22 dicembre 2007

I traduttori digitali ed «Ezra Sterlina»

di Paolo Di Stefano
È con malcelata soddisfazione che il Piccolo fratello constata come vi siano dei luoghi che ancora resistono all’invasione barbarica del digitale. Uno di questi corrisponde alla tanto bistrattata sfera della traduzione. Bistrattata soprattutto in Italia, dove ancora i traduttori letterari faticano a far valere i loro diritti. Il Piccolo fratello ricorda quando Google, nel 2001, lanciò in pompa magna la traduzione automatica, frutto di «una tecnologia avanzata che non prevede l’intervento di traduttori». Fu un disastro, ma eravamo ancora agli inizi e si supponeva allora che grazie alle «tecniche statistiche di apprendimento» elaborate da Google fosse possibile migliorare. Invece no. A sei anni da quell’esperimento, i tentativi di traduzione automatica continuano a essere catastrofici: mancano proprio i criteri di base. Il Piccolo fratello, per esempio, è andato a curiosare nel sito della Bbc per verificare come viene trattato il suo caro Orwell e ha scoperto che l’autore di Diciannove ottanta-quattro «è stato costretto a fuggire (dalla Spagna) per paura della sua vita sovietica, sostenuta da comunisti, che sono stati la soppressione socialista rivoluzionario dissidenti». Un delirio. Il traduttore automatico, poveretto, non è ancora in grado di garantire nemmeno una correttezza sintattica e una coerenza semantica. Per dirne una: nella famosa frase orwelliana: «Se vuoi un’immagine del futuro immagina uno stivale che calpesta un volto umano», lo stivale è diventato un enigmatico «avvio di stampaggio» schiacciato sulla faccia di qualcuno. Mancano i criteri di base, si diceva. Altro esempio: nel caso di citazioni testuali, non è pensabile un comando che ordini al traduttore automatico di tornare semplicemente all’originale? E’ il minimo: di fronte, supponiamo, a un saggio in lingua inglese su Montale, il traduttore (in carne e ossa) non commetterebbe mai l’errore assurdo di ritradurre, ma va a ripescare il passo corrispondente in italiano. Per cui non succederebbe mai, come capita in Internet, che il celebre incipit «Meriggiare pallido e assorto» diventi «Oziare a mezzogiorno, pallido e ponderato». Altra questione. Si sa che il primo problema serio che ogni traduttore (in carne e ossa) deve valutare è di carattere pragmatico: bisogna sapere che il contesto detta le sue leggi. Pound può essere l’equivalente di «sterlina», ma può anche indicare il cognome di un famoso poeta americano del Novecento. Il traduttore automatico, essendo (a questo punto) triplamente deficiente, non è in grado di distinguere la situazione e il contesto. Dunque, non c’è da stupirsi se nella versione italiana dell’enciclopedia «Encarta» troviamo un certo Ezra Sterlina autore dei «Cantos». Insomma, è probabile che anche in futuro il traduttore in carne e ossa rimanga una di quelle figure professionali insostituibili. Figurarsi il traduttore letterario o quello di poesia. Dunque sarebbe bene che anche gli editori italiani si decidessero a tenerne conto. Ripagando come merita una versione da Shakespeare, da Goethe o da Pound. In euro, in dollari o in sterline, fa lo stesso.
«Corriere della sera» del 27 novembre 2007

Laici, non anticlericali

Quale ruolo per la religione nello spazio pubblico europeo: parlano tre intellettuali dopo gli interventi di Habermas e Garton Ash
di Andrea Galli
«Perché mai i cittadini laici non dovrebbero poter ravvisare le proprie intuizioni, per quanto recondite o represse, nel contenuto potenziale di verità di un discorso religioso?». Dall’alto dei suoi 79 anni e di una carriera che ne ha fatto una figura ineludibile nel panorama della filosofia contemporanea, Jürgen Habermas ha preso carta e penna per rispondere a Paolo Flores d’Arcais. Lo ha fatto su Die Zeit di giovedì – un intervento riportato ieri su Repubblica – dove una settimana prima Flores D’Arcais aveva pubblicato «Undici tesi contro Habermas », sul filo conduttore de «Le religioni sono potenti abbastanza, per cui è un errore se i filosofi le celebrano come risorse di significato per la democrazia». Riferimento alle note posizioni del pensatore tedesco, intrattenutosi sul tema del rapporto tra fede e laicità in diverse occasioni negli ultimi anni, la più celebre delle quali resta il dibattito con l’allora cardinale Ratzinger nel 2004.
Una risposta, quella di Habermas, che prende le distanze dal relativismo radicale di Flores e che trova il favore, a caldo, di Carlo Cardia, docente di diritto ecclesiastico e filosofia del diritto all’Università di Roma Tre, oltre che uno dei massimi esperti italiani nei rapporti tra Stato e Chiesa: «Habermas dimostra di opporsi a qualsiasi atteggiamento non solo censorio, ma autocensorio della società, perché dice che questa non può privarsi di contenuti etici da qualunque parte essi provengano, quindi anche da comunità di ispirazione religiosa. Del resto, di amputare la democrazia da questi contributi nessuno l’ha mai pensato, intendo nessun classico della democrazia, da Locke a Rousseau a Montesquieu…». Eppure richieste di questo tipo sono incessanti proprio da coloro che dicono di rifarsi a questi filosofi. «Si tratta, in realtà, di un’istanza maturata negli ultimi due decenni, quando il conflitto si è determinato sulla visione etica.
Il concentrarsi sulla 'religione' o 'religiosità' è un po’ strumentale: quello che si intende dire è, spesso, semplicemente questo: che non ci può essere una visione etica da cui scaturisce una visione anche normativa, ossia che la legge non può avere un fondamento etico. Il che è paradossale: se andiamo a leggere i lavori parlamentari che precedono un testo normativo – da destra a sinistra – chiunque può trovare una messe di riferimenti all’etica, per il semplice motivo che tutti in realtà hanno una qualche concezione etica di riferimento».
Quindi si tende a spostare il dibattito sulla religione, perché è un bersaglio più facile? «La religione in questo tipo di polemiche viene intesa come una cosa astratta, come se uno si mettesse a citare la Scrittura per dedurne un articolo di legge: ma la religione è una concezione della vita da cui scaturisce una concezione dell’uomo, dell’etica».
Per Giuseppe Dalla Torre, giurista e rettore della Lumsa, «l’intervento di Habermas mette fuori gioco la pretesa di ricacciare nel privato la dimensione religiosa. E la distinzione che lui fa tra ambito pubblico, in cui si sviluppa un dibattito a cui contribuiscono realtà di ispirazione religiosa, e ambito statale, in cui le istanze di queste realtà devono essere tradotte in termini 'laici' e quindi condivisibili da tutti, ecco questo dimostra una consonanza forte con il pensiero cattolico. Il Papa in più occasioni ha esortato i fedeli impegnati nelle istituzioni ad argomentare le proprie posizioni – pensiamo all’ambito della bioetica – in termini razionali, che possano offrire un ponte a coloro che hanno la buona volontà di dialogare.
Più scivoloso è semmai il passo in cui Habermas ricorda che 'le chiese travalicherebbero i limiti di una cultura politica liberale se adottassero per i propri fini politici la strategia di appellarsi direttamente alla coscienza religiosa'. Se rimaniamo nell’ambito della Chiesa cattolica, beh, questa non interviene per fini politici, per ottenere 'leggi cattoliche'. Quando interviene lo fa per tutelare principi di morale naturale, cioè un bene comune a tutti».
Michele Lenoci, ordinario di Storia della filosofia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, vede un’apertura di credito ulteriore nella posizione di Habermas: «Il lato forse più interessante di questo articolo non è il riconoscimento del fatto che le istanze religiose possono entrare in ambito istituzionale se 'tradotte', se 'razionalizzate' in termini che possono essere accettati anche dai non credenti. Quanto il fatto che, dice Habermas, bisogna lasciare esprimere pubblicamente le voci ispirate a posizioni di fede anche quando queste non sono ancora state tradotte in un linguaggio condiviso. Questo perché potrebbero esserlo in futuro, e comunque impedire a queste voci di esprimersi potrebbe privare il dibattito pubblico di contributi molto importanti, per tutti». Una tesi che sembra simpatetica con l’idea di tolleranza espressa sempre ieri su Repubblica dallo storico inglese Timothy Garton Ash, con la sua proposta di una «Carta dei principi per credenti e non credenti»... «Io prenderei le distanze da quanto Garton Ash sostiene riguardo alla società liberale, quando dice che in essa è fondamentale la libertà di espressione e in questa 'rientra necessariamente la libertà di offendere': in democrazia è legittimo dissentire, anche in modo aspro, ma ciò non equivale ad offendere. L’offesa non significa 'non condividere', ma irridere, non tenere conto della dignità altrui. E questo non è legittimo. Ma Garton Ash sostiene due tesi condivisibili, cioè che la posizione di chi difende la libertà 'della religione' va distinta da quella di chi vuole una libertà 'dalla religione'. Chi opta per la seconda 'libertà', propone un atteggiamento non liberale, ma in realtà dogmatico. Interessante è poi l’idea, soprattutto per quanto riguarda il dialogo con l’islam, di usare quello che in filosofia si chiama principio di carità: se un musulmano si esprime a favore della democrazie o di libertà civili, non andiamogli a dire 'ma ci sono testi dell’islam che smentiscono la tua posizione...'; prendiamo piuttosto atto della sua buona fede, e in seguito andiamo ad approfondire se ci sono aporie o contraddizioni che devono essere risolte. Insomma un principio di dialogo possibile. Anche se non certo facile».
«Avvenire» del 1 dicembre 2007

Qualcuno era comunista

Cosa è rimasto dell’utopia che segnò il ’900? A rivendicarla sono ormai sempre meno
di Giordano Bruno Guerri
Fiducioso nell’animo umano, sono portato a credere che i comunisti siano uomini sostanzialmente buoni, preoccupati del bene comune e, in particolare, di quello dei più deboli. È ovvio che una simile affermazione necessita di parecchi distinguo, ma almeno due sono indispensabili.
Il primo distinguo riguarda il ruolo e l’atteggiamento dei capi, di ogni epoca, luogo e idea. Un capo non può - e non deve - essere prima di tutto «buono», bensì pragmatico. Il suo compito principale è la vittoria sugli avversari esterni e interni, per imporre anzitutto se stesso e di conseguenza le proprie idee. Di certo non erano buoni, dunque, né Lenin, né Stalin, né Trotzsky, né Mao, né Togliatti e via calando, lungo il corso della storia e del tempo. Vivevano una vera utopia generosa, invece, gli idealisti convinti sul serio che il comunismo potesse portare a una specie di paradiso in terra, senza oppressi e senza oppressori. E pazienza - si fa per dire - se, alla base del comunismo degli umili, non c’erano utopie nobili ma un più concreto e meno nobile odio di classe, basato sul principio che bisogna togliere a chi ha di più, indipendentemente dai meriti. (Già alla fine di questo primo distinguo si arriva alla conclusione che i comunisti che ho definito «buoni», quelli tutto ideale, sono stati una minoranza nella minoranza.)
Un secondo distinguo riguarda i tempi. Essere comunisti poteva avere un senso, etico e anche apparentemente razionale, nella prima metà del Novecento. Soprattutto in certe regioni del mondo - Russia, Cina - masse immense vivevano in condizioni subumane, soggette a uno sfruttamento selvaggio e senza sbocco. Poteva avere un senso anche in Occidente, dove la rivoluzione industriale e il capitalismo non avevano ancora fatto i conti con i diritti e le necessità oggettive dei lavoratori. Ma che senso ha dirsi comunisti oggi, dopo l’autocertificazione del fallimento politico, economico, sociale, ideale del comunismo in un disastro apocalittico?
Eppure, in Italia abbiamo ancora due partiti che si fregiano del nome «comunista» e due quotidiani - il manifesto e Liberazione - che si definiscono tali. È vero che la «Cosa rossa», nascitura, con ogni probabilità non si varrà di quell’aggettivo ingombrante e fallimentare; e pare che stia per rinunciarci anche il manifesto. Ma cambierà poco nella sostanza, e viene da sorridere amaro leggendo che falce e martello verranno sostituiti, forse, da un bullone. Tante sofferenze, tanti sogni falliti, pagati e fatti pagare a caro prezzo, per passare da un martello a un bullone. È cosa che fa dubitare non solo del buon senso, ma anche del buon senno di chi in questi giorni si sta adoperando per coprire il passato, e riscoprire il futuro, con un segno grafico, come si trattasse di correggere una svista con un colpo di gomma.
Per tutti questi motivi ho subito letto il libro, appena uscito, di Marco Rizzo, Perché ancora comunisti. Le ragioni di una scelta (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 140, euro 10). Rizzo a me è simpatico, proprio perché lo considero buono nel senso più pieno del termine: è convinto in buona fede di quello che fa, e lo fa sicuro di operare per un bene superiore.
Peccato che buona parte del libro se ne vada in analisi della politica nostrana e in risse interne, prima con gli ex pci, poi con i ds, infine soprattutto con Bertinotti, che sarebbe assurto al ruolo di segretario per meriti televisivi, in quanto capace di far fronte alla «nuova politica “catodica” introdotta da Berlusconi»: senza il quale, dunque, «sarebbe molto probabilmente finito in qualche centro studi del sindacato». Rizzo se la prende anche, diamogliene merito, con la politica che, anche a sinistra, «sta diventando un luogo che elargisce privilegi». Ammette pure che, nella storia mondiale del movimento comunista, «vi siano stati errori e tragedie».
Ma, insomma, quali sono gli ideali per cui vale ancora la pena di essere comunista, a novanta anni dalla rivoluzione d’ottobre e a diciotto dalla caduta del Muro? Eccoli: «Rilanciare i valori della giustizia sociale e della solidarietà in una lotta continua contro la sopraffazione e il privilegio». Bene, mi piace, ci sto. Allora sono comunista anch’io? No, perché la ricetta finale, di Rizzo e di tutti i comunisti, è sempre quella, cucinata in ogni modo e sempre fallita: «Superare il capitalismo». Se non che il capitalismo - con i suoi innegabili difetti - ha prodotto più ricchezza diffusa, e quindi più giustizia sociale, di quanta ne abbia trovata al suo nascere. Mentre il comunismo, in ogni salsa e in ogni luogo, ha portato non il benessere né la giustizia, ma l’annichilimento dell’individuo, delle sue libertà e delle sue speranze. E non basterà un bullone, né la buona volontà di alcuni, a cambiarlo ...
«Il Giornale» del 28 novembre 2007

Libertà e violenza le radici dello Stato

Morale e politica in una raccolta di saggi del filosofo Eric Weil
di Giancarlo Lacchin
Che cos’è la libertà? Ma soprattutto «libertà da chi? da che cosa? in vista di che cosa? e perché libertà?, è forse la libertà di fare ciò che si vuole in ogni momento, o la libertà di realizzare ciò che si sia deciso di realizzare all’interno delle condizioni imposte dal mondo?».
Sono le domande che da sempre l’uomo si pone quando si confronta con la propria vita, i propri sogni, i propri principi e con le scelte fondamentali del proprio agire; ma soprattutto sono le domande che guidano (o che dovrebbero guidare) l’esistenza dell’uomo quando egli viene a confrontarsi con l’altro e con le condizioni della propria convivenza sociale e politica. Si dà moralità, infatti, soltanto dove l’individuo si confronta con l’altro da sé, si dà politica soltanto dove l’uomo dà ragione, a sé e agli altri, delle proprie azioni morali finalizzate al vivere comune.
Quello che è un annoso e complesso problema filosofico e culturale, ancora assolutamente aperto e certo non risolvibile, diviene nell’opera di Eric Weil (1904-1977), pensatore franco-tedesco vicino a Ernst Cassirer, studioso di aristotelismo ed erede della più nobile tradizione filosofica del Novecento europeo, oggetto di una grande visione prospettica, che colloca il problema del rapporto fra individuo e Stato all’interno del complesso legame fra libertà e violenza. La grande attualità delle riflessioni di Weil, del quale Andrea Vestrucci ha curato una significativa raccolta di saggi (Violenza e libertà. Scritti di morale e politica, Mimesis, pagg. 192, euro 15, postfazione di Davide Bigalli) proprio incentrati sul legame fra libertà e violenza, quali cardini della struttura dello Stato e del movimento storico di determinazione dell’individuo all’interno dell’ordinamento politico, si gioca tutta nella possibilità, si potrebbe dire quasi «rigenerativa» di mettere in relazione dialetticamente fra loro le due prospettive.
Libertà nelle leggi, libertà delle leggi, violenza dello Stato, violenza contro lo Stato, legittimità della violenza garante di libertà, libertà come esclusione della violenza: è tutta una ricca e controversa costellazione di significati ciò che ci si presenta di fronte in forma rinnovata e provocatoria. E allora si scopre che violenza e libertà, all’interno dello Stato in relazione al suo rapporto con l’individuo, sembrano tanto escludersi reciprocamente quanto trovare in esse una reciproca giustificazione: la violenza appare allo stesso tempo come negazione della libertà, ma al contempo come condizione della stessa. È una visione disincantata e realista quella che Weil ci propone, ancora oggi estremamente attuale per la nostra contemporaneità.
Il filosofo che guarda al mondo con le sue contraddizioni e con i suoi equivoci, è quindi colui che si confronta con il rischio del proprio mestiere. È lo stesso Weil a ricordarci che «se il vero e il bene si imponessero meccanicamente, non avrebbe più senso parlare di verità e di morale, non ci sarebbero più decisioni né storia, si sarebbe realizzato l’ideale della Repubblica platonica. Non è evidente che tale ideale sia insensato; in compenso, non è l’ideale del mondo moderno, della sua società e del suo Stato».
«Il Giornale» del 28 novembre 2007

Se li coinvolgiamo sulle cose che contano

I genitori e la scuola
di Davide Rondoni
E ora che solo uno su dieci dei genitori è andato a votare nelle elezioni scolastiche negli istituti statali, si scopre che c’è qualcosa che non va. Sì, insomma, di fronte al grande segno di disinteresse rispetto alla partecipazione prevista dagli attuali ordinamenti ci si domanda: come mai ai genitori interessa poco o niente della scuola? Sembrava questa ieri la domanda prevalente sui media che si sono occupati della faccenda. Dalle percentuali di partecipazione del ’74, anno di attuazione, che videro il 77% dei genitori delle scuole elementari, il 72,7% delle medie e il 60% delle superiori, si è scesi inesorabilmente fino agli attuali 29,8 e 21,0 e 10,1.
Dunque, ai genitori interessa davvero po­co della scuola dei loro figli? Si possono fare infinite analisi sul dato, ma il cuore del problema non deve sfuggire: la scuo­la come è organizzata tiene lontano i ge­nitori da una responsabilità attiva. Cer­to, molti genitori sono pure svogliati e approssimativi. Ma il grosso del proble­ma è un altro. Lo ha centrato l’ex mini­stro De Mauro in un’intervista di ieri. In­fatti, mentre Maria Laura Rodotà invita­va i genitori a partecipare ad assemblee per affrontare il problema della sicurez­za fuori dalle scuole e per scegliere qua­li tende ricevere, De Mauro accusava l’at­tuale centralismo e la mancanza di rea­le autonomia delle scuole, e dunque la possibilità di coinvolgere i genitori in scelte davvero qualificanti. Come la scel­ta dei docenti, degli orari, dei contenuti e delle modalità di insegnamento. Chie­dere il parere ai genitori solo sulle tende e su problemi di sicurezza, per quanto importanti, significa di fatto escluderli dalla reale missione della scuola, che è quella di istruire educando.
Questa esclusione è figlia di un’idea per cui lo Stato presume di avere l’esclusiva 'paternità' dei contenuti e delle moda­lità formativi ed educativi. In altre paro­le, è come se la scuola di Stato dicesse: ve­nite, lasciateci i vostri figli da formare, costa poco, e in cambio vi chiediamo po­co, al massimo un parere sulle tende e su come tenere lontani brutti ceffi dai can­celli. Una cultura della irresponsabilità, figlia del centralismo statalista, difesa, come riconosce lo stesso ex-ministro, da molti tra coloro che son chiamati a pren­dere decisioni «sia nel Parlamento che tra le rappresentanze politiche e sinda­cali ».
De Mauro parla di grandi resistenze. Ma cosa difendono costoro? Dinanzi a ogni proposta che vuole movimentare l’attuale sistema scolastico, statalista e de­presso, si alza un coro di resistenti. Che accusando ora uno ora l’altro – il mini­stro se vuol cambiar qualcosa, i cattolici perché vogliono parità e libertà scolastica, o Confindustria che chiede a sua vol­ta scelte innovative – si attesta sulla dife­sa dell’esistente.
Ora anche dal mondo dei genitori arriva un segnale, disperatamente forte: que­sta scuola ci interessa poco. Forse è ora di chiedere uno scatto di responsabilità a tutti. Una scuola poco interessante per i ragazzi, per i genitori e per chi ci si im­pegna tutti i giorni è una scuola malata. Che ammala l’intera società di cui è si­lenzioso ma quotidiano humus. Mentre si fa anche troppo parlare di altri pro­blemi minori, snobbare il segnale lan­ciato dai genitori sarebbe una grave mio­pia. Certo, si possono migliorare i mec­canismi di rappresentanza. Si possono fare modifiche qua e là. Ma c’è un im­pianto generale a cui metter mano. Lo possono fare uomini coraggiosi e fidu­ciosi nel futuro. Che non abbiano paura di chiedere più responsabilità a tutti nel­l’opera grande e delicata della educazio­ne. Ai docenti responsabilità nei con­fronti della verità e della libertà. Ai geni­tori nei confronti della maturità dei pro­pri figli. Agli studenti nei confronti di un compito che non si esaurisce nel solo cavarsela.
Occorrono uomini che non badino solo al calcolo o alla difesa di posizioni di ren­dita. Per educare, occorre amare la vita più che il proprio tornaconto.
«Avvenire» del 29 novembre 2007

Quel sottile confine fra pittura e scrittura

A Rovereto una mostra sulle creazioni delle avanguardie del Novecento
di Giorgio Ieranò
Di che colore sono le vocali? La risposta è facile: la A è nera, la E è bianca, la I è rossa, la U è verde, la O è blu. Ce lo ha svelato nel 1872 Arthur Rimbaud nella sua celebre poesia intitolata appunto Vocali (Voyelles).
La visione di Rimbaud aprì gli occhi anche a molti artisti. Ricordò che le parole sono fatte anche per essere viste, che il loro suono può essere raffigurato. Rimbaud in fondo ritrovava una dimensione originaria delle parole, andata svanita quando gli alfabeti trionfarono sui geroglifici, e la scrittura sembrò perdere gran parte della sua potenza visuale. Fu così che, anche per colpa di Rimbaud, il Novecento divenne il secolo della poesia visiva. La parola è stata incorporata nel dipinto, i confini fra scrittura e pittura si sono di nuovo assottigliati, come ai tempi dei pittogrammi degli antichi egizi. Hanno iniziato i futuristi, clamorosi e rombanti, al ritmo del Zang Tumb Tumb di Filippo Tommaso Marinetti, con le parole in libertà disegnate in vortici vertiginosi da Fortunato Depero o con i Cannoni in azione dipinti da Gino Severini, che sputavano lettere anziché proiettili. Gli altri poi hanno seguito a ruota: i dadaisti, i surrealisti, la pop art, il Gruppo 63. Tutte le avanguardie, piccole o grandi, ardite o velleitarie, si sono messe a fare arte con le parole, a inventare architetture di lettere.
Per rendersene conto basta, in questi giorni, andare al Museo di arte contemporanea (Mart) di Rovereto, dove una mostra bella e intelligente, aperta fino al 6 aprile 2008, è dedicata appunto a «La parola nell’arte», con un monumentale catalogo pubblicato da Skira che raccoglie centinaia di creazioni novecentesche.
Ma, visitando la mostra di Rovereto, ci si rende conto anche di come alla base di tutto ci sia un equivoco. Le creazioni dei futuristi appaiono ancora oggi straordinarie e originali; anche l’arte grafica dell’Unione Sovietica è stata formidabile nell’inventare un linguaggio nuovo che contamina parole e immagini; un pittore come René Magritte, quello che dipingeva una pipa e sotto ci scriveva «Questa non è una pipa», si muoveva con sofisticata ironia sul confine fra scrittura e pittura, argomento a cui dedicò anche un saggio teorico di un certo peso, Les mots et les images: «In un quadro - diceva - le parole sono della stessa sostanza delle immagini».
Ma quando si passa oltre e si supera il crinale del dopoguerra si ha come l’impressione che il giocattolo diventi sempre più usurato. Negli anni Sessanta i collage di titoli di giornale prodotti in serie da Nanni Balestrini incantavano il pubblico radical-chic. Ancora oggi le critichesse si sdilinquiscono per il primo artista che si applichi alla «poesia visuale». Ma è incredibile come, al visitatore non iniziato ai misteri dell’arte contemporanea, tutto sembri ora un poco stanco e sfiatato, il solito giochicchiare postmoderno. Davanti a opere come Bello, billo, bullo di Angelo Bucarelli (2006) la reazione tende fatalmente a essere quella di Fantozzi di fronte alla Corazzata Potemkin.
E allora, per respirare un poco di aria fresca, paradossalmente vien subito voglia di tornare indietro, lontano, ma molto lontano nel tempo. Quanti degli appassionati di arte contemporanea conosceranno il poeta Simmia di Rodi, che già tre secoli prima di Cristo praticava la «poesia visuale»? Simmia componeva poesie che, come nel ’900 i calligrammi di Guillaume Apollinaire, disegnavano immagini: una scure, un uovo, un paio di ali. Non era l’unico, né fu l’ultimo. Prendete i carmina figurata di Rabano Mauro (780-856 d. C.): sono arazzi di parole, labirinti poetici, architetture grafico-letterarie così vertiginose che al confronto il gigantesco quadro del trentenne Federico Pietrella, tutto composto da minuscoli timbri con data, in mostra a Rovereto, si riduce a una innocua goliardata.
A molti artisti contemporanei andrebbe consigliata la lettura di La parola dipinta, un vecchio saggio di padre Giovanni Pozzi che, sulla copertina della seconda edizione Adelphi del 1992, esibisce appunto alcuni «versi intessuti», a mo’ di arazzo, creati da Rabano Mauro. Ci troverebbero poesie in forma di culla o di castello, di sole o di liuto, di calice o di rosa, composte per tutto il medioevo e il Rinascimento. E ci troverebbero anche, per esempio, i «carmi circolari» dell’insigne matematico Juan Caramuel y Lobkowitz (Madrid, 1606-Milano, 1682). Tutte tappe del lungo percorso compiuto dalla parola nei territori dell’arte figurativa.
Come spesso accade nelle cose umane, l’inizio del fenomeno ha un carattere religioso. Lettere e parole, quando vengono disposte a formare immagini, sembrano assumere una forza magica particolare. I culti pagani e cristiani hanno spesso usato i nomi sacri come elementi decorativi. Il simbolo che a volte, erroneamente, si interpreta come rappresentazione della parola latina Pax (perché sembra una P attraversata da una X) è in realtà il simbolo di Cristo, formato dalla sovrapposizione delle due prime lettere greche del suo nome (rho e chi): un gioco grafico costruito, peraltro, a similitudine del simbolo egizio della Vita, l’Ankh. Nel 2003, poi, qualche ingenuo si è stupito di trovare versetti del Corano incisi sul lembo di una veste del David scolpito dal Verrocchio, allora appena restaurato. Ignorando che l’uso della scrittura araba come motivo ornamentale nell’arte dell’Occidente data almeno da Giotto. Mirabile e strana la vicenda delle parole nell’arte. Assai più grande e complessa di quanto possa pensare.

LA MOSTRA: «La parola nell’arte. Ricerche d’avanguardia nel ’900. Dal Futurismo ad oggi attraverso le Collezioni del Mart». Fino al 6 aprile 2008 al Museo di Arte moderna e contemporanea di Rovereto.
«Il Giornale» del 29 novembre 2007

Al bando anche a Strasburgo: la Ue preferisce usare il latino

di Alessandro Caprettini
Nell’Europa a 27 che ha ormai confinato in un angolo l’italiano, spunta a sorpresa una lingua che si riteneva morta e sepolta: il latino. I badge di parlamentari, funzionari e assistenti messi a disposizione per il 2008 hanno infatti stampigliato su - in bella evidenza - «Parlamentum Europeum». Frutto della moral suasion del vice-presidente Mario Mauro (Forza Italia) e di alcuni alleati trovati lungo la strada, convinti che si dovesse fare uno sforzo per evitare che sui tesserini fossero usate le diverse lingue nazionali ma che fosse anche da scartare l’abilitazione delle sole tre (inglese, francese, tedesco) riconosciute come «lingue di lavoro».
Il caso ha voluto poi che un paio di giorni fa, quando i primi badge per l’anno prossimo sono stati distribuiti, fosse presente nel Colosseo di Strasburgo anche una delegazione italo-spagnola di una società che ha creato un nuovo videogioco (Imperium) in cui non solo ci si diverte, ma si fanno anche i conti con la storia ai tempi di Marco Aurelio. Tra coloro che sono approdati sulle rive del Reno per l’occasione, anche due figuranti: un console e un centurione, fotografati in lungo e in largo dalle comitive di turisti che facevano visita all’Europarlamento.
Non è la prima volta che il latino riappare sulla scena Ue. Già a luglio del 2006 la presidenza semestrale finlandese aveva messo sul web traduzioni del proprio programma tra cui una nella lingua di Cicerone, forse perché ad Helsinki ha la sede un radiovideogiornale che trasmette esclusivamente in latino e da 20 anni trova spazio anche nella tv pubblica. Antonio Tajani si complimentò per l’iniziativa («Latine loquimur...» esordì nel suo intervento in aula il capogruppo azzurro), ma sembrava cosa destinata a durare lo spazio di un mattino.
E invece - stando agli esperti per via del semaforo verde acceso da Benedetto XVI al ritorno della messa in latino, come dettato dal Concilio di Trento - ecco che una lingua che si considerava ormai sepolta pare riprender vita, come testimoniato da decine e decine di iniziative.
Peccato che intanto ad avviarsi verso la sepoltura sia l’italiano. Già relegato in seconda fila con l’arrivo dei 15 Paesi ex-est europei nel 2004, la nostra lingua ha perso pian piano posizioni su posizioni nei palazzi europei. Da inizio anno le conferenze stampa della commissione si svolgono ormai solo nelle tre «lingue di lavoro»; da tempo a Bruxelles sono insorti problemi fra istituzioni e comunità italiana per la decisione di spostare i corsi di studio nella nostra lingua in periferia e destinare le scuole europee del centro città solo al trilinguismo ufficiale. Ed è sempre di qualche mese fa la decisione - assunta per cercare di abbattere i costi crescenti delle traduzioni - di limitare ancora ed esclusivamente alle tre «lingue di lavoro» tutti i bandi di concorso Ue.
Bisogna insomma sapere l’inglese, il tedesco o almeno il francese per poter rispondere e partecipare, sia a una eventuale assunzione che a un concorso. L’Avvocatura di Stato ha presentato qualche mese fa un ricorso alla Corte di Lussemburgo, ma si attende l’esito con malcelato pessimismo. La politica, Prodi in testa, non ha fatto invece fin qui una piega. Forse perché proprio l’attuale premier ha portato la Ue a 27. O forse perché hanno ignorato a lungo le disposizioni di Schröder prima e della Merkel poi, come di Chirac prima e di Sarkozy adesso, rivolte ai propri parlamentari e ai propri funzionari perché evitassero nel modo più assoluto di parlare nei luoghi di lavoro comunitari altra lingua che non fossero rispettivamente tedesco e francese.
«Il Giornale» del 13 dicembre 2007

Il latino vive sotto la pelle dell’Occidente

Un paio di giorni or sono, in un suo editoriale, il «New York Times» ha consigliato ai candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America di studiare il latino
di Sabino Acquaviva
Studiatelo, consigliava giornale, perché è «una lingua eterna», «apre la mente», «aiuta a leggere il passato e capire il presente», infine «è una lingua che è sotto la pelle dell’intera civiltà occidentale». Purtroppo la sua presenza si è indebolita insieme a quella di una cultura che ha le sue radici più antiche in Europa. Però il latino non è soltanto importante per la nostra civiltà nel suo complesso, ma anche per il cattolicesimo. A questo proposito ricordo quanto scrisse Thomas Mann, il famoso romanziere, entrando in una chiesa in Australia quando la liturgia era ancora in prevalenza in latino. Vivendo un’esperienza per lui importante, disse pressappoco: ascoltando il sacerdote che si esprimeva in latino, riflettei sul fatto che in quel momento in tutto il mondo si usava quell’unica lingua per celebrare la messa. Soltanto allora mi resi conto della universalità del cattolicesimo, capace di usare il latino presso ogni popolo, qualsiasi fossero la sua lingua, la sua storia, la sua cultura. Perché mi sono ricordato di quella riflessione leggendo il «New York Times»?
Perché ho capito che la salvezza del latino passava soprattutto, in parte passa, attraverso le liturgie latine del cattolicesimo. Ma, a questo punto, viene spontanea una domanda che riguarda più da vicino la religione in senso lato: se una liturgia viene celebrata in una lingua che è considerata da molti una lingua morta, si tratti del cristianesimo o dell’islam, e quindi del latino o dell’arabo antico, l’uso di quella lingua riduce o aumenta la possibilità di capire il significato dell’esperienza religiosa? Arricchisce o impoverisce dal punto di vista religioso? Da un lato, è cosa nota, l’uso liturgico di una lingua viva aumenta il numero delle informazioni di cui dispone chi vive un’esperienza liturgica collegata appunto all’uso di tale lingua viva, anzi, di un’infinità di lingue; da un altro lato si indebolisce un messaggio che in tutte le religioni passa attraverso il senso del mistero e dell’eterno alimentati dall’uso di una lingua universale, antica e immutabile. Era Søren Kierkegard, il filosofo, che diceva: «Due uniche certezze, l’infinito e l’eterno». Una lingua'eterna' e 'universale' come quella latina consente appunto di vivere più profondamente le esperienze del mistero e dell’universalità, cioè dell’infinito, dell’eternità, appunto perché essa è immutabile. In conclusione, oggi si comunicano più informazioni culturali, ma se ne trasmettono meno guardando alla religione appunto come esperienza dell’infinito e dell’eterno. Il discorso sul latino riguarda certamente il cattolicesimo e più in generale la religione ma, come abbiamo visto, è uno dei pilastri della cultura di questa Europa che è certamente in decadenza anche perché va distruggendo le proprie radici millenarie e la propria cultura più antica che, non dimentichiamolo, sono state la linfa della civiltà dell’intero pianeta. Quando gli europei hanno smesso di essere fieri della loro civiltà e cultura?
Anche quando hanno smesso di considerare il latino, adopero il termine utilizzato dal «New York Times», «sotto la pelle» dell’intera civiltà occidentale.
«Avvenire» dell’8 dicembre 2007

Gli studenti passano troppo tempo a scuola

di Luca Doninelli
Una notizia, quattro fatti. Primo fatto: gli studenti italiani sono quelli che passano il maggior numero di ore in classe rispetto ai compagni degli altri Paesi dell’Ocse.
Secondo fatto: sono tra i peggiori per quanto riguarda i risultati (ventiseiesimo posto sia nella lettura sia in matematica, con diverse posizioni perse nel giro di pochi anni).
Terzo fatto: i loro insegnanti sono quelli che stanno in classe il numero minore di ore annue.
Quarto fatto: gli studenti italiani costano il 24% in più dei loro compagni stranieri.
In altre parole: gli insegnanti sono troppi e i loro (modesti) stipendi assorbono la stragrande maggioranza degli investimenti destinati alla scuola.
In questi dati scarni c’è un preciso ritratto del nostro Paese, che non vogliamo guardare. Un Paese che da tempo ha rinunciato a immaginare il proprio futuro, lasciando questo compito, nella migliore delle ipotesi, alla buona volontà dei singoli. La prima osservazione, quasi ovvia, che viene da fare è che per troppo tempo la scuola italiana è stata trattata come un problema eminentemente occupazionale da un lato e, dall’altro, come uno spazio - o meglio, come un insieme di molti spazi - da conquistare. Problema occupazionale, ossia: la scuola deve dare innanzitutto lavoro. Perché prima c’era un solo maestro elementare mentre poi ne sono stati necessari tre? Fu un’esigenza educativa a dettare questa riforma? No.
L’educazione dei giovani è un problema che investe tutto un Paese, e la scuola ne è parte essenziale. Educare vuol dire aiutare i giovani a diventare uomini adulti, in grado di assumere le proprie responsabilità fino in fondo. La scuola fa la sua parte in questo grande compito trasmettendo conoscenze.
Questo è lo scopo della scuola, non certo quello di dare lavoro a laureati disoccupati. Viceversa, se la scuola viene trattata come un problema statistico, il primo elemento ad essere messo fuori gioco è proprio il più importante: il valore della persona. E non parlo solo della persona del giovane, ma anche di quella dello stesso insegnante. Non basta, infatti, dare a una persona un’occupazione e uno stipendio: bisogna darle anche uno scopo. Un lavoro senza scopo è degradante e umiliante.
Se, dunque, le risorse pubbliche vengono allocate così malamente, la ragione sta in una totale mancanza di chiarezza sulla funzione e sugli obiettivi della scuola e del sistema che si regge su di essa. Possiamo aggiungere che, alla radice di questo problema, al di là dell’ottusità dimostrata più volte dai sindacati (i quali però sono spesso i soli a farsi carico della solitudine degli insegnanti), c’è un problema ancora maggiore, quello dell’università, dove le rendite di posizione sembrano essere la sola istituzione incrollabile, a fronte di una funzione - educativa e scientifica - sempre più precaria. Ma la scuola è anche un insieme di spazi da occupare. L’assenza di un vero progetto ha portato a un vero assalto a questi spazi da parte di ideologie e gruppi più o meno politicizzati. I ragazzi (e in parte anche i loro insegnanti) sono diventati le cavie, i topi di laboratorio di una congerie di teorie psicopedagogiche con conseguenze devastanti in tutti i campi, in primis i manuali scolastici.
Sfogliate i manuali dei vostri figli e giudicate da voi se da quei libri di storia emerge il valore della ricerca dell’obiettività e della verità storica; se quei libri di filosofia offrono la minima possibilità di comprendere e apprezzare davvero l’opera dei filosofi; se quelle antologie di letteratura possono introdurre davvero alla bellezza e alla forza della letteratura. Sfogliate certi libri di geografia e ditemi se quella è geografia o pura e semplice ideologia. Chiamarli libri è esagerato: sono spazi, semplici spazi che qualcuno occupa in una casa editrice, e attraverso questa nelle ore scolastiche. Una questione di potere, insomma. Pensate che gran parte dei testi di religione cattolica pubblicati in Italia non ricevono nemmeno l’approvazione della Conferenza Episcopale: se questo - al di là del giudizio che possiamo avere sulla Cei - non è fare le cose «a capocchia»...
I dati che stiamo leggendo e commentando non sono solo preoccupanti in sé, ma ci obbligano a riflettere sullo stato di tutto un Paese. La ricerca isterica della visibilità da parte ormai di tutti (dal vip che deve continuamente apparire in tv o sui giornali al poveraccio che spera di rivedersi in tv) non è che uno dei sintomi del malessere generale, di un vuoto che sta crescendo dentro di noi. Sarebbe un crimine lasciar crescere questo vuoto. L’Italia non lo merita, e non lo meritano nemmeno i nostri giovani, che per intelligenza e capacità non sono certo al ventiseiesimo posto.
«Il Giornale» del 9 novembre 2007

Una sfida al sacro e alla mistica

L’autore e critico francese s’interroga e «riscopre» le antinomie che la parola poetica sperimenta con la dimensione religiosa e porta come esempio l’opera di Dante e Milton
di Yves Bonnefoy
Uno dei grandi soggetti di dibattito della nostra epoca è il rapporto tra poesia e religione, o almeno dovrebbe esserlo: perché sarebbe la prova che a fronte di un pensiero religioso sempre attivo la riflessione sulla poesia resta viva e cosciente del suo diritto a parlare altrettanto forte d’un’altra, e questo non può che andare a beneficio di tutta la società.
È da sottolineare tuttavia che il dibattito tra il poetico e il religioso non ha luogo che ben raramente nella storia dell’Europa a partire dall’avvento del cristianesimo: perché esso ha la tendenza a inscrivere la poesia fra le sue diverse forme d’espressione, detto altrimenti ha considerato il poema come un semplice mezzo al servizio della propria causa o in funzione dell’approfondimento delle proprie idee. Grandi esempi lo attestano: Dante, Milton, poeti che non esitavano a fare appello a una fede. Rari erano invece quei poeti che osavano proclamare la propria autonomia. Dopodiché, la poesia moderna non ha abbastanza riflettuto sulla propria natura essenziale. Io credo tuttavia importante, oggi, tentare questa riflessione, e dunque considerare di primo acchito il poetico e il religioso come due ricerche distinte. È importante capire che la poesia, di fronte al religioso, ha una sua verità da far valere. Nel parlare ordinario questi sono concetti che decidono dei nostri pensieri: ora, i concetti non conoscono le cose (o le persone) se non appoggiandosi su aspetti di ciascuna d’esse, e non sulla totalità di ciò che esse sono, che tuttavia in sé ha dell’infinito. I concetti possono ricostruire una idea dell’albero, ma non dire questo albero che è qui di fronte a noi, con gli infiniti elementi della sua presenza tutti percepibili e tutti percepiti nello stesso istante. La realtà particolare trascende il pensiero concettuale. Ciò che impedisce a quest’ultimo di fare l’esperienza diretta delle grandi componenti dell’esistenza particolare: il tempo, il caso, il luogo o, per dir meglio, la nostra finitezza, la morte. Il concetto ci tiene come in esilio da noi-stessi, salvo che, a ogni immagine del mondo che ci propone, noi sappiamo ricordargli che non rappresenta il vero reale. Ed è la poesia che si fa portatrice di questo richiamo. Ciò che è specifico della poesia, in effetti, è sentire che il nostro stare di fronte a noi-stessi trascende le rappresentazioni che il pensiero concettuale ne dà, ovvero è il tentativo di dare voce a questa profondità impiegando le parole in un altro modo. Da questo punto di vista la poesia può sembrare in accordo col pensiero religioso, poiché anch’esso percepisce la trascendenza attraverso la nostra esperienza della realtà.
Per il cristiano la persona umana è più che la propria realtà biologica o il proprio comportamento sociale, di cui i concetti possono dare conto.
Essa possiede una trascendenza, che si radica nella trascendenza divina, Dio essendo sentito come aldilà di tutte le rappresentazioni o formulazioni. E il sentimento poetico e il lavoro della poesia potrebbero dunque sembrare che trovino naturalmente il loro posto in seno a questo pensiero. La poesia non farebbe altro che provare, nel rapporto che abbiamo con le cose, quella trascendenza che il religioso sarebbe in grado di collegare a una coscienza del tutto.
Ma è nel seno stesso di questa prossimità che si rivela una differenza, che si può stimare di natura fondamentale. Perché la religione accosta questa esperienza del divino (che nella sua radicalità possiamo qualificare come 'mistico') attraverso rappresentazioni che la poesia, in quanto trasgressione dal concettuale, può considerare ancora concettuale, e dunque un modo di perdere il contatto con quella presenza che essa insegue e che le pare essenziale, per le ragioni che ho detto. Essa, dunque, rimprovera alla religione di misconoscere la profondità dell’esperienza mistica, detto altrimenti di non portarsi aldilà del mito. E qui si rende necessario il dibattito. In effetti la poesia è più prossima alla mistica che la religione (che ha sempre avuto un rapporto difficile con l’intuizione mistica). La poesia non conosce il divino che come una voragine che si apre nel reticolo delle rappresentazioni concettuali – ovvero si rifiuta a tutte le credenze che riposano soltanto su concetti – ma, simultaneamente, rende la relazione della persona con se­stessa in tutta la sua pienezza, liberandola dalle rappresentazioni che ne parlano solo in modo astratto e riduttivo. La poesia contrasta il mito, che essa avverte come concettualizzato e, di fatto, come il suo nemico, sebbene intimo. Essa in questo è «atea», nel senso che le Chiese danno a questa parola. Ed è su questo che oggi si dovrebbe riflettere.
«Avvenire» del 18 novembre 2007

Tra l’embrione e mia figlia solo una piccola differenza

Lo scienziato al microscopio
di Eugenia Roccella
Mentre nel mondo la scoperta delle nuove cellule staminali 'pluripotenti indotte', ottenute senza distruggere embrioni umani, sta rivoluzionando i laboratori di ricerca, in Italia si tenta disperatamente di minimizzare, e soprattutto si tace. Non si sentono più voci che inneggiano alla libertà della scienza e ai suoi meravigliosi progressi, o che magnificano le prospettive, sempre più vicine, di nuove terapie. Quanto fosse strumentale e forzata la contrapposizione tra laici illuminati e cattolici oscurantisti lo si vede adesso, nel confronto con gli altri Paesi. Da noi, silenzio infastidito, amarezza a stento trattenuta. Altrove, sincera gioia per il traguardo raggiunto e nessun imbarazzo nel cambiare idea.
Il New York Times, che ha sempre fieramente sostenuto la ricerca sugli embrioni, pubblica una lunga intervista a Shinya Yamanaka, lo scienziato giapponese che ha scoperto il modo per far regredire le cellule somatiche adulte allo stato embrionale. La scelta fatta da Yamanaka non è stata casuale, e nemmeno dettata da ragioni puramente scientifiche: è stata una scelta etica, o, più semplicemente, umana. È bastato uno sguardo, racconta il New York Times, per cambiare una carriera. Lo scienziato è stato invitato da un amico a visitare una clinica per la procreazione assistita; osservando al microscopio un embrione, Yamanaka ha realizzato che «c’era solo una piccola differenza» tra l’embrione e sua figlia. Da quel momento, ha pensato che non si potevano usare con tanta disinvoltura gli embrioni in laboratorio: «Dev’esserci un altro modo», si è detto. L’ha cercato, e l’ha trovato.
Anche il settimanale americano Time non ha dubbi: è il metodo inventato dal giapponese che, nella classifica delle dieci migliori scoperte pubblicata ogni anno dalla rivista americana, merita di figurare al primo posto. Intanto, i grandi centri che finora hanno drenato flussi di denaro immensi per la ricerca sugli embrioni, subiscono gli scossoni del terremoto scientifico. Nel 2004 la rivista Darwin, diretta da Gilberto Corbellini e sponsorizzata dalla Fondazione Veronesi, parlava con ammirazione del ricercatore coreano Hwang, che sosteneva di aver ottenuto staminali embrionali umane con il metodo della clonazione (in seguito si è scoperto che si trattava di una truffa in perfetto stile Totò). Il titolo del pezzo era significativo: «Il ruggito di Seul». Nello stesso numero si esaltava la creazione, a Singapore, di Biopolis, un enorme campus destinato ad attrarre capitali internazionali da investire nella ricerca biotecnologica. Solo un anno fa, il Corriere della Sera ospitava un intervento dell’esperto Robert Paarlberg in cui si invitava l’Europa a «seguire l’esempio di Singapore e della Corea del Sud», ritenute la punta di diamante della ricerca internazionale. Oggi, però, gli scienziati abbandonano tristemente Singapore. Se ne vanno alla spicciolata – l’ha appena fatto anche Alan Colman, che insieme a Ian Wilmut clonò la famosa pecora Dolly – lasciandosi alle spalle quello che doveva essere il paradiso della libertà di ricerca. Invece – è ancora notizia di ieri – un gruppo italiano conquista la copertina della rivista scientifica internazionale Cell Stem Cell con uno studio assai promettente sulla cura della distrofia muscolare grazie alle staminali adulte.
Impressionante, no? Eppure chissà se tutto questo basterà per convincere i governi europei a fermarsi a riflettere, e a sospendere la distruzione seriale degli embrioni nei laboratori. Chissà se basterà a convincere qualche scienziato a guardare nel microscopio, e a stupirsi di quanto un minuscolo embrione possa essere simile a suo figlio.
«Avvenire» del 13 dicembre 2007

Totalitarismi all’assalto della Chiesa

L’attacco contro il cristianesimo delle ideologie 'secolari', dalla Rivoluzione francese alla massoneria, dal nazismo al comunismo: una riflessione di Luigi Negri
di Luigi Negri
L’importanza e l’attualità della dottrina sociale ci è testimoniata anche dalla pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, dove viene affermato: «La Chiesa [...] anche con questo documento sulla sua dottrina sociale intende proporre a tutti gli uomini un umanesimo all’altezza del disegno d’amore di Dio sulla storia, un umanesimo integrale e solidale, capace di animare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e nella solidarietà». Che cosa allora offre all’uomo di oggi la Chiesa attraverso il compendio, ma più in generale attraverso l’intero Magistero sociale di cui questo importante documento rappresenta appunto una sintesi? La possibilità di guadagnare un «umanesimo integrale e solidale».
Il termine umanesimo non è tuttavia esente da ambiguità e richiede pertanto ulteriori chiarimenti. Non bisogna scordare che la modernità ha cercato di realizzare un umanesimo senza Dio. La modernità ha voluto percorrere una strada che poggiava totalmente sull’uomo, sul suo potere, sulla sua capacità di conoscere la realtà, di organizzarla scientificamente e di manipolarla tecnologicamente. Abbiamo assistito per più di due secoli al tentativo di creare un umanesimo senza riferimento religioso, non necessariamente contro Dio, ma certamente senza Dio.
Contro l’idea di umanesimo cristiano la modernità ha adottato due atteggiamenti. Il primo è stato l’atteggiamento del rifiuto, quello della negazione violenta, il cui apice è sicuramente rappresentato dall’enorme numero di cristiani martirizzati nel corso dell’epoca moderna, con l’ultimo immenso tributo pagato nel XX secolo: «Secondo la World Christian Enciclopedia, compilata dallo studioso protestante David Barret (esperto di statistiche), nel XX secolo vi sono stati oltre 45 milioni di martiri, cioè di cristiani che hanno perduto la vita prematuramente in una situazione di ostilità verso il cristianesimo. La cifra è pari a più di 2/3 della somma totale dei martiri dagli inizi del cristianesimo [...]. Il ’900 iniziato con la rivoluzione dei Boxers in Cina, è proseguito con il genocidio degli armeni a opera dei turchi, le persecuzioni anticlericali (massoniche e social-comuniste) in Brasile, Messico, Spagna, la persecuzione nazista in buona parte dell’Europa; il comunismo in Urss e nell’Europa dell’Est».
La distruzione delle chiese, dei conventi, la soppressione delle persone fisiche, dei vescovi, dei sacerdoti, dei laici e il rifiuto del cristianesimo sono conseguenza dell’opzione fondamentale che la modernità ha radicalmente posto: o si è moderni o si è cristiani; o si è per il progresso, per una piena e definitiva realizzazione dell’uomo che rifiuta totalmente il piano trascendente, o si è per una visione retrograda e reazionaria, superstiziosa e nociva che si fonda sulla religione, sulle Chiese e su Dio. Secondo una tale prospettiva, come ha bene evidenziato Augusto Del Noce, «la storia del XX secolo non potrebbe essere intesa che come un processo verso il culmine della modernità coincidente con la piena secolarizzazione, tale da escludere ogni richiamo alla trascendenza religiosa». Le parole di Lenin, nonché la sua azione politica, ce lo confermano a pieno: «Tutte le religioni contemporanee, tutte le Chiese e ogni organizzazione religiosa sono considerate dal marxismo come organi della reazione borghese che servono a difendere lo sfruttamento e l’istupidimento della classe operaia [...]».
Non molto diversa era la concezione di Hitler il quale, commentando il concordato con la Chiesa, così si esprimeva: «Ciò non mi impedirà di sradicare totalmente il cristianesimo dalla Germania, di eliminarlo in maniera completa, radicale e definitiva. È una questione decisiva se il nostro popolo ha una fede ebraico cristiana con la sua morale molle e compassionevole, oppure una forte ed eroica fede in dio nella natura, in dio nel proprio popolo, in dio nel proprio destino, in dio nel proprio sangue [...]. Non è possibile essere cristiani e tedeschi insieme: o si è l’uno o si è l’altro».
L’altro atteggiamento molto più subdolo e pervasivo ha cercato di subordinare la Chiesa al progetto secolaristico della modernità. Ciò è avvenuto innanzitutto tentando, attraverso la rivendicazione della separazione tra Stato e Chiesa, di subordinare la Chiesa allo Stato. Fin dalla Costituzione civile del Clero del 1790 il tema della separazione della Chiesa dallo Stato è stato l’occasione per ribadire la tendenza ad assimilare la vita e la struttura religiosa nell’ambito dello Stato, sviluppando quell’interpretazione rinascimentale e, successivamente, protestante, della politica come strumento del regno. Il tema della separazione è stato affrontato dalla modernità con l’intenzione non tanto di affermare la totale separazione dei due ordini, bensì la priorità dell’ordine politico su quello religioso. Il Concordato con la Chiesa cattolica voluto da Napoleone, come traspare dalle sue stesse parole, è anch’esso inscrivibile in una logica puramente strumentale di subordinazione della religione alla politica. La stessa formula «Libera Chiesa in libero Stato» è espressione di questo tentativo di distinguere e separare la Chiesa e lo Stato nel senso di un assorbimento della Chiesa nello Stato. Prima ancora dello Stato totalitario, lo Stato liberale ha preteso di essere lui a concedere il diritto a esistere e a normare ogni espressione e opera sociale del popolo cristiano. Si è cercato di ridurre la Chiesa a una funzione pedagogica e morale, sempre all’interno dello Stato, come parte integrante di esso, come strumento del regno appunto.
«Avvenire» del 21 novembre 2007

Il nuovo ateismo è a senso unico

Due saggi di René Rémond e Luca Volontè smascherano l’ultima crociata anticattolica
di Eugenia Roccella
Michel Onfray, in Francia, più che come filosofo è noto come ateo militante (anzi, «ateo di servizio», come lui stesso si definisce). Passa da una conferenza a un talk show, in una girandola di occasioni pubbliche in cui diffonde un’accattivante filosofia edonista e libertaria, così facilmente recepibile da essere accusato di dispensare le stesse ricette di felicità che si possono trovare su Cosmopolitan. In Italia una sua versione meno brillante potrebbe essere Pierluigi Odifreddi, definito da alcuni come un «matematico da festival».
Sono figure nuove, alfieri di una violenta propaganda antireligiosa. René Rémond, lo storico e politologo francese da poco scomparso, nel suo ultimo libro (Il nuovo anticristianesimo, intervista con Marc Leboucher, ed. Lindau, pagg. 125, euro 13) non sottovaluta il fenomeno, e ribatte alle accuse, analizzandole a una a una. La più rovente è riassunta con efficacia dal titolo di un’intervista rilasciata dal filosofo: «Il cattolicesimo ci rende la vita impossibile». La fede in Cristo, dice Onfray, esalta il sacrificio e la sofferenza, promettendo un inesistente compenso oltremondano; intanto impedisce all’uomo di perseguire il suo scopo più naturale, la felicità ora e qui. A questa colpa ne aggiunge subito un’altra, quella di ostacolare la scienza e persino l’uso libero della ragione, pretendendo di limitare la ricerca scientifica.
Del resto l’inimicizia tra fede e scienza risale ai tempi di Newton e Galileo, e rivela l’anima nera, aggressiva e fomentatrice di odio, del cristianesimo come di qualunque altra religione. Chi si ritiene possessore della verità, difficilmente può rispettare l’esistenza di altre verità relative, che vede come minacciose. Le religioni, soprattutto quelle monoteiste, portano con sé il germe antico del fanatismo e dell’intolleranza: «Gli oltremondi - scrive Onfray nel suo Trattato di ateologia - mi sembrano subito contromondi inventati da uomini stanchi, sfiniti, essiccati dai ripetuti viaggi tra le dune o sulle piste pietrose arroventate. Il monoteismo nasce dalla sabbia». La laicità sarebbe quindi uno spazio assediato da visioni del mondo arcaiche, intrinsecamente antimoderne, e garantito nella sua genuina purezza solo dall’ateismo.
Rémond risponde punto per punto; contesta un modello di felicità concepito come puro appagamento dei desideri individuali, e confuta con pacata ragionevolezza le accuse rivolte ai cristiani. Perché va detto che la nuova polemica antireligiosa non colpisce tutti i monoteismi «nati dalla sabbia» con la stessa acredine: incrociandosi con le autocensure nei confronti dell’Islam, con l’imbarazzo storico nei confronti dell’ebraismo, e - soprattutto - con la politica, si concentra sulla Chiesa cattolica. In una recente intervista, il cardinale Camillo Ruini avanza una sua spiegazione: ai laicisti piace la Chiesa che perde, non quella che vince. Se la Chiesa è sotto tiro, insomma, è per via della sua ritrovata centralità e capacità di attrazione: «Meglio contestata che irrilevante», è la significativa sintesi dell’ex presidente della Cei.
Luca Volontè, in un libro appena uscito, Furore giacobino (Aliberti editore, pagg. 349, euro 18,50), offre un’esauriente panoramica degli attacchi sferrati contro il mondo cattolico sulla stampa italiana, negli ultimi due anni. Il conflitto si addensa soprattutto intorno ai temi eticamente sensibili - statuto dell’embrione, eutanasia, procreazione assistita, famiglia - ma assume quasi sempre toni aggressivi nei confronti della Chiesa e dei suoi membri più esposti. Il libro ha il merito di rendere evidente come il dibattito pubblico tra laici e cattolici si sia, negli ultimi tempi, irrigidito e ideologizzato. La grande stampa tende a deformare le posizioni della Chiesa, a selezionare solo ciò che può tornare utile alla polemica, ignorando il resto.
Nel mondo cosiddetto laico esiste una censura, pochissimo laica, che oscura non tanto (o non soltanto) le opinioni, quanto le informazioni. Bastano pochi esempi: nessuno, sul Corriere o La Repubblica, ha mai spiegato che la ricerca sulle cellule staminali ottenute dalla vivisezione degli embrioni ha fallito i propri scopi terapeutici, oppure che la pillola abortiva Ru486, che si vorrebbe introdurre in Italia, ha già prodotto 15 morti. Ma gli esempi sono infiniti, e basta scorrere le pagine di Volontè (che fra l’altro è capogruppo dell’Udc alla Camera) per rendersene conto. Al lettore resta da giudicare se si tratti di vero «furore giacobino», o se abbia ragione il cardinale Ruini, e la manipolazione delle notizie, come la violenza di alcune invettive, siano un indiretto tributo a una Chiesa non più perdente.
«Il Giornale» del 22 novembre 2007

13 dicembre 2007

Legal Thriller: un successo sotto accusa

di Stefano Biolchini
L'accusa per un genere avvezzo alle aule di tribunale è di quelle brucianti: i legal thriller italiani si rifanno in maniera artificiosa ai grandi modelli americani. Gli avvocati John Grisham e Scott Turow, tanto per citare i modelli più ambiti. Convenzioni di genere e codici d'oltreatlantico che talvolta imprigionano i nostri autori, fra i più celebrati dal mercato attuale. Certo, come spiega Carlo Lucarelli, Grisham non si sognerebbe neppure di avere a che fare con le lentezze del sistema giudiziario italiano e da noi la figura del serial killer forse non basterebbe, non dico a capacitare, ma neppure a sopire la nostra naturale inclinazione per il clima di sospetto- che tutto avvolge - pur di non farci arrivare se non alla "verità", almeno ad una fine credibile. Anche la mano di uno psicopatico qui da noi qualcuno l'avrà pur guidata, o no?
Dopo Cogne poi scrivere gialli in Italia è più difficile, visto il mix di sospetti, inquinamenti e colpi di scena in salsa mediatica- degni del plot più avvincente- che il caso ha sdoganato in prima serata. Se a tutto ciò si aggiunge l'innesto nella nostra procedura del nuovo processo, con avvocati e giudici necessariamente più protagonisti, non c'è di che essere allegri: cronaca e televisione da noi avranno la meglio. Aggiungasi che proprio alla peggior fiction nostrana alcuni autori sembrano troppo concedere, semplificando ad uso nazional-popolare, con il rischio di esserne travolti. Così però non abbiamo ancora spiegato il successo dei più celebrati Carofiglio, De Cataldo, Lucarelli, Carlotto, Fois e Camilleri e tanti altri. Ne abbiamo chiesto conto ai primi tre (le interviste sono nello speciale) ma un'idea ce la siamo fatta anche in proprio. E parte da quell'incertezza che il nostro diritto genera nella società, con le sue lungaggini e certi bizantinismi che tutto pervadono, dalla politica alle aule di giustizia. Incertezze che la nostra narrativa sa compensare in qualche modo, ammaliandoci e convincendoci che la verità la si raggiunge solo passando per l'inevitabilità del male, ("paura eh", direbbe ancora il miglior Lucarelli televisivo). Semplificando si forniscono riposte, anche se all'insegna del mistero che nulla spiega. Sono dunque inutili i complessi di inferiorità di quegli autori che proprio perciò allargano il loro orizzonte, in cerca di una nobiltà sorpassata, fino a Il Processo di Kafka e al grandissimo Gadda, passando per la citazione ravvicinata di Scerbanenco. Ai nostri lettori il genere piace così, anche artificioso e semplificato, da italiano medio che ai processi si appassiona guardandoli in tv.
Quando le "trame nere" della letteratura italiana approdano al cinema ed in Tv
di Francesco Prisco
La penna crea i soggetti ma è la macchina da presa che li rende popolari. Questo semplice assunto, declinabile per tutti i generi letterari e quasi tutti i Paesi del mondo, esemplifica alla perfezione il rapporto che il noir all'italiana ha avuto ed ha con cinema e televisione. Un rapporto che poco meno di quarant'anni fa ha smesso di essere episodico contribuendo alla fama presso il grande pubblico di autori che, in alcuni casi, non avevano nulla da invidiare ai loro colleghi d'oltreoceano.
E' d'obbligo ricondurre le origini di questa proficua relazione a Giorgio Scerbanenco, ucraino di nascita e italiano d'adozione, che raccontando la sua "Milano nera" si è imposto come modello imprescindibile per tutte le generazioni di narratori di genere a lui posteriori. Se il grande successo di pubblico per i suoi libri arriva negli anni Sessanta, proprio del '69 è "I ragazzi del massacro" film diretto da Fernando Di Leo che si inseriva alla perfezione nel nascente genere del "poliziottesco all'italiana". Un filone che ha imperversato nelle sale cinematografiche fino ai primi anni Ottanta, osannato dal pubblico che assicurava alle pellicole incassi da record e osteggiato dalla critica che bollava i suoi soggetti come reazionari, nell'epoca in cui questo sostantivo suonava come il peggiore degli insulti. C'è da attendere l'avvento del terzo millennio perché questo genere venga sdoganato ad opera di un fan d'eccezione, il regista americano esperto di B-movie Quentin Tarantino che, collaborando con il Festival di Venezia, dedica ai poliziotteschi addirittura una rassegna. Ironia della sorte, Scerbanenco muore proprio nel '69 ma i suoi numerosissimi libri offriranno ampia materia di ispirazione per altre cinque pellicole (la più famosa delle quali è la versione di "Milano calibro 9" firmata sempre da Di Leo)e due miniserie televisive ("Centodelitti" e "La ragazza dell'addio").
Strettissimo il rapporto che lega alla Tv Andrea Camilleri, forse il più popolare tra i giallisti italiani viventi. Il romanziere, nato a Porto Empedocle nel '25, negli anni Sessanta è stato production manager di celeberrime serie tv di genere come "Le inchieste del commissario Maigret" e "Il tenente Sheridan". Se l'esordio letterario risale al '78 ("Il corso delle cose"), è del '94 quel "La forma dell'acqua" che ha avuto il merito di lanciare la saga del Commissario Montalbano cui è legato il suo successo di pubblico. Qualche anno più tardi partirà la fortunatissima serie televisiva nella quale, a vestire i panni del celeberrimo agente di polizia siciliano, è l'attore Luca Zingaretti: per Camilleri è la consacrazione ad autore di culto.
Tra cinema e Tv è abituato a destreggiarsi anche Carlo Lucarelli, scrittore emiliano che alterna romanzi da 200mila copie come "Almost blue" (1997), a sceneggiature per il grande schermo come "Nonhossonno" (2000) di Dario Argento, a docufiction televisive come "Blue notte – Misteri italiani". Quattro le pellicole cinematografiche nei cui titoli di testa compare il suo nome, la più famosa delle quali è sicuramente la versione di "Almost blue" a firma di Alex Infascelli (2000). Due anni fa, poi, i Manetti Brothers hanno anche curato una miniserie televisiva ispirata all'Ispettore Coliandro, personaggio di suoi fortunati romanzi seriali come "Il giorno del lupo" (1994).
Grazie al cinema è arrivato al grande pubblico anche Gianrcarlo De Cataldo, magistrato e narratore nativo di Taranto e romano d'adozione. Il suo "Romanzo Criminale" (2002), opera liberamente ispirata ai fatti della banda della Magliana che ha venduto oltre 200mila copie, tre anni dopo l'uscita è diventata un fortunatissimo film per la regia di Michele Placido. Performance al botteghino dopo il primo mese di proiezioni: 4,9 milioni di incasso. Il risultato è incoraggiante e, tutto sommato, di qualità. Tanto da incoraggiare Sky e Cattleya a produrre una fiction di 12 episodi da 50 minuti ispirata sempre a "Romanzo Criminale" che vedremo prossimamente.
Ultimo bestseller del romanzo di genere italiano è un altro magistrato-scrittore: il barese Gianrico Carofiglio che deve la propria fortuna al personaggio dell'Avvocato Guerrieri protagonista di libri come "Testimone inconsapevole" (2002) e "Ad occhi chiusi" (2003). Dai lavori in questione sono stati tratti due film per la televisione, prodotti dalla Palomar di Carlo Degli Esposti e sceneggiati dall'autore insieme con Domenico Starnone e Francesco Piccolo, per la regia di Alberto Sironi. Il passaggio televisivo di entrambe le vicende era previsto in Italia entro la fine del 2006, ma Mediaset non le ha mai trasmesse in quanto ritenute "qualitativamente troppo raffinate" per il pubblico. Probabilmente saranno ripescate nel palinsesto del 2008, ma il brusco stop imposto dalla produzione fa pensare che non è sempre idilliaco il rapporto tra letteratura di genere e Tv. Anzi: un giallista "mediterraneo" che non rinuncia a gettare lo sguardo in modo problematico sui temi sociali può fatalmente incappare in incomprensioni. Con buona pace dei suoi affezionati lettori.
«Il Sole 24 Ore» del 24 novembre 2007

Al critico ignoto

Esce da Bompiani il «Dizionario della critica militante»: l’evoluzione, negli ultimi due decenni, di una figura-chiave
di Cristina Taglietti
Dall’impegno militante al «recensore-massa»: un’identità sempre più a rischio conformismo
Che fine ha fatto il critico militante? Forse è scomparso, forse è diventato «smilitante» (Arbasino), forse si è semplicemente trasformato, lasciando il posto al saggista, allo scrittore, al «recensore-massa», addirittura al «collaudatore». Come tutti i dizionari, anche quello della critica militante ha, insito nel titolo, il programma di offrire una sorta di catalogo. In realtà il piatto forte è composto di due saggi, uno dedicato agli anni Ottanta (curato da Giuseppe Leonelli) e l’altro agli anni Novanta (curato da Filippo La Porta), mentre solo in appendice, «come contorno che insaporisce le due pietanze» si trova un complesso di schede bio bibliografiche, e cioè il dizionario vero e proprio. Il volume quindi è composto di tre parti, slegate tra loro (nella parte bio bibliografica mancano alcuni autori a cui pure sono dedicate pagine e citazioni all’interno dei saggi), e avvertono un po’provocatoriamente gli autori, ognuna di queste parti «risente della personalità, del gusto, dei pregiudizi, degli umori, della sensibilità, fors’anche del segno zodiacale, ascendente compreso, di chi le maneggia». Leonelli comincia dai primi anni Ottanta quando compaiono quelli che definisce gli «artisti della critica» come Cesare Garboli (Geno Pampaloni definì la sua scrittura «racconto recitato») o Pietro Citati che, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta aveva contribuito a liquidare le problematiche neorealiste del dopoguerra e che in questa fase propone un’idea di critica fondata sul mimetismo, sul tentativo di scoprire «quel libro nascosto che si trova sotto la superficie». Dalla fine degli anni Ottanta, il critico è molto diverso da quello dei tempi migliori, quando il suo compito era «onorare il servizio pubblico». È in questi anni che emerge, accanto a una critica che ha nell’università il suo luogo di espressione (Fortini, Baldacci, Mengaldo, Asor Rosa) un’altra categoria, i «critici scrittori o scrittori critici», a cui Leonelli ascrive, per esempio, Roberto Calasso (anche quando raccoglie in volume i più di mille risvolti di copertina scritti per Adelphi dagli anni Sessanta in poi), Claudio Magris, Giovanni Raboni, espressioni, molto diverse tra loro, di un’idea della scrittura in cui «il critico assume una funzione non meno creativa dello scrittore propriamente detto». A questa, Leonelli affianca i critici-giornalisti, Enzo Golino e Paolo Mauri soprattutto, mentre ad Alfonso Berardinelli si deve un’idea di critica incentrata sul rifiuto delle istituzioni, che recupera il saggio come forma alta di polemica. Ma è negli anni Novanta che, scrive La Porta, «una nuova critica sembra consolidarsi e prendere piena coscienza di sé, intrecciando un dialogo più o meno esplicito con alcuni maestri, non soltanto italiani». Dopo un finale di anni Ottanta dove, come sottolinea Cesarani, la critica versa in uno stato di depressione imputabile alla trasformazione della letteratura in merce, avanza un’immagine di critico-individuo, o, come suggerisce Manacorda, una sorta di «monaco guerriero, privo di mezze misure, incline a un rapporto mistico e diretto con le parole, impegnato a formulare giudizi di valore, contrapposto al filologo, schierato invece dalla parte dell’istituzione». Definizione che sembra attagliarsi a un «artista della teoria» come Tommaso Ottonieri, portatore, secondo La Porta, di una innegabile passione intellettuale e di una genuina attitudine sperimentale, che corrono però il rischio di convertire il massimo del radicalismo in un involontario conformismo culturale, ma anche Cesare Garboli e Cesare Segre, che, al termine di percorsi diversissimi hanno riscoperto una tensione di tipo etico e civile per cui la letteratura è rivelazione di una verità che appartiene all’esperienza reale degli individui e si contrappone all’irrealtà del potere. Uso militante delle opere letterarie è anche quello di Giulio Ferroni che cerca con particolare puntiglio «voci discordi dal moto infallibile delle magnifiche sorti e progressive». Alla categoria della «necessità» deve rispondere l’opera letteraria secondo Goffredo Fofi, «critico sregolato e senza scuola» a cui La Porta rimprovera una fede ideologica (di derivazione sessantottina) nella Comunità e nel Cambiamento che ripara dagli esiti più pericolosi della letteratura. In questi anni il giudizio nei confronti di Calvino tende a diventare un vero e proprio discrimine: il consenso alla sua figura conosce alcune incrinature che tendono a metterne in rilievo un «intellettualismo prudente e difensivo» che lo porta a non trovarsi mai nel posto sbagliato, a non mettere mai a disagio i lettori (a lui Carla Benedetti contrappone Pasolini in un acceso pamphlet che anima le discussioni di quegli anni). Gli anni Novanta sono anche gli anni della «democrazia letteraria», dei bestseller di cui, come insiste Spinazzola su Tirature, ci si deve occupare. Un pubblico di massa che, però, secondo La Porta, tende a cercare soprattutto il confortevole midcult cioè un modo livellatore di consumare sia cultura alta sia cultura di massa. E se la critica oggi deve confrontarsi con tutta una serie di «luoghi» diversi in cui legittimamente si esercita, la radio, i blog, Internet, resta fermo il problema dell’antagonismo. «Quali poteri intendiamo combattere - si chiede La Porta -? I cosiddetti poteri forti? La onnipotenza pervasiva dei media? La borghesia? Una presunta ideologia dominante? Un gergo culturale?». Il rischio, avverte La Porta, che corre chi, come Carla Benedetti, Tiziano Scarpa, Emanuele Trevi, parte da un atteggiamento ipercritico verso l’esistente, è di finire col confermarne alcuni elementi di fondo. E il futuro? La scommessa di La Porta è che il Tremila sarà il millennio delle scritture ibride più aperte e flessibili, capaci di rendere l’ambigua molteplicità del reale.

La sfida di Leonelli e La Porta Il «Dizionario della critica militante» (sottotitolo: «Letteratura e mondo contemporaneo») esce domani da Bompiani (pagine 268, 11). Il volume si compone di due saggi: il primo, a cura di Giuseppe Leonelli, è dedicato agli anni Ottanta; il secondo, di Filippo La Porta, ai Novanta. In appendice 58 schede bio bibliografiche (da Alberto Arbasino a Gianni Turchetta), curate da Caterina Marinucci.
«Corriere della sera» del 27 novembre 2007

Critici, essere faziosi è un dovere

Il pensiero militante nell’epoca del conformismo. Interviene Massimo Onofri
Di Cristina Taglietti
«Né piacevoli né corretti». I modelli restano Baldacci e Raboni

«La critica, quando è vera, è sempre militante e quindi antagonista». Così si potrebbero riassumere le tesi di La ragione in contumacia (sottotitolo «La critica militante ai tempi del fondamentalismo»), breve e appassionato pamphlet di Massimo Onofri, in questi giorni in libreria (Donzelli, pp. 122, 15), che ben si inserisce nel dibattito aperto dal Dizionario della critica militante di Filippo La Porta e Giuseppe Leonelli, appena uscito da Bompiani. Nel saggio Onofri si rifà alle radici illuministiche della critica («ma non nel senso di quel revival dell’illuminismo che, riproponendo la lex naturale, va nella stessa direzione di Ratzinger», precisa), parla del «ri-uso», come teorizzava Franco Brioschi, in chiave contemporanea dei testi, riafferma la necessità di concetti come «valore» e «canone», di un «giudizio di gusto» che vive della retorica dell’argomentazione. Onofri non considera l’Autore morto, anzi lo interpreta come «un’entità non riconducibile né alla vita né alla scrittura, ma quale risultato della loro misteriosa contaminazione». Degli aggettivi che La Porta, nel Dizionario, gli attribuisce, e cioè «fazioso umorale e rissoso» (ma scrive anche che «leggere le sue pagine è come prendere una boccata d’aria nel nostro ingessato sistema culturale»), Onofri riconosce come suo soltanto il primo, anzi lo rivendica. La faziosità, e cioè la scelta, è insita al mestiere del critico, altrimenti si è un’altra cosa: storici della letteratura, filologi, scrittori. «Negli anni Settanta, quando io andavo a scuola, Soldati non esisteva nei manuali. Credo di essere stato il primo a dargli in un manuale scolastico uno spazio pari a quello di Moravia per esempio. È chiaro che una ricollocazione di Soldati può significare sacrificare qualcun altro, magari Calvino». Onofri sposa l’idea di Giulio Ferroni di «un’ecologia della letteratura»: «Inorridisco quando sento dire che c’è posto per tutti. Non è così: il critico ha il dovere di denunciare "l’ecomostro", anche quando ha successo». Non solo: c’è un altro male: «Il piacere del testo è diventato l’elogio della piacevolezza. Abbiamo dimenticato tutta una tradizione umanistica per cui la bellezza era un processo che passava anche attraverso la sofferenza. Personalmente voglio leggere libri che facciano soffrire, che mi costringano a mettermi in discussione, il piacevole mi annoia». L’intrattenimento, il successo, sono concetti che per Onofri poco hanno a che fare con la critica. «Prendiamo Guido Da Verona e Federigo Tozzi: il pubblico premiò il primo, del secondo soltanto Giuseppe Antonio Borgese riconobbe subito la grandezza. Chi aveva ragione? Oggi, la stessa contrapposizione si può fare tra Tabucchi e la Ramondino. Il primo, soprattutto negli ultimi romanzi, è rassicurante, corretto, la seconda è aspra, misteriosa, di grande eleganza. La sfida delle copie la vince Tabucchi». Un critico militante, secondo Onofri, deve essere necessariamente polemico, «deve saper dire di no ai testi». Molti invece non lo sanno fare. «Carlo Bo, per esempio: paradossalmente era la negazione della critica militante. Un po’come oggi Emanuele Trevi, che ha certamente una bella penna ma è troppo camaleontico, trova preoccupante scrivere di qualcosa che non gli piace. Così come non capisco perché Roberto Cotroneo si sia pentito di aver praticato, negli anni giovanili, la stroncatura. Oggi si è lasciato andare a una certa pratica del consenso, recensendo solo scrittori celebrati e politicamente corretti. Critici militanti per eccellenza sono stati Luigi Baldacci e Giovanni Raboni che nel suo I bei tempi dei brutti libri, giocava sui parallelismi, su coppie di autori da mettere in contrapposizione e tra cui fare una scelta». E se, a differenza di quanto scrivono La Porta e Leonelli nel Dizionario, non possono essere considerati critici militanti Pietro Citati («lo è stato negli anni Cinquanta, adesso ci parla solo dei classici») o Roberto Calasso («un ginnasta degli assoluti»), oggi, secondo Onofri, la categoria gode di buona salute: «La rappresentano bene Alfonso Berardinelli, Raffaele Manica, Giorgio Ficara, Bruno Pischedda, Massimo Raffaelli, il giovane Paolo Febbraro. Anche Andrea Cortellessa ha una grande attrezzatura tecnica, ma, anche lui, a volte, rischia di dire troppi sì».

Quanta confusione sotto la stroncatura
Di Giorgio De Rienzo
Ogni anno torna il tormentone: la critica «militante» c' è ancora? Se c' è, che fa? Deve privilegiare gusto o impegno? esprimere un giudizio o solo la comprensione del testo? Il tema, nella forma, varia. Il tema può esser questo: stroncare è bello. Cadono allora qua e là colpi vibrati a caso. Il gioco diverte ma presto stanca. Arriva dunque un ribaltone che muta lo spettacolo con un' idea curiosa: l' autore reclama il diritto all' «autorecensione». E perché no? È un intrattenimento, con cui si può smarrire con leggerezza il buon senso. Ma mentre si discute, si consolida la confusione. I critici scrivono poesie e romanzi, mentre poeti e narratori si fanno recensori. Nulla di male, per carità, se non si stabilisse una complicità scaltra a fare chiasso. Le recensioni diventano inutili: il loro modesto scopo era quello di informare il lettore su un libro letto con umiltà e senza pregiudizi. Ma da almeno vent' anni un fatto è ben visibile: i lettori di un giornale spesso non hanno un critico di riferimento a cui credere, mentre l' intervista di promozione, la notizia costruita intorno a un libro prendono sempre più spazio. È uno scaltro «fai da te» di chi scrive o stampa libri che rende solo decorativa (quando lo è) la recensione. A un critico serio, per riuscire a esprimersi dignitosamente, non resta altro allora che acquisire un prestigio personale sui lettori, nonché imparare a destreggiarsi fra regole ambigue. Non è un problema. Conoscere le regole, saperci stare dentro, senza macchiarsi (in proprio) di nefandezze, è facile. Difficile è invece capire in ogni momento la parte che si recita, quando tutto congiura nel mondo fittizio della cronaca culturale ad alzare un polverone. Perché può accadere che un recensore svolga allegramente il suo lavoro di fantasia, senza badare a ciò che legge (se legge). L' importante è che il mondo irreale non si sveli nel proprio «nulla» mascherato dal luccichio. Ma, in realtà, in questo nulla la critica non solo è inutile: diventa impossibile.
«Corriere della sera» del 28 novembre 2007

L’estremista è lo scrittore

Il romanzo di Domenico Starnone
di Paolo Di Stefano
Il nuovo romanzo di Domenico Starnone, Prima esecuzione (Feltrinelli, pagine 142, 12), è anche un libro sul terrorismo. Anche. Ma soprattutto è un romanzo sullo scrivere romanzi e, a suo modo, diciamo, calviniano. Un metaromanzo? Detto così, il rischio è che possa apparire noiosissimo a chi non l’abbia ancora letto, e invece il fatto sorprendente è che non lo è per niente, noioso. È un libro a tratti avvincente con una trama che ti tiene sulle spine, ma che viene di continuo posta in discussione e persino qua e là aggiustata in diretta dall’autore, che entra nella narrazione a mettersi in gioco in prima persona. Il romanzo è infatti costruito su un doppio binario. Da una parte la storia di Domenico Stasi, un professore in pensione coinvolto dalla sua ex allieva Nina, ormai più che trentenne e accusata di associazione a banda armata, in una vicenda di probabili complicità e violenze. Dall’altra c’è l’autore, Starnone, che interviene a ragguagliare il lettore sull’elaborazione del racconto, sui dubbi che lo hanno portato a scegliere una soluzione narrativa piuttosto che l’altra, sulle implicazioni autobiografiche della vicenda, eccetera. In tal senso, il romanzo di Starnone è anche anticalviniano, poiché porta a galla le emergenze personali ed emotive dell’autore. Per esempio, dopo che il professor Stasi, in preda ai malesseri della vecchiaia aggravati dalla vedovanza, si è recato (come richiestogli da Nina) a visionare nell’appartamento di uno sconosciuto una copia della Morte di Virgilio di Broch, l’autore fa capolino confessando la propria insoddisfazione per quell’incipit. E precisando che nel fabbricare il suo romanzo aveva sovrapposto materiali della realtà a elementi di pura fantasia, combinandoli in maniera capricciosa e spesso inconsapevole. Sicché il libro finisce per mettere a nudo i sottili meccanismi dell’invenzione letteraria (e sarebbe sicuramente piaciuto a una studiosa come Maria Corti, attenta esaminatrice dei percorsi mentali da cui nasce un testo narrativo o poetico). Fatto sta che Prima esecuzione si presenta al lettore più che come un romanzo vero e proprio come la storia dell’elaborazione (la «prima esecuzione», appunto) di un romanzo possibile, comprese le ipotesi via via scartate. E insomma, alla fine, il libro risulta anche una provocazione rispetto alla letteratura esistente: da una parte quella che lavora sulle riesumazioni di forme del passato (e che mette al bando l’esperienza individuale) o di generi collaudati (giallo, noir eccetera, insomma le narrazioni di pura trama); dall’altra quella neorealista o documentaria e civilmente impegnata. Il tutto avviene recuperando altre forme, tipicamente novecentesche, magari cadute in disuso, come il racconto morale e il saggio autobiografico, e lasciando che il «thriller» che affiora qua e là (una pistola recapitata al protagonista...) si configuri come una sorta di parodia delle ossessioni o mode letterarie correnti. Starnone prende tre-quattro piccioni con una fava, ma senza darlo a vedere. Con ironia e leggerezza. Il suo libro potrebbe essere definito comodamente un romanzo politico, certo. C’è anche questo, ma qui si tratta di una riflessione non tanto su ciò-che-eravamo negli anni di piombo, quanto sul sottile velo che separa colpa e innocenza, sulla trasmissione del sapere, sulla memoria, sul valore morale dell’insegnare, sul rapporto tra le generazioni. È proprio a Sellitto, un ex compagno di classe di Nina diventato commissario di polizia, che è toccato il compito di arrestarla: e allora com’è possibile che da un maestro che per una vita ha predicato la necessità di ribellarsi alle ingiustizie siano venuti fuori due tipi tanto diversi, una rivoluzionaria in armi e un difensore dell’ordine costituito? È chiaro che Stasi sta idealmente con la prima, per quella sua tenace «abitudine mentale a forme di reazione estrema». Finirà così per obbedire agli ordini che giungono da uno o più invisibili demiurghi e per costeggiare la violenza. Rischiando sempre di perdersi, ma senza mai perdere il filo della sua storia. Perché il primo dei suoi demiurghi è l’autore del romanzo.
«Corriere della sera» del 14 novembre 2007

Un governo per Internet

L’utopia anarchica della Rete soccombe davanti a pirati e interferenze politico-economiche: Forum mondiale a Rio de Janeiro
di Giuseppe Romano
L’Internet Governance Forum che s’è svolto a Rio de Janeiro dal 12 al 15 novembre era un evento. E non soltanto perché vi partecipavano delegazioni governative di novanta nazioni, organizzazioni internazionali e imprese private. In ballo c’era una materia scottante: il governo dell’Internet. Significa accordi internazionali per la gestione della tecnologia, ma anche per attenuare il digital divide tra Paesi ricchi e poveri e per tutelare i diritti dei più deboli. Inoltre, leggi certe a difesa della privacy. Noi italiani abbiamo ottenuto qualcosa d’importante. La nostra delegazione era portatrice di una Bill of Rights, una carta dei diritti e dei doveri nell’Internet, che – ha dichiarato il sottosegretario alle Comunicazioni Luigi Vimercati, capodelegazione – «tuteli la libertà e l’accesso di tutti». Dopo un acceso dibattito, al termine del Forum è stato sottoscritto un accordo bilaterale tra Italia e Brasile, Paese organizzatore, affinché la “Costituzione” dell’Internet venga proposta come tema fondamentale nel prossimo Forum, in programma a Nuova Delhi l’anno venturo. La strada è tortuosa. Il dibattito rimonta ai primi vagiti della rete globale, ed è dovuto ai presupposti, tecnologici ma anche ideologici, su cui si basa l’Internet: decentramento assoluto, libertà senza confini, possibilità di esprimersi, di dialogare, di discutere senza limitazioni. Nonché di comprare e di vendere, di pubblicizzarsi e di commercializzarsi su scala globale. S’è constatato il villaggio digitale globale genera nuovi reati. In Usa, dicono le statistiche, le vittime di furto d’identità si aggirano tra i sette e i dieci milioni annui dal 2003 al 2007. Spacciarsi per un’altra persona fittizia o reale è tutt’altro che impossibile per chi sa come muoversi, e intercettare codici fiscali, numeri di carte di credito, codici d’accesso a sistemi di pagamento e a conti correnti in Rete. Avviene dappertutto, anche in Italia. Sono frodi che in massima parte avvengono o partono dalla rete elettronica.
Per esempio con quelle mail che a tutti è capitato di ricevere da qualcuno che, imitando banche, poste, istituti vari, invita ad «accedere per una verifica della password». Il reato connesso si chiama phishing (significa “spillaggio” di dati sensibili) e non pochi abboccano. Ci sono altri problemi. Gli undicimila delegati ufficiali che tre anni fa, nel novembre 2005, si riunirono a Tunisi sotto l’egida dell’Onu per dibattere sulla libertà nell’Internet, erano giunti al punto di rottura sulle ingerenze dei governi nella Rete. Obiettivo principale di alcune nazioni – tra cui Cina e Cuba – era sottrarre il bastone del comando agli Stati Uniti. Che, essendone i creatori, sono stati a lungo anche i gestori dell’architettura che tiene in funzione la connessione mondiale. Se i server transoceanici funzionano, se i siti e gli indirizzi elettronici hanno nomi che non si confondono e non s’impasticciano, lo dobbiamo a un ente statunitense che fa di nome Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers). A Tunisi prevalse una linea ragionevole. Gli Stati sovrani avrebbero acquisito responsabilità sui domini Internet nazionali (.it, e via dicendo), e si sarebbe iniziato un percorso di discussione.
Momenti consultivi per definire un assetto dell’Internet che tenga conto delle esigenze e dei diritti di tutti: vale a dire Stati, cittadini, aziende. Proprio da queste ultime vengono segnali inquietanti. Se infatti qualsiasi criminale può usare la rete a fini distorti – furti, pedofilia, mafie ecc. –, è ancor più vero che enormi interessi commerciali rischiano di condizionare pesantemente la facilità e libertà di comunicazione. In Cina, nel 2004, Google e Yahoo hanno accettato con una discussa decisione che il governo locale imponesse restrizioni sugli argomenti rintracciabili con i loro motori di ricerca. E così «Tibet libero» scomparve dai link accessibili ai cinesi. Censura? Allo stesso modo in Germania e in Austria, dove la legge li vieta, vengono rimossi i contenuti neonazisti. Da tempo si sospettava che le etichette discografiche e cinematografiche usassero mezzi poco ortodossi per difendersi dai pirati informatici.
Se n’è avuta conferma a settembre scorso, quando mani misteriose hanno violato e diffuso la corrispondenza riservata di Media Defender, organizzazione che – per conto di aziende dello spettacolo – contrasta il file sharing sulla Rete. Migliaia di mail documentavano effrazioni, tracciamenti, spionaggi elettronici a danno di cittadini preventivamente ritenuti sospettabili di copiare canzoni e film. Il rischio che l’Internet si riduca a un territorio lottizzato e controllato a scopi politici e commerciali è così prossimo che qualcuno invita a tagliare la testa al toro, coniando il termine di
deprivacy: la cessione volontaria dei propri diritti in materia da parte del cittadino. Il quale, in questo modo, potrebbe almeno negoziare con governi e industrie l’uso che viene fatto dei dati sensibili che gli vengono sottratti. Non Ë una boutade, se si considera la fonte: Donald Kerr, direttore del Dni.
La sigla sta per Director of National Intelligence, ed è l’organo preposto alla sicurezza e alla prevenzione antiterrorismo in Usa dopo l’11 Settembre. Sì, c’è proprio bisogno di ragionare su un “governo dell’Internet”. Che metta tutti al riparo, per quanto possibile, dall’ingerenza clamorosa o nascosta di chiunque, per qualsiasi ragione, in qualsiasi maniera. Senza regole non c’è libertà che tenga.
«Avvenire» del 22 novembre 2007

09 dicembre 2007

7 dicembre 2007: gita a Firenze

A conclusione della 'Settimana dello studente 2007' siamo andati a Firenze, sia perché è l'oggetto delle ultime lezioni di storia dell'arte, sia perché è l'ambiente in cui si muovono la maggior parte degli autori della letteratura italiana che stiamo studiando e che studieremo. Ci accimpagnano i proff Pelliccioni e Toscano.

Appuntamento alle 6.45 (!) davanti a scuola, per essere a Firenze intorno alle 11.00.


Cominciamo il giro con la chiesa della SS. Annunziata, con l'annesso Ospedale degli Innocenti. Nella foto un gruppetto del 4 F in posa davanti ad una delle fontane della piazza.


Andiamo verso il Duomo, dove alcuni del 3 F, forti delle spiegazioni del prof. Pizzi spiegano le fasi della costruzione e le caratteristiche dell'esterno e degli interni.







Facciamo le 'inevitabili' foto di gruppo davanti alle incredibili porte del "mio bel San Giovanni", come Dante chiama il Battistero di Firenze.








Dopo la pausa al classico McDonald, ci muoviamo verso piazza della Signoria, dove ci fermiamo un po' per gustare uno dei più bei 'salotti' d'Italia.

Andiamo - nonostante la pioggia non forte ma fastidiosa - verso ponte Vecchio. Riusciamo a fare l'altra 'inevitabile' foto di gruppo.









Il viaggio di ritorno è stato ... devastante e divertente!