09 dicembre 2010

Libertà di stampa oggi significa libera Rete

Wikileaks, dibattito sull'informazione nell'era di internet
di Juan Carlos De Martin
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall’altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all’emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l’altra.
Riflettere su questa evidente contraddizione può, però, aiutare a ridurre un po’ lo sconcerto. Perché la questione non è - si spera - la messa in discussione di importanti conquiste democratiche - anche se c’è il concreto rischio che certe posizioni affrettate in merito al caso Wikileaks possano contribuire, sia pure involontariamente, a ridurre la libertà di stampa dei media tradizionali in futuro.
La questione sembra piuttosto essere, da una parte, un problema di limite e dall’altra parte, un problema di attori.
Per problema di limite, in senso matematico, intendo l’enorme potenziamento della libertà di espressione reso possibile da Internet. Un diritto considerato fondante delle nostre democrazie da più di due secoli ora è esercitabile da ogni singolo cittadino, non solo da pochi. Se alla libertà di espressione crediamo davvero, dovremmo solo rallegrarci di questo sviluppo. Numerose reazioni fanno invece pensare che almeno per qualcuno la libertà di espressione va bene in astratto, ma non se accessibile a tutti.
Il secondo problema sembra essere un problema di attori. Lo suggerisce la contraddizione ricordata prima: come fa la medesima azione a essere allo stesso tempo normale e criminale a seconda se a farla è un giornale tradizionale o un gruppo di persone qualunque? È ora di accettarlo, a tutti i livelli: Internet democratizza la libertà di espressione. Lo si dice da anni, eppure ci è voluto il caso Wikileaks per farlo entrare nella coscienza di tutti. In altre parole, di fronte alla libertà di espressione, che piaccia o meno, non ci sono categorie privilegiate di attori: siamo tutti uguali davanti ai diritti fondamentali.
Preoccupano, però, certe reazioni. Le reazioni dei governi democratici, in particolare. Invece di trarre le conseguenze dell’interazione tra i loro principi fondanti e Internet - chiare da anni a tutti coloro che volessero vederle - molti hanno avuto reazioni da ancient régime. Siamo, quindi, potenzialmente a una svolta. Possiamo reagire chiudendoci in difesa, rinnegando conquiste civili importanti e provando ad abolire Internet. O possiamo riconoscere in questi sviluppi una conferma dei nostri valori e portare la nostra democrazia nel ventunesimo secolo. Spero che, passate le reazioni a caldo, non ci siano dubbi sulla direzione da intraprendere nell’interesse di tutti.
«La Stampa» del 9 dicembre 2010

Giovanni Paolo II e le «tre vie» di Dio

Ecco perché le sue chiavi metodologiche fanno del Papa polacco un pensatore al passo con i filosofi contemporanei e in grado di rispondere al clima nichilistico postmoderno
di Angelo Scola
Testimone dell’epoca tragica delle grandi ideologie, dei re­gimi totalitari e del loro crol­lo, Giovanni Paolo II ha avuto una profonda coscienza della transizio­ne dalla modernità a quella che si è ormai convenuto di chiamare la po­st-modernità. Egli ha colto in antici­po l’ingresso dell’umanità in una fa­se di forte travaglio segnata da nuo­ve tensioni e contraddizioni.
La prima di queste tensioni si collo­ca proprio nella attuale fase della pa­rabola del processo di secolarizza­zione. Se la cifra sintetica della mo­dernità ha avuto la sua punta e­spressiva in alcuni teorici di un atei­smo radicale e militante, la post­modernità pare invece contraddi­stinta da un’attitudine meno ag­guerrita, ma forse assai più provoca­toria nei confronti della religione.
Come afferma Charles Taylor, «sia­mo passati da una società in cui era 'virtualmente impossibile' non cre­dere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto questa è solo una possibilità umana tra le altre». Ciò non implica una scomparsa del religioso. Anzi, proprio nell’odierna fase di secolarizzazione avanzata, as­sistiamo a un «ritorno del sacro», che, pur aprendo nuove prospettive, «non è privo di ambiguità», come ricono­sceva lo stesso Giovanni Paolo II. La tendenza attuale attesta di fatto il permanere di un disincanto univer­sale in cui la fede cristiana, ritenuta da molti pura convinzione soggetti­va e non razionalmente documen­tabile, sarebbe tutt’al più legittima­ta a sopravvivere accanto alle altre e­spressioni religiose, in nome di un diritto universale alla differenza. Me­diante un’applicazione scorretta del principio di uguaglianza si giunge in­fatti a sostenere che le religioni sono «tutte diverse e tutte uguali».
L’oggettività che la cultura odierna nega alla fede, e veniamo così a una seconda 'pretesa' del mondo con­temporaneo, finisce per essere rico­nosciuta alla scienza sperimentale, cui sola spetterebbe – se non una de­finizione – di certo una descrizione compiuta dell’uomo. Si diffonde sempre più infatti, soprattutto in for­za delle strabilianti scoperte nel cam­po della biologia, della bio-chimica e delle neuroscienze, una vulgata di timbro scientista che tende a ricon­durre tutte le espressioni e le facoltà dell’umano a pure attività cerebrali. Queste in prospettiva potrebbero, si afferma, diventare addirittura artifi­ciali. In questo senso non sarebbe più possibile, a rigore, parlare di un soggetto personale, dotato di una di­gnità intrinseca, portatore di diritti e di doveri, ma l’uomo non sarebbe al­tro che «il suo proprio esperimento». Le problematiche, troppo sintetica­mente richiamate, impongono alla fede cristiana una svolta cruciale. A ben vedere, quella che alla fine del­l’epoca moderna, che discettava di morte di Dio e del soggetto, era la do­manda corrente: «Esiste Dio?» assu­me, nella post-modernità, un’altra, forse più stringente, formulazione: «Come nominare Dio oggi, come narrare di Lui comunicandolo come Dio vivo all’uomo reale?».
Nell’ottica cristiana Dio è Colui che viene nel mondo e perciò si distingue da esso senza che questo escluda la possibilità di coglierlo come familia­re. Per parlare di Dio «si deve azzar­dare l’ipotesi che sia Dio stesso ad a­bilitare l’uomo a divenirgli familiare. La fede cristiana vive anche dell’e­sperienza di Dio che si è fatto cono­scere e si è reso familiare». È neces­sario stabilire prima la familiarità con Dio perché Dio sia conosciuto. Allo­ra «Dio diventa una scoperta, che insegna a vedere tutto con occhi nuovi».
La riflessione di Karol Wojtyla, alla luce del magistero soprattutto trini­tario di Giovanni Paolo II, offre una risposta persuasiva a questo inter­rogativo, mostrando in tal modo la forza profetica del suo pensiero e, quindi, la sua attualità. Per incon­trare Dio l’uomo postmoderno dovrà cercarlo sulle vie lungo le quali Dio si attesta all’enigma ­uomo (l’uomo è un essere che esiste ma non ha in sé il principio della propria esisten­za), continuando a rendersi a noi fa­miliare.
La riflessione e l’insegnamento di Ka­rol Wojtyla-Giovanni Paolo II ne in­dicano almeno tre. La prima via è la stessa esperienza comune dell’uomo. Anche tenendo conto di tutte le o­biezioni che scaturiscono dalla com­plessità di vita propria dell’uomo po­st- moderno, si deve concludere con Karol Wojtyla: «Eppure esiste qual­cosa che può essere chiamato espe­rienza comune dell’uomo», di cia­scun uomo. Essa ne attesta anzitut­to l’integralità (il reale è intelligibile e l’uomo può ospitarlo) e l’elemen­tarità (ogni uomo conviene con tut­ti gli altri nel vivere affetti, lavoro e ri­poso), vale a dire la sua indistruttibile semplicità. Nota ancora Wojtyla: «Questa esperienza nella sua so­stanziale semplicità supera qualun­que incommensurabilità e qualun­que complessità». La seconda via passa per la struttu­ra originaria dell’uomo nelle sue tre polarità costitutive che individuano l’ unità duale dell’io . È il dato antro­pologico essenziale che vede l’uomo uno nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di individuo-società. Voglio in particolare ricordare la cen­tralità, nell’indagine e nel magistero di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II, del tema dell’uomo-donna e del mi­stero nuziale. L’uomo, ci ha insegna­to il Papa sulla base di quanto con­tenuto nei racconti genesiaci della creazione, non può esistere solo, ma «soltanto come unità dei due, e pe­r­l’analisi ciò in relazione ad un’altra persona umana» Egli è costitutivamente a­perto all’altro. L’essere umano infat­ti non è solo individuo (identità), ma anche persona (relazione/differen­za) capace di autotrascendersi. Que­sto elemento antropologico origina­rio riceve un’adeguata spiegazione alla luce della Rivelazione. Da un la­to, esso si pone infatti in analogia con l’incontro, in chiave nuziale, tra Dio e l’umanità, e dall’altro, come Gio­vanni Paolo II ha genialmente intui­to, reca l’impronta della comunione trinitaria.
La terza via che sostiene l’insoppri­mibile desiderio umano di Dio nel­la scoperta del suo essere a noi fa­miliare è la domanda circa la fragi­lità e, soprattutto, circa il male, il do­lore e la sofferenza. In molti pro­nunciamenti, e soprattutto nella Let­tera apostolica Salvifici doloris, Gio­vanni Paolo II ha mostrato che l’e­sperienza umana della fragilità, del­la sofferenza e del male non può es­sere separata dalla domanda di sal­vezza e di redenzione. La risposta a questa domanda può essere almeno intravista nell’atteggiamento uma­no del dono totale di sé, cioè dell’of­ferta: «Il dolore si scioglie in un a­more riconoscente», scriveva negli anni di prigionia il cardinal Wyszyn­sky. Se la vita ci è data, allora essa si può compiere solo nel dono. La con­troprova sta nel fatto che, se non la doni, la vita ti è rubata dal tempo.
Si può mostrare che le tre chiavi me­todologiche suggerite forniscono a Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II una base filosofica sufficientemente so­lida per reggere alle obiezioni che il pensiero contemporaneo ha rivolto alla metafisica e alla ontologia. Fan­no di lui un pensatore al passo con i filosofi contemporanei. È così possi­bile mostrare, in modo fondato, co­me la proposta di Dio formulata da Giovanni Paolo II, soprattutto nelle tre encicliche trinitarie, risponde al desiderio di Dio, insopprimibile an­che quando viene sepolto sotto le macerie dell’odierno clima nichili­stico, dell’uomo postmoderno. La via maestra scelta dal papa polacco è quella della contemporaneità di Ge­sù Cristo.
«Avvenire» del 9 dicembre 2010

Ma c’è chi dice: è un «prodotto»

di Carlo Bellieni
L’embrione non è vita umana: pontificano i guru dell’informazione; e su questa base approvano che gli embrioni umani vengano congelati, gettati via, usati come medicine. Ma quando qualcuno prova a domandare quando secondo loro la «vita umana» inizia, parte anche un’arrampicata sugli specchi: si passa da risposte elusive all’attacco personale rinfacciando crociate e inquisizione; ma mai rispondendo.
Fin quando non si avevano strumenti per studiare la vita prenatale, l’ignoranza permetteva di fantasticare che nel pancione ci fosse qualcosa di informe e inerte (ma ogni mamma sapeva che non è così). Da quando è stato possibile studiare dna ed ecografie, la scienza si è alleata al buonsenso, ma è intervenuta a stroncare la pura evidenza, una certa filosofia, che più che dell’evidenza si fida dei preconcetti.
Allora si è iniziato a dire che la vita umana inizia alla nascita; ma se si domanda «Perché?», segue il silenzio, poi la spiegazione: «Perché il feto non ha autocoscienza».
Quando si fa notare che l’autocoscienza non arriva alla nascita, alcuni filosofi rispondono che effettivamente per essere «persone» si deve aspettare l’anno di vita. Domandiamo allora se fino a quel momento il lattante resti senza diritti, e ci sentiamo rispondere che il bambino – a differenza del feto – non può essere ucciso perché è stato «umanizzato» dal desiderio dei genitori. In realtà ci sono filosofi che spiegano che certo, se i genitori non accettano di dare quest’umanizzazione, anche il bambino può esser eliminato in particolare se ha caratteristiche genetiche non gradite. Ma pur non riconoscendo alcun diritto a chi non è stato «umanizzato», hanno creato una classifica «interna all’utero»: il feto non vale niente, ma vale più dell’embrione; e l’embrione (cui nel frattempo hanno visto che batte un piccolo cuore) vale più del «pre­embrione » perché… non ha ancora la prima cellula del sistema nervoso (sic!).
Cosa cambia magicamente con la comparsa di una cellula nervosa? Nulla se non che, spiegano imbarazzati, senza neuroni non esiste autocoscienza. Ma una cellulina cosa cambia?
E chi vi dice il momento «x» in cui appare?
Silenzio.
A un recente congresso, alcuni medici hanno chiesto di eliminare dal vocabolario scientifico la parola «embrione» perché quando si vuole usare il concepito per fare esperimenti, anche la stessa parola genera imbarazzo. E non parliamo poi delle acrobazie per far credere che il feto in utero non senta dolore; che arrivano sostenere una presunta insensibilità col fatto che il feto nel pancione dorme sempre. Non sappiamo più cosa dire per arginare la fantasia di chi pensa di aver ragione a negare contro tante evidenze l’umanità presente. Si accantona la scienza e si preferisce l’utilitarismo e il soggettivismo più esasperato, cercando di creare delle giustificazioni che non convincono nessuno. Vogliono negare che un uomo è uomo solo perché è così piccolo da non vedersi o solo perché non sa parlare: e saremmo noi quelli irrazionali?
Per alcuni filosofi per essere «persone» si deve aspettare l’anno di vita perché il feto non ha «autocoscienza». Forse per questo va bene che gli embrioni vengano congelati, usati, gettati via contromano
«Avvenire» del 9 dicembre 2010

L’embrione è persona: la scienza spiega perché

di Graziella Melina
L’embrione nel grembo materno non è «un cumulo di materiale biologico», ma «un nuovo essere vivente, dinamico e meravigliosamente ordinato, un nuovo individuo della specie umana... persona fin dal concepimento». Benedetto XVI lo ha ribadito ancora una volta ai primi vespri d’Avvento durante la veglia per la vita nascente in San Pietro. E non si tratta certo di tesi tutte ancora da sostenere ma, come spiegano gli scienziati, sono affermazioni che si fondano su nozioni ben consolidate e condivise. «L’embrione umano fin dalla sua immediata costituzione, vale a dire con il processo della fecondazione – sottolinea infatti Lucio Romano, ginecologo dell’Università Federico II di Napoli – si caratterizza per una sua propria individualità».
È scientificamente dimostrato che esistono «contatti diretti di relazione tra madre e figlio, quindi – continua Romano – sotto il profilo biomedico, tra organismo materno e embrione». Una relazione che è caratterizzata «dalla presenza di sostanze embrionali o di altre proteine e molecole che rappresentano la giusta comunicazione tra le due individualità».
Esistono poi «meccanismi di natura biologica che stanno a indicare come dal momento della fecondazione si inneschi un meccanismo inarrestabile sotto il profilo biologico che è coordinato, continuo e graduale e che porterà alle successive specializzazioni di un essere che in quanto tale lo è già dal momento della fecondazione stessa».
«Gli scienziati hanno ormai dimostrato che se l’ovocita non produce il progesterone e una proteina che si chiama zp3 – spiega inoltre Giuseppe Noia, docente di medicina prenatale della Cattolica e presidente – lo spermatozoo non entrerebbe mai all’interno dell’ovocita. La prima relazione addirittura precede il concepimento ed è una relazione fra i due gameti che si aiutano a vicenda per ottenere il concepimento». Esistono poi una «serie di elementi relazionali che caratterizzano l’embrione anche nei primi otto giorni, nella cosiddetta 'prima casa'. Il protagonismo biologico dell’embrione e la sua relazionalità con la madre fatta di messaggi ormonali, immunologici, biochimici – prosegue Noia – sono le condizioni indispensabili perché si abbia un 'buon impianto' e dal ' buon impianto' si avrà una normale 'trofoblastizzazione', vale a dire la formazione di una placenta che permetterà lo scambio ottimale di ossigeno e nutrizionali importanti per la crescita dell’embrione e del feto».
A dimostrazione poi del fatto che l’embrione non sia un ammasso di cellule, esiste un’evidenza di carattere genetico. «Noi sappiamo che il genoma presente sui cromosomi della mamma è regolato in un fenomeno che chiamiamo epigenesi, cioè la regolazione del genoma – sottolinea Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma –. Questo fenomeno di sofisticata regolazione del genoma inizia nel momento in cui il corpo estraneo, cioè lo spermatozoo, entra nella cellula uovo. In questo momento queste due strutture che erano separate iniziano una unità biologica unica e irripetibile.
Sappiamo che siamo gli uni diversi dagli altri e questa diversità inizia proprio da questa prima cellula».

Nessuno scienziato in sostanza non può non affermare che l’embrione è «comunque anche un individuo, che ci sia oppure no l’eventuale impianto, quindi che ci sia la gravidanza», aggiunge Eleonora Porcu, responsabile del Centro di infertilità e fecondazione assistita dell’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna. «Il punto fondamentale è soltanto il tipo di nutrizione» che avviene nelle due fasi in modo diverso. Mentre prima dell’impianto viene assorbita dall’esterno, nella tuba se si trova in condizioni naturali o in soluzione artificiale nella provetta, «dopo l’impianto la nutrizione che arriva all’embrione diventa vascolare», arriva cioè direttamente attraverso il sangue della madre.
Che l’embrione goda poi di autonomia, è un’evidenza scientifica ormai assodata. La spiegazione sta nel fatto che, come evidenzia Giovanni Neri, direttore dell’Istituto di genetica medica dell’Università Cattolica, l’embrione «è capace già di processi biochimici e molecolari autonomi all’interno di questa unica singola cellula». E questa identità e autonomia ce l’ha sin dal suo concepimento. «Qualsiasi cultura cellulare – prosegue Neri – non ha una sua capacità di mettere insieme un processo evolutivo che la porti a essere alla fine un soggetto, o animale o pianta che sia. Mentre questo particolare ammasso cellulare ha questa potenzialità che è unica e che testimonia del fatto che all’interno di queste cellule c’è già un’identità umana».
«Avvenire» del 9 dicembre 2010

L'ipocrisia italiana del «caso per caso»

La vicenda di Signorelli, «l'ideologo nero» morto qualche giorno fa
di Pierluigi Battista
«Caso per caso». Può essere la formula di un sano pragmatismo, ma anche il sintomo di un'insana ipocrisia, o doppiezza. Se per esempio un magistrato di Palermo come Ingroia sostiene che Ciancimino jr. può essere credibile soltanto «caso per caso», sarebbe interessante sapere quali sono i criteri di questo «caso». Forse a seconda dei nomi che fa? Forse solo se conviene? Forse perché la credibilità è un concetto a velocità plurima, lentissima quando è imbarazzante, supersonica quando va nella direzione politicamente giusta? Cultura del sospetto, lo ammetto. Ma il fatto è che in Italia la doppia velocità, il doppio standard, il «caso per caso» è la norma, e non l'eccezione. Come Marcello Veneziani che giustamente se la prende con le «feroci battute di caccia» in cui sta degenerando la politica italiana, ma non si accorge delle «feroci battute di cacca» contro la preda Gianfranco Fini che hanno illeggiadrito l'estate del giornale su cui scrive, con il pieno consenso, è sembrato di capire, del medesimo Veneziani. O come il garantismo: limpido e cristallino quando si tratta di tutelare i propri amici, il proprio partito, il proprio clan, inesistente quando a essere vittima di un'ingiustizia e di uno Stato di diritto molto fragile come è quello italiano è il nemico. Specie se il «nemico» è impresentabile, è un fascista e dunque immeritevole di tutele e di giustizia, come Paolo Signorelli, l'«ideologo nero» morto qualche giorno fa. Non credo di condividere nemmeno una virgola delle cose che Signorelli ha scritto e detto nella sua vita. Ciò non dovrebbe impedire di riconoscere che Signorelli è stato vittima di una mostruosa ingiustizia, patendo dieci anni di galera per poi veder riconosciuta la sua totale innocenza con un'assoluzione piena e inequivocabile. Dieci anni di galera da innocente: è solo perché un teorema giudiziario aveva indicato Signorelli come la mente ideologica dello stragismo nero. Una vergogna politica, morale, giudiziaria che però, nel Paese del garantismo a intermittenza, non è mai stata denunciata quando Signorelli era in vita. Per conformismo, per pavidità. Per insensibilità, per faziosità. In fondo, a difendere le cause garantiste anche per gli avversari in Italia ci sono solo i radicali a sinistra e il Foglio nell'area che riconosce in Berlusconi il suo leader. Gli altri lo fanno «caso per caso». Strepiti e proteste e firme, quando è uno dei nostri. Silenzio, indifferenza e tacita complicità se a essere preso a bersaglio della giustizia politica è un avversario. Un «fascista», poi, era per definizione un reietto, poteva marcire dieci anni in prigione da perfetto innocente: mica qualcuno si sarebbe autorevolmente dedicato al suo caso. Il suo caso non faceva parte del «caso per caso» giusto. Era il caso sbagliato, e dunque il garantismo poteva essere rimesso nell'armadio. Nell'armadio dove riposano tutti gli scheletri dell'ipocrisia italiana. O della malafede: dipende dal «caso per caso».
«Corriere della Sera» del 6 dicembre 2010

07 dicembre 2010

Gli svedesi sconvolti dal fiume rosso di Pol Pot

La follia ideologica che insanguinò la Cambogia rivista in un saggio. E i lettori nordici lo dichiarano «libro dell’anno»
di Lorenzo Fazzini
Il libro dell’anno (2007) in Svezia? Non lo Stieg Larsson della saga Millennium, o qualche suo epigono e imitato­re del thriller tra i ghiacci. Bensì un racconto-verità sulla Cam­bogia dei massacri di Pol Pot, u­no dei Paesi del 'comunismo reale' dove la furia ideologica sterminò 1 milione e mezzo di persone su poco più di 4 milio­ni di abitanti. Un’esperienza politica all’insegna del più triste totalitarismo, che quasi supera il regime nazista per cecità omi­cida: «I nazisti vedevano i pro­pri nemici a gruppi: ebrei, rom, omosessuali, e così via. Nella Kampuchea Democratica, e in una serie di altre dittature co­muniste, chiunque poteva esse­re un nemico. Il crimine non risiedeva nel sangue o nei geni, ma nel pensiero, e dunque tutti erano potenziali controrivolu­zionari. A nessuno era concesso di sentirsi al sicuro». Come altri totalitarismi, ad esempio, an­che nella 'democratica' Cam­bogia «i libri di una delle biblio­teche universitarie furono por­tati fuori, in mezzo al viale, e bruciati'». Come ogni regime totalitario, ben descritto da Hannah Arendt, «tutto, assolu­tamente tutto, appartiene al­l’Organizzazione », come veniva chiamato il governo comunista di Phnom Penh. E, come da co­pione, nemico numero uno era «la religione: l’istituzione forse più importante in Cambogia non esisteva più. I legami mille­nari con gli antenati e il mondo degli spiriti erano stati recisi di colpo. Continuare a pregare e offrire sacrifici era illegale». E in Occidente? Proprio sulla com­prensione dell’assurdità dell’e­sperienza di Pol Pot e compa­gni (il genocidio durò 4 anni, dal ’75 al ’79, ma lasciò le sue ferite aperte per anni) si con­centra Peter Fröberg Idling nel suo Il sorriso di Pol Pot (Iperbo­rea, pp. 336, euro 17, dal quale abbiamo preso i virgolettati so­pracitati), affascinante testo che indaga una vicenda curio­sa: una spedizione dell’Associa­zione di Amicizia Svezia-Kam­puchea a Phnom Phen e din­torni, per rinsaldare i legami con i khmer rossi. Idling, gior­nalista e scrittore a lungo resi­dente in Cambogia, ha compiu­to un viaggio, fisico e simbolico, nel Paese orientale ma soprat­tutto nell’accecamento ideolo­gico di quegli occidentali per i quali il comunismo in salsa cambogiana era sinonimo di li­bertà e non di oppressione. So­lo oggi una delle partecipanti a quel viaggio, annota Idling, «considera la violenza dei kh­mer rossi come la peggiore che un regime abbia perpetrato nei confronti del proprio popolo dopo la Seconda guerra mon­diale ». Ma all’epoca i 'cattivi maestri' erano già all’opera: l’autore ne indica uno su tutti, il linguista americano Noam Chomsky (ancora sulla breccia come guru no global). Il quale si fidò – denuncia Idling – delle «fredde statistiche ufficiali con­trapposte alle debole e contrad­dittorie informazioni fornite dai profughi» che dalla Cambo­gia fuggivano nella vicina Thai­landia per espatriare verso l’Oc­cidente (vedi il recente Il lungo nastro rosso di Loung Ung, so­pravvissuta al genocidio di Pol Pot, edito da Piemme). Eppure anche allora una fonte sicura e­sisteva, per il mondo occiden­tale: bastava dar fede al missio­nario francese François Pin­chaud il cui Cambodge: L’année zéro «rappresentò una chiave di volta» perché «presenta – scrive Idling – una descrizione sostan­zialmente corretta della rivolu­zione dei khmer rossi. All’epoca la sua pubblicazione suscitò forti polemiche». Da questo li­bro la Cambogia risalta come emblema di quell’accecamento ideologico che in Occidente, negli anni Sessanta e Settanta, ha offuscato il dramma di un comunismo imposto con la for­za (e sennò, come?). E che ha drammaticamente segnato, con il suo imperialismo 'ros­so', il destino di intere popola­zioni di Paesi lontani.
«Avvenire» del 4 dicembre 2010

Eugenetica high tech

Dal rifiuto della disabilità alla soppressione programmata del malato
di Vittorio Possenti
Il nodo dell’embrione umano continua ad essere al centro della bioetica e biopolitica contemporanee, un punto nevralgico in cui ne va del nostro futuro di esseri umani, del modo con cui pensiamo noi stessi e gli altri (compresi i concepiti) come appartenenti all’unico genere umano. Riconferma questa crucialità un intervento del senatore Ignazio Marino (Corriere della Sera, 28 novembre), che solleva problemi delicati. Scrive il senatore Marino: «Le tecniche per fare nascere un bimbo in provetta servono a una coppia con problemi di sterilità per coronare il loro progetto di famiglia, ma permettono anche di individuare alcune malattie fin dai primi stadi dello sviluppo dell’embrione, prima del suo impianto nell’utero materno. Sono malattie molto gravi come alcuni tumori o la talassemia». Marino introduce poi l’ipotesi che un giorno gli esseri umani potrebbero orientarsi in massa verso una riproduzione in provetta per avere la certezza di mettere al mondo figli sani.
Quali orizzonti si aprono, domanda?
È chiaro che per raggiungere tale certezza si dovrebbe ricorrere a una selezione eugenetica degli embrioni creati in vitro al fine di impiantare solo quelli perfettamente sani. Eccoci dinanzi a un nodo veramente cruciale: chi e che cosa è l’embrione umano? Possiamo farne quello che vogliamo, praticando senza remore di coscienza una vera e propria eugenetica, sopprimendo gli embrioni difettosi prima dell’impianto o congelandoli (e in tal modo negando loro il diritto naturale allo sviluppo)?
Questo è il punto. Vi sono infatti ottime probabilità di curare numerose malattie ricorrendo alle cellule staminali non embrionali ma adulte (e dunque non sopprimendo gli embrioni), mentre non risultano analoghe possibilità di oltrepassare il problema dinanzi ad un embrione umano creato in vitro, e segnato da difetti più o meno gravi. Qui non abbiamo la possibilità di ricorrere ad altre vie d’uscita: o rispettiamo l’embrione umano sino in fondo come un essere umano a pieno titolo, oppure lo consideriamo una res nullius ed eugeneticamente lo sopprimiamo o lo condanniamo alla crioconservazione.
Aggiungo che non stiamo parlando di terapie embrionali o fetali che rimangono legittime, se non implicano la soppressione del curato.
Può darsi che in futuro si possano effettuare diagnosi separate sui gameti maschile e femminile, onde selezionare quelli migliori prima della fecondazione, ma al di là dello stato attuale delle ricerche in merito, ciò condurrebbe a una completa separazione tra riproduzione in provetta e procreazione naturale, ossia alla Fivet sempre e comunque, la quale infine induce a pensare l’essere umano come mero prodotto di laboratorio: fatto, non procreato.
Il problema più scottante per il nostro futuro di uomini che intendano praticare un rispetto incondizionato per il genere umano e per ogni suo appartenente, riguarda l’illiceità della soppressione dell’embrione difettoso. L’eugenetica attuale, levigata e democratica, rigetta con orrore il sospetto di essere assimilata a quella nazista, da cui non differisce poi enormemente: mentre i nazisti praticavano un’eugenetica positiva mirando a migliorare l’ariano, e una negativa mediante la soppressione di razze ritenute inferiori e di individui 'tarati', l’attuale eugenetica mira soprattutto a non far nascere i disabili.
Essa si riserva l’ultima parola su come deve essere l’uomo per vedersi concesso il diritto di nascere, sebbene il diritto alla vita del portatore di malattie genetiche sia pari a quello del sano. L’eugenetica high tech, specializzata, utilitaristica suggerisce che per i disabili valga il detto: 'Meglio morti che vivi'. Per la mentalità eugenetica la strada è attaccare la malattia sopprimendo il malato, non farle guerra rispettando il paziente.
«Avvenire» del 4 dicembre 2010

Libri: «mummie» capaci di dar senso alla vita

di Franco La Cecla
In un piccolo prezioso pamphlet, Il silenzio dei libri, George Steiner ci rammenta che i libri potrebbero anche non esistere, che la loro presenza è fragile, che la storia è piena di roghi di libri, distruzioni di biblioteche, censure operate, falò di testi considerati pericolosi dai missionari di turno, fossero invasori musulmani ad Alessandria, spagnoli cristiani tra i templi maya o regimi totalitari. Ci ricorda anche che i libri sono qualcosa di nuovo e di strano rispetto alla preponderanza in molte civiltà della cultura orale sulla scritta. Platone, lo stesso Platone che scrive i dialoghi socratici, è il primo a lamentare i danni della scrittura, danni alla capacità di prendere la parola sul serio, danni rispetto alla memoria, alla natura vivente della voce. Steiner aggiunge che nei libri c’è un’auctoritas che rende lo scritto 'troppo' fisso rispetto all’elasticità del parlato, le versioni orali dei miti sono continuamente in cambiamento, quelle scritte sono immobili come mummie. E poi i libri, dice Steiner, rischiano di farci credere che la vita vera sia quella che si trova lì dentro. Detto questo Steiner si confessa e rivela il suo amore spropositato per i libri. Faccio mio il suo amore e cerco di raccontare l’altra faccia della medaglia. In giro con la coraggiosa direttrice di una cooperativa di produttori di caffè negli altopiani a 2500 metri del Guatemala ci siamo imbattuti in un vecchio maya molto acciaccato a cui avevamo portato un medico. Il vecchio non aveva un soldo per pagare i servizi del medico e per ringraziarlo si è messo a recitare un poema in lingua maya, un poema lunghissimo. Per fortuna con noi c’era uno studioso di epica che con grande stupore ci ha rivelato che il vecchio stava recitando un poema che apparteneva ad un’epopea scritta, ma che era stata bruciata con tutti gli altri libri dagli spagnoli invasori. Eravamo dinanzi a qualcosa che io avevo vissuto solo guardando il film Fahrenheit 451, un uomo diventato libro per salvare la memoria di libri bruciati (451 è il grado fahrenheit a cui brucia la carta). Un’altra pedina per l’amore dei libri. Quando li ho scoperti ragazzino, ho scoperto che la vita può essere molto più interessante della versione mediocre e noiosa che pervade l’ottica con cui il quotidiano è vissuto nella nostra società. Ho imparato ad osservare i particolari, a pensare che ogni persona è un’avventura , che ogni vita è un romanzo. I libri hanno a volte il potere di ridare colore alla vita, di fare scoprire a chi la sta vivendo che ci sono possibilità inedite e impensate, che si può cambiare, vivere altre vite. I libri, i buoni libri, la buona letteratura ci dicono che è possibile guardare alla vita come farebbe Dio, con l’attenzione, la passione e la partecipazione di qualcuno che ne ha una visione più ampia. I miei primi romanzi mi facevano pensare che ogni romanziere è un po’ Dio, ne ha le qualità di presa sul serio della vita. In letteratura, lo dice Franz Kermode, sono tutti parte di un’escatologia, raccontano la vita 'dandole una direzione', tutti i romanzi sono riprese della grande avventura che è il destino che ci circonda.
«Avvenire» del 7 dicembre 2010

Quanto vale un non-uomo?

Squali, assassini e disperati d'Africa
di Marina Corradi
Uno squalo ha ucciso una bagnante nelle acque di Sharm el-Sheik. Sui giornali un re­soconto dettagliato, anche a tutta pagina, com­pleto di immagine dello squalo, e misure, peso, lunghezza dei denti nonché abitudini alimen­tari. Lo squalo predilige i cefalopodi, il barracuda e il tonno, veniamo edotti – per la completezza della informazione.
Già, l’informazione. A poche centinaia di chi­lometri da Sharm el-Sheik, nel Sinai 250 profu­ghi africani sono prigionieri da settimane di pre­doni. Che pretendono dai familiari un riscatto. E intanto, per far capire che non scherzano, ne hanno già uccisi sei. Gli altri aspettano in cate­ne il loro destino. Di quei 250 miserabili ha par­lato il Papa, all’Angelus di domenica. Ha pregato per loro. Ma alla sua voce non sembra aggiun­gersi quella specie di preghiera laica che è la mobilitazione mediatica. Non si vede salire nei titoli una battaglia paragonabile, per esempio, a quella per Sakineh. Eppure quegli uomini so­no 250, e in sei sono già morti. Eppure il Sinai non è lontano da quella spiaggia dove uno squa­lo assassino merita le prime pagine.
Uomini e no, viene da pensare. Al mondo esi­stono gli uomini: sono quelli che vanno in va­canza a Nama Bay, e che sono com­prensibilmente disturbati dalla pre­senza di uno squalo. Facilmente gli i­taliani benestanti, di Sharm el-Sheik affezionati frequentatori, si lasce­ranno coinvolgere dalla tragica fine di una turista straniera che nuotava se­rena, proprio come facevano loro l’anno scorso. Proprio come voglio­no fare a Natale: oddio, c’è uno squa­lo a Nama bay, ci si telefona fra ami­ci in partenza. E poi al mondo esistono i non uomi­ni, gli Untermenschen che scappano dalle guerre infinite di Etiopia, Eritrea e Somalia in carovane di camion, nel­la polvere. Finiscono in Libia, li im­prigionano, fuggono. Non tentano più di imbarcarsi: il Mediterraneo è sbar­rato, e quanti già, come loro, giaccio­no in fondo al mare, in un cimitero senza croci. Come in un labirinto cie­co, di respingimento in respingimen­to, tornano indietro, vendendo sé stes­si per pagare un passaggio, una mini­ma speranza di salvezza. Quei 250 vo­levano chiedere asilo in Israele. I pre­doni che ne fanno 'commercio' li ten­gono nel Sinai senza alcuna fatica: uo­mini stremati, allo sbando, disarma­ti. Quanto vale la vita di un morto di fame? Famiglie di immigrati in Sviz­zera, nel Nord Europa si sono sentite chiedere 8.000 dollari dai fratelli, dai figli prigionieri. In sei già ammazzati, il prossimo quando? A dare voce al dramma un prete e le solite Ong. Ma il dramma non trapassa la cortina di una distratta indifferenza sui giorna­li. Non fa scendere in piazza, non su­scita raccolte di firme di intellettuali.
Come mai, potremmo candidamen­te chiederci. Ma è semplice: la fac­cenda dello squalo a Sharm el-Sheik riguarda 'noi'. Quei turisti a Nama Bay po­tremmo essere noi, nelle vacanze di Natale. Leg­giamo dunque con allarmata immedesimazio­ne della tragica fine di una 'come noi'. Le 250 vite e storie di quei profughi braccati invece non ci coinvolge emotivamente: sono neri, senza u­na casa né un soldo, affamati e sporchi. In­comprensibili per noi le loro odissee. Profughi, da che cosa? Gli echi di guerra e sangue che fil­trano talvolta tra la cronaca di una festa ad Ar­core e l’ultima lite in Parlamento ci giungono co­sì confusi e lontani. E, magari, al Nord (e non so­lo) qualcuno sotto sotto pensa che quei 250 pri­gionieri sono 250 immigrati di meno a casa no­stra. Non c’è nemmeno, a coinvolgerci, la ten­sione di una battaglia contro una sentenza di morte. Quei là nel Sinai sono anche al di sotto dei requisiti minimi per avere dei diritti civili: profughi e dunque come non più cittadini di alcun Paese. Non uomini di una non patria. Fi­gli del niente. A chi interessano? Al Papa e al solito prete che se li è presi a cuore, e si sgola a richiamare l’at­tenzione. Ma il sasso cade nell’acqua inerte di uno stagno. Stiamo pensando ad altro, alla cri­si, alle elezioni forse, ai file di Wikileaks. Alle va­canze, i più fortunati. Di predoni, interessano solo quelli con le pinne, sul mare dove si affac­ciano i resort dove gli uomini 'come noi' van­no, a Natale.
«Avvenire» del 7 dicembre 2010

06 dicembre 2010

La neutralità della scienza e la partigianeria della politica

Governare la collettività fornisce un'energia smisurata
di Francesco Alberoni
Nel corso della storia i politici, fossero essi re, imperatori, nobili, generali, presidenti o ministri, sono sempre stati al vertice del potere, della fama e della gloria, ma anche dei complotti, degli intrighi e degli inganni. Nei Paesi democratici devono conquistarsi il favore del pubblico con promesse che spesso non possono mantenere e non passa giorno che non debbano affrontare uragani di critiche e di accuse dai loro avversari. E devono a loro volta accusare e criticare in una continua, incessante battaglia dove il vero si mescola al falso, la buona alla cattiva fede, dove ciascuno, comunque, deve sempre dire di essere dalla parte della verità e della giustizia e mostrare che il nemico invece è sempre dalla parte della menzogna e dell'infamia. Il politico militante, anche il più saggio, il più equilibrato, è sempre partigiano.
All'opposto troviamo lo scienziato, che invece ha una mentalità che lo porta a cercare una verità obbiettiva e perciò è disposto a rinunciare alla sua teoria se un altro scienziato gli dimostra che ha sbagliato. E può anche adottare il punto di vista opposto quando si rende conto che spiega i fenomeni in modo migliore. Non importa se l'altro scienziato appartiene al suo partito o a quello avversario, alla sua nazione o a quella nemica. Nel clima di odio feroce della Prima guerra mondiale Eddington, inglese, ha dimostrato la fondatezza della teoria di Einstein, tedesco.
Spesso la politica e l'ideologia sono riuscite a cancellare la neutralità della scienza. Pensiamo al nazismo che ha condannato quella che chiamava «scienza ebraica» e al comunismo sovietico che ha mandato Vavilov in carcere perché colpevole di seguire la «genetica capitalista». Oggi queste cose le consideriamo delle aberrazioni e lo scienziato può tenersi al di fuori delle dispute politiche. Ma se sfiora il campo delle scienze umane, storiche e sociali, i gruppi politici intervengono con pesanti discriminazioni e ostracismi.
Nel profondo, infatti, la politica è una passione totale come l'amore, come la droga, come il gioco. Il suo oggetto è la collettività stessa di cui il politico si sente a un tempo il padrone, lo strumento e il servitore. E ne ricava una energia smisurata, una sicurezza assoluta che lo porta a dire qualsiasi cosa, a giustificare qualsiasi mezzo, a resistere a ogni affronto. Occorrono uno straordinario equilibrio e autocontrollo per non farsene travolgere. Ammesso che sia possibile.
«Corriere della Sera» del 6 dicembre 2010

Il limite nascosto dei ragazzi: incapaci di concentrarsi

Educati male, passano caoticamente da una cosa all'altra
di Francesco Alberoni
Quasi tutti i miei colleghi universitari sono d'accordo nel dire che molti loro studenti non sono capaci di seguire una esposizione, un compito impegnativo o un ragionamento per più di dieci minuti. Inoltre non sono capaci di collocare cronologicamente nel tempo gli accadimenti storici, non sanno per esempio se Maometto è vissuto nel 600 avanti Cristo o nel 600 dopo Cristo. Per molto tempo ho pensato che queste e altre lacune dipendessero dal cattivo studio nei licei. Recentemente mi sono reso conto che, invece, dipendono dal tipo di apprendimento già alla scuola elementare.
Prima di andare in queste scuole, quando stanno con i genitori, i bambini piccoli sono attenti, ascoltano, seguono affascinati le favole. Dopo essere stati qualche anno in classe cambiano. Se parli loro, si distraggono, spostano un libro, un giocattolo, non ascoltano. Ti fanno una domanda e poi vanno via, non aspettano la risposta. Alla televisione continuano a fare zapping da un programma all'altro. Non è mancanza di interesse, hanno perso la capacità di concentrazione perché stando con gli altri e giocando con loro si sono abituati a passare, continuamente e caoticamente, da un'attività all'altra e non c'è nessuno che insegna loro come stare attenti, e li rimprovera quando non lo fanno. E, allo stesso modo, nessuno esige da loro che imparino a collocare nel tempo tanto gli accadimenti sia storici sia quelli della propria vita.
Tutto questo non avviene in altri campi, per esempio nello sport. Nel calcio, nella scherma, nel tennis l'allenatore, se ti distrai, ti rimprovera e i tuoi compagni protestano. Gli sportivi, inoltre, ricordano benissimo il succedersi cronologico dei campionati.
Nella scuola, invece, ormai si è diffusa da anni l'opinione che non si debba più rimproverare nessuno, che non si debba più correggere con l'esercizio una tendenza sbagliata. Molti pedagogisti e molti psicologi pensano che se rimproverano o correggono un ragazzo gli creano una grave frustrazione e bloccano la sua libertà creativa. E i genitori aggravano la situazione mettendosi normalmente dalla parte dei figli e contro gli insegnanti.
Il risultato è che molti non impareranno più a concentrarsi, ad applicarsi, a fare un ragionamento complesso. Ed è anche per questo che c'è tanta disoccupazione. Perché le imprese si trovano di fronte giovani con una preparazione evanescente e che danno poco affidamento quanto a capacità di ragionare. Di conseguenza, assumono solo i giovani tecnici e quelli che appaiono preparati e capaci di impegnarsi.
«Corriere della Sera» del 29 novembre 2010

Umberto Eco: Il voyeur del male

Nel nuovo romanzo di Umberto Eco: un racconto morboso e senza condanna dell'antisemitismo
di Lucetta Scaraffia
Forse anche questo libro sarà un successo stratosferico, milioni di copie vendute, traduzioni in tutte le lingue. E a una prima occhiata, sembra accattivante, con quel suo rimandare ironicamente a un feuilleton anche nelle illustrazioni, di puro stile popolare ottocentesco. Ma appena ci si immerge nella lettura, ecco la delusione. Il romanzo che Umberto Eco ha appena pubblicato (Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, 2010, pagine 526, euro 19,50) è noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. Perfino per una persona come me, che forse capisce i suoi riferimenti storici. Del feuilleton non ha la trama avvincente, i personaggi appassionanti, l’intreccio abile da cui non ci si riesce a staccare.
Su un unico personaggio, il goffo e antipatico Simone Simonini — il solo inventato del romanzo, spiega Eco — cade il peso di quasi tutti i complotti dell’Ottocento, almeno dei più noti. Simonini, notaio torinese nipote di un ammiratore del gesuita Barruel e figlio di un patriota mazziniano, si rivela precocemente abile nella creazione di documenti falsi, e dai testamenti passa rapidamente allo spionaggio: prima a favore del re di Sardegna, tallonando i Mille in Sicilia dove architetta, forse con un eccesso di zelo, la morte per naufragio di Ippolito Nievo che portava a Torino la documentazione economica dell’impresa. Poi a Parigi, in contatto con i servizi dell’Impero, che si prolungano senza soluzione di continuità in quelli della Repubblica. Simonini non solo obbedisce alle richieste che gli vengono fatte, ma è lui stesso fervido di fantasia e avido di soldi: il suo obiettivo è quello di costruire documenti falsi che si possano vendere al numero più alto possibile di acquirenti.
È così che entrano in scena gli ebrei, odiati a destra e a sinistra, dai cattolici e in certi casi perfino dai massoni. Il nostro eroe collaborerà quindi a incastrare Dreyfus con un documento naturalmente falso, e contribuirà in varie fasi a costruire quel manoscritto che sarà poi noto come I protocolli dei Savi di Sion. Tutto questo passando da fetide cloache, inverosimili delitti, e intrecciando a questo massiccio plot i personaggi più discutibili del secolo: il massone traditore poi pentito Taxil, il prete fondatore di una setta satanica Boullan. Diciamo la verità, sul piano della morbosità Eco non si è negato niente:la descrizione della messa nera è un perfetto esempio di banalità già lette o viste al cinema centinaia di volte, e così è priva di verosimiglianza la freddezza omicida del protagonista. La debolezza della natura umana, infallibilmente orientata al male, appare in tutti. In tanto orrore sembra impossibile credere che gli ebrei non siano i vampiri della finanza mondiale che ordiscono complotti, sembra impossibile pensare che esistano esseri umani non coinvolti con le più orride bassezze, pronti a tradire e a vendersi per un pugno di monete, per un pranzo succulento in un ristorante di lusso.
Naturalmente i cattolici, nel ruolo di persecutori — soprattutto i gesuiti, che sarebbero adusi a ogni bassezza — sono rappresentati come caricature mostruose, e non mancano neppure riferimenti ai pontefici, che rifulgono per stupidità e ottusa opposizione a tutto ciò che osi far pensare al progresso. Non si può però accusare Eco di una speciale antipatia verso la Chiesa: tutti coloro che compaiono, a vario titolo, nel romanzo, sono orrendi, sporchi e compromessi con il male. Anche i mazziniani, i socialisti, i repubblicani, i massoni.
Il risultato è un libro pesante, in cui l’esilità della trama non riesce a sostenere il macigno di troppi complotti. Eco chiede di identificarci con un protagonista insensibile, privo di sentimenti e di morale, la cui unica nota umana sembra essere la golosità, e di appassionarci alle sue contorte vicende. Grave errore per un aspirante scrittore di feuilleton. Ma forse anche il feuilleton è un falso obiettivo: il lettore ha la sensazione — già provata del resto in altri romanzi di Eco — che all’autore non importi nulla di interessare, far riflettere e magari commuovere, perché il suo unico intento è fare sfoggio di una sterminata erudizione storico-letteraria e dare prova di abilità intellettuale nel mettere insieme dei pezzi di storia con episodi inventati. Niente di più lontano dalla genuina passione dello scrittore di feuilleton, dal suo amore per alcuni personaggi nei quali far identificare il lettore fin dalle prime righe, e soprattutto nessuna battaglia fra bene e male che, pur cambiando veste a seconda dello scrittore, è sempre il motore della trama.
E qui sta il punto più debole del romanzo: denunciare l’antisemitismo mettendosi nella parte degli antisemiti non serve a smascherarli ma solo a suscitare un crescente disgusto per la narrazione. Del resto, smascherati gli antisemiti lo sono già, e da decenni, dalla storia: Eco saccheggia infatti il bel libro di Norman Cohn — questo €sì €di €lettura €avvincente €come €un €romanzo — che ricostruisce minuziosamente la storia della fabbricazione dei Protocolli. Che senso ha, allora, questa ricostruzione che già è stata fatta?
Non si può negare, invece, che le continue descrizioni della perfidia degli ebrei facciano nascere un sospetto di ambiguità, certo non voluta da Eco ma aleggiante in tutte le pagine del libro. A forza di leggere cose disgustose sugli ebrei, il lettore rimane come sporcato da questo vaneggiare antisemita, ed è perfino possibile che qualcuno pensi che forse c’è qualcosa di vero se tutti, proprio tutti, i personaggi paiono certi di queste nefandezze.
C’è un solo commento che dà un po’ di spessore storico all’ostilità ottocentesca della Chiesa verso gli ebrei, quando il protagonista li accusa di essere nemici di ogni religione: è proprio l’assimilazione veloce e ben riuscita degli ebrei nei paesi dell’Europa occidentale, che nella maggior parte dei casi comporta un abbandono della religione originaria, a farli temere dalla Chiesa come un esempio di secolarizzazione per la borghesia di matrice cristiana. Anche se agli occhi di Eco si tratterà certo di una osservazione banale, la lettura di questo romanzo fa pensare che quando si evoca il male — almeno nella narrativa popolare che l’autore arieggia — bisogna subito affiancargli il bene che lo combatte, altrimenti si rimane coinvolti nel fango e si fatica a uscirne. La sua ricostruzione del male senza condanna, senza eroi positivi con cui identificarsi, acquista una parvenza di voyeurismo amorale, in cui ci si può impantanare.
E alla fine l’obiettivo del libro si riduce a una affermazione politicamente corretta: «Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala».
«Osservatore Romano» del 30 ottobre 2010

Nobel, no bbuono

Yunus, il banchiere buono cui fu comminato un Nobel, e che ora si rivelerebbe un poco di buono
di Nicoletta Tiliacos
Ironia della sorte vuole che dalla Norvegia, in cui fu gratificato nel 2006 del Nobel per la Pace, arrivino ora seri guai per il settantenne bengalese Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri”, l’inventore del microcredito santificato dall’occidente in perenne senso di colpa, l’uomo che più di trent’anni fa promise: “Un giorno i nostri nipoti andranno nei musei per vedere cosa fosse la povertà”.
In attesa di visitare quei musei, i nostri nipoti hanno potuto nel frattempo vedere un’inchiesta televisiva del giornalista danese Tom Heinemann, trasmessa martedì in Norvegia e intitolata “Intrappolato nel microdebito”. Nel documentario, Yunus è accusato di aver usato per scopi diversi da quelli inizialmente stabiliti buona parte di una donazione alla sua Banca dei poveri, equivalente a 74,5 milioni di euro ed elargita tra il 1996 e il 1998 da paesi come la stessa Norvegia, la Svezia, l’Olanda e la Germania. Invece di rimanere alla Grameen bank per finanziare le azioni di microcredito, una cifra pari a 47 milioni di euro vi transitò brevemente, prima di finire nelle casse di Grameen Kalyan, un’altra società che fa capo a Yunus e che si occupa di “microassicurazioni” sanitarie.
Di fronte alle rimostranze ufficiali dell’ambasciatore norvegese a Dacca, oltre che della Norwegian agency for development cooperation e del ministro delle Finanze del Bangladesh, Yunus aveva spiegato l’operazione piuttosto disinvolta con motivi fiscali e restituì comunque 17,6 milioni di sterline (una ventina di milioni di euro) a Grameen bank. La vicenda conserva però aspetti oscuri, e la stessa banca, dopo la messa in onda del documentario norvegese, ha annunciato più esaurienti spiegazioni “il prima possibile”.
Svapora così, ingloriosamente, l’aura di miracolo attorno all’intero sistema del microcredito, ormai da molte parti accusato – ne parlava ieri anche il Financial Times, con una pagina intitolata: “Piccolo prestito, grosso problema” – di assomigliare a una forma organizzata di strozzinaggio ammantata di politicamente corretto. Ormai “trasformata in business globale che collega la finanza internazionale con alcune delle comunità più povere del mondo”, come scrive il FT, la microfinanza si regge su tassi di interesse che arrivano al trenta per cento. Tassi da usura, giustificati con il fatto che solo così è possibile prestare soldi a persone che, per la loro indigenza, non sarebbero mai prese in considerazione da una banca normale. Un “sistema di sfruttamento degli esseri umani, crudele come il nazismo e improntato soltanto su criteri di profitto”, accusa l’attivista per i diritti umani indiano Lenin Raghunvashi, con agenti remunerati in funzione del numero di clienti e del tasso di rimborso, e incitati a spingere al prestito, prima, e a forzare al rimborso con ogni mezzo, dopo.
Il risultato è che, negli ultimi due mesi, una cinquantina di suicidi nelle zone più povere dell’India sono stati con sicurezza collegati alla pratica dei piccoli prestiti senza garanzie. Gli stessi agenti incaricati di riscuotere le rate settimanali arrivano a suggerire il suicidio agli insolventi, per incassare l’indennizzo del fondo di protezione che interviene in caso di morte del debitore. L’Onu non si lasciò sfuggire (e come poteva?) l’occasione di proclamare il 2005 “anno del microcredito”. Solo cinque anni dopo, il “benefattore” è nudo.
«Il Foglio» del 3 dicembre 2010

La democrazia Potemkin

Invettiva di un europeo libero contro la burocrazia senz’anima né testa di Bruxelles
di Roger Scruton
Discorso tenuto alla Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro, Roma, il 15 ottobre 2010
Noi europei apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Riusciamo a figurarci ben pochi mali peggiori di un governo che sia invece esso a controllare incontrollatamente noi. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall'Unione europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori. Alcune delle decisioni più importanti che pesano sulle nostre esistenze promanano dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, un organismo composto da giudici non eletti molti dei quali provengono da paesi privi di una solida tradizione di stato di diritto.
Voi italiani ne avete fatto recentemente esperienza quando è stato deciso che il crocifisso dovesse essere rimosso dalle aule scolastiche giacché ritenuto lesivo appunto dei diritti umani. La maggior parte di noi, dunque, a fronte delle irreversibili "direttive" emanate a migliaia dalla Commissione europea e delle "sentenze" pronunciate per ragioni ideologiche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, considerano tutto questo una vera e propria minaccia per la democrazia, eppure sembra non esistere alcuna riforma di quelle istituzioni in grado di ovviare al problema. Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti a un punto in cui la maggior parte delle leggi che ci riguardano vengono imposte da persone che nessuno ha mai eletto e che non rispondono affatto dei propri errori.
Alcuni si sono adattati a coesistere con questo problema, ritenendo che i benefici portati dall'Unione europea superino i costi. Altri - specialmente gli "euroscettici" del mio paese - pensano invece che i costi superino i benefici. Per questi ultimi, la confisca del processo decisionale operata da élite non elette è un difetto fatale dell'intero progetto eurofederale. Da qualsiasi delle due parti ci si schieri, è comunque evidente che la spinta verso una governance mondiale configura un movimento che si allontana dalla democrazia. Ora, possiamo pure ritenere la globalizzazione un fenomeno inevitabile, ma non è necessario pensare che essa debba includere anche il governo del mondo. Per il vero democratico, la politica deve controbilanciare la globalizzazione, non esserne assorbita.
Immaginiamoci un villaggio che commerci con i propri vicini, vicini con i quali convive pacificamente. Tutte le decisioni che incidono su quel villaggio vengono prese da un consiglio elettivo. A propria volta, questo consiglio invia un rappresentante al governo centrale affinché questi promuova gli interessi di detto villaggio presso l'Assemblea nazionale. Questo processo, ci dice la storia, è il migliore che possiamo instaurare per via democratica.
E' peraltro possibile immaginare l'esistenza di più livelli rappresentativi fra il villaggio del nostro esempio e il governo a cui esso fa capo: rappresentanze, cioè, a livello di contea, di regione, di cantone o di qualsiasi altra sia l'unità amministrativa adottata. Ma il principio è chiaro: democrazia significa controllo dal basso, con il popolo che decide.
Supponiamo però adesso che si affermi un movimento di riforma politica il quale dice che il villaggio è una unità troppo piccola per prendere le decisioni che sono necessarie al bene comune. A scopo elettorale, il villaggio deve venire quindi considerato adesso come parte di una grande città che dista dieci chilometri. Le argomentazioni a favore di questa modifica sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato vengono infatti seriamente compromesse dallo stato di fattuale indipendenza in cui vive il villaggio.
C'è per esempio bisogno di una strada che tagli fuori la città ormai congestionata dal traffico. Ma l'unico tracciato possibile per costruirla corre in prossimità del villaggio, a totale detrimento della tranquillità fino a quel momento goduta dai suoi abitanti. Naturalmente, il villaggio si opporrà al progetto della strada e questa non verrà costruita. Ma se invece il villaggio è inglobato in una città, i voti dei suoi abitanti verranno superati da quelli dei residenti urbani e la strada si farà.
L'aumento della capacità d'intervento governativa viene insomma acquisito a scapito della democrazia del villaggio. L'esempio illustra bene un principio di ordine generale: più è ampia la capacità d'intervento governativa, minore è la possibilità di controllo che il popolo ha sullo spazio che direttamente lo circonda.
Ve n'è riprova estremamente chiara nelle questioni inerenti le pianificazioni e le infrastrutture. I villaggi svizzeri hanno mantenuto parecchi dei diritti democratici altrove invece confiscati dai governi centrali. Ne deriva che è comprovatamente impossibile costruire grandi autostrade attraverso i numerosi passi alpini che connotano il paese, dal momento che le popolazioni locali votano costantemente contro di esse.
Il traffico della Svizzera rurale è notevolmente più lento che altrove e lì i confini tra i villaggi assai più netti e marcati. In Francia, invece, le autostrade vengono imposte dal governo, la terra acquisita per decreto e nell'intera faccenda nessuno fuorché l'Assemblea nazionale ha gran voce in capitolo.
Ne consegue che in Francia il traffico scorre più rapidamente, l'economia nazionale ne trae vantaggio e la vita lungo le autostrade è un inferno. La Francia è dunque più o mena democratica della Svizzera? Alcuni direbbero che il potere dei villaggi e dei cantoni elvetici impedisce la realizzazione di progetti che sarebbero altrimenti positivi per l'intero paese e che quindi esso si oppone alle aspirazioni della maggioranza.
In Francia, invece, la capacità del governo centrale di superare gli interessi locali indica che il bene comune può essere promosso nonostante gli egoismi localistici e che quindi la maggioranza svolge un ruolo assai più grande nelle decisioni che la riguardano direttamente.
Altri però direbbero che questa sottrazione dei poteri e dei processi decisionali alle comunità locali a tutto vantaggio del governo centrale configura una perdita di democrazia giacché indica che le decisioni non vengono più prese da coloro che ne sono direttamente toccati in misura maggiore e che dunque la voce delle autentiche comunità umane è ascoltata solo di rado. Ché ne pensiamo noi?
Quando un gruppo di stati nazionali si unisce per dare vita a una unione dotata di poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di decisione su materie d'interesse nazionale in cambio di una voce in decisioni che interessano quell'unione nel suo insieme. Quando e in relazione a cosa ciò è giustificato? Un trattato fra due stati confinanti finalizzato alla difesa dei reciproci territori in caso di attacchi esterni è un contratto franco e leale.
Nessuno dei contraenti perde più di ciò che guadagna e ognuno mantiene il controllo sovrano sugli affari interni. Un simile contratto di mutua difesa non implica alcuna resa di sovranità ed è esso stesso soggetto al controllo democratico. I popoli di ciascuno dei due stati contraenti il patto possono infatti votarne la rescissione in qualsiasi momento. Raramente si sono dunque considerati i trattati bilaterali una minaccia alla democrazia: al contrario, sono stati visti come esiti naturali del processo appunto democratico con cui i cittadini conferiscono ai governi a cui sono soggetti la libertà e il dovere di agire per parte loro.
Anche i trattati multilaterali possono di per sé non costituire minacce alla sovranità degli stati nazionali o all'intero processo democratico. Anche quando quei trattati istituiscono infatti organismi burocratici esclusivamente dediti al perseguimento dell'accordo che ne sta alla base - come per esempio avviene per la Nato, essi non minacciano la democrazia fintanto che non si spingono oltre i propri scopi statutari.
I paesi firmatari di quegli accordi mantengono la propria sovranità in qualsiasi ambito, inclusi quelli che rientrano nelle provvisioni del patto comunemente e concordemente sottoscritto. Benché il trattato ponga loro dei vincoli, questi obblighi si verificano soltanto in determinate circostanze specifiche e sono liberamente accettati dagli organi legislativi dei paesi sottoscrittori come giusto prezzo pagato per ottenere i benefici che ne conseguono.
I trattati multilaterali sono un modo concreto per amministrare la globalizzazione. Man mano che su di essi si esercitano pressioni esterne sempre crescenti, gli stati nazionali possono unirsi siglando accordi e stabilendo procedure comuni che permettano di resistere a dette pressioni: trattati che proteggono gli spazi abitati comuni, le risorse naturali comuni (come la pesca e l'acqua) e le comuni esigenze di sicurezza. Qui il punto qualificante è che un trattato, proprio come un contratto, conferisce potere di veto a ciascuno dei suoi firmatari. Se i termini di esso non vengono onorati da uno dei contraenti, gli altri sono liberi di chiamarsi fuori ponendo così fine al patto stesso.
In questo modo, i trattati possono essere, efficacemente adoperati per controllare la globalizzazione poiché l'assoggettano alla disciplina della democrazia esattamente come il processo politico attivo in Svizzera è soggetto a quella disciplina della democrazia locale che in merito alle decisioni riguardanti le comunità appunto locali esige il consenso di queste stesse.
Ma non tutti i trattati hanno il carattere dei contratti. A far data dalla Seconda guerra mondiale (1939-1945) è divenuta pratica comune un nuovo tipo di trattato: un accordo mediante il quale le parti contraenti si accordano per abdicare al proprio potere decisionale negli ambiti che rientrano nelle leggi del patto stesso, trasferendo agli organismi istituiti dal trattato ciò che i propri elettorati nazionali non sono in grado di controllare.
L'Unione europea ne è il caso paradigmatico. Come la Corte penale internazionale, l'Organizzazione mondiale del commercio e la Corte europea dei diritti dell'uomo, la Ue è una forma di globalizzazione e non un modo per resistere a essa. Benché create mediante trattati, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei soggetti che vi aderiscono, imponendo agli stati nazionali leggi e regolamentazioni che i loro cittadini mai avrebbero votato, ma che pure non possono respingere.
Consideriamole normative circa la libertà di movimento istituite dai Trattati di Roma. Danno ai cittadini della Ue il diritto si spostarsi in qualunque luogo dell'Unione al fine di cercare lavoro o stabilire la propria residenza là dove trovano lavoro. Quando gli originari Trattati di Roma furono firmati, nei paesi sottoscrittori vigeva una sostanziale parità fra redditi e livelli occupazionali, e nessuno immaginava che il risultato di quelle decisioni sarebbero state le migrazioni di massa da un capo all'altro del continente. Se fossero stati consultati, i cittadini italiani avrebbero certamente votato a favore di un emendamento ai Trattati che escludesse la clausola relativa al diritto di libera circolazione per le persone oppure negando l'ingresso della Romania nella Ue. Ma i cittadini non sono stati consultati.
Di conseguenza, gli italiani si trovano oggi costretti ad accettare l'immigrazione nel proprio paese di gente proveniente dalla Romania senza che nessuno prenda in seria considerazione il fatto che la maggioranza di essi è fortemente contraria. Con ciò non intendo dire che gli italiani abbiano ragione. Ma questo è ciò che essi pensano, oltre che ritenere un proprio diritto democratico l'imporre, attraverso i propri rappresentanti politici, controlli sui flussi migratori: dopo tutto, si tratta del loro paese. E però questo diritto è stato loro confiscato. Qualsiasi partito votino alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare alcunché per rivendicare il proprio paese a se stessi.
E', questo, solo un esempio delle lagnanze che si levano oggi in tutti gli. stati membri della Ue nell'Europa occidentale e settentrionale. Abbiamo perso cioè il controllo dei nostri confini e non vi è modo compatibile con la permanenza di ognuno di noi nella Ue per riguadagnarlo. Per di più, non vi è modo per emendare le istituzioni della Ue affinché esse se ne facciano carico.
Le norme incorporate nei Trattati di Roma non sono leggi ordinarie: non possono cioè essere corrette in sede parlamentare e così, una volta in vigore, divengono di fatto irreversibili; oppure reversibili solo attraverso la dismissione dei Trattati e di tutta la sovrastruttura d'istituzioni e di procedure che sono state costruite su di essi: E questo nessun partito politico ha il coraggio di farlo, giacché le conseguenze sono incalcolabili.
Ora, coloro che hanno progettato i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli del fatto che la Ue stava perdendo credibilità presso i popoli d'Europa. Ma erano altresì membri di un nuovo ceto politico, transnazionali quanto alle proprie fedeltà, ben ricompensati nelle proprie vite professionali e completamente dipendenti dai privilegi assicurati loro dai meccanismi eurofederali.
Del resto, questo ceto politico è anche parte in causa dell'economia globale. Riesce a relazionarsi più facilmente con le multinazionali che con le comunità locali, contratta apertamente con le élite estere e onora disinvoltamente gli incarichi fittizi che si è dato dentro la Ue. Un tipico membro di questo nuovo ceto politico è l'attuale Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Ue, cioè di fatto il suo ministro degli Esteri, Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, britannica.
In Gran Bretagna nessuno sapeva chi fosse finché non n'è stata annunciata la nomina. La Ashton non si è mai candidata a elezioni per nessuno degli incarichi che ha ricoperto: dal Partito laburista e dalla rete di organizzazioni non governative che fa capo a esso ha fatto carriera fino a raggiungere la Camera dei Lord senza mai nemmeno una volta attirare l'attenzione su di sé ed é stata nominata come nostra rappresentante agli Affari esteri senza che nessuno nel mio paese abbia avutola possibilità di proferire parole nella vicenda, a eccezione dei suoi colleghi dentro quel medesimo nuovo ceto politico.
Questo ceto politico è dunque davvero molto più interessante per le multinazionali che per la gente comune, dato che controlla una macchina legislativa in grado di aggirare i cittadini. Attraverso il lavoro lobbistico che svolgono le burocrazie di stanza a Bruxelles, il mondo dei grandi affari mondiali ha insomma il potere di modificare a proprio favore le leggi di qualsiasi stato nazionale.
Appartenenti a questo ceto politico, coloro che redigono i trattati della Ue sono naturalmente inclini a salvaguardare queste posizioni. Gran parte dei loro sforzi è infatti stata profusa per creare un tipo di "democrazia presunta" in cui un Parlamento modello Potemkin finge di vagliare leggi e di esercitare su di esse diritto di veto, ma in cui nessuno degli stati membri della Ue può di fatto esercitare potere.
I Trattati comunitari ci assicurano continuamente che nell'Unione vige il principio di "sussidiarietà", in base al quale le decisioni debbono essere sempre assunte al più basso livello possibile: ma essi implicano anche che sono la Ue e le sue Commissioni a decidere quale sia quel livello. Da ciò deriva che in essi la sussidiarietà è semplicemente un sinonimo di quel controllo onnipervasivo esercitato dall'alto al basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali e che ci permette di esercitarli solo quando alcuni funzionari non eletti ci permettono di farlo.
Ciò che vediamo all'opera nella Ue, così come in ogni nuova forma di tribunale internazionale o di agenzia legislativa tipo l'Organizzazione mondiale del commercio e le sussidiarie dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Invece di difendere la sovranità nazionale dall'invasione globale, oggi il processa politico auspica ulteriore invasione globale ai danni dello stato nazionale.
E perché no? ci si domanderà a questo punto. Che c'è di tanto male? Dato che viviamo in una società globale, non c'è forse bisogno di un governo globale che risolva i nostri problemi comuni? Il lato problematico di questo approccio è che esso ignora il fatto da cui dipende la legittimità di ogni democrazia: il fatto dell'identità nazionale. In una democrazia, i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale: un "noi" fondato da una eredità e da una storia, evidente nella lingua, nella religione e nell'attaccamento al territorio e alla comunità.
In Europa, questo "noi" è un "noi" nazionale, ed è in nome di esso che gli uomini politici possono ottenere il consenso delle persone in merito a decisioni politiche che a breve termine possono pure danneggiarle. Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l'interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova l'interesse di un ceto politico internazionale o quello di una rete globale di multinazionali. Ma il numero delle leggi nazionali che quel ceto politico internazionale impone loro sotto la pressione degli interessi economici che lo influenzano cresce di continuo.
Cosa fare? E' mio parere che in assenza di cambiamenti radicali la Ue entrerà in un periodo di crisi. Le sue decisioni verranno disattese e respinte in numero sempre maggiore, e le persone faranno di tutto per riconquistare i poteri erroneamente consegnati a essa.
In un modo o nell'altro, la Ue deve insomma cessare di essere un agente della globalizzazione per divenire un centro di resistenza a essa: un modo, cioè, d'imporre l'ordine politico all'entropìa sociale ed economica. E penso che questo potrà accadere solo attraverso la restaurazione della sovranità nazionale in tutti gli ambiti in cui essa è andata persa, ancorché come ciò possa essere concretamente fatto é materia da uomini politici, non da semplici filosofi.
(traduzione italiana di Marco Respinti)
«Il Foglio» del 21 ottobre 2010

04 dicembre 2010

Difendere tutti i perseguitati a cominciare dai cristiani d' Oriente

L'appello di uno dei fondatori di SOS Razzismo
di Bernard-Henri Lévy
Ho recentemente dichiarato, a margine di una conversazione con un giornalista dell'agenzia stampa spagnola Efe, che oggi i cristiani formano, su scala planetaria, la comunità più costantemente, violentemente e impunemente perseguitata. Questa frase ha sorpreso. Ha provocato anche una certa agitazione qui e là. Eppure... Guardate i pachistani che, come Asia Bibi, sono condannati all’impiccagione in virtù di una legge anti-blasfemia che nessuno pensa seriamente di abolire. Guardate gli ultimi cattolici dell’Iran a cui, malgrado i dinieghi del regime e l’accoglienza riservata in questi giorni, a Teheran e a Qom, al cardinale Jean-Louis Tauran, è in pratica proibito di professare il proprio culto. Guardate Gaza, ma anche, ahimé, la Palestina di Mahmoud Abbas dove, ancora la settimana scorsa, un giovane internauta, Waleed al-Husseini, figlio di un parrucchiere di Kalkilya, è stato arrestato per il solo crimine di essersi permesso, sul suo blog, di criticare l’Islam e di evocare in maniera non sfavorevole il cristianesimo. Il Sudan, dove John Garang mi spiegava, cinque anni prima di morire, a Juba, l’interminabile guerra di sterminio condotta dai fondamentalisti islamici del Nord contro i sudisti cristiani e dove, circa un mese fa, l’arcivescovo di Khartum, cardinale Gabriel Zubeir Wako, stava per essere assassinato durante una messa all’aperto da lui officiata, sempre a Khartum. I cristiani evangelici dell’Eritrea, fra i più poveri del mondo, ma che la giunta accusa di preparare un colpo di Stato e di cui s’impegna a «ripulire» il Paese entro Natale. I preti cattolici che, come l’8 novembre scorso l’abate Christian Bakulene, curato della parrocchia cattolica di Kanjabaionga, nella Repubblica democratica del Congo, sono uccisi sulla porta delle loro chiese da uomini in divisa militare che l’incubo stesso della cospirazione ha reso folli. La fobia anti-cristiana orchestrata a New Delhi dai fondamentalisti indù del Vhp (Visha Hindu Parishad) e, in tutti i regimi totalitari ancora in piedi - a Cuba dunque, in Corea del Nord, in Cina - i fedeli perseguitati, chiusi in prigione o mandati in campi di concentramento. La sorte dei cristiani d’Algeria che il bel film di Xavier Beauvois, Uomini di Dio, ha saputo, fra gli altri meriti, richiamare alla nostra attenzione. Quella dei copti in un Egitto dove, checché se ne dica, l’Islam resta religione di Stato. Senza parlare dell’attentato perpetrato il 31 ottobre, a Baghdad, da un commando di Al Qaeda che, in piena messa, ha preso d’assalto la cattedrale Nostra Signora del perpetuo soccorso, uccidendo 44 fedeli, per lo più donne e bambini. So bene che, nella maggior parte dei Paesi da me evocati, la sorte degli ebrei, per esempio, è stata stabilita da molto tempo e che, se ne vengono uccisi di meno, è perché non ne restano più. Non bisogna evidentemente contare su di me per abbassare la guardia di fronte a tutte le manifestazioni di un antisemitismo che, comunque, continua a rialzare la testa, a trasformarsi allegramente e ad assumere la forma, in particolare, di un antisemitismo senza ebrei, ma che in Israele scorge il volto stesso del diavolo. E nemmeno sarò io a trovare circostanze attenuanti (crisi, disoccupazione, classica ricerca di capri espiatori) alla recrudescenza di febbri razziste che, nelle democrazie europee, persino negli Stati Uniti, prendono di mira qui le minoranze di origine araba, là i turchi, là ancora i Rom. Ma dico semplicemente che l’antisemitismo ha finito col diventare, nelle nostre regioni, grazie al cielo, un crimine designato come tale, debitamente registrato, punito. Dico che il pregiudizio anti-arabi, o anti-Rom, per fortuna è condannato da organizzazioni tipo Sos razzismo che sono fiero di aver contribuito a fondare, venticinque anni fa, con Coluche, Simone Signoret e altri. E affermo però che di fronte a queste persecuzioni di massa dei cristiani, di fronte allo scandalo, per esempio in Algeria, delle donne cabile e cristiane fatte sposare con la forza o imprigionate, di fronte all’eliminazione lenta ma sicura delle ultime vestigia - Benedetto XVI ha detto, prendendo in prestito le parole della Bibbia ebraica: «gli ultimi resti» - delle chiese cristiane d’Oriente che tanto hanno fatto per la ricchezza spirituale dell’umanità, improvvisamente non c’è più nessuno ad alzare la voce. Allora, delle due l’una. O si aderisce alla dottrina criminale e folle che mette in competizione le vittime (a ciascuno i propri morti, a ciascuno la propria memoria e, fra gli uni e gli altri, la guerra dei morti e delle memorie) e ci si preoccupa soltanto delle «proprie» vittime. Oppure la si rifiuta (sappiamo che in ogni cuore c’è sufficiente spazio per compassioni, lutti, solidarietà diverse e non meno fraterne) e con la stessa energia, stavo per dire la stessa fede, si denuncia l’odio planetario, l’ondata omicida di cui i cristiani sono vittime e di cui la loro vecchia condizione di rappresentanti della religione dominante o, in ogni caso, più potente, impedisce di prendere coscienza. Esiste un permesso di uccidere quando si tratta dei fedeli del «papa tedesco»? Un permesso di opprimere, umiliare, martirizzare, in nome di un’altra guerra delle civiltà non meno odiosa della prima? Ebbene no. Oggi bisogna difendere i cristiani.
(traduzione di Daniela Maggioni)
«Corriere della Sera» del 17 novembre 2010

02 dicembre 2010

Caro Fazio, quelle di Welby e Englaro non sono storie private

di Giuliano Ferrara
Non mi piace l’idea che si debba chiedere a Fazio la "riparazione". Può andare bene, come pare sia andata con il ministro dell’Interno Maroni, quando si ha un elenco di fatti (gli arresti di latitanti mafiosi) da sottrarre alla logica di negazione affermatasi in tv davanti a molta gente che guarda. Ma per il resto, bisogna dirlo, la riparazione è una richiesta pigra, disperata, alla quale ci si acconcia da mendicanti, e non in senso cristiano. Sono spontaneamente e naturalmente solidale con la campagna di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. E con le associazioni e le singole persone e famiglie che hanno visto come uno scandalo la promozione nella trasmissione di Fazio delle due grandi epiche eutanasiche del nostro recente passato, i casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. Trovo ipocrita la motivazione con cui è stato negato l’accesso ai grandi malati di Sla e ad altri gruppi di cura e amore verso familiari che vivono la vita in una delle estreme propaggini del dolore. Noi non siamo per la morte, quindi non accettiamo i gruppi pro life, ha detto in sostanza il conduttore, aggiungendo che sono storie private, quelle di Welby e Englaro, come si fa a riparare il torto fatto da una storia personale raccontata in tv?
Non è così, caro Fazio, e lei lo sa benissimo. Su aborto ed eutanasia è in atto nella cultura occidentale un conflitto di assoluti, vita o morte. Una donna che abortisce il suo bambino o un parente che decide per il distacco del congiunto dalle macchine non sono moralmente condannabili, le loro storie possono e debbono essere rispettate. Ma la verità e la realtà che sottostanno a queste moderne e arcaiche incarnazioni della Croce non sono storie personali, non sopportano la sentimentalizzazione, esigono che si delinei con chiarezza una visione di quel che l’umanità è e può diventare a seconda delle scelte che compie. Welby non voleva semplicemente morire, come le persone in buona fede sanno e devono riconoscere: voleva affermare il diritto di morire e il dovere legale di dare la morte, come diritto pubblico, come legislazione, come cultura civile. E voleva che questa affermazione fosse visibile, che si svolgesse sotto l’occhio delle telecamere e la vigilanza dell’opinione pubblica, suggestionandola con l’immagine di un uomo prigioniero della sofferenza per la cattiveria dei preti. Lo stesso per Beppino Englaro: il suo scopo era politico, come si vedeva da subito e si è ben visto dopo la morte per sete (procurata) di sua figlia: non desiderava la morte di Eluana come alternativa al suo stato disabile, voleva la sanzione di una sentenza e il contrasto vittorioso con la cultura opposta alla sua.
Bisogna evitare l’ipocrisia. Negare ai malati e ai loro parenti e alle associazioni che li tutelano il diritto di replica non lo si può fare spacciando le testimonianze di Mina Welby e Beppino Englaro come faccende private. Erano manifesti ideologici, come manifesti ideologici sarebbero stati, se ammessi al cospetto dell’imperatore televisivo, pubblico e conduttori, quelli dei malati di Sla che vogliono vivere ed essere curati, si sentono vittime non già di accanimento ma di trascurato abbandono, e non sopportano l’ideologia che parla della loro vita liminare, e soprattutto della loro morte, senza tenere conto di loro.
Detto questo, come ha notato Aldo Grasso, è incredibile quanto sia forte, esclusiva, brutale l’egemonia del linguaggio televisivo di sinistra in Italia. Ci pensino i vescovi, che non hanno battuto ciglio quando lo strano cristiano Antonio Socci fu consumato e sbriciolato dal meccanismo televisivo. Ci pensino i borghesi perplessi, i conservatori se ce n’è uno, e in genere gli anticonformisti che non accettano la vulgata d’obbligo: come mai in tv non passa una sensibilità diversa da quella del militantismo di contropotere? Come mai non c’è una tv liberale, una tv con sense of humour, una tv cattolica, una tv di destra, una tv capace di guardare i problemi del tempo e giudicarli con uno schema che non sia pregiudizialmente orientato nel senso dei Fazio e delle Dandini? Non è il segno del fallimento di una classe dirigente, dell’incuria verso il linguaggio e la cultura dell’Italia che poi, a buon bisogno, accattona una riparazione in onda sugli schermi di Raitre?
«Il Foglio» del 29 novembre 2010

La tiritera nichilista

Monicelli, la grottesca mancanza di pietas dell’establishment italiano. Clericalismo verboso della chiesa secolarista. Perfino Napolitano si fa firmatario di questo tetro e ipocrita manifesto ideologico
di Giuliano Ferrara
L'altra sera un vecchio cieco e solo e malato si è buttato dalla finestra di un ospedale romano. Triste notizia di cronaca.
Succede, non spesso magari, ma succede.
Gli ospedali sono pieni di vecchi ammalati, la demografia dice che la tendenza è quella, una società di vecchi che a un certo punto si ammalano e devono curarsi e affrontare un periodo di prove molto dure, di conflitto tra un barlume di speranza e una letale noia di vivere. Questo vecchio che si è messo in volo era celebre per la sua arte di regista di commedie e per la sua personalità pubblica dal tratto amabilmente cinico e abrasivamente misantropico. Abbiamo scoperto allora che una circostanza malinconica, forse addirittura disperata, può trasformarsi, nel discorso pubblico italiano, in un orgoglioso e tetro manifesto ideologico a favore della libertà, dell'autodeterminazione umana, e del loro più recente compagno in occidente, il nulla.
Monicelli, come chiunque, aveva la facoltà di fare quel che ha fatto senza essere poco cristianamente e liberalmente giudicato, tanto meno biasimato o condannato. Dico la facoltà e non il diritto, perché “diritto di buttarsi dalla finestra” è espressione in sé grottesca, sebbene la sua parafrasi sia risuonata in confusi discorsetti sull`eutanasia pronunciati alla Camera. Ma la facoltà sì, quella ovviamente ce l'aveva. Il presidente della Repubblica e l'establishment culturale e civile italiano (ma per il presidente Napoletano questo giudizio vale doppiamente, per l`una e l'altra metà del paese che rappresenta) non hanno invece ii diritto di imporci una insincera, mistificatrice, ideologica apologia della disperazione, della solitudine, della misantropia e del suicidio.
Ognuno può in coscienza valutare il gesto di Monicelli alla luce di convinzioni diverse, tutte libere: convinzioni religiose di tradizione cristiana, filosofie materialiste o ateiste, ma anche semplici considerazioni di senso comune sulle circostanze e il significato di una decisione estrema, in una situaziòne limite, che ha risvolti morali da discernere in spirito compassionevole, all`insegna della pietà. La valutazione dovrebbe essere discreta, attenta, governata dalla sensibilità e non dall'arroganza culturale, che è una delle peggiori varianti dell'aggressività umana. Ma come si vede siamo di fronte a ben altro. Il giornalista collettivo e l`uomo di spettacolo - figure massimamente ottuse del contemporaneo - hanno deciso in men che non si dica, appena la salma è stata ritrovata e coperta da un lenzuolo bianco nella pioggia, che il volo di Monicelli è lo sberleffo del laico, un atto di anticonformismo, l`espressione di una volontà incoercibile, superba, nobilitante per l'intera comunità. Ma a questa tiritera nichilista di serie B, caratterizzata da spontaneità e sciocco automatismo, indizio di un modo coatto, indottrinato, di guardare ai fatti della vita e della morte, si sono aggiunte le dichiarazioni autorevoli di leader politici o quella, caratterizzata da una sfumatura di prudenza, ma in sé non diversa dalle altre, del capo dello stato, che ha combinato nella sua riflessione pubblica la “forte personalità” di un grand`uomo con la necessità di “rispettare” questo suo ultimo “scatto di volontà”.
Io penso che un uomo colto ed equilibrato come Napolitano dovrebbe tenere conto, per dirlo con Geno Pampaloni, dì quel “sentimento dell`assoluto con cui l`uomo nella storia si difende dalla storia”.
Una volta il gesto suicida di un uomo celebre sarebbe stato circondato nella parola pubblica da un eccesso di pudore, da una riservatezza negazionista radicata nel senso del peccato e nella concezione cattolica della vita, e questo è qualcosa che probabilmente non tornerà mai più. Ma la cattiva secolarizzazione si vede dal fatto che la sua chiesa, con i suoi chierici e il suo clericalismo ciarliero e i suoi mortiferi devoti, rovescia la frittata; e impudicamente esibisce, davanti a vecchi e malati che magari vogliono curarsi e sperare, davanti a cittadini che si aspettano autorità e leader intellettuali capaci di pietas e di misura nel giudizio, un nmanìfesto di gioiosa lode a chi in nome dei veri significati della vita - la vitalità, hanno detto - si è appena tolto di mezzo con tragica brutalità. Dicono che quel vecchio uomo di talento che si è buttato dalla finestra, lui sì, aveva “la schiena dritta”, era un partigiano dell`esistenza degna di essere vissuta. Nemmeno il regista Denys Arcand, con le sue demoniache ma tenere “Invasioni barbariche”, la storia di un'eutanasia postsessantottina vissuta in gruppo, aveva esibito una così stucchevole retorica di stato sulla morte come bandiera.
Il suo racconto aveva la specifica pietà di una esperienza scristianizzata della fine terrena, e di una comunione generazionale fatta di amicizia e di valori umani stupefatti, fragili ma sinceri. Questa trombonata nazionale è molto peggio, è la misura irriflessa di quanto siamo diventati ipocriti e bugiardi.
«Il Foglio» del 2 dicembre 2010

Stasera ti butti

Il suicidio come scelta da consigliare vivamente. Chi non ci sta
di di Nicoletta Tiliacos
“Non fate pettegolezzi”, aveva lasciato scritto Cesare Pavese (e prima di lui Majakovskij) prima di suicidarsi. Mario Monicelli, che di scritto non ha lasciato nulla e si è buttato dal balcone di un ospedale romano lunedì sera, era uno che non temeva certo i pettegolezzi. Temeva semmai la trombonaggine e il sussiego, eppure si ritrova monumentalizzato in morte proprio per via di quel suo congedo violento dalla vita. “Un’ultima manifestazione forte della sua personalità”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Una manifestazione di libertà, secondo l’attrice Stefania Sandrelli (“Questo per lui è stato un estremo gesto di libertà, di anticonformismo, di curiosità”) e secondo il critico Mariano Sabatini (“Togliendosi la vita, perché malato e anziano, ci ha dato l’ennesima lezione di libertà”); prova di “forza del carattere che gli ha permesso di farla finita come voleva, quando voleva” (Lietta Tornabuoni); dimostrazione che la vocazione del mestiere è stata più forte di tutto, perché Monicelli “ha voluto inventarsi un finale” anche per la propria esistenza, uscendo di scena “in modo cinematografico” (Carlo Vanzina).
Meglio di tutti, il regista Giovanni Veronesi: “Ha deciso lui come e quando andarsene. E così facendo, si è ringiovanito di cinquant’anni. Perché il suicidio non è un gesto da vecchi… quest’ultima traccia d’inchiostro è proprio la sua firma, contiene tutta la sua ironia, la sua amarezza… credo che anche la sua uscita finale sia un gesto di libertà, un rifiuto di abbandonarsi alla disperazione. L’ultimo affronto a una vita presa di petto”. (segue dalla prima pagina)
Dagli ottanta in su siamo tutti avvertiti: il suicidio è garanzia di seconda giovinezza.
La radicale Rita Bernardini ha chiesto “almeno una riflessione, della Camera sul modo in cui Monicelli ha scelto di lasciare la vita”, per concludere che va garantita la “dolce morte” a chi non ce la fa più. E se non si riesce proprio a immaginare Monicelli che firma moduli per garantirsi l’iniezione letale di stato, si capisce che, da parte di chi gli ha voluto bene, si voglia negare la tragedia di quel volo disperato o rassegnato, premeditato o impulsivo (non lo sapremo mai) per dargli la solennità, se non la serenità, di un testamento stoico. Per vederci addirittura una ridente capacità di prendersi gioco della morte, cercandola. Ma ha senso raccontare il suicidio di Monicelli come modello, esempio, “sberleffo laico” e “vita presa di petto”? Deve vergognarsi il vecchio che accetta la propria vita fino all’ultimo giorno, dura, malata o solitaria che sia? Saranno pavidi, non liberi, servi e vigliacchi, i novantenni che non approfittano della prima occasione per buttarsi da un balcone?
Lo scrittore Manlio Cancogni, novantaquattro anni, amico di Monicelli da quando ne avevano rispettivamente ventuno e ventidue, dice al Foglio che il regista “era un uomo riservato, modesto, alieno da ogni forma di teatralità. Buttarsi da un balcone al quinto piano in una sera di pioggia è un gesto teatrale, e per questo penso che la sua sia stata l’ispirazione di un momento, non premeditata. Non mi piacciono certi commenti sulla sua morte, che vorrebbero riempirla di un significato di ‘sigla’ necessaria alla vita che Monicelli ha vissuto. Non riesco a spiegare certe apologie se non legandole alla morale dominante del nostro tempo, alla sua irreligiosità, a una delle tante bandiere del laicismo. Ma sono solo favole retoriche applicate a Monicelli, antiretorico per eccellenza”.
Il filosofo Massimo Cacciari trova “sovradimensionati certi commenti. Monicelli era un novantacinquenne, malato e stanco, che ha trovato il coraggio di buttarsi dal quinto piano e ha fatto benissimo. Punto. Non c’è nessun valore di esempio nel suicidarsi così come non c’è nessun valore di esempio nel vivere semplicemente”. Eva Cantarella, studiosa del mondo antico, nel suicidio di Monicelli vede “la fine di un uomo libero che ha deciso di concludere una vita che non sentiva più come degna. Il suo mi appare come un atto coerente con la vita di un uomo come lui. Nessuno può sapere se Monicelli avrebbe voluto dare un significato esemplare al proprio suicidio. Io, pur senza averlo conosciuto, quel significato lo vedo. Ritengo il suicidio di Monicelli un gesto di grande coraggio”. Lo scrittore Ruggero Guarini pensa che “la libertà di suicidarsi uno se la prende, non c’è bisogno che qualcuno te la riconosca. Ma in certi commenti alla morte di Monicelli vedo la vanagloria di chi vuol farsi bello con il vero o supposto coraggio altrui. Vedo un modo di tradire il rispetto per chi ha fatto quella scelta. E vedo la totale mancanza di pietas, dell’elemento religioso della vita che ti impone di rispettare sia l’inesplicabile gesto di Monicelli sia le scelte di chi resta attaccato all’esistenza fino all’ultimo. Sono due momenti dell’‘esserci’ umano che vanno ugualmente rispettati, che esigono silenzio e misericordia”.
Il critico letterario Alfonso Berardinelli riflette sull’inevitabile tentazione di cercare lasciti e messaggi, nella scelta di un personaggio popolare come Monicelli, “ma a quella tentazione bisognerebbe resistere. A volte i suicidi sono disperati atti di vitalità, e magari la vita che era in lui, la sua impazienza, lo hanno portato imprevedibilmente a quel gesto. Mi sembra un po’ osceno mettersi a fare filosofia sul suicidio di uno che sul suo suicidio non ha lasciato detto o scritto nulla. Mettersi nella testa di una persona morta suicida per ricavarne teorie, e magari spenderle su un piano etico-politico, mi sembra indecente”. Berardinelli evoca la morte di Primo Levi, con le congetture sul raptus che salvavano “l’immagine moralmente corretta dell’eroe sopravvissuto al lager. Un’immagine che poteva risultare macchiata da un suicidio interpretato come debolezza, come sconfitta”. Nel caso di Monicelli, le congetture vanno nel senso opposto, del coraggio e dell’affermazione di libertà, “ ma prima di teorizzare bisognerebbe visualizzare mentalmente i suoi film, per capire quanto poco congrui certi sproloqui morali siano all’incredibile varietà comica, drammatica, grottesca, a quel senso dell’imprevedibilità, dell’imponderabilità delle azioni, della varietà dei tipi umani. Se si considerasse tutto questo, ci si fermerebbe, prima di ricavare un enunciato secco dal gesto di un uomo simile. Tutta la vita Monicelli ha insegnato che non ci sono lezioni da dare”.
«Il Foglio» del 2 dicembre 2010