21 novembre 2010

L’altra faccia di Ulisse: segreti e tradimenti di un eroe

«Il signore degli inganni» di Zachary Mason propone una serie di variazioni sul mito protagonista dell’Odissea
di Eva Cantarella
Emerso dai cumuli di immondizia disseccati di Ossirinco, un papiro pretolemaico ci ha restituito quarantaquattro succinte variazioni della storia di Ulisse: così si legge nella Prefazione a Il signore degli inganni. I libri perduti dell’Odissea di Zachary Mason (Garzanti, traduzione di Laura Noulian). Una notizia che sconvolgerebbe il mondo dell’antichistica e non solo, se vera. Ma ovviamente non lo è. È un’invenzione letteraria che consente a Mason di presentare una serie di brevi racconti che parlano, o fanno riferimento, al ritorno di Ulisse dalla guerra di Troia. Di riscrivere, insomma, un’Odissea diversa da quella omerica, piena di colpi di scena e di sorprese.
A cominciare da quella di cui al primo racconto. Tornato in patria, Ulisse scopre che Penelope si è risposata. Ovviamente, che in vent’anni le cose potessero essere cambiate se l’era immaginato, e aveva pensato al peggio (la città abbandonata, Penelope morta), ma che lei avesse smesso di sperare nel suo ritorno, questo no, non se lo sarebbe mai aspettato: «Un viaggio così lungo - pensa - e tanti di quei posti in cui avrei potuto fermarmi». Una frase che l’Ulisse omerico avrebbe ben difficilmente detto.
È un personaggio molto diverso da quello che Omero ci ha insegnato a conoscere, quello dei «libri perduti», e diverse sono anche le sue avventure e le sue scelte. Giunto alla terra dei Feaci, per cominciare, sposa la figlia del re, la bella Nausicaa, sedotto non solo dal fascino di lei, ma anche e in primo luogo avendo presenti «i vantaggi di un nuovo matrimonio rispetto agli svantaggi di un mare senza sentieri» (racconto numero 23). Questo Ulisse, inoltre, grazie alla proverbiale astuzia, in una delle «variazioni» (numero 21) riesce a sposare Elena: proprio lei, la causa della guerra. E sempre grazie alla sua astuzia riesce a far sì che a Sparta, come moglie di Menelao, vada la fida Penelope (che tanto fida non era, visto che, a breve distanza dal matrimonio, trovando Menelao insopportabile, si lascia sedurre da Paride, e fugge con lui). Altra sorpresa: le disavventure di Ulisse non sono affatto dovute all’ira di Poseidone, al quale aveva accecato il figlio Polifemo. Dipendevano dal fatto che aveva osato respingere le avances di Atena, la dea sua protettrice (numero 13).
Inutile soffermarsi su altri racconti: a questo punto, le ragioni del successo del libro sono intuibili. Diventato rapidamente un caso letterario, ha entusiasmato la critica anglosassone, che lo ha giudicato (son parole di Simon Goldhill sul TLS) «forse il più rivelatore e brillante incontro in prosa con Omero, dopo James Joyce». Non è mancato chi ha avvicinato Mason a Borges, e chi leggendolo ha pensato a Calvino. E alle suggestioni e agli accostamenti letterari si potrebbe aggiungere un altro merito non da poco: i «libri perduti» aiutano a riflettere sulla natura e il valore del mito. Nati nella civiltà della scrittura, noi tendiamo a pensare ai testi come a qualcosa di immutabile, ma nelle società orali, quale fu la Grecia arcaica (e in notevole misura anche quella classica), chi ripeteva i racconti tradizionali che fornivano argomento ai miti li modificava, oltre che per seguire il proprio estro poetico, a seconda del messaggio che voleva trasmettere.
Di ogni mito esistevano infinite varianti, che a volte raccontavano storie radicalmente diverse. Un esempio fra tanti: secondo una delle versioni della sua storia Elena non aveva mai abbandonato Sparta e Menelao; secondo altri era partita per Troia, ma non vi era mai arrivata: la nave sulla quale era imbarcata era stata gettata sulle coste egiziane da una tempesta, Elena era stata condotta alla reggia di Memphis, dove era rimasta per tutto il tempo della guerra. A Troia era arrivato un eidolon, un suo simulacro fatto d’aria. Per giustificare Elena, queste versioni fanno combattere a greci e troiani una guerra decennale per una nuvola.
Quel che «i libri perduti» dell’Odissea ci ricordano è che il racconto omerico del ritorno di Ulisse è solo uno dei tanti modi di scegliere e organizzare la materia mitica, che i primi a reinventare imiti furono i greci stessi, e che è stata questa continua reinvenzione a renderli immortali. Ben venga dunque, anche per questo, questa nuova, bellissima riscrittura dell’Odissea.

Zachary Mason, Il signore degli inganni. I lbri perduti dell'Odissea (traduzione di Laura Noulian), Garzanti, pp. 223, € 15,60
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2010

Un conto di orrori e libertà: il male (e il bene) del progresso

Conversazione con Cesare De Michelis
di Claudio Magris
La modernità ha prodotto tirannie e manierismi. Ma anche affrancamenti e capolavori artistici
«Bisogna essere assolutamente moderni», dichiara Rimbaud; la «modernità» non è intesa quale definizione cronologica, bensì quale svolta epocale e metafisica, quale necessità di proiettarsi in avanti in un progresso illimitato, cambiando la società e la vita, creando l’Uomo Nuovo, l’arte nuova, in una totale discontinuità col passato. Da tutto ciò sono nate molte liberazioni ed infamie, capolavori artistici e manierismi tirannici, benessere e crescita illimitata sino all’autodistruzione.
Su questo vulcano vitale e distruttivo è uscito il volume Moderno antimoderno di Cesare De Michelis, libro «imponente e appassionato» - come ha scritto in un incisivo articolo Alfonso Berardinelli - che affronta il Novecento «doloroso» e «innominabile» con acuminata polemica nei confronti dei suoi sogni totalitari ma con «attenzione fedele e fraterna», per citare ancora Berardinelli. L’avversione di De Michelis ad un certo pathos moderno dell’assoluto (anche quando l’assoluto è negato) deriva da una scettica e generosa inclinazione ad aiutare gli uomini senza pretendere di renderli perfetti, nel timore che l’eliminazione del male finisca per togliere di mezzo, insieme al male, la vita stessa. È un libro di letteratura europea (o mondiale, Weltliteratur) esemplificata su autori italiani analizzati, in splendidi ritratti, con lucidità critica e partecipazione affettiva. «La tua critica alla febbre del progresso - gli dico incontrandolo nel modesto bar della stazione di Portogruaro -, ai suoi sogni di redimere il mondo anche passando attraverso la distruzione, alla sua radicale trasformazione di una plurisecolare tradizione e della vita stessa, è in fondo soprattutto una critica alla borghesia e al capitalismo. È la borghesia moderna - che proprio perciò affascinava Marx - che ha distrutto la civiltà contadina, sradicato valori e ritmi di vita, sconvolto legami e rapporti che sembravano eterni. Il comunismo, che avrebbe dovuto sanare quella ferita, ne ripete la violenza faustiana e prometeica, come si vede nella rivoluzione industriale e capitalista che sta avvenendo in Cina. C’è in te un anticapitalismo romantico, avverso alla modernità industriale...».

DE MICHELIS - Non credo di essere «anti», tantomeno rispetto al capitalismo; per quanto posso difendo i valori dell’umanesimo, a partire dalla centralità dell’uomo, che neppure la civiltà contadina tutelava a sufficienza. Quando la scienza, questa sì apertamente sfidando qualsiasi primato del divino, non pretese soltanto di conoscere le leggi della natura, ma di ordinare l’universo secondo gerarchie assolute, che prescindevano dall’esperienze e dalla storia, la costruzione umanistica, che intrecciava cristianesimo e classicismo per cavarne una linea morale e culturale che esaltava la libertà individuale, cominciò a scricchiolare e poi a cedere fino al tracollo. Lì il «progresso» rivelò la sua radicale avversione per l’uomo.

MAGRIS - Quelle trasformazioni violente hanno tuttavia promosso anche un reale progresso, creato per milioni di persone civili e umane condizioni di vita care alla tua visione umanista, riconosciuto diritti fondamentali ad ognuno. Se il moderno ha avuto certo orrori, lager e gulag, il passato è stato ben più orrendo. Oggi si riconosce dignità umana a milioni di uomini prima considerati come bestie e spesso annientati senza che nessuno ne avesse nemmeno consapevolezza. I sogni di redimere l’umanità sono un lievito e i disastri nascono quando, come accade con i totalitarismi d’ogni genere, si crede di poter fare il pane col solo lievito e senza il grano della buona terra. Ma senza lievito non si fa il pane...

DE MICHELIS - Certo senza il lievito la farina si impasta indigesta e ai concreti e materiali vantaggi della modernità nessuno potrebbe e saprebbe più rinunciare, né a qualcuno viene richiesto di farlo, tanto meno da me. La questione in termini «economici» potrebbe persino risolversi a favore del Moderno: da un lato i milioni di morti delle rivoluzioni novecentesche di destra e di sinistra, dall’altro i milioni di sopravvissuti alle malattie grazie alla medicina; ma la vita e i suoi valori non sono traducibili in termini economici, non sono riducibili a semplici numeri. Il disordine, che è nato dall’ossessiva ricerca di un «ordine nuovo», ha presentato il suo terribile conto a fine secolo, cosicché a pagarlo - con l’insicurezza, la confusione, la «cecità» - sono ora le generazioni più giovani.

MAGRIS - La tua critica alla modernità investe il Novecento, ma è nel Settecento che inizia la svolta radicale, l’impulso a imporre un senso e una direzione alla Storia e a realizzare un progresso definitivo, a cambiare la Storia. È una delle due anime dell’Illuminismo e del progresso illuminista, che trasforma o vuole trasformare la realtà in nome dell’Idea, della Rivoluzione (politica, letteraria, economica). Ed è nel Settecento che si sviluppa il genere letterario per eccellenza della modernità, il romanzo - il romanzo borghese che narra quella distruzione vitale e tumultuosa della tradizione, che celebra il denaro quale forza sradicante e fatale. Robinson, imprenditore di se stesso, come lo definisce Marx, e tutti gli altri...

DE MICHELIS - All’origine del Moderno c’è l’Illuminismo e anche, prima di esso - addirittura nel ’600 -, il razionalismo scientifico: Cartesio sprezzante suggeriva di cancellare la memoria di un passato immaginato soltanto come l’età dell’errore e dell’ignoranza e, dopo di lui, Kant raccomandava a se stesso di «ricordarsi di dimenticare». Il Moderno si afferma togliendo valore - ogni valore - alla tradizione e illudendosi di riprendere da capo: la rivoluzione francese - e non solo essa - pensò addirittura di ricominciare il conto degli anni da zero, con evidenti propositi blasfemi. La storia dell’uomo, invece, non ha soluzioni di continuità, non conosce smemoratezza e ricominciamenti. Bisogna in ogni caso fare i conti con il passato e la storia, e non è sempre facile.

MAGRIS - Ma nel Settecento c’è stato anche il grande Illuminismo teresiano e giuseppino, deciso nelle riforme e nella consapevolezza di dover sanare le orride condizioni di vita della maggioranza degli uomini, ma alieno da ideologie totalizzanti, da estremismi irreligiosi, da sogni titanici. È stato un grande tentativo, razionale e umano, di migliorare l’esistenza evitando il Terrore, quello rivoluzionario e quello reazionario, e anche la feroce e selvaggia accumulazione del capitalismo quale rapina. La cultura tedesca ha percepito, come Schiller, le ferite inferte dal progresso, ma ha compreso che esse potevano e dovevano venire sanate soltanto con spirito progressista, guardando in avanti pur senza fanatismi.

DE MICHELIS - Se il progresso avesse voluto dire soltanto andare avanti migliorando, secondo lo spirito di quel riformismo che tu attribuisci a quegli Asburgo, nei decenni che precedettero la rivoluzione giacobina, il Moderno - quello dell’industrializzazione radicale, delle avanguardie artistiche e politiche, della violenza rivoluzionaria e dei suoi totalitarismi istituzionali, dei genocidi e delle guerre «mondiali» - non sarebbe mai esistito. Eppure, tutto il maligno della modernizzazione, di ogni modernizzazione, è già presente nel suo pensiero sin dall’inizio, irrimediabilmente, e aspetta soltanto di esplodere nel nichilismo antiumanistico per prendere finalmente il sopravvento.

MAGRIS - Critica alla «modernità» o alla sua letteratura, ai romanzi che hanno assunto su di sé la sua grandezza e la sua tragedia? I grandi scrittori del Novecento - e proprio i più «moderni», sperimentali, innovatori - hanno vissuto questo lacerante strappo con la Storia non certo con presuntuosa sicumera ideologica (semmai questa caratterizza i narratori ufficiali dei regimi totalitari, scrittori stilisticamente tradizionalisti), bensì come una ferita, come necessità e insieme impossibilità di trovare un senso della vita, e della Storia. Hanno vissuto quella frantumazione senza amarla, ma sentendone la verità storica ed esistenziale (anche una malattia è una verità) e l’hanno fatta divenire linguaggio, racconto, metafora del mondo. Anche le grandi avanguardie trovano in questo la loro verità e la loro necessità. Il romanzo che ha detto la verità di quel mondo moderno è il grande romanzo sperimentale dei Musil, Kafka, Proust, Faulkner, Svevo. Anche gli scrittori da te ritratti con tanta forza - ad esempio, ma è solo un esempio, Tozzi - fanno propria, anche nelle loro rivolte contro il Moderno, la sua verità epocale. Svevo, Gadda e alcuni altri sono consapevoli che quel peccato originale della vita e della Storia scoperto dal Moderno - da nessuno come da Baudelaire - non è stato ancora assolto né redento, ma è ancora la nostra verità, nonostante i pacchiani tentativi post moderni di far finta che tutto vada bene, di fingere che si possano restaurare i romanzi ben fatti. Qualcosa di essenziale, nella vita millenaria, è irrimediabilmente cambiato, in bene e/o in male, e ogni autentico romanzo non può non narrare se non «dopo la fine», come dice l’affascinante libro di Giulio Ferroni, con la coscienza di essere postumo e di poter dire la vita e cercarne il senso solo passando, anche stilisticamente, attraverso le forche caudine della dissonanza.

DE MICHELIS - Che la letteratura, la più valida letteratura del Novecento italiano, sia stata soprattutto antimoderna è forse una conclusione possibile del mio lungo viaggio attraverso i suoi autori e i suoi libri, ma un’altra parte di essa - quella più sperimentale e innovatrice -, rinunciando a quel «primato» che la tradizione umanistica aveva conquistato per tutti, si prestò subalterna e servile a «cantare» le magnifiche sorti e progressive del potere delle idee, immediatamente inverato in quello dello Stato, secondo un progetto di riduzione a unità di tutte le risorse dell’uomo. La forza, lo spirito, l’intelligenza, la fantasia non erano più altrettante possibilità per raggiungere il vero e il bene, ma tutte venivano subordinate a una di esse che il bene e il vero già lo conosceva e lo possedeva per forza ideologica. Il risultato è dinnanzi agli occhi di ognuno.


Confronti
I due protagonisti del dialogo: Claudio Magris e Cesare De Michelis. De Michelis (nato a Dolo, in provincia di Venezia, nel 1943), è stato docente di Letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965, appena laureato, è entrato nel consiglio d’amministrazione della casa editrice Marsilio, della quale oggi è presidente. Il suo saggio «Moderno antimoderno» è edito da Aragno (pp. 503, € 40). Ha pubblicato, tra gli altri, «Goldoni nostro contemporaneo» e «L’avanguardia trasversale. Il futurismo in Italia e in Russia», editi da Marsilio
«Corriere della Sera» dell'8 novembre 2010

17 novembre 2010

Chiesa, i rovesci del diritto

Prima il cristianesimo adottò le leggi romane anche per organizzarsi, confondendo però spirituale e temporale; poi iniziò un cammino per liberarsi dalle strutture ingiuste. Un bilancio a più facce
di Carlo Cardia
Il cristianesimo si incontra presto con il diritto, e finisce con l’esservi pienamente coinvolto. La sua diffusione si realizza nella realtà dell’impero romano, che ha rag­giunto un livello di maturità e sa­pienza giuridica ancora oggi insu­perato, con un’autorità politica cen­trale e una legislazione ammirate in ogni epoca. La nuova religione assi­mila la mentalità e la pratica giuri­dica sin dai tempi delle persecuzio­ni, quando vive e si struttura utiliz­zando gli strumenti del diritto ro­mano per ciò che riguarda la propria organizzazione, amministrazione dei beni, struttura gerarchica. Ma la compenetrazione con il diritto si de­termina soprattutto quando diviene religio licita nel 313, religione del­l’impero nel 380, in proporzioni che ingigantiscono con il tempo.

Le ragioni della «giuridicizzazione del cristianesimo» sono oggetto di discussione, senza che una tesi rie­sca a prevalere sull’altra. La più con­vincente ritiene che il diritto sia con­naturato al cristianesimo, pur non potendosi negare il ruolo svolto dal­l’incontro con la romanità. Per Pao­lo Grossi, «su un punto si può tran­quillamente concordare: che questa Chiesa – che è romana, che dalla ci­viltà romana ha assorbito molto (...) – questa Chiesa ha avuto da Roma in legato il sentimento della rilevanza del diritto e, di conseguenza, la per­suasione del diritto come cemento sociale come garanzia di incisività nella storia e – perché no? – anche come strumento potestativo».

Però, aggiunge l’autore, la ragione del rapporto inscindibile tra Chiesa e diritto è un’altra, risiede nel fatto che il cristianesimo sceglie di agire nella società come nel proprio am­biente naturale. La «Chiesa non dif­fida del temporale, anzi vi si immer­ge ben volentieri convintissima che la salvezza eterna dei fedeli si gioca proprio qui, nel tempo e nelle tem­poralità (...). Ma nel temporale non vivono individui isolati, bensì un re­ticolato di rapporti che uniscono gli individui nella societas ». La comu­nità «protegge, garantisce, media», è «l’unico tramite sicuro per un collo­quio efficace con la divinità», e ne deriva «la preminenza e l’essenzia­lità del giuridico», perché «se per l’i­deologia religiosa cattolica è nel so­ciale che si gioca la salus aeterna a­nimarum, il diritto, compenetrato nel sociale, lo è implicitamente an­che al religioso. Il diritto si colloca naturalmente anche in un orizzon­te salvifico». Il grado di compenetrazione con il diritto dipende dal contesto geopo­litico nel quale il cristianesimo si diffonde, provoca effetti aggiuntivi, incide sulla sua natura religiosa, e nel tempo si modifica, cresce, si af­fievolisce e si stempera. Un mo­mento decisivo del processo di giu­ridicizzazione è quando Costantino diviene arbitro nelle vicende interne della Chiesa, pur essendo ancora pontifex maximus, capo dei pagani. Costantino quasi si sdoppia. Guida e garante del paganesimo, si erge a difensore dell’unità cristiana, consi­dera tale unità un grande valore po­litico, esercita diritti e poteri squisi­tamente ecclesiastici. L’imperatore sollecita la Chiesa a risolvere le con­troversie dottrinali aperte in Africa da Donato, il quale ritiene necessa­rio un nuovo battesimo per gli ere­tici convertiti e considera invalidi i sacramenti amministrati da chieri­ci indegni. È iniziata la commistione con il di­ritto pubblico, ma la compenetra­generale zione tra impero e Chiesa giunge a compimento con l’esplosione della crisi ariana. L’insegnamento di Ario mette a rischio l’identità del cristia­nesimo, ma ha effetti deflagranti an­che per l’impero, dove per la prima volta province e distretti si dividono e si combattono per motivi teologi­ci. Poiché l’insegnamento di Ario si diffonde e conquista consensi, si prospetta l’esigenza di un concilio – la prima assise ecumeni­ca della storia – che definisca una dottrina valida e cogente per tutti.

Costantino convoca il concilio a Ni­cea, lo inaugura il 20 maggio 325, e afferma in apertura: «Quanto a me, considero temibile come una guer­ra, come una battaglia, e più diffici­le a perdersi, ogni sedizione interna della Chiesa di Dio e la pavento più che le guerre esterne». Il concilio ri­solve le questioni religiose, si con­clude con la condanna di Ario e l’ap­provazione del simbolo di Nicea, il credo cristiano che non cambierà più. La professione di fede entra a far parte delle leggi imperiali.

La Chiesa si apparenta in questo mo­do all’impero e al suo capo, finisce col farsi plasmare dalla mentalità e dalla cultura giuridica, che sfiora la sfera della dottrina e della teologia. La gerarchia indulge all’uso del me­todo giuridicizzante anche nel defi­nire principi e verità teologiche. Se questa opera è necessaria per man­tenere l’unità delle genti cristiane, è vero che si attenua l’orizzonte mi­sterico nel quale la rivelazione si in­serisce, diminuiscono la flessibilità e la delicatezza con cui si dovrebbe parlare dell’ambiente e della di­mensione del divino. L’assimilazio­ne della mentalità romana rischia di introdurre nella religione del libro un formalismo che non giova alla so­stanza del suo messaggio.

L’intreccio con il diritto prosegue senza soste, con risvolti ambigui e fecondi al tempo stesso. Il diritto ro­mano e il diritto canonico sono stru­menti utili per civilizzare popoli e terre d’Europa, per creare istituzio­ni ecclesiastiche stabili, disciplinare la Chiesa. Quando l’Europa si fa a­dulta, inizia un cammino inverso, che non cancella il diritto canonico, ma inizia ad abbattere strutture au­toritarie e ingiuste, riconosce i dirit­ti dello Stato che si emancipa dalla Chiesa, avvia un processo di spiri­tualizzazione della Chiesa nel quale siamo tuttora immersi.

C’è un bilancio quasi impossibile da fare, e che sarebbe affascinante: ciò che il diritto ha dato alla Chiesa, e ciò di cui l’ha privata, ciò che la Chie­sa ha dato al diritto, ciò che l’ordi­namento canonico può lasciare sen­za perdere la propria identità.



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La persona, roba da Medioevo...

di Roberto I. Zanini



«Il diritto è condizione dell’amore». È stata una frase di Benedetto XVI a centrare il dibattito, ieri sera all’ambasciata italiana presso la San­ta Sede, con Carlo Cardia, il cardinale Attilio Nicora e l’attuale presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italia­na Giuliano Amato. A citarla è stato il car­dinale, ricordando uno scritto indirizza­to dal Papa, il 18 ottobre scorso, a tutti i seminaristi del mondo: «Imparate anche a comprendere e, oso dire, anche ad a­mare il diritto canonico, nella sua ne­cessità intrinseca... Una società senza di­ritto sarebbe priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore».

Un concetto fondamentale, ha sottoli­neato il cardinale, che papa Benedetto ha evidenziato anche in alcune encicliche, poiché «il rapporto fra carità e giustizia è alla base di o­gni società civile. Ecco, si può dire che il nuovo volume di Cardia La Chiesa tra storia e diritto sia un atto d’amo­re al diritto canonico». In questo senso «mostra un quadro molto interessante della nostra civiltà, come abbia tratto linfa dall’evolu­zione del diritto nell’intreccio con la storia. Con grande equilibrio nel valutare le vicende, la crescita progressi­va del diritto canonico viene costantemente messa in rapporto con i processi di umanizzazione e civilizzazio­ne della società. Ed emerge bene come ulteriori contri­buti significativi possano venire da questa evoluzione. Tanto più in un momento di produzione canonistica im­portante come l’attuale, anche a causa degli eventi rela­tivi ai progressi del dialogo ecumenico e alla questione della pedofilia».

Ragionamento ripreso dall’ex presiden­te del Consiglio, per il quale il diritto «è la regola che distende i fatti dal caos al­l’ordine, in una sorta di sintesi di tutte le scienze umane, di intreccio con la sto­ria. Questo è il motivo per cui, a parer mio, il diritto dovrebbe essere amato. Del resto non bisogna dimenticare che i diritti della persona così come noi oggi li conosciamo scaturiscono dalle elaborazioni di diritto canonico fatte in epoca medievale. È il cristianesimo che ha reso evidente il concetto di persona come portatrice di diritti inalienabili». Sulla stessa falsariga si è mosso il breve intervento di Cardia: «Ciò che si ama è il come la storia ha modellato il diritto facendosi modellare. E il libro è costruito mostrando come il diritto canonico si sia evoluto con l’evoluzione della Chiesa». Da qui l’augurio di Nicora affinché l’opera «possa trovare attenzione anche in ambito strettamente ecclesiastico, che potrebbe trarne vantaggi».
Amato: «La tutela dei diritti umani nasce dai canonisti dei secoli bui» Nicora: «Il rapporto fra carità e giustizia è base di ogni società civile»
«Avvenire» del 17 novembre 2010

Riscoprire il Risorgimento «minuscolo»

di Domenico Delle Foglie
Un’occasione importante per rileggere il Risorgimento capovolgendo lo sguardo: da Sud verso Nord.

Un’opportunità da cogliere per riscoprire personaggi delle nostre terre e il loro contributo alla costruzione di uno Stato nuovo: l’Italia. Una possibilità di decifrare i sentimenti di una parte di quel popolo, quello meridionale, passato dal tallone di una monarchia a quello di un’altra, senza coglierne le reali differenze.

Questo e tanto altro è Noi credevamo, il film diretto da Mario Martone, presentato alla Mostra del cinema di Venezia e appena approdato, in sole trenta pellicole, nelle sale italiane. Un film sul Risorgimento, come epopea tragica che si risolve nella storia di una sconfitta generazionale. In cui il crudo realismo della politica finisce inevitabilmente per vincere. Ma soprattutto un film che raccoglie l’espediente narrativo di Anna Banti, autrice dell’omonimo romanzo, per rinarrare il Risorgimento di tre giovani meridionali del Cilento: Domenico, Angelo e Salvatore.

Due nobili e un popolano affiliati alla Giovine Italia dopo la repressione borbonica dei moti del 1828, i cui destini saranno spezzati dall’accavallarsi degli avvenimenti tumultuosi di quegli anni. Ma non è di questa controstoria, letteraria ma non solo, che vogliamo occuparci.

Quanto concentrarci sulla memoria. Di sicuro possiamo affermare che le nostre origini unitarie non godono, per giudizio unanime, di una memoria condivisa. Di 'radici già marce', parla la principessa Cristina di Belgiojoso, uno dei personaggi più intriganti di questa pagina di storia.

Percepiamo che questo è uno dei tratti di debolezza della nostra identità al quale non riusciamo a porre rimedio con le categorie proprie della storia. È difficile che il rigore scientifico possa mettere ordine nei sentimenti. Lo sforzo degli storici è destinato a infrangersi sulla complessità delle vite e delle motivazioni che hanno spinto intellettuali, nobili e borghesi, a cercare le strade dell’Unità attraverso la cospirazione, la rivolta armata, il terrorismo, le campagne militari. Allora sarà utile rileggere questa Storia, attraverso le storie di uomini che provengono dalle nostre diverse terre, per intrecciare i tragitti locali con le grandi rotte nazionali. Ad esempio, per un pugliese sarà utile rileggere il percorso di Sigismondo da Castromediano, patriota leccese. Un’operazione analoga la suggeriamo ai bergamaschi o ai bresciani, che troverebbero pagine bellissime, ad esempio, nella spedizione dei Mille. Così come ai siciliani, a partire da Francesco Crispi e dei misteri legati alla sua mai provata partecipazione all’attentato fallito contro Napoleone III. Ecco, coltivare una parte anche minuscola di memoria per vivere, con partecipazione meno disincantata, quella pagina di memoria collettiva che saranno le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Un appuntamento al quale ci accostiamo forse più in ossequio alle divisioni politiche e ai pregiudizi sociali del nostro grigio oggi, che per accettazione convinta di un processo storico frutto di un’adesione di popolo.

Resta questo, infatti, l’interrogativo irrisolto: come sarebbe ancor oggi possibile mettere in dubbio l’unità nazionale se fosse stata davvero costruita dal popolo? Dinanzi a questo dubbio inevaso, coltiviamo almeno una memoria territoriale, regionale. Perché no, federale…
«Avvenire» del 17 novembre 2010

16 novembre 2010

Invece di morire, la Tv si scopre 'convergente'

di Alessandro Zaccuri
Il bello della convergenza è che, in realtà, è quanto di più divergente si possa immaginare. Perché è vero, i media sono destinati ad avvi­cinarsi l’uno all’altro, creando un nuovo 'ambien­te' la cui mappa – come accade nei videogiochi – si disegna su schermi e display nel momento stes­so in cui si esplorano nuove porzioni di territorio. Solo che l’esito di questo processo non è la black box mitizzata dai tecno-sciamani degli anni No­vanta, l’apparecchio definitivo del 'tutto in uno' il cui risultato avrebbe dovuto eccedere di gran lun­ga la somma delle parti. Al contrario, come ha di­mostrato Henry Jenkins, 'convergenti' sono i com­portamenti delle persone, 'convergente' è la pra­tica di ciascuno di noi quando andiamo alla ricer­ca dello stesso contenuto su piattaforme differen­ti, con un occhio di riguardo per il web, d’accordo, ma senza dimenticare per questo i mezzi di co­municazione più tradizionali. E siccome le perso­ne sono tutte diverse tra loro, il medesimo proces­so assume un’innumerevole, 'divergente' varietà di forme.
Capita così che la tv, data per spacciata dai primi gu­ru dell’era digitale, viva oggi una stagione di straor­dinaria vivacità, trasformandosi in crocevia di mol­teplici esperienze di visione e di ancor più variega­te pratiche di condivisione. È lo scenario docu­mentato dal volume Televisione convergente: la tv oltre il piccolo schermo, a cura di Aldo Grasso e Mas­simo Scaglioni (Link Ri­cerca, pagine 268, euro 18,00: il libro sarà pre­sentato oggi alle 11.30 presso l’aula Pio XI del­l’Università cattolica di Milano nel corso di un incontro al quale parte­ciperanno Pier Silvio Berlusconi e Marco Paolini, direttore Marketing strategico R­ti).
Frutto di un’articolata indagine condotta lo scorso anno dal Ce.R.T.A., il Centro di ri­cerca sulla televisione e gli audiovisivi attivo in Cattolica dal 2008, lo studio si articola su tre piani 'convergenti': l’a­nalisi dei ruoli innova­tivi che emittenti e spettatori si trovano a giocare in un panorama dominato, tra l’altro, dal­l’inedita centralità del 'marchio' che caratterizza il programma (che deve quindi rimanere riconosci­bile in ciascuno dei contesti in cui si manifesta); il riconoscimento di alcuni degli stili attualmente a­dottati da un pubblico che, pur non avendo del tut­to abbandonato la tv tradizionale, sperimenta con curiosità crescente le offerte della programmazio­ne digitale; una nutrita serie di casi emblematici, che vanno dai nostrani 'Cesaroni' (tra le cui 'esten­sioni' fuori dal piccolo schermo troviamo anche un’etichetta di vini…) e gli americanissimi 'He­roes', la serie di fantascienza paradossalmente soffocata dall’eccesso di narrazioni in parallelo svi­luppatesi su piattaforme alternative rispetto alla cara, vecchia tv.
In questo territorio non privo di contraddizioni si verifica, come osserva Grasso in uno dei capitoli del volume, «l’incontro, e spesso lo scontro, tra u­na produzione potenzialmente più aperta e un con­sumo potenzialmente più attivo». Fenomeni di cui, nel nostro Paese, si scorge per ora solo qualche av­visaglia: in una delle 'tribù televisive' censite dal­la ricerca il televisore continua a dominare indi­sturbato, anche se il capofamiglia va molto fiero del suo smart phone di ultima generazione, mentre in altre situazioni l’attivismo tecnologico dei più gio­vani è frenato dalla scarsa disponibilità economi­ca. Ma la trasformazione è già in atto e ha per og­getto, scrive ancora Grasso, «quella cosa che, oggi e per molti anni ancora, continueremo a chiamare televisione».
Eterna televisione. Col web doveva finire invece è il luogo dove convergono tutti i generi. Un libro di Grasso e Scaglioni
«Avvenire» del 16 novembre 2010

Leggere? Così si inizia da un sms

Parla Antonella Cilento, docente di scrittura creativa: «È possibile partire da Harry Potter e arrivare a Dickens e Leopardi. I giovani si divertono se faccio loro scrivere racconti come messaggini. È la società che non dà valore al libro. E gli insegnanti per primi non leggono»
di Giorgio Agnisola
Serve ancora leggere e scrivere? La domanda potrebbe apparire retorica, eppure Antonella Cilento, coordinatrice da diciotto anni di corsi di scrittura creativa in giro per l’Italia, nel suo ultimo libro, apparso in questi giorni in libreria, Asino chi legge, i giovani, i libri la scrittura (Guanda), se lo domanda seriamente tra un viaggio e l’altro, mettendo in discussione il suo stesso lavoro di scrittrice. «Da qualche anno leggere è considerato una perdita di tempo, addirittura un errore, un insignificante vizio. Studiare e leggere nell’opinione comune non portano da nessuna parte, non ti aprono al mondo del lavoro, non fanno di te una persona migliore.
Anche a scuola gli studenti leggono a fatica e gli insegnanti che vogliono portarli alla lettura sono i primi a leggere di rado e senza criterio».

Allora, cosa si può fare per recuperare un interesse per la lettura, soprattutto a scuola?
«Io credo che non sia pensabile un recupero senza una strategia, che non attiene tanto ai mezzi, alle risorse, alle tecnologie, quanto al significato stesso della letteratura, alla necessità che ognuno di noi ha di storie e di parole. Se i ragazzi sentono il bisogno dei libri prima di analizzarli, se i ragazzi scoprono che i libri parlano della loro storia, oltre che di personaggi di fantasia, che nei libri sono nascoste le domande che ci accomunano tutti – chi siamo, perché siamo al mondo, perché le persone si relazionano in un certo modo – allora c’è una speranza. È quel che mi accade insegnando scrittura: si può iniziare da Harry Potter per arrivare a Dickens. Quando i ragazzi scopriranno che i libri si parlano tra loro e dialogano con il lettore, che i libri sono la più grande rete di relazioni ad altro tasso emotivo – altro che internet – che l’uomo abbia mai creato e che questa rete si interfaccia di continuo con la pittura, la musica, il teatro, il cinema e la stessa società civile, allora sì che tornerà l’interesse per la lettura».

Credo però che siano cambiati i contesti, i gusti e le attese connessi con la lettura. I giovani di fatto leggono ancora, ma su internet, chattano, si scambiano messaggi a ritmo frenetico con i telefonini...
«Sì e la trasformazione dei media trasforma i rapporti: alcuni miei studenti si lasciano e si rimettono insieme per sms, cosa paradossale, e infatti si divertono molto quando faccio loro scrivere racconti lunghi quanto un sms. Ma la questione riguarda la sostanza: è il valore che la società sta dando al libro che è cambiato. Fino a pochi decenni fa ogni casa aveva la sua piccola libreria, in cui trovavi Salgari e Verne accanto a Pavese e Proust, magari alla rinfusa, ma era comunque un piccolo patrimonio di idee e di rimandi culturali. E per ogni famiglia leggere e studiare era una promozione sociale, un accesso privilegiato al mondo del lavoro. Gli ultimi vent’anni hanno svuotato le librerie delle case, sugli scaffali trovi le compilation della playstation. Anche il fumetto è archeologia per ragazzi invecchiati. In una scuola, come racconto nel libro, ho trovato ragazzi che avevano abbandonato l’obbligo scolastico e non conoscevano Cenerentola: se nessuno a casa racconta le favole, la scuola può solo arrancare nel tentativo di riempire questo vuoto».

La questione riguarda dunque il metodo e più in profondità il senso stesso della scuola e delle sue radici formative.
«Certamente. Oggi l’equivoco educativo è terrificante. Invece di creare fili che portano i ragazzi verso l’esterno, verso la società civile, l’arte, il teatro, la letteratura, la scuola rischia di cedere al modello Maria De Filippi, alla lite televisiva e alla spettacolarizzazione. Prevale la non specificità dell’insegnante e dell’alunno, sicché spesso l’insegnante non sa cosa insegna e l’alunno non sa a cosa è veramente interessato».

Anche la scrittura sembra attrarre sempre meno i giovani. Come e quanto si scrive a scuola?
«I giovani, per quanto si dica spesso male di loro, sono ancora delle pile cariche, pronte a sprizzare energia. Se coinvolti, se interessati, soprattutto se resi protagonisti della loro stessa avventura interiore, rispondono in modo strabiliante.
Invece i programmi li incastrano in forme senza anima: il saggio breve, l’analisi del testo. Tutte cose utilissime, ma solo dopo che ci si è innamorati della scrittura. Se li si riporta alla passione per la narrazione, all’origine del racconto, di colpo le cose cambiano: scrivono, leggono, s’innamorano di romanzi e poesie.
Occorre capovolgere le regole, dare a esse un significato di libertà creativa. Non si suda più leggendo Leopardi e Manzoni? Il tema è archiviato? Bene, ripartiremo dai film più gettonati, dai libri più venduti, citeremo i cartoni alla moda: per iniziare, discutere, ragionare. I giovani vogliono scrivere: aiutiamoli a dare senso alla loro stessa storia, a raccordare le parole alla loro anima».
«Avvenire» del 16 novembre 2010

Cristiani: si può «cantar vittoria»

Oggi la Chiesa sembra perdente di fronte al mondo, ma non è così Non solo in quanto nel Vangelo i veri trionfatori sono i martiri, ma perché noi non crediamo in una filosofia bensì in un fatto La riflessione del cardinale Biffi
di Giacomo Biffi
In questo tempo squinternato – che sembra dare sempre più spazio al rifiuto del messaggio evangelico sostanziale e si compia­ce di contestare in tutti i modi la Chiesa cattolica, il suo magistero e quasi la sua stessa esistenza – fa capolino talvolta nella nostra co­scienza di credenti una domanda semplice e inquietante: noi cristia­ni, nella vicenda storica com­plessiva, siamo vincitori o sia­mo perdenti? Il pungente in­terrogativo di solito non arriva a mettere in crisi il nostro atto di fede, ma a darci qualche in­timo disagio sì. Mette conto al­lora di affrontare in maniera e­splicita il problema, passando in rassegna i diversi elementi, de­sunti dalla divina Rivelazione, che possono aiutarci a raggiungere una soluzione intimamente pacifican­te. Regola indubbia per vivere sicu­ri e soddisfatti è di stare per quel che è possibile dalla parte di chi vince. Gli italiani in genere cono­scono bene questa norma furbesca e si sforzano di rispettarla. È un principio pratico che possiamo ac­cogliere anche noi, con un’avver­tenza però: che non si tratti di un vincitore temporaneo, destinato prima o poi alla sconfitta o almeno al superamento. Come canta il co­ro conclusivo del Falstaff di Verdi: «Ride bene chi ride – la risata fi­nal ». Ma l’unico vincitore, ultimo e definitivo è il Signore Gesù. Ce lo ha assicurato lui stesso in una delle ore più dolenti e significative della sua avventura terrena: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate co­raggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). E, dopo questa solenne di­chiarazione, è andato incontro all’arresto, alla condanna, alla cro­cifissione, alla morte, alla Pasqua di risurrezione e di gloria: tutto questo – tutto – costituisce la sua “vittoria”. È una vittoria che origina nel tempo ma lo trascende. Gesù è il trionfatore in assoluto, e il suo trionfo è anche il nostro trionfo.
Noi che aderiamo attraverso la fe­de al suo mistero ed entriamo nel­la sua comunione vitale diventia­mo – con lui, in lui, e per lui – vin­citori indiscutibili, vincitori non insidiabili, vincitori perenni. Perciò la prima lettera di Giovanni può scrivere: «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1 Gv 5,4-5). Che la nostra ultima sorte sia positiva e fausta – e il no­stro esito finale coincida, in Cristo, con un’apoteosi superiore a ogni nostra attesa – è dunque cosa sicu­ra: se ci manteniamo con sincera fedeltà in questa prospettiva, la nostra travagliata avventura di cre­denti non mancherà mai di pace interiore e di gioia. Ma il convinci­mento dell’immancabile vittoria e­scatologica psicologicamente stri­de con l’esperienza dell’insuccesso e del decadimento che affligge qualche stagione, anche protratta, delle comunità cristiane. Sarà bene ricordare a questo proposito che il Signore non ci ha mai promesso u­na militanza terrena che fosse una continua marcia trionfale e una vi­ta cristiana paragonabile a una passeggiata sotto i mandorli in fio­re. Egli ha piuttosto moltiplicato gli avvertimenti contrari. Secondo Gesù il rapporto normale del mon­do con la «nazione santa» (cfr. 1 Pt 2,9) – il «mondo», cioè le forze poli­tiche, le culture dominanti, le po­tenze della comunicazione – non è la comprensione, la simpatia, il dialogo; è la persecuzione: «Sarete odiati da tutti a causa del mio no­me » (Mt 10,22). Ma la persecuzio­ne, secondo l’ottica di Cristo, non è per noi una sciagura: è un modo di assimilarci alla croce del Redento­re, e quindi una partecipazione al­la sua esaltazione. Il martire, se­condo la coscienza certa della Chiesa, espressa con chiarezza dal­la liturgia, non è uno sconfitto, è un trionfatore, perché ha attuato nella forma più perfetta l’imitazio­ne di colui che «ha vinto il mon­do ». È innegabile però che noi sia­mo tentati di tristezza quando ci troviamo alle prese con quello che ci sembra un declino del cristiane­simo. Ma questo declino in effetti non c’è e non ci può essere, per la stessa autentica e indeformabile natura della realtà cristiana. Il cri­stianesimo primariamente e per sé non è una dottrina né un sistema etico né un insieme di pratiche ri­tuali: intendiamoci, è anche tutte queste cose, ma non primaria­mente e per sé. Potremmo addirit­tura dire che primariamente e per sé non è neppure una “religione”: è una serie unificata di realtà (un av­venimento, una Persona, un dise­gno divino concepito nell’eternità e progressivamente attuato nella storia). È il “fatto” dell’Unigenito del Padre, che si fa uomo, si immo­la per la nostra salvezza, risorge, sta alla destra di Dio, effonde lo Spirito; e così diventa per noi prin­cipio di una vita nuova e più “vera”. Ora gli avvenimenti non sono mai scalfiti o messi in crisi da niente e da nessuno. Una filosofia che non abbia più alcun sostenitore è un fenomeno esaurito; una religione senza nessun seguace è una reli­gione ormai estinta. Invece il Figlio di Dio che si incarna, la sua morte salvifica, la sua esistenza glorifica­ta, il suo amplificarsi nella realtà del Christus totus, essendo dei “fat­ti” sono sempre vivi e vincenti; e lo sarebbero, pur se non ci fosse più nessuno quaggiù che li accolga e ci creda. Si capisce allora come mai Gesù possa seraficamente prefigu­rarsi per il futuro terreno dei suoi discepoli le ipotesi più deprimenti: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Per lui la realtà indeformabi­le degli eventi salvifici è più impor­tante della quantità delle adesioni: «Disse allora ai Dodici: “Forse an­che voi volete andarvene”» (Gv 6,67). Ci rimane un’ultima annota­zione che aiuti la nostra fiducia e la nostra gioia, pur nelle circostanze più difficili della vicenda ecclesiale. Nella lettera agli Ebrei c’è una pa­rola singolarmente intensa e illu­minante: «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13,8).
Quel Gesù che colma di sé l’intero percorso dei figli di Adamo e gli dà senso («ieri») e che vive e regna nell’eternità alla destra del Padre («per sempre»), non si è reso lati­tante dai giorni incerti e inquieti nei quali ci tocca di vivere quaggiù («oggi»). Non ci ha lasciati soli: continua a essere possente e attivo in mezzo a noi. Nessuna potenza mondana riuscirà mai a intimidire la «nazione santa», che sa di avere con sé il «Signore delle schiere».
«Avvenire» del 16 novembre 2010

Se la cronaca nera inquina la narrativa

di Maurizio Cucchi
Da tempo abbiamo capito che le gerarchie d’importanza e valore – di personaggi e azioni – sono mutate. Quanto meno nel modo in cui vengono pubblicamente suggerite dai media. Voglio dire che il tasso di importanza del soggetto è direttamente proporzionale alla sua presenza pubblica, alla sua 'visibilità', alla sua notorietà mediatica. Proprio per questo anche al criminale viene riservato uno spazio notevole di 'gloria', in quanto la sua presenza sulla scena pubblica, la sua, appunto 'visibilità', è notevole. Lo vediamo anche dall’enorme risalto che i fatti di cronaca nera, i vari tremendi delitti vengono ad assumere, riempiendo pagine di giornale e producendo infinite chiacchiere radiotelevisive. Un tempo i gestori della comunicazione dicevano circa: «D’accordo, il pubblico predilige la cronaca nera e il volgare pettegolezzo, e dunque non deludiamolo; ma prima vengano in ordine gerarchico i fatti e le notizie di maggiore importanza oggettiva». Oggi si semplifica nel segno dell’ignoranza compiaciuta e del supermercato, e dunque si afferma impunemente: «Il pubblico è somaro e/o corrotto, ama soprattutto la nera e il gossip, e dunque diamoglielo prima e più di ogni altra cosa». Con vistoso calo di consapevolezza negli utenti e abbattimento di una funzione educativa anche indiretta da parte degli informatori. Il criminale, dunque, è ormai pressoché alla stregua di un divo, o di un autentico benefattore. Un giorno qualcuno, entrando in un caffè, riconoscerà un volto noto, e salutandone il possessore dirà sorridente: «Lei è il celebre fisico nucleare!»; e l’altro, imbarazzato ma in fondo fiero, risponderà: «No. Veramente, io sono il mostro di Berlino!». Tutto questo è anche orrendamente confortato dalle ormai numerose pubblicazioni – alle quali contribuiscono a volte, in veste di 'braccio' ad uso della 'mente' (criminale) insospettabili professionisti della penna – nelle quali appaiono minuziosamente e diligentemente descritte le gesta dell’autore di efferati omicidi o terribili attentati. Il seguito, verosimilmente, e assai spesso, sarà la traduzione in film dell’insigne opera letteraria, con ulteriore risalto più o meno eroico della vicenda dell’assassino di turno. Il quale, in effetti, avrà tratto dal suo gesto – efferato ma ormai pubblico, e in quanto tale 'pregevole', assorbito dalle coscienze – un congruo premio in denaro. Come dire che è vero ciò che molti iniquamente sostenevano da tempo, e cioè: il delitto paga. Insomma, la sete del pubblico, e dunque dei gestori dei media, la sete di fatti neri e orrori vari produce una sorta di sotterranea glorificazione del crimine (con documentata crescita numerica di fan dei criminali) e di sua palese utilità economica. Nel varietà totale che, come dico sempre, ci muoviamo felici (o siamo costretti a muoverci nostro malgrado), il delitto è spesso un business, produce reddito ai suoi autori e ai loro orgogliosi interpreti o amanuensi. Inoltre, il livello di sdegno e scandalo che il delitto può suscitare nelle coscienze è di colpo abbassato a un valore residuale o quasi azzerato dal fatto che il trattamento a cui lo sottopongono i media lo trasforma pressoché, e inevitabilmente, in assurda fiction.
«Avvenire» del 16 novembre 2010

Tesori d’arte Se sapessimo farli fruttare ...

Unesco, oltre 3.400 musei, 2mila tra aree e parchi archeologici.Un tesoro rinomato e invidiato che però non dà frutti economici adeguati: nella redditività del turismo culturale, restiamo dietro tutti i principali competitori
di Domenico Montalto
Flussi di visitatori in calo, musei e parchi poco visitati, incassi al lumicino, tagli, scarsi investimenti: così l’Italia perde quota
Da quanti anni si dice che i beni cultu­rali dovrebbero, e potrebbero, essere la prima risorsa economica italiana, il motore del nostro sviluppo, la carta vincente per il futuro delle giovani generazioni? Da quanti anni si sa che per l’azienda Italia, città d’arte, monumenti archeologici, musei, oasi storiche, ambientali e naturalistiche costitui­scono un capitale sociale – teorico – dal valo­re impossibile da quantificare, con una teori­ca rendita – diretta e indotta – da numeri sba­lorditivi? Il tesoro lo si conosce: col termine «capitale» designiamo un patrimonio cultu­rale che è, per universale ammissione, il più ricco del mondo: ben 45 siti Unesco, oltre 3.400 musei di cui mille ecclesiastici, 2mila tra aree e parchi archeologici. Ma ciò che non si conosce è come farlo fruttare, questo teso­ro. Se formidabile è il capitale, la rendita è in­fatti ben poca cosa, e in questa chiave il crol­lo della Casa dei gladiatori a Pompei non è so­lo la peggior tegola che poteva cadere sul­l’immagine internazionale del Bel Baese, ma è soprattutto il sintomo di una bancarotta ge­stionale, prima che finanziaria. Che ci sia un problema di sistema lo ha ammesso, dal suo ufficio al Collegio Romano, anche Mario Re­sca, consigliere del ministro Bondi per le po­litiche museali, che pur era stato ingaggiato – in virtù delle capacità acquisite come top ma­nager di Mc Donald’s Italia – per portare fi­nalmente il verbo del marketing, invertire la cronica tendenza e dare un po’ di ossigeno al­l’asfissìa dei conti. In un’intervista pubblica­ta sulla newsletter del Mibac si è chiesto giu­stamente: «Chi sono i nostri competitor? Do­ve va la gente quando ha un po’ di tempo li­bero? Abbiamo musei dove ci sono più di­pendenti che visi­tatori. A parte un 3% della popola­zione che va co­munque al museo, il 97% della gente ha come alternati­va internet, la tele­visione, il cinema, i centri commercia­li ».
In attesa di una ri­sposta, restano i dati comparati del turismo culturale che, già ancor pri­ma della crisi e del­la recessione, risul­tavano impietosi e ci vedevano soccombere rispetto agli altri Pae­si turistici diretti competitori. Nel 2007 i con­suntivi relativi all’affluenza nei musei e alla rispettiva bigliettazione hanno registrato 34 milioni 443mila visitatori nei musei, monu­menti e aree archeologiche nazionali: in Fran­cia sono stati quasi 52 milioni, mentre in Ger­mania sono arrivati a 75 milioni 341 mila. Ri­sultati ancor peggiori arrivano però dal fron­te degli introiti, molto al di sotto dei numeri tedeschi e francesi. Gli scavi di Pompei sono stati il sito più visitato in Italia, con 2 milioni 545mila entrate, a seguire gli Uffizi di Firenze con 1 milione 616mila visitatori. Poco rispet­to agli 8 milioni 222mila ingressi del Louvre e agli oltre 5 milioni di Versailles. Deludente è pure la classifica dei musei più visitati al mon­do, dove il primo museo italiano è quello de­gli Uffizi di Firenze piazzato solo al 21° posto. Fra i primi cinque musei più visitati del pia­neta due sono francesi (Louvre e Beaubourg), due inglesi (British e Tate Modern), uno ame­ricano (Metropolitan). E anche il monitorag­gio dei trenta siti italiani più visitati fornisce una diagnosi non confortante: fra il 2007 e il 2008 le visite a Pompei sono calate del 12,8%, e addirittura precipitate del 23,4% nel Circui­to museale Vanvitelliano e Reggia di Caserta. C’è un interessante indice «scientifico» col quale si fotografa l’insufficienza gestionale del patrimonio italiano: è il 'Rac', indice che a­nalizza il ritorno economico degli asset cul­turali sui siti Unesco. Il più recente studio sui 'Rac' nello scenario mondiale risale al 2008, al Rapporto su arte, turismo culturale e indot­to economico, stilato per Confcultura e Con­findustria da PriceWaterhouseCoopers, spe­cializzata nella lettura dei bilanci. Ebbene, il Rac mostra come «gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a sette volte quello italiano (160 milioni di euro contro i nostri 21 milio­ni) ». In particolare, «... il settore culturale e creativo in Italia raggiunge solo il 2,6% del Pil nazionale (pari a circa 40 miliardi di euro), ri­spetto al 3,8% del Regno Unito (circa 73 mi­liardi di Euro) e 3,4% della Francia (circa 64 mi­liardi di Euro). È evidente il gap competitivo e la scarsa capacità di sviluppare il potenzia­le del nostro Paese». Ancora, si evince dal Rap­porto, che il Pil del turismo culturale sul tota­le del Pil dell’economia turistica italiana pe­sa il 33%, con un valore pari a 54 miliardi di euro. Questo valore è inferiore rispetto al 39% della Spagna (pari a 79 miliardi di euro)».
Insomma il punto di criticità più dolente del sistema culturale Italia sta proprio nella scar­sa redditività e competitività. Né le prospet­tive possono migliorare se è vero che nel 2008 l’Italia ha investito in cultura lo 0,28% del Pil, mentre negli altri Paesi europei s’investe me­diamente l’1,4-1,5% del Pil, ben quattro vol­te la nostra cifra, che dovrebbe invece risul­tare al primo posto nel mondo viste le eredità culturali di cui disponiamo. Ma non ci sono solo i tagli «lineari» ai fondi per la Cultura, lo spettacolo, la scuola e la ricerca: ci sono an­che quelli a effetto differito sui Comuni, i qua­li – venendo meno i trasferimenti – «tagliano» soprattutto in questo settore. Con simili stra­tegie, e senza una visione integrata e di filie­ra del problema, c’è davvero il rischio di met­tere una pietra tombale sul nostro futuro.
Il settore culturale e creativo in Italia rappresenta soltanto il 2,6% del Pil, rispetto al 3,8% del Regno Unito e al 3,4% della Francia Un gap cronico
«Avvenire» del 16 novembre 2010

14 novembre 2010

Allora parliamo davvero di sesso. E Paradiso

di Antonio Socci
“Che bello! E’ il teletrasporto!”. Così esclamò mio figlio, dodicenne, appassionato di tecnologie, fantascienza, computer, effetti speciali (va matto per il 3D). Ma espresse quella sua meraviglia dopo avermi sentito parlare non di tecnologia, bensì di San Tommaso d’Aquino che stavo leggendo per un mio libro su Giovanni Paolo II.
Precisamente stavo chiacchierando con amici delle pagine in cui Tommaso illustra come saremo dopo la resurrezione dei corpi. Dicevo che avranno “sottilità e agilità”, cioè, pur essendo effettivamente di carne, non saranno più sottoposti ai limiti di tempo e di spazio come oggi, ma saranno sotto il perfetto dominio dallo spirito, dell’anima, della mente (e per questo saranno immortali).
Quindi – fra l’altro –potremo spostarci semplicemente col pensiero, superando qualsiasi barriera fisica o distanza (come riferiscono i vangeli di Gesù dopo la sua resurrezione).
Che la nostra futura “agilità” sia la realizzazione dell’odierno sogno (scientifico e fantascientifico) del teletrasporto – come dice mio figlio – non ci avevo pensato, ma è divertente da considerare.
In fondo i fenomeni di bilocazione che sono testimoniati nella vita di alcuni santi, come padre Pio, sono albori del giorno della gloria.

Rivelazione
La questione dei “corpi gloriosi” è in effetti assai poco conosciuta e anche assai poco spiegata dalla Chiesa. Sembra quasi “un tema teologico congelato” come ha scritto il filosofo Giorgio Agamben.
Invece è straordinariamente affascinante e opportunamente il numero appena uscito di “Civiltà Cattolica” gli dedica un saggio di padre Mario Imperatori, il quale critica l’unilaterale predicazione della sola salvezza dell’anima, da parte dei cristiani, sottolineando la necessità di annunciare (più giustamente e completamente) la resurrezione dei corpi.
La mentalità dei credenti è ancora molto gravata e inquinata dall’antico dualismo platonico che contrappone anima e corpo. Ma questo è l’opposto del cristianesimo, ha spiegato il grande Tommaso d’Aquino, che “in senso espressamente antispiritualista” fonda la teologia sulla Scrittura anziché su Platone. Il cristianesimo infatti non annuncia che esiste Dio, ma che Dio si è fatto carne, che è per noi morto e risorto nella sua stessa carne.
Ecco perché in queste pagine di Tommaso, riproposte dalla rivista dei gesuiti, non c’è nulla della paura del corpo e della sessualità che a volte ha connotato certi ambienti religiosi, più platonici che cristiani. C’è invece in Tommaso la straordinaria esaltazione del corpo e della sessualità umana.

Il senso del sesso
Visto il gran parlare (ossessivo e malato) che si fa di sesso e di corpi, su giornali e tv, vista la tracimazione della questione sessuale nel dibattito pubblico e anche nelle vite private, è veramente interessante leggere queste pagine per sondare fino in fondo che senso abbia il misterioso intrico dei nostri corpi, questa oscura sete di infinito che rende febbrile la carne, questo spasmodico desiderio del piacere che è al tempo stesso un modo per esorcizzare l’invecchiamento e la morte e una ricerca inconsapevole dell’estasi.
Come lo è la droga, che fornisce un’illusione di estasi “liberando” dai limiti e i dolori del corpo.
Noi infatti come sentiamo il corpo? Oscilliamo tra due estremi: da un lato è percepito come una fonte di piacere che diventa perfino ossessiva, totalizzante.
Dall’altra come un limite doloroso, una prigione da cui sfuggire e – in fondo – la fuga rappresentata dalle droghe o dall’alcol, pur diversissima, persegue lo stesso obiettivo cercato dalle religioni orientali.
Invece san Tommaso indica nella rivelazione cristiana la via (l’unica via) della felicità del corpo e dell’anima. Contemporaneamente. Quella felicità piena che sembrerebbe impossibile, quel piacere – anche dei sensi – che non finirà mai.
Ma andiamo con ordine, seguendo le interessanti pagine della rivista dei gesuiti.
Tommaso d’Aquino anzitutto mostra che nello stato originario, la sessualità di Adamo ed Eva – diversamente dalla nostra – era sottoposta alla ragione “il cui ruolo non era affatto quello di reprimere il piacere dei sensi che, al contrario, ne sarebbe risultato addirittura maggiorato”.
Si può fare un paragone per capirci: una persona in condizioni normali, di sobrietà, può gustare e godere di un ottimo vino molto più di un ubriaco che neanche si accorge più della qualità di ciò che beve.
Nel primo caso il piacere è maggiorato, nel secondo caso il consumo è compulsivo, malato e fa star male. E’ questa la conseguenza del peccato originale che ha sottratto il corpo al dominio dell’anima (e l’ha esposto fra l’altro alla malattia e alla morte).
Tommaso afferma peraltro che nell’uomo “l’anima è l’unica forma del corpo” e ciò significa che niente di quel che l’uomo fa è puramente animale, puramente biologico.
Né il mangiare e bere, né l’accoppiamento sessuale. Diversamente dall’animale, che semplicemente esaudisce un bisogno fisico, l’uomo ha dentro una domanda, una mancanza esistenziale, un desiderio di infinito che spiega perché è sempre insoddisfatto e perché nessun “consumo”, nessun possesso, lo appaghi.
La sua è una “fame” assai superiore al bisogno biologico. Infatti nasce dalla testa.
Tommaso trae un’ulteriore conseguenza dalla sua affermazione: la separazione di corpo e anima è “contro natura”. E la loro riunione, con la resurrezione finale, farà sì che godremo molto di più il piacere del Paradiso o soffriremo molto di più le pene dell’inferno, perché percepiremo il piacere o la sofferenza con tutti i nostri cinque sensi.

Il Sommo Piacere
Per questo – come scrive san Paolo – il nostro stesso corpo geme nell’attesa della piena redenzione, o del “sommo piacere”, come dice Dante. Infatti parteciperemo con il corpo stesso alla vita di Dio. E’ quello che la teologia ortodossa chiama “divinizzazione”. I padri della Chiesa ripetono: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio”. Un destino dunque che – per grazia – è superiore addirittura a quello degli angeli.
I risorti saranno sempre fisicamente maschi e femmine, infatti Tommaso nega la presunta supremazia del maschio e – diversamente da quanto crede Aristotele – afferma che la donna non è affatto un uomo mancato, ma è opera di Dio pari all’uomo e la diversità dei loro corpi appartiene al disegno della creazione.
Anzi è un riflesso di quell’unità nella distinzione che connota le persone divine della Trinità.
Quindi la bellezza femminile, come pure la bellezza maschile, saranno parte della beatitudine eterna. Nei beati ci sarà un vero e proprio “splendore corporale”. Una bellezza tanto maggiore quanto più luminosa è l’anima.
Essi potranno vedere la divinità, cioè godere del “Sommo bene”, nei suoi effetti corporali “soprattutto nel corpo di Cristo, poi nel corpo dei beati e finalmente in tutti gli altri corpi”.
Questa “profonda associazione del corpo umano all’eterna beatitudine” è la sua inimmaginabile esaltazione. I risorti, maschi o femmine – dice Tommaso – “si serviranno dei sensi per godere di quelle cose che non ripugnano allo stato di in corruzione”.

Inimmaginabile beatitudine
Se qualcuno si poneva la domanda sul Paradiso e sul piacere sessuale, come lo conosciamo quaggiù sulla terra, avrà già trovato la risposta.
Ma – per chiarire meglio – la rivista gesuita riporta una fulminante pagina del filosofo ebreo-francese (e convertito) Hadjadj: “Tramite il sesso vogliamo essere sconvolti dall’anima. I genitali erano soltanto il mezzo difettoso di questa penetrazione dell’altro fino all’impenetrabile.
Con la risurrezione, a partire da un’anima che la visione beatifica di Dio fa ricadere sul corpo, è l’intera carne che possiede la penetrabilità fisica dell’altro sesso e l’impenetrabilità spirituale dello sguardo (…).
Inutile quindi unire le parti basse. L’intensità dell’amplesso e l’altezza della parola si sposeranno con questi corpi profondi all’infinito.
Le carni potranno unirsi senza riserve in un bacio di pace, che sarà altresì un inno lacerante al Salvatore”.
E’ il Paradiso.
«Libero» del 7 novembre 2010

12 novembre 2010

L'economia in una società di anziani

di Sabino Acquaviva
Ha purtroppo ragione la sociologa tedesca Gabriele Kuby (vedi 'Agorà' del 28 settembre) quando fa un bilancio negativo dei risultati della rivoluzione sessuale seguita alla contestazione politica, culturale, e religiosa, espressione del famoso 'Sessantotto', con annessi e connessi. Ma la conseguenza negativa più grave di quel periodo del secolo passato è nel collasso demografico, tuttavia causato anche da molti altri fattori. Il Sessantotto ha portato, è vero, allo svilimento del corpo, diventato anzitutto strumento di piacere, alla diffusione dell’aborto quale strumento di controllo della natalità, alla crisi del sesso controllato dal vincolo familiare o comunque di coppia stabile, e alla diffusione di una serie di altri fattori, spesso dominanti in una società definita come 'liberata'.
Il risultato finale di questo processo è stato, da un lato l’indebolimento delle strutture familiari e dall’altro il tracollo della natalità. Ma, è cosa nota, di cui tuttavia gli economisti quasi mai tengono conto parlando di sviluppo economico, di crisi, di ristagno, lo sviluppo è strettamente collegato con l’espansione demografica e quindi con la tenuta dei nuclei familiari. Perché non se ne parla nonostante il fatto che le statistiche ci danno alcune informazioni sottolineando evidenze di cui si preferisce non tenere conto? Ricordo che in occasione di un dibattito di qualche tempo fa un signore mi si avvicinò e mi disse «Perché non ha affrontato il grave problema dell’invasione di extracomunitari?» La mia risposta fu apparentemente quasi paradossale: «È vero. Ne arrivano troppo pochi, dovrebbe arrivarne un numero capace di compensare le mancate nascite». Salvo, naturalmente, il caso assai improbabile, in cui il tasso di natalità europeo si riavvicini alla media di due figli per coppia.
Una risposta opposta rispetto a quella che si attendeva il mio interlocutore, alla fine rimasto semplicemente stupefatto. Ma chi ha vissuto il miracolo economico italiano degli anni Sessanta sa bene che è stato anzitutto il risultato della fantasia, delle iniziative, delle scelte più o meno entusiaste, delle nuove e giovani generazioni che ininterrottamente entravano nel mercato del lavoro, ed oggi ridotte al lumicino. E dunque, che c’è di nuovo sotto il sole?
Come è accaduto a noi in quegli anni, paesi con un elevato ritmo di sviluppo demografico, ormai persino quelli africani, hanno dei tassi di sviluppo economico che a volte sono dieci volte più consistenti di quelli europei.
Mi sembra ovvio, ma non lo è per molti economisti, affiancare le considerazioni economiche a quelle demografiche (l’ha fatto di recente il presidente dello Ior Gotti Tedeschi), altrimenti diventa difficile capire molti problemi, rendersi conto di quanto accade, e programmare il futuro. In particolare, lo sviluppo di Cina India e Brasile (questo, per molte ragioni economiche, è ovviamente un po’ meno vero per la Russia) è connesso a una serie di fattori demografici di cui si preferisce non parlare. Ma è egualmente evidente che il sostanziale ristagno economico dell’Europa (se confrontato con l’espansione di questi paesi) è, anche o anzitutto, espressione del declino demografico, un declino di cui non è lecito parlare, perché a sua volta espressione, fra l’altro, del collasso della famiglia in quasi tutti i paesi sviluppati: un problema tabù di cui troppo spesso non è ritenuto di buon gusto discutere in questa società 'quasi' democratica.
«Avvenire» dell'11 novembre 2010

Pubblicità mortale

I radicali ci provano. Contro cuore e legge
di Francesco Ognibene
In un Paese nel quale va pericolosamente logorandosi il principio di responsabilità, occorre sempre stare in guardia di fronte alle sparate deliberatamente provoca­torie. A prima vista sembrano eccessi senza futuro, ma poi si scopre che finiscono per scavare nella coscienza collettiva producendo ingenti danni a lunga scadenza. Non ci vuol nulla a tirare un sasso nella cristalleria dei va­lori condivisi da un intero popolo, sperando di produr­re il maggior danno possibile e di portare a casa discuti­bilissimi dividendi. Ma questa attività di premeditato bullismo politico e culturale va chiamata col proprio no­me, smascherandone subito l’aperta strumentalità. E chiamando chi può – e deve, per funzione istituzionale – a sopperire con la propria al grave difetto di responsa­bilità altrui. L’ultimo esempio è di ieri. L’eutanasia in Italia è illega­le? Visto che in Parlamento quasi nessuno la vuole am­mettere per legge, allora si prova a blandire l’opinione pubblica mostrandone il volto 'libertario' e 'pietoso' at­traverso uno spot televisivo nel quale un malato termi­nale spiega pacatamente di voler scegliere come e quan­do farla finita. I radicali, promotori del nuovo abbor­daggio a quello che chiamano «tabù» ma che è sempli­ce senso comune (presidiato dal diritto), tentano una nuova sortita per via mediatica e scavalcano la rappre­sentanza politica, ben sapendo che solo la loro propo­sta di legge sul «fine vita» prevede esplicitamente l’eu­tanasia: dunque sono del tutto isolati, scaricati ieri per­sino dal loro collega nel Pd Ignazio Marino – pure so­stenitore dell’autodeterminazione assoluta –, che teme un autogol parlamentare con la legge sulle Dichiarazio­ni anticipate di trattamento ancora attesa al passaggio in aula alla Camera.
Lo spot non è nuovo alle cronache. Si tratta infatti della versione italiana dei 40 secondi televisivi prodotti in Au­stralia da Exit – l’associazione che si batte su scala in­ternazionale per legalizzare l’eutanasia – e bocciati a metà settembre dalla locale Authority per la pubblicità poco prima che potessero andare in onda. Rilanciato poi in Canada, lo spot viene ora adottato da una delle molte sigle della galassia radicale – l’associazione Luca Coscioni – col chiaro intento di provocare un caso, aprire una breccia e azzardare la dimostrazione del trito teo­rema secondo il quale il Paese sarebbe più avanti del Pa­lazzo (e della Chiesa, manco a dirlo) nell’esigere la co­dificazione di nuove 'libertà', compresa quella di farsi uccidere. È vero: gli italiani sono molto più consapevo­li e maturi rispetto a come vengono dipinti, ma nel sen­so opposto a quello immaginato da certuni. E a poco serve sbandierare sondaggi – come succede in coda al­lo spot – realizzati allo scopo di dimostrare quel che si desidera. Chi soffre (e, con loro, le famiglie) non chiede di morire ma di essere aiutato a vivere. E l’acuta preoc­cupazione con la quale i palliativisti italiani hanno ac­colto ieri la pubblicità all’eutanasia basta e avanza per screditare questionari e campagne.
Va peraltro ricordato agli smemorati che il Codice pena­le sanziona con chiarezza l’«omicidio del consenziente», la fattispecie sotto la quale ricadono eutanasia e suicidio assistito. Permettere che si pubblicizzi un reato attraver­so i mezzi di comunicazione a noi pare inammissibile: ed è lecito attendersi che l’Autorità garante delle comunica­zioni, alla quale i radicali si sono rivolti per chiedere il via libera allo spot della morte, faccia il proprio dovere senza esitazioni fermando questa i­nutile provocazione. Sempre ammesso che non ci pensino prima l’editore o il direttore di Telelombardia, l’emittente commercia­le milanese che si è incautamente pre­stata all’operazione. Associare il proprio nome a questo macabro gioco non ser­ve ad accreditarsi se non presso i ra­dicali e i loro sodali. Poca roba, a conti fatti. Anche per chi doves­se mirare solo all’audience.
«Avvenire» del 10 novembre 2010

10 novembre 2010

Convergenza. Internet, tv, telefonino: ormai lo strumento è uno solo

Comunicazione. Come muta il nostro modo di vivere
di Aldo Grasso
La digitalizzazione porta con sé una rivoluzione antropologica: basta con i programmi dall’alto, ora siamo noi a incrociare mezzi e contenuti su misura
Il mondo della comunicazione è al centro di un profondo e radicale cambiamento: il telefono, così come l’abbiamo conosciuto e usato per anni, non è più il telefono; i giornali non sono solo più giornali, stanno mutando pelle e contenuti; la tv non è più la tv; persino il computer presto non sarà più il computer. La digitalizzazione della comunicazione sta portando con sé evoluzioni incredibili sia nelle piattaforme di distribuzione dei contenuti sia nelle modalità di fruizione dei medesimi. Motore di questa evoluzione è il fenomeno della convergenza. Che cos’è? Tecnicamente, la convergenza è l’unione di più strumenti del comunicare, una fusione resa possibile dalla tecnologia digitale. Ciascun medium non è più destinato a svolgere un singolo tipo di prestazione, ma è in grado di diffondere diversi contenuti (fotografia, radio, conversazioni telefoniche, tv, musica). Convergenza significa utilizzare una sola interfaccia (il computer, per esempio) per molti servizi informativi, passare cioè dalla visione di una serie tv a un’operazione bancaria, dalla lettura di un quotidiano alla sorveglianza di un angolo della casa. Ma convergenza significa anche che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la comunicazione e coinvolge categorie antropologiche. Convergenza è la voce del molteplice, dell’indiscernibile e dell’ibridato. Grazie alla facilità di spostamento, ai flussi migratori, alla globalizzazione, tutto il mondo converge, si mescola, tende al meticciato.
La convergenza dei media, dunque, non è un processo solamente tecnologico, o scandito dalla tecnologia. Per allontanarsi da questa visione troppo ingenua e fallace, che fa della tecnica la causa che determina i nostri comportamenti (il modo in cui usiamo i media, in questo caso), Henry Jenkins ha coniato l’espressione «cultura convergente»: un’attitudine culturale che incoraggia gli utenti a interagire con i contenuti, a creare connessioni tra diversi testi, a usare le tecnologie sempre meno come strumenti per comunicare e sempre più come nuovi territori da esplorare (i Cesaroni sono un programma tv, ma anche un’esperienza culturale complessa che prende forme diverse su media diversi: cd, libri, blog, oggettistica, eccetera). Considerata l’importanza e la pervasività dei mezzi di comunicazione nella società contemporanea, e il fatto che i media non sono solo semplici protesi, ma piuttosto ambienti in cui siamo immersi, il mutamento in corso è totalmente culturale. Riguarda cioè la «cultura» nel senso più ampio e antropologico della parola: «Un intero modo di vita», come l’ha definita Raymond Williams, un patrimonio di conoscenze, di nuove convenzioni sociali e di inedite espressioni di civiltà.
Il mutamento nel sistema dei mezzi di comunicazione, in atto da alcuni anni, è sotto gli occhi di tutti. Sotto la potente spinta della digitalizzazione, oggi facciamo con i media cose un tempo impensate: se desideriamo informarci sui fatti del giorno, un click sull’iPad o sullo smartphone ci è sufficiente per visualizzare l’ultima edizione del «Corriere»; mentre siamo in attesa in un luogo pubblico, o in viaggio, il nostro lettore musicale portatile si trasforma in un terminale per vedere un film; in una serata di «magra» programmazione televisiva troviamo su YouTube i frammenti di quel programma che ci ha divertito o di cui abbiamo tanto sentito parlare da amici e colleghi. Negli Usa, le serie più famose, come Gossip girl, possono essere viste in streaming sui siti ufficiali dei canali, subito dopo la messa in onda. Anche in Italia si tentano i primi, timidi esperimenti (portali di Rai, Mediaset e La7). Convergenza significa, in breve, proprio questo: quelli che prima si chiamavano «mezzi di comunicazione di massa » ora si sovrappongono, si mescolano, si combinano, si piegano con maggiore flessibilità alle nostre esigenze temporali, spaziali e d’uso.
Chi possiede uno smartphone sa benissimo (non per studio ma per pratica quotidiana) che il «vecchio» telefonino da strumento di comunicazione personale è diventato uno strumento elettronico dove si raduna il nostro essere sociale e la nostra identità individuale e collettiva. Chi frequenta Facebook conosce i pregi e i difetti delle comunità virtuali, ma il fatto più rilevante è che comincia a far parte di una «cittadinanza digitale» che va ben oltre i narcisismi rétro del socialnetworkismo (a metà tra il «saranno tutti famosi» e il «villaggio globale»). L’idea di fondo dei social network è proprio quella di addomesticare il web e restringerlo ai propri bisogni. Che la tecnologia, elemento necessario al cambiamento in corso, non sia tuttavia la sola forza in grado di rivoluzionare comportamenti e «modi di vita» è dimostrato da due semplici considerazioni.
La prima consiste nell’osservare che - accanto alla fioritura di tutti questi nuovi modelli di utilizzo dei media - permangono anche quelli più tradizionali, che affondano le loro radici nella storia dei mezzi di comunicazione: i giornali fatti di carta si continuano a comprare come uno o due secoli fa; per vedere un film su grande schermo è necessario uscire di casa e pagare un biglietto alla cassa; all’interno delle mura domestiche la tv resta il principale passatempo, spesso nella sua versione generalista. Quelle che permangono, in fin dei conti, sono alcune esigenze di fondo che, pur mutando nelle forme e nei contenuti con cui vengono soddisfatte, caratterizzano l’uomo mediatico uscito dalla «modernità» otto e novecentesca. Per esempio, un genere come il reality da una parte soddisfa un’esigenza tradizionale di intrattenimento, dall’altra, invece, per molti si manifesta come un’esperienza di vita (X-Factor, per esempio, è un costellazione formata dal programma, dagli album, dalle serate a cui partecipano i cantanti, dai concerti).
La seconda considerazione deriva dall’osservazione che, nella società capitalistica, anche la più geniale delle invenzioni deve trovare un mercato per diffondersi: deve cioè intercettare o quantomeno generare dei bisogni. L’industria culturale si attiva solo se le sue produzioni sono economicamente sostenibili. Invenzioni come iPod e iTunes hanno rivoluzionato l’industria della musica: le case discografiche non sono morte, ma hanno dovuto inventarsi nuovi scenari di business. Nelle redazioni di mezzo mondo si fanno esperimenti di interazione tra carta e online, si cercano soluzioni per fare pagare i contenuti senza perdere lettori. La nuova frontiera dell’editoria è sicuramente l’ebook (non si è parlato d’altro all’ultima Fiera del libro di Francoforte): dal lancio di Kindle di Amazon e dalla presentazione dell’iPad di Apple, tutta la filiera dell’editoria sta cercando di cambiare i propri connotati e di ridefinire il ruolo dell’autore e del lettore.
Per creare Hulu - che in cinese mandarino significa «scrigno di beni preziosi», e che è una sorta di grande contenitore web di testi mediali, in particolare film e prodotti tv - si sono accordati concorrenti storici come Nbc Universal, Fox NewsCorp e Abc Disney, ma non è ancora chiaro se lo «scrigno» restituirà doni preziosi anche per le major. Perché un modello economico per l’over-the-top tv è tutt’altro che chiaro: in rete c’è grande fame di contenuti audiovisivi, il web può rappresentare un’enorme archivio on demand, ma come si regge, alla fine, il sistema, visto che lo spettatore è sì disposto a consumare contenuti, ma molto meno a pagarli (dal momento che esistono anche numerose strade illegali)? E allora, l’altra grande spinta a forgiare l’ambiente della convergenza deriva dalle imprese mediali, con i loro interessi, con le loro strategie e, soprattutto, con la loro capacità - più o meno sviluppata - di inserirsi creativamente e tempestivamente su un terreno in costante evoluzione.
A proposito di Hulu, è curioso osservare che lo «scrigno» è la televisione più frequentata dai ragazzi americani. I video di Hulu si possono poi pubblicare su altri siti e social network come Aol, Msn, MySpace, Yahoo e Fancast.com: è come se la galassia della tv generalista esplodesse in tanti piccoli frammenti luminosi, inaugurando un nuovo tipo di socialità televisiva. Per oltre mezzo secolo, la tv ha avuto una precisa collocazione pubblica e ha alimentato un’esperienza tanto diffusa quanto condivisa per gli spettatori, riassumibile in una semplice espressione: «Guardare la tv». Lo scenario attuale della convergenza tecnologica, invece, comporta una mutazione nell’identità del telespettatore, che oggi è virtualmente chiamato a dare forma ad abitudini di visione differenti. Il passaggio universale al digitale terrestre è il più consistente cambiamento che la tv italiana ha affrontato negli ultimi venti o trent’anni, anche soltanto per il numero di persone che coinvolge: un’intera popolazione. Ma il digitale terrestre, pur essendo la tecnologia di accesso-base alla tv, non è la sola piattaforma distributiva su cui le imprese televisive possono contare. Quel che emerge è una moltiplicazione dei possibili percorsi, che connettono chi produce e distribuisce i contenuti tv e chi li consuma.
Senza troppo entrare in un discorso tecnico, sul mercato si confrontano ora non tanto i singoli canali, quanto le piattaforme di offerta, entità complesse in cui si incrociano tecnologia, modelli di business, modi di organizzare i contenuti televisivi. Non a caso due colossi come Apple e Google si stanno trasformando in media center, con lo scopo ben preciso di «linkare» sempre più le loro tecnologie con i contenuti della tv. L’apparato può essere immaginato come un grande smartphone per la tv: ci sono le applicazioni, i video, la musica e i siti web ottimizzati per essere visualizzati al meglio sullo schermo del televisore. La cosa più curiosa è che questo grande processo tecnologico in atto non espelle il pubblico, non lo relega irrimediabilmente al ruolo di «utilizzatore finale», anzi.
Il pubblico può conquistarsi un ruolo da protagonista nello scenario della cultura convergente. Da un lato, perché i canali tv cercano sempre di più di costruire dei touchpoint, dei punti di contatto «emotivi» con lo spettatore, pensati per accrescerne il coinvolgimento, come la campagna di lancio sul web per la seconda stagione di Romanzo criminale. Dall’altro, perché la tv è sempre stata oggetto di condivisione sociale, ma solo oggi diventa concretamente smontabile, «sgangherabile», commentabile, soprattutto grazie alla rete. Il dato può stupire, ma la centralità della tv nel sistema dei media è confermato, come abbiamo visto, dalla presenza esorbitante di tv sul web: la tv si guarda sul web (pensiamo ai contenuti su You- Tube o altri aggregatori audiovisivi), la tv si commenta sul web (pensiamo ai discorsi sulla tv fra forum, blog e Facebook). Se mai lo è stato realmente, oggi lo spettatore non è più passivamente sprofondato sul divano: utilizza di continuo la tv come risorsa, sia materiale che simbolica, per orientarsi, per discutere, per interagire, tanto online quanto offline.
Ma noi, come ci attrezziamo per affrontare un simile rivolgimento? Consideriamo la tecnologia come un gadget prezioso di cui non si può fare a meno? La convergenza è un fenomeno che cambia le nostre abitudini di consumo o cambia anche le abitudini cognitive? Il passaggio dal cartaceo allo schermo elettronico è solo una comodità o un cambiamento radicale? Gli Stoici avevano risolto il problema con una certa rassegnazione: i fati guidano i volenti e trascinano i nolenti. Spiace però che questi problemi se li pongano più le aziende che le università, più i blogger che gli accademici. Ma ormai, forse, persino queste distinzioni sono superate. La verità è che oggi, nel mondo della comunicazione, si compiono operazioni così vertiginose da essere state vagheggiate solo da qualche scrittore di fantascienza: il primo Macintosh è del 1984, la nascita ufficiale del Web risale al 1991.
Nel giro di pochi anni ciascuno di noi può connettersi con il mondo intero, consultare tutto quello che è stato caricato in rete. Convergenza significa anche che da una cultura di tipo verticale (ordinata secondo una gerarchia valoriale) siamo passati a una cultura di tipo orizzontale (ogni contenuto è immediatamente disponibile) basata più sulle associazioni, sui link, sui liberi collegamenti che sulla tradizionale trasmissione del sapere. I nuovi media, infatti, conferiscono inevitabilmente a tutti i contenuti che diffondono un peculiare carattere di precarietà ed esteriorità; la loro convergenza assomiglia sempre più a un gioco che urta contro i canoni tradizionali dell’esperienza estetica o informativa. Il ritmo incalzante che ci impongono costringe la nostra mente ad adeguarsi, sempre precariamente e provvisoriamente (come nei giochi), a continue novità, a paesaggi sempre diversi.

L’autore
Aldo Grasso insegna Storia della televisione alla Cattolica di Milano. Critico televisivo del «Corriere della Sera», è autore di numerosi saggi, tra i quali: «Storia della televisione italiana» (Garzanti), «Buona maestra» (Mondadori) e «Arredo di serie» (Vita e pensiero), curato con Massimo Scaglioni come «Televisione convergente» (Rti)
«Corriere della Sera» del 10 novembre 2010

L'editore sparirà in una generazione

Gino Roncaglia: «Bene il modello Severgnini, male Ken Follett»
di Cristina Taglietti
Ebook, il convegno in Cattolica. Ferrari: svolta epocale. Timori per lo sbarco di Amazon e Google
Rivoluzione sarà, ma non certo a Natale. Che l'ebook cambierà per sempre e in modo radicale il nostro modo di rapportarci ai libri è sicuro, ma per ora è un mercato esiguo, estremamente limitato nell'offerta, di scarsa incidenza economica, anche se potenzialmente esplosivo. È questa la fotografia dello stato del libro digitale che è emersa al workshop «Engaging the reader», organizzato all'Università Cattolica di Milano a conclusione del master universitario «Professione editoria» diretto da Edoardo Barbieri. Una giornata di studio che è servita a fare un bilancio della realtà italiana, a un mese dalla discesa in campo dei grandi gruppi (da una parte Mondadori, dall'altra Edigita, federazione di Gems, Feltrinelli, Rcs) e a disegnare scenari futuri, ancora estremamente incerti che però - e su questo hanno concordato la maggior parte dei relatori - richiedono un radicale cambiamento organizzativo, oltre che un ripensamento dei contenuti. Molti e diversi gli spunti di riflessione, come la necessità di una legge sul libro, la politica dei prezzi, ma anche il destino delle librerie, perché, come ha sottolineato Alberto Galla, vicepresidente dell'Ali (Associazione librai italiani) «l'ebook non sarà appannaggio dei nativi digitali, ma conquisterà rapidamente i lettori forti che sono i clienti più affezionati delle librerie indipendenti».
Certo l'ebook italiano è ancora un neonato, hanno ricordato ieri i rappresentanti di alcune delle piattaforme digitali nostrane - Marco Croella di Simplicissimus, Marco Ghezzi di okRepublic, Renato Salvetti, direttore generale di Edigita - che hanno parlato genericamente di qualche migliaio di copie digitali vendute in questi mesi di attività. Vendite che raddoppiano di settimana in settimana ma che si trovano di fronte a quello che Mario Guaraldi, piccolo editore riminese, tra i primi a rendere disponibile online il catalogo e pioniere, nel '96, del print on demand, ha definito «far web». Se c'è chi come Ottavio Di Brizzi, direttore editoriale della Bur, che si è occupato della applicazione iPad del nuovo libro di Beppe Severgnini, La pancia degli italiani (Rizzoli), non vede una cannibalizzazione, ma uno scenario «di integrazione tra carta e digitale che richiede un cambiamento dell'ecosistema editoriale dove la funzione di mediazione dell'editore rimarrà quasi immutata»; Gino Roncaglia, autore del libro La quarta rivoluzione (Laterza), aggiunge che fondamentali sono le caratteristiche del supporto che possono permettere grandi arricchimenti del testo: «Un ottimo esempio è proprio l'applicazione del libro di Severgnini che consente di vedere e sentire video, fotografie, audio di personaggi e situazioni a cui il testo fa riferimento. La versione inglese de I pilastri della terra di Follett invece non funziona: è semplicemente il testo con inserti filmati dello sceneggiato tv che di fatto interrompono la lettura».
Roncaglia però si dimostra meno ottimista sui tempi («a gennaio 2011 non celebreremo il boom natalizio dell'ebook») e disegna un presente dove i devices sono poco diffusi, ancora imperfetti, dove il Drm di Adobe, il sistema di protezione dalla pirateria più diffuso, è cervellotico oltre che violabile. Il mercato italiano, poi, secondo Roncaglia «si presenta frammentato, con troppi soggetti in concorrenza, che possono coesistere in un mercato piccolo, ma rischiano di essere cannibalizzati quando anche da noi sbarcheranno i grandi players internazionali, Amazon, Google Books, Apple». «Nel lungo periodo - sostiene Roncaglia - ci sarà una tendenza alla sostituzione che però, pur essendo difficile fare previsioni, non significherà la morte del libro tradizionale».
La carta non morirà, ma, secondo Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro del ministero dei Beni culturali, «l'editore sparirà. O meglio sparirà nel modo in cui è inteso oggi, come colui che ha un capitale e lo investe nell'editare un'opera. La pubblicazione dell'ebook non ha tendenzialmente costo, la filiera si riduce, quindi l'editore diventerà un'altra cosa. Anche l'autore verrà concepito in modo diverso e cambierà la natura stessa della comunicazione scritta che per anni è stata immobile, fissata sulla pagina, e che ora diventa aggiungibile, modificabile, interattiva. La rivoluzione sarà epocale, paragonabile all'invenzione dei caratteri a stampa mobili, ma la vedrà mia nipote che ha cinque mesi. Non bisogna credere ai dati manipolati, fasulli, di crescita esponenziale che arrivano dall'America. Il fenomeno avrà una lentezza fisiologica, ed esploderà quando i prezzi si abbatteranno. Allora prevarrà l'ebook». Per ora, il costo di un ebook è circa il 30 per cento meno di quello di carta, ma il più venduto del momento sulla libreria di BookRepublic, dice Marco Ghezzi, è La caduta dei giganti di Ken Follett, che costa pur sempre 15 euro.
«Corriere della Sera» del 10 novembre 2010

06 novembre 2010

Ma quale legge 40, meglio il Far West. E gli affari

Risuona periodicamente la grancassa ideologica
di Assuntina Morresi
Ha ripreso fiato la grancassa ideologica contro la legge 40, che regola la procreazione assistita: ancora i soliti slogan e quei luoghi comuni duri a morire, che non rendono conto dell’impatto della legge e dei suoi risultati, ma ne danno una percezione distorta e negativa che non ha ragion d’essere.
I fatti recenti sono noti: due tribunali civili hanno chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla legittimità del divieto di fecondazione eterologa, cioè sul divieto di utilizzare in vitro gameti esterni alla coppia che poi crescerà il bambino. È subito partito il coro mediatico con il primo ritornello: i giudici stanno smontando pezzo dopo pezzo la legge 40.
Falso: la Consulta, già chiamata a pronunciarsi sulla legge, l’ha lasciata sostanzialmente intatta, e sulle due richieste recenti si deve ancora esprimere.
Ad oggi valgono i divieti di soppressione e di crioconservazione degli embrioni, che devono continuare ad essere creati in numero «strettamente necessario», un numero che, dopo la sentenza della Corte, deve essere stabilito, caso per caso, dal medico, e che non ha più il valore massimo di tre fissato nel testo originale.
È invariato l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro, riservato solo alle coppie infertili, e non a quelle portatrici di malattie genetiche: la legge 40 è pensata per dare alle coppie infertili pari opportunità rispetto a quelle fertili, e non per scegliere gli embrioni "migliori", i sani, e scartare quelli "peggiori", i malati. Vale ancora il divieto di selezione eugenetica degli embrioni: le poche sentenze "creative" di alcuni tribunali civili che ne hanno consentito la diagnosi preimpianto riguardano solo le coppie che a quei giudici si sono rivolte, e non hanno certo modificato il testo di legge.
Il secondo ritornello dei detrattori della 40 ripete, invece, che le coppie italiane ne sono state danneggiate: sarebbero diminuiti i nati, è stata messo a rischio la salute delle donne, e c’è il "turismo procreativo".
Ma non è così. Innanzitutto, solo con la legge 40 è stata istituita una raccolta dati obbligatoria, con un registro a cui i centri di procreazione assistita comunicano la loro attività: coppie trattate, embrioni formati, bambini nati. I dati prima della legge coprivano un numero limitato di centri, che li fornivano su base volontaria: non ci sono quindi i numeri per un paragone diretto prima e dopo la 40, a livello nazionale.
Il registro, invece, ci dice che negli anni di applicazione della legge sono aumentate le coppie trattate e i bambini nati; che è crollato il numero delle complicanze da sindrome da iperstimolazione ovarica e che le gravidanze trigemine dipendono da come la 40 viene applicata: in diversi centri la loro media è molto inferiore a quella europea, mentre in altri è in percentuali inaccettabili. C’è da aggiungere che nei Paesi dove le trigemine sono meno che da noi, si pratica la riduzione embrionaria, cioè un aborto precoce e selettivo. Il divieto di eterologa ci ha poi messo al riparo dal commercio degli ovociti, che colpisce le donne più fragili, quelle giovani o povere: un problema grave, oggetto pure di una risoluzione del parlamento europeo che ha cercato, inutilmente, di arginare il fenomeno.
Per quanto riguarda il turismo riproduttivo, bisognerebbe verificare eventuali collegamenti economici fra cliniche italiane e straniere. Va poi ricordato che il flusso maggiore c’è dagli Usa, dove tutto è permesso, all’India, dove tutto costa meno. Da ultimo, visto che questo "turismo" esiste sempre nel momento in cui si pone un divieto, per risolvere il problema basta eliminare ogni legge, e lasciare i centri di fecondazione assistita liberi di fare quel che ritengono più utile. Ma allora lo si dica chiaramente: altro che modificare la 40. La si vorrebbe abolire, per tornare alla deregulation di prima, e che decida il mercato: è questa la posta in gioco, il vero obiettivo della battaglia.
«Avvenire» del 28 ottobre 2010

La democrazia si invera solo nell’oggettività del bene perseguito

La depenalizzazione di aborto ed eutanasia come tradimento
di Giacomo Samek Lodovici
Nel suo discorso di giovedì scorso ad alcuni vescovi brasiliani, il Papa ha toccato il tema del rapporto tra democrazia, aborto ed eutanasia: «Quando i progetti politici contemplano […] la decriminalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia, l’ideale democratico – che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana – è tradito nei suoi fondamenti». Il Papa ha cioè criticato la riduzione della democrazia a mero meccanismo di regolazione degli interessi che delibera solo secondo il rispetto di alcune procedure, specialmente quella del rispetto della volontà della maggioranza.
Così, senza farvi riferimento esplicito, Benedetto XVI ha richiamato la necessità di ancorare la legge civile alla legge naturale (ovviamente pensata in modo corretto e non in certe sue indifendibili teorizzazioni), cioè quell’insieme di principi etici immutabili che non dipendono da alcuna dottrina religiosa (anche se vi possono trovare sintonia), perché sono accessibili con la ragione.
Riecheggiando l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II (ma senza bisogno di essere credenti per convenire con le sue tesi, che sono già laicamente valide) si può in effetti notare che la democrazia, come sistema in cui si decide a maggioranza, non può essere mitizzata fino a considerarla un bene assoluto e un antidoto al male. Essa è un modo di regolare i rapporti tra gli uomini e, come tale, uno strumento, non la fonte del bene. La sua moralità non è automatica, bensì scaturisce dalla qualità morale dei fini-beni che persegue e dei mezzi di cui si serve per perseguirli.
Ma se questi fini-beni non sono oggettivi e perciò protetti dalla legge naturale, bensì decisi di volta in volta dalla maggioranza, l’ordinamento democratico risulta essere un mero meccanismo di regolazione empirica dei diversi interessi. Ora, tale regolazione è senza dubbio apprezzabile ai fini della pace sociale; ma senza un riferimento morale oggettivo e previo a qualsivoglia decisione della maggioranza, se non esistono alcuni beni-valori non negoziabili (per esempio la dignità inviolabile dell’essere umano che, per esempio, non dev’essere manipolato) il rischio è quello di una mera apparenza di democrazia. Infatti, anche nei sistemi politici partecipativi la soddisfazione degli interessi, di fatto, avviene spesso a vantaggio dei più forti, cioè quei soggetti che sono maggiormente capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche l’opinione pubblica e la formazione del consenso. Quando si produce tale situazione, la democrazia diventa solo apparente: in realtà quelli che comandano e decidono sono pochi, in realtà è in vigore un’oligarchia.
Una democrazia senza riferimenti valoriali oggettivi può anche cadere nel «dispotismo della maggioranza», icasticamente messo in luce dal filosofo Tocqueville: se una democrazia decide solo secondo il principio (importante ma insufficiente) per cui è giusto ciò che viene scelto dalla maggioranza, quest’ultima può decidere di sterminare il singolo e/o la minoranza senza che la si possa biasimare. E se il principio fondamentale di una democrazia afferma che ogni singolo uomo è uguale agli altri, deve contare quanto gli altri e non deve essere discriminato, la depenalizzazione di aborto ed eutanasia costituisce un tradimento gravissimo di questo principio, perché discrimina e addirittura uccide i più deboli e più indifesi: infatti, come ha detto il Papa, «chi è più inerme di un nascituro o di un malato in stato vegetativo o terminale?».
«Avvenire» del 4 novembre 2010