22 dicembre 2006

Democrazia fasulla

«Oggi la partecipazione al voto ha luogo all’insegna di uno scarso interesse, come in un rito al quale si pensa di non potersi sottrarre. Non c’è entusiasmo per il proprio ruolo, non c’è consapevolezza del potere del proprio voto, anche perché si vedono al potere sempre le stesse persone, che nessuno apprezza perché considerate incapaci o non all’altezza di governare il Paese. In questa atmosfera una democrazia muore, e muore anche se la liturgia tipicamente democratica viene rispettata in modo scrupoloso»
di Vittorino Andreoli
1 La caratteristica che domina nei politici, il primum movens, sembra essere l’amore spietato, sviscerato, irrazionale per il potere
2 Il rischio è che la mia delega non venga data a un uomo capace che si preoccupa della cosa pubblica, ma ad un abile attore
3 In questa atmosfera goliardica o peggio boccaccesca, il governo della nazione è portato avanti con la strategia dello stimolo-risposta
4 Le monarchie (anche quelle assolute) hanno sempre avuto giullari e buffoni di corte, che in democrazia chiamiamo intellettuali

Una società non può reggersi senza un governo, cioè senza un’amministrazione che tenda a garantire i princìpi di uguaglianza e di giustizia e il rispetto dei cittadini come persone. Tra le varie forme di governo possibili, quella democratica, con la delega dei cittadini a rappresentanti riuniti in un Parlamento, è senz’altro la meno imperfetta. Sono ben lontano dall’esserne entusiasta, ma le alternative sono meno accattivanti. Dunque occorre accettare la democrazia, sostenerla e cercare di diminuirne i difetti, tenendo conto che alcuni sono strutturali e quindi non eliminabili, altri invece possono essere tolti di mezzo.
Sono ormai sufficientemente esperto di governi per sapere che gli uomini sono, per la democrazia, altrettanto importanti dell’istituzione stessa: anzi, sono l’humus che ne dà il senso. Con uomini diversi può apparire diversa persino la stessa forma di governo: con alcuni sbiadita, minimale e corrotta, con altri così brillante da stimolare l’orgoglio di farne parte come cittadini.
Tuttavia oggi nemmeno con l’ottimismo più estremo e ingenuo si può sostenere che gli uomini politici (o la classe politica nel suo insieme, poiché ormai è diventata una casta che esercita questo particolare mestiere) siano degni del ruolo che ricoprono, in quanto sembrano in buon numero dominati dall’interesse privato e pervasi da un livello di ignoranza che, con rare eccezioni, sembra ormai diventata la dote necessaria per dedicarsi a questa attività. Attività definita «esercizio del potere», ma di un potere inteso come «posso e dunque faccio perché posso», non perché sia utile ai cittadini.

È forte la tentazione di dire che ci troviamo in una condizione di governo apparente e che in realtà la vita si svolga dentro una giungla vera e propria, e quindi senza che lo Stato sappia imporre le proprie regole.

Ma voglio resistere a questo disfattismo, anche se non posso non ricordare che la tesi di fondo di questo lungo percorso tra i princìpi è proprio che stiamo vive ndo una crisi tale da non riconoscere più l’autorità preposta ad approvarli e difenderli, e quindi ci troviamo al capolinea di una storia di decadenza e di agonia forse irreversibile. Una visione che ad alcuni sembrerà eccessivamente pessimistica ma che ho dichiarato fin dall’inizio del nostro viaggio, almeno nell’intento di tenere sveglio ogni cittadino – ciascuno di noi – di fronte a un pericolo già sperimentato da altre civiltà, che in parte non se ne sono rese conto e hanno probabilmente relegato in qualche antro tutte quelle persone (le cosiddette Cassandre) che avevano descritto la realtà così com’era.


DELEGA PARTECIPATA. Mi pare che il principio della partecipazione al governo, almeno nella delega e nella consapevolezza di ciò che tutto questo significa, si sia fortemente affievolito, fino ad apparire ormai agonizzante. Non mi riferisco solo alle scarse percentuali di votanti – di chi esprime la propria scelta – ma al diffuso disinteresse per la politica: totale nel mondo giovanile, assai prossimo a questo stadio anche nelle altre fasce di età. L’impressione è che in realtà si tratti di una democrazia subita, di una pseudo-democrazia, proprio perché non partecipata e vissuta con quel senso di vera sfiducia che spinge a dire: «Andrò a fare la mia scelta, ma tanto non cambierà nulla» o, in alternativa, «è inutile scegliere, tanto sono tutti uguali». Quello che appare sembra camuffato, la politica diventa un mestiere per fare denaro e ottenere potere grazie a una delega, delega che a sua volta alimenta un’oligarchia e persino una tirannia, naturalmente sotto sembianze democratiche.

La partecipazione al voto ha insomma luogo all’insegna di uno scarso interesse, come in una sorta di liturgia, di rito al quale si pensa di non potersi sottrarre, come quando si devono fare gli auguri in occasione di un compleanno.

Non c’è entusiasmo per il proprio ruolo, non c’è consapevolezza del potere del proprio voto, anche perché si vedono al potere più o meno se mpre le stesse persone, che non riscuotono apprezzamenti perché considerate incapaci oppure non all’altezza di governare il Paese.
In questa atmosfera una democrazia muore, e lo fa anche se la liturgia tipicamente democratica (quella del voto) viene rispettata in modo scrupoloso. Di fatto molta gente non segue la politica e ciò è dovuto a numerose circostanze, alcune delle quali certamente costruite e pilotate.

PROCEDERE LEGISLATIVO. La prima è la totale disinformazione del procedere legislativo, delle modalità delle decisioni, delle motivazioni che hanno portato a quella scelta e non a un’altra possibile. Tutto si svolge all’insegna della contrapposizione, per cui se una parte politica dice una cosa quella avversaria si affretta ad affermare il suo contrario. Ne consegue che nelle scelte politiche non emerge alcuna razionalità se non quella del «lui vuole questo, ma noi vogliamo esattamente l’opposto». E tutto il dibattito democratico si svolge in un clima di contrapposizione tra gruppi o persone che in comune spesso sembrano avere un’unica caratteristica: la voglia di potere e la poca intelligenza politica.
In un simile clima, nel quale non emergono i perché delle diverse scelte, tutto viene spettacolarizzato in un teatrino delle parti. E al cittadino comune risulta impossibile capirci qualcosa. Al tempo stesso non è possibile nemmeno una delega fideistica data a un uomo in particolare. Nelle ultime elezioni il sistema prevedeva di prendere l’intero pacchetto alla cieca e senza alcuna possibilità di scelta.
Ma anche scegliendo un certo candidato, questi in Parlamento si trova poi costretto a sostenere le scelte imposte dalla coalizione, in modo tale che la democrazia viene trasformata in una sorta di recita di burattini.
Sarebbe molto istruttivo analizzare e radiografare la vita del politico delegato dal popolo: si vedrebbe in non pochi casi un poveretto (umanamente e politicamente, ma spesso ricco dal punto di vista economico) che non esprime i l proprio parere ma che spesso semplicemente riceve una velina che gli indica come comportarsi, come votare, con l’imperativo di non dire nulla al di fuori del previsto e di fare riferimento sempre al capo della coalizione o di un partito che la compone. I delegati del popolo sono frequentemente illustri esecutori che in aula devono solo pigiare il bottone indicato, e in certi casi deprecabili farlo anche per chi non è in aula.
È bene sorvolare su queste miserie che però – se conosciute – forse aiuterebbero a non credere più di tanto alla grandezza dei nostri politici, "potenti" solo perché grazie alla nostra delega premono bottoni senza consapevolezza e senso di responsabilità, dal momento che sanno di dover compiere la scelta indicata da altri finendo per conoscere la verità dai giornali con la stessa superficialità di cui fanno sfoggio nell’adempimento delle loro funzioni.
Tutto questo viene qui richiamato non certo per denigrare gratuitamente chi fa politica ma per ricordare che sarebbe tempo di mettersi a disposizione dello Stato e della res publica, quantomeno al fine di allargare il cerchio dei delegabili e quindi evitare di dover sopravvivere democraticamente con gli stessi personaggi di cui ormai non sopportiamo più nemmeno il volto.
Comincio proprio dal mio modo di pensare, che ha fatto sì che non mi sia messo in politica, nonostante mi fosse stata prospettata qualche occasione che si potrebbe definire ghiotta. Bene, a questo punto dovrei considerarlo un fallimento della mia esistenza, un peccato di omissione per il quale è doveroso recitare un mea culpa, e penso che molti come me abbiano o possano aver avuto questa stessa percezione: un segnale di come la democrazia non sia vissuta nemmeno da chi si indigna e vorrebbe che lo Stato funzionasse in maniera diversa.
È comunque strano che la caratteristica dominante nei politici, il primum movens, sembri l’amore spietato, sviscerato, irrazionale per il potere. Uno ha sognato fin da piccolo di diventare presidente della Repubblica, un altro non ha mai fatto nulla per caratterizzarsi in modo ben definito diventando così il candidato ideale, buono per tutte le stagioni. Molti sono entrati giovanissimi in politica e, una volta defunti, sono stati esposti nella camera ardente della Camera o del Senato.
Ho conosciuto alcuni politici che, senza quel ruolo, sarebbero forse finiti in manicomio (quando c’erano) per oligofrenia o demenza precoce che però, viste in chiave politica, costituivano non patologie ma persino tratti distintivi di caratteri forti.
TELEVISIVA DEMOCRAZIA. Ma il pericolo maggiore, già ampiamente sperimentato, è quello della cosiddetta «democrazia televisiva», e dunque del condizionamento al voto che segue le stesse regole degli spot pubblicitari, per cui quando si sente ripetere in modo incessante un nome si finisce per averlo in testa e considerarlo importante. La pubblicità non tenta di trasmettere un messaggio vero o utile, ma semplicemente di renderlo fascinoso e quindi in grado di attaccarsi alla memoria e ai sentimenti.
Le parole più fortunate della pubblicità non hanno alcun significato ma funzionano come slogan, un semplice suono. Ricordo ancora un aperitivo che ha avuto una fortuna strepitosa poiché dava «la carica», e un dentifricio che conteneva il «gardol»: nessuno ha mai saputo cosa fosse, e probabilmente non era niente al di là di un puro suono.
Sulla base di questo stesso meccanismo, un partito ricorda l’incitamento che si grida alla nazionale di calcio, un altro un bel fiore primaverile o una pianta citata nella Bibbia... E un candidato diventa politicamente forte anche in base al tipo di occhiali che porta o al chirurgo estetico che lo segue per rammendarlo come si fa con certi calzini.
Il rischio dunque è che la mia delega non venga data a un uomo (intendo a un uomo capace, ricco di umanità e che si preoccupa della cosa pubblica), ma a una specie di dentifricio, di attore, di presentatore del concorso di Miss Italia. È stato dimostrato che quasi tutti i visi noti in televisione, non importa per quale funzione o capacità, se si presentano alla elezioni vengono eletti (gli esempi sono moltissimi).

Vale cioè di più una caratteristica fisica, il look giusto, che un’idea, mentre a contare dovrebbero essere soprattutto la forza, il carisma, la capacità di interpretare i bisogni della gente e la capacità di amministrare la cosa pubblica.

Si arriva a estremi tragici: è noto che se un capo di Stato dichiara una guerra almeno per un certo periodo di tempo gode di una popolarità in forte crescita, tanto che gli uomini di marketing cui è affidata l’immagine politica di questo o quel leader in certi casi arrivano a suggerire al loro assistito di dichiarare una guerra, anche sotto mentite spoglie, unicamente per salvarsi la faccia. È utile poi ricordare che le forze armate esercitano un certo fascino, persino da noi.
Ma per constatare de visu quale livello di popolarità possano godere presso la popolazione basta stare un po’ in Inghilterra. Recentemente in una località della Scozia settentrionale era attraccata una nave da guerra: ho assistito a un vero e proprio pellegrinaggio per vederla, filmarla, chiamare il comandante per un autografo (che naturalmente ha negato perché avrebbe dovuto avere il permesso della regina o del primo ministro). Al politico piacerebbe molto indossare la divisa dei dragoni – anche se magari è renitente alla leva – o dichiarare guerre, per farlo saprebbe inventare nemici e attentati contro Sua Maestà britannica.
Anche da noi vige una democrazia da piccolo schermo e di minimo cabotaggio: mi pare una vergogna, un limite di una democrazia che non è più seguita dalla gente. A questa per formarsi un giudizio restano solo informazioni che sono quelle tipiche dello spettacolo e che servono anche per nascondere ai cittadini quanto si dovrebbe invece dare nel dettaglio per consentir loro di rendersi conto di cosa fanno i loro delegati in Parlamento e il proprio p artito al governo.

POVERTÀ DEL POLITICO RICCO. In questa atmosfera boccaccesca, o nel migliore dei casi goliardica, il governo della polis, della nazione, è portato avanti con la strategia dello stimolo-risposta. Quando un qualsiasi capo del governo entra a Palazzo Chigi con l’aria del padreterno non sa cosa farà quel giorno al di là di cerimonie piacevoli, di rappresentanza e di giochetti come parate, presenze a convegni e corsi, con applausi garantiti dalla claque. Ma subito si trova davanti a uno stimolo: e allora risponde, o meglio interpella i consiglieri sul tipo di riposta più adatto, e questi lo consigliano che è meglio sentire i leader dei partiti della coalizione, i quali non sono d’accordo e chiedono una riunione di maggioranza. Intanto arriva il secondo stimolo al quale il premier dà una risposta diretta, ma che suscita la protesta degli alleati che non sono stati interpellati. In questo secondo caso bisogna fare una rettifica e sostenere che non si è deciso nulla ma che si è solo ventilata una decisione, anzi, un’ipotesi di decisione proprio per rispetto nei confronti degli alleati. E si giunge al terzo stimolo, troppo pericoloso però perché venga preso in considerazione.

Allora lo si scarica su un sottosegretario che comincia a compilare l’informativa e stende la bozza su cui si terrà un giro di riflessioni, un brain storming che poi sarà valutato dal capo del governo.

Finalmente arriva l’amico o l’amica, e allora si può esercitare il potere vero, che non è sempre a vantaggio del popolo, ma che concede finalmente un attimo di svago al politico stressato dalla voglia di decidere e dalla consapevolezza di non poterlo fare.
Un giorno un capo di governo mi faceva presente che se in quel momento avesse voluto prendere una matita rossa e blu per leggere la relazione che gli avevo portato e sottolinearne i passi salienti, come faceva da studente, avrebbe dovuto chiamare la segretaria per avere la matita. La segretaria a sua volta, se quella benedetta matita non si fosse trovata nella cancelleria dell’ufficio di presidenza, avrebbe dovuto compilare una richiesta per averla, richiesta che il presidente avrebbe dovuto firmare motivandola e precisando il colore della matita, dato che ne esistono diversi tipi. A questo punto la segretaria avrebbe inviato la richiesta con procedura d’urgenza al capo ufficio della logistica, che avrebbe controllato se esisteva una voce del bilancio in cui inserire la spesa. Fatto questo avrebbe deciso l’acquisto, controfirmato dal presidente o da un suo delegato, e quindi indetto una gara d’appalto, poiché non si può comprare nulla per lo Stato se non con una gara pubblica bandita naturalmente sulla Gazzetta ufficiale. Espletata anche questa procedura, si doveva nominare una commissione che avrebbe valutato le offerte inviate in busta chiusa e deciso quale fornitore potesse soddisfare la richiesta. Finalmente si sarebbe ricevuta la matita procedendo allora al pagamento disposto dal responsabile contabile e finanziario di Palazzo Chigi. Questa è la procedura e, data l’urgenza con cui il presidente vuole leggere la mia relazione dedicandole attenzione e sottolineandone i passi salienti, non resta che fare una cosa semplicissima: regalargliela! Ma a questo punto il presidente scatta in piedi scandalizzato per dirmi: «Ma non lo sa che non posso ricevere regali, che potrebbero essere un modo per ottenere favori?». Si tratta, infatti, di un’azione contro lo Stato per la quale potrebbe essere accusato di interesse privato in atti d’ufficio... Per fortuna quel giorno il mio interlocutore decise di usare un lapis, anche se io ero sicuro che non l’avrebbe mai letta. E così il dramma ebbe fine e me ne dovetti andare perché era arrivata la telefonata di un capo di Stato, che la segretaria non nominò in mia presenza perché doveva rimanere segreto: si trattava di un leader amico che voleva accordarsi per le vacanze estive desiderando trascorrerle come al solito in Toscana.
Quello che ho sin qui descritto è uno Stato privo di vere logiche strategiche, che semmai rimangono semplici promesse elettorali anche se, come si è detto, è meglio non farle mai o rimanere sul vago fondando invece tutto sul look e quindi esibendosi – ad esempio – mentre si fa un po’ di jogging o si sale in bicicletta o, come segno di impegno e di grande efficienza, si vola con un aereo privato "per affari di Stato" da una residenza all’altra. Questo piace, questo convince sulla bontà di un candidato, questa è democrazia!

RITIRARE LA DELEGA. È fin troppo chiaro che in questo modo il governo della polis può non funzionare affatto: anzi, può rivelarsi del tutto incompetente, o addirittura mettere in evidenza – ad esempio – che il capo dell’esecutivo sta ricoprendo una carica pubblica per esercitare funzioni di pertinenza personale. A questo punto è necessario che accanto al principio che delega un governo a governare – e questa è la caratteristica che lo definisce – vi sia e sia applicabile un principio per cui in caso di non funzionalità tale delega possa essere revocata dai cittadini.
Questa funzione non rientra però nelle possibilità delle democrazie o pseudo-democrazie occidentali, e nella nostra in particolare. Poiché gli elettori sono chiamati a esprimere la propria delega ogni cinque anni, rimane stabilito come un’investitura divina che un Parlamento una volta eletto rimane in carica anche se non rappresenta più la volontà degli elettori. In casi estremi, il potere passa addirittura di mano attraverso alchimie politiche e logiche perverse. Così chi in teoria detiene il potere – il popolo – può solo assistere a giravolte che dissipano sia il tempo da riservare alla soluzione di problemi urgenti sia il denaro pubblico destinato a migliorare i servizi e dunque la vita dei cittadini, cominciando dalla loro sicurezza.
Questa è un’anomalia gravissima che inficia lo stesso sistema democratico e lo trasforma in una forma che definirei di "dittatura" sia pure parlamentar e (che di fatto è una oligarchia) che il popolo è costretto a subire.
È pertanto necessario che il popolo abbia sì il potere di scegliere, ma anche quello di revocare la delega e di cambiare quanto deciso. Dunque occorre che ogni democrazia, per essere veramente tale, preveda l’espletamento di questa volontà in tutte quelle occasioni in cui il potere sia andato oltre o si sia occupato di questioni che non erano previste o che non rientrano nella delega.
Uno dei casi in cui ciò deve poter avvenire è quando un governo decide di entrare in guerra, e quindi di usare una politica di morte, poiché la guerra viene fatta per uccidere e si fonda sull’eliminazione fisica del nemico, di certo non nella ricerca di un accordo o di mediazioni che impediscano di raggiungere un punto di non ritorno. Lo abbiamo detto chiaramente: la delega politica non include quella dei princìpi primi, che semmai sono di pertinenza morale, appartengono a ciascuno e non sono certo delegabili a un politico o a un partito. Questi ultimi hanno semmai il dovere e il compito di amministrare uno Stato, non di redigerne i contenuti morali, che sono sempre individuali e non possono essere riportati alla morale del capo dello Stato o del governo. Se così fosse, allora si tratterebbe di una dittatura travestita di democrazia. Ed è quasi inutile affermare che esempi del genere sono sotto gli occhi di tutti.
Offende uno dei princìpi fondamentali della democrazia il fatto che un politico, una volta raggiunto il potere, si disinteressi totalmente del popolo che lo ha insediato. È curioso e triste vedere come i delegati dopo essere stati eletti non si mescolino più con i cittadini, non mantengano alcuna relazione con loro. Nelle forme più degenerate li vediamo talvolta percorrere le vie cittadine solo se queste sono state preventivamente transennate, con la gente tenuta lontano, e se ciò non accade è solo perché il politico è circondato da un manipolo di guardie del corpo che rende comunque impossibile avvic inarlo e parlargli.
Una condizione assurda per la democrazia, almeno per quella concezione nata in Grecia, nell’agorà, che considera proprio la piazza il luogo in cui ci si raccoglie per discutere le decisioni politiche. Mi rendo conto che la dimensione dello Stato è cambiata, e che anche i tempi sono lontani da quella partecipazione, ma non al punto di blindare il mio delegato, il capo di governo che io ho voluto e che però non si mescola al popolo perché lo teme.
In occasione di un convegno ho visto un presidente giungere con due ore di ritardo, scortato da nove auto della polizia, dopo che ogni incrocio e ogni possibile punto di incontro con la gente era stato posto nella condizione di massima sicurezza.

Capisco le necessità di vigilare in un momento di tensione. Ma che razza di democrazia è quella che si barrica? Certo, da parte di un politico un simile comportamento è espressione inconscia di aver tradito la fiducia che gli era stata espressa nella delega.

È comunque vergognoso vedere taluni minus habentes che, per il semplice fatto di essere protetti da guardaspalle muscolosi, credono di detenere un potere enorme come se fossero dèi o superuomini, mentre sono solo poveracci circondati dalla disistima per il loro comportamento politico, per aver tradito cittadini che avrebbero il sacrosanto diritto di poterglielo dire senza rischiare di finire in galera per vilipendio.
Se questo fosse possibile, forse la gente sarebbe anche più attenta all’operato dei politici e finalmente i cittadini diverrebbero i veri controllori del comportamento dei propri delegati poiché – è bene ribadirlo – sono soltanto delegati: sono "qualcuno" solo perché il popolo li ha eletti, mentre sovente pensano (sbagliando) di essere strutturalmente potenti, esseri superiori, sacri e intoccabili, o comunque posti nella condizione di esserlo.
Se fosse applicabile questo principio – il principio della revocabilità – allora la democrazia sarebbe finalmente compiuta e i delegati dive rrebbero persone responsabili: ogni giorno agirebbero per soddisfare i bisogni della gente e la sua esigenza di poter vivere serenamente, ben sapendo che i cittadini non vogliono fare la guerra a nessuno, ma semplicemente creare le condizioni perché le loro famiglie possano condurre un’esistenza tranquilla e i loro figli guardare al futuro con speranza, nella certezza che c’è chi si preoccupa di loro. Il voto invece non è davvero democratico: si tratta di una consultazione per eleggere personaggi intangibili o veri e propri tiranni mascherati di democraticità che spesso hanno agito con l’inganno pubblicizzando sapone e dando invece soda caustica. Ormai mi sembra che non ci sia più nulla da fare: semmai questi personaggi ci penseranno poco prima delle prossime elezioni, quando torneranno a mettersi in forma, a frequentare ambienti stimolanti per sprizzare vitalità, o cominceranno a promettere e persino a fare regali con i denari dello Stato, poiché della res publica non sembra importargliene molto. Come dire? Se muore Sansone allora possono crepare anche tutti i Filistei.
FINE DI UNA CIVILTÀ. Mi dispiace tornare a ripeterlo, ma sento spirare attorno a me un’aria di fine della politica, di una civiltà che ha inventato la democrazia, dei princìpi che non piacciono in quanto sono sempre dei limiti alla licenza di fare ciò che si vuole sulla base del potere che si cerca sempre di ottenere e di esercitare fino all’ultimo. Se questo accade non si vive più in uno Stato ma in una giungla in cui si può fare ciò che si vuole detenendo il potere e l’intangibilità.
Ma questa non è democrazia, e la storia del nostro Paese non può cadere ancora una volta dentro le secche di una dittatura poiché ne porta ancora impresse le stigmate, almeno nella memoria di molti.
A me sembra che persino il principio in base al quale lo Stato deve governare sulle esigenze e il mandato dei cittadini – così come la revocabilità della delega – siano completamente morti, e che nessuno o pochi se ne preoccupino. Nemmeno gli intellettuali s’indignano di fronte a questa situazione: forse perché si sono ritagliati uno spazio di potere, e così si limitano a esaltare chi conta. Una maniera acuta per farlo è quello della critica lieve, dei talk show televisivi. Del resto non bisogna dimenticare che le monarchie (anche quelle assolute) hanno sempre conosciuto giullari e buffoni di corte. Ora in democrazia questi casi umani li chiamiamo "intellettuali".
«Avvenire» del 10 dicembre 2006

13 dicembre 2006

Quando la letteratura trova la voce per dire il dolore che non finisce

di Paolo Di Stefano
Davanti al dolore non ci sono eroi, pensò Winston, il protagonista di 1984, rinchiuso in una piccola cella per ordine del Grande Fratello. «Se c’è pena, si deve desiderare una sola cosa: che finisca». Il dolore, quello vero, il dolore che non può finire è al centro di tanti romanzi dell’ultima stagione. È possibile che si tratti di una sana reazione della letteratura a tanto dolore finto (tra vernice rossa simil-sangue e squartamenti vari) che in questi anni è passato sotto i ponti delle classifiche dei bestseller. Tra quel dolore e il dolore c’è spesso la stessa differenza che passa tra il GF televisivo e la realtà. Che ogni tanto, dolorosamente, si prende la sua rivincita. Come la letteratura. Perché di fronte al dolore vero, il desiderio della letteratura è uno solo: dire la verità. Non si parla di letteratura cuore in mano. Il patetico è un’altra cosa. Nulla di patetico, per esempio, nel capolavoro dello scrittore francese Philippe Forest Tutti i bambini tranne uno, uscito l’anno scorso (Alet Edizioni). Basti citarne una sola frase, paradossale, sconvolgente: «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della nostra vita». Com’è possibile? E’possibile, perché il 1996 è stato l’ultimo anno in cui la piccola Pauline è rimasta viva, con suo padre e sua madre: «Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme». E poi la morte, aggiunge Forest, anche la morte di una bambina di quattro anni, «non cancella tutta la bellezza del mondo». Nella bellezza del mondo c’è la letteratura, la possibilità di scrivere (e di leggere) un libro intollerabile. Così, Forest ha scritto un secondo romanzo, Per tutta la notte (sempre Alet), in cui riprende ostinatamente la storia di Pauline, interroga la letteratura sul nonsenso della sua morte, lascia parlare sua moglie Alice, che sembra opporsi all’illusione del marito, l’illusione di salvare il nome di Pauline nell’«unico spazio» che le è rimasto accessibile: il romanzo. Non è curioso che, mentre escono gli atti di un convegno tenutosi qualche anno fa a Modena e intitolato Diamo parole al dolore (Franco Angeli), la scrittrice Michela Franco Celani senta l’esigenza di dare voce a una madre che ha vissuto la stessa tragica esperienza di Forest (La stanza dell’orso e dell’ape, Mursia) e lo fa in una sorta di «bollettino di guerra», ma insieme con straordinaria limpidezza e poetica lievità? E non sarà un caso se anche una scrittrice collaudata di saggistica e reportage come l’americana Joan Didion, ha voluto dar conto dell’anno che ha cambiato la sua vita, perché «una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita». La vita che la Didion conosceva bene, da quarant’anni, era quella di suo marito John, stroncato da un infarto la sera del 30 dicembre 2003, mentre stava seduto in poltrona a chiacchierare. A questo punto, il lettore avrà forse un moto di insofferenza verso il Piccolo Fratello: non c’è niente di più allegro di cui parlare? La cosa strana è proprio questa: che L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore) è anche un libro felice, che con uno stile anestetizzato attraversa tutte le stazioni del dolore (l’incredulità, lo stordimento, l’impotenza, la rabbia) per arrivare alla liberazione, quando un giorno l’autrice si accorge che nei suoi ricordi non c’è più l’immagine di John. «Viene il momento in cui dobbiamo abbandonarli (i morti, n.d.r.), lasciarli andare...». Ognuno escogita le sue strategie, per liberarsene: James Ellroy aspettò quasi cinquant’anni per raccontare l’inspiegabile omicidio di sua madre. Ne venne fuori un capolavoro: I miei luoghi oscuri (Bompiani). Insomma, arriva un momento in cui la letteratura si impone. Ridiventa sensibile al dolore. Già, il Piccolo Fratello dimenticava di segnalare che in questi giorni è uscito da Rizzoli un romanzo di Laura Bocci intitolato proprio così: Sensibile al dolore. Come diceva Canetti, «le parole sono esseri sensibili al dolore».
«Corriere della sera» del 12 dicembre 2006

Il malinconico minimalismo dell’oggi

di Biancamaria Frabotta
Anno fortunato, il 1957. In primo luogo per merito di Carlo Emilio Gadda (1893-1973) e del suo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. La sublime flemma del commissario Ingravallo si insedia nell’immaginario del lettore, intanto per il genere, un poliziesco sia pure atipico e per la drammatica «comicità» della lingua. Lava incandescente che erutta da un cratere sempre attivo, le sue invenzioni sono tanto più felici, quanto meno lo è il suo creatore e tanto più nazionale risulta l’uso della lingua, quanto più si screpola in un caleidoscopio di impensati dialetti dell’anima italica. Ritornando ai fasti del «non finito» michelangiolesco, il «pasticciaccio» è uno straordinario antidoto alla prevedibilità delle odierne scuole di creative writing. Il 1957 è anche l’anno de L’isola di Arturo di Elsa Morante (1912-1985). In nessun altro romanzo il Sud del mondo splende nella miracolosa «maternità» di un racconto tutto stile e tutto cose, privo di bellurie, nonostante i sortilegi dello stile e libero dalla diffusa sottomissione al diktat metaletterario del secolo. L’iniziazione alla vita di Arturo è una storia di disincanto, una fiaba notturna e nello stesso tempo solare e le fantastiche imprese del giovinetto kalos kai agathos ci sottraggono al ricatto del tempo restituendoci a un’adolescenza dimenticata o mai vissuta.
Appena all’inizio dei «fantastici Sessanta» incontriamo due romanzi che frugano nel recente passato come in un armadio ingombro di memorie troppo in fretta liquidate. Omaggio alla giovinezza folgorata dalla guerra ai piedi di un muro, sulla soglia di una struggente e «incompiuta» Resistenza, Una questione privata di Beppe Fenoglio (1922-1963) esce postumo nel 1963. Milton, stralunato partigiano langhigiano e angelo caduto da un romantico Eden poco frequentato dal romanzo italiano, proietta la coppia Amore e Morte sullo schermo di un’indecifrabile Storia pubblica eppure privatissima, lanciandosi in una rincorsa che è una fuga e una quête tanto avvincente da far invidia al giovane Calvino. Nel 1962 Giorgio Bassani (1916-2000) nel Giardino dei Finzi Contini rievoca da una proustiana memoria perduta l’indimenticabile e struggente personaggio femminile di Micòl. Non ce ne sono poi tanti nella nostra tradizione narrativa, dopo la Pisana di Nievo e l’Angiolina di Svevo. Micòl, vittima della persecuzione razziale nazifascista, affiora dalla nebbia di una prosa diafana e limpida, exemplum di un destino comune, cui però non appartiene fino in fondo. Creatura di pura nostalgia, a lei è affidata la sorte di una narrazione del «cuore» mai sentimentale e scontata, ma, sin dall’epigrafe, benedetta da un preziosissimo Manzoni tutto ancora impiegabile in un’epoca smemorata come la nostra. «Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto».
Nell’ambito di una genialità narrativa multiforme e dedita alla sperimentazione di generi sempre diversi, Italo Calvino (1923-1985) pubblica nel 1965 i racconti delle Cosmicomiche, cosmogoniche incursioni nell’universo della scienza contemporanea e delle sue aporie. In una sorta di fantascienza alla rovescia Calvino si proietta nell’inimmaginabile virtualità delle origini del cosmo. «Liscia e brulla» come lo spazio in cui vaga il suo protagonista dal nome impronunciabile, Qfwfq, la sua scrittura nitida e giocosamente «esterna» a una dimensione solo letteraria, usa con maestria i segni «alieni» e collaterali del cinema «comico» e dei fumetti. Al mondo dei fumetti si ispira anche Paolo Volponi (1924-1994) con Il pianeta irritabile del 1978, in cui quattro straniati personaggi, una scimmia, un elefante, un’oca e un nano, al pari di quattro grotteschi cavalieri dell’Apocalisse, s’incamminano fra le rovine di un mondo distrutto da una misteriosa e arcaica deflagrazione. Riaffiorando dall’abisso del posthuman in cui la civiltà è precipitata e orientandosi verso una qualsiasi vivibilità, questa favola malinconica e liricamente rappresa nell’allegoria del nostro deserto psichico e corporeo, ci cattura in una prosa tramata di poesia e leopardianamente «irritabile».
Dacia Maraini (1936) per La lunga vita di Marianna Ucrìa del 1990 s’ispira al ritratto di una sua antenata, Marianna Alliata Valguarnera, che nella fastosa ambientazione scenica di un’epoca oppressiva, si erge a prototipo di una possibile liberazione. Sordomuta in seguito a una violenza subita, Marianna approfitta della sua menomazione per approdare a una parola diversa, quasi nuova, frutto di una «preistoria» che escludendola l’ha immunizza dalla barbarie della «storia». Per lei, come per l’autrice, si può dire che «ogni giorno è bastante a sé, non ha memoria».
Sin troppe numerose e angustianti sono invece le memorie che affollano Requiem che Antonio Tabucchi (1943) pubblica in portoghese e in italiano nel 1992. La fantasia barocca di Tabucchi ci coinvolge in un labirinto di «maniere» che riportano in vita la grande letteratura del passato oggi definitivamente defunta. Rievocandola, come in una seduta spiritica o in un gioco di doppi e di specchi e infine addensandola nell’allucinazione del fantasma rivisitato dell’amato Pessoa, Tabucchi raggiunge il vertice della sua funebre vitalità narrativa.
Del vuoto del presente e della piatta orizzontalità dell’oggi sembrano farsi malinconici reporter alcuni giovani autori di oggi. Il maestro indiscusso di questo malinconico minimalismo dalle dimensioni metafisiche è Gianni Celati (1937) che in Narratori delle pianure del 1985, uscendo dalla saga di Guizzardi, eroe di una saga di sfrenata e sinistra allegria linguistica, abbandona i «parlamenti buffi» e si immerge in una sperduta erranza lungo le rive di un Po postmoderno, abbandonato dal mito e da ogni suggestione paesistica, ma misurato a piedi in passi costanti e leggeri, in una nuova metrica di pura orizzontalità lirica. Una versione al femminile ne è offerta da Sandra Petrignani (1952) che sa indirizzare la lingua stringata ed elegante delle sue inchieste giornalistiche verso reportage oggettivi ma anche dilatati verso un indefinibile «altrove», come nelle interviste di sapore beckettiano raccolte in Vecchi del 1999: cronaca dall’aldilà di una senilità assurta a condizione perenne del presente.
«Il Giornale» del 10 dicembre 2006

Pasolini, solo un mito creato dalla borghesia

Il critico Bruno Pischedda rovescia i giudizi letterari correnti
di Paolo Di Stefano
C’è una dedica autoironica, nel nuovo libro di Bruno Pischedda (Mettere giudizio, Diabasis, pagine 227, 16), che dice bene quanto anche il buon critico, come lo scrittore, sia mosso da una sua sana ossessione che lo fa apparire subito controcorrente o comunque imprevedibile: capace cioè di rileggere in contropelo quel che tanti altri hanno letto prima di lui. La dedica recita: «Ad A. che mi accusa di incaponirmi sul De modernitate». In effetti è la modernità (una modernità che «toglie e dà») l’ossessione di Pischedda, sia che si legga il narratore (Com’è grande la città, 1996 e Carùga blues, 2003), sia che si legga l’interprete di opere letterarie (per esempio quello de La grande sera del mondo). Pischedda va a caccia dei nodi problematici che affiorano nel confronto con la cultura di massa e con i cambiamenti che questa ha comportato. E nella sua personalissima indagine, non c’è soluzione di continuità tra racconto della società che muta e diagnosi sull’editoria, sulla cultura, sulla letteratura, sulla critica letteraria. Per questo, Pischedda è un critico militante nel vero senso della parola: è un critico che, guardando i testi dal proprio punto di vista (dalle proprie ossessioni), intende esprimere dei giudizi di valore, secondo modalità e con strumenti diversi, ora sociologici, ora stilistici, ora psicologici, ora storico-politici. Il «mettere giudizio» va dunque inteso nel duplice senso di «emettere sentenze» e di «mettere la testa a posto» (quasi un invito a se stesso - da qui la rilettura di Fortini - prima che alla critica attuale), in ogni caso comunque implica una seria e coraggiosa presa di responsabilità che oggi non è moneta corrente. Pischedda indubbiamente le sue belle responsabilità se le assume, perché ama rileggere i suoi autori, dal dopoguerra a oggi, cercando di stanare i luoghi comuni e le formule trite. Senza evitare, ovviamente, di soffermarsi con particolare acume sulla letteratura che si fa sotto i suoi occhi, nella piena contemporaneità. Il suo libro raccoglie quattro tipi di intervento: «giudizi sommari», cioè vere e proprie recensioni d’occasione, letture a caldo, articoli «di pronto intervento», per usare una formula cara a Mengaldo; «giudizi di merito», che hanno un’ambizione più saggistica; «giudizi d’intrattenimento» che si soffermano sulla letteratura di genere; «giudizi a procedere», nel cui respiro anche teorico si intravede una prospettiva storiografica di lunga gittata: c’è per esempio un utile capitolo sul postmoderno italiano che, passando nel bene e nel male da alcune imprese editoriali come Stile Libero, minimum fax, Fanucci, culmina in quella «sintesi arguta tra globalismo americanista e controspinta autoctona» rappresentata dai romanzi di Camilleri. Il repertorio è molto ricco, non solo cronologicamente: si parte dai gialli Mondadori e si arriva a Benni, a Busi, agli inetti di Culicchia, passando per Fenoglio, Vittorini, Pasolini, Parise, Tadini (uno dei pochi scrittori capaci di tradurre in narrativa il «visivo mediatizzato»). Con un occhio tenuto sempre fisso sul lettore. Perché, come Pischedda osserva nella sua bella introduzione in forma di racconto, «la letteratura è esattamente ciò che i lettori reputano tale», dunque ogni preclusione snobistica sarebbe nefasta. E siccome i lettori «reputano tale» anche ciò che la critica laureata tende a ignorare, ecco un’ampia disamina sui romanzi «rosa» di Brunella Gasperini affidati a rotocalchi di grande diffusione: «una narrativa per lettrici pur sempre sotto tutela, vigilate più o meno strettamente dai genitori, ma che vengono spinte ad emanciparsene, non a confermare in modo succube una morale statuita da altri per loro». Insomma, in questa prospettiva i capovolgimenti delle opinioni vulgate sono all’ordine del giorno. Così, per esempio il giudizio di Pischedda su Vittorini, pur non essendo propriamente «sommario», riserva qualche sorpresa, arrivando alla conclusione che il suo pensiero, «mentre idoleggia una civiltà integralmente artificiale, denaturata, in quanto obiettivo di liberazione umana, rifiuta però di misurarsi in modo costruttivo con la cultura interclassista di massa che inevitabilmente vi si accompagna». Per non dire di Pasolini, il cui mito «pervasivo e ideologicamente trasversale» nasce e si diffonde in «mitografia» grazie a (e a beneficio di) una «borghesia educata» a cinema e televisione. E così, lo scandalo di Busi e il suo «talentaccio egoico» vengono ridotti a «neoromanticismo funereo». Nelle diagnosi di Pischedda anche editori comunemente considerati innovativi vengono impietosamente passati al setaccio del confronto attivo e creativo con la nuova cultura di massa: è il caso di Alberto Mondadori, il cui «dinamismo intermittente» e la cui anche tragica grandeur ne oscurarono il «senso di realtà» quando si provò a saldare «il nesso delicatissimo tra ricerca e divulgazione, tra cultura "alta" e processi di allargamento della cultura». C’è chi, nel tempo del mercato, reagisce con disillusione o con nostalgia, chi si rifugia nelle invettive viscerali, nel populismo, nel manicheismo, chi precipita in un vortice apocalittico. Chi con chiaro opportunismo politico e, si direbbe, con lungimiranza. Così l’Unità dei primi anni Cinquanta, direttore Davide Lajolo, quando tutto consiglia al Pci di tenere a distanza il suo e-lettore dall’americanismo invasivo, sfida la modernità adottando in terza pagina il giallo di materia statunitense, «consapevole del dinamismo accattivante che promana dal poliziesco». Magari lo fa in chiave di «contropropaganda», per avvertire il lettore della corruzione sessuale, politica, economica che minaccia le classi capitaliste d’Oltreoceano, ma con un lucido obiettivo editoriale: allargare verso il basso l’area di influenza del giornale, in un momento in cui il genere vive un notevole fermento espansivo.
«Corriere della sera» dell’8 dicembre 2006

Wi-fi: fon, e la comunità del Web va in strada

Il semplice ed economico aggeggio ideato dall’argentino Martin Varsavsky, un modem che «sparge» Internet nell’aria per qualche metro, è l’arma di una nuova comunità globale che attraverso la Rete potrebbe rivoluzionare anche la telefonia mobile. Scalzando i gestori

di Matteo Liut

Passeggiare a New York e controllare la posta elettronica. Gratis. Prendere un tè a Bombay e chiacchierare con un amico che abita a Tokyo. Gratis. Visitare Roma e caricare le foto in tempo reale sul proprio blog. Gratis. Insomma: trovare in ogni angolo del pianeta un accesso a Internet senza spendere un euro. Come? Grazie all’idea di un imprenditore argentino, Martin Varsavsky. E a migliaia di persone che hanno già creduto al suo stesso ideale «regalando» la propria connessione a Internet grazie al wi-fi, la tecnologia wireless (senza fili) oggi sempre più diffusa. Nasce così la comunità di «Fon», una realtà che ha già contagiato migliaia di italiani e che, come tutte le innovazioni di successo, è più facile da utilizzare che da spiegare. Proviamoci. Tra i miti fondatori di Internet quello di «comunità» resta il più radicato, il più vicino a certe sensibilità che volevano (e vogliono) la tecnologia come strumento di emancipazione sociale. Nonostante esagerate incrostazioni ideologiche, i concetti di comunità e di «condivisione» hanno accompagnato l’evoluzione del Web. Finora però a essere «distribuita» spesso era solo la risorsa della conoscenza e dell’informazione, cui tutti (quelli che sanno usare un computer…) possono accedere e attingere e che tutti possono modificare. L’esempio più evidente? Wikipedia: il mondo in cui il sapere diventa proprietà di tutti. Con l’idea di Varsavsky l’utopia della condivisione investe risorse che hanno un valore direttamente economico: il collegamento domestico a Internet, per cui moltissime persone oggi pagano. E spesso pagano anche quando non lo usano (come capita a quegli abbonati flat dove con un canone fisso ci si assicura la connessione 24 ore su 24) o pagano due volte quando fuori casa hanno bisogno di un accesso alla rete. Usando la tecnologia wi-fi oggi in tutte le case è possibile creare piccole reti senza fili che coprono qualche decina di metri. Così l’imprenditore argentino ha ben pensato di costruire un router wi-fi (un modem che da un lato connette a Internet e dall’altro alla rete di casa senza fili) in grado di mettere a disposizione la propria connessione rendendola accessibile, però, solo a chi ha deciso di fare altrettanto diventando membro della comunità fondata da Varsavsky e da lui chiamata «Fon». Ad esempio: Mario vive a Milano, ha una connessione a internet e decide di diventare «Fonero» (membro di «Fon»). Dopo essersi registrato sul sito www.fon.com non deve fare altro che comprare il ruoter wi-fi (chiamato «La Fonera»), installandolo in un posto dove il segnale possa essere ricevuto anche da chi, magari, passa per strada. In questo modo Mario, quando si troverà in qualsiasi città del mondo dove un’altra persona condivide la sua connessione, avrà accesso a Internet gratuitamente con il suo portatile o il palmare con dispositivo senza fili. Non solo: da casa potrà anche offrire a pagamento la connessione a un altro utente che non condivide la propria connessione. Ed è proprio questo in Italia a costituire uno dei punti più controversi: spesso infatti chi fornisce il collegamento a Internet non gradisce (o lo vieta esplicitamente da contratto) di «subappaltare» questa connessione a terzi. Un nodo – anche legislativo – che andrà in qualche modo affrontato. Pena un ritardo tutto italiano. Il ritardo, in realtà, farebbe comodo alle compagnie di telefonia mobile che nella rete «Fon» potrebbero presto avere un pericoloso nemico. Non a caso, infatti, a finanziare Varsavsky, oltre al colosso di Internet Google, c’è anche Skype, l’azienda che fornisce telefonia via Internet a prezzi concorrenziali. Da loro a febbraio sono arrivati a «Fon» ben 21 milioni di dollari, tanto da permettere di vendere i router per alcuni mesi a cinque euro l’uno (ora costa circa trenta euro). In queste settimane, poi, Skype ha lanciato il primo telefono wi-fi, in grado di funzionare come un normale cellulare ma usando una rete senza fili connessa a Internet. L’idea di «Fon» comunque piace a molti, anche a qualche città: «L’amministrazione della cittadina francese Blanquefort ha acquistato mille router "La Fonera" – si legge nel blog italiano di «Fon» gestito da Stefano Vitta –. Dal 21 dicembre verranno distribuiti agli abitanti che hanno espresso il desiderio di contribuire alla copertura wi-fi per tutti i cittadini e per tutti i foneros del mondo che visiteranno questo splendido paesino». Ma a «Fon» ha aderito anche «Roma wireless», la rete che copre alcuni monumenti della capitale. Un successo dovuto anche agli sforzi messi in campo dalla comunità per portare in tutto il mondo il «vangelo» del wi-fi.

«Avvenire» del 10 dicembre 2006

La propaganda non può riscrivere la storia

La riunione di Teheran
di Andrea Lavazza
Quanto pesa, al di là delle doverose esecrazioni occidentali, la Conferenza sull'Olocausto in corso a Teheran? Poco, se si considera quanto sconosciuti o squalificati siano i 67 «scienziati» di 30 Paesi, tra cui - purtroppo - anche un italiano, convenuti e generosamente accolti in Iran. Molto, quando invece si valuti la luciferina abilità con cui il presidente Ahmadinejad sta usando il Soft power per perseguire i suoi obiettivi.
Mentre la sostanziale impasse Usa in Iraq fa considerare provvisoriamente fallito il tentativo di esportare con le armi la democrazia in Medio Oriente, la strategia del regime degli ayatollah sembra recepire il concetto teorizzato dallo studioso americano Joseph Nye: l'attrattiva ideologica e culturale che una nazione sa costruirsi e, di converso, la repulsione che può indurre per altri Paesi hanno un enorme rilievo nelle relazioni internazionali.
L'odio e l'avversione verso Israele in ampi settori del mondo arabo-islamico sono di lunga tradizione, ma non hanno quasi mai cercato di ammantarsi di una giustificazione storiografica che avesse pretesa di obiettività. La Shoah - recita il lugubre teorema ripetuto anche ieri dal leader iraniano - è una «leggenda» e Israele, nato su quella base, «va cancellato dalla mappa geografica». Nessun rischio che una tesi simile attecchisca negli Stati Uniti o in Europa (in Germania, Austria e Francia negare lo sterminio degli ebrei costituisce un reato); ben diversa la situazione nei Paesi della regione.
Nel suo discorso di apertura, il capo dell'Istituto per gli Affari politici e internazionali del ministero degli Esteri iraniano ha affermato che si intende dare «l'opportunità di discutere gli interrogativi lontano dai tabù e le restrizioni imposte in Occidente». Il tutto senza escludere preliminarmente che nei lager si sia compiuto un genocidio. Tra i relatori prevalgono i negazionisti - compreso il ben noto Robert Faurisson - e, soprattutto, manca chi possa dare un veritiero quadro della r icerca attuale. Un po' come organizzare un convegno che metta in dubbio che la Terra sia sferica senza invitare un docente di astronomia di qualche autorevolezza.
Il Soft power, che nella versione originale non spacciava falsità ma soltanto l'american way of life, qui assume un volto mistificatorio: mette sì in circolazione idee, ma saldando pregiudizi con pseudo-scientificità, facendo coincidere ciò che si vuole sentirsi dire con ciò che si ritiene vero. Di fronte alle opinioni pubbliche che punta a conquistare, l'Iran può da oggi vantare la (presunta) obiettività di un confronto intellettuale internazionale con cui continuare a soffiare sul fuoco del radicalismo.
È una lezione che Ahmadinejad ha imparato in fretta. Come ha convinto il premier palestinese Haniyeh, suo ospite nei giorni scorsi, a proclamare che mai riconoscerà lo Stato di Israele? La risposta è giunta quarantott'ore dopo: 250 milioni di dollari in aiuti alla disastrata amministrazione dell'Anp per il 2007.
Se è vero che negli stessi momenti in cui si apriva la Conferenza un gruppo di studenti ha clamorosamente contestato il presidente all'università Amir Kabir di Teheran, ecco un'altra indicazione che bisogna spingere più sul pedale delle idee che su quello delle sanzioni. Le seconde accendono il nazionalismo e ricompattano la gente intorno al regime, le prime possono ridisegnare un'immagine di Usa ed Europa ben più credibile di un improvvisato convegno. E far crescere l'opposizione a chi cerca di smerciare menzogne come Storia.
«Avvenire» del 12 dicembre 2006

Divertire insegnando con la poesia, senza cedere al Carpe diem

di Sandro Lagomarsini

«Maschere rosse, maschere bianche, / maschere allegre, maschere stanche. / Facce affittate / per un giorno di allegria. / Poi si appendono al muro, /la finzione è finita: / è meglio affrontare / senza maschera la vita». Ripesco questi versi senza pretese da un "laboratorio di poesia" di tanti anni fa. Il tema era il carnevale, ma erano ammesse anche altre ispirazioni. Tutti i ragazzi parteciparono al gioco. I più piccoli potevano chiedere aiuto e suggerimenti. I pensieri più semplici, disposti in modo da dare ad ogni parola il giusto valore, acquistavano nella declamazione un rilievo che sorprendeva gli stessi autori. Non si stabilirono graduatorie, né in quella né in altre occasioni. Quante esperienze di questo tipo propone la scuola? La poesia resta per i ragazzi una realtà conosciuta solo dall’esterno. Pochi hanno la possibilità di accorgersi che rime e assonanze, paragoni e metafore, ritmi e cadenze, ossimori e metonimie, licenze e neologismi, anacoluti e solecismi compaiono prima o poi quando la lingua è usata in un contesto comunicativo. Eppure, se ottenete di sfogliare un diario di scuola media, ci trovate anche lo spirito del limerick (poesiola scherzosa in inglese) o del calembour (gioco di parole in francese). È dunque possibile un approccio più gradevole e creativo. Il fascino che esercita anche sui giovanissimi Il postino di Massimo Troisi lo conferma. Tutto questo non deve alimentare l’illusione di ottenere dei precoci ragazzi-poeti. La costruzione del verso deve restare un gioco interno alla scuola, senza poesie da "inventare" per compito, senza pubblicazioni che espongono gli autori immaturi a giudizi pesanti. E sarà pure bene non cadere nelle trappole della retorica adolescenziale, di cui è un esempio L’attimo fuggente di Peter Weir. All’epoca ci furono moltissime proiezioni per le scuole, forse con la speranza, come scrisse un critico, di eliminare il brutto «immaginario pedagogico di tutta una generazione». A mio modesto parere non è molto saggio spingere gli studenti a scambiare la vita con la letteratura, né a confondere col fuoco dell’arte i cambi d’umore della crescita.
«Avvenire» del 13 dicembre 2006

07 dicembre 2006

Presocratici, i primi teologi (ideologia permettendo)

Giovanni Reale ripropone tutti i «Frammenti» Anche quelli «metafisici», finora ignorati in Italia
di Francesco Tomatis
Aristotele li chiamò «fisici» o «naturalisti». Ma la nostra fisica e gli scienziati hanno poco a che vedere con loro, benché senza di loro non esisterebbero, come peraltro nemmeno la filosofia, la matematica, l'astronomia, la medicina attuali, anzi tutto il pensiero europeo, la scienza e la civiltà occidentale, naturalmente con l'innesto successivo, sulla filosofia greca, della rivelazione cristiana. Nietzsche li fece assurgere a dignità filosofica e ne individuò la ricerca disinteressata della verità come segno di grandezza, esclusivamente propria all'epoca tragica dei Greci nella quale apparvero. Ispirandosi a lui Giorgio Colli avviò nel 1977, presso Adelphi, un'ambiziosa raccolta dei loro testi e pensieri, La sapienza greca, purtroppo rimasta incompiuta.
Fu un grande filologo tedesco vissuto nella seconda metà dell'Ottocento, Hermann Diels, che ebbe l'ardire, la capacità, il rigore di approntare un'edizione critica complessiva di tutti i frammenti delle opere e delle testimonianze relative alla vita e al pensiero dei filosofi, ma anche dei sapienti, che vissero precedentemente a Socrate. Nel 1903 vide la luce un'opera monumentale, I frammenti dei Presocratici, con più di quattrocento autori, che spazia dagli inizi teologico-poetici, ad esempio con Orfeo ed Esiodo, ai Sette sapienti, e si distende amplissimamente con i filosofi del VI e V secolo a. C.. L'opera fu più volte aggiornata anche grazie a Walther Kranz, fedele allievo di Diels.
Giovanni Reale, filologo espertissimo e filosofo egli stesso, rende oggi omaggio a quest'opera capitale rendendola disponibile anche al pubblico italiano presso Bompiani, con testo originale greco e traduzione italiana, integrale in ogni suo aspetto (I Presocratici, pagine 2080, euro 38,00). Uscì già nel 1969, curata da Gabriele Giannantoni per Laterza, una traduzione italiana dei Presocratici, riferentesi al testo Diels-Kranz, carente tuttavia non solo per l'assenza dell'originale greco a fronte, imprescindibile, ma per la deliberata esclusione di tutti gli autori costituenti la parte dedicata agli inizi del pensiero e di molti altri considerati minori.
Conclusa la encomiabile fatica, Reale s'è permesso l'interrogativo sul perché di questa grave manomissione, che ha segnato la cultura italiana per quasi mezzo secolo. Come ha riferito intelligentemente Armando Torno sul Corriere della Sera (21 e 24 novembre), espungere le origini teologiche, misteriche, metafisiche del pensiero europeo significa non solo impedire di comprendere appieno i percorsi successivi, ma tentare di appiattire a materialismo o al più a naturalismo dialettico l'inizio greco. La polemica è infuriata. Reale ha forse commesso due scelte imperdonabili: il pensiero rigoroso frutto di filologia e la fede cattolica. Anzi, forse il viverle entrambe nella propria singolare persona. Ma lasciamo la parola a Reale, per capire davvero la straordinaria importanza dei primissimi pensatori europei, i cui brevi frammenti vanno approfonditi con cura anziché cestinati quando non collimino con l'evoluzione sancita da miopi ideologie.
Nel saggio introduttivo al volume, Reale rammenta come l'Europa (e con essa l'Occidente) sia nata con la creazione della filosofia da parte dei Greci. Il senso della filosofia sta nel porsi i problemi ultimi, nel ricercare il perché e il principio delle cose, di tutte le cose che sono, nella loro totalità. Questa ricerca filosofica sui principi delle cose è quindi già metafisica anche quando, come nel caso dei primi pensatori greci, riguardi principalmente l'interrogarsi sulla natura e sul suo principio. Ma non ci si deve confondere, riducendo le loro riflessioni a concezioni materialistiche. La natura è indagata nel suo principio o inizio: arché. Ed il principio della totalità non ha una priorità meramente cronologica né soltanto mitica, da interpretativamente narrare. L'iniziale principio del tutto naturale è fisico e tangibile con la ragione, ma in un senso superiore, meta-fisico, al di qua e al di sopra di riduzionistiche dicotomie fra materia e spirito, oggettività e soggettività, natura e sovranatura. Tutto ciò che è grande ha un grande inizio, diceva Heidegger. L'inizio greco della civiltà occidentale è grande in quanto indaga il perché della natura penetrandone le profondità più metafisiche.
«Avvenire» del 29 novembre 2006

«Non svuotate la filosofia dalle idee forti»

Giovanni Reale risponde alle critiche sulla sua interpretazione dei Presocratici
di Armando Torno
Radice: «Un’omissione è censura». Vegetti: «Più Hegel che Marx nelle traduzioni»
Dopo le dichiarazioni di Giovanni Reale e il controcanto di Luciano Canfora («Corriere» del 21 novembre), il dibattito suscitato dalla nuova edizione Bompiani dei Presocratici si è acceso. Le rampogne condite più o meno con ironia, provenienti da intellettuali legati all’ex mondo comunista, si sono in genere concentrate su un particolare più che sul problema sollevato da Reale. Va precisato che Togliatti non trafugò frammenti, né censurò edizioni dei Presocratici o di altri (caso mai è successo il contrario, ché qualche sua battuta ci sembra sparita in talune ristampe) e che Gabriele Giannantoni, curatore dell’edizione Laterza, non fu la mente di un complotto, né ricevette ordini specifici dal Pci. Reale non ha bisogno di particolari difese, giacché i suoi libri sono tradotti in 14 lingue e il suo curriculum è tra i più prestigiosi al mondo. Ribadisce: «Non è un capretto né una vacca quello che manca nel testo di Laterza curato da Giannantoni; mancano - in un’edizione chiamata l’unica integrale italiana - decine e decine di passi che ho elencato in 4 pagine all’inizio della mia traduzione dei Presocratici; ci sono inoltre indebite aggiunte assenti nell’originale. Una raccolta di tal fatta, nata assemblando anche vecchie versioni e tagliando pure molte note di queste ultime, ha l’effetto di svuotare le idee forti di codesti autori. Svuotare, ironizzare, occupare uno spazio e toglierlo ad altri, evitare un vero confronto: ecco la vecchia tattica che rimane ancora molto viva». Per far luce sulle questioni sollevate, abbiamo sentito anche due titolari di cattedra di Filosofia antica: Mario Vegetti e Roberto Radice. Il primo, noto professore dell’ateneo di Pavia, sta terminando per l’editore Bibliopolis di Napoli un monumentale commento alla Repubblica di Platone; il secondo insegna alla Cattolica di Milano e ha pubblicato, presso Biblia, i lessici di Platone, Aristotele e Plotino (sta ultimando quello degli Stoici). Vegetti chiarisce innanzitutto il profilo culturale di Giannantoni: «Era iscritto al Pci, fu anche deputato per quel partito, ma non era un marxista. Si sentiva figlio intellettuale di Guido Calogero, era propenso alla filosofia del dialogo e non a caso il suo pensatore prediletto era Socrate». Venendo ai Presocratici nota: «Nella cura di un testo del genere è difficile immaginare un disegno marxista, anche perché l’edizione Laterza del 1969 utilizzò traduzioni degli anni ‘20, ‘30 e ‘50, che erano caso mai ispirate all’idealismo di Croce». Di più: «Fu un’operazione commerciale che ebbe una sua utilità scolastica, ma vederci un progetto di controllo comunista della cultura è assurdo. Inoltre il metodo di lavoro del Diels-Kranz per la raccolta dei Presocratici non è più a mio giudizio rilevante dal punto di vista scientifico. Quel lavoro di forbici, quella scelta di filosofi attuata con una metodologia e con un gusto che furono dettati ancora da Hegel, prestano ormai il fianco a critiche». In altre parole, per Vegetti «importante è leggere i brani superstiti nel loro contesto e valutare le parole originali di volta in volta». Di altro avviso è Radice. «Non so nulla - confida - della politica e delle strategie del Pci ai tempi di cui si tratta, ma le testimonianze che ho sentito nel corso della mia vita non sono contro la tesi di Reale». Dopo una pausa: «Posso dire però qualcosa sul tema della completezza di un’opera di traduzione che ha un valore ben oltre quello pubblicitario. Nessuno conosce gli interessi, le aspettative e la linea culturale che guidano il suo lettore, e quindi nessun traduttore o esegeta ha elementi fondati per omettere o aggiungere qualcosa al testo cui fa riferimento, tanto più se questa omissione - come nel caso di Giannantoni - non viene sempre segnalata». Poi Radice affronta direttamente la questione: «Sembrerebbe del tutto irrilevante sapere se Kant, quando scriveva la Critica della ragion pratica, mangiasse capretto o una particolare minestra, e credo che alla storia della filosofia questo poco interessi. Ma sapere se un orfico mangiasse o no capretto, può essere significativo dal punto di vista filosofico. Se si asteneva, allora era vegetariano e, come tale, non avrebbe condiviso la ritualistica greca in cui si consumavano le carni offerte alla divinità e si lasciavano ad essa gli aromi per segnare la distanza tra uomo e dio. In sostanza egli credeva, evitando il capretto, in una teologia in cui uomo e divino erano legati». Che aggiungere? Per Radice «i capretti a volte segnano la storia del pensiero più di alcuni filosofi e togliere questi deliziosi animali dai frammenti, così come far sparire dei cavolfiori, potrebbe trasformarsi in una censura». Morale della storia: forse è ora di ripensare talune interpretazioni. Del resto, sta per uscire da Fazi il primo volume della Controstoria della filosofia di Onfray che, con prospettiva opposta a Reale, ribalta la lettura del pensiero antico, giacché non si fida delle scelte che vanno per la maggiore. Chi scrive, invece, vorrebbe solo aggiungere che è aumentata enormemente la sua stima per Palmiro Togliatti, malgrado l’atteggiamento di quelli che oggi cercano di difenderlo.
«Corriere della sera» del 24 novembre 2006

Nel nome di Marx

Il filosofo Giovanni Reale, curatore di un volume della Bompiani dedicato ai pensatori greci, denuncia le omissioni «politiche» della vecchia traduzione
Di Armando Torno
I Presocratici censurati dall’ideologia della sinistra
In questi giorni è uscito nella serie «Il pensiero occidentale» di Bompiani il poderoso volume I Presocratici (pp. 2070, con testo a fronte, 38), dove Giovanni Reale, che è anche direttore della collana, ha tradotto con alcuni collaboratori le testimonianze e i frammenti rimasti dei primi pensatori greci. Di essi - è noto a chi sfoglia anche una semplice storia della filosofia - non ci sono pervenute opere integre; fu la filologia tedesca, grazie al lavoro formidabile di Hermann Diels e Walter Kranz, a ricostruire nell’arco di mezzo secolo quel che oggi possiamo leggere di tali autori. Una frase posta in copertina colpisce il lettore: «Prima traduzione integrale»: e questo anche se in Italia non mancano altre versioni di quello che gli addetti ai lavori chiamano confidenzialmente «il Diels-Kranz». Ma come? Nella mai abbastanza rimpianta collana «Filosofi antichi e medievali» di Laterza non ci sono due volumi, curati nel 1969 da Gabriele Giannantoni e continuamente ristampati, che si presentavano come una vera e propria traduzione del «Diels-Kranz»? Giovanni Reale nell’introduzione smonta i tentativi precedenti, segnalando le parti saltate, le omissioni, le lacune e per taluni aspetti quello che egli considera un guasto scientifico. Al lavoro di Giannantoni dedica addirittura un capitolo di 4 pagine dal titolo Che cosa manca nell’edizione dei Presocratici pubblicata da Laterza. Di più: nemmeno nella prestigiosa collana della Pléiade di Gallimard, in cui nel 1988 uscì un eccellente volume dedicato a questi filosofi e curato da Jean-Paul Dumont, si legge il testo integrale perché sono stati saltati i primi dieci capitoli del «Diels-Kranz». Sia chiaro: le parti omesse non contengono oscenità o attacchi a idee portanti dell’attuale vivere civile, ma rappresentano a detta di Reale - e qui sta il nocciolo della questione - il «lato tangibile di una certa manomissione del sapere filosofico» operata da molti marxisti, «che non presentavano talune cose nella loro effettiva realtà». E tali parole assumono un particolare peso dando anche una semplice occhiata al curriculum di Reale, dove figurano - facciamo qualche esempio tra le decine di titoli - i 10 volumi della Storia della filosofia greca e romana (Bompiani 2004), la traduzione con commento della Metafisica di Aristotele (Vita & Pensiero, poi Bompiani), la cura delle opere complete di Platone, di Seneca, di Plotino, una nuova edizione dei frammenti di Melisso (La Nuova Italia) e via di questo tono. Giannantoni, va sottolineato senza tentennamenti, fu uno studioso di prim’ordine, e lo dimostrano soprattutto i quattro volumi dove raccolse i testi di Socrate e dei Socratici, ancora disponibili presso l’editore Bibliopolis di Napoli; così come Laterza, che ha pubblicato opere fondamentali per la cultura italiana, non può essere accusata di nessun concorso in reato ideologico. Il vero problema, ci confida Reale, stava proprio nella penetrazione degli intellettuali comunisti nei laboratori dell’editoria liberale e nella successiva occupazione del sapere. Laterza, in altre parole, va considerata più vittima che complice. Ma tali furono anche molti onesti professori che avevano aderito fiduciosi alle aperture di Togliatti e successori. Qui si apre uno scenario difficile oggi da immaginare. Guardando talune traduzioni, certi libri (soprattutto scolastici), molto lavoro editoriale (voci di enciclopedie, scelta di curatéle), via via sino all’assegnazione delle cattedre universitarie, per Reale la filosofia è stata tenuta in ostaggio da «una precisa concezione politica che cercava di svuotare i veri significati delle idee, soprattutto di quelle forti». E questo a cominciare proprio dai Presocratici, che - come ha scritto il ricordato Dumont - «sono la memoria della nostra civiltà occidentale», o meglio «rivelano ciò che furono al loro inizio la filosofia e la scienza, ossia la teologia, le matematiche, l’astronomia, la geografia, la storia e la medicina». Per questo, sottolinea ancora Reale, lo scritto introduttivo di Giannantoni alla sua raccolta «sorvola sui contenuti e si sofferma su questioni non essenziali». Come dire: questi pensatori dovevano fornire mattoni per l’ideologia, così come il Colosseo diede ai romani le pietre per edificare palazzi senza soverchie fatiche, e non esprimere una loro filosofia. Del resto, proprio qui partono le idee fondamentali sull’immortalità dell’anima, sull’esistenza di Dio, sull’etica e anche sulle concezioni materialistiche della vita. Gestirne l’interpretazione era come possedere le chiavi per accedere alla cabina di comando del pensiero occidentale. A questo punto Reale, nel colloquio che abbiamo avuto, ha aperto la scatola dei ricordi. Si è rammentato delle spedizioni fatte nei Paesi comunisti, attraverso le ambasciate americane, dei suoi libri - erano proibiti, come la Metafisica di Aristotele «che nelle biblioteche era sempre dal rilegatore»; di quel che accadeva ai concorsi universitari e financo ai convegni, dove quasi sempre era escluso dagli inviti riguardanti le tematiche di filosofia antica; dei condizionamenti per tradurre o curare talune opere (il povero Giuseppe Faggin dovette mettere in un cassetto e dimenticare, alla fine degli anni ‘40, la sua edizione delle Enneadi di Plotino) e così di seguito. In altre parole, la traduzione dei Presocratici uscita da Bompiani, oltre ad essere la prima vera integrale dopo la tedesca, apre una questione che nessuno ha mai affrontato sino in fondo. Da questi insospettabili e frammentari filosofi greci, che tanto piacevano a Nietzsche e nei quali Husserl vedeva la nascita dell’Europa, si può ricostruire un capitolo della storia culturale contemporanea e comprendere come la regia di controllo del Partito comunista fosse attuata. Certo, tali discorsi hanno un valore storico. Oggi non ci risulta che qualcuno sia impegnato in fatiche di tal fatta, le quali richiederebbero comunque una notevole intelligenza, oltre a una buona preparazione. Le cose importanti sono, come dire?, individuate altrove, a cominciare dalla televisione e dai suoi indecenti programmi. E quel che sembra ideologizzato, lo è grazie alle leggi dell’inerzia. Che in Italia sono particolarmente attive.
Giovanni Reale è uno dei massimi esperti del pensiero antico. In questi giorni è uscita la sua traduzione dei testi dei Presocratici. È professore honoris causa dell’Università di Mosca
Gabriele Giannantoni (1932 -1998) aveva curato nel 1969 l’unica traduzione ritenuta completa dei Presocratici. Ora Reale ne denuncia lacune e ideologizzazioni
«Corriere della sera» del 21 novembre 2006

Ma che «regime» è se cambia ogni 5 anni?

Abuso di una parola
di Pierluigi Battista
E se un patto bipartisan siglasse il reciproco impegno a dimenticare il termine «regime», oramai abusatissimo, logoro, svuotato di ogni significato? Michele Serra ha giustamente notato su Repubblica che nessuno ha deplorato la scritta «contro il regime» apparsa sul palco della manifestazione del centrodestra, ricordando altresì con quanta derisione fossero accolte nella passata legislatura, a parti invertite, le apocalittiche lamentazioni sul «regime» berlusconiano. I fatti hanno dimostrato che il regime di destra non c' era, i fatti si incaricheranno di dimostrare che non ce n' è nemmeno uno di sinistra. Resta da scoprire perché, in Italia, da parte di chi si trova momentaneamente all' opposizione l' allarme per il «regime» sia così attraente, gratificante, mobilitante malgrado l' inequivocabile forza dei fatti. Se cambia maggioranza ogni cinque anni, non può esserci regime. Se all' opposizione non viene sottratta la possibilità di manifestare in piazza, scrivere liberamente le proprie opinioni, avere accesso nel dibattito pubblico, condurre liberamente le proprie battaglie parlamentari, denunciare senza limiti le (eventuali) malefatte di chi governa, organizzare le proprie forze per vincere le elezioni che potrebbero rovesciare l' attuale maggioranza, se l' insieme di queste condizioni viene salvaguardato, allora il regime, con tutta evidenza, non esiste. Oggi il centrodestra, come avviene in tutte le democrazie dell' Occidente, vede garantite tutte queste condizioni. Perché deve aggiungere, oltre alla legittima indignazione per la politica economica del governo, l' appello contro un inesistente regime? Chi, nella precedente legislatura, ha gridato al regime, si è presentato come un martire della libertà conculcata, ha intonato «Bella ciao» per protestare contro l' oppressore, potrebbe fornire un disinteressato consiglio agli anti-regime della parte opposta: invece di perdere tempo con paragoni storici infondati e pretestuosi, facciano il loro mestiere, organizzino l' opposizione, costruiscano le basi per diventare di nuovo maggioranza. L' insistenza sulla denuncia del regime indica piuttosto un sintomo di sofferenza: perdere è doloroso. E' sempre doloroso, ma nel sistema bipolare lo è ancora di più. Il sistema proporzionale permette a chi perde di proporzionare anche il dolore della sconfitta, consente una scappatoia consociativa dentro la quale chi vince non può strafare e chi perde non perde tutto. Nella democrazia dell' alternanza chi perde si sente solo, assiste allo spettacolo del vincitore che si prende tutto, sente contro di sé la forza del conformismo e dell' opportunismo, la disattenzione della stampa, la percezione di un' irrilevanza che aggiunge sconforto e amarezza. E dà a questa condizione di solitudine il nome di «regime». Un abbaglio, un debito lessicale con la storia italiana, un automatismo mentale che riporta al trauma originario del «regime» fascista. Ma il fascismo, oltre a essere una dittatura, era un regime che durò vent' anni. Adesso, in Italia, ogni cinque anni il regime presunto cambia insegna e colore. Non si nota la differenza? No, evidentemente la differenza non si nota. Se con tanta facilità viene evocato il regime, qualcosa di profondo nella cultura politica italiana porta inesorabilmente a quell' incubo. Di profondo e di condiviso da ambedue gli schieramenti. Che però dimenticano facilmente quando passano dall' opposizione al governo. Il regime dura pochissimo, almeno nella memoria, per poi ricominciare quando di nuovo tutto cambia, più o meno dopo cinque anni: il regime dell' alternanza.
«Corriere della sera» del 4 dicembre 2006

Libro: da Fozio a Hugo al web chi salva la lettura

Un volume ricostruisce le sorti di un oggetto che ha più di duemila anni. E attraversa i secoli, partendo da Seneca
di Luciano Canfora
Simbolo di libertà, è spesso vittima dell’intolleranza
Si deve probabilmente ammettere che quella per la lettura e per i libri è una passione che rasenta la malattia. Una fonte indiscutibilmente certa mi ha narrato anni addietro di una ragazza di provincia approdata a Parigi e impegnata, per sopravvivere, nel duro e poco gratificante lavoro domestico, la quale di notte, barricata nella stanza a lei destinata, divorava, leggendoli da cima a fondo, man mano tutti i libri che i suoi padroni possedevano quali che essi fossero. È una situazione che sa di antico: il pensiero va a quei ricchi romani padroni di moltissimi schiavi, alcuni dei quali non solo alfabetizzati ma molto colti, i quali - come precipua loro funzione - «leggevano» per i padroni. Seneca, in una Epistola a Lucilio, racconta di quel proprietario il quale aveva avuto l’accortezza, oltre che il proposito, di specializzare i suoi schiavi colti, ciascuno per un autore: uno per ciascuno dei dieci poeti lirici del canone, uno per Omero, uno per Esiodo e così via. A comando ciascuno di loro recitava, o leggeva, il testo richiesto. Forza inesauribile degli archetipi. Millenni più tardi, Ray Bradbury immaginò o paventò il sorgere di un’epoca di persecuzione contro la lettura, persecuzione cui si opponevano, flebilmente e a rischio personale, singoli volontari: i quali salvavano i libri imparandoli a memoria e recitandoli in gran segreto per non dimenticarli (ognuno un libro: Cervantes, Dostojevskij etc.). Il lavoro di Bradbury si chiamava Fahrenheit 451. Esso risale a più di mezzo secolo addietro (1953), ma sembra talvolta - quando l’intolleranza torna a farsi sentire - oltremodo attuale. L’intolleranza ha molti volti. La scena delle cataste di Marx-Engels Werke gettate nelle discariche subito dopo la riunificazione tedesca non fu edificante. Per i libri si può soffrire. Il più grande letterato del Medioevo, il patriarca Fozio, patì la condanna, l’arresto e il carcere perché leggeva e faceva leggere libri della «scienza profana», quae a Deo stulta facta est come recita un truce passo di una lettera paolina. Nel secolo successivo a Fozio, ad Occidente, Gerbert d’Aurillac, grandissimo papa col nome di Silvestro II, «il papa dell’anno 1000» come è stato definito, patì anche lui a causa della medesima passione: e per la sua cultura, e per il suo cercare e copiare libri fu reputato mago, come mago fu stimato Fozio, e molto aspramente contestato. Fozio aveva fatto molto di più: aveva creato una cerchia di lettori e l’aveva tenuta in vita anche dopo l’elevazione sua al patriarcato, come apprendiamo dal IX Canone degli atti dell’VIII Concilio ecumenico (870 d.C.). E proprio questo non gli fu perdonato. Gli furono sequestrati i libri, che erano vere e proprie rarità quasi del tutto introvabili e che lui si era procurato attivando mille contatti e per mille rivoli, anche rivolgendosi al Califfato di Baghdad. Dopo il sequestro, la distruzione fu il destino che toccò a molti di quei volumi rari e preziosamente unici. Non necessariamente, né sempre, fu distruzione intenzionale. Una diffusa ostilità circondava quei libri, guardati con sospetto da chi non li capiva e anche perciò li odiava. Ma a questo si aggiungeva la situazione drammatica dell’arresto, della rovina personale, dell’accatastamento tumultuario, e poi l’incuria, e poi la dispersione di buona parte di quella semiclandestina «cerchia di lettori». E allora ben si comprende come in quella circostanza si siano determinate perdite irreparabili, di cui troviamo prova indiscutibile già nei decenni successivi. Le lettere all’imperatore in cui Fozio lamenta il sequestro dei suoi libri sono tra le sue prose più vibranti. Ma Fozio seppe prendersi la sua rivalsa proprio grazie a un libro, o meglio inventando un libro. All’imperatore che lo aveva sacrificato alla ragion di Stato, al rozzo e scaltro Basilio il Macedone - che era di origini modestissime - egli fece credere di aver scoperto, in un libro, la traccia documentaria della antica ascendenza regale di lui. Il libro era un falso. Fozio si era procurato pergamena molto vecchia, aveva vergato un testo in caratteri arcaicissimi, e creato così ex nihilo un testo che faceva discendere l’ex stalliere macedone, ora sul trono, da un antico lignaggio armeno. E riconquistò il favore del sovrano e dopo qualche anno recuperò quel poco che restava dei suoi libri, e infine riprese possesso del patriarcato. E persino riprese l’attività della sua cerchia di lettori: questo durò fino alla seconda sua rovina, quando un altro imperatore, per ragioni che in parte ci sfuggono, depose daccapo e definitivamente l’inquieto patriarca. Di quanto egli aveva letto e fatto leggere rimase comunque traccia in una specie di «verbale» o giornale di bordo di questa cerchia di lettori che si era costituita intorno a lui. È la cosiddetta Biblioteca. Non era un libro destinato ai posteri, bensì a uso di quel gruppo di studiosi. Una volta decimata la loro raccolta libraria, ne era quasi un surrogato. Come lo è per noi, che tanta parte abbiamo perso della letteratura greca antica e medievale. Uno scrittore di genio, in un libro giovanile che per noi è ormai un classico, Notre Dame de Paris, la cui prima edizione risale al 1831, ha raffigurato efficacemente la situazione, tipicamente medievale, della scarsità di libri. È il capitolo II della quinta parte, intitolato Questo ucciderà quello: «Ceci tuera cela». La scena è celebre. Ne è protagonista l’arcidiacono di Notre Dame, che indica, aprendo la finestra della sua cella, l’immensa chiesa, alla quale - scrive Hugo - la nera sagoma delle due torri, i fianchi di pietra e la mostruosa groppa davano la parvenza di una sfinge a due teste e, osservando per qualche tempo in silenzio l’edificio, lo indica al confratello venuto a visitarlo, definendolo «uno dei suoi libri». «Poi, stendendo con un sospiro la mano destra verso il libro aperto sul suo tavolo e andando con lo sguardo tristemente dal libro alla chiesa, Ahimè - disse - questo ucciderà quella». E alle proteste incredule del suo interlocutore osserva, mantenendosi all’interno del suo "indovinello", anziché spiegarlo: «Le cose piccole hanno la meglio sulle grandi. Un dente può rosicchiare una trave. Il topo del Nilo uccide il coccodrillo, il pesce spada uccide la balena. Il libro ucciderà l’edificio». Il tema straripa nel capitolo successivo, dove Hugo traccia una memorabile storia dell’alfabeto e del libro, che include i primordi stessi della civiltà umana: dalla «prima pietra piantata nel terreno» che era una «lettera» di un primordiale alfabeto, fino al pilastro del tempio greco, che è una «sillaba», fino alla «piramide» che è «una parola», fino alla «cattedrale medievale» che è un «racconto». Il libro, e poi la stampa, - egli séguita - fu la più grande rivoluzione (definita poi, da una studiosa novecentesca, la «rivoluzione inavvertita»). La riproduzione meccanica in migliaia di copie del frutto del pensiero dell’uomo può avere un aspetto babelico, ma appare - e siamo appena nel 1831 - allo scrittore Victor Hugo «rifugio promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio, contro una nuova invasione di barbari». Forse quel momento è arrivato, e noi lo stiamo vivendo. Nell’epoca attuale dominata dallo strumento più pervasivo e passivizzante che, dopo l’oppio, l’umanità abbia saputo inventare, - intendo il piccolo schermo - quel momento che Hugo riteneva esorcizzato per sempre grazie al libro, sembra essere inavvertitamente e irresistibilmente piovuto su di noi. Non parlo dei grandi sentieri informatici della conoscenza. Essi sono i benvenuti, essi potenziano il libro, non lo soppiantano. Semplificano forse, ma alla lunga creano e sempre più creeranno bisogno di conoscenza. La «rete» è fonte e suscitatrice di cultura. Bellarmino che rifiuta il cannocchiale di Galileo è un modello aberrante. Non di questo si tratta, quantunque la gestione di tutto ciò stia per proporre problemi immani e di controllo e in ultima analisi di libertà e di tutela di diritti. Non di questo si tratta. Si tratta invece dello strumento che ottunde, perché mobilita solo una parte del cervello assopendone il resto. Il mezzo televisivo, intendo, che soppianta la parola scritta, l’unica che può davvero definirsi parola, con l’immagine, selezionata, se del caso falsificata e ossessivamente reiterata: sino a creare una realtà che non esiste. Se l’arcidiacono di Notre Dame paventava, rassegnato, la vittoria del libro sulla cattedrale «parlante», oggi questa nuova e rutilante e dozzinale «cattedrale parlante» rischia di scalzare il libro. Il libro è di per sé strumento critico, perché i libri sono per natura, si potrebbe dire, molti e in contrasto tra loro, e dunque critici. Il «piccolo schermo» ipnotizzante è invece inevitabilmente uno, portatore, in una gara al ribasso, di un unico «pensiero». E dove il pensiero è solo uno c’è barbarie, dove i pensieri sono molti e conflittuali c’è libertà. Ecco perché ancora una volta è nel libro la nostra principale speranza. XV secolo Johann Gutenberg inventa i caratteri mobili di stampa 1945 la svolta Entra in funzione il primo computer: pesa 5 tonnellate
Il brano che pubblichiamo in questa pagina è tratto dall’introduzione di Luciano Canfora al volume di Michel Melot «Libro», pubblicato dalle edizioni Sylvestre Bonnard, illustrato con le fotografie di Nicolas Taffin (pagine 188, 36). Nel volume, Michel Melot, scrittore che è stato anche direttore del dipartimento delle stampe e della fotografia della Bibliothèque nationale di Parigi e presidente del Conseil supérieur des Bibliothèques, ha esplorato la topografia e l’architettura di questo oggetto nato più di duemila anni fa esaminando i rapporti reali e simbolici del libro con il sacro, il profano, il commercio, la politica, la libertà, e, naturalmente, il sapere digitale.
«Corriere della sera» del 1 dicembre 2006

Nel cervello delle donne l’amore è a sinistra e viaggia sulle parole

di Alberto Oliverio

Il cervello maschile è più voluminoso di quello femminile, anche ciò non implica che i maschi abbiano un maggior potenziale intellettivo: semmai, il maggior volume del cervello maschile può essere spiegato con una migliore capacità di orientarsi nello spazio, un aspetto dal punto di vista evolutivo rimanda ai tempi in cui i ruoli sessuali erano molto differenziati. Esistono però delle differenze molto più sottili e interessanti che stanno emergendo grazie alla crescente disponibilità di tecniche come la Pet o la risonanza magnetica funzionale. Fino ad oggi la differenza più nota riguardava il corpo calloso, il fascio di fibre che unisce tra loro i due emisferi cerebrali: esso è più voluminoso nelle donne, il che fa sì che i due emisferi siano maggiormente in contatto tra loro e che nelle bambine lo sviluppo del linguaggio si verifichi prima grazie alle maggiori associazioni tra le diverse aree coinvolte nel linguaggio.
GLI STUDI - Gli studi più nuovi e interessanti riguardano però l’amigdala, un piccolo nucleo situato alla base del cervello e implicato nell’emozione che ha una diversa funzione nei due sessi, come ha dimostrato Larry Cahill dell’Università di California ad Irvine. Sia nei maschi che nelle femmine esistono due amigdale, una nell’emisfero destro e una nel sinistro, ma nei primi i messaggi emotivi, in particolare a quelli a sfondo sessuale, attivano l’amigdala destra, nelle femmine quella di sinistra. Per comprendere le conseguenze di questa differente sensibilità bisogna tener conto del ruolo dei due emisferi: quello destro, in maschi e femmine, è più versato nelle immagini e nelle analisi di tipo analogico, quello sinistro in quelle basate sulla logica del linguaggio. Il sinistro è quindi più analitico, il destro è responsabile di una visione d’insieme, tipica dei messaggi visivi. Perciò, quando un’immagine o un ricordo emotivo attiva in una donna l’amigdala di sinistra l’informazione viene trattata soprattutto dall’emisfero sinistro e l’esperienza viene più analizzata in termini di linguaggio: un uomo, invece, reagisce a messaggi visivi emozionali, ad esempio immagini a sfondo sessuale, trattandole soprattutto con l’emisfero destro. La conseguenza è che nelle donne prevale una dimensione verbale mentre gli uomini tendono ad analizzare meno il significato del loro coinvolgimento emotivo.
LA DIFFERENZA - Un’altra differenza riguarda il ruolo della corteccia prefrontale, coinvolta in numerose funzioni tra cui la presa di decisioni. Molte ricerche hanno indicato che se la corteccia prefrontale è lesa in entrambi i sessi si verificano deficit più o meno gravi nell’attività decisionale: il problema di questi studi è che sono stati svolti prevalentemente in soggetti di sesso maschile, probabilmente a causa di uno stereotipo che vuole i maschi più coinvolti in decisioni di vario tipo (manageriali, economiche ecc.). Quando gli studi sono stati estesi al sesso femminile si è visto che le lesioni della corteccia prefrontale dell’emisfero destro colpiscono prevalentemente i maschi, quelle dell’emisfero sinistro le donne. I risultati sono chiarissimi e indicano che nell’affrontare un problema e nel decidere cosa fare i due sessi usano aree diverse della corteccia.
«Corriere della sera» del 21 novembre 2006

Il linguaggio dei gesti

Le origini dei comportamenti
di Gillo Dorfles
Esiste una spiegazione scientifica della volontà di imitare

Perché accade che, vedendo ridere qualcuno, anche noi, involontariamente atteggiamo il nostro volto al sorriso? E perché il bambino, già nei primi mesi, ripete dei gesti o delle mimiche che vede compiere dagli altri? Ma accade anche che, vedendo qualcuno che sbadiglia, ci venga fatto, a nostra volta, di sbadigliare. Una situazione, questa, che si attribuisce a «empatia», dunque a una immedesimazione con il «pathos» altrui. Ebbene, queste situazioni mimetiche sono molto prossime a quel fenomeno - ormai divenuto ben noto anche attraverso un articolo di Edoardo Boncinelli sul «Corriere» - che viene giustificato dalla presenza, in un’area motoria della nostra corteccia vertebrale, di neuroni-specchio, di cellule nervose che si attivano, non solo per colui che ha compiuto un atto motorio, ma anche in chi osserva questo atto; dunque come se lui stesso lo avesse a sua volta compiuto. Questa importantissima scoperta, dovuta a un’équipe di studiosi dell’Università di Padova sotto la guida di Giacomo Rizzolatti (e di collaboratori come Vittorio Gallese, Luciano Fadigà) può avere importantissimi sviluppi, non solo dal punto di vista neurologico, ma anche perché può giustificare il fatto che ci si possa rendere conto di quanto il nostro prossimo faccia, pensi, o «senta», fino al punto di poter prospettare in futuro - cosa del resto già parzialmente esperita - una vera e propria «lettura del pensiero», una comprensione degli stati d’animo altrui e forse anche delle «intenzioni» del prossimo (benevole o malevole che siano). Come si vede la scoperta non è di poco conto e potrà avere imprevedibili sviluppi. Non intendo certo addentrarmi più oltre nei labirinti «sinaptici» che stanno alla base di tali fenomeni, ma quello che mi preme maggiormente di accennare per allargare il tema di queste osservazioni, fuori dalle rotaie fisioneurologiche ma tenendo conto di quella che forse è una delle caratteristiche più evidenti della mentalità umana, è: possiamo considerare la specularità di alcuni neuroni corticali come l’equivalente di quanto l’uomo ha sempre perseguito? Credo che lo si possa davvero ipotizzare. Se l’uomo si è sforzato, sin dai graffiti aurignaziani, o dalle caverne di Altamira, a realizzare un’immagine speculare - mimetica - di tutto quanto lo circondava, lo ossessionava, o lo attraversa, questo può significare che, proprio in base alla presenza delle sue particolari strutture neuroniche l’uomo presenti, alla base della sua evoluzione cognitiva (ma anche emotiva, patetica), una caratteristica fisiologica che gli «imponga» (anche del tutto inconsapevolmente) la mimesi. Mimesi non solo limitata alla componente neurospeculare di cui sopra, ma estesa a tutta quanta la vicenda storico-antropologica - dunque anche estetica - dell’umanità. Ma, se la specularità e la mimesi sono o possono essere alla base della grande avventura - artistica e culturale - dell’umanità (e non è il caso, qui, di affrontare l’altro grave problema del successivo abbandono - anzi solenne divieto - d’ogni imitazione figurativa da parte delle culture iconoclaste), quello che per altro va considerato è come la specularità in linea generale giustifichi o possa giustificare anche l’essere succube dell’uomo di questa sua attitudine mimetica, di cui ho tracciato i vantaggi ma di cui credo si possano discernere altresì gli svantaggi. Se, infatti, l’imitazione spontanea degli atti altrui può rappresentare una straordinaria occasione per l’apprendimento degli atti corporei e delle reazioni emotive a partire (come si è visto) dalla prima infanzia, è anche vero che la stessa può chiarire tutti gli effetti negativi indotti dalla stessa. E questo, oltretutto, spiega come - al di là di ogni reale o presunta motivazione genetica, etnica, ancestrale - quello che vale di più a determinare il comportamento, il modo di parlare, di gesticolare e persino di atteggiare la propria mimica, dipende soprattutto dalla specularità dei succitati neuroni. I quali compiono il loro «dovere» a dispetto d’ogni eventuale volontà contraria del soggetto. Perché - ed è qui forse il vero punto dolente -: buona parte del nostro modo di comportarci, di sorridere, di manifestare il nostro assenso, disprezzo, dolore, ci viene ammannito, non tanto da eredità familiari, quanto dai primi individui di cui - involontariamente e inconsapevolmente - abbiamo imitato (specularmente) il comportamento, sotto la dispotica tutela dei neuroni-specchio, o Spiegelneuronen (citati in tedesco rendono più convincente la nostra ipotesi!).
«Corriere della sera» del 27 novembre 2006

06 dicembre 2006

Perché Leopardi vedeva lontano

Un pensiero precorritore
di Natalino Irti
«Civilizzazione» è parola di singolare destino. Sullo scorcio dell’Ottocento, i compilatori di un Lessico dell’infima e corrotta italianità annotavano: «Ed anche questa ci vien da fuori, ed è la Civilisation, che noi possiam lasciare, contentandoci di Civiltà e Incivilimento». Ma la parola era già nell’alta e severa prosa dello Zibaldone leopardiano, ed anzi ne costituiva tema di insistito e interrogante pensiero. Civilizzazione, sebbene in qualche pagina sembri fungibile con civiltà, vi indica piuttosto il progresso tecnico, lo sviluppo di abilità costruttive, l’accrescimento di bisogni e desideri. Essa - scrive Giacomo Leopardi - sostituisce ai piaceri naturali, comuni, facili, durevoli, altri piaceri, che esigono continua soddisfazione e procurano ogni giorno nuovi patimenti. In questo senso, la civilizzazione è «affine alla corruzione», poiché, nel creare e diffondere nuovi costumi e modi di vita, distrugge la primitiva naturalità. Questo incivilimento non risponde a un disegno dell’uomo, che si attui a mano a mano nel corso del tempo, ma al caso, il quale, «variando ne’diversi remoti paesi o mancando», ne ha prodotto diversi generi o l’assoluto difetto. Dove si sia svolto e compiuto, esso presenta caratteristiche che Leopardi descrive con precorritrice acutezza. La civilizzazione tende a «conformare gli uomini e le cose umane», cioè a ridurli in unica e stabile forma: così lingua, ortografia, stile, che erano vari e discordi e incerti, volgono ormai verso l’uniformità. «La civiltà - leggiamo in uno dei Pensieri più illuminanti (1517 del 18 agosto 1821) - tira sempre... ad uniformare; e l’uniformità fra gl’individui di una nazione e fra le nazioni è sempre in ragione dei progressi generali o particolari della civiltà. Ed ella tira quindi sempre a confondere, risolvere, perdere ed agguagliare i caratteri nazionali e quindi quelli delle lingue». L’uniformità, così diagnosticata da Leopardi, oggi si allarga dalla lingua ai cibi, dal diritto alle mode del vestire, e prova a vincere le ultime resistenze di luoghi e abitudini. La tendenza all’uniformità agisce anche «fra le nazioni», e perciò valica antichi confini e non rispetta argini tradizionali. In un altro splendido pensiero (4280 del 13 aprile 1827), Leopardi coglie il carattere sconfinato della civilizzazione, che «tende naturalmente a propagarsi, e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, né contenersi dentro alcun termine, massime in quanto all’estensione...». Oggi useremmo a tal proposito la parola «globalizzazione», ma la cosa c’è già: il «non contenersi dentro alcun termine», ossia una sorta di peccaminosa smoderatezza, che rifiuta mete precise, e non si lascia racchiudere nella gabbia dei confini. L’uniformità (che non è altro dall’omologazione pasoliniana) si propaga al mondo intero, sopprimendo la varietà dei costumi e l’essenza storica delle nazioni. A chi lo rimproveri di contraddizione - poiché, da un lato, esalta la civilizzazione come «aumentatrice di occupazione, di movimento, di vita reale, di agire e somministratrice dei mezzi analoghi», e, dall’altro, ne denuncia l’affannoso bisogno di «distrazione» e la maggiore infelicità - a chi di questo lo accusi, Leopardi risponde (4187-4188 del 13 luglio 1826) che egli descrive la situazione delle cose, e tuttavia non tace esser «lo stato selvaggio, l’animo il meno sviluppato, il meno sensibile, il meno attivo, come la miglior condizione possibile per la felicità umana». Dove cresce l’intensità delle opere, e gli animi si fanno più fragili, osserva il poeta, lì anche aumenta il grado di infelicità. In questa analisi, così schietta e dura, Leopardi offre prova di una grandezza di pensiero, che soltanto negli ultimi anni - e per merito precipuo di Emanuele Severino - gli è francamente riconosciuta. Leopardi distingue, con ferma limpidità, preferenze soggettive e situazione storica. Se per le une ha nostalgia dello stato selvaggio e primitivo, che, non agitato dal demone del fare, è più quieto e felice, l’altra gli appare ormai irreversibile. Il maggior grado di infelicità è il destino dell’Occidente. Lo Zibaldone ci sospinge, come pochi altri libri, a guardare nel nostro tempo: omologazione planetaria, ossessiva ansia dell’agire, nostalgia di età remote vi trovano un’analisi dolorosa e serena. Nei quattromila e più Pensieri, che si distendono dal 1817 fino all’ultimo del dicembre 1832, in questo che Giosuè Carducci definì «soliloquio» di Giacomo Leopardi, troviamo un breviario filosofico, che ci aiuta a capire ed a vivere.
«Corriere della sera» del 5 dicembre 2006

05 dicembre 2006

Degli anni Settanta si ricorda solo la violenza: perché non ci fu altro

Viene demonizzato il decennio successivo, che invece liberò l’Italia dall’epoca degli agguati
di Pierluigi Battista

Agguati mortali, coltellate, rappresaglie, uccisioni, risse mortali, terrorismo, stragi. Non si è mai visto nell’Italia repubblicana un periodo più cruento e lugubre degli anni Settanta. Nella memorialistica non si ricorda di quel decennio che sangue e ferocia. Sul Corriere della Sera Dino Messina ha descritto una ricerca di Guido Panini su Mondo contemporaneo dove si rivela con quanta cura demenziale «neri» e «rossi» degli anni Settanta si dedicassero reciprocamente dettagliate schedature per tracciare l’identikit delle future vittime dei pestaggi. Sull’onda del suo Cuori neri, Luca Telese ha messo a punto una collana editoriale della Sperling & Kupfer sull’imitazione di guerra civile che ha insanguinato quel decennio e sono appena usciti una riedizione rielaborata de I ragazzi che volevano fare la rivoluzione di Aldo Cazzullo e, sull’altro versante, La fiamma e la celtica di Nicola Rao. Sempre e solo violenza politica, botte, pistolettate, sprangate. Degli anni Settanta non ci si ricorda altro, per la semplice ragione che non ci si può ricordare altro. Un decennio totalitariamente invaso dalla violenza. Un decennio orribile, di straordinaria cupezza, di irredimibile tristezza privata e pubblica. Un decennio di giovani vite spezzate nel terrore politico e nell’eroina. E quando quell’ombra tetra si stende sul nostro presente, è come se aleggiasse sempre lo stesso spettro di intolleranza, la dialettica politica brutalmente risolta nella pratica delle bastonature e dei roghi. A Padova ricompaiono spranghe e taniche di benzina tra fascisti di Forza Nuova e una storica emittente radiofonica degli anni Settanta come «Radio Sherwood». Due parlamentari, Massimiliano Smeriglio e la vicepresidente della Camera Giorgia Meloni di An, si scambiano lettere (civilissime, per la verità) che hanno per oggetto l’uccisione di Francesco Cecchin nel ‘79. «Anni di piombo» è espressione logorata dall’uso e dall’abuso, ma non c’è descrizione migliore di un decennio che ha prodotto solo una patina di grigiore disperante. Un decennio di cui storiograficamente si contano solo i morti, i feriti, i sequestrati. Un deserto dell’immaginazione e della creatività. Non è rimasta traccia, rivisitando quel decennio maledetto, di un solo romanzo rappresentativo di un’atmosfera che non fosse intossicata dal fanatismo politico. Quando Goffredo Parise scrisse all’inizio degli anni Settanta il primo dei suoi Sillabari venne svillaneggiato perché aveva osato occuparsi dei sentimenti anziché continuare a denunciare la guerra del Vietnam. La storia di Elsa Morante creò sconcerto e stupore perché affermava che la sofferenza umana non è risolvibile con i teoremi dell’ingegneria politica. Sul cinema di quel decennio, meglio stendere un velo pietoso. Non un prodotto che onorasse la tradizione italiana del design che sino a pochi anni prima aveva esibito un’immagine splendida di sé. Un modo imbarazzante di vestire e un vuoto assoluto di senso estetico, come ci raccontano le fotografie di quell’epoca. Nel teatro, nella poesia, nelle arti figurative, il nulla o poco più, quando gli imperativi marziali della militanza politica dominavano incontrastati in ogni angolo dell’immaginazione pubblica. Oggi i libri parlano solo di quello. Ma di cosa dovrebbero occuparsi, in alternativa? Ancora ci si ostina a demonizzare gli anni Ottanta, un decennio che liberò l’Italia da una camicia di forza e da una prigione delle idee da cui evadere, mentre le parole venivano sostituite da spranghe e pistole, sembrava impossibile. Ma intanto non ci resta che la memoria di una violenza pazzesca, nel decennio più tragico e brutto dell’Italia democratica.
«Corriere della sera» del 20 novembre 2006

I conti sbagliati della lobby dell'eutanasia

di Roberto Colombo
Più voci associative e politiche stanno incalzando, opportune et inopportune, il complesso e delicato dibattito culturale ed etico in corso nel nostro Paese sull'eutanasia e sulla distanasia, ovvero quali interventi medici e infermieristici siano doverosi o illeciti nei confronti di chi è affetto da una malattia inguaribile, versa da tempo in uno stato di ridotta o assente vigilanza cognitiva, oppure è ormai giunto nella fase clinica terminale di una prognosi infausta. Lo scopo di questo "assedio mass-mediatico", stretto attorno ai medici, ai pazienti ed alle loro famiglie, ai parlamentari ed anche a tutti noi, è evidente: abbreviare i tempi del legislatore e favorire l'approvazione di un testo normativo orientato in una certa direzione, prima che maturi nei cittadini una consapevolezza della questione in gioco tale da indurli, eventualmente, a scegliere di andare nella direzione opposta o di optare per una ragionevole composizione delle istanze conflittuali.
Ragione, realismo antropologico-clinico e amore alla vita fino all'ultimo istante, se prevalessero - come ci auguriamo - sul pietismo, sul calcolo economico-sanitario e sul potere tecnico, porterebbero a una legge che contempli sia l'esclusione del ricorso a terapie clinicamente futili e contrarie alla volontà del paziente che la doverosità delle cure essenziali e proporzionate per il mantenimento dell'analgesia e il supporto delle funzioni fisiologiche primarie (respirazione, circolazione, ricambio metabolico, etc.) fino a che cessi la loro integrazione e coordinazione e subentri la morte.
Su questa strada si sta costruendo un crescente consenso, non senza la necessaria fatica del ragionamento, del confronto tra posizioni culturali ancora tra loro distanti, e dell'ascolto dell'esperienza degli operatori sanitari che curano quotidianamente questi malati e di coloro che li accudiscono con dedizione incondizionata nelle proprie famiglie. Una democrazia matura si alimenta del contributo di ch i lavora per affermare il vero ed il bene ovunque essi si manifestino.
Chi pensa e presenta l'eutanasia come la panacea di tutti i mali inguaribili e tormentosi che possono colpire l'uomo per pochi o lunghi anni, quello che i pazienti, in queste condizioni, chiederebbero con insistenza, o l'unica risorsa adeguata che si possa offrire a essi, deve fare i conti con la realtà, dove «ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non nella tua filosofia», dice Shakespeare nell'Amleto. Tra queste «cose del cielo e della terra» vi è anche il fatto che il male non è l'ultima parola sulla nostra vita, il dolore non è insopportabile se qualcuno presta le cure adeguate, e la medicina non è solo terapia aggressiva della patologia ma anche - e anzitutto - il volto umano di una presenza che accompagna e conforta.
Senza tutto questo non si spiegherebbe perché in Belgio, dove l'eutanasia è stata legalizzata nel 2002 e da un anno nelle farmacie è a disposizione dei medici il kit farmacologico per eseguirla, solo l'1,5% dei malati oncologici in fase terminale ha scelto di porre fine anzitempo ai propri giorni. Gli altri, che pur versavano in uno stato clinico simile, hanno avuto una "buona ragione" per continuare a vivere. Una ragione che i pazienti possono trovare se non sono lasciati soli, nella loro sofferenza, a lottare con la malattia inguaribile. Se tutti incontrassero la mano desiderata, la nostra amorevole presenza, non verrebbe loro meno la buona ragione del vivere.
«Avvenire» del 24 novembre 2006

Matematica e mistero

Per Giandomenico Boffi, ordinario di Algebra, la scienza dei numeri apre più di uno spiraglio alla plausibilità di un Ente trascendente
di Antonio Giorgi
«Da questa attività creativa dell’uomo emerge quasi un potere predittivo nei confronti della realtà, che rimane sconcertante»
Trovare l'equazione fondamentale della vita, oppure quella che esprime l'essenza dell'universo? Dare una risposta numerica - magari formulata in codice binario - agli interrogativi esistenziali dell'uomo del XXI secolo? Individuare la formula della felicità, del benessere, della salute, della coesistenza tra i popoli? «Via, non diciamo sciocchezze. La matematica non può spiegare ogni cosa e perfino nel dominio del razionale è ancora da dimostrare la possibilità di matematizzare tutto. Però la matematica è una scienza che va coltivata, strumento prezioso al servizio dell'uomo». Pronunciate da un matematico. Il professor Giandomenico Boffi, ordinario di algebra all'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti-Pescara, queste parole possono essere interpretare come un modo di tirare l'acqua al proprio mulino, di svolgere una sorta di attività promozionale per una branca dello scibile che vede diminuire - in Italia e non solo - il numero dei cultori. E si capisce perché: «Studiarla - sottolinea Boffi - è attività faticosa che richiede un impegno razionale molto serio non disgiunto da una buona dose di fantasia, creatività, perfino senso estetico. Oggi i giovani preferiscono altro, purtroppo».
Eppure adesso la matematica può vantare di avere dalla sua nientemeno che il Papa. Intervenendo al recente Convegno ecclesiale di Verona Benedetto XVI l'ha esaltata come sublime creazione dell'intelligenza umana e chiave di lettura di un universo strutturato in maniera intelligente in modo che esista corrispondenza tra la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura, espressioni entrambe di un'unica intelligenza originaria «comune fonte dell'una e dell'altra». «Che la matematica sia pura creazione della mente umana è un fatto largamente condiviso», dice Boffi. «Desta perciò meraviglia l'eccezionale efficacia che questa scienza ha dimostrato nel consentire da un lato l'interpretazione della realtà e dall'altro l'intervento concreto, anche tecnologico, su di essa. La matema tica è una delle poche cose universali che noi sperimentiamo, e già questo è sorprendente. Lo è ancora di più il fatto che l'universo risponde in qualche modo alle nostre sollecitazioni basate sugli strumenti matematici. Da questa attività creativa dell'uomo emerge quasi un potere predittivo nei confronti della realtà, il che è alquanto sconcertante». Il professore ricorda James Maxwell e i suoi studi sull'elettromagnetismo, l'intuizione dello scienziato di inserire nelle equazioni un termine in più non per ragioni ispirate da esperienza fisica ma per simmetria. Un audace azzardo, «ma successivamente è stato accertato che quel termine in più corrispondeva alle onde radio». Fu come se il reale, per qualche arcano motivo, si fosse adattato alla speculazione teorica del ricercatore scozzese.
«È naturale che io apprezzi le argomentazioni portate dal Papa al Convegno di Verona», continua Giandomenico Boffi. «Nella misura in cui non si è ancora riusciti a giustificare l'indubbia consonanza verificabile tra una creazione della nostra mente, la matematica, e una realtà data a prescindere da noi, diventa legittimo ipotizzare l'esistenza di un Ente superiore intelligente che si pone alla radice tanto della realtà che ci circonda, quanto della nostra stessa mente. Arriviamo anche noi a chiederci con il Santo Padre se non debba esservi un'unica intelligenza originaria, in quanto ammetterne l'esistenza spiega questa consonanza. Galileo diceva - il Papa lo ha ricordato - che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico, quindi conoscendo la matematica possiamo leggerlo. In effetti l'idea che abbiamo oggi è un po' più cauta: la scienza elabora modelli matematicamente strutturati che hanno sicura attinenza con la realtà (altrimenti le auto non funzionerebbero, le astronavi non potrebbero volare), però da qui a dedurre che il mondo è fatto esattamente come il modello ce ne corre. Ai fini del nostro discorso tuttavia non cambia nulla: il dato fondamentale è che esiste i n qualche modo una sintonia tra la mente e la realtà esterna alla mente, sintonia che si spiega bene con l'esistenza di Qualcosa che sta sopra e che unifica».
Siamo davanti ad una consonanza che già il fisico Wigner descriveva con i termini calzanti di sorpresa e mistero, espressioni che Boffi fa proprie ragionando a sua volta del rapporto tra la mente umana, i frutti della mente e la realtà che ci sta attorno. Che conclusione trarre, se non quella, obbligata, che «tutto ciò apre uno spiraglio alla plausibilità dell'idea di Dio?». Diventa di conseguenza arbitrario sostenere «che la nostra fede nel Creatore è un atto completamente irrazionale». La riflessione si concentra sulla relazione tra fede e scienza, fede e intelligenza. «La fede cristiana attribuisce grande importanza all'intelligenza. È una fede che ha bisogno dell'intelligenza e Dio, in ultima analisi, è un'intelligenza amante, una ragione capace di amare. Dentro la matematica troviamo tutte le prospettive per un ampliamento della razionalità».
E anche qualcosa di più, a ben guardare. Oltre ad esprimere la plausibilità dell'idea di Dio, la scienza che Boffi professa fornisce probabilmente anche un elemento a favore dell'esistenza dell'anima. «L'uomo è l'unico essere capace di fare matematica. L'esistenza di attività umane precluse al mondo animale corrobora la plausibilità di una differenza qualitativa tra l'uomo e le altre specie. Riconoscerla, significa dare plausibilità all'idea di un elemento di trascendenza».
«Avvenire» del 21 novembre 2006

Se l’ambientalismo diventa un’ideologia

di Edoardo Castagna
Scusate, ma c'è ancora posto per noi? A sentire gli ecologisti, sembrerebbe di no. Tutto su questa Terra ha diritto a essere tutelato, piante animali ambienti, tranne quel «parassita» dell'uomo. L'ambientalismo, nato su basi non solo legittime ma meritorie, ha subito una deriva ed è diventato ideologia. Tutto ciò che è naturale è bene, tutto ciò che è umano è male. Come se noi stessi non appartenessimo alla natura. Inoltre, e non senza incoerenza, l'uomo dovrebbe farsi carico di tutte le magagne climatiche e ambientali che, a sentire gli ecologisti, affliggono la Terra, dall'effetto serra alla desertificazione, dalle estinzioni all'evoluzione dei corsi d'acqua. L'andazzo è diventato senso comune e sembra quasi che, se quest'anno l'autunno in Italia è stato più caldo del solito, la colpa sia tutta di quel cattivone di Bush, che non ha ratificato il Protocollo di Kyoto.
Al di là dei capri espiatori, quella che emerge è un'ideologia ambientalista che, come tutte le ideologie, si basa su pochi presupposti, magari sbagliati, spesso forzati in una sola direzione. A smontare questa impalcatura si dedicano Riccardo Cascioli e Antonio Gasparri ne Le bugie degli ambientalisti 2. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti (Piemme, pagine 206, euro 12,90), secondo capitolo della loro inchiesta-denuncia. Piatto forte del volume è la «rivelazione» di dati che i pasdaran del riscaldamento globale raramente ricordano: quelli che mostrano che anche la natura «inquina». Per fortuna, va aggiunto. Perché il tanto vituperato effetto serra, formatosi naturalmente nel corso delle ere, è proprio ciò che consente l'esistenza della vita: è l'atmosfera né troppo calda né troppo fredda del nostro pianeta.
Eppure, certi gas sono inquinanti, sembra, soltanto se li producono gli uomini. E quelli che si generano spontaneamente in natura? Cascioli e Gaspari sbeffeggiano l'ecologismo a tutti i costi mettendo semplicemente in fila i numeri. Biossido di zolfo: vulcani e oceani ne rilasciano il quintuplo degli Stati Uniti. Metano e protossido di azoto: ruminando, le mucche francesi superano tutte le raffinerie del Paese, tanto che la Ue aveva addirittura pensato a un'apposita tassa ambientale. Pm10: tra il cinque e il trenta per cento delle emissioni non dipende dalle auto, ma dalle piante. E via discorrendo.
Ma c'è anche un altro punto debole, nelle teorie dei catastrofisti: la presunta delicatezza dell'equilibrio terrestre. «Gaia» non è affatto fragile come ce la dipingono, anzi: «Basta guardare alla storia del nostro pianeta - si legge ne Le bugie degli ambientalisti 2 - per vedere come la flora, la fauna e il territorio sono sopravvissuti alle glaciazioni, al bombardamento delle radiazioni cosmiche, a migliaia di anni di eruzioni vulcaniche. E poi l'oscillazione dei poli, i terremoti, la fluttuazione degli oceani...». Ecologia da rottamare allora? Per nulla: qui non si tratta di rigettare un fondamentalismo per abbracciarne un altro. Ma soltanto, concludono gli autori, di prendere atto che «la sensibilità ambientale non corrisponde necessariamente all'ideologia delle associazioni ambientaliste».
«Avvenire» del 21 novembre 2006

Educare: l'emergenza

Adolescenti violenti? Alcuni scrittori che insegnano nelle scuole superiori intervengono dopo i recenti fatti di cronaca
di Fulvio Panzeri
Si fa in fretta a prendere due notizie di cronaca, pur se gravi nelle vicende che raccontano, e limitarsi creare un polverone sul contesto in cui sono avvenuti. Così la scuola italiana è ancora una volta nel polverone dei mass-media, che punta l'indice sulla sua impotenza educativa, sulla mancanza di responsabilità nei confronti dei minori che gli vengono affidati. Eppure non è nuovo l'allarme sul contesto educativo generale in cui stanno crescendo i nostri ragazzi, contesto che nei giorni contraddittori dell'adolescenza rischia di scoppiare.
Marco Lodoli, scrittore e professore, è assolutamente d'accordo con questa tesi: «Non è il caso di gettare ancora una volta sulle spalle curve della scuola anche questa colpa. È l'immaginario che la nostra società propone ai giovani da più di vent'anni a essere brutale e invitarli a comportarsi di conseguenza. Violenza, cinismo, brutalità sono i messaggi insiti oggi nella pubblicità, al cinema, nei fumetti con tutta questa invasione di horror, nei videogiochi, nella mania del wrestling. Per un ragazzo diventa un materiale indigeribile, provoca una grave ubriacatura che, di conseguenza, può sfociare in episodi inconsulti, vergognosi come quelli che ci racconta la cronaca». I ritmi stessi dell'adolescenza vengono stravolti: «È necessario invece preservare, le scoperte devono crescere in silenzio, lentamente secondo un percorso di formazione che ora non è più possibile. Da una decina d'anni il giovane è stato inserito nella categoria del consumatore. Chi riesce a proteggersi attraverso alcuni filtri ce la fa, resiste. Chi invece incamera tutta questa elettricità che arriva dall'esterno, invece ad un certo punto va in cortocircuito». Così la scuola accoglie le conseguenze di un disastro culturale che avviene in tutto il contesto della società e ne registra gli effetti negativi.
È concorde su questo anche Paola Mastrocola, l'autrice di La scuola spiegata al mio cane: «Si è imposta l'etica della televisione, la politica del succ esso e del denaro. Valgono solo il principio del piacere e dell'individualità personale. Non è stata la scuola a proporre questo indirizzo, ma si è adeguata, perché né scuola, né famiglia si sono più posti il problema morale dell'educazione dei ragazzi e del rispetto delle regole. La scuola in questi anni ha apprezzato l'estroversione, la furbizia, quella del ragazzino che copia e salta le interrogazioni, ma è sveglio e non viene mai punito. Non è mai stata apprezzata la timidezza, ad esempio, o chi fa il suo dovere di studente. Basti vedere il caso degli allagatori del Parini a Milano, di qualche anno fa: una punizione ridicola, 15 giorni di sospensione, per un fatto così grave».
A questo punto entra in scena un ragazzo che quei giorni li ha vissuti, proprio al Parini. Non un professore, ma uno studente che su quella esperienza del Parini ha scritto anche una serie di racconti, leggeri e svagati, ironici, in concorso al Premio Tondelli per gli inediti, che sarà assegnato a dicembre. Si chiama Giacomo Cardaci ed è stato tra i vincitori del nostro concorso «SMS». Anche lui è molto critico: «Lì al Parini non avevano preventivato le conseguenze del gesto. La punizione faceva ridere: espulsi per due settimane e questi che erano molto ricchi di famiglia avranno pensato di farsi una vacanza. Pur avendo sette in condotta, si viene promossi con ottimi voti. Sono queste le incongruenze del sistema scuola». La scuola si trova un po' con le mani legate, non ha più strumenti e possibilità di intervenire sul piano educativo.
Parla chiaro la scrittrice Mastrocola: «Non ce la facciamo a remare contro il mondo che è andato da tutt'altra parte, nonostante tutte le buone intenzioni. Un esempio banalissimo: se un insegnante in classe dà molti compiti, subito in consiglio di classe il rappresentante fa notare che i genitori non sono contenti. I compiti potrebbero distogliere dal mondo che li circonda, potrebbero essere un antidoto alla troppa televisione e al troppo telefonino. Ep pure i genitori stanno dalla parte antieducativa dei ragazzi e gli insegnanti hanno sempre torto. La scuola avrebbe tutti gli strumenti per opporsi allo sfascio, ma non li può usare. È questo il paradosso».
Per Eraldo Affinati, anch'egli professore e scrittore, non è possibile contrapporsi alla modernità, chiedendo, come faceva Pasolini, trent'anni fa, l'abolizione della televisione, ma una una sorveglianza è necessaria: «C'è bisogno di porre dei correttivi, soprattutto nell'uso indiscriminato di Internet dove c'è tutto, una massa di informazioni che può essere diseducativa. Per stare lì dentro, per navigare, bisogna saper nuotare per stare a galla, altrimenti si affonda. I giovani hanno bisogno di questi strumenti». E aggiunge: «Non tutta la scuola è così. Io che giro l'Italia in vari Istituti ho trovato una provincia molto migliore di quella che descrivono, una scuola che lavora bene, ma che non viene messa sotto le luci dei riflettori».
«Avvenire» del 21 novembre 2006