04 luglio 2007

Aldo Nove, rosario & neoavanguardia

«Maria» è un’opera che rimanda nella intonazione a Rebora e a Fiore
di Alessandro Zaccuri
Lo scrittore, ex «cannibale», dedica un poemetto alla «Madre di Dio», ricco di immagini cosmiche. Dagli apocrifi a Rilke. Ma sempre negando a Dio la maiuscola
Perché Maria?, verrebbe da domandarsi. Anzi: perché di nuovo Maria? Così presto, con così tanta insistenza. Pochi mesi fa era toccato a Erri De Luca, con il suo In nome della madre (Feltrinelli), ripercorrere i pensieri della giovanissima Miriàm, dall'Annunciazione alla Natività, in un'alternanza tra prosa e poesia dalla quale già traspariva che, riguardo alla Madonna, la parola stessa è chiamata a farsi «più che creatura». Adesso, con il poemetto Maria, l'ormai ex cannibale Aldo Nove ci consegna una sequenza di litanie tradizionali eppure modernissime, sospese tra il rosario e la neoavanguardia. Un atteggiamento ben testimoniato da «Madre di Dio», il sonetto - composto in realtà negli anni Novanta - che suggella il volume: «Madre di Clivio e di Gerusalemme, / Madre di Betsabea e di Baranzate, / Madre delle Bustecche e di Betlemme, / Madre del Monte Nero e di Malnate…». Il vicino e il lontano, e l'infinito nel mezzo. Forse è per questo che, in letteratura - e non soltanto in letteratura - la Vergine suscita tanto rispetto e tanta tenerezza. Non per niente perfino negli ospedali, se pure si ha ritegno nell'esporre il Crocifisso, per l'icona della Madre c'è ancora posto, c'è più posto di prima.
Nei testi di Aldo Nove, del resto, Maria c'è sempre stata. Anche quando l'autore si firmava con il nome di Antonello Satta Centanin e scriveva quasi esclusivamente versi, compresi quelli di «Madre di Dio», che svolgevano un ruolo sotto ogni aspetto centrale nell'autoantologia poetica Fuoco su Babilonia!, edita da Crocetti nel 2003 e organizzata lungo un arco temporale che andava dal 1984 al 1996. Fin da allora, del resto, Nove aveva pensato di celebrare Maria in forma poematica, toccando uno dei vertici della sua produzione. Oggi, nel momento in cui quel disegno prende forma in via definitiva, l'autore continua ad attribuire un carattere decisivo alla remota cadenza biblica e lombarda di «Madre di Dio», l'unico componimento di Maria in cui la divinità torna a meritarsi la let tera maiuscola. Per il resto, nei trenta canti che si susseguono nel libro (composto ciascuno di sette quartine di endecasillabi, in continua variazione di rima), «dio» è sempre, e contraddittoriamente, minuscolo. A dispetto del dispiegarsi di grandiose immagini cosmiche e liturgiche («E allora il cielo scese nel tuo seno, / e il tuo abbraccio era l'arcobaleno»), dunque, e più ancora a dispetto di un'intonazione che pare rimandare in modo esplicito all'ultimo Rebora e, più implicitamente, a quel gioiello di poesia mariana che rimane Myriam di Nazaret di Elio Fiore (Ares, 1992). Più indietro nel tempo, esplicitamente richiamate da Nove, premono altre forme storiche e letterarie, dagli Apocrifi del Nuovo Testamento a Rilke.
Tutto accade, forse, perché questa Maria è anzitutto la bambina che, nel primo componimento della serie, «qualunque collina / avrebbe voluto come sole» e in cui, nel sottofinale, «i suoi raggi ha sciolto il sole / scegliendo dolce in te la sua collina». In mezzo, tra questi due squarci d'assoluto, c'è la storia della salvezza, ci sono la visione dell'angelo e il miracolo di Cana, lo struggimento di un verso come «A dio insegnavi a camminare» e la vertigine della contemplazione per cui «Confine all'universo è la tua pelle, / tutte le stelle in cielo a te sorelle / in te sono racchiuse». Una circolarità pressoché perfetta, in conseguenza della quale il ricorso alla forma chiusa cessa di essere mero espediente virtuosistico (come accadeva, tra l'altro, in un alcune delle composizioni del già ricordato Fuoco su Babilonia!) e assume i connotati di una compiuta assimilazione tra sguardo e visione. Nel nome di Maria, come avrebbe detto un altro grande - e in questo misconosciuto - poeta lombardo, il Manzoni degli Inni sacri.
«Avvenire» del 19 maggio 2007

Negazionisti, quale libertà?

Contestatori della Shoah tra diritto di parola e falsificazione della storia. Gli studiosi si confrontano
di Edoardo Castagna
Veneruso: «In questo caso il tribunale non serve: occorre confutare le tesi»Luzzatto: «Così si dà spazio ai nostalgici» Perfetti: «Anch’io avrei chiuso l’ateneo»
Alla fine non ha parlato, Robert Faurisson. Scacciato dalle aule dell'Università, rifiutato da un paio di alberghi, alla fine messo in fuga anche dalla pubblica piazza di Teramo a suon - pare - di spintoni. L'intervento dello storico francese, negazionista della Shoah, in un'università statale italiana aveva fatto discutere. C'era chi invocava la libertà di parola, comunque e dovunque; c'era chi si appellava piuttosto alla necessità di difendere la verità dei fatti. Che, nel caso della Shoah, coincide con la memoria di milioni di vittime del razzismo nazista. Sulle colonne di Avvenire, nei giorni scorsi Franco Cardini aveva messo in guardia contro il rischio di trasformare i negazionisti in martiri, e aveva invitato a puntare, piuttosto, sulla sistematica confutazione dei loro argomenti; Anna Foa, domenica scorsa, ha poi messo in chiaro come non ci sia nessuno scontro storiografico - negazionisti contro «sterminazionisti» -, bensì un'opposizione tra la realtà - la Shoah, assodata al di là di ogni ombra di dubbio - e la sua negazione. Una «caricatura» del metodo storico, fatta di negazione dei fatti e di falsificazione della realtà, che rifiuta come sospette tutte le testimonianze - vengono da ebrei... -, che rigetta come ambigue o inventate le prove materiali, e che regolarmente si appella all'assenza di un ordine scritto del tipo: «Sterminate gli ebrei. Firmato: Hitler». Lo storico Danilo Veneruso ribatte ricordando che «I nazisti parlavano di "soluzione finale" (Endlösung), e gli ordini relativi venivano impartiti per via fiduciaria, investendo del compito alcune personalità civili e militari: i Mengele, gli Eichmann. Ora, si può dire ogni cosa, ma la tesi negazionista è insostenibile: la Shoah è dimostrata da una lunga catena di fatti, che si inanellano dall'avvento del nazismo fino ad Auschwitz. Ma questo non significa che i negazionisti non abbiano diritto di parola: ognuno può sostenere quelle che vuole, ed è responsabile delle sue azioni. Le responsabilità s ono del singolo storico che parla, dell'università che, eventualmente, lo ospita. Io sono nettamente contrario a ogni idea, anche la più sfumata, di negazionismo: ma il tribunale della storiografia non può essere quello delle aule giudiziarie, bensì quello della puntuale confutazione, della dimostrazione documenti alla mano. Certo, il rischio che, dando spazio a queste tesi, si finisca per accreditarle c'è. Ma questo è il prezzo della democrazia, di quella democrazia per la quale sono morti milioni di persone - inclusi gli ebrei». Il problema resta quello delle sedi in cui la libertà di parola si esercita. A destare scalpore, a Teramo, è stato soprattutto l'invito accademico rivolto a Faurisson da Claudio Moffa, docente alla locale Università: «Quando si negano determinati fatti - osserva Francesco Perfetti - io dubito che in sedi istituzionali o pubbliche si possa lasciare spazio a simili manifestazioni, non più espressione di libero pensiero ma fattore di turbativa. Io sono personalmente contrario a ipotetiche leggi che puniscano i negatori della Shoah, perché sarebbero liberticide, ma le tesi di Faurisson non stanno né in cielo né in terra: dargli spazio in un'istituzione pubblica significherebbe avallarlo con i crismi dell'ufficialità accademica. Sarebbe pericoloso. Nel campo della ricerca storica, agli errori e alla falsità si risponde con la confutazione, altrimenti rischiamo di creare martiri. Il che non significa lasciar correre tutto, in nome della libertà di pensiero: no, bisogna che la verità sia sottolineata, anche se questo significa concedere spazio ai falsificatori. Il problema è delicato, ma se fossi stato nei panni del rettore di Teramo - conclude lo storico - avrei agito allo stesso modo». Ed è proprio la cornice accademica ciò che indigna anche Amos Luzzatto: «Non vede per quale motivo oggi un'università italiana debba cercare in Francia un personaggio notoriamente già sbugiardato... Qual è lo scopo che si cerca di ottenere? Riabilitare le persec uzioni naziste? Chiamare a raccolta i nostalgici? E come sempre, come tutte le volte in cui si vuol fare una campagna che suscita giusta indignazione, si tira in ballo la libertà di espressione. Ma qui si diffonde odio e pregiudizi, e si umilia il termine "libertà di espressione"». A Teramo è finita a spintoni, e Faurisson ha dovuto fare dietrofront. «Aggredire è sempre male - ribatte Luzzatto -. Ma qui stiamo parlando di figli di deportati in lager. Credo che ad Auschwitz volasse qualcosa di peggio che qualche spintone».
«Avvenire» del 19 maggio 2007

No alla pillola che sbianchetta la memoria

di Luigi Testaferrata
È una notizia ormai vecchia, già bruciata dalla ventina di giorni che sono passati da quando è stata diffusa in tutto il mondo da tutti i mezzi di comunicazione: ma se non fa più il chiasso dei primi momenti, è come un fuoco che cova sotto la cenere, una fiaccola nascosta sotto il moggio, prima o poi riapparirà, e non più come notizia, ma come realtà scientifica, come prodotto industriale pronto ad essere diffuso in ogni parte della terra. Per lobotomizzarla, per renderla idiota, per privarla di uno dei pochi segnali di guardia che le impediscono di cascare nell'ebetismo pieno. Parlo della pillola che annulla la memoria delle cose spiacevoli: vale a dire degli sbagli fatti, dei delitti commessi, dei dolori sofferti, degli insuccessi, delle bocciature patite, dei rimproveri ricevuti, delle delusioni in amore e in carriera, dei tradimenti, dei torti, delle violenze, del Mr. Hyde, insomma, che ciascuno si porta dentro, più o meno vergognosamente nascosto, più o meno orgogliosamente esibito. A prima vista, la cosa potrebbe interessarci: tutti vergini, tutti angeli, tutti Emili russoiani, tutti Carlini Altoviti prima di crescere e diventare ottuagenari. Ma se la pillola diventasse incontrollabile e cancellasse anche i ricordi delle cose buone? Se facesse un deserto delle nostre menti, delle nostre coscienze? Se abolisse, tout court, la memoria, che succederebbe di noi? L'idea di diventare varianti dei personaggi di «Fahrenheit 451» le cui memorie vengono distrutte due volte, una col fuoco che divora i libri, l'altra con la repressione che annulla la coscienza (e i pochi che tentano di salvare il passato sono costretti a rimpiattarsi nelle foreste, ad affidare alla mente le pagine che sono proibite): la prospettiva di trasfigurarci in robot senza storia che prima o poi partiranno verso lontanissima galassie in viaggi senza ritorno; sono un'idea e una prospettiva che non ci consolano. Anche perché esperienze e dimensioni fantascientifiche di questo genere, se sono proprie di menti nate e cresciute nei giorni freddi e brevi, nelle notti interminabili dei Paesi del Nord, non appartengono alla nostra cultura. La nostra cultura si giova di una lingua che comincia nel segno di una persuasione nata dalla memoria («Sao ko kelle terre...»), comincia a brillare nelle parole iniziali della «Vita nuova» di Dante («In quella parte del libro della mia memoria...»), è arrivata fino a noi per salvare col ricordo del bene e del male (penso a Primo Levi - ma quanti altri già sono vicini!) la vera essenza dell'uomo, la memoria della sua origine divina, della sua perenne posizione dinanzi al peccato e alla santità e alla grandezza che gli viene dalla libertà di scegliere questo o quello. Come potremo barattare tante cose con una tranquillizzante, annichilente, dopante pillola?
«Avvenire» del 1 maggio 2007

Zanzotto, l’ora della prosa

Un libro-intervista del poeta
di Marzio Breda
Colloquio con Laura Barile e Ginevra Bompiani
I suoi versi più recenti li vede un po’ come «quei fiumi che scendono alle spalle dell’Himalaya verso i deserti al centro dell’Asia» e lì spariscono dopo aver percorso migliaia di chilometri, ad esempio il Tarim. Sono cioè testi irrigati da una sorgente attiva già molto tempo fa, e infatti «nascono ancora sia dal paesaggio devastato che dai pensieri sconquassati e incerti delle spinte della poesia». Ma confessa che, da quando procede nella vecchiaia, scrivere è diventato per lui una cosa diversa, perché «cambia l’idea della finalità» e mutano le pressioni esterne, con il risultato che si accentua un rischio «d’inaridimento» (ecco la metafora dei corsi d’acqua che evaporano nelle steppe). Così oggi tenta di «parlare per qualcuno che, nonostante parli, si trova sepolto nel silenzio». E, mentre s’inoltra nel «deserto nella poesia», spiega che non allude alla biblica vox clamans in deserto, quanto a una voce «soffocata dalla sabbia» del deserto. Fa effetto leggere le ultime riflessioni di Andrea Zanzotto e scoprire che, a 85 anni, resta impegnato su più fronti senza apparente stanchezza: pronto a scavare ancora nel linguaggio, a inoltrarsi in nuovi campi di sperimentazione, a interrogarsi sui «terribili limiti della poesia» e a superarli. Fa effetto verificare come abbia evitato il pericolo dell’afasia, ricorrente nella terza età, pescando dal profondissimo pozzo di sentimenti, immagini, storie, grande cultura (anche scientifica) cui ha attinto sempre. Con il risultato di produrre ancora, mantenendo una sorta di impossibile «serenità col batticuore», lampi straordinari sul nostro tempo. A partire da certi «orrori dall’Italia». Pensieri lunghi, maturati durante il periodo di quasi immobilità al quale è stato costretto da un incidente domestico, la frattura del femore, e che riemergono ora in un colloquio con Laura Barile e Ginevra Bompiani verbalizzato in un libro, Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura (edizioni nottetempo, pp. 100, 8). Quel «trauma», vissuto alla stregua di una «colpa» misteriosa e inestinguibile, lo porta a ragionare su infiniti altri traumi, che s’infilano nel dialogo e offrono qualche chiave di decodificazione del suo lavoro. Il poeta racconta delle leggendarie malattie e dell’ipocondria («che ha paura di se stessa come prima malattia ed è oggi classificata tra le forme depressive»), delle debilitanti insonnie accompagnate dalla ricerca del silenzio assoluto («idea sbagliatissima, perché si sentono i rumori del corpo»), dei sogni («che sono tornati per via chimica»), della psicanalisi (che gli pare serva più che altro «a rifinire l’azione dei farmaci»). Lega le bizzarrie del clima, forse indizio di prossime catastrofi, alle proprie difficoltà fisiche e ragiona: «Possibile che non mi sia dato / compiere la più minuta / azione senza che il tempo / venga a riscuotere, usuraio atroce / la sua parte, con interessi / sempre più spropositati / esponenziali, demenziali...?». Lo angoscia la distruzione dell’ambiente e l’eclissi della bellezza. Lo opprime il fenomeno della «pletora» sempre più invasiva, esaltata dal consumismo e che ci fa cadere addosso troppo di tutto, come succede con «l’arcicomunicazione» di tv e Internet, fenomeno sul quale ha composto un fulminante epigramma: «In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio». Provinciale cosmopolita chiuso nell’appartato microcosmo veneto di Pieve di Soligo, Zanzotto si trova adesso più che mai sul palcoscenico pur non avendo fatto nulla per salirci. Da mesi nel suo nome si alternano molte iniziative, convegni di studio, recital, concerti, interviste scritte o video (come quella di Marco Paolini per la regia di Carlo Mazzacurati, appena ampliata e ripubblicata da Fandango), nuove traduzioni in Francia e Stati Uniti e nuove pubblicazioni (come il poemetto Elleboro: o che mai?, a cura dell’associazione culturale marchigiana La Luna), in un continuo remaking della vita e delle opere. Un’intrusione affettuosa e necessaria, che gli fa però guardare al futuro «con alquanta repellenza, come l’asino che punta i piedi». Di sicuro, schivo com’è, teme la prospettiva di trasformarsi in oracolo, in monumento vivente. Ma per un Paese in ogni senso depresso e smarrito era fatale ritornare a leggere quello che, per mutuare il giudizio di Gianfranco Contini, è «il migliore tra i poeti italiani nati nel Novecento». Lo si definisce moralmente indispensabile e si vorrebbe interrogarlo su tutto, richiamarlo in servizio, attribuirgli un ruolo di supertestimone, reclutarlo come voce critica in grado di correggere il quotidiano sciocchezzaio nazionale. E Zanzotto quando può si concede e esce dal guscio con qualche ironia, senza però offrire risposte consolatorie o ambigue o furbe. Delle mezze profezie, piuttosto, e non a caso i suoi versi ne hanno distillate tante, fin da quando era proibito far vacillare un certo modo d’intendere il progresso. Insomma: starlo ad ascoltare offre antidoti salutari.
«Corriere della sera» del 16 aprile 2007

L’utopia d’imparare senza sacrificio

di Giovanni Belardelli
Qual è l’innovazione scientifica di cui ha più bisogno l’umanità? È questa la domanda cui hanno risposto per iscritto gli studenti di oltre centoventi scuole italiane che partecipavano a un concorso indetto dal ministero per l’Università e la ricerca. Nel darne notizia, il settimanale online Tuttoscuola segnala la presenza, tra le proposte pervenute, di una particolarmente singolare. Per uno dei concorrenti la vera, rivoluzionaria innovazione sarebbe quella che permettesse di trasferire le informazioni direttamente al cervello, in modo da non dover sacrificare anni e anni della propria vita allo studio. Dove colpisce non tanto l’idea in sé, quanto l’associazione tra sviluppo del sapere e drastica diminuzione del tempo di studio. Colpisce soprattutto perché una tale associazione, secondo Tuttoscuola, esprimerebbe un orientamento presente anche in altri testi del concorso, concordi nel mostrare ampia disponibilità verso la conoscenza scientifica «purché non collegata all’impegno, alla fatica individuale dell’apprendere studiando». Per quanto contraddittoria e assurda, questa aspirazione ad apprendere in fretta, ora, subito, senza perder tempo e soprattutto senza doversi impegnare, costituisce purtroppo un segno dei tempi, legata com’è, evidentemente, alle informazioni sempre più brevi, frammentate e veloci prodotte dalla rivoluzione informatica e da Internet. C’è solo da augurarsi che l’utopia di una conoscenza liberata dallo studio, seppur diffusa tra i partecipanti al citato concorso, non lo sia altrettanto tra gli studenti italiani. Non sarebbe un buon viatico per chi si dovrà confrontare con i tanti laureati di Paesi come Cina e India, che già oggi a quell’utopia danno prova di non credere affatto.
«Corriere della sera» del 5 maggio 2007

Il dialetto sfonda tra gli studenti: sempre meno parlano solo italiano

I dati di una ricerca dell'Istat: cresce il numero di chi lo utilizza esclusivamente, e molti lo alternano spesso alla lingua italiana
di Salvo Intravaia
La rivincita del vernacolo sulla lingua nazionale? Non esattamente, ma quello messo in evidenza dall'Istat sembra un segnale interessante. Chi pensa che l'uso del dialetto fra i giovani non sia di moda dovrà ricredersi. Gli studenti che si esprimono esclusivamente in italiano sono in calo rispetto a sei anni fa mentre cresce, con gli amici ed estranei, il numero di coloro che utilizzano 'esclusivamente' il dialetto. In mezzo, ci sono un quarto di ragazzi ancora tra i banchi di scuola che dichiarano di alternare i due modi di esprimersi. E ancora, cresce la conoscenza delle lingue straniere che però resta di bassa qualità, con la scuola che risulta il luogo privilegiato per l'acquisizione dei primi elementi ma il 'fai da te' che raddoppia rispetto a sei anni fa e dà risultati di gran lunga migliori.
È quanto emerge dall'ultima pubblicazione dell'Ufficio nazionale di statistica dal titolo "La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere". Abbastanza rappresentativo il campione di 24 mila famiglie intervistate nel 2006 con soggetti di tutte le età. Nel complesso della popolazione di oltre 6 anni cresce l'uso dell'italiano e delle lingue straniere a scapito dei dialetti in tutti e tre i contesti analizzati: in famiglia, con gli amici e con gli estranei. Ma tra gli studenti le cose vanno diversamente: il dato è in controtendenza. Scoperta del dialetto come forma di recupero delle tradizioni? O altro?
Il dialetto e l'italiano fra i giovani. Diminuisce l'uso 'esclusivo' dell'italiano tra gli studenti in tutti e tre contesti esaminati. Ma soprattutto, quando si trovano al cospetto di persone con le quali non hanno nessuna confidenza. A colloquio con gli estranei l'uso esclusivo dell'italiano passa dal 89,3 all'86,8 per cento. E se in famiglia è comprensibile che nonni e genitori utilizzino ancora frasi e vocaboli appartenenti ai luoghi di origine, a sorpresa fra i ragazzi si registra un incremento di coloro che usano 'solo o prevalentemente il dialetto'. In compagnia degli amici il tasso passa dal 4,3 per cento del 2000 al 5 per cento del 2006.
L'uso delle lingue straniere e la scuola. A parere dei 54 mila intervistati di ogni età 'la scuola è cattiva maestra'. Meglio il 'fai da te'. Anche se quasi tutti vengono a contatto con le lingue straniere a scuola. Quasi 9 intervistati su 10 dichiarano che la lingua straniera meglio conosciuta è stata appresa durante il percorso scolastico. Ma quali sono i risultati quando gli italiani si trovano a conversare con uno straniero o durante la lettura di un libro o un giornale? Decisamente male. Più di 42 giovani fra i 6 e i 24 anni hanno scarse (o addirittura nulle) capacità di 'tenere una conversazione'. E 32 su 100 svolgono il compito in maniera appena sufficiente. Va un po' meglio nella comprensione quando si ascolta o si legge, ma la situazione peggiora nuovamente quando occorre cimentarsi con la scrittura.
Non c'è da meravigliarsi, perché tra chi ha appreso le lingue a scuola appena un terzo ritiene di avere una buona comprensione e uno su 5 si considera il grado di avere una buona capacità di conversazione. Risultati che raddoppiano studiando da soli: a casa con un buon corso in dvd o su cd.
«La Repubblica» del 17 maggio 2007

L'oro nero della cultura

L’economista Walter Santagata: «Serve più sinergia fra creatività e mercato»
di Leonardo Servadio
«Sviluppo e benessere favoriscono il genio artistico e intellettuale, ma sia lo Stato che i privati devono aver maggiore cura dell'esistente e promuovere il nuovo»
La cultura è l'oro nero dell'Italia: ne abbiamo giacimenti immensi che, se opportunamente valorizzati, creano ricchezza. Il fatto è risaputo: i nostri antenati sono stati grandi artisti. Ma Walter Santagata non si accontenta, sostiene che sia necessario non solo occuparsi del patrimonio esistente, ma anche creare nuovi prodotti, e con tutte le tecnologie possibili, dal cinema al design industriale, alla moda. Economia e cultura vano assieme? «Non v'è dubbio. Basti pensare alla Firenze dei Medici… E oggi il discorso non è diverso».
Santagata da oltre venti anni si occupa del rapporto tra economia e cultura, il suo primo studio sull'argomento è stato realizzato per la Fondazione Agnelli alla fine degli anni Ottanta, successivamente all'Universtà di Torino ha aperto la cattedra di Economia dei beni e attività culturali: «ricordo lo sconcerto del mondo accademico di allora, nel vedere associati due termini che parevano insanabilmente contrapposti». Ma le cose stanno cambiando. È esplicito il titolo del suo più recente volume, La fabbrica della cultura. Ritrovare la creatività per aiutare lo sviluppo (il Mulino, euro 10, pagine 140). Vi si sostiene, appunto, che il modello della sola conservazione non funziona: «attrae turisti, non artisti, imprenditori cultuali e produttori di conoscenza… La prima priorità invece è la produzione di cultura. Essa richiede un grande programma politico di ridefinizione degli incentivi individuali e collettivi di intellettuali, artisti, operatori pubblici e imprenditori».
Concretamente che occorre fare?
«Auspico l'istituzione di una Direzione che abbia questo obiettivo in seno al Ministero, con i suoi agganci sul territorio tramite le soprintendenze. Qualcosa che svolga funzioni simili a quelle della "film commission" istituita a Torino e in altre città».
Ma il modello non sarà il Minculpop…
«Oggi all'estero non mancano esempi di organismi simili. In Francia vi sono commissioni dedite alla prom ozione culturale, e in Inghilterra sono ancora più avanti, con una struttura ministeriale ad hoc che lavora in stretto contatto col Parlamento. In Italia bisogna anzitutto prendere coscienza della situazione esistente: perché la cultura non è solo arte e letteratura, vi sono molte forme espressive nuove. Noi siamo forti nel design: dobbiamo rendercene conto, come hanno fatto in Francia, dove mi hanno incaricato di svolgere un'indagine conoscitiva sullo stato e sull'evoluzione dei grandi produttori di moda. Ma qui da noi sinora nessuno se ne è occupato, per quanto questo settore produca cultura e abbia fatturati non indifferenti. Abbiamo poi la cultura materiale diffusa nel territorio, con tutte le sue particolarità locali: prodotti alimentari, pelletteria, tessili… delle ceramiche toscane ai violini di Cremona…».
Negli Usa sono le fondazioni private a promuovere queste attività…
«Sì e no. Se si guarda il bilancio del Moma di New York (il Museo d'arte moderna, ndr) si scopre che per un 20-30% è finanziato dalla città. La mano pubblica legittimamente sostiene la produzione culturale. Questa attiva una circuitazione di idee e di altre attività che giovano al benessere globale del paese. E bisogna tenere il passo delle nuove tecnologie. Oggi negli Usa o in Corea producono film in digitale, mi sembra che in Italia questo fenomeno sia quasi inesistente».
Si dice che la cultura sia espressione di un'economia forte, com'era quella della Firenze medicea o quella degli Usa attuali. È proprio così?
«Certamente un'economia forte ha maggiori risorse da investire per la cultura. Ma avviene anche il reciproco: lo sviluppo della cultura attiva la capacità creativa, il che ha riflessi positivi per la situazione economica di un paese. Perché alla base di tutto sta la creatività, e questa è stimolata dalla circolazione di idee…».
Gli intellettuali contrappongono spesso quantità e qualità. Se a una mostra d'arte vanno migliaia di visitatori, questa appare un fenomeno di massa e viene svalutato…
«Nel corso di un anno, lo Stato incassa un centinaio di milioni di euro dai biglietti dei musei: è poca cosa. Si può supporre che se l'acceso fosse gratuito aumenterebbe il numero di visitatori. In Inghilterra nel '92 hanno reso libero l'accesso ai musei e nei primi 5 anni il numero di visitatori è aumentato di 30 milioni. Questo crea un circuito virtuoso: quanto maggiore il numero di coloro che si avvicinano alla cultura, tanto maggiore il numero di chi ne diventa consumatore abituale. Con l'aumento della conoscenza, migliora la capacità di critica e di scelta, il che porta a migliorare la qualità dell'offerta. La cultura ha sempre un effetto educativo. Inoltre genera nuove energie perché stimola la creatività. È questa la risorsa primaria: inesauribile e sempre rinnovabile».
«Avvenire» del 18 maggio 2007

Arrivano gli embrioni chimera

Il mercato ha vinto
di Marina Corradi
Il governo inglese autorizzerà la produzione di embrioni chimera formati da patrimonio genetico umano e animale, a scopo di ricerca scientifica. A sei mesi dalla decisione di vietare questi esperimenti a causa del "disagio" che l'ipotesi provocava alla popolazione, il ministro della Salute Caroline Flint ha cambiato idea. Potenza della lobby scientifica e farmaceutica, che in Gran Bretagna gode di una mancanza di vincoli unica in Europa. Quarantacinque illustri scienziati tre mesi fa hanno lanciato il loro appello sul Times: non si può fermare la ricerca. Benché le staminali embrionali in dieci anni non abbiano prodotto nel mondo una sola applicazione terapeutica, i ricercatori inglesi assicurano che la via degli embrioni chimera porterà a una cura per l'Alzheimer e il Parkinson.
Dunque, la nuova legge che sostituirà la ormai vecchia "Human and Fertilisation Embryology act" consentirà di ibridare embrioni di uomo con cellule o Dna animale, di bovino precisamente, traendone creature, se così si possono chiamare, la cui vita verrà interrotta entro il 14esimo giorno di sviluppo. Novantanove per cento uomo, un per cento mucca. Questa è l'ipotesi dei due progetti di ricerca già presentati e in impaziente attesa. Non possiamo permettere - ha detto il ministro - che la nostra ricerca perda la sua posizione di avanguardia. Come dire: se non autorizziamo le chimere, i nostri migliori cervelli andranno a produrle in Cina o in Corea, e addio a eventuali brevetti per l'industria britannica. È, insomma, "il mercato".
C'era, è vero, un "disagio" espresso dalla popolazione nei confronti di questo incrociare uomini e mucche. A un sondaggio del Dipartimento della salute due anni fa arrivarono 324 risposte sulla questione delle ibridazioni. Di queste, 237 chiedevano che fossero proibite. Nei piccoli numeri, una proporzione non insignificante. L'idea di alterare le cellule che originano un uomo non piace alla gente semplice. Che avverte istintivamente il sapore , in queste manipolazioni, di un limite trasgredito; del gioco pericoloso di una scienza che non riconosce legge, al di fuori di quella di ciò che chiama "progresso". Ma cosa può il dissenso della "strada", quando una lobby potente muove la stampa, e il Times magnifica le grandiose speranze delle ibridazioni? Rapidamente la signora Flint si è convinta della urgenza della ricerca.
Il professor John Burn della Newcastle University, dove dieci anni fa nacque la pecora Dolly, ha detto con paterna comprensione di poter capire «l'istintivo rifiuto che l'idea di ibridare uomo e bovino può generare. Ma ciò di cui stiamo parlando sono cellule su un banco di laboratorio, non un feto. Qualcosa di molto più piccolo di un seme».
Già, che rilevanza può avere una cosa così minima? Che senso ha spaventarsi per una faccenda di così infinitesimali proporzioni? Dunque, lo faranno. Un nucleo somatico umano dentro l'ovulo di una mucca. Quattordici giorni di vita, in una provetta. Servirà solo per trarne materia prima per la scienza. Quante storie per poche cellule invisibili (anche se viene in mente il Piccolo Principe di Saint Exupery: «L'essenziale è invisibile agli occhi»). E tuttavia non riusciamo a non pensare a quell'essere, figlio di un uomo e di una donna, preso e stravolto nella sua intima natura. Nei laboratori staranno a osservare eccitati lo sviluppo mai visto di una vita che non esiste nel creato. Nel Nuovo Mondo di Huxley i figli senza madre uscivano dalla catena di montaggio «con un vagito di orrore e di spavento». Ma in quei laboratori candidi, al quattordicesimo giorno, finirà nel silenzio la breve avventura di un uomo violato.
«Avvenire» del 18 maggio 2007

U. Saba: Parole

Parole,
Dove il cuore dell’uomo si specchiava
Nudo e sorpreso – alle origini ; un angolo
Cerco nel mondo, l’oasi propizia
A detergere voi con il mio pianto
Dalla menzogna che vi acceca. Insieme
Delle memorie spaventose il cumulo
Si scioglierebbe, come neve al sole.

La rete nella Chiesa

Dal sì al compromesso storico al «gelo» sul Pd I fogli diocesani: calato dall’alto, meglio la sinistra
di Paolo Conti
Luglio 1976. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, scrive la famosa «lettera aperta» a Enrico Berlinguer sui rapporti Pci-cattolici. La risposta del segretario comunista arriva nell’ottobre 1977. Sui settimanali diocesani si apre un lungo confronto: sullo sfondo c’è il vero tema politico, il compromesso storico. È l’anno in cui il gesuita Francesco Cultrera, teologo a Messina, sostiene che la cultura marxista in Italia obbliga «a un confronto per una riflessione teologica incarnata nella storia». Scrive la «Voce Isontina»: «Il dialogo deve sostanziarsi tra comunisti e comunità cristiane, tra militante e credente...». Per «L’azione» di Fabriano l’evoluzione del Pci è «indubbia». Da Udine «La voce cattolica» chiosa: «La lettera può rivelarsi strumento di dialogo per scoprire con lucidità l’urgenza di nuove forme di rapporto che tutti si auguravano avvenissero tra comunismo e cattolicesimo in Italia ma che venivano rimandate nelle pause di un silenzio che non giovava a nessuno». Trent’anni dopo, ex comunisti dei Ds ed ex democristiani della Margherita stanno per confluire nel Partito democratico. Ma sulla rete dei settimanali cattolici (una realtà da 165 testate e complessive 952 mila copie) i commenti sono rari, e i pochi distratti. Dice don Walter Fiocchi, editorialista de «La voce alessandrina», vicario per la pastorale della diocesi: «Fenomeno prevedibile, anche se noi ne abbiamo parlato ... Oggi il Partito democratico sembra solo un’operazione di vertice, di spartizione di posti, una lite tra Fassino, Rutelli e Parisi. Nessun coinvolgimento della base, delle associazioni, del volontariato. Perché discuterne?». Possibile che qualcuno della base cattolica trovi più fascino nella sinistra radicale? «Possibile. Si può vedere in loro più schiettezza, maggiore sensibilità per temi forti come pace e giustizia sociale. E se la sinistra radicale non fosse ancora afflitta da quella malattia adolescenziale che è il massimalismo, la sintonia sarebbe ancora maggiore...». C’è pure l’atteggiamento ostentatamente liquidatorio di un Alberto Migone, direttore di «Toscana oggi» (25 mila copie): «Non ne scriviamo perché le persone ne sanno poco, bisogna vedere come vanno a finire queste operazioni, io stesso sono sprovveduto sul tema, arrivederci...». Ma molti altri, i più autorevoli, sono disposti all’analisi. Don Giorgio Zucchelli, direttore de «Il nuovo Torrazzo» di Crema, dal gennaio 2005 presidente nazionale della Federazione italiana settimanali cattolici: «Il Partito democratico? Perché non se ne scrive? Siamo di fronte a un puro futuribile che non crea ancora interesse, loro stessi appaiono divisi e ogni analisi diventa prematura». E l’incontro tra ex comunisti ed ex dc? «Presenta aspetti di grande interesse ma anche preoccupanti. E qui arriviamo forse al nodo, quello dei valori. Sarà l’orizzonte che ci interesserà nei prossimi decenni. Progettando il Partito democratico non ci può non essere immediata chiarezza su quel punto. Non si può lasciar covare sotto la cenere e affrontarlo solo a partito fondato... lo dico nell’interesse stesso del futuro raggruppamento. Ma comunque, vedrete, ben presto ce ne occuperemo». Aggiunge don Beppe Scapino, che dirige «Il giornale della comunità» a Fossano, provincia di Cuneo: «In molte testate cattoliche tira aria di normalizzazione. E poi lo strumento partito non viene più avvertito come essenziale. C’è forte disaffezione verso la politica e lo stesso incontro tra pezzi di ex Pci ed ex Dc non è più visto come qualcosa di innovativo». Torna il tema dell’attrazione verso la sinistra radicale: «Può dimostrarsi più lanciata nella difesa di valori come la pace, meno attenta alle mediazioni della politica. Forse l’adesione dei cattolici è meno numericamente rilevante ma diventa più visibile, evidente perché esplicita». Andrà davvero a finire così, tra la freddezza dei tanti e l’approdo dei pochi alla sinistra non riformista? Avverte Giovanni Franzoni, ex abate di San Paolo e da decenni esponente del cattolicesimo del dissenso: «Se il Partito democratico nasce come un’operazione per buttar fuori una fetta della sinistra, mi riconoscerò con altri sicuramente nei verdi, nei Comunisti italiani, nella sinistra di Rifondazione, in quella ds dei Salvi e dei Mussi. Comunque i cattolici del dissenso sono destinati a non essere riconosciuti come interlocutori, anche Berlinguer si rivolse alla Dc e ai cattolici già iscritti al Pci. Non a noi. Figuriamoci il Partito democratico...». Conclude Giovanni Avena, direttore editoriale di «Adista», 10 mila abbonati, agenzia di informazione religiosa dichiaratamente «extraistituzionale»: «Il silenzio delle riviste diocesane si spiega con l’attesa di un pronunciamento dei vertici della Conferenza episcopale sul Partito democratico. Poi gli stessi cattolici democratici sono divisi sull’opportunità di aderire alla formazione. E nella Margherita si annidano, secondo alcuni, troppi cattolici dissidenti. Che non vanno certo legittimati dall’alto... Ecco perché nessuno scrive del Partito democratico».
«Corriere della sera» del 16 aprile 2007

Grossman: sarà la poesia a sconfiggere la guerra

I versi inediti dello scrittore. Un inno all’amore, il ricordo del figlio Uri
Di Davide Frattini
«Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso». Nel buio del sottoscala più alternativo di Tel Aviv, David Grossman fruga nelle tasche dei pantaloni di cotone. Tira fuori i fogli con le poesie scritte negli ultimi tre anni, versi creati scavando dentro se stesso anche con il coltello del dolore. Il dolore per la morte di un figlio. Non nomina mai Uri, ucciso a vent’anni nella guerra libanese dell’estate scorsa, solo alla fine, in qualche modo, gli dedica questo pomeriggio underground. «In questi giorni commemoriamo i nostri caduti e viste le circostanze sento il bisogno di chiudere con una pagina di Vedi alla voce: amore, quella che rappresenta per me il tema del romanzo». Legge del piccolo Kasik e di quando la Brigata dei Ragazzi di cuore si raccoglie attorno a lui che dorme: «Sapete che cosa mi auguro? Che viva in questo mondo tutta la sua vita, dal principio alla fine, senza mai conoscere la guerra». Guerra. Prima era stato solo amore. «La (ri)scoperta dell’amore durante la mezza età», come spiega il critico letterario Nissim Calderon. E’ lui che ha convinto lo scrittore, 53 anni, a scendere da Gerusalemme verso il mare e a presentare per la prima volta queste poesie. «Canzoni» le chiama Grossman, nelle poche parole di introduzione. E in canzoni si trasformano subito: le legge con la sua voce timida, poi va a sedersi sul fondo del mini-palco e ascolta i versi diventare musica, con il pianista Yoni Rechter e la giovane cantautrice Rona Kenan. Tra il pubblico del Levontine 7, oltre duecento persone, c’è Avraham B. Yehoshua, che accompagna l’amico non solo negli appelli politici e che nei fine settimana lascia Haifa per venire a trovare i nipotini a Tel Aviv. Nel nuovo libro, anche il terzo boss dell’oligarchia letteraria israeliana affronta l’erotismo a cinquant’anni passati. Amos Oz dedica dieci pagine di Rhyming Life and Death a un incontro tra il protagonista (l’Autore) e Ruchele Reznick. «E’ la scena intima più lunga che io abbia mai scritto - ha raccontato al quotidiano Haaretz -, la più dettagliata descrizione sessuale mai apparsa in un mio romanzo. La definirei al microscopio». L’idea di mettere insieme poeti e cantanti è di Calderon, che insegna letteratura ebraica all’università Ben Gurion. Sul legame tra versi e musica sta scrivendo un libro. Grossman aveva già composto il testo per The Sticker Song del gruppo hip-hop Hadag Nahash. Le parole sono saccheggiate dagli slogan politici impressi sugli adesivi da paraurti che qua nessuno rinuncerebbe a esibire. Uno dopo l’altro, i motti della destra e della sinistra si sovrappongono: «Tutta una generazione vuole la pace / Che il nostro esercito vinca / Mi sento sicuro con la pace di Sharon / Hebron per sempre». Oltre alle poesie inedite, Grossman legge alcuni passaggi selezionati tra i suoi libri più popolari. Da Che tu sia per me il coltello sceglie la lettera in cui Yair svela a Miriam il suo amore e le dice di essere pronto ad accettare le banalità della vita quotidiana con lei: un vestito che non le sta bene, le pulizie in casa. Qualche mese fa, sulle pagine di Haaretz, Calderon aveva definito «un testo fondante» l’orazione recitata da Grossman al funerale di Uri («israeliani e non israeliani la rileggeranno per molti anni a venire. Gli allievi la studieranno, i teorici la analizzeranno»). Il critico letterario la paragona a un altro discorso funebre che considera alla base del sionismo, quello pronunciato da Moshe Dayan davanti alla tomba dell’amico Roi Rutenberg, caduto nel 1956 al confine con Gaza. «L’orazione di David Grossman è un testo fondante perché non raffigura un giovane ucciso circondato dalla cultura del consenso, ma piuttosto da una cultura del dibattito e della controversia. Non una cultura della certezza ideologica, piuttosto una cultura delle ideologie frammentate. Una cultura che chiede ai suoi figli di fare molte scelte e prendere molte decisioni per maturare e qualche volta anche di scegliere di rischiare le loro vite».
LIRICHE Gli incontri le gioie il dolore David Grossman è sceso dalla sua Gerusalemme a Tel Aviv per presentare in pubblico una serie di poesie inedite, composte negli ultimi tre anni. Sono scritte in un ebraico molto ricercato, che recupera parole dall’aramaico e dall’Antico Testamento. Versi d’amore, che raccontano la riscoperta del sentimento. Come in quelli letti assieme a un’attrice, che rappresenta la voce femminile. Un uomo e una donna si incontrano «a metà delle loro vite». Sono stanchi, forse non si aspettano che l’eccitazione possa ricomparire («Ci siamo trovati, quando eravamo già abbastanza indifferenti»). Eppure l’incontro si realizza: «Ti sei avvicinata a me con cautela e mi hai sorriso». In un’altra poesia, l’autore cerca un’alleanza, ancora una volta «qualcuno con cui correre», come in uno dei suoi romanzi più noti: «Quando vado contro me stesso, non mi abbandonare». Una richiesta di sostegno e fedeltà: «Amami malgrado tutto, malgrado me stesso».
« Corriere della Sera » del 22 Aprile 2007

POTERI DI CARTA Le battaglie che fanno testo

di Luca Doninelli
La letteratura è gioco o impegno? I relatori si contraddicono ma ci sono applausi per tutti
La geografia d’Italia non riguarda solo i chilometri, le strade e le contrade. Non è solo paesaggio visibile, luogo, longitudine e latitudine. Esiste anche un’Italia che è la stessa dappertutto, e che se cambia cambia dappertutto.
C’è quella che non cambia mai, di cui le cronache ci forniscono, quotidianamente, il resoconto: dal cattivo governo delle città alle pensioni che non funzionano alla burocrazia soffocante, eccetera eccetera. C’è poi quella che, per non cambiare mai, deve comunque modificarsi.
È l’Italia dei poteri, che per mantenersi deve muoversi sempre, ristrutturarsi, darsi nuovi nomi, vestirsi di nuove facce. Come già scrisse l’anonimo - per quanto nominatissimo - autore del Gattopardo. Anonimo come anonimi sono tutti gli autoritratti di un Paese. E Il Gattopardo l’abbiamo scritto noi tutti, ma senza volerlo, l’abbiamo fatto e basta.

Mi trovo in una città qualunque per assistere a un incontro letterario, e sono in compagnia di uno scrittore per il quale critici e colleghi fanno follie, ma nel quale gli editori non credono, perciò è sempre depresso e io devo tirarlo su. Per lui questo incontro è un motivo di sofferenza, e lo capisco. Io invece sono contento perché sono venuto ad ascoltare Roberto Saviano, un ragazzo di Napoli, classe 1979, che ha scritto un libro bellissimo - lo conosciamo tutti, è Gomorra, premio Viareggio, settecentomila copie vendute - e sta pagando a caro prezzo il fatto di averlo scritto: ha ventotto anni, e gira sotto scorta.
Gomorra è, per alcuni aspetti, il nuovo Gattopardo. Gli manca forse la cattiveria e, con essa, l’acutezza antropologica del Gattopardo, ma in compenso commuove per la curiosità, per l’ordine, per l’esattezza e, insieme, per lo strazio e la pietà che comunica al lettore - me per primo. Saviano, oltre che scrittore, è uno storico di razza. La sua prosa è la prosa dello storico, rivisitata dall’energia dello scrittore. Ma il bello del suo libro è che non mette (non sa mettere, non può mettere) un muro divisorio tra la persona del narratore e la materia narrativa. In questo modo la pietà e l’orrore non ci vengono semplicemente dalle cose raccontate - molte delle quali a noi già note - ma anche dalla capacità di sacrificio, dal coraggio, dall’amore che lo scrittore mette in ogni istante della sua ricerca sul campo e della sua scrittura. Questa capacità di spendersi fino all’ultima goccia di sangue è il segreto di Gomorra.
Ma la mia non è una recensione. Dico queste cose perché io in genere agli incontri letterari non vado, mentre a questo ci sono andato. E volevo spiegare il perché. È il paesaggio umano a interessarmi.
Guardo e ascolto Saviano mentre parla, e intanto prende corpo in me un sospetto che avevo già alla lettura del suo libro, e cioè che lui non sappia fino in fondo quello che ha fatto scrivendo Gomorra. Tomasi di Lampedusa lo sapeva, conosceva il perimetro della sua metafora italiana, Saviano non lo sa - forse ha scritto questo libro per poterlo sapere.
Fin dalle prime pagine del suo libro, Saviano ci spiega che la camorra è cambiata: non è più un’organizzazione ramificata facente capo a un’unica cupola, ma una sorta di federazione di boss indipendenti l’uno dall’altro, ciascuno dei quali ha il suo punto di forza in un certo spazio. Queste parole descrivono solo la camorra o ci parlano anche di altro? La letteratura non è un gioco! grida lo scrittore dal suo pulpito, chiamando dietro di sé un coro che va da Céline alla Politkovskaja alla gente disperata di Scampìa e Secondigliano, ai quali del gioco della letteratura può legittimamente non importare nulla.
Alla fine, applausi interminabili. Io guardo questo pubblico, e mi domando: davvero tutta questa gente è disposta a sostenere l’appello di Saviano? Cosa dovranno fare, adesso, affinché la montagna non partorisca il solito topolino?
Poi, prende la parola un altro scrittore molto meno giovane di Saviano, uno scrittore «di genere», ma di un genere nobile, e non ha nessun problema a dire di riconoscersi nelle parole di Saviano, ché anche lui fa lo stesso, usa lo stesso procedimento, mentre è chiaro come il sole che fa l’esatto contrario. Saviano fa letteratura trattandola come una realtà (e che realtà!), mentre questo tratta la realtà come se fosse letteratura. Eppure gli applausi scrosciano copiosi. Poi interviene un terzo e spiega che Saviano nel suo libro applica la tecnica del noir, e io penso che questo tizio deve aver letto solo noir in vita sua per dire una cosa simile (basterebbe sapere che Saviano è amico di Goffredo Fofi per immaginare percorsi un po’ più articolati). Comunque sia, applausi anche per lui.
Durante tutto questo tempo non ho perso di vista, per viziaccio professionale, alcune persone della sua e di altre case editrici. Anche loro, come tanti, sono lì a scuotere la testa in segno di approvazione. O perbacco, dico tra me: adesso Tizio, Caio e Sempronio si sono convertiti di colpo alla letteratura d’impegno? Dopo due o tre lustri in cui hanno fatto altro, ora finalmente è giunto l’interprete delle loro più segrete aspirazioni editoriali?
D’un tratto mi sembra di capire cosa manca in tutta questa scena: manca il coup de théâtre che Gogol’ piazzò verso la fine del Revisore, quando il Podestà, girandosi verso il pubblico che ride della sua figuraccia, lo gela con queste parole: «È di voi stessi che state ridendo!». Allo stesso modo, se Saviano conoscesse il perimetro della sua metafora, avrebbe detto al pubblico plaudente: «Perché mi applaudite? È di voi che sto parlando!».
*** *** ***
C’è chi continua a parlare di cultura italiana in mano alla sinistra. È un ragionamento morto, che non conduce più da nessuna parte. Non esiste più una sinistra che faccia dell’egemonia culturale il suo punto di forza, perché non esistono più disegni centralizzati. Proprio come la camorra, tutto il mondo - da quello finanziario a quello culturale - si è parcellizzato in una sorta di federazione di piccoli poteri che sono o estremamente locali (festival, kermesse, premi, spazi fissi sui giornali) o estremamente globalizzati (Mtv, Google, YouTube ecc.), ma astratti, virtuali, senza la prosopopea dei grandi imperi economici di una volta.
Negli anni Settanta, mentre si paventava l’onnipotenza delle grandi Multinazionali (in particolare del petrolio e delle comunicazioni), il filosofo Michel Foucault già spiegava che la forza del potere sta nella sua capacità di parcellizzarsi infinitamente, penetrando qualsiasi corpo, e producendo sapere. Per lui «potere» e «sapere» erano indissolubilmente uniti. Oggi assistiamo al compiersi delle parole di Foucault. Esse non hanno portato alla conclusione che «tutto è politica» bensì al suo opposto.
Chi volesse oggi combattere una presunta egemonia culturale attraverso la politica farebbe una ben misera figura. Quando i grandi progetti tramontano, resta l’antropologia dei soggetti: restano cioè i comportamenti che quei disegni hanno determinato, talora in modo congruo, talora invece nella forma di un’eterogenesi dei fini. È su quei comportamenti che si combatte la nuova battaglia. Leggendo Gomorra, mi sono detto più volte che la sola differenza tra me e i camorristi sta nel fatto che io sono di Milano e loro di Scampìa o di Secondigliano.
Ma la società dei lettori di cui ha bisogno l’editoria non può accettare questa realtà. Non può accettare le ferite definitive. È una società che si basa non sui contenuti dei libri, ma sul Libro come tale. Per questo ogni anno, a Torino, si celebra la kermesse, la santa messa della Fiera. È il Libro che deve continuare a vivere. Ieri erano libri-giocattoli, oggi sono libri tragici, ma poi torneranno i giocattoli: speriamo. Anche perché la gente legge sempre meno.
All’uscita, mentre parlo con l’amico geniale ma sfortunato, mi passa accanto un famoso editor, a me molto simpatico, mi riconosce prima che io abbia riconosciuto lui, e mi saluta. E il sorriso che m’indirizza, girandosi, non visto da amici e colleghi, è inequivocabile: ha da passà ’a nuttata, dice quel sorriso, ed è questo - ora capisco - il solo, vero avvenimento della serata.
«Il Giornale» del 13 maggio 2007

Scrittori, dove sono i non conformisti?

La Fiera del Libro chiama a raccolta autori di tutto il mondo. Un fantasma si aggira al Lingotto: la crisi dell’impegno oltre le ideologie e l’industria culturale
di Maurizio Cecchetti
Negli anni Trenta fondarono i Congressi internazionali in difesa della cultura e contro i totalitarismi: da Orwell a Bernanos, da Brecht a Tolstoj fino a Hemingway
Sono passati circa settant'anni da quando Bertolt Brecht scriveva questi versi rivolti «a coloro che verranno»: «Quali tempi sono questi, quando / discorrere d'alberi è quasi un intollerabile delitto, / perché su troppe stragi comporta silenzio!». Era il 1938, eppure sembrano di oggi. O meglio: viviamo in un'epoca di parole sempre più ecologiche, anzi quasi igieniste, ma di pochissime voci che abbiano voglia di sporcarsi con il fango di un mondo che per molti sta assumendo sembianze apocalittiche, mentre da più parti sale lieto e quasi frivolo il «tutto va ben, madama la marchesa». Gli scrittori forse non possono cambiare questo mondo, ma hanno quantomeno l'obbligo di porsi la domanda: perché va così? Nell'epoca dei regimi dittatoriali, lungo gli anni Trenta, alcuni di loro si riunirono nei Congressi Internazionali degli Scrittori; non che fosse la panacea per tutti i mali, era però una risposta alla preoccupazione suscitata dall'avvento dei fascismi in Europa. Naturalmente, la medaglia ha sempre due facce: dietro un certo anarchismo c'era anche l'opera dei movimenti della sinistra europea e già l'ombra del grande burattinaio sovietico che grazie all'internazionale comunista portava avanti una strategia atta a incrinare il già traballante equilibrio delle democrazie europee. C'era, nondimeno, un vasto fronte che venne poi denominato «non conformista», nel senso che univa scrittori e intellettuali di culture politiche diversissime, animati però da una pervicace volontà di combattere ogni forma di totalitarismo (compreso quello capitalista e democratico).
C'è anche l'anniversario tondo tondo, se si pensa al Congresso del 1937 a Valencia, che durò quindici giorni e venne monopolizzato dal dibattito sulla Spagna, la guerra e il fascismo iberico. Si chiedeva, ovviamente, solidarietà per la causa repubblicana. E fu forse il primo caso in epoca moderna di un impegno così massiccio di scrittori e intellettuali (Tolstoj, Benda, Aragon, Bergamín, Brecht, Tzara, Malr aux, Spender, Anna Seghers, Neruda, Alberti, Stern, Hemingway, per dirne soltanto alcuni più celebri). L'eco si allargava agli altri paesi europei: un sondaggio fra gli scrittori inglesi dava un sostegno schiacciante alla causa repubblicana (Auden scrisse il poema «Spain» invitando a prendere le armi, invito che Orwell aveva anticipato arruolandosi in una milizia anarchica a Barcellona: poi, però, in Omaggio alla Catalogna registra le magagne che divisero al suo interno la compagine repubblicana e la sua penna quasi si fa racconto senza opinioni della deriva in corso); e qualcosa del genere accadde anche fra gli scrittori americani, col sostegno morale di Hemingway, Faulkner, Hammett, Steinbeck, Th. Dreiser...
La Francia aveva tenuto banco già nel 1935, col Congresso di Parigi, dove la squadra di casa sfoggiava nomi come Aragon, Gide, Tzara, Aveline, Rolland, Malraux (che partecipò poi alla guerra di Spagna a capo di una squadriglia aerea e da questa avventura trasse il romanzo L'Espoir). Fu allora che nacque la categoria dell'impegno: e numerosi in Francia furono gli appelli sulla stampa affinché il governo francese prendesse partito: ne firmarono, per esempio, Nizan, Mauriac, Maritain, Eluard o Saint-Exupery. Sul fronte della destra il poeta Paul Claudel scrisse un poemetto in cento versi dedicandolo Ai martiri spagnoli dove difendeva la tradizione della Spagna cattolica. Anche Bernanos aveva cominciato partecipando alla guerra nelle fila della destra, ma divenne poi uno dei nemici più accesi del falangismo. Fu da questa disillusione che trovò la spinta per scrivere un libro tremendo e controverso come I grandi cimiteri sotto la luna.
I Congressi di settant'anni fa hanno fatto scuola per un po': nel 1956 e nel 1959 si tennero a Parigi e a Roma i Congressi internazionali degli Scrittori e Artisti neri, e fra i promotori c'era anche Léopold Sédar Senghor, poeta e futuro presidente senegalese. E l'epoca sovietica suscitò altre mobilitazioni ufficiali e clandestine nell'Europa dell'Est e dell'Ovest durante gli anni Sessanta e Settanta, emblematicamente riassunte nelle vicende umane e letterarie di Pasternak e Solzenicyn.
Fa riflettere, dunque, una Fiera come quella che si apre domani al Lingotto di Torino dove si parla di confini, di frontiere reali e immaginarie, di globalizzazione e apertura alle culture; arriveranno a Torino scrittori da ogni parte del mondo, ma è già sicuro che questo accade non perché vi sia bisogno di mettere insieme le forze e testimoniare contro i poteri forti di oggi. Cosmopolitismo di un tempo, internazionalismo degli anni Trenta e globalizzazione attuale stanno su sponde diverse e anche opposte. Ciò che un tempo serviva a unire oggi sembra dividere e ciascuno pensa a tirare acqua al proprio mulino, rispondendo al marketing dell'industria culturale. Lo scrittore non produce più idee, immagini, critica, ma merci. E le merci devono avere un target, uno slogan, un prezzo (accessibile ma remunerativo): è l'aspetto appariscente di un totalitarismo più subdolo, quello che equipara il lettore al consumatore, lo rende addomesticabile a un gusto grazie a un principio di esclusione che ha regole ferree: ciò che non rende economicamente, oppure disturba e inquieta, esige fatica e applicazione, critica l'ordine esistente, smonta dall'interno i pezzi del meccano linguistico e ne mostra le connivenze col potere; ciò che, in qualche modo, è contro l'industria culturale viene con logica darwiniana sacrificato, negato già nel pensiero. E questo accade forse anche perché l'«internazionale degli scrittori» ha abbandonato da molto tempo il «tutti per uno uno per tutti» considerandolo, in ossequio al luogo comune della fine delle ideologie, un vizio anacronistico. Può essere. Dopo l'«impegno» sembra doveroso guardare ogni appello a far fronte comune con un certo sospetto. Quarant'anni fa Günter Grass - cui l'estate scorsa si è fatto un processo mediatico per aver denunciato in ritardo un peccato in fondo veniale (considerando che venne commesso da un ragazzetto: quanti ce ne sono in Italia come lui, che poi hanno occupato posti di prestigio a destra e a sinistra e pure al centro) -, ragionava sulla «scarsa autostima di scrittori buffoni che scrivono per corti che non esistono»: era una critica al moralismo di chi, volendo essere consigliere del principe in realtà finisce per essere un melanconico ipocrita. Ma di fronte alle scaramucce letterarie, di cui abbiamo avuto nei giorni scorsi in Italia l'ennesimo teatrino di vacue schermaglie, cannibali sì/no (roba per tubi digerenti pelosi e a prova di chiodi), si capisce che oggi Torino e gli altri infiniti luoghi-festival sono soltanto ring dove gli sfidanti non combattono per una causa, tantomeno per la vittoria. Ciò che conta è che il pubblico esclami: guarda come se le danno! Accidenti che botta! Adesso lo spezza in due... Ma sai già che è tutto finto. Come in un incontro di wrestling, mero spettacolo.
«Avvenire» del 9 maggio 2007

In un Paese non del tutto pacificato

Giornata della memoria
di Giorgio Ferrari
Il 9 maggio di ventinove anni fa cadeva assassinato Aldo Moro. Il suo corpo - autentica e tragica icona degli anni di piombo - veniva fatto trovare in via Caetani a Roma, riverso all'interno del portabagagli di un'automobile.
Chi ha vissuto quei momenti non li dimenticherà mai più. Non a caso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha personalmente incoraggiato l'iter parlamentare che ha portato all'istituzione di un Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo, fissato proprio per il 9 maggio e che verrà celebrato a partire dall'anno prossimo, quando saranno trent'anni da che lo statista democristiano e gli uomini della sua scorta sono caduti sotto il piombo delle Brigate rosse.
Coincidenza opportuna, questo 9 maggio, perché cade lo stesso giorno in cui si festeggia la Giornata dell'Europa. E, come dice Napolitano, «il terrorismo rappresentò una pagina tragica della storia del nostro Paese e dell'Europa». Ma in queste parole - assolutamente condivisibili - si rivela in filigrana quell'incompiuta conciliazione con il passato che affligge l'Italia, unica nazione europea insieme forse alla Spagna dell'Eta ad avere ancora conti in sospeso con il terrorismo.
Perché il conto da noi, purtroppo, è ancora aperto, la ferita non completamente rimarginata, il giudizio politico su quegli anni e sulle vittime non ancora rasserenato dalla prospettiva storica e per almeno due ragioni, una politico-ideologica, l'altra legata alla cronaca recente. Vediamole.
La condanna del terrorismo in Italia non è unanime. Esistono zone grigie, settori opachi delegittimati dalla politica ma attivi nel sottosuolo di un antagonismo in bilico fra il nichilismo ottocentesco e vaghe ideologie insurrezionaliste che creano e alimentano un bacino di coltura in cui il terrorismo degli anni di piombo - al netto delle sigle, siano esse le Nuove Br piuttosto che altre fantasiose etichette di matrice paracomunista - è in grado di riemergere e di rinascere. Perché morto certamente non lo è, complici - non ci stanchiamo di ripeterlo - cattivi maestri il cui arco intellettuale spazia dalle vette ermetiche di Toni Negri ai borborigmi confusi di Oreste Scalzone fino alla iattanza di un fuoriuscito famigerato come Cesare Battisti, che varie volte si è pubblicamente vantato del suo passato di lotta armata. Cattiva scuola e cattivo proselitismo. E cattiva figura di una Francia - quella di Mitterrand - che per decenni, per un discutibile e malinteso sberleffo alla legalità internazionale, ha protetto e vezzeggiato i terroristi di casa nostra.
E qui veniamo alla seconda ragione che in parte avvelena il civile ricordo delle vittime del terrorismo: il fatto cioé che l'elenco di queste vittime non è terminato con Bachelet, Alessandrini, Casalegno, Tobagi, Coco, Moro, Rossa, Tarantelli per citare i più famosi, ma tragicamente prosegue con le vittime dei giorni nostri - Biagi, D'Antona, Petri - e dei loro assassini, Nadia Desdemona Lioce, Marco Galesi, senza contare gli arresti dei mesi scorsi e la costante scoperta di cellule insurrezionaliste pronte a colpire.
A testimonianza che insieme al ricordo e al cordoglio dobbiamo tuttora conservare - e non ci pare un segno rassicurante - la guardia alta.
«Avvenire» del 10 maggio 2007

Irresponsabilità e droga al volante

Il dramma del bus degli scolari
di Lucia Bellaspiga
Quando una droga è "leggera"? Quando l'uso è "personale"? Quando la quantità è "modica"? Domande in genere teoriche, cavillose, roba da dibattito politico, da rissa televisiva, senza mai risposte.
Ma questa volta, nel dramma del bus carico di scolari che l'altro giorno si è ribaltato sull'autostrada uccidendo due dei suoi piccoli passeggeri, le risposte sono nei fatti. Michael Vigna, 6 anni, mercoledì è rimasto sull'asfalto, accanto a quel pullman che lo stava riportando a casa dopo una gita scolastica, coperto da un metro di stoffa bianca, mentre ieri mattina moriva Francesco Barbonaglia, 8 anni, e i genitori donavano i suoi organi.
Sempre ieri, tuttavia, nel sangue dell'autista, Michele Tizzani, 32 anni, la polizia rivelava tracce di cannabis. Era stato lui stesso a parlare di un «colpo di sonno», inspiegabile per l'ora dell'incidente: erano le 18, non notte fonda, e - pare - a confidare alla Polstrada di aver fumato la sera prima del viaggio uno spinello. E noi qui, adesso, a costo di apparire crudeli, a porci la domanda che tutti coloro che hanno una coscienza si saranno in cuor loro già posti: può un autista fumarsi una canna quando sa che alcune ore dopo terrà stretta nelle mani la vita di 41 bambini? Che società è mai questa se il mondo degli adulti, che si suppone a tutela dei bambini, sembra ogni giorno ignorare questo compito senza remore né ripensamenti?
L'uomo, che è agli arresti, è accusato di omicidio colposo con l'aggravante di aver assunto stupefacenti, mentre la procura dovrà accertare dinamiche e responsabilità. Ma di fronte a quel pullman impazzito senza un perché, sdraiato a ruote in su col suo carico di morte, come possiamo del tutto tacere? Sarà stato certamente "leggero" quello spinello (è la terminologia adottata), e senza dubbio "personale" (l'uomo non stava spacciando), e di sicuro "modico" (per legge, fino a una ventina se ne possono detenere), eppure ha forse contribuito a stroncare due giovani esistenze. E magari i soliti garantisti si affanneranno a dire che è da avvoltoi strumentalizzare un episodio per trarre conclusioni avverse all'uso della droga, quando i medici spiegano che basta uno spinello per annullare i riflessi e che «dalle analisi la sostanza era stata assunta da poco».
Il punto tuttavia resta un altro: anche nel dubbio, può un uomo non più giovanissimo, tanto da conseguire la patente per i pullman, dunque con una professione di grande responsabilità, può costui assumere droga e poi mettersi alla guida del suo carico di vite? Chi spiega ora a quei genitori che Michael e Francesco hanno finito, chiuso con la vita, forse proprio per quel "leggero" "personale" e "modico" vizietto della sera prima, magari assunto nell'illusione che una canna aiuti a reggere i ritmi dello stress, quasi fosse un caffé un po' più forte?
«Credevo fosse una tragedia, ma se è andata così questo è un delitto», riassume per tutti noi il sindaco del paese, Stroppiana (1.249 abitanti fino a ieri), che ha rischiato di perdere in un colpo tutta la sua infanzia. Mentre le associazioni di consumatori chiedono a gran voce l'ovvietà: «Chi per lavoro conduce mezzi pesanti sia sottoposto a periodici controlli fisici e psichici». Se due bicchieri di vino bastano per un ritiro di patente, non è un'esagerazione chiedere che chi si droga non possa guidare, tanto meno guidare un pullman, perché il diritto di annebbiarsi non può contare più del dovere alla responsabilità. È in questo senso del "dovere", parola scomoda, la chiave per uscirne, perché oggi troppo spesso ci si dimentica di averne uno, intestato a sé: lo ha dimenticato quel padre di Bari che da anni vendeva la sua bambina per qualche birra, lo ha dimenticato chi a Castellaneta, nell'ospedale, ha confuso i tubi dell'ossigeno con quelli dell'azoto, lo ha dimenticato chi a San Giuliano, in Molise, costruì una scuola illegale (27 bambini morti, e un paese intero, quella volta, perse davvero in un colpo tutta la sua infanzia).
Guarda caso, chi ne fa le spese sono spesso, i più piccoli, gli indifesi.
«Avvenire» dell’11 maggio 2007

Omero trasloca: epica da rivedere?

Muovendo da Pilo, la città di Nestore, l'ipotesi dello studioso Antonio Aloni è che il centro di elaborazione e l'uditorio per i cantori dell'«Iliade» e dell'«Odissea» sarebbero duplici: l'Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo
di Antonio Aloni
Anche Nestore, l'eroe di un tempo antico, personaggio già anziano nell'Iliade, ha avuto un passato da giovane glorioso. E attenzione ai suoi racconti di imprese e conflitti: sono ricordi di eventi reali, o meglio la loro rielaborazione poetica in funzione politica. È quel che illustra Antonio Aloni, docente di Letteratura Greca all'Università di Torino, facendoci entrare in un mondo di cui restano ben poche tracce, ma che ancora, per contro, è geograficamente rintracciabile. Così anche oggi un turista innamorato dei bei paesaggi greci potrebbe ritrovarsi senza saperlo sul percorso di Telemaco figlio di Ulisse, che in una sola notte da Itaca raggiunge la città di Pilo e la cui rotta è perfettamente ricostruibile. Proprio la città di Pilo è il fulcro dell'indagine storica, filologica e sociologica di Aloni: città «una e trina», perché i fondatori della Pilo originaria si sparsero per il Peloponneso e ne crearono altre due con lo stesso nome, diffondendo in ogni dove il seme di Poseidone, il cui figlio Neleo era il mitico fondatore di Pilo, e padre dell'eroe omerico Nestore. Un'origine perciò decisamente illustre per uno dei più potenti clan aristocratici della Grecia classica, a cui apparteneva lo stesso uomo politico ateniese Pisistrato, il «tiranno». Perché dunque Pilo è così citata nei poemi omerici, che poco dovrebbero avere a che fare con questa mitica città? Per una questione importante: la relazione politica fra i cantori, cioè coloro che raccontavano in poesia le storie degli eroi, e il loro pubblico. Aloni ci spiega come questi cantori, che trasmettevano i motivi di una vasta tradizione orale, dovevano essere necessariamente condizionati dal loro uditorio: quindi per assecondare gusti o competenze geografiche del pubblico cambiavano in un preciso punto il corpus della tradizione, aggiungendo una vicenda, un particolare che poteva colpire o essere apprezzato. Se il cambiamento aveva successo entrava a far parte del corpus, e anche gli altri cantori lo facevan o proprio. Dunque sembra che, tra un'esibizione pubblica e l'altra, l'insieme di episodi che hanno al centro Pilo e Nestore abbiano fatto il loro ingresso nell'Iliade e nell'Odissea, in cui il grande repertorio dei cantori è finalmente confluito. Fin qui, non ci stupiamo ancora. Ma poi Aloni va oltre, e formula quella che definisce una teoria «temeraria», che riguarda la relazione fra i due grandi poemi omerici, i loro tempi di composizione e la società «dei tiranni» che ne stava a fondamento. Se le vicende dei discendenti di Neleo sono così importanti, è perché i clan aristocratici dei Pisistratidi e degli Alcmeonidi, che costituivano l'uditorio dei temi confluiti nell'Iliade, li riteneva fondamentali per la propria consacrazione, attraverso l'appartenenza alla mitica ascendenza di Neleo. Un po' come avviene per l'origine divina di Roma garantita dal grande affresco mediterraneo dell'Eneide. L'ipotesi conclusiva dello studioso, ma in realtà punto di partenza per nuove indagini che saranno certo altrettanto affascinanti, è che l'uditorio di riferimento sia duplice, e perciò due i centri di elaborazione del materiale dei cantori, come due sono i poemi omerici. Il centro promotore dell'Iliade sarebbe l'Atene dei tiranni, la prima a intuire già nel sesto secolo la possibilità dell'uso della poesia scritta in funzione politica. Mentre l'Odissea, così diversa nel tono, risalirebbe a un'evoluzione dei materiali poetici voluta dagli esuli di Atene, costretti, una volta finito il dominio dei tiranni, a fuggire nel quinto secolo a Sigeo, feudo dei Pisistratidi nella Troade. Ippia e Onomacrito per primi, ma anche i loro amici e alleati, che molto probabilmente, immagina Aloni, avrebbero ascoltato con piacere dai cantori le vicende di un nòstos, un grande, epico viaggio di ritorno.
Aloni, Da Pilo a Sigeo, Poemi cantori e scrivani al tempo dei Tiranni, Edizioni dell'Orso, pp. 146, € 16,00
«Avvenire» del 12 maggio 2007

Il rischio clericale

di Marcello Pera
Un prelato entra nel merito del disegno di legge sui Dico e arriva quasi a proporre emendamenti. Un altro sponsorizza un partito e lo raccomanda agli elettori. Un altro ancora benedice un intero schieramento. E poi, sul lato opposto, c’è il politico che ha già parlato tre volte col Papa, quello che si accerta che le telecamere lo riprendano mentre, pio e compìto, assiste alla messa; quello che la gerarchia ecclesiastica; quello che la famiglia; quello che i diritti individuali; quello che siamo un partito cattolico, e così via. Anche le istituzioni seguono: c’è quella che sorride alla sorridente segreteria di Stato e quella che si fa severa davanti alla severa presidenza della Conferenza episcopale. Mentre i mezzi di comunicazione si adeguano: per un direttore che mette Padre Pio alle pareti ce n’è un altro che colloca San Gennaro sulla scrivania; chi sceglie un aspersorio, chi si fa benedire da un altro.
Che cosa sta accadendo? Per tentazione profana da parte ecclesiastica e per calcolo elettorale da parte politica, là perché le porte si spalancano qua perché i consensi si svuotano, sta accadendo che rischia di rinascere, se non un partito, un movimento neo-clericale italiano.
Quanto attuale sia questo rischio ce lo diranno gli eventi prossimi, a cominciare dal Family Day, che da alcuni è già vissuto come una processione politica al séguito della gerarchia ecclesiastica; quanto pericoloso possa essere ce lo ricorda la storia italiana. Ma ancor prima degli sviluppi, su un paio di punti già si può riflettere. Se il clericalismo rinascerà, allora i laicisti agnostici o atei avranno sperimentato la legge del contrappasso.
Quelli che non concedono neppure che l’Italia e l’Europa abbiano tradizione cristiana, che vogliono negare alla religione qualunque ruolo pubblico, che intendono relegare la fede nella sola sfera privata, rischiano oggi di sollevare proprio quel mostro che desiderano esorcizzare. Un movimento neo-clericale li condannerebbe alla sconfitta.
Ma anche i laici non laicisti, quelli credenti oppure aperti al credo, rischiano di perdere. Essi avevano e hanno un altro progetto. È quello del risveglio religioso delle coscienze, della ripresa del senso di appartenenza ad una cultura o civiltà, dell’impegno a difesa di una storia, del recupero di una tradizione, del cristianesimo come religione civile. Questi laici pensano che senza una religione, una fede, una credenza, neppure c’è un popolo e un’identità, e perciò né un’Italia né un’Europa né una qualunque società coesa da princìpi morali. Per questi laici, che vedono il relativismo e lo scientismo come minacce, esiste la verità, esiste la natura umana, esistono i valori non negoziabili, esiste la salvezza. Ma esistono nelle coscienze, nei costumi, negli abiti di vita, nei comportamenti individuali e sociali, non in un catechismo che diventasse prontuario o nei documenti del magistero che diventassero formule. Se un movimento neo-clericale rinascesse anche questi laici avrebbero perduto.
Oggi la politica ha davanti a sé una sfida storica: comprendere le ragioni profonde della rinascita del sentimento religioso, farsene interprete e affidarle un compito rigenerativo contro la crisi che in Occidente stiamo attraversando. Da parte sua, la Chiesa ha davanti a sé una sfida non meno epocale: capire che quella rinascita è occasione non di rivincita, ma di salvezza, non di conquista ma di servizio. «Velut si Christus daretur» è la formula con cui vogliamo vivere. Ma se qualche politico e qualche prelato la intendessero in senso profano, alla maniera, per capirsi, di «come se quel vescovo o quel cardinale fosse ministro o sottosegretario», allora un nuovo clericalismo ci farà perdere un’occasione che invece abbiamo drammatico bisogno di vincere.
«La Stampa» del 5 maggio 2007

La legalità non è politica ma figlia di leggi «giuste»

Non basta il consenso sociale
di Francesco D'Agostino
Né di destra, né di sinistra: la legalità è un diritto: così ha autorevolmente risposto il sindaco di Roma, Walter Veltroni (vedi "Repubblica", 8 maggio) a un cittadino, consapevolmente schierato a sinistra, che ha scritto una lettera aperta, sentendosi minacciato nella sua identità di progressista da un crescente (e purtroppo inappagato) desiderio di legalità. Probabilmente questo cittadino, dopo la lettura delle sagge parole di Veltroni, si sarà rasserenato. È giusto che sia così.
Ma perché non mettere alla prova questa riconquistata serenità? Basta porre una domanda semplicissima: la legalità è un diritto fondamentale dei cittadini in sé oppure perché lo dice un politico autorevole? E’ chiaro che se accettiamo questa seconda risposta entriamo in un vicolo cieco. Un politico, per quanto autorevole, non può garantire oggettivamente alcun valore, se non altro perché in democrazia è inevitabile che quell’autorevolezza, che gli viene riconosciuta dai suoi fautori, gli venga negata dai suoi avversari (anche da quelli che militano nel suo stesso schieramento). Insomma, per dirla con una certa brutalità, la legalità è cosa troppo importante, perché la sua difesa sia affidata ai politici. Infatti, ubbidire alle leggi è certamente un valore (quel valore appunto che definiamo legalità), che non dipende però solo dal fatto che esse siano state legittimamente introdotte nell’ordinamento giuridico dal legislatore.
Se dobbiamo tutti ubbidire alle leggi, è perché esse sono giuste; perché sono assolutamente giuste (e questa è la specifica qualità delle leggi che rispecchiano i principi del diritto naturale) o perché sono relativamente giuste, in quanto prodotte, nell’ambito dell’opinabile, da scelte discrezionali (e che quindi avrebbero ben potuto essere diverse) operate da un legislatore legittimato democraticamente. In un caso come nell’altro, non è mai il mero potere a giustificare la legalità, ma il bene umano (assoluto o relativo) che le leggi cercano di promuovere. Lo dimostra il fatto che quando le leggi sono ingiuste, dobbiamo pur (tranne che in situazioni estreme) ubbidir loro, ma solo quando la nostra disubbidienza potrebbe produrre ingiustizie ancora peggiori ed assumendo comunque un fermo impegno perché vengano al più presto cancellate o emendate.
La legalità può entrare in crisi per diversi fattori. Cicli economici sfavorevoli, sradicamento sociale, disoccupazione, disgregazione di valori comunitari sono tutte ragioni che spiegano la crisi della legalità. A queste ragioni aggiungiamone però una, che non è secondaria: il diffondersi del relativismo, con la conseguente rinuncia a motivare le leggi per il loro oggettivo portato di giustizia. Per i relativisti, infatti, le leggi vanno fatte e vanno ubbidite non in quanto giuste, ma in quanto volute, in quanto cioè sorrette da un adeguato consenso sociale. A parte che l’esistenza di un simile consenso spesso è solo ipotetica ed è comunque difficilmente verificabile, resta il fatto che, per quanto numerosi siano coloro che possano democraticamente volere una legge, non si riuscirà mai con questo argomento a farla rispettare da coloro che quella legge non l’abbiano voluta e soprattutto da coloro che, come gli extra-comunitari, non essendo cittadini italiani, non possono per definizione nemmeno volerla, da coloro cioè che non hanno titolo per partecipare al processo sociale di formazione delle leggi. Per costoro - se non si usa l’ argomento di giustizia - può al massimo funzionare, come motivatore dell’ ubbidienza, solo la minaccia delle sanzioni. Ma le minacce legali, anche quelle più credibili (in Italia lo sono raramente), non creano rispetto, ma al più timore e soprattutto rancore. E il rancore è uno dei principali brodi di cultura dell’illegalità.
«Avvenire» del 13 maggio 2007

La sinistra non confonda Tocqueville con Santoro

Dopo Roberto Calasso, sul saggio di Bruno Arpaia interviene Michele Salvati
di Michele Salvati
Sentimentalismi e voglia di nuovo penalizzano la politica d’oggi
Bruno Arpaia ha scritto un bel saggio (Per una sinistra reazionaria, Guanda), appassionato e sincero, di cui consiglio la lettura, a sinistra e a destra. Il suo difetto principale è che mischia grandi e piccoli temi, grandi e piccoli personaggi: la critica all’individualismo liberale e quella... al nascente partito democratico, i riferimenti ad Alexis de Tocqueville e a... Michele Santoro. Non è un gran difetto per un testimone italiano del nostro tempo, per un patito di politica, per un bravo giornalista. Se non in questo: i grandi temi di cui tratta soffrono un poco per la passione con cui li tratta e per la miscela contingente in cui li immerge. Da ultimo, per una mancanza di approfondimento. Le critiche ai due pilastri del nostro sistema sociale - la democrazia rappresentativa e il mercato - e alla rivoluzione individualistica e liberale sui quali sono fondati sono antiche: la reazione anti illuministica è simbiotica all’Illuminismo; De Maistre e Burke - due grandi e diversissimi «reazionari» - sono di poco successivi agli illuministi scozzesi e francesi; la nostalgia per la comunità, le radici e l’ordine, per i legami che davano senso alla vita nelle società dell’antico regime, ha da subito accompagnato il travolgente sviluppo dei mercati, la secolarizzazione, la rottura impietosa delle tradizioni: «tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria», scrivevano Marx ed Engels con grande condivisione per il progresso inarrestabile del capitalismo. È stata la destra, nell’esperienza europea, a far leva su questi sentimenti reazionari. La sinistra, nella sua fase socialista del Novecento, faceva leva sulle sofferenze che lo sviluppo del capitalismo provocava nei ceti operai in nome di un grandioso ideale emancipatorio, di un disegno rivoluzionario, che esplose nell’esperienza drammatica del comunismo: abbracciando in pieno l’idea di progresso, una vita degna d’essere vissuta era rinviata al futuro, alla società socialista, e intanto ci si basava sul senso di comunità che sprigionava la nuova religione terrena degli oppressi. Oggi la destra, per fortuna, ha abbandonato il riferimento alla società tradizionale e quello, ben più pericoloso, a miti comunitari nazionalistici o razzisti. E per fortuna la sinistra ha abbandonato il disegno palingenetico del comunismo. Entrambe hanno accettato i due pilastri del mercato e della democrazia rappresentativa e il terreno individualistico sul quale si appoggiano. Entrambe hanno accentuato i loro caratteri liberali: con dosi variabili di «Dio, Patria e Famiglia» la destra; con dosi variabili di egualitarismo e solidarismo la sinistra. Bene così, a mio modo di vedere. Ma questo lascia insoddisfatto Bruno Arpaia e il suo alter ego di destra - il colloquio è continuo nel libro - Marcello Veneziani. Questa insoddisfazione ha buoni motivi: non di sole libertà ed eguaglianza vive l’uomo - due valori individualistici - ma anche di legami comunitari. La terza parola della grande triade rivoluzionaria - fraternità - è profondamente diversa dalle prime due e a esse non riducibile: gli uomini certo nascono liberi ed eguali, ma nascono in famiglie e comunità che li formano e li deformano. E al di là delle comunità non scelte, ci sono quelle scelte, o confermate da una continua adesione: nazione, religione, partito... fino al circolo degli scacchi. Comunità innocue o comunità pericolose, perché poche danno un senso altrettanto semplice e forte alla vita quanto quelle che si fondano su una opposizione radicale agli «altri». Mercato e democrazia rappresentativa sono meccanismi freddi: c’è bisogno di calore. Arpaia evoca questo bisogno in modo brillante e appassionato. Per chi avverte questo bisogno e voglia riflettere su come possa essere soddisfatto in un mondo sorretto dai benefici ma freddi pilastri di mercato e democrazia, concludo suggerendo un grande piccolo libro - Michael Walzer, Politics and Passion, Yale University Press, 2004 - di cui esiste una traduzione presso Feltrinelli, purtroppo parziale: Ragione e passione. Per una critica del liberalismo.
Se lo scopo di Bruno Arpaia era far discutere, senza dubbio il suo «Per una sinistra reazionaria» (Guanda) ha colto nel segno Bruno Pischedda, da lui citato, lo ha criticato sul «Corriere» del 31 marzo, auspicando «un’epurazione drastica delle scorie romantiche» dal linguaggio di sinistra Invece Luca Ricolfi («La Stampa», 4 aprile) ha definito Arpaia «coraggioso» e «serissimo», notando però che il suo non è l’unico modo «per prendere le distanze da una sinistra che non ci piace» Roberto Calasso, anch’egli citato nel libro, è intervenuto, sul «Corriere» del 7 aprile, per ribadire che il progressismo è ormai al tramonto Più severo verso lo scrittore napoletano si è mostrato Giuseppe Berta: sull’«Espresso» (13 aprile) lo ha accusato di fornire un’immagine «caricaturale» del liberalismo La discussione ha poi indotto Arpaia a ribadire le sue tesi, a favore di un recupero dei valori di comunità e tradizione, in un articolo apparso l’11 aprile sul «Corriere» Infine ieri sul «Foglio» Alfonso Berardinelli ha preso spunto dal libro per spiegare come mai il progressismo «è duro a morire».
«Corriere della sera» del 21 aprile 2007

Il peso della memoria

Il figlio del commissario ucciso a Milano nel 1972 ha scritto un libro sulla morte del padre e su oltre trent’anni di calunnie
di Pierluigi Battista
Mario Calabresi: archiviare il terrorismo ma soltanto se rispettiamo le vittime
Voltare pagina, chiudere e amnistiare una stagione di sangue e di follia: facile predicarlo quando gli anni Settanta sono solo un ricordo sbiadito, archiviato dalla storia ed esistenzialmente lontano. Ma se si è figli di Luigi Calabresi, il commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972 dopo un linciaggio politico di smisurata crudeltà, quella predicazione (così ragionevole, così necessaria) contiene in sé qualcosa di atroce, e richiede uno sforzo ascetico per non lasciarsi sommergere dal rancore. Mario Calabresi, che aveva due anni quando spararono al padre, quella pagina la vorrebbe girare anche lui, sebbene l’abbia vista imbrattata di menzogne e ipocrisie lungo tutta la sua giovinezza e fino ai nostri giorni quando, oramai adulto, giornalista di punta di Repubblica, manda in libreria Spingendo la notte più in là (Mondadori) per narrare la straordinaria «storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo». Voltare pagina, certo. Ma intanto, racconta Mario, ancora nel 2006, nella centralissima via romana appena attraversata da una manifestazione della «sinistra radicale», viene tracciata la solita, stucchevole scritta: «Calabresi assassino». Racconta anche di aver visto a Viterbo, sotto la targa che indica una Via Calabresi, l’aggiunta a pennarello: «Assassino». E a Genova, nel luglio del 2004, su un giornale murale dei centri sociali, Mario riferisce di aver letto sbigottito sotto il titolo «Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore» il seguente delicato proclama: «La sua uccisione è stato un atto di giustizia, checché ne dicano i parenti piagnoni: si sa che anche i boia hanno una famiglia». Tutto questo trentadue anni dopo. Ma nell’84, a dodici anni dall’omicidio del padre, l’educazione sentimentale del figlio del commissario assassinato aveva conosciuto una nuova tappa di dolore allorché, durante una manifestazione per ricordare la strage di Piazza Fontana, «un gruppetto cominciò a scandire lo slogan "Ca-la-bre-si a-ssa-ssi-no"». Mario ne uscì sconvolto: «Non so cosa fare, dove andare». Ancora poco rispetto a quella festa del 1992 in cui colse al volo le frasi di un’invitata: «Che schifo, la vedova, l’hanno riempita di soldi e fa anche la vittima Avrebbero dovuto ammazzare anche lei». Inutile sottolineare che «lei» era la mamma di Mario, Gemma Calabresi, la quale mai e poi mai era stata «riempita di soldi» e per anni ha fatto la maestra elementare per mantenere i suoi figli. «Guadagno la porta, esco nell’inverno milanese, umido, cerco aria, la testa mi scoppia», scrive Mario. È difficile voltare pagina se, dopo decenni, l’ignoranza, il fanatismo, la spietatezza del luogo comune non sembrano neanche scalfiti. Eppure, malgrado tutto, Mario Calabresi quell’orrenda pagina della storia italiana vorrebbe chiuderla: per «spingere la notte più in là», come suggerisce il titolo del libro ispirato a una poesia di Tonino Milite, «l’uomo che ha fatto da padre a Paolo, Luigi e Mario Calabresi». È difficile voltare pagina se si è figli delle vittime del terrorismo e della violenza politica. Lo confermano la figlia di Walter Tobagi, la vedova di Ezio Tarantelli, la figlia di Luigi Marangoni, il figlio di Emilio Alessandrini interpellati nel libro. Che non reclamano vendetta, ma il riconoscimento di una memoria integra, pretendono che la storia delle vittime non resti silente e marginale, e non vogliono, non sopportano più, che la scena del ricordo sia monopolizzata dai carnefici, ancorché pentiti delle loro gesta assassine. La figlia di Antonio Custra, il poliziotto trucidato nella manifestazione milanese in cui un giovane incappucciato venne immortalato mentre puntava sui celerini la sua pistola, pretenderebbe addirittura che suo padre fosse ricordato con il suo vero nome e cognome, che non è Antonino Custrà, come tramandano le cronache, ma appunto Antonio Custra: vittime, e anche costrette a subire l’umiliazione del nome storpiato dalla sciatteria dei giornali. È ancora più difficile voltare pagina se l’ombra del linciaggio non si estingue nel tempo, si perpetua, ristagna in una memoria pubblica mutilata e incapace di risarcire il prezzo di ciò che Mario Calabresi definisce il «naufragio» delle famiglie di chi è stato ucciso dai terroristi. Calabresi ha convissuto per anni con l’ombra di quell’ingiustizia. Gerardo D’Ambrosio, il giudice che dimostrò l’innocenza di Calabresi per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, racconta a Mario che lo aveva raggiunto dopo un’intervista rilasciata a Dino Martirano per il Corriere della Sera che a lui, uomo di sinistra, arrivano ancora lettere in cui è scritto: «Lei è andato a fare il senatore ma ci deve dire come mai ha assolto gli assassini di Pinelli». Ancora oggi la stessa domanda. Ancora l’ombra delle torbide fantasie che alimentarono la campagna contro «il boia Calabresi»: il colpo di karate, il siero della verità, l’ambulanza ostacolata, le frequentazioni del commissario con la Cia. Tutto falso, tutto crollato. Ma resta il pregiudizio, l’oltraggio postumo sulla tomba della vittima. E così Mario Calabresi ha dovuto sopportare con la sua famiglia la ferocia di una memoria stravolta. A un certo punto, ancora giovanissimo, si è chiuso in emeroteca per leggere avidamente i giornali dell’epoca in cui il linciaggio aveva raggiunto il culmine. Ha scoperto che l’accanimento fanatico non aveva risparmiato neanche un neonato: «Non molto tempo dopo la mia nascita il quotidiano Lotta continua ritraeva mio padre con me in braccio intento a insegnarmi a decapitare, con una piccola ghigliottina giocattolo, un bambolotto che rappresentava un anarchico». Eppure auspica che «voltare pagina si possa e si debba fare». A una condizione però: «Ricordare che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare di leggerne una sola, quella dei terroristi e degli stragisti, bisogna preoccuparsi innanzitutto dell’altra: farsi carico delle vittime». E invece lo Stato, ma anche la cultura diffusa, il tono del discorso pubblico, non si sobbarcano la fatica di questo doveroso e ineludibile «farsi carico». Anzi, non si fa che chiedere ai familiari delle vittime di non murarsi nel rancore, di apparire illuminati, aperti, generosi. Ricorda Mario Calabresi il Pietro Folena che «mi propose garbatamente qualcosa che somigliava troppo a uno scambio: è tempo di dare il via libera alla clemenza, come è tempo di rivalutare la figura di tuo padre, ognuno di noi può fare la sua parte». Mario rifiutò. Si può mediare su tutto, ma le scuse per le calunnie che hanno infangato suo padre, la vittima, non sono oggetto di scambio. Questo principio elementare l’Italia non l’ha ancora imparato.
«Corriere della sera» del 5 maggio 2007