31 luglio 2007

Amore-cuore: la rima del XII secolo

La «Fondazione Valla» propone una nuova edizione critica dei «trattati», scritti da Guglielmo di Saint-Thierry e da Bernardo di Clairvaux, che ispirarono Dante
di Roberto Mussapi
Già nelle Rime di Dante abbiamo una piena anticipazione di quanto accadrà nella Commedia: in versi famosi il poeta si affida totalmente a Beatrice, mettendosi letteralmente nelle sue mani. «Sono nelle tue mani», di memoria evangelica, indica la devozione di chi totalmente si affida a un altro, il Signore, e la donna amata quindi non si sostituisce a Dio, ma ne è messaggera, incantevole entità femminile. Subito, anche nel tremore dei sensi, l’amore per la donna ne rivela un altro, ulteriore, la fonte di ogni innamoramento. Già nelle Rime, ma definitivamente nel Paradiso Alighieri fonde indissolubilmente e magicamente (perché non è una fusione naturale, a occhi realistici) l’amore di Dio e quello tra uomo e donna. È il momento più alto di una cultura, quella prosperata a partire dal XII secolo, interamente pervasa dal tema, dalla realtà, che diviene quasi felicemente ossessiva, dell’amore.
Pensiamo alle leggendarie vicende di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra, nei poemi di Thomas, di Béroul, di Chrétienne de Troyes, pensiamo all’amore travolgente di Abelardo e Eloisa, testimoniato dall’epistolario tra il monaco e l’innamorata, traboccante di erotismo senza freni, di passione incontenibile. Sempre in quell’età fondamentale di passaggio, in quell’infuocato secolo del Medio Evo, nasce la poesia lirica amorosa, che, dopo i fasti dell’età aurea dei greci, Saffo, Alceo, Nosside, e dei latini Catullo, Properzio, Ovidio, si era inaridita ed estinta. Rinasce con i versi dei trovatori, rime d'amore cantate nelle corti.
Chi sono i «trovatori»? Il termine stesso battezza in loro l’essenza della poesia, che non consiste in un’artificiosa creazione dal nulla, ma in un trovare, uno scoprire, con perizia magistrale, similmente alla forma che Michelangelo cercherà e troverà, nascosta, nell’anima del marmo. Col trovatore noi incontriamo la figura del poeta che scopre, che si lancia in un’avventura per trovare, come nel buio di una miniera alla ricerca del diamante o dell’oro...
I trovatori sono tra i primi a scrivere poesie in lingua volgare, vale a dire non in latino, e i primi in assoluto nella storia letteraria d’Europa a costituire una scuola poetica. Nascono in Francia, ma il loro idioma diventa subito una lingua poetica adottata tanto dai Catalani quanto dagli Italiani, diffusa dal Portogallo all’Ungheria, una comune lingua imperniata su raffinatissime e liriche interrogazioni sul tema portante dell’amore.
La lingua dei trovatori, definita «provenzale» dagli italiani, si impone in tutto il mondo romanzo, e con essa il tema dell’amor cortese, amore destinato a sofferenze perché versato a una dama sposata, a un’impossibile coniugazione finale.
Parallela a questa fioritura esplosiva di poesia d’amore, dai romanzi cortesi del ciclo della Tavola Rotonda ai trovatori, da cui nasce la lirica moderna d’Occidente, si svolge in quel secolo una riflessione radicale sull’amore: dalla trattatistica sul modello di Andrea Cappellano, che traduce e propone i modelli erotici di Ovidio, poeta infinito nonché maestro dell’arte amatoria, a quella teologica che si svolge in ambiente monastico, anch’essa incentrata sull’amore e destinata a mutare il pensiero medievale.
L’amore è tema, centro e fuoco della cultura e del pensiero di un secolo, in due canali diversi ma che spesso si intersecano. Il modello di Ovidio, un modello del mondo classico, non è accettabile dai canoni cristiani, ma non può essere escluso dalla riflessione, poiché trattasi sempre di una concezione del mondo incentrata sull'amore.
Gugliemo di Saint-Thierry e Bernardo di Clairvaux, i due autori la cui riflessione sull’amore è presentata ora con consueto rigore in un’edizione della Fondazione Valla (Trattati d'amore cristiani del XII secolo, Mondadori, pagg. 322, euro 27), scrivono pagine straordinarie sulla natura dell’amore, divino, ma, in quanto creatura e dono di dio, onnicomprensivo. Il fuoco dei poeti e il volo dei monaci teologi sono due modi di affrontare la realtà che in quel secolo si afferma sovrana: modi diversi, naturalmente, spesso divergenti ma a volte speculari.
Parole brucianti nei due monaci, che è impossibile non estendere dall’amore verso Dio a quello totale verso la vita: «Desidero amarti e amo desiderarti», scrive Guglielmo. E Bernardo: «La causa per cui si deve amare Dio è Dio stesso, la misura è amore senza misura».
Se questo crescendo mistico nell’amore, verso la sua scaturigine, di fatto riformula o sublima l’amore palpitante e anche carnale dei poeti, il più grande di questi (e non solo di quel tempo) riuscirà a fondere i due amori, quello verso Dio e quello per Beatrice, portando a livelli mai prima e mai più toccati la capacità conoscitiva e rivelante della poesia.
«Il Giornale» del 24 luglio 2007
Articolo correlato: "Quell'amore senza misura"di G. Ravasi del 23 giugno 2007

30 luglio 2007

San Francesco e l’Islam

Un santo realista, un “folle di Dio” con i piedi ben piantati per terra. La figura del santo patrono d’Italia “purificata” dal pacifismo che lo circonda. Amante del dialogo, ma per la conversione degli infedeli

di Marco Meschini
Quando si parla di rapporti tra mondo cristiano e mondo islamico, capita spesso che qualcuno citi il caso di san Francesco (1181-1226), più o meno in questi termini: «Si dovrebbe testimoniare il Vangelo come fece Francesco, in sottomissione e silenziosa discrezione; e quindi non si dovrebbe cercare di convertire nessuno, come san Francesco non voleva che si facesse». Ebbene, è corretta una simile visione?

In parole...
Innanzitutto va detto che questa interpretazione del pensiero e dell’azione del santo di Assisi deriva in particolare da un libro notevole e influente, scritto dallo storico Giovanni Miccoli e intitolato Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana. In quel volume Miccoli sostenne che Francesco voleva «realizzare una presenza cristiana priva di ogni ricerca di proselitismo». In altri termini, il santo assisiate avrebbe visto ogni tentativo di annuncio attivo del Vangelo - orientato cioè alla conversione del non cristiani — come una sorta di “ingerenza”, persino di violenza e di contrario allo spirito evangelico, intriso di sottomissione, rinuncia, povertà “assoluta” e testimonianza “pura”.
Per sostenere questa tesi Miccoli cita la Regola non bollata (cioè non approvata dalla Chiesa, stesa tra il 1209 e il 1221) che al capitolo 16 recita: «I frati che vanno tra gli infedeli [e in specie tra i saraceni] possono vivere e comportarsi con loro, spiritualmente, in due modi. Un modo è che non suscitino liti o controversie, ma siano soggetti, per amore di Dio, a ogni umana creatura, e confessino di essere cristiani». Queste parole, certamente di Francesco, sembrano confermare quella lettura; tuttavia è necessario proseguire nel testo di quello stesso capitolo 16, che aggiunge immediatamente: «Un altro modo è che, quando vedessero che piace al Signore, annuncino la parola di Dio, affinché quelli credano in Dio onnipotente, Padre e figlio e Spirito Santo, creatore di ogni cosa, il Figlio redentore e salvatore; e siano battezzati e diventino cristiani, poiché chi non nasce dall’acqua e dallo Spinto Santo, non può entrare nel regno di Dio».
Si tratta di parole molto chiare, che indicano al frate francescano (e, potremmo dire, al cristiano in genere) la necessità di cogliere le occasioni propizie per testimoniare esplicitamente e “attivamente” la buona novella, «affinché quelli credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di ogni cosa, il Figlio redentore e salvatore». Sono contenuti essenziali del Cristianesimo, ovvero la Trinità e la figura umana e divina di Cristo, morto e risorto per la salvezza dell’umanità. E si badi che si tratta proprio di quei punti che l’Islam nega esplicitamente: per l’Islam, infatti, Allah è Dio uno e indivisibile e l’idea cristiana della Trinità è un’assurdità quando non, peggio, una forma di idolatria, ovvero di abominio da distruggere. Ed è poi vero che il Corano riconosce in Cristo un grande profeta, precursore di Maometto; ma appunto Cristo, in quest’ottica, non è nient’altro che un uomo, per quanto eccezionale (inferiore comunque a Maometto), e non può in alcun modo essere Dio. Tanto è vero che, per il Corano, Cristo non è mai morto in croce e quindi non è neppure — e tantomeno — resuscitato.
Sono punti essenziali di diversità tra Cristianesimo e Islam, che Francesco mostra di conoscere esattamente e di voler mettere a fuoco nell’attività missionaria del suoi frati. Lo scopo, poi, non è “semplicemente” di testimonianza, o meglio lo è nel suo senso più pieno, orientato cioè alla salvezza delle anime, che devono essere «battezzate» e «diventare cristiane», il che significa necessariamente staccarsi dal corpo dell’Islam per entrare nel corpo storico e mistico della Chiesa e di Cristo. Mi paiono parole nette, che smontano da sé il preteso “irenismo” a oltranza di Francesco: il santo di Assisi sperava e voleva che anche i musulmani (come gli altri infedeli) conoscessero la Grazia di Cristo, quella stessa che lo aveva toccato da giovane e gli aveva radicalmente trasformato l’esistenza.
Come ha ben scritto Claudio Leonardi, uno del massimi esperti mondiali della mistica cristiana medievale, «Francesco non ha timore di fare proseliti: il proselitismo, cioè la conversione e l’ingresso dell’infedele tra i fedeli di Cristo e della Chiesa, è nella logica della predicazione e di ogni azione apostolica, anche se la conversione resta solo opera divina».

...e opere
Quanto abbiamo visto sin qui riguarda soprattutto il pensiero e la parola scritta di Francesco. Tuttavia egli si pose questo problema anche dal punto di vista pratico: volle cioè portare personalmente il Vangelo in terra islamica.
Dopo un paio di tentativi falliti, fu nel 1219 che il santo riuscì a entrare in contatto con gli infedeli, durante la quinta crociata. L’episodio è a volte liquidato come un evento minore e secondario della sua biografia, perché Francesco rimase solo qualche giorno presso i musulmani, senza peraltro ottenere un particolare successo.
Ma, anche in questo caso, è una lettura riduttiva: che un uomo del Medioevo provi per tre volte a superare il “confine”, geografico e spirituale, che divideva la Cristianità del tempo dal mondo islamico; che lo faccia a suo rischio e pericolo, accompagnato solo da un altro frate (di nome Illuminato); che cerchi di parlare — e ci riesca! — con il sultano d’Egitto, ovvero con l’autorità somma del potere islamico in quel momento; e infine che torni indietro sano e salvo... beh, son tutte cose eccezionali, non secondarie, come scrisse Dante nella Divina Commedia (Paradiso 11,100-105).
Orbene, che cosa accadde? Nel giugno del 1219 Francesco e Illuminato raggiunsero il campo dei crociati che assediavano Damietta da qualche tempo. Tra la fine di quell’estate e l’inizio dell’autunno, i due frati attraversarono la “terra di nessuno” che divideva i crociati dai musulmani e chiesero di parlare con il sultano al-Kamil, discendente del grande Saladino. Sul fatto che i due si incontrarono e che, tramite interpreti, si parlarono, nessuno oggi dubita più.
Ciò che divide gli storici è semmai il contenuto del loro discorso, che diventa altamente dibattuto per il suo valore simbolico.
Non abbiamo nessun ricordo personale del santo, né cronache musulmane che ci riportino i contenuti di quel celebre incontro. Tuttavia, tra le fonti di parte cristiana ne spicca una contenuta nella biografia di Francesco scritta da san Bonaventura alcuni decenni dopo e che riporta la testimonianza di frate Illuminato. Eccone un passo decisivo. Il sultano si sarebbe così rivolto al santo: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male... Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Niente male: al-Kamil usò il Vangelo come strumento per accusare i crociati di violenza e aggressione. Ma sentiamo la replica di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: “Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te”..., con il che ci volle insegnare che dobbiamo sradicare completamente... un uomo per quanto caro o vicino — anche se ci fosse caro come un occhio della testa — che cerchi di toglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete. Se pero voleste conoscere il creatore e redentore, confessarlo e adorarlo, vi amerebbero come loro stessi».
Insomma, in un colpo solo Francesco difese l’opera del crociati e propose al sultano la conversione. È vero che questo dialogo non è direttamente attribuibile a Francesco; tuttavia è l’unico resoconto disponibile di un testimone oculare, frate Illuminato, e non c’é un motivo specifico per non utilizzarlo, sia pure con cautela.
Il Francesco che emerge è un santo eccezionale, che brucia dal desiderio di testimoniare in parole e opere la verità di Cristo e del suo Vangelo; e che si espone personalmente alla violenza e alla morte per suo amore. Sempre secondo le fonti cristiane, in effetti, Francesco propose al sultano anche un “giudizio di Dio” con i sufi islamici presenti: ovvero li sfidò ad affrontare i carboni ardenti per dimostrare la veridicità delle rispettive fedi. Ma quelli rifiutarono, e tra di loro vi fu forse un certo Fakhr al-Farisi, celebre consigliere del sultano, sulla cui tomba è scritto che ebbe «un famoso caso con un monaco cristiano».
Sappiamo anche che a quel punto Francesco propose di affrontare da solo la prova del fuoco, ma il sultano si oppose. Il santo poté quindi predicare ai musulmani, ma — sembra — senza ottenere successo. Tornò quindi al campo crociato e poi in Italia.

Conclusioni
Francesco sapeva che i musulmani negano la divinità di Cristo, “bestemmiando” — tecnicamente parlando, non moralmente — il suo nome. Per questo si adoperò in parole e opere perché divenissero cristiani. Anche in questo caso, dunque, Francesco e il perfetto cavaliere di Dio. Pacifico, ma non pacifista. Amante, ma non succube. Innamorato di Dio, e non delle lodi del mondo.

Bibliografia
La letteratura francescana, a cura di Claudio Leonardi, 4 voll., Fondazione Lorenzo Valla, 2004.
M. Meschini, Le crociate di Terrasanta, I Quaderni del Timone, Ed. Art, 2006.
Giovanni Miccoli, Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, 1991.

Ricorda
«Francesco d’Assisi è il prodotto più rappresentativo ed ortodosso della Chiesa delle crociate (...) Non è affatto il personaggio che generalmente ci viene presentato adesso. Non era il precursore dei teologi della liberazione. Né tantomeno fu l’araldo dl un cristianesimo dolciastro, melenso, ecologico-pacifista: il tipo che ride sempre, lo scemo del villaggio che parla con gli uccellini e fa amicizia con i lupi».
(Franco Cardini, in Vittorio Messori, Pensare la stona. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Sugarco, 2006, pp 164-165).

«Il Timone» n. 61, marzo 2007

Romanzo: in Europa non è finito

Di recente si è aperto il dibattito: nel Vecchio Continente la scrittura è in stallo Ecco qui una mappa non solo degli autori di best seller, ma di tutti coloro che riescono ad interpretare le varie contraddizioni del nostro tempo ormai senza ideali. Sono molto più di quanti se ne possano ricordare a memoria
di Fulvio Panzeri
Non mancano grandi narratori nei Paesi latini e in Gran Bretagna. Dopo il fallimento delle ideologie, le trame puntano su identità europea e ritorno all'impegno etico
Sulle ceneri dei regimi comunisti, l’Est si afferma come fucina di talenti: l’Ungheria è la più prolifica. Così la Turchia nonostante il nazionalismo. E capolavori arrivano dagli Stati dell’ex Urss
A partire da un intervento di Milan Kundera sui grandi personaggi del romanzo europeo, è seguita una provocazione fine a se stessa di Alessandro Piperno, sul Corriere della sera, nello scorso giugno. Solo invettive, perché la realtà è ben altra. Allora andiamo a vedere se la «scrittura europea» oggi appartiene veramente al cosiddetto «pensiero debole». Basta un viaggio virtuale sulla cartina della nuova Europa a contraddire il pour parler di Piperno. Noi ci abbiamo provato e la realtà, conti e libri alla mano, è ben diversa. Non solo il romanzo europeo gode oggi di buona salute, ma gli scrittori europei, quelli che "contano" e quelli che sanno interpretare le ansie e le contraddizioni di un'epoca come la nostra frastagliata tra il mito dell'uomo ridicolo e quello della nevrosi da mancanza di ideali, sono molto di più di quanti si possano ricordare a memoria. Ecco quindi una mappa ideale in cui indichiamo, non tanto gli autori di best-seller, ma gli scrittori che per intensità e forza del loro percorso, sono emblematici della realtà del loro paese e anche di una ideale identità europea.

NEOLATINI ALLA RISCOSSA
La letteratura francese soffre degli stessi "disturbi" di quella italiana e non è un caso che ai francesi piacciono proprio quei librini ben ricamati, un po' massimalisti sulla sentimentalità, come nel caso della sopravvalutatissima Milena Agus con Mal di pietre. La maggior parte dei narratori francesi non va al di là del contingente quotidiano, con storie deboli per troppa leggerezza espressiva. In Italia invece si è diventati più massimalisti e si è scoperta la letteratura di consumo, una riabilitazione avvenuta negli anni Ottanta, dopo Il nome della rosa di Eco e che via via ha confuso i piani tra letteratura alta e letteratura di genere. Così nonostante tutti gli scrittori si dedichino al giallo non è ancora emerso, non diciamo un Simenon, ma anche un più modesto, ma già alto come punto di riferimento, Giorgio Scerbanenco.
I migliori narratori in Ita lia? Potremmo indicare Raffaele La Capria, Alberto Arbasino e Claudio Magris. oltre a uno scrittore che ha esordito negli anni '80, Eraldo Affinati, che ha riletto con emblematici viaggi le tragiche vicende dell'Europa del '900.
E anche in Francia ci sono grandi scrittori: Michel Tournier, che racconta tra metafora e alchimia, un viaggio tra gli archetipi del suo paese e due nomi, che si stanno consolidando: Eric-Emmanuel Schmitt che sa fare della leggerezza uno scacco al destino e basti la sua ultima raccolta di racconti a decretarne la grandezza e un autore non ancora tradotto in Italia, già caso letterario in Francia, Jonathan Littell, autore di un romanzo di 900 pagine, una riflessione terribile sul mistero del male, attraverso la figura immaginaria di un aguzzino delle SS.
Se continuiamo il nostro viaggio oltre i Pirenei, in Spagna anche qui troviamo almeno tre fuoriclasse, con Juan Goytisolo e la sua melanconica forza morale nell'affrontare i grandi temi dell'esistenza; Juan Marsé, come dimostra anche con l'ultimo romanzo tradotto in Italia, Adiós muchachos (Frassinelli), censurato dalla dittatura franchista, una storia corale sulla guerra civile che si regge sulla forza di un mondo salvato dai ragazzini; e le perfette macchine narrative di Javier Marias, in grado di mettere a nudo, attraverso personaggi forti, i temi dell'attualità europea.

ANDANDO VERSO NORD
L'Inghilterra ha trovato le sue voci più potenti, in Ian McEwan, le cui storie riflettono umori in bilico tra certezza e fragilità interiore e in Salman Rushdie, lo scrittore anglo-indiano che ha saputo mettere in luce punti di incontro e contraddizioni tra le realtà occidentali e orientali. Per quanto riguarda l'Irlanda non ci sono dubbi: i migliori narratori di oggi sono William Trevor, con la sua desueta e cechoviana ricerca di una dimensione del tempo naturale delle anime, e John Banville, un narratore capace di affondare nel mistero delle coscienze dei suoi personaggi, scoprendone bellezze e meschinità. Basti pensare a Il mare, il suo ultimo straordinario romanzo tradotto da Guanda.
Di identità europea, di contraddizioni e di riflessioni morali sono anche fortemente intrisi i romanzi del grande scrittore olandese Cees Nooteboom. Perfetta narratrice di un enigma chiamato vita, interrogato continuamente dalle sue figure femminili di grande e vibrante spessore è anche un'altra scrittrice olandese, Hella Haasse, autori entrambi tradotti in Italia da Iperborea che ha anche scandagliato il ricco e complesso mondo della letteratura scandinava. Anche qui grandi scrittori non mancano e grandi personaggi che incrociano i destini con un senso perduto dell'identità. Due grandi autori svedesi che si muovono su questa sono Torgny Lindgren e Lars Gustafsson, senza dimenticare Per Olov Enquist, una delle grandi «coscienze critiche» della società scandinava.
La Germania, come l'Italia, sta ancora cercando i propri nuovi «grandi» autori di riferimento, quelli che potrebbero prendere il posto di un sempre più chiacchierato Günther Grass. Un nome si potrebbe fare anche in questo caso: quello di Ingo Schulze, che lo stesso Grass ha definito «uno scrittore epico» e di cui Feltrinelli pubblicherà, a fine agosto, il suo romanzo più importante, Vite nuove, il ritratto definitivo del cambio epocale avvenuto con la caduta del Muro di Berlino. Sempre nell'area di lingua tedesca dalla Svizzera abbiamo un narratore che non è un romanziere, ma il cui sarcasmo e la cui ironica diffidenza, sono una cifra stilistica assai originale: Peter Bichsel e uno scrittore che guarda al disorientamento in una chiave meno grottesca di quella di Dürrenmatt, ma decisamente incisiva: Hugo Loetcher. In Austria invece, nonostante le sue discusse posizioni politiche sui crimini della Serbia, è ancora forte l'impronta di Peter Handke, la sua meditazione sul tempo, sul mondo e sulla storia, sul destino di una metaforica dimensione di «fuga da fermo».

LE FRONTIERE: L'EST E LA TURCHIA
Se la Polonia ha recentemente perso una delle voci più autorevoli, un giornalista che ha fatto della cronaca della realtà, un grande romanzo sulle temperie delle zone di guerra, come Ryszard Kapuscinski e la Repubblica Ceca può ancora contare sull'intelligenza di Milan Kundera, seppure da decenni emigrato a Parigi, il nuovo dai paesi dell'Est viene soprattutto, dopo la caduta del muro di Berlino, dall'Ungheria. È il paese da dove è fuggita, negli anni del regime comunista, la grande Agota Kristof, che ora vive in Svizzera, autrice di un capolavoro qual è la Trilogia della città di K. Ungheresi sono Imre Kertesz, premio Nobel per la letteratura, interprete della condizione d'esilio del Novecento, prima da sopravvissuto all'Olocausto e poi alla dittatura comunista, e Peter Esterhazy, di un'altra generazione, coscienza critica dell'Ungheria di oggi, nella sua monumentale ricostruzione di un passato e delle sue terribili verità. Dall'Albania se n'è andato in Francia anche Ismail Kadarè, grandissimo autore che mette in gioco lo straniamento del potere e il tradimento delle radici culturali ed etniche della sua terra.
Se tace la Grecia, la Turchia, proprio in ragione delle molte contraddizioni interne e ancorata ad una censura che vuole difendere le ragioni di un presunto nazionalismo, ci ha dato due narratori di tutto rispetto, Yashar Kemal, con l'epico incedere dei suoi contadini nelle pianure dell'Anatolia, in una dimensione quasi biblica, e Orhan Pamuk, il più recente premio Nobel per la letteratura, che ha fatto attraversare la sua Istanbul da personaggi memorabili, in una sorta di labirintico viaggio alla ricerca delle verità nascoste.
E risalendo verso la grande Russia, dopo la grande stagione del romanzo ottocentesco, dopo Nabokov e la Berberova, dopo la perestrojka e la rinascita di una nuova letteratura, anche qui troviamo scrittori di altissimo calibro. Su tutti Sasha Sokolov, tradotto solo quest'anno in italiano da Ponte alle Grazie con lo straordinario La scuola degl i sciocchi, dove il personaggio è solo una voce e un viaggio nell'immaginario di una testa che vede il mondo a modo suo. E tra i tanti «nuovi» scrittori, azzardiamo il nome di una scrittrice, che ci racconta i suoi contradditori universi femminili, Ljudmila Ulickaja, tradotta in italiano da Frassinelli. E anche dalle province dell'ex-Unione Sovietica, dalla Kirghisia, ad esempio, arrivano capolavori. È il caso de Il battello bianco di Tschingis Aitmatov, ministro di Gorbaciov dopo la perestrojka, ambasciatore del suo paese in molti stati europei. Nei suoi romanzi, pieni di nostalgia, lirismo e passionalità, il destino degli uomini si misura con i contrasti fra tradizione e progresso, pregiudizio e libertà, bellezza e degrado.
Il romanzo europeo non è morto, anzi ha molte forme e variegate voci, ma soprattutto ha ancora la forza di imporre una misura tra verità e moralità.
«Avvenire» del 22 luglio 2007

Universo: sinfonia in chiave di basso

È già tormentone per i ragazzini, che se la scaricano in formato Mp3, la «trascrizione» della musica emessa dalle profondità galattiche. Dal cupo e vibrato eco del Big Bang agli schiocchi ritmati delle pulsar, fino alla tempesta sonora tra Giove e Io e ai sibili delle vampate di idrogeno sul Sole
di Luigi Dell’Aglio
L'astronomo cieco che studia le stelle senza poterle vedere ma ascoltando le frequenze elettromagnetiche dei radiotelescopi ha precorso i tempi. L'aveva capito l'astrofisico americano Carl Edward Sagan (1934-1996), consulente scientifico per Contact di Robert Zemeckis, e perciò aveva inserito quel personaggio nella trama del film. Un'epica fantascientifica che è diventata scienza, tanto che oggi i ricercatori parlano di musica o sinfonia dell'Universo. Appena 380 mila anni dopo il Big Bang, l'Universo emette un suono acuto che ricorda quasi il vagito di un bimbo appena nato. Segue poi un tono grave come quello del contrabbasso; a volte sembra un ruggito. C'è chi paragona il suono del Big Bang al rombo di un aereo che vola basso nel silenzio della notte. Il cosmo incute rispetto, con tutti i suoi suoni, variabili e misteriosi. Anche la stella gigante Xi Hya usa i toni ultrabassi. Quando Giove "parla" con una delle sue lune, che porta il nome dell'amata e sfortunata ninfa Io, esplode una tempesta sonora che può durare molte ore. Il Sole, ascoltato e analizzato da Robert von Fay-Siebenburgen e da Youra Taroyan, dell'Università di Sheffield, in Inghilterra, ha la performance di un gigantesco organo a canne o di una potente chitarra, riferiscono i due astronomi. Ma quando dall'arroventata corona solare si levano imponenti vampate di idrogeno, pari a milioni di gradi Celsius, ecco sottilissimi sibili, e risonanze che fanno pensare a John Cage, pioniere dell'ambient music.
Avvincenti i suoni prodotti dalle aurore che si formano su Ganimede, il più grande e luminoso dei satelliti di Giove, scoperto (come Io) da Galileo Galilei. Dalla nebulosa del Granchio, le pulsar (Pulsating Radio Source) emettono intense radiazioni elettromagnetiche, che si traducono in uno schiocco secco, periodico e regolare come un metronomo; musica percussionistica che piacerebbe alle avanguardie. Le Leonidi, sciame di stelle cadenti, producono suoni con le loro meteore. La sonda Cassini-Huygens h a registrato l'eco dei turbini che martellano l'atmosfera di Saturno. Insomma, uno spazio che "respira", tutto da ascoltare. La sinfonia dell'Universo è così richiesta che, per renderla accessibile al pubblico, specie quello giovane, e agli aficionados della musica «in cui nessun suono è prodotto intenzionalmente», è sorta Radio Astronomy (www.radio-astronomy.net).
Che queste vibrazioni abbiano realmente accompagnato la nascita e la vita dell'Universo è dimostrato da una quantità di esperimenti e confermato dagli astronomi. Bisogna risalire a un importante evento: la scoperta della radiazione cosmica di fondo (Cosmic Background Radiation), che è quanto rimane dello smisurato calore creatosi con il Big Bang. Di questa radiazione si erano accorti per primi Arno Penzias e Robert Wilson; cercavano di far funzionare un'antenna per microonde, nei laboratori della Bell Telephone, ma era venuta fuori un'inspiegabile radiazione, del tutto sconosciuta sul pianeta e dunque di origine extraterrestre. Ma fu David Wilkinson a capire che quel fioco segnale era la voce che veniva dal lontanissimo Big Bang, residuo dell'immenso calore che si era sprigionato. Secondo alcuni, nella radiazione fossile di fondo si sono impresse le onde acustiche esistenti nell'Universo primordiale. Inoltre, al principio, l'Universo era composto da un gas di particelle elementari con zone più dense e meno dense; le perturbazioni nate da queste differenze si propagavano come le onde sonore. Il satellite Wmap (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) ha tradotto in suono la radiazione cosmica che è testimone dell'esplosione primordiale. Di qui la musica dell'Universo.
Ci si chiede: l'Universo è nato a tempo di sinfonia? Da quattordici miliardi di anni fa, quando il cosmo era più giovane, più caldo e soprattutto più denso di oggi, non ci arrivano vere e proprie note musicali. Come fanno osservare gli astronomi di Sheffield, i satelliti Soho (Solar Heliospheric Observatory) eYokho ("Raggio di Sole") hanno studiato le immagini e i dati provenienti dalla regione più esterna del Sole e, applicando nuovi modelli teorici, hanno potuto misurare le onde sonore. Hanno accertato che i suoni sono migliaia di volte più bassi di quelli che l'orecchio umano arriva a percepire. Dalle immagini raccolte dai vari satelliti (in particolare da Cobe, dall'attuale Wmap e dal futuro Planck), e dagli esperimenti Boomerang e Maxima con palloni stratosferici, oggi si può ricostruire lo spettro dei suoni primordiali.
Ma la musicologia dell'Universo è scienza ancora in fasce. Quasi tutti i corpi celesti vibrano come strumenti musicali e perciò producono suoni: dal mormorio al rombo, fino al fruscio al clic, al rumore puro. Ma vent'anni fa John Schwartz e Gabriele Veneziano hanno lanciato la teoria delle stringhe: l'Universo sarebbe occupato non da particelle elementari sempre più piccole ma da stringhe, filamenti infinitamente sottili, la cui lunghezza estremamente variabile può coprire sia millimetri che le distanze fra le galassie. Allora la sinfonia dell'Universo sarebbe composta dalle vibrazioni delle stringhe? Ogni corpo celeste farebbe parte di un'immensa orchestra. I teenager comunque non entrano in queste dispute e va già di moda scaricare i vari brani della sinfonia dell'Universo nel lettore Mp3 che si porta appeso al collo, o come suoneria di cellulari. Mai l'Universo era entrato così profondamente nella nostra vita.
«Avvenire» del 22 luglio 2007

L'altra faccia del potere: l'intellettuale del mondo antico

di Manlio Simonetti
L'intellettuale è un personaggio dai contorni indefiniti, sì che non è agevole trasferirne il concetto nel mondo antico. Per comodità intenderemo qui per intellettuale il letterato impegnato sul piano politico in senso lato. In tale ottica già il rapsodo dei tempi di Omero e di Esiodo, data la finalità pedagogica attribuita alle sue recitazioni, esercita una funzione che si può definire politica, e ciò vale tanto più per gli autori di tragedie e commedie attivi nell’Atene del V secolo avanti Cristo. In effetti agli agoni drammatici veniva attribuita una finalità sommamente educativa, al punto che tutti i cittadini erano obbligati ad assistervi, e per questo la loro gestione era strettamente controllata dall’autorità politica e religiosa: a tali agoni infatti erano demandate la salvaguardia e la periodica riaffermazione dei valori portanti della città. Da questo punto di vista le illazioni moderne circa la pretesa eccentricità di Euripide rispetto alle tradizioni religiose del suo tempo sono infondate: il fatto che le autorità competenti permettessero la rappresentazione delle sue tragedie era segno che le riconoscevano come compatibili con quelle tradizioni. Più libertà di espressione aveva l’insegnamento filosofico, in quanto di carattere personale: ma anche in questo ambito vigevano precisi limiti, come attestano il tragico destino di Socrate e l’allontanarsi da Atene di Anassagora e di Aristotele. In complesso il controllo esercitato dalla pòlis sull’attività dell’intellettuale era piuttosto stretto, e ancor più lo sarebbe diventato nei regni ellenistici. Nella Roma repubblicana l’attività letteraria e culturale era ben poco considerata, a eccezione di quella dell’oratore, i cui riflessi sulla vita politica erano immediati e forti. È significativo che l’attività teatrale, tanto apprezzata ad Atene, a Roma fosse rigorosamente vietata agli uomini liberi, a eccezione del ruolo di spettatori, sì che le eventuali ambizioni letterarie di qualche aristocratico potevano concretarsi soltanto per interposta persona: si pensi alle dicerie sulla genuinità delle commedie di Terenzio. Ma con l’infittirsi dell’influsso esercitato dalla grecità l’attività letteraria comincia a essere più apprezzata, tanto che viene pure sfruttata a fini politici. Si pensi, negli ultimi decenni del I secolo avanti Cristo, all’attività del circolo letterario di Mecenate, i cui componenti (Orazio, Virgilio, Properzio) furono chiamati ad affiancare e propagandare l’azione di Ottaviano Augusto sia nella guerra contro Antonio sia nella successiva attività restauratrice dei valori tradizionali della romanità (Carmen saeculare di Orazio, Odi romane di Properzio). Di segno opposto, cioè di contestazione, fu invece la prevalente attività politica degli intellettuali al tempo degli imperatori della casa giulio-claudia, in nome degli ormai anacronistici ideali repubblicani rinvigoriti dall’etica stoica. In seguito, invece, l’allineamento dell’intellettualità al volere imperiale fu completa. In questo contesto ci interessa soprattutto l’atteggiamento ostile dell’intellettualità greca e romana nei confronti dei cristiani, con la continua riproposizione del carattere rozzo e irrazionale della religione cristiana, anche quando questa accusa nel III secolo era ormai obsoleta. In effetti la persecuzione indetta da Diocleziano e Galerio contro i cristiani agli inizi del IV secolo fu accompagnata da una nutrita attività letteraria anticristiana. In questa temperie ostile l’attività dell’intellettuale cristiano fu finalizzata a difendere la nuova religione, con atteggiamento polemico verso la religione pagana, ma molto meno verso i valori civili della romanità. Quando Costantino inaugurò il nuovo corso del rapporto tra impero e Chiesa, fu pronto l’adeguamento dell’intellettuale cristiano, impersonato soprattutto da Eusebio di Cesarea, che teorizzò la simbiosi tra impero e Chiesa sotto la guida dell’imperatore, rappresentante in terra del Logos divino. Questa ideologia si conservò a lungo nell’impero d’Oriente, mentre in Occidente, a causa della fine dell’impero provocato dalle invasioni dei barbari, il ruolo dell’intellettuale cristiano, sempre un membro del clero, fu mirato necessariamente ad affiancare l’azione della gerarchia tendente a trovare un modus vivendi con i nuovi padroni. È sintomatico peraltro che il mito di Roma eterna ispirasse in più d’uno (Avito di Vienne, Gregorio Magno) la convinzione che il crollo dell’impero preannunciasse la prossima fine del mondo.
«Avvenire» del 26 luglio 2007

In lotta con la propria imperfezione ma assetati di bellezza

Discorso semi-serio sull'Italia a partire dai corpi in spiaggia
di Davide Rondoni
La spiaggia, gran teatro dei corpi. Ovvero gran teatro di bellezze e caducità, grande show di quel che siamo e di quel che vorremmo essere. Di quel che ci attrae e di quel che ci sgomenta. Il nostro sguardo trascorre dalle infinite copertine che ci propongono, come luci nella nebbia, le linee e i sorrisi e lo charme di corpi gentili, ben curati, famosi e formosi, alla scena che ci si apre davanti e da ogni lato percorrendo la passerella di uno dei mille e mille stabilimenti balneari lungo le nostre spiagge, ecco che quello sguardo ancora ubriacato di bellezze patinate e in posa, si commuove e si sgomenta. Siamo questi. Lo spettacolo di imperfezioni è ubriacante. Il fatto di provare a nasconderle o camuffarle, magari con i trucchi e le mode copiate dall'ultima star di moda, con costosi o vistosi optional di corredo - che so, occhiali alla Tom Cruise su zigomi irrimediabilmente centroitalici - provvede ad incrementare lo spettacolo. Si vedono ragazzi che sfregiano la loro bellezza italiana e mediterranea con orpelli afro-hollywoodiani. E ragazze di splendente carattere nostrano che si mascherano dando vita a strane creature senza capo né coda. E come sempre accade, accanto a prove di gusto, appaiono imbarazzanti ircocervi. Ma il fatto è che questi siamo. Qualsiasi discorso sull'Italia che non tenga conto anche di questi corpi sarebbe astratto e vuoto. E ora che, per così dire ci vediamo in mutande, senza poterci più di tanto differenziare per auto o uffici o case o altri emblemi di potere o di benestare, senza insomma grandi differenze, tutti corpi in lotta con la propria imperfezione e assetati di bellezza, allora forse si può ragionare meglio su di noi. E il primo punto fermo di questa visione nuda di noi è: in questi corpi reali si agita un desiderio di vita e di bellezza. In tutti, e in ciascuno a modo proprio. A questo desiderio alcuni pretendono di rispondere solo con bellezze visibili, con ideali di bellezza solo fisica la cui esibizione esteriore è ossessiva. Come se il desiderio di bellezza di una donna normale potesse realizzarsi nell'assomigliare ad una star. Ma così quel desiderio è destinato a diventare una frustrazione, o un tentativo comico. E idem per gli uomini. Insomma, cos'è la bellezza umana? Questo gridano e sussurrano i nostri corpi esibiti in questi giorni. Cosa è la vera bellezza umana? Che non sia astratta e violenta, che non sia una frustrazione, che non sia superficiale e passeggera come una stagione troppo breve? Quale bellezza umana dobbiamo imparare a guardare per poterla riconoscere quando si presenta? Perché è certo che se si fissa qualcosa come modello di bellezza, si finirà per credere che la bellezza esiste solo quando ha quelle caratteristiche. E invece no. Ci dev'essere una umana bellezza che non c'entra con le misure dei fianchi, con la solidità del seno o con lo slancio del passo. Lo dice, lo grida il popolo reale delle spiagge. In questi giorni mentre il nostro sguardo si posa su alcune bellezze da mozzare il fiato e su innumerevoli normalità, su non pochi difetti dei corpi, il pensiero su che cosa sia veramente la bellezza umana si può fare largo. E farsi largo come un disagio, come un sospetto. E infine farsi largo come un'allegria. La bellezza, infatti, non può essere qualcosa che ricatta i troppi che non ce l'hanno. Come se la bellezza umana fosse una fortuna riservata a pochi. No, ci dev'essere qualcosa di possibilmente bello in tutti. E che, a differenza di certe bellezze esteriori, vinca il tempo. Ci dev'essere qualcosa di bello in noi, e che a volte dimentichiamo. Proprio vedendo i nostri corpi, fissando quel che siamo e non quel che certi media vorrebbero che fossimo, ci appare chiaro che ognuno deve poter avere qualcosa di veramente bello. Una cosa che dia la sua luce al corpo, ben più forte di quella passeggera dei riflettori o delle fortune della giovinezza. Una cosa reale come i fianchi e le labbra. La cui bellezza cresce se curata forse con meno tempo di quel che si dedica di solito a diete e a palestre. Una cosa reale e profonda come lo sguardo che colpisce. Una cosa chiamata anima. A ognuno la propria, unica e irripetibile, insieme al proprio caro corpo.
«Avvenire» del 22 luglio 2007

Le gambe non bastano più in un mondo su di giri

Il ciclismo dopato piomba nella crisi
di Alberto Caprotti
Uno al giorno. Puntuale come una cambiale. E con l'odioso corollario di non far più nemmeno notizia, tale è l'assuefazione a collegare marciume e ciclismo, a sopportare con rassegnazione una corsa non più a tappe, ma ad eliminazione. Il Tour de France anche ieri ha scoperto il suo dopato quotidiano, Cristian Moreni, professione gregario, 34 anni, due figli. In una foto d'archivio, datata 2004, erano sul podio con papà, fresco campione d'Italia. Sorridevano orgogliosi. Biondi. Puliti. Da oggi, probabilmente, il loro eroe dovrà spiegare qualcosa. Almeno ai suoi bambini - se ne avrà la forza e il coraggio - dovrà dire perché il Tour per lui è finito in un pomeriggio di luglio, quattro giorni prima del traguardo di Parigi. E sarà la corsa più difficile della sua vita.
Moreni dopo Vinokourov: testosterone o trasfusione, poco cambia. C'è ancora un farmaco, una pratica illecita, un sangue sbagliato a pesare sullo stomaco della bicicletta. E prima di loro Ullrich e Basso, e Landis, vincitore un anno fa del Tour che ancora oggi nessuno sa bene a chi assegnare. In compenso c'è un danese, Rasmussen, che spiana i Pirenei in maglia gialla inseguito dal sospetto, più forte di ogni avversario.
È un disastro, la bancarotta di uno sport che ha toccato il fondo e continua a scavare. Salvarlo sembra impossibile, fermarlo potrebbe essere inutile. Le tv tedesche, per protesta e sdegno, già non lo trasmettono più in diretta. Ma chiudere la saracinesca è la reazione giusta? Prima del Tour i corridori, tutti, hanno firmato un documento nel quale si impegnavano a restituire un anno di stipendio nel caso in cui fossero stati pescati positivi all'antidoping. Alcuni di loro hanno messo a disposizione il proprio dna, dicendosi pronti a qualunque sacrificio pur di mostrare pulizia e buona volontà. Altri, prima della tappa di ieri, hanno organizzato un sit-in di protesta contro il doping: tra loro c'era anche Moreni...
Cose da encefalogramma piatto, di uno sport oltre il coma, per il quale c' è già una proposta di eliminazione dalle Olimpiadi del 2016. Verrebbe voglia di dire basta, di farla finita prima. Ma sarebbe ingiusto. Per quelli che corrono usando solo le gambe. Ce ne sono ancora, probabilmente. Ce ne fosse anche uno solo, non meriterebbe di pagare per gli altri. Un anno, due: tutti fermi. Per ripulirsi, per pensare. Ma nessuno può garantire che poi, dalle ceneri, rinasca davvero qualcosa di più serio e di più credibile. Perché l'evoluzione del doping ha portato al paradosso: prima chi barava lo faceva nella speranza di farla franca, di schivare quei test di una volta, sporadici e insicuri. Oggi no.
Al Tour, come al Giro d'Italia, l'antidoping è una cosa seria, puntuale, evoluto, micidiale. Negli altri sport le farse continuano, nel ciclismo non si scappa, non si può pensare di uscirne illesi. E infatti c'è un "positivo" al giorno. Eppure continuano. Sanno che c'è un vigile che li aspetta dietro la curva, ma passano col rosso. Occorre chiedersi se sono matti, oppure stupidi. O più probabilmente solo vittime consapevoli, meccanismi di un ingranaggio impazzito che non permette di fermarsi, fedele alla logica aberrante secondo la quale senza sostanze illecite nelle vene non solo non puoi vincere, ma nel ciclismo di oggi che scala le montagne a 50 all'ora di media, nemmeno arrivi al traguardo.
È questa la vera droga da combattere, ed è mentale prima che fisica. Convincersi davvero che pedalando tutti più piano, un traguardo è ancora raggiungibile. Quello della dignità. Di uomini, prima che di atleti.
«Avvenire» del 26 luglio 2007

E ora la Cgil va in tilt Per troppa politica

Contraddizioni sulla legge Biagi
di Francesco Riccardi
Il cortocircuito sul lavoro, alla fine, si è prodotto. E ha mandato in crisi non solo i legami all'interno della maggioranza, ma anche tra il governo e la Cgil. Da settembre, annuncia il leader Guglielmo Epifani, il rapporto con l'esecutivo muterà: «sarà forte e serrato», come dire conflittuale, anziché amichevole.
Un cambio brusco, nelle intenzioni, se si ripensa a quella sorta di "giuramento di fedeltà" all'esecutivo di centrosinistra, che fu stretto al congresso Cgil nel 2006. Per «riprogettare il Paese» con un patto dei «tremila giorni», lungo non una ma due legislature, dichiarò allora Guglielmo Epifani, presente Romano Prodi. Cosa di tanto grave, allora, costringe oggi il leader della Cgil a minacciare un cambio così profondo di atteggiamento? Solo lo "sgarbo" di una nota cambiata sul verbale d'intesa? In realtà, ciò che pesa veramente per la confederazione di Corso d'Italia è che i contenuti del protocollo firmato - seppure solo per «senso di responsabilità» - contraddicono l'intera strategia politica della stessa confederazione dal 2000 a oggi. È come se la Cgil siglando l'intesa, e approvandola a maggioranza nel suo direttivo, avesse ammesso: "Compagni, da quasi un decennio abbiamo sbagliato tutto, opponendoci a provvedimenti che invece erano positivi".
Per comprenderlo sono sufficienti due esempi. Il primo è quello dei contratti a termine, sul quale si determinò il primo accordo separato dopo un decennio di unità sindacale. La Cgil, infatti, nel 2001 non volle firmare l'avviso comune di sindacati e imprese, trasformato poi in decreto dal neonato governo Berlusconi. Riteneva che la liberalizzazione fosse troppo ampia. In particolare riguardo alle causali in base alle quali è possibile stringere contratti a tempo determinato. Oggi, per questo strumento, nel protocollo non è prevista l'introduzione di particolari causali, ma solo misure (ragionevoli e auspicabili) per contrastare la reiterazione all'infinito dei contratti temporanei.
Il secondo esempio, a ncora più clamoroso, è la legge Biagi. Osteggiata a suo tempo in maniera addirittura feroce, con tre scioperi generali, oggi viene confermata nel suo impianto. Sempre nel protocollo siglato da governo e parti sociali, infatti, della legge Biagi vengono cancellati appena 9 articoli (il 14 e dal 33 al 40) su 86 complessivi, si prevede un successivo esame di altri, si auspicano alcune modifiche e integrazioni. Si diceva (e non era vero) che la Biagi avesse introdotto 43 figure contrattuali, eppure se ne cancella solo una (il lavoro a chiamata), si discute sul futuro di un'altra (lo staff leasing) e si prevede qualche ritocco ad altre 3, confermandone così l'utilità. Nel frattempo, nello stesso protocollo, si loda l'apertura del mercato ai tanti soggetti privati e l'efficacia dell'integrazione tra servizi pubblici e privati. Si prende atto cioè della realtà: quella legge, assieme agli altri provvedimenti di flessibilizzazione, ha reso possibile la forte crescita dell'occupazione negli ultimi anni e aveva necessità semplicemente di essere ritoccata, in parte corretta e soprattutto completata. Il tutto, sancito ora con tanto di firma della Cgil. Ma la Biagi non era, negli slogan di quel sindacato, la "madre di tutte le precarizzazioni"? Non era la legge che avrebbe "bruciato un'intera generazione"?
Non basta, a sanare una contraddizione così forte, sostenere che il governo ha imposto un "prendere o lasciare", minacciando le dimissioni. Un operaio torinese, di quelli che magari di politica afferrano poco ma la lima la sanno usare, sentenziava ieri: «Ci fosse stato il governo Berlusconi avremmo fatto 10 scioperi generali». Ecco il cortocircuito: il cambio di giudizio si avvera non per una maturazione culturale, quanto per una contingenza politica. Solo che il sindacato l'autonomia non la può praticare una stagione sì e l'altra no. Perché è l'identità fondante del sindacato. Assieme alla capacità di negoziare partendo dai dati di realtà. Quella che la Cgil non voleva veder e sulla flessibilità e che oggi si trova a dover accettare tra mille lacerazioni.
«Avvenire» del 26 luglio 2007

C’eravamo tanto amati

Romanzo epistolare dell’addio tra Romano Prodi e Guglielmo Epifani
di Giuliano Ferrara
Quello tra Romano Prodi e Guglielmo Epifani sembrava un sodalizio indistruttibile. Il segretario della Cgil aveva trasformato il congresso della maggiore organizzazione sindacale in una manifestazione elettorale a favore di Prodi, sfidando le critiche non solo della sinistra interna ma anche del suo predecessore Sergio Cofferati. Il premier ha pervicacemente affidato a una “concertazione” considerata da molti sbilanciata in direzione della Cgil la soluzione delle tensioni che incrinano la sua maggioranza. La solidità dell’intesa tra i due era basata su un reciproco interesse. La Cgil, grazie all’appoggio del “governo amico”, acquisiva una sorta di diritto di veto sulle scelte economiche che le dava un vantaggio nei confronti dei sindacati concorrenti e delle controparti. Prodi poteva contare sull’assenso della Cgil per isolare le posizioni più oltranziste presenti nell’ala sinistra della sua composita maggioranza. Sembrava, come tutti i matrimoni d’interesse, un accordo destinato a durare a lungo, ma in realtà era basato su un equivoco di fondo. La base dell’accordo, infatti, era tutta in negativo, costituita dalle critiche comuni alla politica e alle riforme realizzate dal centrodestra, soprattutto la legge Biagi e quella sulle pensioni. Quando però è stato necessario passare dalle critiche verbali, che non costano niente, ai provvedimenti concreti, le strade si sono divise. La demografia che impone di alzare l’età pensionabile vincola qualsiasi governo, i firmatari della legge Biagi, Confindustria, Cisl e Uil non si sono pentiti, anche per i risultati eccellenti della liberalizzazione del mercato del lavoro, il che ha portato a una modesta manutenzione e non alla restaurazione delle rigidità sognata dalla Cgil.
Così il grande amore è finito. Prodi ha cercato di utilizzare Epifani per disinnescare il dissenso dell’estrema sinistra ed Epifani ci è cascato: ha chiesto ai partiti della sinistra “un passo indietro”, convinto che avrebbe avuto in cambio una proposta vicina alle sue richieste. Prodi gliel’aveva fatto credere, dicendo che con le proposte sulle modifiche alla legge Biagi si sarebbe data soddisfazione ai sindacati solo parzialmente accontentati sull’età pensionabile. Però, alla fine, i sindacati soddisfatti sono stati Cisl e Uil, non la Cgil. Le recriminazioni di Epifani e la replica di Prodi sono il primo capitolo di un romanzo epistolare gustoso che meriterebbe di continuare, ma la carriera dei due è a rischio.
«Il Foglio» del 28 luglio 2007

Ricerca, se le ragazze rinunciano: «Ma io non sono all'altezza...»

I risultati di una indagine a tappeto nelle scuole: i ragazzi invece non mostrano incertezze
La demografa del Cnr Palomba: "Il problema esiste, lavoriamo per superare pregiudizi"
di Tullia Fabiani
La prima domanda è: quanto si guadagna? E la fanno maschi e femmine, senza distinzione. La seconda però già fa la differenza: "Secondo lei io posso fare il fisico teorico?". Le ragazze chiedono se sono all'altezza, se hanno la capacità, se lo meritano. I ragazzi, nella maggior parte dei casi, non si pongono il problema e ci provano comunque. L'approccio al mestiere di ricercatore si presenta come una questione di genere; è una specie di vocazione nell'immaginario femminile, una scelta professionale (né più né meno) per i ragazzi.
A rendere questa visione di disparità è un'indagine che ha interessato 43 scuole italiane. Nell'ambito del progetto 'Diva', Science in a Different Voice, nato per sensibilizzare i giovani alle carriere scientifiche, Rossella Palomba demografa dell'Istituto per le ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr e Ambasciatrice europea per le pari opportunità nella scienza, ha incontrato circa 2.000 studenti negli ultimi due anni. E ha rivolto loro questionari aperti sul mondo della scienza e della ricerca.
I risultati e i consigli. Se per le ragazze ricerca vuol dire soprattutto libertà (18 per cento), per i ragazzi è gusto della scoperta (24 per cento). Inoltre, se il 33 per cento degli studenti maschi pensa che fare ricerca sia una questione di 'passione', le ragazze ci aggiungono anche una buona dose di divertimento (54%). E forse anche per questo il 70 per cento delle studentesse apprezza del mestiere la possibilità di viaggiare. Per entrambi i sessi poi, la fantasia è una qualità necessaria a un buon ricercatore: ne è convinto il 58 per cento delle studentesse e il 33 per cento dei ragazzi intervistati; inoltre sono le donne (43 per cento), più degli uomini (24 per cento), a ritenere utile la collaborazione per ottenere risultati in campo scientifico. Ma il dato che su tutti evidenzia la differenza dell'approccio è quello secondo cui solo il 18 per cento delle studentesse è convinto che le donne siano portate per la ricerca, perché in possesso di una mentalità flessibile e abituate a fare più cose contemporaneamente.
"Di fronte a questa insicurezza come ambasciatrice ho cercato in tutti i modi di incoraggiare le ragazze e di accrescere la loro autostima - racconta Rossella Palomba - elencavo loro una serie di qualità importanti: fantasia, creatività, modestia, e poi chiedevo a ognuna: tu ce le hai? Quasi sempre la risposta era affermativa e allora dicevo che poteva sicuramente fare la ricercatrice".
Ma le donne che vogliono fare ricerca devono conoscere anche la regola dei tre metalli. "È una regola fondamentale: salute di ferro, nervi di acciaio, marito d'oro. E alle studentesse ho sempre precisato di stare attente - dice la demografa - perché il marito di piombo non fa per noi..."
Il problema dell'orientamento. Che il tema delle pari opportunità non sia sentito come rilevante neppure dalle giovani donne è preoccupante per la ricercatrice dell'Irpps. Ma ci sono anche altri problemi che riguardano in generale tutti gli studenti e che condizionano gravemente le loro scelte, a cominciare dall'orientamento. "C'è una solitudine impressionante nella scelta fondamentale del corso di laurea - spiega Palomba - spesso non hanno un'idea precisa e non riescono a tirar fuori quello che desiderano fare, perché non conoscono affatto il tipo di lavoro che li aspetta dopo l'università. Nell'orientamento che viene fatto dai professori universitari, si parla pochissimo di lavoro e molto di studio. Manca un vero e proprio orientamento alla professione, che è invece la cosa che più incuriosisce e interessa i ragazzi".
Così, in mancanza di convinzioni solide e informazioni pratiche sul futuro lavorativo, gli studenti scelgono spesso basandosi soprattutto sulle decisioni degli amici, sulla vicinanza dell'università da casa, su quello che vogliono i genitori. O su altri curiosi elementi: "Ad esempio mio figlio ha fatto Economia e un giorno mi ha spiegato che aveva visto Pretty Woman e aveva deciso di diventare come Richard Gere, un finanziere", nota l'ambasciatrice. Alla fine anche le scelte inconsapevoli o irrazionali possono funzionare, ma "rimane il fatto che le scuole dovrebbero garantire un orientamento efficace". Se gli studenti, in genere, considerano il mestiere di scienziato un mestiere di élite, se lo immaginano come un grande privilegio, troppo lontano dalla quotidianità e se pensano che in fondo è meglio fare il funzionario di banca, perché più alla portata e più comune, evidentemente "è perché nessuno spiega loro quello che fanno davvero gli scienziati".
Perciò nel suo lavoro di ambasciatrice Rossella Palomba racconta ai ragazzi del suo mestiere, della ricerca, ma dice anche che va al cinema, al mare, in pizzeria. Che fa la spesa al supermercato e che molte delle idee migliori le vengono proprio mentre gira col carrello.
«La Repubblica» del 23 luglio 2007

Animali: diritti riconosciuti come per gli uomini?

Dopo numerose conquiste, alle volte condivisibili, per quanto riguarda la tutela dei viventi, il movimento animalista punta diritto anche in Italia al proprio obiettivo autentico: il superamento giuridico e pratico della prospettiva antropocentrica
di Andrea Galli
Hiasl è uno scimpanzé di 26 anni e vive a Vienna. Catturato nel 1983 in una foresta della Sierra Leone e destinato a un laboratorio per ricerche mediche, per un problema di documenti fu fermato alla dogana e consegnato a una casa protetta per animali. Dove è rimasto in pace fino a pochi mesi fa, quando un’animalista anglo-austriaca, temendo che Hiasl potesse finire nuovamente in uno zoo o fra le mani di uno scienziato, a causa della difficoltà dei suoi custodi nel coprire le spese per cibo e veterinario, ne ha chiesto l’affidamento legale. Poiché però l’affidamento può riguardare solamente persone vere e proprie, il tribunale della città di Mödling ha dovuto decidere se riconoscere o meno all’anzianotto primate la condizione umana.
Il caso è stato seguito con curiosità dai media fino in Giappone e in Nuova Zelanda, mentre schiere di animalisti intravedevano la possibilità di una sentenza dirompente: la prima in cui fosse riconosciuta l’insussistenza di una linea di divisione fra uomo e animale. Speranza frustrata il 24 aprile dal giudice Barbara Bart, che pur non pronunciandosi nettamente sulla paraumanità di Hiasl, ha negato l’affidamento.
L’episodio è l’ultimo di una lunga serie che ha portato alla luce un fenomeno di grande portata. Non tanto, o semplicemente, il peso del variegato movimento animalista, che dal 1975 – anno di pubblicazione di Animal Liberation del filosofo Peter Singer – a oggi ha raggiunto proporzioni imponenti, con colossi transnazionali come People for the Ethical Treatment of Animals (Peta) che dichiara 600mila aderenti in più di 20 Paesi, con università come Harvard che hanno inaugurato seminari e creato posti da ricercatore sul tema, con una produzione libraria fluviale e l’appoggio indiretto di grandi network televisivi, nei cui programmi e tg le minacce ai beluga del Mar di Bering, la caccia alle foche canadesi o gli abusi sulle oche rimpinguate forzatamente per la produzione di fois gras hanno acquisito la visibilità di drammi umani tari.
Il fenomeno riguarda, più specificamente, come i fautori della liberazione animale si siano avvicinati in diversi Paesi, passo dopo passo, grazie a progressivi scivolamenti giuridici e semantici, al loro traguardo principale: che va ben al di là della semplice "tutela" dei viventi, in alcuni casi condivisibile, ma riguarda il superamento della differenza ontologica tra uomo e animale, con relativo riconoscimento al secondo di veri e propri diritti.
Già nel 2002 il Bundestag votò per aggiungere le parole «e degli animali» all’articolo 20 della Costituzione tedesca, che obbliga lo Stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani. Lo scorso anno il Parlamento della comunità autonoma delle Isole Baleari ha votato una risoluzione di appoggio al Great Ape Project, il manifesto e la relativa associazione internazionale che si propongono di ottenere dalle Nazioni Unite una dichiarazione dei diritti di orango, scimpanzé e bonobo. Il governo spagnolo di José Luis Rodríguez Zapatero, dopo aver annunciato la stessa intenzione, ha deciso di soprassedere aspettando tempi più propizi. In Olanda, alle elezioni politiche dello scorso novembre, il Partij voor de Dieren (PvdD), partito animalista fondato nel 2002, ha conquistato per la prima volta due seggi in Parlamento. E da lì si batte per il riconoscimento dei diritti animali, una battaglia considerata dalla sua giovane leader, Marianne Thieme, la diretta prosecuzione «di quella contro la schiavitù e per la libertà delle donne». Tra gli intellettuali che hanno supportato la campagna elettorale del PvdD spiccano due dei maggiori scrittori olandesi contemporanei, Jan Wolkers e Harry Mulisch.
In Italia non mancano segnali in questo senso. È di recente formazione il Partito Animalista Italiano, guidato da Cristiano Ceriello, che annunciava per la primavera scorsa la costituzione della Prima Internazionale Animalista assieme, oltre al PvdD, allo spagnolo Partido Antitaurino Contra el Maltrato Animal, all’ingl ese Animal Count e al suo omologo tedesco, il Tierschutzpartei.
Si pensi a una scrofa alla catena, a una gallina incarcerata in batteria, a un vitellino in box senza conforto (né latte) materno, a un cane randagio assetato […] si dovrebbe ritenere che i sogni e le lotte della sinistra e del comunismo contro lo sfruttamento, per l’eguaglianza, la solidarietà e la risposta ai bisogni fondamentali, debbano estendersi a tutti i viventi». Così scriveva Marinella Correggia sul quotidiano Liberazione nel febbraio 2001, in un articolo dal titolo «Compagni animali». La preoccupazione è stata ripresa il 30 maggio scorso da Pietro Folena, deputato di Rifondazione Comunista e presidente della commissione cultura della Camera, che ha organizzato un incontro a cui hanno partecipato Tom Regan, nume di riferimento insieme a Singer del movimento per la liberazione animale, il giurista Stefano Rodotà, il sottosegretario all’Economia e dirigente dei Verdi Paolo Cento e il deputato dei Comunisti Italiani e storico Nicola Tranfaglia. Tema della tavola rotonda, la necessità di un nuovo patto sociale in cui la difesa dei diritti umani si accompagni a quella dei diritti animali. E senza troppi sconti, sembrerebbe: dopo due ore di dibattito, Enrico Moriconi, consigliere dei Verdi per la regione Piemonte, sottolineava il lungo cammino che resta ancora da percorrere, perché se per molti può essere «facile interessarsi ai diritti degli animali di affezione», in Usa c’è chi si è già mosso contro le violenze «sulle aragoste gettate vive su una piastra elettrica o immerse nell’acqua bollente», costringendo ristoranti e catene commerciali a una significativa retromarcia.
Del resto l’anelito della sinistra radicale non si staglia nel vuoto. Sono stati poco notati alcuni passaggi del programma di governo stilato dall’Unione, dal titolo Per il bene dell’Italia. «Alla luce della nuova e crescente sensibilità nei confronti degli animali – si legge a pagina 151 del documento – ci impegniamo affinch é il nostro rapporto con essi sia il più informato, solidale e rispettoso nello spirito della Dichiarazione universale dei diritti dell’animale dell’Unesco». Una dichiarazione, quest’ultima, che risale al 1978 e in cui si stabilisce che «i diritti dell’animale devono essere difesi dalla legge come i diritti dell’uomo» e, fra le altre cose, «che l’educazione deve insegnare sin dall’infanzia a osservare, comprendere, rispettare e amare gli animali» (forse non è un caso che l’attuale sottosegretario alle Politiche per la Famiglia sia Chiara Acciarini, responsabile nazionale del Gruppo Vita Animale dei Democratici di Sinistra e già curatrice del volume Animali: i loro diritti, i nostri doveri).
Inoltre, pur non spendendo una parola sul sacrificio di embrioni umani a scopi scientifici, il programma dell’Unione sottolinea che occorre «promuovere e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all’utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano uso» (pagina 153).
Ma non è solo la sinistra a mostrare interesse e impegno per l’argomento. La Lega Antivivisezione (Lav), che si batte «contro ogni sfruttamento degli animali con un grande obiettivo di libertà: i diritti degli animali», dopo le ultime elezioni politiche dichiarava di essere a conoscenza di un buon numero di parlamentari concretamente disponibili a lavorare sui temi animalisti, 35 di centrosinistra e 13 di centrodestra. La stessa Michela Vittoria Brambilla, presidente dei Circoli della Libertà e astro nascente della CdL, è presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e presidente per la provincia di Lecco della Lega Nazionale per la Difesa del Cane.
Infine, anche la magistratura ha voluto dare il suo contributo alla causa. Con una sentenza del 5 giugno scorso la Corte di Cassazione ha stabilito, letteralmente, che «l’animale condotto al seguito o trasportato in autovettura richiede la stessa attenzione e diligenza che normalmente si usa ve rso un minore», respingendo il ricorso di un 27enne che aveva trascinato il suo cane con la macchina perché, ubriaco, non si era accorto che nel ripartire la bestiola era rimasta impigliata nella portiera. Una solerzia quasi superiore a quella della pubblica amministrazione, dove, dal 1994 a oggi, a partire dal Comune di Roma, poi in quello di Genova, Firenze, Milano e via di seguito, sono stati aperti una miriade di «uffici per i diritti degli animali».
Forse, insomma, se Hiasl fosse stato dirottato in Italia a quest’ora avrebbe già una mamma. E un vitalizio da parte dello Stato.
«Avvenire» del 29 luglio 2007

E Dio creò il big bang

L’accademico di Francia anticipa i contenuti del suo prossimo libro «La creazione del mondo»
di Jean D’Ormesson
Jean d’Ormesson: creazionismo ed evoluzione non sono incompatibili
La Création du monde è un’opera a metà strada tra la Bibbia e un fumetto, tra testo sacro e ironia. L’intreccio è dei più semplici: quattro amici trascorrono otto giorni di vacanza su un’isola greca. Niente posta, niente fax o email, niente telefono, niente appuntamenti. I quattro amici sono Edgar - uno psichiatra di successo tra New York e Parigi -, François - professore di fisica matematica applicata alle scienze biologiche -, André - intellettuale scettico che si interessa di politica -, e infine il narratore, di cui non si sa molto. Edgar si è portato dietro un manoscritto che ha ricevuto prima di partire e che solletica la sua curiosità. È redatto da un certo Laquedem (è questo uno dei nomi dell’ebreo errante, conosciuto anche come Ahasverus, Cartaphilus oppure Buttadaeus). Il testo narra una serie di sogni nei quali Dio si manifesta al narratore sconosciuto, gli esprime i timori che prova davanti alla follia degli uomini che vogliono allontanarlo dalla marcia della Storia e gli spiega quali fossero le sue intenzioni nel creare l’universo. Dio, in passato, si era già rivolto ad Abramo, a Mosè, a Maometto. E poi se n’è rimasto zitto a lungo. Il genio degli uomini ora lo intimorisce e ha scelto Laquedem in veste di novello Abramo, novello Mosè o novello Maometto, per tentare di salvare l’umanità dai disastri che si sta preparando con le sue stesse mani. Questo manoscritto preoccupa Edgar. Si tratta di uno scherzo? Di un’opera geniale? La testimonianza di una sorta di follia paranoica? Ecco che cerca il parere dei suoi tre amici. Dopo qualche esitazione - dopo tutto, i quattro hanno voglia di andare al mare, di fare il bagno, di prendere il sole, di riposarsi per otto giorni -, gli amici decidono di leggere ogni giorno qualche pagina del manoscritto di Laquedem e di commentarlo. Ben presto, i quattro lettori adottano nei confronti del manoscritto atteggiamenti diversi. Edgar è convinto che rappresenti un ottimo esempio di quella follia mistica oggi molto diffusa. Pensa che Laquedem sia uno squilibrato e che sarebbe interessante cercare di curarlo. François, da bravo rappresentante della vera scienza, si indigna leggendo il testo, scorgendovi traccia di quello che gli americani chiamano l’«Intelligent design». O peggio ancora: che non sia l’offensiva del «Creazionismo»? André e il narratore si divertono a osservare le reazioni di Edgar e di François. Ma che cosa racconta Dio a Laquedem in questi sogni deliranti? Comincia, come c’era da aspettarselo, dal principio. Ovvero dalle origini dell’universo: il big bang. Prima del big bang non esiste nulla. Né mondo, né spazio, né tempo, né movimento e neppure il vuoto. Esiste solo l’eternità e il nulla. Il nulla è l’eternità e, per un certo verso, Dio stesso, essendo eternità, è anche il nulla. Il passaggio dal nulla a quella minuscola punta di spillo, più piccola ancora - e di molto - dell’atomo più infinitesimale, sottoposta a temperature inimmaginabili, con una massa travolgente, questo è l’unico mistero e l’unico miracolo. La domanda che emerge, è Leibniz che la formula e nessuno riesce a crederci: «Quid aliquid potius nihil?» («Perché esiste qualcosa invece di niente?»). Nella punta di spillo infinitesimale del big bang, protetta dal celebre muro di Planck che vieta alle leggi dell’universo di trovare applicazione nelle primissime frazioni di secondo, è già presente l’universo intero, tutta la storia dell’umanità - Alessandro Magno, papa Giulio II, Napoleone e l’articolo stesso che avete sotto gli occhi. Apparso successivamente al nulla che si confonde con lo spirito di Dio, il quasi niente uscito dal niente è già quasi tutto. Ciò che crea innanzitutto il big bang è lo spazio - e soprattutto il tempo. Dopo il grande e unico mistero del big bang, quando il nulla si trasforma in tutto (ma il nulla, prima del big bang, era già il tutto), il tempo resta l’enigma degli uomini. «Se tu non mi chiedi che cos’è il tempo - scrive Sant’Agostino nelle sue Confessioni -, io so che cos’è; ma non appena tu me lo chiedi, ecco che non lo so più». Lo spazio è un grosso coniglio che non smette mai, come l’ha dimostrato Hubble, di crescere e di svilupparsi. Il tempo non è nulla - o quasi nulla - ma è tutto. L’universo intero non è altro che il big bang elaborato dal tempo. L’eternità è semplicissima. La morte, che noi tutti conosceremo, ce ne dà un’idea. Con il suo futuro e il suo passato che non si trovano da nessuna parte, se non nello spirito degli uomini, con il suo presente nel quale ciascuno di noi non smette mai di vivere e che, schiacciato tra l’immenso avvenire e l’immenso passato, non esiste quasi, poiché svanisce con ogni istante che passa, il tempo è un meccanismo di una complessità diabolica. Noi viviamo immersi nel tempo come i pesci nell’acqua. Non possiamo pensare né immaginare nulla al di fuori del tempo. La nostra esistenza è metafisica appunto perché legata al tempo. Che cos’era il tempo prima che ci fossero stati gli uomini per pensarlo, prima che gli astri nel cielo imponessero la successione degli anni, delle stagioni, del giorno e della notte? Non riusciamo a immaginarlo. Il tempo tuttavia esisteva, poiché tra il big bang e noi sono trascorsi qualcosa come tredici miliardi di anni. Cinque miliardi di anni fa si sono formati il nostro Sole, la Luna e la Terra. Cinquecentomila anni più tardi, spuntata dal big bang, dall’energia primitiva, dalla polvere di stelle, appare qualcosa di stupefacente che porterà allo sviluppo dell’autonomia e della riproduzione: la vita. Ecco la rivoluzione più sconvolgente dal big bang in poi. Dio assicura a Laquedem che la vita, effimera e fragile, è limitata alla Terra. François, il professore, va su tutte le furie. Si vede costretto a combattere sul fronte opposto: tutta la vita si è scagliato contro Ufo ed extraterrestri, contro gli ometti verdi della fantascienza, ma non può accettare che si affermi che la vita esiste solo sulla Terra. È convinto che non se ne sappia ancora nulla e che Laquedem, come al solito, racconta quello che vuole. Dopo il big bang e la vita, ecco la terza rivoluzione: il pensiero. Scaturisce dalla vita come la vita scaturisce dalla materia e come la materia scaturisce dal big bang. Il pensiero appartiene all’uomo. Esistono animali molto più intelligenti di molti uomini, gatti che prendono il treno, delfini che giocano con i bambini. Ma solo l’uomo pensa tutto e pensa se stesso, solo l’uomo sa che dovrà morire. Dietro di noi, ecco l’inizio dell’uomo. Davanti a noi, la sua fine. L’uomo è transeunte come lo stesso universo. Non è la causa dell’universo, né il suo scopo. Ma, in virtù del suo pensiero, l’uomo rappresenta una tappa gloriosa del tutto di cui resta l’unico, assieme a Dio, a comprendere la grandezza. Dai suoi inizi, poiché egli pensa, l’uomo genera una specie di strana realtà: la storia. Innanzitutto, la storia vissuta globale, che consiste nella totalità degli stadi successivi della materia, della vita e del pensiero, e che si confonde con Dio. E successivamente la storia degli storici, che è composta dalla scelta più o meno arbitraria di un certo numero di avvenimenti. La storia ha un senso oppure resta, come nelle parole di Shakespeare, un racconto pieno di rumore e di furore, riferito da un idiota, che non significa nulla? Dio rivela a Laquedem che la storia degli uomini ha un senso, ma che questo senso resterà loro nascosto fino alla fine dei tempi. Non è solo il senso della storia che resta nascosto agli uomini, ma Dio stesso. Dio non rivela alle creature né la sua esistenza, né la sua inesistenza. Resta il Dio sconosciuto e si confonde in una ricerca infinita. Creando a beneficio degli uomini questo sogno continuo e coerente che noi chiamiamo realtà, Dio ha voluto seminare il dubbio sulla sua propria realtà. Tutto si spiega tramite lui. Ma grazie ai meccanismi attivati dall’universo, tutto può spiegarsi anche senza di lui. Da un capo all’altro dello studio del manoscritto di Laquedem, François si attiene al gioco del caso e della necessità. Rifiuta ogni genere di piano prestabilito e qualunque finalità. André e il narratore si mostrano più esitanti. Edgar si ostina invece a indagare i meccanismi della pazzia di Laquedem. Dopo otto giorni di lettura del manoscritto e di discussioni sullo spazio e il tempo, sui numeri che paiono quasi la firma di Dio, sul mistero della bellezza, evidente e al tempo stesso inspiegabile, sulle parole che svaniscono nel tempo e sulla scrittura che rappresenta la loro traduzione nello spazio, i quattro amici si separano per tornare ciascuno a casa sua. Due capovolgimenti successivi, che non vogliamo svelare, chiudono il libro su un doppio paradosso. È lecito sostenere che quest’opera, al contempo favola ironica e trattato di metafisica, rende superflue tutte le altre. Si potrebbe dire, ripetendo la formula di un autore anonimo: «La cosa più importante è Dio, che esista o non esista».
(Traduzione di Rita Baldassarre)
Jean d’Ormesson è nato a Parigi nel 1925. È membro dell’Académie française ed è stato direttore del quotidiano «Le Figaro». Scrittore di fama internazionale, ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Urbino L’opera E’in uscita in Italia «La creazione del mondo», il libro di Jean d’Ormesson (Spirali, pagine 203, 20) Con «Il romanzo dell’ebreo errante» (1992), d’Ormesson ha vinto il premio «Grinzane Cavour»
«Corriere della sera» del 27 luglio 2007

Onore al merito

Esami di maturità
di Maurizio Ferrera
Gli esami di maturità sono finiti, gli studenti possono tirare un respiro di sollievo. Le statistiche ministeriali segnalano che quest’anno gli esami sono stati più difficili: la percentuale dei bocciati è raddoppiata. Anche i voti sono meno appiattiti verso l’alto. Per capire cosa è successo, occorreranno dati e confronti approfonditi. Nell’attesa, vale forse la pena di sollevare un problema più generale: quanto efficace è la scuola italiana nel selezionare capaci e meritevoli? Nel riconoscere, sostenere, premiare le doti e i talenti dei propri studenti? Per rispondere c’è bisogno di un qualche punto di riferimento, altrimenti si finisce subito nei luoghi comuni (le scuole italiane non fanno più selezione, una vale l’altra), nelle valutazioni impressionistiche (il liceo di mia figlia funziona benissimo) o nelle dispute di principio (cos’è il talento? Qual è la «vera» funzione della scuola?). Il punto di riferimento più utile oggi in Europa è offerto dal sistema scolastico inglese: quello che ha fatto maggiori sforzi per accrescere e misurare la propria capacità di selezionare abilità e talenti. In breve, la storia è questa. Nel 1999 un’indagine della Camera dei Comuni concluse che la scuola inglese non si occupava abbastanza degli studenti più bravi (inclusi quelli con doti fuori dal comune in settori come musica, sport, arte e attività creative in genere). Il governo ha messo dunque a punto una strategia per muovere in questa direzione. Ad ogni scuola è stato chiesto di nominare un docente responsabile dell’istruzione «di eccellenza». Sono stati messi a disposizione fondi per finanziare attività specificamente rivolte agli studenti più dotati, anche in collaborazione con soggetti esterni: università, mondo delle imprese, della cultura, dello spettacolo, dello sport. È stato creato un sistema nazionale di monitoraggio sui percorsi formativi di eccellenza e le scuole più efficaci e innovative hanno ricevuto la menzione di leading edge schools. Nel 2002 è stata infine istituita la National Academy for Gifted and Talented Youth, con due compiti principali: stimolare e «certificare» il rendimento dei giovani più bravi; formare gli insegnanti che vogliano dedicarsi a questo gruppo di studenti. Naturalmente all’Accademia si accede per concorso e i docenti ammessi hanno stipendi più elevati. Perché questo riorientamento della scuola pubblica inglese verso i più bravi? Per valorizzare tutto il «capitale umano» della società e meglio preparare le classi dirigenti del futuro. Ma soprattutto per attutire l’influenza delle condizioni economiche e dello status sociale su rendimenti scolastici, carriere, percorsi di vita dei giovani inglesi. Per far sì, in altre parole, che anche i giovani di famiglia povera possano coltivare e sviluppare le proprie capacità e i propri talenti. Non a caso la strategia del governo è stata chiamata «Agenda per l’equità e l’eccellenza educativa». Il caso inglese non è isolato nel panorama europeo. Il rafforzamento della funzione selettiva della scuola (soprattutto quella secondaria), della sua capacità di scoprire, sostenere e valorizzare abilità e talenti (e non solo di «registrarli» con un sistema di voti) è all’ordine del giorno in molti altri Paesi ed è stata oggetto di una recente comunicazione della Commissione europea. Se Londra non convince, si può scegliere un altro punto di riferimento: ma la direzione di marcia dei migliori sistemi educativi è molto simile a quella inglese. Quanto lontana è la scuola italiana dal punto di riferimento? In termini di organizzazione, siamo sicuramente lontani. Ma se il governo desse i segnali e gli incentivi giusti, forse molte scuole, molti docenti e sicuramente moltissimi studenti reagirebbero con prontezza e persino entusiasmo nella direzione auspicata. Come in molti altri ambiti dell’economia e della società italiana, ciò che serve è una scossa. In questo caso, una scossa «per l’equità e l’eccellenza educativa»: il motto inglese indica i due principali obiettivi da perseguire, nel giusto ordine di priorità.
«Corriere della sera» del 27 luglio 2007

Vittime del terrorismo, bestseller in libreria

Spopolano i libri sugli anni di piombo. I figli dei caduti divisi sui carnefici
di Luigi Ferrarella
Rossa: «Perdono chi ha saldato il conto». Casalegno: «Si resta sempre assassini»
In libreria è l’anno delle Vittime del terrorismo: dimenticate, anestetizzate, a volte calpestate nella superficialità (denunciata in marzo anche da un appello del capo dello Stato) della presenza di ex terroristi in talk-show tv e in contesti pubblici, persino irrise dai cavilli con i quali la burocrazia dello Stato previdenziale cerca con una mano di non pagare le vittime che nel 2004 proprio lo Stato con l’altra mano ha in teoria solennemente dichiarato di voler aiutare tramite un’apposita legge. E infine, però, vittime appunto riscattate da questo improvviso e convergente fiorire di titoli sui banchi delle librerie. Dal Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi (il figlio del commissario di polizia Luigi assassinato nel 1972) al Guido Rossa, mio padre di Sabina Rossa (la figlia del sindacalista ucciso nel 1979), dagli Eroi come noi raccontati da Giovanni Minoli fino a I silenzi degli innocenti raccolti da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, dalla denuncia de Il Paese della vergogna di Daniele Biacchessi alla critica letteraria quale chiave di lettura di Una tragedia negata di Demetrio Paolin, i familiari dei morti e i feriti sopravvissuti al terrorismo rosso e nero hanno recuperato una inedita centralità nelle valutazioni su quegli anni, a lungo invece ricalcate più che altro (se non soltanto) sulla pur comprensibile esigenza di tentare di razionalizzare la matrice del delirio di piombo: di comprendere, talora concentrandosi troppo e solo sui terroristi, ciò che spingeva giovani quasi sempre di estrazione borghese, talvolta di buoni studi, non di rado di formazione cattolica, a sparare prima del giornale radio del mattino alla proletaria guardia carceraria, spersonalizzata al punto da non vedervi più un uomo ma solo un simbolo, un «servo delle multinazionali». Anche se magari il suo faticato stipendio era così modesto da rendergli problematico persino l’acquisto di un Coca Cola di troppo. Soprattutto di questi «militi ignoti della società civile», caduti «in una guerra che essi stessi neppure sapevano di dover combattere», intende trattare il libro Terrorismo. L’altra storia (prefazione di Vittorio Feltri, Aliberti editore, 382 pagine, 16,90 euro), nel quale Francesco Specchia e Raffaello Canteri raccolgono «esclusivamente le testimonianze di chi ha subìto il macabro rituale della violenza collettiva»: le parole dei parenti di 460 morti e di 4500 feriti in 650 fatti criminosi e 5 mila attentati dal 1970, «un lavoro di ricerca durato 7 anni» e reso possibile, dichiarano gli autori, dalla collaborazione di Gianni Pintus a Torino, Diego Pistacchi a Genova, Gianluigi Nuzzi a Milano, Gian Marco Chiocci a Roma, e Carmine Spadafora per il Sud Italia. Il complessivo ventaglio di punti di vista editoriali di questa stagione, dunque, finisce per polarizzarsi tra due estremi, che trasversalmente attraversano i campi delle vittime e dei carnefici. «Sono assolutamente convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo Stato non possano essere considerati reati ma persone, di cui si è disposti a guardare il cambiamento», apre Sabina Rossa; e l’ex terrorista Sergio Segio raccoglie, sostenendo che «contrapporre all’ergastolo del dolore, da noi inflitto ai parenti degli uccisi, l’ergastolo della morte civile, nei nostri confronti, mi pare un frutto sterile e avvelenato». Ma altri familiari di vittime dei terroristi, al pari (pur per ragioni abissalmente differenti) proprio di altri brigatisti, elaborano diversamente il loro vissuto. Come Andrea Casalegno, che non desidera avere contatti con chi gli uccise il padre Carlo (vicedirettore de La Stampa) perché «si può essere ex brigatisti, ma non si può essere ex assassini»; e come proprio l’assassino di suo padre, Raffaele Fiore, che (nel libro-intervista L’ultimo brigatista di Aldo Grandi) specularmente spiega di non aver «mai voluto avere rapporti con i familiari delle vittime perché lo ritengo inutile e ipocrita», in quanto «con coloro che abbiamo ammazzato non avevamo alcun tipo di rapporto diretto. Il mio, il nostro, era un legame politico: per noi erano dei simboli, degli obiettivi politici, non delle persone». Se mai, in questa tensione tra vittime (per sempre) e terroristi (non sempre ex) che il troppo poco tempo trascorso ancora non può sciogliere, toccherebbe proprio agli estranei a tutto questo «dolore degli altri» scongiurare l’ennesimo sfregio: e cioè il travisamento di un sacrosanto riconoscimento di una colossale amnesia collettiva in sfruttamento ad altri fini della «macchina mitologica» della vittima. Quasi che (come osservato in un più generale contesto da Daniele Giglioli a proposito de La tirannia della penitenza di Pascal Bruckner) «l’identificazione con la vittima sia diventata il principale generatore di identità nella coscienza contemporanea, l’unico dispositivo discorsivo in grado di dar voce non tanto a un bisogno di avere (diritti, giustizia), quanto piuttosto a un desiderio di essere». Una tentazione che a chi ha davvero sofferto infliggerebbe l’ultimo insulto, «il perverso risultato di istituire le vittime a paradossale e blasfemo oggetto di desiderio».
«Corriere della sera» del 26 luglio 2007

L’esclusione democratica

Il veto a Pannella candidato per il Pd
di Piero Ostellino
L'ufficio di presidenza del costituendo Partito democratico ha respinto la candidatura di Marco Pannella alle elezioni primarie per la futura leadership del partito perché «persona notoriamente appartenente a forze politiche o a ispirazioni ideali non riconducibili all’Ulivo-Partito democratico». Se si trattasse di una decisione «tecnica» che riguarda solo le procedure interne per la scelta della propria dirigenza da parte di un partito che per ora non c’è, non ci sarebbe molto da dire. Ciascuno dispone i mobili come meglio gli pare quando mette su casa. E decide, poi, come più gli piace, chi invitare e chi non. Ma si tratta di una decisione «politicamente motivata» che già definisce la collocazione ideale e politica di un partito che ci sarà, i cui costituenti si dicono intenzionati ad «aprirsi alla società civile» e si prefiggono l’obiettivo di incidere profondamente sul quadro politico nazionale. Qui, la questione non riguarda più «chi decide di invitare chi», bensì chi - gli elettori - decide di accettare o non l’invito a votare il partito. La decisione del Pd a me pare, dunque, culturalmente criticabile e politicamente persino autolesionista. Per due ragioni. Una di merito; l’altra di metodo. La ragione di merito. Marco Pannella è liberale. Respingendone la candidatura alle primarie perché «persona appartenente a ispirazioni ideali non riconducibili all’Ulivo-Partito democratico», l’Ufficio di presidenza del Pd fa sapere che, non solo i due partiti che daranno vita al nuovo partito, i Democratici di sinistra e la Margherita, non sono mai stati liberali. Ma che anche il Partito democratico non intende esserlo. Insomma, ammesso, e non concesso, che il Pd non finisca con essere la «fusione fredda» fra gli apparati dei due partiti, un fatto è certo: sarà la «fusione caldissima» dalla quale nascerà una forza politica che tutto sarà tranne che liberale. Mi chiedo, a questo punto, quanti - fra coloro i quali vorrebbero che a destra e a sinistra gli «ideali» liberali fossero più presenti e attivi - pensino valga ancora la pena di votarlo. Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da concludere che la sinistra riformista italiana assomiglia tragicamente a quel Tafazzi televisivo che godeva nel picchiarsi sulle proprie parti basse. La ragione di metodo. Le elezioni primarie sono lo strumento attraverso il quale, negli Stati Uniti, il Partito democratico e quello repubblicano scelgono i propri candidati alla Casa Bianca. Nessuno dei due - come ricorda una fonte non sospetta, Furio Colombo, a sua volta candidato alle primarie del Pd - si sognerebbe di inibire a qualcuno di candidarsi. Chi decide quale sarà il candidato alla presidenza Usa non sono i partiti, ma gli elettori. La stessa funzione si presumeva avessero nella elezione della leadership del Partito democratico. Ma, evidentemente, non è così. Aver respinto la candidatura di Pannella - che oltre tutto non avrebbe alcuna probabilità di essere eletto - equivale a aver detto che l’Ufficio di presidenza del Pd non crede nella sovranità degli elettori, ma solo in quella di chi voterà i candidati che piacciono ai futuri maggiorenti del partito. Che sembra si voglia far nascere proprio con questi metodi. Qui, ci sono due incongruenze. La prima è l’affermazione che i costituenti vogliono «aprirsi alla società». La seconda è l’attributo «democratico», dopo il sostantivo partito. Che i partiti, tutti i partiti, siano organizzazioni oligarchiche, rette da procedure più prossime al centralismo democratico leninista che alla democrazia rappresentativa, già lo si sapeva. La novità è che, ora, lo teorizzi formalmente l’Ufficio di presidenza di un partito «nuovo». A costo di ripetermi: Tafazzi for president?
«Corriere della sera» del 26 luglio 2007

Le origini delle emozioni

Un saggio di Nicholas Humphrey
di Edoardo Boncinelli
La vista di una palla rossa può suggerire tante sensazioni. «Con il lancio di una rossa palla / di nuovo Eros dalle auree chiome / mi invita ora a giocare / con quella là dai sandali sgargianti», canta per esempio Anacreonte. Quando vedo una palla rossa, in verità, accadono in me almeno tre cose. Per prima cosa ho la sensazione di vedere una palla rossa; in secondo luogo apprendo che nel mio campo visivo c’è una palla rossa; in terzo luogo, infine, so che sto percependo la presenza di una palla rossa. Per quanto concerne la conduzione della mia vita, delle tre cose in fondo basterebbe che si realizzasse anche soltanto la seconda, ma un’attenta riflessione mostra anche la presenza delle altre due, seppure indissolubilmente fuse con quella. Sono considerazioni queste che hanno a che fare con il fenomeno della coscienza, il più enigmatico ed elusivo tra quelli concepibili, quello che ha fatto versare fiumi di inchiostro e che tiene tutt’ora impegnate le menti migliori, tra i filosofi come tra gli psicologi e i neuroscienziati. Come abbiamo detto, per la mia vita sarebbe sufficiente che in questa circostanza io prendessi coscienza della presenza di una palla rossa. Per vivere e sopravvivere ciò è più che sufficiente. Accade però che accanto a questo tipo di coscienza, che ha un contenuto cognitivo dichiarabile, esiste una mia personale sensazione che accompagna tale presa di coscienza. Questa sensazione personale, piena di risonanze affettive e ricca di coloriture emotive è mia e solo mia. Non è probabilmente essenziale, ma accompagna invariabilmente e inesorabilmente ogni mia esperienza sensibile, o anche ogni mia rievocazione di ricordi. A questo lato sovranamente ineffabile della coscienza è stato dato il nome di coscienza fenomenica. Comprendere l’essenza e il ruolo della coscienza fenomenica sembra il problema più arduo della moderna riflessione filosofica intorno alle neuroscienze. Il problema della coscienza fenomenica è anche l’oggetto del bel libretto di Nicholas Humphrey intitolato sibillinamente Rosso (Codice Edizioni, pp. 106, 11). Le cento pagine del libro sono tutte centrate sull’effetto che ha su di noi la vista di uno schermo rosso, uno dei colori ai quali è più difficile restare indifferenti. Si tratta di una serie di semplici considerazioni accompagnate da qualche disegnino elementare. Ma l’aspetto dimesso e accattivante non deve trarre in inganno: si tratta di una riflessione molto approfondita su alcuni fenomeni quotidiani ma non per questo meno enigmatici, come chiarisce il sottotitolo Uno studio sulla coscienza. Lo scopo dichiarato del nostro autore è quello di comprendere e farci comprendere perché accanto alla coscienza di qualcosa esiste l’insieme di sensazioni che l’accompagnano. Perché insomma una coscienza fenomenica va sempre di pari passo con la presa di coscienza di un fatto. Qual è l’origine e la funzione di tutto questo? E perché l’evoluzione biologica - Humphrey è di scuola inglese e non dubita nemmeno un istante che dietro ogni fenomeno vitale ci sia lo zampino della selezione naturale - ha favorito lo sviluppo di questa forma di coscienza? Dopo una lunga serie di ragionamenti ed esempi, tutti in sé e per sé estremamente semplici, l’autore giunge ad una conclusione interessante e abbastanza inusitata, che chiama in causa il terzo dei fatti ai quali abbiamo accennato all’inizio. Provare un’intensa sensazione alla vista di una palla rossa, o di qualsiasi altra cosa, mi rimanda indirettamente ma irresistibilmente a me come soggetto cosciente. Ogni mia sensazione riafferma la mia esistenza e la centralità del mio io. Insomma mi fa sentire importante, certo più importante di qualcuno o qualcosa che non avesse sensazioni coscienti. E mi fa pensare di avere un Sé, magari immateriale. «Io propongo che nel corso dell’evoluzione umana i nostri antenati - i quali ritenevano le proprie coscienze metafisicamente notevoli (esistenti fuori dallo spazio e dal tempo normali) - si sarebbero presi più sul serio come Sé». Nel libro si può riscontrare qua e là qualche ambiguità terminologica e l’autore non ci dice a che punto della scala evolutiva pone gli eventi che prende in considerazione: parla di uomini direttamente o anche di scimmiotti o di cani? Ciononostante, leggerlo è piacevolissimo e certamente molto istruttivo. È un libro fatto per chi ama pensare. E che... non disdegna il rosso. A proposito di rosso, abbiamo iniziato con Anacreonte; finiamo con Saffo: «Come la mela dolce che rosseggia del ramo alto / sulla parte più alta; l’hanno lasciata li i coglitori,/ certo non la scartarono, ma non poterono raggiungerla».
«Corriere della sera» del 25 luglio 2007

Processo a Garibaldi, eroe o avventuriero

Le studiose Pellicciari e Riall a confronto sul protagonista del Risorgimento
di Antonio Carioti
L’accusa: aspirante dittatore. La difesa: paladino della libertà
Altro che quote rosa. Nel processo a Garibaldi organizzato in Romagna il 10 agosto, le donne avranno un ruolo da assolute protagoniste. A sostenere le parti dell’accusa e della difesa saranno infatti due studiose, rispettivamente Angela Pellicciari e Lucy Riall. Al centro della contesa sarà la spedizione dei Mille, che nel 1860 portò all’annessione del Sud al regno sabaudo. Su quella vicenda la Pellicciari nel 2003 ha scritto un libro, I panni sporchi dei Mille (Liberal libri), di cui ora rilancia le tesi: «Non sono io, ma tre illustri rappresentanti del liberalismo risorgimentale, Giuseppe La Farina, l’ammiraglio Carlo Persano e Pier Carlo Boggio, a dare della spedizione dei Mille un quadro ben diverso da quello mitico tuttora in auge. La Farina fu, insieme a Cavour, il vero organizzatore dell’impresa, fornì i mezzi e le armi a Garibaldi, che era molto esitante. Persano provvide a corrompere gli ufficiali borbonici con fondi messi a disposizione da banchieri amici di Cavour. Quindi l’impresa dei Mille non ebbe nulla di spontaneo né di glorioso». Dissente Lucy Riall, docente all’Università di Londra e autrice del recente saggio Garibaldi. L’invenzione di un eroe, edito da Laterza: «La Farina e Boggio, proprio in quanto uomini di Cavour, erano avversari politici delle camicie rosse e non si possono considerare fonti imparziali. Dai documenti risulta che il governo di Torino non organizzò, ma subì la spedizione, che Cavour considerava molto pericolosa. Poi, quando vide che i Mille avevano successo, intervenne per controllare la situazione e limitare i danni. La Farina era un ex mazziniano dalla posizione ambigua, tanto che Garibaldi lo cacciò dalla Sicilia: logico che avesse il dente avvelenato contro di lui». Il fatto è, insiste la Pellicciari, che il generale nizzardo si comportava da despota: «In Sicilia La Farina denuncia una situazione gravissima di malversazioni, confusione e arbitrio. Altrettanto duro è Boggio, secondo il quale sotto Garibaldi, che si era proclamato dittatore del Sud, tutte le libertà erano ridotte a semplici finzioni». La Riall smentisce: «La dittatura di Garibaldi durò solo tre mesi: era una soluzione d’emergenza legata allo stato di guerra e non aveva nulla a che fare con i regimi totalitari. E poi basta vedere i giornali che si pubblicavano all’epoca in Sicilia per constatare che vi era una larga libertà di stampa, senza alcuna censura». Ma chi erano le camicie rosse? Secondo la Pellicciari, lo stesso Garibaldi non aveva alcuna stima dei suoi volontari: «In un passo citato da Aldo Mola nella sua Storia della massoneria italiana, li definì gente di origine pessima, tratta dalla malavita. E molti altri testi dipingono i garibaldini come infima plebe, prontissima ad ogni misfatto, che seminava il terrore ovunque andasse». Giudizi che la Riall ridimensiona: «Non tutti i volontari si comportarono bene, durante la spedizione dei Mille. Per esempio alcuni giovani giunti dall’Inghilterra si dimostrarono più propensi all’ubriachezza molesta che al combattimento. Ma i garibaldini provenienti dalle città del Nord Italia erano perlopiù studenti, professionisti, scrittori, non certo feccia. Riesumare oggi i temi della propaganda clericale antigaribaldina non ha molto senso». La Pellicciari attacca poi l’immagine di Garibaldi come eroe disinteressato: «In un primo tempo rifiutò la rendita annua di centomila lire offertagli dal governo, dicendo che quel denaro sarebbe stato per lui come una mortale camicia di Nesso. Ma poi finì per accettare, smentendo clamorosamente ciò che aveva detto in precedenza». La Riall ammette che il generale cambiò idea, ma aggiunge: «Siamo nel 1875: Garibaldi era anziano, malato e senza un soldo, con dei figli piccoli da mantenere. Il fatto che abbia dovuto accettare la rendita dimostra che non si era arricchito con le sue imprese. Del resto ciò non lo indusse ad attenuare la critica costante alla classe dirigente liberale e l’appoggio convinto alle forze democratiche». Infine il giudizio generale sul Risorgimento. La Pellicciari è severa: «L’unità d’Italia si fece in modo sbagliato. Soprattutto il Sud venne ridotto in condizioni penose, mentre sotto i Borboni la situazione era di gran lunga migliore. Anche per colpa di Garibaldi fu instaurato un regime repressivo, sotto il quale la maggioranza della popolazione perse ogni libertà». Diversa la valutazione della Riall: «Il regno delle Due Sicilie non era il concentrato di barbarie descritto dalla propaganda patriottica, ma neppure un’isola felice. Le finanze erano in bancarotta, le libertà erano negate, la repressione violenta. In realtà nel biennio 1859-60 si assiste al collasso di tutti i vecchi Stati preunitari: una crisi irreversibile, risolta con la creazione del nuovo regno. È una vicenda complessa, che le opposte retoriche non aiutano a capire».
Il dibattimento sarà il 10 agosto. Continua la tradizione di San Mauro Pascoli. Anche quest’anno il centro romagnolo, paese natale del poeta, ospita nella serata del 10 agosto (anniversario dell’assassinio del padre di Pascoli) un processo simbolico. Dopo il Passatore, Mussolini, Mazzini, il ruolo di imputato, a 200 anni dalla nascita, tocca a Giuseppe Garibaldi. La manifestazione, organizzata dal comune di San Mauro e dall’associazione Sammauroindustria, vedrà Angela Pellicciari nelle vesti di accusatrice e Lucy Riall come avvocato difensore. Parteciperanno anche due autorevoli storici nel ruolo di testimoni: Ernesto Galli della Loggia a carico e Roberto Balzani a discarico di Garibaldi.
«Corriere della sera» del 25 luglio 2007