15 novembre 2011

Se ridere è una cosa seria

Il comico? Ispira l’arte, scarica le tensioni (personali e sociali), fa bene al fisico. Ecco le prove. Da Aristotele ai vignettisti più cinici
di Daniele Abbiati
Una vera e propria incazzatura no, ma un po’ d’irritazione la susciterebbe, in Platone, sapere che per milioni di liceali di tutto il mondo lo studio della filosofia comincia con una sua barzelletta contenuta nel dialogo Teeteto. Riguarda Talete, abitualmente presentato per primo tra i filosofi presocratici, ed è lo stranoto episodio che vede il milesio cadere in un pozzo ed esser preso in giro da una servetta: «Ti preoccupi tanto delle cose che stanno in cielo, però non vedi dove metti i piedi». S’irriterebbe, il più brillante allievo di Socrate, poiché lui il riso non lo sopporta: nella sua Repubblica ideale non ha cittadinanza. Come Platone più o meno la pensano Protagora, Epitteto, la Bibbia, le regole monastiche medievali, Hobbes e i puritani: la vita bisogna tenersela stretta, e chi ci scherza sopra la butta via.
Secondo John Morreall, autore di Filosofia dell’umorismo (Sironi), Platone e Hobbes sono fra l’altro i principali esponenti della «teoria della superiorità»: chi ride, lo fa essendo convinto della propria superiorità rispetto alle cose e alle persone di cui si burla. Teoria successivamente chiosata dal buon Henri Bergson, autore, detto per inciso, della più densa (e divertente) opera filosofica sull’argomento: Il riso. È vero, dice Bergson, ma a chi si prende gioco della «rigidità meccanica» che domina ampi segmenti dell’esistenza va tutta la mia solidarietà.
Alla «teoria della superiorità», colpevolista e seriosa, fa da contrappeso quella «dell’incongruenza». A sostenerla e diffonderla sono, stranamente, tre pensatori spesso accusati d’essere troppo musoni: l’ultra-razionalista Kant, il pessimista Schopenhauer e il confessionale Kierkegaard. Ma soprattutto il figlio degenere del platonismo, Aristotele. Ricordate il casus belli de Il nome della rosa? Nella plumbea abbazia i monaci muoiono come mosche attirati dal fantomatico secondo libro della Poetica dello Stagirita, quello che tratterebbe, dopo i generi della tragedia e dell’epica, la commedia: cioè il riso. Ebbene, ad Aristotele&Co. la commedia piace assai non tanto per gli sghignazzi che suscita, ma perché accresce le esperienze umane. Infatti, come funziona la nostra mente? Per modelli appresi. E che cosa fa la commedia, il comico? Determina «slittamenti cognitivi», come li chiama Morreall, cioè esercizi giocosi disinteressati dall’aut-aut «o combatti o scappi» del dovere, e rivolti al piacere. In ciò la commedia e il riso sono in buona compagnia: anche tutte le forme di arte si muovono in quest’ambito di gratuità. Cicerone sottoscrive dalle pagine del De oratore.
Poi ci sarebbe anche la terza teoria, quella «del sollievo»: ridiamo per gli scampati pericoli reali o immaginari, e nel far ciò scarichiamo la tensione. Abbracciata da Shaftesbury, Spencer e Freud, il quale la appende al gancio multiuso della libido, fisiologicamente è perfetta: forse il riso non farà buon sangue, ma la medicina assicura che è amico di muscoli, nervi e cuore. Però è troppo riduttiva, e l’autore la scarta come una «concezione idraulica» del nostro cervello.
In effetti, trovare l’equilibrio fra cuore e cervello non è impresa da poco. «Questo mondo - afferma Horace Walpole - è una commedia per quelli che hanno cervello, ma una tragedia per quelli che hanno cuore». E ancora Bergson avvalora tale convinzione, dicendo che l’umorismo richiede «un’anestesia momentanea del cuore». Tuttavia, per iscriversi al partito del riso non basta mettere una firma sotto il motto Take it easy. Troppo facile. Ridere consapevolmente e non come degli idioti, è una cosa seria. Sviluppa il pensiero critico, chiede di mettere fra parentesi i propri interessi particolari, di aver pazienza, coraggio, rispetto per l’altro. Del resto, se le cose andassero sempre bene, non si riderebbe più. Twain e Nietzsche hanno davvero poco in comune, ma al proposito la pensano allo stesso modo. «In Paradiso non si ride», sostiene il primo, mentre per il secondo gli uomini sono gli unici animali che ridono perché sono quelli che soffrono davvero.
Infine, la natura proteiforme e libertaria del riso gli consente di essere buono anche quand’è cattivo, altruista quand’è cinico, costruttivo quando mena bastonate a destra e sinistra. Avviene con la satira (quella autentica), infiltratasi con arguzia nelle pieghe di ogni civiltà, dribblando le leggi non scritte del costume e della morale, fino a sbeffeggiare persino la morte. Nelle vignette dell’islandese Hugleikur Dagsson, scorrettissime e bellissime (Cazzo ridi?, Isbn) c’è molta filosofia. Perché, niccianamente, incidono con il bisturi dell’ironia i bubboni dolenti e li fanno scoppiare. Dal ridere.
«Il Giornale» del novembre 2011

Tasse e crescita: i dogmi della sinistra

Luca Ricolfi demolisce vecchi pregiudizi e indica la retta via Ma la cultura progressista non è pronta al cambiamento...
di Dino Cofrancesco
Assieme ad Angelo Panebianco, a Piero Ostellino e a pochi altri, Luca Ricolfi sembra un sopravvissuto di una scuola di pensiero che, nel nostro paese, sembra in via di estinzione, anche se tutti, a destra e a sinistra, si richiamano ai classici del liberalismo. Certo spesso gli capita di ribadire il suo collocarsi a sinistra ma la lettura dei suoi articoli e saggi, e specialmente del suo ultimo, magistrale, libro La Repubblica delle tasse. Perché l’Italia non cresce più (Rizzoli) lascia l’impressione di un critico implacabile dell’antropologia culturale della sinistra italiana. Ricolfi ne ha anche (e come!) per il centrodestra, e soprattutto per la sua componente leghista, ma a dettare la sua ostilità al governo Berlusconi è una speranza delusa, non un pregiudizio «razziale».
«La colpa più grande di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia». In questo suo motivato convincimento, Ricolfi si pone in netta antitesi con la cultura egemone nella sinistra intellettuale italiana - la cultura di Repubblica e di MicroMega etc. - la quale ritiene che in Italia la democrazia sia in pericolo, dacché un nuovo ducetto mediatico ha inferto un duro colpo alla libertà dell’informazione, all’autonomia della magistratura, all’assetto istituzionale.
Sennonché, se mette a fuoco, in maniera impietosa, gli abiti mentali e la falsa coscienza delle (varie) sinistre italiane, sembra poi stranamente non rendersi conto che con le sue idee, in politica e in economia, s’è rotto i ponti alle spalle, essendo andato ben oltre il revisionismo e lo stesso riformismo di un tempo.
Per Ricolfi, infatti, il benessere economico e il progresso civile di un popolo si giocano sul piano della crescita e dell’aumento della produttività in un’economia capitalistica di mercato, non su quello di un’equa distribuzione del prodotto sociale. «Il fattore decisivo non è la pressione fiscale complessiva, che può benissimo essere alta se esiste un generoso Stato sociale, bensì la pressione fiscale sui produttori, a partire dalla regina di tutte le tasse, ossia l’imposta societaria». In quest’ottica, vengono colpiti a morte non pochi pregiudizi interessati, sottesi a misure come l’abbattimento del debito pubblico, la lotta contro gli evasori, le riforme burocratiche, l’abolizione dei privilegi della «casta». Quelle misure corrispondono certo a esigenze e a valori profondamente sentiti dalla società civile ma non sono, di per sé, risolutive. «Pensare che il debito pubblico si possa abbattere senza crescita, semplicemente azzerando il deficit, è già alquanto azzardato, ma pensare che la crescita possa ripartire con questo livello di pressione fiscale sui produttori lo è forse ancora di più». In particolare, per quel che riguarda l’evasione fiscale, si rileva trattarsi di un «mostro» che «non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quanto la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa a un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro». A quanti, commentatori economici e professionisti della politica, non vogliono vedere che «i paesi che crescono di più non sono quelli con la pressione fiscale aggregata più bassa, ma quelli che hanno i migliori servizi e le imposte societarie più basse», piace trastullarsi con la retorica delle riforme ma queste, senza una crescita di almeno il 2%, daranno solo più potere ai politici incaricati di porre mano alle sempre nuove istituzioni dello «stato sociale».
Un discorso ineccepibile, che, però, dà l’impressione di sottovalutare i fondamentali della «democratie en Italie». Quest’ultima è rinata, dopo la parentesi fascista, da due political cultures, la cattolica e la marxista, che hanno fondato la Repubblica «sul lavoro» equiparando, sostanzialmente, diritti civili e politici, da un lato, e «diritti sociali», dall’altro. Nelle vecchie società liberali, come nei paesi poveri, «il benessere non è considerato un diritto» e il mercato del lavoro allineava i salari alla produttività: il «diritto al lavoro» (diritto sociale) non vanificava la libertà d’impresa (diritto civile). Da noi, «se Tremonti e Berlusconi avessero agito in tempo e con il rigore richiesto dalla situazione, opposizione e parti sociali li avrebbero massacrati». Il dramma, caro Ricolfi, è proprio questo.
«Il Giornale» del 14 novembre 2011

Povera democrazia, svuotata dai tecnocrati

Chissà cosa direbbe Pericle nel vedere la sua amata e tanto deturpata democrazia violentata da quattro professori
di Marcello Veneziani
Ma che succede alla democrazia? È ancora una priorità assoluta, un bene primario da tutelare, oppure sta lentamente ma inesorabilmente declinando? Lo dico guardando a quel che accade in Italia, col Parlamento che si arrende alla Borsa e abdica alla sovranità politica in favore di quella tecnico-economica, invocando un premier che il popolo sovrano non ha mai votato. Ma il processo è più grande e più profondo, e non riguarda solo la traballante democrazia italiana e le sue anomalie. Percorre le democrazie occidentali, mai come oggi dipendenti dai mercati e delle banche centrali.
Un tempo si sosteneva che Democrazia e Mercato fossero un binomio inscindibile. Non c’è libero mercato senza democrazia liberale, e viceversa, non c’è democrazia liberale senza libero mercato. Questa era la tesi liberale prevalente. Ma l’identificazione non è così pacifica e così automatica: abbiamo visto regimi autoritari, la Cina dopo Mao, ancora comunista ma semi-liberista, ma anche il Cile di Pinochet, un regime autoritario con una linea economica liberista ispirata da Milton Friedman, e poi i regimi sauditi e alcuni latino-americani, dove il Mercato è garantito da regimi illibertari. Mao-thatcherismo, mercatismo islamico, liberismo paramilitare...
Nei Paesi occidentali crescono gli oligopoli, i poteri delle multinazionali, il dominio del mercato finanziario sul mercato dei beni reali. E gli assetti transnazionali, a cominciare dall’Europa, tendono inesorabilmente, sotto il tambureggiare delle crisi economiche e delle emergenze finanziarie, a ridurre le sovranità popolari e nazionali, a commissariare i Paesi che non si adeguano alle direttive, lasciando in definitiva ai tecnici, agli eurocrati e alle banche centrali il ruolo di guida. E intanto continua a restringersi nelle democrazie occidentali la partecipazione dei cittadini alle scelte, al voto e alle idee politiche; cresce da anni l’astensione, la disaffezione.
Che succede, sta tramontando la democrazia? Le emergenze che si affacciano nel futuro, legate all’ambiente, all’energia, alla Borsa, alla salute, alla sicurezza, ai flussi migratori, esigono decisioni rapide, talvolta autoritarie e spesso impopolari. O diventano sontuosi alibi per giustificare il restringersi della libertà nel nome della sicurezza. La democrazia rischia così di essere commissariata tramite golpe bianchi e dorati, magari provvisori, ma le emergenze sono così molteplici e consecutive da rischiare di cronicizzarsi e di esigere governi che usino la democrazia come un rivestimento.
Non si tratta di evocare congiure di poteri oscuri e dietrologie pittoresche. E non si tratta nemmeno di assestarsi a difendere ad ogni costo la sovranità popolare; la democrazia non è un valore assoluto, un principio teologico. È semplicemente la forma che ci pare la meno dannosa di tutte, perché consente di rimediare agli errori, di avvicendare chi è al potere e di rendere il più possibile trasparenti le decisioni e gli assetti di potere. Non esistono governi dei popoli, tutti i governi sono governi dei pochi; la vera differenza è che ci sono governi dei pochi nell'interesse dei molti e governi dei pochi negli interessi di pochi. Ci sono poi decisioni rapide e impopolari che non possono passare dal dalle mediazioni e dal Parlamento: ad esempio dimezzare il numero dei parlamentari per migliorare il tessuto stesso della democrazia (oltre che i costi della politica) è un’esigenza vera ma non potrà mai essere varata dal Parlamento medesimo. E allora cosa resta da fare? Resta da porre l’accento sull’autonomia sovrana dell’esecutivo, garantire governi meno ricattabili e meno dipendenti dai parlamenti, garantiti per la legislatura, con un mandato forte e ampio, revocabile solo in caso di grave pericolo. Governi che rispondono del loro operato in ogni sede, ma solo alla fine del mandato politico ricevuto. Non conosciamo altra soluzione per garantire stabilità, efficienza e decisione, senza cadere in soluzioni antidemocratiche.
La tendenza verso cui stiamo andando, e qui torno al caso italiano, è esattamente opposta: i parlamenti possono impallinare i governi ma poi non offrono governi alternativi e dunque consegnano la sovranità a poteri che non sono legittimati democraticamente e non rispondono ai cittadini medesimi. E poi, in Italia, senza avere un presidenzialismo eletto dal popolo, abbiamo un presidenzialismo implicito, sotto traccia, con un Capo dello Stato elevato a regista dei ribaltoni politico-istituzionali. Fino a sospendere la democrazia e svuotare la sovranità popolare.
A questo punto la democrazia va blindata con una corazza a due strati, decisionista e comunitaria: ovvero un presidenzialismo esplicito, decisionista, autorevole, con ampi poteri per tutto il mandato ricevuto; e sul piano della coesione sociale una democrazia comunitaria che tutela e promuove i valori e gli interessi comuni.
Sul piano dei principi le fonti del potere sono tre: la maggioranza, l’esperienza e la competenza. Ovvero il verdetto del voto popolare (democrazia), l’esperienza della storia, il patrimonio acquisito e le usanze di una civiltà (tradizione) e il ruolo dei decisori (élite e capi responsabili). Una buona politica regge sull’equilibrio tra queste tre fonti di potere; le singole decisioni sono assunte nel nome di almeno una delle tre fonti, a patto che non siano contraddette dalle altre due. Questa è la teoria; la buona pratica è ciò che meno si allontana da quei principi. La guida dell’Europa presente, e dell’Italia in particolare, è lontana dalla sua triplice legittimazione. Solo oligarchie e poteri autoreferenziali. Ma i poteri non democratici crescono non solo per la loro forza espansiva ma anche per la debolezza della politica. Quando la politica non ha la forza della decisione e il carisma della comunità, quando non interpreta bisogni reali e passioni civili e ideali, allora cede il passo ai Tecnici. Rigenerare la politica è l’impresa difficile dei prossimi anni.
«Il Giornale» del 14 novembre 2011

Responsabilità collettive della crisi

di Irene Tinagli
I grandi festeggiamenti che hanno accompagnato l’uscita di scena di Silvio Berlusconi fanno molto pensare. Si sente parlare di liberazione nazionale, come se fosse caduto un dittatore che da solo ha rovinato un Paese intero. Eppure quest’uomo che oggi nessuno, neppure tanti suoi alleati, pare abbia mai voluto, è stato votato non una ma ben tre volte dagli italiani. Tra l’altro l’ultimo suo successo risale alle amministrative del 2010, poco più di un anno fa, già in piena crisi economica e dopo vari scandali. Dimenticarsi questo dettaglio impedisce di fare un’analisi profonda del Paese e di operare una corretta distribuzione di responsabilità, sia rispetto a chi lo ha supportato così a lungo sia nei confronti di chi, avversandolo, non ha evidentemente saputo offrire agli italiani un’alternativa più convincente.
C’è un altro aspetto che molti sembrano dimenticare nell’agitazione euforica di questi giorni. Ovvero la responsabilità non solo individuale ma collettiva della situazione economica attuale. È verissimo: oggi Berlusconi lascia un debito pubblico al 120%, una disoccupazione giovanile quasi al 30%, un tasso di attività femminile fermo al 46%, nonché un Paese ancora ostaggio di burocrazia, sprechi e corruttele.
Ma la disoccupazione giovanile era già un problema quindici anni fa: per quasi tutti gli Anni Novanta è stata attorno al 30%; così come il debito già in quegli anni aveva raggiunto e superato quota 120, per non parlare dei problemi cronici relativi all’occupazione femminile, alla burocrazia e agli sprechi. Insomma, più che di aver creato certe situazioni, questo governo ha la responsabilità (enorme) di non averle affrontate con sufficiente serietà, incisività e coerenza. E per quanto sia giusto e naturale che la responsabilità di questo fallimento ricada per primo su chi questo governo l’ha formato e guidato, sarebbe un errore ignorare che alla radice di questo fallimento c’è una responsabilità che va oltre quella personale di Berlusconi. Molte delle misure e riforme che sarebbero state necessarie in questi anni, e che sono contenute nella famosa lettera della Banca Centrale Europea (pensioni, lavoro, liberalizzazioni degli Ordini e dei servizi pubblici etc.), sono state aspramente osteggiate sia all’interno del centro-destra che del centrosinistra, vedendo più di una volta schierati sullo stesso fronte sia alcuni dei più fedeli alleati di Berlusconi, come Bossi, che i suoi storici nemici, come Di Pietro o Vendola. Senza contare che iniziative legislative come quella per l’abolizione delle province o dei vitalizi sono state bocciate con voto quasi unanime dei parlamentari di entrambi gli schieramenti.
È importante ricordarsi queste dinamiche, perché sono le stesse che in passato hanno frenato e fatto cadere anche altri governi. E continueranno a frenare l’Italia se ogni volta crediamo di risolvere tutto attribuendo responsabilità o poteri salvifici a singoli individui dimenticando queste responsabilità collettive. Un atteggiamento che ci condannerà a rivedere sempre lo stesso film e a non riuscire mai ad aprire una stagione veramente nuova. La vera sfida di Monti sarà proprio questa. Non solo riallineare l’economia italiana, ma anche le numerose e divergenti voci che hanno finito per sfibrare il tessuto sociale e la cultura politica del Paese. Un compito che richiederà la capacità di parlare non solo ai mercati internazionali ma agli italiani, riaprendo un canale di comunicazione onesto, chiaro, e coerente con i cittadini, capace di ricreare fiducia senza però cadere in tutte le facili demagogie che hanno reso i partiti prigionieri di se stessi e incapaci di dare al Paese la guida lungimirante di cui aveva bisogno. Un compito difficile, ma, speriamo, non impossibile.
«La Stampa» del 14 novembre 2011

Niente festa, siam cazzulli

Questo blog per la prima volta sfida il ribrezzo di citare il "Fatto quotidiano" per riportare queste righe (chiamarlo articolo mi sembra troppo, perché Travaglio più che scrivere, urla senza ragionare) per invitarti a capire fino a dove può condurre la cecità ideologica. Sono gli stessi che hanno inneggiato alla libertà di pensiero davanti alla devastazione di Roma da parte degli 'studenti' a dicembre 2010 e degli 'indignati' del mese scorso. Finché in Italia ci sarà gente così, ci saranno tantissimi Berlusconi pronti a fregarli ... e meno male!
Facciamo politica, non casino!
di Marco Travaglio
Confessate, perdio, dite la verità: sabato sera avete goduto come ricci? Avete stappato uno spumantino? Siete scesi in strada a fischiare, esultare, cantare l’Alleluja di Händel? Avete suonato il clacson in segno di giubilo? Avete postato sui social network qualche battutaccia liberatoria, tipo “il nano è tratto”, “sic escort gloria bunga”, “Che fai, Ruby o party?”? Avete, Dio non voglia, gridato “ladro in galera” o, peggio ancora, lanciato una monetina verso la Berlusmobile funebre che trasportava la nota salma al Quirinale? Vergognatevi e arrossite. Dovevate chiedere l’autorizzazione preventiva a Ferruccio de Bortoli, che ve l’avrebbe senz’altro rifiutata visto che, in un videoeditoriale sul pompiere.it, avverte: “Non c’è nulla da festeggiare nella caduta di Berlusconi. Si chiude un periodo, fine”.
Invece mi sa che non vi è venuto in mente, e ora peggio per voi. Beccatevi le rampogne del vicepompiere Aldo Cazzullo contro la vostra “gazzarra senza coraggio”, il vostro “spettacolo preoccupante”. Cazzullo vi voleva composti, disciplinati, pettinati. British. Perché “nell’ora delicatissima in cui potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori”. Ecco: dovevate rintanarvi in casa, meglio se nel freezer, a sorseggiare l’ultima lectio magistralis del prof. Mario Monti alla Bocconi, a recitare a memoria il board di Goldman Sachs, a delibare l’ultimo best-seller cazzulliano Viva l’Italia! con l’inno di Mameli a palla. Possibile che, mentre il regime tira le cuoia, non abbiate pensato di “rinunciare alle asprezze polemiche e cercare un minimo comune denominatore con l’avversario per percorrere insieme un tratto di strada”? Invece niente: anziché cercare un denominatore comune e percorrere un tratto di strada con chi ha strangolato Costituzione, giustizia, informazione, scuola pubblica, università, ricerca, cultura e lavoro per farsi i cazzi suoi mentre il Corriere lo esortava alla “rivoluzione liberale” con P 2, P 3, P 4, Ciarrapico, Dell’Utri, Verdini, Gasparri, Gelmini, Carfagna, Bondi, Cicchitto, Brunetta, Calderoli, Stracquadanio e Scilipoti, avete “inscenato una gazzarra” che è “il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall’Italia”.
Per la verità, a giudicare dal giubilo con cui tutti i governi (tranne Putin e Lukashenko) e i giornali del mondo han salutato la dipartita del Cainano, ma anche dalle contestazioni subìte da Blair appena rimise il naso fuori di casa, si direbbe che il mondo si aspettasse esattamente quel che è accaduto sabato sera. Senza violenze o incidenti. L’ha riconosciuto anche il ministro uscente Giorgia Meloni: “Anche questa è democrazia”. Ma il pompierino no. Distratto sulla vera violenza dei Ferrara che gridano al “golpe” e delle Santanchè che minacciano “una brutta fine per i traditori”, Cazzullo vorrebbe che i cittadini comuni umiliati da 17 anni di regime si imbalsamassero nel mutismo e nella rassegnazione, come se non fosse accaduto niente: B. “non è stato battuto da un voto elettorale” (prendete nota: voto elettorale, acqua bagnata, ghiaccio freddo), ma solo dalla “crisi internazionale e dalla propria inadeguatezza a farvi fronte”, ergo non sta bene festeggiare. Pare brutto.
E siccome B. “in 17 anni ha sempre avuto un vasto consenso nel Paese”, chi non l’ha mai votato e l’ha sempre subìto deve starsene zitto per “rispetto dei sentimenti e delle opinioni di chi in Berlusconi ha creduto”. Cioè di chi per 17 anni ci ha dato dei comunisti, coglioni, terroristi, mandanti morali. Il noto cuor di leone, autore di memorabili interviste-scendiletto ai gerarchi del regime, chiude il sermone con una lezione di temerarietà: “Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di B.”. In effetti occorre molto più coraggio per scrivere certe scempiaggini. Ps. In serata anche Minzolingua e Polito el Drito tuonano contro la festa in piazza. Appunto.
«Il Fatto Quotidiano» del 14 novembre 2011

Una gazzarra senza coraggio

Le contestazioni
di Aldo Cazzullo
La folla assiepata nella notte romana sotto il Quirinale e Palazzo Grazioli - più quella che ha puntato su Palazzo Chigi deserto - a urlare insulti, invocare le manette e gettare monetine al passaggio del premier dimissionario rappresenta uno spettacolo preoccupante. Preoccupante anche per chi del premier non ha mai condiviso un'idea o una parola. Nell'ora delicatissima in cui tra mille difficoltà potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento drammatico in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori, ognuno è tenuto a rinunciare alle asprezze polemiche, a cercare un minimo comune denominatore con l'avversario, per percorrere insieme un tratto di strada prima di tornare a dividersi nella competizione elettorale. È un sentiero stretto, quello su cui sta tentando di incamminarsi la politica italiana. Sarebbe stato impensabile, ancora poco tempo fa. Ma è un sentiero reso obbligato dalla crisi e dall'attacco della speculazione internazionale contro il nostro Paese. Inscenare una gazzarra come quella di ieri sera, con le forze dell'ordine costrette a intervenire per l'ennesima volta nel cuore della capitale, è il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall'Italia. Soprattutto, è il contrario di ciò di cui l'Italia ha bisogno. È vero che i fischi al leader perdente - non un assedio con il centro di Roma bloccato e momenti di tensione, come quella di ieri - sono una consuetudine delle democrazie. Un gigante come François Mitterrand trovò ad attenderlo all'uscita dall'Eliseo dopo quattordici anni una folla non proprio amichevole, e non se ne adontò. Occorre però ricordare che Berlusconi non è stato battuto da un voto elettorale. Il governo cade a causa della crisi internazionale, e alla propria inadeguatezza a farvi fronte. Ma non va dimenticato che in questi diciassette anni Berlusconi ha sempre avuto un consenso vasto nel Paese, che oggi si è ridotto ma non è certo scomparso. Nel 1996 perse perché non aveva con sé Bossi. Dieci anni dopo per sconfiggerlo si dovette riunire in un'unica coalizione Dini e Cossutta, Mastella e il no global Caruso, la Binetti col cilicio e Luxuria vestito da donna: un'alleanza a malapena capace di vincere le elezioni, ma del tutto incapace di governare. La premessa di una nuova stagione non può prescindere dal rispetto per i sentimenti e le opinioni di chi in Berlusconi ha creduto. Prendersi vendette o rivincite alla fine di un ciclo lascia sempre un retrogusto amaro. Farlo ora, a metà del guado, è un esercizio imprudente oltre che improvvido. Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di Berlusconi, o davanti alla sedi istituzionali. Ne occorre di più per unire le forze nell'emergenza anche con chi ha un sentire diverso dal proprio, nel nome di un interesse e di una responsabilità che mai come oggi sono comuni.
«Corriere della Sera» del 13 novembre 2011

11 novembre 2011

Indietro tutta

Più che creare, vogliamo ricordare: un critico musicale inglese battezza la "Retromania", che in Italia celebra il suo trionfo sociale, culturale e estetico
di Jacopo Iacoboni
I ragazzini entrano nei negozi di scarpe e chiedono le Converse, che mettevamo noi nei primissimi anni 80 post-punk. Tra i più grandi successi al cinema celebriamo remake come Alien, prequel del Pianeta delle scimmie o Ang Lee che gira un film su Woodstock. Andiamo a comprare dischi e siamo assaliti da revival e cover; chi vuole qualcosa di pulsante deve farsi largo in mezzo a cumuli di rifacimenti. Gli unici negozi d’abbigliamento che orientano un minimo il gusto sono, inesorabilmente, vintage. Circola una battuta illuminante, «il revival degli Anni 80 sta durando più degli Anni 80». In letteratura i geni più grandi sono tristemente non italiani, ma sono anche loro dei postpostmoderni: nel senso che i più dotati citano, ricitano, rileggono; in sostanza scrivono anche capolavori, ma del genere «mash up». In politica siamo stati troppo a lungo governati da un uomo di 75 anni che raccontava barzellette andate, e nei vertici internazionali si girava a guardare da dietro una collega danese ultraquarantenne; l’opposizione, dice con giusta franchezza Alessandro Baricco, «è quanto di più conservatore ci sia in questo Paese», sempre con gli occhi voltati all’indietro, monopolizzata da un gruppo dirigente il cui telefilm di riferimento è tuttora Happy Days. Nel sonno dei media tradizionali l’età media di analisti e commentatori sale a 68 anni (fonte: Vision). Tutto il resto è noia.
Il default italiano non è solo un’eventualità contabile e una crisi di fiducia dei mercati: è uno stato d’animo cupo e passatista. L’Italia celebra il trionfo - sociale, culturale, estetico della Retromania , titolo del brillante saggio di Simon Reynolds appena tradotto da Isbn. Reynolds è un grande critico musicale inglese, firma del Guardian , ha cinquant’anni e ha scritto libri importanti, sia sulla musica techno e l’esplosione rave degli Anni 90, sia soprattutto sul post-punk, la grande stagione della musica indie seguita al 1976, ai Clash e i Sex Pistols, e culminata nel ‘79 con tre capolavori assoluti, Unknown Pleasures dei Joy Division, Metal box dei Pil, Fear of Music dei Talking Heads. Era, scrive adesso Reynolds, musica che sapeva innovare; scavava nelle profondità della società per indagare il nuovo. Come l’Angelus Novus di Walter Benjamin (che Reynols cita) aveva le ali conficcate nel passato ma lo sguardo proiettato sul futuro. Oggi non è più così. «Se gli Anni 70 hanno avuto la disco music e il punk, gli Anni 80 l’hip-hop e gli Anni 90 il rave e il grunge, qual è stato l’imprescindibile fenomeno musicale che ha dominato il mondo della musica pop negli anni zero? (Imbarazzato silenzio)». L’era pop che viviamo è impazzita per tutto ciò che è retrò e commemorativo, un «nostalgico blocco che impedisce di guardare avanti».
E siccome a detta di Reynolds «la musica non è altro che un araldo, che coglie prima degli altri i cambiamenti e quanto va succedendo nella società», possiamo ipotizzare che stia succedendo esattamente qualcosa del genere altrove, in qualche caso, come in Italia, con un di più di passatismo? Il critico suggerisce alcuni esempi, tra musica, economia, filosofia. Il più grande fenomeno pop di questo tempo, per esempio: lady Gaga è solo «un riciclaggio di decadenza glam dei 70 (Bowie), look eccessivo degli 80 (Madonna), neo-dark dei 90 (Marilyn Manson)». Quand’è stata in concerto a Milano, teenager italiane giovani ma già vecchie sono impazzite. Decine di band indie, come i newyorchesi Interpol, non fanno che rifare i Joy Division. Amy Winehouse, sulle cui spoglie s’è lanciata un’industria culturale avida di miti che non esistono più, non è che ripetizione del R&B Anni 60, della Motown, e molto probabilmente di Nina Simone. Gli Oasis dei fratelli Gallagher, se proprio vogliamo considerarli, a esser molto gentili con loro si ispirano assai ai Beatles della stagione Revolver . I Black Crowes sono dei Rolling Stones riciclati e fuori tempo massimo.
Dice lo scrittore Aldo Nove che lo schema «è fondamentale per capire anche dove siamo oggi. E non solo musicalmente». In effetti, la retromania sembra connotata anche economicamente. Confida Reynolds che i processi sono analoghi a quella che gli economisti chiamano «sovraccumulazione», c’è un surplus di capitali che trovano poco sbocco per investimenti nell’economia reale, a causa delle difficoltà del mercato dei consumatori, e dunque «si dirige verso la speculazione». Più si è fermi e bloccati, con lo sguardo rivolto indietro, più si è immobili prede. Il bombardamento digitale sarà una ricchezza, ha modificato in modo rivoluzionario le forme della fruizione; ma i contenuti?
Gli esempi potrebbero essere numerosi. Tra le applicazioni più scaricate da noi c’è iPhone Instagram: siccome le foto digitali non possono invecchiare e conquistare storia, il pubblico va pazzo per questa funzione che consente di seppiare le foto, invecchiarle. Quello che vogliamo: essere antichi. È come se non esistesse più un futuro e, per paradosso, proprio ora che pensiamo di averlo a portata di mano. Nei social network come Twitter trova una diffusione enorme (fonte New York Times ) l’abilità di Aaron Wood, un grafico che trasferisce nel mondo digitale i modelli visivi dei vecchi poster di propaganda. Vende a otto dollari immagini che hanno il pregio di sembrare vecchie.
Sostiene il filosofo Maurizio Ferraris (in Anima e iPad, Guanda) che la civiltà dell’iPad - e tanto più se declinata all’italiana - anziché disegnare territori incogniti, potenzia l’esigenza antichissima di avere un’anima, ossia una memoria più ricca. Vogliamo «ricordare, non creare». Agogniamo la tavoletta perché archivia (il passato), non perché illumina (un futuro), condannati a esser retromani col gadget in tasca, lady Gaga nelle cuffie, e a sentirci chiamare giovani a quarant’anni.
«La Stampa» dell'11 novembre 2011

La morale? Non è figlia dei neuroni

di Roberto I. Zanini
​Klaus Demmer non ha dubbi: «Per affrontare le sfide del nostro tempo servono sacerdoti pii e colti... E un laicato cattolico preparato». Proprio oggi Demmer, docente emerito di Teologia morale alla Gregoriana, tiene una lectio magistralis nella medesima università pontificia, sul tema: "Le teologia morale contemporanea, sfide e prospettive". Una sorta di omaggio per i suoi 80 anni, che si affianca alla pubblicazione di un volume della San Paolo (Pensare l’agire morale), a cura di Aristide Fumagalli e Vincenzo Viva, con i contributi di un gruppo di teologi morali italiani suoi ex allievi. Magro, dall’aspetto simpatico e ascetico al contempo, Demmer, che è sacerdote Missionario del Sacro Cuore, insiste sulla necessità di dar vita nella Chiesa a una «nuova consapevolezza dell’essere cristiani».

Professor Demmer, nell’immagine del Sacro Cuore, Gesù indica se stesso come fulcro della vita del cristiano. Oggi lo si considera un linguaggio superato dai tempi.
«Si tratta di una devozione sviluppatasi fra ’700 e ’800, ma se compresa, ancora oggi apre un accesso molto umano al mistero inscrutabile di Dio. Tendiamo a dimenticarci che il centro gravitazionale del cristianesimo è l’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine del Sacro Cuore si rende visibile il mistero del Dio onnipotente che ama l’uomo in maniera incondizionata. Come dice Eberhard Jungel, in questo miracolo è l’eccellenza del cristianesimo».

Come può comprendere queste cose l’uomo di oggi, sempre più lontano dalla spiritualità?
«Il problema non riguarda solo questa devozione, ma è tutto l’accesso al mistero cristiano che risulta ostacolato e difficile. Oggi è come se l’uomo fosse monodimensionale, succube della dittatura di un’unica forma di pensiero, legata a ciò che è concreto, scientificamente dimostrabile. Ciò che riguarda lo spirito viene denigrato, escluso».

Conta solo ciò che si spiega attraverso la scienza...
«E così tutti i fenomeni che hanno una parvenza di spiritualità vengono tacitamente "naturalizzati", resi dimostrabili. Ecco allora che le neuroscienze riducono l’essere umano ai suoi soli processi cerebrali. L’uomo e quindi la sua morale, è il semplice prodotto del suo cervello, dei suoi geni. E anche per la libertà non c’è più spazio».

Per la libertà?
«Sì! Perché se tu sei in quanto funzione dei tuoi geni e dei tuoi collegamenti neuronali, sei automaticamente chiuso nella gabbia di una sorta di predestinazione secolarizzata. La tua vita, le tue scelte, anche quelle morali e della fede, tutto di te si può spiegare in termini biologici, tutto è già scritto nel tuo Dna. E quel che è più grave è che insieme alla libertà soggettiva svanisce anche il concetto di colpa, di responsabilità».

Quale impegno ci aspetta per uscire da questo collo di bottiglia?
«Prima di tutto penso sia fondamentale una filosofia sensibile alle sfide del nostro tempo e finalmente capace di dialogare con la teologia. La collaborazione fra teologia e filosofia è fondamentale per riesaminare tutte le categorie essenziali, a cominciare dai concetti di finalità, ordine, sostanza... Del resto è insito nella storia del cristianesimo: il teologo ha bisogno del filosofo. Oggi serve una teologia arricchita da concreti elementi filosofici».

Questo come si traduce in termini pastorali?
«Prima di tutto è necessario un clero capace di combinare una profonda devozione con un alto livello di cultura. E questo deve trasparire. Il fedele deve percepire che il sacerdote è uomo di cultura capace di competere con gli intellettuali. Ciò che assolutamente non serve è un clero semplicista, bigotto».

E i laici?
«La Chiesa deve prendersi cura di una forte educazione teologica del laicato. I laici sono impreparati alle sfide del nostro tempo, confusi dalla massiccia quantità di messaggi in contrasto con le ragioni della fede. Per la Chiesa è una sfida essenziale».

C’è bisogno di far conoscere nuovamente chi è il vero Dio?
«Molte volte la gente ha un’idea infantile di Dio. Coloro che combattono la fede hanno spesso una concezione bigotta e falsa di Dio. Per questo c’è urgenza di preti e laici preparati».

Ma la fede non passa solo attraverso la cultura.
«La cultura è una via, un accesso. La fede passa attraverso la testimonianza di vita di uomini convinti».

Quindi la cultura senza testimonianza...
«Non vale nulla. Ma la testimonianza si deve adeguare ai tempi che corrono. Per questo dico che il prete moderno deve essere pio e colto».

In una società che non sa più interpretare il male deve essere anche capace di insegnare il discernimento?
«È essenziale. Per troppo tempo si è insegnato a valutare la colpa e il peccato come qualcosa che si misura a peso, quando invece la malizia del cuore non si può misurare. I confessori devono tornare a prendere sul serio questa malizia, che è diabolica e se non lo si comprende non si riesce a spiegare come riesca a generare assenza di spirito di riconciliazione e di perdono. Come produca una generalizzata durezza di animo, che è l’esatto contrario del Cristo che ama offrendo il suo cuore».

Senza perdono non si costruisce la società?
«Nemmeno la famiglia. Molti matrimoni falliscono per questo motivo. Ci sono aspettative deluse, non si perdona e ci si separa, secondo il significato della parola "Diavolo": ciò che divide. Tanti matrimoni si potrebbero salvare se ci fossero coppie esperte capaci di accompagnare le coppie in crisi; se ci fosse una preparazione al matrimonio capace di calarsi nelle sfide della modernità. La Chiesa deve imparare a preparare e accompagnare. Vale per la famiglia come per la formazione dei nuovi sacerdoti. Vivere il celibato in solitudine risulta difficile. E la mia esperienza in Germania con i preti protestanti sposati (anche fra omosessuali) e divorziati mi rende certo di una cosa: non è l’abolizione del celibato che risolve il problema».
«Avvenire» del 9 novembre 2011

06 novembre 2011

Il romanzo dei giovani non indignati

D’Avenia ritrae il mondo dei ragazzi che non fanno notizia: quelli legati ai valori tradizionalidi Alessandro Gnocchi
Ci sono libri che sembrano scritti apposta per i giovani che non fanno notizia. Quelli che non tirano estintori nelle manifestazioni di piazza; che non assediano i cantieri della Tav; che non salgono sulla Torre di Pisa per appendere striscioni contro le riforme dell’istruzione; che non intervengono da Santoro per pontificare sul precariato. Quelli che, alla fine dei conti, sono la maggioranza ma di cui non si parla molto perché non ci tengono a farsi notare. Cose che nessuno sa (Mondadori, pagg. 334, euro 19), il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, insegnante al liceo già in classifica col precedente Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, 2010, 400mila copie), è un volume di questo tipo. D’Avenia dimostra di essere in possesso di uno sguardo ben allenato sulla società che ci circonda (curatissimi i dettagli: volendo si potrebbe tirare fuori da Cose che nessuno sa una playlist dei gusti dei teenager). Il suo pubblico, a prima vista, sembra simile a quello di Fabio Volo, appena un po’ più giovane. In fondo, anche le storie dello scrittore bresciano, al netto di un po’ cinismo innocuo e di impegno di maniera, puntano a ristabilire l’ordine: alla fine trionfano i sentimenti e i valori. Quelli tradizionali, come nel recentissimo bestseller Le prime luci del mattino (Mondadori). Se Volo guarda ai dubbi dei trenta-quarantenni, D’Avenia va benissimo per liceali e studenti universitari ma ha le potenzialità per prendere al laccio anche i genitori del suo lettore medio: chi non vuole conoscere l’universo dei propri figli?
Già il personaggio centrale, anche se non protagonista assoluto, di Cose che nessuno sa segnala la distanza siderale tra il mondo giovanile di questo romanzo e quello che siamo abituati a vedere rappresentato dai media (e anche dalla letteratura piagnona che va per la maggiore sui giornali). Qui il professore di liceo intorno a cui ruota la vicenda è un supplente da 500 euro al mese, precario (un anno su una cattedra, il seguente non è detto) ma soddisfatto, sistemato in un appartamento di pochi metri quadrati, senza un vero letto ma con molti libri. Macchina neanche a parlarne, ha voluto la bicicletta, in tutti i sensi, e ora pedala con convinzione, perché stare in classe e confrontarsi con gli alunni è la sua vita. Le lamentele stanno a zero, il desiderio di comunicare a mille.
D’Avenia prende di petto il tema della paternità. Nel romanzo ci sono ragazzine abbandonate dal padre. Ragazzini che nemmeno l’hanno mai conosciuto. Giovani che non vogliono diventare padri, per timore di non poter più essere figli. Il padre ci aiuta a definire la nostra identità, fino a quando non dovremo abbandonarlo per prendere la nostra strada in piena autonomia. Naturalmente il lieto fine è dietro l’angolo, zuccheroso ma non troppo. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità, anche il ribelle in rivolta contro il mondo (e contro se stesso). All’interno di questo universo, la famiglia, si capisce benissimo, resta un caposaldo. È l’istituzione delle istituzioni, anche quando traballa, perfino quando è assente. Così come fondamentale è un senso religioso, che affiora qua e là, sempre espresso con grandissima delicatezza, cosa tutt’altro che facile. E infine c’è la libertà, a cui tutti aneliamo. Una libertà un po’ più complessa del lancio di un estintore per «fottere il potere» o del vedere realizzati al più presto tutti i propri desideri o del fare tutto quello che si vuole quando si vuole. La libertà di questi ragazzi è piuttosto un «sognare dentro la realtà», una speranza che impone alcuni vincoli: quelli della fedeltà, della condivisione, del compromesso accettabile e accettato per amore. Buonismo? Fino a un certo punto: gli errori in Cose che nessuno sa, si pagano col dolore, proprio come nella vita.
«Il Giornale» del 5 novembre 2011

Il Credo, la verità e la ragionevolezza. Quell'araldo e l'annuncio dei primi cristiani

Versione integrale dell'intervento al convegno dei Nuovi Evangelizzatori
di Vittorio Messori
Il tempo assegnatoci è ristretto. Meglio così, siamo chiamati ad imitare la secchezza, la volontà di sintesi dei Vangeli. Dobbiamo tornare alla consapevolezza che ciò in cui crediamo, ciò da cui tutto il resto deriva, è racchiuso (così ci insegna san Paolo) in tre sole parole: << Gesù è risorto >>. Da qui la conseguenza: << Dunque, Gesù è il Cristo annunciato dai profeti e atteso da Israele>>. E’ ciò che i primi cristiani chiamavano il kérygma, cioè il grido dell’araldo che –per strade e piazze– annunciava al popolo le novità urgenti, quelle che tutti dovevano sapere.
Credo che la rievangelizzazione dell’Occidente, chiestaci con sacrosanta insistenza da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, non sia che questo: non, innanzitutto, complesse dottrine, bensì il ricominciare dal kérygma, dalla base su cui tutto si regge. Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore.
Non tutti, certo, si fermeranno ad ascoltarci. E chi lo farà, ci opporrà subito: << Sono venti secoli che ce lo ripetete. Ma quali ragioni ci portate? Siamo uomini moderni, abituati alla critica: perché dovremmo ancora credere che quell’oscuro ebreo finito in croce duemila anni fa sia il Signore, il Figlio di Dio, Dio egli stesso? Perché lui e non i tanti altri che annunciano un altro Dio? Ma, prima ancora, portateci prove credibili che un Dio, quale che sia, esiste davvero>>. Una replica legittima. In fondo, fu quella stessa in cui incappò Paolo, quando << si mise ad annunciare Gesù in mezzo all’Areòpago>> e gli chiesero ragione dello scandalo e della follia che annunciava.
Il rapporto tra la fede e la ragione. La fede che va, certo, al di là della ragione, ma che non la contraddice. Ecco il nostro problema, ecco il problema di sempre, ma di cui molti, nella Chiesa stessa, non sembrano consapevoli. Mi si permetta allora di rifarmi, per quanto vale, alla mia esperienza. Forse, nel suo piccolo, può essere esemplare. Famiglia di anticlericali emiliani, 18 anni di studi, a Torino, tutti in scuole laiche, dove regnava un rigoroso agnosticismo. Dio non lo si affermava ma neanche lo si negava: semplicemente, non era un problema di cui occuparsi in classe. All’università, alla facoltà di Scienze Politiche, divenni l’allievo prediletto dei grandi maestri del laicismo italiano, con i quali feci anche la tesi di laurea. Anche qui non vigeva l’ateismo -considerato volgare perché religione esso stesso, seppure al contrario- ma dominava una radicale indifferenza: poiché la ragione, il solo strumento di cui disponiamo, non è in grado di risolvere il problema, perché perdere tempo e fatica a discutere se Dio esista o no e se sia quello adorato in una o nell’altra religione?
Proprio mentre scrivevo la tesi di laurea, senza che lo cercassi o lo aspettassi incappai in un incontro, che fu anche uno scontro, con quel Mistero del Cristo che sino ad allora avevo respinto senza nemmeno esaminarlo, tanto mi sembrava inammissibile. Fu un’avventura spirituale imprevista e sconvolgente, delle cui conseguenze ancora vivo, ma che solo da poco mi sono deciso a tentare di descrivere in un libro. Io non volevo diventare cristiano, meno che mai cattolico, ma ne fui costretto da un’evidenza interiore alla quale non potei sfuggire. Ebbene, passati i primi tempi, quelli dello stordimento di chi ha visto spalancarsi una dimensione inimmaginabile, ecco subito i dubbi e i problemi. Ero stato allevato nel culto di una ragione che diventava razionalismo, dunque cominciai a domandarmi: <>.
Il fatto è che la fede è una realtà soprannaturale che si incarna in un uomo concreto, dunque ha bisogno di conferme della ragione; è il credere che, per essere umano, deve apparirci ragionevole; è la scommessa su Gesù che deve apparire fondata. Quanto a me, per arrendermi alla dimensione inedita che mi pervadeva, avevo bisogno di un sostegno: quello, per dirlo chiaro, di una apologetica adeguata. Cominciai a chiedere aiuto a quei miei nuovi compagni, a quei cattolici che fino ad allora mi erano estranei. Ma erano gli anni in cui il Concilio finiva, nella Chiesa era un ribollire di risse ed alterchi; eppure, come scopersi con rammarico, erano dispute tutte interne, clericali. Ci si affrontava sull’organizzazione della istituzione ecclesiale, sul ruolo del papa, dei vescovi, dei preti, dei laici, delle donne, della liturgia. Nessuno parlava di fede né meno che mai delle sue ragioni, la si dava come un dato, scontato, acquisito, mentre si battagliava per quale dovessero essere, per il cattolico, l’etica, l’impegno politico, sociale, economico, culturale. Ma queste non erano che conseguenze di una causa prima, il sì alla verità del Credo, che nessuno si occupava di esaminare e verificare. Anzi, chi avesse voluto farlo sarebbe stato squalificato con termini come “apologeta“, “apologetico“ che erano divenuti come un insulto, un marchio di anacronismo e di integralismo.
Ebbene, non trovando gli strumenti che cercavo, decisi (con l’imprudenza e l’impazienza del neofita) di farmeli da solo. Questi clericali –preti e laici– avevano nascosto l’apologetica? Ebbene, avrei cercato di disseppellirla: per me innanzitutto, per poi offrirla ad altri. Fu così che, dopo una lunga ricerca, osai pubblicare trecento pagine dal titolo Ipotesi su Gesù, dove cercavo di applicare la ricerca storica e archeologica, nonché il buon senso estraneo alle ideologie del momento, alle origini stesse di una Fede che non è una dottrina ma una Persona. Alla diffidenza con cui quel libretto fu accolto da certa intellighenzia clericale fece contrasto lo straordinario successo popolare, nel mondo intero. Successo che, del resto, ha accolto molti degli altri libri che mi fu dato di pubblicare: tutti scritti per cercare di rispondere alle domande di credibilità, di ragionevolezza della fede.
Questo interesse è stata la conferma di ciò di cui sono stato sempre consapevole : non può esserci -oggi meno che mai- un riannuncio della fede se, al contempo, non se ne mostra la ragionevolezza. Non si incide sulla società o sulla cultura riproponendo la prospettiva evangelica, se non si affronta prima il problema di Cristo e della verità del suo vangelo. I problemi con cui oggi i cattolici devono confrontarsi hanno una radice spesso inconfessata eppure drammatica : la caduta della fede, la riduzione di Gesù a un maestro di morale, del Nuovo Testamento a oscuro pastiche di giudaismo e di paganesimo, del miracolo a mito, della speranza escatologica a impegno secolare. Ben prima di ogni riforma istituzionale e di ogni predica morale o sociale, dobbiamo ritrovare il Credo, quello che recitiamo nella Messa, nel senso pieno. Ma come ritrovare questo Credo se ben pochi ci mostrano le ragioni per farlo? Quanti, nella Chiesa, ci aiutano a rassicurarci che il cristiano non è, come è stato detto di recente, “semplicemente un cretino“? Anche per questo potrà essere davvero prezioso questo Pontificio Consiglio che il Santo Padre ha voluto creare ed affidare a mons .Rino Fisichella, non a caso specialista di teologia fondamentale, il nome alternativo dell’apologetica. Il primo passo per una nuova evangelizzazione, comunque, è semplice e al contempo impegnativo. Prendere, cioè, sul serio l’esortazione di Pietro ad essere «sempre pronti a dare le ragioni della speranza che è in noi». Con chiarezza e decisione e al contempo, come ci ammonisce lo stesso Pietro, «con dolcezza e rispetto».

Pubblicato con molti tagli su «Il Corriere della Sera» del 17 ottobre 2011

Quelli che l’uomo è il cancro del pianeta

Anche quest’anno il pianeta è chiamato a festeggiare l’Earth Day, la Giornata della Terra
di Rino Cammilleri
Il nome stesso richiama l’ambientalismo politicamente corretto e rievoca arcadiche immagini di bimbi che piantano nuovi arboscelli nonché volenterosi volontari che gratis liberano le spiagge dai rifiuti (ma non di rado si tratta di intere scolaresche, vittime ignare, come in tutti i regimi, dell’ideologia egemone).
I soliti bastiancontrari penseranno, in questo 22 aprile, che, a furia di celebrare «giornate» per questo e per quello, presto non ci sarà più spazio nel calendario, così che (i più maligni sostengono) si dovrà prima o poi abolire il Natale per far posto a Gea (che poi sarebbe il sogno di ogni liberal -leggi: di sinistra- al mondo).
Qui, oggi, ci uniremo alla festa commemorando il Giorno della Terra a modo nostro, magari spiegandone l’origine agli ignari. Infatti, alluvionati come siamo ogni giorno da informazioni (poche quelle utili), il passato si cancella automaticamente dal cervello man mano che serve spazio per nuove nozioni.
Così, finisce che, a orecchio, si pensa che l’Earth Day sia roba dell’Onu, come tutti gli altri Day internazionali.
Invece no, l’Onu non c’entra niente.
Non sappiamo se questa verità renda l’Earth Day meno autorevole o più prestigioso: dipende dall’opinione che ciascuno si è fatta dell’Onu. Alla ricerca di notizie sull’origine della Giornata della Terra ci siamo imbattuti in un singolare articolo di Riccardo Cascioli, direttore dell’osservatorio SviPop (Sviluppo & Popolazione), specializzato nello smascherare le bufale ambientaliste.
Detto articolo si conclude con questa frase scioccante: «Liberi ora di celebrare ancora la Giornata della Terra, ma almeno sapete che state lottando per l’eliminazione di voi stessi». Ohibò. In effetti, Cascioli svela la sospetta contiguità tra i due allarmi planetari che oggi tengono banco, quello ecologico e quello demografico, un mix che finisce col considerare l’uomo come «cancro della Terra» e unico responsabile dell’inquinamento per il solo fatto di esistere -laddove per i sensati non è lui il problema, bensì la soluzione. Ma andiamo con ordine.

La Giornata della Terra cominciò il 22 aprile 1970.
Dove?
Nei soliti Usa, patria della libertà di espressione (e, dunque, anche di ogni idea bislacca). I più anziani ricorderanno che già negli anni sessanta Celentano lamentava musicalmente l’inquinamento e la cementificazione. Infatti, i movimenti ecologisti già esistevano (sempre negli Usa) come conseguenza dell’affermarsi dei «figli dei fiori».
Non che in certi posti, come Chicago, le auto di grossa cilindrata tipicamente americane e il basso prezzo della benzina non avessero creato seri problemi di respirabilità, ma non c’era ancora una coalizione ecologista in grado di imporsi a livello nazionale prima e mondiale poi.
A farla nascere pensarono due personaggi ignoti, ancora oggi, al grosso pubblico: Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, e Hugh Moore, miliardario. Eppure il secondo è l’inventore dello slogan «Population bomb», quella «bomba demografica» che all’inizio non interessava nemmeno a Pannella, tanto che il suo autore dovette pubblicare a proprie spese nel 1956 un opuscolo così intitolato.
Grazie al senatore Nelson, che per anni si era battuto -invano- perché il Senato Usa prendesse in considerazione l’ambientalismo, detto opuscolo finì sul tavolo di tutti quelli che contavano, non solo al governo ma anche nelle organizzazioni internazionali, Onu in primis.
Ma i tempi non erano maturi.
Lo divennero nel famigerato 1968, quando il biologo Paul Ehrlich sconvolse il mondo -finalmente divenuto ricettivo- con un libro dallo stesso titolo: La bomba demografica.
Tradotto in quasi tutte le lingue e diffuso in milioni di copie, il libro impose il «problema» al livello delle masse.
Non era tuttavia una novità, perché le teste d’uovo anglosassoni fin dall’Ottocento, con le loro Società Eugenetiche, erano convinte che il darwinismo andasse applicato alle società umane. E il controllo delle nascite era la loro coperta di Linus.
Fu però nei favolosi Sixties che il progetto del senatore Nelson incontrò i soldi del miliardario Moore, gran finanziatore di organizzazioni antinataliste. Si tenga anche presente che, all’epoca, era ancora vivo il ricordo della Bomba Atomica sul Giappone, e il rischio di una guerra nucleare con l’Urss era incubo costante.
Così, l’idea di un’altra «bomba» in grado di distruggere il pianeta si rivelò vincente per l’immaginario collettivo.
In tal modo l’ambientalismo sposò l’antinatalismo; e il solito Moore, prolifico creatore di slogan d’effetto, coniò anche il motto «la popolazione inquina».
In una decina d’anni l’alleanza fu perfezionata e i vari Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action si unirono con i Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth per fare pressione sul Congresso USA affinché si attivasse onde «fermare la crescita» della popolazione mondiale.
Dai e dai, «sviluppo sostenibile», soprattutto del numero degli abitanti del pianeta, divenne un modo di dire corrente e indiscusso.
Nacque allora la Giornata della Terra, i cui sponsor e divulgatori sono uniti nell’indicare l’uomo come il vero nemico dell’habitat: c’è, per questo inquina. La «crescita incontrollata della popolazione» diventa la vera causa della «scomparsa delle foreste» dell’«erosione del suolo» della «desertificazione», della «sparizione di intere specie animali» e perfino del famoso «buco nell’ozono».
Abbiamo così il Worldwatch Institute che ogni anno pubblica il rapporto State of the World, zeppo di allarmi su calamità imminenti (sempre regolarmente smentite dai fatti) e causate indovinate da chi.
Piaccia o no, questo è ormai lo sfondo dato e non scalfibile sul quale si muovono le politiche ambientali internazionali, Protocollo di Kyoto compreso.
Il principio ispiratore della famosa Agenda 21 (approvata al Summit della Terra, la conferenza dell’Onu sull’ambiente a Rio de Janeiro nel 1992) e del recente Vertice di Copenhagen è sempre lo stesso: limitare «l’impatto» della presenza umana.
Cioè: freno allo sviluppo nei paesi ricchi e drastica riduzione delle nascite in quelli poveri.
Anche se la storia dimostra (e Cascioli insiste) che è vero l’esatto contrario: è la crisi demografica il vero pericolo.Soprattutto per l’ambiente.
«Il Giornale» del 20 aprile 2010

Benedetto XVI: il principio della maggioranza non basta

Viaggio apostolico del Santo Padre in Germania
di Benedetto XVI
Discorso al Parlamento Federale, nel Reichstag di Berlino il 22 settembre 2011
Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: "Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3, 9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. "Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?" ha sentenziato una volta sant’Agostino (De civitate Dei IV, 4, 1). Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: "Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…" (Contra Celsum GCS Orig. 428 (Koetschau); cfr A. Fürst, Monotheismus und Monarchie. Zum Zusammenhang von Heil und Herrschaft in der Antike. In: Theol. Phil. 81 (2006) 321 – 338; citazione p. 336; cfr anche J. Ratzinger, Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter (Salzburg – München 1971), p. 60).
In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.
Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano (Cfr W. Waldstein, Ins Herz geschrieben. Das Naturrecht als Fundament einer menschlichen Gesellschaft - Augsburg 2010, pp. 11 ss.; 31 – 61). In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto "gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo".
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: "Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…" (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – "un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti", allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico (Waldstein, op. cit. 15 – 21). Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle "risorse" di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.
Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva detto prima che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte – dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. "Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana", egli nota a proposito (citato secondo Waldstein, op. cit., p. 19). Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?
A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.
Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Vi ringrazio per la vostra attenzione.
Postato il 6 novembre 2011

01 novembre 2011

D'Avenia e il padre che svanisce

«E' scomparsa la figura simbolica che rappresenta l'autorità, quella che dice ai figli cosa devono fare». L'autore parla del suo nuovo romanzo
di Michele Brambilla
Domani arriva in libreria Cose che nessuno sa (Mondadori, 332 pagine, 19 euro), il secondo romanzo di Alessandro D'Avenia. Il primo, Bianca come il latte rossa come il sangue, uscito nel gennaio del 2010, è stato un successo strepitoso: quattrocentomila copie vendute in Italia, venti traduzioni all'estero, un film che uscirà l'anno prossimo. Parlava di quell'età meravigliosa e difficile che è l'adolescenza, ed era riuscito nel miracolo di farsi leggere sia dai ragazzi, sia dai genitori. Cose che nessuno sa va ancora più nel profondo, e scava in una delle grandi colpe rimosse del nostro tempo: l'assenza del padre, o la sua sciatta presenza, che è quasi la stessa cosa.
Trentaquattro anni, insegnante di lettere in un liceo di Milano, Alessandro D'Avenia ci racconta di una mail che dice molto dell'attesa che s'è creata su questo suo secondo romanzo: «Una ragazza mi ha scritto che non vede l'ora di leggerlo perché ha un padre che torna a casa dal lavoro tardi, è sempre stanco, non parla, e appena trova un po' di tempo va a curare un campo dove ha piantato degli olivi. Così lei si chiede se è meno importante di un pezzetto di terreno».
Quanti ragazzi si possono ritrovare in una mail come questa?
«A volte mi chiedo perché non vedo mai i padri ai colloqui a scuola. Vengono sempre le mamme. Perché? Perché gli uomini sono al lavoro? Ma no, questo valeva una volta, non adesso che lavorano anche le donne. Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi abbiano questo desiderio, questo bisogno. Dovreste vederli, in classe, come sono orgogliosi quelle rare volte che i papà vengono ai colloqui. Glielo leggi in faccia che pensano: per mio padre oggi sono stato più importante io del suo lavoro».

Chi, fra noi padri, non si sente chiamato in causa? Forse siamo la prima generazione che ha abdicato al compito di educare la successiva: educare nel senso etimologico, cioè «condurre, trarre fuori» dai figli le potenzialità, il tesoro che hanno dentro, per aiutarli ad affrontare la vita. «In questo momento - ci dice D'Avenia - la nostalgia della società intera è quella dell'assenza di un padre, con la minuscola e con la maiuscola. Non parlo solo dei padri biologici. Anche nel mondo del lavoro soffriamo e paghiamo l'assenza di padri, intesi come maestri. Perché il mio primo libro ha avuto così tanto successo? Perché uno dei protagonisti, il professore, è uno che vuole fare il padre, che si fa carico dei ragazzi che gli sono stati affidati.

«Oggi i due profili dell'adolescente sono: o Narciso, o la totale disistima di sé. Sono due poli che dipendono entrambi dall'assenza di un padre. Se io oggi credo in me, non è perché sono presuntuoso, ma perché sono stato amato moltissimo. Innanzitutto dai miei genitori, e poi da altri che si sono presi cura di me. Penso a due miei professori del liceo di Palermo: uno era quello di lettere, l'altro era padre Puglisi. Tutti e due hanno dato la vita per i loro ragazzi, padre Puglisi addirittura fino a farsi ammazzare.

«Oggi non è solo un problema di assenza fisica. è scomparsa la figura simbolica del padre, quello che rappresenta l'autorità, che dice ai figli che cosa devono fare senza aprire una trattativa. Il padre è quello che quando ti insegna ad andare in bicicletta, sta a qualche metro di distanza e ti dice "se hai bisogno, io sono qua, ma tu vai da solo". Molti uomini oggi fanno cose che un tempo i padri non facevano, cambiano i pannolini e fanno i bagnetti, e se devono insegnare al figlio ad andare in bicicletta, lo tengono per un braccio perché hanno paura che cada: ma così non si fa il padre, si fa la mamma-bis».

Poi c'è il dramma delle assenze più, come dire, carnali. La protagonista di Cose che nessuno sa è una ragazza di quattordici anni, Margherita, che decide di andare alla ricerca del padre fuggito da casa. Affascinata dal suo professore che gli presenta l'Odissea come se fosse proprio la sua storia, come Telemaco Margherita va alla ricerca del genitore, e alla fine sarà lei, non il padre, a portare la ferita di Ulisse.

«Quando entri in classe» racconta D'Avenia, e qui a parlare è più il professore che lo scrittore, «vedi subito la differenza tra gli occhi di chi ha i genitori separati e quelli di chi una famiglia ce l'ha: magari tribolata, ma ce l'ha». Ed è qui che Cose che nessuno sa passa inevitabilmente dal tema del padre a quello dell'amore: se tanti padri scappano come il papà di Margherita, è perché abbiamo smarrito la percezione della bellezza del «per sempre». «Oggi i ragazzi danno per scontato che un amore sia necessariamente "a tempo". E io dico loro: scusate, ma voi quando fate una dichiarazione d'amore che cosa dite, voglio stare con te fino al 2013? Tutti mi rispondono "Nooo, sarebbe bruttissimo!". E allora io dico: visto che lo intuite anche voi? Il bello dell'amore è la durata, è il resistere».

E' il punto di vista di un credente? «In un libro a me molto caro, Lettera a D., André Gorz, ateo, arrivato alla fine dei suoi anni, scrive alla compagna della sua esistenza che "se per assurdo avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme". è partendo dall'umano, e non da un Dio, che si percepisce quanto, come diceva Nietzsche, l'amore voglia profonda eternità». Ma non pensate che il romanzo di D'Avenia sia un sermone sui doveri del padre e sulla fedeltà. Al contrario, alla fine quel che prevale è uno sguardo di misericordia sull'uomo, alle prese con l'incompiutezza di un mondo che non si può definire in uno schema perché ci sono troppe «cose che nessuno sa». Misericordia, e un grande amore per la vita nonostante le sue ombre.
«La Stampa» del 1 novembre 2011

Dio è nel cuore della politica

Chiare e forti sono state le parole che Benedetto XVI ha pronunciato nella sua recente visita in Calabria. «A volte – ha detto il Papa – il clima che si respira nelle nostre società non è salubre».
di Bruno Forte *
«È inquinato - ha detto il Papa - da una mentalità che non è cristiana e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale. In questo clima non solo si emargina Dio, ma anche il prossimo, e non ci si impegna per il bene comune». La denuncia si è unita alla proposta, avanzata nell'omelia tenuta a Lamezia Terme il 9 ottobre scorso: «Auspico vivamente… una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune».
Uno sguardo anche rapido alla situazione dell'Italia d'oggi mostra con evidenza quanto il Papa abbia ragione. Quelli che emergono sono i tratti di un Paese stanco e diviso. La stanchezza si profila non solo nei segni preoccupanti di recessione economica, nella perdita di competitività di molte delle nostre aziende, nella diffusa incapacità a elaborare e perseguire una progettualità di largo respiro, ma anche nella mancanza di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, nella penuria di speranza che si avverte tanto nella vita personale, quanto nell'impresa collettiva, nella disaffezione all'impegno politico, diventato - anche grazie a una pessima legge elettorale - sempre più monopolio di una casta, che si riproduce per clonazione e spesso al ribasso.
L'Italia di oggi appare più che mai un Paese bisognoso di cambiamenti profondi e di protagonisti nuovi. La novità dovrà prodursi anzitutto nel campo della mentalità, della "visione del mondo", dello stile dell'impegno sociale e politico. Quali caratteristiche dovranno avere quanti intenderanno porsi al servizio del bene comune? Vorrei richiamare alcune qualità umane e spirituali, sottese anche alle riflessioni che hanno impegnato il Forum dell'associazionismo cattolico di ieri a Todi, e che mi sembrano irrinunciabili per chi vorrà contribuire al superamento della stanchezza e delle divisioni del Paese.
La prima caratteristica è uno sguardo capace di spingersi in alto e lontano. La paura e l'abdicazione si vincono guardando a mete grandi, ardue, ma possibili. Occorrono testimoni di speranza, che diano soffio e slancio all'azione politica, donne e uomini capaci di pensare in grande, di osare per una meta bella, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che valga la pena per tutti. Per il cristiano questo vuol dire tenere desta la speranza della fede, che impedisce di arrendersi di fronte agli interessi di corto raggio degli egoismi personali o collettivi. Come diceva Dom Hélder Câmara, il vescovo caro a tanti poveri del Sud del mondo: «Beati coloro che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato». E Benedetto XVI nell'Enciclica Spe salvi afferma: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (n. 1).
C'è bisogno di protagonisti capaci di misurarsi costantemente con l'assolutezza dei giudizi etici, con le esigenze dell'amore e della giustizia più grandi, riconosciute nello spazio vivificante dell'adorazione. Affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, morto martire della barbarie nazista in campo di concentramento: «Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l'adorazione vera». Abbiamo bisogno di uomini e donne disposti a riconoscere la verità, a obbedire ad essa, pronti a non cedere al compromesso morale, decisi nel rifiutare la menzogna e il vantaggio egoistico. Donne e uomini eticamente impegnati, che non sbandierino valori non vissuti in prima persona, almeno sul piano della tensione e dello sforzo onesto.
Una seconda condizione indispensabile per un autentico impegno al servizio del bene comune è l'essere disinteressati, non attaccati al denaro e al potere, umili e senza pretese: «Chi è troppo attaccato al denaro - scriveva don Sturzo - non faccia l'uomo politico né aspiri a posti di governo. L'amore del denaro lo condurrà a mancare gravemente ai propri doveri» (Il manuale del buon politico). E Desmond Tutu, vescovo anglicano del Sudafrica, premio Nobel per la pace, affermava: «Potere e forza non sono finalizzati al conseguimento del proprio tornaconto personale, non sono strumenti di dominio, non devono servire ad accrescere la nostra autorità, in spregio a qualsiasi legge o convenzione... Il vero potere lo si scopre donando la propria vita, servendo il più debole, il più indifeso» (Anche Dio ha un sogno. Una speranza per il nostro tempo).
Applicando questo criterio alle figure caricate di maggiore responsabilità politica, Tutu aggiungeva: «I veri leaders devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza». Com'è nobile, oltre che doveroso e utile a tutti, farsi da parte quando si sa che non si è più in grado di garantire il bene maggiore della comunità al cui servizio si è stati chiamati!
Un simile impegno nel servizio sociale e politico esige un corrispondente stile di vita. Questo non s'improvvisa, va maturato anzi in un lungo cammino, alla scuola di modelli veri e significativi. Questi modelli non sono mancati nella storia del cattolicesimo democratico e sociale: basti pensare a figure come quelle di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira! Che cosa essi ci insegnano? Dall'esperienza quotidiana di Dio, dalla scelta convinta del primato del servizio al bene comune, i testimoni della politica vissuta come forma alta della carità hanno attinto la forza del loro disinteresse verso il denaro e il potere e l'autorevolezza morale, riconosciuta anche da chi non la pensava come loro.
E hanno testimoniato quel senso della mondialità, che abbraccia inseparabilmente il locale e il globale e che è oggi più che mai necessario: «Ogni 3,6 secondi - scrive ancora Desmond Tutu - qualcuno muore di fame, e in tre casi su quattro si tratta di bambini al di sotto dei cinque anni. Se comprendessimo di essere una sola famiglia, non consentiremmo che a nostro fratello o a nostra sorella accada una cosa del genere». Gente che pensa in grande, con cuore umile e attento, in un continuo impegno di rinnovamento etico: è quella di cui abbiamo bisogno! Affermava Charles Péguy: «La rivoluzione o sarà morale o non sarà affatto». Ed Emmanuel Mounier aggiungeva: «Si pretende che la rivoluzione sia uno sconvolgimento di fiamme e di fuoco. No, la rivoluzione è un tumulto ben più profondo. Mutate il cuore del vostro cuore.
E, nel mondo, muterete tutto quello che è stato da esso contaminato… In questo mondo inerte, indifferente, incrollabile, la santità è ormai la sola politica valida e l'intelligenza, se vuole accompagnarla, deve conservare la purezza del lampo».
A costo di parere ingenuo e sognatore, chiedo a Dio di suscitare politici santi al servizio della nostra Italia. Vorrei chiederlo insieme a quanti queste condivideranno mie parole, perché so bene che «chi sogna da solo, è un sognatore; ma se si sogna insieme, il sogno può diventare realtà».
* Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto

«Il Sole 24 Ore» del 18 ottobre 2011

Il genio dei nuovi media? Un profetico conservatore

Il fatto di essere antimoderno e un po’ bigotto non impedì a McLuhan di intuire con 50 anni d’anticipo la rivoluzione di Internet. Ecco perché
di di Alessandro Gnocchi
Per Marshall McLuhan il mondo era spacciato. Troppa tecnologia trangugiata in pochi anni. Egli non sopportava la standardizzazione della società dovuta al progresso scientifico: la massa rischiava di schiacciare l’individuo. La televisione, secondo lui, era un modo per impacchettare e omogeneizzare la cultura. I media elettronici, all’epoca agli albori, avrebbero cambiato il nostro cervello, diventandone un’estensione; avrebbero capovolto millenni di evoluzione, ri-tribalizzando l’umanità; avrebbero posto fine al dominio della parola scritta, alla Galassia Gutenberg, riconducendoci all’oralità. Non ci vedeva niente di buono in tutto ciò. Eppure il nuovo «villaggio globale» interconnesso, così chiamò la nostra civiltà incipiente, era molto affascinante... McLuhan, nei momenti duri, trovava conforto nella religione cattolica. Da convertito in età adulta, faceva privatamente sfoggio di un integralismo da competizione, spesso accompagnato da una certa rabbia da fresco apologeta della Chiesa. Il fatto di essere un fiero antimoderno non gli impedì di occuparsi d’idee nuove, senza atti militanti che non fossero lo studio. Era suo dovere: l’universo, creato da Dio, non poteva essere una massa caotica d’informazioni contraddittorie. Doveva esserci un disegno, o almeno alcune tendenze universali. Qualcuno doveva prendersi la briga di capirle, interpretarle, divulgarle. Senza la presunzione di orientarle o cambiarle, ma almeno mettendo in guardia sui possibili rischi ai quali l’uomo sarebbe andato incontro. Quel qualcuno sarebbe stato lui: Marshall McLuhan.
Nato in Canada nel 1911, Marshall trova la sua America in Europa, a Cambridge. In Inghilterra, negli anni Trenta, gli atenei sono aperti all’innovazione. McLuhan è un letterato. La base della sua istruzione è la retorica rinascimentale. I suoi autori prediletti, a parte numerate eccezioni (Chesterton, Pound, Eliot, Yeats, Joyce) non vanno oltre il XIX secolo. In Gran Bretagna entra in contatto con la Nuova Critica di F.R. Leavis. Si convince che la biografia degli scrittori è un contorno poco importante, il testo è tutto ciò che conta. Inizia quindi a concentrarsi sui modi in cui l’autore influenza i suoi lettori: si occupa della forma e, appunto, della retorica. Leavis lo spinge ad applicare le stesse categorie alla modernità. La pubblicità e la tecnologia, ad esempio, non trasformano la mente? Non esercitano un’influenza sulla società? McLuhan è l’uomo giusto per trovare le risposte: la consapevolezza del divino lo rende immune da ogni forma di sentimentalismo.
Gli anni Sessanta, a Toronto, segnano il trionfo accademico di McLuhan. I fondi non mancano e in città l’ambiente è stimolante. Ci sono il critico letterario Northop Frye, con il quale ingaggia duelli intellettuali, e il pianista Glenn Gould, compagno di chiacchiere notturne. Nel 1962 esce il capolavoro di McLuhan, La galassia Gutenberg, seguito a ruota da Gli strumenti del comunicare (1964). Se La galassia Gutenberg suona la campana a morto per la parola scritta, Gli strumenti del comunicare contiene l’aforisma più celebre di McLuhan: «Il medium è il messaggio». Il contenuto apparente dei media elettronici è irrilevante: l’impatto sulla società è prodotto dal medium stesso. Emerge il concetto di villaggio globale, il mondo connesso dai media elettronici, pronto a essere ri-tribalizzato da uomini per i quali i concetti di spazio e tempo sono radicalmente diversi rispetto alle generazioni precedenti. Emerge il concetto di uomo disincarnato, asincrono e ubiquo: è un insieme di informazioni che abita nel cyberspazio. McLuhan sta descrivendo il mondo al tempo di Internet, decenni prima che il World Wide Web sia una realtà famigliare. Arriva anche il successo di massa. Eppure il declino è dietro l’angolo. A causa di una rara conformazione del sistema circolatorio, lo studioso soffre di continui mini-ictus. Nel 1979 un colpo più forte dei precedenti lo priva della parola. Muore nel 1980.
Vale la pena di ricordare un paio di cose. I suoi studi, oggi celebratissimi, furono stroncati con piacere sadico dai suoi colleghi che chiedevano prove: quarant’anni dopo possiamo dire che le hanno ottenute. L’aspetto anti-moderno del suo pensiero è stato rimosso. McLuhan stesso non l’ha mai messo in primo piano, ma le sue idee, oltre a investigare il futuro, contenevano anche l’antidoto per correggerne le storture. Ora è ricordato come un tecno-entusiasta. Sappiamo che non è così. Tra le numerose iniziative che quest’anno hanno restituito una immagine completa di McLuhan, si segnala in Italia, per completezza, il nuovo numero monografico della rivista Link. Idee per la televisione, in uscita il 9 novembre. Oltre alla ristampa della famosa intervista rilasciata nel 1969 da McLuhan a Playboy, vi sono interventi di Peppino Ortoleva, sugli angoli meno frequentati del McLuhan pensiero, e una intervista allo scrittore canadaese Douglas Coupland, autore di Generazione X e biografo di McLuhan stesso, che fa giustizia di molti luoghi comuni (splendido il suo Marshall McLuhan edito da Isbn).
«Il Giornale» del 1 novembre 2011

Il ritorno di D'Avenia ... sui padri perduti

di Antonia Arslan
Un narratore sconosciuto che esplode alla prima prova, come Alessandro D’Avenia con Bianca come il latte, rossa come il sangue, e inoltre si fregia anche di un nome elegante e scorrevole, tanto calzante da sembrare uno pseudonimo, non può che aspettarsi sopracciglia alzate e molti «sì, però...» al secondo libro. La cosiddetta "società letteraria italiana" è smilza, gelosa e percorsa da brividi di robusta invidia. Si sgomita per una segnalazione, si ucciderebbe per ottenere quello che il bravo D’Avenia ha ottenuto in un soffio, con grazia spavalda e sofferta: lettori appassionati ed esigenti, un identificarsi amoroso e selvaggio di moltissimi giovani, che lo vedono come un maestro (e a ragione: la capacità di questo giovane scrittore di trasmettere ai suoi lettori versi e voci della grande poesia e della grande letteratura ha del prodigioso: si vede bene quanto li ama, i suoi classici, di quell’amore religioso e umile che li rende sempre nuovi). E invece la scommessa del secondo libro (Cose che nessuno sa, Mondadori, pagine 332, euro 19, in libreria dal 2 novembre) mi pare sostanzialmente riuscita. Anche perché si appoggia robustamente su alcuni "miti fondanti" di grande tenuta emotiva, capaci di generare immagini forti, che giacciono nel profondo di ciascuno di noi. Prima di tutto c’è Omero, e un’Odissea resa contemporanea, rivissuta e riamata, come è giusto che si amino i grandi libri. Margherita, la quattordicenne protagonista, ascolta dal suo professore, che per lei diventa veramente psicopompo, la storia di Telemaco, il figlio dell’eroe, che deve andare alla ricerca del padre Odisseo, lontano da lunghissimi anni. Quella storia diventa la sua; quelle parole immortali, Margherita sente che sono state create per lei. Allora se ne appropria, e le usa per comprendere il proprio smarrimento e il proprio dolore per la fuga del padre amatissimo: e del personaggio di Telemaco fa il suo modello e la sua guida. E così si abbandona a una fuga generosa e folle, verso Genova, verso il mare dove il padre ha un suo rifugio: da là non risponde e non dà cenni di vita, ma la figlia è sicura di trovarcelo. La accompagna il secondo protagonista, Giulio, un ragazzo abbandonato dalla nascita, chiuso in un’autosufficienza maligna che cela una disperazione profonda. Ma con Margherita si sono guardati, di uno sguardo che si è inciso nell’anima di entrambi con forza straziante, adulta. Un altro grande mito (che si intensifica e si giustifica nella seconda parte, man mano che la trama si fa più lineare e drammatica) è quello della perla, e si gioca fin dall’inizio sul nome: margarita in latino (ma anche in antico italiano) vuol dire appunto "perla". D’Avenia ha molto riflettuto sulla magica, lenta opera della conchiglia che secerne strati e strati di madreperla per avvolgere il predatore che si è annidato al suo interno, e sul modo in cui dalla bruttezza mortifera di un male esce alla fine la bellezza translucida e vivente di una perla perfetta, col suo luminescente chiarore. E attribuisce alla sua protagonista, inconsapevole di sé ma carica di destino, la capacità silenziosa ma smisurata di fare del suo dolore un centro di forza, ponendosi al centro delle vite e dei destini di tutti i personaggi che la circondano. Questa centralità si snoda pagina dopo pagina lungo tutto il libro, ma si rivela con la massima chiarezza verso la fine, quando la ragazzina è in coma dopo un brutto incidente, ma "sente" la forza dell’amore che salva, e riannoda i destini di tutti, come tenendosi in equilibrio su una corda da funambolo, tesa nel cielo del suo sogno, nel mondo silenzioso e vigile in cui si trova: «Sentiva l’urgenza di piangere, ma le lacrime non potevano uscire. Allora cominciarono a fluire dentro di lei, calcificandosi lentamente attorno al predatore». Se la piccola Margherita è la perla, allora è intorno a lei che tutte le vite degli altri si riordinano, almeno provvisoriamente: «La più fragile di tutti su quel filo stava portando ciascuno di loro lassù, a considerare quanto fossero fragili. L’unica forza per stare in equilibrio sul filo della vita è il peso dell’amore». Margherita è il funambolo che «trasforma la gravità in leggerezza, il peso in ali». Il terzo tema che percorre tutto il libro, sottotraccia ma fortissimo, è il mito dell’isola, incarnato nella nonna siciliana. Anche Teresa conserva un segreto, che sarà svelato solo nelle ultime pagine; ma la sua sola presenza è affascinante e riequilibra il libro sul versante della quotidianità, là dove la preparazione del cibo si confonde con la luce ferma e i mille proverbi, gli odori e i sapori della Sicilia. Le confidenze dei nipoti si intrecciano agli ingredienti delle torte; la preparazione della cassata è un pezzo di bravura di straordinaria efficacia. E non è un caso che il libro si concluda proprio nella casa sull’isola. La lingua di D’Avenia è soave e sfrangiata, ma sempre appoggiata su una cultura profonda e profondamente amata; ma alcune frasi, come il titolo, ricorrono più e più volte, come i ritornelli delle ballate e delle canzoni ottocentesche, a screziare la compattezza del testo con misteriosi echi musicali.
«Avvenire» del 1 novembre 2011