07 ottobre 2011

Sessi separati a scuola?

Secondo alcuni, migliori insegnamento e rendimento. Ma molti lo bocciano: si alimentano gli stereotipi
di Margherita Fronte

MILANO - L’intenzione è buona. Chi propone che a scuola le classi siano divise per sesso – i maschietti da una parte e le femminucce dall’altra – ritiene che in questo modo l’insegnamento sia più efficace, che la personalità si sviluppi in modo più armonico e che il rendimento scolastico sia migliore, e lo sarà anche in futuro. Ma un articolo pubblicato su Scienceboccia senza appello questa idea, bollando come pseudoscientifiche le ricerche che la supportano e accusando il separatismo scolastico di alimentare, negli studenti, stereotipi sull’altro sesso.

IL DIBATTITO - L’articolo si inserisce in un dibattito che negli Stati Uniti è infervorato, da quando, nel 2006, il Dipartimento per l’educazione ha stabilito che anche le scuole pubbliche possono adottare la politica della separazione dei sessi. E a firmarlo non è esattamente un gruppo di ricerca neutrale, ma i fondatori dell’American Council for CoEducational Schooling, associazione no profit che si batte per mantenere il sistema misto. Gli autori sono però anche psicologi ed esperti in materia, che afferiscono a importanti università (la prima firmataria è Diane Halpern, già presidentessa dell’American Psicological Association) e la loro posizione è supportata da numerose ricerche, che scardinano i capisaldi degli “avversari”.

APPROCCIO DIFFERENZIATO? - Primo fra tutti, quello sulla presunta diversità fra il cervello dei bambini e quello delle bambine, che determinando un diverso “stile di apprendimento” giustificherebbe un approccio educativo differenziato. In realtà, spiegano Halpern e colleghi, «i neuroscienziati hanno trovato poche differenze fra bambini e bambine, se si esclude un volume un po’ maggiore del cervello maschile, e una maturazione più precoce di quello femminile, ma nessuna delle due caratteristiche è legata alla capacità di apprendere. Alcune differenze sessuali sono state riportate negli adulti, ma anche in questo caso non sono tali da legittimare un diverso approccio nei metodi educativi».

IMPORTANTE È IL CONTESTO «In effetti – conferma Antonella Costantino, responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile al Policlinico di Milano – i geni (maschili o femminili) concorrono a determinare differenze, che però sono molto influenzate dal contesto in cui si cresce. Questo però non è sufficiente a giustificare la separazione fra i sessi a scuola, anche perché sono ormai numerose le ricerche che dimostrano che qualsiasi sistema educativo che tende a escludere e separare gli studenti – per sesso, per razza o per altre caratteristiche – è meno efficace di quelli che, invece, si basano sull’inclusione, che favoriscono la flessibilità, danno maggiori strumenti per affrontare situazioni diversificate e, sul lungo periodo, rendono meglio anche sotto il profilo più strettamente scolastico». Cade così il secondo caposaldo, in base al quale chi proviene da una scuola a sessi separati avrebbe poi voti migliori all’università e più successo nella vita.

RAMPOLLI E TEST -L’articolo di Science sottolinea, al contrario, che le numerose ricerche che sembrano dimostrare la superiorità del metodo educativo basato sulla separazione dei sessi trascurano due aspetti importanti, che di fatto le invalidano. Il primo è che nella maggior parte dei casi, si tratta di scuole private, frequentate dai rampolli delle upper class, il cui successo dipende molto dalla posizione sociale, oltre che dai bei voti. Il secondo fattore è che spesso per accedere a queste scuole bisogna superare un test di ingresso che esclude a priori gli studenti meno dotati.

STEREOTIPI SESSISTI - Fra gli studi che hanno esaminato gli effetti del separatismo scolastico, sarebbero invece molto più convincenti quello che lo bocciano. «È provato che la separazione dei sessi aumenta gli stereotipi sull’altro sesso, legittimando gli atteggiamenti sessisti» si legge su Science. «In un mondo in cui i ruoli maschile e femminile tendono a confondersi, estremizzare la separazione non può che essere controproducente» conferma Antonella Costantino. «La collaborazione fra i sessi andrebbe invece incentivata e favorita, fin dall’infanzia». Negli Stati Uniti le scuole pubbliche con classi omogenee per sesso sono circa 500; in Gran Bretagna sono in tutto un migliaio (di cui circa 400 pubbliche), mentre in Italia soltanto pochi istituti privati hanno finora adottato la separazione dei sessi.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2011

21 settembre 2011

Tutti i figli di Norimberga

di Roberto I. Zanini
Chiudere i conti col passato a conclusione di difficili percorsi politico-sociali, come dittature e guerre civili, col contorno di genocidi, fosse comuni e via elencando dal vocabolario delle umane turpitudini. Si tratta di uno dei temi più controversi della storia dell’umanità, sul quale forse troppo poco ci si è interrogati in modo da avere una visione globale, tale da garantire risposte adeguate alle singole situazioni. Problema al quale tenta di sopperire un libro di Pier Paolo Portinaro, dal titolo esplicativo: I conti col passato. Vendetta, amnistia, giustizia, da domani in libreria per i tipi della Feltrinelli. «L’intento che guida questo lavoro – spiega Portinaro, che è docente di Filosofia politica all’Università di Torino – al di fuori di ideologie e revisionismi, è per un verso accademico, in quanto viene dato conto degli studi internazionali più recenti; per l’altro verso si vuole fornire un contributo di analisi e di elaborazione pratica tale da far comprendere che processi morali, storici e politici di questo tipo che coinvolgono singoli Stati e la comunità internazionale, devono essere esaminati nella loro complessità di intrecci e interdipendenze».

Ma quali sono le principali modalità messe in atto nei secoli per uscire da dittature e guerre civili?
«Diciamo che essenzialmente sono state percorse tre vie: quella della vendetta, quella dell’amnistia e quella della giustizia. Recentemente se ne è aggiunta una quarta, quella delle cosiddette Commissioni per la verità e la riconciliazione, che ha avuto interessanti applicazioni e che senza dubbio porta a risultati più completi dal punto di vista umano e della democrazia».

Il metodo della vendetta, sempre usato, è ancora efficace?
«Solitamente alla fine di un regime autoritario si registra una fase di vendetta violenta. Non ci dobbiamo stupire. La storia ci dice che più pesante è stata la repressione, più tragica è la vendetta. La durata dipende dalla capacità del governo che segue e, soprattutto oggi, dalla volontà e dall’autorevolezza degli organismi internazionali. Senza contare che nel novero della vendetta si può inserire anche l’epurazione sistematica da tutti gli incarichi burocratici, privati e pubblici della fazione perdente, senza giungere alla soppressione fisica».

L’utilizzo dell’amnistia ha un senso in quanto ferma la vendetta?
«È la strada che viene percorsa quando la massa dei crimini è così grande e la possibilità di far luce così ridotta che si decide di metterci una pietra sopra. Una risposta antichissima e assai frequente nella storia: prima saltano le teste, poi si decide di dimenticare affinché si apra una pagina nuova».

Antichissima?
«Senofonte definisce "uomo giusto" l’ateniese Trasibulo che con l’amnistia, a cavallo fra 400 e 300 a.C., fornisce un fondamentale contributo per la pacificazione a chiusura della Guerra del Peloponneso. Tucidide, nel raccontare questo episodio, gli attribuisce l’espressione: "Non si deve rovistare nel passato", che è proprio il senso dell’amnistia. Che nei fatti è una forma di real politik, ma anche di negazione dei diritti umani».

Ci sono stati anticamente anche casi di soluzione giudiziale?
«Diciamo che nel passato i processi applicati a queste vicende producono sempre una forma di giustizia politica. Servono a punire i nemici. I casi della rivoluzione inglese e della rivoluzione francese sono esempi chiari: entrambi culminano con la condanna del re. Una deriva che culmina nel XX secolo, per esempio con i processi farsa staliniani».

Quand’è che da queste vendette per via processuale si avvicina a forme più autentiche di giustizia?
«Ci si è provato alla fine della Prima Guerra Mondiale, ma il diritto internazionale non era ancora così condiviso e si sono celebrati solo dei processi limitati. Il primi veri tribunali internazionali efficaci sono quelli di Norimberga e di Tokyo. Anche se si è parlato di giustizia dei vincitori, non c’è dubbio che sia stato fatto un grande sforzo per rispettare i principi dello Stato di diritto. Nei fatti sono i due capisaldi della transizione dalla giustizia politica alla giustizia penale internazionale che è la novità della fine del XX secolo».

Parla di ex Jugoslavia, Ruanda ...
Istituita nel 1998 la Corte penale internazionale è entrata in funzione nel 2002. Ex Jugoslavia e Ruanda sono i casi più famosi. Oggi si occupa di Congo, Sudan, Uganda vedremo cosa accadrà per la Libia...».

Non sempre ne sono usciti ottimi risultati ...
«Il problema della Corte internazionale è che non può agire con la stessa efficacia che si è avuta, per esempio, a Norimberga, dove la Germania era un Paese occupato e le forze occupanti gestivano il territorio, garantendo la cattura dei criminali. Nella ex Jugoslavia, lo abbiamo visto, Mladic è stato catturato solo qualche mese fa... La Corte ha bisogno del pieno sostegno degli Stati e della comunità internazionale e non sempre capita».

La quarta via?
«Visto che, come in Ruanda, i criminali sono decine di migliaia e non si possono processare tutti, visto che i processi pongono a centro il criminale e finiscono spesso per non tutelare le vittime, ecco che si è iniziato a pensare a una giustizia capace di partire proprio dalla pacificazione. Tentativi che si sono codificati nelle Commissioni per la verità e la riconciliazione, utilizzate in Sudafrica, Cile, Argentina con buoni risultati, certamente più rispettosi dei principi democratici».

Tutto questo serve a capire perché in Italia, dopo 60 anni non si riesce ad arrivare a una verità condivisa su Fascismo e Resistenza?
«Il caso dell’Italia è emblematico di una resa dei conti che non è mai maturata. Prima c’è stata la violenza della guerra civile, poi l’amnistia togliattiana per fermare le vendette. Molti dicono che sarebbe servita una Norimberga italiana, ma non ci fu, un po’ per il trasformismo italico, un po’ perché sarebbero emersi anche i crimini della Resistenza. Solo negli anni ’90 la storiografia ha cominciato a pensare che non si doveva tematizzare soltanto il fascismo. Nello stesso periodo sono nati partiti che non avevano radici in quegli anni e il passato è stato strumentalizzato in chiave anticomunista. Il risultato è che non riusciamo ancora a vederci chiaro».
«Avvenire» del 20 settembre 2011

16 settembre 2011

Se la sinistra partigiana diventa nazionalista. Le radici antiche e liberali dell’amor di Patria


L'Italia non è cosa vostra. La gauche che adesso ama il Tricolore è un controsenso. Ma anche certa destra deve ripensare la sua idea di italianità. Da decenni certi intellettuali studiano solo la Resistenza. Comuni, signorie, ducati: prima dell'Unità non c'era il deserto dei tartari
di Dino Cofrancesco

Marcello Veneziani ha ragione nel dire ai “cari neopatrioti di sinistra”: «l’Italia non è cosa vostra». Da sessant’anni la storiografia progressista è vissuta di «processi al moto unitario», di «Risorgimento interrotto» (o tradito), di «conquista regia», di «estraneità delle masse alla costruzione dello Stato nazionale», di «mancata riforma agraria», di «colonizzazione del Sud» eccetera.
Quello di sinistra era un versante politico «convinto che la storia d'Italia cominciasse dalla Resistenza e dalla Costituzione e il resto fosse solo foresta nera». Mi chiedo, però, se la minoritaria destra nazionale, sempre pronta a sbandierare il tricolore davanti agli antinazionali, avesse davvero le carte in regola per fare del patriottismo una cosa sua. Per un ventennio ho letto le pagine culturali del Secolo d’Italia (raccolte poi in pesanti volumi) e, a parte le celebrazioni retoriche dei martiri del Risorgimento e delle guerre mondiali, vi ho respirato un’aria che non era certo né cavouriana, né mazziniana. Il progetto politico-culturale sembrava quello di una grande federazione di tutte le correnti di pensiero antimoderne-italiane e tedesche, soprattutto-mobilitate per contrastare l’irresistibile ascesa dell’illuminismo. Cattolici tradizionalisti e lefevriani si alternavano a evoliani nostalgici dell’Impero: non c’era critico di destra di Giovanni Gentile che non venisse ricordato e “rivalutato” e se si parlava dei liberali conservatori, come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, era per metterne in luce la demistificazione della democrazia e l’ispirazione elitistica, interpretata in senso autoritario.
Sono da condividere le parole di Veneziani: «Chi si sente davvero italiano abbraccia la sua storia, si riconosce nel suo carattere, ama la sua civiltà e rispetta le sue tradizioni. Non sono le leggi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo e la percezione di sentirsi, pur nella diversità un popolo. Le norme sono astratte, neutre, a-nazionali, possono trasferirsi da Paese a Paese; invece la vita, le opere, le città, le parole e le memoria di un popolo no». Tali parole fanno a pezzi non solo il «patriottismo costituzionale» alla Habermas ma, altresì, le tesi dei vari Rusconi che non dubitano che un regime politico - democratico, liberale o altro - sia cosa ben diversa dalla “comunità politica” ma poi vorrebbero cancellare da quest’ultima i protagonisti dei periodi «nefasti», come il fascismo.
L’Italia, certamente, è la sua storia: storia di comuni, di signorie, di province soggette al dominio straniero: prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari. Le produzioni culturali, artistiche, scientifiche, religiose, letterarie del «Paese calpesto e diviso» rappresentano una tradizione che sarebbe stolto rinnegare. Va detto, però, che la ricchezza e la varietà delle creazioni dell’«itala gente dalle molte vite» riacquistarono senso e significato alla luce dell’evento epocale - e tale apparve all’opinione pubblica occidentale - costituito dal Risorgimento. Gli anni delle guerre di indipendenza non furono segnati solo da contrasti politici e istituzionali talora profondi ma videro il nostro ricongiungimento all’«Europa vivente», con il trionfo di una versione nazionale del liberalismo, alla quale concorsero laici e cattolici, Cavour e Minghetti, Mamiani e Lambruschini, Manzoni e De Sanctis, Silvio Spaventa e Carlo Cattaneo. Risorgimento e «liberalismo italiano» sono la stessa cosa: se viene meno il secondo, il primo diventa un fantasma non innocuo, incapace di dare alla nazione un fondamento di legittimità.
Le rivoluzioni atlantiche - inglese, francese, americana - non rinnegarono il passato ma fondarono una legittimità politica in cui la comunità si riconosceva pienamente nelle sue istituzioni e queste si modellavano su concreti diritti liberali e democratici. La “rivoluzione italiana” non riuscì a darsi un «mito di fondazione» condiviso giacché se ne contestò ben presto l’anima liberale col risultato che, nella sua dottrina dello Stato, a fondamento del sistema giuridico-politico, non furono posti i «diritti soggettivi», le «libertà dei moderni», ma un «interesse generale» che le varie famiglie ideologiche (cattolici ultramontani, democratici radicali, socialisti, nazionalisti etc.) interpretavano a modo loro.
«Il Giornale» del 16 settembre 2011

I progressisti? Diventano tutti dei conservatori

Gli ex rivoluzionari ora difendono il passato...
di Luigi Mascheroni
Gli uomini si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che stanno per diventarlo. I rivoluzionari di una volta sono gli stessi che oggi difendono più strenuamente ambiente, lavoro, scuola e tutto ciò che è il passato
Gli uomini, come anche le donne, si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che si apprestano a diventarlo.
Una boutade? Non proprio. È la constatazione (liberatoria) cui giunge il lettore alla fine del nuovo pamphlet di Armando Torno Il paradosso dei conservatori (Bompiani), dove attraverso esempi concreti tratti dall’attualità e citazioni filosofiche che spaziano da Filone di Alessandria a György Lukács, si tentano due operazioni. La prima: capire cosa si intenda oggi con la parola «conservatore», ancora fino a poco tempo fa un vero insulto, un’etichetta appiccicata come marchio d’infamia al «fascista» e spesso appositamente confusa con il termine «reazionario». La seconda: far notare che anche il più insospettabile dei progressisti col tempo si trasforma, magari senza accorgersene, in conservatore. Il vecchio detto popolare «si nasce incendiari, si muore pompieri», alla prova della storia, sembra avere una propria giustificazione filosofica.
I conservatori veri, almeno in Italia, sono pochissimi. Oggi l’unico «reo confesso» è Sergio Romano. Ieri c’erano - ad esempio - Panfilo Gentile, Augusto del Noce, soprattutto Indro Montanelli. Intellettuali che, secondo l’imperitura definizione di Giuseppe Prezzolini, «preferiscono alle rivoluzioni gli adattamenti, le modificazioni, le evoluzioni, gli assaggi, i ritocchi, almeno nei punti essenziali della coesistenza sociale. Il rispetto delle consuetudini non nasce nella mente del conservatore dal pensare che esse siano perfette; tutt’altro: nasce dal fatto che le considera come meno imperfette, poiché esistono, di quelle che ancora non esistono; per far esistere le quali ci vorrebbe uno sforzo che sarebbe più opportuno applicare a far funzionare meglio quelle esistenti». Un Manifesto dei conservatori uscito da Rusconi (vera casa editrice conservatrice) nel 1972. Qualche anno dopo, come nota Torno, quelle parole diventeranno il programma riformista dei socialisti. A dimostrazione di come si possa diventare conservatori senza accorgersene, cominciando dalle piccole situazioni della vita quotidiana e arrivando ai grandi temi sociali.
Dalle idee alle ideologie. È, in fondo, il percorso tracciato da Armano Torno, il quale si diverte a scovare il «paradosso» di vecchi progressisti che si scoprono conservatori, nei campi più diversi. Cioè gli «ambiti d’azione» che scandiscono i capitoli del libro: conservare la bellezza, conservare la terra, conservare il lavoro, conservare la cultura... Ci avete fatto caso? Le donne che più si accaniscono a «conservare» la propria bellezza a forza di lifting e impianti sono le più impegnate attrici radical-chic. I più combattivi «conservatori» dell’ambiente naturale, in guerra contro il progresso e lo sviluppo tecnologico del pianeta, sono gli ecologisti «di sinistra». I più accessi «conservatori» dei vantaggi acquisiti dalle battaglie sociali degli ultimi decenni nel mondo del lavoro, in opposizione a ogni riforma del sistema dettata dal nuovo corso dell’economia, sono i rivoluzionari degli anni caldi della contestazione. E più inflessibili «protettori» della scuola, sordi alle necessità di cambiamento imposte da un mondo in continua evoluzione, escono proprio dalle file degli ex Sessantottini. È curioso - o paradossale? - ma oggi i più strenui difensori del passato sono coloro che si proclamano progressisti.
E i conservatori? Apparentemente, spariti. A meno che siano semplicemente camuffati. Come intuì Oscar Wilde quando ammoniva: «Pensa come un conservatore e parla come un radicale: questo è così importante al giorno d’oggi». Che non è (solo) una boutade.
«Il Giornale» del 16 settembre 2011

12 settembre 2011

La comunicazione? Avviene a «ondate»

Analizzate in undici mesi 9 milioni di telefonate
di Elisabetta Curzel
Come si propagano opinioni, idee politiche e commerciali O capire come si è sviluppata la «primavera araba»
Quiete e tempesta: quando comunichiamo, i due stati si alternano. E con le «tempeste» le informazioni viaggiano più veloci. È quanto emerge da uno studio compiuto dall’Università Carlos III di in collaborazione con Telefónica, un’indagine i cui risultati potrebbero rivelarsi utili per comprendere il modo nel quale si propagano opinioni, idee politiche, pettegolezzi e informazioni commerciali. Per un periodo di undici mesi, i ricercatori hanno analizzato 9 milioni di chiamate, un volume di traffico telefonico svolto da 20 milioni di persone (circa il 30% della popolazione spagnola). La scoperta? Che la gente comunica a cascate o raffiche (bursts in inglese).

ONDATE - «Chiamiamo tanto e in poco tempo», spiega la ricercatrice Giovanna Miritello, coautrice dello studio, «poi passiamo periodi di inattività, poi torniamo a chiamare. E così via». La comunicazione, insomma, avviene nel tempo in maniera discontinua. L’alternarsi di ondate e silenzi vale per qualsiasi tipo di relazione. «Non sappiamo niente della vita personale degli autori delle chiamate», continua Miritello, «perché ovviamente erano anonime. Sappiamo però che questo carattere di discontinuità si ripresenta con tutti i contatti, siano essi familiari, amici, colleghi o conoscenti. Certo, chiamerò più spesso il mio fidanzato e meno l’amica con cui faccio allenamento; ma in entrambi i casi il ritmo della comunicazione sarà incostante».

RITMI - I ritmi circadiani (ossia il ritmo veglia–sonno) quelli lavorativi, com’è intuibile, sono imprescindibili. «Lunedì e martedì mattina si chiama di più, soprattutto fino all’ora di pranzo, perché il telefono viene usato anche a fini professionali», continua la ricercatrice. «All’ora di pranzo si registra una diminuzione; si ricomincia il pomeriggio e poi la notte, quando si dorme, ovviamente non si telefona. In certe fasce orarie quindi la comunicazione non c’è. Ma se elimino le considerazioni legate ai ritmi circadiani, scopro una cosa importante: che tra le telefonate esistono correlazioni. Se ricevo una chiamata, probabilmente ne faccio una subito dopo; se per esempio mi sto organizzando per uscire con un gruppo di amici, è probabile che chiami e venga chiamata tanto in un breve periodo di intensa comunicazione».

INFORMAZIONE - Lo studio potrebbe servire anche per tracciare il percorso di un’informazione. «Se vengo a conoscenza di una notizia in un periodo di forte attività, è più probabile che la propaghi perché sto chiamando tanto», aggiunge Miritello. «Lei, ora, mi sta intervistando; se oggi parlo con tanta gente è probabile che menzioni questo fatto, ma se non parlo con nessuno l’informazione non passa». Possibile che la discontinuità dipenda dal livello di attenzione e tolleranza? «Questo i dati non ce lo dicono. Ma da un’altro studio che stiamo conducendo, incentrato sulla cosiddetta economia dell’attenzione, sappiamo che esistono per chi chiama limiti sia fisici che di costo, temporale e monetario».

«ESPLOSIONE» - Per Andrea Salvini, docente di sociologia presso l’Università di Pisa ed esperto nell’analisi di reti sociali, «la scoperta che nella comunicazione si alternano effervescenza e silenzio prolungato è molto interessante. Dallo studio si ricava inoltre l’idea che questa “esplosione” sia condivisa, e che la sollecitazione lanciata da uno venga raccolta da tutti gli altri interlocutori. Una volta esaurito l'interesse, si passa al silenzio. Ci sono momenti in cui ce ne stiamo ritirati nelle nostre reti più intime, e momenti più ampi con una valenza collettiva. Questo è molto importante anche per capire le forme della partecipazione civile e sociale. Movimenti come quello che ha attraversato l'Africa del nord funzionano forse seguendo questi meccanismi».
«Corriere della Sera» del 12 settembre 2011

11 settembre 2011

Il primo giorno che vorrei

Scuola al debutto
di Alessandro D'Avenia
Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo, quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io?
E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce.
E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo.
Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri. Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano.
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate solo l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite. Per questo, un giorno, vi ricorderò.
«Avvenire» del 9 settembre 2011

08 settembre 2011

Un tour tra le scuole digitali

Youtube, tablet e prof bionici
di Giulia Belardelli
A pochi giorni dal "drin" della prima campanella, sono molte le novità telematiche che verranno sperimentate nei vari paesi. Dai libri di nuova generazione agli esami corretti con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, ecco le promesse di questa stagione
Quaderni, libri, astucci e fogli protocollo. Al massimo, una calcolatrice "non programmabile" a cui appellarsi senza posa durante il compito di matematica, come a un oracolo che tanto non parlerà. Fino a poco tempo fa era questa, più o meno, la lista dello stretto necessario per arrivare preparati al primo giorno di scuola. Oggi lo scenario sta cambiando radicalmente: da un lato, infatti, internet, i tablet e le tante applicazioni di intelligenza artificiale promettono di rivoluzionare il modo di stare tra i banchi di scuola; dall'altro, studenti tecnologicamente sempre più "saggi" impongono ai docenti di stare al passo con i tempi e diventare digitali anche loro. In alcuni Paesi molte di queste innovazioni sono già realtà e toccano ogni momento della formazione dello studente, dai test d'ingresso all'esame di fine anno. E sebbene non tutti si dicano entusiasti di questa "invasione tecnologica" nella formazione, sono in molti a vedere nel web e nei suoi alleati il futuro dell'educazione dei più giovani. Dagli Stati Uniti alla Corea del Sud, ecco una panoramica sulle novità telematiche più interessanti dell'anno scolastico che sta per iniziare.
La domanda di ingresso su Youtube. Se già da qualche anno iscriversi a corsi ed esami via web è pratica abbastanza comune, pressoché ovunque le prove di ammissione sono rimaste fedeli al "vecchio stile", vale a dire rigorosamente di persona e a base di test e quesiti. Come fare, però, a valutare i talenti digitali più nascosti delle future matricole? Con questa idea in testa, la George Mason University di Washington D.C. 1 e la Tufts University di Boston 2 hanno iniziato da quest'anno a selezionare i propri candidati anche sulla base di portfolio video caricati su Youtube, così da farli sentire più a loro agio al riparo dallo sguardo severo di una commissione. "Lo scopo non è quello di valutare le abilità di produzione di uno studente", ha spiegato Lee Coffin, direttore delle ammissioni alla Tufts University. "Crediamo che in questo modo il ragazzo abbia la possibilità di mostrarsi per quello che è, usando strumenti a lui familiari". Alla fine, su oltre quindicimila domande presentate alla scuola di Boston, oltre settecento aspiranti hanno proposto un video: "Alcuni, va detto, erano decisamente poco convincenti - ha continuato Coffin - ma nella maggior parte dei casi sono stati decisivi per l'ammissione, una sorta di biglietto d'ingresso".
La scuola al rovescio: lezioni a casa e compiti in aula. A rivoluzionare il concetto di e-learning, invece, ci stanno pensando diversi enti, società e accademie con l'obiettivo di integrare studio a distanza e tempo trascorso in aula. In cima all'elenco dei pionieri è la Khan Academy 3, una piccola organizzazione non profit che ha appena ricevuto un premio di 2 milioni di dollari da Google in quanto autrice di una delle tecnologia "più utili al mondo" (parola di Montain View) perché "capace di invertire le modalità di fruizione scolastica". L'organizzazione, infatti, ha costruito un'enorme collezione video di lezioni su Youtube per le scuole medie inferiori e superiori: oltre 2.400 lezioni dalla matematica alla letteratura che gli studenti possono tranquillamente seguire da casa. "Oltre ai corsi abbiamo anche una piattaforma web per svolgere un numero illimitato di esercizi", ha spiegato Salman Khan, fondatore e direttore dell'Academy. "In questo modo gli insegnanti possono dedicare la maggior parte del tempo passato in aula a comprendere le difficoltà degli alunni e aiutarli individualmente". Anche se l'organizzazione non ha una vera e propria "scuola", sono numerosi gli studenti e i professori americani e non solo che hanno deciso di provare la nuova tecnologia: "Basti pensare che finora abbiamo tenuto oltre 75 milioni di lezioni", ha concluso Khan.
"Con i tablet, un nuovo concetto di libro". Sul fronte dei gadget, i protagonisti indiscussi sono senza dubbio loro, tablet e libri elettronici. Mentre, infatti, la Corea del Sud ha annunciato che entro il 2015 tutti i suoi studenti utilizzeranno unicamente ebook reader 4, Vladimir Putin ha recentemente presentato un progetto che prevede l'introduzione dei dispositivi iTablet della Plastic Logic sui banchi delle scuole russe 5. Intanto, però, è l'iPad ad aver conquistato per primo le università mondiali: la London School of Business and Management, l'Illinois Institute of Technology e altri college regalano già adesso il gioiellino targato Apple a tutti i nuovi iscritti. "I tablet hanno enormi potenzialità sul mercato dei testi scolastici", ha spiegato Matt MacInnis, presidente di una start-up di ebook. "Per ora i libri digitali sono semplicemente una versione scannerizzata del testo cartaceo", ha continuato l'esperto. "Molte società editrici stanno lavorando a testi che forniscono un'integrazione audio e video, per un'esperienza di studio completamente nuova e capace di essere personalizzata a seconda delle necessità di ogni singolo studente".
L'esame a distanza, giudicato dal robot. L'esperimento più futuristico e intrigante per vedere se la tecnologia sia realmente pronta a caricarsi sulle spalle il peso della formazione avrà inizio fra pochi giorni. Il 10 ottobre partirà, infatti, il primo corso completamente gratuito e online della Stanford University: "Introduzione all'intelligenza artificiale 6". Con docenti del calibro di Sebastian Thrun, considerato dal Telegraph uno dei cento geni viventi, e Peter Norvig, ex scienziato della NASA e adesso direttore di ricerca a Google, il corso ha registrato oltre 125 mila iscrizioni - una bella sfida, considerando la montagna di domande che verranno poste durante le lezioni e le verifiche da correggere in tempo reale. A dar manforte ai due docenti ci penseranno, non a caso, le intelligenze artificiali: il corso, infatti, poggia su tecnologie sviluppate dalla Know Labs 7, una start-up californiana di cui fanno parte anche i due professori, nata con la missione di "digitalizzare la formazione". Gli esami di fine anno saranno giudicati da un software che sfrutta proprio le regole e i fondamenti che verranno insegnati tra una lezione e l'altra. "Il nostro obiettivo - spiegano i due docenti dal sito del programma - è capire se sia possibile o meno invitare a un corso il mondo intero".
«La Repubblica» dell'8 settembre 2011

05 settembre 2011

Violenza e terrorismo nascono nelle moschee

Il 99 per cento delle notizie che riguarda attentati terroristici e azioni violente si verificano nelle moschee in tutti i paesi del mondo
di Magdi Cristiano Allam
Appello fraterno da italiano che ama l'Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l'annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.
Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l'imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all'interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l'imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.
Il 30 agosto a Copenaghen, all'uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell'Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall'imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.
Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all'interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l'artiglieria dell'esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell'ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.
Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all'interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.
La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all'ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.
Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.
«Il Giornale» del 5 settembre 2011

04 settembre 2011

Gli allocutivi di cortesia

di Luca Serianni

"Il signor Guido Iazzetta (Milano) chiede informazioni sull’uso del pronome allocutivo voi invece di lei: il voi è andato in disuso con la caduta del Fascismo o mantiene tuttora qualche vitalità? Se si scrivesse un romanzo ambientato nel Sette o nell’Ottocento sarebbe più opportuno usare il voi o il lei?

Un po’ di storia. Nel Medioevo l’italiano, come altre lingue romanze, disponeva di un sistema bipartito, imperniato sull’asse tu/voi. Nella Commedia Dante si rivolge di norma col tu ai personaggi con cui scambia battute di dialogo, riservando il voi a interlocutori particolarmente autorevoli (“Siete voi qui, ser Brunetto?”). Il lei si è diffuso nelle cancellerie e nelle corti del Rinascimento ed è stato rafforzato, in séguito, dal modello spagnolo. Per alcuni secoli – diciamo dal Cinquecento al pieno Novecento – la nostra lingua disponeva dunque di un sistema tripartito: tu/voi/lei. Potremmo affermare, schematizzando un po’, che l’italiano letterario dei secoli scorsi era avviato a condividere la situazione dell’inglese attuale: il pronome allocutivo non marcato era voi (come you), lei e tu si adoperavano rispettivamente come variante altamente formale e altamente informale, ma tu poteva rappresentare un allocutivo non connotato socialmente, e quindi usato in riferimento a Dio o a un ente astratto personificato (come l’ingl. thou; “Tu – dice il Manzoni, rivolgendosi alla Fede nel Cinque maggio – dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola”).
Ma le differenze non sono soltanto queste. Oggi la distribuzione degli allocutivi è rigida dal punto di vista sociale: 1) ci si dà del tu o del lei reciprocamente, senza tener conto (per fortuna!) di eventuali differenze di condizione o di cultura; 2) se si decide di comune accordo di variare il sistema allocutivo la variazione può consistere solo nel passaggio dal lei al tu; 3) un rapporto dissimmetrico è ammesso solo tra un adulto e un ragazzo (un quindicenne darà del lei a un adulto sconosciuto, ma si sentirebbe a disagio se questi lo ricambiasse con un altro lei e non col tu; anche in questo caso la variazione potrà consistere solo nell’estensione bidirezionale del tu). Per il passato bisogna tener conto soprattutto di due fatti: 1) erano forti gli squilibri dipendenti dalle diverse posizioni sociali degl’interlocutori (padrone-servitore, ecc.) e il fattore età poteva condizionare persino il rapporto genitori-figli (ancora nella borghesia ottocentesca un figlio poteva dare del lei al padre e alla madre, ricevendone ovviamente il tu): 2) nelle relazioni tra pari l’uso degli allocutivi era meno stabile di quanto sia oggi, e si poteva passare dal tu al lei o al voi – e viceversa – senza particolari implicazioni affettive (qualche esempio in epistolari ottocenteschi nei miei Saggi di storia linguistica italiana, Napoli, Morano, 1989, pp. 20-23).
Passando ora agli specifici quesiti posti dal signor Iazzetta, si può affermare che: 1) la disposizione fascista in favore del voi ebbe scarsa efficacia, non solo perché fu varata solo nel 1938 ed ebbe poco tempo per affermarsi, ma anche perché il lei era assai diffuso e più o meno adoperato o compreso in tutt’Italia, mentre il voi era concentrato nel Mezzogiorno, ciò che ne comprometteva le possibilità d’affermazione nazionale; 2) oggi l’uso del voi non è certo scomparso, ma è sempre più limitato sia regionalmente (Italia meridionale), sia come registro (familiare), sia generazionalmente (è in forte declino presso i giovani); 3) in un romanzo ambientato nei secoli scorsi, bisognerebbe certamente rappresentare tutti e tre i pronomi allocutivi, prendendo esempio dal Manzoni, che nei Promessi Sposi – ambientati come tutti sanno in Lombardia tra il 1628 e il 1630 – riproduce con estrema cura, tra gli altri, anche questo aspetto d’epoca."

Postato il 4 settembre 2011

03 settembre 2011

Grass è ambiguo, ma la Shoah non è unica

di Giorgio Israel
Alain Finkielkraut aveva previsto già una trentina di anni fa le conseguenze dell’introduzione del termine «genocidio», coniato nel 1944 per distinguere lo sterminio degli ebrei dagli altri crimini contro l’umanità: il formarsi di un codazzo di aspiranti allo stesso privilegio; il dilagare dei «confronti» tesi a dimostrare il diritto a ottenerlo e quindi tesi a sminuire la gravità del genocidio degli ebrei. Come osservò Finkielkraut, «dalle donne agli occitani, ogni minoranza oppressa proclamò il suo genocidio. Come se, senza di ciò, cessasse di essere interessante». E l’elenco continua ad allungarsi: non si è visto, a Roma l’anno scorso, un corteo di insegnanti sfilare con la stella gialla appuntata sul petto, proponendo il proprio genocidio? A seguito del celebre film di Claude Lanzmann - Shoah, uscito nel 1985 - i termini olocausto e genocidio (degli ebrei) furono sostituiti nell’uso con la parola ebraica «Shoah» (catastrofe). Una scelta del tutto normale: non è altrettanto accettabile denominare sinteticamente Gulag lo sterminio di milioni di cittadini sovietici da parte del regime comunista? Il problema è che il termine Shoah è stato associato al rafforzamento dell’idea già contenuta nel termine «genocidio»: l’assoluta unicità di questo evento, la sua incomparabilità con qualsiasi altro crimine della storia, fino a farne un evento metastorico e a suscitare persino una metafisica e una teologia della Shoah. Chi scrive ha ripetutamente criticato come infondata e rischiosa la collocazione della Shoah al di fuori della storia. Per esempio, il rifiuto di stabilire qualsiasi relazione tra Lager e Gulag è assurdo. La relazione è stata evidenziata in modo magistrale sul piano romanzesco da Vasilij Grossman. Sul piano storico essa risale alla folle ambizione di entrambe le dittature di rigenerare la società dalle fondamenta: l’una mediante l’igiene sociale, l’altra mediante l’igiene razziale, come osservò Victor Zaslavski. Paradossalmente, il mito dell’unicità della Shoah è servito ai postcomunisti per derubricare i crimini di Stalin a qualcosa di non tanto grave. Naturalmente questo è frutto di cattiva coscienza. Così come è la cattiva coscienza che spinge ogni giorno qualcuno a sminuire la gravità della Shoah stabilendo confronti deliranti anziché relazioni magari discutibili ma ragionevoli, mescolandola con gli eventi più disparati. È la cattiva coscienza di un’Europa che non ha mai fatto davvero i conti con i propri totalitarismi. Leggo l’intervista di Günther Grass rilasciata due giorni fa a un giornale israeliano in cui «rilegge» la Shoah e la paragona alle sofferenze inflitte dai russi ai militari tedeschi, e trovo che molte delle sue affermazioni sono discutibili sul piano storico e qualcuna anche sul piano morale. Ma non mi sento di fare scandalo sulla frase che, invece, più ha destato scandalo: «Non dico questo per diminuire la gravità del crimine contro gli ebrei, ma l’Olocausto non è stato l’unico crimine». Non mi sento di fare scandalo perché questa frase esprime un concetto persino ovvio. È una frase di cui non vi sarebbe stato bisogno se non si fosse avuta l’idea avventata di collocare la Shoah sul piedistallo metastorico e metafisico dell’unicità. Per il resto, Grass si è espresso in modo discutibile ma aperto e onesto. Efferato e losco è invece l’atto di quel funzionario francese che ha interdetto mediante una circolare l’uso della parola «Shoah» nelle scuole. Mi ha colpito il riferimento di Grass al fatto che metà della Germania sia stata abbandonata al comunismo. Di questo oggi non si parla. Così, la Spagna zapaterista mette alla gogna i crimini del franchismo mentre stende una cortina su quelli non meno atroci compiuti dai comunisti spagnoli delle varie tendenze. L’Europa che non ha fatto i conti con tutti i totalitarismi del ’900 è la stessa che genera il nuovo antisemitismo, sotto forma di antisionismo e di odio per Israele e che, allo scopo, non si fa scrupolo di usare il negazionismo. Per contrastarla, il mito dell’unicità della Shoah non serve. Al contrario. Al posto della circolare francese, occorrerebbe una circolare europea che prescriva in tutte le scuole la lettura di Vita e destino di Vasilij Grossman.
«Il Giornale» del 2 settembre 2011

31 agosto 2011

Resistenti, indifferenti e «collabò»: l’intellighenzia francese sotto Hitler

Dal duro e puro Malraux alla tiepida Piaf fino al compromesso Simenon: ecco come si comportò il mondo culturale nella Parigi occupata dai nazisti
di Eugenio Di Rienzo
La nostra memoria visiva conserva alcune indimenticabili testimonianze della «strana disfatta» della Francia nel secondo conflitto mondiale, culminata con l’ingresso delle truppe naziste a Parigi il 14 giugno 1940. La sfilata trionfale dei reparti della Wehrmacht, lungo gli Champs-Élysées, di fronte alla cittadinanza stordita dall’incredulità e dalla disperazione. La visita-lampo di Adolf Hitler al Sacro Cuore e alla Torre Eiffel, alla luce incerta della livida alba del 23 giugno. Infine, un grande film del 1980 (L’ultimo métro di François Truffaut) che narra le vicissitudini di un regista e impresario ebreo, nascosto nella cantina di un teatro parigino per sfuggire alla cattura e per continuare a dirigere, da quel rifugio, le rappresentazioni delle sue commedie.
La pellicola, interpretata da Catherine Deneuve e Gérard Depardieu, costituisce la migliore introduzione alla lettura dell’affascinante volume di Dan Franck, Mezzanotte a Parigi (Garzanti, pagg. 508, euro 25), dedicato a «La capitale della cultura mondiale nel momento più difficile dell’occupazione nazista», come recita il sottotitolo. Un saggio che analizza con grande ricchezza di particolari le vicende dei tanti scrittori, artisti, accademici, attori, registi, esponenti del mondo della moda (non solo francesi ma anche esuli provenienti dai più diversi paesi europei) divisi tra intesa con l’invasore, resistenza, fuga, deportazione, nel lungo arco temporale che si concluse, il 25 agosto 1944, con la liberazione della nuova Atene, adagiata sul bordo della Senna, da parte dei reparti corazzati gaullisti guidati dal generale Leclerc.
La storia di questa comunità intellettuale, schiacciata dal tallone di ferro nazista, fu soprattutto la storia di una grande diaspora non solo geografica ma soprattutto ideologica e politica. Mentre il filosofo tedesco Walter Benjamin cercò senza successo di abbandonare la Francia, dove la sua origine ebraica lo avrebbe condannato alla deportazione, morendo stroncato da un infarto durante il tentativo di sconfinare in Spagna, lo storico March Bloch si unì alle formazioni partigiane per terminare la sua esistenza sotto i colpi di un plotone di esecuzione. Anche romanzieri e poeti di fama internazionale - Aragon, Malraux, Mauriac, Saint-Exupéry - parteciparono attivamente al movimento anti-tedesco, imbracciando le armi o svolgendo un’intensa propaganda clandestina la cui espressione meglio riuscita furono I Consigli all’occupato, redatti dal giornalista socialista Jean Texier, dove si forniva un succinto decalogo per contribuire all’isolamento morale e materiale delle forze di occupazione.
Altri, invece, come Maurice Chevalier, Sacha Guitry, la Chanel e la Piaf, imboccarono la più agevole strada dell’accomodamento con le autorità tedesche, giustificando, poi, quella scelta con l’alibi di dover continuare il proprio mestiere anche in una Paese dove l’intera produzione cinematografica e drammatica era rigidamente controllata dal Ministero della Propaganda di «Herr Goebbles». Altri ancora (Céline, Dieu La Rochelle, Montherlant) non si accontentarono di restare nell’ambigua «zona grigia», ma entrarono nell’area nera del collaborazionismo militante, spinti da interessi economici ma più spesso da sincere motivazioni come accadde per Robert Brasillach.
Caporedattore del settimanale Je suis partout, nelle cui pagine feroci incitamenti all’odio antigiudaico si alternavano all’entusiastica apologia del Nazionalsocialismo, Brasillach, catturato nel settembre del ’44, venne condannato, dopo un processo farsa durato venti minuti, alla pena capitale. La sentenza fu eseguita, il 6 febbraio ’45, nonostante la mobilitazione in suo favore degli studenti della Sorbona e la richiesta di grazia indirizzata al generale Charles de Gaulle dai grandi nomi dell’intellighenzia parigina e dal più fermo oppositore del regime di Vichy, Jean Paulhan, fondatore della rivista Résistance che, largamente diffusa, contribuì potentemente alla rinascita del sentimento nazionale francese. La levata di scudi per ottenere la salvezza di Brasillach era giustificata dai firmatati dell’appello dal fatto che la liberazione della Francia aveva messo in moto un meccanismo di punizione dei collaborazionisti, connotato da parzialità e indulgenza, nel quale il numero dei «salvati» superava di molto quello dei «sommersi». In questo clima, sostenne Paulhan, Brasillach era divenuto un semplice capro espiatorio, sacrificato per assicurare l’impunità a molti altri colpevoli il cui tradimento rimase per decenni sepolto nel silenzio. Soltanto grazie alla biografia di Pierre Assouline, pubblicata nel 1992, si è appreso, infatti, che Georges Simenon, intrattenne cordiali rapporti con gli alti comandi tedeschi, si arricchì scrivendo per il cinema e la stampa periodica gestiti dai nazisti e arrivò addirittura a vendere l’esclusiva del personaggio del Commissario Maigret all’industria cinematografica germanica.
«Il Giornale» del 31 agosto 2011

Una vita a lottare contro i privilegi delle coop adesso Caprotti si prende la sua rivincita

Il decreto toglierà le agevolazioni fiscali alle cooperative che per anni hanno fatto cartello contro il libero mercato. A lungo ha fronteggiato i numerosi colpi bassi delle "sorelle rosse"
di Stefano Filippi
È un giorno come qualsiasi altro per Bernardo Caprotti: mattinata nel quartier generale di Pioltello, alle porte di Milano; pranzo con i collaboratori più stretti; pomeriggio di nuovo al lavoro, nel riserbo, secondo il leggendario stile di vita del «Dottore». Potrebbe essere il giorno della rivincita per l’ottantaseienne patron di Esselunga, uno degli imprenditori più schivi - e di maggiore successo - d’Italia. È il giorno in cui il governo ha annunciato che eliminerà i privilegi fiscali alle cooperative. E proprio Caprotti, nel settembre di quattro anni fa, pubblicò il bestseller Falce e carrello (Marsilio editore) nel quale raccontava i colpi bassi subìti dal gioco di sponda tra la Legacoop, gigante economico legato al Pci-Pds-Ds, e le amministrazioni locali di sinistra.
Caprotti non ha mai indossato i panni del fustigatore. Il suo non era un libro-denuncia, ma una esposizione di fatti, scritta con un linguaggio sobrio e accompagnata da una mole di documentazione pubblicata on-line. Il racconto di una serie di vicende imprenditoriali che sembravano iniziative sfortunate, mentre in realtà erano state affossate dalla strategia delle «coop sorelle» per tenere lontana la concorrenza dal mercato della grande distribuzione in larghe zone del Paese.
Licenze commerciali lasciate scadere, ma prontamente girate dalle amministrazioni di sinistra alle coop «amiche». Ritrovamenti archeologici etruschi usati per dissuadere Esselunga dall’insediarsi nel cuore di Bologna. Terreni pagati all’asta sei volte il loro valore di mercato pur di impedire che l’imprenditore brianzolo aprisse un supermercato a Modena. Operazioni preparate con meticolosità e con l’impiego di ingenti capitali erano state mandate in fumo in un batter d’occhi.
Non si trattava di episodi riconducibili alla normale dialettica della concorrenza, ma tappe di un preciso disegno per bloccare l’espansione di Esselunga e tentarne la scalata.
Tuttavia le coop non avrebbero potuto mettere in campo la loro manovra se non potessero contare su un trattamento normativo e fiscale che le pone in situazione di vantaggio. Gli stretti rapporti con gli enti locali governati dalla sinistra non spiegano tutto. Ed è questo livello, quello dei privilegi, che viene colpito dal provvedimento del governo Berlusconi.
Le coop sono scalabili perché nessun socio può avere la maggioranza delle quote, quindi in qualche modo si sottraggono alle leggi del mercato. Hanno manager con poteri quasi illimitati, nel bene e nel male. Sono prive del fine di lucro e dovrebbero destinare parte degli utili (non tassati) a scopi mutualistici. Gran parte delle imposte sono deducibili dal reddito: in questo modo, per esempio, l’Ires (Imposta sul reddito delle società) incide sull’utile lordo delle coop per il 17 per cento, contro il 43 che abbatte l’utile di una società non cooperativa.
E poi le coop possono evitare di rivolgersi alle banche per ottenere capitali, perché incamerano ingenti somme in prestito dai soci ai quali garantiscono un doppio vantaggio.
I soci infatti godono di tassi di assoluto favore (Unicoop Firenze rende l’1,65 per cento, molto più di qualsiasi banca), sul quali si applica l’aliquota fiscale del 12,5 per cento contro il 27 per cento dei depositi bancari. E in un buon numero di casi, i bilanci delle coop vengono controllati e certificati da società riconducibili alle grandi centrali mutualistiche.
Questa massa di esenzioni fiscali doveva garantire la vita della miriade di piccole e piccolissime realtà cooperative che operano prevalentemente nel sociale. Ma nei mercati più vasti si trasformano in meccanismi distorsivi.
Le grandi coop sono presenti nella grande distribuzione e nell’agroalimentare, nel credito e nelle assicurazioni, nelle costruzioni e nell’impiantistica, nel settore immobiliare e dei servizi ospedalieri, perfino nella telefonia mobile e addirittura nel mercato dei farmaci.
Esse operano sul mercato dei capitali, raccolgono risparmio, emettono azioni e obbligazioni, si quotano in Borsa pur conservando franchigie (come le agevolazioni tributarie e la non contendibilità grazie al voto capitario nelle assemblee) di cui i concorrenti non godono.
«Le cooperative hanno perso l’anima», disse una volta l’ex segretario della Cgil Bruno Trentin all’Unità. Forse, togliendo un po’ di privilegi, gliela restituirà un governo di centrodestra.
«Il Giornale» del 31 agosto 2011

29 agosto 2011

La politica e la libertà di noi scrittori

di Francesco Piccolo
Questa rubrica si intitola “terapia” perché si occupa dei problemi della sinistra, non di quelli degli altri, di cui si occupano tutti con abbondanza e soddisfazione. Del resto, il pensiero dominante e pericoloso è il seguente: fino a quando gli altri saranno peggiori, noi non dobbiamo preoccuparci di essere migliori. Fino a quando ci sarà Berlusconi, sarà agile trascurare le nostre debolezze. Ma appena dopo saranno visibili i molti difetti dell’opposizione, che si è occupata troppo poco di un progetto propositivo, pur avendo avuto molti anni a disposizione per farsi trovare pronta.
Io sono un elettore del Partito Democratico, e mi interessa molto occuparmi di ciò di cui mi sento parte. Non sono contento del partito, come tanti; ma se lo scrivo, questo non piace a chi ha potere. Chi ha potere è permaloso, arrogante, minaccioso. Forse, ai tempi del Partito Comunista, qualche ragione per diventare timorosi poteva esserci, visto che una “scomunica” costava a volte un’emarginazione concreta. Ma adesso, francamente, avere paura del Partito Democratico e della minacciosità di quelli che non amano essere criticati, risulta davvero difficile. Alcuni, come è successo con D’Alema, continuano a ritenere questo giornale organo o proprietà del partito. Hanno molta voglia di dimenticare che non è più così da anni.
Gli scrittori, poi, nella quasi totalità dei casi, sono immuni dalle minacce o dalle rabbie scomposte del potere, per un motivo semplice: sono del tutto disinteressati al potere. E, al contrario del linguaggio dei politici, cercano sempre di esprimere un’opinione sincera, di cercare la verità, anche quando non ci riescono. Altrimenti non avrebbero nemmeno cominciato a scrivere, da ragazzi. Questa libertà non è attaccabile, non è detonabile in alcun modo. E se dovesse finire per esprimersi anche soltanto a casa propria, avrebbe la stessa passione e identiche caratteristiche di onestà intellettuale.
«L'Unità» del 31 luglio 2011

Viviamo nel secolo delle bufale?

In Rete, sui giornali e perfino nei libri circola ormai una quantità incredibile di falsi. Orientarsi è difficile, ma ci si deve difendere. Magari con la diffidenza. Perché non è vero che non ci sia più confine tra verità e menzogna

di Umberto Eco
Ho appreso da "Il fatto Quotidiano" del 13 aprile che lo "International Herald Tribune" aveva pubblicato una mia lettera molto polemica sulla guerra in Libia. Però si trattava dell'ennesima trovata di un signor X (non lo nomino perché immagino che faccia tutto quel che fa per farsi pubblicità) il quale si è specializzato in falsi, aveva in passato inviato ai giornali italiani pretese interviste con Gore Vidal, John LeCarré, Philip Roth e via dicendo, aveva messo on line un mio dialogo (ovviamente fasullo) con Abraham Yehoshua, e aveva creato un mio falso profilo Facebook - che aveva subito raccolto numerose offerte di amicizia, come pare accada tra i dissennati praticanti di questo sport quasi onanistico. Dagli amici ci guardi Iddio.
Pare anche che il signor X abbia inviato la falsa lettera allo "Herald Tribune" usando un mio presunto indirizzo di email aperto da lui stesso con grande facilità, ma nel contempo avesse accluso il suo (vero) numero di cellulare, che evidentemente nessuno aveva controllato. Solo nei giorni seguenti il giornale americano (colto da un sospetto) mi ha chiesto se la lettera fosse uno "hoax" (o bufala), ho risposto che lo era, e il giornale ha spontaneamente pubblicato una contrita smentita.
Su Internet trovo un lancio Adnkronos del 18 aprile che annuncia la scomparsa di Carlo Capponi, il bidello dell'Isola dei Famosi (?), e precisa: "Della sua esperienza all'Università di Bologna raccontava con fierezza: "Ho lavorato anche per Umberto Eco, gli giravo le pagine mentre firmava autografi"". Non ricordo di aver mai conosciuto il signor Capponi ma, se pure fosse avvenuto, difficilmente avrebbe potuto girarmi le pagine mentre firmavo autografi perché non sono mai stato così cafone da firmare autografi all'università, salvo che sui libretti di esame. Sempre in data 18 aprile, una rivista on line dal titolo allettante, "La perfetta letizia, Rivista giornalistica cattolica d'informazione e attualità", recensisce "Quisquilie e pinzillacchere" di Vincenzo Reda, "giunto alla sua seconda pubblicazione, introdotta dalla prefazione di Umberto Eco". Come è facile intuire non ho mai prefato questo libro (né conosco il Reda) ma la cosa non mi stupisce perché una volta un signore ha pubblicato come prefazione alla sua opera una mia lettera, neppure esageratamente cordiale, in cui declinavo la richiesta di una prefazione.
Sempre l'Adnkronos in data 15 aprile riferisce che, dopo il terremoto che ha investito l'Abruzzo, riapre al pubblico la torre di Rocca Calascio, "usata anche come set di "Il nome della Rosa"". Vedo anche la foto di questa bellissima fortificazione, che tuttavia non è stata usata per l'abbazia del film, ricostruita interamente a Fiano Romano. Ma viaggiando per Internet ho trovato molti monasteri che sono stati riconosciuti dai turisti come luogo della mia abbazia, e quindi le abbazie de "Il nome della Rosa" sono ormai come i chiodi della Croce.
Immagino che molti miei colleghi scrittori possano citare episodi analoghi. Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti. Però, se è difficile stabilire se una notizia su Internet sia vera, è più prudente supporre che sia falsa. A proposito di falso e autentico, il signor X dice che distribuisce i suoi falsi per dimostrare che non c'è più confine tra verità e menzogna. Ma si è visto che le sue bufale vengono subito scoperte. In un mio recente romanzo ho raccontato la storia di un falsario e di numerosi documenti mendaci prodotti dai servizi segreti di mezza Europa, e qualche recensore ha osservato (forse ossessionato dalla battaglia in atto contro il cosiddetto relativismo) che dove tutto è falso si perde ogni criterio di verità. Non ho mai letto un'affermazione così filosoficamente stupida. Per sostenere che qualcosa è falso bisogna ritenere (anche in termini di senso e linguaggio comune) che esista da qualche parte qualcosa di autentico. Sospettare che qualcosa sia falso significa avere una qualche nozione di verità. Ma forse questa è una posizione troppo sottile per i nemici del relativismo.
«L'Espresso» del 29 aprile 2011

Mentire e far finta

Nella finzione narrativa il confine tra vero e inventato è sfumato. Capita così che i lettori prendano sul serio i romanzi. Come se parlassero di cose realmente successe. E che attribuiscano all'autore le idee dei suoi personaggi

di Umberto Eco
I lettori si saranno accorti che in alcune delle ultime bustine mi sono occupato della bugia. E' che stavo preparando un intervento che ho tenuto lunedì scorso alla Milanesiana, dedicata quest'anno a "bugie e verità", dove ho anche parlato della finzione narrativa.
Un romanzo è un caso di menzogna? A prima vista dire che don Abbondio ha incontrato due bravi nei pressi di Lecco sarebbe una bugia perché Manzoni sapeva benissimo di raccontare una cosa che si era inventato. Ma Manzoni non intendeva mentire: "faceva finta" che quello che raccontava fosse accaduto davvero e ci chiedeva di partecipare alla sua finzione, proprio come accettiamo che un bambino, che impugna un bastone, faccia finta che sia una spada.
Naturalmente la finzione narrativa richiede che vengano emessi segnali di finzionalità che vanno dalla parola "romanzo" sulla copertina, a inizi come "c'era una volta". Ma spesso incomincia con un falso segnale di veridicità.
Ecco un esempio: "Il signor Lemuel Gulliver... tre anni fa, ormai stanco delle continue visite di curiosi alla sua casa di Redriff, comprò un piccolo appezzamento di terra nei pressi di Newark... Prima di lasciare Redriff, mi ha affidato questi fogli... Li ho letti con attenzione tre volte e devo dire che... la verità soffia su ogni pagina ed infatti l'autore stesso era talmente noto come persona veritiera, che era diventato proverbiale fra i suoi vicini di Redriff, i quali, per suffragare una loro affermazione, erano soliti aggiungere che era vera come se l'avesse detta Gulliver".
Nel frontespizio della prima edizione dei "Viaggi di Gulliver" non appare il nome di Jonathan Swift come autore di finzione ma quello di Gulliver come autobiografo veritiero. Forse i lettori non si fanno ingannare perché, dalla "Storia vera" di Luciano in avanti, le esagerate affermazioni di veridicità suonano come segnale di finzione, ma spesso in un romanzo si mescolano in modo così stretto fatti fantastici e riferimenti al mondo reale che molti lettori perdono la bussola.
Così accade che prendano sul serio i romanzi come se parlassero di cose realmente accadute e che attribuiscano all'autore le opinioni dei personaggi. E vi assicuro, come autore di romanzi, che al di là, diciamo, delle 10 mila copie, si passa dal pubblico abituato alla finzione narrativa al pubblico selvaggio per cui il romanzo viene letto come sequenza di affermazioni vere, così come al teatro dei pupi gli spettatori insultavano il fellone Gano di Maganza.
Mi ricordo che nel mio romanzo "Il pendolo di Foucault" il personaggio Diotallevi, per burlarsi dell'amico Belbo che usa ossessivamente il computer, gli dice a pagina 45 "la Macchina esiste, certo, ma non è stata prodotta nella tua valle del silicone". Un collega che insegna materie scientifiche mi aveva sarcasticamente osservato che la Silicon Valley si traduce Valle del Silicio.
Gli avevo detto che sapevo benissimo che i computer si fanno col silicio (in inglese "silicon"), tanto è vero che se fosse andato a vedere la pagina 275 avrebbe letto che, quando il signor Garamond dice a Belbo di mettere nella "Storia dei metalli" anche il computer perché fatto col silicio, Belbo gli risponde: "Ma il silicio non è un metallo, è un metalloide". E gli ho detto che a pagina 45 anzitutto non parlavo io bensì Diotallevi, che aveva pur diritto di non sapere né le scienze né l'inglese, ma che in secondo luogo era chiaro che Diotallevi si stava burlando delle cattive traduzioni dall'inglese, come chi parlasse di un "hot dog" come di un cane caldo. Il mio collega (che diffidava degli umanisti) ha sorriso con scetticismo, ritenendo che la mia spiegazione fosse un povero rappezzo.
Ecco il caso di un lettore che, sebbene istruito, anzitutto non sapeva leggere un romanzo come un tutto, collegando le sue varie parti, in secondo luogo era impermeabile all'ironia, e infine non distingueva tra opinioni dell'autore e opinione dei personaggi. A un non-umanista del genere il concetto di "fare finta" era ignoto.
«L'Espresso» dell'8 luglio 2011

Credulità e identificazione

Ci sono lettori che non sanno distinguere tra finzione e realtà: prendono sul serio la storia, non cercano di trarne insegnamenti e non si identificano nei personaggi. E sono più di quanti pensiamo
di Umberto Eco
Ricordavo nella precedente "bustina di minerva" che moltissimi lettori provano difficoltà a distinguere, in un romanzo, la realtà dalla finzione, e tendono ad attribuire all'autore passioni o pensieri dei suoi personaggi. A conferma, trovo ora in Internet un sito che registra pensieri di vari autori, e tra le "frasi di Umberto Eco" trovo questa: "L'italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento". Non è che non ci sia qualcosa di vero, ma si tratta di un luogo comune secolare messo in giro da autori stranieri, e nel mio romanzo "Il cimitero di Praga" questa frase la scrive un signore che nelle pagine precedenti ha manifestato pulsioni razziste a 360 gradi usando i cliché più frusti. Cercherò di non mettere mai in scena personaggi banali, altrimenti un giorno mi verranno attribuiti filosofemi come "di mamma ce n'è una sola".
Ora leggo l'ultimo "Vetro soffiato" di Eugenio Scalfari, che riprende la mia Bustina precedente e solleva un nuovo problema. Scalfari consente al fatto che ci siano persone che scambiano la finzione narrativa per la realtà, ma ritiene (e ritiene giustamente che io ritenga) che la finzione narrativa può essere più vera del vero, ispirare identificazioni, percezione di fenomeni storici, creare nuovi modi di sentire, eccetera. E figuriamoci se non si può essere d'accordo con questa opinione.
Non solo, la finzione narrativa consente anche esiti estetici: un lettore può benissimo sapere che madame Bovary non è mai esistita e tuttavia godere del modo con cui Flaubert costruisce il suo personaggio. Ma ecco che proprio la dimensione estetica ci riporta per opposto alla dimensione "aletica" (che cioè ha a che fare con quella nozione di verità condivisa dai logici, dagli scienziati o dai giudici che in tribunale debbono decidere se un testimone ha detto o meno come sono andate le cose). Sono due dimensioni diverse, guai se un giudice si commuovesse perché un colpevole racconta esteticamente bene le sue bugie; e io mi stavo occupando della dimensione aletica, tanto è vero che la mia riflessione era nata all'interno di un discorso sul falso e la bugia. E' falso dire che una lozione di Vanna Marchi fa ricrescere i capelli? E' falso. E' falso dire che don Abbondio incontra due bravi? Dal punto di vista aletico sì, ma il narratore non vuole dirci che quanto racconta sia vero bensì finge che sia vero e chiede anche a noi di far finta. Ci chiede, come raccomandava Coleridge, di "sospendere l'incredulità".
Scalfari cita il "Werther" e noi sappiamo quanti giovani e giovinette romantici si siano uccisi identificandosi col protagonista. Forse credevano che la storia fosse vera? Non è necessario, così come noi sappiamo che Emma Bovary non è mai esistita eppure ci commoviamo sino alle lacrime sulla sua sorte. Si riconosce che una finzione è una finzione eppure ci s'immedesima a fondo nel personaggio.
E' che intuiamo che se madame Bovary non è mai esistita, sono esistite tante donne come lei, e un poco come lei siamo forse anche noi, e si ricava una lezione sulla vita in genere e su noi stessi. I greci antichi credevano che le cose accadute a Edipo fossero vere e ne traevano occasione per riflettere sul fato. Freud sapeva benissimo che Edipo non era mai esistito, ma ne leggeva la vicenda come lezione profonda su come vadano le cose dell'inconscio.
Che cosa accade invece ai lettori di cui parlavo io, quelli che non sanno assolutamente distinguere tra finzione e realtà? La loro situazione non ha valenze estetiche, perché sono talmente preoccupati a prendere sul serio la storia che non si chiedono se sia raccontata bene o male; non cercano di trarne insegnamenti; non si identificano affatto nei personaggi. Semplicemente manifestano quello che definirei un deficit finzionale, sono incapaci di "sospendere la credulità". Siccome questi lettori sono più di quanti pensiamo, vale la pena di occuparsene proprio perché sappiamo che tutte le altre questioni estetiche e morali a loro sfuggono.
«L'Espresso» del 21 luglio 2011

Per liberarsi dalla cocaina Freud inventò la psicoanalisi

Fa discutere l’America il libro di uno storico della medicina sulle cattive abitudini giovanili dello scienziato dell’inconscio
di Paolo Mastrolilli
“Ho bisogno di un sacco di cocaina. Il tormento, la maggior parte delle volte, è superiore alle forze umane». Così scriveva il tossicodipendente Sigmund Freud nel 1895, cioè un anno prima di abbandonare la droga. Quella polverina bianca, però, potrebbe essere all’origine della psicoanalisi. La pensa in questo modo Howard Markel, professore di Storia della medicina alla University of Michigan, che col libro An Anatomy of Addiction sta attirando l’attenzione delle prime pagine degli inserti letterari americani.
La cattiva abitudine di Freud era nota, anche perché lui stesso ne aveva scritto nel saggio Über Coca. Poi però aveva passato il resto della vita a smentirla o sminuirla, liquidandola come una distrazione giovanile. È vero, come tanti giovani colleghi dell’epoca si era lasciato infatuare dalla sperimentazione di nuove sostanze, e l’aveva praticata su se stesso. Aveva esaltato le doti della cocaina nella cura di piccoli episodi di ansia e depressione, e aveva finito col raccomandarla anche come terapia contro la dipendenza da altre sostanze stupefacenti. A un certo punto, però, era ritornato in sé. Si era reso conto di quanto la droga danneggiasse la chiarezza del pensiero e si era dedicato alla missione della propria vita: creare la psicoanalisi.
Markel beve questa pozione fino a un certo punto. Riconosce che Freud riuscì davvero a interrompere l’uso, o l’abuso, della cocaina nel 1896. Tutto il resto, però, è da rivedere.
Come prima cosa, Markel fa risalire la dipendenza alla gioventù del medico viennese: già a 28 anni aveva parlato del suo interesse per la coca in una lettera spedita alla fidanzata Martha Bernays, e meno di un mese dopo le aveva annunciato che aveva cominciato esperimenti su se stesso. Poco alla volta l’uso scientifico era diventato un’abitudine ludica, al punto che Sigmund confidava di mettere sotto la lingua piccoli quantitativi di droga prima di andare alle cene dei colleghi, «per sciogliere la mia lingua».
Anche gli esperimenti professionali erano andati parecchio oltre il limite. Freud aveva intuito l’efficacia della coca come anestetico, senza arrivare a rivendicarne la paternità. L’aveva comunque usata come cura per la dipendenza dalla morfina del suo amico Ernst von Fleischl-Marxow, con risultati devastanti: Ernst non aveva rinunciato alla droga e poco dopo era morto. Aveva appoggiato anche gli esperimenti di un altro collega, Wilhelm Fliess, che operava i pazienti al naso per risolvere certe neurosi, aiutandosi con la cocaina. Di questa fesseria fece le spese Emma Eckstein, una giovane che rischiò la vita.
Nonostante questi errori, Markel è convinto che la coca finì con lo svolgere un ruolo molto più importante di quanto riconosciuto nella nascita della psicanalisi. Per due motivi. Il primo è che questi esperimenti anticiparono il metodo usato poi dal medico viennese nella sua disciplina, mettendo se stesso al centro dell’osservazione. Il «personaggio» Freud compare per la prima volta negli scritti sugli effetti della cocaina, aprendo la strada a quello che poi sarebbe seguito. Il secondo motivo è che il bisogno di liberarsi dalla dipendenza potrebbe aver spinto Sigmund a adottare la rigida routine che impose a se stesso proprio intorno al 1896, alzandosi sempre prima delle 7 del mattino e lavorando tutta la giornata, tra le molte visite con i pazienti, la scrittura e i convegni.
Dunque non sarebbe stata la passione per lo studio della psicoanalisi a fargli abbandonare la cocaina, ma piuttosto la necessità di liberarsi dalla dipendenza lo avrebbe spinto ai ritmi di impegno che si sarebbero rivelati fondamentali per raggiungere i suoi risultati professionali.
Markel sostiene tutto questo confrontando la vita di Freud con quella di William Halsted, forse il più grande chirurgo della storia americana. Anche lui aveva cominciato a sperimentare le droghe per ragioni professionali, come possibili anestetici, ma poi era finito a ruota con la coca e la morfina. Aveva completamente cambiato carattere, si era chiuso in se stesso, e quando esagerava spariva dalla circolazione. Però aveva continuato a esercitare la professione con grande successo, con tecniche più meticolose di quelle adottate prima della dipendenza.
Era un’epoca diversa dagli anni Sessanta, quando Timothy Leary sperimentava l’acido Lsd tra gli studenti di Harvard per motivi intellettuali. Questi giovani medici cercavano nuove strade per curare i pazienti, e capitava che certe volte imboccassero quelle sbagliate. Markel però non li assolve, qualunque siano stati i risultati, perché il suo libro resta l’anatomia di una «addiction».

«Il Giornale» del 24 luglio 2011

Sciopero contro il calcio

di Massimo Gramellini
E se invece dei calciatori scioperassimo noi? Se decidessimo di colpo e tutti insieme di diventare adulti, smettendo di delegare il nostro umore a bande di mercenari con procuratori al seguito? Per me è più facile, ho la squadra del cuore in serie B. Ma è come smettere di fumare: con un po’ di sforzo possono farcela tutti. Il baraccone del calcio si regge su un incantesimo collettivo. Per rivivere le emozioni pure dell’infanzia, il tifoso finge di credere che quei ragazzotti con l’amata divisa indosso siano i suoi avatar. Trasferisce le sue rabbie e le sue speranze a giocatori che non le condividono: perché ignorano la storia del club e perché comunque non gliene importa niente. Sono lì per guadagnare. E per vincere. Ma vincere per se stessi e i propri compagni. Mica per noi. Credetemi, li ho conosciuti da vicino quando facevo il giornalista sportivo: nelle interviste ci incensano, ma in cuor loro ci considerano dei pirla. E hanno ragione.
I calciatori sono una casta che ci sfrutta, esattamente come quell’altra. Il parallelo è impressionante: anche in politica deleghiamo a professionisti prezzolati la realizzazione dei nostri desideri, imprestando loro ansie di cambiamento che essi fingono di sottoscrivere nei comizi, per poi irriderle e svilirle nel chiuso degli spogliatoi (pardon, delle aule parlamentari). Mentre noi con la bava alla bocca ci dividiamo fra destra e sinistra, Inter e Milan, i nostri avatar vanno a cena insieme, badando ai loro interessi comuni. Il rimedio? Una cura choc: stadi vuoti, urne vuote. E’ ora di ritirare le deleghe e di diventare tifosi di noi stessi.
«La Stampa» del 25 agosto 2011

Il socialismo reale? Risultato tragico di un’idea pessima

La teoria era colpevole quanto la pratica Anche se gli storici stentano ad ammetterlo
di Giampietro Berti
La storia del comunismo ha segnato in modo indelebile il XX secolo, fondendosi con il suo svolgimento generale. Tuttavia le sue vicende costituiscono anche un universo a parte, che può essere studiato qualora si parta dalla premessa che non esiste alcuna discontinuità effettiva fra i suoi presupposti dottrinari e i suoi sviluppi reali. La capacità di leggere la continuità fra la teoria e i suoi esiti pratici rappresenta il vero banco di prova della comprensione autentica del comunismo. Ed è su questo arduo terreno interpretativo, volto a una ricostruzione storiografica complessiva, che si cimenta ora uno dei massimi studiosi italiani ed europei della dottrina e della storia comunista, Vittorio Strada, in Lenin, Stalin, Putin. Studi su comunismo e postcomunismo (Rubbettino, pagg. 410, euro 20).
Strada ripercorre il cammino tragico che va dalla Rivoluzione d’Ottobre alla nascita della Russia odierna. La sua attenzione, però, non è rivolta alla storia generale dell’Unione Sovietica, ma alle due maggiori figure che l’hanno determinata: Lenin e Stalin. Esse vengono esaminate con lo scopo di capire in quale modo, attraverso la loro azione, il comunismo si è storicamente determinato. Segue lo studio del loro culto da parte del movimento comunista internazionale, poi lo sguardo si allarga ai rapporti tra il potere sovietico e il comunismo europeo e italiano. Lo studioso parla giustamente di stalinismo ed eurostalinismo, e a questo proposito inserisce anche pensatori e militanti come Lukács e Gramsci, dato che essi altro non sono stati che varianti particolari del totalitarismo rosso, come, del resto, lo è stato anche il maggior avversario di Stalin, Trotskij. Il passaggio dalla Russia sovietica alla Russia nazionale di Putin, rappresentato dal tentativo tutt’ora in corso di dar vita a una nuova identità politica e culturale, risente di tutto il passato, con la conseguenza che questa ricerca è gravata dal retaggio ideologico precedente. L’opera si conclude con una disamina sul carattere «teologico» del marxismo, dato che questo non è né vera scienza, né vera fede (acute pagine sono dedicate a Zdanov e alla bufala della «scienza proletaria»).
Lo studioso ci dimostra che Stalin rimanda a Lenin e Lenin rimanda a Marx, per cui, per converso, il marxismo spiega il leninismo, il leninismo spiega lo stalinismo. Non solo. La stessa destalinizzazione attuata da Chrušcëv fu posta in essere con metodi stalinisti, anche se ciò avvenne senza spargimenti di sangue. Con largo spargimento di sangue, invece, si verificò un altro momento stalinista del processo di destalinizzazione: la rivolta ungherese del 1956. Strada delinea un’interpretazione del comunismo che è l’esatto opposto del truffaldino paradigma della degenerazione storica messo in atto dai «furbetti del quartierino» della storiografia comunista, per i quali l’input originario avrebbe subito la metamorfosi deteriorante del Gulag. Stiamo alludendo, naturalmente, alla curiale, bizantinissima e incredibile teoria dello scarto fra teoria e pratica, escamotage ermeneutico utilizzato per decenni dalla cultura marxista, e più in generale di sinistra, che ha sempre espunto la spiegazione razionale del rapporto consequenziario tra mezzi e fini. Vien da chiedersi: se si pone in atto la dittatura - come è stato fatto ovunque dal comunismo - come sarà mai possibile ottenere la democrazia?
Sempre con il metodo di un’interpretazione complessiva della storia comunista, Strada documenta l’inconsistenza teorica del diverso trattamento che il «politicamente corretto» ha riservato ai totalitarismi del Novecento. Anche qui vien da domandarsi: per quale misterioso motivo quando si tratta di valutare il comunismo, ci troviamo di fronte alla distinzione tra comunismo e stalinismo, per cui si ha la triplice definizione-comparazione di fascismo, nazismo e stalinismo? Perché il fascismo e il nazismo vengono presi e giudicati «in blocco», mentre il comunismo viene distinto dalla sua esperienza dittatoriale? Perché si parla di socialismo ideale e di socialismo reale? È ovvio: si vuole dire che il comunismo è una cosa e lo stalinismo un’altra, che il comunismo è buono, mentre lo stalinismo è cattivo, onde giungere a un risultato speculativo in grado di spostare il giudizio di valore dalla natura del comunismo all’effettività espressa dal suo concreto operare.
Strada sembra far propria l’osservazione di Hegel, secondo cui il vero «è il divenire di se stesso»: il futuro è l’insieme continuo del presente. Ciò vale, naturalmente, anche per l’idea comunista e tutto ciò che da essa ne è seguito. Il che vuol dire, aggiungiamo noi, che il suo fallimento era già inscritto nel Dna della dottrina: il comunismo è, in sé, fallimentare (ricordiamo che in Russia, e in tutto l’Est europeo, la sua dissoluzione non è avvenuta per qualche azione esterna). Il comunismo è imploso, autodistruggendosi, per cause endogene.
«Il Giornale» del 29 agosto 2011

27 agosto 2011

Erri De Luca, Una specie di trincea

Brano tratto dal volume In alto a sinistra, Feltrinelli 2007
di Erri De Luca
Già pubblicato sulla rivista "Nuovi Argomenti" nel 1992
Quando trovai la fogna fui felice, ma non potei sorridere. Il rischio di troppi giorni mi aveva indurito i nervi. Con il piccone aprii una breccia sulla parte superiore del collettore che avevo raggiunto e respirai quel tanfo come un profumo di vittoria. Non ero impazzito, ero invece in salvo.
Da molti giorni era cominciato lo scavo. Partiva dalla villetta, attraversava un giardino e arrivava sulla strada, intralciandone metà. Là sotto, a una profondità che ignoravamo, avremmo trovato la fogna. Cominciammo in molti, poi, quando lo scavo divenne più profondo di un uomo in piedi, restammo solo in due. Era largo un metro, il minimo per rigirarsi, e nel punto in cui trovai la fogna fu profondo sei. Bisognava collegare un condotto dalla villetta al collettore.
Scavammo in due in quella fossa stretta per diversi giorni, ognuno dei quali era più buio del precedente. Mettevamo lo sterro in recipienti che issavano dall'alto con una carrucola. Entravamo all'alba, uscivamo, salvo la pausa di mezzogiorno, alle cinque. Anche chi non è del mestiere sa che una fossa del genere va rinforzata alle due pareti con travi verticali bloccate da puntelli a contrasto. Altrimenti è possibile che crolli. Il capomastro non volle provvedere. Perciò scavammo in due, faccia a faccia, sapendo in che diavolo di trappola eravamo finiti. Chi eravamo e perché accettavamo quel rischio?
Uno era un algerino di quarant'anni, uomo sobrio di poche parole. Era l'ultimo assunto in cantiere e non poteva rifiutarsi, lo sapeva: lo avrebbero messo alla porta. Che avesse bisogno di quel lavoro non occorre dirlo: era arrivato da poco a Parigi, parlava poche parole di francese, era il suo primo lavoro in terra di Francia. L'altro ero io, trentaduenne manovale italiano, assunto già da diversi mesi e mal tollerato dal capomastro francese. Al mattino ero tra i primi, ma anche a sera: ero il primo a staccare alle cinque. Non suonava una sirena, ognuno doveva regolarsi da sé e questo faceva in modo che nessun operaio smettesse in orario, temendo di mostrarsi poco attaccato al lavoro. Perciò ognuno di loro finiva per regalare del tempo non retribuito a un datore di lavoro esperto in vari trucchi del genere. Io staccavo alle cinque in punto e poi non volevo fare gli straordinari nei giorni non lavorativi. Questo andava di traverso alla comodità di disporre con elasticità della manodopera. Non ero elastico, anzi ero piuttosto rigido, indurito nei muscoli e nel sonno. Mi erano perciò volentieri assegnati i lavori più faticosi, i più sporchi. Ero l'unico di pelle bianca a farli.
All'ora di mensa tra brodaglie assortite con spezie violente si chiacchierava nel rozzo francese comune, poi ognuno tornava ai suoi pensieri in linguamadre. Mi chiamavano Italia, ma non mi sentivo membro di una nazione, non difendevo i colori di una maglia o di una pelle, nemmeno la mia. Accettavo il soprannome, l'Italia lavorava sodo e non toglieva il posto a nessuno, pérché nessuno voleva il suo posto. Avevo bisogno di quel lavoro, lo avevo trovato a stento dopo aver battuto per settimane la periferia di Parigi. Lo avevo ottenuto, volevo tenermelo, malgrado tutti i dannati capimastri. Se voleva un pretesto per sbattermi fuori non glielo avrei dato, sarei sceso in gola all'inferno, ma non mi sarei tirato indietro.
Ecco perché in quei giorni due uomini che non si conoscevano e nemmeno sapevano chiamarsi per nome, stettero faccia a faccia in una fossa rischiando la pelle in cerca di una fogna. Ogni metro di quel buco stringeva il cielo a una striscia larga quanto il cunicolo in cui stavamo. Ogni metro di quel buco poteva crollarci addosso e tenerci sotto il tempo utile a essere sepolti vivi.
Gli altri operai al mattino non ci dicevano più niente, tiravano via zitti al loro lavoro. A mezzogiorno qualcuno ci offriva da bere. Rifiutavo, mi era cresciuta in quei giorni una collera sorda contro tutti, una furia sottopelle che mi faceva sopportare le ore là sotto. Quanto durò? Nemmeno molto, una dozzina di giorni. Alla fine della prima settimana l'uomo che avevo di fronte cominciò a non poterne più. Nel buio rischiarato dalla lampada, là sotto era nero anche a mezzogiorno, c'erano quegli occhi scuri tondi, spalancati, la faccia che grondava, l'invocazione ormai automatica che riesco ancora a sentire se mi tappo le orecchie: "Trouvé? Tu l'as trouvé?" voce rauca di uomo che si sente perduto, fiato comune delle trincee di questo secolo. No, non l'ho trovata ancora, ma dev'essere vicina. Fatti sostituire, amico, il capo non ce l'ha con te, tu hai fatto la tua parte. Gli dicevo così, lui allora stava zitto, non parlava più. Aveva chiesto agli altri operai algerini, nessuno voleva scendere lì sotto. Allora gli dicevo che sarebbe crollata di notte quella fossa, mai di giorno che era bene asciutta, di notte invece, con l'umidità. Inventavo spiegazioni, un poco mi credeva, ero istruito. Non sarebbe crollata quella fossa, non aveva varcato il mare per finire sepolto con un napoletano, saremmo invece morti in mare, sui monti, ma non lì. Questo non glielo dicevo, non si deve parlare di morte coi piedi nella fossa. Cercavo di calmargli la paura, ma lo facevo per me perché avevo bisogno di lui, in due avremmo fatto prima. Se fosse scoppiato, se si fosse fatto licenziare avrei dovuto finirlo da solo quello scavo, ci avrei messo di più, avrei rischiato di più. Ma perché un uomo doveva patire in quel modo, perché al mondo un essere umano doveva guadagnarsi il pane per i suoi figli con una corda al collo? Per me era una questione di orgoglio inferocito, ma per lui quello era solo pane e doveva invece bagnarlo di quell'acqua nostra salata che al gusto così tanto somiglia alle lacrime. Allora pensai che non mi era di nessun aiuto, me la sarei cavata meglio da solo là sotto. Così durante l'ora di mensa andai dal capomastro che mi guardò bellicoso, pronto com'era a dirmi che quello era il lavoro e se non lo volevo fare quella era la porta. Glielo avevo già sentito dire ad altri. Davanti agli operai gli dissi che là sotto non ci si rigirava più,, che in due era impossibile continuare e che la fogna era ormai vicina. Gli chiesi di lasciarmi terminare il lavoro da solo. Mise gli occhi nel piatto e fece di sì con la testa.
Così dopo l'ora di mensa entrai da solo nella fossa. Per la prima volta in quei giorni fui calmo, senza quell'uomo là sotto mi sentii sollevato. Non lavoravo più solo di piccone, avevo anche da spalare. Ci avrei messo di più, m non avrei avuto addosso quegli occhi, quel fiato ("Trouvé? Tu l'as trouvé?") e tutta la materia umana che sotto l'infamia gronda di sudore e senza volerlo implora dall'ultimo sconosciuto la salvezza. Ma questo lo intendo adesso che per la prima volta ricordo quei giorni. Allora pensavo soltanto che non avevo. bisogno di lui, che non avevo bisogno di nessuno per trovare quella dannata fogna. Senza la sua pena mi sentivo leggero. Però quel collettore non lo trovavo. Passarono così altri giorni, il cielo dei mattini d'agosto in terra di Francia era splendente. Dal fondo del fosso sembrava un canale. Sudavo poco, faceva fresco là sotto. Qualcuno dall'orlo dello scavo si affacciava ogni tanto chiedendo: "a va?" Rispondevo invariabilmente: "C'est la villégiature". Se in alto sulla strada passava un camion veniva giù terra dai fianchi dello scavo. Era il suo modo di sudare, di tendere i muscoli per non crollare: grondava terra. Sta dalla mia parte, pensavo. A volte un lavoro anche duro non basta a tenere quieta la testa, perciò uno da solo per otto ore al giorno in un fosso finisce per avere un sacco di tempo per inventarsi frottole e favole. Pensavo, lo ammetto, che quel budello avesse un corpo e un'intenzione, per esempio quella affettuosa di non finirmi addosso.
Uno di quei giorni qualcuno per scherzo buttò néllo scavo una rozza croce, due pezzi di legno legati ad angolo retto da una corda. Cadde vicino al piccone. Mi arredano l'ambiente: provai l'impulso di risalire di corsa e dar la caccia a chi voleva giocare con me al becchino. Un morto che risorge croce in pugno e si mette a inseguire il corteo funebre: sicché sorrisi.
Quando affondai il piccone nella terra e il ferro rimbalzò contro la volta del collettore fognario con suono di rimbombo, fui felice. Ma non potei sorridere, i nervi mi legavano stretto i muscoli del viso come lo spago dell'arrosto al forno. Volevo gridare, neanche quello uscì. Con la pala liberai bene il passaggio e con un colpo secco di piccone sfondai la volta sulla quale finalmente poggiavo i piedi. Chissà se qualcuno è stato mai felice di odorare la merda. Io lo fui e anche gonfio di orgoglio feroce di avercela fatta, mischiando così a quell'odore naturale quello innaturale della spazzatura di sentimenti che avevo provato dentro di me in quei giorni. Merda su merda, lì sotto devo essermi sentito in quel momento in pace, anche se non riesco a ricordarlo. Ci dev'essere stato un pareggio tra me e quella fogna, alla prova di chi di noi due fosse più pieno. Non voglio dir male di me: quando si è in un vicolo stretto della propria vita, per cavarsela si bussa a risorse alle quali in quel momento non si chiede da dove provengano. Quei pensieri di orgoglio servivano a tenermi lì sotto senza chiedere scampo. Mi hanno reso un buon servizio, ma erano pensieri di merda. Fui felice di avercela fatta contro quel bestione di capomastro che non avrebbe pagato niente per la morte di un manovale sepolto sotto una galleria crollata.
Venni fuori prima del tempo quel giorno e ognuno mi chiese se l'avevo trovata, temendo che avessi deciso di mollare. Rispondevo portando al naso due dita per tapparlo. È finita la villeggiatura? Erano lieti che ce l'avessi fatta. Ognuno di loro sapeva di aver tollerato la morte possibile di uno di loro senza aver fatto niente per impedirlo. Ma fare qualcosa per me potevano solo rischiando il loro precario posto di lavoro oppure mettendosi al posto mio: non si può chiedere a nessuno di uscire dai ranghi e alzare la voce o la croce. Però gli uomini che apprezzano in un altro uno scatto che essi hanno dovuto reprimere, poi sono amici. Quel giorno alle cinque di sera gli operai staccarono tutti insieme. Alle cinque in punto nessuno era più sul posto di lavoro. Sorrido per simpatia adesso, allora ci badai appena.
Fu necessaria una settimana per l'allaccio. Gli operai specializzati pretesero che tutta la fossa venisse puntellata a regola d'arte. Il capomastro era fuori di sé per la perdita di tempo, mi additava loro per dimostrare che non c'erano rischi, s'azzardò perfino, affannato com'era, a chiedermi in loro presenza se veniva giù terra dalle pareti, sperando in una mia complicità. "Come grandine," fu il mio contributo.

Forse nella vita di ognuno capita un giorno in cui si è felici di odorare la merda. So di essermi comportato male contro la mia vita, di averla giocata per orgoglio, collera e chissà cos'altro sta nel cuore di uno. Anche se poi alla tavola delle molte lingue il mio posto venne tenuto in conto e molti mi invitavano a sedere accanto a loro, vorrei che nessuno più andasse con un piccone a bussare alla propria fossa sperando che non sia ancora pronta.
Postato il 27 agosto 2011