Cent’anni fa, nel 1926, il francese Henri Bremond, sacerdote e studioso, pubblicò un testo che percorre la storia di questo dialogo — versi e orazioni — dai Greci ai moderni. Quattro antologie aiutano oggi a sviluppare la riflessione, a otto secoli dalla morte dell'autore del «Cantico delle creature»
di Daniele Piccini
Alle origini della nostra letteratura, anche se non è in assoluto il primo testo poetico scritto in volgare, sta il Cantico delle creature di San Francesco. Per l’autore di quel componimento — forse dettato anziché scritto dal santo, di cui ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte — il modello dei Salmi è talmente vivo da costituire la filigrana delle lodi rese a Dio «per» le cose create («Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle...»). Tutto il mondo, poeticamente sintetizzato nei suoi elementi fondamentali, parla in controluce del suo Creatore. Da ciò la decisione che l’uomo deve prendere: seguire quelle orme, compiere le sante volontà del Padre o invece allontanarsi, perdersi. Si può dire che a quella altezza cronologica, per quello scrittore, immerso nella notte dell’infermità e della sofferenza, la lode di Dio e la poesia, la poesia e la preghiera siano un tutt’uno (si può vedere in proposito la raccolta di alcuni memorabili saggi di Giovanni Pozzi intitolata San Francesco di scrittura in preghiera, Armando Dadò Editore, 2023).
Altro è invece il discorso per l’epoca moderna, che di Dio è semmai in cerca, ansiosamente e magari disperatamente. Che a volte nega il Divino e lo pensa eclissato, inesistente, morto.
Nel 1926 — esattamente cent’anni fa — fu Henri Bremond, sacerdote e studioso francese, a interrogarsi sul nesso, difficile e stimolante, di poesia e preghiera, pubblicando il saggio Prière et Poésie, che ripercorre dai greci ai moderni la storia della questione. Bremond non forza più di tanto l’analogia, ma analizza, discute, suggerisce: «È dunque in virtù della propria esperienza psicologica che il poeta può essere paragonato al mistico. Al di là di questo, un mare di differenze» (traduzione di Wanda Rupolo). Per Bremond i poeti sono a tratti, nello svuotamento di sé e nell’apertura ad altro che sono propri della loro ispirazione, degli intermediari tra l’esperienza comune e quella mistica, per cui la poesia è un arcano: al pensatore francese preme cercare di comprendere il segreto della poesia passando per la via della mistica. Una sorta di riflesso della rivelazione del divino aleggia dunque talvolta nella parola poetica.
A saggiare l’ipotesi può risultare utile, per rimanere a un’autrice attiva negli anni in cui opera Bremond, la raccolta edita da Magog delle Preghiere — titolo redazionale e non d’autore — di Marina Cvetaeva (cura e traduzione di Lucio Coco). La poetessa, immersa nel contesto della Rivoluzione russa, che rifiuta e sprezza i simboli religiosi, si sente ancora e sempre attratta da Dio, anche attraverso un’umile fedeltà alle ricorrenze del calendario liturgico. In un mondo straniato, che rifiuta la tradizione, la poetessa si apre al trascendente, si offre come spazio vuoto per essere colmata di senso e di parola. Basta leggere in proposito i primi versi della poesia Io, la pagina per la tua penna del 18 luglio 1918: «Io, la pagina per la tua penna./ Riceverò tutto. Io, una pagina bianca».
In un’altra celebre e folgorante poesia (La Sibilla al Bambino [Natale]) viene toccata la condizione delle creature, condannate a cadere nel tempo (proprio questo significa infatti nascere), ma accompagnate in questa sorte dal Dio incarnato, che la Sibilla (e dietro di lei la poetessa) stringe al proprio petto nel momento in cui sta per venire al mondo, facendosi piccolo uomo: «Al mio petto,/ Bambino, aggrappati:/ Nascere è cadere nel tempo».
Anche nel nostro presente alcuni poeti si sono avvicinati e si avvicinano alla preghiera per mezzo della poesia, in corrispondenza di filoni più o meno minoritari della tradizione italiana del Novecento (da Ungaretti a Luzi, da Rebora a Turoldo alla Merini) e provenendo da percorsi personali diversi.
Accidentato e lontano dalla contemplazione sembrava essere il sentiero di Aldo Nove (pseudonimo di Antonio Centanin), quando nel 2007 pubblicò nella collana di poesia della casa editrice Einaudi Maria. Nella nuova edizione riproposta di recente da Crocetti l’autore ricorda così la genesi del libro, sorprendente e per certi aspetti imprevisto nella sua carriera: «Quando scrissi Maria, tra il 2005 e il 2006, volevo innanzitutto chiedere scusa a mia nonna Virginia Sabot con un atto d’amore. Mia nonna era bigotta quando io facevo il giovane ribelle. Bigotta anche perché mio nonno Egidio Centanin le metteva un sacco di corna mentre lei gli teneva, oltre ai quattro figli, la casa pulita come uno specchio. Virginia Sabot ogni sera recitava da sola il Rosario e piangeva. Maria nacque quindi, innanzitutto, come filastrocca per una donna, mia nonna. Una litania che risuonasse ingenua (ma nei propositi anche maestosa) e spavalda, a cuore aperto [...]». Il termine filastrocca rimanda alla struttura formale esatta dei trenta componimenti che formano — prima del sonetto finale — il libro: sono tutti costituiti da sette quartine, variamente rimate. La forma chiusa da un lato e il modello di Rilke dall’altro (La vita di Maria) spingono l’autore a un tour de force espressivo, tramite cui egli intende rendere omaggio alla Vergine, concepita come una bambina, una creatura purissima, la madre di Dio e quindi la sposa dell’universo intero («Più che una stella era qualunque cosa./ Più di qualunque cosa era amorosa,/ più di qualunque amore decorosa:/ di tutto l’universo era la sposa», dal testo d’apertura).
Le quartine usate dal poeta suggeriscono una misteriosa concentrazione, l’accentrarsi in Maria del bene e del significato pieno che altrove sembrano latitare: «Quest’era l’infinita nostalgia,/ quest’era l’assoluta lontananza/ prima che quella luce in quella stanza/ dicesse allora e per sempre: “Maria”» (ultima strofa del testo iniziale, con riferimento all’Annunciazione).
Con una poesia-preghiera alla Vergine si conclude, secondo una trafila che rimonta nella tradizione italiana a Dante e a Petrarca, anche il libro di Antonella Caggiano Diecimila anni (postfazione di Paolo Lagazzi, Moretti & Vitali): «Ave Maria di lacrime piena/ vieni fra noi/ allarga il mantelloalba/ Madre piegata// [...]»). A parte questa orazione e a parte una ripresa dal Salmo 69, Caggiano spasima e desidera un segno da un Dio che sembra assente, lontano, visto il dolore e il male che imperversano nella Storia, anche recente (in particolare le stragi dei palestinesi). La poesia è quindi una corona di spine e una domanda: «chi sei tu/ che colmi/ il mio cuore/ della tua assenza?// [...]».
Se c’è preghiera nell’autrice (mentre per la poesia il rinvio è a un modello come quello di Fernanda Romagnoli), è dunque una preghiera intrisa di mancanza, di scandalo per la condizione del mondo, di impossibilità di risalire al volto dell’Amato.
Proprio questa differenza, questo scarto sono quelli che cerca invece di colmare il piccolo canzoniere orante di Susanna Piano, intitolato Una sacra conversazione (Raffaelli Editore). Non è l’«io» poetico a essere in scena (se lo è, lo è semmai per interposta persona), bensì la figura del Beato Angelico, di cui la poetessa, per frammenti e bagliori, cerca di rappresentare la pittura-meditazione, l’arte come avvicinamento al mistero, come mistico appianamento della distanza: «e non smetto di pensarti/ che io non mi distragga da te/ che io non mi distolga/ fino a che non compaia/ un affresco di visibili parole/ / [...]». È naturale per il lettore avvicinare il taccuino sacro dell’artista e frate domenicano quattrocentesco, così come immaginato dall’autrice, al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini pubblicato da Mario Luzi nel 1994. In entrambi i casi dietro la figura del pittore medievale si nasconde il rovello, la ricerca del poeta contemporaneo. Il punto di fuga, suggerisce Piano, è impegnativo e alto: «se potessimo vedere/ colui che scelse di nascere in una stalla bestiale/ vedere l’umano dell’ultra luce:/ tutto il mondo ne verrebbe rischiarato». L’arte (quella di Beato Angelico, ma anche la stessa poesia che la riplasma) tenta di illuminare, portare alla luce, schiarire ciò che appare preso nell’ombra e nell’enigma.
Altro è invece il discorso per l’epoca moderna, che di Dio è semmai in cerca, ansiosamente e magari disperatamente. Che a volte nega il Divino e lo pensa eclissato, inesistente, morto.
Nel 1926 — esattamente cent’anni fa — fu Henri Bremond, sacerdote e studioso francese, a interrogarsi sul nesso, difficile e stimolante, di poesia e preghiera, pubblicando il saggio Prière et Poésie, che ripercorre dai greci ai moderni la storia della questione. Bremond non forza più di tanto l’analogia, ma analizza, discute, suggerisce: «È dunque in virtù della propria esperienza psicologica che il poeta può essere paragonato al mistico. Al di là di questo, un mare di differenze» (traduzione di Wanda Rupolo). Per Bremond i poeti sono a tratti, nello svuotamento di sé e nell’apertura ad altro che sono propri della loro ispirazione, degli intermediari tra l’esperienza comune e quella mistica, per cui la poesia è un arcano: al pensatore francese preme cercare di comprendere il segreto della poesia passando per la via della mistica. Una sorta di riflesso della rivelazione del divino aleggia dunque talvolta nella parola poetica.
A saggiare l’ipotesi può risultare utile, per rimanere a un’autrice attiva negli anni in cui opera Bremond, la raccolta edita da Magog delle Preghiere — titolo redazionale e non d’autore — di Marina Cvetaeva (cura e traduzione di Lucio Coco). La poetessa, immersa nel contesto della Rivoluzione russa, che rifiuta e sprezza i simboli religiosi, si sente ancora e sempre attratta da Dio, anche attraverso un’umile fedeltà alle ricorrenze del calendario liturgico. In un mondo straniato, che rifiuta la tradizione, la poetessa si apre al trascendente, si offre come spazio vuoto per essere colmata di senso e di parola. Basta leggere in proposito i primi versi della poesia Io, la pagina per la tua penna del 18 luglio 1918: «Io, la pagina per la tua penna./ Riceverò tutto. Io, una pagina bianca».
In un’altra celebre e folgorante poesia (La Sibilla al Bambino [Natale]) viene toccata la condizione delle creature, condannate a cadere nel tempo (proprio questo significa infatti nascere), ma accompagnate in questa sorte dal Dio incarnato, che la Sibilla (e dietro di lei la poetessa) stringe al proprio petto nel momento in cui sta per venire al mondo, facendosi piccolo uomo: «Al mio petto,/ Bambino, aggrappati:/ Nascere è cadere nel tempo».
Anche nel nostro presente alcuni poeti si sono avvicinati e si avvicinano alla preghiera per mezzo della poesia, in corrispondenza di filoni più o meno minoritari della tradizione italiana del Novecento (da Ungaretti a Luzi, da Rebora a Turoldo alla Merini) e provenendo da percorsi personali diversi.
Accidentato e lontano dalla contemplazione sembrava essere il sentiero di Aldo Nove (pseudonimo di Antonio Centanin), quando nel 2007 pubblicò nella collana di poesia della casa editrice Einaudi Maria. Nella nuova edizione riproposta di recente da Crocetti l’autore ricorda così la genesi del libro, sorprendente e per certi aspetti imprevisto nella sua carriera: «Quando scrissi Maria, tra il 2005 e il 2006, volevo innanzitutto chiedere scusa a mia nonna Virginia Sabot con un atto d’amore. Mia nonna era bigotta quando io facevo il giovane ribelle. Bigotta anche perché mio nonno Egidio Centanin le metteva un sacco di corna mentre lei gli teneva, oltre ai quattro figli, la casa pulita come uno specchio. Virginia Sabot ogni sera recitava da sola il Rosario e piangeva. Maria nacque quindi, innanzitutto, come filastrocca per una donna, mia nonna. Una litania che risuonasse ingenua (ma nei propositi anche maestosa) e spavalda, a cuore aperto [...]». Il termine filastrocca rimanda alla struttura formale esatta dei trenta componimenti che formano — prima del sonetto finale — il libro: sono tutti costituiti da sette quartine, variamente rimate. La forma chiusa da un lato e il modello di Rilke dall’altro (La vita di Maria) spingono l’autore a un tour de force espressivo, tramite cui egli intende rendere omaggio alla Vergine, concepita come una bambina, una creatura purissima, la madre di Dio e quindi la sposa dell’universo intero («Più che una stella era qualunque cosa./ Più di qualunque cosa era amorosa,/ più di qualunque amore decorosa:/ di tutto l’universo era la sposa», dal testo d’apertura).
Le quartine usate dal poeta suggeriscono una misteriosa concentrazione, l’accentrarsi in Maria del bene e del significato pieno che altrove sembrano latitare: «Quest’era l’infinita nostalgia,/ quest’era l’assoluta lontananza/ prima che quella luce in quella stanza/ dicesse allora e per sempre: “Maria”» (ultima strofa del testo iniziale, con riferimento all’Annunciazione).
Con una poesia-preghiera alla Vergine si conclude, secondo una trafila che rimonta nella tradizione italiana a Dante e a Petrarca, anche il libro di Antonella Caggiano Diecimila anni (postfazione di Paolo Lagazzi, Moretti & Vitali): «Ave Maria di lacrime piena/ vieni fra noi/ allarga il mantelloalba/ Madre piegata// [...]»). A parte questa orazione e a parte una ripresa dal Salmo 69, Caggiano spasima e desidera un segno da un Dio che sembra assente, lontano, visto il dolore e il male che imperversano nella Storia, anche recente (in particolare le stragi dei palestinesi). La poesia è quindi una corona di spine e una domanda: «chi sei tu/ che colmi/ il mio cuore/ della tua assenza?// [...]».
Se c’è preghiera nell’autrice (mentre per la poesia il rinvio è a un modello come quello di Fernanda Romagnoli), è dunque una preghiera intrisa di mancanza, di scandalo per la condizione del mondo, di impossibilità di risalire al volto dell’Amato.
Proprio questa differenza, questo scarto sono quelli che cerca invece di colmare il piccolo canzoniere orante di Susanna Piano, intitolato Una sacra conversazione (Raffaelli Editore). Non è l’«io» poetico a essere in scena (se lo è, lo è semmai per interposta persona), bensì la figura del Beato Angelico, di cui la poetessa, per frammenti e bagliori, cerca di rappresentare la pittura-meditazione, l’arte come avvicinamento al mistero, come mistico appianamento della distanza: «e non smetto di pensarti/ che io non mi distragga da te/ che io non mi distolga/ fino a che non compaia/ un affresco di visibili parole/ / [...]». È naturale per il lettore avvicinare il taccuino sacro dell’artista e frate domenicano quattrocentesco, così come immaginato dall’autrice, al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini pubblicato da Mario Luzi nel 1994. In entrambi i casi dietro la figura del pittore medievale si nasconde il rovello, la ricerca del poeta contemporaneo. Il punto di fuga, suggerisce Piano, è impegnativo e alto: «se potessimo vedere/ colui che scelse di nascere in una stalla bestiale/ vedere l’umano dell’ultra luce:/ tutto il mondo ne verrebbe rischiarato». L’arte (quella di Beato Angelico, ma anche la stessa poesia che la riplasma) tenta di illuminare, portare alla luce, schiarire ciò che appare preso nell’ombra e nell’enigma.
«La lettura», supplemento de «Il corriere della sera» del 2 agosto 2026