13 dicembre 2010

Codici a barre negli embrioni: e l’uomo si trasforma in merce

Le micro-etichette di silicio per identificare i «prodotti» in vitro
di Assuntina Morresi
Codici a barre per identificare embrioni in provetta? Nei topi, in via sperimentale, si è già fatto. Piccolissime etichette in silicio, dell’ordine di grandezza della millesima parte di un millimetro, sono state inserite con una microiniezione in embrioni di topo di appena un giorno: non sono tossiche, resistono al congelamento e allo scongelamento, e sembrano non interferire con la crescita dell’organismo. È la loro forma a costituire il codice identificativo, che può essere riconosciuto con un microscopio particolare. Saranno rilasciate spontaneamente dagli embrioni stessi, una volta raggiunto un certo grado di sviluppo: questa parte della ricerca tuttavia dev’essere ancora perfezionata.
Secondo gli scienziati dell’Università Au­tonoma di Barcellona e dell’Istituto di Microelettronica del Csic (il Cnr spagno­­lo), che hanno messo a punto la tecnica pubblicando i risultati del loro lavoro sulla rivista scientifica internazionale Human reproduction, si tratta di un mez­zo formidabile per tracciare embrioni in sicurezza ed evitare drammatici scambi di provette non così rari nei laboratori della fecondazione in vitro.
Può sembrare la trama per un brutto film, ma è tutto vero. In rete sono consul­tabili le foto degli embrioni di topo con­tenenti i micro-dispositivi al silicio, il brevetto è già depositato, e il Diparti­mento della Salute del governo catalano ha concesso l’autorizzazione a testare il sistema con ovociti ed embrioni umani messi a disposizione da cliniche spagno­le.
È l’estremo passo: muniti del sofisticatis­simo codice identificativo – ciascuno ha il proprio – gli embrioni umani entrano a pieno titolo nel grande mercato globale, come ogni merce che si rispetti. Una vol­ta applicato il codice a barre – si sa – ogni prodotto finito è pronto per la vendita: il cliente lo sceglie, lo mette nel carrello, va alla cassa, paga e se lo porta a casa. An­che dal punto di vista simbolico, niente come un codice a barre è così efficace nel dare l’idea di commercializzazione, ge­stione di magazzino, acquisto e vendita: un’etichetta fredda e astrusa, decifrabile solo da speciali lettori ottici, che indica la natura dell’oggetto e il suo valore di mer­cato. Le barre in bianco e nero si evolvo­no e diventano microscopiche targhette al silicio, in migliaia di possibili forme di­verse: etichette miniaturizzate per distin­guere e identificare, inserite all’interno degli embrioni nel loro percorso di 'pro­duzione' in laboratorio. Una classifica­zione ideale per prodotti commerciali in serie, realizzati su larga scala.
Si potrà dire che già da ora nei laboratori gameti ed embrioni vengono in qualche modo codificati per poterli individuare correttamente. E infatti sarebbe intellet­tualmente onesto riconoscere da parte di tutti, a prescindere dai convincimenti personali di ciascuno, che è proprio l’av­vento della fecondazione in vitro – cioè la disponibilità di embrioni umani fabbri­cati sotto la lente del microscopio – ad a­ver aperto le porte alla 'cosificazione' dell’umano, a un nuovo modo di 'utiliz­zarlo' (nel senso letterale e materiale del termine).
In altre parole, il passaggio dalla numera­zione della provetta al codice miniaturiz­zato in silicio inserito nell’embrione ren­de solo più evidente e inequivocabile ciò che era chiaro fin dall’inizio: la piena di­sponibilità della vita umana fin dal con­cepimento avvenuto al di fuori del corpo della donna e della sua unione con l’uo­mo modifica l’idea stessa dell’umano, lo rende pienamente 'oggetto', gettando le basi per un suo nuovo mercato.
La numerazione di esseri umani è sem­pre stata sinonimo inquietante di man­canza di libertà e dignità: basti pensare alle carceri, ai campi di concentramento, o anche semplicemente alle polemiche nate intorno alle impronte digitali per al­cuni gruppi sociali, benché giustificate dalla necessità di sicurezza e tutela. Ep­pure per gli embrioni col codice a barre è difficile immaginare la stessa indignazio­ne, le medesime perplessità, gli identici dubbi di fronte a una soluzione tecnica­mente avveniristica, ma antropologica­mente raggelante.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

Vaticano, svelati i segreti della necropoli

di Roberto I. Zanini
Lo stradello sale dalle sponde del Tevere, al di qua del Ponte Neroniano, verso i primi declivi del Colle Vaticano. Il fondo è in terra battuta. È stretto e consente appena il passaggio a due persone che viaggiano in senso opposto. Su un lato e sull’altro si ergono numerosi edifici sepolcrali, appartenenti a famiglie di grande prestigio, che possono permettersi il lusso di sistemare i loro morti presso la via Trionfale, vicino al grandioso mausoleo di Adriano e alla piramide (ora distrutta) che da sempre viene considerata la tomba di Remo, così come la Piramide Cestia era considerata la tomba di Romolo. Più si allontana dal fiume e più lo stradello sale.
Passa accanto al Circo Vaticano, voluto da Caligola. Bagnato dal sangue di migliaia di martiri cristiani, crocifissi, bruciati sotto il grande obelisco monolite che lo contraddistingue, nella persecuzione scatenata da Nerone, dopo l’incendio della città nel 64. Poco oltre il circo, sul lato destro, a mezza costa, ecco un piccolo piazzale sgombro, delimitato da un muro rosso. Appoggiato a esso un’edicola, sorretta da due colonnine, alta un metro e mezzo. Su un lato ci sono centinaia di graffiti devozionali, incisi su un muro. Fra gli altri una piccola iscrizione in greco, di sei lettere: PIETRO È QUI. I primi cristiani che volevano fare un pellegrinaggio sulla tomba del principe degli apostoli, percorrevano questa strada. A millenovecento anni di distanza possiamo fare i loro stessi passi, e giungere a inginocchiarci accanto a quel muro inciso di graffiti.
Nel punto esatto dove il corpo di Pietro, dopo essere stato martirizzato nel vicino Circo, venne sepolto, previo permesso imperiale, lì dove erano già alcune povere tombe. Quello stradello esiste ancora. «Si trova – spiega Pietro Zander, responsabile delle antichità classiche e della Necropoli Vaticana, per la Fabbrica di San Pietro – esattamente undici metri sotto il livello del pavimento della Basilica Vaticana. Al di sotto delle grotte delle tombe dei Papi. Posto in senso longitudinale, verso la tomba di Pietro, il primo vescovo di Roma, il primo Papa».
Una storia, che da quel momento sembra svilupparsi in senso verticale. «Sopra la sepoltura di Pietro, cento anni dopo, viene eretto il muro intonacato di rosso (così è stato trovato) e la piccola edicola. Dopo il 312, Costantino usa il piano dell’edicola come livello del pavimento di quella che la storia conoscerà come Basilica Costantiniana e racchiude la tomba all’interno di una teca di marmo, la "Memoria costantiniana". Sopra quel sacello viene costruito l’altare cosiddetto di Gregorio Magno, fra il 590 e il 604. Altare racchiuso in uno più grande, voluto da Callisto II nel 1123. Nel 1594 viene eretto l’altare di Clemente VIII, poi sormontato dal baldacchino di Bernini. Il mosaico del IX secolo raffigurante Cristo benedicente, che oggi il pellegrino incontra scendendo dalla Basilica sulla tomba dell’Apostolo, è inserito nella nicchia sul muro rosso racchiusa nella primitiva edicola. Il tutto è posto sotto della grandiosa cupola di Michelangelo».
Dagli undici metri sotto il pavimento ai 133 della croce sulla cupola. Diciannove secoli in verticale, sorretti dalla misera sepoltura di un povero ebreo, le cui ossa sono oggi conservate in un incavo ricavato nel muro dei graffiti. Un percorso di pellegrinaggio sconosciuto ai milioni di fedeli che ogni anno visitano la Basilica. Visitare la Necropoli non è semplicissimo. Bisogna prenotarsi. Ma la lista è lunghissima. Molto più semplice, per chi desideri averne un’idea esaustiva, è la consultazione di Le Necropoli Vaticane, un efficace volume edito da Jaca Book, in collaborazione con i Musei Vaticani e la Libreria Editrice Vaticana. Ricco di immagini, è redatto da Paolo Liverani e Giandomenico Spinola e presenta un contributo dello stesso Zander.
Per accedere alla Necropoli, sul lato destro della Basilica, si passa sugli spazi occupati un tempo dal Circo Vaticano e si può vedere il luogo dove si ergeva l’obelisco. L’unico fra quelli presenti a Roma, che è sempre rimasto in piedi. Da qui venne preso, nel 1586 e portato al centro di Piazza San Pietro. Al di sotto della Basilica, pochi scalini consentono un repentino salto nel tempo. La Necropoli è al di là di un passaggio di cantiere realizzato nelle fondazioni della Basilica Costantiniana dagli architetti del IV secolo e scoperto al momento degli scavi, voluti da Pio XII e iniziati nel 1941. Prima di allora, per rispetto, nessuno aveva osato intraprendere l’iniziativa. Dell’esistenza di tombe romane si era a conoscenza da sterri per precedenti opere di fondazione. Quello che si sono trovati di fronte gli archeologi di papa Pacelli non era immaginabile.
Oltre alla conferma dei documenti storici sulla sepoltura di Pietro in quel luogo, ciò che colpisce il visitatore di oggi è la ricchezza degli edifici sepolcrali. Strutture rimaste intatte perché Costantino, nel realizzare il progetto di portare tutto il piano della Basilica a livello della tomba dell’Apostolo, fu costretto a un’impresa ciclopica e del tutto insensata se quello non fosse stato il luogo di Pietro. La tomba era alla pendici del colle e bisognava riempire il declivio, occupato dal cimitero. Il terreno argilloso doveva essere rinforzato. E allora costruisce un basamento sorretto da grandi piloni collegati da archi. Passa sopra le tombe. Scoperchia quelle più alte e le fa riempire di terra senza danneggiarle. Gli archeologi le hanno trovate così.
La prima che si incontra è la cosiddetta Tomba degli Egizi, dove si trovano, insieme, sepolture di culto egizio, di culto pagano e cristiane. «A testimonianza – sottolinea Zander – che nella Roma al suo massimo splendore, nel secondo e nel terzo secolo, era possibile la convivenza fra più religioni». Poi si incontrano le tombe dei Matucci, dei Tulli, dei Valeri, dei Giuli, dei Cetenni... Cognomi diffusi ancora oggi. Stupendi gli affreschi, così come i mosaici e le decorazioni, tutte ispirate a simbologie legate alla vita che rinasce. C’è Venere che emerge dalle acque, c’è Ercole che scende nell’Ade per riportare in vita Alceste.
Ci sono i pavoni, la pernice dalla molta prole, le stagioni col loro ritmo incessante, il toro, il caprone. La tomba dei Valeri è ridondante di stucchi e bassorilievi che raffigurano i componenti della famiglia. Scene di vita quotidiana, col capostipite, Gayus Valerius Herma e sua moglie Flavia Olympia, immortalata con l’acconciatura alla moda, perché usata dalla first lady, la moglie dell’imperatore Antonino Pio. Dall’iscrizione sulla tomba di famiglia di un certo Popilius Heracla, sappiamo che per costruirla ha lasciato ai suoi eredi seimila sesterzi, la paga di cinque anni di un legionario romano. Vicinissima a quella di Pietro è la sepoltura cristiana degli Iulii. Sulla volta campeggia il mosaico di Gesù Cristo che sale al cielo in quadriga, nelle sembianze del Sole Invicto, la cui festa pagana cadeva il 25 dicembre.
A destra un affresco raffigura Giona divorato dalla balena. A sinistra c’è il Buon Pastore. Sullo sfondo è ritratto un pescatore: all’amo ha un pesce, mentre un altro scappa. Metafora della Chiesa chiamata a convertire uomini, liberi di accogliere o rifiutare.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

Lettera aperta ai professori di lettere

di Davide Rondoni
Più che una lettera, questa è una supplica. O qualcosa dove l’invettiva, la supplica e il silenzio si rincorrono in una strano, definitivo investimento. Vi dico: siete dei monaci. E dei guerrieri. Non tradite pure voi, in questo generale tradimento di chierici e di giornalisti, di “esperti” di comunicazione e di editori o agenzie di eventi culturali… Siete monaci e guerrieri a custodia e a incremento di un bene prezioso, che nessuno quasi più comprende. O di cui molti parlano ma già così incartapecoriti e in naftalina di retorica o di buone intenzioni…La chiamano: letteratura. Ma non è altro che vita continuamente ridestata della lingua, della prima e umile e ricca relazione di cui la natura ci ha dotato. E’, attraverso la lingua, vita che si ridesta alla vita, cioè alla coscienza. Siete monaci e guerrieri della vita della lingua, che è come dire vita del pensiero –o della ragione, se vogliamo ridirlo. Perché cosa è la letteratura? Pila di libri che intasa le librerie? Classifica in fondo al Corriere? O allegato de La Repubblica? O biblioteca delle biblioteche? O ultima delle mode? Un elenco di classici opposto a un altro? No, la letteratura o come la volete chiamare quella galleria di voci, è un’esperienza. Siete, che lo vogliate o no, sul fronte di una guerra che ha in palio la sparizione del fenomeno chiamato poesia, cioè una guerra sulla radice stessa della esperienza linguistica nel suo aspetto di corrispondenza tentata con il mondo, di risposta al segreto che delle cose colpisce e invita. Non la sparizione, no. Perché non sparirà mai, essendo tra i fenomeni umani primari. Come la fame, come il sesso, e il lutto. Ma la sua riduzione per fraentindimento. La sua anestesia. La collocazione tra i noiosi intrattenimenti, ovvero tra i paradossi inutili ai più. Invece, la vita ci chiama, fin da piccoli, a non usare solo i nomi dell’anagrafe. Non bastano le parole dell’anagrafe stabilita dalle leggi o quella spesso più tetra e misera imposta (e con che formidabili strumenti) dall’uso. All’amata, ai figli inventiamo soprannomi per provare a dire quel che di loro, in tenerezza e timore, ci parla. Dante diceva che a volte si usano le parole per dire quello che non si sa. La lingua aperta e tesa al segreto del mondo è l’inizio e per così dire il concerto della letteratura. Al cuore, alla ragione non bastano le parole spente che ci mettono in bocca. Se il cuore e la ragione sono ancora vivi. Se ascoltano il mondo. Se ne ricevono il colpo di presenza. Siete monaci, e guerrieri. Mal pagati. Messi a lavorare talvolta in condizioni spaventose. Tra editori e, spesso, dirigenti che non capiscono niente di tutto questo. In ambiti dove tutto sembra concorrere a mortificare la vita, e dunque anche la lingua. Tra burocrazia, pruriti che sembrano pestilenze, e sciabordìo morto dell’abitudine. Tentati di far come tutti, parandosi dietro a questioni sindacali o familiari. Parandosi dietro alla difficoltà. Ma il monaco e il guerriero abitano la difficoltà. Non fanno solo un mestiere. Ne fanno centomila per l’esito della buona battaglia. Se avete difficoltà economiche andate a rubare, fate gli unici espropri che avrebbe senso fare. O fate cooperative, leghe di insegnanti di lettere, mutue, fate la questua. Dovrebbero pagarvi a miliardi, altro che i grandi manager… Ma tanto l’unica vostra dignità professionale è data dall’aver fatto tremare o sgranare gli occhi a qualcuno leggendo la pagina di un capolavoro come se si stesse scrivendo ora lì con voi, collaborando a scriverla la vostra vita intera. Non è questione di soldi. E non importa se coraggiosi o coltissimi, o se tremanti o spavaldi. Il fatto è che siete lì, ora, in questa specie di trincea, in questo combattimento corpo a corpo. E’ nelle vostre mani –nelle vostre più che in altre- la responsabilità di non far morire il dolce suono e il movimento della nostra lingua italiana. Lingua di poesia innanzitutto, come avviene in Francesco, in Jacopone, poi in Dante, in Petrarca, su fino a Leopardi, al leone Ungaretti e ai tanti, tantissimi che hanno nelle loro diverse misure e respiri tentato rilievo e giustizia alle parole. Trattandole per quel che sono: strumenti con cui inseguire il vero e indicarlo, come un Giovanni Battista clamante nel deserto, o come il sobbalzo nel ventre di Elisabetta. Viviamo in un’epoca di parole spente. In un’inflazione di parole che vengono addosso a generazioni che non è vero che leggon poco; leggono un sacco –dagli sms agli spot, ai giornali dati gratis nei metro- ma tutte cose in cui le parole sono morte. Lettura in cui non c’è vita. Dove non si chiede niente a chi legge, solo i suoi soldi, o l’opinione, o il voto. Lasciate perdere i programmi, le scadenze, i disegni analitico-storici…Fateli per quel minimo indispensabile. Che è vicino allo zero. Il disegno storico della letteratura a che serve a un ragazzo, se non si impara il gusto e lo scandalo della letteratura? Alzatevi in piedi, piuttosto, leggete. Fate teatro di questa vita della lingua quando in essa giunge il colpo della vita. Questo raddoppiamento della vita. Fate come avete visto fare davanti a voi da chi ha letto grandi pagine di letteratura investendole di se stesso, della propria domanda di felicità e scoprendo il segreto del mondo. Fate così, come i monaci in piedi, e i guerrieri. Perché da ovunque il nulla occhieggia. E cala sui viottoli o sulle autostrade della vostra possibile pigrizia, della vostra inappellabile buona coscienza, del vostro malinteso senso del dovere. Il destino mi ha assegnato una piccola parte nello scrivere versi, libri, miei e d’altri. E ora questo libercolo di letture condivise. A voi la parte di indicare e condividere la parola accesa della letteratura. Non lasciate si spenga, in occhi abbagliati di noia dalle scritte di rèclame. Il mio monastero è il vostro, e medesimo il campo minato. Scusate, anzi non scusate, il disturbo.
«Il Sole 24 Ore» del 5 settembre 2010

Le manette ad Assange sono la soluzione giusta?

di Massimo Gaggi
Julian Assange chiede le dimissioni del premio Nobel per la Pace Barack Obama, il presidente che due anni fa aprì i cuori del mondo alla speranza: per lui le carte Wikileaks dimostrano che la dimora del governo americano non è un tempio della democrazia, ma una caverna di abusi e illegalità. Dianne Feinstein, senatrice democratica della California (ed ex sindaco della libertaria San Francisco, capitale del mondo digitale) chiede per Assange una condanna pesantissima negli Usa sulla base di una legge del 1917, l’«Espionage Act».
Nulla è semplice e lineare nella vicenda Wikileaks. Misteri e contraddizioni iniziano dalla oscura storia personale di questo «pasdaran» della trasparenza assoluta e dal suo non riconoscere il diritto dei governi di mantenere riservata un’informazione, qualunque siano le ragioni di questa scelta, proprio mentre lui ricorre a massicce dosi di segretezza come arma per preservare l’operatività della sua organizzazione.
L’arresto di Londra sposta, però, la discussione: più che ragionare sui contributi offerti alla consapevolezza dell’opinione pubblica e sui danni provocati dalla pubblicazione dei cablogrammi diplomatici Usa, oggi bisogna interrogarsi sullo strumento repressivo. Incarcerare Assange è il modo giusto per affrontare la questione ed evitare che il fondamentale principio della libertà di parola possa essere di nuovo stravolto fino al punto di pubblicare la mappa dei siti «sensibili» esposti a un attacco terroristico?
L’America, comprensibilmente, si sente ferita e considera Assange un nemico giurato: sfrutta gli spazi del suo sistema aperto, le garanzie democratiche, per attaccarla e indebolirla nel confronto coi regimi autocratici, in genere impermeabili alle rivelazioni.
Ma combattere l’attivista australiano col carcere suscita dubbi sia di legittimità che di efficacia. Al di là del reato a sfondo sessuale perseguito dalla magistratura svedese, sulla questione dello spionaggio il giudizio prevalente dei giuristi Usa è che il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello che garantisce una libertà di parola pressoché assoluta, renda assai difficile incriminare Assange. Chi ha trafugato i documenti e li ha messi in circolazione, Bradley Manning, è già in carcere. Condannare chi propaga informazioni riservate può produrre un vulnus nelle garanzie americane di free speech che fin qui sono state un faro per tutto il mondo libero. Quanto all’efficacia, chiediamoci quale può essere l’impatto mediatico delle immagini dell’arresto di ieri moltiplicate per l’effetto di pratiche di processi che sicuramente sarebbero lunghi e assai controversi: quanti hacker geniali ed esaltati vorranno vendicare Assange e proporsi come suoi eredi?
Qual è la soluzione, allora? Una risposta nitida oggi non ce l’ha nessuno, anche perché è la stessa civiltà di Internet, affamata di soluzioni semplici, istantanee, che complica tutto con le sue rivoluzioni tecnologiche a raffica. Per non sprofondare nelle sabbie mobili va fatta, però, chiarezza almeno su due punti.
Intanto quella del segreto non può essere una fortezza del potere da scardinare per principio nemmeno per la sinistra progressista: quella che dopo l’11 settembre sostenne, contro le campagne militari di Bush, che la lotta al terrorismo andava fatta non coi carri armati, ma usando di più e meglio Cia e intelligence militare.
È poi probabile che una revisione radicale di un sistema di comunicazione della diplomazia Usa rivelatosi sorprendentemente vulnerabile (in genere in Europa i documenti più delicati non vengono trasmessi online e comunque non possono essere prelevati in blocco) risulti, per il futuro, più efficace dell’uso delle manette.
Detto questo, non c’è dubbio che Wikileaks indebolisca ulteriormente un mondo libero che è già sotto pressione. Le democrazie hanno sempre ritenuto di avere un vantaggio economico e politico sulle dittature talmente ampio da potersi permettere la maggiore vulnerabilità delle «maglie larghe» propria di ogni sistema basato su principi di libertà. Oggi questo vantaggio si sta rapidamente riducendo sia per lo straordinario successo economico di alcuni Paesi a guida autocratica, sia per i processi di disgregazione politica prodotti dalla crisi economica in Occidente.
Qualcosa dovrà cambiare se non vogliamo correre i rischi di un mondo senza leadership, ma a chi a Washington oggi è tentato di reagire stringendo quelle maglie, va ricordato che solo un anno fa il Dipartimento di Stato, davanti alle iniziative europee per la tutela della privacy su Internet, reagì sbrigativamente condannando ogni attomirante a limitare l’assoluta libertà della Rete.
«Corriere della Sera» dell'8 dicembre 2010

12 dicembre 2010

Mondo «wiki»: ideali e bugie

Wikileaks, il sito di Assange che ha generato il caos nella diplomazia, sfrutta in modo ambiguo quello che è ormai diventato un concetto chiave della Rete: la costruzione del sapere attraverso l’azione congiunta di innumerevoli autori-lettori. Non senza rischi
di di Matteo Liut
Se qualche dubbio c’era ancora, Wikileaks sembra aver confermato definitivamente il fatto che internet può dare la forza necessaria a un sapere condiviso per cambiare il mondo o, almeno, a destabilizzarlo.
Se il cambiamento sarà in meglio o in peggio saranno i posteri a giudicare, ma appare chiara ormai la potenza del ' wiki '. Tutto corretto, peccato che il sito dell’australiano Julian Assange e dei suoi innumerevoli e ignoti collaboratori conservi davvero poco dell’idea originaria del wiki , ovvero della costruzione collaborativa di contenuti e saperi. I documenti diffusi da Wikileaks , infatti, non sono testi scritti dagli utenti del sito stesso ma provengono da fonti ufficiali e l’unica modifica cui sono andati incontro prima della pubblicazione è stata l’eliminazione di alcuni dati considerati inutili per i fini di Assange. Se una 'truffa', insomma, può essere addebitata all’attivista è quella di aver immeritatamente apposto al proprio lavoro un aggettivo, wiki , che ormai in Rete è sinonimo di conoscenza libera, sempre migliorabile e davvero collaborativa. L’unica collaborazione che si può intravedere nel progetto di Wikileaks , invece, è quella finalizzata alla distribuzione più capillare possibile e alla salvaguardia dei dati segreti raccolti. La scelta del nome, forse, nasce dall’esigenza di dare una patina di nobiltà (almeno agli occhi degli utilizzatori di internet) a un lavoro tutto orientato alla fuga di notizie, come ben specifica la parola ' leaks ', che in inglese significa 'crepe, debolezze' (e quindi può essere inteso anche proprio come 'fughe di notizie'). Vale la pena, però, approfondire il concetto di wiki per capire perché i leaks di Assange con esso non abbiano nulla a che fare.
Nel perpetuo sforzo della diffusione della conoscenza, cresciuto accanto all’ideale classico di democrazia, la proposta cristiana ed evangelica ha fornito una sintesi innovativa tra condivisione del sapere e sua autorevolezza. Da un lato, infatti, si fonda sulla necessità di un annuncio diffuso a «tutti i popoli della terra», cui si aggiunge l’idea di comunione e condivisione di un ' sensus fidei ' che è patrimonio di tutti ed è parte fondamentale dell’identità comunitaria; dall’altro mette a garanzia dell’autorevolezza del sapere la sua forma e il suo riferimento trinitario. Il mondo moderno, forse, ha sempre fatto fatica a conciliare il sapere costruito dal basso con le necessarie garanzie di autorevolezza. Difficoltà che si sono mostrate in tutta la loro pericolosità nel XX secolo. Nel campo della tecnologia informatica l’utopia di un mondo costruito su una conoscenza condivisa è motore primo di ogni innovazione e non è certo internet ad averla inventata. Nel 1932 Vannevar Bush (1890-1974), scienziato statunitense, immaginò una macchina in grado di ordinare tutte le conoscenze scientifiche, facilitando le ricerche e le annotazioni personali e tenendo memoria dei percorsi esplorativi all’interno di questo sapere.
Il 'Memex' (da 'memory expansion') era talmente futuristico da non poter essere realizzato nemmeno nel 1945, anno in cui Bush scrisse il saggio As we may think («Come potremmo pensare»), viene considerata come l’antenato degli ipertesti, cioè quella modalità di connettere i testi tra loro attraverso parole chiave che è alla base della Rete. La parola ipertesto di fatto risale al 1963 e si deve a Theodor Holm Nelson, sociologo e filosofo statunitense, che lavorò per trent’anni al progetto 'Xanadu': un mondo virtuale in cui il lettore può fruire dei testi in modo 'tridimensionale' e mai legato a percorsi rigidi.
Il progetto non decollò mai perché fu superato dal più semplice World wide web ('www'), inventando nel 1989 da Tim Berners-Lee, informatico inglese, ricercatore del Cern di Ginevra. Coltivando l’utopia di creare un mondo del sapere sempre più condiviso e mettendo insieme i nuovi strumenti messi a disposizione da ricercatori come Berners-Lee, negli anni ’90 è nato il concetto di ' wikiweb': una rete fatta di contenuti che possono essere creati, modificati, corretti e migliorati da chiunque. Un progetto realizzato per la prima volta nel 1995 da Ward Cunningham, programmatore statunitense, che si ispirò alla parola wiki , la prima che sentì atterrando ad Honolulu, nelle Hawaii, quando gli venne indicato un wikibus, autobus che collega i terminal dell’aeroporto, e che probabilmente è solo una trasposizione della parola inglese quick , 'veloce'. E veloce fu l’espandersi di questo metodo collaborativo di scrittura, basato sul presupposto che più ampia è la collaborazione, più certa e sicura è l’autorevolezza dei testi, perché grazie agli occhi e alle conoscenze di migliaia di utenti gli errori, inseriti appositamente da vandali informatici o frutto di sviste, possono essere corretti velocemente. Il meccanismo certo non convince tutti, anche perché crea una democrazia del sapere che non sempre è sinonimo di verità, visto che non sempre la maggioranza è garanzia di autorevolezza. Ma sta di fatto che il wiki ormai è una realtà affermata: la sezione in italiano del sito Wikipedia, l’enciclopedia collaborativa, conta ormai più di 750 mila voci e viene consultata quotidianamente da milioni di utenti. Ombre sulla difficoltà di verifica dei contenuti a parte, al progetto viene riconosciuto lo sforzo di rendere tutti gli utenti partecipi e questo non accade solo attraverso la scrittura delle voci, ma anche attraverso i dibattiti, spesso accesi, attorno a modifiche alle voci stesse. L’unico dibattito noto su Wikileaks , invece, fu quello se pubblicare il primo documento segreto o meno: non era verificabile, ma si decise di diffonderlo, convinti della bontà della 'mano invisibile' sottostante al meccanismo del wiki. Resta il sospetto, però, che questa mano non sia poi così invisibile.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

Nuove sovranità e tirannide planetaria

L'onda lunga del caso Wikileaks
di Giuseppe Dalla Torre
Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi sul fenomeno del declino dello Stato moderno, è servito: la vicenda di Wikileaks, che occupa le prime pagine dei quotidiani e preoccupa le cancellerie di molti Paesi, sta lì a dimostrarlo in maniera eclatante.
In effetti i processi di globalizzazione, che non attengono solo all’economia, da tempo ormai stanno riducendo, giorno dopo giorno, la sovranità dello Stato e, con essa, stanno provocando il declino di questa forma di organizzazione della società politica, che proprio sul principio di sovranità si è affermata.
Secondo questo principio, sovrano è il potere che non ha altra autorità ed altra legge sopra di sé, ma che d’altra parte riesce effettivamente a controllare e disciplinare i fenomeni che si pongono sul suo territorio. Con la globalizzazione però i fenomeni divengono sempre più transnazionali, continentali, planetari, con la conseguenza che nessuno Stato, per quanto potente sia, è in grado di dominarli. Ma quanto più la realtà sfugge alla signoria dello Stato, quanto più il potere dominativo di quest’ultimo perde effettività, tanto più la sovranità si riduce.
Wikileaks dunque è la riprova: anche la superpotenza statunitense, contro cui in sostanza si è mossa la pericolosissima iniziativa di Julian Assange, non è riuscita a controllare la fuga di notizie e, da questo punto di vista, è messa in ginocchio.
Al di là del caso, la vicenda contribuisce a mettere in evidenza come la sovranità si stia spostando rispetto ai tradizionali titolari: non più gli Stati, ma soggetti nuovi, come quelli che possono dominare il campo economico o la grande rete. È una forma nuova di sovranità, impalpabile, che non riveste i segni distintivi tradizionali, che non è chiusa in un ambito geopolitico, che non si serve dei consueti strumenti giuridici, che poggia la sua effettività su altri presupposti da quelli del passato. E attorno a questa nuova forma della sovranità il conflitto è aperto: la diffidenza manifestata sin qui dalla Cina nei confronti di realtà come Google disvela, a ben vedere, il volto preoccupato di un grande Paese che percepisce come la rete possa sottrarle sovranità, possa stravolgere le basi della propria configurazione politico-istituzionale.
Il fenomeno che il caso Wikileaks ha fatto emergere con chiarezza appare preoccupante.
Perché se di fronte alle tradizionali espressioni della sovranità ci si è attrezzati per difendere l’uomo – le costituzioni, i diritti inviolabili, gli strumenti della democrazia –, dinnanzi al potere della rete siamo tutti indifesi. La cosa più preoccupante, poi, è che mentre gli Stati autoritari o totalitari si mostrano più reattivi, grazie al culto del segreto su cui basano il proprio dominio, le democrazie appaiono invece assai deboli e strutturalmente cedevoli.
Non a caso negli Stati Uniti si dubita fortemente che si possa, legittimamente, perseguire penalmente Julian Assange, posto che la libertà di informazione assurge ad uno dei principi supremi dell’ordinamento americano.
Prima che qualcuno, nella lotta alla supremazia nelle nuove sovranità, riesca ad acquisire un effettivo potere di controllo sulla grande rete, è necessario che la società internazionale si organizzi e crei istituzioni, norme, controlli e mezzi di coazione, idonei a fugare i pericoli di una tirannide planetaria. Si tratta di un intervento che deve saper coniugare la tutela di beni diversi e tra di loro potenzialmente in conflitto: dalla libertà di informazione alla privacy, dalla trasparenza alla riservatezza, dalla memoria di fatti storicamente avvenuti al diritto all’oblio. Si tratta di un intervento urgente: domani potrebbe essere troppo tardi.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010

Apocrifo

del Cardinale Pietro Parente; Mons. Antonio Piolanti; Mons. Salvatore Garofalo
APOCRIFO (gr. = cosa nascosta, dal v. = nascondo). Per gli antichi, «apocrifo» era un libro che conteneva dottrine religiose riservate ad iniziati; nel linguaggio ecclesiastico, invece, era un libro non ammesso alla lettura pubblica nella comunità nonostante la somiglianza che esso presentava, per il nome del presunto autore e per il contenuto, con i libri ispirati della Bibbia.

Apocrifo, quindi, è un libro da escludersi perché non canonico. Tali libri erano di provenienza sospetta emessi in circolazione da sètte che volevano dare autorevole fondamento alla loro dottrina. Alcuni, però, sono frutto della pia curiosità di lettori che non trovavano nei libri sacri tante minute notizie su persone e periodi della storia sacra, e vollero completarle con informazioni qualche rara volta di buona fonte ma nella maggioranza dei casi frutto di fantasia. Alcuni di questi scritti in buona fede trovarono credito tra i fedeli e gli scrittori ecclesiastici. Nell'attuale edizione ufficiale latina della Bibbia sono riportati in appendice gli apocrifi Libri III e IV di Esdra, e la preghiera del re Manasse ispirati a testi canonici. Alcuni testi Liturgici furono derivati dai suddetti due libri, per es. il Requiem (IV Esd. 2, 34 s.). Gli studiosi moderni dedicano particolare attenzione a questa considerevole produzione letteraria interessante per la conoscenza delle idee religiose e morali vigenti al tempo di Cristo.
La vasta letteratura apocrifa, difficilmente accessibile ai lettori comuni, segue le grandi e minori divisioni dei due testamenti.
Gli Apocrifi del Vecchio Testamento, quasi sempre di autori giudei sono di argomento messianico ed hanno talvolta subìto interpolazioni cristiane.
Qualcuno, come le Odi di Salomone, sembra di totale provenienza cristiana. Essi si possono distinguere, non certo adeguatamente, in libri storici, dedicati alle grandi figure del V. T. didattici, cioè di contenuto. morale e profetici o apocalittici, che riferiscono presunte rivelazioni sul mondo degli angeli, sui misteri della natura, sulla futura sorte d'Israele, sulla persona ed il regno del Messia. Tra gli apocrifi della prima classe è degno di nota il libro dei Giubilei o Piccola Genesi, scritto da un fariseo moderato verso la fine del II sec. a. C., in cui Mosè narra la storia del mondo dalla creazione fino all'esodo dall'Egitto, distribuendola in periodi giubilari di 49 anni. Altri libri: il III di Esdra, III dei Maccabei, l'Ascensione di Isaia, il Testamento di Salomone. Tra i libri didattici, sono notevoli: il Testamento dei Patriarchi, in cui i figli di Giacobbe profetizzano l'avvenire delle dodici Tribù da essi discendenti; i Salmi di Salomone e di David; le Odi di Salomone, il IV libro dei Maccabei. Dei libri profetici molto noto è il libro di Henoch, al quale probabilmente si riferisce l'apostolo Giuda nella sua lettera (v. 14 s.), che consta di vari scritti giudaici del II-I sec. a. C. ed è importante per la conoscenza delle idee religiose dei Giudei del tempo di Gesù. Tra l'altro il Messia è detto «Figlio dell'Uomo». Altri libri: l'Assunzione di Mosè, il IV di Esdra, l'Apocalisse di Baruch, gli Oracoli sibillini, libro di propaganda giudaica tra i Pagani.
Gli Apocrifi del Nuovo Testamento rimontano ai sec. II-III d. C. e vengono distinti in Evangeli, Atti, Epistole e Apocalissi. Il più diffuso evangelo apocrifo fu il Protoevangelo di Giacomo dedicato alla vita della Madonna e di S. Giuseppe ed alla infanzia di Gesù. Ha avuto larghissima influenza sull'arte cristiana e la liturgia ne ha ricavato la festa della Presentazione di Maria al Tempio; altri evangeli portano i seguenti titoli: secondo gli Ebrei, degli Ebioniti, secondo gli Egiziani, di Pietro, di Tommaso, di Nicodemo. Degli Atti vanno ricordati quelli di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di Andrea, di Toinmaso. Anche l'epistolario apocrifo è molto ricco; ricordiamo: la lettera di Abgaro re di Edessa a Gesù e la risposta del Redentore, l'epistola degli Apostoli; la epistola di S. Paolo ai Laodicesi, e la sua III lett, ai Corinti; le lettere scambiate tra Paolo e il filosofo Seneca. Delle Apocalissi si possono citare: l'apoc. di Paolo, di Pietro, di Tommaso.
Si tratta, in generale, di una letteratura mediocre e farraginosa che tradisce l'imitazione dei modelli ispirati senza però avvicinarsi alla loro spontaneità ed equilibrio.
Voce «Apocrifo» dal Dizionario di Teologia Dogmatica, a cura del Cardinale Pietro Parente; Mons. Antonio Piolanti; Mons. Salvatore Garofalo.
Postato il 12 dicembre 2010

Società, bene comune e limiti del potere nella filosofia politica di San Tommaso d'Aquino

di Sergio Luppi
(Assistente di filosofia del Diritto nella Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)
Introduzione
Nell'enciclica Aeterni Patris, Leone XIII attribuisce una particolare importanza al ruolo che la filosofia cristiana deve giocare nel processo di ricostruzione morale della società civile e dello Stato sconvolti dall'irruzione delle ideologie rivoluzionarie contemporanee e dalla successiva, gravissima crisi dei valori fondamentali della civiltà (1).
L'abbandono dei principi della philosophia perennis tomistica è considerata, da Leone XIII, come una delle cause fondamentali della confusione delle idee e della disgregazione morale penetrate nel mondo occidentale attraverso la riforma protestantica, il filosofismo degli illuministi e il trionfo della Rivoluzione dal 1789 (2). Leone XIII contrappone la solidità e la chiarezza del sistema e del metodo di S. Tommaso d'Aquino alle malferme e, spesso, contraddittorie costruzioni di molti esponenti del pensiero moderno (3), ponendo contemporaneamente in risalto il carattere non-riduttivo della sintesi tomistica, idonea ad accogliere tutte le verità contenute nella filosofia e nella scienza contemporanea (4).
La filosofia politico-giuridica dell'Aquinate, in particolare, si dimostra come strumento efficace di rifondazione dall'ordine civile turbato dagli eccessi dell'individualismo liberale e del collettivismo socialista. In questa mia comunicazione intendo occuparmi in modo specifico del rapporto fra il potere politico e i diritti fondamentali della persona, uno dei temi dominanti di tutto il pensiero politico dell'Angelico (5).

1. Individualismo, collettivismo e socialità naturale dell'uomo.
L'antagonismo fra le singole persone e le strutture di potere della società civile e dello Stato rappresenta uno dei tratti dominanti della nostra epoca. Alla radice di questa tensione si colloca la convinzione, spesso confermata dai fatti, che ogni forma di potere collettivo, sovraordinato ai singoli, sia, in ultima analisi, un potere estraneo che grava pesantemente sulla sfera di libertà della persona. E' indubbio che le ideologie moderne hanno potentemente contribuito, nel corso degli ultimi secoli, a costruire la base di legittimazione del processo di rafforzamento e di espansione del potere statale. L'evoluzione della scienza e della tecnologia, l'industrialismo e le conseguenti radicali trasformazioni socio-economiche hanno fornito, invece, l'occasione storica e le condizioni materiali per la concreta attuazione di tale processo. La situazione attuale mostra il fallimento delle ideologie individualistiche e collettivistiche (liberalismo e socialismo nelle loro diverse ramificazioni) nel tentativo di costruire una società "più umana" : fallimento al quale fanno riscontro il progressivo disinteresse (il "riflusso") delle masse "colte" occidentali per la vita politica e l'emergenza tragica del rifiuto radicale delle attuali strutture di potere, che ha preso corpo nella realtà del "partito armato".
Se analizziamo, nei suoi elementi generatori, la crisi profonda che travaglia la civiltà occidentale, possiamo cogliere, quali tratti dominanti, l'idea dell'infinità e della illimitata autonomia dell'individuo e il tentativo di risolvere tutti i problemi personali, sociali ed economici attraverso il coattivo e generalizzato soddisfacimento di tutte le pulsioni, tendenze e richieste che promanano dalla c.d. "sovranità" individuale. In altri termini: abbandonato qualunque riferimento ad una sfera assiologica - oggettiva e trascendente, (l'uomo giudica di reclamare come proprio diritto qualunque cosa egli ritenga necessaria alla sua "crescita" personale e attribuisce alla società e ai suoi poteri costituiti il dovere imperativo di rimuovere tutti gli ostacoli morali, religiosi, politici, economici che ancora si oppongono al soddisfacimento delle sue brame. La funzione essenziale dell'ordinamento giuridico consisterebbe dunque nella lotta contro i residui di una visione arcaica del mondo, basata sulla superstizione, al fine di rendere possibile la illimitata "crescita" delle 'persone, al di là del bene e del male. Alla radice di questa erronea concezione della vita, dell'uomo e della società, già denunciata con preveggenza dal Magistero ecclesiastico del secolo scorso (6), c'è il rifiuto di riconoscere la fondamentale e naturale indigenza dell'uomo singolo e la necessità della sua dipendenza dagli altri uomini (quindi dalla società) e da Dio.
E' stato giustamente osservato (7) che, sul terreno della proclamazione della divinizzazione e della assoluta indipendenza dell'uomo, è possibile trovare il momento unificatore del liberalismo e del socialismo, per altri versi contrapposti. Il socialismo non sarebbe altro che il liberalismo collettivizzato: l'assenza di ogni freno morale oggettivo e l'attribuzione di poteri illimitati passano semplicemente dall'individuo alla collettività. Ciò che prima era prerogativa di un individuo assoluto, egoista, chiuso nella sua "personalità", viene trasferito allo Stato che si incarica così di attuare quell'opera di trasformazione e di sovversione della società tradizionale sproporzionata per le forze non coordinate dei singoli (8). Le profonde analisi di J. Talmon sulle strutture filosofiche e sui modelli istituzionali della "democrazia totalitaria", mostrano, con ampiezza ed efficacia, la reale possibilità di sintesi dell'individualismo e del collettivismo nell'edificazione di uno Stato totalitario, basato sul consenso generalizzato delle masse indottrinate delle élites rivoluzionarie (9).
La dottrina politica di S. Tommaso si presenta — in rapporto ai due estremi dell'individualismo e del collettivismo — come una soluzione intermedia che consente di salvaguardare contemporaneamente i diritti fondamentali e la libertà della persona e le prerogative autonome dello Stato e delle altre stabili strutture di potere.
San Tommaso interpreta in senso fortissimo il noto principio aristotelico della naturale socialità e politicità dell'essere umano. Dire che l'uomo è naturaliter, animale sociale, civile, politico significa infatti affermare che le forme essenziali della vita associata sono necessarie alla perfezione fisica, morale e spirituale della natura umana (10). L'uomo dipende dalla società per quanto concerne il raggiungimento dei suoi fini essenziali: questa è una verità universale che si estende tanto alla vita familiare sociale e politica, quanto alla vita morale e spirituale, nell'ambito della Chiesa (11).
In opposizione alle correnti sofistiche dei mondo antico e all'individualismo radicale che anima il mondo contemporaneo, per i quali socialità, politicità e giuridicità appartengono alla sfera della pura convenzione e dell'arbitrio, S. Tommaso rivendica il carattere naturale della vita associata.
Se la società è necessaria allo sviluppo del singolo individuo, ciò non significa che la ragione profonda dell'esistenza delle strutture sociali sia la mera indigenza e l'incapacità del singolo a provvedere a se stesso. Il bene comune della società è diverso dalla semplice somma dei beni particolari dei singoli. Esso si colloca su un piano superiore: resistenza della società, infatti, assicura l'esistenza di condizioni che consentono non solo la mera sopravvivenza ma anche la piena perfezione dello sviluppo delle qualità intellettuali e morali della persona umana (12).
Se si escludono dal nostro essere tutte quelle qualità che dipendono dall'opera formatrice della società (famiglia, cultura, religione, ecc.), avremo un'anima senza corpo, priva di quelle capacità autonome di affermazione e di sviluppo che testimoniano da pienezza del valore dalia persona (13).
La piena realizzazione della persona esige inoltre resistenza di una pluralità di società. Un regime di pura sussistenza assicura soltanto condizioni minimali di vita; il fine della società non è soltanto il vivere ma è il vivere bene, il vivere conforme alla superiore dignità dell'uomo.
Questi fini sono raggiunti attraverso la costituzione della famiglia e dalle comunità più vaste, fra cui spicca io Stato — società perfetta che ha in sé tutti i mezzi morali e materiali necessari alla conservazione, difesa e sviluppo del singolo e delle società inferiori (14). Il completo soddisfacimento delle esigenze morali e fisiche dell'uomo è, a sua volta, ordinato ad uno scopo superiore che è il fine ultimo della creatura umana: Dio. Tutte le strutture sociali e politiche debbono creare le condizioni più opportune allo sviluppo della vita virtuosa, presupposto necessario alla contemplazione dalla Verità increata (15).
Estratto da "Atti dell'VIII Congresso Tomistico Internazionale", vol. VI (1982), pp. 253-269.
Postato il 12 dicembre 2010

Storicità dei Vangeli

del Cardinale Pietro Parente, Mons. Antonio Piolanti e Mons. Salvatore Garofalo
EVANGELI (gr. = buona notizia, lieto messaggio). Al tempo di Gesù e degli Apostoli l'evangelo è la buona notizia della redenzione universale contenuta nella predicazione di Gesù, ma ben presto, durante la prima generazione cristiana, il termine indica i quattro libretti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che contengono la storia dell'annunzio.

Matteo, chiamato all'apostolato dalla dogana di Cafarnao, scrisse il suo evangelo con l'intento di dimostrare ai Giudei di Palestina che Gesù era l'atteso Messia perché in lui si compivano tutte le profezie antiche. Marco, discepolo affezionato di Pietro, conservò nel suo libretto il ricordo della predicazione viva dell'apostolo ai Romani nella quale la figura di Gesù Uomo-Dio era presentata con incantevole freschezza di particolari. Luca, medico antiocheno e discepolo di Paolo, raccolse con cura scrupolosa il materiale di detti e di fatti della vita del Signore più adatto alla istruzione ed edificazione delle comunità di fedeli venuti dal paganesimo. Questi tre primi evangeli si assomigliano sostanzialmente nella trama generale della vita di Gesù ed anche nel modo di trattare la materia. Questa proprietà, che permette di disporre i tre racconti in colonne parallele in modo da abbracciare con un solo sguardo le narrazioni, li fa denominare sinottici, cioè «visibili insieme». L'evangelo di Giovanni, discepolo prediletto di Cristo, si distacca sensibilmente e dalla trama e dal modo di presentare i discorsi e i fatti di Gesù comune ai tre Sinottici. Egli dà massimo sviluppo al ministero gerosolimitano che dai primi tre viene lasciato quasi in ombra. e durante il quale Gesù più spesso e con maggiore chiarezza parlò della sua divinità.
L'autenticità dei quattro evangeli è messa al sicuro da una ininterrotta serie di testimonianze storiche circostanziate e precise che si iniziano con Papia, vescovo di Gerapoli in Frigia e discepolo degli Apostoli (primi decenni del II sec.) e continuano di secolo in secolo senza contraddirsi o smentirsi. Oltre alle affermazioni degli scrittori che godono particolare autorità come S. Ireneo (c. 140-202) vescovo di Lione e tramite tra l'Oriente e l'Occidente, si hanno anche documenti ufficiali come l'elenco dei libri del N. T. chiamato, dal suo scopritore, Canone di Muratori e che fu scritto a Roma verso il 185. Autori e documenti sono echi di una tradizione che risale evidentemente ai primi anni della Chiesa e che è stata vagliata dal contrasto con gli eretici. Negli scrittori del II-III sec. si trova un così grande numero di citazioni del testo dei quattro evangeli che essi potrebbero quasi integralmente essere ricostruiti. Un implacabile avversario del Cristianesimo primitivo, il filosofo epicureo Celso, che scriveva verso il 178, riconosce nei quattro evangeli un'opera dei discepoli di Gesù e ricorda che gli eretici avevano tentato di piegarli alle loro dottrine per avvalersi di così autorevoli scritti.
L'esame interno degli Evangeli, cioè della lingua, della mentalità ivi riflessa, dei costumi menzionati, dei riferimenti storici e geografici, confrontati con le più recenti e sicure scoperte, conferma l'autenticità dei quattro libretti affermata concordemente dalla tradizione cristiana.
Quanto alla data degli evangeli, consta che essi nel II sec. sono diffusi e riconosciuti in tutte le comunità cristiane di Oriente e di Occidente; devono, quindi, essere stati scritti nel I sec. Le testimonianze storiche convalidate dall'esame interno dei testi permettono di concludere che Matteo, Marco e Luca scrivevano prima della distruzione di Gerusalemme (a. 70). Più precisamente Matteo e Marco pubblicarono i loro libretti prima della morte di Pietro e Paolo (a. 64 o 67); Luca conclude bruscamente la narrazione degli Atti all'anno 62, e dichiara che il suo evangelo ha preceduto questo secondo Libro (Atti 1, 1). Poiché le antiche testimonianze sono quasi concordi sulla priorità di Matteo e di Marco nei confronti di Luca, i primi due evangeli dovevano essere stati pubblicati prima del 60. Secondo alcuni studiosi Matteo risale al 42-50.
Che l'opera dei quattro biografi di Gesù sia stata trasmessa integra fino a noi, risulta dalla eccezionale condizione di privilegio in cui viene a trovarsi il testo degli evangeli. Sono ben 1500 i codici manoscritti del testo greco degli evangeli; due di essi furono copiati nel IV secolo, mentre alcuni frammenti di papiri risalgono al III-II secolo. Molte antiche versioni in lingue occidentali ed orientali fanno da efficace controllo al testo greco trasmesso dai codici attuali. Molte migliaia di varianti del testo, delle quali nessuna ne compromette il senso in materia di dottrina e di morale, permettono di affermare che il testo greco degli evangeli che noi oggi leggiamo è sostanzialmente identico a quello uscito dalle mani dei loro autori. Si noti che dei classici greci e latini non esiste nessun manoscritto anteriore al IX sec. d. C. e rarissimi sono quelli più antichi del sec. XII.
La storicità degli evangeli, cioè l'aderenza dei loro racconti alla realtà dei fatti, è dichiarata dagli stessi autori (Lc. 1, 1-4; Giov. 20, 30 s.; 21, 24) ed era un postulato essenziale perché essi potessero essere accettati dalla Chiesa. D'altra parte nessuno avrebbe osato raccontare cose non vere od alterare fatti di cui esistevano testimoni gelosi come gli Apostoli e nemici accaniti come gli Ebrei i quali erano stati attori di primo piano nella vita di Gesù ed avrebbero avuto buon giuoco nella loro polemica se avessero potuto trovare in fallo gli storici del Nazareno. Tutto ciò che di meglio può fare la tradizione letteraria ebraica è tacere della vita e dell'insegnamento del Maestro Galileo.
La critica non cattolica contesta il valore storico di una parte considerevole degli evangeli unicamente perché essa contiene fatti soprannaturali. Gli sforzi di questa critica che, dal sec. XVIII in poi, si condanna all'assurdo compito di spiegare la vita di Gesù escludendone ogni elemento soprannaturale, hanno avuto come risultato una «torre di Babele» (Loisy) di opinioni che polverizzano i testi senza riuscire a cavarne un possibile costrutto.
Voce «Evangeli» del Dizionario di Teologia Dogmatica, a cura del Cardinale Pietro Parente, Mons. Antonio Piolanti e Mons. Salvatore Garofalo.
Postato il 12 dicembre 2010

La democrazia degli intelettuali? Finisce in tirannia

La repubblica partenopea del 1799, nata sull’esempio della rivoluzione francese, segnò il trionfo del giacobinismo meridionale. Ma guai a chi lo dice
di Marcello Veneziani
Abbasso il tiranno viva la Repubblica, abbasso la tradizione viva la Costituzione, abbasso la fede viva la Cultura, abbasso le feste popolari viva la stampa. E a sud viva la rivoluzione degli incorruttibili.
Sembra il manifesto dell’eroica lotta contro il berlusconismo, e invece è il sunto epico della repubblica partenopea del 1799. Se la storia è maestra di vita, la rivoluzione napoletana è un monito perfetto per il nostro tempo. Elogiata dalla storiografia dominante, portata a esempio di progresso, giustizia, libertà e cultura contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere, è il paradigma rovinoso di una dittatura intellettuale.
Di recente ne tesseva gli elogi il Corriere della sera e ne accennava con favore lo storico Luciano Canfora, ma non c’è intellettuale «illuminato» che non esalti la rivoluzione del 1799. Invece io vorrei raccontarvi quel che i testi scolastici o canonici non scrivono. Una storia più cruenta delle terribili repressioni a sud postunitarie, di cui oggi tanto si parla.
Dunque, torniamo a Napoli nel ’700. Grande capitale europea con grandi sovrani, fiorisce la cultura in città e l’industria. Poi la decadenza. La monarchia borbonica si chiude in un paternalismo autoritario, feste farina e forca, superstizioso e diffidente verso la cultura. Brucia l’esempio della rivoluzione francese, il patibolo per i reali, parenti dei sovrani napoletani. Gli intellettuali di corte con i loro giornali invece s’innamorano di quel che succede a Parigi e rovesciano la monarchia. Piantano l’albero della libertà, arriva la repubblica a Napoli. Basta con la tradizione, il re e la religione. E chi non ci sta, sono dolori. Intere popolazioni insorgono contro la repubblica e contro gli intellettuali giacobini, e allora comincia la mattanza. Le città rimaste fedeli al re e alla religione vengono distrutte dai soldati francesi e dai loro collaborazionisti napoletani, i giacobini. Decine di migliaia di morti di cui nessuno parla; si parla invece delle decine di condannati a morte dal Borbone.
Avevano la sola colpa di restar fedeli al loro Re e alla loro Fede; alle loro pigre superstizioni, se non volete parlare di tradizioni. I rimedi per liberarli da trono e altare furono peggiori del male, più cruenti. Erano rozze le bande sanfediste del cardinale Ruffo che ad esempio uccisero alcune decine di patrioti repubblicani ad Altamura, tuttora ricordati; ma si dimentica che prima di quel massacro migliaia di abitanti dei centri vicini, di Trani, Andria, Carbonara, Gioia del Colle, Ceglie, Mola di Bari, furono sterminati da giacobini e francesi. Come in Vandea. Comitati, monumenti, libri, film, fiction, opere teatrali raccontano la Repubblica illuminata e il sacrificio di ferventi rivoluzionari. Ma nessuno ricorda quella gente. Marmaglia, vittime di una calamità naturale chiamata progresso, giustizia, illuminismo, emancipazione.
«Lo spettacolo è terribile. Cadaveri da per tutto, nelle strade e nelle case, tutti o parte bruciati dal fuoco delle case che sono state molto danneggiate; dei quartieri non più esistono, le fabbriche cadono, il teatro bellissimo è incenerito... la desolazione, il terrore vi comandano. Seguitano colà le uccisioni... gli orrori circa le violenze alle donne sono inesprimibili... pure le monache». La cronaca è tratta dal diario di un testimone dell’eccidio di Trani, seguito a quello di Andria, il magistrato Gian Carlo Berarducci. Fu pubblicato solo cento anni dopo. «I morti seppelliti finora, parte alla Madonna del Pozzo presso Bisceglie, parte verso Barletta, diconsi circa 2000. Altri ve ne sono», mentre centinaia di scampati si nascosero nei sotterranei di Santa Maria la Neve, «si diede l’orina da bere ai bambini, in altri luoghi si uccisero quelli che piangevano».
Trani e Andria avevano rifiutato di issare la bandiera giacobina e avevano sventolato la bandiera del regno borbonico e la bandiera nera in segno di resistenza a oltranza; ma diventò il sigillo del loro lutto. «Trani arde e il fumo giunge fin qui» scrive Berarducci. Le città vicine, spaventate dai massacri, preferirono la resa. Così Cetara fu distrutta, scempi nell’entroterra campano. Così in Molise o in Terra di Lavoro, nonostante fra’ Diavolo, meridionalista inconsapevole. Il Terrore. Quando il cardinale Ruffo riconquistò il sud, anch’egli con l’aiuto di stranieri, la flotta russo-turca al largo dell’Adriatico, vi furono feste popolari e religiose: «In Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo, in tutti i luoghi vicini si sta nell’allegria massima». Il proclama reale dei ritornati borbonici elargiva non per magnanimità ma per riconquistare consensi e stabilità, «perdono generale alle città e individui, salvo alcune eccezioni».
La rivoluzione napoletana colonizzò il sud imponendo un modello astratto ed estraneo. L’esito fu la sanguinosa frattura tra la repubblica settaria delle élite e degli intellettuali giacobini e il popolo meridionale. Quella rivoluzione segnò la definitiva rottura tra riforme e tradizione, avvelenò la monarchia, creò un abisso tra élite e popolo, e in quel vuoto precipitò la borghesia meridionale. Lasciò il regno di Napoli in condizioni peggiori di come l’aveva trovato. «La ruina», come la chiamò Vincenzo Cuoco, cominciò con la Rivoluzione e proseguì con la Restaurazione. Cuoco in un primo tempo seguì la rivoluzione, ma poi da liberale si dissociò e sostenne che le rivoluzioni importate e calate dall’alto sono rovinose per i popoli.
Quando cadde la Repubblica esplosero i peggiori istinti della plebe e la dinastia borbonica finì in balìa dei suoi cinici alleati, gli inglesi. Le repressioni seguenti furono volute soprattutto dall’ammiraglio Nelson (una curiosità: il primo Mac Donald sbarcato al sud duecento anni prima dei fast food fu un generale britannico che fece a polpette gli insorti). La reazione borbonica risentiva del tragico esempio francese: il regicidio, il massacro della Vandea e la ghigliottina. Cuoco osservò: «Il male che producono le idee troppo astratte di libertà è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire». Si sacrifica l’umanità reale a un’umanità ideale. Difatti con la repubblica partenopea fu instaurata a Napoli la censura e furono eliminati i Sedili del popolo che rappresentavano, pur rozzamente, le istanze popolane. Memorabile è l’ordine che Eleonora Fonseca Pimentel e i giacobini dettero all’arcivescovo di Napoli: fingere che il sangue di San Gennaro si fosse sciolto per dare l’illusione alla plebe che il protettore di Napoli non fosse ostile alla repubblica. Fu un esempio di manipolazione del consenso attraverso l’uso cinico e superstizioso della fede.
Ingannare il popolo in nome della libertà e del progresso è un tratto tipico dell’ideologia giacobina. Da più di due secoli i peggiori crimini contro l’umanità si compiono a fin di bene. Questa fu la dittatura degli intellettuali, che seppe distruggere ma non costruire.
«Il Giornale» del 9 dicembre 2010

Quella Carta non è un vangelo

di Marcello Veneziani
Un bell’applauso per la Costituzione. Se vuoi figurare da buono e giusto, copriti dietro la Costituzione. Da Fazio alla Dandini, dalla Scala ai Tetti universitari, dalla Camera ai Teatrini, dalla Scuola ai Cortei, citare la Costituzione e magari leggere un suo articolo garantisce l’applauso automatico del pubblico e la finta commozione del presentatore. Ricorda Petrolini: Costituzione! Bene, bravo bis. Costituzzione, per dare più forza, Bravo! Grazie!... e via dicendo. Un paese di pappagalli ammaestrati. Anche la mobilitazione di piazza della sinistra di domani ha come parola chiave e titolo di accesso la Costituzione.
Ora non aspettatevi che io sberleffi la Costituzione; mi limito a coglionare gli usi impropri e meccanici, gli abusi e la retorica che fioriscono intorno alla parolina magica. Non disprezzo affatto la Costituzione. Articolo primo, perché è la Costituzione del nostro Paese e va rispettata. Punto secco. Articolo secondo, perché è una buona Costituzione, con principi validi, e fu una buona sintesi, il miglior compromesso possibile fra le culture più significative del tempo: la cultura cattolica e i suoi principi cristiani, la cultura liberale e i suoi principi laici, la cultura socialista e i suoi principi egualitari. Accanto alle tre culture visibili c’era pure un convitato di pietra, innominabile ma presente nella Carta: era la cultura della nazione e dell’umanesimo del lavoro, della funzione sociale della proprietà e della partecipazione agli utili, della salvaguardia dell’ambiente e dell’economia sociale di mercato. Ma non si poteva citare perché ricordava Gentile e Rocco, Bottai e il passato Regime, anche se poi dal Concordato al Codice, dalle leggi in difesa dell’ambiente alla riforma della scuola, molto della Legge veniva da lì. Infine, ci piacerebbe che la Costituzione fosse rispettata in tutti i suoi articoli e non solo in quelli che si citano. Per esempio il diritto alla vita e la sua difesa, la tutela e la promozione della famiglia, il rispetto dei doveri, il riconoscimento della partecipazione, la regolamentazione di partiti e sindacati... Pensate che il primo a citare gli articoli della Costituzione nei dibattiti politici, a portarla nell’arena polemica dell’opposizione, fu uno che era fuori dell’Arco costituzionale. Dico Almirante, che chiedeva l’osservanza degli articoli 39,40 e 46 della Costituzione.
Dunque, rispettiamo la Costituzione, perché è la nostra legge e perché lo merita.
Ma come tutte le carte e i compromessi, non fu dettata sul Monte Sinai da Dio in persona, e nessuno può arrogarsi il ruolo di Mosè. Le costituzioni possono mutare nella parte più dinamica, sono figlie della storia e non reliquie eterne. La forma parlamentare della nostra repubblica può ad esempio evolvere in forma presidenziale, il riconoscimento della privacy, i diritti dei single e degli omosessuali, all’epoca non previsti, sono oggi inevitabili; la denatalità e la senilità della nostra popolazione vanno tenute in conto, così come la considerazione che la Repubblica fondata sul lavoro non è più costituita in maggioranza da lavoratori, tra pensionati, ragazzi, disoccupati e persone a carico.
Modificare la Costituzione non è peccato mortale. Ma il punto non è ancora questo. Il punto è proprio quello da cui siamo partiti. Si può davvero pensare che un paese debba sentirsi unito e solidale nel nome della Costituzione, si può davvero credere che l’amor patrio si riduca al patriottismo costituzionale, come pensano in troppi nei Palazzi, da Napolitano alla sinistra tutta e ora a Fini?
No, per tre ragioni. Primo, perché ciò che unisce un popolo non può derivare dall’alto, da una Carta voluta dai partiti, ma deve venire non dirò dal basso ma dal profondo, dalla vita, la storia e l’anima di un popolo.
Secondo, perché la Costituzione è una Legge, un sistema di regole da osservare e da rispettare, ma le regole non suscitano amore, non generano una comunità calda e partecipe. La Costituzione è un regolamento per sentirsi concittadini, ma non è l’essenza dell’italianità e della cittadinanza. Sarebbe come dire che l’anima di una città è nei cartelli stradali che regolano la circolazione, tra permessi e divieti; o al più che la sua essenza sia nelle mura di cinta e non nelle piazze, nelle chiese, nelle torri e nei campanili, nella vita e nelle persone che la abitano e la animano. Terzo, perché la Costituzione è nata appena il 1948, è troppo recente per suscitare l’amor patrio, soprattutto per un paese speciale, così ricco di storia come l’Italia. No, il patriottismo costituzionale è la riduzione di un amore a carta bollata, di un’appartenenza a un regolamento, di una grande storia millenaria a una piccola repubblica sessantaduenne. L’unico vero patriottismo che può suscitare amore è il patriottismo della tradizione, che comprende la nostra vita, la nostra memoria storica e le nostre culture, le nostre tradizioni civili e religiose, la nostra lingua e i nostri usi, i nostri artisti e letterati, sovrani e condottieri e il popolo nella sua integrità, le diverse italie che compongono l’Italia e ne fanno la ricchezza, la vita e il carattere. In una parola la civiltà. Se permettete, l’Italia è Dante prima di Calamandrei. Voi che vi credete depositari della Cultura, avete un’idea così tristemente notarile dell’amor patrio, negando la cultura e la civiltà che lo sostanziano. Restituite l’amor patrio alla luce del paesaggio, alla natura e alla cultura, non sequestratelo nei regolamenti, nelle aule e nei tribunali. Lasciatelo correre per le vie e le campagne, per il mare e per i monti d’Italia, non chiudetelo nei Palazzi, tra i custodi della Costituzione. L’amor patrio è anima e corpo, non è carta e articoli di legge.
«Il Giornale» del 10 dicembre 2010

I tristi ipocriti che vedono i disonesti solo a destra

di Marcello Veneziani
Che differenza c’è tra il figlio del caposcorta di Veltroni assunto all’Atac quando era sindaco Veltroni e il figlio del caposcorta di Alemanno assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno? Un abisso. Il primo è ordinaria amministrazione, il secondo è una vergogna e Alemanno deve dimettersi.
Che differenza c’è tra un deputato eletto nelle liste del Pdl che cambia partito e ritira la fiducia al premier a cui era abbinato e un deputato eletto nelle liste dell’Idv che cambia partito e fa il percorso inverso al suo collega? Un abisso. Il primo è un eroe ravveduto, il secondo un infame traditore. E se dietro all’uno come all’altro si può supporre che ci sia un interesse personale (garantirsi un futuro incerto con seggi, incarichi, prebende), il primo resta un incensurabile politico, il secondo è un corrotto da destinare alla gogna e al tribunale.
E ancora. Che differenza c’è tra un direttore del Tg1 che spende 7mila euro al mese di spese di rappresentanza e un direttore del Tg1, suo predecessore, che ne spendeva ventimila al mese per una suite? Un abisso, il primo è un delinquente da cacciare e da censurare in azienda, in commissione di vigilanza, in tribunale e in comitato di redazione; il secondo è un galantuomo che doveva pur trovarsi un tetto per esercitare il suo mestiere.
Gli esempi potrebbero andare all’infinito, tra parenti di politici di sinistra sistemati nelle pubbliche amministrazioni e poi parenti di politici di destra che hanno goduto degli stessi privilegi. Se davvero fossimo tra persone oneste, quelli di sinistra che pagano di tasca propria le loro opinioni dovrebbero indignarsi soprattutto con quelli di sinistra che campano alle spalle loro; e viceversa quelli di destra. Invece la Repubblica dei disonesti lancia giudici, gogna e condanne per quelli di destra che imitano i loro predecessori di sinistra e si adeguano all’andazzo. Ma esonera i predecessori.
Questa campagna contro la corruzione fa vomitare. Non ho altre parole per riassumerla meglio. Mi vergogno per loro. Ma chi va con Fini, dicono, crede a una destra moderna e democratica? Non vi sfiora il dubbio che chi vota Berlusconi preferisca responsabilmente il governo in carica a una crisi al buio? Ma no, è solo un servo pagato. Voi che tenete tanto alla Costituzione, non è uno strappo alle sue regole negare il governo a chi è stato eletto dal popolo o lasciare che il presidente della Camera agisca anche da capo fazione e voglia sfasciare il governo? Che schifo. Disonesti ce ne sono sempre stati, ma la novità dei nostri giorni è che i disonesti hanno il monopolio dell’Onestà.
Dai giornali di questi giorni sembra che da pochi mesi si sia imposto in Italia uno spregevole malcostume: il clientelismo, il nepotismo, la corruzione, il mercato dei voti, il trasformismo. Tutte malattie sconosciute a questo sano e onestissimo Paese, importate da Berlusconi, dai leghisti e addirittura dagli ex-fascisti. Intendiamoci, i fascisti andati con Fini sono fior di galantuomini redenti perché il loro codice d’onore prevede al punto uno, anzi unico: sfasciare Berlusconi e il suo governo, pentirsi di aver vissuto per tutti questi anni con quel leader, con quel programma, e di essere stati perciò eletti, diventando perfino maggioranza e forza di governo (chi l’avrebbe mai detto, camerati). Ora, si sa bene che la corruzione non nasce con la destra al governo o con Berlusconi e nemmeno con la sinistra, a essere onesti. C’era già dai tempi della Dc e anche prima. Anzi se volete l’onestà estrema, l’unico periodo in cui la corruzione non prevalse sull’onestà e il merito fu durante il fascismo. Scoccia dirlo ma è così. Ma qualcuno è disposto a rinunciare alla libertà e alla democrazia e beccarsi un regime autoritario per avere onestà ed efficacia, meno mafia e più opere pubbliche, meno ladri e più politica sociale? No, e allora il discorso si chiude lì, torniamo al presente. Dunque, che famo?
Colpiamo la corruzione in sede penale, il malcostume in sede civile e culturale, il clientelismo in sede politica, ma evitiamo di stabilire teoremi ideologici e razzismo etico: non c’è la razza dei corrotti a destra e degli incorrotti a sinistra. La responsabilità è personale e si proceda caso per caso e non secondo razza.
Sul malaffare a destra, lasciatemi invece dire una cosa: sconforta sapere che i «propri» eletti non sono migliori degli altri, si adeguano agli standard di potere precedenti, Dc e sinistra. E non c’è nemmeno l’alibi consolatorio per dire: sì sul piano clientelare e nepotistico agiscono come gli altri, ma almeno lasciano segni mirabili in altri campi, impronte di grandi imprese, esempi fulgidi, simboli, idee e principi finora calpestati. No, è tutto così scarso, dappertutto.
Poi vedi quel che scrivono i giornali, quel che dice la partitocrazia, quel che fanno i magistrati, vedi quella disonestà cieca, unilaterale e militante che stabilisce chi sono i corrotti e chi gli esonerati, e sei costretto a preferire i mali minori, e a chiedere perfino l’arbitrato di Mastella. Italia, ora pro nobis.
«Il Giornale» del 2 dicembre 2010

Monicelli e gli avvoltoi del suicidio

La tragedia strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua
di Marcello Veneziani
Che pena vedere gli avvoltoi svolazzare sul corpo suicida di Mario Monicelli. Non è morto neanche da due giorni e già il suo gesto disperato e tremendo viene usato come testimonial per battaglie civili e propagande politiche.
Che brutto vedere la Camera dei deputati diventare palestra del tetro idealismo dei radicali e del lugubre antiberlusconismo veltroniano. Non avrei mai voluto trattare di bipolarismo davanti al morire. È barbarico, è disumano infierire sui morti, i morenti e i viventi fino a questo punto, usare la tragedia di un vecchio perduto nei labirinti della sua solitudine per legittimare una battaglia civile o, peggio, una contesa politica. Riconosco una luttuosa coerenza ai radicali, nelle loro battaglie intorno al morire, dall’eutanasia all’aborto, alla liberalizzazione della droga. Ma usare un suicidio per rilanciare ancora una volta l’eutanasia, mi pare assai brutto, e un po’ sciacallesco. Rivela l’obbiettivo finale dell’eutanasia che non è quello di staccare la spina a vite ridotte alla pura sopravvivenza biologica, come si vuol far credere attraverso due-tre casi estremi. Ma è l’idea che ciascuno possa decidere la propria morte semplicemente quando «non ce la fa più a vivere», come ha detto ieri alla Camera la radicale Rita Bernardini.
Dunque, non è più il caso estremo di una vita solo vegetativa per decretare la dolce morte; basta sentire il bisogno di uccidersi perché non ce la facciamo più. Nessuno ha diritto di giudicare le tempeste e le tragedie della vita altrui, e dunque il rispetto pietoso verso la scelta drastica del suicidio non deve mai venir meno. Chi ha deciso di compiere quel passo finale assume su di sé tutte le sue responsabilità davanti alla vita e alla morte, a chi gli sopravvive e se, crede, davanti a Dio. Quel che è barbarico, anche se si veste con le dolci vesti della civiltà e della libertà, è che la società, la sanità, la famiglia debbano offrirgli la corda per impiccarsi. Corda indolore, beninteso, per non farlo soffrire.
È umano, terribilmente umano che qualcuno decida di mettere fine ai suoi giorni ma è disumano, terribilmente disumano, immaginare una società, una civiltà che non si fondi sulla vita e non si preoccupi di difenderla ma diventi pubblica impresaria del libero morire. Chi si uccide e chi lo aiuta a uccidersi si assumano le loro responsabilità di fronte a Dio, se esiste, e davanti agli uomini. Senza salvacondotto sanitario; non vogliamo che la mutua ci passi la morte; se preferiamo un gesto estremo, che estremo sia. Un gesto da anarco ribelle, fuori dalla società. Se crediamo che quella sia la massima scelta di libertà, lasciamola alla libertà e non all’assistenza sanitaria pubblica. Si discuta sull’accanimento terapeutico su esistenze minime, incoscienti e solo artificiali. Ma una società non può legalizzare e agevolare il suicidio; smette di essere una società, diventa solo un dispositivo tecnico, un account inumano, per sbrigare al meglio le pratiche. A tale proposito devo ricordare le toccanti testimonianze raccolte da Bruno Vespa tra i familiari che hanno deciso di caricarsi la croce di una vita ridotta al lumicino e ora vivono la gioia di uno straordinario risveglio dei loro familiari dati per morti. Ti riconciliano con la vita e con la famiglia.
Meno ferale ma più brutta è stata la lugubre speculazione di Veltroni. Ricordare in Parlamento che al suicida Monicelli «non piaceva l’Italia d’oggi, la mortificazione della vita culturale» significa quasi adombrare, ma in quei modi obliqui, tipicamente veltroniani, riferiti sempre a misteriosi fattori climatici, un nesso tra il suicidio del grande regista e la polemica antiberlusconiana dei cineasti e della sinistra de piazza. Non farla così sporca, Walter, non mescolare la propaganda politica al cordoglio. Te lo dico con le parole di Totò: «’Sti ppagliacciate ’e ffanno sulo ’e vive: nuje simmo serie... appartenimmo a’ morte».
Trovo tremenda l’eco di altri due suicidi in questi giorni, di un prete e di un diacono: il primo perché scoperto dalle Iene nelle sue debolezze omosessuali, il secondo perché ritenuto non idoneo al sacerdozio. È terribile come il parlare di suicidi porti altri suicidi. E mi spaventa dirlo mentre scrivo sul tema, seppure in direzione inversa rispetto al diffuso cupio dissolvi in gloria del suicidio.
Qui torno a Monicelli. Mi ha scosso sapere che anche lui ha avuto, come altri casi, il tragico esempio di un padre suicida. Quante volte i figli rimproverano ai loro genitori il volontario abbandono della vita e dei loro cari quando insorge la disperazione. E quante volte, tragicamente, a distanza di tanti anni, quei figli ripetono gli stessi errori dei padri o delle madri, per ragioni diverse ma in un intreccio doloroso d’amore e di protesta tardiva verso di loro. Si uccidono a volte contro i loro padri e le loro madri che li abbandonarono, ma si uccidono come loro. Questo dimostra che non siamo isole nel deserto del mondo, ma siamo legati pur sempre a qualcuno, veniamo da qualcuno, rispondiamo a qualcuno, echeggiano in noi tracce profonde, e dentro la nostra solitudine abitano impreviste comunanze. Amor fati, senza osare di insegnare nulla a nessuno. Addio maestro, e che almeno in questo non abbia discepoli.
«Il Giornale» del 2 dicembre 2010

L’uso estremo di un estremo gesto

Se si strumentalizza anche un suicidio
di Francesco D'Agostino
È stato un «estremo scatto di volontà» quello che ha portato Mario Monicelli a uccidersi? Chi può dirlo? Il suicidio è un gesto troppo tragico, troppo solitario, troppo estremo per poter essere decifrato e definito in modo perentorio e univoco. A questo si aggiunga che anche gli stati d’animo più frequenti nella vecchiaia, nella vecchiaia avanzata, come quella cui era giunto Monicelli, possono essere decifrati nelle loro molteplici valenze solo con estrema difficoltà. Di una cosa sola possiamo essere certi: tutti gli uomini sentono il bisogno di non essere lasciati soli, di non essere abbandonati; gli anziani e i malati più di tutti gli altri. Per questo il suicidio è un gesto sconvolgente, perché di norma chi si uccide lo fa in una situazione di totale e spesso disperata solitudine, attivando nei familiari, negli amici e in genere nei suoi 'prossimi' la domanda angosciosa: si sarebbe ucciso se io gli fossi stato vicino?
Ecco perché utilizzare il suicidio di Monicelli come argomento per perorare l’approvazione di una legge eutanasica è scorretto e fuorviante. È scorretto, perché la legge, qualsiasi legge, per sua natura non è chiamata a regolare situazioni estreme, ma standard, ordinarie, normalmente ripetibili, valutabili con fredda pacatezza: non è questa la condizione in cui si trova un suicida, così come non sono queste le condizioni in cui si trovano i malati terminali, gli anziani colpiti da grave disabilità e più in generale i soggetti afflitti da forme depressive gravi, che alterano la volontà e possono attivare desideri patologici di morte, che è doveroso che i medici combattano. Ma soprattutto è fuorviante pensare che possa davvero essere giusta una legge sull’eutanasia, anche la più severa possibile e immaginabile, quella cioè che legalizzi l’eutanasia solo quando questa fosse espressione dell’autonomia della persona, solo quando fosse richiesta con piena coscienza e adeguata informazione dal malato terminale. Nei Paesi in cui sono state approvate leggi del genere si è ottenuto un solo autentico effetto: quello di burocratizzare il processo del morire, incrinando profondamente la deontologia ippocratica, favorendo l’abbandono dei malati e inducendoli a proiettare sul medico l’immagine inquietante di chi è disposto, e non solo in linea di principio, a porre intenzionalmente termine alla loro vita. Non è corretto continuare a ripetere, come si fa da parte di tanti, che il medico che pratica l’eutanasia altro non fa che rispettare la volontà del paziente, perché l’esperienza ci dimostra che questo non è vero: a parte il fatto che accertare rigorosamente la volontà dei pazienti terminali è pressoché impossibile, è un dato di fatto che, dovunque si pratica legalmente l’eutanasia, si assiste all’inevitabile e arbitraria dilatazione burocratica di questa prassi, che viene posta in essere anche quando il consenso del malato non può esserci (come nel caso dell’eutanasia neonatale a carico di bimbi malformati) o non può avere alcun valore giuridico e morale (come nel caso dell’uccisione eutanasica di malati di mente o di malati di Alzheimer).
Non è attraverso l’esaltazione di inquietanti legislazioni eutanasiche che va espresso il rispetto che tutti dobbiamo alla memoria di Monicelli.
L’impegno per la vita, per la salute, per la cura di tutti i pazienti, anche e soprattutto di quelli inguaribili e di quelli terminali deve esprimersi in ben altro modo: moltiplicando l’impegno sociale, giuridico, finanziario e morale nei confronti di quegli esseri umani che sono i più fragili di tutti: i malati e gli anziani. È indubbio che la malattia e la vecchiaia costituiscano i problemi cruciali non solo del nostro tempo, ma soprattutto degli anni a venire, ma è altrettanto indubbio che a questi problemi le spinte per la legalizzazione dell’eutanasia offrono non una risposta, ma una scorciatoia intellettualmente disonesta.
«Avvenire» del 2 dicembre 2010

10 dicembre 2010

Se Prometeo indica il futuro

L’attualità di un testo classico che invita a riflettere sul progresso e sui limiti della scienza
di Eva Cantarella
La tragedia di Eschilo tradotta e riletta da Edoardo Boncinelli Il tema Sofocle lo reinterpretò in modo problematico: per lui la «techne» può prendere la via del bene o quella del male, dipende dall’uomo
Prometeo, figlio del Titano Giapeto, apparteneva a una stirpe divina. Ma amava molto gli esseri umani, ai quali un giorno, dopo averlo rubato agli dèi, fece dono del fuoco: lo strumento che consentì loro di intraprendere la strada del progresso, accorciando la distanza che li separava dagli immortali. Per punirlo, Zeus lo fece incatenare a una roccia agli estremi confini del mondo, immobilizzato da catene di ferro che lo serravano agli arti e al torace, condannato a subire atroci, infiniti tormenti. Così il Titano ribelle veniva rappresentato sulla scena ateniese. Così venne rappresentato, più precisamente, quando Eschilo, attorno al 470 a.C., mise sulla scena il Prometeo incatenato (parte di una trilogia per il resto andata perduta, che comprendeva, rispettivamente prima e dopo quello «incatenato», un Prometeo portatore di fuoco e un Prometeo liberato). Dei dubbi sulla autenticità della tragedia non parleremo, non solo perché questione filologica impossibile da affrontare in questa sede, ma anche e soprattutto perché quel che qui interessa, oggi, è soprattutto il contenuto dell’opera. Rispettando la regola della «distanza tragica», secondo la quale quel che veniva portato sulla scena doveva distaccarsi dalla particolarità, dalla specificità del presente, la storia di Prometeo induceva gli ateniesi a riflettere su un tema molto importante nella Atene che, nel V secolo a.C., aveva raggiunto il massimo del suo splendore: l’incivilimento del genere umano e le conquiste del progresso, di cui gli ateniesi andavano giustamente fieri. E che oggi, a distanza di duemilacinquecento anni, è importante come forse non è stato mai. In una bella prefazione alla nuova traduzione di Edoardo Boncinelli, (Eschilo, Prometeo incatenato. L’uomo dal mito alla vita artificiale, Editrice San Raffaele, pp. 118 euro 14), Luca Ronconi (al quale si deve una splendida messa in scena del Prometeo nel teatro greco di Siracusa, nel 2002, e successivamente al Piccolo Teatro di Milano) osserva, giustamente, che «un filo percorre tutta la tragedia: che cosa accadrà domani»? E prosegue: «Se mai un’epoca si è chiesta cosa accadrà domani, questa è la nostra. Senza per ciò cercare in questa o in altre opere del passato un rapporto diretto. Sarebbe chiudere gli occhi sulla nostra contemporaneità. No, dobbiamo guardare ai grandi testi del passato come alla luce di stelle che non ci sono più. Quello che conta è l’energia originaria. Questo il loro fascino. La sola attualità è nei nostri occhi di lettori critici». E come tali appunto, sulla scorta delle parole di Ronconi, eccoci dunque a rileggere la storia del figlio di Giapeto. Personaggio ambiguo, astuto, preveggente (come dice il suo nome «colui che sa, che vede prima») Prometeo, lo abbiamo detto, era amico dei mortali che aveva difeso a cominciare dal momento in cui Zeus, conquistato il potere, aveva preso a distribuire doni e prerogative a tutti, senza tenere alcun conto della stirpe degli umani, che voleva addirittura sterminare mandandoli nell’Ade, per sostituirli con una nuova stirpe. Donando loro il fuoco, Prometeo non li aveva solo salvati dalla distruzione, aveva consentito loro di intraprendere il camino della civiltà: prima, essi «non conoscevano case di mattoni alla luce del sole, abitavano invece come minute formiche nei recessi oscuri delle caverne»; non conoscevano l’agricoltura, né le stelle, né i numeri e i segni dell’alfabeto; non sapevano aggiogare gli animali selvatici, interpretare i sogni, solcare i mari con le navi. Non conoscevano la medicina, non sapevano come contrastare le malattie... È Prometeo stesso a fare l’elenco delle benemerenze conquistate nei confronti dell’umanità, che si conclude con una orgogliosa rivendicazione: «Tutte le arti (technai) dei mortali vengono da Prometeo» (vv. 442-471; 476-506). A dimostrare l’importanza del tema, nella Atene dell’epoca, sta il suo ritorno, di lì a poco, nello splendido, primo stasimo dell’Antigone di Sofocle (vv.332-375). Ma attenzione: anche se erano passati meno di trent’anni (Antigone andò in scena nel 442 a.C.), la prospettiva di Sofocle era diversa. In Eschilo, Prometeo è un eroe benefattore senza ombre. La visione eschilea del progresso è fondamentalmente ottimistica, alle origini di esso il poeta riconosce il dono di un dio: un ribelle, certo, ma pur sempre un dio. In Sofocle, invece, il rapporto tra l’essere umano e il progresso è visto in termini problematici: l’umanità ha trovato rimedio a tutto, tranne che alla morte, e «possiede, oltre ogni speranza, l’inventiva della techne, che è saggezza». Ma può prendere sia la via del bene, sia quella del male, può rivolgere la techne in due direzioni: può farne un uso giusto, ma se il suo coraggio diventa arroganza può farne un cattivo uso (vv.364-371). La civiltà e il progresso sono il frutto dell’ingegno umano. L’uomo, «la più mirabile tra quante cose mirabili esistono» (vv.333-363) guarda con orgoglio alle sue conquiste: ma sa che queste tengono in sé un pericolo. Il valore morale del progresso dipende dall’uso che l’essere umano ne fa. Il dio è scomparso. È un’etica laica, quella che Sofocle esorta i suoi concittadini a discutere, con questi versi. Un’etica che pone l’uomo davanti alla sua responsabilità. Non è un caso, certamente, che a proporci questa nuova, bella traduzione della storia di Prometeo sia uno scienziato (oltre che appassionato grecista) come Edoardo Boncinelli.
«Corriere della Sera» del 6 dicembre 2010

“How to write a Fiction”, manuale per scrittori d’oggi scritto nel 1895

di Mariarosa Mancuso
Quelli che dicono sempre “dove andremo a finire”, e quelli che dicono sempre “è già tutto successo almeno una volta”. D’accordo, sono entrambi discorsi a rischio di sbadiglio: però uno dei due azzecca il punto, e l’altro no. Da tempo raccogliamo prove a sostegno del secondo. Per intima convinzione, anzitutto: non è infatti verosimile che l’ultima generazione di volta in volta ritenuta degna, seria e intelligente abbia esattamente l’età del lamentante. E perché da quando al liceo abbiamo letto Giovenale che si lamentava del traffico romano (bighe e lettighe), l’innocenza in materia se n’è andata e difficilmente tornerà.
Intanto ritagliamo e collezioniamo pezze d’appoggio (si fa per dire, ora ci sono i bookmark, ma il disordine resta uguale). L’ultima ieri, quando abbiamo letto su Slate un articolo di Paul Collins che cominciava così: “Le lettere di rifiuto editoriali gettano nella disperazione migliaia di inglesi”. E uno pensa: “Vorranno mica tutti diventare ricchi come J. K. Rowling, con i suoi sette libri di Harry Potter?”. Macché, la frase era apparsa sul Glasgow Herald del 1895, allora facevano da modello Rudyard Kipling e Thomas Hardy. Ma già i numeri erano impressionanti: da quindici a ventimila dilettanti, stimava la gazzetta, avevano un romanzo nel cassetto. Piatto ricco mi ci ficco, nello stesso anno usciva il primo manuale di scrittura. Intitolato “How To Write a Fiction”, firmato con lo pseudonimo “An Old Hand”, prometteva utili consigli agli aspiranti scrittori.
Più o meno gli stessi che vengono forniti oggi, messi insieme oltre un secolo fa da un furbo giovanotto di 26 anni che si chiamava Sherwin Cody. Primo: mostrare e non dire, ovvero preferire i dettagli concreti agli aggettivi roboanti (meglio un’eroina che cammina a testa alta e con passo deciso, di una fanciulla “fiera e determinata”). Secondo: far piazza pulita delle frasi di cui lo scrittore va più orgoglioso (la differenza tra i dilettanti e i professionisti sta nel fatto che i primi sono troppo buoni con se stessi). Terzo: non credere nella telepatia, il lettore vede quel che c’è sulla pagina, non ha modo di indovinare le intenzioni di un romanziere pigro o incapace. Regole valide per gli scrittori maschi e per le scrittrici femmine, che nell’Ottocento erano numerose e molto popolari tra i lettori che si servivano delle biblioteche circolanti. Per di più, il mestiere non era considerato contrario alla modestia femminile, come vorrà farci credere Virginia Woolf invocando “la stanza tutta per sé”. Anthony Trollope, in un romanzo del 1875 intitolato “La vita oggi” (da Sellerio) aveva perfettamente fotografato la situazione: “I tentativi dilettanteschi in letteratura, iniziati almeno in parte per il piacere che Lady Cadbury ne ricavava, e in parte per essere ammessa nella buona società, erano diventati un duro lavoro per procacciarsi, se possibile, del denaro”.
«Il Foglio» del 10 dicembre 2010

09 dicembre 2010

Il giornalismo è un'altra cosa

di Marco Bardazzi
Julian Assange è vittima di un errore giudiziario. Le accuse di stupro che gli vengono contestate appaiono risibili. Il fondatore di Wikileaks andrebbe invece processato dall’opinione pubblica per altri reati (ma senza manette, che servono solo a creare falsi martiri). Quello che ha fatto in camera da letto con le signorine «Sarah» e «Jessica» sembrano fatti suoi, mentre ad essere stati «violentati» dall’operato di Assange sono i concetti di trasparenza e verità. E questi sono fatti nostri.
Il paladino della lotta ai segreti, che vuole un mondo di case di vetro ma lascia la propria vita avvolta nel mistero, potrebbe rivelarsi più dannoso di Dick Cheney per la causa di chi si batte contro gli abusi dei governi.
Dopo le manie per la segretezza post-11 settembre, Barack Obama era arrivato alla Casa Bianca promettendo «un’apertura senza precedenti», lanciando nel 2009 un programma-trasparenza mirato a ristabilire un corretto sistema di controllo dell’esecutivo. È stato un passo importante nel lungo cammino che una democrazia adulta come gli Stati Uniti ha intrapreso da decenni. Un percorso complesso, fatto di leggi del Congresso e sentenze della Corte Suprema, spesso sulla scia di inchieste dei media.
Tutto subirà ora una battuta d’arresto. Aspettiamoci un giro di vite sull’accesso ai documenti governativi, minore condivisione delle informazioni tra agenzie federali, nuovi paletti per la libertà di stampa. Ci saranno più decisioni prese in stanze chiuse, perché diplomazia e intelligence - che servono anche da deterrenti alla guerra - richiedono legittime aree di riserbo dove esprimersi con franchezza.
Possiamo allora condividere le parole di un noto reporter australiano, John Pilger, secondo il quale «quello di Wikileaks è il giornalismo migliore»? Credo di no. Anzi, è difficile pensare che quello di Assange sia giornalismo, neppure nella nuova ottica introdotta dall’era digitale. Il giornalismo ha per protagonisti «testimoni esperti» capaci di valutare i fatti sulla base di conoscenze acquisite nel tempo. Il suo punto di forza è la credibilità, che passa ogni giorno al vaglio di un giudice imparziale: il lettore. Non si è testimoni esperti e credibili, se ci si trasforma in semplici buche delle lettere.
L’effetto-Wikileaks si comincia a vedere proprio in questo. Se il NYTimes avesse ricevuto da solo i 250.000 cablogrammi del Dipartimento di Stato, ne avrebbe pubblicata una minima parte, dopo una lunga analisi e valutando le motivazioni di chi li forniva. Lo dimostra il caso citato come termine di paragone in questi giorni. Daniel Ellsberg, che fornì al quotidiano di New York i «Pentagon Papers», era mosso da «nobili fini morali», come ha detto ieri al «Corriere della Sera» l’esperto liberal di politica estera Fareed Zakaria: lo scopo «era rivelare come gli Usa perseguissero privatamente una politica estera antitetica rispetto a ciò che affermavano in pubblico». Assange, invece, conduce una personale crociata contro quella che ritiene la «cospirazione autoritaria planetaria» degli Usa. Dietro Wikileaks, per Zakaria, c’è «una totale assenza di idealismo». Le sue rivelazioni creano imbarazzi, ma non svelano niente che non avessero già documentato gli inviati in Iraq o in Afghanistan.
I giornali, quando danno il meglio, sono un’altra cosa. Nel 2005 il «New York Times» scoprì le intercettazioni segrete messe in piedi da Bush e indagò per mesi nel massimo riserbo per valutare cosa e come raccontare, senza mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Direttore ed editore del quotidiano furono persino convocati nello Studio Ovale dal Presidente, che intimò loro di non scrivere niente. Non si piegarono e pubblicarono ciò che ritenevano giusto si sapesse, dopo aver vagliato tutto con il metodo, la professionalità e la responsabilità che si richiedono a chi fa il loro mestiere.
Si tratta di criteri di giudizio che, talvolta, possono anche spingere a rinunciare a uno «scoop». Sempre il NYTimes nell’ottobre 1962 era venuto a sapere dell’esistenza di missili sovietici con testate nucleari a Cuba, in un momento in cui la Casa Bianca era impegnata in una delicatissima (e segreta) trattativa con il Cremlino per evitare un conflitto atomico. Con una drammatica telefonata notturna, il presidente Kennedy riuscì a convincere il giornale a non pubblicare la notizia. Due giorni dopo, Washington e Mosca trovarono l’accordo che salvò il mondo.
Una vicenda che Hollywood ha raccontato con un film straordinario, «Thirteen Days». Accadesse oggi, con Obama alle prese con un Assange, la trama del film rischia di essere quella del mondo post-catastrofe di «La Strada» di Cormac McCarthy.
«La Stampa» del 9 dicembre 2010

Obama, sul web la vendetta della storia

di Lucia Annunziata
Un mortale duello fra due eroi di un nuovo mondo. L’arresto del fondatore di Wikileaks fa esplodere anche, fra le tante cose, un conflitto fra due eroi moderni, appunto, entrambi espressione della rivoluzione che il web ha operato nella politica e nella informazione, entrambi nati dentro e per buona parte grazie alla rete - Julian Assange e Barack Obama.
Del legame fra Julian e la Rete sappiamo, ovviamente, tutto. Ma pochi sembrano ricordare in questi giorni quanto intrecciata sia con Internet anche la presidenza Obama. Il «cambio» che portò due anni fa il candidato democratico a Washington nacque in effetti proprio dal web e fu proprio l’uso di questo nuovo strumento a certificarne la rottura con il passato. Quando Barack Obama si affacciò sulla scena delle primarie, il suo nome era quello di un brillante ma marginale politico.
Rispetto al sistema poderoso, oleato, iperistituzionalizzato della macchina da guerra dei Clinton la sua campagna elettorale apparve per molti lunghi mesi una sorta di speranzoso tentativo, destinato a dare i suoi frutti in un futuro distante. Nella sorpresa generale Obama vinse invece una elezione dopo l’altra nelle primarie, Stato dopo Stato, con una tattica che - poi gli analisti se ne sarebbero resi conto - combinava la riscoperta del più tradizionale strumento politico, il contatto a pelle con le persone, e il più innovativo degli strumenti di aggregazione, il web appunto.
Una squadra di giovani che fu descritta come «miracolosa» mise in piedi il più capillare network politico che avesse visto la rete: email inviate ogni giorno, possibilità di contattare il gruppo intorno al candidato quasi minuto per minuto, calendari e agenda aggiornati al momento. Se si ricorda, su rete venne lanciata una campagna di raccolta di contributi individuali dei sostenitori di Obama, che azzerò il senso stesso di quelle adunate per ricchi con cui fino ad allora si erano identificate le raccolte dei fondi. Tra Hillary che andava alle cene di New York per cercare donazioni, e Obama che raccoglieva su rete i suoi pochi ma valorosi spiccioli, la differenza divenne un marchio di novità e successo per il futuro presidente.
La rete provò alla fine di essere - se usata in maniera vasta e socializzata - il modo per riportare alla politica ampi strati di popolazione che da anni non votavano più: la vittoria di Obama, come ci dicono le statistiche, è stata dovuta in particolare al ritorno alle urne di giovani che vennero da lui convinti a votare proprio grazie alla novità del suo modo di far politica.
L’affetto e la gratitudine del nuovo Presidente per la rete si espressero, d’altra parte, appena eletto, quando, facendo sobbalzare il mondo, annunciò che lui avrebbe rinunziato a tutto ma non al suo «blackberry», confessandosi totalmente «dipendente» dalla posta su rete. Ancora oggi, del resto, quell’ampio network messo in piedi per le primarie funziona, e ancora oggi infatti se mai siete stati agganciati allora dalla campagna elettorale democratica, continuate a ricevere più volte ogni settimana annunci da parte di Obama che vi chiede questo e vi spiega quello e che vi invita a rimanere in contatto.
C’è dunque una sorta di «poetica vendetta» nel fatto che, tra le altre cose, al Presidente americano sia toccato ora fare la parte del «repressore» della rete. Che proprio contro di lui il web abbia sganciato, volendolo o no, una bomba destabilizzante quale è la pubblicazione dei documenti del Dipartimento di Stato. È in ogni caso molto significativo, e certo lacerante per coloro che lo sostengono, vedere ora Obama nel ruolo di chi chiede l’arresto di Assange che oggi è il simbolo della libertà di espressione, della efficacia della trasparenza, del potere della rete. Pagherà un prezzo molto alto il Presidente per questa sua posizione su Assange - perderà consenso presso la sua base elettorale più appassionata, più dinamica, più a lui vicina.
Ma, oltre che una «poetica vendetta» della storia, in questo nuovo ruolo di Obama c’è tutto il racconto della inevitabilità del potere. La vicenda personale del Presidente americano, e non solo per quel che riguarda il web, sembra potersi racchiudere in fondo tutta in questo apologo: il potere ha le sue leggi e non importa quante promesse puoi fare prima, una volta conquistato è difficile gestirlo cambiandone la natura. Va detto con tristezza, non sarà Obama il primo profeta che il sistema ha divorato.
«La Stampa» del 9 dicembre 2010