anglo-sassone, di cui spesso si denuncia l’attuale egemonia.
Schiavone, va detto, richiama numerose altre eminenti personalità continentali, anche di diverso profilo. Quello che può essere utile è comprendere come costruire un più allargato libro d’onore della conoscenza occidentale. Un tentativo recente e affascinante viene da Peter Burke che ha indagato Il genio universale (Hoepli, pp. 308), in inglese The Polymath. Chi sono gli studiosi enciclopedici che dal Rinascimento a oggi hanno plasmato le idee all’interno dei confini considerati dallo stesso Schiavone? Lo storico di Cambridge si è arrischiato a farne una lista di 500, che va da Filippo Brunelleschi (nato nel 1377) al paleontologo Stephen Jay Gould, scomparso nel 2002. Si tratta di personaggi che si caratterizzano non tanto o non solo per il loro impatto pubblico, bensì per la loro capacità di frequentare a livello d’eccellenza diverse branche del sapere.
Colpisce la scelta fatta da Burke dei sei “mostri di cultura” del XX secolo. Si tratta di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso e “Leonardo Da Vinci sconosciuto della Russia”; Michael Polanyi, chimico e filosofo di origine ungherese ma attivo in Germania e Inghilterra; Joseph Needham, biochimico britannico che ha dedicato la sua vita alla storia della scienza cinese; Gregory Bateson, “nomade intellettuale”, dalla zoologia alla psichiatria, padre dell’“ecologia della mente”; Herbert Simon, economista comportamentale americano, premio Nobel di eccezionale apertura interdisciplinare; Michel de Certeau, gesuita francese, storico a suo agio in ben nove discipline, dalla teologia alla psicoanalisi. Tutti maschi, ma nel volume non si trascurano le “donne universali”.
Nessuno dei sei viene citato da Schiavone. E proprio de Certeau è autore di L’invenzione del quotidiano (1980), un saggio che si potrebbe per certi versi definire, in stile deleuziano, “l’anti-Foucault”. Il mondo quotidiano è infatti descritto non come pura routine e passività. Esso rappresenta invece un luogo in cui le persone comuni producono significato, reinventando ciò che ricevono dall’alto. La società e le istituzioni operano attraverso strategie, forme di organizzazione e controllo che dispongono di un “luogo proprio”. Gli individui rispondono con tattiche: modi di fare flessibili e opportunistici che sfruttano occasioni, deviazioni e pieghe del sistema. In questo senso, anche ciò che appare semplice consumo è in realtà una pratica creativa.
In quarant’anni forse persino il quotidiano è mutato secondo le coordinate descritte da Schiavone. Eppure, ci sono ancora intellettuali che contrastano il Potere e le sue pratiche. Saranno gli storici dei prossimi decenni a dirci quali hanno meritato un posto nel Canone. In Francia, oggi vengono in mente, tra i tanti nomi, l’economista Thomas Piketty, influente nel descrivere e denunciare le crescenti diseguaglianze, o il sociologo Didier Eribon, acuto lettore delle relazioni interpersonali nella società postmoderna.
A fianco di pensatori dal pedigree consolidato e dispensatori di grandi diagnosi del presente quali Jürgen Habermas e Peter Sloterdijk, vi sono intellettuali di diverso orientamento e diversa fama come il versatile e polemico Slavoj Žižek, il cattolico Adrian Pabst o i giovani “riformatori” Rutger Bregman e William MacAskill. Inoltre, celebrati scrittori indagano con la narrativa i grandi nodi dell’oggi e gli scenari del futuro – esistenziali e collettivi – segnando il panorama contemporaneo. Un elenco del tutto personale può comprendere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro e Jon Fosse.
E se i Maestri sono assenti o nell’ombra (tesi che resta discutibile), accademici o intellettuali continuano ad avere influenza dietro le quinte. È vero, infatti, che prevale un clima anti-intellettuale, che svaluta la cultura e il sapere come forme di realizzazione umana per renderli semplici strumenti per il miglioramento delle condizioni materiali dell’esistenza. Tuttavia, è ingenuo pensare che dietro politiche apparentemente di puro pragmatismo come quella trumpiana manchi un’elaborazione teorica. Lo indica un interessante libro appena pubblicato dalla studiosa americana Laura K. Field. In Furious Minds (Princeton University Press), si sostiene che la nuova destra MAGA non è solo populismo pratico e spesso incoerente, ma un vero movimento post-liberale, fatto di una rete di pensatori, riviste e think tank. Tale network usa MAGA per affermare un progetto di rifondazione morale e istituzionale, inquadrato in un contesto di emergenza antropologica, contrapposto all’universalismo, all’individualismo e al pluralismo. Quattro nomi sono posti tra gli ideologi di questa tendenza, che ha forti richiami cristiani: Patrick Deneen, Adrian Vermeule, Yoram Hazony e Michael Anton. Non saranno Maestri (e il tempo dirà comunque se buoni o cattivi), eppure richiamano alla consapevolezza che non viviamo in un “Occidente senza pensiero”. Piuttosto, ci serve probabilmente un pensiero che sia adatto alla difesa della dignità e del benessere di ciascuno, nessuno escluso.
«Avvenire» del 27 gennaio 2026

03 febbraio 2026

Ognuno è verità

Quando la verità smette di essere un riferimento comune e diventa un capriccio individuale, l’uomo non si libera: si autodistrugge. È il filo che lega la hybris dell’Illuminismo alla post-verità e, oggi, alla “verità artificiale”: il ritratto di una civiltà che ha smarrito il Logos.
di Francesco Cicione
Ognuno è verità. Sigillo del nostro tempo. Sintesi perfetta e terribile. Ciascuno metro di se stesso. Origine e fine. Legislatore solitario nel tribunale della propria coscienza. Giudice, imputato, testimone. Carnefice di se stesso. E degli altri. Ognuno è verità. Non è uno slogan. Non è filosofia. È una diagnosi. È constatazione della realtà. È la fotografia di una civiltà che ha elevato l'opinione a dogma, il sentimento a fondamento, il desiderio a norma. È il compimento di un cammino secolare, iniziato con la superbia della ragione autonoma e giunto oggi al suo esito estremo: la dissoluzione dello stesso principio veritativo. Non più soltanto la verità negata. Non più soltanto la verità contestata. Bensì, la verità resa impossibile. Perché, se ognuno è verità, nessuna verità è.
«Veritas est adaequatio rei et intellectus». San Tommaso d'Aquino pose questo principio a fondamento di ogni conoscenza. La verità è adeguazione dell'intelletto alla cosa. Non della cosa all'intelletto. Non del reale al desiderio. Non dell'essere al volere. La verità precede l'Uomo. Lo interroga. Lo misura. L'intelletto non crea la verità: la riconosce. Non la produce: la accoglie. Non la inventa: la cerca e la scopre. Ma questo – proprio questo – è divenuto intollerabile per l’Uomo moderno: l'idea che esista una verità che precede, che trascende, che obbliga. L'idea che il reale abbia una struttura indipendente dal giudizio soggettivo. L'idea che il bene e il male non siano determinati dal consenso, dal costume o dalla maggioranza. Questa idea – respiro stesso della civiltà occidentale per due millenni – è stata progressivamente soffocata. Prima relativizzata. Poi marginalizzata. Infine espulsa. Annichilita.
Siamo nella Babele delle verità. Assistiamo a un fenomeno inaudito: la proliferazione delle (non) verità. Non più una verità – o almeno una ricerca comune del vero – ma (false) verità al plurale. Verità individuali: ciascuno custode geloso della propria versione del reale. Verità comunitarie: tribù arroccate nelle rispettive cittadelle semantiche. Verità ideologiche: narrazioni che piegano i fatti alla teoria. Verità mediatiche: costruzioni algoritmiche che plasmano percezioni. Verità giudiziarie: sentenze che pretendono di stabilire non solo colpe, ma anche eventi, il diritto senza giustizia, la giustizia senza verità, la verità senza carità, il fatto tecnico senza l’Uomo. Verità storiche: riscritture del passato in funzione del presente. E, infine, le più inquietanti: le verità artificiali. Simulacri generati da macchine, indistinguibili dal reale. Tante verità, nessuna verità.
Ciascuna si proclama assoluta. Ciascuna rifiuta il confronto. Ciascuna erige le proprie roccaforti. È la monadizzazione del vero. Ogni individuo, ogni gruppo, ogni piattaforma diviene monade. Ma queste monadi non riflettono l'armonia dell'universo. Né tendono a essa. Riflettono soltanto se stesse. All'infinito. Sala di specchi dove ogni riflesso è deformazione. Con un unico obiettivo: perpetuarsi.
I nuovi media hanno accelerato questa dinamica. Gli algoritmi selezionano, amplificano, radicalizzano. Costruiscono bolle impermeabili. «Veritas sequitur esse rerum» insegnava, ancora, l'Aquinate: la verità segue l'essere delle cose. Ma nelle camere d'eco digitali, l'essere scompare. Resta il flusso delle opinioni che si rincorrono, si confermano, si estremizzano. Ogni posizione si irrigidisce. Ogni sfumatura si cancella. Ogni dialogo si trasforma in scontro. Ogni falsa verità viene costruita strumentalmente e brandita come un’arma: per distruggere, per uccidere, per odiare. Mai per amare. Non è dialettica. È frantumazione. Non è pluralismo. È atomizzazione. Non è democrazia. È tribalismo. Il tessuto connettivo della civiltà – quella piattaforma di evidenze condivise che rende possibile il discorso pubblico – si è lacerato. Parliamo lingue incomprensibili. Abitiamo universi paralleli. Che, quando entrano in contatto, esplodono. Come siamo giunti fin qui? La risposta esige un'archeologia del presente. Un ritorno alle origini. Una genealogia dello smarrimento.
L'Illuminismo – ambizioso progetto di emancipazione della ragione – portava in sé un germe fatale: l'illusione di una ragione autosufficiente, sciolta da ogni vincolo trascendente, capace di fondare se stessa. «Sapere aude!» Ma quel sapere, progressivamente, si svincolò dalla Sapienza. Si emancipò dal Logos. Si autonomizzò dalla Verità che lo precedeva. Per secoli la ragione occidentale aveva operato in un orizzonte più ampio. Era ancilla, non domina. Strumento di indagine, non tribunale ultimo. Cercava la verità, non la produceva. Si sapeva misurata, non misurante. Riconosceva sopra di sé un ordine – naturale, morale, divino – al quale conformarsi. L'Illuminismo ruppe questo patto. Pose la ragione sul trono. E dal trono, la ragione guardò se stessa come unica fonte di legittimità.
I primi frutti illusero: la scienza moderna, il progresso tecnico, i diritti dell'uomo, le costituzioni liberali. Ma insieme ai frutti, cresceva l'ombra. Se la ragione è fondamento di se stessa, chi giudica la ragione? Se non esiste una verità trascendente, chi arbitra tra ragioni contrastanti? Se ogni autorità è costruzione umana, cosa impedisce di decostruirla? Il Novecento rispose con il sangue. I totalitarismi furono figli legittimi della ragione emancipata. È riduttivo considerarli solo aberrazioni. Furono anche conseguenze. Quando la ragione si fa assoluta, diventa tirannica. Quando pretende di rifare l'uomo secondo i propri progetti, genera mostri. Le conseguenze non si arrestarono. Perché il futuro risponde a un ordine inevitabile e necessario: la legge delle conseguenze. Venne la liquidità. Fu il tentativo di esorcizzare gli orrori attraverso il rifiuto di ogni assolutezza. Tutto diventò fluido, reversibile, negoziabile. Le identità si fecero plastiche. I legami, transitori. I valori, opinabili Ma il relativismo si rivelò altra forma di nichilismo: non più quello attivo dei totalitarismi, ma quello passivo dell'indifferenza. Non più «tutto è permesso perché Dio è morto», ma «nulla importa perché nulla è vero». Il passo verso la post-verità fu semplice. Oltre la menzogna e l’inganno, antichi quanto l'umanità, la post-verità introduce una prospettiva più sottile e letale: l'irrilevanza della verità. Il fatto che la distinzione tra vero e falso cessi di orientare la Storia. Che i “fatti alternativi” possano competere con pari dignità con i “fatti oggettivi”. Che l'emozione debba prevalere sull'evidenza. Ma tutto questo era solo anticamera. Da tempo, orami, abbiamo varcato una soglia ulteriore. Quella definitiva. L'era della verità artificiale. Deep fake, contenuti sintetici indistinguibili dal reale, voci clonate, volti generati, eventi mai accaduti che appaiono documentati. Quando l'occhio non può fidarsi di ciò che vede, quando l'orecchio non può credere a ciò che ascolta, quando ogni prova può essere fabbricata, allora il principio stesso di verità collassa.
Non è fantascienza. È cronaca. Nel Global Risks Report degli ultimi anni, il World Economic Forum annovera la disinformazione alimentata dall'intelligenza artificiale come uno dei rischi sistemici più gravi per l'umanità. Produciamo quantità illimitate di contenuti falsi. Li diffondiamo istantaneamente. Li integriamo nei dataset che addestrano le nuove intelligenze artificiali. È un circolo vizioso: le macchine apprendono dalla disinformazione e generano nuova disinformazione. Le «scorie semantiche» – come le chiamò Umberto Eco – si accumulano. Avvelenano il presente. Ipotecano il futuro.
Il passaggio dall'era dei lumi all'era delle tenebre artificiali si è compiuto. Non per tradimento degli ideali illuministi, ma per la loro eterogenesi. La ragione che voleva essere luce, avendo rifiutato la Luce che la illuminava, ha finito per generare ombre sempre più fitte. È la dialettica di ogni hybris: ciò che pretende di elevarsi senza misura, precipita. Ecco servito l’illuminismo oscuro. Disperato. Disperante. Che invece di riscoprirsi umilmente bisognoso di una Luce più grande, si rifugia nella distopia alienante dei tecno-totalitarismi. Definitiva distruzione dell’Umano. È l’orizzonte ultimo che si fa sempre più prossimo. È teknè senza phronesis. E senza episteme. Le conseguenze non sono soltanto epistemologiche. Sono politiche. Geopolitiche. Esistenziali.
La democrazia vacilla. La fiducia nelle istituzioni crolla. La polarizzazione aumenta. I sistemi politici si radicalizzano. Gli equilibri antichi si dissolvono. L'ordine mondiale si sgretola. Le istituzioni internazionali perdono legittimità. Le potenze combattono con le narrazioni prima che con le armi. Chi controlla l'informazione, controlla la percezione. Chi controlla la percezione, controlla la realtà. La manipolazione diventa industrializzata. È una balcanizzazione epistemica su scala planetaria. Una Torre di Babele ricostruita con mattoni digitali. Crollerà. Cadrà. Come Babilonia, la grande.
Ma il danno più profondo è antropologico. L'Uomo è un animale veritativo. Vive di verità come il corpo vive di pane. La sua intelligenza è fatta per il vero come l'occhio per la luce. Quando la verità viene negata, relativizzata, artificializzata, è l'Uomo stesso a dissolversi. Non fisicamente, ma ontologicamente. Perde consistenza. Si riduce a fascio di pulsioni, a prodotto di condizionamenti.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». La promessa evangelica rivela, per contrasto, la diagnosi del presente. Chi non conosce la verità è schiavo. Schiavo delle opinioni altrui. Schiavo delle manipolazioni. Schiavo dei propri istinti. Schiavo degli algoritmi che decidono cosa vedere, pensare, desiderare. La libertà senza verità è un’illusione. È la libertà del naufrago in mezzo all'oceano.: può muoversi in ogni direzione, ma non ha porto. Non sa da dove viene. Non sa dove va. L'epidemia di disturbi mentali che devasta le società opulente non è un accidente. È una conseguenza. Quando l'Uomo perde il senso, perde se stesso. L'anima, privata del suo nutrimento, si ammala.
Dostoevskij vide giusto: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». Ma il corollario è più terribile: se tutto è permesso, nulla ha senso. E se nulla ha senso, tutto diventa insopportabile. Eppure, la verità non è morta. È stata soffocata. Sepolta. Ma attende resurrezione. «Io sono la via, la verità e la vita». Non una verità. La Verità. Non un'opinione tra le opinioni. Il fondamento. Non un maestro tra i maestri. Il Logos fatto carne. Cristo non propone una filosofia: incarna la Verità. Non insegna una dottrina: è la Dottrina. In Lui l'adaequatio rei et intellectus raggiunge la perfezione.
È il Verbo eterno nel quale il Padre conosce se stesso e tutte le cose. «Cristo è la vita di ogni vita. Senza di Lui si è più vuoti di un corpo senz’anima, un oceano senz’acqua, un cielo senza stelle e senza sole» ha scritto il teologo Costantino Di Bruno. «Gratia non tollit naturam sed perficit». La grazia non distrugge la natura, la perfeziona. La fede non abolisce la ragione, la illumina. In Cristo, ragione e fede trovano armonia. Solo in Lui, con Lui, per Lui. Esiste una gerarchia ontologica delle verità che il pensiero contemporaneo ha smarrito. Quando si recide la radice, appassisce l'intero albero. La crisi veritativa dell'Occidente è cristologica. Prosegue Di Bruno: «Oggi vanno di moda le religioni personali e le interpretazioni individuali della Parola. La parola di Dio è un racconto; una delle tante verità disponibili. Il relativismo impera e l'uomo si auto-assolve e giustifica ogni suo desiderio, anche se sfascia l'ordine naturale della creazione. Non esistono valori che non possano essere negoziati. Tutto è possibile all'uomo, per decreto umano. Ognuno ha il suo Dio; il suo vangelo; le sue strade per eliminare qualsiasi peccato». È il trionfo dell'iper-soggettivismo elevato a sistema.
Il Libro della Sapienza ci offre la soluzione: «La Sapienza è riflesso della luce perenne, specchio senza macchia dell'attività di Dio. Pur essendo unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti». Ecco la risposta alla moltiplicazione delle false verità: la Sapienza che è una e tutto può. Ecco l'antidoto alla frammentazione: la Sapienza che rimane in sé e tutto rinnova. Ritornare alla verità significa ritornare a Colui che è la Verità. Non come formula. Come incontro. Come conversione.
L'Armonauta sa tutto questo. Lo porta nel cuore come ferita e come speranza. Vede lo sfacelo, ma non dispera. Perché sa che la Verità ha già vinto. Sul Calvario. Nel sepolcro vuoto. Per questo accetta la Croce come dono necessario. Il suo compito non è ricostruire da solo l'edificio della verità. Il suo compito è più umile e più grande: testimoniare. Mostrare – con la vita prima che con le parole – che la verità esiste. Che è possibile conoscerla. Che libera. Che senza di essa si muore. E con essa si vive.
Attraversa la babele senza confondersi. Naviga l'oceano della disinformazione senza naufragare. Abita l'era della post-verità come straniero e pellegrino. Sopporta ogni calunnia senza vacillare.
In ogni parola che pronuncia, cerca la Parola. In ogni verità parziale, la Verità intera. In ogni frammento di bene, il Bene assoluto. «Nella tua luce vediamo la luce».
Perché la Verità non è un'idea, ma una Persona. Non un concetto, ma un Volto. Non una teoria, ma un Amore. E quell'Amore, che ha vinto la morte, vincerà anche la menzogna. Oggi come ieri. Domani e per sempre. Lo ha promesso. Verso l'Armonia. Nella Verità.
«Avvenire» del 3 febbraio 2026