03 ottobre 2009

Vivere significa migrare: ogni identità è una relazione

I Caraibi e la creolizzazione: sintesi di civiltà che si mescolano senza perdersi. Simboli I muri: cercano di fermare i nemici, ma impediscono a chi sta dentro di uscire
di Claudio Magris
Incontro con Édouard Glissant, scrittore discendente di schiavi. «Bisogna amare l'uomo, accettando di non capirlo fino in fondo»
Le radici - ha scritto Édouard Glissant - non hanno da sprofondarsi nel buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza; si allargano in superficie, come rami di una pianta, ad incontrare altre radici e a stringerle come mani. Con tale immagine forse ispirata dalla vegetazione tropicale della sua Martinica e sviluppata in splendidi saggi, Glissant - questo discendente di schiavi che è oggi uno dei grandi scrittori del mondo - fornisce la giusta risposta all'equivoco e lacerante dilemma tra la paura della globalizzazione che omologa e cancella le diversità e l'esasperazione delle diversità stesse, ognuna delle quali si chiude regressivamente alle altre in un gretto micro-nazionalismo. Nato nella Martinica nel 1928, amico di Cèsaire e attivo nella difesa della propria e di ogni cultura minacciata, Glissant afferma che ogni identità e il mondo stesso si costruiscono nella relazione, in un processo creativo e armonioso che egli definisce «creolizzazione», ispirandosi al creolo, la lingua nata dal francese o meglio dai dialetti francesi (per esempio, il normanno) dei padroni di schiavi e dalla parlata di questi ultimi. Essa è divenuta una «lingua franca» dei Caraibi - arcipelago di civiltà differenti, Mediterraneo oceanico e tropicale - e anzi lingua franca per eccellenza, crogiolo e fusione di culture che si incontrano, si mescolano e si trasformano senza perdersi. Così, nella letteratura e nella stessa persona di Glissant si amalgamano i neri strappati all'Africa dalla tratta e portati a coltivare la canna da zucchero nelle Antille, i francesi un tempo loro padroni e gli altri gruppi, dagli antichi e quasi estinti caraibi agli indiani, ai cinesi, ai siriani giunti in diversi momenti in quello straordinario caleidoscopio antillese di diversità, che ha pure espresso una notevolissima letteratura, scevra di ogni folclore locale e di ogni fissazione identitaria. Allo stesso modo, nell'opera di Glissant vivono il conteur, il narratore orale anonimo che nella stiva delle navi negriere e nelle piantagioni trasmetteva la memoria dell' Africa perduta, e i classici francesi, di cui la sua prosa - celebrata e premiata - è geniale e organica erede, in una continuità perpetuata nell' ardita innovazione strutturale delle forme narrative. Durissimo nella denuncia di quei genocidi che sono stati la tratta, la schiavitù e la segregazione razziale, Glissant si riconosce nel «bianco» antillano Saint John Perse altrettanto che nel «nero» Cèsaire ed è - caso rarissimo - del tutto immune, pur nella spietata rappresentazione dell' orrore, da quel risentimento, da quella viscerale concentrazione su se stessi e sul proprio dolore che sono umanamente comprensibili e spesso quasi inevitabili in chi appartiene a un gruppo o a un popolo che hanno subito (e talora subiscono ancora) oppressione, ma tolgono fatalmente libertà interiore e signorilità. Autore di romanzi, saggi e testi teatrali noto internazionalmente, Glissant non lo è ancora altrettanto in Italia, dove ha pubblicato, presso le Edizioni del Lavoro, il romanzo Il quarto secolo, il saggio Poetica del diverso e lo sconcertante Tutto-mondo, nella forte versione di Geraldina Colotti e Marie-Josè Hoyet. Dai suoi libri, in Francia, sono nati originali filoni e istituti di ricerca. Il quarto secolo, assai felicemente tradotto da Elena Pessini, è un vero capolavoro di geniale costruzione narrativa e trascinante poesia umana; un'epopea di quei quattro secoli in cui l'umanità ancora indistinta degli schiavi nella stiva delle navi negriere, ventri che solcano le immense acque gravidi di esistenze quasi ancora embrionali e quasi già stroncate, si affaccia alla vita e alla storia. In questo epos costruito con originale e rivoluzionaria tecnica strutturale e ribollente di destini, epifanie, estreme rivelazioni dell'umano, Glissant riesce a rendere giustizia poetica anche alle figure della barbarie schiavista, come la storia di Laroche, l'ultimo accanito negriero, ritratto in una torva e abietta grandezza che è un' altissima pagina di letteratura. È una festa incontrare quest'uomo anziano e massiccio, paterno e fraterno, gran signore e capace di picaresca amicizia, che va subito al dunque della vita col quale si crea un'istintiva affinità. Lo incontro prima a Parigi e poi a Schio, in un convegno, accompagnato dalla moglie, Sylvie - che fa capire cosa significhi essere una compagna nella traversata dell'esistenza - e da una parte della sua numerosa famiglia, un figlio e una figlia col marito e tre adorabili nipoti, vivacissimi e di un' innata gentilezza d'animo nel senso antico del termine, attenti a che il nonno riottoso non si affatichi troppo. È la felicità. Mi dice indicandomeli. Ci sono - gli dico - quasi alcune parole chiave nel tuo discorso: erranza, relazione...
Glissant - L'erranza è un principio che vale in tutti i campi della vita, anche nella scrittura. Ogni realtà è un arcipelago; vivere e scrivere significa errare da un' isola all' altra, ognuna delle quali diventa un po' la nostra patria. La verità umana non è quella dell' assoluto bensì quella della relazione. Ogni identità esiste nella relazione; è solo nel rapporto con l'altro che cresco, cambiando senza snaturarmi. Ogni storia rinvia ad un'altra e sfocia in un'altra. La sorgente del tuo Danubio è diversa da quella del Mississippi, di un piccolo ruscello o della mia Lézarde (il fiume della Martinica cui si intitola un suo romanzo), ma acquista il suo senso nel rimando ad esse, nell'arricchimento che dà loro e che ne riceve. Ci sono molte radici; se una si proclama unica o esclusiva distrugge la vita, sia che si tratti di una radice piccola gelosamente chiusa nella sua particolarità, sia che si tratti di una grande e potente, come la civiltà universale reclamata dal colonialismo.

Magris - Infatti tu hai celebrato, come dice il titolo di un saggio, la Poetica del diverso, ma di un diverso che non si isola, non alza il ponte levatoio né si trincera dietro una muraglia cinese per escludere gli altri, «i barbari»...

Glissant - L' ossessiva difesa, la muraglia è prigione dell' identità; quella cinese è stata costruita non solo per impedire agli invasori di entrare, ma anche per impedire ai cinesi di uscire, come dice quella mirabile storia del generale cinese che sorveglia la frontiera e, vedendo un'apertura fra due alte montagne lontane, dice ai suoi ufficiali: «là c'è il mondo e noi non ci andiamo». Chiudersi in se stessi è terribile quanto essere conquistati dall' altro o conquistarlo. Per fortuna nella mia Martinica ci sono anche i cinesi e pure essi fanno parte del mio «mondo-relazione», del mio Tutto-mondo.

Magris - Questa relazione diviene, nei tuoi libri, racconto, cronaca e invenzione di destini, personaggi, anche e forse soprattutto paesaggi, paesaggi viventi. I paesaggi si possono leggere, hai scritto.

Glissant - Sì, e questa è un' altra affinità tra noi, perché in Danubio o in Microcosmi il paesaggio non è, come di solito in letteratura, cornice e sfondo della vicenda, bensì creatura vivente. Ciò che adoro in Danubio è che è un fiume ma anche un personaggio, che si trasforma, ha i suoi capricci, le sue sventure, il suo inconscio... Il paesaggio è storia, è umanità, è immaginario. Gli schiavi africani portati nelle Americhe recavano con se la memoria oscura di un paesaggio africano, obliato ma sedimentato nel profondo; ad esso si è sovrapposto il nuovo paesaggio, che è diventato il loro e che essi hanno contribuito a costruire, lavorando nelle piantagioni o fuggendo - i marrons, i ribelli - sulla morne, sulla collina, che così ha acquistato una nuova fisionomia, un nuovo significato nell' immaginario. Se ne è ricordato, inconsciamente o no, Castro quando si è rifugiato sulle colline, simbolo di quella che era stata a Haiti la prima rivoluzione vittoriosa degli schiavi.

Magris - La memoria è un grande valore quando è pietas, coralità, salvezza dalla violenza dell' oblio, ma può degenerare in ossessione astiosa e vendicativa. Anche per tuo impulso, ora si sta raccogliendo metodicamente la memoria della tratta e della schiavitù.

Glissant - Questa memoria è stata spesso oscurata per tanti motivi: difficoltà di documentazione, rinuncia, vergogna, spirito di rivendicazione, e ora si sta cercando di recuperarla. Ma senza le ambiguità e le regressioni spesso connesse alle richieste di «pentimento». Il discendente di schiavi che ingiunge al discendente di schiavisti di chiedere perdono, con tale richiesta regredisce e si fa piccolo, si pone in una condizione di minorità. Altrettanto piccino è il discendente di schiavisti che rifiuta di prendere coscienza della sua storia, mentre egli cresce interiormente se, considerandosi giustamente non responsabile di ciò che hanno fatto i suoi antenati, assume consapevolezza di quella barbarie.

Magris - Un'altra passione che ci accomuna è Faulkner, su cui hai scritto un saggio che è un vero capolavoro, Faulkner, Mississippi.

Glissant - Faulkner, uno dei grandissimi del secolo scorso, sapeva di appartenere a una casta o classe di piantatori bianchi del Sud, di cui condivideva i pregiudizi, fortemente radicati. Ma ha avuto il genio di capire che quella classe - la sua - portava in sé la perdizione ossia la schiavitù dei neri, peccato originale e dannazione del suo mondo. E ne ha fatto un simbolo universale, con la sua straordinaria forza epica e con quella scrittura che io chiamo la rivelazione differita, in cui l'esistenza, la verità, la morte si annunciano per venire rinviati sino alla fine. Così un uomo legato al vecchio Sud ha scritto la più grande epopea della schiavitù dei neri e ne ha fatto una parabola universale dell' umano.

Magris - L'hai fatto pure tu con Il quarto secolo, storia di neri che diviene storia di tutti. Spesso fai l'elogio dell' «opacità». In che senso?

Glissant - Come ho detto una volta a Città del Messico, suscitando scandalo, rivendico il diritto di ognuno all'opacità, ossia a non essere compreso totalmente e non comprendere totalmente l' altro. Ogni esistenza ha un fondo complesso e oscuro, che non può e non deve essere attraversato dai raggi X di una pretesa conoscenza totale. Bisogna vivere con l'altro e amarlo, accettando di non poterlo capire a fondo e di poter essere capiti a fondo da lui.

Magris - Anche la letteratura, è stato detto (per esempio, da Goffredo Fofi), ha un metaforico «Nord» (per esempio, Kafka, Musil, Beckett) e un metaforico «Sud» (Faulkner, Guimarães Rosa, Mo Yan)...

Glissant - L'immensa letteratura del «Nord» è stata straordinaria nella ricerca dell'individuazione, nella psicologia dell'Io, e su questa strada ho incontrato il negativo della vita e della storia moderna. Se Joyce ha scritto con l'Ulysses un epos dell'individuazione, la letteratura del «Sud» (un sud che può essere ovunque) narra piuttosto la storia di Ulisse che diventa Nessuno, e su questa strada incontra l'epica, la totalità, la coralità - il Tutto-Mondo, come dico io. Ma questa autentica epica viene spesso contraffatta da tanta falsa letteratura, anche di successo, che simula e dunque falsifica la calda vita, come se essa fosse facile e a portata di mano...


Letteratura e impegno In difesa di ogni cultura minacciata. Considerato uno dei grandi scrittori contemporanei, Édouard Glissant è nato in Martinica nel 1928. Esordisce come poeta subito dopo le lauree in Filosofia e Etnologia, ma è un romanzo che gli dà la fama nel 1958, La Lézarde. Cofondatore con Paul Niger di un movimento indipendentista e poi autonomista, viene espulso dalla sua isola, dove tornerà nel 1965 per fondare l'Istituto martinicano di studi e «Acoma», un periodico di scienze umane. I suoi concetti di antillanità e di creolizzazione divengono famosi. Intanto, continua a pubblicare romanzi, tra i quali: Malemort, La Case du commandeur e Mahagony ma anche raccolte di poesie e saggi, tra i quali: L'Intention poétique, Le Discours antillais, Faulkner, Mississippi e Poetica della relazione, edito in Italia da Quodlibet. Dal 1982 al 1988 dirige il «Courrier de l'Unesco». Dal 1995 è Distinguished Professor in Letteratura Francese alla City University di New York. Poco pubblicato in Italia, gli altri suoi libri tradotti sono: Il quarto secolo e Tutto-mondo (Edizioni Lavoro), Quando cadono i muri (Nottetempo), Poetica del diverso (Meltemi), Il pensiero del tremore (Libri Scheiwiller).

«Corriere della sera» del 1 ottobre 2009

Fraternità, il principio dimenticato

Per l’economista Stefano Zamagni «va recuperata l’idea di 'economia civile': abbiamo visto che quella 'politica' non basta»
di Marco Girardo
«Un concetto elaborato in Italia già nel ’700 dall’abate Genovesi, poi abbandonato a favore delle tesi di Adam Smith Ma i suoi cardini – efficienza ed equità – non bastano, se non c’è l’apporto della reciprocità»
Quando «è grande la confu­sione sotto il cielo», mette­re in fila i concetti e trovare un ordine alle parole non è uno sterile esercizio intellettuale, un divertissement fine a sé stesso. E sui cieli dell’economia, nell’ultimo anno, si è abbattuta la tempesta perfetta: tracollo della finanza e re­cessione globale nello spazio di dodici mesi. Mentre il mondo sta ancora contando i danni, le grandi potenze (G20) prova­no a rimodellare la fisio­nomia del 'turbo-capi­talismo' drogato di fi­nanza: più trasparen­za, regole condivise e maggiore attenzio­ne a una crescita sostenibile. Un tentativo di cam­biare il paradig­ma dell’econo­mia a cui Luigi­no Bruni e Ste­fano Zamagni – economista del­l’Università Mi­lano- Bicocca il primo, ordinario di Economia po­litica a Bologna il secondo – offro­no un contributo 'squisitamente' i­taliano con il primo Dizionario di econo­mia civile (Città Nuo­va, euro 65). Ripercor­rendo in ordine alfabe­tico – dall’'a' di 'accoun­tability' alla 'z' di 'Zappa Gino', riorganizzatore della dottrina contabile – un percorso teoretico che inizia a interessare le università americane.
Professor Zamagni, perché si trat­ta di un contributo 'squisitamen­te italiano'? «Perché l’'economia civile' è nata in casa nostra, è un’invenzione ita­liana. Il termine appare per la pri­ma volta nel 1754, quando all’Uni­versità Federico II di Napoli Barto­lomeo Intieri affida all’abate Anto­nio Genovesi, allievo di Giambatti­sta Vico, la prima cattedra di Eco­nomia della storia. Una cattedra intitolata 'di Meccanica e di com­mercio' per la quale Genovesi im­partiva Lezioni di economia civile, il titolo di un’opera che pubbli­cherà nel 1765».

Sfogliando i manuali di storia eco­nomica, italiani o stranieri, quell’appellativo 'civile' non si trova facilmente… «Perché l’espressione 'economia civile', alla fine del Settecento, è repentinamente scomparsa. Sop­piantata dall’'economia politica' di Adam Smith. La sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, del 1776, rappresenta non solo la svolta semantica ma anche il cam­bio di paradigma».
Che differenza c’è fra l’economia politica, il paradigma ancora oggi 'dominante', e l’economia civile? «L’economia politica si fonda su due capisaldi: il principio dello scambio di equivalenti, da cui de­riva l’efficienza, e il principio di re­distribuzione, per garantire l’e­quità. L’economia civile, a questi, aggiunge un terzo principio, quello che fa la differenza: la reciprocità. Serve a realizzare la fraternità. L’e­conomia civile include quindi quella politica ma non viceversa. E il pensiero economico italiano – per fare un nome: Luigi Einaudi – ha sempre mantenuto quest’impo­stazione a differenza della tradizio­ne anglosassone guidata dal motto ' business is business' ».
La dottrina sociale della Chiesa ri­prende però proprio questa 'tra­dizione italiana'.
«Esattamente. Non è contro il capi­talismo o il mercato, come troppe volte erroneamente si sente dire. E non sceglie nemmeno il collettivi­smo. È piuttosto per il principio di fraternità teorizzato dall’economia civile e grazie al quale quest’ultima 'supera' l’economia politica. Nel senso che la integra e non certo che vi si oppone. La stessa Caritas in veritate – dove la parola capitali­smo non compare – s’inserisce in questo alveo e, recuperando il con­cetto di economia civile, si presen­ta come rivoluzionaria nello scena­rio dell’attuale crisi economico-fi­nanziaria, proprio nel momento in cui si è iniziato a ridiscutere i fon­damenti stessi del capitalismo».
Pensa che a Wall Street o ad Har­vard o alla London School of Eco­nomics qualcuno sia disposto a ri­mettere in discussione l’impianto concettuale della teoria economi­ca? «Circola in questi giorni fra gli eco­nomisti una raccolta di firme pro­mossa il 3 settembre sul New York Times dal Nobel Paul Krugman. Il quale sostiene: una delle colpe del­la crisi attuale è proprio il paradig­ma dominante negli studi econo­mici. Hanno firmato finora 1.550 economisti di tutto il mondo. Cosa significa? Che finalmente ci si in­terroga sui limiti del modello che ci governa dai tempi di Adam Smith».
E quali sono questi limiti? «Il primo è stato quello di separare il principio di reciprocità dagli altri due. Il secondo l’aver prodotto un modello di welfare ormai inso­stenibile, perché applica la redistribuzione in manie­ra anonima, facendo sentire la gente 'di­pendente', 'assisti­ta', e non applica in­vece la reciprocità che è sempre 'per­sonale'. Infine perché dai tempi di Adam Smith mercato e de­mocrazia sono separati. Oggi sappiamo che questo modello non funziona: l’economia civi­le funziona solo se inserita in un contesto demo­cratico. La demo­crazia, cioè, non può essere decli­nata solo in politi­ca ma anche in eco­nomia. E questo con­sente di dar sfogo alle forze creatrici della so­cietà civile come lo sono ad esempio il non profit e il mondo cooperativo. Sto lavo­rando alla 'teoria dell’impresa cooperativa' proprio per dare a questo mondo la stessa dignità dell’impresa di capitale».
Quando ha recuperato il concetto di economia civile? «All’inizio degli anni Novanta, tro­vando per caso il libro di Genove­si ».
Tracciamo l’albero genealogico dell’economia civile. «L’abate Genovesi, Giacinto Drago­netti, Ferdinando Galliani, Pietro Verri, Giandomenico Romagnosi e Cesare Beccaria per quel che ri­guarda le origini. In tempi più re­centi Luigi Einaudi e la dottrina so­ciale della Chiesa».
E i padrini filosofici? «Agostino, anzitutto. I francescani, poi, con Bonaventura da Bagnore­gio. La seconda Scolastica, soprat­tutto la Scuola di Salamanca. E poi Vico, maestro di Genovesi, il primo ad aver utilizzato la metafora della 'mano invisibile' per descrivere il mercato con cui sarebbe diventato famoso Adam Smith. Il personali­smo, infine, con Mounier e Mari­tain ».
«Avvenire» del 3 ottobre 2009

Morte a comando, purché sia salva la forma

Donna inglese suicida col consenso dei mediciLe
di Assuntina Morresi
Kerrie aveva 26 anni, viveva a Norwich, in Gran Bretagna, e due anni fa si è suicidata, perché una malformazione le impediva di avere figli. Ci aveva già provato nove volte, e al decimo tentativo ci è riuscita. La sua triste storia sta diventando un caso nazionale perché la sua famiglia ha trascinato in tribunale i medici che non l’hanno curata: per essere sicura di non essere salvata per l’ennesima volta, Kerrie aveva scritto il proprio testamento biologico, dichiarando la propria volontà di uccidersi, e chiedendo di essere lasciata morire.
Dopo aver ingerito un anticongelante, ha chiamato l’ambulanza e ai medici in ospedale ha esibito il documento scritto, confermando a voce la propria volontà di morire. I medici hanno eseguito le sue volontà, e il responsabile dell’equipe ha spiegato di averlo fatto non per timore di una eventuale denuncia – in Gran Bretagna i medici che non rispettano i 'testamenti biologici' rischiano la radiazione dall’albo – ma perché «la volontà della donna era chiarissima».
Le amiche confermano. Ma un suicida che vuole veramente morire non chiama l’ambulanza, suggerirebbe il buon senso. Anche su questo ha risposto Kerrie stessa: all’arrivo in ospedale ha spiegato ai medici di aver chiesto il loro intervento perché non voleva morire sola e in preda ad atroci dolori, e ha chiesto gli analgesici, autorizzandoli a intervenire solo per la sedazione.
Insomma: l’eutanasia, intesa come la buona morte data ai malati terminali per risparmiare sofferenze inevitabili, l’eccezione per rari casi gravissimi, è roba vecchia, superata, vinta. La disperante fine di Kerrie indica la nuova opzione a disposizione: una morte medicalmente assistita, fornita su richiesta, legittimata da un consenso informato perfettamente legale, una morte neppure data in un luogo separato – a casa propria o in una di quelle cliniche cosiddette 'specializzate' – ma in un ospedale come tanti, nato per curare le persone. La libertà di suicidarsi è quindi diventata un diritto esigibile dal servizio pubblico sanitario, allo stesso modo del diritto a essere curati e salvati: quel che conta è che sia chiesto a chiare lettere, nella formulazione burocratica corretta, conformemente alla normativa vigente. Il medico è semplicemente un erogatore di servizi (compreso quello a morire), un 'rispettoso' esecutore di volontà altrui. E cosa importa della persona di Kerrie, della sua depressione, delle altre sue volontà, quelle pure espresse con chiarezza: qualcuno, per esempio, si è chiesto come si conciliava il suo desiderio di avere bambini – il desiderio più vitale che una donna possa avere – con la voglia di morire?
Oppure quanto e come la sua frustrazione si sarebbe potuta alleviare? Medici, politici e opinione pubblica, la sedicente 'società civile': avrebbero tutti dovuto avere almeno un sussulto di fronte alla morte di Kerrie, fornita dal servizio pubblico, tutelata dalle leggi in vigore, legittimata dal pensiero comune. Che ne facciamo del progresso scientifico, della professione medica, di quei diritti umani rivendicati a ogni piè sospinto, se oggi a chi si vuole gettare dal ponte siamo solo in grado di dare la spinta più efficace e indolore? Le coscienze sembrano ormai addomesticate dal verbo dell’autodeterminazione, ridotto ad un individualismo esasperato, in una società da cui si esigono 'servizi' e 'nuovi diritti', ma nella quale le relazioni umane hanno sempre meno importanza. Di sussulti, insomma, non ne vediamo abbastanza.
Registriamo piuttosto segnali inquietanti: il testo di legge sul fine vita approvato al Senato, nato proprio per escludere dal nostro ordinamento il 'diritto a morire', è fermo da diversi mesi alla Camera, e la sua discussione in Aula è stata ulteriormente rimandata. Una 'melina' che non lascia tranquilli.
«Avvenire» del 3 ottobre 2009

Sospetto è chi non querela, il Cav. l’ha fatto. Di che vi lamentate?

di Umberto Silva
Franco Cordero, autore di sapientissimi libri sulla calunnia e la persecuzione; Stefano Rodotà, stimato professore e apprezzato garante della privacy; Gustavo Zagrebelsky, acuto filosofo e presidente della Corte costituzionale, vero che non è facile rispondere a certe domande? Eppure non vi avevo accusati di pedofilia o di spionaggio, semplicemente vi avevo chiesto di fornirmi alcune delucidazioni sul fatto che patrocinate, chiamandole “domande”, quelle che a me e ad altri sembrano polpette avvelenate. Forse un giorno chiameremo le pallottole “lettere di convocazione per il tribunale divino”.
Siete stati prudenti ad astenervi. Non mi conoscete e diffidate dal parlare con uno sconosciuto; non si sa mai, potrebbe adescarvi con inquietanti quesiti del tipo: un uomo aggredito da un’insinuazione infamante che lo scolpisce in un’immagine insopportabile ai propri occhi e a quelli dei propri cari, per difendersi cosa deve fare se non rivolgersi alle istituzioni a ciò preposte? Deve farsi giustizia da solo, forando gomme e sparando per strada? Non basterebbe; la riparazione di un’immagine sfregiata richiede un’autorevole parola di verità: la sentenza del tribunale. Neppure quella basta. Di questi tempi, illustri giuristi, tutto pare un’interminabile allucinazione, e vogliate perdonarmi fin d’ora dei miei errori e lapsus: sto muovendomi al lume di una fioca candela e tanta è la tenebra. La qualità del male sta migliorando, difficile individuarlo e combatterlo; il diritto è cancellato, imperversa un nuovo gioco di società, le jeu de massacre: si può dire tutto di tutti senza preoccuparsi di fornire prove. Né le prove servono in un’epoca in cui la stessa evidenza è travolta dal pregiudizio.
Scusate se approfitto della vostra disponibilità, ho tante altre cose da chiedervi. Ecco subito una seconda domanda. Un individuo che, offeso gravemente, non querela, è sospetto? Per me sì. Sarò all’antica, ma io penso che nel caso d’insinuazioni velenose al punto d’insozzare irreparabilmente il proprio progetto di esistenza e sconvolgere i figli, querelare non solo sia un diritto ma anche un dovere irrinunciabile. Finché faceva lo gnorri, condannavo Berlusconi; anche se tutti sappiamo quanto il Cavaliere sia trascurato nelle sue vendette. Tempo fa un giovanotto gli tirò in testa un cavalletto e la stampa accolse con entusiasmo tante dichiarazioni favorevoli all’aggressore, che non passò un giorno in carcere. Il premier gli perdonò un crimine che in altri paesi prevede la fucilazione, il taglio delle mani e dei piedi e, nel nostro mite ordinamento giuridico, la condanna fino a sette anni. Virtuali, naturalmente, come tutto ciò che in Italia concerne la giustizia.
Mal gliene incolse al Cavaliere buonista: il famigerato cavalletto non gli ruppe la testa ma sgretolò l’ultima diga; se uno si prende senza batter ciglio un chilo di acciaio in faccia, quanti pesci poi e quanta merda? Ora che Berlusconi ha querelato o qualcosa di simile, saluto come un capovolgimento epocale il fatto che, dopo esser stato l’imputato di tanti processi, egli si esponga nella parte ben più arrischiata di accusatore. Esce dalla tana, con effetti incalcolabili. Se le dieci domande che sponsorizzate, illustri giuristi, hanno avuto un merito, è proprio questo. Ridicolo ora lamentarsi e sfilare per ricacciare il Cav. dentro il bunker. Il tribunale dirà chi tra i contendenti è il più degno. Non sarà il giudizio di Dio, ma è il migliore che al momento noi umani siamo riusciti a metter su. Il giudizio divino avviene comunque nel cuore di ciascuno: viltà e truffa condannano alla malinconia, al disprezzo di sé.
Terza domanda. Pensate voi, illustri giuristi, che Berlusconi sia una creatura umana, un figlio di Dio come tutti noi? Se anche fosse l’evoluzione di un raptosauro o, peggio ancora, l’estrema involuzione di Dio, il giorno che riuscissimo a scalzarlo con i suoi metodi, saremmo solo dei suoi alter ego, caricature ancora più spregevoli. Quando illeciti, i mezzi giustiziano il fine. Chi vince con carte truccate in realtà perde, la sua anima innanzitutto. Colui che perde senza commettere scorrettezze vince, in ogni caso, anche il più tragico: se il chicco di grano muore produce molto frutto. E’ il loglio che ha fretta.
Davvero pensate che libertà significhi la possibilità di scrivere quel che si vuole, nel possibilismo che Dostoevskij chiama la morte di Dio? Libertà: obbedire a quel desiderio che, scintilla divina, è di vita, ben lontano dalle voglie, sempre sanguinarie. Il giornalista è il testimone e il narratore della quotidianità, il lettore primo degli enigmi che incessantemente politica e società presentano. Un lavoro difficile, al limite dell’impossibile, un rischio che non lascia scampo: o la gloria o la meschinità. Non ci sono zone grigie, quel che è grigio mai è onesto. Libertà, certo, diritti, ma soprattutto il diritto, vale a dire il dovere di non imbrogliare le già imbrogliatissime carte. C’è libertà solo nella legge, fuori di essa anarchia, ribellismo, compulsione omicida.
Ovviamente, ma nulla più è ovvio, c’è differenza tra lo sberleffo del comico e il ghigno dello stupratore. Vignettisti, cabarettisti… La forzatura, l’esagerazione fino alla falsità, sono la cifra stessa del loro codice, tutti lo sanno o, almeno, lo avvertono. Tranne il tiranno o l’aspirante tale. Il tiranno non sopporta che si possa ridere di lui, solo lui può ridere di tutti. Teme la satira più del colpo di pistola. Se Berlusconi, o D’Alema, censurassero Fazio e Littizzetto, mi arrabbierei davvero; con tenera ferocia parlano dell’intimità sessuale del Cavaliere e dei cardinali, per farci ridere e non per incitarci a tagliar loro i coglioni. Purtroppo, illustri giuristi, non c’è niente di umoristico o appassionante in quei dieci comandamenti che sbandierate al vento africano di questi mesi paludosi, sono contorti come un nido di vipere. Non sarebbe meglio un bel “j’accuse”, diretto e violento, piuttosto che un perverso raggirarsi tra i genitali del Padre? Se un pm recitasse quella roba in un tribunale americano il giudice gli darebbe una martellata sul cranio.
Quarta domanda. Perché chiamate a raccolta chierici e neofiti? E’ invito al tradimento, ad abdicare al proprio pensiero per adagiarsi sull’altrui, inseguendo quel tornaconto identitario che altro non è che il red carpet per l’inferno. Si crede di approdare in un porto sicuro, una patria ove riconoscersi fratelli in una bella causa, ma a un certo punto ci si accorge che nemmeno più ci si può guardare negli occhi. Continuiamo a farci male con garruli girotondi! Non vi assale inoltre, illustri giuristi, il sospetto che mettersi a frignare perché il Cattivone non si lascia insultare a piacimento, inviperiti additandolo al mondo, sia il colmo del ridicolo? Volete impietosirlo? Il Cavaliere è esterrefatto; immagino stia pensando a come darvi un contentino. Gli appelli firmati sono trappole peggiori degli abiti firmati, di cui tanto hanno bisogno coloro che si sentono orfani. Ci si pavoneggia, si ostenta la griffe, ma… Dio, dov’è Dio? Un miliardo di firme non sostituisce il Padre!
La carne è debole, rapido come il morso di una serpe il sangue si scalda. Ma con luminose immagini questa domenica, citando il profeta Isaia, Benedetto XVI ha ricordato che quando il Signore è presente si riaprono gli occhi del cieco, si schiudono le orecchie del sordo, lo zoppo salta come un cervo. Vi ringrazio illustri giuristi, siete stati squisiti interlocutori; avete propiziato la mia elaborazione, oso sperare anch’io la vostra.
«Il Foglio» dell'8 settembre 2009

Ecco perché gli italiani non amano lo Stato

Il banco di prova? Una onlus dona a 3.000 bambini delle elementari un tavolo personalizzato. Per insegnare loro che la cosa pubblica è nostra e va difesa. Lezione per un Paese dove chi rispetta le istituzioni è ritenuto un «fesso»
di Giordano Bruno Guerri
Prendiamo, come esempio, un bambino di sei anni. Il suo primo rapporto - profondo e continuativo - con lo Stato avviene proprio allora, con l’ingresso a scuola. Quel bambino, che chiameremo Filippo, viene da sei anni di educazione casalinga uguale in tutte le famiglie: se danneggia un mobile o un utensile di casa di certo i genitori lo sgridano, lo puniscono o addirittura (diononvoglia) gli danno uno scapaccione. Lo stesso se si azzarda a disegnare sulle pareti bianche dell’appartamento: sentirà subito l’urlo istintivo del padre o della madre: «No, Filippo, non si fa!».
Poi Filippo va a scuola e una delle prime cose che impara è che il muro dell’aula non è affatto intangibile; che gli allievi degli anni scorsi l’hanno abbondantemente decorato con ogni tipo di graffiti, e che si può osare senza grandi rischi. Lo stesso avviene con i banchi. Ai tempi delle mie elementari erano di legno massiccio quanto tenero, si poteva scavarli, inciderli, decorarli, sfregiarli a piacimento. Ogni banco era un accumulo di vandalismi, per noia e per incuria, un piccolo monumento al disprezzo della cosa pubblica. Oggi che i banchi sono di metallo e formica, l’azione sfregiatrice di Filippo troverà maggiore opposizione nella materia prima, ma non nel concetto. E il concetto afferma: quel che è di tutti, è di nessuno.
Filippo non sa ancora che anche i suoi genitori, così attenti a difendere pareti e suppellettili di casa, con ogni probabilità hanno un atteggiamento molto simile al suo verso i beni comuni. Non sa neppure, e forse non glielo insegneranno mai, che il suo rapporto con la proprietà pubblica - ovvero con il banco, ovvero con lo Stato - ha origini antiche.
Molti secoli fa, mentre in Europa si formavano i grandi regni nazionali, l’Italia era divisa, e lo rimarrà fino al 1861. Su intere regioni hanno dominato a lungo potenze straniere, con tutte le conseguenze che ciò comporta: sfruttamento economico, leggi lontane dal sentire comune e interessate più al bene della potenza occupante che a quello degli abitanti. Per di più, in Italia, quasi tutte le popolazioni hanno subito contemporaneamente tre poteri: quello del Signore, o del Comune, locale; quello della potenza straniera che lo sovrastava; quello della Chiesa. Tre poteri spesso in contrasto fra loro, ma sempre solidali nell’imporre ai sudditi degli obblighi, più che portare loro dei benefici.
È naturale che gli italiani si siano addestrati, nei secoli, a considerare «lo Stato» un padrone ingombrante e malvagio, che chiede il massimo dando in cambio il minimo: un padrone scomodo cui sottostare cercando però - sempre - di fregarlo. La parola «furbo» viene dal francese fourbe (ladro), fourbir (ripulire le tasche). Ci siamo impadroniti di questo insulto, che gli invasori francesi ci rivolgevano in tutte le epoche, e ci siamo attribuiti volentieri l’astuzia e la malizia del ladro: prima verso gli occupanti, poi nella nostra stessa comunità. È dunque «furbo» chi non paga le tasse e salta le file, mentre - secondo la celebre definizione di Giuseppe Prezzolini - sono considerati «fessi» gli onesti, i rispettosi dei diritti altrui e del bene comune.
Lo Stato unitario, dopo il 1861, sottopose gli italiani a un corso accelerato e intensivo di amor di patria, riuscendo anche a far correre le lacrime alla vista di una bandiera tricolore (Cuore e De Amicis insegnano), ma lo Stato rimase un’entità sempre più ostile e diversa dalla patria: un padrone invadente e vessatore con il quale era più giusto e logico fare i furbi, piuttosto che i fessi. Il regime fascista, poi, ci aggiunse del suo sacralizzando se stesso e lo Stato: la formula «Tutto per lo Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato» ha condotto gli italiani - visti gli esiti finali del regime - alla convinzione opposta: «Niente per lo Stato». E comunque è meglio starne il più possibile lontani, se non per «fregarlo». Una convinzione che si è vieppiù rafforzata nella Repubblica democratica, che al cittadino ha dato molto, ma che ha esibito oltre misura sprechi, inefficienze e una sostanziale indifferenza a instaurare un buon rapporto fra pubblico e privato.
Ecco, in rapidissima sintesi, perché Filippo e i suoi compagni di classe fanno a scuola (e ai loro banchi) quello che non farebbero a casa. Mica per cattiveria, ma perché così si fa. Il loro rapporto con lo Stato verrà di conseguenza, anche da adulti.
Come porre un freno, o addirittura un inizio di rimedio a tutto ciò? I corsi di Educazione civica, che il ministro Gelmini pensa giustamente di reintrodurre nelle scuole, hanno un’efficacia parziale e che comporta anche qualche rischio formativo. Efficacia parziale perché, come tutti gli insegnamenti astratti, l’ora di Educazione civica rischia di essere capita - sì -, ma prontamente espulsa dal bagaglio formativo dei ragazzi, i quali fuori e dentro la scuola verificano ogni giorno pratiche diverse da quelle apprese in aula. Rischio formativo perché ogni corso di Educazione civica finisce sempre per proporre la Costituzione come un testo sacro, quasi una Parola rivelata, con tutti gli azzardi che ciò comporta anche nelle religioni monoteiste e basate su un Libro: nella maggior parte dei casi, un conformarsi parziale e utilitaristico alle leggi; nei casi peggiori, o un fanatismo quasi talebano oppure la ripulsa di tutto ciò che viene proposto come Verità. Del resto non dev’essere facile insegnare alle elementari o alle medie che la Costituzione è la nostra legge fondamentale, ma che come tutte le cose umane è piena di aspirazioni irraggiungibili e teorie astratte; che, come tutte le cose umane, risente dell’età e che avrebbe bisogno di un rinnovamento radicale: meno astrazioni, più concretezza.
Mi sembra magnifica e concreta, piuttosto, l’iniziativa dell’onlus «ioSiamo», che verrà presentata oggi a Todi. Ispirata alla convinzione che «il bene del nostro Paese sia il bene di tutti noi», ioSiamo vuole accrescere nei giovani e giovanissimi la cultura dell’educazione civica, della responsabilità civile e della solidarietà. Non partendo da un testo, più o meno maiuscolo, ma da un banco di prima elementare.
Così torniamo al nostro Filippo. Lui e circa altri 3.000 bambini di cento classi, in tutta Italia, riceveranno da ioSiamo un banco nuovo di zecca, con una particolarità extraordinaria: i banchi rimarranno di proprietà della scuola, ma ognuno avrà una targhetta con nome e cognome dell’alunno. Filippo saprà, dunque, che quel banco è una proprietà pubblica, ma che è affidato a lui. «Nella difesa, tutela, pulizia di quel pezzo di legno e formica - scrive Luca Josi, ideatore e promotore dell’iniziativa - nasce il suo rapporto con lo Stato, il rispetto dell’oggetto ricevuto in cambio di quello che un giorno capirà essere stato frutto di un’altra alleanza. Quel banco era in parte suo. Lo avevano acquistato i suoi genitori con le tasse versate alla nazione». Anche dalle condizioni finali di quel banco deriveranno il voto di Filippo in Educazione civica e in condotta: meglio dell’apprendimento pedissequo di un testo e di una disciplina solo formale.
Non solo. Alla fine dell’anno Filippo e i suoi compagni di classe onoreranno un secondo patto: dotati di guanti, pennelli e vernice, riconsegneranno la classe - il bene collettivo - nelle condizioni migliori, perché sia goduto al meglio da altri. Altri cittadini.
«Il Giornale» del 3 ottobre 2009

Tutti sanno che la stampa è l’unica cosa libera in Italia

Cari moralisti che sfilate oggi, lo sapete che dopo vi sentirete peggio?
di Umberto Silva
Sarebbe confortante che Repubblica ritirasse le perfide domande e Berlusconi le semiquerele, mentre Feltri adotta dieci piccoli indiani e Travaglio si prende cura delle foche nane. Purtroppo non ci sono segnali di lieto fine. Il vecchio leone ferito si difende sferrando colpi bassi, alti e proibiti ai suoi assalitori che non mollano la presa; anche se tutto ormai pare perdere di senso, il cazzeggio rivelandosi più annichilente di una guerra civile. Oggi migliaia di persone scenderanno in piazza con il proposito di dare un senso a tutto quanto, ma non si avverte nessuna elaborazione in atto, nessun vero pensiero; che dire quando ci si riduce a evocare la virtù della Levi-Montalcini solo per dare addosso alla Canalis? Vorrei mulinare la durlindana, ma mi cadono le braccia.
Vaghe stelle sfilanti sotto il sole di Roma, tutti sappiamo che la stampa è l’unica cosa libera in questo paese dove persino i vespasiani sono lottizzati, di chi e di cosa realmente volete vendicarvi? Non è il caso d’interrogarsi in merito? No, troppo arrischiato intendere certe cose, e doloroso ammetterle. Altro che rifiuti differenziati, ci si accontenta di scaricare le nostre paturnie addosso a un… un che? Va da sé che ci si ritrova tutti imbrattati. Chiamiamo diavolo lo specchio delle nostre brame; carnefice chi non offre il collo alla nostra scure. Quando al vecchio leone passa la voglia di giocare, diventa una belva; ma anche i belli e buoni non scherzano. Il sedicente buono non si ferma davanti a nulla pur di realizzare il proprio altruismo, a confronto il crudele principe machiavellico è un principiante. Ricordiamoci però dei figli di Noè: quando Sem e Iafet videro il genitore ubriaco e nudo, pietosi lo ricoprirono e furono benedetti; allo scandalizzato Cam mal gliene incolse. Belli, buoni e depositari della verità… che mai sapete? D’essere il sale della terra? Sarà; intanto perfino nel gossip, arte in cui dovreste eccellere visto il costante allenamento, vi rivelate approssimativi e pasticcioni. Non che i vostri rivali siano santerellini, tutt’altro, ma il disincanto consente loro di trafficare più consapevolmente con il vero e con il falso. Travolti dall’ansia di fare il bene voi neppure riuscite a mettere insieme due più due. La gente si spaventa.
Al diavolo le ubbie, oggi sarà un grande giorno. Che invidia per chi ancora riesce a fare di queste cose. Nemmeno quando per un biennio fui extracomunista ho avuto il coraggio di sfilare in un corteo; mi veniva da ridere peggio dell’infame Franti. Da allora la nostalgia mi tormenta; ah se avessi un po’ più fede anch’io oggi potrei rifarmi, non mancar più, sentire tra i profumi e i venti un riaffluir di sogni, un urger folle di voci verso un esito… Potere… Potrei con la gioia del furetto sfilare con voi per togliere al Cavaliere qualche tivù; ma quando si è presentata l’occasione non avete avuto il coraggio di farlo e questo pensiero mi trattiene. A muso duro sfilerei per la D’Addario in diretta, per Santoro santo e per non so che altro, se non temessi di sentire ad ogni nostro, il passo dei morti di Kabul. Un due, un due…
Dopo un’euforica matinée vi tornerà, con un sapore amaro, qualcosa di quel che state facendo, e già agli ultimi fuochi dell’autodafé vi sentirete peggio. Non ci si libera così facilmente dalle proprie ossessioni. Chiedetelo a Chateaubriand, uno non da poco: anni e anni dopo la morte dell’odiato Empereur ancora ne sentiva il fiato sul collo; chissà chi vedeva in quel tipo col tricorno, chissà chi diavolo è per ciascuno l’infaticabile pirata con la bandana. Domandiamocelo, accidenti, se no questo oggi sarà un ben triste giorno, come ogni festa comandata da un pensiero che impensato marcisce.
Sarà un giorno ancora più triste per chi ripone qualche residua speranza in una sinistra meno arrogante; essa brucerà sul rogo, non altri. Attenzione: Noè è campato novecentocinquanta anni. Urge Dio; senza quella dolcissima intimità che, insperata, nella notte più rigida ci riscalda, non si va da nessuna parte. Impossibile uscire dall’inferno se si pensa d’essere soli con i nostri vizi e virtù; lassù Qualcuno ci ama, dobbiamo ricordarcelo. Una preghiera: Buon Dio, T’imploro di allontanarmi dal partito preso, dal tornaconto e dalla vanità; non permettere che scriva come un cane rabbioso ma rendimi degno della paternità che mi hai elargito. Dacci il nostro pane spirituale quotidiano e fa che oggi tutt’a un tratto si levi un canto di gioia e di pace, allora sì sarebbe una vera vittoria. Per propiziarla, Vladimir Jankélévitch suggerisce di partire dall’idea che l’altro sia sempre un po’ meglio di noi
«Il Foglio» 3 settembre del 2009

Informazione: accesso diretto alle fonti passaggio obbligato per la libertà

Come rafforzare l'indipendenza
di Luigi Ferrarella
Nella cronaca giudiziaria sarebbe utile sbiancare la zona grigia anziché pompare ulteriori dosi di segreto
Meno segreti e più trasparen­za. Chi fa giornalismo ha da chiedere non immunità per sè, ma più accesso diretto, trasparente ed effettivo alle fonti (persone attraverso le domande, e do­cumenti attraverso la consultazione) dell’in­formazione sui vari settori. Un diritto da rivendicare non per utopia di anime belle, e neppure per pigra comodi­tà professionale. Ma per convenienza: dei lettori. Per interesse dei cittadini. Gli unici a perdere al «mercato nero» della notizia. La «Borsa» dove vince sempre e comunque il più scorretto: il politico più bugiardo, l’imprenditore più furbo con i soldi degli al­tri, il magistrato più carrierista sulla pelle altrui. E, naturalmente, il giornalista più spregiudicato. Perde solo la collettività, por­tata ad accettare o a rifiutare riforme, a esprimere opzioni politiche e ad ammini­strare il proprio salvadanaio sulla base non della realtà «vera» ma di quella «percepi­ta »: un po’ come accade nei bollettini me­teo dei Tg estivi, dove c'è la temperatura ve­ra ma tutti sudano per la temperatura «per­cepita », e ci sono 25 gradi «ma è come se ce ne fossero 35».
In una importante società municipalizza­ta milanese investita da uno scandalo, il consiglio di amministrazione ha votato qualche tempo fa un ordine del giorno per abolire la prassi di documentare, attraverso la registrazione, le sedute ufficiali del cda. Ovvio che, quando sono poi state deposita­te agli atti dell’inchiesta alcune intercetta­zioni che davano conto dei reali criteri di gestione della cosa pubblica da parte di con­siglieri e manager appaltati alle varie corda­te politiche, i giornali abbiano fatto a gara a pubblicarle: non per chissà quale prurigino­sa curiosità da buco della serratura, ma per­ché, di fronte allo svuotamento degli stru­menti ordinari di conoscenza della vita poli­tica e economica, il binocolo giudiziario, che per caso mette il naso là dove il giornali­sta (e quindi il cittadino) viene tenuto fuo­ri, finisce per essere vissuto e a tratti anche sopravvalutato dalla collettività come un momento di squarcio su una verità altri­menti difficile da intuire.
Non è dunque un caso che proprio sulle cronache giudiziarie prema sempre più il massiccio e indiscriminato ricorso a quere­le in sede penale e maxirichieste danni in sede civile, spesso talmente pretestuose da avere già in partenza nessun’altra finalità che la speranza di scoraggiare il giornalista dal rioccuparsi di una faccenda, e la certez­za di intimidire il portafoglio dell’editore. Portafoglio, guarda caso, per altra via già ammaccato dai pressanti consigli del pre­mier agli imprenditori su dove non indiriz­zare i loro investimenti pubblicitari; e mi­nacciato (in alcuni casi anche a colpi di 465 mila euro per ogni pubblicazione di atto pur vero, non più coperto da segreto inve­stigativo e riportato in maniera corretta) dal disegno di legge governativo che, con la scusa di voler riformare la disciplina delle intercettazioni, restringe in realtà i margini di pubblicabilità di tutti gli atti.
E se il presi­dente della Fnsi Franco Siddi comincia a pensare già a un «fondo nazionale di garan­zia » alimentato da «cauzioni» imposte ai maniaci della querela e incamerabili in ca­so di liti ultratemerarie, disarmante nella sua motivazione economica è la risposta che sempre su queste pagine Milena Gaba­nelli ha raccontato di aver ricevuto da un colosso assicurativo americano: tranquilla­mente disposto ad accollarsi l’alea di assicu­rarla in Italia dall’eventualità che sia con­dannata a risarcire davvero gli oltre 400 mi­lioni di euro di danni chiestile sinora, ma assolutamente indisponibile a sostenere il peso economico della certezza di dover af­frontare una massa di (pur campate per aria) azioni legali, tanto inutili quanto desti­nate comunque a protrarsi per 10 anni in un sistema giudiziario che non ha modo di limitarle facendone pagare cara la prete­stuosità.
Eppure è proprio a cominciare dal setto­re della cronaca giudiziaria che sarebbe uti­le somministrare quantità industriali di tra­sparenza, sbiancare la zona grigia anziché pompare ulteriori dosi di segreto. Come? Consentendo per legge al giornalista, alla luce del sole, di poter disporre degli stessi atti non più segreti alle parti processuali, al­lo scoccare delle varie scadenze procedura­li che sin dalle prime battute delle inchieste prevedono appunto un formale deposito a tutte le parti. In questa fase c’è oggi il culmine dell’opa­cità, il momento nel quale il giornalista è costretto a dosare il rapporto personale e in­formale con le fonti (senza il quale non tro­verebbe le notizie) badando però a non far­sene strumentalizzare: sempre in bilico sul­lo scivoloso crinale che separa di un non­nulla ciò che fa il bene del lettore (la riusci­ta di una plurima verifica della notizia forni­tagli) da ciò che fa la rovina del giornalista (il suo ridursi a «buca delle lettere»).
E’ comprensibile che forse un simile ri­medio possa di primo acchito spaventare chi teme che così si getti più benzina sul fuoco dell’attuale «Far West» giornalistico. E invece accadrebbe l’esatto contrario. La quantità di benzina sarebbe la stessa che già oggi ribolle in un stufa sprovvista di qua­lunque valvola di sicurezza che non siano la coscienza personale e lo scrupolo professio­nale del singolo giornalista; ma scorrereb­be in una caldaia di sicurezza, più trasparen­te, garantita anche nella «manutenzione». La manutenzione delle regole.
«Corriere della sera» del 3 ottobre 2009

02 ottobre 2009

Ma la cultura in tv è sfida oltre lo «spazio»

Il compito del servizio pubblico
di Davide Rondoni
La si invoca spesso. La si reclama. La si auspica. Insomma, la si tira in ballo ogni volta che c’è da lamentarsi. Ogni volta che si parla di lei, dell’aggeggio più adulato e vituperato della nostra epoca: la televisione. E ogni volta che si accende il dibattito su di lei, come capita in questi giorni, si evoca la 'cultura' in televisione.
Ah, dicono sospirando in tanti, se almeno il servizio pubblico televisivo facesse più cultura…Il fatto è che poi non si capisce bene cosa si intenda per 'cultura in televisione'. Ecco che qui vorrei provare modestamente a proporre, e non a lamentarmi. Primo: forse proprio nell’inseguire il sogno della 'cultura in televisione' si tocca con mano il fatto che forse non è vero che in televisione si può fare tutto. Occorre rassegnarsi a un uso limitato della televisione, più rispettoso di lei, e anche di noi stessi. Di sicuro la televisione non è fatta per proporre, se non in piccole dosi, programmi di divulgazione di alto livello.
Programmi dove si parla che so di libri o di arte 'direttamente'. Per quanto coinvolgenti possono essere i conduttori e la regìa, resta il fatto che la mediazione di una persona viva, in carne e ossa, è un fattore fondamentale per la trasmissione della cultura. Nulla – nemmeno la più sofisticata trasmissione – può sostituire l’effetto e il valore di una bella lezione o di una conversazione in vivo. La cultura si trasmette da persona a persona. Pure con il corpo, il gesticolare vivo e il silenzio vivo.
Certo esistono esempi anche ben riusciti di programmi televisivi dedicati a letteratura, arte etc. Ed è auspicabile che siano valorizzati e aumentati. Il tanto criticato, nei salotti­bene della cultura chic, Gigi Marzullo, sta compiendo a suo modo un servizio di conversazione culturale libera e aperta nei suoi appuntamenti quasi notturni. Lo si può 'sgessare' e pettinare diversamente, e magari si possono introdurre variazioni nel menù, ma allontanarsi da quel modello per via di costi e praticità non è facile. Non è comunque amplificando questi format, o sperando di farli diventare programmi da prima serata che si allargherà lo spazio della 'cultura in tv'.
In secondo luogo, sperare che la cultura sia proposta solo attraverso ottimi documentari tipo quelli offerti da reti interamente dedicate, è altrettanto velleitario. Un grande poeta del passato, T.S.Eliot, autore di teatro, riflettendo in epoca pretelevisiva (1918) su come si sarebbe potuto realizzare un grande spettacolo popolare di cultura, concludeva azzardando che la cosa migliore sarebbe stato impiegare l’attore comico. In tal modo si rispettava il pubblico, che si accosta allo spettacolo (e alla televisione) con una domanda di svago, di divertimento, inducendola però a comprendere anche elementi di cultura. Di fatto, profetizzava il caso Benigni-Dante. Ma egli stesso avvertiva che non tutti gli attori comici potrebbero saper fare una cosa del genere.
E qui sta il punto, la 'cultura' in tv non è una questione di 'argomenti'. La cultura non è una faccenda principalmente di quadri o libri. Non si tratta di inserire la cultura come 'tema' esplicito di trasmissioni o di parti di trasmissioni. In un recente programma nazional-popolare hanno voluto creare una specie di angolo della poesia, ma è stata una pena.
Il problema, come aveva previsto il poeta americano, sta nella 'cultura' di chi fa la televisione. È su questo aspetto che è andata in crisi la cultura in televisione. Non si tratta di ritagliare più spazi, (oggi ce ne sono, o se ne possono ricavare in tanti programmi già in onda, ma sono perlopiù pigramente occupati dai soliti nomi e dalle solite facce) ma di scegliere meglio uomini e donne che fanno la televisione, dietro e davanti alla telecamera. E questo sì, è una vera forte sfida culturale.
«Avvenire» del 2 ottobre 2009

01 ottobre 2009

Come sono conformisti gli artisti della trasgressione

Irridono i simboli del cristianesimo, cercano di scioccare con sesso e violenza. Risultato: sono tutti simili. E banali
di Redazione (?)
Provocare, scandalizzare, se possibile offendere. Sembrerebbe questo il destino dell’arte contemporanea, o almeno quella che vogliono imporci come moda. Oggetti e installazioni che costano un sacco di soldi - è questo davvero l’unico oltraggio - e più si pagano più i nuovi ricchi ci godono, convinti di aver fatto l’affare della loro vita.
L’ennesima mostra choc si apre oggi alla Tate Modern di Londra. «Pop Life. Art in a material world», quasi una citazione dalla cantante Madonna, ovvero l’arte nell’età del sesso, del denaro, dello status symbol. Forse un po’ in ritardo, visti i tempi di crisi, in un periodo in cui molti reclamano comportamenti virtuosi e riduzione degli eccessi. Be’, almeno non è una mostra ipocrita.
Prudenzialmente vietata ai minori di anni diciotto, «Pop Life» ripropone opere molto conosciute delle superstar del contemporaneo. La serie d’annata Made in Heaven di Jeff Koons e Cicciolina, all’epoca (era il 1990) innamoratissimi e arrapatissimi, impegnati a mostrarci senza censure la loro idea di Kamasutra. Le gigantesche eroine manga di Takeshi Murakami che sprizzano latte dai seni. Il letto sfatto di Tracey Emin, prelevato da casa sua, con preservativi e assorbenti usati, pillole antidepressive, lenzuola sporche.
Non poteva mancare il rapporto con il denaro, dove l’americano Richard Prince e l’inglese Damien Hirst sono esperti assoluti, visto che la loro poetica implica la necessità di lauti guadagni a fronte di riproduzioni di immagini già esistenti, dunque neppure originali, o di elementi organici destinati al rapido disfacimento. Né va dimenticato il tedesco Martin Kippenberger, compianto paladino della blasfemia, protagonista della controversia sulla sua brutta «Rana crocefissa» esposta circa un anno fa al Museion di Bolzano, che provocò un autentico terremoto istituzionale.
Fulcro della mostra, almeno per noi italiani, è la nuova opera di Maurizio Cattelan, che in verità riprende un cliché già ampiamente collaudato: un cavallo imbalsamato disteso a terra e sovrastato da un cartello con la scritta «INRI». C’è da scommettere che nei prossimi giorni tornerà in auge il dibattito tra i suoi accaniti sostenitori, come la rivista Flash Art che esalta Cattelan anche quando va dal dentista, arci-convinti dell’ennesimo colpo di genio del padovano, e gli altrettanto numerosi detrattori, che davvero non ne possono più di essere presi per i fondelli.
Il salotto buono dell’arte internazionale si eccita per siffatto genere di provocazioni, e più sono idiote e gratuite più le rivestono di significati inesistenti. Facile, davvero facile, bestemmiare la religione cattolica e i suoi simboli. Noi siamo tolleranti, ironici, possiamo al limite provare fastidio ma non censuriamo, non minacciamo. Perché il signor Cattelan non riserva lo stesso trattamento ai seguaci di Allah? Se i fondamentalisti non ci pensano due volte a minacciare di morte gli innocenti vignettisti danesi, sarò mica così fesso da rischiare per una causa neppure troppo nobile? Meglio continuare a sputare su Cristo, che tanto non reagisce, dopo aver colpito Papa Wojtyla con un enorme meteorite. Il massimo che gli potrà capitare, è una reprimenda di qualche vescovo che segue l’arte contemporanea.
Dietro queste provocazioni in serie si nasconde il dramma di un artista che non ha nuove idee e spreme come un limone le ultime rimaste. A Punta della Dogana, il megamuseo del multimilionario François Pinault, uno che compra l’arte con la stessa logica del raccoglitore di figurine, campeggiano trionfanti i nove cadaveri in marmo coperti da altrettanti lenzuoli. È l’Italia di Gomorra, l’Italia del male, l’Italia assetata di crimini e violenze. L’Italia che trasforma il dolore in business, nell’ordine di sonanti diritti d’autore. L’Italia che si pasce nello scandalo e se qualcosa funziona bene, fa finta di non vedere, di non capire.
Cattelan ha avuto un solo colpo di genio, nel 1993, una vita fa. Invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia, vendette il proprio spazio a una ditta di cosmetici. L’artista rinuncia all’occasione della sua vita per il denaro, gesto coraggioso e originale, quello di sottrarsi alle proprie responsabilità e fuggire via, sconfitto dalla personale inadeguatezza, ma con il portafogli rigonfio.
Dopo di che Cattelan ha offerto molto lavoro a tassidermisti e produttori di materiali plastici: una sfilza di animali imbalsamati, altrettanti personaggi della storia e della politica mummificati. L’intenzione, sempre la stessa: distogliere lo sguardo dall’opera e far parlare di sé. Sedotte da un Ego tanto smisurato, «cosa mai avrà fatto Cattelan stavolta», si chiedono le signore in tenuta da cocktail, dopo aver inginocchiato Hitler, impiccato tre bambini, riesumato il cadavere di Kennedy?
Alcuni anni fa, quando la celebre mostra di artisti inglesi «Sensation» fece tappa negli Stati Uniti, un nutrito gruppo di cattolici si ribellò all’idea che il pittore afro-britannico Chris Ofili potesse impunemente esporre una sua versione della Madonna negra appoggiata su merda d’elefante. Giuliani, allora sindaco di New York, raccolse le proteste obiettando che non è giusto offendere un simbolo così importante per milioni di persone. L’arte, se vuole confrontarsi con la realtà, non può poi ricorrere al comodo ombrello del contesto protetto. Le regole, se ci sono, valgono per tutti.
Il problema è che in Italia funziona in maniera diversa: se insegui la bellezza e l’armonia non ti fanno parlare, se insulti, infami, dici menzogne ti offrono la tv in prima serata. Oppure in alternativa, un museo.
Eppure lamentano di venire censurati e nel dubbio organizzano una marcia.
«Il Giornale» del 1 ottobre 2009

L’officina dell’uomo-robot

Il filosofo Jean-Michel Besnier dipinge in questa intervista un affresco della società tecnologica dove le macchine «entrano» nel corpo umano e lo mutano in una realtà ibrida
di Corinne Soulay
Nel suo ultimo libro, Demain les posthumains (edito in Francia da Hachette), il filo­sofo Jean-Michel Besnier, speciali­sta in nuove tecnologie, sostiene che le utopie narrate dalla letteratura di fantascienza sono oggi ipotizzabili, e alcune già attuali. La realizzazione di protesi e stimolatori, la manipo­lazione del Dna, i progressi nell’am­bito delle biotecnologie spingono sempre più avanti i limiti dell’uma­no, rendendo possibili i fantasmi di un uomo 'aggiustato', e persino 'aumentato'. Besnier evoca questo sconvolgimento che ci spinge a ri­definire l’umano e a mettere in cam­po nuovi valori.
Secondo lei starebbe nascendo una nuova specie di uomo. Che cosa glielo fa pensare?
«Il caso di Oscar Pistorius, a mio pa­rere, è rivelatore. Quest’atleta suda­fricano, amputato sopra il ginocchio, ha conquistato la medaglia d’oro nei 400 metri ai giochi Paraolimpici di A­tene del 2004. Nel 2008 voleva ga­reggiare con gli atleti 'normali'. Il comitato olimpico, imbarazzato, in un primo momento ha respinto la sua richiesta. Motivo: con le protesi in fibra di carbonio, Oscar Pistorius sarebbe stato favorito. La tecnica a­veva trasformato un uomo 'svan­taggiato' in uno 'aumentato'! Le scoperte scientifiche degli ultimi an­ni ci offrono prospettive straordina­rie. Ormai possiamo intervenire di­rettamente sul funzionamento del cervello. Giocando su neurotra­smettitori come la serotonina – usa­ta nella cura della depressione – si riesce a modificare l’umore. Un pa­raplegico oggi è in grado di mano­vrare la sua sedia a rotelle unica­mente con il pensiero. E in un futu­ro prossimo, grazie a innesti elettro­nici, avremo gli strumenti per ripa­rare un cervello leso dal morbo di Alzheimer o di Parkinson».
Restiamo però lontani dai cyborg della fantascienza, metà uomo e metà macchina…
«Non tanto. Il pace-maker è stato il primo elemento visibile di tale tra­sformazione. Ma, in seguito, sono stati realizzati dispositivi miniatu­rizzati sempre più performanti e di­versificati. Per il momento tali in­venzioni sono destinate ad 'aggiu­stare' l’umano, ma è immaginabile che in futuro verranno utilizzate per dopare le prestazioni. Dal momen­to che disponiamo di tecniche per correggere le debolezze del cervello, perché non usarle per ingigantire la memoria, ad esempio, o restituire la vista ai ciechi? Sappiamo farlo at­traverso manipolazioni sulla retina. Non è insensato pensare che riusci­remo a dare all’uomo la capacità di vedere di notte. L’industria militare è molto interessata a questo tipo di ricerche… Ebbene, se ci dotiamo di protesi all’infinito, quale parte d’u­manità ci resterà?».
La morte sarà destinata a sparire?
«In qualche modo. Per la precisione, stiamo sviluppando tecnologie rite­nute in grado di farci smettere di sof­frire e di morire. E persino di nasce­re! Siamo alla vigilia di poter tecni­camente 'fabbricare' l’uomo senza l’intervento di un atto sessuale, gra­zie alla clonazione. Presto, con la messa a punto dell’utero artificiale, saremo persino in grado di conside­rare l’ipotesi di fare a meno della gra­vidanza. Verremo inoltre a capo del­le malattie, grazie a migliaia di na­norobot che percorreranno il nostro organismo segnalando gli agenti pa­togeni, aggiustando e curando i tu­mori in situ, correggendo gli errori del Dna o eliminando le tossine… Infine, sarà indubbiamente possibi­le tradurre in forma elettronica la no­stra architettura neuronale, ossia il contenuto del cervello. Tali infor­mazioni potranno essere telecarica­te su materiali incorruttibili – pulci di silicio – o trasferite in un robot… o in un altro corpo! Se si ritiene che la vita si limiti alla sopravvivenza di tale contenuto, la morte potrebbe sparire».
Vuol dire che si riduce pericolosa­mente la differenza tra uomo e ro­bot?
«Reagiamo già come robot. Sempli­fichiamo i nostri comportamenti, i nostri modi di pensare e il linguag­gio per interagire con le macchine. Quando voglio contattare telefoni­camente un’azienda di servizi e una voce mi ordina di 'premere asteri­sco', di 'dire sì o no', non ho scelta. Se reagisco da umano, dando prova di umorismo o di poesia, non acce­do al servizio! Lo stesso quando riti­ro i biglietti del treno alla macchi­netta self-service…».
Le tecnologie ci spingono a perde­re le nostre competenze?
«Noi 'esternalizziamo' sempre di più la nostra memoria. A forza di re­gistrare i numeri di telefono sul cel­lulare, non sappiamo più memoriz­zarli. E sempre più spesso rinuncia­mo alla scrittura per il computer. Ma i supporti virtuali sono caduchi: la versione di un programma di scrit­tura viene sostituita quasi ogni an­no. Se non aggiorniamo, non pos­siamo più leggere i vecchi dati ar­chiviati. Si pone il problema della perennità della memoria umana, che viene così resa particolarmente fragile. Lo stesso vale per le nostre mani. Grazie a tecnologie sempre più performanti, le usiamo sempre meno. Eppure è stato l’atto di presa a permetterci, migliaia di anni fa, di fabbricare utensili. Altra specificità umana che tende a sparire».
Da parte loro, le macchine divente­rebbero sempre più umane?
«Per far fronte all’invecchiamento della popolazione e prendersi cura degli anziani, giapponesi e coreani costruiscono robot androidi, dotati di corpo e rivestiti in silicone per i­mitare la pelle. Gli scienziati sono al lavoro anche su macchine in grado di imitare alla perfezione i compor­tamenti umani: possono parlare, ri­conoscere una voce e manifestare un’emozione in risposta agli stimo­li ».
L’uomo non resta comunque pa­drone della situazione, dal mo­mento che è lui a comandare la macchina?
«Non è più così semplice, poiché og­gi costruiamo robot capaci di reagi­re in maniera autonoma. È il caso di Spirit, inviato su Marte, che sa adat­tarsi alle ostilità ambientali. Incre­dibilmente, da qualche tempo, sem­bra dare segni di disobbedienza e non risponde più agli ordini della Nasa: è possibile che abbia svilup­pato un comportamento che ci sfug­ge. Quanto ai nanorobot – che sa­ranno presto utilizzati in microchi­rurgia – finora avevano bisogno di energia fornita dall’esterno per 'so­pravvivere' nell’organismo. Ma si è scoperto che è possibile ricaricarli grazie ai movimento del colon. Ri­sultato: questi minuscoli dispositivi imbottiti di ricettori diventerebbe­ro completamente autonomi e, in definitiva, incontrollabili».
L’evoluzione verso un essere 'post­umano' è inevitabile?
«No, tranquillizziamoci. Ma è ne­cessaria una massiccia presa di co­scienza da parte della popolazione. Il fascino per le tecniche è il rovescio della medaglia di una disistima di sé e dell’umanità. Non si sopportano più la vecchiaia, la malattia e la mor­te, e tantomeno la casualità della na­scita. Riconciliarci con la nostra fi­nitudine, accettare le nostre debo­lezze… è il prerequisito per salvare l’umanità. In questo, le odierne filo­sofie, le spiritualità e le religioni han­no un ruolo da svolgere».
Concretamente, quali soluzioni ab­biamo?
«Bisogna dare importanza ai pareri dei nostri comitati etici. Sono im­prescindibili se vogliamo riuscire a posizionare abilmente il cursore tra quanto rientra nell’'aggiustare' l’u­mano' e quanto invece nell’'au­mentarlo'. Anche sul piano indivi­duale, si tratta di coltivare quei com­portamenti che fanno di noi degli esseri umani. L’umorismo, la creati­vità, l’ironia. Tutte cose bandite dal 'politicamente corretto' e dalla standardizzazione. Mozart o Proust non possono essere ridotti a sem­plici sistemi di neuroni! Seguiamo il loro esempio. Possiamo inoltre ri­fiutare la robotizzazione che ci cir­conda, costringendoci a fare la fila al­lo sportello della banca invece di preferire il bancomat. Il problema è che, in certe agenzie, l’impiegato al­lo sportello non c’è più. Alla fine, la decisione di regolare meglio il mo­vimento verso il post-umano deve essere conseguenza di una vera scel­ta di società, di una volontà politica forte».
(traduzione di Anna Maria Brogi)
«Avvenire» del 1 ottobre 2009

Lingua, lunga vita al congiuntivo

Un’indagine rivela che nonostante strafalcioni consumati un po’ dappertutto, dalla scuola alla tv, è un modo verbale vivo e vegeto
di Rossana Sisti
Quello del ministro D’Ono­frio, quando nel 1994 era al­l’Istruzione, sarà difficile da cancellare dalla memoria visto che lo strafalcione gli partì in diretta, durante un’intervista al Tg2, a proposito di una probabile sop­pressione dei licei dalla scuola ita­liana. «Vorrei che ne parliamo», gli scappò detto e lo scivolone gli fu fatale: il giorno dopo il ministro finì sbeffeggiato sulle prime pagine dei giornali e a nulla valse un tentati­vo di riparare il mal detto con una replica ardita. Finì per far peggio adducendo che «non è colpa mia se la prima persona plurale tanto dell’indicativo che del congiuntivo presente sono uguali: parliamo » . Che l’allora ministro sapesse ma­neggiare l’italiano è fuor di dubbio eppure il caso è emblematico di u­na specifica intolleranza: tra i tan­ti scivoloni linguistici in cui si può incorrere non c’è peggiore sfortu­na, italianamente parlando, di im­broccare in «Fantozzi» un congiuntivo sbagliato. Lo scandalo è immediato, la san­zione sociale tagliente come una mannaia, tanto più se chi inciam­pa è in qualche modo scolarizzato, magari fa il ministro, l’assessore al­la cultura, il manager d’azienda o il giornalista. Perché, sia chiaro, lo strafalcione è trasversale e tutt’al­tro che confinato alla cerchia di quanti nella vita non hanno stu­diato. Ma per costori ci mostriamo tolleranti e persino comprensivi, a­gli altri – fior di professionisti, quel­li che si ritiene dovrebbero parlare italiano con disinvoltura e corret­tezza – non si perdona. Il congiun­tivo sbagliato o mancato vale un marchio di infamia linguistica.
Parlare di congiuntivo comunque è di gran moda, denunciarne la scomparsa, come pure gridare alla decadenza della lingua ed elogiare i tempi in cui modi e tempi dei ver­bi non si sbagliavano. Dunque po­trebbe sembrare la posizione di due bastian contrari quella che Valeria della Valle, linguista, e Giuseppe Pa­tota, storico della lingua, sosten­gono in questa ricerca a quattro mani che già nel titolo Viva il con­giuntivo (Sperling & Kupfer, 15 €) racchiude una divertente am­biguità linguistica: viva nel senso di evviva, come espressione di giu­bilo per quelle preziosissime sfu­mature che il congiuntivo regala al­le nostre frasi; viva, in qualità di for­ma verbale esortativa: viva a lun­go! Fuori dai luoghi comuni e dal­le nostalgie di una purezza lingui­stica che non è mai esistita, fuori da ogni pregiudizio e dati alla ma­no, i due autori – da tempo una coppia professionalmente affiata­ta nel produrre manuali di scrittu­ra e grammatiche ragionate – ci rac­contano che il congiuntivo è vivo e vegeto. E che l’espansione dell’in­dicativo è dovuto alla pressione dell’italiano parlato, più rilassato e disinvolto di quello formale scritto, e non certo all’uso degli sms o al­l’influenza dei dialetti. Analizzan­do articoli di giornali, ore e ore di trasmissioni televisive e radiofoni­che, rileggendo indagini che han­no preso in considerazione fumet­ti, fotoromanzi e romanzi rosa, il lessico dell’italiano parlato e per­sino i compiti dei ragazzi delle su­periori, Della Valle e Patota hanno appurato che l’uso virtuoso del congiuntivo sopravanza quello sci­voloso. Gli apocalittici puristi non ci crederanno ma anche nel varie­gato mondo delle canzonette il congiuntivo da decenni tiene bot­ta
all’invadenza dell’indicativo. Da quel E se domani io non potessi ri­vedere te, mettiamo il caso che ti sentissi stanco di me, alla recentis­sima Bruci la città e crolli il gratta­cielo… esplodano le stelle, esploda tutto quanto... portata al successo da Irene Grandi. Certo fa più ru­more uno svarione che suona co­me un gesso scricchiolante sulla la­vagna, rispetto alle centinaia e cen­tinaia di congiuntivi azzeccati. Ma tant’è. Gli indicativi profusi a pie­ne mani da Aldo Biscardi – Voglio provare a sentire Varriale. Se lo chia­mo io, può darsi che viene oppure Oggi credo che l’Udinese ha fatto u­na bella partita – spiccano. Così gli strafalcioni che dilagano tra i pro­tagonisti dei campi di calcio. E fi­niscono per mettere la sordina al buon italiano che persino un Ho­mer Simpson onora. Il punto è un altro: come i medici che conoscono a fondo le defaillances del corpo, i linguisti sanno che il congiuntivo è un terreno mi­nato, perciò si dichiarano indul­genti nei confronti di chi sbaglia. Non solo si inciampa perché il con­giuntivo è un modo è difficile da u­sare, ma è anche difficile stabilire quando e come lui – il modo della possibilità, della supposizione, del dubbio e della soggettività – può venire sostituito senza timore di sbagliare dall’indicativo, il modo della certezza. Tanto che persino mostri sacri come Dante, Boccac­cio e Ariosto si presero le loro bel­le licenze poetiche. Con una sfilza di quei vadi, facci, stassi e dassi che oggi al solo sentirli danno una stret­ta al cuore. Congiuntivi macchero­nici, geneticamente modificati che ci fanno sorridere soltanto se è la comicità di Totò o di Fantozzi a u­tilizzarli.
Allora, ragioniere, che fa batti? Chiedeva il miope Filini ini­ziando un’indimenticabile partita a tennis nella nebbia. Ma mi dà del tu? Ribatteva Fantozzi? No, no, di­cevo: batti lei! Spiegava Filini. Ah, congiuntivo… concludeva il ragio­niere.
Grandioso.
«Avvenire» del 1 ottobre 2009

L’embrione, una persona

È giunto il momento di rilanciare la proposta di riconoscere la capacità giuridica ad ogni essere umano sin dal concepimento
di Carlo Casini
« C ome un individuo u­mano non sarebbe una persona umana?» Basterebbe questa domanda posta da Giovanni Paolo II al n. 60 dell’E­vangelium vitae a contrastare la tesi di Ivan Illich, secondo il quale «Le chiese, utilizzando il loro potere di creare miti consacrano una nozione astratta di vita umana», che porte­rebbe alla corruzione della fede cri­stiana. La tesi di Illich è già stata cri­ticata da Lucietta Scaraffia su l’Os­servatore Romano del 9 settembre scorso, ma credo opportuno mette­re a fuoco la questione con la lente di innumerevoli dibattiti sul tema del­la vita umana. L’accusa rivolta alle chiese deve essere rovesciata proprio verso la «cultura abortista» nella qua­le sono impronunciabili parole co­me «diritto alla vita fin dal concepi­mento » o definizioni dell’embrione come «individuo», «soggetto», «per­sona ». In non pochi filoni di questa cultura è presente, invece, «una no­zione astratta di vita umana» mitiz­zata con l’affermazione di una con­tinuità della sua evoluzione millena­ria per la quale, come non vi sarebbe soluzione di continuità tra vita vege- tale, animale ed umana, così non vi sarebbe distinzione tra uno sperma­tozoo e un embrione. In questa vi­sione si possono anche accettare, sebbene a malincuore, espressioni come «rispetto della vita» o «tutela della vita», supponendo, però, che la vita embrionale è qualcosa di inde­finibilmente generico e non quella di «un individuo vivente appartenente alla specie umana», cioè,– più sem­plicemente – di un uomo. Quando poi le argomentazioni di ragione e di scienza rendono incontestabile la te­si della individualità umana del con­cepito, allora la replica dell’aborti­smo è: «essere umano – dobbiamo concedere – ma non persona».
Dunque sul concetto di «persona» si accentra la radice di ogni discussio­ne. Ma registro non poca timidezza, anche da parte di chi fa riferimento all’antropologia cristiana, nell’usare il termine «persona». So bene che l’attribuzione di un significato con­venzionale alla parola – distinguen­do cioè l’uomo adulto e cosciente (i­poteticamente «persona») dall’uomo in quanto tale – non toglie teorica­mente forza al diritto alla vita che ap­partiene all’essere umano senza ul­teriori specificazioni, vecchio o gio­vane che sia, nato o non nato, quali­ficabile o no come «persona». Tutta­via la distinzione tra uomo e perso­na è estremamente pericolosa. In pri­mo luogo perché accetta il linguag­gio e l’inganno degli avversari. In se­condo luogo perché introduce una inaccettabile discriminazione sul­l’uomo violando il principio di e­guaglianza. Solo affermando che «persona» è l’altro nome dell’uomo, mai attribuibile agli animali, indica­tore di un valore che è intrinseco al­l’esistere umano, a prescindere da qualsiasi ulteriore qualità, è portata alle ultime conseguenze quella idea moderna e laica di «eguale dignità», che ha sconfitto la schiavitù, la di­scriminazione dei neri, la sudditan­za delle donne. A ben guardare l’ac­cusa di confessionalismo sempre ri­volta ai cattolici è respinta al mitten­te, solo se abbiamo il coraggio di chiamare «persona» l’embrione u­mano. È la pretesa di difendere una vita generica che ha il sapore del mi­to, ad offendere la laicità, non certo la laicissima proclamazione del prin­cipio di non discriminazione.
Si aggiunga che l’affermazione del concepito come individuo umano e quindi soggetto e persona non è un inutile accademico esercizio verbale. Anche nell’angoscia e nella solitudi­ne il coraggio materno può vincere. Ma il coraggio ha bisogno di una mo­tivazione ragionevole: il figlio è figlio, un bambino, una persona. Questa consapevolezza è assolutamente in­dispensabile nel momento in cui pil­lole di vario genere banalizzano e pri­vatizzano l’aborto. Battersi perché la Ru486 non sia usata in Italia e per ga­rantire l’obiezione di coscienza di medici e paramedici riguardo alla prescrizione e somministrazione del­la pillola del giorno dopo è cosa buo­na e doverosa, ma non riusciremo ad impedire, in Italia e all’estero l’ucci­sione chimica di una grande quantità di bambini non ancora nati. Basterà l’educazione? L’educazione è fatta anche dall’aria che si respira, dalle parole che si sentono, soprattutto da quella espressione di razionalità col­lettiva che è la legge. La legge non è soltanto comando. È, prima ancora, guida all’azione, bussola orientatrice, indicazione di valori. Se non ci fosse stata una lunga lotta per proclamare l’uguaglianza tra bianchi e neri ci sa­rebbe ancora l’apartheid.
Sono convinto che una strategia di alto profilo per difendere la vita de­ve affrontare il cuore di tutte le que­stioni. E deve investire anche il livel­lo politico-legislativo. L’ordinamen­to giuridico deve introdurre l’em­brione umano nell’ambito del dirit­to come un «uguale» cioè come un soggetto, una persona. Non è una ri­chiesta infondata. Essa è già stata ac­colta nella Convenzione americana dei Diritti umani del 1969 e in qual­che Costituzione latino-americana. In Italia a cominciare dal 1996 il Co­mitato Nazionale di Bioetica ci ha an­nunciato più volte: «Vi è il dovere mo­rale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono a­dottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comune­mente la caratteristica di persone». Non ho citato le ancora più forti pa­role della Dignitas personae di Bene­detto XVI. Ho riportato un testo di un organismo scientifico laico dello Sta­to italiano. Giuliano Ferrara ha lanciato l’idea di chiedere all’Onu una «moratoria sul­l’aborto », intesa come integrazione della Dichiarazione universale dei di­ritti dell’uomo affinché vi si indichi che il diritto alla vita appartiene an­che al concepito. La Camera dei De­putati ha recentemente votato una mozione per chiedere all’Onu che l’a­borto non sia considerato mezzo di controllo delle nascite.
Prima di chiedere agli altri, comin­ciamo ad agire in casa nostra. Fin dal 1995 il Movimento per la vita ha pre­sentato una proposta di legge popo­lare per includere tra le persone – ta­li considerate dal diritto – anche i concepiti.
È giunto il momento di rilanciarla. Quali Parlamentari e quali partiti vo­gliono rispondere a questo appello?
«Avvenire» del 1 ottobre 2009

Giovani e gioco d’azzardo: troppe puntate, poca scuola

Secondo una ricerca di Nomisma un quarto degli studenti degli istituti professionali gioca tutti i giorni. Il 22% partecipa a 5 tipi diversi di «scommesse»
di Nicola Pini
Nel 2008 la spesa è aumentata del 13%, nel 2009 è atteso un altro +11% a quota 53 miliardi di euro: gli italiani sono sempre più coinvolti dai giochi. Molti tentano la fortuna, gli adulti e ancor più i gio­vanissimi. Nonostante la crisi economica o, forse chissà, anche in ragione della crisi: ca­la il Pil, il lavoro è in bilico, la scuola sembra inutile e aumentano le puntate, nella spe­ranza del «bingo» risolutivo, quello della svol­ta. Dal Superlenalotto, alle scommesse spor­tive, fino ai giochi on line, non c’è recessio­ne che tenga: tutti segni al rialzo. Ma alla fi­ne a brindare, accanto a qualche superfor­tunato, sono soprattutto le casse pubbliche, con l’Erario che prevede di rastrellare que­st’anno dalla tassazione sui giochi la cifra re­cord di oltre 8 miliardi di euro (vedi box). Un bel gruzzolo. Peccato però che sfrutti abitu­dini non sempre esenti da rischi, comprese le giocate dei minorenni anche in ambiti che sa­rebbero vietati dalla leg­ge.
A fornire uno spaccato dell’Italia che scommet­te è una ricerca di Nomi­sma che ha messo sotto i riflettori sopratutto il mondo dei giovanissimi, tra i quali la propensione al gioco è superio­re alla media. Nel 2008 ha puntato soldi al­meno una volta il 55% della popolazione con oltre i 15 anni, ovvero 28 milioni di italiani. Percentuale che balza al 68% nel campione di oltre 8500 studenti dell’ultimo biennio del­le superiori preso in esame. In pratica, han­no sperimentato il gioco 686mila ragazzi tra i 16 e i 19 anni su 950mila, con una spesa media mensile di 10 euro. Buona parte di lo­ro gioca poco e di rado, ma la tentazione non è uniforme ed è correlata al contesto terri­toriale, sociale e familiare. Si gioca di più al Sud (75% del campione), tra i maschi (76%) e negli istituti professionali (78%), dove ben un quarto dei giocatori lo fa tutti i giorni. Per gran parte dei ragazzi la puntata è un diver­timento occasionale, in genere rivolto a Grat­ta & Vinci, Superenalotto e Lotto. Ma c’è u­na fascia di «consumatori a rischio», come l’indagine sottolinea: quel 22% di giocatori che partecipa ad almeno 5 tipi diversi di «scommessa», il 24% che nasconde le sue a­bitudini ai genitori, il 12% che considera il gioco una dipendenza. Nel 5% dei casi poi questo vizio interferisce sugli impegni sco­lastici e familiari. I giovani censiti da Nomi­sma chiedono maggiori informazioni sui ri­schi connessi al gioco e affermano che i di­vieti di giocare sono spesso poco chiaro.
Così accade che la propensione a puntare soldi in giochi vietati ai minori sia nei fatti po­co simile tra gli adulti e i ragazzi. Ad esem­pio alle scommesse sportive in agenzia par­tecipa il 22% dei giocatori senior e il 20% di quelli junior. Alle scommesse on line le per­centuali sono vicine all’8% in entrambi i ca­si. Con le new slot si di­lettano il 21% dei grandi ma anche il 14% dei ra­gazzi. Evidente quindi che i controlli non fun­zionano a dovere. Come dimostra il fatto che a un vero e proprio gioco d’azzardo come il poker via Internet, regolarizza­to nel 2008 e che preve­de procedure di ricono­scimento on line, hanno partecipato in soli 4 mesi 80mila studenti.
«Il nostro obiettivo non è certo quello di au­mentare la propensione al gioco – ha spie­gato alla presentazione della ricerca Fran­cesco Rodano, dei Monopoli di Stato –. Il no­stro target è rappresentato da chi già gioca­va in modo illegale o ora può farlo in un con­testo con più tutele e controlli». Per Giorgio Rembado, dell’Associazione dirigenti della scuola, occorre però approfondire i rischi del gioco per i giovani, a partire «dalla dipen­denza e dalle contiguità e relazioni perico­lose che possono instaurarsi con il gioco clandestino e quindi con la criminalità or­ganizzata ».
«Avvenire» del 1 ottobre 2009

Con Ippocrate e con ogni malato senza costruire «zone grigie»

La legge sul fine vita
di Francesco D'Agostino
Il rinvio a dicembre della discussione alla Ca­mera della legge sul 'fine vita' può avere di­verse motivazioni 'politiche', tutte allarmanti (ed alcune anche subdole), ma ha una sola pos­sibile spiegazione 'bioetica': a molti, a troppi (sia parlamentari che influenti opinionisti) la so­stanza specifica della questione evidentemen­te non è chiara. È solo così che si possono capi­re gli appelli contro l’iper-regolamentazione giu­ridica della fine vita e le martellanti esortazioni contro ogni intrusione dello Stato in quella de­licatissima 'zona grigia', all’interno della qua­le sarebbero legittimati a muoversi, con la mas­sima discrezionalità, solo medici e familiari. Ciò che, in buona sostanza, si chiede ormai da tan­te parti è che la legge sul fine vita, se proprio la si vuole fare, sia il più possibile 'liberale'… Da tempo sostengo, ampiamente inascoltato, che il liberalismo è un prezioso principio poli­tico- culturale (e probabilmente anche econo­mico- sociale), che è però illusorio sperare di po­ter applicare ai problemi bioetici che, nella mag­gior parte dei casi, vanno affrontati e risolti in al­tro modo, applicando il principio ippocratico della difesa della vita e non facendo appello al­la 'libertà' o all’'autodeterminazione' del malato (soggetto debole, influenzabile, il più delle volte scarsamente informato e che, soprattutto nelle situazioni di fine vita, ha una sola esigen­za prioritaria, quella di non essere abbandona­to).
È giusto approvare una legge che imponga al medico il dovere di tener conto delle dichiara­zioni anticipate di trattamento, sottoscritte in data certa da soggetti competenti e informati e purché esplicitamente prive di indicazioni eu­tanasiche? È più che giusto, anzi è doveroso ed urgente, almeno per escludere che possano es­sere emanate dalla magistratura altre sentenze, che, come quelle relative al caso Englaro, han­no riconosciuto valide generiche dichiarazioni orali, di data incerta, formulate da persone cer­tamente poco informate e dal contenuto alme­no potenzialmente eutanasico. È altresì essen­ziale che questa legge non lasci dubbi sulla non vincolatività di queste dichiarazioni per il me­dico, lasciandogli la libertà di seguirle o di non seguirle, non però in base al suo arbitrio o alle indicazioni che possono arrivargli dai familiari o dai fiduciari del paziente (indicazioni che po­trebbero avere motivazioni anche molto ambi­gue), ma a seguito di una rigorosa valutazione, caso per caso, della fondatezza di quelle dichia­razioni, in ordine alla loro completezza e coe­renza, alle possibilità terapeutiche reali che so­no a disposizione in ciascun singolo caso e al dovere di evitare ogni forma di accanimento. In altri termini, quello che la legge può, e nella si­tuazione attuale, deve fare è ribadire due prin­cipi ippocratici fondamentali: 1) la vita non è di­sponibile da parte di nessuno, nemmeno da par­te del paziente (altrimenti dovremmo legitti­mare l’aiuto al suicidio, anche a carico di soggetti 'sani'!) e 2) il medico ha un solo, esclusivo do­vere, quello di agire come terapeuta a favore del­la vita (e l’accanimento non ha nulla a che ve­dere con una terapia!), con l’unico limite di do­ver rispettare l’eventuale decisione del pazien­te di sottrarsi alle cure. Alimentazione e idrata­zione non sono cure: lo dimostra il fatto che se si cessa di alimentare il malato, questi non muo­re per il progredire della sua patologia, ma per­ché gli viene sottratto un sostegno vitale fonda­mentale (è ciò che comunemente si intende di­re, in modo scientificamente impreciso, ma sim­bolicamente perfetto, quando si afferma che E­luana Englaro è morta 'di fame e di sete').
Ecco perché non si può, sinceramente, parlare di iper-regolamentazione giuridica a carico di una legge, come quella approvata al Senato, che, pur con tutte le sue imperfezioni, garantisce co­munque questi due principi, in sé e per sé irri­nunciabili, contro ogni tentativo di manipola­zione (proveniente da qualunque parte: dai me­dici, dai familiari, dai magistrati). Chi continua a preoccuparsi di un’ipertrofia legislativa in bioe­tica e a insistere sulla richiesta di una legisla­zione 'liberale', rispettosa di tutte le 'zone gri­gie' possibili e immaginabili, non si rende evi­dentemente conto che non è questa la vera po­sta in gioco, ma l’abbandono del modello ippo­cratico della medicina, il modello nel quale la di­fesa della vita e il rispetto del malato sono in­dissolubilmente congiunti. Se questa fosse l’au­tentica, subdola ragione che motiva l’operato di quanti puntano a rinviare (o, addirittura, ad affossare) la discussione della legge sul fine vita alla Camera, dovremmo preoccuparcene tutti e moltissimo.
«Avvenire» del 1 ottobre 2009

Gli studenti bocciano Kindle

L'esperimento a princeton, ateneo dove studiò bezos fondatore di amazon
di Elvira Pollina
Studiare sull'e-book risulta faticoso e poco produttivo: non si può sottolineare e scrivere le note è difficile
Niente più dispense da fotocopiare o tomi pesantissimi da trasportare per i corridoi, da un corso all’altro. A giugno l’università di Princeton, uno degli atenei più prestigiosi degli Stati Uniti, aveva annunciato l’avvio di un progetto pilota che avrebbe consentito agli studenti di alcuni corsi di laurea di studiare su edizioni elettroniche dei libri di testo.
Un esperimento che punta al risparmio della carta, simile ad altri già avviati in alcune università statunitensi, tra cui Berkley e Yale. Come previsto, due settimane fa, alla ripresa delle lezioni, ad una cinquantina di studenti e professori , resisi disponibili per la prova, sono stati consegnati i lettori Kindle, prodotti dalla Amazon, fondata proprio da un ex allievo, Jeff Bezos, laureatosi a Princeton nel 1986.
Un po’ inaspettatamente, come racconta il Daily Princetonian, il giornale online di ateneo, la rivoluzione dell’e-book è stata accolta in maniera piuttosto tiepida, anche se i riscontri positivi non mancano. Gli studenti riconoscono l’indubbia comodità del Kindle, che consente di avere sempre a portata di mano una mole impensabile di libri di testo e di poter condividere in maniera agevole appunti e dispense. Qualcuno è entusiasta: una professoressa ammette di trovare la lettura su Kindle estremamente agevole e non stancante per la vista.
I problemi iniziano quando dalla semplice consultazione e dalla lettura “senza impegno” si passa allo studio. «Gran parte del mio apprendimento dipende dall'interazione fisica con il testo: segnalibri, sottolineature, appunti a margine per segnare i passaggi più importanti», ha spiegato Aaron Horvath, studente del corso di Società Civile e Politica Pubblica. Una serie di trucchi per favorire la memorizzazione e la concentrazione, ben conosciuti da chi ha passato ore sui libri. «Non sono un luddista – spiega ancora Horvath – ma questa tecnologia non mi sembra ancora pronta per un uso accademico». Una perplessità condivisa anche dagli insegnanti. «Lo studio richiede una lettura intensa, quasi fisica, e io incoraggio i miei studenti a sottolineare i concetti più importanti e ad annotare le parole chiave a margine. Con il Kindle si può fare tutto questo, ma è meno immediato rispetto alla carta», conferma un professore.
Altro inconveniente: le versioni elettroniche dei libri non hanno i numeri di pagina: «È qualcosa che spiazza e rende difficile rapportarsi al testo e citarlo», continua lo stesso insegnante. Non è finita: un’allieva ha lamentato diversi problemi nel trovare il giusto settaggio dello schermo e difficoltà nel passare velocemente da un punto all’altro dei testi, cosa che gli studenti fanno molto spesso, per ripassare i concetti principali prima di un esame.
Il risultato è che in molti si sono ridotti a stampare i capitoli da studiare ed alcuni hanno preferito riconsegnare l’e-reader e ritornare al libro analogico. E l’università ha fatto sapere che alla sperimentazione del lettore digitale, per ora, non seguirà l’adozione di massa. Con buona pace dell’illustre ex alunno.
Princeton è dunque un covo di tecnofobi, incapaci di sfruttare a pieno i vantaggi offerti dal Kindle? La questione è un’altra. Nelle aule universitarie di oggi siedono ragazzi che, nonostante abbiano sempre sottomano laptop e smartphone, sono cresciuti studiando sui libri di carta, dalle elementari in poi. Per loro, passare all’e-reader significa ripensare al modo con cui si apprendono nozioni e concetti. Uno sforzo non indifferente, che aumenta il livello di stress legato allo studio.
Probabilmente il libro elettronico sarà apprezzato a pieno dagli universitari che da bambini abbiano imparato a leggere su supporto digitale. Ma ci vorrà ancora del tempo: fino ad allora si continuerà a studiare sulle “sudate carte”.
«Corriere della sera» del 1 ottobre 2009