20 agosto 2009

Il pacifista abbronzato

Guerra a Baghdad, Kabul e Pakistan: dov’è finito il popolo arcobaleno?
di Giuliano Ferrara
E’ agosto, certo. Ma nonostante la canicola viene da chiedersi dove siano finiti i pacifisti, che cosa sia successo al glorioso popolo arcobaleno, sotto quale ombrellone abbia trovato ristoro quel movimento di opinione pubblica che, nei giorni della guerra in Iraq, il New York Times aveva solennemente definito “la seconda superpotenza mondiale”. Sembrano scomparsi. Non che il complesso militare industriale di Washington abbia dato loro ascolto e, di conseguenza, messo i fiori nei cannoni. Anzi. A Washington c’è Barack Obama, invece dell’odiato George W. Bush, ma il ministro della Guerra e i generali che la guidano sono gli stessi del presidente “guerrafondaio”. Soprattutto, i 130 mila soldati americani sono ancora in Iraq a combattere, come prima, per aiutare uno dei paesi chiave del medioriente islamico a liberarsi del suo passato criminale e dalle tentazioni teocratiche. In Afghanistan, Obama ha raddoppiato il contingente militare e ha ordinato un’escalation bellica che coinvolge anche i paesi alleati (l’Italia ha inviato 200 soldati in più e il mese scorso per civili e militari è stato il più sanguinoso dal 2001). La campagna di bombardamenti si è strategicamente estesa al territorio pachistano, sul quale da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca sono piovuti almeno trentadue missili. I rapporti con l’Iran e la Corea del nord, se possibile, si sono ulteriormente complicati e, anche se si è lontani da soluzioni militari, non si vede ancora traccia di quella grande ricomposizione pacifica mondiale che l’elezione di Obama avrebbe dovuto ispirare. Il carcere di Guantanamo, tanto per citare un altro totem del movimento pacifista, è ancora aperto. Se e quando verrà chiuso, sarà sostituito da altre strutture detentive in America, quasi certamente peggiori di quello attuale, dove i principali prigionieri della guerra al terrorismo continueranno a non avere diritti processuali
Prima o poi gli americani si ritireranno dall’Iraq e dall’Afghanistan, e con loro anche le truppe italiane. Ma gli estremisti del jihad islamico continuano a spargere sangue innocente e a tentare di uccidere i soldati della coalizione, compresi i nostri connazionali. Proprio ieri, tramite il generale Ray Odierno, l’Amministrazione Obama ha fatto sapere che i marine torneranno a presidiare la zona nord occidentale dell’Iraq, quella al confine tra il Kurdistan e le province sunnite, in aperta violazione dell’accordo di ritiro dai centri abitati firmato da Bush e dal governo di Baghdad. Le bandiere arcobaleno restano ammainate, ma non perché chi le sventolava con passione si sia finalmente reso conto che la battaglia in corso è per la libertà e la democrazia, nostre e del mondo islamico. La dissoluzione estiva della “seconda potenza mondiale”, piuttosto, dimostra che il movimento pacifista non era affatto motivato dall’opposizione agli interventi militari occidentali per cacciare Saddam e i talebani dai loro regni, ma dalla volontà politica e ideologica di detronizzare Bush (e, in Italia, Berlusconi). Non ci sono riusciti. Lasciando per scadenza del mandato la Casa Bianca, Bush ha avuto il merito di liberarci anche del popolo della pace.
«Il Foglio» del 20 agosto 2009

I Papi: l’Onu non basta più

Con l’enciclica «Caritas in veritate» sono ormai numerosi i documenti vaticani che insistono per un’Autorità politica mondiale
di Vittorio Possenti
La Caritas in veritate è un’encicli­ca ricca di speranza che potrà sorprendere chi si attendeva solo un elenco di critiche, mentre la spe­ranza guarda lontano verso cose ne­cessarie ma ardue. Un suo punto di vertice, finora poco avvertito, è quello in cui il Papa tocca uno dei massimi nodi della situazione mondiale ed un nucleo che presiede alla vita dei popo­­li: la chiave politica (n. 67). La crisi at­tuale, da tanti sentita quasi solo come finanziaria, possiede profonde radici politiche: se le istituzioni economiche e finanziarie mondiali hanno funzio­nato male, almeno altrettanto è capi­tato per le istituzioni politiche nazio­nali e sovranazionali. Le grandi diffi­coltà planetarie hanno molti nomi: povertà (insieme alla fame, monta l’e­norme problema della sete e dell’ac­cesso all’acqua: un vero diritto, sinora non riconosciuto e invece elencato dall’enciclica), guerre, corsa agli arma­menti, crisi energetica ed ecologica. È impensabile che un tale fascio di pro­blemi di dimensione mondiale possa essere avviato a soluzione senza un grande disegno che sbocchi in un’au­torità politica mondiale: «Urge la pre­senza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio predecessore, il beato Giovan­ni XXIII», ed organizzata secondo sus­sidiarietà (n. 67). Occorre un’organiz­zazione sovrastatale planetaria, resa necessaria dall’esistenza di un bene comune universale che non può esse­re assicurato da una responsabilità politica frammentata. Anche in questo campo decisivo Caritas in veritate ap­plica il criterio della tradizione che si evolve nei nuovi contesti, riprendendo e rilanciando le preziosissime acquisi­zioni di Pacem in terris. Secondo l’en­ciclica giovannea «i poteri pubblici delle singole Comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica fra essi, per quanto moltipli­chino i loro incontri e acuiscano la lo­ro ingegnosità nell’elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli ac­cennati problemi adeguatamente; e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strut­turale », per il dislivello in­colmabile tra l’attuale or­ganizzazione e le esigenze obiettive del bene comu­ne universale. I nuovi pro­blemi a dimensioni mon­diali non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di autorità politiche aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse propor­zioni e in grado di operare in modo efficiente su pia­no mondiale». Nell’arco di tre anni (1963-65) Gio­vanni XXIII con la Pacem in terris, Paolo VI col discorso del 1964 all’Onu e il Concilio con la Gaudium et spes, parlando all’unisono, hanno gettato le basi di una filosofia politica postmo­derna, di cui il pensiero è per secoli ri­masto privo anche nei suoi rappresen­tanti più illuminati come Kant, men­tre la sua linea prevalente (Machiavel­li, Hobbes, Rousseau, Hegel, eccetera) andava in direzione contraria. Adesso Benedetto XVI ripropone questo es­senziale filo conduttore. Circa 15 anni prima della Pacem in terris, Jacques Maritain con L’uomo e lo Stato aveva aperto il cammino, affermando la ne­cessità di un’autorità politica mondia- le che non si limitasse alla riforma del­l’Onu, certo necessaria ma viziata dal fatto (semplice ma radicale) che l’Onu è un’associazione di Stati sovrani che sui punti più essenziali non rinuncia­no alla loro sovranità, garantendosi ad esempio ad ogni costo il preteso dirit­to di dichiarare guerra. Il lavoro, pur prezioso, dell’Onu non può arrivare alla radice del male e resta inevitabil­mente precario, per il fatto che esso è un organismo creato e messo in moto dagli Stati, di cui non può che registra­re le decisioni (in specie di quelli più potenti). L’ostacolo grande che impe­disce l’avvio a soluzione dei grandi problemi della famiglia umana è la mancanza di organizzazione politica del mondo che, perpetuando l’anar­chia e l’irresponsabilità internazionali, rende vani tanti progetti di migliora­mento. In mancanza di ciò si deve cer­to ricorrere al multilateralismo, consa­pevoli però dei suoi limiti intrinseci. Collocandosi ad un livello di penetra­zione particolarmente felice che non è dato riscontrare in importanti pensa­tori del ’900, la dottrina sociale della Chiesa rappresenta il futuro più au­tentico della politica. Hans Kelsen av­vertì il rischio mortale rappresentato dalla sovranità, ma non andò oltre un progetto di organizzazione solo giuri­dica della società mondiale, oltretutto minato dal suo drastico positivismo giuridico che esclude ogni diritto natu­rale. Nelle sue ricerche sulla guerra e sulla pace Norberto Bobbio sviluppò il rilievo delle istituzioni politiche, senza però giungere all’idea di un’au­torità politica mondiale, di cui diffidava poiché la pensava del tutto hobbe­sianamente come un su­perstato monocratico senza alcuna sussidia­rietà. Recentemente Jurgen Habermas ha ripreso il progetto kantiano per la pace perpetua, senza a mio avviso an­dar oltre la sfera pur essenziale del di­ritto per entrare in quella della politi­ca. Sono le categorie stesse della poli­tica moderna (sovranità indivisibile, potere, conflitto) e il suo paradigma, spesso centrato solo sulla forza, ad es­sere inadeguati, mentre la dottrina so­ciale della Chiesa riposa sui cardini di bene comune, autorità, giustizia, sus­sidiarietà, solidarietà. Anche da que­sto lato essa mostra la necessità di u­scire dallo schema hobbesiano ed he­geliano, retaggio infelice della moder­nità, per un nuovo inizio.
«Avvenire» del 20 agosto 2009

La parabola dell’umanesimo ateo

È possibile un’etica che non faccia riferimento a Dio? E allora come si spiega l’esigenza di fare il bene ed evitare il male? Una riflessione del teologo Bruno Forte
di Bruno Forte
Nel dibattito accesosi in que­sti giorni sulla stampa in­torno al concetto di nichili­smo e di umanesimo ateo, a partire dalla frase pronunciata da Benedet­to XVI nell’Angelus del 9 agosto ri­guardo ai «lager nazisti, simboli e­stremi del male, come il nichilismo contemporaneo», vorrei inserirmi concentrandomi su un’unica do­manda, quella che dal punto di vista delle conseguenze pratiche mi ap­pare la più decisiva: è possibile un’e­tica senza Trascendenza? Può esser­ci un codice morale normativo e condiviso senza il riferimento a Dio, all’«ultimo Dio»? Se sì, dove fondare l’esigenza assoluta di fare il bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun assoluto a cui ancorarla? O il bene si giustifica da sé e si impone con un’evidenza tale da non richiedere ulteriori motiva­zioni? E il male? È anch’esso così e­vidente da non supporre alcun im­perativo categorico, rispetto a cui porsi come controcanto, negazione ostinata e perfino beffarda del «co­siddetto bene»? Miriadi di voci in se­coli di storia hanno risposto a que­ste domande in una stessa direzio­ne: il bene c’è ed è assoluto; esso si i­dentifica anzi con l’Assoluto stesso, di cui è il volto attraente, lo splendo­re irradiante, l’esigenza amabile, il dono perfetto. Il male è la resistenza opposta a questo richiamo, l’appas­sionato permanere nella negazione, la lotta vissuta in nome di una causa falsa, quella della propria libertà e­retta come assoluto contro l’Assolu­to. Fra il male e il bene la scelta non sarebbe allora che una: con Dio o contro Dio; per l’Assoluto o per le onnivore fauci del nulla. Dall’ethos classico, alla morale delle Dieci Pa­role, legate al Grande Codice dell’al­leanza con il Dio biblico, dal discor­so della montagna alle esigenze di giustizia del diritto romano, è que­st’impianto di una morale fondata nella trascendenza che ha retto le sorti della vita personale e collettiva dell’Occidente. È con l’emergere moderno del valo­re centrale della soggettività che cambiano anche i termini del pro­blema: dall’eteronomia – in cui si vorrebbe costringere tutto il com­plesso accennato di un’etica dalla fondazione oggettiva ed assoluta – si intende uscire per passare al mondo dell’autonomia, verso i pascoli di u­na vita morale emancipata, dove il coraggio di esistere autonomamen­te sia esteso dal conoscitivo «sapere aude!» – «osa sapere!» al decisioni­stico «libere age!» – «agisci secondo il codice di un’assoluta libertà!» L’autonomia appare come la sfida irrinunciabile su cui misurare qual­sivoglia imperativo morale, per veri­ficare se esso renda più o meno libe­ri, più o meno umani. Farsi norma a se stessi, essere soggetto e non og­getto del proprio destino, questo ap­pare il progetto da perseguire. L’eb­brezza di questo sogno contagia gli spiriti più diversi, in forme borghesi o rivoluzionarie, di progresso o di conservazione, di freddo calcolo o di passioni emotive. Ben presto, tutta­via, la coscienza dell’impossibilità di un’etica tutta soggettiva si impone alla riflessione dei moderni: che be­ne sarebbe il bene che fosse tale solo per me? E in nome di quale criterio valido per tutti sarebbe da evitare il male? Non è il con­fine fra la mia libertà e l’al­trui anche il limite di ogni autonomia? E perché se una scelta mi risultasse più van­taggiosa – in termini morali o economici o politici – do­vrei seguire un criterio di­verso dal semplice profitto e agire in maniera differente? Se poi un comportamento scorretto è diffuso – giustificato dal «tutti lo fanno!» – in nome di quale valore morale dovrei evitarlo, se la scelta è lasciata all’arbitrio persona­le? È a partire dal crogiuolo di queste domande – quelle di una modernità ferita, insoddisfatta del passato e in­quieta di sé – che si profila come te­ma veramente urgente quello della fondazione dell’etica, in un’epoca in cui il passaggio dal fenomeno al fondamento appare tanto necessa­rio, quanto spesso evaso. Oltre il tra­monto delle pretese assolute di una certa modernità e l’incompiutezza del nichilismo della post-modernità debolista, ritorna in tutta la sua for­za il bisogno di un’etica della tra­scendenza, mancando la quale tutto è permesso. Quattro tesi potranno aiutare a coglierne il senso, che a mio avviso chiarisce e motiva nella maniera più adeguata le parole del Papa. Formulerei così la prima tesi: non c’è etica senza trascendenza. Non può esserci agire morale, lì do­ve non ci sia l’altro, riconosciuto in tutto lo spessore irriducibile della sua alterità. La fondazione dell’etica è inseparabile da questo riconosci­mento: chi afferma se stesso al pun­to da negare consapevolmente o di fatto ogni altro su cui misurarsi, nell’atto stesso di questa afferma­zione sazia, idolatrica, nega se stes­so come soggetto morale, nega anzi la possibilità stessa di una scelta eti- ca fra bene e male, perché annega o­gni differenza nell’oceano asfissian­te della propria identità. Nessun uo­mo è un’isola: e chi pensasse o vo­lesse essere tale, nell’atto stesso di pensarsi o volersi così annullerebbe se stesso come soggetto di relazione, e perciò di vita e di storia reale. La negazione dell’altro è negazione di sé; fare dell’altro lo «stra­niero morale» è farsi stra­nieri alla verità di se stes­si, è rinnegare la più profonda dignità del pro­prio essere personale e del proprio destino. Non c’è responsabilità e vita morale senza un movi­mento di esodo da sé per andare verso l’altro, so­prattutto se debole, indi­feso e senza voce o capa­cità di far valere i propri diritti. A questa prima tesi si congiunge direttamente la secon­da: n on c’è etica senza gratuità e re­sponsabilità . Questa seconda tesi ri­corda come ogni movimento di tra­scendenza ha un carattere gratuito e potenzialmente infinito: uscire da sé in vista di un ritorno, calcolare con l’altro al fine di un proprio interesse è svuotare di ogni valore la scelta morale, facendone semplicemente un commercio o uno scambio tra pari. Qui la lezione di Kant conserva tutta la sua verità: l’imperativo mo­rale o è categorico, e dunque incon­dizionato, o non è. O il destinarsi ad altri è un atto gratuito e senza con­dizioni, da null’altro motivato che dall’esigenza e dall’indigenza del­l’altro – «exode de soi sans retour», direbbe Lévinas – , o non è auto-tra­scendenza, ma riflesso, proiezione di sé fuori di sé in vista dell’egoistico ritorno a sé. In questo carattere gra­tuito e potenzialmente infinito della trascendenza morale si coglie come l’anima più profonda di essa sia l’a­more, il dare senza calcolo e senza misura per la sola forza irradiante del dono. Il bene è ragione a se stes­so! La terza tesi dilata la seconda alle forme dell’oggettività sociale e co­munitaria: non c’è etica senza solida­rietà e giustizia . È nello stesso movi­mento di auto-trascendenza che si scopre la rete degli altri che circonda l’io come sorgente di un insieme complesso di esigenze etiche: con­temperarle in modo che il dono compiuto all’uno non sia ferita o chiusura ad altri è coniugare la mo­rale con la giustizia. Regolare in for­ma collettiva questa rete di esigenze è misurarsi sul bisogno del diritto: non l’astratta oggettività della nor­ma, né il dispotismo del sovrano fonda l’autorità della legge, ma l’ur­genza di contemperare le relazioni etiche perché nessuna sia a vantag­gio esclusivo di alcuni e a scapito della dignità di altri. L’etica della so­lidarietà integra qui la sola etica del­la responsabilità, strappandola al ri­schio sempre incombente di un suo stemperarsi nell’assolutismo infe­condo della sola intenzione. Il bene comune è misura e norma dell’agire individuale, specialmente nel cam­po dei doveri civili. Infine, quando si riconosce che il movimento di tra­scendenza verso l’altro e la rete d’al­tri in cui siamo posti presentano un carattere di esigenza infinita, sull’o­rizzonte dell’etica si profila un’altra trascendenza, ultima e nascosta, di cui quella prossima e penultima è traccia e rinvio: l’etica rimanda alla trascendenza libera e sovrana, ulti­ma e assoluta . Nel volto d’altri è l’imperativo categorico dell’amore assoluto che mi raggiunge, e nell’as­solutezza dell’urgenza della solida­rietà con il più debole è un amore infinitamente indigente che mi chiama. Questa trascen­denza assoluta, questo as­soluto bisogno d’amore sono la soglia che salda l’e­tica filosofica all’etica teo­logica: qui l’etica della re­sponsabilità e l’etica della solidarietà appellano all’e­tica del dono, alla morale della Grazia. Qui l’amore – sovrana esigenza morale – rimanda all’Amore come eterno evento interperso­nale dell’unico Dio. Qui, nelle forme dell’essere l’u­no- per-l’altro, è il possibile impossi­bile amore, gratuitamente donato dall’alto, che viene a narrarsi nel tempo: la carità, che «non avrà mai fine» (1 Cor 13,8). Su di essa si misu­rerà la verità profonda delle nostre scelte: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore! Si comprende così come il Papa della Deus caritas est e della Caritas in veritate sia la chiave interpretativa più autentica e illuminante della frase pronunciata all’Angelus del 9 agosto scorso.
«Avvenire» del 19 agosto 2009

L'America di Fernanda

È morta ieri a Milano la scrittrice che più di tutti ha contribuito a far conoscere la narrativa Usa in Italia. Aveva 92 anni
di Fulvio Panzeri
Se ne è andata, all’età di novantadue anni (li aveva compiuti lo scorso luglio), una donna che è diventata 'un mito' per quanto riguarda la scoperta della letteratura americana in Italia, Fernanda Pivano, scrittrice a tutto tondo, dall’esercizio critico che spesso lasciava spazio ad un ritratto in cui dialogava con gli autori amati, tanto che alcuni dei suoi libri sono delle 'autobiografie in pubblico', che registrano l’immediatezza, la spontaneità, il guizzo dell’anima dei suoi tanti incontri, in una vita letteraria tutta, è il caso di dirlo, 'on the road', scegliendo vari compagni di viaggio, anche nella cultura italiana, si pensi alla sua amicizia con Pier Vittorio Tondelli e con Fabrizio De Andrè, e con gli altri amici cantautori. E’ stata anche traduttrice, oltre che scrittrice di romanzi e di una lunga e appassionante autobiografia (il dattiloscritto del secondo volume è stato consegnato dalla Pivano, da poche settimane, alla casa editrice Bompiani), sempre sorretta da un profondo senso della moralità, quello che lei stessa ha lapidariamente indicato in un appunto scritto l’11 settembre 2001, dopo il crollo delle Torri Gemelle: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato settanta anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Un principio fondamentale che ha guidato la sua storia di donna e di intellettuale, che non si sono mai scisse, anzi lei non appariva come una figura accademica, ma ha sempre preferito il campo aperto della della scoperta e dell’incontro, di un rapporto 'ideale' con gli scrittori che proponeva, dei quali sapeva raccontare l’anima, mettendola in relazione con i cambiamenti della società americana, che percepiva, conosceva a fondo e sapeva raccontare ai suoi lettori. Nata a Genova il 18 luglio 1917, si trasferisce da adolescente con la famiglia a Torino. Nel 1941 si laurea in lettere con una tesi in letteratura americana sul Melville di Moby Dick. Nel 1943 pubblica per Einaudi la sua prima traduzione, quella della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, lavoro che segna l’inizio della carriera letteraria sotto la guida di Cesare Pavese, già suo professore al liceo. E indica già in questa straordinaria scelta un fiuto critico che la contrassegnerà da sempre. Il 1948 è un anno che segna un incontro determinante nella vita della Pivano. A Cortina incontra Ernest Hemingway e la legherà al grande scrittore un intenso rapporto sia letterario, sia amicale, tanto che già nel 1949 Mondadori Addio alle armi, da lei tradotto. E’ l’inizio di una collaborazione che la porterà a curare le traduzioni dell’intera opera di Hemingway, intensificando anche il rapporto d’amicizia con lo scrittore americano, del quale sarà più volte ospite in Italia, a Cuba e negli Stati Uniti. E dopo Hemingway è la volta di un altro 'grande' americano: Francis Scott Fitzgerald, di cui traduce dal 1949 al ’54, sempre per Mondadori, i romanzi più significativi da Tenera è la notte a Il grande Gatsby, fino a Belli e dannati. Il 1959 è un’altra data cruciale: appare in Italia la sua prefazione a Sulla strada di Jack Kerouac, per la Mondadori. E’ l’inizio del suo incontro con la Beat Generation, delle Poesie degli ultimi americani da Feltrinelli, della traduzione e cura di Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg. Lei stessa, nella breve autobiografia, in terza persona, che ha scritto per il suo sito ufficiale, dice di sé, riferendosi al primo viaggio americano: «Immediatamente scopre un mondo, di sogni, ideali, valori, che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Norman Mailer, maestro riconosciuto della narrativa americana, amato e contemporaneamente odiato dalla beat generation degli anni sessanta, che a lui e al suo antiimperialismo si rifece, all’esempio di inesausta sete di nuovo e di autenticità del mito vivente Ernest Hemingway. Dai guru della beat generation Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, uomini che in nome di un’idea di ritorno all’essenzialità dell’Uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalistico, hanno vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita, a Don DeLillo e ai minimalisti. Un nuovo viaggio americano, insomma, fra le contraddizioni e le speranze segrete di quel grande, osannato e temuto paese che è, da sempre, l’America».
«Avvenire» del 19 agosto 2009

Deghettizzare si deve proibire, i «rave party» si può

E' tempo di contemporanee e pubbliche assunzioni di responsabilità
di Francesco D'Agostino
Non si può più negare che i rave party siano occasioni per un uso smodato di stupefacenti e luoghi in cui aumenta a dismisura la possibilità di morire per overdose. Vanno vietati? In Francia l’hanno fatto. E in Italia? Davide Dileo (in arte Boosta, uno dei fondatori dei Subsonica) si schiera apertamente per il no, rispolverando il vecchio e specioso argomento dei libertari: il proibizionismo produce effetti contrari a quelli desiderati. Il che equivale paradossalmente a sostenere che, quanto più li si proibisce, tanto più si moltiplicano i rave party; quanto meno li si proibisce, tanto più gli organizzatori si mordono le mani, perché la presenza di leggi libertarie toglierebbe loro ogni fascino e renderebbe insensato promuoverli. C’è evidentemente in questo ragionamento – utilizzato da tutti i fautori della depenalizzazione dei più vari comportamenti socialmente deplorevoli – qualcosa che non funziona e che va contro il buon senso; il fatto però che l’antiproibizionismo torni continuamente a galla, che venga insistentemente riproposto, è segno di quanto sia profonda oggi la crisi del diritto penale e in particolare la prospettiva funzionalistica oggi dominante tra i penalisti. Bisogna ribadire che la ragione per la quale un comportamento (individuale o collettivo) deve essere proibito dalla legge non è di per sé 'funzionale', non dipende cioè dalla più o meno fondata aspettativa di potere, attraverso la proibizione, ottenere la scomparsa di quel comportamento o almeno la sua riduzione a livelli di irrilevanza statistica. Quelli che così la pensassero, dovrebbero, per coerenza, ritenere insensata la proibizione dei più tipici reati contro il patrimonio (dal furto ai più sofisticati crimini finanziari) e auspicarne la depenalizzazione, dato che nessuna persona di buon senso può illudersi che basti la proibizione legale a farli estinguere come pratiche criminose. La criminalizzazione legale di una pratica sociale è doverosa non perché utile a fini preventivi, ma perché è la doverosa espressione di un giudizio di disvalore sociale, socialmente e ampiamente condiviso. Il cuore della questione è tutto qui: per quanto possa suscitare in noi una legittima inquietudine, il diritto penale non serve a prevenire efficacemente possibili comportamenti delittuosi, ma a sanzionare delitti purtroppo già commessi. Questo non significa che il giudizio di disvalore sociale, che la criminalizzazione di una pratica porta con sé, non serva ad aprire gli occhi a molti e a dissuadere alcuni dal commetterla; ma la pedagogia sociale attivata tramite le leggi penali è inevitabilmente lenta, come lo è in generale qualsiasi pratica pedagogica. È la reazione del diritto contro il delitto che, invece, dovrebbe essere non lenta, ma rapidissima. Dove gli antiproibizionisti hanno ragione da vendere è nell’indicare quali e quante pratiche di politica sociale non penale potrebbero essere efficacemente poste in essere per prevenire delitti e comportamenti di massa devianti. Quello che però i libertari non percepiscono è che tra le mille iniziative di politica sociale, possibili e benemerite, e le diverse, doverose iniziative di politica criminale non c’è alcuna incompatibilità. Aiutare la socializzazione dei giovani deghettizzando le periferie e attivando iniziative loro specificamente dedicate non significa non dover reprimere pratiche vandaliche e violente o lo spaccio indiscriminato di droga. Minacciare sanzioni e non applicarle, individuare comportamenti gravemente antisociali, proibirli formalmente e far poi finta di non vederli, per evitare che scatti la solita assurda accusa di 'repressione' è, questo sì, semplicemente assurdo. Lo Stato si assuma le sue responsabilità; riduca pure al minimo veramente indispensabile l’ ambito del diritto penale; ma una volta che tale ambito sia stato individuato (una volta, per esempio, che si sia presa coscienza dell’impossibilità di non prendere posizione nei confronti di rave party, in cui la droga scorre a fiumi e la gente muore di overdose) intervenga fermamente, con le dovute sanzioni penali nei tempi brevi e con le altrettanto dovute misure di politica sociale, nei tempi medi e lunghi.
«Avvenire» del 19 agosto 2009

L’ultima sfida dei nuovi dissidenti

Dai territori dell’ex Urss fino al Myanmar si allarga il fronte della resistenza agli autoritarismi del XXI secolo. Parlano gli esperti
di Antonio Giuliano
Era armato solo di un sacchetto di plastica, di quelli della spesa. Ma era convinto di poter fermare i carri armati di Pechino. Sono passati ormai vent’anni da quando quello sconosciuto ragazzino in piazza Tienanmen sfidava la follia del regime comunista cinese. Eppure la sua immagine ritorna prepotente in queste settimane in cui nuovi dissidenti si ergono contro gli autoritarismi del XXI secolo. Dal Myanmar, che processa il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, alla Cecenia, dove dopo l’omicidio della giornalista Nataliya Estemirova, erede di Anna Politkovskaja, a farne le spese sono stati altri attivisti per i diritti umani. Per non parlare della Cina in cui si fa sempre più duro il giro di vite verso intellettuali e oppositori. Ma lo slavista Vittorio Strada precisa subito: «Bisogna distinguere caso per caso. Ci sono senz’altro Paesi dove le aspettative del crollo del Muro di Berlino si sono rivelate del tutto fallaci: a Cuba o in Cina, il regime politico è rimasto immutato. E poi Stati autoritari che non possono essere definiti né comunisti, né post comunisti, come il Venezuela. Come diversa è la situazione del regime iraniano o quella attuale del Caucaso. Certo c’è un unico comune denominatore: la richiesta di libertà». Anche sull’identità di chi si oppone Strada chiarisce: «Lo stesso termine dissidente venne fuori verso la fine del secolo scorso nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Ma già allora si intravedevano due opposizioni distinte: più 'politica' negli Stati satelliti dell’Unione Sovietica, come Ungheria, Cecoslovacchia o Polonia dove ebbe grande rilevanza il sindacato 'Solidarnosc'; più 'intellettuale' in Urss dove ebbero influenza anche fenomeni di costume occidentali. Anche ora in Russia, nonostante le condizioni politiche siano cambiate, è più forte una dissidenza culturale. E non è un caso se, pur tollerando la libertà d’espressione, il governo russo tenda a mettere il bavaglio ai mezzi d’informazione». Così come sono cambiati gli scenari. «Oggi, crollato il totalitarismo comunista, – continua Strada – sono spuntate nuove forme di oppressione legate a pulsioni nazionaliste. L’ambizione russa di estendere la propria influenza sui territori dell’ex impero sovietico produce tensioni non solo in Cecenia o in Georgia, ma anche in Ucraina che presto potrebbe essere un nuovo fronte caldo. Il problema è che non vedo in giro intellettuali come un tempo Solzenicyn, Sacharov, Havel, Walesa: c’è un generale decadimento della funzione degli uomini di cultura, anche in Occidente, che rende debole la dissidenza. E gli interessi economici degli Stati occidentali con Paesi come Russia e Cina non favorisce cambiamenti. Ancora più difficile per i dissidenti dei regimi islamici, dove la saldatura tra potere religioso politico culturale economico soffoca l’opposizione». Khaled Fouad Allam, sociologo dell’islam e saggista, ribatte: «C’è però da tener in considerazione la storia e le culture diverse dei Paesi islamici: molti sono reduci da anni di terrorismo e guerre, come l’Algeria. In realtà rispetto alla dissidenza degli anni Settanta guidata più dalle élite intellettuali, c’è oggi un maggior coinvolgimento delle masse. Grazie ai nuovi supporti tecnologici legati al Web la dissidenza è cresciuta ovunque. Ma non è detto che gli effetti siano più forti. Per produrre cambiamenti c’è bisogno di un coinvolgimento totale della società civile che richiede tempi diversi in relazione alle varie vicende storiche degli Stati: in quelli islamici occorre più tempo». Per Allam nel corso degli anni ci sono state analisi e strategie approssimative: «È stato sottovalutato l’Islam fondamentalista attivo già all’inizio del secolo scorso. E spesso c’è uno scarso interesse dei media e dell’opinione pubblica mondiale per i fenomeni di dissidenza. Occorre senz’altro una nuova 'grammatica' delle relazioni internazionali che privilegi il dialogo fra le culture. Certo la spinta deve avvenire all’interno delle società islamiche: interessante appare il caso iraniano, perché mi pare si tratti di una 'perestrojka', una trasformazione del regime dall’interno. Ma non è detto che ci sarà un effetto domino sugli altri Paesi. Incoraggiano però le aperture del potere politico in Marocco e in Giordania». Più ottimista Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia AsiaNews: «Se guardiamo soprattutto al caso cinese, la vera novità è la rivendicazione non solo di un particolare diritto umano: la libertà di stampa, la libertà d’espressione, eccetera. Ma la coscienza di nuova valutazione dell’uomo e della sua dignità, per cui ci si batte attivamente al fianco della popolazione nei soprusi che sopporta: come l’esproprio delle terre, l’inquinamento atmosferico o quello delle fabbriche. La dissidenza ha una visione non più ideologica, anche buona, dei diritti umani. Ma punta alla difesa integrale della persona umana e questo dipende anche dal fatto che molti dissidenti oggi sono diventati cristiani, protestanti o cattolici. L’influenza della religione è molto forte per cui le richieste ai regimi insistono sul valore assoluto della persona. E ne vediamo già gli effetti: per esempio molti avvocati cinesi oggi non fanno soltanto gli attivisti ma operano gratis per la difesa di queste popolazioni, come nel caso di cristiani o buddisti tibetani. A tal punto che il governo cinese preoccupato sta cercando di eliminare dall’albo degli avvocati queste persone...». Colpisce la brutalità e la ricorrenza dei fenomeni di repressione: « Succede – spiega Cervellera – perché i poteri politici si sentono sempre più braccati dall’aumento di consapevolezza delle popolazioni. In Cina ci sono 87 mila rivolte ogni anno. E anche in Vietnam e in Myanmar cresce questo legame tra religione e dissidenza che preoccupa i regimi. Ma i dissidenti si fanno sentire pure nel mondo islamico, anche se sono perseguitati duramente. In Arabia Saudita chiunque osa proclamare i diritti umani viene messo in prigione. In Egitto chi rivendica l’uguaglianza tra uomo e donna viene accusato di apostasia. Purtroppo però i governi occidentali hanno rapporto solo con i governi e non sostengono le società civili. Ma le voci dei dissidenti si fanno ogni giorno più forti».
«Avvenire» del 18 agosto 2009

Investire sull’educazione per battere le dipendenze

Droga e alcol continuano a guadagnare proseliti fra i giorvani
di Chino Pezzoli
Con l’estate il consumo di stupefacenti innaffiati dal mosto è visibile, visibilissimo. Al mare e in montagna, nelle città semideserte e nei paesi c’è chi spaccia droga e chi la consuma, in un mercato che non conosce crisi. E i rave party, come testimoniano i fatti di questi giorni, sono il rito estremo di un’aggregazione che porta, insieme allo sballo, la morte. La diffusione e assunzione di sostanze d’ogni tipo pone agli educatori una domanda: come controllare la mentalità che considera la droga una condizione sociale inevitabile? Le evidenze scientifiche invitano a rifiutare l’idea di poter convivere, in modo 'normale', con le droghe. Il consumo da parte degli adolescenti e giovani non dev’essere considerato con leggerezza: chi ha fumato marijuana per alcuni mesi, o provato la cocaina e l’ecstasy in modo episodico, mantiene una sorta di 'memoria biologica' che lo lascia in una condizione di pericolo.
Sono più a rischio bambini che ricercano sensazioni forti ( novelty seeking ), palesano minor controllo comportamentale, bassa autostima, difficoltà di adattamento e scarso supporto dei genitori. Questi ed altri fattori, rilevabili prima dell’assunzione delle droghe, ci fanno capire che la scelta della droga non è occasionale o riconducibile all’ambiente, al gruppo di amici. Ad esporsi alle droghe per sperimentarle, anche in modo ricreazionale, sono per la maggior parte gli adolescenti che 'non stanno bene con se stessi'. A continuare l’assunzione, sviluppando dipendenza o abuso, sono individui che presentano problematiche psicologiche, disturbi di personalità tali da condizionare un ricorso permanente a sostanze in qualche modo attive per la percezione del proprio sé. Le sostanze d’abuso funzionano come 'trappole', in particolare in quei ragazzi vulnerabili, incapaci d’affrontare le difficoltà personali. Così pure gli stupefacenti funzionano da 'trappole' in quei ragazzi asociali che trovano difficoltà in famiglia, nella scuola e si associano a coetanei devianti. Tutti questi elementi concorrono a un aumento del rischio che in certi casi prescinde dalle scelte educative della famiglia. S’impone perciò l’assunzione di un impegno esteso che veda genitori, insegnanti e educatori ed istituzioni pubbliche tese alla tutela e educazione dei bambini e degli adolescenti.
L’educazione non può essere lasciata al caso. L’impegno a combattere la dipendenza da sostanze stupefacenti e alcoliche va esteso soprattutto alle famiglie affinché non restino isolate e non si vergognino di entrare in contatto con i servizi e le istituzioni, per offrire ai figli relazioni educative forti, capaci di curare le dipendenze. Così pure la scuola proponga costantemente strategie e contenuti per la formazione della persona, valorizzando le discipline che hanno in sé straordinarie risorse formative (penso all’ora di religione) e quegli elementi umani e socio-morali su cui si possono fondare i progetti di educazione alla salute. Recenti ricerche hanno dimostrato che investire risorse nella prevenzione non significa affatto disperderle. La prevenzione attuata nelle agenzie educative ha dato risultati significativi attraverso metodologie e progetti gestiti dagli insegnanti e dalla comunità educante. Purtroppo, il rischio dell’improvvisazione e degli interventi occasionali educativi c’è. Per operare in modo continuativo e sistematico con i ragazzi occorre utilizzare alcune linee-guida, frutto della ricerca, delle esperienze innovative valutate per misurare i risultati effettivi. La prevenzione è indispensabile e urgente. C’è la necessità, in primo luogo, che genitori e educatori si rendano consapevoli dell’urgenza di questi interventi per superare una mentalità tollerante che porta ad accettare di convivere con le droghe. Le informazioni devono essere offerte anche ai giovani il più precocemente possibile, ma ponendo l’attenzione al fatto che le conseguenze negative siano presentate nel clima formativo e non in un arido quadro di 'drammatizzazione' che non propone alternative costruttive.
«Avvenire» del 18 agosto 2009

16 agosto 2009

Ma l’universo ha bisogno di Dio

Intervista all'astronomo Gingerich
di Luigi Dell'Aglio
«Nessun fisico o chimico, osservando l’incredibile efficienza e il disegno perfetto di una proteina formata da 2000 atomi potrebbe seriamente pensare che tutti quegli atomi siano andati a collocarsi "per puro caso" nella loro posizione. La mutazione casuale potrebbe avvenire una volta su 10 alla 321ª potenza, e quindi non basterebbe a realizzare quella raffinata proteina». Per Owen Gingerich, credente e grande astronomo, in questo e altri casi analoghi ci troveremmo davanti a un enorme e complicatissimo set di costruzioni Lego, non accompagnato da alcun modello o progetto. Gingerich, classe 1930, è professore di Astronomia e Storia della scienza ad Harvard e astronomo emerito allo Smithsonian Astrophysical Observatory. Cominciò come assistente estivo di Harlow Shapley, allora astro indiscusso del firmamento scientifico americano. E negli anni si fece un’idea molto precisa del rapporto-scontro tra scienza e fede e dell’atteggiamento che gli scienziati spesso tenevano nei confronti della fede: «Il fatto che la scienza, all’interno della sua struttura, non possa funzionare altrimenti, non significa necessariamente che l’universo sia privo di un Dio». In Italia, Gingerich è conosciuto dal pubblico soprattutto per God’s Universe, tradotto come «Cercando Dio nell’Universo» da Lindau. Il 27 agosto il professore parlerà al Meeting di Rimini del conflitto che ebbe al centro Galileo e che ora, chiarito ogni punto, è motivo di dialogo e non di scontro. Tema della discussione: «Galileo, fascino e travaglio di un nuovo sguardo sul mondo».
Galileo era religioso e non dubitava del ruolo creatore di Dio. I fisici di oggi riconoscono il «fine tuning», il bilanciamento dei parametri della fisica, e molti di loro hanno compreso che il ruolo di Dio, per la scienza in quanto tale, non è visibile ma non può nemmeno essere escluso.«Ma l’equilibrio tra l’energia di espansione verso l’esterno e l’opera delle forze gravitazionali che trattengono insieme ogni cosa appare il segno di una mano creatrice anche a scienziati agnostici convinti, come Fred Hoyle. Secondo il quale "una ragionevole interpretazione dei fatti rivela l’intervento di un’intelligenza superiore, tanto nella fisica quanto nella chimica e nella biologia, e suggerisce che in natura non esistano forze senza uno scopo, di cui valga davvero la pena di parlare"».
L’uomo e la donna guardano la natura che li circonda ed esclamano: ma allora noi eravamo attesi in questo mondo... Emergono nuovi indizi sull’universo «fatto per il genere umano»?«Prima di tutto, ci troviamo all’interno di un universo immenso e antichissimo. In un universo più piccolo e più giovane, la nostra comparsa non sarebbe stata possibile: sarebbe mancato il tempo per cuocere a fuoco lento gli elementi necessari alla vita. Il nostro universo è straordinariamente ospitale e adatto allo sviluppo di forme di vita intelligenti. Ma, per ritrovare il ruolo del divino oggi negato da molti scienziati, torniamo indietro fino a Isaac Newton. Nei 18 anni che dedicò alla stesura dei Principia, capì che il fenomeno della gravitazione era universale e che ogni massa attraeva qualsiasi altra massa esistente nell’Universo. I pianeti, osservò, non subiscono esclusivamente l’influenza del Sole ma si attraggono reciprocamente. E che cosa poteva mantenere in equilibrio un sistema tanto complesso? Newton giunse alla conclusione che, se i pianeti non uscivano dalle loro orbite, era solo per un incessante intervento divino».
Anche la ricerca della vita fuori dalla Terra e fuori dal sistema solare, da mezzo secolo il leitmotiv dei programmi spaziali, si rifanno alla creazione.«Il nostro Universo ha oltre 13 miliardi di anni. Ciò significa che la natura ha avuto un’infinità di tempo per lavorare alla creazione delle varie forme di vita. Possiamo dire che esista un numero incalcolabile di ambienti abitabili, in cui la vita potrebbe essersi sviluppata. Da più di mezzo secolo la radioastronomia (fondata da un italiano, Giuseppe Cocconi, e da Philip Morrison) usa le onde radio allo scopo di comunicare con forme di vita intelligente extraterrestre».
Le stelle sono così abbondanti che ad ogni abitante della Terra, bambini compresi, ne spetterebbero almeno 30 a testa.«Proprio per questo gran numero di reami stellari, gli stessi studiosi conservatori ammettono che da qualche parte possa esserci vita. I più accaniti sostenitori della ricerca affermano che vita "deve" esserci, e che in qualche caso potrà trattarsi di vita intelligente a volte anche molto più progredita della nostra».
Si dice che, quando lei entrò nei ranghi accademici, un suo vecchio professore venne a trovarlo e le disse: «Meno male, così non lasciamo che gli atei prendano il sopravvento in ogni campo». È vero?«Sì, ma è anche vero che io mi sono tenuto sempre lontano da certe posizioni dei movimenti religiosi d’Oltreoceano. Negli Anni ’80 partecipai all’antologia intitolata Is God a Creationist? avvertendo però subito che lo spirito del mio scritto era pro-cristiano ma non creazionista nel senso letterale, caro ai movimenti ultraconservatori e impraticabile».
«Avvenire» del 14agosto 2009

15 agosto 2009

E-book: passa il libro, resta la scrittura

di Maurizio Cucchi
Il libro è una passione, è un simbolo. È qualcosa di indissolubilmente legato al nostro desiderio di sapere, di capire; alla nostra esigenza irrinunciabile di esprimere noi stessi e il nostro vitale bisogno di conoscenza. Ma il libro è un oggetto, per molti come me forse l’oggetto più caro, e anche gli oggetti hanno una durata, una presenza storica, e sono destinati spesso, prima o poi, a scomparire. Di questi tempi anche il libro vacilla, l’elettronica lo sta mettendo in crisi, l’editoria si interroga, e l’e- book non è più, ormai, un pensiero fantascientifico, lontano nel futuro o nell’immaginazione. E allora? Dobbiamo prepararci con dolore alla scomparsa del libro, del libro tradizionale? Chissà … Certo, in proposito, le opinioni di molti, e soprattutto di scrittori, o di lettori di antica data, sono varie ma generalmente malinconiche. C’è chi dice che il libro di carta non potrà scomparire, c’è chi, come Sandro Veronesi, in un’intervista recente a « Repubblica » , sostiene che « sopravvivrà e non per feticismo, ma perché è perfetto, giustamente ingombrante, pieno di eros » . A parte il risvolto da battuta vanamente salottiera dell’ultimo dettaglio, lo scrittore ha quasi ragione nel trovarlo « perfetto » , il libro. In fin dei conti è una perfezione relativa. Vale a dire legata a un modo di lettura acquisito e consolidato nei secoli. Quanto all’ingombro… Beh, penso a uno strumento come l’iPod, che ci consente di immagazzinare in uno spazio tascabilissimo una quantità impressionante di ore musicali. Qualcosa del genere applicato alla letteratura sarebbe formidabile. Resta, s’intende, il nostro amore per l’oggetto- libro, che non è né facile né sensato smantellare. Non sono un bibliofilo, ma una casa senza libri mi fa orrore. Eppure troppi libri, soprattutto nel nostro tempo, sono tali solo in quanto oggetti. Quanti sono, in realtà, i cosiddetti non- libri, o pseudo- libri? Una considerazione mi sembra decisiva: il libro è uno strumento, non è essenziale all’opera, che deve poter sussistere indipendentemente e non essere condizionata dal luogo che la ospita, anche se spessissimo e sempre più, nel corso del tempo, elementi accessori, grafici, sono intervenuti nel corpo stesso del testo. Potremmo dire, parlando di luogo che ospita l’opera, che si tratta di una sorta di casa in affitto, non di proprietà del testo stesso, che deve poter avere vita autentica anche altrove. Dunque, anche in un congegno elettronico. Lo stesso Veronesi ammette che vedere la sua opera in e- book non gli dispiacerebbe; a « rimetterci – precisa – sarebbe il lettore » , che perderebbe la « fisicità della lettura » . E qui si aprirebbe un tema ben più rilevante, un tema davvero centrale, cioè quello del rapporto diretto e fisico col reale che nel nostro tempo si va facendo sempre più vago e aleatorio, tanto da produrre in noi un senso di perdita, una sorta di nostalgia della realtà. Ma questa è un’altra storia. Quello che conta, però, libro o e- book, è che rimanga l’opera, che rimanga la scrittura.
"Avvenire" del 13 agosto 2009

Diamo ai giovani un’altra ebbrezza

Gli allarmi per il consumo di alcol
di Davide Rondoni
Facciamoli ubriacare, va bene. Ma di altro. Non di pessimo alcool in ritrovi di allegria che sfuma, comprato abusivamente nel centro di Milano. Facciamoli ubriacare sì, ma non di queste porcherie. Facciamo conoscere loro l’ebbrezza di una vita piena. Troppo facile lamentarsi perché cercano ebbrezza in ritrovi selvatici e in bottiglie quasi sempre da pochi euro, e poi presentare a loro noi adulti vite spettrali, entusiaste di niente, o piagate da interessi e meschinerie. I nostri ragazzi bevono. Troppo. E anche male. Molti genitori lo scoprono tardi, troppo. Si ubriacano di alcol invece che di vita e di impegno. E se in pochi giorni in quattro casi si arriva quasi alla tragedia del coma etilico, o del malore grave, significa che il fenomeno non è più una questione di gestione un po’ disordinata del tempo libero. Ma è il segno che siamo in una dittatura. Su questo genere di cose non serve a niente dire: ragazzi, attenti vi fate male. Il fatto è un altro. È che nella vita occorre qualcosa che dia una specie di ebbrezza, che dia il gusto profondo dell’esser vivi. Insomma, occorre, specie da giovani, trovare qualcosa che sveli la potenza, la forza, l’entusiasmo di esser vivi. L’uomo è così. È sempre stato così. Lo sa chiunque abbia minima conoscenza della storia e di sé. L’ubriachezza che degenera è il fenomeno triste di una mancanza di gusto. Di entusiasmo per la vita reale. È una copia orrenda di qualcosa che la vita cerca, specie da giovani: l’entusiasmo. È una scimmia, una copia, un idolo muto e cieco, e pure con il mal di testa. Si dice: si beve per dimenticare. Ma cosa deve dimenticare uno a quindici anni ? Non il passato, ma quel che è peggio: deve dimenticare il presente. La mancanza di gusto che annoia il presente. Una generazione che non ha trovato motivi di gusto nel reale ha tirato su figli ubriachi. Una generazione che ha teorizzato che la realtà è una specie di gabbia, una terra senza possibilità di soddisfazione al desiderio di verità e di letizia, una generazione che ha portato a estremo sviluppo teorico e pratico l’idea per cui la vita è una specie di condanna dove provare a cavarsela, ecco, questa generazione assiste sgomenta e impotente all’autodistruzione così banale, senza nessuna gloria, dei propri figli. Avendo eliminato dalla educazione dei giovani tutto ciò che dà gusto profondo e entusiasmo all’esistenza (Dio, l’arte, il cuore dei desideri investiti nella realtà), ci si stupisce poi di ritrovarli con la bottiglia in mano. Forse dei giovani tirati su a educazione civica, a tv banale, a regolette per non disturbare e obbedienza alle leggi dello Stato, può generare qualcosa di diverso che questa fuga in un fondo di bottiglia ? Lo sanno bene coloro che hanno sperimentato la vita sotto i regimi totalitari. I giovani si ubriacavano. In tutti i modi. Significa che c’è qualcosa di totalitario anche qui. Qualcosa che non ha divise o carri armati per la strada. Ma una più pervasiva e sistematica forza. Ora di fronte al viso gonfio di questi ragazzi, alla loro terribile incoscienza e alla loro ancor più terribile coscientissima ricerca dell’ebbrezza da alcool, non ce la si può cavare con qualche considerazione sulla gioventù. No, va visto cosa c’è di totalitario che domina sulla loro vita. Sulla vita della maggioranza tra loro. E che abbiamo istituito noi adulti. Che abbiamo edificato e perfezionato noi adulti. Con mille leggi scritte e non scritte. Occorre che questa società di adulti che hanno eliminato Dio, l’arte e il cuore dei desideri dalla vita comune si guardi in faccia. E guardi le tristi feste dei propri figli come a un giudizio tremendo. Ci state tirando su in una dittatura, ci dicono. E bevono.
"Avvenire" del 13 agosto 2009

Giornalismo fai da te? Una chimera

Il massmediologo Andrew Keen mette in guardia: «Internet è un ottimo strumento, ma lo 'street journalism' è un’idea fallace: non basta 'dire qualcosa' su un blog per fare informazione»
di Vincenzo Grienti
«Non solo la rivoluzione del Web 2.0 sta distruggendo la nostra cultura, ma sta anche generando nuove e celate oligarchie di figure mediatiche potenti e influenti che non hanno il senso di responsabilità delle tradizionali élite culturali. Occorre, dunque, mettere le cose in chiaro e spiegare a chi sta fuori dalla Silicon Valley cosa sta realmente succedendo». È immediato e diretto Andrew Keen, americano che vive Berkeley, in California, autore di The Cult of the Amateur, approdato nel nostro Paese con il titolo Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (De Agostini, paigne 286, euro 15,00) e tradotto in quindici lingue in tutte il mondo. «Ho scritto questo libro perché ho sentito la necessità di sfatare il falso mito che aleggia intorno alla Silicon Valley. Molta gente qui ritiene che la tecnologia rende più ricca e più democratica la cultura, ma io ho constatato che è vero esattamente l’opposto».
Quali sono secondo lei le opportunità e i rischi che si nascondono dietro al mondo dei 'social network' e del Web 2.0 in particolare? Forse questa seconda fase del web sta uccidendo la nostra cultura e la nostra economia? «La grande opportunità dei social network e del web 2.0 è di rivitalizzare la nostra cultura. In qualche misura questo è stato fatto. Sono felice che i media tradizionali siano stati costretti dalla concorrenza di internet a trasformarsi in mezzi più animati e rilevanti. Il problema tuttavia è che il web 2.0 ha reso libero il core business della new economy. Le società del Web 2.0 stanno tutte costruendo modelli di mercato basati sul libero contenuto generato direttamente dall’utente, ma poi vendono pubblicità contro questo contenuto. È difficile competere con il libero mercato, specialmente se, come accade nei giornali tradizionali, bisogna pagare i reporter per il loro lavoro. Quindi i giornali tradizionali e le riviste si stanno arrovellando il cervello per cercare un nuovo modello di mercato percorribile nella libera economia. In America questa situazione è sfociata in una profonda crisi economica di tutti i media tradizionali, dalle riviste ai quotidiani agli editori ai network televisivi».
Questo cosa significa? «Non tutta questa crisi è negativa, specialmente se essa conduce all’emergere di nuove e solide società giornalistiche, ma questo non sembra che stia avvenendo. YouTube per esempio, il più famoso dei network web 2.0 televisivi, è totalmente infruttuoso, improduttivo. Così come i social network più recenti come Twitter che non hanno ancora un modello di mercato».
Nel suo libro descrive il 'flog', il fenomeno 'splog' e non è molto d’accordo con il mondo dei 'blog'. Perché? «La mia disapprovazione dei blog è basata sul mio disgusto per la cultura contemporanea in cui dire qualsiasi cosa è diventata un obbligo, uno status symbol, per decine di milioni di persone comuni. I blog – che sono dei diari online – hanno pervaso qualsiasi cosa. Così mentre noi siamo impegnati ad esprimere noi stessi, diffondendo a tutti i nostri messaggi personali, non leggiamo niente di quello che la gente più esperta di noi scrive su temi importanti. Questo è il risultato di una cultura che io chiamo narcisismo telematico in cui la gente considera più importante diffondere a tutto il mondo che cosa mangia per colazione piuttosto che leggere il giornale o ascoltare la propria radio. Questo narcisismo telematico non deve essere biasimato come fenomeno dovuto alla tecnologia o a internet. È un problema culturale latente nella società post-industriale che è stato tirato fuori prepotentemente dallo sviluppo delle tecnologie che permettono di generare contenuti da soli e da internet».
Un’ampia parte del suo libro approfondisce il tema del 'citizen journalism' e dei rischi che questo fenomeno possa procurare per il giornalismo tradizionale. Non pensa che sia il frutto della normale evoluzione di una professione che si interfaccia con un mondo caratterizzato dai new media come YouTube, MySpace, Facebook e Twitter? «Giornalismo cittadino è una denominazione non corretta. I buoni cittadini non sono necessariamente buoni giornalisti e i buoni giornalisti senza dubbio non sono necessariamente buoni cittadini. Il giornalismo è sempre stato un mestiere, una professione, non una vocazione. Il problema comunque è che sta minando le sue fondamenta economiche. Stiamo trasformando il giornalismo in vocazione moralista. Poiché moltissimi giornalisti perdono il loro lavoro ed è sempre più difficile fare soldi come giornalisti, la sola gente disposta a diventare giornalista saranno comunitari, filantropi, surrogati di cittadini che vedono il giornalismo come una chiamata morale. Così, invece, di quella che si chiama normale evoluzione della professionalità dai giornali tradizionali al citizen journalism , noi stiamo assistendo al passaggio da una élite professionale a una nuova élite dilettanti giornalisti impoveriti con le proprie agende politiche e culturali. Questi giornalisti non hanno editori e non sono affidabili e trasparenti come tradizionali assunti dagli editori».
Lei sostiene che esiste un confine tra pubblico e autore, tra fatti e finzione, tra invenzione e realtà. Tutto ciò produce quello che lei chiama 'il culto del dilettante'. Cosa fare per non diventare 'adepti' di questo nuovo culto? «Non dobbiamo lasciarci abbindolare dal culto del dilettante, con la sua diffusione della cultura 'da banco', il suo abbraccio rousseano dell’innocenza e della giovinezza. Competenza e sapere, cosa che dobbiamo ricordare a noi stessi, sono generalmente il risultato dell’esperienza e del mestiere, dell’impegno di una vita teso alla conoscenza e all’atto creativo. Dobbiamo accettare la spesso sconfortante verità che il talento è universalmente distribuito e che le opinioni della maggior parte della gente non sono interessanti né hanno valore per la restante parte. Il rimedio è di continuare a sostenere i mezzi a pagamento privati con scrittori di talento, giornalisti, editorialisti, commentatori e produttori cinematografici. Il rimedio è comperare i giornali, comperare i libri, pagare per la musica e i film. Se noi questo lo facciamo online o no non ha importanza. Io sono assolutamente a favore di internet come distributore di piattaforme di contenuti fino a quando questo sostiene un sistema accettabile di una classe professionale creativa».
«Avvenire» del 15 agosto 2009

Chi dimentica Gatto, il poeta degli addii

di Laura Silvia Battaglia
È il destino di chi non si presta a nessuna classificazione. Di chi ritiene lecito cambiare idea politica senza essere un protagonista politico. Di chi preferisce rimanere sottotraccia perché non ha bisogno del clamore e del consenso per affermare se stesso. Così non stupisce il fatto che le celebrazioni per il centenario della nascita del poeta Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Capalbio, 8 marzo 1976) siano state riprese in sordina dal mondo culturale. Al punto tale che, se si escludono le celebrazioni salernitane e il reading di Jack Hirschman, che ha tradotto in angloamericano «Storia delle vittime», poco si è visto sulle pagine dei quotidiani. Il fatto è che Gatto è stato sempre snobbato. Già abbiamo dovuto attendere trent’anni dalla morte per vedere pubblicato, nel 2006, un Oscar Mondadori curato da Silvio Ramat con tutte le sue poesie. Fino a tre anni fa, infatti, chi avesse voluto sapere qualcosa di più di questo poeta emigrato dopo il 1926 da Napoli, dove frequentò l’università senza completarla, si doveva accontentare solo della classificazione di «ermetico, fondatore della rivista Campo di Marte», e di 99 componimenti, pubblicati da Jaca Book. È importante sapere che Gatto fece di tutto nella vita (fattorino, insegnante, commesso di libreria, giornalista), senza disdegnare la politica, praticata da antifascista e 'resistente' prima (nel 1936 trascorse sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano) fino a diventare un dissidente del partito comunista poi (nel 1951). Eppure, nonostante questa nuova edizione Mondadori da ben 736 componimenti abbia contribuito ad aggiustare il tiro, se il grande pubblico si ricorda ancora di Gatto, sarà più per il portiere Boccaccio o per Melampo, il 'bambino di gomma'. Meno per i suoi versi morali, politici, per le poesie della resistenza per le quali Giacinto Spagnoletti ebbe a dire che quello di Gatto «è il solo temperamento di moralista che si sia affacciato, dopo Cardarelli, nella lirica d’oggi. Egli è il solo che abbia scalzato i motivi interiori dalla loro vernice patetica, per fare loro acquistare un sapore di verità rimproverata, cogliendo al vivo la parte di noi stessi che risponde all’ansia del tempo». Gatto scelse per sé il registro dell’inattualità. E, forse, la sua inattualità sta proprio qui: nell’essere un poeta dal canto sommesso, fioco, sussurrato, votato a quel 'vergine stupore' con cui rivendica uno sguardo diverso sulle cose presenti e passate. Suona come un contrappasso, dunque, questa dimenticanza, per un poeta che aveva esordito nel segno dell’oltre e dell’oltre la morte, nel culto della memoria dei congiunti e di un mondo sepolto di cui sapeva cogliere la continuità e la necessità anche per chi rimane. I tempi cambiano e nulla oggi esiste se non in quanto avvertito come compresente, ossessivo, prepotente, necessario nell’attimo. Dopo, chissà. Figurarsi la poesia, e la poesia di uno che la spiegava come una cosa «che appartiene agli uomini che non si difendono, che passano nella vita senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa o di poterla spendere senza mai riuscire nemmeno a destarla». Nel centenario della nascita, davvero troppo pochi gli omaggi d’arrivederci al poeta degli addii.
"Avvenire" del 15 agosto 2009

13 agosto 2009

La cannabis non è una droga leggera

Relazione del prof. Silvio Garattini
La stampa e i mass-media sono stati molto solleciti nel propagandare ingiustificati appelli per l’utilizzo della cannabis, detto ‘spinello’, nel trattamento del dolore dei pazienti terminali mentre ha steso un inaccettabile silenzio su alcuni recenti lavori scientifici che hanno messo in relazione l’usodella cannabis con alcune malattie mentali. L’uso protratto della cannabis sembra capace di indurre attacchi psicotici in soggetti già predisposti e di esacerbare i sintomi di pazienti già diagnosticati come psicotici. Lo studio più citato in questo senso è stato realizzato su 50.000 reclute svedesi che sono state seguite per 15 anni e aveva stabilito che l’assunzione di cannabis nell’età dell’adolescenza aumentava in modo proporzionale alla dose il rischio di sviluppare schizofrenia.
Nonostante le dimensioni dello studio permanevano tuttavia alcuni dubbi circa la possibile influenza di altri farmaci assunti nello stesso periodo di tempo e soprattutto la difficoltà di stabilire un rapporto di causa ed effetto essendo possibile che l’assunzione di cannabis fosse la conseguenza e non la causa della presenza di disturbi mentali. Per queste ragioni lo studio è stato ripreso con un periodo di osservazione più lungo. In breve i risultati sono stati confermati ed ampliati, dimostrando che solo la cannabis e non altri farmaci è responsabile della comparsa della psicosi e dell’aggravarsi dei sintomi; inoltre si è potuto stabilire che l’uso della cannabis è un fattore di rischio. Queste ricerche vanno viste alla luce di altri dati condotti su gruppi di minore numerosità, ma pur sempre significativi. Un gruppo di 4045 olandesi ha confermato i dati svedesi. Analogamente un gruppo di 1037 adolescenti in Nuova Zelanda è stato diviso in tre sottogruppi: un gruppo di controllo che non aveva mai usato cannabis, un gruppo che aveva assunto cannabis almeno tre volte a partire dall’età di 18 anni ed un gruppo che aveva iniziato all’età di 15 anni ed aveva poi proseguito. All’età di 26 anni sono stati eseguiti gli esami psichiatrici con risultati molto preoccupanti perché gli utilizzatori di cannabis mostravano più sintomi schizofrenici dei soggetti di controllo e l’effetto era più evidente negli adolescenti che avevano iniziato all’età di 15 anni.
Studi pubblicati nel mese di novembre 2002 hanno affrontato anche il problema di eventuali rapporti fra consumo di cannabis e disturbi mentali non psicotici, ma riguardanti depressione ed ansia. In Australia, nello stato di Victoria, è stato seguito a partire dal 1992 un gruppo di 44 classi valutando a caso oltre 2000 adolescenti dell’età di 14-15 anni appartenenti ad una popolazione di oltre 60.000 studenti. I risultati ottenuti sono molto preoccupanti perché confermano una associazione fra l’uso della cannabis nell’adolescenza e la successiva comparsa di depressione ed ansietà. In particolare l’uso quotidiano dello spinello comporta un aumento, rispetto al non uso, di 5,6 volte dei sintomi di depressione ed ansietà entro un periodo di 7 anni. L’uso settimanale comporta invece un aumento del rischio di circa due volte. Mentre l’uso della cannabis è redittivo
di successiva depressione ed ansietà, la presenza di depressione non è predittiva per l’impiego di cannabis. In altre parole non si cerca la cannabis perché si è depressi o ansiosi, ma si diventa depressi o ansiosi perché si usa la cannabis.
Questi dati devono indurre ad una serie di riflessioni. Anzitutto si deve sfatare la convinzione largamente diffusa che lo spinello sia una ‘droga leggera’ ed in quanto tale rappresenti un’abitudine priva di conseguenze per la salute. E’ invece importante diffondere l’informazione riguardante i rapporti diretti fra uso della cannabis e lo sviluppo di problemi per la salute mentale: psicosi,depressione ed ansietà possono essere la tragica conseguenza della leggerezza con cui viene affrontata la pratica di usare droghe per scopi ricreativi. Il numero degli adolescenti che fuma lo spinello è in grande aumento. Nel gruppo di adolescenti più sopra citato il 60% impiegava cannabis almeno una volta alla settimana e ben il 7% almeno una volta ogni giorno. Un recente lavoro pubblicato sulla rivista dei medici americani (JAMA) ha destato ulteriori motivi di preoccupazione.
Si è stabilito infatti che l’impiego di cannabis è un fattore di rischio per una successiva assunzione di cocaina o di oppioidi. Si realizza quindi il pericolo che la cannabis faccia da veicolo per altri tipi di tossicodipendenza. Occorre perciò mettere in atto non solo adeguate strategie informative per giovani, ma anche modelli di vita che permettano di evitare l’impiego di qualsiasi droga. Occorre sfatare l’impressione diffusa che l’assunzione di cannabis rappresenti un’abitudine di vita accettabile perché non avrebbe influenza sullo stato di salute.
Poiché malattie mentali sono difficili da curare è urgente rafforzare gli interventi di prevenzione per rimuoverne le cause note. Occorre utilizzare l’esperienza acquisita nella lotta al fumo da tabacco per istituire iniziative capaci di evitare che gli adolescenti siano preda della catena criminale che ha interessi all’espansione dell’uso della cannabis.
Principale bibliografia di riferimento:
1) Rey JM & Tennant CC. BMJ 2002; 325: 1183-1184.
2) Patton GC, et al. BMJ 2002; 325: 1195-1198.
3) Zammit S, et al. BMJ 2002; 325: 1199-1203.
4) Arseneault L, et al. BMJ 2002; 325: 1212-1213.
5) Kandel DB. JAMA 2003; 289(4): 482-483.
6) Lynskey MT, et al. JAMA 2003; 289(4): 427-433.

Ministero della Salute del 26 settembre 2003

L’incubo della dominatrice

Perché mai, Veronesi, dovremmo rinunciare alla spalla di un uomo?
di Marina Terragni
Su questa faccenda dell’autodeterminazione della donna c’è un grosso equivoco. Una donna “autodeterminata” non è necessariamente una dominatrix che ha reciso tutti i suoi legami. Per come la vedo io è semplicemente una che cerca di stare liberamente al mondo come donna, e non nonostante questo. Dicendo “come donna”, tra le tante altre cose intendo soprattutto poter stare al mondo come una che può essere madre, potenzialità di una certa rilevanza che, certo, comporta il fastidio della relazione, della dipendenza, del legame. Un’idea di libertà strana e spuria, sempre impacciata nei suoi movimenti dall’altro e dall’amore. E invece quando gli uomini, anche con le migliori intenzioni, si mettono a parlare delle donne e della loro libertà, finiscono per parlarne come di una strana specie di maschi che merita, a certe condizioni, di essere inclusa nel loro assoluto. O addirittura di dominarlo. Siamo tutte davvero grate al professor Umberto Veronesi. Per noi donne ha fatto molto, ha dedicato la sua vita di scienziato a studiare un male femminile che fino a pochi decenni fa era senza scampo, e ci ha insegnato a difendercene. Ma quando scrive (“La conquista della Ru486 e la forza delle donne”, Repubblica, 10 agosto) che “le donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo”, mi chiedo a quale altro male ci stia condannando, e perché. L’aborto non è mai una conquista, con qualunque metodica venga praticato. E’ sempre un dolorosissimo compromesso, il fallimento di un progetto cosciente o inconscio, la corsa della vita che viene fermata sanguinosamente. Io non so se l’aborto con una pillola sia meglio – ovvero meno doloroso, meno traumatico, meno angoscioso, più sicuro, o almeno più conveniente per la spesa pubblica – dell’aborto chirurgico. Ma so per certo, il professor Veronesi mi deve credere perché sono una donna e lo so, che l’aborto è sempre un fatto schifoso, per quel bambino, per la madre abortita insieme a lui, per il padre che tante volte condanna la madre a quel gesto, o magari no, non lo vorrebbe, ma deve accettare, per il medico che lo pratica. Per tutta quanta l’allegra combriccola. E so anche che tutto – tutto – quello che può essere fatto perché ci sia anche un solo aborto in meno deve essere fatto: un lavoro paziente e meticoloso a favore dell’accoglienza e della fiducia nella vita, perché il bilancio tra ciò che nasce e ciò che muore torni in equilibrio, essendo che la felicità che possiamo sperimentare nella nostra vita è proporzionale alla quota di aurora e di nascita – non solo di creature, ma anche di quelle – che ci tocca in sorte. Nel suo intervento su “Repubblica” Umberto Veronesi delinea le magnifiche sorti e progressive dell’umanità femminile. Il suo pensiero gli appare “per molti aspetti superiore a quello maschile”. Il professore proclama “la realtà storicamente inarrestabile” della parità tra i sessi e si arrovella su quello che definisce “un bisticcio di fondo da risolvere”: se la donna “sarà pari all’uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità biologica di procreare e accudire i figli?”. Ecco, che cosa ne farà? Al professore non viene nemmeno in mente che è lo spazio pubblico a doversi ripensare e riorganizzare a seguito della novità della cittadinanza femminile, fino a poco tempo fa non data. Che è questo poter essere madri che segna le donne a dover essere rimesso al centro dell’organizzazione della polis – e quindi del lavoro, della politica, del mondo – dopo che per millenni ne è stato tenuto ai margini. E invece no: secondo il professore “è la donna che dovrà scegliere e ridefinirsi”. Bontà sua, ammette che “la soluzione non può essere quella di espropriare le donne della loro femminilità, ma è certo che una conquista razionale attende le donne di questa generazione”. L’aborto con la Ru486 – comodo, efficace, non invasivo – fa parte di questa nuova razionalità. Veronesi parla anche di “diritto all’interruzione di una gravidanza non voluta”, diritto che nessun femminismo si è mai nemmeno sognato di ipostatizzare – l’unico diritto rivendicato, diciamo così, è stato solo quello di non crepare in qualche sgabuzzino – e si diffonde infine su quell’altro simmetrico diritto, quello ad avere un figlio come e quando si vuole: perfino Mary Warnock, madre della liberalissima bioetica anglosassone, ha chiarito con ragionamenti piuttosto stringenti che il diritto ad avere figli non ha alcun fondamento. Diritto che invece, secondo Veronesi, una donna può lietamente esercitare “anche senza scegliere un padre, basta che si rivolga a una banca per la fecondazione”. Ma presto non sarà più necessario, perché “la donna può clonare se stessa e l’uomo no”. Uno spaventoso paese dei Balocchi in cui la donna, Puella Aeterna, potrà giocare divinamente con se stessa senza mai la noia di doversi misurare con l’Altro. E perfino riprodursi da sé – oddio, e se poi ti nasce un maschio? – Un nuovo fondamento archetipico per le fantasie, già attualissime, di tutte quelle ragazzine che in giro per l’occidente sognano di farsi il bambino da sole, o fingono un provvisorio sogno d’amore per poi espellere l’Altro non appena dà segni della sua alterità. Ed ecco tutte quelle famigline asfittiche e infelici, la mamma e il suo bambino, l’una carceriere dell’altro, senza nessun terzo a fare il lavoro di necessario incomodo nella simbiosi fatale. Oppure – libertà alternativa – nessun bambino, l’indipendenza totale, l’automutilazione di quell’Altro di cui l’umanità femminile, in questo sì migliore, ha sempre fatto il suo bizzarro baricentro, spostato fuori di sé. Ho letto Umberto Veronesi e ho pensato: ecco un uomo del secolo scorso, un medico che molto ha dato alle donne e altrettanto – a titolo risarcitorio? – sembra voler togliere loro. Che disegna un futuro terribile applicando con zelo logiche che appartengono al passato prossimo dell’emancipazione, già superate da un pensiero femminile che il professore, il quale pure dice di conoscere molto bene le donne, evidentemente non si è dato la pena di ascoltare. Non ha notizia del pensiero della differenza, della lotta delle donne contro l’omologazione al modello maschile unico. Non percepisce il loro desiderio. Altrimenti, da grande vecchio qual è, alle ragazze direbbe che l’unica sola e vera pari opportunità è quella di poter stare liberamente al mondo ciascuna e ciascuno secondo il sesso del quale si è nate e nati, perché il nostro corpo spirituale è tutto ciò che siamo. Direbbe alle ragazze di non condannarsi alla solitudine, perché non vi è alcuna ragione di infliggersi questo supplizio, di cercarsi uno sposo e di coltivare l’amore per la sua differenza, accettando il conflitto e ammirandolo come Altro, facendolo diventare l’uomo che sarà, autorizzandolo a essere il padre del figlio che insieme avranno fatto nascere, e insegnando al figlio che quello è suo padre. Direbbe di fare l’amore con lui e di appoggiarsi con fiducia alla sua spalla, e di fare in modo che la cosa duri il più a lungo possibile. Direbbe, da medico, di farli presto, i bambini, non quando hai avuto il permesso dal capufficio e quando Mr Right si sente finalmente pronto, perché poi i bambini non vengono più. Mi piacerebbe domandare al professor Veronesi per quale ragione vorrebbe che il suo sesso fosse definitivamente fatto fuori. E perché, anziché parlare in modo universale e astratto dei desideri delle donne, non ci ha parlato in modo più toccante dei suoi propri desideri. Visto che non l’ha fatto, ci tocca intra-leggerli in quello che scrive. Perché non ci ha parlato del suo rapporto con le donne, di quel mix di paura-desiderio-ripugnanza che altri grandi vecchi, soprattutto nella letteratura, hanno più volte confessato? Perché sembra non confidare più nell’amore e nell’amicizia tra i sessi? Che fine fanno l’eros e la felicità? Perché non fa propaganda a questo enorme bene, pensando ai suoi nipoti maschi a cui non resterà, a quanto dice, che pagare non più solo per una vagina in cui rifugiarsi, ma anche per un utero in cui riprodursi? Come fa a non morire di freddo, in questo scenario glaciale? Che cosa gli fa pensare alle donne come a delle affascinanti dominatrix? Io sono una donna, e non voglio affatto essere la Grande Sorella sanguinaria a cui cavallerescamente il professore rende omaggio. Non voglio affatto appartenere alla razza delle più forti e delle abortitrici più o meno autogestite. Voglio poter pensare al mondo a modo mio, in un ordine di rapporti diverso dai rapporti di forza. Non si tratta di sostituire il dominatore con la dominatrice: dominatrice che peraltro è già stata, nella storia o nel mito, prima di essere a sua volta schiacciata. Tutto questo, l’uno contro l’altra, è già capitato. E’ venuto il momento di inventarsi qualcosa d’altro. Siamo al terzo tempo del match tra i sessi, il tempo del due, dell’amicizia e dell’ammirazione. Del resto lo scrive anche il professore: “Quando si scatena il caos è la donna che riporta l’ordine: nei pensieri, nei rapporti umani, nell’ambiente e nella società”. Con la sua autorizzazione, sto cercando di fare proprio questo: rimettere un po’ di ordine nel mondo perverso che lei ha sognato e ha rappresentato. Solo finalmente in due, e non più nella logica dell’Uno – o Una che sia – salvo eccedenze, che potremo essere meno infelici. E un’ultima domanda, a corollario: perché mai sarebbe laico e di sinistra sognare questo incubo?
"Il Foglio" del 12 agosto 2009

«La libertà autentica fugge dal superfluo»

«Questa è un’epoca di consumismo. Ma la felicità è in ciò che basta per vivere». Parla la poetessa Alda Merini
Di Luigi Vaccari
«Sono sempre in casa. Non parlo più. E non ci vedo più. Ho fatto voto di sobrietà», sorride, al telefono, Alda Merini, una delle voci più alte della poesia italiana ed europea del Novecento, scrittrice notevole di aforismi e di racconti. «Non è un’epoca in cui si può parlare di sobrietà, ma di consumismo», dice. «La sobrietà è ciò che è già nel proprio corpo e ciò che basta per vivere, tenuto conto che il corpo è il custode dell’anima. Non va accontentato in tutti i suoi movimenti interiori, no? Sant’Ignazio di Loyola, il religioso spagnolo vissuto nel Cinquecento, si chiede: 'Chi mi libererà da questo corpo di morte?'. Io vedo che, alla mia età, un momento ho fame, un momento ho sete: è un corpo capriccioso, dove c’è una specie di piccolo demonio che porta all’eccesso. La sobrietà è calcolare quanto serve per vivere: con la sobrietà si raggiunge la serenità, l’equilibrio interiore e l’equilibrio mentale. Quando uno è ubriaco, non è sobrio; è anche disarmonico. Io sono una donna golosissima, per esempio, mi butto sui gelatini…». E dopo una pausa: «Devo sempre far capo al manicomio, dove ho trovato un popolo di diseredati, ho imparato la sobrietà e ho incontrato la felicità. Il manicomio è stata una grande scuola, credo». Alda Merini è nata a Milano, dove vive in una casa di Porta Ticinese, nel 1931. Ha esordito a 15 anni, sotto la guida di Giacinto Spagnoletti. A 16 subentrano «le prime ombre della sua mente» che negli anni Sessanta la porteranno a fare l’esperienza del manicomio e a un periodo d’isolamento e di silenzio. Ha pubblicato un centinaio di libri con i più svariati editori, anche piccoli; alcune sue poesie sono state cantate da Milva; nell’ultimo decennio particolarmente apprezzato è il carattere mistico e religioso della sua poetica.
Recentemente sono nati un comitato e un gruppo su Facebook perché le sia assegnato il Nobel.
Qual è oggi, in tempo di crisi economica, il rapporto degli italiani con la sobrietà?
«È un popolo molto scorretto. Stanno tentando di parlare un unico linguaggio. Ma probabilmente non hanno maestri validi, campioni di vera moralità. Moralità non vuol dire castigare il corpo: vuol dire rettitudine. Gli italiani non hanno una morale personale, perché nessuno gliel’ha insegnata… Non la troveranno certo nella poesia… Pensavo proprio oggi a Ludwig van Beethoven, che era sordo, sporco, pidocchioso… Io, quando creo raggiungo dei livelli di felicità che… Forse è quello che vorrebbero imparare, eh? Ma è un dono alto di Dio…. Chiaro che, dopo aver composto una bellissima musica, si può dire di aver toccato un po’ il Paradiso».
Perché nessuno, esclusi i poveri che sono sempre più poveri, riesce a contentarsi entro i confini della necessità e della sufficienza?
«Perché noi siamo usciti dalla guerra: da uno stato di povertà, fin dall’infanzia. E vorremmo dare ai nostri figli quello che non abbiamo avuto. L’errore è tutto lì. Nelle famiglie, poi, c’è molta ignoranza: bambini che non sono seguiti a scuola, ma hanno la bambinaia, la colf… Tutto questo manierismo… Non ci sono più le madri, ecco: concedono ai figli tutti i capricci, cosa dice lei? I figli non hanno più una guida nella famiglia. Le donne per farsi notare devono addirittura denudarsi, e questo non è bello. La stupidità non ha confini e non ha limiti».
Come mai nessuno desidera ciò che ha?
«Sono una grande bevitrice di Coca Cola: mi piace, dicono che sostiene il cuore, ma è talmente dolce che un bicchiere tira l’altro (sorride). Bisogna fermarsi in tempo. È molto difficile. Sono una grande fumatrice. Ho dei vizi anch’io: li ho avuti, li ho coltivati».
Nei giornali e nelle televisioni, nel loro linguaggio, vede qualche scampolo di sobrietà?
«Parlano sempre di politica… Ho lavorato con Giovanni Nuti in Poema della croce, l’abbiamo portato in scena al Duomo… Mi vengono in mente le gemelle Alice ed Ellen Kessler…; il vecchio varietà televisivo era artistico e divertente…; molti avevano fatto l’Accademia e avevano imparato. Adesso non lo so. Trovo sconcio quello che fa Madonna, per esempio, a cominciare dal nome».
La sobrietà può prescindere dalla solidarietà?
«La sobrietà è un fatto morale. Quando uno è sobrio, ha tempo di ascoltare gli altri. Se pensa soltanto a riempirsi lo stomaco, detto anche in senso metaforico, non ha tempo neanche per se stesso. Diventa una specie di mezzo animale. Bisogna limitare il bisogno fisico, non fare del corpo un somaro».
Qualcuno raccoglierà l’invito a limitare gli eccessi e a praticare comportamenti e stili di vita morigerati?
«Non si crede più nel Paradiso, in quello che ci aspetterà dopo. Si pensa che tutto finisca qui. E non si vuole rinunciare a niente, si vuole stare bene qui. Si ha una grande paura della morte, che si cerca di evitare, mentre è una grande, fedele compagna. Bisogna amarla, la morte, è la conseguenza della vita. Non sono edotta in materia, ma ricordo quando andavo al catechismo, per la prima comunione, c’era una signorina, e quelle tre regole che mi ha insegnato mi son bastate per tutta la vita. Non si vive di solo pane, ecco: questo è molto importante. Perché, quando hai riempito lo stomaco, la mente alle volte urla: reclama dell’altro. Bisogna cercare di fare d’ogni parola un giardino, dove fioriscan delle rose: delle rose di attenzione per gli altri».
Alda Merini racconta che è stata sobria fin da bambina. Se la madre le dava un piatto di risotto, o di qualunque altra cosa, ne prendeva la metà: per educare il corpo. «Mi autoeducavo». La madre la riempiva di giochi, lei prendeva un giochino da niente che le piaceva e basta. «Tendeva a viziarmi, ma io non glielo lasciavo fare». Si depaupera anche adesso. «Mi spoglio dell’eccesso, del superfluo, per poi ricominciare a lavorare». Se si adagiasse nel benessere, non lavorerebbe più. «Tettamanzi dice anche una grande verità: la carità non dev’essere sprezzante, non deve umiliare. La “caritas” non va sentita come un obbligo. È molto difficile essere caritatevoli, sa? Non si deve offendere. Ho incontrato persone che mi hanno reso abiti firmati, come a dire: “Tu non sei più importante di me”. Si sono sentite offese. Non era questa la mia intenzione. Un frate, che era un amico, una volta mi ha detto: “Ho dato un panino col prosciutto a un povero. Ha buttato via il pane”. Ho risposto: “A lei non deve interessare: gli ha dato il panino, ne ha fatto quel che ha voluto”. Bisogna regalare, senza aspettarsi nulla. Altrimenti non è più carità, che è amore. Ho amici poveri che vengono a cercarmi. Tantissimi». Lei è stata sobria anche negli affetti? «Negli affetti sono stata una passionale. E ho sofferto molto. Anche perché ho amato uomini che, di solito, erano molto ambiziosi. Ho perdonato la loro ambizione».
"Avvenire" del 12 agosto 2009

Giovani, lo «sballo» come modo di vita

Lo psicoterapeuta Claudio Risé: «Non è più la 'sbronza' di una sera, ma l’abitudine a evitare sistematicamente la realtà»
di Enrico Lenzi
«Se non si prende atto della diffusione delle sostanze stupefacenti in quasi la metà dei nostri giovani, non si affronta realisticamente quella che chiamiamo emergenza educativa». Non usa giri di parole Claudio Risé, psicoterapeuta e psicologo. «Non si possono ignorare in questo dibattito i molti problemi comportamentali e psichici che riscontriamo in una fetta della popolazione giovanile» aggiunge. Nel mirino del psicoterapeuta vi è in particolare la diffusione della cannabis, «considerata una droga leggera, quasi facesse meno male delle altre, mentre al contrario la letteratura medica internazionale dice con chiarezza le devastazioni psicologiche e cerebrali che genera». E cita indagini e studi dell’Organizzazione mondiale della sanità, che parlano «di un consumo di cannabis già intorno ai tredici anni e comunque prima dei quindici. Le ricerche psichiatriche hanno dimostrato come l’assunzione a quell’età aumenti fortemente il rischio, a partire dai cinque anni successi, dello sviluppo di gravi patologie psichiatriche: psicosi e schizofrenia».
Con ripercussioni anche sulla formazione di questi giovani? «Certamente. Persone alterate psichicamente non sono in grado di recepire in modo efficace input valoriali e comportamentali. Ecco perché è sempre più urgente lanciare campagne informative sui reali pericoli di queste sostanze. Come hanno fatto altri Paesi, ma l’Italia non affronta la questione».
Secondo le ricerche, nel nostro Paese un terzo degli adolescenti farebbe uso di cannabis. Numeri impressionanti che, però, farebbero immaginare una situazione sociale decisamente più devastata rispetto a quella che vediamo. Non c’è forse dell’esagerazione? «Anzi. In cronaca finiscono i casi estremi. La quotidianità delle famiglie italiane è fatta dai moltissimi casi nascosti, migliaia di giovani che vivono il malessere quotidiano, mollando gli studi, con pessime relazioni familiari, comportamenti reattivi alternati a depressione. Migliaia di genitori e docenti possono raccontare le loro storie».
Quale compito assegna alla scuola? «Quello di informare correttamente. Sfatando il mito della droga leggera, diffondendo il documento dell’Istituto superiore di sanità intitolato: La cannabis non è una droga leggera. Facendo conoscere le ricerche delle grandi organizzazioni internazionali della salute sulle conseguenze della cannabis. Ci sono docenti che già si impegnano, come ho riscontrato presentando il mio libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita. Un testo con centinaia di precisi riferimenti alle ricerche disponibili».
A quale età ritiene che la scuola debba iniziare ad affrontare la questione? «Viste le statistiche, si potrebbe iniziare già nell’ultimo biennio delle elementari. Del resto per questi ragazzini, il cosiddetto 'sballo' è dietro l’angolo. E con lui anche il pericolo».
Eppure lo 'sballo' viene considerato quasi un elemento del divertimento giovanile. «Sbagliando. Forse un tempo lo 'sballo' era il rimediare una sbronza durante una serata. Oggi è l’abitudine ad evitare sistematicamente il confronto con la realtà, abusando di sostanze intossicanti, che alterano e creano dipendenza. I ragazzi di Nettuno che hanno dato fuoco a una persona hanno detto di ricercare 'sensazioni sempre più forti'. Questo è indotto dalle alterazioni cerebrali per la dipendenza da cannabis».
Dunque giovani incapaci di frenare le proprie azioni, a causa della droga. Ma così non si rischia di mitigare la loro responsabilità negli atti compiuti? «Come terapeuta non posso considerare loro, malati, i primi responsabili. La principale responsabilità è degli adulti, che non forniscono una corretta informazione sui rischi. Gli adulti devono spiegare e trasmettere informazioni, norme e regole ai giovani, i quali hanno una fisiologica spinta trasgressiva, anche come confronto tra il loro io in formazione, e il mondo circostante».
Ritiene che gli adulti di oggi siano in grado di affrontare questo compito? «Se lo si vuole fare non è così complicato. Negli Stati Uniti, per esempio, dal 2000 è stata fatta una forte campagna informativa sull’uso della cannabis e in quasi un decennio il suo consumo si è ridotto del 25%, abbassando anche quello dell’alcol e di altre droghe. Come vede quando il mondo degli adulti vuole, i risultati arrivano. Ma in Italia non lo si fa: con Malta è ultima in Europa sulla lotta alla droga».
Per quale motivo? «Manca la capacità (e la passione) di mettersi in discussione. Molti dei genitori di oggi vengono dalle generazioni dagli anni Sessanta in poi, e non hanno saputo rivedere con occhio critico la loro giovinezza, compreso gli spinelli e la cannabis. Sotto questo profilo se di emergenza educativa dobbiamo parlare, si potrebbe dire che riguarda in primo luogo proprio il mondo degli adulti».
Allora a chi, secondo lei, spetta compiere il primo passo per invertire la rotta? «Di certo nelle famiglie e nella scuola oggi cresce la consapevolezza dell’esistenza di questo malessere e della necessità di affrontarlo. Tra le parti in causa non dimenticherei i mass-media, indispensabili per una campagna informativa seria e corretta, finora mai fatta, e i politici, gli unici fra quelli dei grandi Paesi a sottrarsi all’impegno di informare i cittadini su questi rischi».
"Avvenire" del 12 agosto 2009

11 agosto 2009

La conquista della Ru486 e la forza delle donne

di Umberto Veronesi
Le donne non si fermano: la vittoria dell' approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo. La forza delle donne non è riportata nei manuali di storia o di filosofia, perché il pensiero femminile vive dentro gli avvenimenti, spesso nascosto dietro il nome di un uomo. Per secoli le donne hanno silenziosamente influenzato il progresso civile e hanno determinato l'evoluzione culturale con l'azione più che con la teoria. A volte il loro contributo è stato idealizzato, ed eccole Angeli, altre invece è stato demonizzato, ed eccole Streghe. E hanno pagato un caro prezzo, nel passato, per questa loro condizione di debolezza: quante povere ragazze (in genere con disturbi mentali) sono state arse vive perché possedute dal Demonio? Ed ancora oggi il 90% degli omicidi sono di mano maschile, ma la grande maggioranza delle vittime sono donne. Siamo, per questo aspetto, una società primordiale, in cui gli uomini (più forti) uccidono le donne (più deboli). Ma in una società del futuro, con regole evolute di convivenza civile, l'aggressività maschile, necessaria alle origini per procurare sostegno alla famiglia, sarà sempre più di peso e di impaccio. L'uomo non sa e non può liberare la propria aggressività e spesso la rivolge contro se stesso: la grande maggioranza dei suicidi sono maschili. Le donne non uccidono e non si uccidono. La mia professione di "medico delle donne" mi ha insegnato l'arte di leggere nell'agire delle donne. Le ho viste affrontare con forza i momenti di debolezza, guardare in faccia il dolore e farne un'occasione di rinascita. Le ho viste fare rivoluzioni e ricomporre armonie. Quando si scatena il caos è la donna che riporta l'ordine: nei pensieri, nei rapporti umani, nell'ambiente e nella società. Sono diventato un estimatore profondo del pensiero femminile, per molti aspetti superiore a quello maschile, e mi sono convinto che la parità fra sessi non è una scelta, ma è una realtà storicamente inarrestabile. Il problema è come realizzarla concretamentee come darle una veste ufficiale. E qui c'è un bisticcio di fondo da risolvere. Quanti ruoli può giocare oggi una donna? Se sarà pari all'uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità biologica di procreare e accudire i suoi figli? Se davvero vogliamo che le donne pensino ad avere successo in politica o nelle carriere pubbliche, dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle. La soluzione non può essere quella di espropriare le donne della loro femminilità, ma è certo che una conquista razionale attende le donne di questa generazione: ridisegnare i propri spazi e decidere come conciliare l'impegno sociale con l'impegno procreativo. Ovviamente la società, attualmente ancora maschilista con cadute nel "machismo", dovrà fare la sua parte. Ma è la donna che dovrà scegliere e ridefinirsi. Certamente il percorso è a ostacoli: alcuni si supereranno, come il diritto all'interruzione di una gravidanza non voluta con metodiche meno traumatiche, quale appunto la Ru486; altri no, come il diritto alla fecondazione assistita. Io sono per la soluzione massimalista: le donne al pari dell'uomo, senza mezze misure. Il loro potenziale intellettuale è enorme e sottoutilizzato: siamo sei miliardi sulla Terra, ma le menti impegnate a sfruttarne le ricchezze, mantenendone gli equilibri, sono meno della metà. Ora tocca alle donne, e io non ho dubbi che il futuro sia nelle loro mani. Anche per una ragione biologica. La parità dei ruoli sociali ha portato progressivamente ad una parità sessuale. Nella parità, tuttavia, la donna è avvantaggiata dal punto di vista biologico perché l'attività procreativa è femminile. Già oggi una donna può avere un figlio senza scegliere un padre, basta che si rivolga a una banca per la fecondazione. Invece se un uomo vuole un figlio, ha bisogno di una donna disposta ad accogliere il seme nel suo utero e portare a termine una gravidanza. Se poi in futuro si arrivasse alla clonazione, la superiorità femminile sarà ancora più evidente: la donna può clonare se stessa e l'uomo no. Non è assurdo allora prevedere un futuro prevalentemente al femminile, come già avviene in natura in altre comunità. Natura e cultura ci indicano con coerenza che la donna è la protagonista della prossima era e che non sarà certo fermata dalle difficoltà a procedere, come quelle attuali. Non c'è da temere: le donne non si fermano.
"La Repubblica" del 10 agosto 2009