05 luglio 2007

Virilio: ritornare alla parola

Il massmediologo francese mette in guardia: «Necessario è il verbo, mettiamo un freno al dilagare dell’immagine, altrimenti il domani sarà segnato da paure, da nuovi totalitarismi. E anche l’arte e l’estetica moriranno»
di Antonio Giorgi
«Torniamo al verbo, alla parola. Mettiamo un freno al dilagare e al predominio asfissiante dell'immagine, altrimenti il domani sarà segnato da paure incontrollabili, dal rischio di nuovi totalitarismi, dalla prospettiva di sanguinose guerre civili». Conversare con Paul Virilio è sempre uno stimolante esercizio di approfondimento e verifica della realtà che circonda l'uomo metropolitano di oggi. Filosofo, politologo, urbanista e mass-mediologo lo studioso francese è oggi uno dei più raffinati interpreti della cultura transalpina moderna; nel suo buen retiro della Rochelle, ai bordi dell'Atlantico, dove si è appartato al termine di una intesa carriera parigina, si è dato l'impegno di vivere da cittadino del mondo indifferente alle lusinghe anche sotterranee del nazionalismo, consapevole che la globalizzazione «va vissuta con i suoi rischi ma anche con le sue speranze». Scrive molto, Virilio. Il suo ultimo saggio L'Art à perte de vue (pubblicato in Italia da Raffaello Cortina con il titolo L'arte dell'accecamento, pagine 104, euro 8,50) è una articolata denuncia dei mali indotti dalla ricorrente sovraesposizione mass-mediatica, dove il sensibile è diventato il fotosensibile, l'obiettività una teleobiettività. «È accaduto - lamenta l'autore del pamphlet - ciò che era inevitabile, abbiamo disappreso l'arte di vedere».
Affermazione paradossale, la sua. Non è questa la stagione dell'immagine? Non viviamo sommersi dalla realtà fotografica e da quella catodica?
«Appunto. Anneghiamo nelle immagini della tv, ma la parallela restrizione del campo ottico al solo teleschermo induce una perdita della lateralità. È come se avessimo il glaucoma, ci manca la percezione della sconfinata realtà che sta a lato del televisore, o anche del telescopio, o del telefonino, o del computer. Lo schermo rimpiazza l'orizzonte, e per contro il nostro orizzonte è limitato allo schermo. Ci illudiamo di vedere tutto, invece l'occhio non scorge quasi nulla».
Con quali conseguenze, dirette e indirette?
«Si parla sempre di obiettività, nel campo dell'informazione la si invoca a proposito e a sproposito, ma ormai stiamo transitando dall'obiettività alla teleobiettività, nel senso che la visione lontana nasconde quella vicina con imponenti ricadute sulla intersoggettività. La prospettiva del tempo reale presentata dallo schermo tv domina e vela la prospettiva dello spazio reale della vita, che ha fondato l'arte contemporanea. Intendiamoci, questa dominanza non coinvolge solo la rappresentazione artistica, non è unicamente un fatto estetico. Ne viene coinvolta la natura. Ne è toccata perfino la politica. Non ci rendiamo conto che la politica di questi anni è sempre più interconnessa al fattore paura?»
Nel senso che il potere nelle sue articolazioni sfrutta paure private e collettive per liberarsi dai lacci del controllo democratico e agire con mano libera?
«Anche. Infatti siamo passati dall'epoca della dissuasione militare - che si reggeva sull'equilibrio del terrore degli ultimi decenni del secolo scorso - alla stagione della dissuasione civile che trae alimento da infinite paure, non solo quella terroristica dopo l'11 settembre. Pensiamo alla paura di perdere il lavoro in epoca di globalizzazione, alla paura dell'emigrazione (io sono figlio di emigrati italiani, tengo a dirlo) e a tutti gli altri timori e incubi che agitano i nostri sonni. La paura è diventata il cuore del politico, cioè di tutto quanto è politico. Non è più un fatto individuale, perché allora puoi reagire con il coraggio. La paura si è fatta collettiva, e puoi solo subirla come la subivo io quando ero ragazzo durante la guerra. Ha svariati nomi: globalizzazione, delocalizzazione produttiva, disoccupazione, perdita della casa, inflazione, arrivo massiccio degli stranieri... Tutte le paure però convergono, sicché agli incubi della guerra fredda sono subentrate le angosce di una condizione generalizzata che definisco di panico fred do».
In questo orizzonte fosco riesce a cogliere elementi capaci di alimentare la speranza di un futuro migliore? Oppure l'avvenire dell'umanità è segnato?
«Alla disperazione non bisogna mai cedere. Trovo molto bella quell'affermazione di Churchill che dipingeva l'ottimista come un uomo che sa vedere una opportunità in ogni calamità. Io sono cristiano praticante, fervente, convertito da adulto; si figuri se posso vivere senza speranza. La stessa globalizzazione ne racchiude vari alcuni germi, non neghiamolo».
Quale vuol essere allora il messaggio autentico che proporre il suo saggio sull'accecamento massmediatico della società contemporanea?
«Mentre l'arte di vedere è diventata una vittima della modernità non posso non sottolineare che vedere e sapere erano i principi attorno ai quali si articolava la ricerca scientifica e la speculazione culturale dopo il secolo dei lumi. Vedere e potere assumono identica valenza nel XXI secolo, ora che siamo passati dal telescopio di Galileo e di Newton alla tele-percezione politica. Non dimentichiamo che se le società totalitarie hanno tentato di imporre politiche pan-ottiche, di per sé massificanti, anche la società globale che si annuncia possiede i mezzi audio e televisivi che possono indurla a ripetere errori costati cari all'umanità. Dunque il problema non è la gestione più o meno centralizzata della visione planetaria in chiave di Weltanschaung, ma l'affermazione di una nuova filosofia della tele-visione del mondo capace - grazie alla corretta interpretazione della realtà vicina e lontana - di far sopravvivere la democrazia e ricostruire un clima generale di pace civile. Dietro la più parte delle paure c'è la minaccia della guerra. Civile, non tradizionale. Civile, e pertanto più tragica».
La scuola, l'università, la cultura che apporto possono offrire al superamento della cecità provocata dal dilagare dell'immagine?
«Questi tre soggetti devono battersi per il ritorno al ve rbo, alla parola. La politica, "il politico" è fondato sulla parola, sul verbo, sulla scrittura. È sempre stato così, dalla polis greca al mondo contemporaneo. Quando, come rischia di accadere oggi, l'immagine istantanea trionfa sul verbo, è la tirannide. Tirannide del tempo reale, tirannide mediatica, dell'ubiquità, dell'immediatezza cronologica. La democrazia soffoca e si impone la babele, confusione di lingue e di immagini. Mentre l'immagine domina e la fa da padrona assoluta, la parola cade in una condizione di sudditanza e nascono i guai. Tocca a noi far vincere il verbo».
«Avvenire» del 23 maggio 2007

La crisi della politica il non ascolto dei cittadini

Diamo spiegazioni interessate e quindi ininfluenti
di Pio Cerocchi
La crisi di fiducia degli italiani nei confronti della politica, ha molte facce, a partire proprio dalla sua cronologia. Sarebbe ingenuo, infatti, credere che essa nasca solo adesso e che proprio ora si scoprano le antiche piaghe della lentezza e della scarsa trasparenza dell'azione legislativa, per non dire dei costi della politica e dei suoi apparati. La crisi della fiducia degli italiani, dunque, non è cosa di oggi, né è vero che essa nasce solo con Tangentopoli. Le sue origini, infatti, sono molto più antiche e variegate, perché si tratta di sentimenti che sono sorti in tempi distinti negli elettorati delle diverse forze politiche. Così mentre nel mondo delle associazioni e dei nascenti movimenti cattolici, già negli anni "settanta" si consolidava una radicale richiesta di rigenerazione alla Dc, la cui "rappresentanza" era fortemente contestata; quella stessa crisi fu considerata dal blocco della sinistra, non come una iattura, ma piuttosto come un'ottima opportunità per pescarvi quei voti che nel '75 e poi nel '76, portarono il Pci ben al di sopra della soglia del trenta per cento dei consensi elettorali. Ho citato le vicende lontane degli anni Settanta per respingere la brutta consuetudine di accorciare la memoria a seconda delle opportunità. E così come è ridicolo, e si è detto e scritto un po' dappertutto, parlare di «fine della storia», non ha senso farla cominciare da date sempre più prossime al presente. L'accorciamento della memoria e le definizioni arbitrarie delle sue stagioni storiche, infatti, non sono altro che piccole astuzie per occultare i ricordi "scomodi", rafforzando con ciò l'idea illusoria di una "novità" poi contraddetta dai fatti. Tranne rarissime eccezioni, del resto, i protagonisti di queste discussioni mediatiche hanno biografie politiche che affondano le loro radici nell'humus più denso della prima Repubblica, e, almeno per questo, non possono vantare alcuna "innocenza" rispetto ai mali che pubblicamente denunciano. Ma la crisi della politica, pur non nuova, c'è lo stesso, e tutti possono constatarla. Essa non è uno tsunami imprevedibile e disastroso, ma un fenomeno che arriva ai nostri giorni sui tanti fili delle diverse storie dei partiti politici italiani e sulle culture che più delle altre hanno caratterizzato la vita del Paese. Chi volesse indagarle, dunque, scoprirebbe in queste i motivi originari della crisi che oggi si lamenta. Non solo quelli diversi da partito a partito, e da cultura a cultura, ma anche alcuni importanti tratti comuni, che svelano il male profondo della nostra democrazia e cioè, la crisi della rappresentanza. Un problema che il "ceto politico" continua ad aggirare senza mai prenderlo di petto, come, invece, si dovrebbe fare. Non sono passati molti giorni dal Family Day, eppure nessuno tra i politici - al di là dei tentativi più o meno scoperti di appropriarsene - si è domandato sinceramente il perché una così grande e pacifica moltitudine di cittadini, abbia sentito la necessità esprimersi direttamente, senza affidare alcun mandato di rappresentanza. I tempi e i costi della politica, sono aspetti importanti, ma da soli - lo vediamo - non risolvono la questione. La crisi della politica, infatti, non è di efficienza, né può essere superata rispondendo illuministicamente soltanto ad alcuni interessi immediati e materiali, oppure facendo e disfacendo partiti ad ogni piè sospinto. Si deve pensare che molti cittadini hanno conservato idee ed ideali, credendo a ragione che in democrazia, possano e debbano avere una vera rappresentanza. E di questo, credo, i politici oggi dovrebbero preoccuparsi.
«Avvenire» del 23 maggio 2007

Riusciamo a far meglio della 194?

Una legge da applicare meglio e in parte da superare
di Eugenia Roccella
Sono passati più di due mesi dalla morte del piccolo Tommaso all'ospedale Careggi di Firenze. I medici gli avevano diagnosticato un'atresia dell'esofago, malformazione rivelatasi poi inesistente, ma che comunque avrebbe potuto essere operata alla nascita con alte probabilità di successo. Dopo un'odissea infinita di indagini, ecografie e pareri tecnici, senza che nessun medico realmente prendesse in carico le angosce e i dubbi dei genitori, la coppia aveva ceduto all'idea dell'aborto, nonostante la gravidanza fosse ormai alla 23esima settimana. Il bimbo però era nato vivo, come accade spesso negli aborti tardivi; e anche se è durata solo pochi giorni, la sua semplice, fisica esistenza, ha rappresentato uno scandalo. Se Tommaso fosse morto subito, come era previsto, o se la malformazione ci fosse stata, il caso non sarebbe nemmeno finito sui giornali. Ma la sua breve lotta per sopravvivere è stata un potente atto d'accusa contro l'uso dell'aborto come setaccio, rozzo ma efficace, per selezionare il figlio sano. Il presidente del Comitato nazionale di bioetica francese, Didier Sicard, ha spiegato in un'intervista a Le Monde come le diagnosi prenatali servano a identificare e scartare il prodotto difettato, il bimbo che magari soffre di un problema modesto o correggibile, per esempio una malformazione del palato o del piede. Accade così che desideriamo costruire una cultura dell'accoglienza e poi accettiamo l'eliminazione sistematica dei bimbi "imperfetti"; o che leggiamo compiaciuti articoli sui Down intitolati «La prima cura: abbattere i pregiudizi» (Repubblica del 16 maggio), senza ricordare che i bimbi Down vengono ormai quasi sempre abortiti. Basta osservare con un po' di attenzione che cosa accade in tanti ospedali italiani per verificare che la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, la stessa che tutti si affannano a difendere e a dichiarare intoccabile, è un vero colabrodo: in parte ancora inattuata, in parte male applicata, in parte violata. I primi due ar ticoli della legge, che riguardano la prevenzione, in particolare gli aiuti per le donne che vorrebbero tenere il figlio, sono da sempre lettera morta. In tutti questi anni solo l'ostinazione generosa dei volontari del Centri di aiuto alla vita ha permesso a tante donne di esercitare la libertà di essere madri anche in condizioni di difficoltà. L'articolo 6, che consente l'aborto oltre i tre mesi solo in presenza di «rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna», viene interpretato con larghezza, mentre l'articolo 7, che vieta l'aborto quando esista una possibilità di sopravvivenza del feto (a meno che non ci sia pericolo di vita per la madre), è spesso disatteso. Inoltre, in sette regioni italiane si usa illegalmente la pillola abortiva Ru486, senza le più elementari garanzie per la salute delle donne, con protocolli fai-da-te, e ignorando l'invito del Consiglio superiore di sanità a ricoverare le pazienti fino a completamento dell'aborto. Di fronte a tutto questo, dobbiamo continuare a far finta di niente? Trent'anni sono molti, per una legge come la 194: sono cambiate le donne, sono cambiati i motivi per cui si interrompe una gravidanza, sono cambiate le tecniche e l'approccio dei medici al problema. Ci vorrebbe uno sforzo comune, aldilà delle antiche divisioni, per non svuotare di senso le tutele offerte dalla 194, e magari stilare linee guida che tengano conto delle nuove realtà. Ministro Turco, che ne pensa?
«Avvenire» del 23 mahhio 2007

La disfida dei darwinisti

Stanley Jaki, il teologo che ha ispirato anche Schönborn, fa il punto sulla battaglia tra evoluzionisti e creazionisti: «Due eccessi»
di Lorenzo Fazzini
«Il meccanismo descritto da Darwin non dà prove su come le specie si evolvono le une dalle altre»«Ma quanti insistono a prendere la Bibbia come testo scientifico rischiano una deriva nel fondamentalismo. I cattolici stiano attenti»
Non contro Darwin, ma in opposizione al darwinismo. Stando ben attenti a non fare del cosiddetto creazionismo una nuova ideologia, pericolosa per la fede. Stanley L. Jaki, docente alla Seton Hall University di South Orange, nel New Jersey, e noto studioso del rapporto tra teologia e scienza, non ha dubbi: «Sia darwinisti che creazionisti hanno posizioni rispettivamente incomplete». Di passaggio nei giorni scorsi a Verona per una conferenza - nel capoluogo scaligero ha sede Fede & Cultura, diventato il nuovo editore del sacerdote magiaro-americano (ultimo lavoro pubblicato, Cristo e la scienza) - Stanley L. Jaki affronta l'attualissimo tema delle relazioni tra la comprensione biblica della Creazione e la teoria evoluzionistica di Charles Darwin. Proprio a Jaki il cardinale di Vienna Cristoph Schönborn aveva dedicato alcuni importanti passaggi della sua recente prolusione tenuta al Marcianum di Venezia su «Fides-ratio-scientia: dove è situato attualmente il dibattito sull'evoluzionismo?». A Jaki - premio Templeton nel 1987 - Schönborn ha riconosciuto il merito di aver smascherato la pretesa anti-teologica di Darwin. Ma, attestato ciò - secondo il teologo benedettino - non bisogna fare generalizzazioni e rigettare interamente quanto proposto dal naturalista di Shrewsbury: «Lui stesso aveva ammesso di non aver mai osservato, in nessun caso, la trasformazione di una specie in un'altra. Tuttavia ha affermato che il meccanismo da lui proposto per spiegare il gran numero delle specie e la loro sequenza era corretto».
Di quale meccanismo parla?
«Quello dell'evoluzione, che si basa su due fattori: la differenza tra genitori e prole, che è ovvia, e l'impatto dell'ambiente fisico su tale differenza. Da Darwin in poi questo meccanismo è stato abbondantemente investigato, in parte grazie allo sviluppo della genetica, che permette di misurare in profondità queste differenze fino ad arrivare al livello molecolare».
Quali sono le indicazioni a favore dell'evoluzione?
«La distri buzione geografica dei viventi e dei fossili, la loro sequenza temporale, gli organi omologhi e lo sviluppo filogenetico. Ma tali affermazioni si basano sull'abilità mentale dell'uomo di fare generalizzazioni ed estrapolazioni: è per questo che la filosofia di stretta osservanza materialista - connessa con il darwinismo dal punto di vista ideologico - distrugge il valore dimostrativo della stessa teoria di Darwin».
Qual è la relazione tra darwinismo e cristianesimo?
«Tra le basi della fede cristiana c'è la dottrina della creazione. L'affermazione di un un Creatore infinitamente potente e intelligente comporta anche l'idea che la sua creazione sia totalmente connessa e coerente. Tale principio, in altri termini, afferma cioè che il mondo materiale opera esclusivamente per cause secondarie. Anche nella Rivelazione biblica niente indica che Dio abbia creato le varie specie separatamente. Dal punto di vista della fede cristiana è dunque molto sospetto il fatto che per contemplare il mondo materiale, compresi gli organismi viventi, si debba assumere la posizione secondo cui un tale mondo non possa operare in modo autonomo».
A suo giudizio, da cosa è causato l'attrito che spesso esiste tra chi professa la fede cristiana e coloro che sostengono l'evoluzionismo?
«Molti teologi non hanno voluto comprendere che la Rivelazione ci fu non per spiegare come vanno i cieli, ma come si va in cielo. D'altro canto molti darwinisti non hanno ammesso che il meccanismo darwinista non dà prove concrete a proposito della trasformazione graduale da una specie a un'altra. In modo particolare, questi ultimi non hanno valorizzato l'aspetto metafisico delle indicazioni prima accennate. Dunque l'attrito è originato da un conflitto di posizioni rispettivamente incomplete».
Può aggiungere qualcosa sulla corrente «creazionista»?
«Nel corso della storia vi sono stati dei cristiani, in particolare i fondamentalisti, che non hanno riconosciuto che la Bibbia non è un testo scientifico. Il cosid detto creazionismo è una forma nascosta di fondamentalismo, a proposito del quale i cattolici devono stare in guardia. I creazionisti e i propugnatori dell'"Intelligent Design" sorvolano sul fatto che mentre una forma può essere misurata, un disegno implica un'intenzionalità che non può essere quantificata. E d'altro canto gli evoluzionisti non accettano che non c'è una giustificazione per rendere una teoria scientifica pari a un'ideologia».
Quali altre possibilità esistono per spiegare la sequenza degli esseri viventi?
«Vi è ad esempio il lamarckismo [dal nome di Jean Baptiste Lamarck, scienziato francese vissuto tra Sette e Ottocento, ndr], cioè la teoria secondo cui le caratteristiche acquisite possono essere trasmesse alla prole: ma essa non funziona. Un'altra spiegazione è il vitalismo e la sua variante dell'élan vital proposto da Henri Bergson; una nuova ipotesi è la supposizione che la materia contenga una tendenza interiore verso il punto-Omega. Ma tutte queste tendenze, non potendo esser soggette a misurazione, non posso essere proposte come teorie scientifiche».
«Avvenire» del 20 maggio 2007

Legalizzare la droga? Cadono molte remore morali

In margine ad alcuni fatti di cronaca nera
di Giacomo Samek Lodovici
I drammatici fatti di cronaca nera di questi ultimi giorni legati all'uso di droghe dovrebbero far riflettere su alcune delle argomentazioni tipiche degli antiproibizionisti. Secondo costoro, la legalizzazione della cannabis avrebbe il merito di colpire le organizzazioni criminali, eliminando i profitti che esse ricavano dal narcotraffico.
Bisogna replicare che se spacciare sostanze stupefacente è moralmente lecito, allora non si capisce perché vietarlo a queste organizzazioni; se invece spacciare non è moralmente lecito, allora non lo deve fare nessuno, neanche con la licenza dello Stato. Legalizzando la cannabis, lo Stato permette che qualcuno possa esercitare attività criminali, purché con la licenza: un po' come dare ad alcuni la licenza di assassinare, per togliere i proventi ai killer. Inoltre, gli spacciatori che rimarrebbero senza la licenza dello Stato, non potendo più guadagnare smerciando la cannabis, si concentrerebbero sul commercio di droghe peggiori (per esempio l'eroina o la cocaina), che sono molto più redditizie, quindi la legalizzazione non ne diminuirebbe i profitti. Del resto, anche nell'ipotesi di legalizzare la cannabis, lo smercio non potrebbe essere accessibile anche ad un bambino. Perciò, gli spacciatori, non potendo più guadagnare profitti dalla vendita agli adulti, cercherebbero di avvicinare alla droga appunto i bambini, per poter guadagnare qualcosa almeno con loro. Alcuni antiproibizionisti dicono anche che la legalizzazione fa diminuire il consumo, perché viene meno il fascino del proibito. Si può ribattere che le leggi non soltanto disciplinano delle situazioni, ma inoltre le influenzano, perché incidono sulla cultura di un popolo. In Spagna, per fare solo un esempio, la legge di Zapatero, che ha accorciato a soli tre mesi i tempi per ottenere il divorzio, ha incrementato la concezione per cui il matrimonio è un impegno molto labile, determinando l'aumento dei divorzi: erano 52.591 nell'anno prima della legge, sono diventati 82.340 già nei soli primi sei mesi del 2006. La legalizzazione fa, cioè, cadere molte remore morali al consumo di droghe. Inoltre diminuisce la difficoltà di procurarsele. E il caso olandese smentisce la tesi antiproibizionista. Infatti, un documento (che cita vari studi) della Drug Enforcement Administration, la polizia antidroga degli Stati Uniti, rileva che in Olanda, dopo la legalizzazione della marijuana, dal 1984 al 1996 il consumo tra i giovani è passato dal 15 al 44%. E, se è vero che una politica di lotta alla droga non ne potrà mai del tutto cancellare la vendita e il consumo, tuttavia le severe leggi americane, unitamente ai programmi educativi, negli ultimi due decenni hanno ridotto il consumo di droghe di più del 33% e quello di cocaina del 70%. Infine, qualora fosse vero che il consumo di cannabis cala se non c'è il gusto della trasgressione, questo gusto si sposterebbe dalla cannabis alle droghe peggiori, contribuendo a farne aumentare il consumo. Da ultimo, non è vero che se si vieta il commercio delle droghe bisognerebbe vietare anche quello degli alcolici: mentre il consumo di droghe comporta pericoli, come minimo, per l'incolumità pubblica (si pensi agli incidenti stradali provocati da chi usa sostanze stupefacenti), l'uso moderato degli alcolici non è, di per sé, pericoloso per nessuno.
«Avvenire» del 20 maggio 2007

Il cervello non è «multimediale»

Le ultime scoperte su come il nostro organo principe fa fronte ai tanti stimoli dell’era digitale
di Franca Porciani
Ci stiamo abituando all’attenzione multipla. Forse troppo
È innegabile. L’era del consumatore «anfibio» che divide l’attenzione fra uno spot televisivo, una pagina web, un sms e, magari, qualcos’altro ancora, è iniziata. L’arte di fare molte cose alla volta (per ridurre all’osso il concetto che gli americani chiamano multitasking) sembra legata a filo doppio al bombardamento delle tecnologie della comunicazione: alzi la mano chi non parla al telefonino mentre guida, o mentre legge le email. Ma quest’attenzione smozzicata per un singolo compito, il sovvertimento del vecchio «qui e ora» non riduce efficienza e concentrazione? Probabilmente sì, visto che il nostro cervello ha selezionato nell’arco di millenni la capacità di concentrarsi su una cosa sola per volta (e non sembra disposto per ora a cambiare attitudine). Succede allora che, quando crediamo di prestare attenzione a due eventi in contemporanea, in realtà attiviamo l’attenzione e diamo risposta soltanto al primo; quando quest’operazione mentale si è conclusa, ci dedichiamo all’altro. Un «collo di bottiglia» nella selezione delle risposte che assomiglia ad una strada stretta dove arrivano due automobili: insieme non possono passare, avanza prima una, poi l’altra. La dimostrazione di questo risale, addirittura, ad esperimenti del 1952. Il multitasking allora rischia di rovinarci la vita perché tracima qualsiasi possibilità di concentrazione e ci espone ad uno stress «biologico». Ne è convinto René Marois, psicologo alla Vanderbilt University di Nashville sulla scorta dei suoi esperimenti. Uno di questi, forse il più importante, pubblicato nel dicembre scorso sulla rivista Neuron, è quello con cui il ricercatore avrebbe scoperto dove si nasconde nel cervello il famoso «collo di bottiglia». Mettendo a nudo con la risonanza magnetica il cervello di un gruppo di volontari che dovevano scegliere fra otto possibili risposte a compiti proposti in contemporanea, Marois ha identificato due aree della corteccia cerebrale, situate nelle aree frontale e prefrontale, che svolgerebbero un ruolo chiave nel posticipare una risposta rispetto ad un’altra quando gli stimoli sono molto ravvicinati. «Conferma una ricerca, cui ha partecipato anche il nostro gruppo, pubblicata sulla rivista Nature qualche anno fa - commenta Pietro Pietrini, psichiatra e neuroscienziato dell’università di Pisa -. Dimostrammo che quando ci vengono assegnati compiti via via più complessi, a livello cerebrale si assiste all’attivazione progressiva della corteccia cerebrale proprio nelle aree identificate poi da Marois». Il nostro cervello avrebbe, in sostanza, un limite «biologico» di risposta che non si può forzare oltre una certa soglia. Ma, come al solito, c’è chi sostiene che si tratti di un’ipotesi riduttiva e pessimista. In effetti, gli esperimenti di David Meyer, psicologo all’Università del Michigan ad Ann Arbor hanno messo in evidenza che con un allenamento forzato (almeno 2000 tentativi) alcune persone riescono a svolgere due mansioni nello stesso momento con la medesima abilità con cui le avrebbero fatte in successione. In sostanza Meyer è convinto che esista nel cervello un vero e proprio processore del multitasking, o per lo meno del dualtasking, che «sceglie» e modula la successione delle risposte in base alle priorità del momento e ad un’inclinazione individuale. Ci sarebbero cervelli più cauti e altri più temerari (senza, a quanto sembra, differenze significative fra uomo e donna, una volta tanto). Qualcosa di molto più plastico, ma soprattutto plasmabile, del collo di bottiglia identificato da Marois. «Senz’altro c’è una variabilità individuale - precisa Pietrini -. Basti pensare ad un fatto banale: se noi chiediamo per strada a qualcuno che ore sono, c’è chi si ferma per guardare l’orologio e chi lo fa senza sostare. Evidentemente nel secondo caso c’è una certa capacità di dualtasking». Che per ora il dualtasking ci rimanga arduo lo dimostrano le statistiche sugli incidenti stradali: in Gran Bretagna, nel 2005, 400 persone hanno pagato con traumi gravi l’insana passione di telefonare in macchina senza l’auricolare, numero che sale a 330.000 negli Stati Uniti (dati della Ergonomic Society di Santa Monica, in California). «In Italia - informa l’epidemiologo Marco Giustini, esperto dell’area traumi dell’Istituto superiore di sanità - le ricerche che abbiamo fatto ci dicono che un 6-8 per cento degli incidenti automobilistici è dovuto all’uso del cellulare. E che dire dei pedoni? Uno su 18 attraversa la strada parlando al cellulare, nell’80 per cento dei casi in totale distrazione».
Un’indagine realizzata a Roma dall’Istituto superiore di sanità su 700 studenti dai venti ai trent’anni ha rivelato che il 50% usa il cellulare mentre guida per telefonare e per inviare sms

«C’è il rischio che i giovani si sentano onnipotenti»
L’anno scorso la rivista Time-America dedicò la copertina alla neonata «generazione multitasking», quella dei ragazzi dai quindici ai vent’anni che ascolta-vede-gioca diversi media elettronici contemporaneamente. E l’Italia si sta sempre più avvicinando a modelli di vita giovanile molto simili. Ma se è vero che il nostro cervello non è biologicamente costruito per far fronte a tutta questa multimedialità, quali capacità di apprendimento e di concentrazione ci possiamo aspettare dai ragazzi oggi? Lo chiediamo ad un attento osservatore dei fenomeni di costume, lo psicoterapeuta milanese Fulvio Scaparro. «I ragazzi credono di essere tutti come i grandi scacchisti che riescono a giocare con venti persone diverse nello stesso momento. Ma si tratta di individui eccezionali e che si sono sottoposti ad un lungo allenamento. Il rischio di tutta questa sollecitazione tecnologica è che i giovani non capiscano più il processo conoscitivo che porta ad un certo risultato, il perché ci si è arrivati, ma soprattutto il come, il metodo. La facilità con cui accedono alle informazioni, fa saltare loro i passaggi che di queste hanno permesso l’acquisizione e la sistematizzazione» Una sorta di «analfabetismo» da troppa tecnologia? «Per carità, non demonizziamo computer e videogiochi: hanno facilitato e reso più piacevole la vita. Ma senz’altro la possibilità di ottenere un risultato senza impegnarsi troppo - il computer fa la ricerca al posto mio - e con estrema facilità porta ad una sensazione di onnipotenza che mal si coniuga con la "fatica" di concentrarsi su una materia per conoscerla. E l’impazienza non è mai una buona maestra». Ragazzi destinati inevitabilmente all’ignoranza, allora? «Direi piuttosto a muoversi in una realtà che più che virtuale, definirei fittizia. Finché qualcuno non li richiama alla realtà, stimolando in loro una curiosità che oggi troppo facilmente trova risposta nella tecnologia. Qui la scuola ha grosse responsabilità: viva l’informatica, ma basterebbe riportare all’artigianale, eliminando per certi passaggi la tecnologia, l’apprendimento di materie come la musica e l’arte».
«Corriere della sera» del 6 maggio 2007

Fai più esercizio: ma col cervello

Dilaga dagli Stati Uniti l’offerta di video e software per conservare freschezza e agilità mentale. Ma sono efficaci?
di Franca Porciani
La moda della «neurofitness»
Da neuroscienziato di livello internazionale a cartoon di un videogioco che fa impazzire i sessantenni di mezzo mondo. È la storia dell’ormai miliardario Ryuta Kawashima, dell’università di Tohoku a Sendai, in Giappone; il primo ad aver avuto l’idea (e la disinvoltura) di trasferire sul piano commerciale gli esperimenti di potenziamento della memoria su cui ha lavorato per anni, all’inizio all’istituto Karolinska di Stoccolma. La casa giapponese Nintendo, reclutandolo nel 2004, ha fatto la sua parte e ora il giochino (che comprende esercizi di calcolo, memorizzazione di parole e brani da leggere a voce alta) con la «faccetta» di Kawashima, dopo aver spopolato in America, è arrivato in Europa. Il successo scaturisce anche dall’idea, decisamente intrigante, di un test preliminare che valuta l’età del cervello del soggetto e di uno successivo al training «giapponese» che rivela il miglioramento ottenuto (bel trabocchetto: la memoria ha riguadagnato una ventina d’anni? No; allora bisogna continuare). Ma il mercato dei software antiaging non si ferma al dottor Kawashima: ne esistono molti altri pubblicizzati (e venduti) da siti Internet come Braintrainer.com e l’evocativo Happy.neuron.com. Una ditta californiana, la Posit Science di San Francisco, è riuscita a piazzare i suoi programmi di brainfitness perfino nelle case di riposo (350 euro ciascuno, cifra comprensiva del Cd con 40 sessioni di giochi di un’ora e del Dvd che ne spiega il funzionamento). In Italia, a giudicare dal poderoso lancio pubblicitario, ci aspetta un successo analogo. Un bel giro di affari, destinato stando ai sondaggi di mercato, ad una ascesa inarrestabile, visto che la nostra sarà sempre di più una società di vecchi sani. Tutti vendono l’idea che sia possibile ringiovanire i neuroni e gli annessi circuiti cerebrali con esercizi «mirati» al computer o videogiochi, purché vengano eseguiti con regolarità. «Irresistibile, se fosse vero! - commenta Adriana Maggi, direttore del centro di eccellenza per lo studio delle malattie neurodenegerative dell’università di Milano -. L’idea che tenere allenato il cervello sia un ottimo antidoto al suo decadimento non è venuta solo a Kawashima. C’è una gran mole di studi che dimostra come l’esercizio mentale sia fondamentale per la salute dei neuroni. E in anni recenti le tecniche di neuroimaginig, come la risonanza magnetica funzionale e la Pet, hanno permesso di vedere quali aree cerebrali si attivano e qual è il loro metabolismo in relazione a situazioni di differente impegno intellettuale. Quindi, siamo sulla buona strada. Ma che il gioco del neuroscienziato giapponese, come gli altri, riesca a potenziare certe competenze e, addirittura, a "ringiovanire" il cervello è assolutamente da dimostrare. Una fuga in avanti: ciò detto, questi espedienti sono più divertenti delle parole crociate e male non fanno». La fortuna commerciale di Kawashima iniziò con uno studio (gli guadagnò un finanziamento di 500.000 dollari da parte dell’Agenzia giapponese per la scienza e la tecnologia) che, grazie alla risonanza magnetica funzionale, dimostrò come il calcolo veloce di alcune somme e la lettura a voce alta faccia aumentare il flusso di sangue alla corteccia prefrontale. Area critica perché integra una grande varietà di messaggi che provengono da zone del cervello fondamentali per le funzioni intellettuali. Maggior afflusso di sangue, attivazione; di conseguenza un funzionamento migliore del cervello. Sulla scorta di questa convinzione, Kawashima selezionò, testandoli su un gruppo di volontari dai venti ai settant’anni, i quindici esercizi più efficaci nel potenziare l’irrorazione di quest’area della corteccia. Poi di questi, calcolò un punteggio per ogni età ed ecco fatto, nacque il Brain Age, il giochino che lo ha reso famoso in tutto il mondo (in Giappone ne sono stati venduti 3 milioni di copie dal 2005 ad oggi) e col cui ricavato - dice lui - finanzia ulteriori ricerche antiaging. «Kawashima è uno scienziato che nonostante il successo commerciale continua a pubblicare studi - commenta Pietro Pietrini, psichiatra e neuroscienziato dell’università di Pisa -. Mi sento di affermare, però, che la base scientifica che dovrebbe supportare tutta questa storia, cioè il maggior afflusso di sangue alla corteccia prefrontale, non sta in piedi. Il fatto che un certo compito attivi un’area cerebrale non dimostra che questa funziona meglio, anzi può essere il segnale del suo affaticamento. Sempre ricorrendo alla risonanza magnetica funzionale, un nostro lavoro ha dimostrato che una persona giovane per eseguire una mansione attiva una sola area cerebrale, mentre l’individuo più in là con gli anni ne "accende" due, tre, quattro. In altre parole, il superlavoro del cervello sembra essere un segno di senilità, non di giovinezza, tanto meno di ringiovanimento». C’è, invece, chi crede che questi giochini di learning memory (imparare la memoria, letteralmente) siano un terreno di ricerca interessante. Ne è convinto Michael Merzenich, neuroscienziato dell’università della California a San Francisco, ma anche direttore scientifico della Posit Science, che ha pubblicato una ricerca in cui dimostra una qualche efficacia dei giochini antiaging su persone oltre i sessant’anni. Ma l’unico studio che ha aggiunto qualcosa di significativo in questo campo è quello pubblicato l’anno scorso sulla rivista dell’associazione dei medici americani, Jama, che ha preso in considerazione più di 2.800 persone sopra i sessantacinque anni che vivevano in case di riposo. Di queste una metà si è sottoposta ad un training intensivo (molte ore al giorno) di esercizi per potenziare la memoria e l’agilità mentale per cinque settimane, l’altra non ha fatto niente. Gli individui del primo gruppo alla fine dell’esperimento dimostravano una abilità decisamente superiore nello svolgere compiti complessi rispetto a chi non si era esercitato, ma soprattutto il miglioramento reggeva a distanza di cinque anni. Con quali conseguenze nella vita di tutti i giorni? Le persone «allenate» mentalmente avevano ritrovato la capacità di prepararsi un pasto o di fare autonomamente cose che sembravano avere dimenticato, anche solo parlare al telefono. Secondo Dorothy Bishop, neuroscienziata dell’università di Oxford, in Gran Bretagna, tenere in esercizio la mente fa bene, il Sudoku quanto le parole crociate, «ma la brain fitness computerizzata fa bene solo a chi vende questi programmi». Certo è che il dinamismo argina la vecchiaia e non solo quello intellettuale: gli studi stanno rivelando che ad una certa età l’attività fisica, meglio se fatta in compagnia, oltre a giovare al corpo e all’umore, migliora le capacità intellettuali. Con quale meccanismo? Non si sa.
«Corriere della sera» del 20 maggio 2007

Canto d’amore incanto fatale

La leggenda delle Sirene
di Giorgio Montefoschi
Nel mondo antico, e poi per molti secoli a venire, fino alle soglie dei giorni nostri, non era inusuale imbattersi nelle Sirene, le protagoniste del fascinoso libro di Maurizio Bettini e Luigi Spina Il mito delle Sirene (Einaudi, pp. 268, 22), o quantomeno ascoltare il loro ineffabile canto. Figlie di una Musa o della Madre Terra, e del fiume Acheloo con ogni probabilità, queste creature ibride, per metà splendide fanciulle e per metà pesce o uccello, abitavano l’isola di Anthemoessa lungo le coste del Tirreno, ma potevano apparire ovunque: sorgere dai flutti più bui dell’oceano come dalle acque cristalline di una piccola baia siciliana alle falde dell’Etna, alle foci dei fiumi come ai confini del mondo. Il loro canto, divino, conteneva la morte. Infatti, era un canto talmente dolce e seducente, che chi si fermava ad ascoltarlo perdeva la ragione, dimenticava di mangiare e bere, voleva ascoltare, ascoltare soltanto, immergersi in quel canto, diventare quel canto, e pian piano in quel canto veniva risucchiato, consumato, distrutto. «C’è un promontorio dalle parti d’Italia - racconta Ulisse, con le parole di Maurizio Bettini, al ragazzo che ha incontrato nel suo ultimo viaggio - che si tuffa nel mare profondo. La roccia è cava e dentro ci risuona l’onda, pare una musica di flauti: è il mare più azzurro che abbia mai visto, la riva è verde come questi prati, piena di fiori colorati, ma tutto intorno marciscono cadaveri di uomini. Crani nudi, ossa spolpate, pelli che avvizziscono Circe mi aveva avvertito: non fermarti sulla riva delle Sirene! Loro cercheranno di stregarti, hanno una voce che incanta, ma tu vai oltre, non ascoltarle; perché, se ti fermerai, morirai, e anche il tuo corpo avvizzirà sulla riva del mare». Prima di Ulisse, le Sirene le aveva viste Orfeo, tornando con la nave degli Argonauti dalla Colchide, come nelle Argonautiche racconta Apollonio Rodio. Nel X libro della Repubblica di Platone, le Sirene appaiono quali custodi delle otto sfere celesti. Mentre il viaggio di Alessandro Magno era al termine, apparvero delle donne bellissime che vivevano nell’acqua come pesci. Non resistendo alla tentazione, i soldati del re macedone si calarono tra le onde e, stretti in un abbraccio che presto si sarebbe rivelato mortale, godettero dell’amore. Certamente, l’incontro di Ulisse con le Sirene è uno degli episodi più affascinanti non solo dell’Odissea, ma di tutta la letteratura classica. Siamo nel XII canto. È notte: di fronte al re dei Feaci, la sua famiglia e i suoi sudditi, Ulisse sta per terminare il racconto delle straordinarie avventure che, dopo l’incendio di Troia, lo hanno condotto fin lì: nelle sue parole, talvolta interrotte dal pianto, gli ascoltatori muti e trepidanti hanno riconosciuto il sentimento oscuro della colpa e le pericolose tentazioni dell’oblio, la desolazione e il coraggio, l’astuzia e il dolore, la speranza e l’assenza di ogni speranza, le infinite seduzioni della natura e la collera degli dei. Manca, a questo quadro che riassume il mondo, il canto divino che i poeti ciechi - se hanno purezza e fortuna - possono soltanto accogliere e, quale pallido riflesso di quella voce, restituire, magari. È il canto delle Sirene. Vediamo la scena. La nave è partita all’alba. Ulisse è stato ammaestrato da Circe: chi ascolta «ignaro» il canto delle Sirene va incontro a sicura morte. Viene il meriggio, il momento delle apparizioni; l’acqua è immobile; i marinai calano le vele. In quel momento, si ode la voce delle Sirene. «Vieni, glorioso Ulisse - dicono - ferma la tua nave, nessuno si allontana di qui senza aver ascoltato il suono di miele delle nostre labbra». Ulisse freme, poiché è l’unico a sentire questa voce, avendo tappato le orecchie dei suoi compagni con la cera; vorrebbe sciogliere le corde che lo legano all’albero; ma i compagni, ammaestrati, non ubbidiscono. La nave, dunque, va oltre. La sua vita è salva. Cosa cantavano le Sirene? Al termine del suo racconto, Maurizio Bettini fa dire a Ulisse che lui in quel canto ha riconosciuto le voci di tutte le donne che ha amato, insomma la voce dell’amore: un amore che però si trasfigura, va oltre il tempo e ci illude che la morte non esista. Poi, con un passaggio parecchio ardito, sostiene che chi ferma la sua nave e scende a terra - in altri termini: chi vuole porre se stesso a confronto con l’amore senza confini - non può che soccombere. Ne La mente colorata, Pietro Citati pone l’accento sulla conoscenza. Ulisse conosce, non è «ignaro», perché è stato istruito da Circe: «Non pretende di ascoltare indifeso il fascino mortale della poesia». Per «trarre gioia e sapienza dal canto delle Sirene», per godere di quel piacere totale dell’anima e del corpo, deve istituire una distanza: la distanza della mente, nella quale ricompone il canto divino, garantendo insieme la propria libertà. Le due interpretazioni, parimenti suggestive, non si contraddicono affatto. L’uomo non può competere con il canto divino, col «grido appassionato e ultraterreno» che, ci ricorda Luigi Spina, i marinai di Moby Dick credettero di ascoltare nella profonda oscurità che precede l’alba. Neppure può coltivare la stolta pretesa di decifrarlo. Tutt’al più può sentire la nostalgia di questo canto. E, magari, pensare che questa nostalgia sia il pallido riflesso di un’altra nostalgia: la Nostalgia vera, che ci riporta all’inizio di ogni avventura e di ogni racconto.
«Corriere della sera» del 6 maggio 2007

Il Presidente del dialogo e le «scosse» sulla storia

Napolitano, una anno sul Colle
di Marzio Breda
Quando lo hanno eletto, il 10 maggio 2006, c' è stato subito chi ha scommesso su una stagione di severa laconicità al Quirinale, con interventi diradati e senza gli scatti (euforici o ansiogeni, di supertutela o supercensura ai governi) dei suoi predecessori. Quel qualcuno profetizzava una presidenza della Repubblica chiusa nel silenzio imbalsamato di una volta, in coerenza con il temperamento freddo e sempre sotto controllo, diplomatico, protocollare e mai emotivo dell' uomo appena eletto alla massima carica istituzionale. Oggi, quanti avevano azzardato una previsione così incauta, dietro la quale si celava forse un auspicio, devono sentirsi sorpresi. Perché Giorgio Napolitano è stato al centro della scena ogni giorno, tutt' altro che legato al copione minimalista dei vecchi tempi o limitato dalle liturgie del cerimoniale. Al punto da provocare a tratti il mal di pancia ad alcuni politici, e più a sinistra che a destra, come testimoniò mesi fa un corsivo di Jena-Barenghi, sulla Stampa: «Napolitano in Spagna, Prodi in Giappone, Bertinotti in Sudamerica, D' Alema in Corea, Rutelli in India... Abbandonata a se stessa, l' Italia si rilassa». È anche da indizi d' insofferenza come questo che si colgono certe ricadute del primo anno di «attività» dell' undicesimo capo dello Stato. Il quale interpreta il proprio ruolo concedendosi interventi quasi quotidiani e su molti temi. Interventi netti e precisi, senza messaggi politici di secondo grado e senza sconti per nessuno. Neanche per la famiglia politica cui ha dedicato mezzo secolo d' impegno, ai più alti livelli. «Lavorerò per la concordia nazionale e per la serenità», aveva detto al debutto, quando la conta di Montecitorio si era attestata a 543 voti sul nome del primo post-comunista che approdasse a un simile incarico. Non era davvero il plebiscito che aveva portato il «tecnico» Ciampi sul Colle, obiettivo irraggiungibile all' indomani di un responso delle urne tale da spaccare in due il Paese. Eppure quell' elezione dimezzata non sembra un problema, per l' ex senatore a vita Napolitano, già da qualche anno fuori dalla mischia partitica. Lo dimostrano i provvisori risultati dei suoi sforzi: un clima politico in cui, dopo la rissa permanente in corso dal ' 94, si riaffaccia la voglia di mitigare l' asprezza del confronto. Un piccolo seme in risposta a quello che è un assillo del presidente e la missione del suo settennato: arrivare al reciproco riconoscimento tra schieramenti e all' affermarsi di una matura democrazia dell' alternanza, in modo da chiudere l' infinita transizione italiana. Se queste sono - secondo lui - le precondizioni per perseguire l' interesse nazionale, allora è chiaro che non poteva bastare una moral suasion applicata con timidezza, alla stregua di un dovere d' ufficio, ma serviva invece una costante azione di rincalzo. Una strategia del pungolo che persegue con sorvegliato stile britannico o tagliente e pignolo, quando gli pare che serva esserlo (e gli pare spesso). «So bene che i capi dello Stato non dotati di potere esecutivo rischiano d' esser tacciati di scarso o eccessivo interventismo, comunque non possono ridursi a silenziosi o inerti spettatori», ha confessato programmaticamente poche settimane dopo esser salito sul Colle. Uno sfogo rivelatore di chi, se pure non si compiace di dispiacere - com' è stato per un certo Cossiga - neppure se ne preoccupa, quando giudica suo dovere dare «una scossa» (lo slogan è suo) che vada oltre la politica contingente e sia utile a una riconciliazione fino ad oggi impossibile. A costo di cimentarsi in scomodi esercizi di revisionismo storico. Qualche esempio di questi nuovi muri caduti lo offrono alcune messe a punto di Napolitano sulla «guerra della memoria», motivo di eterna lacerazione. A Budapest, nell' anniversario della rivolta antisovietica, non si limita ad ammettere che i vertici del Pci (da Togliatti a lui stesso) furono «sordi alla battaglia», ma definisce «giusta» la posizione del nostro governo di allora, che era quello centrista degli avversari Segni e Tambroni. Un' autocritica nata sulla spinta di «un dovere morale e politico», sillaba. La correzione continua quando riabilita Giovanni Leone, altro antagonista che i comunisti sfrattarono dal Colle, al quale offre il «pieno riconoscimento di un operato corretto e rigoroso» e di una «prova estrema di responsabilità». Ancora: senza farsi velare gli occhi dal paradigma antifascista, ammette la congiura del silenzio sulle foibe («verità negata per pregiudiziale ideologica e cecità politica»), va a Cefalonia per la Liberazione (che vorrebbe fosse «festa di tutti», anche se i contemporanei incidenti di Milano negano l' ecumenismo) e rievoca il Sessantotto come una stagione che «aveva ragioni e forza vitale, ma pure schematismi e furori». Il plauso e alcuni malumori incassati finora si spiegano anche con sortite così. Che proprio per questo ventaglio di reazioni risultano più di garanzia che di parte. Mentre resta indiscutibile, o quasi, il consenso raccolto da Napolitano su altri fronti, dopo aver superato la prova del fuoco di una crisi di governo: 1) l'impegno in Europa, sua antica passione confermata da visite a Berlino, Parigi, Londra, Madrid, Strasburgo; 2) l'attenzione al patto sociale, con ripetuti appelli per il Sud e contro «i conati secessionisti», a favore di donne, precari, immigrati e per la sicurezza sul lavoro; 3) la concertazione come metodo di confronto per uscire da «un dialogo tra sordi» che a tratti sconfina «persino nell' odio» e arrivare a riforme condivise; 4) la sottolineatura della laicità dello Stato, pur riconoscendo «la missione della Chiesa e il prezioso servizio che offre alla Nazione», sottolineatura cui hanno dato un crisma di ufficialità gli incontri con il Papa; 5) il sostegno alle missioni dei nostri soldati all' estero, che «sono di pace» e «rispettano l'articolo 11 della Costituzione». Come si vede sono diversi i punti di continuità con Ciampi. Ma c' è anche qualche discontinuità. Una su tutte: la sordina fatta scattare sulla politica delle feste, con relativa pompa patriottica, cara all' ex capo dello Stato, il quale contava anche su questo per rafforzare l' identità degli italiani. Così, cancellato il concerto di Capodanno e quello del 2 Giugno, l' inno di Mameli, che ci eravamo abituati ad ascoltare spessissimo durante il ciampiano «viaggio in Italia», con Napolitano viene intonato solo se c' è un picchetto militare ad accoglierlo. E capita di rado.
«Corriere della sera» del 6 maggio 2007

Pena di morte tra ieri e oggi

Il saggio di Eva Cantarella
di Vittorio Grevi
Bisogna rifiutare la punizione capitale come castigo
Sugli scaffali delle biblioteche certamente non mancano i libri sulla pena di morte, insieme a molti altri, spesso di contenuto prevalentemente giuridico, sulle funzioni della pena. Perché, allora, un nuovo volume in argomento, come quello appena pubblicato da Eva Cantarella, con un titolo emblematico (Il ritorno della vendetta, Rizzoli, pagine 190, 8,60), che già in qualche modo prende posizione di fronte al dilemma reso esplicito dal sottotitolo («Pena di morte: giustizia o assassinio»)? La risposta viene fornita fin dalle prime pagine dalla stessa Cantarella, nota studiosa di diritti antichi, già autrice negli anni scorsi di un non dimenticato saggio su I supplizi capitali in Grecia e a Roma. La quale, infatti, proprio dalle conclusioni di quest’ultimo saggio («Si uccideva per vendetta, si uccideva per eliminare il "mostro"») prende le mosse, animata dal desiderio di capire quale sia oggi lo stato della questione nel mondo moderno. E, più in particolare, negli Stati Uniti d’America, Paese a noi assai vicino per comunanza di ideali e di valori, dove però le esecuzioni capitali continuano, mentre le proposte di moratoria non riscuotono grande successo. Scritto con linguaggio sciolto e privo e di tecnicismi, talora addirittura con movenze volutamente semplificatrici di taglio giornalistico, il volume si caratterizza, al suo interno, per una sorta di continuo passaggio dal livello della odierna realtà statunitense al livello delle riflessioni filosofiche e giuridiche sulle ragioni storicamente addotte a favore e contro la pena capitale. Si passa in tal modo da alcuni stralci di cronaca del processo contro Charles Cullen, un omicida giudicato nel 2006 nel New Jersey, al racconto della morte di Socrate così come descritta da Platone, preceduto dalle riflessioni di Protagora e dello stesso Socrate sulla funzione preventiva e riabilitatrice della pena. Si passa ancora, per esempio, dalla posizione di Tommaso d’Aquino, favorevole alla pena capitale, alle forti riserve espresse da Tommaso Moro e da Andrea Alciato, fino alla grande svolta in senso abolizionista segnata dall’Illuminismo (da Beccaria a Voltaire). Ma subito si torna, con un rapido salto nel tempo, all’attuale situazione degli Stati Uniti, ed al dibattito sempre assai vivo sul punto, in quella che ormai è rimasta «l’unica democrazia occidentale ad applicare ancora la pena di morte». Riaffiorano in tale dibattito alcuni dei temi più classici nella storia delle «giustificazioni» addotte a sostegno della pena di morte. Riaffiora, per esempio, nel contesto americano di una diffusa tendenza alla «riconcettualizzazione» della pena e delle sue funzioni - a seguito della crisi delle concezioni ancorate alla funzione deterrente e riabilitativa -, il tradizionale indirizzo volto a considerare la pena soprattutto come «retribuzione» per il male commesso. Nel contempo, quasi a compensare il ritorno a questa più rozza fisionomia della pena essenzialmente come «castigo» e come «sofferenza», anche tra i fautori della pena di morte si aprono dispute sugli strumenti di esecuzione, così da individuare quello meno afflittivo per il condannato. E, sotto questo profilo, il passaggio dalla sedia elettrica, o dalla camera a gas, alla iniezione letale viene avvertito come una sorta di «modernizzazione» in chiave umanitaria (non diversamente, del resto, da ciò che erano state a suo tempo, in rapporto ai più crudeli metodi allora praticati, la cicuta per Socrate, o la ghigliottina durante la rivoluzione francese). Entro questa cornice è venuta a collocarsi, negli ultimi anni, in diversi Stati americani, una decisa enfatizzazione del ruolo attivo delle vittime (o dei loro parenti) nei processi destinati a concludersi anche con una condanna a morte: in sostanza, una sorta di «ritorno della vittima» sul proscenio della giustizia penale. È chiaro però che, in questo modo, si accentua il rischio che l’applicazione della pena - e della pena di morte specialmente - si colori sempre più del significato di «castigo», anche nel senso di «vendetta» inflitta dallo Stato in veste di vindice delle stesse vittime del reato. Siamo molto lontani dalle idee che già 2.500 anni fa, nella Grecia di Eschilo e di Socrate, avevano indotto a rifiutare una simile concezione della pena capitale, ed a maggior ragione dalle idee di Cesare Beccaria, che a metà Settecento aveva dimostrato essere la morte come pena «né utile né necessaria». Di fronte ai rischi di imbarbarimento che sempre più spesso ci provengono da oltre Atlantico, sarà bene, dunque, tornare a riflettere, muovendo dalle idee di fondo della civiltà giuridica e filosofica europea. E questo è l’auspicio, ma anche l’invito, che emerge chiarissimo dalle pagine appassionate di Eva Cantarella.
«Corriere della sera» del 7 maggio 2007

Umanesimo: basta con i classici, scopriamo le culture delle altre civiltà

Nel libro postumo scritto dopo l’11 settembre, Edward Said critica l’eurocentrismo
di Edward Said
Il brano pubblicato in questa pagina è tratto dal libro «Umanesimo e critica democratica» (traduzione di Monica Fiorini, Il Saggiatore, pagine 175, 16), in cui sono raccolti alcuni interventi di Edward Said, studioso palestinese scomparso nel 2003 e autore del famoso saggio «Orientalismo» (Feltrinelli). Said era stato a lungo professore di Letteratura comparata alla Columbia University di New York.

È un fatto universalmente accettato che, mentre le discipline umanistiche un tempo proponevano lo studio dei testi classici permeati di cultura greca, latina ed ebraica, oggi un pubblico nuovo e più variegato, di provenienza multiculturale, chiede e ottiene che si presti maggiore attenzione a una galleria di personaggi e culture precedentemente negletti o inascoltati che hanno invaso gli spazi incontestati precedentemente occupati dalle culture europee. Persino i privilegi accordati a entità-modello come l’antica Grecia o Israele sono stati oggetto di una revisione nel complesso salutare, che ha notevolmente ridotto le loro pretese di originalità.(...) Per studiosi e insegnanti della mia generazione, educati in modo essenzialmente eurocentrico, il paesaggio e la topografia degli studi umanistici risultano drammaticamente, e, credo, irreversibilmente, alterati. T.S. Eliot, Lukács, Blackmur, Frye, Williams, Leavis, Kenneth Burke, Cleanth Brooks, I.A. Richards e René Wellek vivevano in un universo mentale ed estetico che era linguisticamente, formalmente ed epistemologicamente radicato nel mondo dei classici europei e nordatlantici della Chiesa e dell’impero, con le loro tradizioni, linguaggi e capolavori, insieme a tutto l’apparato ideologico della canonizzazione, della sintesi, della centralità e della consapevolezza. Oggi a tutto questo è subentrato un mondo più variegato e complesso, pieno di contraddizioni e di correnti antinomiche e antitetiche. La visione eurocentrica era già stata mobilitata durante la guerra fredda, e per questo risultava sempre più screditata; inoltre, per la mia generazione di studiosi di formazione umanistica degli anni Cinquanta e Sessanta, essa sembrava restare sempre, in maniera rassicurante, in secondo piano, mentre in primo piano, nei corsi, in ambito accademico e nella discussione pubblica, l’umanesimo veniva raramente sottoposto a uno studio approfondito, ma sopravviveva nella sua magniloquente e indiscussa forma arnoldiana. La fine della guerra fredda ha coinciso con una serie di ulteriori trasformazioni che le guerre culturali degli anni Ottanta e Novanta hanno in qualche modo rispecchiato: le lotte contro la guerra e la segregazione all’interno, l’emergere, ovunque nel mondo, di un numero impressionante di voci di dissenso in campo storico, antropologico, nella ricerca femminista e delle minoranze e in altri settori marginali rispetto ai filoni principali delle discipline umanistiche e alle scienze sociali. Tutto ciò ha contribuito al lento, sismico mutamento della prospettiva umanistica che ora, all’inizio del XXI secolo, è sotto i nostri occhi. Per fare solo un esempio: gli studi afroamericani, in quanto nuovo ambito degli studi umanistici universitari (scandalosamente ostacolati o messi in ombra), hanno avuto la capacità di fare due cose contemporaneamente. In primo luogo, hanno messo in discussione lo stereotipato e forse ipocrita universalismo del classico pensiero umanistico eurocentrico, e, in secondo luogo, hanno ottenuto il riconoscimento della propria rilevanza e urgenza come componente fondamentale dell’umanesimo americano contemporaneo. Questi due cambiamenti a loro volta hanno evidenziato come l’intera idea di umanesimo, che aveva per tanto tempo fatto a meno delle esperienze degli afroamericani, delle donne e di tutti i gruppi svantaggiati e marginalizzati, avesse sempre basato il proprio potere su una concezione dell’identità nazionale che era, quanto meno, altamente selettiva e riduttiva, ovvero limitata a un piccolo gruppo ritenuto rappresentativo dell’intera società, ma che in realtà non teneva conto di ampi segmenti di essa, segmenti la cui inclusione avrebbe permesso di riprodurre più fedelmente l’incessante flusso e a volte la spiacevole violenza delle realtà dell’immigrazione e del multiculturalismo. Il 1992, anno dei festeggiamenti per i cinquecento anni dello sbarco di Colombo nelle Americhe, rappresentò l’occasione per un dibattito, sovente corroborante, sui suoi effetti nonché sulle atroci devastazioni qui simboleggiate dal celebre evento storico. So che alcuni umanisti conservatori hanno accusato questi dibattiti di violare la santità di un sedicente ambito spirituale, ma simili argomentazioni dimostrano solo, una volta di più, che per loro la teologia, non la storia, detta legge negli studi umanistici. Non si deve dimenticare la frase di Walter Benjamin: ogni documento di civiltà è anche un documento di barbarie. E soprattutto gli umanisti dovrebbero poter capire cosa significhi questa affermazione. Quindi gli studi umanistici oggi si trovano a questo punto: viene chiesto loro di prendere in considerazione tutto quello che, da una prospettiva tradizionale, è stato represso o deliberatamente ignorato. Nuovi storici dell’Umanesimo classico del primo Rinascimento (David Wallace per esempio) hanno per lo meno iniziato a esaminare le circostanze per cui figure chiave come quelle di Petrarca e Boccaccio hanno potuto elogiare ciò che è «umano» pur senza mai sentire il bisogno di opporsi alla tratta degli schiavi che aveva luogo nel Mediterraneo. Dopo decenni di celebrazioni dei «padri fondatori» americani e di altre eroiche figure nazionali si comincia a prestare attenzione alla loro equivoca relazione con la schiavitù, con l’eliminazione dei nativi americani e con lo sfruttamento delle donne e delle popolazioni che non possedevano terre. C’è un filo che lega strettamente queste figure un tempo occultate e il commento di Frantz Fanon: «La statua greco-romana(dell’umanesimo si sta sgretolando nelle colonie». Oggi più che mai è legittimo affermare che la nuova generazione di studiosi di discipline umanistiche è più in sintonia di qualsiasi altra prima di lei con le energie e le correnti non europee, decolonizzate, decentrate, di genere del nostro tempo. Ma, ci si potrebbe chiedere, che cosa significa realmente questo? Innanzitutto significa che la critica è il cuore pulsante dell’umanesimo, la critica come forma di libertà democratica e pratica incessante di interrogazione e accumulazione del sapere, aperta alle, piuttosto che negazione delle, realtà storiche che rappresentano il mondo dopo la guerra fredda.
«Corriere della sera» del 7 maggio 2007

Spesa pubblica alta e pressione fiscale non sono democrazia

di Piero Ostellino
Siamo proprio sicuri che la sinistra sia per l’eguaglianza e dalla parte dei più deboli? Proviamo a ragionare in termini empirici. Da noi, una volta arrivata al governo, la sinistra ha aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Ségolène Royal ha detto che, se diventerà presidente dei francesi, farà lo stesso. Ma chi le paga le tasse? In Italia, innanzi tutto, la grande massa di lavoratori a reddito fisso, ai quali sono prelevate direttamente alla fonte dal datore di lavoro. Anche volendolo, non potrebbero sottrarvisi. Poi, le pagano piccoli artigiani, commercianti e professionisti. Probabilmente, non in misura corretta rispetto al proprio reddito reale avendo la possibilità di sottrarvisi almeno parzialmente; forse, quanto le pagherebbero se il nostro Paese avesse una pressione fiscale più bassa, analoga a quella di altri Paesi. Infine, le pagano coloro i quali hanno un reddito elevato e hanno l’interesse e l’opportunità di utilizzare le misure che la legge offre loro per evitare di pagare in proporzione ai loro guadagni: la costruzione, con l’aiuto di esperti fiscalisti, di strutture societarie attraverso le quali «eludere» del tutto legalmente una parte delle tasse che altrimenti dovrebbero pagare. Sono la categoria di italiani che, meno di ogni altra, si lamenta del fisco e partecipa a manifestazioni di protesta contro di esso. Forse perché se ne sente meno tartassata? Mi attengo anche qui a una rilevazione strettamente empirica. Molti di costoro votano a sinistra. Poiché non sono ideologizzati come molti lavoratori a reddito fisso o autonomi, e non votano, quindi, per senso di appartenenza di classe, è probabile, dunque, che lo facciano per convenienza. Votano a sinistra perché costa fiscalmente meno di quanto non renda loro sul piano mondano qualificarsi tali. Insomma, perché è chic e conviene. Ritengono «sociale» la spesa pubblica, anche se elevata. Ma non sono mai saliti su un autobus; non mandano i loro figli alla scuola statale; a meno di non esserne stati costretti dalle circostanze, non sono mai finiti in una corsia d’ospedale; si curano in cliniche private, all’estero. In compenso, si scandalizzano, ostentando una moralità fiscale pelosa, se l’idraulico non fa fattura. Non si chiedono se quella manifestazione così palesemente illegale non sia una forma di individuale autodifesa o addirittura il corrispettivo della loro legale, e meno palese, elusione per interposta abilità del fiscalista. Non auspico che «anche i ricchi piangano». Non credo che l’accumulazione di ricchezza individuale sia un gioco a somma zero: tutto ciò che guadagna l’uno lo perde l’altro. Perciò, non mi chiedo neppure se sia giusto che la legge consenta ai più abbienti di attenuare parzialmente i rigori del fisco. Mi pare, anzi, una legittima difesa contro la sua voracità. Vorrei solo che chi è esposto a un fiscalità più occhiuta e implacabile non fosse preso per i fondelli con la balla della redistribuzione della ricchezza e dell’eguaglianza (peraltro controproducenti anche se fossero vere). La spesa pubblica oltre il 50 per cento del Pil è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo. E’ la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L’elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie. E’lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento.
«Corriere della sera» del 5 maggio 2007

Esercitare la mente protegge dall’Alzheimer

Lo studio fa crescere una «riserva» di energia che rallenta la degenerazione del cervello
di Massimo Piattelli Palmarini
Alla conferenza annuale dell’Accademia Americana di Neurologia, a Boston, una nutrita equipe di studiosi e clinici europei ha presentato ieri un dato importante e sorprendente che, in prospettiva, ci riguarda tutti. Detto molto succintamente, esercitare la mente per tutta la vita, massime quando si comincia a diventare anziani, protegge dalle malattie degenerative del sistema nervoso, soprattutto dall’Alzheimer, attualmente la più diffusa nel mondo. Comparando dati anatomici e funzionali raccolti su 300 pazienti con malattia di Alzheimer e 100 soggetti anziani che presentavano soltanto lievi disturbi di memoria, questi scienziati del San Raffaele di Milano, unitamente a colleghi di Colonia, Manchester, Liegi, Brescia e Firenze, hanno dimostrato differenze tra pazienti con alto livello di educazione ed elevata attività occupazionale durante la vita, rispetto a quelli con bassa educazione e basso livello occupazionale. In sintesi, i primi arrivano a presentare le caratteristiche cliniche di decadimento cognitivo tipico della demenza più tardi e soltanto quando la loro attività metabolica cerebrale si è significativamente ridotta. Lo stesso avviene per i soggetti con lievi deficit di memoria, dove la cosiddetta «riserva funzionale» offre anche un ritardo nella progressione verso la malattia di Alzheimer nei soggetti in qualche modo predestinati. Le misure sono state effettuate con una tecnica complessa e dispendiosa, ma oramai corrente nei migliori ospedali, chiamata tomografia ad emissione di positroni (in gergo PET). L’attività biochimica del cervello viene così visualizzata in tempo reale, in ogni dettaglio. Tale metodo ha fornito precisi dati sulle differenze tra individui nella capacità di fronteggiare gli effetti dell’invecchiamento. Come ben sappiamo, alcuni «invecchiano» meglio di altri, soprattutto per quanto riguarda le capacità cognitive. Alcune persone hanno miglior memoria, migliore ritenzione dei dettagli, migliori capacità decisionali ed esecutive, maggiore facilità di linguaggio. Un’ipotesi che cerca di spiegare queste differenze è la cosiddetta ipotesi della «riserva funzionale». Così me la spiega la professoressa Daniela Perani del San Raffaele, principale autrice di questo lavoro: «Il nostro cervello è una macchina con grandi possibilità plastiche, cioè con intrinseche capacità di aumentare le connessioni e lo specifico utilizzo dei vari sistemi neurali a seconda delle attività motorie o cognitive svolte. Ben sappiamo, ad esempio, che un pianista, un musicista, hanno un aumento delle connessioni nelle aree uditive e motorie del cervello». Quanto all’ipotesi, oggi confermata, che esista una «riserva funzionale», Perani la precisa dicendomi: «L’espressione significa proprio quello che dice, cioè che può formarsi nel nostro cervello una riserva, un potenziale di funzioni che può essere attivato e accresciuto durante tutto il corso della vita a partire dalla prima infanzia. La scuola, l’educazione, l’attività intellettuale e occupazionale, tutto potrebbe contribuire alla crescita della riserva, aumentando le connessioni tra i neuroni, le cosiddette sinapsi». Questa riserva può veramente proteggerci dall’invecchiamento e dalle malattie degenerative del cervello? La risposta, alla luce dei dati appena presentati è netta, e molto incoraggiante. Daniela Perani, infatti, aggiunge: «Ebbene sì, la riserva funzionale potrebbe costituire una potente barriera, un fattore limitante o ritardante. Il nostro studio multicentrico europeo che ha visto coinvolti cinque centri universitari che si dedicano allo studio delle demenze e dell’invecchiamento, inclusa l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, hanno dimostrato in vivo con tecniche all’avanguardia come la PET, la presenza di questa riserva funzionale. Questi sono dati biologici a conferma della presenza di una riserva funzionale costruita durante una vita mentalmente attiva». Aggiungo io, allora, precipitiamoci ad iscrivere lo zio, la nonna e noi stessi ai più avanzati corsi serali di logica e di filosofia. La scienza ci conferma che davvero non è mai troppo tardi.
«Corriere della sera» del 4 maggio 2007

04 luglio 2007

Tutti sembrano uguali nella notte della violenza

Dopo gli interventi di Galasso e Belardelli, continua il dibattito sulle tesi di Galli della Loggia
di Sergio Luzzatto
Sbagliato mettere sullo stesso piano Garibaldi e Nenni, Mussolini e Gramsci
La storia è maestra di vita, si usa dire, tenendo dietro a Cicerone. Ma può capitare che il rimando al passato diventi poco più che un pretesto per propugnare tesi curvate dall’ideologia, che con la realtà della storia hanno poco o nulla a che fare. È il caso della riflessione di Ernesto Galli della Loggia, nel suo editoriale pubblicato sul Corriere del 27 aprile e intitolato «Brigatismo senza fine». Galli della Loggia muove da un interrogativo pertinente: come mai l’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea dove ancora scorre, a decenni di distanza dagli anni di piombo, un fiumicello di consenso (o comunque di tolleranza) verso la cultura terroristica? La risposta cui l’editorialista perviene, volgendosi a considerare il nostro passato nazionale, riesce tuttavia impossibile da condividere. «Un’antica e lunga contiguità con la violenza», di contro a uno Stato di diritto caro soltanto a «sparutissime minoranze»: questo il filo rosso della nostra storia nazionale, quale Galli della Loggia ritiene di poter riconoscere muovendo dall’ultimo episodio di cronaca, le celebrazioni milanesi del 25 aprile e la loro appendice di cartelli e slogan filo brigatisti. Peccato però che l’argomentazione storico-politica di Galli della Loggia risulti così ingarbugliata da offrire, più che un criterio felicemente esplicativo, un pot-pourri francamente indigesto. Non si capisce l’utilità di un ragionamento sul nostro passato che precipiti in un unico calderone, relativamente al mito della rivoluzione e alla seduzione della violenza, Garibaldi con i suoi Mille e i socialisti massimalisti del «biennio rosso»; il duce del fascismo Benito Mussolini e la sua vittima politicamente più insigne, il comunista Antonio Gramsci; un capo azionista come Leo Valiani e i suoi nemici giurati delle Brigate rosse... Oltre un secolo di storia italiana, una varietà di culture politiche diverse e per molti aspetti contrapposte, implose nel buco nero del «brigatismo senza fine»? In generale, non si capisce l’utilità di un amalgama fra situazioni di autentica guerra civile fra italiani, e tutto il resto della nostra storia moderna. O meglio: è un’utilità che si capisce, ma a condizione di identificarne il presupposto ideologico: la trasformazione della guerra civile del 1943-45, dello scontro armato tra nazifascisti e antifascisti, in un episodio fra i tanti di un’interminabile lotta di fazioni. La Resistenza come ennesima macelleria nella nostra storia, che l’improbabile filo rosso di Galli della Loggia cuce insieme, indifferentemente, con le fucilate di Nino Bixio a Bronte o con le sparatorie dei brigatisti in via Fani. Meno che mai si capisce l’utilità di collegare il fiumicello carsico della cultura terroristica all’amazzonico fiume dell’illegalità di massa in Italia. Come se davvero il giovinastro che non paga il biglietto sull’autobus, il professionista che evade il fisco, il furbacchione che costruisce la casa abusiva, l’inquisito che diventa deputato, facessero tutt’uno con il pacifista che manifesta contro la base americana di Vicenza, o con il militante della sinistra «antagonista» che sbandiera striscioni filo Br nella Milano del 25 aprile. E come se tutti loro appartenessero alla stessa famiglia politica e culturale del terrorista che uccide professori di diritto del lavoro! Sono ragionamenti ai quali si fatica addirittura a replicare, tanto appaiono sprovvisti di qualunque fondamento. Ma l’ingrediente più difficile da digerire, nel pot-pourri di Galli della Loggia, è quello che legherebbe le culture politiche del socialismo e del fascismo, del comunismo e dell’azionismo, alle «più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea»: cioè - sembra di capire - alla mafia e alla camorra. Una tesi, questa, che suona quasi come un insulto alla memoria di quanti, sentendosi di destra o (più spesso) di sinistra, nella lotta contro la criminalità organizzata hanno impegnato la vita. E magari, come Paolo Borsellino o Pio La Torre, hanno trovato la morte. Checché possa dirne Galli della Loggia, nei centocinquant’anni che ci separano dal Risorgimento i socialisti, gli azionisti, gli stessi comunisti (non i fascisti, evidentemente) hanno fatto moltissimo perché si affermasse in Italia uno Stato di diritto: altro che «sparutissime minoranze»... Liquidare in poche parole, gettandole nella discarica del «brigatismo senza fine», esperienze democratiche tanto qualificate e fondanti come quella del socialismo di un Sandro Pertini o di un Riccardo Lombardi, dell’azionismo di un Ugo La Malfa o di un Emilio Lussu, del comunismo di una Camilla Ravera o di un Enrico Berlinguer, corrisponde a un pessimo esempio di uso pubblico della storia. Guarda caso, l’unica cultura politica che Galli della Loggia salva dalla scomunica è quella dei cattolici. E beninteso, ha tutte le ragioni per farlo, laddove ci si riferisca alla grande cultura politica degli Alcide De Gasperi o degli Oscar Luigi Scalfaro. Mentre appaiono meno rispettosi dello Stato di diritto i loro odierni nipotini: i «teo-dem» che si vantano di prendere ordini dal Vaticano più che di rispettare l’evoluzione della nostra cultura dei diritti.
POLITICA E STORIA
Riflessione su un anomalo 25 aprile
Violenza politica e storia d’Italia sono al centro del dibattito che si è aperto sulle colonne del «Corriere». Nel fondo del 27 aprile Ernesto Galli della Loggia, prendendo le mosse dalla solidarietà espressa alle nuove Br da alcune frange estremiste giovanili, individuava le origini del fenomeno nel successo che le ideologie rivoluzionarie, anche di matrice democratica, hanno avuto in Italia dal Risorgimento in poi. Questa tesi è stata contestata il 29 aprile da Giuseppe Galasso, che ha ricordato come tutti gli Stati moderni siano nati da conflitti cruenti, negando che Risorgimento e Resistenza possano essere appiattiti sulla dimensione della violenza. Martedì scorso è poi intervenuto Giovanni Belardelli, che ha denunciato le conseguenze deleterie prodotte dal mito della lotta partigiana come «rivoluzione tradita». Oggi prende la parola, in polemica con Galli della Loggia, Sergio Luzzatto.
«Corriere della sera» del 3 maggio 2007

I nuovi padroni della letteratura

Hanno conquistato le classifiche, dominato i premi e ora stringono un patto. Con le peggiori intenzioni
di Cristina Taglietti
Il gruppo di Scurati a Milano, quello di Piperno a Roma Uniti per il successo. L’accusa di Nove: cercano il potere
Milano chiama, Roma risponde: nasce sulla direttrice delle due capitali la nuova mappa del potere culturale italiano. Giovani scrittori uniti da vincoli di solidarietà e amicizia avanzano, si mettono in scena, promuovono e si promuovono l’un l’altro, oscurando il resto del panorama. Da Antonio Scurati ad Alessandro Piperno, da Roberto Saviano a Leonardo Colombati, il catalogo è, negli ultimi tempi, abbastanza ristretto. «C’è effettivamente una nuova generazione di autori, nati dopo il 1960, molto unita» spiega Franco Cordelli, scrittore e critico sempre attento a ciò che si muove sulla scena editoriale. «Appannato il gruppo Einaudi, dove è ormai difficile rintracciare una fisionomia riconoscibile sia nella collana maggiore sia in Stile Libero, tanto che i nomi di rilievo sono rimasti Pincio e Trevisan, il gruppo più attivo è quello romano di "Nuovi Argomenti". Isolatosi Emanuele Trevi, ora c’è un quartetto composto da Alessandro Piperno, Mario Desiati, Leonardo Colombati cui, più recentemente, si è aggiunto Roberto Saviano. All’interno ci sono due poetiche diverse, una che unisce Piperno e Colombati, l’altra Saviano e Desiati. Poi ci sono "solitari" di valore, come Antonio Pascale o Andrea Di Consoli, oppure gruppi "critici", come quello di "Alias"». Al di là delle tematiche letterarie, i quattro di «Nuovi Argomenti » sono tutti amici, si dice che si siano anche dati dei soprannomi legati ad aspetti peculiari della loro personalità, per cui Desiati è diventato il Miserabile, Saviano il Martire, Piperno il Mellifluo e Colombati è Pancotto. «Diciamo che più che condividere un orizzonte letterario comune, siamo compagni di "magnate" - scherza Piperno -. Il fatto che siamo scrittori pare più un caso, anche se è vero che siamo tutti figli di Enzo Siciliano. Desiati e Saviano sono accomunati da origini socio-antropologiche affini: entrambi vengono dal sud, entrambi hanno un atteggiamento militante. Io e Leonardo invece siamo romani, di estrazione borghese, anche se dal punto di vista letterario io preferisco il dramma, lui è più postmoderno». Il gruppo di «Nuovi Argomenti» ha legami molto stretti con Milano. «Sono amico di Antonio Scurati e Giuseppe Genna, anche se ho idee completamente differenti sulla letteratura rispetto a loro - spiega Piperno -. Però tutti e due sono molto diversi dallo scrittore tradizionale, borghese. Hanno ambizioni molto alte, sono degli ideologi, degli intellettuali veri e propri, Genna in un modo folle e vertiginoso, Scurati in modo più razionale». Comunque nel prossimo numero di «Nuovi Argomenti», curato da Piperno e dedicato ai «Demoni», collabora anche Scurati, capofila del polo del Nord. Attorno a lui, legati da un’amicizia che risale ai tempi della Pantera e della Statale di Milano, quando tutti erano studenti di filosofia, ci sono Giuseppe Genna, scrittore e grande animatore della scena online, e Igino Domanin, autore di Gli ultimi giorni di Lucio Battisti. «Scurati, che è un eccellente comunicatore - dice Cordelli - ha fatto un’alleanza strategica con Baricco, e aperture che potrebbero lasciare perplessi, come quella a Pietrangelo Buttafuoco». Alleanze e amicizie che si ricompongo da oggi alla Palazzina Liberty di Milano, dove Scurati, curatore con Alessandro Bertante di «Officina Italia», un vero e proprio festival dell’inedito in cui gli scrittori leggono brani delle opere che stanno creando, ha convocato, insieme agli altri, Baricco, Piperno, Genna, Lucarelli e, appunto, Pietrangelo Buttafuoco. L’intento dell’operazione, lo spiega lo stesso Scurati, è anche di rivendicare la raggiunta maturità di questo nuovo gruppo di autori. «È una generazione che ha conquistato un suo piccolo posto nel mondo, che ha già avuto un certo successo, accomunata da una condizione intellettuale di tipo post ideologico. Anzi, è stato proprio il liberarsi della vecchia zavorra ideologica che, secondo me, ha favorito questa nuova fioritura letteraria. È chiaro che, classificati in base alle vecchie categorie, io, Piperno e Buttafuoco non dovremmo neppure sederci allo stesso tavolo. E invece in un’epoca post ideologica il più ideologico degli scrittori, Buttafuoco, mi costringe al confronto». Scurati non si sottrae al discorso sul potere e ammette che l’operazione è anche frutto del bisogno di imporsi in modo visibile e riconosciuto sulla scena editoriale. «La nostra generazione è rimasta ancora schiacciata da quella formidabile del ‘68 che ha praticamente bruciato la successiva. Quindi, da parte nostra, c’è un sano orgoglio che ha a che fare con una "presa del potere" intellettuale. A Roma i nostri coetanei sono più bravi a crearsi delle posizioni che, pur in ambito ristretto, permettono una gestione del potere. Penso a realtà piccole, ma importanti, come Minimum fax. A Milano, invece, ha sempre prevalso una sorta di etica individualista, nonostante magari esista una forte storia comune». Per Scurati tra loro e la generazione del ‘68 non c’è nulla, e infatti a Officina Italia non c’è traccia di ex cannibali e affini, di autori come Ammaniti, Scarpa, Nove che pure dal ‘96, quando sconvolsero l’editoria, hanno continuato a produrre e percorrere strade alternative. «Non ci sono perché non ho mai trovato significativo il loro lavoro» spiega Scurati. «La verità è che Scurati e Genna sono uomini di potere - ribatte Aldo Nove -. E questa operazione c’entra poco con la letteratura e molto con la volontà di imporsi come caposcuola. I tempi in cui la letteratura si afferma sono molto lunghi e vanno al di là delle iniziative estemporanee. Ci sono due modi per far parlare di sé: uno è l’originalità, il valore del proprio lavoro, l’altro è l’autopromozione. Loro hanno scelto il secondo. Vedremo tra dieci anni che cosa è rimasto». Rispetto a «cannibali» e affini, secondo Nove, i nuovi scrittori sono più furbi: «Nessuno di noi si è mai preoccupato di cercare il potere, nessuno ha mai pensato a questo aspetto del lavoro letterario. Abbiamo usato il nostro tempo scrivendo, nient’altro».
L’incontro «Officina Italia» Parte oggi a Milano, «Officina Italia», festival dedicato alla creatività artistica, ideato e curato da Antonio Scurati e Alessandro Bertante. Alle 22.30 incontro tra Roberto Saviano, Carlo Lucarelli e Carlo Bonini; modera Maurizio Bono. Tema: «La scrittura e la vita. Letteratura e giornalismo nella carne del mondo». Incontri alla Palazzina Liberty.
«Corriere della sera» del 3 maggio 2007
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L’Italia letteraria divisa sui «nuovi padroni»
Scurati: non siamo gruppo di potere. Sanguineti: cannibali più innovativi
Di Cristina Taglietti

Vitalità intellettuale e comunanza creativa o semplice ricerca del potere? Le dichiarazioni di Aldo Nove sul «Corriere» di giovedì non sono piaciute ad Antonio Scurati e Giuseppe Genna, accusati dall’ex cannibale di ricercare la ribalta mediatica e riconoscimenti istituzionali. L’accusa di Nove prendeva in particolare spunto dall’iniziativa milanese Officina Italia in corso in questi giorni e organizzata dallo stesso Scurati con Alessandro Bertante, che riunisce a Milano scrittori come Roberto Saviano, Carlo Lucarelli, Alessandro Baricco, Pietrangelo Buttafuoco. «Innanzitutto non mi riconosco affatto nel titolo sui "padroni della letteratura" - chiarisce Scurati -. Non siamo certo un "partito". Quella visione del potere ci è totalmente estranea. Semmai siamo un movimento che nasce dal basso, autorganizzato, senza pretese egemoniche. La mia è una visione "agonistica" della cultura che però non si esercita nei confronti di altri scrittori, ma in società, verso i poteri forti o oppressivi. La militanza dello scrittore è lì». L’antagonista di Scurati, in questo senso, è chiaro: «Penso alla generazione del ‘68, una generazione capace e rapace, capace nell’uso del potere simbolico e rapace nell’occupazione dei posti di potere. Nei loro confronti può esserci un sano conflitto generazionale. L’occhio malevolo con cui alcuni guardano a Officina Italia fa parte, invece, di una sterile cultura del risentimento che non mi appartiene». Eppure il giudizio di Scurati, come quello di Genna, sull’esperienza dei cannibali è preciso: «Ho risposto a una domanda sull’assenza dei "cannibali" dall’iniziativa. Stimo l’acume critico di Scarpa, seguo con interesse la narrativa di Ammaniti, ma in quell’etichetta non trovo nulla di significativo. Quella sì fu un’operazione di marketing, calata dall’alto da un potentato editoriale. Einaudi mise insieme un gruppo eterogeneo che, sul terreno letterario, mancava di sostanza comune. Polemizzando con noi, mi dispiace dirlo, Nove fa dell’autobiografia. Noi, al contrario, siamo intellettuali che hanno fatto percorsi individuali, scrivendo molto, in diversi ambiti, e che oggi si ritrovano accomunati da un modello che non è quello della comunità chiusa, ma, al contrario, un modello liberale di società aperta, "ad includendum", non "ad excludendum". La nostra porta è aperta a chiunque, verso l’esterno non verso l’interno. Secondo Giuseppe Genna, poi, «a differenza dei cannibali, questa è una generazione di intellettuali a tutto tondo, che interpreta la complessità del reale, non è un’operazione orchestrata da Balestrini e Barilli. Ma non si tratta solo di noi, ci sono altri, come i Wu Ming a Bologna, dove operano anche Carlo Lucarelli e Valerio Evangelisti, che interpretano bene questo ruolo. Non è che fuori dai riflettori questa generazione non abbia scritto, studiato, lavorato, come fa intendere Nove. L’iniziativa milanese ha il merito di ricostruire un tessuto connettivo culturale che a Milano si era slabbrato. I quattro di Roma hanno rialzato una testata storica, Nuovi Argomenti, che negli ultimi anni nessuno comprava più. Questo non è potere, è condivisione, di cui tutti dovrebbero essere contenti». Il potere semmai è una loro prerogativa, dice Genna: «Sono loro che hanno rubriche sui giornali, dirigono collane, vanno in tv». Ribatte Nove: «Genna prima scriveva che io ero il più bravo scrittore d’Italia, poi ha cambiato idea, forse per compiacere qualcuno più potente. Per quanto riguarda la mia direzione della collana Tea, più che un’operazione di potere è che in dieci anni di lavoro ho acquisito qualche credibilità». Sul ruolo dei cannibali nel panorama culturale recente, Genna concorda sostanzialmente con Scurati: «Il loro era un frizzare dell’intelligenza a vuoto, un puro gesto estetico, una riduzione della letteratura a linguaggio». «Il confronto con la generazione del ‘68 mi sembra un ritorno al passato - commenta Silvia Ballestra che non è una ex cannibale, ma ha rapporti di amicizia con molti di loro -. Quella dei cannibali è un’esperienza storicizzata, con cui fare i conti. Il gruppo di Scurati mi sembra un "clubbino" molto organizzato ma chiuso, lo dimostra il fatto che non ci siano donne a Officina Italia, anche se Scurati, a cui va riconosciuto il merito di esporsi, ha fatto ammenda. È un po’ triste questa visione tutta al maschile e, francamente, anche un po’irrealistica». Chi non è d’accordo con Scurati e Genna sul ruolo dei cannibali all’interno della nostra letteratura è il critico e poeta Edoardo Sanguineti: «È vero che fu un’etichetta appiccicata dall’esterno, ma resta il fatto che quello è l’unico fenomeno letterario degli ultimi decenni. Scrittori come Nove, Scarpa, Ammaniti, o come Rossana Campo e Isabella Santacroce, proposero un modello aggressivo e pieno di ironia, in grado di accendere una luce su un clima davvero nuovo, che rompeva con trent’anni di storielle tutte simili. Anche dal punto di vista dello stile allora emerse una certa sveltezza di scrittura che mi pare molto più efficace di molti romanzi lunghi di oggi, mutuati in modo un po’ meccanico da modelli americani. Dopo non più visto nulla che potesse competere con quell’esperienza. Per quanto riguarda la nuova leva, dalle loro dichiarazioni di poetica mi sembrano molto tranquillizzanti, quasi un ritorno all’ordine». Sul fatto di porsi sulla scena in modo attivo Sanguineti riconosce nell’atteggiamento qualcosa di familiare. «Anche noi, intesi come Gruppo 63, cercavamo di far capire che esistevamo. Eravamo ancora esentati dal dover andare nei talk show. Certo abbiamo avuto subito il sostegno di Feltrinelli, poi di Einaudi, ma non fu una faccenda editoriale. Lo scandalo, la rottura con l’esistente, nel nostro caso, nasceva da ciò che dicevamo e scrivevamo. Si rispondeva con durezza all’establishment, si spaziava dalla prosa alla poesia, dal teatro al cinema. Vediamo che cosa faranno loro. Il tempo giudicherà». E su questo, finalmente, tutti sono d’accordo.
«Corriere della sera» del 5 maggio 2007

Ma uno spinello non è Brunello di Montalcino

di Stefano Lorenzetto
La tesi più stolta accampata dagli antiproibizionisti per assolvere il libero consumo di stupefacenti è la seguente: le droghe leggere non hanno mai ucciso nessuno, e comunque l’alcol provoca molti più morti. La cronaca nera dell’ultima settimana s’è incaricata di smentire con spettacolare crudezza questa balordaggine. Un autista di pullman esce di strada e ammazza due alunni in gita scolastica: la sera prima aveva fumato hashish. Tre albanesi sequestrano i passeggeri di una corriera di linea, feriscono, rapinano, incendiano: erano strafatti di cocaina. Uno studente quindicenne stramazza privo di vita sul pavimento: tra una lezione e l’altra s’era concesso uno spinello in quello che gli allievi dell’istituto tecnico chiamano «il corridoio delle canne».
Eppure, all’indomani della prima tragedia, il ministro della Solidarietà sociale (che truffa semantica) Paolo Ferrero ha avuto il coraggio di replicare a Letizia Moratti, sindaco di Milano, che invocava un giro di vite: «Che cosa direbbe se risultasse che l’autista del bus aveva bevuto troppo? Forse che si deve proibire il vino?». In perfetta sincronia, segno che nel governo Prodi almeno sull’imprevidenza c’è accordo, anche Livia Turco, ministro della Salute, ha voluto farci udire il suo verbo: «Sono vicina a quelle madri, al loro dolore. Ma non strumentalizziamo la loro atroce sofferenza. E soprattutto non siamo ipocriti. In Italia si demonizza la cannabis e si considera invece parte della nostra cultura il vino. Eppure è l’abuso di alcol che provoca ogni anno migliaia di morti sulle strade».
A parte che i consumi di vino tra il 1986 e il 2006 si sono ridotti da 68 a 48,8 litri pro capite (-28,2%) e che secondo l’Istat le bevande più diffuse tra i 18 e i 24 anni sono gli aperitivi (48%, in aumento del 19%) e tra gli 11 e 17 anni la birra (19,1%) e i cocktail (15,7%), prodotti che non fanno certo parte della nostra cultura, va bene, ammettiamo pure che il mosto d’uva fermentato sia la piaga delle piaghe sin dai tempi di Noè. In ossequio a quale folle par condicio la premiata ditta Turco & Ferrero si sta dannando l’anima per aggiungervi anche il flagello degli stupefacenti?
Chi sia provvisto di un minimo di coscienza, non può ammettere un impiego ricreativo della droga. A differenza del vino, che bevuto con moderazione fa bene, la droga assunta in qualsiasi quantità fa sempre male. Peraltro va ricordato che in Italia la vitivinicoltura dà lavoro a 700.000 persone (1.200.000 con l’indotto), concorre al sistema economico con un fatturato complessivo di oltre 20 miliardi di euro, versa al fisco quasi 6 miliardi di tasse (fonte: Unione italiana vini). Le vigne rappresentano il 41,6% delle coltivazioni permanenti nel nostro Paese. Che vogliamo fare? Chiudiamo le imprese e ci mettiamo a riconvertire quasi la metà dei terreni agricoli, a cominciare dalla zona del Montalcino? Lo sanno o no, questi strenui difensori del Mezzogiorno, che oltre un terzo delle aziende viticole si trovano nelle regioni meridionali, già penalizzate dalla povertà e dalla mancanza di lavoro?
È vero: purtroppo, rivela l’Istat, l’8,4% degli italiani dagli 11 anni in su confessano d’essersi ubriacati almeno una volta negli ultimi 12 mesi, il 50,4% fino a tre volte, il 15,1% fino a sei volte, l’11,1% fino a 12 volte e il 7,7 addirittura più di una volta al mese. Resta il fatto che il mercato della droga mantiene unicamente se stesso, e cioè i narcotrafficanti colombiani, i boss della mafia siculo-americana, i signori della guerra e dell’oppio afgani, i corrieri internazionali, gli spacciatori al dettaglio. Per cui, se non altro, l’alcolismo appare assai meno criminogeno della tossicomania.
Il ministro della Salute potrà obiettare che persino Lancet le dà ragione. Autorevole e prestigioso sono due aggettivi d’obbligo quando si cita il settimanale di medicina clinica pubblicato a Londra fin dal 1823 (peccato che in italiano la testata si legga Bisturi, come il titolo del programma tv che Irene Pivetti conduceva con Platinette: ci sarà da fidarsi?). Di recente la rivista ha pubblicato un rapporto sulle 20 sostanze più dannose per l’organismo redatto da alcuni studiosi britannici. Stando a questa classifica – che vede al primo posto l’eroina, seguita da cocaina, barbiturici e metadone – l’alcol (5° posto) è più nocivo delle benzodiazepine tipo il Valium (7°) e delle amfetamine (8°), mentre il tabacco (9°) supera in pericolosità la cannabis (11°), i solventi (12°), l’acido lisergico o Lsd (14°) e perfino l’ecstasy, che figura al 18° posto.
Forti di questa graduatoria, gli «esperti indipendenti» sostengono che l’attuale sistema di classificazione delle droghe adottato da governo, magistratura e forze dell’ordine inglesi non tiene conto dei dati scientifici oggettivi e dunque va radicalmente rivisto. Per farla breve, provocherebbe più guasti a se stesso e alla società chi esagera con l’Amarone, le Muratti e il Tavor di chi fuma canapa indiana, assume allucinogeni e s’impasticca con l’ecstasy.
Non discuto, avranno senz’altro ragione loro che hanno studiato. Senonché nella stessa settimana in cui è uscita questa indagine su Lancet, altri esperti indipendenti per definizione, e cioè i giornalisti dell’Independent, quotidiano britannico non certo sospettabile di conservatorismo visto che nel suo azionariato annoverava gli editori della Repubblica e del País, sono usciti nella loro edizione domenicale con questo titolone in prima pagina: «Se solo avessimo saputo allora quello che possiamo rivelare oggi». Seguiva un mea culpa per aver condotto, nel 1997, una martellante campagna a favore della depenalizzazione della cannabis. Il giornale promosse persino una manifestazione pubblica in Hyde Park per costringere il governo Blair a declassare la marijuana a stupefacente di categoria C. Si voleva che il consumo personale di questa droga non fosse più un reato punibile con l’arresto. È la stessa linea seguita in Italia, a dieci anni di distanza, dal ministro Turco, che pretenderebbe di aumentare per decreto legge da 500 milligrammi a un grammo la quantità massima di cannabis consentita, ciò che conferma come per certa gente il tempo passi invano.
Ma poiché gli spacciatori sono invece molto più lesti dei politici nel perseguire i loro malefici obiettivi, si dà il caso che gli spinelli di oggi contengano – lo ha denunciato lo stesso Independent on Sunday – una quantità di Thc (tetraidrocannabinolo, l’ingrediente psicoattivo) 25 volte maggiore rispetto al passato. Per cui se dieci anni fa nel Regno Unito soltanto 1.600 persone erano in cura per abuso di cannabis, oggi sono 22.000 (un incremento del 1.275%), la metà dei quali di età inferiore a 18 anni. Il professor Robin Murray del London institute of psychiatry ha calcolato che almeno 25.000 dei 250.000 schizofrenici della Gran Bretagna, quindi un decimo del totale, avrebbero evitato di ammalarsi se non avessero fumato cannabis. E l’80% di coloro che hanno avuto un episodio di schizofrenia facevano un forte uso della marijuana che il ministro Turco vorrebbe garantire in libera distribuzione.
Esemplare, anche se tardivo, l’autodafé nell’editoriale dell’Independent: «Oggi la minaccia alla salute mentale deve avere la precedenza sugli istinti liberali di allora». Esatto. Qui si sta parlando di un’intera generazione, l’attuale, esposta al rischio dell’ebetudine perpetua, dei disturbi psicotici, di un’alterazione profonda e permanente del rapporto con la realtà, della dissociazione mentale. In una parola, disintegrata.
Può darsi che i parametri di valutazione del danno presi in considerazione dagli «esperti indipendenti» di Lancet siano quanto mai oggettivi e del resto mi pare ovvio che il consumo di alcol e tabacco facciano registrare, data la loro massiccia diffusione, una mortalità superiore a quella dell’Lsd. Ma ci sono tanti modi per uccidere un’intera società e il primo di questi è accreditare fra i giovani l’idea che su una scala da 0 a 3 la pericolosità del vino sia prossima a 2 e quella dell’ecstasy spacciato nelle discoteche di poco superiore a 1, come ha fatto la rivista britannica. Che non a caso, al 20° e ultimo posto, collocava il qat. Forse l’obiettivo finale è proprio questo: ridurre i nostri figli a un branco di rincoglioniti che masticano foglie dalla mattina alla sera, come nello Yemen.
«Il Giornale» del 19 maggio 2007