14 luglio 2006

Gioventù ingannata

di Paola Mastrocola
Apprendiamo con gioia, da tutti i giornali di ieri, che i nostri giovani sono bravissimi. Eccezionali, geniali: finiti gli esami di maturità, quasi nessun bocciato (solo l'1,1%, nei licei) e tantissimi col punteggio massimo: pare che il 10-13% abbia preso il mitico 100 su 100. Bravi, complimenti! Complimenti anche alla scuola italiana, che ingiustamente alcuni si ostinano ad accusare e che invece pare funzionare benissimo, se sforna tali e tanti geni.
Ma… non eravamo tra gli ultimi nei risultati PISA? I test PISA registrano ogni anno, con criteri omogenei, le performances scolastiche degli studenti di tutti i paesi sviluppati (OECD) e negli ultimi anni ci dicono in modo drammaticamente chiaro che l'Italia è agli ultimi posti: in Europa i nostri ragazzi sono addirittura i penultimi in assoluto, davanti soltanto alla Grecia. Insomma, non sanno tanto bene né leggere né far di conto. Però prendono un sacco di 100… Prendono un sacco di 100, però poi stentano a trovare lavoro, oppure trovano lavori inadeguati.
E quindi, modello Tanguy, restano a vivere in casa fino ai trent'anni e oltre. Come la mettiamo? Non li bocciamo alla maturità, a molti diamo addirittura il massimo dei voti, e poi non li assumiamo? Ma come è possibile? O ci sono forse due realtà, e di volta in volta ci piace vederne solo una? Il voto massimo, da che mondo è mondo, sancisce la massima eccellenza; ma da sempre, le persone ai massimi livelli per impegno e capacità sono poche, per forza di cose. Quindi, cosa stiamo combinando?
Svendiamo i 100? Pensiamo che in fondo un 100 non si può negare a nessuno? Se anche l'eccellenza diventa di massa, c'è qualcosa che non va sul piano logico. Una scuola che non boccia è una scuola che rinuncia a fare la sua parte. Come un medico che non opera il malato, un giudice che non condanna più l'assassino. Si astiene. Delega a un anonimo altro, situato sempre più avanti nel tempo e nello spazio. Posticipa all'infinito il verdetto, lascia che sia poi la vita, la società, il destino individuale di ognuno a decidere, a sancire virtù e debolezze. Intanto a noi piace rendere tutti i nostri allievi felici: nessuno ha perso, nessuno paga.
Alle elementari tutti promossi, ci penseranno gli insegnanti delle medie; alle medie tutti promossi, ci penseranno al liceo; al liceo tutti promossi, ci penserà l'università; all'università tutti laureati, ci penserà poi il mondo del lavoro... L'importante è che tutti vadano avanti, poi si vedrà. Se non troveranno lavoro, saremo pronti a incolpare il governo, l'aumento del lavoro precario (che di fatto pare non sia aumentato…), il mammismo italico, la taccagneria delle imprese che offrono stipendi così irrisori… Sarà anche tutto vero. Ma la scuola intanto dovrebbe fare la scuola e non indulgere a meccanismi di facilitazione costante.
Dovrebbe dire la verità ai suoi allievi: se non hai studiato nulla, ti boccio; se non sei eccellente, non ti do 100. Non dovremmo ingannare i giovani, lasciando che incontrino dopo la realtà e incitandoli a vederla sempre popolata di mostri cattivi. Tutto ciò innesca una cultura del piagnisteo e alimenta un eterno vittimismo, da cui è assente ogni senso di responsabilità individuale. Dovremmo invece ribadire concetti semplici, del tipo che ad ogni causa corrisponde un effetto: se non hai studiato, non troverai lavoro perché non saprai fare ciò che ti chiedono, semplice. Inutile che io adesso, illudendoti con voti ipocriti, ti spiani una via che fra tre anni tu troverai sbarrata; meglio fermarti subito, così ti aiuto a ripartire.
E' così difficile? Perché non agiamo in questo modo chiaro e leale? Da una parte, temo che ci sia, sotto sotto, sempre la stessa, intramontabile e obsoleta, ideologia del non discriminare mai, a nessun costo, nessuno. Se tutti avranno 100, non ci saranno più i famigerati migliori e ci sembrerà così di poter meglio assicurare a tutti le stesse opportunità. In realtà, così facendo, non assicuriamo più niente a nessuno, perché togliamo senso a tutto, a voti e giudizi (tanto varrebbe avere più coraggio e abolire esami e votazioni…): i nostri 100 non avranno più alcun valore, nemmeno quei pochi effettivamente meritati.
Dall'altra parte, credo che siamo mossi da una diabolica volontà di autopromuoverci: la scuola, o la sezione, che può vantare pochi bocciati e molti eccellenti viene immantinente promossa a scuola e sezione fantastica: gli insegnanti saranno automaticamente ritenuti ottimi, il dirigente scolastico potrà pubblicare sbalorditivi dati statistici sui dépliant del suo esemplare istituto, e gli utenti faranno la fila per iscriversi lì, accalcandosi smaniosi ai cancelli. Signori per di qua, nessun bocciato e la metà che esce con 100…!
Evidentemente, se funziona tale messaggio pubblicitario, è perché una scuola esigente non la vuole più nessuno. E pensare che un tempo certi "utenti" (che allora si chiamavano padri…) sceglievano apposta per i figli le scuole più dure… Segnali di fumo, non di realtà. Nulla è più reale. E si perpetua il ben noto "patto scellerato" tra studenti e docenti: i docenti promuovono e premiano studenti mediocri, gli studenti accettano e occultano insegnanti mediocri. Il voto che diamo ai nostri allievi - oggi più che mai, visto che gli esami si fanno con le commissioni interne - è un voto che diamo a noi stessi. E' la scuola italiana che oggi si premia e s'incensa: tutti promossi, tutti bravissimi! Tanto poi, quando i giovani si troveranno davanti all'impresa che non li assume, noi insegnanti non ci saremo.
«La Stampa» del 13 luglio 2006

12 luglio 2006

Gli Uffizi battono il reality show: i giovani preferiscono Raffaello

I dati della ricerca Federculture-Centro Turistico studentesco sui consumi culturali. Bene il cinema e la lettura. L'accusa: "Ma gli eventi costano troppo"
di Massimiliano Papasso
Un dipinto di Raffaello al posto di una prima visione al cinema, una serata tra le meraviglie degli Uffizi invece dell'ennesimo reality show in tv. I giovani italiani si riscoprono amanti dell'arte. A rivelarlo uno studio condotto da Federculture e il Centro Turistico studentesco che descrive i ragazzi "dai trenta in giù" come una generazione assetata di spettacoli, mostre e musei. Talmente tanto da preferire queste attività ad altre considerate un tempo più consuete, come leggere un libro o addirittura andare al cinema.
Secondo il rapporto di Federculture, condotto nella scorsa estate su un campione di oltre 4.000 persone (per lo più studenti universitari e ragazzi alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro), il 32% dei giovani italiani visita di frequente mostre, fotografa monumenti e affolla i tanti musei sparsi per il nostro paese. Un risultato sorprendente se si pensa che nella speciale hit parade delle attività più svolte dagli under 35 queste tre risorse culturali precedono la lettura di un libro (19% del totale), andare a vedere un film al cinema (13,5%) e assistere a concerti rock o pop (8,3%). "Questi dati dimostrano come nel nostro Paese negli ultimi anni si sia trasformato il modo di confrontarsi con la cultura - spiega Roberto Grossi, presidente di Federcultura - . Se una volta seguire una mostra era un appuntamento fine a se stesso, adesso nell'organizzazione di un evento a cui prendere parte incidono molti fattori. E' cambiato il modo di gestire il proprio tempo libero. Questo vale soprattutto per i ragazzi che quando pensano alla loro vacanza prendono in considerazione anche le attività culturali che potrebbero svolgere in un posto piuttosto che in un altro". Una sete di conoscenza da parte delle nuove generazioni che è confermata anche da un altro aspetto dell'indagine condotta da Federcultura. Alla domanda "Cosa intendi per cultura?" la maggior parte dei ragazzi italiani ha risposto "conoscere nuovi popoli e nuove usanze", e subito dopo "leggere libri e letteratura" e "visitare musei e mostre".
Ma se gli under 35 sembrano amare particolarmente scorazzare in lungo e in largo per l'Italia alla ricerca di nuove esperienze culturali, le difficoltà che si incontrano durante questo cammino di certo non mancano. Primo tra tutti il prezzo dei biglietti ritenuto dalla maggioranza del campione di Federcultura (il 36%) "troppo salato" e di conseguenza il principale ostacolo nel consumo di eventi culturali. "Purtroppo quello del costo dei biglietti è un problema reale - conferma il presidente Grossi - specie per i giovani. Per risolverlo però non basta che un museo o eun nte proponga autonomamente pacchetti offerte e ingressi scontati. Quello di cui abbiamo bisogno è una politica nazionale che riesca ad unire le forze. La cultura in Italia è un mondo ancora troppo frammentato". I ragazzi infatti vorrebbero che il prezzo ideale per seguire una mostra o uno spettacolo non dovrebbe superare in ogni caso i 10 euro, mentre per entrare in un museo sono anche disposti a spendere più del doppio.
Una inaspettata propensione alla cultura che però molto spesso si scontra contro il muro della scarsa comunicazione. Il secondo grande ostacolo alla partecipazione ad eventi culturali emerso dall'indagine di Federculture è proprio quello della mancanza di informazioni (17%). Molto spesso infatti pur essendoci tra i ragazzi grande disponibilità a partecipare ad un dibattito letterario, piuttosto che assistere ad una rassegna cinematografica, tutto viene vanificato dall'assenza delle informazioni basilari come gli orari, i luoghi e i costi legati all'appuntamento. "In Italia ogni giorno si svolgono tantissimi eventi culturali che spesso si sovrappongono tra loro - conclude Grossi -. Purtroppo non abbiamo ancora un sistema informativo adeguato all'offerta. Un problema che presto vorremmo sottoporre anche al neo ministro Melandri a cui chiediamo in primo luogo l'istituzione di un osservatorio della cultura giovanile. Non si può migliorare un settore senza prima aver studiato e capito a fondo i problemi che lo affliggono".
«La Repubblica» del 12 luglio 2006

Buzzati fra Dio e il nulla

Una riflessione sulla religiosità dello scrittore nato 100 anni fa: l'apertura all'infinito, il sentimento della morte
di Ferdinando Castelli
«Essendo la realtà che lo circonda limitata e finita, egli avverte un malessere che lo induce a cercare in altre direzioni»
Buzzati scrittore religioso? L'interrogativo ci introduce nell'analisi della sua religiosità. Eugenio Montale lo definì «un favolista essenzialmente cristiano». Giovanna Ioli parla di una sua «religiosità incombente», affermando che «Dio esiste nei luoghi di Buzzati più che in molti autori che lo dichiarano». Giorgio Pullini nota che «la realtà rimane per Buzzati un fatto trascendentale, al di fuori e al di sopra della sua ricerca personale, un dato di partenza mitico». Fausto Gianfranceschi sostiene che non è possibile comprendere Buzzati prescindendo dalla dimensione religiosa della sua opera. Anche Domenico Porzio insiste sulla nascosta anima religiosa buzzatiana, che egli scorge soprattutto nel linguaggio simbolico e metaforico dello scrittore. Altri studiosi trattano l'argomento ma in termini piuttosto vaghi e frettolosi, quasi si trattasse di un tema marginale.
Si può definire Buzzati uno scrittore religioso? Per evitare ogni equivoco, diciamo subito che egli non ha una religione, nel senso che non accetta un credo, cristiano o cattolico che sia, strutturato in dogmi, riti, verità rivelate. Egli ha un forte sentimento religioso che gli deriva dalla sua anima profonda e che si manifesta come presentimento, nostalgia, attesa, malessere interiore, intelligenza metaforica e mistica. Tale sentimento costituisce la religione naturale o religiosità. Essa ha una triplice origine. In primo luogo, è originata dal sentimento del numinoso, universalmente avvertito ed espresso in una varietà di modi. Secondariamente, dalla struttura dell'uomo, essere finito con un'apertura all'infinito: essendo la realtà che lo circonda limitata e finita, egli avverte un malessere che lo induce a cercare, in altre direzioni, altre realtà. Infine, dinanzi all'evento della morte, l'uomo sente un prepotente bisogno di sopravvivenza per non morire del tutto e per incontrare le persone care. Bisogno vano o presagio d'immortalità? La religione naturale pertanto comporta la ricerca di altre realtà e il bisogno di oltrepassare i confini dell'umano per raggiungere quelle terre dove l'inquietudine possa placarsi.
Di queste altre terre Buzzati è cercatore appassionato e originale. Da autentico scrittore, ha una peculiare capacità di farcene percepire la nostalgia e il bisogno. La loro percezione, che va oltre il quotidiano e l'immediato, può configurarsi col meraviglioso, col diverso e con lo strano, ma anche col misterioso, col metafisico, col soprannaturale. Egli è tutto proteso a captare e comprendere questa realtà, perché in essa è in gioco il nostro destino e si condensa il senso della nostra vita. «La differenza, l'originalità assoluta di Buzzati - afferma Geno Pampaloni - è la seguente: [...] per Buzzati la metafisica è un'etica, è una morale; se il reale e il tempo sono spesso menzogna, la verità sta altrove, sta al di là, e cercarla e conoscerla con pazienza e coraggio è la vera moralità dell'uomo».
Cercare la verità altrove: senza perdersi nei meandri dell'inconscio considerandolo fonte di conoscenza essenziale, attenti a scorgere la verità nascosta sia nella realtà quotidiana, sia nel sogno, nella fantasia e nel presentimento di un assolutamente Altro. In merito, la Ioli cita tre versi di Alano di Lilla, per il quale ogni creatura è un libro («Omnis mundi creatura / quasi liber et pictura / nobis est et speculum»), e rimanda al testo paolino: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in maniera imperfetta, ma allora conoscerò perfettamente».
Buzzati ha il dono di percorrere i sentieri della vita e di scorgere segni e voci che a noi sfuggono e che rimandano a qualcos'altro che sta dietro. «Ogni manifestazione del reale è il segno di qualche cosa che sta dietro, ogni avvenimento ha una controparte ideale. Come un libro non si esaurisce nei segni impressi nelle sue pagine, così la vita umana non si esaurisce nei suoi accadimenti [...]. C iò indica il modo tradizionalmente corretto di leggere il gran libro del mondo. Il simbolo, la metafora [...] diventano la realtà, quella non immediatamente visibile e tangibile, e quella da decodificare; e a sua volta la realtà diventa simbolo».
«Avvenire» del 12 luglio 2006
Su Buzzati ti ricordo anche un altro articolo, sempre sul nostro blog

11 luglio 2006

Generazione De Carlo, il successo dell’autobiografia

di Cinzia Fiori

La sua generazione è cresciuta con lui, ritrovandosi nei suoi libri. E tutti i suoi romanzi sono diventati bestseller. Eppure non scrive narrativa di genere e non è mai ricorso all’espediente della trama gialla per indurre i lettori a seguirlo. È il caso De Carlo, un’anomalia italiana da centomila copie a titolo. Ne ha pubblicati tredici, uno dei quali, Due di Due, è un longseller, che da diciassette anni i ragazzi si passano di mano. Ogni volta, dal 1981, quando a 29 anni esordì con Treno di panna, la sua esistenza è diventata materiale narrativo. Con un autobiografismo che non nasconde, Andrea De Carlo ha raccontato se stesso, i casi suoi. E i casi suoi sono sempre risultati paradigmatici. Il suo tredicesimo romanzo è il primo a non veder protagonista un suo alter ego; anche se i quattro professionisti che danno vita al libro potrebbero benissimo essere suoi ex compagni di liceo, dei potenziali De Carlo arricchiti e nevrotici, che vivono dei simboli del denaro e parlano la lingua vuota delle loro carriere. Questa volta l’autore si è divertito a portare nella storia un personaggio reale, l’amico percussionista Arup Kanti Das. Nel testo, è l’indiano che occupa assieme ad altri una cascina umbra messa in vendita. Ma ciò non ha nulla a che fare con l’autobiografia. Giro di vento nasce da un’avversione. Il motore del libro è il disagio di De Carlo, sorto quando, dopo la lunga stagione dei soggiorni all’estero, s’è ritrovato ad abitare un’Italia che non gli piaceva. Così ha inventato Luisa, Enrico, Margherita e Arturo, ossia la direttrice editoriale, l’architetto, la starlette televisiva e l’arredatore che partono un venerdì da Milano, destinazione Umbria. Vanno a comprare un antico casolare per trascorrere i weekend insieme, come ai bei tempi. Alla guida della monovolume che scende verso la campagna sta Alessio, agente immobiliare di lucrose speranze. L’ironia dei quattro sul suo rampantismo diventa livore in Umbria quando, nei pressi della proprietà in vendita, la macchina finisce in una buca di campagna e si rompe. I cellulari non prendono, fa freddo, la notte è calata e piove. Il quintetto deve cercarsi a piedi un rifugio. È il primo atto di un tranquillo weekend che comincia a girar storto e diventa di paura non appena trovano un tetto. Immersi nella penombra delle luci a olio, scoprono di trovarsi nella loro futura casa e di essere ospiti sgraditi della piccola comunità di autarchici che l’ha occupata. Giro di vento è un romanzo molto strutturato. Sembra nato per il cinema. Capitolo dopo capitolo, è un progredire di colpi di scena, che minano per gradi le sicurezze dei protagonisti. Ciascuno degli ex ragazzi di città inizia in qualche modo a sentirsi fuori posto riguardo alle sue scelte, a come vive, a chi è, a com’è diventato. Le inquietudini personali si diffondono in un continuo rimbalzo di azioni e reazioni stizzite. La diffidenza è una costante delle relazioni tra i due gruppi, gli integrati e i ribelli, che da estranei si confrontano nel romanzo. A fine weekend, il destino di ciascun componente del quintetto sceso in Umbria sarà largamente influenzato dal suo grado di apertura agli «estranei». Giro di vento è un libro «visivo», il narratore fotografa il mondo e lo rimette in gioco sulla pagina. Persino i pochi cenni psicologici si risolvono in immagini. Lo sguardo di De Carlo è spietato. A renderlo tale è la molteplicità dei particolari riportati, la descrizione minuziosa delle sensazioni in campo. Per dirla con Calvino, c’è «una particolare acutezza dello sguardo che afferra e registra un enorme numero di particolari e sfumature (...) ingigantiti come attraverso una lente d’un teleobbiettivo». Lo scriveva nell’introduzione a Treno di panna, il libro con cui De Carlo esordì nell’81. Per lo stile, Giro di vento è il romanzo più vicino a quel primo, che tante critiche lusinghiere raccolse. Anticipava di qualche anno la stagione del minimalismo americano. Ma allora quel che importava era altro. Con De Carlo, Tondelli, Palandri debuttava una generazione di scrittori decisa a far riferimento alla vita prima che alla tradizione letteraria. La loro era una narrativa retta dall’individualità emotiva dell’autore, al centro stava la realtà non come problema ma come luogo di identificazione. Il segreto del lungo successo editoriale di De Carlo abita qui. E lo scrittore, che con Giro di vento ha voltato le spalle all’autobiografismo, ha mutato il modo di strutturare il romanzo e cambiato editore (passando a Bompiani), è dovuto tornare ai giorni dei suoi esordi per trovare le parole, anzi «lo sguardo» necessario a scrivere la sua svolta.

«Corriere della sera» del 10 luglio 2006

Il Mondo Antico di Pirandello

di Collura Matteo
Luigi Pirandello è uno degli scrittori più significativi del Novecento, secolo in cui soprattutto la cultura europea portò a compimento la rivoluzionaria scomposizione della personalità umana e la dissoluzione delle forme, tutte: da quella sociale a quella culturale, da quella artistica a quella politica. Per questo, oggi - nonostante l’irriducibile fortuna in teatro - il mondo di Pirandello, anche quello da lui immaginato come futuribile fantasia, può apparire lontano, antico, radicalmente superato. Dal secondo dopoguerra a oggi, assorbiti finanche i rivoluzionari effetti del ‘68, le tematiche pirandelliane, i suoi speciosi rovelli, risultano legati a un tempo a noi ormai estraneo; un tempo che coincide con la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, gli anni, appunto, dell’«involontario soggiorno sulla terra» di Pirandello, ma che di fatto durava da secoli. Quest’epoca, sappiamo, ebbe il suo epilogo negli anni del fascismo; anni in cui la maschera dell’ipocrisia e del conformismo accentuò la sua asfissiante morsa. Contro quella morsa lottò Pirandello, pur restando - ecco uno dei paradossi legati al suo nome - un perfetto uomo del suo tempo. Un’ulteriore conferma di quanto fin qui asserito ci viene data dal nuovo «Meridiano» dedicato da Mondatori all’autore dei Sei personaggi, in cui, a cura di Ferdinando Taviani, sono raccolti i Saggi e gli Interventi (pagine 1618, euro 55). Ma altre conferme si hanno da questa corposa e interessante lettura. Per esempio quella che riguarda la biografia ricavabile dai suoi scritti: Pirandello parla di sé in modo più esplicito nelle opere di fantasia (commedie, romanzi, novelle) che nelle interviste e negli scritti occasionali o di circostanza. Lui era fatto così: in pubblico, davanti a un microfono o a un registratore era un professore austero, tendente alla retorica, consapevole dei suoi meriti artistici, un siciliano dal carattere altero e piuttosto ombroso, permaloso. In privato - e le sue tantissime lettere ai familiari, a Marta Abba e agli amici lo dimostrano - era un uomo impaurito e inadatto a vivere la vita se non scrivendola. Era un artista infelice, e non soltanto a causa dell’infermità mentale della moglie, ma per la sua incapacità a vivere la propria esistenza come un essere umano qualunque; e questo dramma appare chiaramente nelle sue opere. Dicevamo della consapevolezza di Pirandello dei suoi meriti artistici; meriti messi in discussione severamente da Benedetto Croce, il quale considerava le novelle e i romanzi di Pirandello «più che altro una prosecuzione alquanto in ritardo dell’opera della scuola veristica italiana». Leggiamo la risposta che Pirandello diede a Croce, attraverso il resoconto di un incontro che il drammaturgo ebbe a New York con Domenico Vittorini, nel 1935: «Croce, nella sua ottusità, non ha visto la corrente umana che corre lungo tutta la mia arte. Non è mai stato capace di vedere che io sono stato e sono nemico del formalismo e dell’ipocrisia. Fondamentalmente, io ho sempre cercato di dimostrare che nulla offende tanto la vita quanto il ridurla a un vuoto concetto». E sconcerta che un siffatto «nemico del formalismo e dell’ipocrisia» abbia, nel 1924, l’anno del rapimento e dell’assassinio di Matteotti, chiesto l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista. Su questo particolare momento della vita di Pirandello, nel «Meridiano» appena pubblicato si hanno pagine non dico definitivamente illuminanti, ma che aiutano a capire scelte altrimenti incomprensibili. Fu il suo chiuso sentire antidemocratico, il suo piccato antiparlamentarismo a consigliarlo nelle scelte politiche (anche se la politica, è giusto dirlo, non fu un grande interesse per Pirandello). «L’errore fondamentale su cui riposa tutta la vita americana», dichiarò Pirandello a Giuseppe Villaroel in una intervista pubblicata dal Giornale d’Italia l’8 maggio 1924, «è quello stesso che secondo me infirma la concezione democratica della vita. Sono antidemocratico per eccellenza. La massa per se stessa ha bisogno di chi la formi, ha bisogni materiali, aspirazioni che non superano le necessità pratiche». Tanti gli articoli, gli appunti «tecnici», vistosi lo stupore e le apprensioni che al «maestro» venivano dalle nuove scoperte scientifiche messe al servizio dell’arte (il cinema e il sonoro in primo luogo); tante le note critiche messe insieme in questo nuovo libro, arricchito da una testimonianza di grande interesse, quella del nipote del drammaturgo, Andrea Pirandello, figlio del primogenito del premio Nobel, Stefano. Con Stefano, Luigi Pirandello scrisse molti articoli, addirittura firmandone col suo nome alcuni frutto del lavoro esclusivo del figlio. «Il che sarà stato per il padre un gioco, un divertimento», annotò Sciascia, «ma, a parte il movente economico, certo non per il figlio». Ed è così nella commovente testimonianza di Andrea Pirandello.
«Corriere della sera» del 10 luglio 2006

L’ultimo anno del doppio pedaggio

di Gaspare Barbiellini Amidei
Potrebbe essere questo l’ultimo anno per il doppio pedaggio di fatica e di ritualità stressante imposto agli studenti, uno in uscita (l’esame di Stato, detto di maturità), uno in entrata (i test di accesso, obbligatori in molte facoltà). Sarà eliminata la frustrante sensazione che l’università non si fida della scuola, mettendo fuori dalla porta un cittadino talvolta appena promosso a pieni voti. Delle due l’una: o la maturità è taroccata o l’università rischia di apparire arrogante. Adesso è nell’aria la decisione di integrare i due momenti di valutazione. Nel rispetto delle autonomie, anzi sfruttandone l’agilità di manovra, il governo sta definendo una cornice normativa utile alla collaborazione: da una parte si favorirà l’inserimento di professori universitari in appositi corsi scolastici di orientamento per i maturandi, da un’altra parte si coopterà almeno un professore di liceo e di istituto tecnico nel meccanismo delle prove di accesso alle facoltà che prevedono questi test. Nulla di rivoluzionario nella soluzione che viene disegnata, in accordo fra Fioroni (Pubblica istruzione) e Mussi (Università e ricerca): esiste già nel nostro ordinamento un complesso di regole che puntano alla continuità nell’insegnamento. Al loro tempo furono pensate per favorire forme di contatto fra i maestri delle elementari e i professori della scuola media: queste norme dimostrano che l’intero sistema è chiamato a evitare incongruenze e traumi negli snodi essenziali degli studi. I test, indispensabili spesso per il metabolismo degli studi universitari, perderebbero così nella collaborazione futura fra scuole e atenei il sapore agro di un esame bis. Del resto diversi atenei hanno da tempo anticipato in autonomia misure che si muovono nello spirito delle previste iniziative centrali. A Milano, solo per fare un esempio che potrebbe essere preso da altre aree geografiche altrettanto attive al proposito, c’è una realtà che in vari atenei già scavalca il brutto principio del doppio pedaggio. Cito soltanto alcune variabili: 1) alla Bocconi la prova di accesso si fa online già a maggio, prima ancora dell’esame di maturità: infatti il risultato individuale poggia per metà sul test e per metà sul curriculum del terzo e quarto anno delle superiori. Chi non passa in primavera online può fare a settembre la prova a Milano; 2) al Politecnico il test si fa all’inizio di settembre in presenza, ma per chi frequenta almeno il penultimo anno delle superiori è possibile sostenere un test online presso uno dei terminali della facoltà già dal 25 febbraio all’8 luglio; 3) alla Cattolica, superando di fatto l’illogicità del doppio pedaggio, si mostra fiducia nel valore dell’esame di maturità: in tre corsi di laurea (scienze della comunicazione, linguaggio dei media e scienze delle relazioni internazionali) possono infatti iscriversi per primi i ragazzi che all’esame di Stato hanno preso da 80 in su. Solo gli eventuali posti restanti spettano agli altri studenti con voti più bassi. La scelta di Fioroni e Mussi, come cornice, troverà un’opinione diffusa di condivisione, purché sia leggera e totalmente consapevole delle autonomie, che non tollerano dirigismi. Potrebbe, al di là delle polemiche e dei timori, essere un segnale di moderata liberalizzazione anche nelle troppe carte da bollo ideologiche degli alti studi. Importante è passare dalle intenzioni alla pratica: servono mezzi per avere nella scuola presenze sia pur brevi di professori universitari, da coinvolgere in corsi dell’ultimo anno delle superiori. Altrettanti mezzi sono necessari per cooptare professori delle superiori nei test preuniversitari. Quindici anni fa, dirigevo Il Tempo di Roma, lanciai l’idea della collaborazione scuola-università che forse ora diventa norma. Come simulazione di un modello organizzai per i figli dei lettori corsi gratuiti presso il giornale romano. Per qualche centinaio di ragazzi ne valse la pena: in cattedra si avvicendarono docenti famosi, rettori universitari e professori a gratuito contratto, da Gianni Agnelli all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
«Corriere della sera» del 10 luglio 2006

Una costituzione per internet

La rete e i problemi di democrazia
di Stefano Rodotà
(che è stato al Liceo "B. Croce" diversi anni fa, quando era garante della privacy; un personaggio sotto molto aspetti discutibile, ma di un discreto cervello ...)
La primigenia democrazia elettronica è scomparsa prima ancora d'essere nata. Nessuno, oggi, proporrebbe la sostituzione del parlamento con un "congresso virtuale", come fece nel 1994 un politico americano, Newt Gingrich, in quel "Contratto con l'America" che fece scuola anche dalle nostre parti, e che annunciava appunto che sarebbero stati direttamente i cittadini, con votazioni rese possibili dalle tecnologie elettroniche, a prendere le decisioni fino ad allora di competenza del Senato e della Camera dei rappresentanti. Oggi, quando si discute di democrazia elettronica, l'attenzione non è rivolta verso consultazioni continue dei cittadini, non si esaurisce nel prospettare referendum elettronici, nel progettare una democrazia "casalinga", dove ciascuno interviene premendo un bottone collocato accanto ad un televisore.
Ma non sono scomparse le prospettive e le promesse di una democrazia rinnovata, o comunque trasformata, dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Si moltiplicano, anzi, i riferimenti ad una società e ad una democrazia in rete, ad una cyberdemocrazia, ad una democrazia "estrema", alle "primarie modello Pericle" di cui ha parlato questo giornale (10 giugno) riferendo della sperimentazione in Grecia dei cosiddetti "sondaggi deliberativi", messi a punto da uno scienziato politico americano, James Fishkin, con la collaborazione del giurista Bruce Ackerman.
Che cosa è cambiato nel decennio passato? Ci si è resi conto del fatto che non stavamo passando, con una discontinuità radicale, dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta, ma vivevamo l'insinuarsi nelle nostre società di una vera e propria democrazia "continua", che si manifesta con il ricorso ai sondaggi e alle mobilitazioni via Internet, con la diffusione delle informazioni e l'accesso planetario alla conoscenza, con la progressiva trasformazione dei rapporti tra politica e cittadini. Quello che sta nascendo è un nuovo spazio pubblico, anzi il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. E qui globale e locale trovano forme nuove di manifestazione e d'incontro.
Proprio per reagire al rischio del trasformarsi della democrazia elettronica nella forma politica congeniale al populismo ed alla logica plebiscitaria, si era progressivamente spostata l'attenzione sulla dimensione locale. La "democrazia di prossimità" si presentava come il miglior antidoto alla riduzione della partecipazione dei cittadini ad un simulacro di potere e di sovranità, con le loro voci chiamate a manifestarsi solo per dire un sì o un no a soluzioni messe a punto da altri, in un contesto troppo spesso segnato da appelli plebiscitari che fanno precipitare la politica nella "democrazia delle emozioni". Lì, nella dimensione locale, tutto questo appariva impossibile, o almeno più difficile. La conoscenza diretta dei problemi e la maggior vicinanza con gli amministratori pongono le premesse per una partecipazione critica e consapevole, e per questo più esigente.
Via via che le esperienze locali maturavano, ci si avvedeva quanto fosse inadeguata una interpretazione difensiva e minimalista delle reti civiche, della democrazia municipale. Non v'era la riduzione su scala minore di un modello di più ampie dimensioni. Si è progressivamente costruita una realtà variegata, con caratteri di crescente originalità, tendente alla diffusione di un potere che dà evidenza ad una presenza diretta dei cittadini qualitativamente diversa da quella descritta con la contrapposizione della democrazia diretta a quella rappresentativa. Al tempo stesso, però, è mutata pure la dimensione generale, non più luogo da esorcizzare per le tentazioni populiste che evocava.
Si è descritto questa situazione parlando di un passaggio dalla teledemocrazia alla cyberdemocrazia, mettendo così in evidenza la rilevanza della tecnologia adoperata nel definire i caratteri dello spazio pubblico che contribuisce a definire. È chiaro che assai diverse sono le situazioni a seconda che ci si riferisca ad una realtà che non conosce ancora la diffusione di massa dei personal computers o ad una caratterizzata da una maturità della rete, dalle opportunità crescenti offerti dalla telefonia cellulare. La dimensione della democrazia è proiettata al di là delle procedure di deliberazione, anche se descritte con il suggestivo riferimento all'agorà.
La democrazia elettronica si coglie nel modo stesso in cui la rete si sviluppa e si struttura, in primo luogo come luogo di produzione e diffusione di conoscenza, di una conversazione continua e senza frontiere, di una testimonianza immediatamente percepibile di diversità, e per ciò di quella continua esposizione alle opinioni degli altri nella quale si coglie la radice della moderna laicità e, in questo senso, della stessa democrazia. Ad esempio, i blogs e i video blogs determinano un decentramento della produzione di contenuti e immagini che non costruisce però una sfera diversa e separata, appunto la "blogsfera", ma ridefinisce il modo di stare in rete, contribuendo alla sua complessiva democratizzazione.
Così il cittadino della democrazia locale non è più un essere protetto dai vizi di quella globale. La logica locale non si risolve tutta nel pur importantissimo potere acquisito dai cittadini di conoscere e controllare quel che accade in un determinato ambito territoriale. Si presenta anche come la porta per accedere alla dimensione globale, dove esercitare ulteriormente le opportunità di partecipazione. Il "diritto ad Internet" interroga le amministrazioni locali e si presenta come un aspetto essenziale della cittadinanza elettronica.
Non può esservi una e-democracy che non sia fondata su una e-inclusion. Considerate dal punto di vista del cittadino, le tecnologie elettroniche propongono una diversa misura del mondo. Ma non perché propongano rotture e discontinuità radicali. Si manifestano, invece, soprattutto attraverso l'integrazione tra diversi mezzi e tra diverse dimensioni dell'agire sociale e politico.
Lo sguardo, tuttavia, non può essere rivolto solo a questi promettenti sviluppi. Spesso ai cittadini viene promesso un futuro pieno di efficienza amministrativa e occultato un presente in cui si moltiplicano gli strumenti di un controllo sempre più invasivo e capillare. Sembra quasi che si stiano costruendo due mondi non comunicanti, e che l'e-government, l'amministrazione elettronica, possa evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di diritti individuali e collettivi, motivata con esigenze di efficienza o di sicurezza.
La "resa democratica" delle tecnologie dev'essere misurata considerando l'insieme dei loro effetti sociali. Altrimenti pure l'efficienza può essere vittima della schizofrenia istituzionale. La presenza del cittadino nei processi di e-government, utilizzando per via elettronica servizi offerti dal comune o intervenendo in procedure pubbliche, è sempre accompagnata da registrazioni dei suoi dati. Ma questi come saranno utilizzati? Verranno cancellati, serviranno per costruire profili di cittadini attivi o liste di "attivisti" da tenere sotto controllo? Senza certezze su questo punto, si rischia di disincentivare la partecipazione, perché il cittadino potrebbe astenersi dal cogliere le nuove opportunità proprio per allontanarne da sé le possibili conseguenze indesiderate. Non si può costruire una partecipazione separata da un rigoroso rispetto di tutti i diritti dei partecipanti. Non è possibile separare la questione dell'e-government da quella dell'e-democracy.
Una democrazia a due velocità può divenire una tragica caricatura della democrazia. Non si può accettare, allo stesso tempo, il rafforzamento del cittadino nella dimensione locale e la trasformazione della persona in una entità perennemente controllata, fino a mutare il suo corpo in funzione dei tipi di controllo ai quali si vuole sottoporlo. Non si può, in nome dell'efficienza, modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il solo criterio della "soddisfazione del consumatore" o seguendo la via pericolosa di grandi collegamento tra le banche dati in mano pubblica. Non si possono far prevalere in Internet le logiche puramente di mercato, deprimendo appunto le utilizzazioni "civiche" e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura. Non si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche proprietarie. Non si può, in definitiva, far sì che le tecnologie del controllo oscurino quelle della libertà.
E' tempo che su questo si sviluppi un vero dibattito pubblico, al quale proprio le esperienze locali possono offrire un eccellente nutrimento, orientate come sono verso la produzione di un "social software", di un insieme di strumenti e di opportunità di intervento utilizzabili dai cittadini, che trovano significative conferme nelle iniziative che hanno accompagnato, tra l'altro, l'ultima campagna per le elezioni presidenziali americane. Ma l'occhio sulla ricchezza delle azioni locali non può trasformarsi in un esplicito o implicito argomento a favore di chi volge la propria attenzione verso un "neo-medievalismo istituzionale", inteso non come uno strumento analitico per comprendere l'attuale frammentazione dei poteri, bensì come il modello da adottare. La traccia da seguire non è certo quella delle impossibili restaurazioni della sovranità nazionali. Ma un mondo senza centro non equivale a un mondo senza regole, che vanno invece costruite pazientemente per approdare ad una "Costituzione per Internet". Un traguardo difficile, ma una utopia necessaria in un mondo nel quale l'apparenza della distribuzione e della dispersione dei poteri non può farci ignorare le leggi ferree che grandi poteri politici ed economici continuano ad imporre a tutti.
«La Repubblica» del 28 giugno 2006

Maturità 2006, i primi dati: studenti quasi tutti promossi

I primi risultati affluiti al Ministero confermano la tendenza dello scorso anno: 3% i respinti, l'11% hanno preso il minimo e l'8,45 il massimo dei voti
di Salvo Intravaia
Quasi tutti promossi alla maturità. Gli studenti italiani che non riescono a superare l'ultimo scoglio sono appena 3 su 100, mentre l'8 e mezzo per cento riesce ad ottenere il massimo punteggio (100 centesimi) a disposizione della commissione per i cosiddetti superbravi. Poco più di un ragazzo su 10 ce la fa per il rotto della cuffia acciuffando il punteggio minimo: 60 centesimi. Ecco in sintesi i primi risultati degli esami di Stato ormai agli sgoccioli in quasi tutte le regioni italiane. A divulgarli è l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione - una "costola" del ministero dell'Istruzione - che ha raccolto i dati di oltre 17 mila maturandi. Non si tratta di una rilevazione campionaria, ma di una semplice raccolta di dati inviati attraverso internet dalle stesse commissioni esaminatrici alla fine dei lavori. Ma questi primi numeri ripropongono con piccole variazioni lo scenario delle passate edizioni della maturità, tanto criticata dagli addetti ai lavori perché di fatto 'non più selettiva'. Infatti, tra coloro che approdano all'ultimo anno delle scuole superiori, in un modo o nell'altro, l'Esame lo passano quasi tutti.
Dato significativo perché nella formula dell'esame di Stato, riformato nel 1999, sono stati aboliti di fatto i non ammessi. I primi numeri, che come detto non si possono considerare come un campione rappresentativo, provengono da tutte le regioni italiane, con leggera prevalenza per quelle del Centro e del Nord. E i numeri raccolti dall'Invalsi, in base alle esperienze degli anni precedenti, si discostano di poco da quelli elaborati e pubblicati dal ministero dell'Istruzione a fine esame. I più bravi sono ancora una volta gli studenti dei licei che fanno registrare pochissimi bocciati (l'1,1 per cento) e tantissimi superbravi: il 13 per cento. La maglia nera se la giocano i ragazzi degli istituti professionali e dei tecnici: i primi contano meno bocciati - il 4 per cento - ma i secondi possono vantare un maggior numero di promossi col massimo punteggio - il 7 per cento. Da questi primi dati le commissioni esaminatrici - composte totalmente da insegnanti interni alla scuola - sembrano essere state di manica larga. Nei colloqui fioccano i 35 centesimi: il massimo punteggio previsto per gli orali. E come avviene da qualche anno a questa parte sono le ragazze le più brave. Prendendo in esame le medie dei punteggi 'per genere', queste ultime, superano sempre i compagni: dal credito scolastico, raggranellato nell'arco dell'ultimo triennio, alle tre prove scritte. Dal voto del colloquio all'eventuale bonus di 5 punti a disposizione della commissione per coloro che si presentano agli esami con un credito almeno di 15 punti e un minimo di 70 punti nelle prove, scritte e orali.
«La Repubblica» del 10 luglio 2006

Italiani d'America: brutti, sporchi e quasi negri

di Giordano Bruno Guerri
Quando i nostri connazionali, fra Otto e Novecento, emigrarono negli Stati Uniti, subirono gli stessi pregiudizi razziali riservati alle popolazioni di colore. In fondo, anche la loro pelle non era così bianca...
Chiusi nelle loro «little Italy», i milioni di italiani che a cavallo fra Ottocento e Novecento avevano scelto gli Stati Uniti si adattavano con fatica al passaggio da società rurali chiuse alla moderna società americana. Nel Paese, oltretutto, la paura del comunismo era aumentata a dismisura dopo la rivoluzione sovietica del 1917 e la fondazione, nel 1919, dell’American Communist Party, in cui solo il 7 per cento degli iscritti parlava inglese.
L’ostilità nazionalista verso gli immigrati divenne sciovinismo. Soltanto gli imprenditori erano favorevoli a un ingresso illimitato di emigranti, mentre la popolazione era ostile per semplici motivi razzistici e religiosi (la maggior parte dei nuovi arrivati era cattolica), per paura della delinquenza e del «pericolo sovversivo» costituito dai nuovi venuti. Dagli studi di una Commissione parlamentare, istituita nel 1911, risultò che siciliani e calabresi erano particolarmente attivi nel contribuire alla crescita del preoccupante fenomeno della criminalità nelle città americane. A questo dato oggettivo si aggiungeva la paura che i fisici macilenti e la «scarsa intelligenza» dei nuovi arrivati finisse per corrompere i tratti originali degli americani, attivando così un vero e proprio processo degenerativo.
Dopo la crisi economica del 1929, con i relativi disordini e con il diffondersi del «pericolo comunista», anche i segregazionisti si resero conto che era ormai diventato impossibile continuare a mantenere un numero tanto alto di immigrati europei fuori dalla élite dei bianchi, a rischio di pericolose coalizioni con i neri. Vennero quindi estesi i diritti civili a tutti i cosiddetti «caucasici», gruppo razziale che comprendeva anche i mediterranei, ma che era suddiviso in «White Caucasian» (anglosassoni, germanici e scandinavi) e «Caucasian». La suddivisione è ancora in vigore nei metodi statistici usati dalle istituzioni di molti Stati americani, e le presunte razze non caucasiche furono escluse dai diritti civili fino agli anni Sessanta.
Gli italiani si trovarono dunque nella necessità di distinguersi dalla popolazione nera, cui venivano accomunati dagli anglosassoni. La loro faticosa vicenda - e parliamo di quasi 9 milioni di emigranti, più i loro figli - è analizzata nell’ottima raccolta di saggi in Gli italiani sono bianchi? Come l’America ha costruito la razza (il Saggiatore, pagg. 384, euro 19,50), a cura di Jennifer Guglielmo e Salvatore Salerno. Gli italiani erano tutti arrivati negli Stati Uniti «senza essere consapevoli dell’esistenza della linea del colore. Ma impararono in fretta che essere bianchi significava riuscire a evitare molte forme di violenza e di umiliazione, assicurarsi, tra gli altri privilegi, l’accesso preferenziale alla cittadinanza, al diritto di proprietà, a un’occupazione soddisfacente, a un salario con cui si poteva vivere, ad abitazioni decorose, al potere politico, allo status sociale e a un’istruzione di buon livello».
È evidente l’importanza, per gli italiani d’America, di non essere accostati ai neri: un marchio terribile, soprattutto in alcuni Stati. «Gli Stati Uniti che gli immigrati italiani conobbero erano una nazione fondata su un processo di colonizzazione, espropriazione e schiavitù e pertanto percorsa da profonde fratture, causate da gerarchie di disuguaglianza basate sulla razza». Essendo rimasti poveri più a lungo della maggioranza degli altri emigrati europei, gli italiani vissero altrettanto a lungo fra i neri, nei quartieri più poveri degli Stati Uniti, sperimentando sia i privilegi dell’essere bianchi sia le discriminazioni razziali a loro danno. Accolti inizialmente come «bianchi», dovettero attendere a lungo prima di essere trattati davvero come tali.
Nel 1922, in Alabama, un uomo di colore accusato di miscegenation (mescolanza di razze) per avere avuto rapporti sessuali con una bianca venne assolto in quanto la donna «non era bianca, era italiana». I pregiudizi razziali venivano accresciuti persino dal presunto cristianesimo «pagano» degli italiani, con particolare sospetto sulla venerazione della Madonna nera di Loreto, il san Nicola nero di Bari, il Filippo nero di Agira, il san Zeno nero di Verona, il Cristo nero di Siculana, e il San Calogero nero tanto amato in Sicilia.
La situazione era più grave per i meridionali, considerati come un’«altra razza» anche dagli italiani del nord, che condividevano una comune convinzione nordeuropea per cui «l’Europa finisce a Napoli. Calabria, Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa». Una tesi simile, del resto, era sostenuta e in parte originata dai principali antropologi positivisti italiani, convinti che i meridionali «mediterranei», più scuri, fossero una razza diversa da quella dei settentrionali «ariani», più chiari: i primi avrebbero posseduto «sangue africano inferiore» e dimostravano di avere «una struttura sociale e morale e reminiscenze di un’epoca primitiva e perfino quasi barbarica»: dunque appartenevano a «una civiltà assolutamente inferiore». Simili idee attraversarono con facilità l’Atlantico e furono subito accolte dai bianchi nati negli Stati Uniti e dagli emigranti dall’Europa settentrionale, fornendo loro una facile spiegazione genetica per la violenza cui i meridionali sembravano maggiormente portati. Oltretutto non erano molti gli italiani - specie quelli del sud - a considerarsi tali. Le vicende dell’unità nazionale avevano lasciato indifferenti o ostili allo Stato nazionale i loro padri, nonni, bisnonni, e la loro fedeltà, il loro «senso della patria», riguardava soltanto compaesani e parenti.
In simili condizioni di sottoproletariato, aggravato dalle distinzioni razziali, non stupisce che quanti svilupparono attività o appartenenze politico-sindacali lo fecero nei gruppi anarchici o in quelli socialisti, per lottare contro lo sfruttamento ma anche - di conseguenza - contro il razzismo, il capitalismo, il nazionalismo, l’imperialismo. Finirono così, spesso, per aggravare la propria posizione: marchiati come sovversivi, criminali, o in entrambi i modi, spesso erano costretti a accettare lavori tipicamente «neri». E con i neri spesso familiarizzavano o si mobilitavano, venendo meno al rispetto della linea del colore e suscitando l’odio dei sostenitori della supremazia bianca. Uno dei protagonisti di Babbitt, romanzo di Sinclair Lewis pubblicato nel 1922, sostiene che i dago «devono imparare che questo è il paese dell’uomo bianco e che non sono desiderati qui». Dago e - ancora di più - guinea erano le definizioni di «italiano» che più accostavano i nostri emigrati ai neri.
Bollati in tale modo, dopo i casi di linciaggio avvenuti tra fine Ottocento e inizio Novecento, gli italiani subirono spesso una discriminazione ufficiosa ma non per questo meno infamante: come il rifiuto dei nativi americani di viaggiare sullo stesso tram e di vivere in case accanto alle loro; oppure l’esclusione dei bimbi italiani da scuole e cinema, mentre i loro genitori venivano esclusi da certi sindacati e associazioni. Persino in alcune chiese venivano segregati. Libri, riviste, giornali popolari e cinema favorirono la segregazione presentando spesso gli italiani come «razzialmente sospetti», e gli stessi rappresentanti del governo usavano il loro potere per registrare una differenza nell’aspetto fisico, ovvero catalogavano i nostri emigranti come «bianchi scuri» di «razza» italiana.
Furono moltissimi gli italiani che per liberarsi di simili pregiudizi dalle conseguenze drammatiche, cambiarono religione (25mila soltanto a New York nel 1918) e americanizzarono il nome. E fu a partire dall’implacabile esecuzione di Sacco e Vanzetti e dalle più note imprese di Al Capone che - comprensibilmente - gli italiani d’America sentirono più forte la necessità di essere riconosciuti come americani «bianchi» a tutti gli effetti. Allo stesso tempo - d’altra parte e per lo stesso motivo - sentivano il bisogno di essere riabilitati nella loro italianità. Determinante fu, in questo senso, il favore con il quale il governo di Washington vide l’insediarsi al potere di Mussolini e il progressivo stabilizzarsi del fascismo in un regime forte e filocapitalista. Mussolini, d’altronde, era prodigo di gesti amichevoli verso gli Stati Uniti, ma soprattutto di attenzioni (culturali e politiche) verso quegli stessi emigrati che il regime liberale aveva praticamente ignorato.
All’integrazione degli italiani giovarono anche grandi imprese come la trasvolata atlantica da Roma a Chicago, con 24 idrovolanti. Poi, il successo di italo-americani come Joe di Maggio, Frank Sinatra, Fiorello La Guardia ecc. (al riguardo è uscito nel 2004 Sinatra, Scorsese, Di Maggio e tutti gli altri, di Erik Amfitheatrof (Neri Pozza, pagg. 460, euro 18). Giovò agli italiani, soprattutto, il loro lavoro. Ma in un film di grande successo - Fa’ la cosa giusta, di Spike Lee (1989) - il protagonista nero, litigando con un pizzaiolo italo-americano, gli dice, allusivo: «Lo sai cosa si dice degli italiani di pelle scura, vero?»: si dice ancora che non sono del tutto bianchi.
«Il giornale» dell’8 luglio 2006

Petrolio, addio? La rivoluzione verde dei biocarburanti

TECNOLOGIA - Dal primo luglio, nella benzina e nel gasolio gli automobilisti italiani trovano (per legge) l’1% di bioetanolo o biodiesel. Per la Ue si dovrà arrivare al 5% entro il 2010. Si è ormai aperta l’era degli oli combustibili vegetali, tra speranze e dubbi sulle loro effettive potenzialità
di Luigi Dell'Aglio
In Usa molti automobilisti vanno al ristorante a fare il pieno. Quasi gratis. Per loro, il gestore fa preparare il biodiesel con l'olio esausto usato per le fritture. Si riforniscono e partono allegri per la gita. L'Italia non conosce ancora riti un po' hippy come questo, che rende il biocarburante più familiare che mai. Però dal primo luglio, nella benzina e nel gasolio gli automobilisti italiani debbono trovare, per legge, un 1% di biocarburante. E non mancano gli eventi organizzati per dimostrare che il combustibile verde è un carburante eccellente. Da Venezia ad Adria, frotte di famiglie festanti hanno viaggiato sul primo treno che andava a olio di girasole. Sul lago di Como, la Coldiretti ha fatto navigare un motoscafo con l'olio di girasole prodotto dalle proprie aziende. In alcune città, tra cui Milano, si vedono i primi bus a biodiesel. L'altra notizia significativa è che la casa automobilistica svedese Saab vuole inaugurare una linea di motori progettati proprio per i biocarburanti. Nessun dubbio: si apre l'era moderna degli oli combustibili vegetali. Conquistano il loro posto sulla ribalta; per ora è piccolo, ma crescerà (anche se non si potrà destinare alle piante oleaginose tutto il suolo agricolo del pianeta).
La legge italiana sull'1% attua una direttiva comunitaria. L'Europa ha fissato una tappa: entro l'anno 2010, la percentuale di biocarburanti che va nel serbatoio delle auto dovrebbe salire al 5%, per poi tendere all'8%. La direzione intrapresa è quella giusta, dicono gli ecologisti e la Fao. Si comincia a prendere le distanze dal petrolio. Certo non pochi dubitano che possa essere rigorosamente rispettata la tabella di marcia della Ue. Quella scritta dalla Fao, poi, è ancora più ambiziosa: portare al 25% (ma nel 2026) la quota del fabbisogno energetico mondiale coperta dai biocombustibili.
L'automobilista italiano che fa rifornimento di benzina si trova ora nel serbatoio un 1% di bioetanolo, combustibile molto versatile perché prodotto dalla fe rmentazione di zuccheri e amido (contenuti nel mais, nella barbabietola e nella canna da zucchero) o della cellulosa, componente primario di tutte le piante. Chi invece alla pompa si rifornisce di gasolio trova un 1% di biodiesel, ricavato da piante oleaginose, che producono semi contenenti olio (di girasole, di colza, eccetera) o ottenuto da alghe, come spiega Attilio Citterio, ordinario di Chimica al Politecnico di Milano.
Gli oli vegetali, usati come combustibili, presentano notevoli vantaggi. Anche gli idrocarburi derivano da piante. Ma, mentre il petrolio è un prodotto fossile, proviene cioè da depositi organici formatisi 150-350 milioni di anni fa, e perciò, una volta consumato, non si ricrea (se non in tempi geologici), gli oli vegetali sono una fonte di energia che si rinnova ogni anno con la coltivazione di piante oleaginose. Una fonte relativamente "pulita". Rispetto ai combustibili fossili, i biocarburanti contengono meno zolfo, meno fosforo e meno aromatici, e perciò producono meno agenti inquinanti.
Ma, per rendere possibile la diffusione del biocarburante o biofuel, bisogna garantire alcune condizioni. Soprattutto la competitività della nuova fonte energetica. Se ne occupano una decina di centri di ricerca, in Italia Germania, Francia, Austria e Spagna (tra quelli italiani, il Politecnico di Milano, l'Università di Napoli, la Stazione sperimentale dei combustibili di San Donato). Che cosa emerge da queste ricerche? Nei semi delle piante oleaginose si trovano non solo olio ma anche zuccheri, proteine, fibre, vitamine, sali minerali. Per rendere competitivo il biocarburante, spiega il professor Citterio, bisogna valorizzare tutti i suoi sottoprodotti. In particolare, la glicerina, il co-prodotto primario del biodiesel. «Ormai da due anni, cresciuto l'interesse per il biocarburante, le aziende produttrici europee registrano una sovrapproduzione di glicerina. Viene usata in almeno 3000 applicazioni, dal sapone ai dolciumi. Ora però si pensa di utili zzarla come fonte di nuovi biocombustibili e come materia prima da convertire in nuovi composti e materiali. Stiamo studiando alcune soluzioni. I biocombustibili sono ottimi carburanti ma si portano appresso costi che devono essere abbattuti».
E c'è un altro rischio da evitare. Lo segnala l'associazione Amici della Terra. Tra i vari oli vegetali combustibili, il più a buon mercato è oggi l'olio di palma. Per soddisfare la domanda europea in aumento, buona parte di quest'olio viene comprata in Indonesia. Grandi isole come Borneo e Sumatra potrebbero trasformarsi in palmeti sterminati. La deforestazione colpisce anche le mangrovie. E la torba, disseccata dalla distruzione di questi alberi, emette tanta anidride carbonica. Così l'olio di palma finisce per arrecare all'ambiente più danni del petrolio. Attenti a non alterare equilibri che esistono da milioni di anni fra le varie specie vegetali, raccomanda Citterio. «Quanto all'Italia, i biocarburanti possono favorire il recupero di tante aree agricole marginali e offrire occasioni di lavoro. Non dovrebbero richiedere grosse importazioni di materia prima». Secondo la Coldiretti, l'Italia può destinare alle colture energetiche fino a 4-5 milioni di ettari.
«Avvenire» del 9 luglio 2006

09 luglio 2006

Fascio & martello

Dall'interventismo sovversivo del giovane Mussolini alle tendenze più eversive suscitate dall'impresa di Fiume: ecco come all'interno del fascismo lasciò un'impronta forte l'ala rivoluzionaria o "di sinistra", che guardava al sindacalismo d'inizio Novecento ispirato dalle idee di Sorel. Parla lo storico Buchignani
di Luca Gallesi
Con l'avvento dei totalitarismi la parte più radicale prefigurò una «terza via» legata al mito della nuova civiltà antiborghese. Fu poi Asor Rosa a intuire per primo gli sviluppi di questa idea nel comunismo del dopoguerra
La rivoluzione in camicia nera dello storico Paolo Buchignani, appena uscito da Mondadori (pagine 458, euro 20) fornisce una interpretazione complessiva del "fascismo rivoluzionario", un fenomeno nient'affatto minoritario, marginale o eretico, come a lungo si è pensato, ma centralissimo e per molti versi tale da costituire l'essenza del fascismo.
Professor Buchignani, a quali correnti di pensiero fa riferimento il "fascismo di sinistra"?
«Il fascismo rivoluzionario è figlio del sindacalismo soreliano di inizio secolo, del futurismo, dall'interventismo sovversivo del giovane Mussolini, delle tendenze più eversive del fiumanesimo. Di qui la sua carica rivoluzionaria, la sua volontà di costruire il "nuovo": un nuovo Stato, una nuova civiltà e un "uomo nuovo". Anche il fascismo autoritario e conservatore, originato dal nazionalismo di Enrico Corradini, si propone di dar vita ad uno Stato nuovo, ma questo Stato (edificato dal nazionalista Alfredo Rocco negli anni Venti è uno Stato di tipo prussiano, che si propone di garantire l'ordine borghese e di ridurre le masse a sudditi passivi e obbedienti. Non a caso è fieramente avversato dai rivoluzionari in camicia nera, fautori, viceversa, di una costante mobilitazione delle masse, composte da militanti attivi e fanatici agli ordini del Duce, al quale essi attribuiscono la loro stessa volontà rivoluzionaria».
Dal suo libro si evince l'idea di una rivolta generalizzata contro il corrotto stato borghese e liberale che all'inizio del Novecento attira i più vivaci intelletti delle più diverse tendenze: da Benito Mussolini ad Antonio Gramsci, da Piero Gobetti a Benedetto Croce. Era davvero così diffusa l'insofferenza verso il parlamentarismo giolittiano?
«Il fascismo affonda le radici sia nella "crisi della democrazia" che si manifesta in Europa a partire dagli ultimi decenni dell'Ottocento, sia nel "radicalismo nazionale" italiano che si origina dal mito mazziniano del Risorgimento come rivoluzione inco mpiuta e tradita. Un mito che - come ha rilevato Emilio Gentile - ben presto subisce una metamorfosi: ossia, da critica alla classe dirigente liberale ed in particolare giolittiana (accusata di trasformismo, di corruzione, di mancanza di ideali) si trasforma in attacco sempre più virulento allo Stato liberale, al Parlamento, alle sue istituzioni. Un attacco concentrico, proveniente da forze diverse (da Oriani a D'Annunzio, da Gobetti a Gramsci, dai futuristi ai nazionalisti corradiniani) e che sarà infinitamente potenziato dalla grande guerra, tanto da risultare, alla fine, letale per le sorti della democrazia italiana».
La "rivoluzione in camicia nera" dei futuristi e degli squadristi si contrappone, nettamente e frontalmente, al fascismo reazionario e conservatore dei nazionalisti e dei monarchici. Qual è il ruolo di Mussolini?
«Negli anni Venti, quando deve consolidare il suo potere, Mussolini dà spazio al fascismo conservatore: fin dalla marcia su Roma si accorda con la borghesia, con la monarchia, con le forze tradizionali, e nel 1929 firma i Patti Lateranensi. Negli anni Trenta, viceversa, comincia ad edificare il totalitarismo e, di conseguenza, apre ai fascisti rivoluzionari, a coloro che vogliono dar vita alla "terza via", oscillando tra pragmatismo politico e mito della "nuova civiltà". Quali fossero le reali intenzioni del Duce non lo possiamo dire, perché l'esperimento fascista è stato interrotto dalla sconfitta militare».
Il libro si interrompe alla fatidica data del 25 luglio 1943. Significa che con questa data si conclude l'esperienza rivoluzionaria del fascismo?
«Il 25 luglio '43 si conclude soltanto una fase quella più importante) del "fascismo rivoluzionario". Questa vicenda prosegue in altri contesti: dapprima nella Rsi, poi, nel dopoguerra, sia all'interno del Movimento sociale italiano (in cui resiste molto a lungo una componente irriducibilmente antiborghese, repubblicana e antiamericana), sia, più in generale, all'i nterno del variegato mondo del neofascismo. Anche oggi, del resto, sopravvivono tracce cospicue del fascismo rivoluzionario persino nella stessa Alleanza Nazionale, dove non mancano certo simpatie per Berto Ricci, Edgardo Sulis o per un certo Mussolini. Da non dimenticare, infine, l'episodio dei Fascisti rossi di "Pensiero Nazionale", di cui mi sono occupato nell'omonimo volume mondadoriano del '98: ex fascisti rivoluzionari, reduci da Salò, che tra il 1947 e il 1953 aiutano il Pci a reclutare altri reduci dalla "rivoluzione in camicia nera"».
Quale ruolo ha l'esperienza del fascismo rivoluzionario nel neofascismo del dopoguerra?
«Per quanto riguarda gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti, il discorso sarebbe lungo e complesso, impossibile da affrontare in questa sede. Mi limito a ricordare come già quarant'anni fa, in un libro famoso, Scrittori e popolo, Alberto Asor Rosa metteva in luce la continuità profonda esistente, al di là delle mutate etichette, tra il neorealismo fascista degli anni Trenta e quello antifascista e filo-comunista del secondo dopoguerra. Dal mio studio emerge un fatto, che mi sembra, almeno in parte, smentire la tesi di Ruggero Zangrandi, secondo il quale, come è noto, gli intellettuali della sua generazione avrebbero compiuto un "lungo viaggio attraverso il fascismo". A me questo "viaggio" (specialmente per i "fascisti rivoluzionari" approdati al comunismo) è sembrato "breve": il passaggio da un totalitarismo rivoluzionario, antiborghese, antiamericano, populista ad un altro di segno diverso ma in realtà molto simile; il cercare la stessa rivoluzione sotto altre insegne, secondo un percorso sollecitato da Togliatti e dal gruppo dirigente del Pci fin dal celebre appello ai "fratelli in camicia nera" dell'agosto 1936».
«Avvenire» del 7 luglio 2006
Sul medesimo libro puoi leggere altri due articoli

Spagna 1936, il travaglio degli intellettuali

ANNIVERSARI - La guerra civile divise anche l’intellighenzia cattolica. Sturzo fu da subito contro Franco
Di Edoardo Castagna
Claudel sostenne i «crociati»,facendo indignare Maritain e Mauriac. E Bernanos,politicamente di destra,denunciò gli eccidi fascisti
Nemmeno oggi, a settant'anni di distanza, è facile stabilire chi avesse ragione. O anche solo meno torto. Nazionalisti e repubblicani si macchiarono tutti di crimini sanguinari, gratuiti. Ben oltre le già tragiche "esigenze" di una guerra civile. Visti oggi, i protagonisti del conflitto fratricida che si aprì in Spagna nel 1936 sembrano assomigliarsi come gocce d'acqua. Solo chi non si è ancora liberato dalle tossine ideologiche del Novecento può ancora preferire fascisti a comunisti o viceversa. Quello che si vide, in Spagna, fu il cozzare l'una contro l'altra di due ideologie ugualmente totalitarie, ugualmente feroci, sprezzanti dell'uomo, della vita, della dignità. Oggi questa è coscienza sempre più comune. Ma allora, quando tutto era avvolto nella nebbia degli eserciti in lotta e dalle passioni della politica, i contorni erano meno nitidi, le categorie più appannate.
Il conflitto travagliò, in particolare, le coscienze degli intellettuali cattolici. Allo scoppio del conflitto la Chiesa aveva sospeso il giudizio, salvo poi prendere con decisione posizione a favore del diritto-dovere alla rivolta - tra l'altro, nell'enciclica Divini Redemptoris di Pio XI - dopo che iniziarono a giungere notizie dei massacri compiuti dai rossi contro i cattolici: chiese e conventi incendiati, bando ai gesuiti, aggressioni, omicidi. Tra il 1936 e il 1939 si contarono quasi diecimila martiri: tredici vescovi, 4184 sacerdoti, 2365 religiosi, migliaia di laici, militanti di Azione cattolica e di altre associazioni. Il numero definitivo non si è mai potuto stabilire. Gran parte delle vittime perì per mano della fazione repubblicana, ma non mancarono religiosi colpiti dai nazionalisti: Franco fece fucilare, per esempio, sedici sacerdoti baschi che si erano schierati, come tutta la loro cattolicissima regione, dalla parte repubblicana, più pronta a prestare orecchio alle istanze autonomiste.
I vescovi spagnoli difesero l'insurrezione nazionalista parlando apertamente di «crociata». Definizione che indignò Jacques Maritain: «Se la si crede giusta, allora che si invochi la giustizia della guerra che si fa, non la sua santità!». Il filosofo francese prese più volte posizione sul conflitto in corso, condannando con durezza «la violenza da entrambe le parti» e aggiungendo, in particolare: «È sacrilegio profanare i luoghi sacri e il Santo Sacramento, è un sacrilegio fucilare, come a Badajoz, centinaia di uomini perché festeggiano l'Assunzione, o distruggere sotto le bombe, come a Durango, le chiese e il popolo che le riempie, o, come a Guernica, una città intera, con le sue chiese e i suoi tabernacoli». Ma, precisava, il diritto alla legittima difesa iniziava soltanto nel momento dell'aggressione, e dunque non era moralmente lecita la rivolta preventiva dei nazionalisti.
Tra la ferma condanna della violenza anticattolica e il rigetto dell'estremismo filo-falangista, in Maritain c'è equilibrio. Nettamente sbilanciato verso Franco appare invece Paul Claudel, anche se le sue simpatie andavano, più che al caudillo, ai cattolici sotto attacco: «Chi attacca la Chiesa - scriveva ad André Gide -, per me, è come se colpisse mio padre o mia madre». E, nella Chiesa, proprio la Spagna era per il poeta «concentrazione della fede, quadrata e massa dura». Alle vittime dei rossi dedicò anche un poema, Ai martiri spagnoli, del 1937. Uno sbilanciamento che suscitò la reazione di Maritain e di François Mauriac, che insieme firmarono, nel marzo del 1938, il manifesto di presentazione del Comitato francese per la pace civile e religiosa in Europa. Condannarono i bombardamenti aerei contro i civili, in particolare quello su Barcellona: «Se pure bastano ragioni semplicemente umanitarie per condannare un simile massacro di non combattenti, questo risulta ancor più rivoltante, se possibile, quando i capi responsabili delle operazioni dicono di difendere la civiltà cristiana». Con Maritain e Mauriac fir marono l'appello, tra gli altri, il poeta Georges Duhamel e i filosofi Gabriel Marcel e Maurice Merleau-Ponty. Mauriac - come del resto Maritain - era anche particolarmente attento a cogliere la particolarità delle situazioni basca e catalana, in bilico tra fedeltà al credo e alla tradizione cattolica e le esigenze di autonomia, meglio tutelate dalla Repubblica.
Decisamente più vicino alla Falange fu invece Georges Bernanos, politicamente orientato a destra e ammiratore di Primo de Rivera. Tuttavia, in I grandi cimiteri sotto la luna, lo scrittore ebbe l'onestà di narrare senza remore le stragi fasciste avvenute a Maiorca, l'isola dove risiedeva da tempo. Il libro ebbe grande eco soprattutto tra le coscienze cattoliche, colpite da una tanto cruda relazione della atrocità dei nazionalisti.
A prendere posizione contro Franco fin dal principio fu, in Italia, Luigi Sturzo. Il sacerdote, esule per il suo antifascismo, già nel settembre del 1936 sosteneva che, se anche le finalità dei nazionalisti fossero state buone, i mezzi da loro adottati ripugnavano alla morale. Per Sturzo la sollevazione era illecita sul piano teologico ed etico, perché produceva un male maggiore - la guerra civile - di ciò contro cui si rivoltava. Sul piano ecclesiale, riteneva che la Chiesa dovesse disimpegnarsi. E sul piano politico sosteneva la legittimità del governo repubblicano e delle istanze basche e catalane. Alla base delle prese di posizione di Sturzo c'era una lettura particolarmente acuta delle cause dello scontro, allora tanto difficili da scorgere: «Il fondo della guerra civile - scriveva nel febbraio del 1937 - è sociale e non religioso: lo spagnolo è a suo modo cattolico anche quando brucia le chiese».
«Avvenire» dell’8 luiglio 2006

Totalitarismo, un catalogo delle «varianti»

Torna dopo 30 anni la preziosa analisi storico-comparativa di Juan Linz, il maggior studioso vivente di quel regime politico
di Davide Gianluca Bianchi
L’anno scorso ricorrevano i trent'anni della morte di Hannah Arendt, mentre quest'anno è il centenario dei suoi natali: quale occasione migliore per parlare di totalitarismo, termine reso popolare dal suo Origins of Totalitarism? Con questa parola si indica la forma di governo che sta agli antipodi della democrazia liberale su di un immaginario continuum valutativo dei regimi politici, per cui se la democrazia, nella coscienza dei moderni, è la miglior forma di governo, il totalitarismo è decisamente la peggiore.
Com’è noto, il concetto fu coniato dagli antifascisti già negli anni Venti e poi fatto proprio da Mussolini per la voce «Fascismo» da inserire nell'Enciclopedia Treccani, nell'ottica che niente e nessuno dovesse contrapporsi allo Stato corporativo, il quale assumeva in sé e sintetizzava la totalità della nazione italiana. In realtà, l'attestazione mussoliniana restò sempre un obiettivo auspicato ma mai raggiunto, mentre compiutamente totalitarie furono soltanto la Russia sotto Stalin e la Germania hitleriana. Ma nel novero delle forme di governo non democratiche il totalitarismo non è certo solitario: nell'ipotetico continuum di cui si parlava poc'anzi, la posizione ad esso più prossima è occupata dai regimi autoritari. Quali caratteristiche attribuire loro, senza considerarli delle manifestazioni residuali, né democratiche né totalitarie, oppure dei semplici totalitarismi imperfetti?
Per rispondere a questo quesito esce ora anche in italiano, grazie al prezioso e tenace lavoro di Alessandro Campi, che ne ha curato l’introduzione, Sistemi totalitari e regimi autoritari. Un’analisi storico-comparativa (Rubettino, pagg. LII più 484, 25 euro), un ponderoso saggio, scritto nell'ormai lontano 1975, di quello che non sarebbe eccessivo considerare il maggior studioso vivente del fenomeno autoritario, Juan Linz. Nato a Bonn nel 1926 da madre spagnola e padre tedesco, sociologo e politologo molto legato alla cultura tedesca, Linz ha arato in lungo e in largo l'intero Novecento con le sue molteplici problematiche politiche, dalla democrazia incompiuta alle aberrazioni fasciste. Ma, come si diceva, è soprattutto un grande specialista dell'autoritarismo; definito il totalitarismo come un sistema caratterizzato da una forte presa ideologica, dalla presenza di un partito unico di massa e dalla concentrazione del potere nella mani di un leader e di un piccolo gruppo di suoi adepti, Linz utilizza e rielabora questi stessi elementi per definire in chiave scientifica e positiva l'idealtipo del regime autoritario. In primo luogo si avrà una mentalità autoritaria in luogo dell'ideologia totalitaria, riscontrabile nello scarso livello di mobilitazione e nel programma di spolicitizzazione delle masse (differenza questa di radicale importanza rispetto al totalitarismo); infine nei regimi autoritari è consentito un limitato livello di pluralismo ed è presente una certa eterogeneità all'interno della classe dirigente. Linz passa poi al catalogo delle varianti dell'autoritarismo, che vanno dalla sottospecie burocratico-militare (di cui sono esempi l'Ungheria dell'ammiraglio Horty e la Spagna di Primo de Rivera) allo statalismo organico (si pensi al Portogallo di Salazar), dalle forme con propensione alla mobilitazione, proprie dei Paesi ex coloniali e delle società post-democratiche (in cui colloca il fascismo mussoliniano), alle democrazie razziali ed infine alla fattispecie post-totalitaria, alla quale Linz, con il trascorrere del tempo, ha dato dignità teorica a sé stante. Riflessioni teoriche di un «conservatore antirivoluzionario», conscio che la democrazia agonale, una volta conseguita, non è una conquista definitiva ma un bene labile, vulnerabile e perituro.
«Il giornale» del 7 luglio 2006

Giannelli sul «Corriere della sera» del 9 luglio 2006,
giorno della finale dei Mondiali di Calcio fra Italia e Francia

08 luglio 2006

Rabdomanti della parola

LETTURE ESTIVE - Dai classici ai nuovi narratori col piacere (ma anche la fatica) di gustarsi un libro: parla la scrittrice Paola Mastrocola

Di Fulvio Panzeri

su Pennac: «Rispetto il suo decalogo ma non la visione della lettura intesa solo come divertimento. Non è come guardare la tv»
su Camilleri: «I gialli possono essere anche di una noia totale: il solito commissario con i suoi tic. La vera lettura è altro»

D'estate si legge di più. La lettura sembra conciliarsi con i giorni della vacanza. Com'è possibile leggere oggi? E ancor di più come affrontare le vacanze in compagnia dei libri? Nessuno meglio di una scrittrice-professoressa come Paola Mastrocola, l'autrice di Una barca nel bosco e Che animale sei? (Guanda), può aiutarci a rispondere a queste domande, tanto più che l'abbiamo trovata già in piena vacanza e alle prese con uno zaino particolare, carico di letture.
Quanti libri ti sei portata al mare?
«Voglio essere precisa: per questi quindici giorni di vacanza ho qui con me sette libri, decisamente troppi, perché so che ne leggerò solo uno o due, ma io sono fatta così come lettrice, non sempre sono fortunata al primo colpo di pagina e non è detto che riesca a trovare subito il libro giusto da leggere. Prendiamo un esempio, tra quelli che ho portato. Mi ero ripromessa di rileggere L'educazione sentimentale di Flaubert, un grande libro, che però in questo momento mi annoia e non riesco ad andare avanti. Ho con me anche le Lettere luterane di Pasolini che non avevo mai letto. Ho iniziato a leggerlo e l'ho finito in una sera. Sembra scritto oggi, con tutto il discorso del genocidio culturale. È bellissimo quando dice che noi abbiamo ingannato i giovani presentando loro un mondo di benessere in apparenza, che nella realtà non è tale. Tutto quello che propongono le immagini televisive, in realtà si rivela per i giovani un'illusione, un inganno».
E gli altri libri?
«Ho portato anche La paga del sabato di Fenoglio. Era da tanto che non lo leggevo più. L'ho trovato eccezionale e mi sono chiesta quanti di noi, scrittori di oggi, saremo in grado di scrivere come lui. Poi leggo anche due o tre libri contemporaneamente. Adesso ho iniziato Il mare di John Banville, uno scrittore inglese contemporaneo, appena uscito, che mi sta piacendo molto. C'è una complessità di fondo, non si riesce a capire se parla di vivi o di morti, intravedi dei personaggi, dei villeggianti. Ho una raccolta dei racconti di Dino Buzzati, lo scrittore italiano che amo di più e non mi delude nemmeno ora con quel suo modo metafisico, assurdo di parlare della realtà. E poi Amsterdam di Marta Morazzoni, che non ho ancora iniziato».
Vedo che non ci sono gialli e l'estate è "gialla" per eccellenza. Come mai?
«Credo di essere una delle poche persone che ritengono che la lettura di un giallo, Camilleri compreso, sia una noia totale: troppa retorica, sempre il solito commissario con i suoi tic, con ciò che gli piace mangiare, con una donna che gli sta accanto, con un'ambientazione pittoresca e caratteristica. Del resto oggi si scrivono solo gialli, perché la parola "letteratura" è diventata oscena, si parla di "scrittura". Non discrimina, non è una parola d'èlite. Oggi sembra che si abbia bisogno solo di pura trama».
Cos'è per te allora la lettura?
«È senz'altro un piacere, che però ha in sé una leggera vena di dovere. Non è proprio pura libertà sfrenata, conserva sempre l'aspetto di una cosa che "è bene fare". Del resto sono d'accordissimo e mi piace il fatto che la lettura contenga anche un po' di fatica. Quando leggi, nasce il desiderio di fare altro, di sottrarti a qualcosa che di per sé è più allettante. Fai fatica, sapendo però che il meglio arriva alla fine. Intuire la lettura solo come piacere è sbagliato di per sé. Secondo me è necessario ridare al libro la capacità di stupire: un libro che si presenta all'apparenza come noioso può nascondere in sé la lettura più entusiasmante; quello che si propone come puro divertimento può rivelarsi di una noia mortale».
Sei allora contraria al "decalogo" di Pennac, che all'inizio degli anni '90 elencava i diritti del lettore e apriva una stagione all'insegna del "piacere di leggere" a tutti i costi?
«Direi che non sono contraria a priori: alcune sue affermazioni sono giustissime, solo che non lo prenderei così alla lettera. Non sono d'accordo sull'affermazione che la lettura sia solo divertimento e piacere, perché tut to è ormai diventato divertimento. La società ha accettato il diritto al piacere e ne ha fatto la sua unica regola. È riduttivo allora affermare che si legge solo per passare il tempo, come guardare la televisione o giocare con un videogioco. La lettura ti dà di più, l'arricchimento di un mondo più profondo per esempio. Il libro ti obbliga a una solitudine che è unica».
In estate c'è un gran via vai dalle biblioteche alle librerie delle liste di lettura, con studenti alla ricerca del libro da leggere consigliato dalle insegnanti. Da professoressa come ti regoli?
«I consigli di lettura servono sempre. Se non proponi la "tua" lista il ragazzo o non legge nulla o ti indica dei titoli che sono sempre gli stessi best-seller: Harry Potter, Dan Brown, Wilbur Smith. L'insegnante ha aspirazioni e responsabilità maggiori per i suoi alunni. Personalmente consiglio pochi libri che un giovane non dovrebbe perdersi: una prima parte di "classici" da Pirandello a Flaubert, da Fenoglio a Buzzati, e poi gli autori contemporanei che servono molto per far capire che la vita è andata avanti. Con una regola morale: non puoi consigliare un libro ai tuoi allievi se non lo hai letto e non ti è piaciuto. Tutto parte da una prospettiva di amore nella lettura e nei consigli di lettura».
«Avvenire» dell’8 luglio 2006

07 luglio 2006

L'Italia on line? Giovane, ricca, colta

TECNOLOGIE - In una ricerca i tassi d'accesso a Internet nel nostro Paese: miglioriamo, ma anziani e fasce sociali svantaggiate restano lontani dell'uso della Rete
Il paradosso del Belpaese: siamo primi al mondo per numero di telefoni cellulari, molto più indietro rispetto agli altri ritrovati elettronici. Il computer è di casa solo per il 44% delle famiglie

Di Laura Sartori
Pubblichiamo in queste colonne ampi stralci della ricerca «Avere e non avere: l’accesso a Internet in Italia», di Laura Sartori dell’Istituto Cattaneo. L’indagine appare sul secondo numero del 2006 della rivista «Il Mulino», in gran parte dedicata all’analisi della situazione sociale e della comunicazione dell’Italia di oggi. La sezione «Errori di stampa», infatti, ospita interventi di Gad Lerner sulla struttura dell’informazione, di Angelo Agostini sulla politica-spettacolo, di Gianpietro Mazzoleni sul «giornalista cerimoniere» e di Bruno Simili sulla personalizzazione dell’informazione. Interventi più legati all’attualità socio-politica sono invece quelli di Giuliano Amato, Michele Salvati, Edmondo Berselli e Roberto Cartocci, Marco Follini, Alessandro Cavalli, Paolo Bosi, Tiziano Treu e Alessandro Rosina, mentre l’«Osservatorio europeo» è affidato ad Alberto Quadrio Curzio e a Giuliano Cazzola. Si intitola infine «Prove di dialogo, tra fede e ragione» il confronto tra lo storico Gian Enrico Rusconi e il patriarca di Venezia Angelo Scola.
La passione degli italiani per i cellulari non sembra accompagnarsi a un simile interesse per il computer e per Internet. La diffusione della telefonia mobile in Italia non solo è stata precoce rispetto ad altre tecnologie, ma ha conquistato ampie fasce di consumatori più rapidamente che in altri Paesi. L'Italia occupa le ultime posizioni nel confronto con altri paesi - come Svezia, Norvegia, Stati Uniti, Spagna ed Estonia - quando si tratta delle altre nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, come computer e Internet. Nel 1998 in Italia solo il 18,8% delle famiglie possedeva un computer quando invece negli Stati Uniti ne era dotato il 42,1%, in Germania il 44,9% e nel Regno Unito il 33,0%. Una scarsa disponibilità di computer si riflette anche in un basso livello di accesso: nel 1998 a fronte di uno scarno 3,5% delle famiglie italiane che dichiara di accedere ad Internet, troviamo il 26,2% negli Usa, il 10,7% in Germania e il 9,0% nel Regno Unito. I cellulari invece hanno riscosso fin da subito un maggior successo in Italia che segue da vicino i Paesi nordici. Infatti, troviamo già nel 1998 che il 35,6% degli italiani possiede un cellulare contro il 19,2% della Francia, il 55,2% della Finlandia; nel 2001 l'Italia raggiunge l'87,1% superando la Finlandia (80,4%) e mantenendo il distacco con la Francia (62,6%). Nel 2005, la distanza tra l'Italia e gli altri Paesi si è ridotta almeno in parte, visto che 44 famiglie italiane ogni 100 possiedono un computer a casa (il 34,5% ne fa uso per accedere ad Internet) rispetto ai due terzi di quelle americane (di queste una famiglia su due si collega alla Rete). Il confronto con altri Paesi fa, però, subito scemare l'entusiasmo. Per quanto la tendenza sia in aumento, rimane il fatto che poco più di terzo della popolazione è «dentro» la Rete. È proprio la differenza tra chi ha accesso ad Internet e chi non lo ha ad identificare il fenomeno del digital divide. Tuttavia, fermarsi qui sarebbe riduttivo e non metterebbe in luce l'esistenza non di uno, ma di molteplici divari: le chance di accedere alla Rete non sono infatti equamente distribuite. Genere, età, livello di istruzione, reddito, area geografica di residenza e struttura familiare sono alcuni dei fattori che più incidono sulle opportunità, favorendole o limitandole che un individuo ha di entrare in Rete. Chi ha accesso ad Internet? Un giovane uomo con un livello di istruzione medio-alto e una buona conoscenza della lingua inglese, dotato delle componenti tecniche necessarie (Pc, connessione veloce ecc.) nella sua casa in una grande città del Centro Nord; esercita una professione a tempo pieno con discreti risultati in termini reddituali: è questo il ritratto di chi accede ad Internet in Italia. Internet si configura per ora come un medium «giovane» che - a differenza di altri mezzi di comunicazione, come ad esempio la televisione - presenta degli ostacoli dovuti al know-how richiesto. È, però, plausibile ipotizzare una progressiva riduzione del divario legato all'età, perché gli anziani di domani avranno già acquisito oggi le capacità per gestire le nuove tecnologie. Anche il genere risulta essere una forte fonte di disuguaglianza nelle chance di accesso alla Rete: nel 2005 sono 10 i punti percentuali che separano gli uomini e le donne. Le differenze si annullano nelle classi più giovani, mentre la distanza tra uomini e donne aumenta progressivamente fino a raggiungere il massimo attorno ai 55 anni. Che cosa succede quando invece guardiamo al livello di istruzione? Le percentuali salgono proporzionalmente al grado di istruzione. Se il capofamiglia è un laureato la casa è dotata di Internet in sette casi su dieci. Troviamo livelli di accesso crescenti all'aumentare del titolo di studio anche a parità di età. Il grado di istruzione ha dunque una relazione forte e positiva con l'accesso ad Internet: un solido bagaglio di risorse culturali indirizza più facilmente verso l'uso di questo strumento e verso lo sviluppo di quelle capacità cognitive per la gestione e la selezione delle informazioni disponibili on line. La conoscenza dell'inglese risulta, per esempio, fondamentale. Inoltre, scuole e università costituiscono un incentivo ad avvicinarsi ad Internet, visto che questi sono di solito i primi luoghi a offrire la dotazione tecnica necessaria per l'accesso. Il reddito è un'altra variabile molto rilevante nel facilitare l'accesso. La recente indagine Istat sottolinea che accede ad Internet il 60,2% delle famiglie che giudicano ottime le proprie risorse economiche rispetto al 41,8% di quelle che le ritengono adeguate e al 24,8% di quelle che le reputano scarse. Anche a parità di titolo di studio, poter contare su un certo reddito aumenta le chance di accedere a Internet. Ad esempio, tra le famiglie il cui capifamiglia ha un diploma di scuola media superiore, ci sono 71 famiglie su 100 con un reddito superiore ai 40.000 euro ch e si collegano, 47 quando il reddito familiare scende tra i 20 e i 40.000 euro e solo 29 se si percepiscono meno di 20.000 euro. Insomma, essere «dentro» la Rete è più tipico delle famiglie con una buona disponibilità economica. Un'altra variabile che può incidere in Italia, come in altri Paesi, sulla decisione di dotarsi o meno di accesso a Internet da casa è la struttura familiare. In una famiglia dove è presente un minorenne la percentuale di connessione nel 2005 è decisamente più consistente (51,0%) rispetto a un nucleo composto di soli anziani (2,8%) e ad altri tipi di famiglia (39,5%). Questa indicazione, che merita ulteriori approfondimenti, rimanda alla nota relazione inversa con l'età. Pensiamo, ad esempio, a una famiglia dove i genitori acquistano un computer e una connessione a Internet perché i loro figli esprimono questa esigenza (vuoi per motivi di studio, di interesse personale o per l'influenza della rete sociale degli amici). I genitori possono così impararne a loro volta l'uso. In questo caso, la presenza di individui giovani, che hanno una maggiore propensione all'accesso, può mediare le perplessità e le resistenze dovute dalla maggiore età o alla minore istruzione. Più in generale, le famiglie con almeno un figlio minorenne dimostrano di possedere comunque un maggior numero di videocamere, di televisori, di impianti stereo rispetto agli altri tipi di famiglie. Altre differenze, sebbene più contenute, si riscontrano a livello territoriale: l'accesso ad Internet è più diffuso tra le famiglie delle regioni del Centro Nord (sopra al 36,0%) rispetto a quelle meridionali (29,7%) e insulari (26,6%). Da una tale descrizione non solo ricaviamo conferme delle tendenze a livello internazionale, ma anche informazioni utili circa la complessa trama che sottende alla scelta di accedere a Internet. Per ora è emerso come età, genere, istruzione, struttura familiare, reddito e area geografica siano buone discriminanti in Italia tra coloro che sono «dentro» o «fu ori» la Rete. Ma è ancora molto il terreno da recuperare per includere un numero sempre maggiore di individui nella società dell'informazione.
«Avvenire» del 6 luglio 2006

I 15 anni del Gsm: 2 miliardi di utenti e sempre nuove funzioni

Tutto in tasca: e il cellulare si «mangiò» gli altri media
Francesco Ognibene
Parla, scrive, canta, suona, gioca, conta, viaggia, ricorda, intrattiene: sembra un essere umano, invece è solo il nostro telefonino. Che sa fare tutte queste cose (e molte altre ancora) con la pedante precisione della tecnologia digitale, ma che un passo alla volta sta incamerando - per simbiosi con chi lo usa, si direbbe - una serie di abilità prima delegate ad altri strumenti. Perché è questo che sta accadendo: a forza di fargli acquisire competenze nelle quali si fa preferire rispetto ad altri oggetti tecnologici per le dimensioni ridottissime e l'integrazione di tutto in un solo terminale portatile, il telefonino va occupando spazi della nostra vita quotidiana sinora presidiati da altri mezzi, il computer e la tv, la radio, lo stereo e il walkman, ora anche l'automobile, grazie alla recentissima applicazione del navigatore satellitare. Una sorta di lento e inesorabile esproprio di pertinenze altrui, che sembra trasformare la funzione della semplice telefonata in un simpatico accessorio di seconda schiera rispetto a funzioni ben più importanti.
Vale la pena dedicare un momento di attenzione critica al telefonino, senza il quale pare ormai che si viva come con un braccio legato dietro la schiena, perché cadono in questi giorni i 15 anni dal debutto del Gsm, il fortunato standard di rete cellulare che ha fatto scendere il telefono portatile dal piedistallo di status symbol dei primi ingombranti apparecchi Tacs usati da una élite con impegni che s'immaginavano senza tregua (e redditi conseguenti), facendone un vero mezzo di comunicazione di massa, modellatore di mentalità, linguaggio, abitudini, cultura. Nei suoi primi quindici anni la televisione non era arrivata a tanto: eppure attorno alla rivoluzione dell'immagine si è costruito un intero sistema di interpretazione della società. Al confronto, l'affermarsi del cellulare - che nella versione Gsm si stima conti oggi 2 miliardi di utenti in 213 Paesi, con oltre 60 milioni di Sim card attive in Italia - è avvenut o quasi di soppiatto: è solo un telefono tascabile, no? Invece ce lo ritroviamo cresciuto non si sa come sino allo stadio d'imprescindibile protesi della nostra vita di relazione e di compagno inseparabile del tempo libero. Vita pubblica e privata, comunicazione professionale e ludica, musica, gioco, video ed email s'intersecano in quei pochi grammi di tecnologia ai quali molti delegano persino la capacità di farli uscire dall'anonimato sociale, munendosi di un modello di tendenza o con prestazioni abbaglianti, oppure attraverso la studiata scelta di una suoneria densa di suggestioni, ricordi condivisi, messaggi. Nello slang massmediale è accaduto persino un curioso rovesciamento: in America per definire la massa di utenti di telefonini si è fatto ricorso al termine mobs, contrazione ambivalente del vocabolo che individua il cellulare (mobile) e una folla simile al gregge. Quasi una profezia dell'invasione di campo definitiva: dopo la tv e la radio, che il telefonino si accinga a espugnare pure noi?
«Avvenire» del 6 luglio 2006

Cattedrali: gloria del Medioevo

Una nuova lettura dell’arte dell’«età di mezzo» proposta da Arturo Carlo Quintavalle
di Marco Meschini
In origine vi è il mondo barbaro, informe e devastatore, che abbatte Roma e le sue vestigia. Poi - parentesi carolingia a parte - vi è il lento e gravoso lavorìo del romanico, il faticare di artigiani ignoti sulla pietra per cavarne qualche lampo di forma, tra simboli demoniaci e infernali, sotto la chiave di volta e di interpretazione del Giudizio ultimo. Infine, al culmine dei secoli e dell’arte medievale, sboccia il gotico, con la sua leggerezza e bellezza, il gioco della luce e delle pietre, il canto delle volte, lo slanciarsi dell’ogiva. Si tratta di uno schema «classico» di racconto dell’arte medievale, incentrato su un concetto evoluzionista, che non sarà difficile trovare annidato nelle menti di molti.
A questo modello culturale si oppone ora la mostra curata da Arturo Carlo Quintavalle per i novecento anni della cattedrale (e il battistero, naturalmente, la piazza e altro ancora) di Parma. Per farlo il docente di storia dell’arte medievale nella stessa città emiliana traccia un percorso denso e articolato e, in più, scolpisce un intero catalogo (Il Medioevo delle cattedrali. Chiesa e Impero: la lotta delle immagini, Skira, euro 70) a guisa di capitello, con le sue 750 pagine e oltre 750 immagini (da musei e chiese, con sculture lignee e litiche, architetture e miniature, capolavori di oreficeria e mosaici, frammenti e particolari e ancora altro, ma non pitture) pensato come icona di un nuovo modo di concepire l’arte medievale, e in specie la «cosiddetta arte lombarda» dei secoli XI e XII.
Quintavalle propone di rileggere l’arte di quel periodo alla luce di un sistema di racconto, anzi di un vero e proprio progetto iconografico promosso e in certa misura imposto dalla committenza agli architetti responsabili delle migliori officine, con il loro insieme di lavoratori della pietra e del metallo, dell’argilla, del vetro e dell’arte musiva. Propone dunque di svincolarsi dal concetto di «scuole» artistiche legate alla mano - o meglio alle mani - dei diversi Gelduino, Gisleberto, Wiligelmo e Nicola che puntellano i manuali di storia dell’arte medievale (rari nomi tra un mare di anonimati) per concentrarsi sulle strategie culturali e di comunicazione che i committenti perseguono e che affidano appunto a quei maestri, a quelle officine.È una «ipotesi di lavoro» da verificare, come il curatore precisa all’inizio del suo percorso interpretativo. Perché si tratta, una volta di più, di confrontare e datare, di stabilire nessi e rapporti alla luce di un’idea previa, di un vero e proprio a priori ideologico condensato nell’espressione «riforma gregoriana». Ovvero quel vasto e pluriforme movimento di riforma che interessò la Chiesa e la società medievali proprio tra XI e XII secolo, che ebbe nella lotta per le investiture uno dei suoi epicentri e che finì con il disarticolare prima e capovolgere poi i rapporti di potere all’interno della Cristianità tra sfera laica e sfera spirituale, che poi significava per alcuni ecclesiastica.Gregoriana, perché ebbe in papa Gregorio VIII (1073-1085) l’uomo di maggior spicco ed eco, anche se fa specie osservare come Quintavalle scriva Riforma Gregoriana con le maiuscole quando gli storici da tempo applicano a quell’espressione le stesse cautele che lui usa per l’arte «lombarda». Ma sono quisquilie nominalistiche, che suggerisco sempre di temperare alla luce del nostro obiettivo di conoscenza. E l’impresa tentata dallo storico dell’arte è titanica e meritoria, perché riconduce al centro della riflessione storico-artistica la politica e il dramma della storia, le sue tensioni ideali e ideologiche, i suoi conflitti istituzionali nei riverberi - spesso splendidi, a volte sontuosi e ammalianti - artistici e immaginificamente culturali.Come quando si spinge sino a proporre l’individuazione di un «codice» narrativo e iconografico, dove il ruolo della Chiesa si rispecchia in quello dei suoi simboli - la croce, il pastorale, l’anello - o meglio in quelli che il papato e gli ambienti riformatori propongono, diffondono, impongono. Una sorta di dictatus papae applicato al dominio dell’immagine così come l’originario dictatus di Gregorio VII era concepito per il diritto e il conflitto polemico ai massimi livelli del mondo cristiano occidentale. Come per esempio la riproposizione del modello di San Pietro, nel senso proprio della chiesa petrina di Roma, in concomitanza - e concorrenza? - con l’altro modello per eccellenza del tempo medievale, ovvero il Santo Sepolcro di Gerusalemme.Ne risultano relativizzati e, in certi casi, persino squalificati altri approcci, come quello stilistico, tipologico e formale, in quanto «antistorico», perché presuppone una lettura con occhi moderni e non medievali. Ma anche altri schemi, per esempio l’evolutivo - lo dicevamo in apertura - che prevede necessariamente una nascita, una maturazione e una decadenza di stili a partire da un centro di irradiazione; oppure quello marxista di rapporti di produzione e di classi sociali e, ancora, quello idealista, che concepisce l’arte come posta al di fuori dalla storia e che analizza il più piccolo dettaglio a prescindere dal contesto, dalla funzione, dal momento storico. E così la sfida lanciata da Arturo Carlo Quintavalle mira ai pilastri stessi del nostro ragionare di arte e di cultura, di mondi e mentalità. È forse questo il suo merito più grande.
«Il giornale» del 3 luglio 2006