02 luglio 2008

Petrarca e Laura dall’icona alle foto

Analizzando tre sonetti del «Canzoniere», il critico Giorgio Bertone delinea gli «elementi sparsi» di una teoria dell’immagine e del ritratto nel grande poeta, in linea con il Secondo Concilio di Nicea: e per la prima volta un intellettuale riconosce alla pittura una qualità eccellente
Di Bianca Garavelli
Il punto di partenza è la questione del ritratto, «riassumibile, simbolicamente, nei poli del Concilio di Nicea e dell’avvento della fotografia». Questione nella quale si inscrive, sorta di pacificatore tra forze in contrasto, il poeta Petrarca. È l’affascinante percorso che Giorgio Bertone, docente e studioso letteratura italiana (per esempio di Calvino e di metrica, ma anche del rapporto fra scrittura e paesaggio), compie rileggendo tre sonetti del Canzoniere petrarchesco: il XVI, il LXXVII e il LXXVIII, nei quali individua gli «elementi sparsi» di una teoria del ritratto, non sistematica, ma significativa e sorprendente. Si parte dal celebre sonetto XVI, «Movesi il vecchierel canuto et biancho», in cui un pellegrino compie un viaggio per venerare la Veronica, la vera immagine di Cristo. Con questo pellegrino si identifica lo stesso poeta, che in un certo senso venera l’immagine della sua Laura.
E qui entra in gioco il Secondo Concilio di Nicea: nella quinta sessione, al centro della sala conciliare, «dove già la tradizione voleva in posizione d’onore i Sacri Vangeli», viene messa un’icona. Per la prima volta, l’immagine viene elevata allo stesso rango della parola divina: in effetti dai lavori del Concilio emergerà poi la prevalenza della vista sull’udito, e verrà ufficialmente attribuita alle immagini sacre la capacità di indurre i fedeli all’adorazione di Gesù incarnato, con grande vantaggio per le loro anime.
Petrarca, in tutto ciò, finisce per ricoprire il doppio ruolo di teorico e fruitore concreto della propria stessa teoria. Infatti sappiamo, per sua diretta testimonianza, che si era fatto dipingere dal famoso pittore Simone Martini un ritratto di Laura, al quale teneva moltissimo. Nel Terzo Libro del Secretum, però, dalle parole di Sant’Agostino emerge un duro rimprovero verso questa sua debolezza peccaminosa. Ma a leggere bene, osserva Bertone, si scopre che il male non sta nel ritratto, bensì nell’ossessione del pensiero continuo di Laura, che occupa e tormenta la mente del poeta anche quando la sua donna non è presente. Al contrario verso l’autore di quest’ultimo, Simone Martini, viene espresso un apprezzamento assoluto, al punto di parlare del «genio di un famoso artista».
Quindi Petrarca non si rivela affatto sulla linea dell’iconoclastia, della condanna dell’immagine in quanto inferiore rispetto alla parola, quanto piuttosto dell’idea che nel ritratto, sulla scia di quello divino della Veronica e delle icone, si ponga un fondamento di verità. L’arte del ritratto, e in generale la pittura, è dunque nobile, e in un certo senso divina, dotata com’è del potere di suggerire l’identificazione dell’immagine con la realtà che riproduce. È quanto Petrarca suggerisce nei due sonetti di ringraziamento per il ritratto di Laura, dedicati appunto a Simone Martini, il LXXVII e il LXXVIII. All’immagine, sia pure un’immagine non di per sé sacra, viene attribuito un valore del tutto positivo: la pittura è da ascrivere pienamente nel novero delle arti liberali. Da poeta, Petrarca assume qui anche un po’ il ruolo di storico dell’arte, e di pioniere di un discorso tuttora in atto sull’immagine e il suo ruolo.
Per la prima volta, un intellettuale riconosce all’immagine una potenza dirompente, esercitata attraverso l’emotività che suscita, sia nell’artista che la produce, sia nello spettatore che l’ammira: Simone Martini secondo Petrarca è salito «nel cielo» per ideare la sua opera e vedere la vera immagine di Laura, senza lo schermo ingannevole del corpo. Ecco perché ogni volta che guarda il suo ritratto il poeta tanto si commuove. Una rilettura di tre sonetti che ci fa riflettere su una sorprendente ipotesi: che l’immagine nasca nella cultura occidentale con le radici ben piantate nella dimensione della spiritualità.

Giorgio Bertone, Il Volto di Dio. Il volto di Laura, Il melangolo, pp. 76, € 15,00
«Avvenire» dell’8 marzo 2008

Il gulag di Pechino commercia organi

In Cina ci sono 10 mila esecuzioni capitali l’anno e 600 ospedali trapiantano le parti degli uccisi. L’appello del dissidente Wu
di Harry Wu
«Migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte cinesi vengono venduti nel mondo e sono una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista»
La Cina è uno dei Paesi in cui la pena di morte è prevista per legge. Nonostante gli appelli delle principali organizzazioni internazionali, Amnesty International in testa, ogni anno nel Paese asiatico si contano dalle 8000 alle 10000 condanne a morte. La Cina rappresenta il 22% della popolazione mondiale, ma commina e fa eseguire almeno il 90% delle condanne a morte nel mondo. Se si denuncia questa vera e propria strage, compiuta in nome della preservazione del regime comunista, si viene subito etichettati come nemici del popolo cinese. Il presidente statunitense George Bush, anche dopo le sollecitazioni di Nancy Pelosi, portavoce del Congresso Usa, a metà ottobre del 2007 ha ricevuto il capo del buddismo tibetano, il Dalai Lama. Per questa iniziativa, Pechino ha accusato duramente Washington di ingerenza nella politica cinese, e minacciato forti ritorsioni. Questo episodio è emblematico della protervia e arroganza del governo di Pechino, che pretende dai singoli Paesi, od organismi internazionali, che non esaminino quello che avviene nel suo territorio e soprattutto non assumano un comportamento difforme dalla linea ufficiale cinese, senza tener conto del fatto che questi altri Paesi non sono attualmente colonie della Cina.
Per la decisione di ricevere un capo religioso, esiliato dal regime comunista cinese ormai da decine di anni, un Paese democratico e un presidente liberamente eletto sono rimproverati e attaccati con violenza come se fossero sudditi disobbedienti! Lo stesso è poi accaduto in Italia. Il capo di un Paese in cui da 58 anni, e cioè dall’ascesa di Mao Zedong, viene represso nel sangue qualsiasi anelito di libertà; dove ogni anno si contano decine e decine di migliaia di sollevazioni spontanee; dove i lavoratori sono ridotti in semi­schiavitù; dove i contadini muoiono letteralmente di fame; dove ci sono ancora, mimetizzati col nome di fabbriche o fattorie, oltre mille campi di concentramento, i laogai, nei quali ho trascorso 19 anni della mia vita, il capo di un Paese di questo genere, mi chiedo che cosa intende quando parla, con modi garbati, di «socialismo armonioso» e «società armoniosa»? In Cina la vita stessa viene repressa in forme e metodi che ricordano le peggiori pagine di storia dei secoli più bui, anche di quello appena trascorso. Ancora oggi migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte sono venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo, e rappresentano una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista cinese.
Soltanto nel dicembre del 2006 il regime cinese ha riconosciuto che la quasi totalità degli organi umani venduti viene espiantata dai corpi dei prigionieri uccisi, ma i satrapi di Pechino tentano sempre di negare o minimizzare questi abusi e violenze.
Recentemente il governo ha introdotto misure e adottato leggi che dovrebbero diminuire il numero delle esecuzioni capitali e aumentare il controllo sulla vendita degli organi. Sono previsti, ma soltanto sulla carta, anche la revisione di tutte le sentenze di morte da parte della Corte suprema del popolo e il divieto di usare gli organi dei condannati a morte senza il loro previo consenso. In realtà, le migliaia di esecuzioni continuano, il traffico degli organi umani fiorisce e le torture per ottenere le confessioni persistono. Il numero di esecuzioni capitali è ancora oggi un segreto di Stato in Cina! Il traffico degli organi umani è iniziato nel 1984 con almeno 100 ospedali specializzati in questa macabra pratica. Nel 2007 sono oltre 600 gli ospedali in cui vengono trapiantati gli organi dei condannati a morte.
L’incremento di questi ospedali e il graduale aumento del numero dei crimini puniti oggi con la pena capitale avvalorano il sospetto che in Cina si commini con facilità questa misura di pena per ottenere un maggior numero di organi da commerciare. Perché la comunità internazionale non interviene e non prende iniziative decise per impedire questi crimini? Come giustamente fece osservare il deputato Smith, durante una seduta della Commissione sui Diritti umani del Congresso Usa, il mondo politico ed economico, per la protezione dei propri marchi di fabbrica e brevetti, ha preteso sanzioni contro il regime cinese ma è rimasto muto di fronte al persistere del lavoro forzato, delle esecuzioni capitali e della vendita degli organi umani.
Perché? Nel mondo del terzo millennio questi crimini devono cessare. Le nostre coscienze lo richiedono.

L’arcipelago dei «laogai»
Va in libreria dal 13 marzo «Cina traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte» curato da Maria Vittoria Cattanìa e Toni Brandi per Guerini e Associati (pp. 204, euro 21,50). Qui ne pubblichiamo la prefazione firmata da Harry Wu, dissidente cinese famoso per le denunce di violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pechino e presidente della «Laogai Research Foundation» di Washington. In Italia sono già apparsi i suoi volumi «Laogai, i Gulag di Mao Tze Dong» (L’ancora del Mediterraneo) e «Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi» (San Paolo).
«Avvenire» dell’8 marzo 2008

Illuminismo addio: comincia il secolo delle paure «liquide»

Bauman teme la «globalizzazione cattiva»
di Giuseppe Galasso
«Questo libro», dice Zygmunt Bauman, «è un inventario delle paure liquido-moderne», e tenta di individuare le loro radici comuni e i modi di vincerle. La «modernità liquida» è per lui il mondo post-moderno, in cui «la vita liquida scorre da una sfida all’altra, da un episodio all’altro, e per la consuetudine che abbiamo con le sfide e gli episodi, essi tendono a non durare a lungo». Per le paure è lo stesso. La speranza illuministica di tagliarne le radici non si è realizzata. Anzi, «nel contesto liquido-moderno la lotta contro le paure si è rivelata un compito a vita», e i pericoli per cui nascono sono diventati «compagni permanenti e inseparabili della vita umana». Preoccupante è poi specialmente la prospettiva politica alla quale per Bauman il dilagare della paura sembra destinare l’umanità del XXI secolo. «La nostra globalizzazione negativa - egli scrive - oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e l’offrire sicurezza sotto forma di illibertà». Di più non c’è da sperare, e Bauman, che certo non pecca di incoerenza e non difetta di spirito consequenziario, ne deduce, infatti, che «ciò renderà la catastrofe "ineluttabile"». D’altra parte, egli non si pone, però, come un catastrofista assoluto. Ci lascia una via d’uscita, la cui porta, se eventualmente non si rivelasse comoda, avrebbe sempre il pregio di essere aperta e praticabile. Solo ritenendo ineluttabile la catastrofe, afferma altrettanto categoricamente, solo prendendola davvero sul serio, l’umanità ha speranza «di renderla evitabile». E ciò significa che il secolo in cui siamo appena entrati «può essere un’epoca di catastrofe definitiva», ma anche essere l’epoca «in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità». Dalle ceneri del profeta di sciagura, che si augura dalla storia una solenne e liquidatoria smentita delle proprie profezie, viene fuori, così, trepidante, ma sicuro di sé, un neo-illuminista (o almeno un neo-positivista), che vede nella ragione l’arma decisiva per vincere la paura, cioè un atteggiamento per nulla razionale, e pensa con fiducia all’arca di un’alleanza tra philosophes (o scienziati) e popolo, tra la ragione e ciò che vi rilutta e si condanna, così, da sé. E questo scenario, che chiude il libro, non è il coup de théâtre di uno spirito a corto d’argomenti. Si sente a fior di pelle la realtà della scommessa che Bauman intende fare e proporre quando termina esprimendo la speranza «di poter ancora scegliere tra questi due futuri», la catastrofe, cioè, o quell’alleanza. Bauman non è, però, solo un predicatore di alternative estreme. La sua analisi dell’insinuarsi della paura (di innumerevoli paure) nel mondo liquido-moderno per effetto di quella che definisce «globalizzazione negativa» è minuziosa e impressionante, ed è forse ciò che nel suo libro colpisce di più. A suo avviso, questa globalizzazione è, peraltro, l’opera di una «sovraclasse globale», che così «continua a gratificare se stessa su una scala sbalorditiva, senza essere disturbata», e, anzi, con «grandi guadagni» e «scarsissimi rischi». Ma, mi chiedo, non c’è qui un po’troppo di «forze oscure della reazione», operanti nell’ombra per continuare nei loro privilegi? Non si riflette qui, fin troppo, la matrice marxistica di Bauman, con questa visione di una «internazionale del denaro», che fa e disfa tutto a suo vantaggio? Credo di si. E così pure credo che la prevedibilità («uno degli attributi di cui più si avverte la mancanza nel mondo liquido-moderno globalizzato negativamente») sia solo una condizione permanente dell’esperienza umana. Chi, un po’prima, avrebbe previsto la rivoluzione in Francia nel 1789 o, nei primi mesi del 1914, la «grande guerra» in Europa? L’imprevedibilità è solo ciò a cui ci mette di fronte la volontà (distruttiva quanto creativa) delle forze che fanno la storia. Pensare di eliminare imprevedibilità e paure equivale a credere a un’umanità e a uomini diversi da quelli che conosciamo da sempre. Proprio per questo, però, conoscere le paure e considerare l’imprevedibile è essenziale nella vita dei singoli e delle collettività, nonché nell’azione di chi le governa. E su questo piano il libro di Bauman è certo di non comune acume e interesse per ciò che dice delle paure nel mondo da lui definito liquido-moderno (che, però, va pur detto, è un mondo di uomini non diversi da quelli di ogni altro mondo, anche solido, se ve ne sono mai stati).
L’autore: Zygmunt Bauman (1925) sociologo britannico di origini ebraico-polacche, ha insegnato all’Università di Leeds. Tra i suoi saggi: «Vita liquida», «Vite di scarto», «Modus vivendi», «L’Europa è un’avventura» (pubblicati in Italia da Laterza)
«Corriere della Sera» del 14 febbraio 2008

01 luglio 2008

L’Olanda permissiva? Ora si torna indietro

Il ministro della Giustizia: un freno alla droga libera
Di Paolo Lambruschi
Da oggi, nei Paesi Bassi, è vietato fumare tabacco nei locali pubblici. Può sembrare paradossale, in un Paese dove, per legge, dal 1976 si possono liberamente consumare hashish o marijuana acquistandole nei coffee shops. In realtà, è una nuova tappa dell’inversione di tendenza in atto da tempo nei costumi del Paese più libertario d’Europa che, pur avendo solo 16 milioni di abitanti, anticipa le tendenze sociali e culturali del Vecchio continente. In apparenza cambia poco. La cannabis infatti continuerà ad essere venduta legalmente nei locali pubblici autorizzati. Ma poiché per fare uno spinello serve anche il tabacco, si sperava fosse la fine del classico 'joint' in pubblico (ma non sarà proprio così, vedi box in basso). Uno dei politici che sta traducendo questo vento di cambiamento in leggi è Ernst Hirsch Ballin, ministro della Giustizia nella grande coalizione tra democristiani, i protestanti dell’unione cristiana e i laburisti, guidata dal democristiano Jan Peter Balkenende.
Hirsch Ballin, 57 anni, giurista di fama internazionale, di famiglia ebraica, convertito al cattolicesimo, oltre ad aver varato i provvedimenti restrittivi sul fumo e la vendita di droghe leggere, ha in animo progetti relativi alla prostituzione ed è in prima fila nel contrasto di chi attacca ad alzo zero la religione islamica.
Signor ministro, a marzo lei ha annunciato la revisione della legislazione che consente di vendere droghe leggere nei coffee shops. Ora questo provvedimento che vieta il fumo e quindi gli spinelli nei bar. Cosa è cambiato in Olanda?
Per la precisione abbiamo cominciato a chiudere i coffee shops vicini alle scuole. Il provvedimento prevede che non si possano aprire negozi che vendono droga nei pressi delle scuole. Molti episodi hanno suscitato allarme, le droghe cosiddette light di ultima generazione sono pericolose, possono uccidere o provocare danni irreversibili agli adolescenti. E il mercato si sposta verso fasce sempre più basse. Questo è il primo intervento, che ha indotto il nostro governo di larga coalizione con il Partito laburista a dare seguito alla riflessione nella nostra società sull’assunzione di stupefacenti da parte dei più giovani. Abbiamo proibito anche la vendita di semi di cannabis e attrezzature per coltivarla in casa. Il provvedimento vieta il consumo di cannabis ai poliziotti, anche fuori dal lavoro. Inoltre, è stato deciso di spostare nelle periferie dei comuni alla frontiera i cosiddetti 'bar del fumo', per non incentivare il turismo della droga nelle città.
A fine gennaio nel distretto a luci rosse di Amsterdam sono state chiuse 350 vetrine di prostitute su 900. Lei ha annunciato un progetto di legge che vuole rivedere la presenza di clandestini nei sexy shop.Vedremo la fine dei quartieri a luci rosse nei Paesi Bassi?
Occorre realismo. Nei Paesi Bassi l’esercizio della prostituzione in quanto tale non è mai stato perseguibile penalmente. La prostituzione coatta o non volontaria è invece punibile. Anche lo sfruttamento commerciale di una casa di tolleranza era soggetto a sanzioni penali fino al primo ottobre 2000. Oggi un quinto della prostituzione si tiene in locali dotati di vetrina, in strada c’è solo il 5%, la parte si tiene in club privati e sex club Negli ultimi anni però vi sono stati cambiamenti sensibili di cui tenere conto. La maggior parte delle ragazze non è in regola con il permesso di soggiorno e negli ultimi anni è esplosa la questione dello sfruttamento di queste donne, che sono clandestine, vittime di una infame tratta da parte del racket. Un articolo del Codice penale olandese punisce lo sfruttamento di una persona ai fini della prostituzione. Inoltre, i cittadini extracomunitari illegali non possono svolgere attività lavorativa nei Paesi Bassi, neppure di prostituzione. Applicando questi articoli di legge abbiamo cominciato a mettere sotto osservazione i distretti a luci rosse: crediamo sia compito del governo aiutare le persone sfruttate e vendute, non possiamo parlare di prostituzione ignorando la questione umana che sottende.
Oggi è più difficile per un immigrato entrare in Olanda?
Un anno fa il Parlamento ha approvato una nuova legge per semplificare i dati in possesso delle diverse authority. La legge ha introdotto un numero personale di identificazione che vale anche per le amministrazioni locali e nazionali. Da gennaio, per i cosiddetti immigrati del sapere dovrà esserci un reddito lordo di 47.500 euro all’anno per avere un permesso di soggiorno. Gli studenti stranieri che si laureano hanno invece un anno per trovare lavoro. Altra disposizione è quella sull’'inburgering' che prevede esami di olandese e corsi di cittadinanza. Questo ha parzialmente contenuto i nuovi flussi migratori.
Questo ha risolto il problema della percezione di insicurezza?
Sono un politico cattolico, nella mia azione mi chiedo sempre dove stia nella legge l’equilibrio tra sicurezza e accoglienza, come auspica il Papa. E mi sono risposto che non è corretto legare la questione della sicurezza nella sua complessità alla presenza degli stranieri. Noi abbiamo comunque il dovere di assicurare il rispetto della legalità con umanità.
In aprile è stata molto discussa la scelta della magistratura, da lei sostenuta, di arrestare per un mese un disegnatore satirico autore di una vignetta contro l’islam. Secondo i commentatori, la scelta è stata dettata da esigenze di sicurezza interne e per prevenire attentati contro le truppe olandesi in Afghanistan. Quali sono i limiti della libertà di espressione oggi in Europa?
Non dico nulla sul caso perché vi sono indagini in corso, tuttavia in Europa, non solo nel mio Paese, dobbiamo chiederci se esista o meno un limite alla libertà di satira. Personalmente credo che la libertà di espressione si fermi davanti all’offesa della religione, degli orientamenti sessuali e della razza. E che sia dovere di un governo europeo in società multietniche e multireligiose impedire che ciò avvenga, per prevenire i conflitti.
Come nel caso Geert Wilders, il politico autore di Fitna, il filmato anti-islamico oscurato su Internet?
Per me va condannata la scelta di alcuni politici di speculare sulle paure e conflitti, di instillare l’odio per il consenso personale. La convivenza pacifica e la tolleranza vanno salvaguardate.
Qual è la sua posizione sulle leggi eticamente sensibili come aborto e nozze gay?
In Olanda il tasso di abortività è il più basso nei Paesi industrializzati. Quanto alle unioni tra persone dello stesso sesso, è in vigore da anni la legge che le regolamenta e consente l’adozione. Su quest’ultimo aspetto abbiamo effettuato una ricerca per avere riscontri, presto renderemo pubblici i risultati. Che, mi creda, faranno riflettere.
«Chiudiamo i coffee shop vicini alle scuole, le sostanze 'light' di ultima generazione sono pericolose. Banditi anche i semi di cannabis e le attrezzature per coltivarla in casa. E si cerca di disincentivare il 'turismo degli stupefacenti' estero» «Restrizioni nel distretto a luci rosse di Amsterdam Vogliamo combattere lo sfruttamento sessuale delle ragazze straniere, vittime del racket, senza cambiare il codice. Esami di olandese e corsi di cittadinanza per chi arriva nel nostro Paese» «Sui casi delle vignette e dei film anti-islamici, credo che la libertà di espressione si fermi davanti all’offesa della religione, degli orientamenti sessuali e della razza. Condanno la scelta di speculare sulla paura, vanno salvaguardate tolleranza e convivenza»
«Avvenire» del 1 luglio 2008

La poesia rinasce oltre le polemiche

di Davide Rondoni
Ogni tanto si alza qualcuno e dice che la poesia è in crisi, i poeti non se li fila nessuno etc etc. Chiacchiere. Fatte, pur se da tribune importanti, da persone che spesso, come citava un grande, sono «en la plus lamentable condicion del mundo: la condicion dell’ex-poeta». A smentire le querule voci dei lamentatori di professione che allignano sul certe terze pagine, arriva -insieme al quotidiano proliferare di belle iniziative di poesia in tutta Italia e in tutti i modi- un volumone edito nella splendida Palermo da Flaccovio.
Volume elegantissimo e giocosamente doubleface, con copertine invertite, titolato «Xenia» da un lato e «Xenia2» dall’altro, dedicato a scritti per Pietro Carriglio che là dirige il Teatro Biondo. Tra quelle pagine troverete oltre che deliziose storielle, intellettualmente sapide, ome quella che dà origine alla citazione spagnoleggiante di cui sopra. dai «Foglietti» di Carlo Levi, anche una fortissima testimonianza di vita pubblica, condivisa della poesia. T.S. Eliot, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Patrizia Valduga, Edoardo Sanguineti, fino al sottoscritto, sono protagonisti di una vicenda teatrale, pubblica e civile. Come autori, traduttori, lettori e in un Mario Luzi certo senso co-autori di una esperienza lunga e sorprendentemente ricca di teatro che ha trovato in Carriglio un tempestoso e pur delicatissimo animatore.
Insomma, si va dalla rappresentazione del grande dramma della vicenda di don Puglisi cui diede voce Luzi, alle opere messe in scena degli altri poeti, anche in contesti di grande rilevanza civile oltre che artistica. Una partecipazione piena, e riconosciuta dei poeti al luogo pubblico che è il teatro, e attraverso di esso al dibattito personalissimo nella coscienza di tanti, e collettivo. Viaggiando nel corposo volume, curato da Renato Tommasino, Umberto Cantone e Roberto Giambrone, si incontra un caleidoscopio di personalità del teatro e della cultura, e però sorprende tra le tante possibile piste di lettura, quella offerta da una speciale fedeltà proprio alla poesia. Non solo per l’amicizia coltivata da parte di Carriglio con i Luzi, i Raboni e altri, ma esattamente per la mole di lavoro pubblico che dalla poesia ha avuto origine. Intendo non solo i testi da noi scritti e messi in scena, anche per lunghi periodi, o le traduzioni che ridanno voci antiche. Ma anche la nutritissima penombra, i versi, le figure, a volte i minimi accenni di poesia che hanno dato al regista o ai suoi lavoranti, suggestioni, indirizzi, chiavi di lettura. E nutrito infinite conversazioni.
Non a caso, Mario Luzi, si diceva orgoglioso di aver lavorato con Carriglio. Rispetto ai pallidi aperitivi serviti sui banchi à la page di certi editori, sorseggiando i quali noiosi signori caduti in quella «lamentable condicion dell’ex­poeta » si lamentano che tutto è finito con il loro breve sogno di gloria, o di udienza, il volume che arriva dalla terra di vini e bellezze accese, è un segno reale di vita sperata. Ed è sollecitazione a chi è responsabile di luoghi pubblici come i teatri a concepirli in un dialogo fertile, rischioso e pieno di sorprese con il farsi reale della poesia di oggi, e con la sua voce che mai cessa dalle origini dell’uomo, portando sui palchi l’essenziale che è dramma, la bellezza che trova voci comuni.
«Avvenire» del 4 marzo 2008

Tito, la mattanza dei cristiani

Nuovi terribili particolari sugli eccidi commessi dal regime nell’ex Jugoslavia tra il 1941 e il 1952, soprattutto a Sarajevo e Mostar
di Francesco Dal Mas
Ventisette luglio 1941, a Drvar, parrocchia della diocesi di Banja Luka, in Bosnia Erzegovina. Don Maximilian Nestor viene ucciso, insieme a numerosi pellegrini, di ritorno dalla festa di Sant’Anna vicino a Knin, in Kosovo; per non faticare, i partigiani di Tito li catturano, li legano e li ammazzano nei pressi della fossa di Golubnjaca, dove gettano i loro corpi. È il primo sacerdote ucciso della seconda guerra mondiale nel territorio dell’ex Jugoslavia. Il secondo, poche ore dopo, è don Juaraj Gospodnetic, parroco di Bosansko Grahovo. Catturato dopo la messa domenicale, viene condotto a Grahovo «legato come un orso» - riferiscono le cronache ­, ucciso e arso sulla brace. Quel 27 luglio 1941 è passato alla storia della Jugoslavia socialista come festa nazionale, in quanto «giornata dell’ insurrezione», ovvero dell’inizio della lotta antifascista. Un «vero massacro», più precisamente «una persecuzione» quella perpepretata tra il 1941 ed il 1952, ma soprattutto nel 1945, contro i cattolici ed in particolare i sacerdoti ed i religiosi nelle diocesi della Bosnia Ezegovina: Sarajevo, Banja Luka, Mostar e Tribinje. Lo certifica, dati alla mano, Tomo Vuksic, docente della facoltà teologica di Vrhbosna a Sarajevo e in quella di Zagabria, sul prossimo numero della rivista 'Nuova storia contemporanea'. «Sommando tutte le vittime, durante la seconda guerra mondiale, la Chiesa cattolica in Bosnia Erzegovina avrebbe perso 227 tra sacerdoti, fratelli laici, chierici, seminaristi e suore - riferisce lo storico - . In modo diretto o indiretto, per mano dei partigiani e dei comunisti ne furono uccisi 184 (cioè l’81,05%); 16 morirono di tifo; 18 per mano dei cetnici, 9 per motivi non precisati». Di soli 12 anni la vittima più giovane, Ivan Skender, seminarista di Banja Luka; di 84 anni quella più anziana, don Vide Putica, di Trebinje. «Perseguitando gli ecclesiastici, il regime comunista - riferisce ancora Vuksic - ottenne che la Chiesa in Bosnia Erzegovina, alla fine del 1949, rimanesse senza alcun vescovo in servizio. Il processo istruito nel 1948 avrebbe condannato il vescovo di Mostar, Petar Cule, a 11 anni e mezzo di reclusione. Il vescovo di Skopje, Similjan Cekada, che era anche l’amministratore apostolico di Banja Luka, alla fine del 1949 fu espulso, mentre l’arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric, dal 1948 venne costretto all’esilio». In quegli anni i cattolici nell’area in questione risultavano circa 650 mila e rappresentavano il 27% della popolazione, contro il 42% degli ortodossi (sicuramente più protetti) ed il 30% dei musulmani.
La tragedia più dura contro i sacerdoti inizia nell’autunno 1944 e si trasforma, in pochi mesi, in una vera e propria persecuzione, in particolare dal luglio 1945. «Alcuni venivano prelevati senza alcun motivo nei conventi, oppure nelle case parrocchiali, quindi catturati ed eliminati, per la sola colpa di essere preti, spesso senza essere neppure giudicati. Oppure la pena di morte veniva comminata nei cosiddetti tribunali militari. Altri morirono nei modi più diversi, tra le colonne di profughi verso l’Austria, altri ancora nei campi di concentramento comunisti e nelle prigioni dopo la guerra. I luoghi della loro scomparsa - che, ancor oggi, in molti casi rimangono sconosciuti - sono disseminati tra l’isoletta Daksa, vicino a Bubrvonik e Graz, in Austria». Nel suo saggio Vuksic rileva che per questo eccidio non è mai stata individuata una responsabilità. Eppure ci sono episodi documentati di uccisioni di massa, oltre che di singoli individui. Nel 1945 numerosi preti, tra le colonne dei fuggiaschi verso Bleiburg, in Austria, finirono vittime dei titini, così come lo fu un numero notevole di loro - «dopo la consegna da parte degli alleati ai partigiani» - , al ritorno, nella «marcia della morte». «Una volta presi in consegna dai partigiani, furono infatti riportati indietro ­passando per l’Austria, la Slovenia e la Croazia - verso la Bosnia Erzegovina e la Serbia. Marciando sempre a piedi insieme agli altri prigionieri, spesso anche legati a loro nelle colonne, maltrattati e privati di sostentamento, molti di questi trovarono la morte per fame, malattie o per uccisione immotivata». Non meno drammatico l’assalto dei partigiani dell’Ottavo Corpo d’Armata dalmata, il 7 febbraio 1945, a Siroki Brijeg, con bombardamento della chiesa e del convento. I frati vennero fatti uscire uno ad uno; ben 12 furono ammazzati sul posto. Il giorno dopo altri 9 frati, rifugiatisi nella centralina idroelettrica del convento, furono catturati, deportati verso Spalato e, successivamente, uccisi. Nella stessa giornata, vennero passati per le armi, a Mostarski Gradac, quattro sacerdoti e due chierici.
Solo 4 giorni dopo, in un villaggio a nord-ovest di Siroki Brijeg, un ufficiale partigiano ordinò di interrompere la messa e in seguito i suoi compagni prelevarono ed uccisero due religiosi ed un fratello laico. Il 1945 è stato l’anno più buio: ben 104 gli ecclesiastici uccisi.
È convinzione di Vuksic, dopo studi approfonditi, che l’uccisione di tanti uomini di chiesa «non è stata conseguenza di circostanze casuali». «Questo doveva essere un piano ben studiato e preparato degli ideologi e dai capi del nuovo regime di Tito - asserisce - ; non si potrebbe altrimenti spiegare il fatto che dall’inizio della guerra fino al 1944 furono ammazzati 40 sacerdoti e religiosi e dopo la guerra altri 120. L’altra dimostrazione sta nel fatto che mai nessuno ha dovuto rispondere per la morte di alcun ecclesiastico, anche se il maggior numero di loro morì in maniera brutale dopo la guerra e senza alcun processo». Per Bernardeta Banja, Krizina Bojanc, Antonija Fabjan, Jula Uvansevic, Berchmana Leidenix, le cinque suore che i cetnici hanno portato via da Pale ed ucciso nel 1941 è stato avviato il processo di beatificazione.
«Avvenire» del 4 marzo 2008

Rosselli, fragilità della libellula

di Roberto Cicala
La tragica scomparsa di Amelia Rosselli, una fredda mattina di febbraio di dodici anni fa, interroga ancora. Ciò avviene mentre nuovi studi sull’opera non accomodante dell’autrice rivelata da Pasolini e Vittorini aprono squarci sul velo che spesso ricopre i difficili rapporti della poesia con la musica contemporanea o con la psicanalisi, ma anche con la seconda guerra mondiale. Qui infatti affondano le radici di questa figlia della tragedia, fin dall’assassinio fascista del padre Carlo e dello zio Nello quando aveva soltanto sette anni, nel 1937, che è alle origini di una fuga vissuta sino all’ultimo salto senza ritorno. Aveva previsto che «nel cimitero non sa smettere di essere felice». A dirigere un fascio di luce sulla vertigine di una poetessa fuori dagli schemi è Andrea Cortellessa con un volume collettaneo anch’esso fuori dagli schemi, già nella dimensione (la collana è la sua intrigante 'Fuoriformato' edita da Le Lettere) all’insegna di La furia dei venti contrari, come ci indica il titolo: quei «venti contrari» che la Rosselli ha sempre cercato di ascoltare e riprodurre sulla pagina. Dopotutto, postilla il curatore, «non solo appaiono eccessive, per molti letteralmente insostenibili, la tragicità della sua biografia e l’altezza della sua opera poetica; anche da un punto di vista tecnicamente editoriale prescrive condizioni estreme». In effetti fu solo l’Alberto Mondadori della parabola anticommerciale del Saggiatore ad accontentarla per la sua Serie Ospedaliera, con un formato protocollo e caratteri da macchina da scrivere, in parte ripresi nel volume per il testo della Libellula. «Libellula», essere libero, è l’autrice stessa, fragile in un mondo popolato da «elefanti ottusi» dove non c’è posto per la speranza, definita «un danno forse definitivo».
Anche quando confessa «mi truccai a prete della poesia ma ero morta alla vita» dimostra la sofferenza ossessiva del suo verso, del suo ritmo, con una coscienza addirittura etica e quasi monacale, come si dice nel bel video biografico allegato al libro. È stata «libellula» anche per volare lontano dal verso libero del Novecento: pur legata alla tradizione (da Dante a un poeta puro come Campana), sembra fuggire dal ’900 in cui vive da straniera («io rimo per un altro secolo»: è dunque tempo di ascoltarla!). Straniera è pure la sua lingua poliglotta fondata sui lapsus. Perciò è centrale il rapporto con lo psicanalista Ernst Bernhard, attestato dai documenti ritrovati, con cui si spiega meglio la sua Scrittura plurale, per usare il titolo dei testi raccolti anni fa da Francesca Caputo. Il sottofondo è sempre poco melodioso per lei, che ha orecchio musicale sensibile alle dissonanze, rilevatore del mondo in crisi. Lo mettono in luce gli inediti emersi, che fanno cadere l’ipotesi del suicidio causato dalla ferita, aggiunta alle altre, del silenzio creativo. Invece era tornata a scrivere, ma per lei «tutto il mondo è vedovo se tu non muori». Così, questo poeta isolato dal passo incerto che non si dimentica, per usare un’espressione di Betocchi per l’appartato Rebora, seguì la sua amata Silvia Plath nella morte che segna l’ultimo capitolo della sua tragedia e dalla sua fuga ma che lascia un’eredità consapevole. Il conforto è che molte nuove ricerche hanno giovani come protagonisti e che il suo ricordo investe molti poeti di oggi - da Buffoni a Cucchi, dalla Merini a Piccini, Viviani e Nove - che testimoniano un’eredità, sofferta ma in letteratura mai scontata, leggendo i suoi versi stasera al 'Teatro i' di Milano. Anche il verso quello in cui Amelia chiede: «perdonatemi… è vostra la vita che ho perso».
«Avvenire» del 27 febbraio 2008

Novus illuminismus adveniens

di Ettore Gotti Tedeschi
Cari lettori, ricorderete che i maggiori difensori del crocefisso sono stati non credenti e agnostici neo illuministi, preoccupati per la troppo tiepida reazione del mondo cattolico. Cosa li preoccupa è facile capirlo: dopo 200 anni sono riusciti a trasformare la fede cristiana in poco più di un’etica sociale ed ora temono di dover fronteggiare un fondamentalismo integralista che possa minare le conquiste della “ragione” sulla religione-superstizione.
Se così non fosse, perché questi intellettuali, che hanno riconosciuto nel crocefisso valori culturali fondamentali della nostra civiltà, non hanno con altrettanto zelo difeso l’inserimento nella Costituzione europea del richiamo alle radici cristiane?
In un articolo su Repubblica del 9 settembre, C. Rinaldi sostiene alcune tesi che meritano di esser ricordate. La prima è che i valori illuministici di libertà, uguaglianza e fraternità, si sono affermati con la rivoluzione francese e non grazie alle chiese, anzi fuori e contro di esse. La seconda è che le chiese europee (anglicane, protestanti, cattoliche, ortodosse), che fra di loro non vanno d’accordo, non sono un buon esempio di radici comuni. La terza riguarda il cattivo esempio della Chiesa durante l’inquisizione spagnola, e del papato contro i diritti umani (pena di morte) e contro il liberalismo e il risorgimento. E così via.
Ora io lascerei a Samek Lodovici il compito di difender gli ideali cristiani di uguaglianza, fraternità e libertà, ricordando solo quante teste “uguali, fraterne e libere” sono cadute sotto la ghigliottina. Non scoccio Cammilleri invitandolo a raccontare ancora una volta le menzogne sull’inquisizione, o Angela Pellicciari a rispiegare i “misteri” del Risorgimento, ma sottolineo che furono proprio illuministi e marxisti a riscrivere la storia per “dimostrare” che con il loro progresso si interrompe il bisogno di fede cristiana. E la storia dovevano proprio riscriverla visto che storicamente scienza e progresso crescono e si divulgano proprio grazie al cristianesimo.
Intervistato dal Corriere il 4 novembre, l’oncologo Veronesi afferma l’esigenza di un nuovo illuminismo per l’uomo che non deve più pensare che la vita abbia un senso soprannaturale. Veronesi crede che il dolore allontana da Dio e lamenta che “l’illuminismo sembra oggi esser quasi considerato morto, che il pensiero razionale debba cedere alla superstizione, al miracolismo, ai valori esclusivamente soprannaturali. Questo atteggiamento è frutto di ideologie. Di un pregiudizio negativo incentrato sulla intangibilità della natura che rappresenterebbe il bene assoluto mentre le biotecnologie sono additate come il male. Siamo di fronte ad un errore che non ha neppure giustificazioni dottrinali. L’evoluzione stessa è frutto del caso per questo l’uomo da sempre interviene sulla natura, la cambia, la migliora. Ora abbiamo mezzi per intervenire meglio che in passato. Dobbiamo elaborare un pensiero ci aiuti a usare questi mezzi”. Veronesi prova rispetto per il pensiero religioso e per la fede, eppure dice “mi dispiace l’opzione antiscientifica, il rifiuto della razionalità, la negazione dell’illuminismo”, e aggiunge “Di noi restano le idee e il patrimonio genetico che trasmettiamo ai nostri figli. E’ lì la vita eterna, almeno per me”.
Ecco, per me no, la perfetta salute biologica ed estetica non farà migliori i miei discendenti. Se la vita ha un senso, il dolore non allontana da Dio .
Il nuovo illuminismo adveniens, oltre che a interpretare e riscrivere ancora una volta la storia della nostra cultura e dei nostri valori sta spiegandoci che dobbiamo migliorare noi stessi. E chi non è d’accordo?
Ma il miglioramento non è quello classico, bensì quello genetico e se “l’illuminato” si preoccupava, ma sempre meno, dell’ostacolo rappresentato dalla cultura cattolica, immaginiamoci quel che pensa di quella islamica che sta “invadendo” l’Europa.
Ecco perché Il Timone rappresenta un opera importante di presidio e difesa del pensiero che dobbiamo far crescere e divulgare. 10 volte l’anno meglio che 6.
«Il Timone» del gennaio 2004

Aborto, la bandiera segreta

Qui si svela perché quasi tutti i progressisti non accettano il confronto
di Giuliano Ferrara
C’è da domandarsi: ma perché lo fanno? Perché “Giuliano il mammano”? Perché l’ossessivo “la 194 non si tocca”? Perché “le donne non sono assassine”? I progressisti, dal lancio della moratoria a fine dicembre e particolarmente ora che la moratoria per l’aborto si affaccia sulla scena o sceneggiata politica con una sua lista pazza, non hanno accettato un onesto confronto. Hanno lanciato anatemi, descritto per quel che non è e deformato fino al grottesco la posizione avversaria, si sono perfino inventati una montatura giornalistica sul caso dell’aborto di Napoli, che si è ritorta contro di loro. All’inizio si poteva pensare che tale reazione scomposta e abusiva potesse essere legata al fatto che ci eravamo spiegati male. Ma non si troverà, salvo la legittimità da noi liberalmente riconosciuta dell’opposizione di principio a qualunque legge abortista, una sola riga in cui non sia chiaro il sostrato necessario di ogni nostro pensiero e azione: nessuna donna può essere obbligata a partorire, nessuna donna deve essere perseguita penalmente perché rifiuta la maternità, tutte le donne devono essere libere di non abortire. Allora ci deve essere un’altra spiegazione. Abbiamo pensato in un secondo momento al panico. E qui siamo già più vicini a una diagnosi precisa. L’aborto è la grande rimozione della nostra epoca. E il rimosso incide nella forma della paura, dell’incubo, su chi lo pratica privatamente e pubblicamente. Qualche meccanismo mediatico di sostegno, ed ecco l’esplosione ideologica che porta il pensiero progressista alla fine della capacità di distinguere, argomentare in base a una lettura responsabile della cosa e delle diverse opinioni, in una deriva di propaganda generica che era evidente nell’ossessiva ripetizione di formule a tutela della donna offesa opposte dalla bella Daria Bignardi, nel suo programma della Milano chic, all’affermazione: “L’aborto è maschio”.
Purtroppo questo non spiega tutto. La verità finale è negli altri titoli, che Liberazione, il quotidiano del rimosso ideologico progressista e libertario-comunista, ha avuto il folle coraggio di pubblicare: “l’aborto non è un dramma” e “il feto non è vita”. Qui siamo al dunque. Nessuno dei progressisti osa confessarlo nemmeno più a se stesso, ma la verità dell’aborto, inteso non come soluzione contro la clandestinità dell’interruzione selvaggia delle gravidanze, bensì come pratica ormai moralmente indifferente, costume e vita quotidiana, è nel concetto di autodeterminazione e sovranità procreativa. La scelta è ideologica, è suggerita dalla furbizia del potere maschile, e consiste nell’idea che la donna è sovrana e sola nel decidere un atto che è di schiavismo genetico, nel decidere al posto di un altro e senza coinvolgere il maschio che con lei ha concepito il suo bambino. Non fosse così, i progressisti avrebbero trovato l’intelligenza e il coraggio di dire: la chiesa oggi riconosce che non si può tornare all’aborto clandestino e chiede di discutere le derive eugenetiche dell’aborto di massa, l’abortismo di stato in Asia e le politiche pubbliche tendenti a ridurre l’aborto a un modello di grado zero in occidente. Affrontiamo con serenità il problema, discutiamo e troviamo un compromesso. Solo poche leader femminili e progressiste (e la lettera di Franca Bimbi forse va in questa direzione come altri interventi di Claudia Mancina e Emma Fattorini, belli ma rari) hanno avuto questo impulso. Le altre no, perché del rimosso abortivo fa parte l’ideologia delle ragazze del secolo scorso, oggi diventata conformismo e pratica inconsapevole di massa con l’ausilio fattivo dei ragazzacci del secolo scorso.
«Il Foglio» del 23 febbraio 2008

«Italo Calvino peggio di Stalin». Il sonno di Battista genera mostri...

Il vicedirettore del "Corsera" se la prende con il grande scrittore che nel 1975 aveva polemizzato con Magris sull'aborto
di Angela Azzaro
L'accusa? Aver sostenuto le ragioni delle donne contro l'ideologia dei feticisti. Anche Ferrara contro l'autore scomparso
Con Calvino se la prende prima Ferrara. Il direttore del Foglio ricorda un fatto personale non sottoponibile a verifica. Calvino, da lui interpellato in un locale torinese, si presume negli anni Settanta, non prende posizione contro le Brigate rosse. L'equazione è chiara: così come lo scrittore accetta «l'omicidio dei feti», accetta anche gli omicidi delle Brigate rosse. Ma lui - Ferrara - a differenza di Magris, Calvino non lo perdona e la loro intima amicizia (tutta da verificare) è chiusa per sempre.
Battista fa un'operazione diversa. Lo descrive come un mostro di ideologismo, pronto a sputare sentenze in nome della fede comunista. Neanche dopo i fatti d'Ungheria Calvino avrebbe fatto quello che doveva fare, ma avrebbe opposto «nient'altro che sommessi borbottii». E non finisce qui. Perché tutta la ricostruzione di Battista è tesa a dimostrare lo stalinismo del compagno Calvino. Fino alla conclusione: la diatriba con Pasolini sul delitto del Circeo in cui il poeta appare come una vittima e lo scrittore il suo aguzzino. Poi la sentenza: per l'editorialista del Corsera era «uno scrittore che dispensava prediche morali agli eretici, troncava l'amicizia con chiunque, sia pur momentaneamente, si fosse trovato come Magris sul fronte opposto al suo».
Si possono obiettare molte cose sia a Ferrara che a Battista. Intanto vengono in mente quattro cose.
La prima riguarda i fatti. Quelli di Ungheria e la presa di posizione di Calvino. Lo scrittore, che aveva fatto parte della resistenza e che dopo la fine della guerra aveva lavorato con il Pci, dopo l'invasione dell'Ungheria esce dal partito comunista. E non con borbottii, ma con un taglio netto. Lo dimostra la lettera scritta nel 1957 al partito di Torino in cui formalizza le proprie dimissioni e alcuni racconti come La grande bonaccia delle Antille e Giornata di uno scrutatore .
Secondo. Calvino non smette l'impegno. Questo è vero. Ma è un impegno, come dimostra lo scambio e lo scontro con Pasolini, che è capace di non essere ideologico ma di confrontarsi con il presente, senza rimpianti per un passato, quello della cultura patriarcale e contadina, che non prevedeva la presenza delle donne nella vita pubblica.
Terzo. E’un ossimoro accusare di «intransigentismo» l'autore italiano che di più ha lavorato a decostruire le identità, le appartenenze, le ideologie. L'autore, cioè, che meglio si è fatto interprete della modernità collegandosi alle culture degli altri paesi, in particolare a quelle francese e statunitense. Tutta l'opera di Calvino, a partire dal Sentiero dei nidi di ragno alla trilogia sui Nostri antenati , per arrivare alle raccolte di racconti e al saggio Lezioni americane , è un inno alla leggerezza, al divenire, alla impossibilità di avere certezze. Ma non avere certezze non significa cancellare la verità. La semiologia, da lui tanto amata e che è tra i primi a studiare in Italia, complica il puzzle, lo scompone, scandisce il rapporto tra realtà e linguaggio, ma non per arrivare al nulla, al «tutto è uguale», ma per ricordarci e restituirci la complessità.
Quarto. Riprendiamo la domanda iniziale: perché Calvino oggi dà tanto fastidio a tal punto da essere descritto come uno stalinista? La risposta è in quella lettera a Magris, del 1975. Perché dice una cosa oggi quasi scandalosa e la dice da maschio: la vita nasce se c'è un progetto, se c'è la volontà. Se no, saremmo come animali. L'umanità diventerebbe una stalla di conigli. Non solo. Calvino si mette in gioco in prima persona. Si dice offeso da chi giudica l'aborto un omicidio. Capisce quanto quella posizione sia un gioco di potere. Un gioco di potere giocato sul corpo delle donne. Allora - Battista sembra dimenticarlo - l'aborto era considerato un reato e molte cadevano nell'abbraccio, quello sì mortale, delle mammane. L'autore de Gli amori impossibili invece lo sa e scrive a Magris: «Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale "impiega" la sua autorità perché la donna sia mantenuta in quell'inferno»
Battista sostiene di non aver nessun rimpianto per quella temperie culturale e politica. Noi sì. Non solo perché allora si discuteva tanto appassionatamente ma anche perché lo si faceva senza alterare i fatti. Magris diceva una cosa, Calvino gli rispondeva per filo e per segno. Pasolini se la prendeva con l'aborto e con quelle sciagurate di donne e femministe e Calvino gli rispondeva senza inventare nulla. Oggi il problema è che pur di affermare le proprie ragioni si è disposti a tutto, anche a far diventare un grande scrittore un piccolo dittatore.
«Liberazione» del 26 febbraio 2008

Quella nostalgia dell’intransigentismo

Chi rimpiange i tempi in cui Calvino rompeva amicizie per questioni ideali?
di Pierluigi Battista
Nostalgia dei tempi in cui le contrapposizioni ideali erano più nette e inequivocabili? Dipende, se poi il frutto di quei contrasti era l’insopportazione del dissenso, l’incapacità persino di conservare rapporti umani e amichevoli con chi osa sostenere posizioni diverse. Italo Calvino, ci ricorda «Liberazione» che ne riesuma una lettera del 1975, non poteva nemmeno ammettere che Claudio Magris dubitasse senza tentennamenti della liceità morale dell’aborto. «Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo». Il pensiero dissenziente di Magris procurava un dolore così lancinante da indurre Calvino a decretare la fine di un rapporto personale (più tardi ristabilito): «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia». Il furore della discordia ideologica non risparmiava relazioni, affetti, sentimenti di stima e di lealtà. Un eccesso di intransigentismo che rivelava una totale sordità alle ragioni altrui. Meglio non rimpiangerlo, questo passato. Un’atmosfera di perentorietà ultimativa che contagiava un intellettuale solitamente descritto come un paladino del dubbio metodico, un campione della freddezza analitica, uno scrittore più volte tentato dall’eresia sebbene, come ha ricordato Enzo Bettiza, nello scompiglio provocato nella cultura della sinistra italiana dopo la repressione sovietica nell’Ungheria del ‘56, Calvino non abbia opposto nient’altro che «sommessi borbottii». Ma nell’età del ferro e della febbre ideologica anche i più refrattari seppero arginare troppo blandamente i richiami della militarizzazione del pensiero, fino a trasformarsi in sentinelle occhiute dell’ortodossia, autorizzate alla scomunica dei reprobi e dei «tiepidi». A Geno Pampaloni, reo di aver riconosciuto in George Orwell uno dei maestri della letteratura politica del Novecento e della battaglia culturale anti-totalitaria, Calvino comunicò nel 1951 la sua sentenza di condanna: «Tu non ti sei abbastanza premunito dall’infezione d’uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo». A Pietro Citati, colpevole di non essersi accodato alla campagna censoria che precedette e accompagnò la pubblicazione del «Dottor Zivago» di Boris Pasternak, Calvino scrive nel 1958 (due anni dopo i fatti d’Ungheria, per inciso) una lettera in cui deplora una sua affermazione molto forte nei confronti dei comunisti: «Ma sei matto? Forse ogni sfogo d’ira è giusto e sano, basta che dopo a ripensarci si arrossisca, come spero tu faccia». Pampaloni era «infetto»; Citati avrebbe dovuto «arrossire». Per Pier Paolo Pasolini era già pronta una furente replica di Calvino, molto indispettito perché l’interlocutore si era permesso di criticare un suo articolo del 1975 in cui aveva equiparato gli assassini del Circeo alla scarsa fibra morale della «borghesia italiana». Solo la morte violenta di Pasolini, avvenuta due giorni dopo la polemica, impedì la pubblicazione di una reazione molto aspra da parte di Calvino. Uno scrittore che dispensava prediche morali agli eretici, troncava l’amicizia con chiunque, sia pur momentaneamente, si fosse trovato come Magris sul fronte opposto al suo. Un passato di cui non c’è da avere nessuna nostalgia, nessun rimpianto.
«Corriere della Sera» del 25 febbraio 2008

Alda Merini: «Mai firmato un manifesto pro-aborto»

La poetessa era stata «reclutata» a sua insaputa come firmataria di una lettera femminista
di Lucia Bellaspiga
Bestemmie che lasciano senza parole. Così la poetessa Alda Merini, 'reclutata' insieme ad altre dieci 'donne autorevoli' come firmataria di una lettera pro aborto (titolo 'Il Papa oscurantista contro le donne e contro la scienza', in uscita nel prossimo numero di Micromega e già abbondantemente reclamizzata), prende radicalmente le distanze dal testo e, anzi, nega di averlo mai sottoscritto. «Mi ha telefonato una voce femminile e mi ha chiesto se sarei stata d’accordo con un appello a favore delle donne e dei loro diritti fondamentali. Ho risposto che ovviamente i diritti vanno salvaguardati, ma non ho firmato alcunché e d’altra parte mai mi sognerei di annoverare l’aborto tra i diritti. Semmai posso arrivare ad accettare che sia una dolorosa necessità in casi davvero estremi, ma figuriamoci se Alda Merini, la cui biografia è tutto un inno alla maternità, chiede la pillola abortiva libera alla portata delle ragazzine... ».
Dunque nessun appello ai partiti del centro-sinistra?
Figuriamoci, se c’è una cosa che proprio non conosco è la politica! Io non parlo di cose che non conosco... L’errore della politica è proprio questo, vuol parlare di cose che non sa e che non le competono, come la vita e la morte di un figlio.
La lettera parla di 'offensiva clericale contro le donne', di una 'vera e propria crociata bigotta'...
Non è un mistero che la Chiesa in passato è stata anche più che bigotta nei confronti delle donne, per secoli cacciate, esorcizzate, viste come demoni. Ma questi sono gli errori degli uomini, Cristo invece è andato loro incontro, le ha amate, una delle colpe che lo ha portato alla crocifissione è di aver parlato con le donne quando ancora era loro vietato toccare i testi sacri, di aver accolto le peccatrici dando scandalo ai farisei. Della Maddalena ha fatto la sua discepola diletta, la prima che lo vide risorgere. E, per tornare ai nostri giorni, Papa Wojtyla ha abbracciato le donne, ha chiesto loro perdono per gli errori del passato.
Quanto al diritto all’aborto?
Io non giudico una madre disperata che, di fronte all’ipotesi di mettere al mondo un figlio gravemente deforme, non si sente in grado di accettarlo. Non giudico perché posso capire la debolezza umana. Ma il vero diritto di una donna è quello alla maternità: il figlio è il più grande atto d’amore e il suo mistero resta intatto. L’occasione che la madre dà al suo bambino è ogni volta un miracolo, ed è una bestemmia negare tutto questo in nome di un femminismo che è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine.
Lei ha avuto quattro figli...
Mi avevano detto che ero sterile, così ho fatto ogni genere di cura, a quei tempi non c’erano che trattamenti termali e poco altro... Fatto sta che grazie a Dio sono diventata madre. Eppure quando aspettavo mia figlia Barbara stavo malissimo, ero stata in manicomio, avevo subìto l’elettrochoc, tanto che un medico mi 'consigliò' di rinunciare alla gravidanza: rifiutai naturalmente l’aborto (clandestino) e lottai con i denti per la mia creatura. Una vera madre di fronte alle difficoltà non rinuncia al figlio, combatte come una leonessa per lui. Donne come la Dama Bianca e Mina per la maternità hanno sfidato il mondo, il giudizio della società, perfino il carcere, e i pregiudizi anche da parte della Chiesa, questo è vero, ma io penso che se non facciamo capo alla misericordia di Dio non abbiamo capito nulla.
La lettera chiede anche che ai bambini fin dalle elementari sia insegnata l’educazione sessuale.
Per carità, lasciamo ai bambini i loro sogni, lasciamo che crescano nello stupore. Sarà la vita a svegliarli anche troppo in fretta.
Qual è il suo contro-appello alle firmatarie della lettera, donne famose come Margherita Hack, Dacia Maraini, Fiorella Mannoia, Lidia Ravera?
La creazione del mondo si ripete ad ogni nascita, il bambino non si può annientare, nasce da un atto di poesia... Davide Maria Turoldo, quando prese in braccio la mia prima figlia Manuela, mi disse «è la tua poesia più bella». Queste donne se la prendono con la Chiesa, ma io dico che certi rigori invernali sono caduti o stanno cadendo, ora è primavera, tempo di mandorli in fiore. Della Chiesa si può rifiutare l’autoritarismo, non l’autorevolezza.
Morale?
Queste controversie su vita o morte di un figlio mi lasciano senza parole. Noi un tempo ci donavamo al nostro compagno con tutta la dedizione corpo-spirito e il bambino era una benedizione. Non so niente di pillola abortiva o del giorno dopo: non erano di moda... Le donne giovani che mettono in bocca all’anziano certe parole sbagliano, perché noi eravamo ben lontani da questo 'utilizzo' del bambino. Posso soltanto dire che dopo i dolori del parto subito dimenticavo quella crocifissione per gioire della vita nuova. Non sono in grado di dare altri giudizi e sono ben lontana dal fare politica o dall’essere femminista, solo vorrei che tra uomo e donna si stabilisse quell’intesa meravigliosa che si chiama amore, in cui il figlio rappresenta la chiave della verità.
«Avvenire» del 17 febbraio 2008

Signori candidati, diteci l’antropologia di riferimento

La campagna elettorale cominciata tra equivoci e reticenze
di Francesco D’Agostino
Come elettore, mi interessa ben poco quale sia la percentuale dei 'cattolici' che entreranno nelle liste elettorali per la competizione dell’ormai prossimo aprile: ben più mi interessa sapere quali siano i programmi e i progetti politici dei loro partiti di riferimento. Come convinto fautore di una laicità cristiana (che cioè dia a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio) e mi aspetto da ciascun partito un programma serenamente 'laico' (non alterato né da pretese ideologiche, né da pulsioni confessionali), che individui con intelligenza quelle dimensioni del bene comune umano che appaiono oggi particolarmente bisognose di tutela e di promozione pubblica. Come cittadino, voglio onestamente collaborare con tutti gli altri cittadini, in un contesto che garantisca la libertà di tutti: su quei punti sui quali la collaborazione politica possa apparire non possibile, per insanabili divergenze in merito o all’individuazione dei beni da tutelare o alle migliori modalità per tutelarli, penso che sia doveroso rimettersi ai risultati della dialettica maggioranza/minoranza, che è in sé e per sé molto povera, ma è politicamente risolutiva. Se la mia parte resterà in minoranza, mi batterò perché in futuro possa essere più convincente presso gli elettori e possa conquistare la maggioranza dei suffragi; se si troverà in maggioranza, essa dovrà gestire il consenso ottenuto con equilibrio e equanimità. Tutto qui? Certo: la democrazia è semplice e ragionevole. Ad una condizione però: che gli elettori siano messi in condizione di conoscere senza reticenze e senza ambiguità i programmi dei partiti che chiedono il loro voto. Mai come in una campagna elettorale l’onestà intellettuale appare come un valore primario. Eppure mai come in questa campagna, almeno fino ad ora, ombre, reticenze, ambiguità sembrano occupare il palcoscenico. Di programmi si sta parlando ben poco. Ma di candidature si è già parlato abbastanza e le candidature possono fornire indirettamente indicazioni programmatiche molto precise. Esistono candidati 'senza storia': sono quelli che non hanno ancora un volto pubblico. Ma esistono anche candidati che hanno un volto, che hanno una densa storia, anche parlamentare, alle loro spalle; candidati la cui visione del mondo è stata esplicitata innumerevoli volte, attraverso dichiarazioni, pratiche politiche, libri, conferenze. È impossibile ignorare ad esempio la visione libertaria (e non liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha sempre militato nel Partito radicale. È impossibile ignorare quale sia l’antropologia di Umberto Veronesi. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Da visioni antropologiche 'riduzionistiche' (come quella radicale o come quella di Veronesi), derivano inevitabilmente ampie conseguenze sul piano delle scelte politiche, non solo per quel che concerne i temi che oggi vengono definiti 'eticamente sensibili' (dalla procreazione assistita all’eutanasia), ma anche per temi di ancor più ampio rilievo sociale, primi tra tutti quelli del matrimonio, della famiglia e delle adozioni. Non è l’identità confessionale che deve rilevare politicamente per l’elettore, ma l’antropologia di riferimento dei candidati e dei partiti. Non ci servono indicazioni tecniche o minuziose: ma l’esplicitazione di pochi e non equivoci principi di fondo. L’elettorato merita rispetto: perciò prima del voto dovrà essergli spiegata con la massima onestà che posizione assumerà ogni partito, quando verranno in discussione temi antropologicamente rilevanti. Anche i singoli candidati ovviamente meritano rispetto, purché però sappiano conquistarselo. Hanno un unico modo per farlo: dichiarare in modo limpido e chiaro i loro progetti politici e soprattutto come essi pensano di poterli promuovere nel contesto 'reale' del partito in cui militano.
Alcuni dicono che la chiarezza fa perdere voti. Non so se sia vero; ma so che l’intenzionale rinuncia alla chiarezza fa perdere, e a volte definitivamente, la dignità.
«Avvenire» del 24 febbraio 2008

L'identità dei cattolici

di Ernesto Galli della Loggia
L'identità cristiana dell'Italia: proprio per la sua difesa, l'onorevole Casini, come non si stanca di ripetere, ha deciso di rompere la più che decennale alleanza della Casa delle libertà e di presentarsi da solo davanti al corpo elettorale. Non credo perché pensasse che la Cdl fosse diventata da un giorno all'altro una minaccia per la suddetta identità; bensì perché evidentemente convinto che tale identità, per essere affermata e difesa davvero e fino in fondo, abbia bisogno della presenza di un partito cristiano (leggi: cattolico), non possa fare a meno in Parlamento di una sigla, di un simbolo che esplicitamente inalberino la Croce.
Questo convincimento di Casini serve a ricordarci una delle caratteristiche più singolari della politica italiana: la sua disinvoltura nel gettarsi il passato dietro le spalle e far finta che ciò che è successo non sia successo o non voglia dire nulla. Il passato rimosso è in questo caso la Democrazia cristiana. Che come si sa fu un partito cattolico, un grande partito cattolico, titolare per oltre quarant'anni di un ruolo egemonico nel sistema politico italiano. Ebbene: si può forse dire che la Dc riuscì a difendere l'identità cristiana dell'Italia? Avrei qualche dubbio. Naturalmente dipende da che cosa s'intende con un' espressione così impegnativa, ma sta di fatto che proprio con un grande partito cattolico addirittura al governo del Paese, proprio in una condizione teoricamente così favorevole, l'Italia ha conosciuto un massiccio e per molti aspetti radicale processo di secolarizzazione. Tra il 1948 e il 1992, tanto per dirne qualcuna, fu adottata una legislazione sul divorzio e sull'aborto, non fu preso alcun provvedimento per la famiglia, il settore della cultura, quello dei media e dell'intrattenimento videro l'affermazione pressoché incontrastata di temi, prodotti, persone se non ostili certo lontani da una prospettiva cristiana, il tono etico della vita pubblica andò continuamente declinando, le organizzazioni della delinquenza organizzata non fecero che rafforzarsi, l'uso del rito religioso per la nascita e il matrimonio prese a scemare sempre di più e così il numero delle vocazioni, nonché la frequenza negli istituti di educazione cattolica. Perfino il nuovo concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, come si sa, fu negoziato e firmato non per volontà di un esponente politico cattolico bensì socialista, Bettino Craxi.
E allora? Come mai, secondo Casini, la presenza — e che presenza ! — in tutti quei decenni di un partito cattolico non riuscì a evitare nessuno dei fenomeni detti sopra? La mia risposta è che in realtà, sull'identità di un Paese, e in particolare sulla sua identità religiosa (e specialmente se si tratta di una democrazia), la politica non può più di tanto. Tutto si svolge a livelli più profondi e più complessi di quelli che la politica è capace di controllare. In genere quando si arriva alla politica e alle leggi, la partita dell'identità è già decisa. Al massimo, e forse (con molti forse), la politica e i suoi strumenti sono in grado di contrastare questo o quel provvedimento di uno schieramento politico (quando vi sia) di segno esplicitamente antireligioso, il quale, per l'appunto, intenda visibilmente attaccare «l'identità cristiana» di un Paese.
Ma davvero esiste oggi in Italia un simile schieramento? E davvero potrebbe mai bastare un «partito cattolico» a farvi argine?
Vi è tuttavia una seconda e forse più importante obiezione all'idea che sia indispensabile un partito cattolico per tutelare l'identità cristiana del nostro Paese. L'obiezione è iscritta in modo chiarissimo nella vicenda italiana di questi ultimi anni. Durante i quali, se non sbaglio, quell'identità è stata tematizzata, analizzata e per così dire fatta oggetto del discorso pubblico, ne è stato compreso il significato, ne sono stati rivendicati con forza l'importanza e il peso sulla cultura occidentale e dunque anche nostra, ne sono stati messi a fuoco i complessi rapporti con la modernità e con la storia italiana, ne è stato mostrato l'insuperabile rilievo etico, soprattutto a opera di donne, uomini, ambienti e iniziative, che nulla o quasi avevano a che fare con qualsivoglia «partito cattolico ». Diciamolo chiaramente: sono stati in special modo dei non credenti, ovvero dei credenti estranei però ai chiusi e sempre circospetti circuiti iniziatici delle organizzazioni cattoliche, sono stati loro che hanno fatto uscire il grande tema della religione e della fede, nonché del rapporto di entrambe con il mondo contemporaneo, dal chiuso in cui, almeno qui da noi, esso era andato a finire. Sono stati loro, i loro libri, i giornali da loro creati o diretti, le loro iniziative, che hanno riportato con forza all'attenzione dell'opinione pubblica e della cultura laica il grande tema delle radici cristiane, dell' «identità cristiana », rinnovandone il senso e la portata, riaccendendone l'interesse.
E hanno fatto tutto questo, se non sbaglio, senza che alcun politico cattolico c'entrasse nulla e per un lungo tratto neppure si accorgesse del fenomeno, tanto meno lo assecondasse, a differenza di alcuni alti esponenti della gerarchia cattolica, mostratisi invece assai più consapevoli e avveduti di loro.
Dunque anche per questo aspetto certo non secondario, l'esistenza di un «partito cattolico» quale quello voluto da Casini non sembra in grado di avere un' incidenza effettiva sulla difesa di quell'«identità cristiana» del Paese, per la quale pure dice di scendere in campo. La sua nascita risponde solo a ragioni di politica, di rispettabilissima politica naturalmente, ma sia chiaro: tutto comincia e finisce qui.
«Corriere della sera» del 24 febbraio 2008

Il fondamento dei diritti umani

I diritti umani non sono creati dalla volontà dell’individuo, né dello Stato, bensì appartengono all’uomo in forza della sua esistenza. Ma la loro elaborazione è spesso carente. Urge interrogarsi sul loro fondamento, cioè la natura umana, sul rapporto tra uomo e Dio, e tra i diritti e i doveri
di Laura Boccenti
L'ONU promulgò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla fine della seconda guerra mondiale, quando apparve evidente che la causa profonda del conflitto stava nel mancato riconoscimento del fatto che tutti gli uomini hanno pari dignità, che tutti nascono liberi e che, perciò, ciascuno è soggetto di diritti fondamentali, tra cui il diritto alla vita, all’integrità fisica e psichica, alla non discriminazione di razza o di sesso, alla libertà di coscienza e di religione, di espressione e di associazione. Dopo gli stermini, i genocidi programmati, l’esplosione della bomba atomica, gli uomini sembrano aver compreso che non si possono difendere dei diritti e tacere su altri, oppure contrapporne alcuni ad altri; tutta la sofferenza causata dalla violazione dei diritti sembra aver reso chiaro che ciò che è in gioco è la sorte stessa dell’uomo, la sua dignità e il suo destino. L’ONU chiedeva perciò ad ogni nazione d’impegnarsi a rispettare i diritti umani ed a tradurli concretamente nei propri ordinamenti.
L’elaborazione e l’approvazione del documento dell’ONU era avvenuta tra molti compromessi. Gli Stati firmatari, pur essendo d’accordo sul contenuto della Dichiarazione, non erano altrettanto d’accordo sul fondamento dei diritti proclamati. Per fondare con chiarezza i diritti umani bisognava esprimersi su problemi riguardanti la definizione del concetto di natura umana, il rapporto tra uomo e Dio, il rapporto tra i diritti e i doveri.
Su tali questioni i Paesi firmatari non raggiunsero il consenso, perciò la Dichiarazione nacque con delle carenze che hanno origine in problemi culturali di cui i redattori erano consapevoli. Sono queste carenze, in particolare il fatto che Dio non viene nominato come fondamento della dignità dell’uomo, a spingere il Papa allora regnante, Pio XII, a non fir-mare la Dichiarazione. Successivamente, il Magistero della Chiesa interverrà in occasioni diverse cercando di colmare le lacune religiose presenti nei documenti internazionali, sostenendo sempre con forza il dovere dell’ONU d’intervenire nei casi di violazione della dignità dell’uomo.
Sarà Giovanni Paolo II a sottolineare che, nella trama della storia contemporanea, la Dichiarazione dell’ONU costituisce un evento importante, soprattutto perché, pur non avendo risolto tutti i nodi culturali, si pone come un passo nel cammino opposto a quello che ha prodotto le tragedie del XX secolo.
Il 2 ottobre 1979 Giovanni Paolo II, parlando dalla tribuna delle Nazioni Unite, ricorda che la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo è nata dall’esperienza dolorosa di milioni di persone; egli leva la voce in difesa della dignità dell’uomo riflessa nei suoi diritti.
L’atteggiamento di apprezzamento di Giovanni Paolo II si colloca in un percorso in cui la Chiesa, sempre attenta ai «segni dei tempi», è stata in dialogo con la storia dell’umanità. Quando la Rivoluzione francese in nome dei diritti umani, in realtà rivendicando i «diritti» dell’individuo borghese maschio, aveva commesso crimini orrendi portando al limite la persecuzione contro la Chiesa, quest’ultima aveva condannato tali «diritti». Successivamente, già a partire da Leone XIII, il Magistero, consapevole del venir meno di una cultura e quindi anche di un linguaggio comune, si è sforzato di definire e di ricostruire il contenuto delle nozioni implicate nella definizione dei diritti umani, sino a giungere con Giovanni Paolo II alla loro fondazione su un’antropologia rispettosa della realtà.
La coscienza dell’uomo contemporaneo considera giusto che ciascuno possa ottenere tutti i diritti che gli spettano come persona. Allo stesso tempo assistiamo a un vero e proprio abuso dell’espressione «diritti umani». Per molti il fondamento dei diritti umani deve essere trovato nel consenso; essi cioè nascerebbero da una procedura attraverso cui si giunge a definire ciò che è giusto. Secondo costoro è giusto ciò che è legale, cioè ammesso dalla legge, e poiché si pensa che il diritto alla libertà sia assoluto, si ritiene di conseguenza che la legge debba riconoscere la legittimità di ogni comportamento riguardante la cosiddetta «sfera privata» dell’individuo.
Si pone perciò il problema dei criteri che permettono d’individuare i veri diritti umani per impegnarsi nella loro difesa e smascherare gli abusi; tali criteri che riguardano sia l’origine che il contenuto dei diritti.
Quanto all’origine, bisogna ricordare che non basta l’esistenza di una legge emanata dall’organismo competente perché sia fondato un diritto autentico. Se la legge non è giusta, cioè non è conforme alla verità circa il bene, non è legge, ma corruzione della legge e non può obbligare in coscienza. I diritti umani non nascono dalla volontà dell’individuo, né vengono conferiti all’uomo da un’istituzione, essi appartengono all’uomo in forza della sua esistenza, prima di qualsiasi istituzione. Il riconoscimento giuridico è solo espressione di ciò che spetta all’uomo in quanto tale. Quanto al contenuto, perché si possa parlare di diritto umano autentico bisogna considerare quale sia la concezione dell’uomo da cui si parte, se essa nasce da una visione dell’uomo reale e completa o ideologica e parziale.
Un’antropologia adeguata riconosce che l’uomo per la sua origine e per il suo destino non dipende mai totalmente da un altro uomo, ma solo dalla causa che l’ha posto e lo mantiene nell’essere. Perciò il primo diritto costitutivo è quello della libertà della relazione con Dio.
Inoltre, poiché l’uomo non solo esiste e sa di esistere, ma ha anche ricevuto il proprio essere in possesso (cioè decide di sé stesso), non può agire senza che le sue azioni abbiano un significato morale: l’uomo è obbligato a seguire la legge dell’uomo, cioè a discernere tra vero e falso, bene e male. La coscienza ha la funzione di guidare l’uomo conformandosi ad un ordine oggettivo, osservando le inclinazioni della natura umana e il dinamismo di quest’ultima, che è orientato allo sviluppo e all’attuazione della totalità umana; in questo consiste la legge naturale. Un altro aspetto da considerare per discernere i diritti umani autentici è la dimensione sociale o comunitaria dell’uomo. L’essere umano non è un’astrazione, ma una concretezza esistente all’interno di relazioni che sono costitutive, non accidentali. Nasce in una famiglia, cresce grazie a relazioni educative, di amicizia, d’amore, di lavoro. La tentazione di concepire l’uomo come una realtà astratta ha condotto all’individualismo e alla negazione della necessità delle relazioni attraverso cui la persona si realizza.
Applicando questi criteri ai diritti che vengono rivendicati sarà possibile distinguere quelli autentici da quelli falsi, perché se è vero che non è possibile fare un elenco chiuso e immutabile dei diritti umani non potendo prevedere tutte le situazioni, tuttavia ogni diritto autentico è fondato su un’antropologia adeguata, sviluppa la libertà del soggetto umano e si esprime attraverso leggi giuste perché la legge morale ha valore non solo privato, ma anche pubblico.

Bibliografia
Sull'uomo come persona fondamento dei diritti umani cfr. specilamente l'Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II.
Giovanni Paolo II, Discorso all'ONU, 2 ottobre 1979.
Sulla nozione di legge naturale cfr. san Tommaso d'Aquino, Somma teologica, I-II, q. 94.
Antonio Canizares Llovera, Diritti umani: loro fondazione, in Pontificio Consiglio per la Famiglia (a cura di), Lexicon, EDB, 2006.
Abelardo Lobato, Nuovi diritti umani, in Pontificio Consiglio per la Famiglia (a cura di), Lexicon, EDB, 2006.
«Il Timone» di giugno 2007

Due testimoni della storicità dei Vangeli

Si può confermare la credibilità storica dei Vangeli. E affermare la loro composizione anteriore all’anno 70. Le prove in alcuni romanzi antichi
di Ilaria Ramelli
Petronio era consigliere di stile di Nerone; cadde in disgrazia nel 65 e fu costretto al suicidio, come vari Stoici perseguitati dal tiranno, le cui morti esemplari Petronio parodiò con la propria. Era infatti maestro di parodia, di cui riempì il Satyricon, scritto in quel 64 che vide la prima persecuzione: Nerone fece ricadere la colpa dell’incendio di Roma sui Cristiani, già invisi al popolino per i loro presunti crimini, infanticidio e incesto, derivati dal fraintendimento dell’eucaristia e dell’usanza cristiana di chiamarsi «fratelli». I Cristiani, già numerosi a Roma, furono uccisi in modo spettacolare, destando commiserazione anche tra i pagani, secondo Tacito. Petronio allora affiancava Nerone e stava scrivendo il suo romanzo, il Satyricon, in cui allude chiaramente all’incendio. E sembra alludere anche ad episodi evangelici e ai Cristiani, che non poteva non conoscere.
1) L’unzione di Betania sembra parodiata ove il parvenu Trimalcione, in un contesto conviviale, prende del nardo e ne cosparge i convitati in prefigurazione del suo uso funebre sul suo corpo alla sepoltura. Similmente, Gesù ci dice che la donna che lo ha cosparso di nardo ha preparato il suo corpo alla sepoltura. I due passi sono gli unici in tutta l’antichità in cui il nardo è usato in un contesto conviviale in prefigurazione del suo uso funebre. Inoltre, Trimalcione per una predizione è convinto di avere ancora molti anni da vivere: perché insiste sulla sua morte come imminente? Con un riferimento al Vangelo si spiegherebbe.
2) Il canto del gallo che denuncia il tradimento di Pietro e annunzia il giorno della morte di Gesù sembra parodiato nella scena in cui il canto di un gallo, nel mondo classico sempre considerato segno positivo, è invece ritenuto annuncio di una sciagura mortale – unico caso in tutta la letteratura classica insieme al Vangelo – e il gallo è detto index, denunciatore.
3) L’Eucaristia è parodiata ove il protagonista si finge possessore di un bene prezioso che lascerà a quanti taglieranno il suo corpo in parti e ne mangeranno al cospetto di tutti. Analogamente, i Cristiani sin dalle origini mangiavano con l’Eucaristia il corpo di Cristo frazionando il pane in parti al cospetto della comunità, per entrare in possesso dell’eredità più preziosa, la vita eterna donata da Cristo.
4) La crocifissione e la resurrezione sembrano parodiate ove tre uomini sono crocifissi da un governatore di provincia e i loro cadaveri, come quello di Gesù, sono custoditi dai soldati perché nessuno li trafughi. Ma il terzo giorno uno è portato via e sostituito con un altro, al che Petronio deride i creduloni ammirati davanti all’improvvisa rianimazione di un defunto.
Le vicinanze con i Vangeli sono impressionanti. Il romanzo contiene anche una chiara parodia del Giudizio di Salomone, e il nome di Trimalcione, durante la cui cena avvengono tre degli episodi descritti, è semitico: «tre volte re», «re per eccellenza».
Anche lo scrittore greco Caritone di Afrodisia sembra avere scritto il suo Romanzo di Calliroe poco dopo la metà del I sec.: l’ultimo suo editore, B. Reardon, come C. Thiede, data il romanzo non dopo il 62, quando lo stoico Persio lo cita alla fine della sua satira I: «Dopo pranzo ti do la Calliroe».
Afrodisia, in Caria, era vicina a zone di antica evangelizzazione, il che rende possibile una conoscenza del cristianesimo, che alcune scene del romanzo sembrano presupporre.
Colpiscono quelle della crocifissione di Cherea e della morte apparente di Calliroe. Cherea è condannato da un governatore, porta la sua croce, non si ribella né accusa nessuno, e dalla croce è poi invitato a discendere con l’identica forma verbale greca usata anche per Gesù. Il terzo giorno dalla presunta morte della giovane protagonista Calliroe, Cherea giunge alla tomba all’alba, con libagioni, ma trova le pietre rotolate via dall’ingresso e prova smarrimento (aporia), lo stesso termine usato da Luca per le pie donne al sepolcro, come pure l’incredulità di fronte al fatto paradossale è anche nei Vangeli. La Fama, come nunzio (aggelos), vola a dare notizia; tutti accorrono ma Cherea non osa entrare prima del padre di Calliroe, come Giovanni, che nel Vangelo non entra nel sepolcro prima di Pietro; la tomba è incredibilmente vuota e, mentre alcuni parlano di trafugamento, Cherea proclama la divinizzazione e assunzione in cielo della fanciulla. Inoltre, il riconoscimento finale di Calliroe, tornata in vita, avviene grazie alla voce, come quello di Gesù da parte della Maddalena.
Altre affinità di pensiero con il cristianesimo sono interessanti: il valore della castità, della vita, la dignità degli schiavi, etc.
Petronio e Caritone alludono anche al trafugamento di cadavere, di cui erano accusati i Cristiani nei primi decenni, come attesta Mt 28. A questa accusa sembra connesso l’Editto di Nazareth, in cui l’imperatore (Nerone) commina la morte ai profanatori di tombe, una colpa usualmente punita solo con una multa: l’editto è probabilmente rivolto contro i Cristiani, tanto più se si intende che i trasgressori sarebbero stati sottoposti «ad un processo relativo alla religione per un culto reso a un essere umano»: ciò si adatta al cristianesimo, che dal 35 era fuori legge per un senatoconsulto sotto Tiberio, che tuttavia aveva posto il veto alle accuse anticristiane, impedendo una persecuzione che scoppiò solo nel 64 per volere di Nerone e di cui Petronio era al corrente. Il Vangelo di Marco sarebbe così databile a prima del 64, come sostiene l’antica tradizione del II sec. e come suffraga 7Q5, il probabile frammento marciano che si può collocare prima del 70 su base archeologica e agli anni 50 su base paleografica. Infatti, l’Editto sembra indicare la volontà di Nerone, con la «svolta» del 62, di colpire i Cristiani, sia in quanto adoratori di un uomo, sia in quanto presunti trafugatori di cadavere, secondo l’accusa fatta circolare dai Giudei e probabilmente riflessa in entrambi i romanzi di Petronio e di Caritone; ora, il primo è certamente databile a prima del 65, e il secondo molto probabilmente circolava in età neroniana (54-68 d.C.)
I riferimenti ai Vangeli e ai Cristiani in autori dei primi anni Sessanta del I sec., o anteriormente per Caritone, contribuiscono a sostenere la datazione alta dei Vangeli: la loro stesura avvenne dunque mentre erano vivi i testimoni oculari degli eventi della vita di Gesù, che avrebbero potuto smentire eventuali falsificazioni.
I romanzi antichi, pur composti anche da autori che, come Petronio, sembrano deridere i Cristiani, parrebbero suffragare la storicità dei Vangeli.


Bibliografia
Ilaria Ramelli, Petronio e i Cristiani, «Aevum», 70 (1996) pp. 75-80.
Eadem, I romanzi antichi e il Cristianesimo, Madrid, 2001.
Eadem, The Ancient Novels and the New Testament, «Ancient Narrative», 5 (2005).
Eadem, Indizi della conoscenza del NT nei romanzieri antichi, in Il Contributo delle scienze storiche all’interpretazione del NT (Pontificio Comitato di Scienze Storiche, 2-6.10.2002), a cura di Enrico dal Covolo – Roberto Fusco, Città del Vaticano, 2005, 146-169.
«Il Timone» del luglio/agosto 2006

Dio, il caso e i dadi della scienza

di Francesco Grianti
La recensione sul «Corriere« di ieri di Sandro Modeo al saggio «Le leggi del Caso» di Brian Everitt, mi sollecita ad alcune riflessioni. La prima è relativa alla iscrizione eversiva di Rhinehart nel suo romanzo «L’uomo dei dadi» cui si rifà Everitt nella sua introduzione, iscrizione dove si sostituisce il Verbo con il Caso nel prologo di San Giovanni. Che questo capiti in un romanzo è assolutamente tollerabile, ma quando questo costituisce l’introduzione di un libro che vuol essere scientifico non può più essere tollerato con la stessa benevolenza.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra il Verbo di Giovanni ed il Caso di Everitt. Nel primo è racchiusa tutta l’intelligenza immateriale delle leggi fisiche su cui si regge il nostro Universo, e quindi la sua causa prima, mentre il Caso è causa secondaria che rappresenta solo il modo casuale con cui queste leggi possono interagire. L’Universo che si vuol far nascere da una fluttuazione quantistica del vuoto può essere una teoria fisica come tante altre che, finché galileanamente non sperimentate, rappresentano solo delle ipotesi, e comunque, pur accettandola, di quale vuoto vorrebbe parlare? Sarebbe forse un vuoto dove sarebbero già preesistenti le leggi della Fisica? Infatti tutti sanno che le leggi non sono un prodotto dell’evoluzione e di conseguenza dovevano esserci prima del Big Bang, ci sono oggi e ci saranno sempre come tali e con esse tutte le costanti universali quali quella di gravitazione, del quanto di Plank o quella dielettrica. Chi le ha fatte, il Caso?
Nessuno nega l’importanza delle leggi statistiche, ma sappiamo che il gioco dei 100 dadi di Gamow per realizzarsi a Caso impiegherebbe 10 alla 77esima anni e che la molecola proteica del Citocromo-C ne impiegherebbe ben 10 alla 120esima, ma sappiamo anche che l’età dell’Universo è di solo 10 alla decima anni. Come si spiega allora l’esistenza del Citocromo-C? Ma poi, se fosse il Caso a gestire tutti gli eventi del mondo, come mai finora con le sue infinite libertà di azione non ha mai fatto resuscitare neppure una foglia? Come mai non riesce, combinando casualmente atomi e molecole come hanno fatto innumerevoli tentativi scientifici, a costruire un barlume di vita? Ma cosa è la Vita, e non parlo del Dna, se non quel grande mistero contro cui l’uomo si accanisce per trovarne il segreto che non troverà mai? La Vita crea ordine mentre la morte entropica che domina questo Universo lo distrugge; ma questo è un discorso che mi porterebbe troppo lontano per poterlo affrontare ora, per cui vorrei solo concludere con alcune frasi celebri sul Caso. Jacques Maritain: «La realtà esistente è così composta di natura e di Imprevisto (caso); la storia ha bisogno di questi due elementi; un mondo di pure nature non si muoverebbe nel tempo; un mondo di puro imprevisto non avrebbe orientamento». Anatole France: «Caso è lo pseudonimo usato da Dio quando non vuol firmare col proprio nome». La mia, molto più semplice basata sulle mie esperienze di vita , dice che il Caso è il Soffio del Dio Nascosto.
«Avvenire» del 23 febbraio 2008

La teoria del caso contro la fede

In un saggio di Brian Everitt la storia di una disciplina matematica nata a un tavolo da gioco
Di Sandro Modeo
Rifugiarsi nella religione o affidarsi alla statistica: alle origini della scienza
«In principio era il Caso, e il Caso era presso Dio, e il Caso era Dio». Questa variazione eversiva del sublime incipit del Vangelo di Giovanni - attacco del romanzo L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart (Marcos y Marcos) - è incisa sulla porta d’ingresso del percorso cui ci invita Brian Everitt, direttore dell’Istituto di Biostatistica al King’s College di Londra, con il saggio Le leggi del caso (Utet). Se in principio c’è il caso, il caso diventa il principio-guida di una lunga cascata di eventi: «per caso» il nostro universo (come i molti universi paralleli ipotizzati dalla fisica) è sbocciato da una fluttuazione del vuoto o, almeno, dall’esplosione di un agglomerato superdenso, portando con sé anche l’idea del tempo; «casuali» sono le incessanti mutazioni senza scopo con cui l’evoluzione ha operato (come un «orologiaio cieco») per selezionare le specie più adatte nel rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente; e la «casualità» sovrintende ai tanti microeventi che condizionano la nostra esperienza individuale, come infiniti «sentieri che si biforcano». Immerso in questa tirannia dell’aleatorio, l’uomo può reagire soprattutto in due modi. Può affidarsi a una prospettiva - quella religiosa - che inquadra il caso come una limitazione del nostro sguardo, incapace (secondo sant’Agostino) di cogliere le regole e l’armonia del paesaggio cosmico; prospettiva, com’è noto, insita anche in certe implicazioni della scienza (il famoso «Dio non gioca ai dadi» di Einstein). Oppure - più modestamente - può affidarsi alla disciplina di Everitt, la statistica, sola strategia per venire a patti col caso e rendere «l’incertezza più certa». La riconduzione del caso al divino nel mondo antico - ricorda Everitt nella parte storica del libro - ha prodotto una lunga serie di sopraffazioni arbitrarie, se ai dadi (e al loro antefatto, gli astragali, ricavati dalle ossa della caviglia di pecora) venivano affidate la giustizia (come nell’antica Roma) o la distribuzione della terra (come testimonia la Bibbia). E anche molto dopo la sconfessione di tale pratica da parte del cristianesimo (i dadi, per san Cipriano, sono una creazione di Lucifero), la concezione oracolare del caso ha continuato a produrre orrori: nella colonia penale dell’isola australiana di Norfolk - negli anni Trenta dell’Ottocento - veniva imposto un sorteggio di pagliuzze tra coppie di detenuti, che designava come condannato chi pescava la più corta e come boia chi pescava la più lunga. Del resto, prima di rendersi autonoma, la statistica stessa nasce come «effetto collaterale» delle scommesse nelle bettole e nei caffè sei-settecenteschi: snodo decisivo, il rapporto tra il Cavalier de Méré - accanito giocatore di dadi che sembra uscito da Barry Lyndon di Kubrick - e il suo «consulente» Pascal. Affidarsi alla statistica e al calcolo delle probabilità - come a ogni altra scienza - significa anzitutto procedere contromano rispetto al senso comune e ai pregiudizi. Everitt allerta così i giocatori e gli scommettitori di ogni ramo (roulette, poker, cavalli) a non lasciarsi travolgere dalle «rotazioni immaginarie» del malinteso concetto di «media»: dopo dieci lanci di monetina in cui è uscito «testa», la probabilità che esca «croce» all’undicesimo, è la stessa che al primo, cioè il 50 per cento. Oppure invita i cultori della «coincidenza» (quelli che rimangono sconvolti per aver sognato dopo molto tempo un parente il giorno prima che morisse) a collocare gli eventi sorprendenti nella legge dei grandi numeri, senza confondere il «raro» col «soprannaturale». Che una coincidenza abbia «una probabilità su un milione» di realizzarsi, significa, in un Paese come gli Stati Uniti (di 250 milioni di abitanti), 250 coincidenze al giorno e quasi 100.000 l’anno. Non solo. Entrando nel vivo della propria professione, Everitt dimostra come la statistica possa fornire contributi decisivi alla scienza medica. L’evidenza empirica dei dati nella sperimentazione clinica, infatti (specie attraverso il cosiddetto «doppio cieco», cioè col medico e il paziente all’oscuro della cura sotto verifica), ha da un lato falsificato certe teorie della medicina ufficiale (quella sulla vitamina C come rimedio per il raffreddore) o evidenziato l’ambiguità di certe pratiche diagnostiche (vedi il lungo capitolo sui «falsi positivi» di certi esami), dall’altro ha drasticamente ridimensionato l’efficacia di tante cure alternative, dall’agopuntura all’omeopatia. L’unica domanda inevasa - nel percorso di Everitt - è quella sull’ostinazione con cui sfidiamo certe leggi fino al masochismo. Eppure la biologia evoluzionistica e la neuropsicologia ce lo spiegano in modo convincente. Se continuiamo a puntare in un ippodromo o in un casinò sapendo di arricchire gli allibratori o il banco, è per una forma di addiction, di dipendenza, in cui il rischio fine a se stesso scatena maggior piacere persino della vincita. Se vediamo coincidenze dappertutto, è perché il nostro cervello è programmato per scremare ordine dal caos e senso dal nonsenso. E se giochiamo alla lotteria pur avendo chances quasi nulle di successo, è perché immaginarsi una vita più agiata aiuta a sopportare l’opacità di quella che conduciamo. In fondo, anche nei nostri comportamenti più complessi, siamo guidati da pulsioni adattative: per vivere o solo per sopravvivere, dobbiamo ricorrere all’illusione e al sogno; qualche volta, anche alla menzogna.

Brian Everitt dirige l’istituto di Biostatistica al King’s College di Londra. Il suo libro «Le leggi del caso. Guida alla probabilità e al rischio», traduzione di Costanza Masi è edito da Utet (pp. 194, 20)

Il ruolo della ragione
«Il tessuto del mondo è un intreccio di necessità e casualità. Tra questi due estremi sta la ragione dell’uomo». In questo passaggio del Wilhelm Meister di Goethe si condensa una questione che ha percorso il pensiero occidentale già dalla filosofia greca. Tra i contributi più recenti, e controversi, alla discussione (siamo nel 1970) è impossibile non ricordare il famoso libro del Nobel per la Medicina Jacques Monod, intitolato proprio Il caso e la necessità, dove il «caso» si riferisce alla lotteria delle mutazioni biologiche attraverso cui l’evoluzione seleziona le specie più adatte, la «necessità» al rigore ferreo con cui i geni trasmettono le informazioni per riprodurre tali specie.

«Corriere della sera» del 22 febbraio 2008

02 giugno 2008

Wu e le Olimpiadi

«Non posso fare a meno di pensare che, mentre a Hitler le Olimpiadi del 1936 furono assegnate senza immaginare gli orribili avvenimenti che sarebbero poi accaduti, a Pechino sono state concesse pur conoscendo l’efferatezza dei crimini che la Cina tuttora commette».
Harry Wu, Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2008, p. 9

01 giugno 2008

Quei liceali a scuola di sesso e tv

di Lorenzo Mondo
Attratto dall’argomento, e nell’illusione di saperne di più sul mondo giovanile, ho seguito in tv la miniserie di Lucio Pellegrini intitolata I liceali. Che è all’incirca la storia di un insegnante di liceo, Giorgio Tirabassi, trasferito a Roma dalla provincia. Quest’uomo che per una innata timidezza e un macerante rispetto del prossimo passa per imbranato, ha una figlia che vuole proteggere dalle insidie della grande città e una collega (Claudia Pandolfi) di cui si innamora, arrivando tuttavia a dichiararsi soltanto al termine di un reciproco sfinimento. Buona l’interpretazione dei protagonisti e divertenti le fasi del loro complicato, quasi surreale rapporto. Ma il professore deve vedersela soprattutto con gli allievi, stolidi e ribelli a ogni disciplina, per conquistare la loro stima. E ci riesce a forza di remissività, partecipando ai loro casi umani. Senza apprezzabili risultati per quanto riguarda l’insegnamento della letteratura.
Invano cercheresti nella fiction, dove riconosci un’eco vaghissima del film L’attimo fuggente, la pronuncia incisiva di un verso come il whitmaniano «O capitano, mio capitano». Ed è significativo che la studentessa modello, la secchiona, sia decisamente bruttina. Cogli nelle varie situazioni un’intenzione pedagogica rivolta al vissuto, così esibita da diventare fastidiosa. Vengono manifestati giusti riguardi per la scelta omosessuale di un ragazzo. L’uso del preservativo si presta a giocosi preliminari. L’allieva africana vuole essere un simbolo di integrazione, rafforzato dal fatto che la sua famiglia conta nientemeno che un ambasciatore. Ci si ferma sul limite dell’aborto, gli interessati decidono infatti di affrontare la loro responsabilità. Passi per queste già indigeste pillole di educazione civica, che si accompagnano però a una più che rassegnata accettazione dei comportamenti sessuali. Un disbrigo che da certi insegnanti trapassa con disinvoltura negli studenti, i quali possono beneficiare perfino dell’appartato laboratorio di scienze. Non viviamo con gli occhi chiusi, ma vorremmo sentirne almeno uno che si sottragga motivatamente all’andazzo. Insomma, un quadro ora melenso ora deprimente che pretende di rappresentare tutta la realtà. Francamente i liceali, quelli almeno che conosciamo, meritano di più. Alla faccia di questa rozza tv.
«La Stampa» del 1 giugno 2008