11 novembre 2006

Il dilemma di Norimberga: impossibile perdonare, impossibile punire

A proposito della condanna di Saddam
di Antonio Carioti

Vi sono delitti così enormi che è impossibile perdonarli, ma è molto difficile anche punirli in modo equo. È il dilemma di Norimberga, ora riproposto dalla condanna di Saddam Hussein. «Purtroppo, sessant’anni dopo, siamo ancora alla giustizia dei vincitori - commenta Frediano Sessi, studioso della Shoah - che non è realmente di monito ai criminali perché non opera nel senso di sradicare la cultura della violenza. Lo disse con chiarezza Primo Levi: la vendetta non è una soluzione civile. Ma che i gerarchi nazisti dovessero sottostare al giudizio di chi li aveva sconfitti era inevitabile. Che oggi accada lo stesso, dopo tanti sforzi per affermare i diritti umani a livello mondiale, non è buon segno». Più drastico Danilo Zolo, autore del libro La giustizia dei vincitori (Laterza), secondo il quale il processo di Bagdad è molto peggio rispetto a Norimberga: «In quel caso quattro potenze si accordarono per creare la corte, la qualità dei magistrati era alta, c’erano garanzie per gli imputati. Senza contare che i capi nazisti erano gli aggressori, così come i militari giapponesi condannati più tardi a Tokio, mentre Saddam è l’ex tiranno di un Paese invaso. Qui non è neanche giustizia dei vincitori, perché non è affatto sicuro che gli Stati Uniti usciranno vittoriosi dall’Iraq. Il processo è stato voluto da Washington, sulla base di uno statuto redatto da giuristi americani, e manca di ogni legittimazione sulla base del diritto internazionale come dell’ordinamento iracheno. È solo uno strumento per giustificare una guerra preventiva motivata con evidenti imposture». Lo storico Massimo Teodori spazza il campo dalle sottigliezze giuridiche: «È un’astrazione voler regolamentare in termini di diritto la fine di dittature criminali. I processi ai responsabili di delitti contro l’umanità rispondono sempre a criteri di opportunità politica. Con il giudizio di Norimberga si diede una risposta in termini internazionali agli orrori della Seconda guerra mondiale, mentre mi è parso corretto affidare a una corte irachena il compito di processare Saddam Hussein, responsabile in primo luogo di aver massacrato il suo stesso popolo». Sessi la pensa diversamente: «Forse è un’utopia, ma io credo che i crimini contro l’umanità debbano essere puniti da una corte internazionale, con requisiti d’imparzialità. In questo senso il processo al serbo Slobodan Milosevic è stato un passo avanti rispetto a Norimberga, mentre con Saddam siamo tornati indietro, quasi al livello della condanna sommaria inflitta al dittatore romeno Nicolae Ceausescu». «Il caso di Ceausescu - nota Zolo - ricorda un po’quello di Mussolini, anche perché venne fucilato insieme alla moglie. Quanto a Milosevic, era un despota, ma non certo sanguinario come Saddam: del resto gli stessi americani lo avevano coinvolto nella pace di Dayton che pose fine alla guerra in Bosnia. La corte dell’Aja che doveva giudicarlo, prima che morisse per cause naturali, era di gran lunga superiore, per dignità e competenza dei giudici, al tribunale di Bagdad. Però anche i processi per i crimini nella ex Jugoslavia non sono stati equi: basta pensare che il procuratore Carla Del Ponte rifiutò d’indagare sulle atrocità compiute dalle forze della Nato». Teodori è anch’egli scettico sui tribunali internazionali, ma ritiene che a Bagdad il problema sia un altro: «Sarebbe stato meglio che Saddam non fosse stato catturato vivo o avesse fatto la fine di Ceausescu. Allestire un lungo processo, in cui il raìs a volte è apparso come una vittima, è stato un errore. Tanto più che Saddam è stato portato alla sbarra per uno solo degli innumerevoli eccidi compiuti: in teoria bisognerebbe giudicarlo un’infinità di volte. Mi sembra però innegabile che la sua condanna risponda alle aspettative di giustizia della grande maggioranza del popolo iracheno».
«Corriere della sera» del 6 novembre 2006

10 novembre 2006

Erbe e massaggi? Meglio dei guaritori

Non sciamani o fattucchiere, ma la medicina tradizionale, con pratiche che resistono nelle diverse culture e tornano in auge per prevenire malattie fisiche e mentali. In Germania e Francia vi ricorrono l’80% dei malati. Parlano gli studiosi che operano in questo campo
di Chiara Zappa
Il futuro della salute globale è in mano agli stregoni. I guaritori tradizionali, dagli esperti di agopuntura in Cina ai maestri dell'ayurveda indiano fino ai saggi dell'unani arabo, sono depositari di conoscenze e abilità che hanno rotto i propri confini storici e sempre più fanno gola a molti. A chi, nel Sud del mondo, cerca di istituzionalizzare i rimedi tradizionali per far fronte a emergenze sanitarie fuori controllo, a chi quei rimedi studia - e qualche volta scippa - per svilupparne cure commercializzabili in tutto il mondo, a chi, stanco dell'equazione «disturbo=pillola» alla base della pratica medica occidentale, è affascinato da un approccio alla salute che mette al centro il benessere dell'uomo nel suo complesso. «Anche nel Nord del mondo le cure alternative hanno un impatto assolutamente crescente», conferma Elisabetta Minelli, del centro Collaborante Oms per la medicina tradizionale di Milano, che domani interverrà al Corso di formazione organizzato a Roma dal Centro orientamento educativo (assieme ad altre Ong e al Ministero degli Esteri) proprio sulla strategia dell'Organizzazione mondiale della sanità sulle medicine tradizionali. «Con questo termine intendiamo una serie di conoscenze e pratiche, dall'utilizzo delle piante fino al ricorso ai massaggi, basate sulle credenze e le esperienze indigene appartenenti alle diverse culture e volte al mantenimento della salute ma anche alla prevenzione, alla diagnosi e al trattamento di malattie fisiche e mentali», spiega Minelli. Pratiche e conoscenze accomunate da «un approccio olistico all'uomo e da una visione che si concentra sul benessere generale più che sul singolo disturbo». Proprio questa visione affascina sempre più anche i pazienti occidentali (quelli che hanno fatto ricorso almeno una volta a cure complementari e alternative sono il 42% negli Usa, il 70% in Canada, addirittura il 75% in Francia e l'80% in Germania), che manifestano anche un crescente disagio verso gli effetti collaterali dei farma ci di sintesi. Considerato che in Africa le cure tradizionali rappresentano l'80% della risposta sanitaria, mentre vari Paesi asiatici le hanno già integrate con i moderni sistemi di salute pubblica, non sorprende che l'Oms abbia messo in atto una strategia globale di regolamentazione. «Si punta - spiega Minelli - a incentivare legislazioni appropriate e a garantire l'accesso a queste cure, ma anche a moltiplicare le ricerche sulla fitoterapia, a monitorare sicurezza, efficacia e qualità dei prodotti, ad assicurare che sia chi pratica la medicina tradizionale sia chi ne fa uso lo faccia nella maniera più appropriata: da qui le molte linee guida per la formazione di professionisti che si adeguino a standard precisi in qualsiasi Paese del mondo».
E formare professionisti preparati è anche l'obiettivo dell'iniziativa partita dall'Università cattolica congolese del Kasay, che ha inserito corsi di medicina tradizionale all'interno della formazione degli studenti del ramo sanitario. «Queste tecniche rappresentano un'opportunità enorme in contesti segnati da povertà e scarsa accessibilità alle cure moderne: ecco perché vogliamo valorizzare le conoscenze indigene formando una nuova élite locale», spiega Célestin Pongombo Shongo, a capo del nuovo Dipartimento che porta avanti anche la ricerca sulle pratiche tradizionali, ne promuove l'integrazione nelle strutture sanitarie locali e, non da ultimo, «permette la conservazione delle conoscenze terapeutiche tramandate oralmente e assicura il "ricambio" di chi le sa utilizzare». Guaritori certificati, si potrebbe dire. Ma non è tutto qui, visto che l'azione dell'Università sta facendo emergere una nuova coscienza del valore della biodiversità locale, mentre gli studenti iscritti alla Facoltà del Kasay sono in crescita costante e l'insegnamento della medicina tradizionale è stato introdotto in altri Atenei del Paese.
Il motto del prof. Pongombo, «professionisti sanitari a due gambe terapeutiche», ha molto in comune con l'appro ccio di Keith Lindsey dell'Anamed, associazione tedesca che promuove, in vari paesi africani, l'uso della cosiddetta medicina naturale. «Si tratta di una combinazione dei vantaggi della medicina moderna e di quella tradizionale basata sulle erbe: basi scientifiche e standard igienici e di confezionamento uniti all'uso di risorse disponibili localmente, compatibilità con la cultura locale e massima accessibilità». Tra i progetti dell'Anamed, il cui scopo è «aiutare le comunità e il settore sanitario a rendersi autosufficienti nel far fronte ai propri bisogni di salute, soprattutto nelle aree rurali», spiccano gli interventi di cura della malaria con l'artemisia annua e il trattamento dell'Aids con una serie di piante tra cui la Moringa oleifera e l'aloe. «Abbiamo addirittura scoperto che alcuni rimedi vegetali prodotti localmente sono più efficaci dei farmaci moderni», spiega Lindsey. Un particolare che non è sfuggito alle compagnie farmaceutiche le quali sempre più spesso, grazie alla ricerca sui rimedi indigeni, scoprono nuove molecole che diventano poi i principi attivi di nuove pillole. I dati, d'altra parte, mostrano che il 25% delle medicine moderne sono prodotte con piante prima usate tradizionalmente. «Antitumorali come la vinblastina e la camptotechina provengono dal Madagascar, la podofillina dall'India», spiega Antonio Bianchi, responsabile dei progetti Coe sulla medicina tradizionale. La globalizzazione delle cure, oltre ad aprire «l'annosa questione dei diritti di proprietà intellettuale, rivendicati dai Paesi del Sud del mondo su piante che spesso vengono invece brevettate dalle compagnie farmaceutiche», porta alla luce anche altri risvolti. «La diffusione dei rimedi indigeni in Occidente, conseguente anche all'immigrazione, rischia di ridurre questi rimedi a dei prodotti, eliminando tutte le abilità, le conoscenze e i "riti" ad essi collegati». Bisogna vigilare, insomma, perché un patrimonio di pratiche e scienze del benessere non venga ridotto solo a d altre pillole da prescrivere distrattamente ad anonimi pazienti.
«Avvenire» del 9 novembre 2006

08 novembre 2006

L’arte che mise Roma al centro della cultura

Il libro «La Grande Quadriennale» ricostruisce la rassegna del 1935 che riunì nella capitale il patrimonio nazionale d’idee e di linguaggi
di Duccio Trombadori
Se il fascismo abusò fuori misura del mito di Roma, è anche vero però che l’opera compiuta per valorizzare l’immagine della capitale d’Italia come moderno centro della cultura e della identità nazionale fu tutt'altro che un omaggio retorico e parolaio. Nel corso degli anni Trenta, in piena dittatura, la città conobbe infatti un fastoso sviluppo urbanistico - Via della Conciliazione, sistemazione dei Fori Imperiali, nuovi quartieri, vie consolari, edifici pubblici, città universitaria, Cinecittà, Foro Mussolini, impianto dell’E42, odierna Eur - che ne sottolinea ancora oggi il profilo con uno stile rimasto insuperato.
Correva allora il fatidico 1935 e l’opera degli architetti si accompagnò a quella degli scultori e dei pittori, che nella capitale realizzarono i loro interventi murali, oltre le grandi mostre istituzionali che attirarono nella capitale le maggiori personalità artistiche del paese. L’apertura della seconda esposizione Quadriennale - la prima si era tenuta nel 1931 - coincise così con un momento di favorevoli aspettative e di relativo consenso alla dittatura e alla sua rivoluzione che con la vittoria nella guerra d’Etiopia pareva annunciare un’epoca di espansione, di pace, di riforme sociali e di affermazione dell’Italia come potenza europea. In questo clima di fiduciosa attesa - le tempeste sul mondo non si erano ancora addensate - gli artisti lavorarono ad una rassegna che ancora oggi stupisce per la straordinaria varietà di temi e stili accanto alla ricchezza e alla qualità espressiva dei partecipanti.
Dopo le avanguardie, negli anni Venti c’erano stati i movimenti di «Ritorno all’Ordine» e di «Novecento». Ma la Quadriennale romana del 1935 rivelò un imprevedibile e vitalissimo panorama di esperienze dell’arte italiana aperta in più direzioni: accanto alle prove del secondo futurismo, del razionalismo e dell’astrattismo, si misuravano le evoluzioni classicheggianti, tonali e metafisiche, oppure i saggi di intimismo paesaggista e le ricerche di maggiore evidenza espressiva e realista. I nomi degli espositori? Quasi tutti, se non proprio tutti, i migliori artisti italiani del XX secolo. Oltre ai già affermati Broglio, Carrà, Campigli, Casorati, Ceracchini, Conti, De Chirico, De Pisis, Donghi, Dudreville, Guidi, Magnelli, Melli, Morandi, Martini, Prampolini, Rosai, Severini, Sironi, Socrate, Soffici, Savinio, Tozzi, Tosi, Trombadori, Usellini e tanti altri, esponevano alcuni giovani che avrebbero fatto in seguito molto parlare di sé: Afro, Capogrossi, Cavalli, Cagli, Cantatore, Dottori, Gentilini, Guttuso, Levi, Licini, Lilloni, Mafai, Mirko, Marino Marini, Mannucci, Messina, Pirandello, Paulucci, Scipione, eccetera, eccetera.
È grande merito di Elena Pontiggia e Carlo Fabrizio Carli avere ricostruito il profilo della mostra in un libro-documento (La Grande Quadriennale 1935. La nuova arte italiana, i Quaderni della Quadriennale, Electa, nuova serie, pagg.280, euro 29) che prende in esame la complessa e articolata formazione degli inviti (700 artisti, 1800 opere esposte) nel vasto patrimonio di idee e di linguaggi allora operanti. Ne emerge un fuoco passionale di idee e di indagine critica che sorprende e interessa soprattutto al paragone del melenso «artisticamente corretto» dei giorni nostri, dove langue, per non dire che si è perso del tutto, ogni serio confronto di valore. Accanto ai nomi della migliore arte italiana, figurano così i testi di poeti, scrittori, storici dell’arte (tra gli altri Raffaele Calzini, Emilio Cecchi, Francesco Cangiullo, Giuseppe Marchiori, Edoardo Persico, Margherita Sarfatti, Leonardo Sinisgalli, Elio Vittorini) a conferma della integrazione culturale che il regime alimentava mettendo la città di Roma al centro della vita spirituale italiana.
La Grande Quadriennale, forte di un allestimento di prim’ordine (ad opera degli architetti Montuosi e Aschieri) stabilì così una efficace saldatura tra i momenti basilari dell’arte moderna italiana con protagonisti che avrebbero tenuto il campo anche nel nuovo assetto repubblicano (dall’astrattismo, al primitivismo, alle declinazioni espressioniste e tonali della Scuola romana). Una così preziosa partecipazione, la Quadriennale non riuscì più ad ottenerla, specchio com’era della fugace per quanto intensa stagione del consenso al regime e alla sua idea di «centralità romana» in fatto d’arte e di cultura. E quando si scorrono le pagine curate da Pontiggia e Carli, non manca la punta di nostalgia nel considerare la qualità dei frutti che quel progetto allora prometteva, e poi per tante ragioni finì col non produrre più.
«Il Giornale» del 6 novembre 2006

Montale: La bufera in un bicchier d’acqua

I 56 testi sono legati a ricordi personali e alla cronaca, soprattutto degli anni ’70
di Silvio Ramat

Non dubito che qualcuno sarebbe disposto a sborsare cifre enormi per accaparrarsi, ove mai esistesse, l’ingiurioso epigramma indirizzato da Ugo Foscolo al ciabattino reo di avergli confezionato un paio di stivali troppo stretti; o il sirventese in cui Teofilo Folengo confida a una signora di detestare, lui mantovano, i tortelli di zucca. Ogni documento dei grandi è (forse) grande anch’esso. Grande o quantomeno prezioso. Ora, venendo a Montale, chi avanzerebbe riserve circa la sua «grandezza»? Non, certo, chi come il sottoscritto, per anagrafe e per elezione, abbia formato il proprio gusto su tre libri che si chiamano Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera. Un trentennio abbondante (1925-1956) di poesia italiana ed europea ne rimane tuttora improntato con mirabile autorevolezza. Dopo, si sa, quel poeta mosse per altre vie, tacque per un po’ e, nei primi anni ’60, ruppe un silenzio che implicava sfiducia nella residua funzione della poesia, se non tout court nel suo diritto di cittadinanza.
Quel clima produsse gli Xenia, incorporati poi in Satura; e via via le raccolte a «diario» e a «quaderno»: esiti di un poetare non più ispirato dalle Muse, o tutt’al più sorretto da una musa appartata e povera (un’idea di «arte povera» accomunava adesso le pratiche della poesia e della pittura, in Montale!). Salvo sporadiche eccezioni, era un attribuire all’evento-poesia gratuità e fortuità assolute, nell’irrevocabile rinuncia a qualsiasi registro sublime e selettivo. L’edizione degli Altri versi precedette di pochi mesi la morte del poeta: il quale volle farsi postumo a se stesso con un Diario dichiarato appunto postumo, un gruppo di liriche che la depositaria, Annalisa Cima, si vincolò a non divulgare per un determinato numero di anni. Di quel Diario, nel 1997, alcuni contestarono - almeno in parte - l’autenticità, e sul discrimine vero/falso parole grosse volarono fra le contrapposte schiere dei letterati, o più precisamente dei filologi.
Per la verità, quelle carte denotavano usura di meccanismi e trasandatezza nella resa espressiva: cascami di un filato ormai stinto. La griffe emergeva sì e no. Imitare il vecchio Montale non era - non è - difficile, e ci si chiede se con tutto quel che avevamo (abbiamo) di lui, ci fosse proprio bisogno di estrarre da archivî e da buste sigillate un materiale di così modesto livello. Altro valore si riconosce agli epistolarî, che potranno sì mettere a nudo le debolezze e le manie del personaggio, ma aggiungono pur sempre qualche dato notevole, delineando una relazione, una «società». Ma per le poesiole abbandonate allo stato brado, o poco più che di graffiti, è diverso. Comporre in libro simili relitti non giova; è sufficiente custodirli, scrupolo doveroso, in luoghi adibiti ad hoc: tale il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, costituito da Maria Corti e che tra i primi donatori annoverò proprio il poeta degli Ossi.
Da quel benemerito Fondo - e per lascito di Gina Tiossi, che governò per trentasette anni la casa del poeta, anzi la vita di lui fino agli ultimi giorni - provengono i testi che Renzo Cremante e Gianfranca Lavezzi pubblicano intitolandoli dal primo di essi, La casa di Olgiate e altre poesie (Mondadori, pagg. XIV-100, euro 9,40): primo e staccato dal resto della serie per la sua datazione alta, 1963, mentre i più sono invece del decennio ’70, con qualche pezzo anche dell’80. Spesso trattasi di epigrammi, o di brani in stesura provvisoria di componimenti inclusi poi nelle raccolte del «terzo» o del «quarto» tempo della poesia montaliana. Solo in questa luce (ma senza il lampo di effettive sorprese) l’appassionato lettore troverà un qualche motivo d’interesse, col sussidio dell’apparato critico allestito dai due esperti curatori. Della grafia, che da ultimo tocca la soglia dell’indecifrabile rendono conto alcune riproduzioni fuori testo: traversate a volte da righe verticali, cassature a mo’ di avvertimento. L’autore li giudica scritti da non pubblicare. E dunque?
Un esempio di frammento-epigramma: «Gli è mancata purtroppo l’autoironia/ (la più importante che sia)». Montale si riferisce al Pascoli: a ribadire la sua antipatia per l’autore delle Myricae serviva un sì futile codicillo? Quanto al profitto che traeva spesso da notizie ricevute dai giornali o dalla televisione, una vicenda di sanguinosa gelosia tra pennuti, oltre a fornirgli l’argomento per un articolo sul Corriere, induce Montale a quattro battute: «Scienziati tedeschi appostati/ hanno scoperto che all’aquila/ basta un colpo di becco per decapitare/ l’adultera». Compendio o promemoria, qual è il loro peso?
Analoga delusione suscitano i calchi e ricalchi del facile cachinno apocalittico di parecchie e sovrastimate pagine dei libri più tardi. «Se un’esplosione ha prodotto/ l’universo,/ non potrebbe un altro botto/ disgregarlo?»: in esercizio non c’è tanto la curiosità per le teorie scientifiche (con le avvisaglie di una «fine del mondo») quanto il sarcasmo e l’acrimonia di pronta beva che caratterizzano varî luoghi di «diario» e di «quaderno». E a proposito del graffio montaliano sulle miserie dell’attualità politica, basti citare altri quattro versi, del ’76, legati allo scandalo Lockheed (l’«antilope» è il nome in codice di uno tra i maggiori indiziati): «i giorni dell’antilope furono tormentosi/ i giornali ne dettero i connotati/ o almeno un attendibile identikit/ anche se non fornito di quattro zampe». Qualcuno li giudica spiritosi? Buon per lui.
Più godibili per contro, i frammenti affidati al ricordo. E se la lirica eponima reimpiega cari lemmi de La casa dei doganieri e del Giglio rosso, là dove tornano in scena Clizia, le amiche di lei e il loro mondo, il motore, di aneddoto in aneddoto, gira con più grata e persuasiva musica. Almeno questo.
Nel novembre 2005, il Fondo pavese inaugurava alla Biblioteca Cantonale di Lugano una mostra documentaria di autografi, disegni, lettere e libri, «Da Montale a Montale»: eccellente esposizione, che dall’autografo de I limoni e di altre liriche giovanili ci accompagna sino ai tempi recenti, offrendoci anche varietà e minuzie, nessuna delle quali riesce però superflua nell’illustrazione della fisionomia del poeta. Il n. 42 del catalogo è il «Quaderno per appunti» (legatoria Piazzesi, Venezia) su cui Montale vergò i 56 componimenti dell’odierno «Specchio». Il notificarli, trascriverli e descriverli è certo operazione utile. Meno opportuno e lecito, per ragioni qualitative, sarebbe il promuoverli a «libro», se da un «libro» ci si aspettano integrazioni dell’identità di un poeta: e sia pure, nella fattispecie, della disincantata, riduttiva immagine di poeta senior che Montale si compiaceva di incarnare. Insomma non ci s’illuda, appassionati lettori, di scoprire, su questi fogli inediti, qualcosa che risulti, nella sostanza, inedito: un barlume - quand’anche paradossale - di novità.
«Il Giornale» del 6 novembre 2006
Altri articoli relativi a Montale:

Mostruoso ma vero: «Uccidiamo i bimbi disabili»

La proposta dei ginecologi inglesi
Eugenia Roccella
Già il titolo dell'articolo è un colpo allo stomaco: «Lasciateci uccidere i bambini disabili». Lo chiedeva domenica, dalle colonne del Sunday Times, l'associazione dei ginecologi inglesi, il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology. La proposta si innesta su un ragionamento paradossale, che parte da una constatazione condivisibile: in Gran Bretagna si fanno troppi aborti tardivi, ed è urgente una strategia per limitarli. Cosa fare, allora? Chiedere più aiuti per le famiglie? Più strutture di assistenza per i piccoli con gravi problemi fisici o psichici? Una legge che vieti la barbara pratica dell'aborto a gravidanza avanzata? No, la soluzione individuata dai medici è la più radicale e sorprendente: l'eutanasia attiva. Se una donna fin dall'inizio sa che in caso di disabilità il neonato si può sopprimere, forse sarà incoraggiata a rischiare, e a portare avanti una gravidanza non del tutto sicura.
Non si tratta di una trovata giornalistica, di un dibattito che si esaurisce sulla carta stampata. Il Royal College ha fatto passi concreti perché il tema sia discusso ufficialmente, inserendolo in un'inchiesta sui problemi etici che riguardano gli interventi per la sopravvivenza dei neonati. Naturalmente Pieter Sauer, uno degli estensori del protocollo di Groningen - il testo con cui si sono stabilite le nuove linee guida per l'eutanasia neonatale in Olanda - offre il suo entusiastico sostegno alla proposta dei medici inglesi.
In questo panorama desolato è confortante che una delle voci che si sono levate contro la legalizzazione dell'eutanasia infantile per i disabili venga da qualcuno che è quotidianamente a contatto con i piccoli che lottano per sopravvivere, il neonatologo John Wyatt: «Introdurre la possibilità di uccidere intenzionalmente un malato snatura il senso della cura medica. Se un dottore stabilisce chi deve vivere, la medicina si trasforma in una forma di ingegneria sociale, il cui scopo è massimizzare i benefici per la società, e minim izzarli per coloro la cui vita è giudicata priva di valore». L'argomentazione più agghiacciante a sostegno del Royal College la adopera John Harris, docente di bioetica (ma possiamo ancora chiamarla così?) alla Manchester University. Poiché in Inghilterra l'eutanasia non è legale, ma l'aborto negli ultimi mesi di gravidanza sì, il professore si chiede cosa mai accada di straordinario nel momento del passaggio dall'interno all'esterno del grembo materno: il bimbo è sempre quello, perfettamente formato, dunque se lo si può uccidere prima, lo si può fare anche dopo. Su quanto tempo dopo, Harris non si pronuncia. Ma è evidente che con simili criteri la barriera potrebbe essere spostata in modo illimitato. All'interno di un quadro etico così concepito, la vita non è che un valore incerto, totalmente affidato alle opinioni, e basta estendere il parametro adottato per concludere che un essere umano, in particolare se disabile, possa essere eliminato in qualunque momento. Perché no? Come afferma il professor Harris, perché un momento prima si può e il momento successivo non più?
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l'autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un'equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.
«Avvenire» del 7 novembre 2006

Luciano Canfora "19 agosto dell’anno 43 C.: la "prima marcia" su Roma

Puntare sulla capitale scortato da un esercito vincitore ma rimasto senza capi; farsi attribuire, a diciannove anni, la massima magistratura; atterrire il Senato e imporgli di avallare una procedura così sfacciatamente eversiva; avviare le più feroci proscrizioni che la Repubblica avesse mai visto. Questa la «marcia su Roma» di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, avvenuta il 19 agosto dell’anno 43 a.C. Mai la Repubblica ha visto alcunché di simile eppure, proprio questo grande «criminale» passa il resto della sua carriera a costruire con successo la propria immagine di restauratore della legalità e garante della pace.

12/11/2006 - Sala Sinopoli, ore 11
Biglietti: ingresso gratuito previo ritiro biglietti presso la biglietteria centrale dell'Auditorium a partire dalle ore 10.00 fino a esaurimento posti disponibili. Sarà possibile ritirare un solo biglietto a persona.

05 novembre 2006

Il Cicerone «monco» di Robert Harris

di Luca Canali
L’ampio ritratto di Robert Harris pubblicato su Repubblica in occasione e a promozione dell’uscita del suo libro Imperium, (Mondadori, pagg. 355, euro 18,60) e poi la lettura del libro stesso, pongono alcuni problemi e fanno sorgere non poche perplessità.
Il testo apparso separato è un ritratto a tutto tondo di Cicerone, tracciato ricorrendo ai più noti luoghi comuni su una delle personalità invece più ricche e complesse della storia, della letteratura e della politica latine. Tuttavia la lettura ne è sufficientemente gradevole, anche se suscita ilarità il paragone dell’Arpinate con Bill Clinton, Tony Blair e David Cameron. A parte ciò, e deplorando l’uso insistito dell’aggettivo «smidollato» attribuito appunto a Cicerone, penso sia il caso di ricordare alcuni aspetti meno ovvi di questo grande personaggio dell’antichità classica.
Nel definire se stesso un oratore di scuola rodiese, evitando in tal modo di essere considerato un «asiano», compie una ingenua furberia: giacché egli è e resta uno scrittore asiano, cioè frondoso, sonoro, espertissimo nel costruire periodi mirabilmente ampi. E non è vero, come è detto in questo contesto, che l’asianesimo fosse tradizionalmente logorroico: esisteva infatti un asianesimo tutto spezzature e improvvisi scatti sintattici ad effetto, quale ad esempio poteva essere considerato già lo stile di Sallustio. D’altra parte la tradizione latina non era così inficiata di asianesimo: Catone il Censore ad esempio esortava così l’oratore: «rem tene, verba sequentur», cioè «tieni stretto l’argomento, le parole verranno»; altrettanto asciutta l’oratoria dei Gracchi; e la storiografia, ma anche l’oratoria di Cesare erano un esempio splendido della tendenza opposta all’asianesimo, definiti «atticismo», lineare, asciutta, di una sobria ed energica eleganza.
Forse era opportuna anche qualche considerazione in merito all’atteggiamento culturale di Cicerone: ad esempio egli non amava le «avanguardie», quali ad esempio il circolo dei poetae novi e di Catullo, ma era generosamente capace di elogiare opere che non rientravano nel suo canone di valori: famosa la sua definizione del poema di Lucrezio, tutto ispirato dall’odiato epicureismo, ma elogiato con queste parole: «multis luminibus ingenii, multae tam artis», e cioè «fornito di grande luminosità creativa ma anche di grande sapienza stilistica». Né si può insistere troppo sulla mancanza di spina dorsale di quest’uomo che verso il termine della vita ebbe il coraggio di scagliare le sue Filippiche contro Marco Antonio, e che seppe morire con estrema dignità offrendosi coraggiosamente al pugnale dei sicari del potente triumviro.
Ma veniamo al sontuoso libro Imperium. Prima di impegnarci in una breve discussione sul suo contenuto occorre chiedersi qual è la struttura e il prossimo futuro di questa forse troppo ambiziosa operazione editoriale: sono trecentocinquantatré pagine nel corso delle quali Tirone, lo schiavo poi liberto e infine fedele amico di Cicerone, narra la vita del suo «padrone» con uno stile gradevole e con una pregevole ma anche a volte eccessiva minuzia di particolari: e cioè la brillante carriera forense e politica, gli infiniti contatti con personaggi del ceto politico romano, i due momenti salienti di questa prima parte della vita dell’Arpinate, e cioè la battaglia forense in Sicilia contro Verre, poi, durante la pretura, la lunga e frenetica attività senatoriale dell’homo novus Cicerone, cioè «borghese» agiato; per raggiungere la carica più alta, anche se bipartita, del cursus honorum, il consolato.
E qui sorge spontanea la domanda: perché il libro si arresta alla vigilia di questa tappa, lasciando fuori la seconda parte - la più importante, politicamente e culturalmente - di questa lunga e infine tragica esperienza esistenziale? Nel 64 a.C. Cicerone aveva quarantadue anni, e morirà a sessantatré, ucciso, come si è detto, dai sicari del triumviro Marco Antonio; e in questi ventun anni ha scritto le sue opere più importanti e affrontato i rischi politici maggiori, conclusi dalla tragedia di Formia.
Nel risvolto di copertina si legge che Imperium è «il primo romanzo di una straordinaria trilogia». Ancora su Cicerone? O su altri personaggi di eccezionale rilievo, ad esempio, Cesare e Ottaviano? Ma allora perché la vita di Cicerone è qui interrotta in tronco? Non è questione da poco, e sia l’autore sia l’editore avrebbero dovuto essere più chiari in proposito e informare il lettore sul programma di questa trilogia per ora soltanto annunciata. Del resto il titolo Imperium fa pensare a una trilogia che giungerà appunto fino al passaggio traumatico dalla repubblica all’Impero.
Comunque questo «romanzo» lodevolmente documentato, o almeno attendibile, è indubbiamente apprezzabile, a parte certe lungaggini e qualche grevità linguistica (ad esempio l’aspirante console che «viene trombato», o a un altro che «fa il pieno di voti»). Ciò che invece spiace è la tendenza dell’autore a evitare ogni discorso di sostanza (e non solo di cronaca) politica. Spieghiamo: Cicerone «parte» amico dei populares e ammiratore di Gaio Mario, parente della sua famiglia, ma si sposta abbastanza rapidamente verso l’oligarchia senatoria, per finire col vagheggiare la concordia ordinum (un’alleanza della nobiltà e della borghesia ricca contro i populares: i «democratici» della sua gioventù e della sua lotta giudiziaria contro l’aristocratico Verre), e, subito dopo, il consensus omnium bonorum, alleanza di tutti gli «abbienti» di qualsiasi ceto, anche plebei e liberti (il senso di boni è appunto «galantuomini ricchi»).
In mancanza di questa visione, tutta la vicenda perde molto del suo interesse, e a volte si banalizza in una cronaca alquanto disanimata. Sempre per questa idiosincrasia all’approfondimento politico, necessario nel racconto del terribile I secolo a.C., l’autore scrive che Cicerone fece il «servizio militare», senza specificare che tale servizio significò la sua partecipazione alla guerra sociale, agli ordini di Pompeo Strabone, padre di Gneo Pompeo; e nel dar conto della crocifissione di migliaia di schiavi lungo la Via Appia, viene usata la generica definizione «schiavi ribelli», senza ricordare che essi avevano fatto parte dell’insurrezione generale degli schiavi capeggiata dal leggendario Spartaco, e che tale evento ebbe proporzioni così vaste da richiedere la mobilitazione generale degli eserciti capeggiati da Pompeo e Crasso.
Sarebbe stato troppo chiedere a un autore di fiction una maggiore profondità di analisi? Forse sì, anche perché l’autore dimostra di avere le carte in regola, e il libro ostenta una bibliografia di tutto rispetto. Ma aspettiamo comunque con grande interesse gli altri due libri della trilogia.
«Il Giornale» del 1 novembre 2006

La scuola senza qualità

Troppi docenti ma si assumerà ancora
di Angelo Panebianco

Poiché le vicende della scuola suscitano sempre scarso interesse, pochi hanno lamentato che la contestata Finanziaria del governo Prodi preveda l’assunzione in tre anni di centocinquantamila precari. Negando così due esigenze: ridurre la spesa pubblica e assumere insegnanti bravi anziché «collocare» precari. A onor di verità, qualche commentatore aveva colto per tempo l’esistenza del problema. È giusto ricordare, ad esempio, che quest’estate un importante sostenitore del governo, Eugenio Scalfari (La Repubblica, 25 agosto), considerato il numero abnorme di docenti (rispetto agli altri Paesi europei), sollevava l’esigenza di «parametrare il numero degli insegnanti nelle scuole medie sulla consistenza degli alunni». Sul Corriere del 27 ottobre Gianna Fregonara ha riportato i dati Ocse sullo stato dell’istruzione nei diversi Paesi e il giudizio impietoso che dall’Ocse arriva sulla qualità della scuola in Italia. In un altro Paese ciò sarebbe materia di scandalo, l’opinione pubblica fremerebbe e la classe politica cercherebbe un rimedio. Ma siamo in Italia: qui il governo vero della scuola, da almeno un trentennio, è delegato a un’alleanza di ferro fra burocrazia ministeriale e sindacati. Con risultati pessimi e nel disinteresse generale. Per capire come viene trattata l’istruzione basti considerare che nella Finanziaria è contenuta, nel silenzio o nella disinformazione di quasi tutti, una vera e propria riforma occulta della scuola (un’eccellente analisi è reperibile nel sito dell’Associazione docenti italiani). Non è prevista solo l’assunzione di un esercito di precari, che rende inutile ciò che è stato fatto in questi anni dalle Università, con le scuole di specializzazione, al fine di formare insegnanti di qualità. Si liquida, nel silenzio, gran parte della riforma Moratti, anche in ciò che aveva di più valido (come il doppio canale, scolastico e professionale, tanto detestato da sindacati e sinistra estrema). Si innalza poi l’obbligo scolastico (e non dovrebbe certo essere la Finanziaria a farlo), come previsto, è vero, dal programma dell’Ulivo, ma soprattutto con l’evidente intento, comprovato da dichiarazioni in tal senso di esponenti del governo, di salvaguardare e ampliare i già gonfiatissimi organici. Si lascia infine al Ministero la possibilità di fare della scuola tutto ciò che vorrà, demandandogli il compito di intervenire con venti decreti attuativi sui temi più disparati. A parte la scorrettezza di affidare alla Finanziaria la riforma della scuola lasciando all’oscuro il Paese, è la sostanza che deve preoccupare. Viene abbandonata ogni ipotesi di professionalizzazione degli insegnanti e di innalzamento della qualità dell’insegnamento e della preparazione degli alunni. Addirittura (c’è anche questa perla), si arriva di fatto a ingiungere agli insegnanti del biennio di ridurre del dieci per cento il numero dei bocciati al fine di contenere i costi. La scuola resta, anche con questo governo, ciò che è da un trentennio: una mastodontica e inefficiente struttura al servizio più della corporazione che vi lavora (ma con grande frustrazione degli insegnanti bravi che pure ci sono) che degli utenti. Una struttura nella quale, con i fallimentari risultati che l’Ocse documenta, non si deve muover foglia che il sindacato non voglia. Se si vuole un’ulteriore prova della sconfitta, culturale e politica, dei riformisti dell’Ulivo, è sufficiente leggere gli articoli della Finanziaria dedicati alla scuola, alla sua occulta riforma.
«Corriere della sera» del 30 ottobre 2006

Forza della scienza e forze dell’ignoto

di Edoardo Boncinelli

Poiché non amo le polemiche, avevo scritto sul Corriere di lunedì un breve articolo sulla realtà della scienza e sulle sue diverse dimensioni, di ieri come di oggi. Avevo affermato che la scienza ha molti nemici, ma non avevo accusato nessuno. O per meglio dire avevo accusato un complesso di forze vecchie e nuove che militano contro la scienza e i suoi metodi. Ma qualcuno si è sentito accusato e si è visto costretto a replicare. Su Avvenire di ieri è comparso un editoriale a firma di Francesco D’Agostino che commenta le mie parole, mentre all’interno dello stesso giornale si può trovare una pagina tutta dedicata al Festival della Scienza di Genova e alla sua vocazione troppo «laicista», che ospita le dichiarazioni di due ricercatori secondo i quali la ricerca avrebbe bandito la parola «mistero». Andiamo per ordine. Dopo avere riassunto correttamente i punti della mia argomentazione, D’Agostino fa alcune osservazioni. Innanzitutto concede che la scienza abbia prodotto conoscenze preziosissime ma che «non produce né sarà mai in grado di produrre, tutte le conoscenze; esistono dimensioni del sapere che non sono riducibili alle conoscenze scientifiche». Gli esempi di dimensioni del sapere citati sono quelle dell’estetica, della morale e dell’affettività. Non è proprio della scienza voler spiegare tutto; come non le è proprio usare avverbi totalizzanti come «mai» o «sempre». Se qualcuno ha affermato il contrario, non è certo uno scienziato. Una teoria che spiega tutto, hanno detto tante volte gli scienziati, non è scienza, è metafisica. In secondo luogo, «la scienza non è in grado, di per sé, di discriminare un’applicazione pratica che promuova il bene umano da un’applicazione pratica che gli faccia invece violenza». Certamente. Per questo c’è la società con le sue diverse sedi di discussione e il potere politico per metterne in pratica le decisioni. La scienza propone solo nuove soluzioni e nuovi strumenti, talvolta rivoluzionari, che la società deve vagliare con spirito aperto e informato. Più sotto si rimprovera a Galileo, che pure si era mosso nello spirito di Socrate, di avere aggiunto a questo spirito qualcosa «che, mentre potenzia la scienza come potere oggettivo, la impoverisce come sapere umano». Il fatto è che essa «coglie dei fenomeni solo la dimensione estrinseca e lascia cadere la domanda di senso». Non si rende conto D’Agostino quale sofferta rinuncia è questa per la scienza, che consapevolmente si sforza di occuparsi delle questioni più appassionanti nella maniera più spassionata? Si tratta, tra l’altro, di una rinuncia improntata alla massima modestia. La passione è fondamentale nella vita del singolo, ma può annebbiare la vista della collettività. E la scienza cerca di farsi annebbiare la vista il meno possibile. Solo così facendo è riuscita a capire e a modificare tante cose che sono rimaste per secoli minacciose e inspiegate. E veniamo infine all’argomento dell’atteggiamento della scienza rispetto al mistero. La scienza non ha bandito affatto il mistero dal suo mondo. Se è vero che ha chiarito tanti misteri esistenti in passato, è anche vero che ne ha proposti almeno altrettanti, se non di più. Ogni nuova scoperta scientifica genera nuove domande e propone nuovi problemi. Non c’è proprio da temere di rimanere senza misteri. Misteri ce ne saranno sempre. Quello che non posso avallare, però, è l’atteggiamento di coloro che sembrano dispiacersi quando si chiarisce un nuovo mistero, come se facessero il tifo per le forze dell’ignoto. Chiarire il maggior numero possibile di misteri è il nostro compito e qualcosa o Qualcuno ci ha dato la mente e la forza d’animo per farlo.
«Corriere della sera» del 1 novembre 2006
Gli altri articoli a cui si fà riferimento sono

03 novembre 2006

L’esempio di Rossi (ex Valentino): cadere e rialzarsi da soli

La sconfitta del campione mostra agli eterni adolescenti che la paura non deve paralizzare
di Geminello Alvi
Ecco lì sull’asfalto, disarcionato e in caduta trascinata perfetta accanto alla motocicletta pure lei gialla e che pare animata. Ma all’arrivo è in un’epica migliore che se avesse vinto. Valentino Rossi, seppure col viso coperto dalla calotta del suo casco, s’intende sotto non ha l’espressione di sempre, da ragazzino eterno. Finora ha vinto con incredibile talento non so quanto, e certo ha messo anche allegria, e poi non s’è montato la testa. Già è molto. Tuttavia nel suo vincere reiterato e ovvio, pareva ormai l’immagine finta di un cartone animato, anestetizzante, in una vita senza confini tra giovinezza e infanzia. E non ci fosse stata la caduta a donare la vittoria di Valencia ad un altro, sarebbe stata soltanto l’altra puntata d’una vittoria scontata. Formidabile certo. Ma quant’è più epica la sua caduta, che gli dà un destino: da giovane eterno ragazzino ce lo fa apparire divenuto un uomo. Magari ancora giovane ma con un dolore che gli da un’altra piega al viso. Perciò vale più di una vittoria. È quasi inevitabile che l’eroe per essere tale sia sconfitto, è ovvio in Omero e ancor evidente ai giapponesi, e alle anime sensate. In questo senso la caduta di Rossi, che adesso non viene più da chiamarlo Valentino, è l’evento della settimana più di ogni altro. Dunque ne deriva grande conforto, già solo perché è notizia che non riguarda gli affari della politica. Dalla quale ogni persona nutrita di sano buon senso tende a distaccarsi, pur restando una triste iattura questo governo. Rossi umiliato mentre vince l’altro meno bravo di lui, ce lo rende finalmente un altro. Ed è la notizia da capire. Tanto più interessante se solo si pensa agli altri giovani, meno fortunati e però in fondo come lui, molto più ragazzini di quanto si era prima alla stessa età. Perché non si inizia a lavorare presto come una volta e si vive anestetizzati da ipnosi tv, nervosi ma ormai sempre meno concentrati. E per certo molto più impauriti dalla vita, perché senza grandi e vere prove. Si pensi alla generazione che nel dopoguerra la sua giovinezza l’aveva bruciata in guerra, ed ereditava macerie e miseria. Beh non aveva paura come questa. E neppure quella degli Anni 70 coi suoi slanci confusi e che hanno accelerato tanti mali: era mal guidata da marxismi perniciosi. Ma peccava d’incoscienza, non di paura. E i nipoti dei primi e i figli dei secondi invece? Hanno per lo più paura di cadere, si sentono tutti senza rete. E ciò per un semplicissimo perché: non sono mai caduti; o meglio le loro esistenze, siano poveri di una periferia infame a Napoli o invece figli di ricchi milanesi, sono state sterilizzate. Tv, pedagogie nelle scuole sempre più povere di caratteri, famiglie senza una loro forza, hanno tolto verità di vita e carattere alla più parte di loro. Il prolungarsi dell’adolescenza ben oltre i trent’anni, così ben confermato dal vivere in famiglia il più possibile, non dipende solo dal precariato o da case costose. Le sociologie materialiste non possono coi loro ideologismi snob spiegare lo spirito, che è l’intelligenza e la morale della gente. Ambedue nei giovani indebolite per annegamento in videogiochi, asili socializzanti, sinistrismi della satira, università, mestieri simulati o scadenti. Cadere e rialzarsi da soli è il solo modo per migliorarsi, la sola epica. Il resto è politica, ovvero chiacchiera disutile e pessima.
«Corriere della sera» del 31 ottobre 2006

Come Google sta vendendo l’anima al marketing

Il guru dell’informatica John Battelle denuncia il nuovo sistema di persuasione occulta
di Carlo Formenti
Accuse di scarsa trasparenza al motore di ricerca «buono»

L’aura di simpatia che ha a lungo circondato Google non era solo dettata dall’efficienza del suo motore di ricerca: per i media e il pubblico la società di Mountain View era l’anti-Microsoft, emblema della «faccia pulita» della Net Economy, campione della libertà di conoscenza nonché della trasparenza informativa, alternativa «controculturale» - in quanto capace di mettere l’innovazione al servizio dell’utilità sociale oltre che del profitto - agli avidi colossi dell’industria hi-tech. Finché gli utenti di Gmail (il servizio di posta elettronica targato Google) si sono accorti che il software «leggeva» le loro mail per inserire annunci «coordinati» con i contenuti del testo, finché i dissidenti cinesi hanno preso atto che, pur di fare affari con Pechino, Google collaborava (come Yahoo e Microsoft) alla censura di Stato, finché le imprese di e.commerce hanno iniziato a sospettare che la posizione dei loro siti nei risultati delle ricerche non fosse priva di relazioni con la partecipazione al programma pubblicitario AdWords, finché i produttori di contenuti hanno iniziato a recriminare per la disinvoltura con cui sono trattati i loro copyright, finché, finché... Google sta dunque disattendendo l’ingenuo ma accattivante motto («don’t be evil», non siate cattivi) che i suoi fondatori hanno eletto a filosofia aziendale? L’interrogativo va inquadrato nella nuova fase in cui sta entrando la rivoluzione digitale. Per farlo, partiamo da una notizia di cronaca. Qualche settimana fa Netflix, un sito per la distribuzione di film online, ha indetto un concorso: premierà con un milione di dollari chiunque troverà un modo per migliorare il suo sistema di «consigli per gli acquisti» ai clienti. Parliamo di software studiati per «intuire» che novità suggerire al cliente in base agli acquisti effettuati in precedenza, una tecnologia che Amazon, la nota libreria virtuale, sperimenta da tempo, ma che appare ancora lontana dal realizzare il sogno di ogni società di e.commerce: sapere in anticipo cosa desiderano i clienti. Meglio, saperlo così bene da poter dire loro: «Ecco quello che vuoi davvero, anche se ancora non lo sai». Insomma, una tecnologia da fantascienza sul tipo degli spot tridimensionali che perseguitano Tom Cruise nel film Minority Report. Il fatto è che queste «fantasie» non sono mai state tanto vicine a realizzarsi, e Google è senza dubbio la più vicina all’obiettivo, come ci spiega John Battelle (cofondatore di Wired ed esperto di Net Economy) nel libro Google e gli altri (Raffaello Cortina Editore). Tutto iniziò con l’ossessione di Larry Page e Sergey Brin, due brillanti studenti di Stanford che sognavano di costruire un motore di ricerca che, oltre a trovare tutte le pagine web contenenti le informazioni cercate dall’utente, riuscisse a presentarle secondo un ordine di rilevanza. Così è nato Page Rank, un algoritmo di ricerca che si inspira al meccanismo delle citazioni accademiche. Come l’importanza di un saggio viene valutata in base al numero di citazioni che ottiene, e al prestigio degli autori che lo citano, l’algoritmo che ha determinato lo strepitoso successo di Google mette in cima ai risultati della ricerca le pagine che ricevono più link da altre pagine, soprattutto se queste ultime sono a loro volta al centro di una fitta ragnatela di link. Il resto è venuto di conseguenza: la qualità delle ricerche è aumentata vertiginosamente, gli utenti sono cresciuti esponenzialmente e Google si è trovata fra le mani un poderoso strumento di marketing. Grazie ai miliardi di richieste che piovono ininterrottamente sul suo sito, Google sta costruendo quello che Battelle definisce un «database delle intenzioni» (il famoso sogno di «sapere prima» che cosa vuole la gente). Di qui è nato un modello di business che sfrutta la possibilità di coordinare gli annunci pubblicitari con i risultati di ricerca, una via per invertire il rapporto fra ricerca di informazioni e mercato, nel senso che lo shopping diventa un’applicazione della ricerca. Così Google si sta trasformando nel «mediatore universale» capace di mettere in relazione qualsiasi desiderio con la sua incarnazione in merci e servizi. Producete musica, testi, video, software, notizie? Consentiteci di indicizzarli e quando la gente li troverà potrete venderli attraverso di noi. Ma perché il meccanismo funzioni, gli utenti devono essere disposti a cedere sempre più informazioni sul proprio conto. Come non sacrificare un po’di privacy in cambio della comodità di trovare senza fatica tutto ciò che si desidera? E poi di Google ci si può fidare... o no? Forse, ma Battelle invita alla prudenza: se Microsoft ha impiegato trent’anni a realizzare il suo obiettivo (mettere un computer su ogni tavolo e i suoi programmi in ogni computer), Google ne ha impiegati solo cinque a indicizzare e rendere davvero accessibile il Web, e ora che è arrivata là in cima, la «bontà» rischia di diventare un lusso. Anche perché è iniziata una guerra senza esclusione di colpi (che oltre a Google e Microsoft vede in lizza Amazon, eBay, Yahoo, Apple e Aol) per decidere chi sarà a dominare il Web del futuro, una rete che ingloberà qualsiasi oggetto in grado di ospitare un chip, «risucchiando» anche il mondo reale nel «database delle intenzioni». E visto che in guerra è difficile essere buoni, è meglio che gli utenti/consumatori tengano gli occhi aperti e ricordino che la loro privacy rischia di finire vittima di qualche casualty...

Il libro di John Battelle «Google e gli altri» (pagine 395, 24,50) è edito da Raffaello Cortina nella collana «Scienza e idee» diretta da Giulio Giorello
«Corriere della sera» del 2 novembre 2006

Piantiamola con la privacy: a un papà non si nega la foto del figlio all’asilo

Di Gian Antonio Stella
Giù le mani dai ricordi dei bambini. Il Garante l’ha detto e ridetto, scritto e riscritto, spiegato e rispiegato, ma pare che non ci sia niente da fare. Ogni giorno c’è un papà, un nonno, una zia o un fratello maggiore che, alla richiesta di fare una foto al figlio o alla nipotina con gli amichetti dell’asilo nido, della scuola materna o delle elementari si sente rispondere, più o meno cortesemente: «No guardi, niente foto: c’è la legge sulla privacy». È capitato anche a chi scrive: «No, guardi, niente foto: c’è la legge sulla privacy». Un incubo. Che i miti siano difficili da rimuovere si sa. Da sempre. Ci vollero decenni perché l’Occidente smettesse di credere all’esistenza del Prete Gianni, il Re delle Tre Indie che per il cronista Ottone di Frisinga discendeva direttamente dai Magi e poteva fermare i musulmani e portare Gesù tra i Mongoli e mandava lettere così: «Il Prete Gianni, per grazia di Dio re onnipotente su tutti i cristiani, saluta l’imperatore di Roma e il re di Francia...». Decenni perché le anime buone capissero che Marco Polo era anche un cacciaballe almeno quando, come spiega Jean-Paul Roux ne «Gli esploratori nel Medioevo», raccontava che alla corte dell’imperatore cinese c’erano delle coppe «sistemate a dieci passi dalla tavola, colme di vino, di latte e di altre buone bevande» e che «per opera degli incantatori, esse si sollevano e vanno a presentarsi al Gran Khan quando egli vuole bere, senza che nessuno le tocchi». Dobbiamo aspettare decenni perché la legge sulla privacy esca dalla dimensione delle leggende metropolitane per essere infine applicata con buon senso? Strano Paese, il nostro. Di qua ci sono leggi che un sacco di italiani ignorano facendo spallucce, a cominciare dall’evasione fino al Codice della strada. Di là una legge, sulla privacy, che vede quotidianamente schiere di petulanti sacerdoti impuntarsi su certe applicazioni così rigide, formaliste, esasperate, da ridicolizzare anche la norma più seria. Un parroco chiede al comune l’elenco dei residenti per benedire le case, se lo desiderano, dei nuovi arrivati nel quartiere? Spiacenti, c’è la legge sulla privacy. Un cronista chiede al funzionario siciliano Felice Crosta se è vero che viene pagato 1.553 euro al giorno? Spiacente, c’è la legge sulla privacy. Un papà preoccupato per il figlio va a leggere il suo diario? Lo assolvono perché riesce a dimostrare che aveva buoni motivi, ma la sentenza spiega che è un reato: c’è la legge sulla privacy. I vigili urbani di Firenze non vogliono storie con automobilisti che contestano le loro scelte? Chiedono di non firmare più le multe: c’è la legge sulla privacy. Il sindaco di un paesino lecchese, Abbadia Lariana, apre un sacchetto della spazzatura per risalire attraverso un bigliettino al sozzone che l’ha abbandonato lontano dal cassonetto? Un giudice che lo condanna: ha violato la privacy. I parenti disperati scoprono che Rocco Pellicani, un fruttivendolo ambulante, è da sei mesi nella cella frigorifera di un ospedale milanese? Spiacenti, i nosocomi non avevano mai risposto alle loro suppliche perché c’è la legge sulla privacy. Il garante della trasparenza chiede elenco dei pagatissimi consulenti della Regione Sicilia? Spiacenti, c’è la legge sulla privacy. Piantiamola. Soprattutto per rispetto dei bambini. Il Garante l’ha già scritto in una lettera al Corriere del 17 dicembre 2003: «L’uso di videocamere o macchine fotografiche per documentare eventi scolastici o conservare ricordi dei propri figli non ha niente a che fare con le norme sulla privacy. Si tratta, infatti, di immagini (...) raccolte per fini personali e destinate a un ambito familiare o amicale: il loro uso, quindi, è del tutto legittimo». Papà, mamme, nonni, nonne, zie e fratelli maggiori ci diano dentro. Clic.
«Corriere della sera» del 1 novembre 2006

Se Romolo batte anche Di Caprio

L’antichità piace ai giovani
di Andrea Carandini
Mattina fulgente a Roma domenica scorsa. Non verrà nessuno, mi sono detto, ripassando la lezione. Prove di luci e audio nell’aula Sinopoli dell’Auditorium; un po’di panico. Il comune e l’editore Laterza mi avevano chiesto di raccontare la prima di nove date fatidiche di Roma: quella della fondazione della città. Dovevo dire che gli storici attuali avevano sbagliato a non credere a Cicerone, Livio, Dionigi e Plutarco e che venti anni di scavi davano ragione agli antichi... Un re, probabilmente di nome Romolo, quelle imprese le aveva fatte e proprio nell’VIII secolo a.C. Ore 10 e 30, le porte si spalancano e un’orda riempie 1300 posti, in un baleno. Nell’androne e fuori, una calca; la caposala mormora: più gente che con Leonardo Di Caprio. Mi sono detto: facilitare il tutto? No, sono stufo del vino annacquato dato alla gente e spacciato per Barolo, dei diplomi chiamati lauree... Voglio narrare trascinando loro nei secoli, nei metodi, e son partito dal 21 aprile, la data di Roma condita, fondata. Ho parlato del Palatino benedetto, del Foro, Campidoglio e Arce, centro sacrale e politico della città, della divisione del tempo, dello spazio e degli uomini e infine del re, del consiglio e dell’assemblea: è la prima Costituzione di Roma. Non è forse questa la magna charta di ogni successiva monarchia costituzionale (lo pensò già Mommsen), la «sindrome occidentale» in cui è la nostra identità precristiana? Il silenzio era assoluto; non sapevamo che fuori erano in tremila a rumoreggiare, e quando hanno proposto un concerto in alternativa, fischi... Mai le scienze storico-archeologiche avevano raccolto tanta folla. Così, terminata la discussione, conclusa da una bambina che voleva sapere della morte di Remo, ho pensato: bisogno di identità, di dipanare gli arcani della città? Se uno vuol conoscere Roma non ha un luogo che sappia raccontarla, come il Museo di Amsterdam, che parte da due capanne e finisce al piano regolatore. Nessuna città italiana ha un museo che la spieghi, per grandi periodi storici, nei suoi paesaggi, nelle architetture e negli oggetti ricondotti alle costruzioni. All’Auditorium era la sconosciuta élite dell’immane ceto medio, enorme anch’essa, che si era svegliata, stufa di fragori musicali e discoteche; veniva dal vecchio professore volendo sapere quel che né la Tv, né i musei, né le mostre sanno dire. Di fronte a questa domanda sconcertante bisogna attrezzarsi per offrire ricostruzioni, narrazioni. Invece il Foro e il Palatino sono privi di didascalie e nessuno sa che cosa veramente sono, mentre i greci venerano l’Acropoli. Le corporazioni amministrative e accademiche, serrate in sé, sono autoreferenziali, ma la Costituzione prescrive che dovrebbe essere la Repubblica a salvare e ridare valore al nostro patrimonio storico. Urge dunque, più che una «restaurazione», una «riforma», che punti a un «sistema» per i beni culturali, che coinvolga Stato, regioni, università e privati, assicurando finalmente l’interesse generale. Idee del genere sono nel programma del governo, ma stentano a tradursi in azione. Su Roma abbiamo ancora in mente il racconto del fascismo, perché il nostro deve ancora nascere... La soluzione che propongo è dunque che tutte le competenze cooperino nel ricomporre e nel raccontare il passato; solo così potremo anche salvarlo. Se non è di utilità per la vita, il passato perderemo. Le soprintendenze devono risorgere, ma come centri di un sistema che sappia includere anziché escludere, mentre esse sono ora al centro solo di sé medesime. E anche l’università, sempre dimenticata, una mano potrebbe darla.
«Corriere della sera» del 1 novembre 2006

01 novembre 2006

Il latino e la cyclette

di Massimo Gramellini
Pur non appartenendo alla schiera degli atei devoti che si entusiasmano a ogni sortita dei preti, vorrei appoggiare una battaglia davvero moderna della Santa Sede: lo studio del greco e del latino. E' stato il Pontificio comitato di scienze storiche, nel silenzio imbarazzante dei governi «laici», a lanciare l'allarme. I giovani europei conoscono sempre peggio le lingue morte, eppure questo non li ha resi affatto più vivi. Una colossale idiozia propalata dal luogo comune è che Pindaro e Virgilio non servano a nulla. Come dire che la cyclette è inutile perché al termine dello sforzo non ti sei mosso di un millimetro. Ora, è evidente che in nessun colloquio di lavoro ti chiederanno il quinto canto dell'Eneide (magari nemmeno per diventare insegnanti di latino) e che nessuna ragazza pretenderà di essere corteggiata con i versi dei lirici greci, per quanto più struggenti di tante frasette che si trovano nei cioccolatini. Dal punto di vista di un'utilità immediata, quindi, Pindaro e Virgilio non producono risultati. Però allenano a pensare. Attività fastidiosa e pesante. Ma ancora utile. Anche per trovare un lavoro o una ragazza.
Latino e greco sono codici a chiave, che si aprono soltanto con il ragionamento e un'organizzazione strutturata del pensiero. Insegnano a chiedersi il perché delle cose. Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita. Non è un caso se i migliori studenti delle facoltà scientifiche provengono dal liceo classico. Un tempo queste considerazioni abbastanza ovvie venivano fatte dai genitori, per convincere gli adolescenti riottosi a cogliere la vitalità latente di una lingua morta. Adesso si preferisce tacere, forse per rispettare il diritto dello studente a rovinarsi il futuro con le proprie mani.
«La Stampa» del 31 ottobre 2006

Dino Buzzati, Il colombre

TI PROPONGO QUESTA BELLA PAGINA DI BUZZATI, DI CUI RICORRE IL CENTENARIO DELLA NASCITA ... MAGARI POTREBBE ESSERE UN'IDEA PER LA PRIMA PROVA DELL'ESAME DI STATO, NO?
Quando Stefano Roí compí i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo.
«Quando sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della tua. »
« Che Dio ti benedica, figliolo » rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé.
Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni.
Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave.
Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente.
Il padre, non vedendo Stefano più in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo.
« Stefano, che cosa fai lí impalato? » gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde.
« Papà, vieni qui a vedere. »
Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscì a vedere niente.
« C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia » disse « e che ci viene dietro. »
« Nonostante i miei quarant’anni » disse il padre « credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente. »
Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire.
« Cos’è? Perché fai quella faccia? »
« Oh, non ti avessi ascoltato » esclamò il capitano. « Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. E’ il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue. »« Non è una favola? »
«No. Io non l’avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l’ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e chiude, quei denti terribili. Stefano, non c’è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e finché tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna.» Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, coi pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo.
Quindi ripartí senza di lui.
Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l’ultimo picco dell’alberatura sprofondò dietro l’orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscí a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il "suo" colombre, che incrociava lentamente su e giù, ostinato ad aspettarlo.
Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell’interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa. appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l’estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all’assedio.
Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell’aperto mare, il sinistro pesce andava su e giù, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall’acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva.
Cosí, l’idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sí, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel più remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare più vicino, con l’inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato.
Stefano, ch’era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e rimunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente.
Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall’impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione.
L’avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia.
E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.
« Non vedete niente da quella parte? » chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia. « No, noi non vediamo proprio niente. Perché? » « Non so. Mi pareva... »
« Non avrai mica visto per caso un colombre » facevano quelli, ridendo e toccando ferro.
« Perché ridete? Perché toccate ferro? »
« Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto. »
Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo.
Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentì padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall’animo quel continuo assillo; né mai, d’altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese.
Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente.
Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all’altro.
Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell’abisso.
E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo dei porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L’altro, sull’onore, promise.
Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant’anni, inutilmente.
« Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo » disse « con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo. »
Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi sali, dopo essersi fatto dare un arpione. « Ora gli vado incontro » annunciò. « E’ giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze. » A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte.
C’era in cielo una falce di luna.
Non dovette faticare molto. All’im’provviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca.
« Eccomi a te, finalmente » disse Stefano. « Adesso, a noi due! » E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l’arpione per colpire.
« Uh » mugolò con voce supplichevole il colombre « che lunga strada per trovarti.
Anch’io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente. » « Perché? » fece Stefano, punto sul vivo. « Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l’incarico di consegnarti questo. » E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente.
Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi.
« Ahimè! » disse scuotendo tristemente il capo.
«Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.»
« Addio, pover’uomo » rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre.
Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo.
Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro.
A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.
(Oscar Mondadori, Milano, 1992)

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31 ottobre 2006

La scienza è democrazia. E’questo che non piace?

di Edoardo Boncinelli

Per la scienza i tempi si fanno sempre più duri. Soprattutto per la scienza di base, quella volta a esplorare il mondo e a cercare di chiarirne i misteri. Si moltiplicano gli appelli ai giovani perché si dedichino alle discipline scientifiche; si moltiplicano le dichiarazioni ufficiali di appoggio alla ricerca; si moltiplicano i Festival che avvicinano sempre più gente, soprattutto giovane, al mondo della scienza e delle sue realizzazioni, ma l’atteggiamento globale verso la scienza non migliora, se addirittura non peggiora. Non più tardi di ieri, infatti, il vescovo di Genova, ha criticato il Festival della Scienza perché «troppo a senso unico», e indirettamente la scienza «che non può essere del tutto libera, senza alcun vincolo». In un paese che destina le briciole del suo bilancio alla ricerca e ai suoi operatori, ci si potrebbe almeno aspettare un atteggiamento positivo e di apprezzamento nei riguardi della scienza, ché tanto non costa nulla. Ma non è così. L’attacco viene da più parti ed è frontale: la scienza viene criticata nei suoi presupposti, nei suoi risultati e nelle sue applicazioni, il tutto nella patria di Galileo! La scienza produce conoscenza, applicazioni pratiche e cultura ed è portatrice di un particolare atteggiamento mentale. Per quanto riguarda la conoscenza, il progresso scientifico ci ha permesso di comprendere cose inimmaginabili, del cielo, della terra, degli esseri viventi e della mente. Ma secondo alcuni questa non è vera conoscenza: si tratta di verità parziali, temporanee e settoriali. Come se esistesse un’altra attività umana che ci dà verità globali, eterne e universali. La scienza ha portato, in concorso con la tecnica o indipendentemente da quella, uno stuolo di applicazioni pratiche in tutti i campi, che tutti, senza eccezione, utilizzano. Ma è vezzo comune parlarne solo male, evidenziandone i rischi e la potenza disumanizzante. La scienza ha introdotto nel nostro linguaggio quotidiano concetti e argomenti che hanno dato nuova linfa alla nostra cultura, dischiudendo ai nostri occhi orizzonti ideali senza precedenti, sul mondo che vediamo come su quello che non vediamo, perché popolato di entità troppo grandi o troppo piccole per i nostri sensi. Se non si dedica primariamente alle cosiddette grandi domande di senso - colpa fondamentale per qualcuno - ha comunque contribuito a cambiare la formulazione della maggior parte di esse. Che secondo me è il massimo che si possa fare. La scienza è infine un metodo, uno stile di lavoro e una mentalità. La scienza educa allo spirito critico, alla non accettazione di affermazioni date per scontate, alla messa in discussione del più alto numero possibile di presupposti a priori, all’ascolto delle argomentazioni dell’altro, alla critica e alla disponibilità a essere criticati. Tutto questo costituisce secondo me anche il fondamento della democrazia, almeno nella sua accezione moderna. Probabilmente è il contributo dato alla cultura e alla diffusione dello spirito critico che i nemici della scienza vogliono colpire. Ma non osano e allora chiamano in causa e criticano il suo potere esplicativo e predittivo e le sue applicazioni pratiche, delle quali tra l’altro la scienza più vera e profonda potrebbe benissimo fare a meno. Si dice che la scienza abbandonata a se stessa potrebbe portare guasti infiniti e addirittura autodistruggersi. Innanzitutto, questo è vero per qualsiasi cosa: niente è bene se abbandonato a se stesso. Ma non sarà certo la scienza quella che correrebbe più velocemente verso il disastro una volta abbandonata a se stessa, essendo opera di pochissimi individui, che sono per giunta scontrosi e individualisti per natura. In secondo luogo, se davvero si ravvisa questo pericolo, non lasciamola sola: studiamola, frequentiamola, esploriamola, tentiamola. E magari facciamola.
«Corriere della sera» del 30 ottobre 2006

Ok alla scienza: rispettiamone però i limiti

Boncinelli, niente dietrologie
di Francesco D'Agostino
Accusare non è mai gradevole. Ancora più sgradevole, però, è essere accusati. Ancor più quando gli accusatori sono scienziati (come ha fatto ieri sul «Corriere» Edoardo Boncinelli) e gli accusati tutti coloro che, pur rispettando profondamente la scienza e pur riconoscendone tutti gli autentici meriti, non assumono però nei suoi confronti quell'atteggiamento di soggezione, e - diciamolo pure - di venerazione, che con un bel po' di tracotanza certuni tra gli scienziati pensano sia doveroso nei confronti della scienza, in nome dei suoi indiscutibili meriti. Che si riassumerebbero essenzialmente in tre punti: la scienza aiuta l'umanità a progredire nel sapere; le reca innumerevoli benefici a seguito delle tecnologie che essa consente di elaborare; e infine, mettendo a disposizione dell'umanità in modo esemplare il suo stile di lavoro e il suo metodo critico, contribuisce in modo essenziale al diffondersi di quel bene, oggi irrinunciabile, che è il metodo democratico.
Ora, per quel che riguarda i meriti della scienza, è indubbio che le cose stiano così, ma non del tutto. E gli scienziati, poiché amano o dovrebbero amare la precisione e il rigore sopra ogni cosa, dovrebbero essere i primi ad ammetterlo. La scienza produce conoscenza? È indubbio! Produce conoscenze preziosissime. Ma non produce, né sarà mai in grado di produrre, tutte le conoscenze: esistono dimensioni del sapere (quelle estetiche, quelle morali, quelle affettive, quelle in cui si condensa l'esperienza di vita, quelle in sintesi che hanno dimensioni personali) che sono autentiche, ma non riducibili alle conoscenze scientifiche (che sono invece per loro natura oggettive, formali, astratte, necessariamente impersonali). La scienza produce utilissime applicazioni pratiche? È indubbio! Ed è da sciocchi parlarne male o anche solo minimizzarle.
La scienza però - e gli scienziati sono i primi a saperlo -- non è in grado, di per sé, di discriminare un'applicazione pratica che promuova il bene umano ( come una terapia) da un'applicazione pratica che gli faccia invece violenza (come una manipolazione).
Ed arriviamo infine al cuore del problema. La scienza ha un suo metodo: educa allo spirito critico, non dà nulla per scontato, è attenta alle argomentazioni dell'altro, è sempre disponibile ad essere criticata (in sintesi: è un sapere strutturalmente antidogmatico).
Uno scienziato che abbia letto solo qualcosa di Platone ammetterà che questo, prima ancora che di Galileo, è lo spirito di Socrate. È ovvio che Galileo ha aggiunto qualcosa a Socrate, ma proprio questo qualcosa è ciò che, mentre potenzia la scienza come sapere oggettivo, la impoverisce come sapere umano: è lo sguardo circoscritto, che coglie dei fenomeni solo la dimensione estrinseca e lascia cadere la domanda di senso. Torna alla mente la vicenda grottesca narrata da Musil (che, ricordiamocelo, di scienza se ne intendeva) in quell'opera capitale del Novecento che è L'uomo senza qualità: al marito che piange la morte improvvisa e inaspettata della moglie, e gemendo si chiede ad alta voce: Perché sei morta?, lo scienziato (o meglio lo scientista di turno) risponde meravigliato in un modo che è assieme scientificamente esatto ed umanamente assurdo: Caro Signore, ecco la risposta alla sua domanda: sua moglie è morta per arresto del cuore. L'incapacità - tutta scientifica - di percepire le domande di senso non va imputata alla scienza, ma a coloro (gli scientisti) che pensano che poiché la risposta a tali domande non è riconducibile alla logica della scienza, queste domande vanno a loro volta ritenute prive di senso.
Chi mostra i limiti costitutivi della scienza non è un nemico dello spirito critico, né meno che mai del progresso del sapere o dei benefici che la tecnologia ha apportato e continuerà ad apportare al genere umano. Lo spirito critico sta a cuore a tutti gli uomini che amano il sapere, perché senza spirito critico non c'è sapere di sorta.
Gli scienziati dunque si tranquillizzino e rinuncino a sterili dietrologie; chi vuole mostrare i limiti della scienza non è un nemico né della democrazia, né a maggior ragione della scienza: è piuttosto chi con Pascal (un altro che di scienza se ne intendeva!) è convinto che solo chi ama la verità è in grado di conoscerla. Nell'amore si fondono la logica dell'intelletto e quella del cuore: ambedue le logiche devono starci a cuore, perché solo grazie al loro equilibrio si può generare il bene dell'uomo.
«Avvenire» del 31 ottobre 2006

Il bazar mondiale dei video online: You tube

Un «archivio» di filmati gratuiti e fai da te che ha già superato i 100 milioni: 65.000 novità al giorno e più di venti milioni di visitatori al mese. Sono i dati di quello che in un anno è diventato un nuovo punto di riferimento nella Rete: una vera rivoluzione mediatica
di Elena Nieddu
Quello di Martin Harris è stato per giorni il filmato più selezionato: un uomo di 86 anni racconta all'obiettivo fisso di una videocamera storie della seconda guerra mondiale con la voce incrinata dei ricordi. In un altro video i ragazzi della seconda E documentano l'ora dell'intervallo, urla e corse nei corridoi di un liceo. Un collage di servizi della Cnn sovrappone fatti e opinioni sulla questione del nucleare in Corea del Nord. E due ragazze, Lita e Adi, cantano e ballano davanti allo specchio di una normalissima abitazione privata.
Questo è YouTube, il fenomeno Internet del momento. Un sito che raccoglie ogni tipo di filmati amatoriali, di qualunque provenienza, argomento e qualità audiovisiva. Uno zibaldone di immagini dell'era contemporanea, un gigantesco mercatino dell'usato, con più di 100 milioni di video a disposizione gratuitamente, ogni giorno.
Il funzionamento di YouTube è molto semplice. Chiunque può girare un filmato e «riversarlo» sul sito. Qui diventa automaticamente accessibile agli altri utenti, che possono a loro volta rispondere con altri video o commentare le immagini attraverso messaggi scritti.
Dal febbraio 2005, da quando due ex dipendenti della società di pagamenti on line PayPal lanciarono questo nuovo spazio di comunicazione, YouTube è la realtà della Rete in in più forte espansione, con 65mila nuovi filmati aggiunti ogni 24 ore, più di 20 milioni di visitatori al mese. Una platea che fa gola ai pubblicitari e, ancora una volta a sei anni dall'esplosione della bolla della new economy, attira capitali. Come quelli del motore di ricerca Google, l'indice più utilizzato nella Rete, che ha recentemente acquistato YouTube per 16,5 miliardi di dollari. Un investimento da capogiro per un ambiente che offre ampie praterie di visibilità agli strateghi della pubblicità, in tutte le sue molteplici forme. Anche se c'è chi è scettico a questo riguardo. «Chi pensa di guadagnarci sbaglia», avvertono le Cassandre, mettendo gli investitori davanti a un'amara verità: Internet è il mondo del «freeware», del gratis a tutti i costi. Follia sarebbe far pagare i video scaricati. E ricordano quello che successe a Napster, famosissimo sito di condivisione di file musicali, che appena diventò a pagamento fallì tristemente.
Su YouTube, dicevamo, si trova di tutto. Ma per non lasciare l'utente solo davanti al mare magnum del visibile, il sito è ben organizzato: in sottocartelle che segnalano quali sono i video più cliccati del momento e quali i più commentati. C'è anche un sistema di ricerca che permette di trovare subito tutti i filmati su un determinato argomento, siano le teorie del complotto sull'attentato dell'11 settembre 2001 o il piccolo Jacopo che insegue i piccioni in piazza del Duomo. E se un video non piace, si può scrivere all'autore, presentando le proprie rimostranze. Il sistema funziona con la logica della segnalazione: ovvero, trovo un filmato interessante e lo consiglio a un amico, che a sua volta si precipita a vederlo, aumentando il numero degli accessi e quindi rendendo il sito ancor più visibile. Così si creano veri e propri «casi», che rimbalzano nel sistema dei media tradizionali, sulle agenzie di stampa: come quello delle due ragazze israeliane che semplicemente ballando davanti alla webcam hanno ottenuto in pochi minuti 10 milioni di contatti e sono finite su un dispaccio della Reuters. O quello di Martin Harris, che ha raccontato agli youtubers la sua esperienza come militare nella campagna di Francia durante la seconda guerra mondiale, suscitando i commenti di altri veterani in tutto il mondo.
Ma almeno due problemi sono dietro l'angolo. Il primo è quello dei diritti: nonostante sia esplicitamente vietato, sono numerosissimi i contributi protetti da copyright che vengono immessi nel sistema. Per questo recentemente abbiano protestato 23 aziende giapponesi, tra le quali emittenti televisive, case discografiche e cinematografiche, che hanno chiesto a YouTube di oscurare 30mila video, accusan do i gestori del sito di violazione delle leggi nipponiche del diritto d'autore. Il secondo, non meno grave, è l'esposizione di un pubblico fatto prevalentemente di adolescenti a visioni potenzialmente inadatte: per quanto molti browser (i programmi che consentono di navigare su Internet) si siano attrezzati con sistemi che bloccano la visione di siti porno o violenti, il controllo rischia di essere sempre insufficiente. E allora? Come ogni novità nel campo della comunicazione, YouTube dev'essere perfezionato. Ma chi dovrà progettare correttivi, dovrà pensare a non deludere - almeno apparentemente - le aspettative della generazione nata e cresciuta sulla Rete: la possibilità di partecipare, e la sensazione di libertà. Se di vera libertà e di vera partecipazione si tratta, saranno i posteri a dircelo.
«Avvenire» del 29 ottobre 2006

27 ottobre 2006

Inossidabile infinito

Parla l'astrofisico Jean-Pierre Luminet: «È un concetto fecondo. L'uomo ne ha bisogno anche per comprendere le cose finite»
Di Luigi Dell'Aglio
«Ogni 25 anni i fisici annunciano la sua morte Ma poi risorge sempre...»
«Chi è? Oh, benissimo, fate entrare l'infinito». Perché non si dubitasse delle sue convinzioni materialistiche, il poeta francese Louis Aragon sull'infinito ci scherzava in versi. L'astrofisico francese Jean-Pierre Luminet, da scienziato, prende invece sul serio la questione: «Tutto ciò che riusciamo a conoscere sperimentalmente non è infinito. Ma, appena ci mettiamo a pensare, ecco che fa la sua comparsa l'idea dell'infinito». Ogni quarto di secolo, i fisici cambiano parere sull'infinito: prima esiste, poi non esiste, poi di nuovo esiste. Tanto che, a conclusione del suo libro Finito o infinito?, recentemente pubblicato da Cortina e scritto con Marc Lachièze-Rey (pagine 178, euro 19,00), Luminet esclama esultante: «L'infinito è morto. Viva l'infinito». Soppesata la questione, Luminet si persuade che, quando da una teoria viene eliminato l'infinito, ci si ritrova poi con una teoria nuova che postula, a sua volta, un nuovo infinito. Se lo cacci dalla porta, rientra dalla finestra, spiegherà sabato al festival della Scienza di Genova in una conferenza dal titolo «Sull'infinito. Limiti ed enigmi dell'universo».

Professore, perché l'infinito è come l'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri?
«L'infinito, nello spazio e nel tempo, ha tormentato tutti i grandi pensatori della storia. Ma non è stato mai liquidato. Perché alla nozione di infinito si deve ricorrere spesso. È un concetto fecondo. L'uomo, essere finito, ha bisogno dell'infinito anche per comprendere le cose finite».

L'infinito regna nella matematica. Ma tanti scienziati lo detestano. Perché?
«Tutta la matematica sembra costruita sul concetto di infinito. Non esiste un numero "ultimo"; dopo quello, ce ne sarebbe sempre un altro. Ma non pochi fisici allontanano l'idea di infinito. Come se ne avessero orrore. Come per ribellarsi all'affascinante ipotesi di un aldilà che possa offrirci una promessa infinita. Sembra che covino un rifiuto violento, un "no" irraziona le, passionale. Chissà, forse pensano, come lo psicanalista Jacques Lacan, che "si riesce a sopportare la vita soltanto perché ha un termine". E sono tanti gli esempi di odio per l'infinito e per gli "infinitisti"».

Il caso più clamoroso?
«Il più drammatico, direi: la congiura contro Georg Cantor, matematico tedesco, uno dei più appassionati "visionari dell'infinito". Oggi le sue ricerche sono considerate le basi della matematica moderna. Ma allora (alla fine dell'Ottocento) furono scartate con ripugnanza. Cantor venne isolato e finì per diventare pazzo».

Il mondo della scienza ha i suoi omicidi bianchi. Ma l'altalena finito-infinito quando è cominciata?
«Per Aristotele, l'infinito è solo potenziale, non attuale. Perché nessuno può indicare un numero ultimo che sia "attualmente infinito". Per il filosofo Archita di Taranto era invece assurdo un universo finito. "Finisce con un muro? - si chiedeva - No. Arrivato al confine, io potrei sempre allungare una mano oltre. Allora è infinito". Nel Quattrocento il filosofo Nicola Cusano disse: "La fabbrica dell'universo ha ovunque il suo centro, e la sua circonferenza da nessuna parte". E Cartesio: l'intelletto finito è in grado di riconoscere l'infinito, ma solo Dio è infinito. Cantor, tre secoli dopo, ribatte: "La più alta perfezione di Dio è la possibilità di creare un insieme infinito, e la sua immensa bontà lo conduce a crearlo"».

Nella storia della scienza - in tema di infinito - si è discusso molto sui famosi paradossi. Mettevano alla prova gli intelletti più acuti.
«Nel paradosso di Zenone, una freccia viene scagliata contro il bersaglio ma non lo raggiunge mai. Infatti, percorsa la metà del suo cammino, gliene resta da percorrere un'altra metà, e poi la metà della metà, eccetera, e non si finisce più. Per lo stesso motivo, Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Per John Stuart Mill, però, il paradosso nasce dalla confusione tra tempo indefinitamente divisibile e tempo infini to».

La cosmologia moderna ha aperto un dialogo, o continua il duro scontro di una volta?
«La questione finito-infinito viene ora affrontata con una certa tranquillità. Nei primi decenni del Novecento, c'è stata la rivoluzione cosmologica. Il merito è della teoria della relatività generale di Albert Einstein e delle numerose scoperte astronomiche. I concetti di tempo e spazio subiscono modifiche. L'universo non è più una struttura immutabile. Si afferma l'idea che è possibile concepire uno spazio che sia, al tempo stesso, finito e senza confine. Non si parla più di paradossi e contraddizioni: finito e infinito sembrano ugualmente possibili. E, per farlo capire meglio, nel mio libro ho messo una frase dell'umorista francese Pierre Dac: "l'infinito è lungo, soprattutto verso la fine"».
Avvenire del 25 ottobre 2006