14 ottobre 2007

Scienza: chi la vuole atea?

di Giorgio Israel
Il tema del rapporto tra scienza e religione è sempre più materia di uno scontro non soltanto culturale ma addirittura politico che si manifesta in termini particolarmente accesi. Questo scontro rappresenta uno sviluppo particolarmente critico, in quanto il tema in oggetto coinvolge questioni molto complesse e delicate di storia della scienza e del pensiero scientifico, filosofico e teologico, che vengono spesso trascinate nell’arena in modo rozzo e strumentale. Appare quindi importante respingere le tentazioni di scendere a questo livello di diatriba e ripristinare un approccio rigoroso, oggettivo, documentato ed equilibrato alla questione del rapporto tra scienza e religione e delle sfide che esso pone nell’attuale società tecnoscientifica. È opportuno stendere un breve inventario delle strumentalizzazioni e delle deformazioni correnti nell’attuale dibattito, perché ciò consente di comprendere meglio in che modo esso possa riportato entro una cornice di razionalità.
I punti di vista che affermano che tra scienza e religione esiste una contrapposizione irriducibile, presentano una contraddizione epistemologica – che spesso si manifesta nelle forme di un contrasto tra persone che tuttavia condividono la medesima ostilità nei confronti della religione e sono convinte della loro inconciliabilità – e ricorrono a una serie di falsificazioni storiografiche. La contraddizione si presenta nella forma seguente. Da un lato si afferma che la religione è soltanto superstizione e dogmatismo, espressione del fondo irrazionale dell’animo umano, mentre la scienza è manifestazione piena della razionalità ed è l’unica via per l’acquisizione di verità oggettive. Si è arrivati al punto di affermare che la scienza è la “religione della verità” e che «all’assolutismo politico­teologico, impantanato nelle sabbie mobili della rivelazione e della fede, va contrapposto non il relativismo filosofico ma l’assolutismo matematico e scientifico, fondato sulle rocce della dimostrazione e della sperimentazione» (Odifreddi). Dall’altro lato, invece, si condanna l’aspirazione religiosa alla verità come espressione di oscurantismo, in quanto l’idea stessa di “verità oggettiva” sarebbe assurda e improponibile. Dato che le opinioni circa i fatti reali sono necessariamente molteplici e poiché non esisterebbe alcun modo di decidere definitivamente tra di esse, se ne deduce che l’essenza della scienza è il relativismo, ovvero l’acquisizione di asserti provvisori e tutt’al più correggibili, ma che spesso debbono essere radicalmente abbandonati per altri asserti. Anzi, la scienza sarebbe “la” forma di conoscenza razionale, laica e antidogmatica proprio perché, per sua natura, è relativista. In tal senso essa si contrappone inevitabilmente al dogmatismo religioso.
Questa posizione – che è sostenuta da una platea molto più larga della precedente – è difesa in Italia da persone come Giulio Giorello ed Enrico Bellone; anche se quest’ultimo, fino a pochi anni fa, era fautore acceso della linea precedente e aspro critico della microsociologia della scienza, che è il massimo baluardo della posizione relativista (valga per tutti citare David Bloor). La situazione è curiosa. Il contrasto tra i due punti di vista non potrebbe essere più evidente e, come mostra la prima citazione, i fautori della scienza come “religione della verità” (fautori del più rigido oggettivismo) rigettano il relativismo. I secondi articolano invece in modo diversificato la loro concezione relativista: nei casi più “moderati” sostengono che la scienza può proporre soltanto asserti in termini di probabilità (Giorello), nei casi più estremi adottano un modello naturalistico (biologico) dello sviluppo culturale, per cui anche le teorie scientifiche sono prodotto di strutture biologiche transeunti, il che pone il problema di come dare qualche carattere di persistenza e adattabilità a una cultura soggetta alle mutazioni ambientali, il quale «non è detto che abbia soluzione» (Bellone). È evidente che quest’ultima posizione estrema ricade sotto la vecchia critica di Merton al «caratteristico circolo vizioso» del relativismo radicale «nel quale le proposizioni stesse che asseriscono questo relativismo sono ipso facto invalide» e si colloca agli antipodi del classico oggettivismo scientista che attribuisce alla scienza un ruolo di acquisizione di verità fondate sulla roccia. Ma anche le posizioni più moderate sono in piena contraddizione con tale oggettivismo, come è reso evidente dai loro riferimenti teorici (per esempio, le posizioni del probabilismo soggettivista di Bruno de Finetti). Insomma, siamo di fronte a un panorama talmente variegato e contraddittorio che ci si chiede che cosa vi sia di comune in posizioni del genere. Eppure, le contraddizioni che le dividono – in modo talora insolubile – non emergono mai, anzi vengono tenute accuratamente nascoste in nome di un comune e supremo obbiettivo: combattere il fanatismo e la superstizione delle religioni, la loro intrusione nella sfera politica, in nome della difesa della laicità minacciata. Non sembra che si possa dare un esempio più chiaro del carattere strumentale e “di bandiera” con cui viene messa assieme un’accozzaglia di posizioni in contrasto tra di loro, per scopi di mera battaglia politico-culturale – qualcosa che fa pensare a certi schieramenti politici costruiti per puro scopo di potere e di contrasto del “nemico” – e di come, per tale via, anche il dibattito culturale venga degradato a livelli infimi.
Accenniamo ora ad alcune delle falsificazioni storiche con cui si tenta di sostenere questa battaglia culturale, e che vengono proposte a qualsiasi prezzo, anche a quello di ridurre la storia della scienza a una parodia. La difficoltà più elementare di fronte a cui si trovano i sostenitori della tesi del contrasto irriducibile tra scienza e religione è di spiegare come mai tutti i fondatori della scienza moderna fossero religiosi (anzi dei “teologi laici”, per dirla con Amos Funkenstein). Le risposte sono variegate: a) non si poteva non essere religiosi, a quei tempi; b) si trattava di forme di superstizione che rappresentavano soltanto incrostazioni residue attorno all’emergere di un nuovo spirito razionale; c) l’intolleranza delle religioni costringeva a una religiosità di facciata cui non corrispondeva alcuna convinzione reale, insomma a una sorta di marranismo generalizzato. Le opere teologiche di Newton vengono liquidate come espressione di rimbecillimento senile del grande scienziato (sebbene siano opere per lo più giovanili o del periodo maturo). L’opera filosofica di Cartesio viene casomai citata come argomento per “spiegare” la debolezza delle sue spiegazioni fisiche. Viene inoltre avanzata un’altra spiegazione più sottile che rappresenta la più grossolana falsificazione corrente. Si sostiene che il Dio dei protagonisti della rivoluzione scientifica era ormai divenuto un Dio impersonale – il che è grossolanamente falso, per esempio nel caso di Newton – anzi un Dio coincidente con la natura, secondo la formula spinoziana “Deus sive Natura”, perciò la residua religiosità di quei protagonisti sarebbe soltanto una forma di panteismo; e il panteismo – altro passaggio cruciale in questa ricostruzione di comodo – non è altro che ateismo mascherato.
È facile trovare in ogni angolo le tracce di questa vulgata: si pensi, ad esempio, al libro-dibattito tra il neuroscienziato Jean-Pierre Changeux e il filosofo Paul Ricoeur. I cardini di questa ricostruzione sono: il pensiero di Spinoza è la rappresentazione emblematica del metodo scientifico ed esprime la posizione più diffusa tra gli scienziati del Seicento e primo Settecento (il che è a dir poco discutibile); questo pensiero è ateo e materialista (invano Ricoeur tenta di confutare quest’affermazione, chiedendo che Spinoza venga letto per intero); pertanto, la scienza per sua essenza è atea e materialista.
In linea generale, si tende a soffocare l’interesse per le analisi – che pure avevano conosciuto significativi sviluppi negli ultimi decenni del secolo scorso – volte a ricostruire il legame profondo ed essenziale tra i concetti fondanti della scienza moderna – in particolare quelli di spazio e di tempo – e le “teologie laiche” dei grandi protagonisti della rivoluzione scientifica.
«Avvenire» del 14 ottobre 2007

12 ottobre 2007

Graffiti, quali sono i confini dell’arte

Dopo la proposta di legge sulla punibilità dei «writers» critici e studiosi si dividono
di Stefano Bucci
Dorfles: «Sfoghi banali». Boeri: «Sono anche un fenomeno sociale»
In fondo sembra essere soltanto una questione di limiti: il limite che divide gli imbrattamuri dagli artisti, il limite che separa i writers punibili con i lavori obbligati (secondo il nuovo «pacchetto di sicurezza» del Governo) dagli emuli di quel Jean-Michel Basquiat che nel 1977 iniziò ad «affrescare» i muri di New York (con l’acronimo SAMO ovvero «SAMe Old Shit») e che oggi può contare su quotazioni in crescita del 45% in un anno (un suo Warrior è stato da poco venduto da Sotheby’s a Londra per quasi tre milioni di sterline). Ma non è così semplice perché la graffiti art è un’«arte di frontiera» nata da una contraddizione: quella «di usare come principale veicolo espressivo le scritte e i disegni tracciati abusivamente sui muri di edifici, vagoni, stazioni della metropolitana». E quindi di essere, di per sé, un’arte punibile per legge: qualche anno fa sette giovani artisti avevano addirittura fatto causa al comune di New York perché «vietava ai minori di 21 anni di acquistare le bombolette spray e i pennarelli a punta larga usati per scrivere sui muri, non garantendo così la libertà di espressione sancita dalla Costituzione. Certo non tutti sono degni di Keith Haring o di Donald Baechler, ma il critico Vittorio Sgarbi parla da sempre di «graffitari che migliorano la realtà» (Dacia Maraini denuncia invece «le scritte prepotenti, funeree, violente che comunicano egocentrismo desolato e disperata frustrazione»). Secondo l’architetto Vittorio Gregotti «al di là dei pochi veri artisti», la maggior parte è come «il vaffanculo di chi protesta, non ha senso». E spiega: «Tutto è iniziato negli anni Settanta nei quartieri ghetto del Bronx, dunque in Italia è un fenomeno di riporto che tocca Milano e poche altre realtà. La pretesa capacità di cambiare le periferie? Ci vuole ben altro». Per il professor Gillo Dorfles «l’eccesso è sbagliato in tutti i casi: lo sfogo è comprensibile ma è altrettanto giusto che chi sporca i monumenti pulisca. Dal punto di vista artistico va però chiarito che ormai si tratta di uno sfogo molto banale». Stefano Boeri, architetto e direttore di «Abitare» parla di gigantesco equivoco: «In Italia, e solo qui, si continua a giudicare e commentare i graffiti come se fossero un’espressione artistica, fino al punto da arrivare al ridicolo paradosso di esporli in uno spazio dedicato all’arte come il Pac di Milano. Ormai sono invece solo un fenomeno sociale rispettabile e diffuso, non governabile con leggi e norme: al contrario, perseguendolo si alimenta proprio quel meccanismo di autorappresentazione che i graffiti consentono». Il Brooklyn Museum di New York, l’anno scorso, aveva dedicato una mostra all’arte dei graffiti; dall’altra parte del mondo, il museo Mahmoud Moktar del Cairo ha fatto tappezzare i propri muri dai graffitari («mettere tutti quegli artisti in una stanza con colori e bombolette sarebbe stato pericoloso - spiegano -, con quegli spray qualcuno si sarebbe intossicato»). Ma neppure questa «nobilitazione» convince del tutto: il critico e storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle definisce «irrealizzabile» la museificazione «perché il graffitaro è un ribelle che deve rinnovare la città direttamente "sulla strada" con i suoi disegni». Ma Quintavalle non contesta però il valore di questa espressività: «Dire che non è arte è un errore storico. Chi lo fa non pensa alle chiese dipinte del Medioevo, ai graffiti monocromi di Polidoro e Maturino, all’età greca o al Rinascimento. Certo, poi è arrivato il neoclassicismo è tutto e diventato grigio. Il risultato sono le nostre città di oggi».
«Corriere della sera» del 10 ottobre 2007

Le mille ipocrisie della casta letteraria

Dai premi truccati ai critici che elargiscono patenti o stendono veti con logiche da consorteria. E i nuovi «salotti» proni alle regole del banale televisivo. Parlano gli intellettuali
di Fulvio Panzeri
Negli anni Sessanta e Settan­ta c’erano i salotti romani guidati da Moravia, Pasolini e Siciliano e certe pastette o certi veti rispetto a scrittori scomodi o non 'integrati' in questi giri, dietro ai giochini di sostegno benevolo o di raccomandazione evidente, c’era una facciata di rigore intellettuale, data anche dal di più della disputa ideologica che salvava e giustificava tutto. Passano gli anni, ma nulla cambia e il modello del salotto ro­mano fa strada nella società lettera­ria italiana e si espande e si diffon­de, creando quelle che Alfonso Be­rardinelli su Avvenire nei giorni scorsi (dopo una riflessione di Filip­po La Porta sul Riformista), ha chia­mato 'mafie buone' e 'mafie catti­ve', «mafie anche a fin di bene», che si insinuano e inquinano quello che invece dovrebbe essere un semplice 'fare cultura'. E il nuovo modello di 'salotto italiano', che trova sedi a Torino, ma anche a Mi­lano, nel Triveneto e a Roma, 'lupa' genetrice del salotto, è in ascesa li­bera, come da modelli televisivi for­temente in voga in questi decenni. Certi salotti mantengono la loro di­mensione discreta e potente, altri si involgariscono e trasformano que­sta nostra società letteraria in un vero e proprio Circo Barnum, dove i premi spesso sono 'truccati'. Non c’è bisogno di essere Giucas Casella per sapere chi vincerà il premio Strega 2008: già circola il nome (che non faremo, per lasciare la sorpresa al pubblico), come era circolato ne­gli anni scorsi e l’esito finale non ha mai smentito le funeste previsioni. E dove le recensioni sono un gioco al baratto, io la faccio a te e tu la fai a me e magari poi ci costruiamo un gossip che serve a fare schizzare il libro in classifica. E ancora le case editrici, le maggiori, pubblicano tanto, troppo, senza editing, libri che sembrano bozze non corrette, manoscritti che danno l’impressio­ne di essere stati raccattati dalla strada e magari dietro si nasconde un 'padrino' eccellente che serve la buona causa di lanciare uno scrittore magari 'bisognoso', un po’ come era il patronato di una volta. Con un chiodo fisso: portare il salotto in televisione e istituire co­sì il cosiddetto circo mediatico. Questi i fatti sommari di quella che alcu­ni si ostinano a chiamare 'casta letteraria'. Er­manno Pacca­gnini, docente universitario al­la Cattolica e critico del Cor­riere della Sera, ritiene eccessivo definire tutto que­sto come una 'casta': «È troppo e offende il valore storico che questa parola ha avuto. Quella della so­cietà letteraria italiana è una situa­zione da sottobanco, non può esse­re nobilitata dall’essere chiamata 'casta'. Oggi la società letteraria si fonda sul concetto del 'dare per a­vere' e riconosci facilmente queste mosse. Il problema di fondo è quel­lo dell’onestà intellettuale che viene a mancare, perché i recensori in ge­nere non hanno più una propria deontologia che porta a non com­promettersi con le case editrici con cui si collabora. Se per esempio un critico dirige una collana di lettera­tura dovrebbe evitare di recensire i libri che pubblica. Invece succede proprio il contrario e quando l’ho fatto notare, mi è stato risposto che è un comportamento assolutamen­te lecito. Il responsabile di un sup­plemento culturale dovrebbe di­mettersi, per onestà, da qualsiasi consulenza di tipo editoriale. Que­sto però non avviene». E aggiunge lo scrittore Guido Con­ti: «Il clientelismo della critica è e­vidente. Più che alla sostanza del libro si guarda a fattori personali. Certi giornali preferiscono recen­sire solo alcune case editrici parti­colari e il perché lo si scopre subi­to, in quanto i responsabili delle pagine di cultura pubblicano pro­prio per quelle case editrici o per quei gruppi». A complicare le cose ci si mettono anche gli scrittori che si inventano critici e si recensiscono tra di loro, un po’ com’è abitudine ormai qua­rantennale in Italia nell’ambito del­la poesia, dove i poeti fanno tutto, scrivono i libri, li recensiscono tra loro e poi firmano anche le antolo­gie, senza nessun confronto. Paola Mastrocola, dal suo 'ritiro' torinese se la prende con la critica letteraria che ha perso un proprio metodo: «Non mi piace questa continua me­scolanza di ruoli. La trovo scorretta. Va bene che il critico faccia lo scrit­tore (o viceversa) se ha una voca­zione narrativa o una forte tenta­zione critica, ma non deve recensire altri scrittori italiani. È malsano parlare di gente che frequenti, che fa il tuo stesso lavoro, con cui ti scon­tri magari sul piano delle poetiche. Me­glio astenersi. E non solo per u­na questione di eleganza for­male ». Per Paccagnini si tratta di «una de­viazione critica che diventa delete­ria » e specifica come «non si sia an­cora riusciti a liberarsi del modello Siciliano che esisteva una volta e che era più scafato di quanto succe­de adesso, con una dose di forte in­genuità ». E aggiunge un dato inedi­to, quello del giovane scrittore che dirige le collane letterarie: «Non so­no ancora riusciti a dare un’opera compiuta di sé e valevole di una ci­tazione e già a 26 anni sono respon­sabili o di collane o addirittura si in­ventano maestri nelle scuole di scrittura». Ha invece abbandonato subito la più prestigiosa Marco Missiroli, au­tore de Il buio addosso, 25 anni, transfugo dalla Scuola Holden: «Le scuole di scrittura non sono luoghi di potere, fanno solo perdere la fi­ducia in se se stessi. Hanno il van­taggio di offrire vie preferenziali, ca­nali già attivati, conoscenze con le case editrici. Però la competizione lì è troppa e deleteria». E come so­pravvive un giovane autore che de­cide di rimanere fedele alla propria etica: «Se non hai accettato la logica dei sottogruppi che ti può portare dei vantaggi, stai per i fatti tuoi, ri­mani isolato e vai a finire nel di­menticatoio. L’antidoto è quello di scrivere un buon libro, per stare so­pra qualsiasi giochetto editoriale. Un buon libro sfonda comunque e elimina qualsiasi gruppo, perché credo che le coscienze dei lettori siano ancora molto ricettive». È anche l’antidoto di Paola Mastro­cola: «Se c’è un mondo salottiero che lega gli scrittori non posso dirlo precisamente. Io non frequento niente e nessuno e mi piace stare con gente che non abbia a che fare con la letteratura. Tanto sui libri, più che la critica, decide il pubblico. La mia è l’ottica di uno scrittore che risponde solo ai suoi lettori». Eppure oggi i libri in classifica sono spesso casi costruiti a tavolino, per fare effetto, casi mediatici o trainati dalle pagine culturali dei giornali che sono in piena crisi. Paccagnini è molto severo in questo senso: «C’è stato uno smantellamento del concetto di cultura nei quotidiani e oggi non interessa più l’approfondi­mento, ma la concorrenza. Così tut­to è stato ridotto alla chiacchiera, alla ricerca dello scoop (spesso fal­so), al capolavoro presunto e grida­to. Si è pensato che la cultura, inte­sa come fortino, poteva essere più comunicativa e così è iniziato il processo di spettacolarizzazione, dove cultura equivale a gossip cul­turale. Così se oggi dovessero arri­vare in redazione un inedito di Montale e uno di Moana Pozzi, si sceglierebbe senz’altro quello della pornostar». Il resto viene da sé, di degrado in degrado, con poche sacche di resi­stenza. E un principio sepolto: l’eti­ca personale cui ognuno risponde.
Avvenire del 10 ottobre 2007

Letteratura: la vera casta la fa il mercato

di Maurizio Cecchetti
Cominciamo con un’annotazione di buon senso. La moda esiste per imporre alla gente qualcosa di cui potrebbe fare normalmente a meno. Questo vale per i vestiti, per i gusti alimentari, per gli oggetti di qualunque genere, purché trendy, e vale anche per il linguaggio. Anzi, il linguaggio è spesso il sintomo di una nuova moda in fieri. Adesso è la «casta», parola che si diffonde a non finire e insidia tutti. Dopo i politici (grazie al libro di Stella&Rizzo), si cominciano a vedere potentati e privilegiati ovunque: «Il giornale dell’arte», per esempio, pubblica un editoriale il cui titolo cela il vezzo moraleggiante con un calembour: «La Casta dell’asta». E sul banco degli imputati non poteva mancare, in questo nuovo spirito dei tempi, anche la «casta letteraria» (vedi «Avvenire» di ieri). Di questo passo avremo presto processi alle caste delle casalinghe, dei macellai, dei ragionieri, delle maestre d’asilo, dei tassisti, delle lavandaie... Non so perché ma un simile impulso moralizzatore mi ricorda i «gattopardi». E veniamo alla materia del contendere. Nel dibattito di «Avvenire» Ermanno Paccagnini ieri scommetteva che se oggi arrivasse sui tavoli di una casa editrice un libro di Montale e un altro di Moana Pozzi, la scelta cadrebbe chiaramente sul libro della pornostar. Pensare che questo sia una questione di casta è un paralogismo. In questi anni abbiamo visto furoreggiare in libreria comici e personaggi televisivi spacciati persino per grandi scrittori. E sono proliferati i libri-spazzatura, i libri-scatola­vuota, i libri tossici e inquinanti. Prodotti che hanno formato una «classe» di lettori che confondono la lettura con lo svago e il divertimento (che in sé non è un male, a patto che non diventi imbecillità). I poteri culturali, poi, oggi sono in mano non agli scrittori o ai critici, ma ai manager, ai finanzieri, a quelli che fanno i conti e su questi decidono che cosa pubblicare. Magari, fatti i soldi col «best-seller» progettato a tavolino, elargiscono un po’ di quel capitale pubblicando anche i cosiddetti veri scrittori, che da un lato accusano il sistema, ma in realtà sperano sempre di trovare per il loro libro editori grandi o trendy. È un tale intreccio di personaggi, ruoli, aspettative che risulta difficile dire quale sia la casta, poiché è proprio l’idea di sistema che non rende possibile stabilire un solo responsabile, mentre si sa che quello stesso sistema somma in sé un’infinità di poteri. L’estate scorsa un divertente teatrino vide la presidentessa di un premio accusata da gran parte della giuria di scelte autoritarie. Tutto, alla fine, è svanito come una bolla di sapone. E l’ineffabile signora commentava ironica: tanto baccano per nulla, in fondo si sa che quello dei premi è soltanto un giochino. Adesso c’è chi giura che sia già stato deciso il vincitore del premio Strega 2008 (qualcuno ha scritto il nome su un foglio, l’ha chiuso in una busta e l’ha affidato a un notaio, caso mai domani si dicesse che i giochi non erano già fatti. E il nome pare sia quello di uno scrittore fresco di un’ambiziosissima impresa letteraria già stroncata da tre o quattro critici. Si parla di complotto, e in questi casi, si sa, l’unica arma per risollevarsi è la pubblicità subliminale e la vocina dei suggeritori sibila alle orecchie giuste: «vota Antonio! vota Antonio! vota Antonio!»). Le vere caste, in realtà, sono consapevoli dei loro privilegi, hanno il senso del ridicolo ed esercitano il potere in modo quasi sacrale. La nostra querelle, invece, riguarda banalissime consorterie; ma mentre in passato si sentivano volare reciproche accuse di mafia per il modo con cui ciascuna controllava spazi importanti del sistema editoriale, oggi, mentre sono i bilanci a dettare legge, sembra che quegli stessi poteri elemosino il loro diritto a far passare opere di qualità. Più che una casta, dunque, sembra il teatro dell’assurdo, o peggio una presa in giro.
Avvenire dell'11 ottobre 2007

Le scuole paritarie? Un affare per lo Stato

L’Agesc: le casse pubbliche risparmiano 6 miliardi
di Enrico Lenzi
Un risparmio di sei miliardi e 200 milioni di euro. A tanto ammonta, secondo un dos­sier realizzato dall’Associazione ge­nitori delle scuole cattoliche (Age­sc), il «mancato esborso» dalle cas­se dello Stato in campo educativo, dovuto proprio alla presenza degli istituti paritari. Un costo che lo Sta­to dovrebbe accollarsi interamen­te «se le nostre scuole dovessero improvvisamente chiudere e il mi­lione di studenti, dalla scuola del­l’infanzia alle superiori, si iscrives­se negli istituti statali», sottolinea Maria Grazia Colombo, presidente nazionale dell’Agesc. Cifre che sto­nano rispetto alle incredibili accu­se di presunti favori economici ver­so la scuola paritaria, quella catto­lica in particolare. «Abbiamo pre­so in esame gli stanziamenti fatti per la paritaria dal 1996 al 2006 – spiega ancora la presidente –, dun­que con la copertura di due legi­slature con governi di diverso co­lore. I dati dimostrano che l’opera­to delle diverse maggioranze suc­cedutesi al governo del Paese è sta­to ampiamente insufficiente». La situazione di partenza vedeva due capitoli di spesa nel 1996: uno per le scuole materne (intorno ai 100 milioni di euro) e uno per le e­lementari parificate (una trentina di milioni di euro), per uno stan­ziamento totale di circa 134 milio- ni. Nel 2000 venne approvata la leg­ge numero 62 sulla parità scolasti­ca, che aumentò l’importo com­plessivo di 179 milioni di euro, di cui 144,6 per le materne, 30,9 per le elementari e 3,6 per l’integra­zione degli alunni disabili. Nella Fi­nanziaria 2001, l’ultima del gover­no di centrosinistra, i contributi ar­rivarono a 473 milioni di euro, di cui 349 per le materne, 118 per le elementari, 5,5 alle secondarie e 3,6 per l’integrazione dei disabili. Do­po aver governato per i successivi cinque anni, il centrodestra portò il bilancio complessivo (Finanzia­ria 2006) a 532 milioni di euro (più 59). Cifra salita, nell’ultima Finan­ziaria 2007 del governo Prodi a 566,8 milioni con la seguente di­stribuzione: 355 alle materne, 160 alle elementari, 6,9 alle seconda­rie, 10 per l’integrazione dell’han­dicap, 4,5 per la legge 440 sulle se­condarie paritarie e 30 del bonus dei genitori per l’anno scolastico 2005/06. E proprio partendo dalle cifre 2007, il dossier dell’Agesc fa i conti in ta­sca allo Stato. A cominciare da quanto spende per ogni singolo studente. Si scopre così che un bambino della materna statale co­sta 6.116 euro, un alunno della pri­maria 7.366, uno studente delle medie 7.688 e uno delle superiori 8.108. Nello stesso tempo lo Stato, attraverso i contributi erogati in bi­lancio, spende per uno studente i­scritto alla paritaria: 584 euro alla materna, 866 alla primaria, 106 al­la media e 51 euro alle superiori. Facile a questo punto fare la diffe­renza tra le due cifre, tenendo con­to che stiamo parlando di scuole appartenenti all’unico sistema sco­lastico pubblico integrato, come re­cita l’articolo 1 della legge 62 del 2000. L’Agesc ha così calcolato che per un bambino iscritto alla ma­terna paritaria lo Stato risparmia 5.532 euro, che diventano 6.500 al­le elementari, 7.582 alle medie e raggiungono gli 8.057 alle superio­ri. Ma i «contabili» dell’associazio­ne sono andati oltre quantifican­do anche il risparmio complessivo che ottiene lo Stato non gestendo il milione di studenti degli istituti paritari: 3,436 miliardi di euro alle materne, 1,202 miliardi nelle ele­mentari, 496 milioni per le medie e 1,110 miliardi alle superiori. To­tale: 6 miliardi e 245 milioni di eu­ro che le casse dello Stato non de­vono sborsare. Sei miliardi di ri­sparmio a fronte di un investi­mento di 566 milioni. Le cifre par­lano da sole, «evidenziando la con­venienza della nostra esistenza per lo Stato – commenta la presidente dell’Agesc –. Un’evidenza così chia­ra che non si comprende come non passi l’idea che occorra evitare l’e­stinzione di questa realtà educati­va », se non altro per motivi econo­mici. E dopo aver fatto legittimamente i conti in tasca allo Stato, l’Agesc passa alla fase propositiva, rivol­gendo un appello bipartisan: «Of­friamo il nostro contributo affin­ché possa costituirsi una ampia maggioranza politica trasversale fra gli schieramenti, capace di for­nire risposte concrete alle proble­matiche delle scuole paritarie e del­le famiglie che le scelgono per i pro­pri figli». Un auspicio che si con­cretizza nella richiesta di un «in­cremento di 233,5 milioni di euro, in modo da portare l’investimento complessivo in Finanziaria 2008 a 800 milioni di euro, di cui 440 alle materne, 250 alle elementari, 40 a medie e superiori e 70 all’integra­zione per i disabili». Un aumento che corrisponde «al 3,7% di quan­to lo Stato risparmia con la man­cata frequenza delle scuole statali da parte degli studenti delle scuo­le paritarie». Del resto, sottolinea il dossier dell’Agesc, «le risorse de­stinate alle materne sono ferme, se non addirittura diminuite, già da quattro esercizi finanziari, a fron­te di un incremento dell’utenza». Nelle elementari «occorre supera­re l’esiguità dei fondi che porta ad avere istituti paritari con conven­zioni e altri privi, proprio perché i fondi non coprono tutte le realtà». Una scarsità di fondi ancora più e­vidente nel ciclo superiore, «dove bisogna passare dagli attuali 7 ad almeno 40 milioni per assegnare davvero fondi a tutti gli istituti». Spetta ora al mondo politico e al governo dare una risposta.
Avvenire dell'11 ottobre 2007

La casta gioventù

di Massimo Gramellini
Gli studenti politicizzati scendono in piazza. Meno male. Non se ne poteva più di leggere gli appelli dei sessantottini alla D'Alema, che invitavano la Molle Gioventù a imitare l'esempio dei padri e a ribellarsi contro il potere costituito, cioè contro di loro. Finalmente il gran giorno è arrivato. Resta da scoprire la pulsione universale che spinge le nuove avanguardie a occupare le strade, trascinandosi per inerzia una parte del corpaccione studentesco. La solidarietà alla Birmania? Acqua. Il surriscaldamento del globo? Acqua, sia pure calda. La precarietà degli stipendi giovanili e la lievitazione di quelli manageriali? Nemmeno. L'oltraggio che infiamma gli animi è il ripristino degli esami di riparazione a settembre. Che non s'hanno da fare: né a settembre né mai. E la Birmania, il globo, gli stipendi da schiavi? Importanti. Importantissimi. Ma mai quanto un'estate libera dai compiti. Intendiamoci. Nei manifesti si parla anche di temi sacrosanti, quali il caro-libri e la scarsità degli investimenti nella ricerca. Ma rimane l'impressione di una protesta corporativa. Che, come tutte le proteste corporative, sposta il problema sempre un po' più in là e addosso a qualcun altro: in questo caso ai docenti, che non sarebbero all'altezza di esaminare i rimandati. E' la dannazione di un Paese diviso in centinaia di caste abbarbicate ai propri privilegi o comunque ai propri comodi. Però i giovani, almeno loro, non dovrebbero essere una casta. Dovrebbero essere un tutto. Un tutto capace di sognare in grande, visto che i grandi non lo fanno più.
La stampa del 12 ottobre 2007

Malati di tumore: 40 mila. Richieste di morire: solo 4

L’esperienza di un prestigioso istituto oncologico italiano
di Enrico Negrotti
Le necessità dei malati di tumore non passano per l’eutanasia. Non solo, le testimonianze dei medici che lavorano sul campo confermano che le (rarissime) richieste di qualche paziente di anticipare la fine della propria vita discendono per lo più dal dolore, dall’angoscia per il futuro, e dalla paura di essere un peso per la propria famiglia. E dagli stati depressivi cui i malati oncologici possono andare incontro.
Un convegno per studiare il fenomeno
Sono temi emersi dal convegno tenutosi ieri alla Fondazione Irccs Istituto dei tumori di Milano, sul tema «Eutanasia in oncologia: tentazione dei sani, necessità dei malati, esigenza sociale?». Un incontro in cui il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, ha disegnato un’ampia cornice filosofica per spiegare come nel mondo moderno sia cresciuta la figura dell’«uomo radicale», che fa piazza pulita di tutte le visioni precedenti (greco-romana, cristiana e moderna), per favorire solo l’autodeterminazione assoluta della persona.
A giustificare il ricorso all’eutanasia secondo questa visione è la distinzione di diverse categorie: accanto alla persona agente morale, vi sono bambini, chi non può relazionare, i dementi e gli individui in stato vegetativo che invece potrebbero essere eliminati.
Una realtà diversa da quella disegnata dalle campagne mediatiche
Nonostante campagne mediatiche talora cerchino di dimostrare il contrario, nella prassi l’eutanasia tra i malati oncologici in Italia non è percepita come un’esigenza: «In 25 anni, su 40mila pazienti oncologici seguiti nel nostro ospedale, solo in quattro ci hanno chiesto l’eutanasia» ha riferito Carla Ripamonti, oncologa dell’Istituto dei tumori. Precisando che «in tre hanno cambiato idea dopo siamo riusciti a togliere loro il dolore».
Indagine su malati terminali
Una tendenza che si riscontra anche nelle indagini: se il 60,2 per cento di un campione di 988 malati terminali (studio pubblicato nel 2000 sul «Journal of the American medical association») considera possibile l’eutanasia in una situazione ipotetica, solo il 10,6 per cento la vede applicabile a sé. In più i pazienti che si sentivano stimati pensavano meno all’eutanasia (e al suicidio assistito) rispetto a coloro che avevano sintomi depressivi, che avevano più bisogno di assistenza e più dolore. Ma significativo, nella stessa indagine, anche il dato del cambiamento nel tempo dell’opinione del paziente: «Circa la metà dei pazienti inizialmente interessati a eutanasia e suicidio assistito ha cambiato idea». Inoltre il 3,5% dei pazienti e il 7,2% dei familiari temevano che qualcuno praticasse l’eutanasia a loro insaputa.
Componenti psicologiche
E uno studio di Chochinov (sull’American Journal of Psychiatry nel 1995) mostrava che «il desiderio di morire cambia nel tempo, spesso si riduce ed è strettamente associato alla depressione clinica, una condizione potenzialmente trattabile». I «sani» temono il dolore fisico, ha puntualizzato la dottoressa Ripamonti, mentre nei pazienti pesano molto di più i problemi psicologici, la depressione e il non sentirsi amati, e la paura di essere di peso.
I pericoli della legalizzazione dell’eutanasia
Per indicare i pericoli che sono presenti nella legalizzazione dell’eutanasia, Augusto Caraceni, direttore della Struttura complessa di Cure palliative dell’Istituto dei tumori, ha presentato il documento stilato dalla commissione etica della Società europea di cure palliative: «Pressioni sulle persone vulnerabili, scarso sviluppo delle cure palliative, conflitti tra requisiti legali e valori personali e professionali, ampliamento dei criteri clinici, aumento delle uccisioni medicalizzate non volontarie e che l’omicidio divenga una pratica sociale accettata».
Aiuto ai pazienti terminali
E passando ai casi concreti, Zbigniew Zylicz, direttore di un hospice in Gran Bretagna dopo avere lavorato per molti anni in Olanda, avendo visto molti pazienti andare incontro all’eutanasia, ha presentato ragioni pragmatiche per opporsi: «La prognosi è spesso incerta, e i pazienti possono vivere spesso molto più di quanto in origine stimato. Inoltre le persone cambiano frequentemente opinione e infine il dolore intrattabile è difficile da definire».
Il diritto a morire non esiste
Il magistrato Giuseppe Anzani ha spiegato come gli articoli del codice penale condannano in modo chiaro l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio. E quanto ai disegni di legge in discussione al Senato sulle direttive anticipate (che talora includono forme di eutanasia), Anzani ha richiamato il fatto che la Costituzione non si basa sul rispetto della libertà individuale, ma sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, tra cui quello alla vita. «Il diritto a morire (che non esiste) – ha aggiunto Anzani – postula che qualcuno vi si impieghi, corrisponderebbe al dovere di un altro a uccidere. Questo esclude che possa avere cittadinanza nel nostro ordinamento».
«Avvenire» 4 ottobre 2007

Prima del Signore degli Anelli: il prologo della saga che Tolkien non scrisse

Draghi, incesti, combattimenti e tentazioni sataniche: esce in Italia, rielaborata dal figlio, la parte mancante del celebre libro
di Luigi Offeddu
Muore Glaurung, il dragone dalle 7 lingue di fuoco. E «come ogni essere che muore», rivela la verità a chi gli sta accanto: «Salve Nienor, figlia di Hurin, ci incontriamo per l’ultima volta. Sei felice, alla fine hai ritrovato tuo fratello. E ora scoprirai chi è: un sicario che colpisce nell’ombra, un traditore degli amici, una maledizione per la sua stessa stirpe: lui, Turin, progenie di Hurin! Ma il peggiore di tutti i suoi lasciti, lo troverai dentro te stessa». Un figlio nato dall’incesto, è questo il «lascito» che lei si porta nel grembo e che mai vedrà la luce, perché la povera Nienor, appresa la verità, si getterà da una rupe: il figlio concepito con Turin, suo fratello. Turin, colui che aveva voluto chiamarsi Turambar, «Padrone dell’Ombra e del Destino», e che dal proprio destino è stato invece beffato e straziato. Fino al suicidio, chiesto alla sua spada: «Spada della morte, non ti tirerai indietro? Mi trafiggerai in un guizzo?» «Sì, berrò il tuo sangue...». Sembra - fatte le debite distinzioni di stile, profondità e potenza - l’universo tragico di Edipo e Medea, Amleto e Jago. O quasi. Ma questo è l’universo di J.J.R.Tolkien, ben prima che vi domini il Signore degli Anelli. Siamo all’inizio di tutto, nell’«inverno dei tempi» o «Prima Età del Mondo», nei «Giorni antichi» della Terra di Mezzo. Cieli cupissimi, profezie di sciagura. Mancano 6.500 anni al giorno dell’alleanza fra Uomini ed Elfi: i giocondi Hobbit, proprio come il Signore degli Anelli, non sono ancora comparsi. Tutto è immerso in un’ombra arcaica: è il «prologo», la genesi del mito fiabesco. E perché il mito sia tanto tenebroso, in queste sue origini, lo spiega forse la biografia dell’autore: era il 1918, e Tolkien era appena tornato dagli orrori della Grande Guerra, quando mise mano per la prima volta a questo magma onirico e poetico. Passava notti insonni, ricordi sanguinosi lo tormentavano, dalle trincee si era portato dietro le malattie del fante. Ma aveva l’ossessione di raccontare ai suoi lettori il «prima», le radici della grande saga. Vi lavorò a lungo, e alla fine lasciò perdere, trascinato da altre storie. Gli appunti, centinaia di fogli, rimasero nei cassetti, seppure riaffacciandosi qui e là in qualche brano della trilogia. Finché, morto lo scrittore, li riprese il terzo figlio di Tolkien, Christopher: altri 20-30 anni di rielaborazione, ed ecco I figli di Hurin, libro annunciato presto in uscita anche per l’Italia. Personaggi e trame sono, almeno nella sostanza, quelli di Tolkien padre. La mano che ha ricucito insieme il tutto, è quella del figlio. Risultato: un’epopea assai più tenebrosa di tutte le altre tolkeniane, incesto, suicidi, gelosia e tradimento; libro da vietare ai minori, secondo alcuni critici inglesi, soprattutto se diverrà un film; nuovo, possibile incanto di poesia secondo altri (in Italia Rocco Buttiglione lo ha descritto come il suo libro delle vacanze). Al centro del racconto, «in un tempo inconcepibilmente remoto», è appunto la stirpe di Hurin, «l’Uomo». «Deciso, sanguigno, allegro», come lo descrive Christopher Tolkien, Hurin non teme nessuno: combatte valorosamente nella «Battaglia delle innumerevoli lacrime», e viene catturato dal dio più maligno, «colui che è da prima che fosse il mondo», Morgoth, il Nemico Nero, archetipo non troppo mascherato di Satana. Che minaccia il suo prigioniero: «Dimmi dove si trova il regno segreto degli Elfi, il regno di Gondolin. Dimmelo, o sarai perduto». Hurin si rifiuta, e Morgoth lo maledice: «Su quelli che tu ami graverà il mio pensiero come nube di sventura, ovunque essi andranno, trascinandoli nella disperazione». Hurin viene poi legato su un trono di pietra, da dove potrà vedere ciò che accadrà ai suoi cari. Una figlia, l’eterea Urwen soprannominata «Lalaith» o «Risatina», gli è già morta da piccola. Ma a casa è rimasta la moglie, Morwen «coraggiosa e fiera», che sta per partorire ancora. E Turin, il primogenito, «dai capelli corvini come la madre: non era mai allegro, parlava poco... era facile alla pietà e la sofferenza dei viventi lo commuoveva fino alle lacrime». Nel giro di pochi mesi, Turin partirà alla ricerca del padre. E così non conoscerà Nienor o «Pianto», la sorellina che nascerà poco dopo. Fra bande di fuorilegge, e in terre stregate, molti altri personaggi si affacciano al racconto, e sono quasi tutti personaggi tragici. C’è, per esempio, il nano Mim: «Sono vecchio, e povero. Sono solo un nano, non un orco. Non lasciare che mi uccidano senza ragione, come farebbero appunto gli orchi». E c’è Beleg, elfo che come nessun altro sa maneggiare l’arco e le frecce. Egli ha per Turin una vera adorazione, ma proprio questo affetto diviene la sua condanna: una notte, durante una tempesta, trova infatti il suo amico che gli Orchi hanno legato a un albero; e lo libera, tagliando con Anglachel, la sua spada, le corde che lo avvincono. Ma nell’agitazione, con quella stessa spada, Beleg ferisce Turin a un piede. Turin è confuso, stordito, non riconosce quell’ombra, crede che sia uno degli Orchi tornati a tormentarlo: così, con un grido, ghermisce la spada dalle mani dell’altro e lo uccide. Uccide il suo salvatore. In quell’attimo, un lampo illumina il cielo, «e Turin restò muto e pietrificato davanti a quella morte spaventosa, comprendendo ciò che aveva fatto». Passano gli anni, altre avventure. Turin torna alla sua casa deserta, abbandonata. Ma non trova pace: gli hanno detto che la madre è andata via, insieme con la sorellina nata nel frattempo. E il destino chiama: il destino «truccato» malvagiamente da Morgoth. Così, l’eroe riparte. E poco dopo, incontra quella tal ragazza bellissima: i due non sanno nulla l’uno dell’altro, si innamorano, si sposano, concepiscono un figlio. Nonostante i moniti di Brandil, un cugino innamorato anch’egli di Nienor («Aspetta, aspetta un poco...»). E nonostante i presagi di sventura: Turin, spinto da chissà quale angoscia, ribattezza la sua bella Niniel, o «Madre delle Lacrime». Su tutto prevalgono ancora e sempre gli inganni di Morgoth, che confonde le menti. E si compie la sua maledizione. Alla fine, dei fratelli incestuosi e suicidi resta solo il nome dato alla loro terra: «Sarch nia Chin hurin», «Tomba dei figli di Hurin». Meno male che, 6.500 anni più tardi, arriveranno i sorrisi degli Hobbit.
J. R. R. Tolkien (1892 -1973) si dedicò a I figli di Hurin nel 1918, prima di scrivere i suoi capolavori, Lo Hobbit (1937) e Il signore degli anelli (1954-55). Alcuni brani degli appunti sono inseriti in altre opere come Il Silmarillion.
Il figlio Christopher Tolkien ha trasformato gli appunti del padre nel volume I figli di Hurin, uscito in Gran Bretagna da Harper Collins. In Italia, illustrato da Alan Lee, esce il 10 ottobre da Bompiani che pubblica tutte le opere di Tolkien
«Corriere della sera» del 17 agosto 2007

Ti bramo ma da lontano

Di Massimo Gramellini
Il Telegraph racconta la storia di una lei e di un lui trentenni, Sana (si fa per dire) e Adnan, che entrano in contatto sul web dietro gli pseudonimi di «Sweetie» e «Prince of Joy». Sposato? Sì e tu? Purtroppo anch’io: mio marito è un disastro, ha fatto questo e quest’altro. Anche mia moglie combina le peggio cose, io non la sopporto più e la tradisco. Ti comprendo, sai, pure io metto le corna a mio marito. Se lo merita, brava! Grazie, caro, tu sì che mi capisci: ah, ti avessi conosciuto prima! Si può sempre rimediare, cara: perché non ci incontriamo?
Si sono incontrati. E hanno scoperto di essere marito e moglie. La pratica, adesso, è in mano agli avvocati. La morale, invece, possiamo trarcela da noi. Oltre a ribadire le ragioni dell’«amore da lontano» cantato dai trovatori, questa storia rivela il grande inganno della Rete. Le persone che non sopportiamo più nella vita reale, in quella immaginaria tornano a essere affascinanti perché non sono logorate dall’usura della verità. Internet è la nuova palestra delle emozioni perché è diventato il luogo dei corteggiamenti, delle aspettative e delle illusioni, anche su se stessi: agli estranei ci si può raccontare migliori di quel che si è. E questa regola si applica a tutti i moti dell’animo che pascolano sul web: politica compresa. Le comunità virtuali, come quella cresciuta intorno a Grillo, fanno sognare finché restano tali. Il giorno in cui prendessero a frequentarsi stabilmente dal vivo, anche i grillini rischierebbero di fare la fine di Sweetie e Prince of Joy, o più banalmente dell’Udeur.
«La Stampa» del 21 settembre 2007

Ragazzi senza illusioni

di Massimo Gramellini

Dando voce al pensiero di molti suoi coetanei di destra e di sinistra, Massimo D'Alema ha riconosciuto in una intervista a «Gente» che nell'Ospizio Italia i giovani sono tagliati fuori da qualsiasi ruolo attivo, ma li ha anche invitati a «combattere per il loro futuro come la nostra generazione, che a partire dal Sessantotto, nel bene e nel male, si è fatta rumorosamente sentire». La Meglio Gioventù che incita alla ribellione la Molle Gioventù. Sarebbe però meschino interpretare l’avverbio «rumorosamente» come un invito alla violenza: quasi che, in questo mortorio di arresi esistenziali, lanciare una molotov o un sampietrino rappresentasse quantomeno una prova di energia.

Il cinquantottenne ministro commette semmai un altro errore, tipico di quelli che provano a immedesimarsi in un'età che non respirano più. Quando lui aveva vent’anni, i giovani sognavano ancora di poter cambiare il mondo con gli strumenti della politica, semplicemente conquistando il potere. Ma i ragazzi del Duemila detestano impegnarsi in politica proprio perché hanno perso quella speranza. E l’hanno persa da quando hanno visto che la generazione dei sessantottini, una volta conquistato il potere, lo ha poi usato come coloro che contestava: senza coraggio e con l’unico obiettivo di conservarlo. Le rivoluzioni politiche annegano gli ideali nell’aceto del compromesso e dell’ambizione. Sono le rivoluzioni spirituali a produrre esiti più interessanti. Ma di quelle ne arriva in media una ogni duemila anni. Chissà, magari fra un po’ ci siamo di nuovo.

«La Stampa» del 9 agosto 2007

Le emozioni malate

di Massimo Gramellini
L'adolescente appicca un incendio nei boschi e dice ai carabinieri: l'ho fatto per provare un'emozione. L'adulto tradisce l'amata con una signorina a pagamento e confessa alla posta del cuore: l'ho fatto per provare un'emozione. Anch'io di recente devo aver provato qualcosa di simile: è stato quando sono sceso dall'auto nel piazzale di Valtournenche e sopra la mia testa ho visto incombere il Cervino. Mentre lo scrivo, so già che qualcuno mi prenderà per presuntuoso e qualcun altro per scemo. Invece vorrei soltanto capire quale appellativo meriti il sentimento che mi ha invaso il cuore durante quell'atto di pura contemplazione della maestà universale. Ci si può emozionare di un capolavoro della natura o della cultura, senza esserne per forza i protagonisti? Oppure è indispensabile interpretare il ruolo principale dello spettacolo, anche se stupido e superficiale, purché inedito e carico di adrenalina?
Ho sempre creduto che l'incapacità diffusa di godere le meraviglie della vita, quasi tutte gratis, dipendesse da un deficit di educazione estetica, deteriorata dal linguaggio violento e volgare della comunicazione di massa. Come se alcune persone non possedessero più le sfumature sensoriali per cogliere certe prelibatezze del cosmo e fossero costrette a provocarsi dei piccoli elettrochoc per illudersi di essere vive. Avevo sottovalutato un'altra molla non meno fatale: il desiderio disperato di sentirsi qualcuno, diffuso soprattutto in chi teme di essere nessuno.
«La Stampa» del 23 agosto 2007

Il gusto del buongusto

Di Massimo Gramellini
Faccio stecca sul coro di stilisti e ministri - da Dolce a Gabbana, da Livia a Turco - che si sono sdilinquiti/e in complimenti per l’ultima pubblicità di Oliviero Toscani, nella quale una modella affetta da anoressia mostra le sue nudità raggrinzite. Non metto in dubbio la buona fede e il talento di chi l’ha ideata. Ma ho oltrepassato la soglia della nausea nei confronti di qualsiasi iniziativa che si proponga di combattere l’orrore con l’orrore. Il fine non giustifica i mezzi, e nemmeno i grezzi. L’arroganza dei politici si contesta meglio senza «vaffa», perché chi parla male alla lunga penserà male, allineandosi a coloro che critica (i quali usano lo stesso linguaggio scurrile). E si possono combattere i drammi del nostro tempo - dal precariato alla depressione, fino alla depressione da precariato - con scelte forti ma eleganti e magari poetiche, senza essere costretti ad alzare di continuo la posta dello stupore.
A furia di bombardare i consumatori con messaggi dirompenti, quelli non si stupiscono più di niente e bisogna aumentargli ogni volta la dose come con i drogati. Un’immagine sempre più scioccante sui muri e una parolaccia pronunciata in coro o in tv elemosinano un attimo d’attenzione, però poi affogano come tutto il resto nella brodaglia di cinismo che è il liquido amniotico in cui flottano le nostre vite. Mostrare quanto faccia schifo la realtà non ha mai migliorato la realtà. Così come esibire il male non induce di per sé al bene. Per spezzare la crosta dell’indifferenza ci vuole la catarsi. Ci vuole cuore. Ci vuole Shakespeare
«La Stampa» del 25 settembre 2007

Fale squadla

di massimo Gramellini
Alcune migliaia di adolescenti cinesi hanno tradotto in una sola notte l’ultimo volume di Harry Potter. Si sono divisi i capitoli, i paragrafi, probabilmente anche le sillabe, e adesso l’edizione pirata del romanzo circola sulle bancarelle di Pechino a poco più di un dollaro, in anticipo di due mesi rispetto alla traduzione ufficiale. Una prova maestosa di efficienza, rapidità e impunità di massa: infatti, mentre il ragazzo di Aix en Provence che curò la versione illegale in francese ha pagato il suo ardire solitario con il carcere, davanti a quel formicaio le autorità cinesi saranno costrette ad abbozzare, a meno di voler procedere a un rastrellamento di proporzioni maoiste.
Se si aggiunge che i quindicenni asiatici hanno realizzato l’impresa di loro iniziativa e durante le vacanze estive, emerge un quadro preoccupante per la concorrenza. Immaginiamo che un’idea simile venga a una comitiva di giovani italiani. Intanto deciderebbero all’unanimità di ridiscuterne dopo la villeggiatura. Sorgono due coalizioni di traduttori, una per i capitoli dispari e l’altra per quelli pari. Ma dato che entrambe vogliono tradurre i dispari, viene indetta un’assemblea, al termine della quale gli sconfitti convocano una conferenza stampa allargata ai genitori per denunciare l’esistenza di un complotto. Nel frattempo i vincitori si mettono alacremente al lavoro per stabilire chi fra loro dovrà andare a parlarne in tv. Si raggiunge un compromesso: ci andranno tutti, appaltando la traduzione pirata ad alcune migliaia di adolescenti cinesi.
«La Stampa» del 18 agosto 2007

Come si combatte la precarietà

Lavoro, il falso bersaglio della legge Biagi
di Pietro Ichino
È ben comprensibile che il dibattito in seno alla maggioranza si concentri sulla questione del lavoro precario o maltrattato: qui più che altrove è in gioco il valore dell’uguaglianza, valore fondante di una sinistra degna di questo nome. Questa però deve curare attentamente la bontà della diagnosi, se vuole che la terapia per cui si batte sia credibile e, soprattutto, efficace. L’aumento del lavoro precario non è causato né dalla legge Biagi né dalla legge Treu del 1997. Lo dimostra, innanzitutto, il fatto che esso è in atto in Italia da almeno un quarto di secolo (e negli ultimi sei anni esso ha subito semmai un netto rallentamento). Lo conferma, poi, il fatto che lo stesso aumento si sta verificando da tempo in tutti i Paesi occidentali, Australia compresa, indipendentemente dalle tendenze delle rispettive legislazioni in materia di lavoro. E il tasso italiano di lavoro precario (contratti a termine, co.co.co. e lavori a progetto) rispetto al totale - circa un lavoratore ogni sette - è rimasto al di sotto, sia pur di poco, della media europea. Tutto questo non significa affatto che non ci sia qui un grave problema da affrontare. Ma occorre individuarlo bene, per non rischiare di sbagliare clamorosamente il bersaglio. Il problema consiste in un sensibile e costante aumento delle disuguaglianze di produttività tra i lavoratori, che si traduce in crescenti disuguaglianze di trattamento fra di essi. Per avere un’idea di quanto si sta verificando, si consideri ciò che accadeva negli anni Cinquanta o Sessanta, quando due terzi della forza-lavoro erano costituiti da operai, per lo più impegnati in mansioni ripetitive e parcellizzate di diretta modificazione della materia: nel contesto di quell’organizzazione del lavoro, fatto 100 il rendimento normale, l’operaio più produttivo poteva arrivare a un rendimento 130 o 140, mentre quello del più debole non scendeva quasi mai sotto quota 80. Era molto raro che fra il rendimento del primo e quello del secondo ci fosse un rapporto superiore a 2. Oggi la diretta modificazione della materia è affidata quasi dappertutto alle macchine; la grande maggioranza dei lavoratori opera su flussi di informazioni o sulle macchine stesse; e l’applicazione delle nuove tecnologie fa sì che la possibile differenza di produttività fra due lavoratori, anche di basso livello, possa essere di 10 o persino 100 a 1! Ad aggravare il problema si aggiunge, per un verso, il ritmo sempre più incalzante di sostituzione delle tecnologie applicate: per ogni cambiamento ci sono i lavoratori che sanno adattarsi, sanno «saltare sull’autobus» dell’innovazione, e quelli che non ci riescono, restano indietro. Vi contribuisce, per altro verso, la globalizzazione dei mercati, che espone soprattutto i lavoratori professionalmente più deboli dei Paesi occidentali alla concorrenza di quelli dell’Asia o dell’Europa orientale. Il ritmo dell’evoluzione tecnologica e la globalizzazione penalizzano la parte più debole dei nostri lavoratori, aggravandone il distacco dagli altri nella capacità di trovare lavoro e, quando riescono a trovarlo, nel trattamento che ottengono, compreso il grado di stabilità. Qualsiasi forza politica che abbia a cuore il valore fondamentale dell’uguaglianza tra i cittadini, e in particolare tra i lavoratori, deve porre questo problema al centro della propria iniziativa. Ma l’uguaglianza di cui stiamo parlando non è di quelle che si possono «garantire» con un tratto di penna del legislatore. Essa va costruita nel vivo della società civile, compensando vigorosamente il deficit di cui soffrono i lavoratori più deboli con l’offerta di un sovrappiù di servizi efficaci di formazione, informazione e assistenza alla mobilità. D’altra parte, ritornare alla legislazione del lavoro degli anni Settanta, quando la sola alternativa era tra il lavoro stabile a tempo pieno e la disoccupazione, non gioverebbe per nulla ai lavoratori più deboli. Anche perché la produttività individuale dipende molto dal contesto in cui il singolo si inserisce; e una certa mobilità nella fase iniziale della carriera lavorativa può giovare moltissimo nella ricerca del posto in cui il proprio lavoro sia meglio valorizzato. Tanto questo è vero, che nella seconda metà degli anni Settanta furono proprio la Cgil dei Lama e dei Trentin, la Cisl dei Carniti e dei Crea, appoggiate da tutta la sinistra politica, a chiedere e ottenere l’introduzione dei contratti di formazione e lavoro - cioè una forma di lavoro precario, un lungo periodo di prova - come strumento utile per favorire l’accesso al lavoro dei giovani. Sta di fatto, comunque, che proporsi di affrontare il problema dell’aumento della disuguaglianza tra i lavoratori con l’abrogazione delle leggi Treu e Biagi significherebbe sbagliare clamorosamente il bersaglio: la questione dell’aumento della disuguaglianza tra i lavoratori resterebbe totalmente irrisolta. E, sulla distanza, proprio i militanti più accesi di questa battaglia si rivolterebbero contro chi li ha guidati nel vicolo cieco.
«Corriere della Sera» del 20 agosto 2007

E il tempo se ne va. In retromarcia

La concezione lineare della «quarta dimensione» non è più l’unica possibile, per logici e cosmologi forse la freccia temporale potrà essere invertita; ma con molti paradossi Parla il filosofo Bottani
di Andrea Lavazza
Che cos'è il tempo? Nelle Confessioni, Agostino di Ippona, preso da profondo scoramento, scriveva: «Se nessun m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so». Nei 1600 anni da allora trascorsi (ma è giusto esprimersi così? Lo vedremo) la filosofia non ha fatto decisivi passi avanti nella definizione di uno dei suoi concetti fondamentali. «Si tratta di una nozione che non è riducibile ad altre, anche gli studiosi devono fare appello al senso comune senza pretendere una precisione impossibile», spiega Andrea Bottani, presidente della Società italiana di filosofia analitica (Sifa), promotrice di un convegno di rilevanza mondiale sul tema, che incrocia questioni centrali, dall'ontologia all'idea di persona fino ai (possibili) viaggi nel passato.
Se del tempo abbiamo tutti un'intuizione convergente, i filosofi ne hanno invece concezioni diverse, oggi come secoli fa...
«Si possono distinguere principalmente due teorie. Quella assolutista, che ha Newton tra i suoi antesignani, sostiene che il tempo esiste in assoluto e prescinde dagli oggetti; è un "contenitore", come lo spazio. Quella relazionista, al contrario, è forse in maggiore sintonia con la teoria della relatività di Einstein ed afferma che tempo (e spazio) sono "creati" dalla relazione tra eventi e oggetti fisici».
Il divenire è uno degli argomenti più controversi dal punto filosofico, fin dai tempi di Parmenide ed Eraclito, capostipiti rispettivamente delle posizioni secondo cui il cambiamento è un'illusione e l'identità degli oggetti nel tempo non esiste. Qual è lo stato del dibattito?
«Il problema fondamentale è dato dal fatto che gli oggetti persistono nel tempo e - mentre esistono - cambiano. Non è pensabile un mondo senza divenire: i filosofi cercano di chiarire come sia possibile che qualcosa che esiste ora possa essere ancora uguale a se stesso in un momento successivo, sebbene con proprietà diverse. Una posizione, d etta quadridimensionalismo, sostiene che gli oggetti si estendono nel tempo nello stesso modo in cui un tavolo occupa una porzione allungata di spazio. In sintesi, si dice che in ogni istante noi siamo una parte temporale diversa del medesimo aggregato. Ciò confligge con l'idea ordinaria di identità nel tempo. Il tridimensionalismo, invece, afferma che gli oggetti sono completamente presenti in ogni momento, seppure con differenze qualitative. Vi sono poi proposte estreme, come quella recente di Theodor Sider, per il quale nulla persiste ma si succedono, per così dire, nuove versioni, come una sequenza di fotogrammi».
Rilevante per l'idea stessa di libertà dell'uomo è il dibattito in cui si contrappongono le idee di futuro «chiuso» e di futuro «aperto». Ce lo può illustrare?
«Si tratta di concezioni statiche e dinamiche del tempo. Secondo le prime, tra eventi si può parlare solo di relazioni di prima e dopo, che restano immutabili. Il futuro quindi è già dato. E anche il libero arbitrio è destinato a svanire, come nel paradosso del marinaio: caduto nel mare in tempesta, se il suo destino è già scritto, nel caso debba annegare è inutile che tenti di nuotare; nel caso debba salvarsi, è inutile che si affatichi. Se dunque non fa nulla, comunque annegherà. Molti però pensano che il futuro sia aperto, che il tempo scorra, il presente diventi passato e il domani non sia già determinato. Vi è così spazio per la libertà. Altri ancora sostengono il compatibilismo tra visione deterministica e libero arbitrio. Infine, c'è chi, come Peter van Inwagen, ritiene che quello della libertà umana rimanga davvero un mistero, quasi insolubile. Va precisato che qui si semplifica, ma i filosofi non si limitano a enunciare una posizione: la articolano e portano argomenti, spesso per centinaia di pagine».
Di rilevanza legata perfino all'attualità è il tema dell'identità e della continuità personale. A dimostrazione che la filosofia analitica ha qualcosa da dire anche ai no n addetti ai lavori...
«C'è una tradizione, che si rifà a Locke, per cui la continuità è affidata non a una sostanza ma a una connessione tra stati mentali. La memoria, innanzi tutto, cioè il fatto di avere ricordi collegati delle esperienze fatte, ma anche il legame tra intenzione e decisione, tra decisione e azione, poi la stabilità delle credenze e dei desideri. Se mancano tali connessioni (che presuppongono un sistema nervoso funzionante), la persona di oggi non è quella di ieri. E, quindi, un malato in coma profondo non è la stessa entità che era prima dell'incidente. E l'embrione non è la persona che nascerà nove mesi dopo. Una posizione recente e assai interessante si deve, d'altra parte, a Eric Olson, il quale parla di noi come "animali umani", identificati così in modo sostanziale. Possiamo essere "persone" se abbiamo stati mentali, e quindi quella di persona è una condizione transitoria, però abbiamo sempre lo status di "umani", anche da embrioni o da comatosi».
A Bergamo parlerete di viaggi nel tempo?
«Sì. Alcuni filosofi pensano, come alcuni cosmologi, che la freccia temporale possa, in alcune condizioni, essere invertita. La concezione lineare non è l'unica concepibile. Il tempo potrebbe avere una struttura ramificata, con nodi e biforcazioni. Ma gli ipotetici "viaggi" generano paradossi logici affascinanti, come la possibilità di tornare nel passato per evitare che i nostri genitori si sposino. Si tratta di un effetto che agisce per cancellare la propria causa. Tutto ciò darà materia di riflessione per molti anni».
«Avvenire» del 6 settembre 2007

Ostaggi italiani nei lager di Tito

Furono oltre 50 mila i nostri connazionali deportati nei campi di concentramento dei partigiani rossi dell’ex Jugoslavia
di Costantino Di Sante
I sopravvissuti ai terribili stermini nazisti giurano che quelli titini furono addirittura peggiori. Solo nel 1945, sull'isola di Lissa, furono fucilati e poi buttati in mare 1800 soldati del nostro esercito
Militari e civili italiani prigionieri nei lager della Jugoslavia, un pezzo di storia da raccontare per far luce su una delle conseguenze più tragicamente dimenticate del Secondo conflitto mondiale. Nei campi di concentramento dei partigiani «rossi» di Tito i trattamenti degli italiani incarcerati - censiti in oltre 50 mila - erano «disumani»; nelle numerose strutture di internamento - nomi come Lissa e Biševo suonano sinistri alle orecchie di chi sa - le persone venivano trattate «come bestie». Tanto che quei nostri connazionali che avevano provato l'esperienza dei campi nazisti ammettevano che quelli titini (ne sono stati registrati 65) erano addirittura peggiori di Mauthausen. Ad approfondire questi avvenimenti postbellici è lo storico Costantino Di Sante in questo libro appena uscito per i tipi di Ombre rosse. L'impianto dell'accurato volume cerca di restare in equilibrio tra due posizioni: da una parte, la comprensione che molto del sentimento anti-italiano dei partigiani titini - a gennaio '46 ancora 12 mila italiani erano dietro il filo spinato oltre il confine slavo - fu una reazione alle violenze di cui si macchiarono i fascisti durante l'occupazione fascista della Jugoslavia. Dall'altra parte, però, Di Sante ha il merito di riportare una folta documentazione di nostri connazionali incarcerati dai titini: i racconti sulle loro condizioni di prigionia e sulle efferatezze dei combattenti comunisti sminuiscono il rapporto di «causa-effetto» tra l'azione bellica italiana e la gratuità della repressione su inermi prigionieri di guerra. Ecco cosa scrisse sulla sua detenzione iugoslava Marsilio Bellardinelli, un civile di Jesi, deportato per motivi politici dai tedeschi nel '44: «Posso assicurare che neanche a Mauthausen subimmo tante umiliazioni, privazioni e sofferenze, come a Baronizza». Amerigo Iannucili, universitario napoletano, finito in un campo a Novi Sad: «I partigiani di Tito mi menarono insieme ad altri italiani, chiamandoci fascisti e minacciandoci d i morte. Non esisteva infermeria né alcun senso di umanità: chi era ammalato moriva perché non curato. I partigiani di Tito non rispettano nessuna legge internazionale del prigioniero». E la Croce svizzera relazionò: «In Serbia si trovano 4 mila fra ufficiali e soldati italiani. Le loro condizioni sono pietose. Vestiti di cenci; alimentazione insufficiente; nessuna forma di assistenza». Ma c'è di più: il sentimento anti-italiano dei combattenti titini colpì anche quei nostri connazionali che dopo l'armistizio del '43 erano passati dalla parte dei partigiani. L'artigliere Sebastiano Zappulla era a Ragusa (l'attuale Dubrovnik) con la divisione Messina: dopo l'8 settembre venne internato dai tedeschi a Sarajevo; evaso, si unì ai partigiani anti-nazisti. Rimasto ferito, venne ricoverato a Lissa: «I partigiani si sforzavano di ignorare che io ed i miei compagni avevamo combattuto per la stessa causa ed eravamo pure stati feriti. Essi ci chiamavano fascisti solo perché eravamo italiani. Ci facevano lavorare come cani, non avevano riguardo delle nostre condizioni di salute». Dall'isola di Lissa lo Stato maggiore della marina l'8 gennaio 1945 inviò al ministero degli Esteri un rapporto drammatico: «Dal 10 novembre al 20 dicembre si calcola siano stati fucilati circa 1800 soldati, buttando i cadaveri in mare. Le esecuzioni in massa avvengono a Biševo». Di Sante scandaglia anche le vicende del lungo impasse diplomatico consumatosi tra Italia e Jugoslavia circa lo scambio di prigionieri: una vicenda in cui l'ideologia comunista ebbe una parte notevole. Il Partito di Togliatti cercò in tutti i modi di accaparrarsi il favore degli internati italiani in Jugoslavia, organizzando spedizioni apposite di indottrinamento ideologico. Un esempio? Il commissario politico Piero Mirandola fu inviato a Dubrovnik dal Partito nonostante i capi militari avessero cercato di bandire ogni attività politica dal campo di internamento. Danilo Dolfi, altro esponente Pci in Jugoslavia, scrisse al Mig liore: «La situazione degli italiani è critica, ci sono ancora 30 mila italiani sparsi in tutta la Jugoslavia che soffrono, occorre che non se ne faccia 30 mila anticomunisti». E successivamente il parlamentare Pci Ugo Giovacchini, inviato da De Gasperi a visionare la condizione degli italiani detenuti da Tito, cercò di minimizzare le reale, drammatica situazione. Intanto il leader iugoslavo chiedeva a Roma che la commissione italiana sullo spinoso dossier degli internati fosse composta da «buoni democratici» (ergo, filo-comunisti). Anzi, riferisce Di Sante, per poter rimpatriare in Italia bisognava o essere «affetti da malattie« oppure avere «la documentazione di appartenenza al partito comunista«. Fu l'Alto Commissariato per i prigionieri di guerra, in una relazione del luglio '45, a riconoscere che «le Autorità iugoslave tratteneva arbitrariamente nel loro territorio» 40 mila italiani come «ostaggi» per aver più garanzie sulle proprie rivendicazioni verso Roma.
Nei campi di Tito. Soldati, deportati e prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia (1941-1945), Ombre Corte Verona, pp. 270; € 22,00.
«Avvenire» dell’8 settembre 2007

L'utopia di Wikipedia relativismo formato digitale

Due milioni di voci nell'enciclopedia Internet: un fenomeno culturale
di Francesco Ognibene
Se Internet è il supermercato della comunicazione, Wikipedia è la sua versione hard discount, con informazione illimitata liberamente fruibile senza farsi troppe domande sulla qualità di quel che si afferra sugli scaffali. Il sito nato all'inizio del 2001 col semplice intento di fornire agli utenti della rete un'enciclopedia digitale di pronto uso, e poi esploso come una delle esperienze più emblematiche del Web, ha toccato in questi giorni i due milioni di voci, un traguardo che lo rende un monumento nella storia recentissima di Internet. La contabilità peraltro si limita alla sola versione in lingua inglese, capostipite di una famiglia di prontuari online che sotto lo stesso marchio parlano la bellezza di 250 lingue, per un totale di 8 milioni di voci. Se decidessimo di stare ai soli numeri, potremmo limitarci a ragionare di una delle tante esperienze digitali che hanno trasformato in un tempo straordinariamente breve l'intuizione di pochi appassionati nello strumento di lavoro, di consultazione o di svago di milioni di persone nel mondo. Cioè l'ennesima pagina di storia del mondo globale accelerata dalle tecnologie informatiche. Come sanno bene i frequentatori della rete, Wikipedia però è qualcosa di più rispetto a un pur vistoso fenomeno del Web. A comporne, pezzo a pezzo, l'immensa struttura non è stata infatti la paziente opera di un'infaticabile redazione culturale, ma il contributo di una moltitudine di utenti che hanno realizzato spontaneamente ogni singola voce, attingendo dal proprio bagaglio di conoscenze, valori e idee. Un colossale affresco di informazioni e di voci dal basso - lo strumento liberamente costruito dai suoi stessi utilizzatori - che ha persino dato corpo a una "filosofia wiki", definizione passata a designare un sistema culturale libero e aperto, privo di gerarchie e di autorità.
L'immensa enciclopedia online è una vera forma di intelligenza collettiva, forse la traduzione più fedele dell'utopia con la quale i pionieri della rete si lan ciarono negli anni Novanta alla conquista del Nuovo Mondo tutto virtuale spalancato da quel formidabile mezzo di comunicazione che andavano plasmando. Ma è proprio questa sua natura che deve far riflettere: perché il fatto che milioni di navigatori ogni giorno consultino Wikipedia per sapere chi era Giulio Cesare o cos'è la termodinamica, senza neppure più chiedersi quale autorità abbia l'estensore della relativa voce perché ci si debba fidare di lui, è il segno che il pensiero cooperativo del Web sta filtrando dentro le cellule della nostra cultura. Le prerogative del mezzo determinano infatti il tipo di uso che se ne fa e poco alla volta modellano l'approccio e la stessa intelligenza di chi lo frequenta, come conferma la storia della tivù e di noi teleutenti. Per capirci: ai motori di ricerca frequentati da tutti per trovare un'informazione sperduta chissà dove nelle profondità del Web ci si aggrappa ormai come il naufrago al salvagente, e mai ci si interroga sull'idea che ispira la graduatoria di risultati apparsi sullo schermo. Perché se cerco qualcosa sul Papa il sito della Santa Sede compare solo al quinto posto? E i quattro siti precedenti che autorità hanno per parlarmi di lui? Internet equipara ogni informazione a qualsiasi altra, abbattendo alla radice ogni pretesa di verità. Anzi, chi vuole affermare un punto fermo su materie controverse è come se si autoescludesse da un "collettivo digitale" allergico ai princìpi indiscutibili (tranne quelli wiki, s'intende). La cultura "aperta" che ispira la rete come un'ideologia intangibile è a ben guardare l'altra faccia del relativismo, al quale fornisce una legittimazione globale proprio grazie alla straordinaria penetrazione del Web. Passata la sbornia della navigazione senza meta rimbalzando da un sito all'altro, oggi chi usa Internet anzitutto non vuole perdersi. E si mette nelle mani di guide alle quali neppure più chiede chi sono e da che parte vanno.
«Avvenire» del 14 settembre 2007

«AI» nel fronte antinatalista

Questi paladini che non vedono e si adeguano
di Eugenia Roccella
È cosa fatta. Amnesty International ha scelto, dopo molte discussioni, di «difendere l'accesso delle donne all'aborto», e di lavorare perché «siano rispettati i diritti sessuali e riproduttivi». Da tempo diciamo che i cosiddetti diritti riproduttivi, così come sono formulati nei documenti delle organizzazioni internazionali, sono a senso unico: servono solo a non riprodursi, e mai ad aiutare le donne ad avere figli. Infatti l'enorme tasso di mortalità materna, nel mondo, è tragicamente stabile: la salute delle madri e dei bambini importa a pochi. L'aborto non si può considerare un diritto, anche le femministe lo sanno e lo dicono: è una tragica realtà, che dovremmo sforzarci di arginare, per tentare di ridurre i 46 milioni di aborti che ogni anno si praticano nel mondo.
Ma all'Onu interessa assai di più bloccare la crescita demografica nei Paesi terzi, che garantire davvero i diritti delle donne. È a questo scopo che sono nate organizzazioni come l'Unfpa, il Fondo internazionale per la popolazione, che raccoglie e distribuisce i fondi per i piani nazionali di controllo delle nascite. È per questo che si sono indette svariate conferenze mondiali sulla popolazione, e si finanziano Ong potenti e diffuse come l'Ippf (International Planned Parenthood Federation), nata dalla Lega eugenetica di Margaret Sanger, colei che divideva le persone tra "fit" e "unfit", cioè adatte e inadatte; e va da sé che gli inadatti (i poveri, i neri, i disabili) non dovevano riprodursi.
Le belle parole sulla libertà femminile usate da queste organizzazioni mascherano in gran parte una realtà opposta, fatta di cinismo indifferente. La verità è che l'aborto è un elemento essenziale delle politiche di controllo demografico, insieme alla sterilizzazione. Eppure anche questo non basta: per ottenere un effettivo calo delle nascite bisogna aggiungere spesso la violenza, il raggiro, la brutalità. Come è accaduto in Cina, dove la ventennale «politica del figlio unico», premiata ufficialment e dall'Onu, è stata condotta con una ferocia senza limiti. Ma anche quando l'imposizione dei governi è stata meno sfacciata e poliziesca, i diritti umani delle donne, che Amnesty sostiene di voler difendere, sono stati mille volte violati. Nel mondo ci sono 160 milioni di donne sterilizzate, naturalmente quasi tutte nei Paesi in via di sviluppo. Chiediamo ad Amnesty: negarsi ogni possibilità di cambiare idea in futuro, è davvero una forma di libera scelta? Ed è possibile che le donne ricorrano in massa alla legatura delle tube come mezzo anticoncezionale? In realtà, da molte denunce sappiamo che la sterilizzazione viene quasi sempre imposta, oppure offerta in cambio di un piccolo aiuto economico, di fronte al quale chi ha problemi di sopravvivenza è ovviamente molto fragile.
E parliamo anche dell'aborto. Si dice che solo dove è illegale sia rischioso, eppure l'India è stata, ed è tuttora, una sorta di laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni selvagge di tecniche orribili e pericolose, come le paste abrasive da inserire nell'utero, o la pillola abortiva Ru486, facile da reperire sul mercato. Nel mondo occidentale sono già 14 le donne morte dopo averla assunta. Ma non sapremo mai quali tragedie ha provocato in India, o in Cina, dove il governo ha preferito ritirarla dalle farmacie.
Amnesty però sembra voler ignorare tutto questo, e preferire una via più comoda, che non la metta in contrasto con i poteri forti dell'antinatalismo. Peccato, ci aspettavamo più coraggio da un'organizzazione con una storia così importante alle spalle.
Avvenire del 19 agosto 2007

02 ottobre 2007

Cercare la felicità guidati dai Lumi

Le riflessioni di Tzvetan Todorov
di Frediano Sessi
Quando fu chiesto a Kant se lui pensasse di vivere nell’epoca dei Lumi, ossia in un tempo luminoso e saggio, egli rispose: «Non ancora, ma in ogni caso abitiamo una terra in procinto di essere illuminata». È ancora questa la nostra vocazione? Dopo la morte di Dio, ovvero la fine della teocrazia che ha visto dipendere il temporale dallo spirituale, e il crollo delle utopie che hanno spinto il XX secolo nelle braccia dei totalitarismi, «su quale fondamento intellettuale e morale siamo disposti a costruire la nostra vita comune?» Per cercare una risposta alla domanda e comportarci in modo responsabile, suggerisce Tzvetan Todorov nel suo ultimo saggio appena tradotto per Garzanti (Lo spirito dell’Illuminismo, pp. 127, 11) abbiamo bisogno di un quadro concettuale sui cui fondare non soltanto i nostri discorsi, e ciò è abbastanza semplice, ma soprattutto il nostro agire. Da anni alla ricerca di un simile orizzonte di riferimento, Todorov dichiara di essersi spinto in direzione di una corrente di pensiero e di sensibilità «umanista», rappresentata nel nostro passato da taluni autori dell’Illuminismo europeo. E poiché quel grande movimento di pensiero fu un luogo di dibattito più che di consenso, all’interno del quale si potevano incrociare forme di espressione assai diverse tra loro, se non in contrasto, Todorov ci suggerisce di rileggere le idee dei Lumi attraverso tre nodi: l’autonomia, la finalità umana dei nostri atti e, infine, l’universalità. Quanto al primo tratto, emancipazione e autonomia sarebbero due momenti di uno stesso processo che spinge gli uomini a disporre di una completa libertà di conoscere, interrogare, criticare e mettere in dubbio ogni cosa, cosicché nessuna istituzione o dogma assumerà più su di sé il carattere della sacralità. In questo caso, non è l’autorità del passato che orienta la vita, ma piuttosto i nostri progetti per l’avvenire. Non un rifiuto delle religioni, ma una scelta in direzione di atteggiamenti di tolleranza e di difesa della libertà di coscienza. Al centro delle finalità e della volontà degli individui e della società non c’è l’anarchia (poiché Dio sembra scomparire), ma qualcosa di terreno, vale a dire gli uomini per se stessi. La ricerca della felicità sostituisce quella della salvezza; una sorta di umanesimo o se si preferisce di antropocentrismo che restituisce forza ai diritti umani. Il passo conseguente è la considerazione del carattere universale dell’umanità, proprio perché l’esercizio della libertà non può essere appannaggio di una sola società. Se tutti gli esseri umani possiedono un insieme di diritti identici, ne consegue che essi sono eguali proprio in quanto detentori di questi diritti; e la loro domanda di uguaglianza assume il carattere dell’universalità. Così l’essenza dell’essere sta anche nel voler conoscere gli altri e le diverse società, perché è dallo sguardo dell’altro che ogni uomo trae il sentimento della propria esistenza. M a come suggeriva Rousseau, che insisteva sul carattere della perfettibilità umana, proprio il bisogno di universalità può tradursi allo stesso modo in amore e in violenza, perché «il bene e il male discendono dalla stessa fonte originaria». Ne consegue, suggerisce Todorov, che «ogni speranza in un progresso lineare resta comunque vana». E tuttavia considerare che tutte le pratiche umane si equivalgano è pura illusione. Se una solidarietà «naturale» ci lega agli abitanti della terra, in caso di bisogno siamo chiamati a un dovere di assistenza, non a un diritto di invadere militarmente altri Paesi. Qualcosa di positivo per Todorov può comunque giungere dalle radici dell’identità dell’Europa che, proprio per il suo essere insieme una e molteplice, può essere in grado di sviluppare, più di ogni altro grande continente, la capacità di integrare le differenze senza farle scomparire.
«Corriere della sera» del 17 agosto 2007

Su quei «Fiori» profumi di zolfo

150 anni fa il capolavoro di Baudelaire fu processato per «oltraggio alla morale». L'autore vinse, ma dovette eliminare 6 poesie
di Alessandro Zaccuri
Poco prima la stessa accusa era stata mossa a «Madame Bovary». Ma se Flaubert si ribellò, Charles lasciò correre: «Ogni letteratura deriva dal peccato», diceva
Nichilista, ammirato da Sartre, lo scrittore non rinunciò mai a presentarsi da moralista paradossale: «Sono fiero di un testo che esprime l’orrore del Male»
Prendere brutti voti a scuola, farsi cacciare dal collegio, spendere troppi soldi, chiedere prestiti, pretendere anticipi, pubblicare poesie sconvenienti, trascurare di scrivere alla mamma. E promettere, ogni volta, di non farlo più. Gli altri non ci credono, ma lui, Charles Baudelaire, è abilissimo nel persuadere se stesso, pregustando il successo di libri che non scriverà mai, immaginandosi già assiso tra gli Immortali dell'Académie, convincendosi che il Belgio gli darà finalmente i riconoscimenti che la Francia gli ha negato. Nel frattempo, però, mentre si consuma tra un progetto e l'altro, il gran libro Baudelaire lo scrive davvero. I fiori del male, certo, uscito in volume il 21 giugno 1857 e processato per oltraggio alla morale il 20 agosto dello stesso anno. Pochi mesi prima, in gennaio, sul banco degli imputati era finito un altro capolavoro, Madame Bovary di Gustave Flaubert. Due processi con lo stesso pubblico ministero, Ernest Pinard, che esce sconfitto dal duello con Flaubert, ma riesce a ottenere che dall'edizione francese dei Fiori del male vengano espunte sei poesie «dal profumo vertiginoso» e quindi, con ogni probabilità, malsano. In aula Flaubert si batte con foga (il famoso Madame Bovary c'est moi, ricordate?), Baudelaire invece lascia fare, come se in fondo ammettesse che il buon Pinard ha la sua parte di ragione. «Ogni letteratura deriva dal peccato», scriverà infatti in una lettera del 1860, in uno degli innumerevoli frammenti che compongono l'altro suo grande libro, l'epistolario convulso e drammatico e commovente da cui ora Cinzia Bigliosi Franck ha tratto l'ampia scelta pubblicata da Fazi con il titolo Il vulcano malato (pp. XXIV+560, euro 24,50). Sono queste le pagine in cui, fin dall'adolescenza, Baudelaire depreca se stesso e meticolosamente promette di emendarsi, specie quando si rivolge alla sua interlocutrice prediletta, la signora Aupick, ossia la madre che, rimasta vedova, si era risposata con un alto ufficiale, il futuro generale Ja cques Aupick. Allo stesso modo in cui Monaldo Leopardi è il destinatario dell'ultima lettera del figlio Giacomo, poche ore prima di essere colpito dalla crisi che lo porterà alla morte Baudelaire si rivolge alla madre dal suo esilio di Bruxelles. È il 30 marzo 1866. Dice che non può muoversi, che è pieno di debiti, che ha moltissimo lavoro da sbrigare.Il vulcano malato può essere letto come uno straordinario romanzo familiare, a patto però di non dimenticare che l'autore è uno dei massimi poeti della modernità, colui che ha saputo portare «l'infinito nelle strade», secondo la felice formula che Antonio Prete ha posto come sottotitolo del suo I fiori di Baudelaire (Donzelli, pp. XIV+178, euro 14), un saggio che si pone come ideale completamento al lavoro di traduzione compiuto dallo stesso Prete. Un libro utile non soltanto perché ricostruisce il significato e il destino delle famigerate poesie condannate, ma anche perché indaga in modo puntuale l'aspetto che, di volta in volta, viene considerato il più affascinante o morboso dell'opera di Baudelaire, ovvero il ricorso quasi istintivo a immagini e forme religiose, dalle apparizioni angeliche fino alla consapevole ripresa dello schema litanico. Ma basta imitare l'andamento della preghiera per pregare davvero? Baudelaire sembrava esserne sicuro, se perfino nella lettera indirizzata al ministro Fould dopo il sequestro dei Fiori del male non rinuncia a presentarsi come un paradossale moralista: «Io non mi sento affatto colpevole - proclama -. Al contrario, mi sento molto fiero di aver prodotto un libro che esprime solamente il terrore e l'orrore del Male». Si tratta dello stesso nodo indagato da Alessandro Piperno - proprio lui, il narratore best seller di Con le peggiori intenzioni - ne Il demone reazionario (Gaffi, pp. 436, euro 15), un ampio studio che prende le mosse da una delle più monografie baudelairiane mai scritte, quella pubblicata da Jean-Paul Sartre nel 1947. Sartre ammira Baudelaire senza amarlo, anzi il poeta «gli fa senso», come provocatoriamente sostiene Piperno. Forse perché i due si somigliano troppo, sono entrambi nichilisti assoluti che cercano in un'ideologia (reazionaria per Baudelaire, rivoluzionaria per Sartre) il rimedio al disagio che abita le loro opere. Per trovare un punto di equilibrio Piperno suggerisce di rivolgersi al Dostoevskij dei Demoni, il romanzo in cui la questione di Dio e del nulla viene posta nei termini più definitivi e radicali. Forse è proprio questo che Baudelaire intende quando afferma che la letteratura nasce dal peccato: soltanto la letteratura, se è autentica, può denunciare e implicitamente condannare il peccato. Anche quando, come accade nel suo caso, il peccatore è il poeta stesso.
«Avvenire» del 15 agosto 2007