16 novembre 2011

L'era dell'emancipazione è rimasta senza eroine

la filologa Margherita Rubino, esperta di teatro classico
di Claudio Magris
La strana contraddizione femminile dell'epoca moderna: dopo Medea, Elena, Euridice, nessun grande personaggio
Molti anni fa, al liceo, discutevamo tra amici - con la rigida e struggente passione metafisica dell'adolescenza - cercando di classificare i sentimenti amorosi, i modi in cui si presenta e viene vissuta (per noi, dal nostro punto di vista maschile) la fascinazione dell'amore.
Le categorie di Eros sono due o tre? I diversi filosofi in calzoni alla zuava concordavano in genere nel distinguere la categoria dell'appetitio (le definizioni erano rigorosamente in latino) ossia l'attrazione meramente sensuale e assai forte da quella della perditio, il perduto abbandono alla figura amata e l'oblio oceanico di tutto il resto. Qualcuno ne introduceva una terza, l'affectio, l'amore-amicizia fondato sull'unione di attrazione fisica e affinità intellettuale privo tuttavia d'incanto tristanico.
L'Odissea forniva i modelli di queste classi: Circe era l'appetitio, Calipso la perditio, Penelope l'affectio. In età più matura, qualcuno si sarebbe ricordato di Nausicaa e avrebbe tentato di istituire una quarta categoria, quella della fioritura ancora indeterminata e aperta a divenire l'una o l'altra incarnazione dell'amore, immagine per eccellenza del vagheggiamento di una felicità destinata ad altri - come Nausicaa per Ulisse - e che, con l'avanzare dell'età, non è strano si presenti sempre più spesso.
In ogni caso, era, è la letteratura greca l'espressione più alta di queste pulsioni e sentimenti universali. C'è una forte contraddizione tra la posizione subalterna e spesso disprezzata della donna nell'antica Grecia e la presenza nella letteratura greca di grandissime figure femminili cui sono affidati, come forse in nessun'altra letteratura, significati e valori assoluti. Da un lato c'è la sottovalutazione della donna e del suo ruolo in famiglia - necessaria per la continuazione della stirpe, ma secondaria nella vita intellettuale - e in quella affettiva ed erotica; l'amore passionale, spirituale è soprattutto omosessuale, maschile. La visibilità sociale dell'etèra, della donna di cultura e di liberi costumi, non corregge questa visione, anche perché scinde la figura femminile in due ruoli, famigliare e pubblico, entrambi privi di piena dignità, anche se a titolo diverso.
Ma da questa società e da questa cultura greca nascono le più grandi figure femminili della letteratura mondiale, che incarnano l'assoluto o meglio gli assoluti della vita più di ogni uomo e che per secoli, millenni, nutriranno la creatività occidentale, che sempre ritornerà ad esse per dar voce e figura all'universale-umano. Tanti personaggi femminili indimenticabili, che danno volto a tutte le sfaccettature dell'umano. Antigone vive, dopo Sofocle, in centinaia di testi di tutti i tempi e di tutte le lingue, a esprimere i comandamenti assoluti e il loro conflitto, eroico e talora colpevole, con le leggi positive. E Alcesti, Medea, Elena, Ifigenia, Fedra, Euridice, Elettra, Persefone e tante altre, senza le quali non sapremmo cosa siano l'amore, il sacrificio, la purezza, la colpa, il dolore, lo strazio, la sublimità e la ferocia della passione, la vita e il suo svanire.
Com'è possibile che una società patriarcale e maschilista per eccellenza abbia generato la più grande letteratura sulla donna, identificando quest'ultima, più che l'uomo, con l'universale? Lo chiedo a Margherita Rubino, che incontro a Genova, dove insegna Teatro e drammaturgia dell'antichità e Tradizioni del teatro greco e latino presso la Facoltà di Lettere. Allieva di Umberto Albini, docente, critica teatrale, impegnata nella vita culturale della sua città, Margherita Rubino ha scritto, con puntiglioso rigore filologico, effervescente originalità e inquieta sensibilità, saggi su Medea e su Wagner e i modelli greci, su Eschilo e su Antigone, sul rapporto fra classicità e letteratura cristiana, sulla tradizione classica nelle più diverse letterature, come rivela - ma è solo un esempio - lo splendido studio Fedra. Per mano femminile.

Come si spiega dunque, le chiedo, questa straordinaria presenza femminile in una cultura non certo femminista?
Margherita Rubino - È vero, la donna in Grecia visse reietta e poco considerata... mentre in teatro le figure femminili sembrano travalicare testi pur creati da soggetti di avversa sessualità ed emergono come protagoniste assolute, come in una inspiegabile ribellione virtuale. Nessun altro genio del teatro - non Shakespeare, non Strindberg e neppure Ibsen - ha creato mai donne destinate a divenire degli universali come le figure che tu hai citato. Vale anche per la commedia, dove le eroine di Aristofane prendono il potere, come ne Le donne al parlamento oppure fanno lo sciopero del sesso per imporre la pace, come in Lisistrata e come oggi fanno nella realtà la colombiana Ruth Macias o il premio Nobel 2011, la liberiana Leymah Gbowee. Queste eroine ritornano, nella realtà o nell'arte. Nella tua stessa scrittura ricorrono echi delle eroine greche tragiche, Medea in Alla cieca o Alcesti in tutto il tuo teatro.

Claudio Magris - Tu parli di «eroine», specialmente nella tragedia greca. Cosa intendi per «eroine»? Alcune sono positive, modelli supremi di umanità (Alcesti, Ifigenia); altre colpevoli, come Clitennestra, sebbene quest'ultima, ha osservato di recente Eva Cantarella, sia anche vittima e il suo delitto abbia origine pure nella violenza da lei subìta. Pure Medea è complice e vittima... È forse questa simbiosi di male subìto e inflitto una chiave del personaggio femminile?

Rubino - Il male subìto costituisce la motivazione drammaturgica del crimine, del sacrificio, della vendetta, ma nulla conta di fronte all'agire tragico, che è quello che crea o no le eroine.
Per eroine intendo protagoniste assolute, capaci di decidere la sorte propria o quella del partner, capaci di trionfare come Medea, o di scegliere la bella morte come Antigone o Alcesti, o la morte quale soluzione-rivalsa, come Fedra. I tragici greci hanno costruito testi di fascino estremo, in cui il pubblico sta dalla parte dell'infanticida o dell'uxoricida. È vero, anche le eroine «buone» sono insidiose, perfino Alcesti ricatta in qualche modo lo sposo chiedendo che resti solo per sempre. Maria, la tua Alcesti de La mostra , ha tutto del modello tranne questa punta di fiele.

Magris - Ma ce l'ha forse un po' la mia Euridice in Lei dunque capirà... A parte la mescolanza di male e di innocenza in uno stesso personaggio (per esempio Fedra, da te mirabilmente studiata), perfino un supremo valore incarnato da un'eroina può implicare aspetti di colpa: ad esempio Antigone, figura dell'umanità più alta e universale che Hegel paragona a Cristo ma pur colpevole nel suo conflitto con la legge. Del resto, il tragico consiste in questa impossibilità di innocenza, in una condizione in cui ogni azione comporta una colpa. Medea è forse la più terribile dimostrazione di come l'ingiustizia patita possa condurre alla colpa tremenda; cercare ingenuamente di considerarla innocente, solo vittima, come ha fatto Christa Wolf, distrugge il senso e il valore del suo destino...

Rubino - ... Medea. Voci della Wolf se pur termina con un infanticidio, non è tragico. Manca la componente che tu ricordi, la condizione per cui ogni scelta comporta una colpa. La Medea greca è tragica perché è dilaniata da opposte scelte. Cuore del tragico è l'impossibilità di risolvere i conflitti. «Giustizia combatte contro Giustizia» scrive Eschilo. Diritti legittimi e opposti si scontrano e quello scontro, interiore oppure tra due persone, come tra Antigone e Creonte, è mortale. L'eroismo di Antigone è anche poetico, ed è irriducibile - qualcosa di simile traluce lieve nelle tue diverse donne, Maria, Steffi, l'ospite del Presidente... La capacità di assoluto è greca...

Magris - «Noi siamo divenuti barbari e brameremmo di nuovo essere elleni», ha scritto lo studioso gesuita Hugo Rahner...

Rubino - Il teatro greco non mette in scena l'amore, crea però eroine animate da passioni estreme, dove il conflitto tragico può essere tra la muta repressione di eros e lo svelamento. Fedra patisce un eros divorante che inizialmente tace, e in questa repressione sta la sua innocenza. Quando parla diviene colpevole: «Hai portato alla luce il tuo male, sei rovinata» le dice il coro.

Magris - Solo la donna, hai detto, rivela questa capacità di assoluto. Dopo la grecità, questo assoluto femminile, hai detto ancora, è improbabile e difficilissimo: è difficile un'Alcesti moderna (anche se Savinio l'ha scritta, la tragedia della moglie ebrea che si sacrifica per proteggere il marito durante la persecuzione nazista). E le altre, le Andromache, Ecube, Elettre, Persefoni, Euridici...? Come le ha rivissute nei secoli la letteratura europea? Ci sono eroine moderne che possono reggere il confronto?

Rubino - Rifacimenti oppure grandi protagoniste «ispirate a» colgono solo alcuni aspetti di quei modelli, ed è fisiologico che sia così. A volte nasce il capolavoro, per esempio Fedra di Racine o Elettra di Strauss-Hofmannsthal. Fuor dai Greci però, nel mondo moderno, dove stanno le protagoniste teatrali o letterarie capaci di esprimere a quel modo un assoluto, capaci di far convergere ogni tensione e sentimento e sacrificio verso un'unica ideologia o persona? Quale eroina moderna diventa un universale, come Medea o Lisistrata, Antigone o Fedra? Quali modelli folgoranti di sacrificio o di crimine al femminile, animati da una passione unica, con la quale si identificano, esistono nel teatro o nella letteratura degli ultimi secoli? A Faust, don Giovanni, Otello quali eroine di pari altezza corrispondono, eroine-mito intendo, il cui nome identifichi ? Forse Traviata, o Anna Karenina...
È suggestivo riflettere che nell'epoca della grande rivalsa femminile si attendono ancora universali della forza di quelli del V secolo a. C.
«Corriere della Sera» del 14 novembre 2011

Tolleranza, arma a doppio

Paul Gilbert
di Roberto I. Zanini
La modernità, l’uomo che si pone al centro del mondo, decreta l’inutilità di Dio e si fa artefice di tutte le cose, responsabile del bene e del male. Una problematica infinita, che ha acceso il dibattito nella Chiesa a partire dalla metà dell’800 e che ancora oggi interroga la società e la comunità dei credenti. «Ci sono tensioni nella Chiesa attuale che nascono dalla difficoltà di comprensione del rapporto fra Chiesa e mondo moderno».

A sottolinearlo è il gesuita Paul Gilbert, nuovo decano della Facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana e coordinatore del congresso L’uomo dell’età moderna e la Chiesa che si tiene nell’ateneo pontificio dal 16 al 19 novembre. «La nostra speranza è che questo incontro fra studiosi e docenti di varie estrazioni possa portare un po’ di luce, mettendo in evidenza tutti gli aspetti della modernità nel rapporto con l’uomo e con la Chiesa, anche in senso positivo».

Non solamente, quindi, soffermandosi sul rapporto fra scienza e fede.
«La modernità non riguarda solo la scienza, ma tutte le manifestazioni del pensiero, della cultura della letteratura. La modernità pone con prepotenza il soggetto al centro di ogni cosa, allo stesso tempo è con la modernità che nasce la critica all’azione del soggetto, che prima non era considerata. Al tempo stesso bisogna considerare che la modernità è erede di un processo di secolarizzazione che prende le mosse nel Medioevo, epoca in cui tutta la cultura faceva capo al mondo ecclesiale, ma con profonde divisioni fra università, fra scuole monastiche... Il pensiero moderno comincia a elaborare la necessità di far convivere queste divisioni... Da questo momento in poi nasce il concetto di dialogo, di tolleranza. Anche grazie a personaggi come Galilei e a santi come Bellarmino».

Tolleranza! Lo si può ritenere un valore cristiano?
«Amore è certamente positivo. La tolleranza può essere negativa. L’amore cerca di rispettare le opinioni dell’altro e in questo intento si fa cammino insieme. La tolleranza lascia spazio all’indifferenza, al relativismo».

Il pensiero comune indica nella tolleranza il massimo dei valori della convivenza civile.
«Con la modernità e la nascita dei grandi Stati nazionali la figura dello Stato si sovrappone a quella delle religioni. Dopo l’esperienza delle guerre di religione si pensa che lo Stato si debba porre al di sopra e diventare garante della convivenza senza entrare nelle diversità. La tolleranza viene posta al servizio della pace».

In questo senso assume un valore positivo.
«Ovviamente. In realtà, però, non si cerca la pace, ma la tranquillità sociale, attraverso un compromesso che è indifferente alla molteplicità. In questo senso la tolleranza può essere anche, mi passi la parola, “poliziesca”, proprio perché estranea e incurante della molteplicità»

Una visione di Stato e di tranquillità sociale che non soddisfa il cristiano?
«Diciamo che non lo può soddisfare abbastanza, perché attraverso di essa si formatta la mentalità dell’indifferenza gli uni agli altri. La fede cristiana è marcata dal rispetto delle differenze nel dialogo, nel muoversi verso l’altro».

Insomma, non tutta la tolleranza parla cristiano.
La fede cristiana si basa su due paradigmi fondamentali: il primo è la fede nel Dio Trinità, che è Dio unico nella comunione. Il secondo è stato fissato col Concilio di Calcedonia del 381, che chiarisce la doppia natura di Cristo, inteso come vero Dio e vero uomo, senza separazione, ma senza confusione. Il tutto nel rispetto della differenza, nell’amore della differenza, senza indifferenza. La tolleranza viene invece intesa come indifferenza nei confronti dell’altro: ciò che pensa non mi interessa».

Un problema enorme della modernità, un vero macigno.
«E la Chiesa ne è perfettamente consapevole. Nel suo discorso all’Onu nel 1968, Paolo VI indicò la Chiesa come maestra di umanità. Il problema è che la modernità tagliando i ponti con Dio li ha tagliati anche con la Chiesa. La politica non è più sottomessa all’ordine divino. L’uomo si è posto al centro come unico artefice del bene e del male. Si è appropriato del proprio destino».

In questo c’è qualcosa di positivo?
Nel primo capitolo della Genesi Dio invita l’uomo a dominare l’intero creato. Questa è l’essenza dell’atteggiamento moderno. Con la modernità l’uomo si prende la responsabilità dei suoi problemi, della malattia, del male... a conclusione di un lento processo di consapevolezza partito molti secoli prima, che di per sé non è negativo, altrimenti la Scrittura non collocherebbe la “modernità” già al principio».

L’impatto fra Chiesa e modernità però è stato duro.
«Forse perché la Chiesa aveva perduto un po’... il senso del religioso. C’erano ambiguità enormi. La stessa gerarchia dell’epoca non era molto “brillante”...».

E le ferite restano ...
«L’idea di questo congresso si colloca nel solco ritracciato dal Vaticano II e rilanciato con forza da Benedetto XVI. La Chiesa propone ai singoli soggetti di ritrovare la loro dignità di persone, di riappropriarsi della comprensione del loro dover essere, di ciò che è buono per loro e per l’umanità tutta. Il soggettivismo sorto dalla modernità non esiste più. Nessuno ha più la responsabilità di qualche cosa. La cultura contemporanea è, nei fatti, in fuga fuori da sé. È deresponsabilizzante e deresponsabilizzata. La Chiesa propone di ritrovare la rettitudine in una soggettività nuova, non chiusa in se stessa, ma capace di allearsi per costruire la società».

In questa logica, dove si incontra Dio?
«La coscienza che ritrova la propria dignità si situa in un mondo spirituale. È lì che fa l’esperienza del Dio che chiama al bene nel confronto con gli altri, del Dio che si dona nell’amore... senza confusione e senza separazione».
«Avvenire» dell'11 novembre 2011

I nuovi «lager» per gli eritrei

Il reportage (2)
di Paolo Lambruschi
La bambina eritrea ha sei anni e i capelli crespi intrecciati. L’unico gioco che può fare è correre avanti e indietro nel corridoio del carcere di Bir el-Abd, a mezz’ora di autostrada da El Arish. Il suo nome non lo possiamo fare, chiamiamola Dina, vivace nonostante le manchino compagni di gioco, matite per disegnare, giocattoli e il suo unico pasto sia il rancio della galera integrato da latte e biscotti portati da volontari copti.
L’abbiamo incontrata durante un giro in alcune carceri egiziane, dal Sinai ad Assuan, dove sono detenuti almeno 500 eritrei contro la convenzione dell’Onu del 1951 sui rifugiati, cui l’Egitto ha aderito. Uomini, donne e almeno una decina di bambini innocenti, imprigionati per un periodo indefinito come irregolari. Siamo l’unica testata occidentale ad essere entrata per testimoniare cosa accade dietro le sbarre. Le guardie ci lasciano soli con i prigionieri. A nessuno di loro – denuncia Asefasc Woldenkiel, la persona che mi aiuta a tradurre – è stato permesso di presentare domanda di asilo nonostante molti siano in possesso della tessera blu dell’Acnur, quella di rifugiato o di quella gialla, rilasciata a chi presenta domanda di asilo. Né all’Acnur è consentito l’ingresso in queste galere lontane dal Cairo.
Dina non esce mai, gli eritrei non fanno l’ora d’aria. Dorme su un asciugamano buttato sul cemento in una cella lurida con un solo bagno, che in estate deve trasformarsi in un forno, e che divide con la madre e altre 10 detenute eritree, tutte tra i 20 e i 30 anni, fuggite dallo stato-caserma eritreo, da un regime che pare aver trasportato nel ventunesimo secolo la dottrina dei Khmer rossi di Pol Pot. La polizia le ha arrestate quando i beduini le hanno lasciate al confine o le hanno liberate dopo il pagamento del riscatto. Così il mondo di Dina dallo scorso giugno è fatto di guardie carcerarie armate, sbarre e mura di cemento. Vengono tutte dal campo profughi di Sheregab, in Sudan. Un paio sono state rapite dai Rashaida e poi vendute ai beduini che le hanno liberate dopo un riscatto di 25mila dollari pagato dai familiari. Non chiedo di più, i loro occhi raccontano abbastanza. A El Arish ho incontrato altre due detenute ventenni arrestate due settimane prima, dopo tre mesi di sequestro nel deserto e il pagamento del riscatto di 26mila dollari. Mentre mi dicevano che un loro compagno di viaggio era stato ammazzato di botte dai banditi beduini avevano lo stesso sguardo che mi implorava di piantarla.
La mamma di Dina è invece partita volontariamente per Israele, dove clandestinamente vive il padre, ma la polizia le ha fermate con altre sette ragazze, che avevano pagato 5000 dollari ai trafficanti che le hanno poi abbandonate nel deserto. La polizia israeliana le ha quindi arrestate. Li aiuta la solidarietà della chiesa copta che porta loro coperte, abiti, qualche quaderno per scrivere e ha avvisato le famiglie della loro sorte. Il muro è diventato una lavagna di fortuna, per far sognare Dina di essere a scuola. La madre inventa per lei di continuo un mondo di giochi, proprio come Roberto Benigni nella <+corsivo>Vita è bella<+tondo>. «Mia figlia adesso riesce a dormire – spiega Tess, altro nome inventato – ma il primo mese si svegliava urlando. Piange quando le guardie picchiano qualcuno perché non sa come farà a guarire qui dentro». Del loro gruppo facevano parte 30 persone. «Di otto – aggiunge Tess – non abbiamo più notizie, non sappiamo se sono stati uccisi dai beduini o dalla polizia».
Nella cella accanto sono sdraiati 15 giovani eritrei. Provengono dai campi profughi, perlopiù da quelli sudanesi, un paio anche da quelli etiopi. Sono stati rapiti dai predoni beduini nel Sinai, al termine di un viaggio in condizioni durissime. C’è chi ha poi passato un anno in catene prima di trovare i soldi del riscatto, sempre sotto la minaccia di finire nelle mani dei trafficanti di organi.
Hanno assistito a violenze bestiali sulle donne, sono stati torturati, picchiati con sbarre di ferro, bruciati con la gomma fusa. Al termine del calvario, dopo aver pagato i riscatti di 26mila dollari sono stati liberati, ma non sono riusciti ad attraversare il confine perché ridotti a scheletri. Berhame non ha sentito l’alt e si è beccato una pallottola in un femore da uno zelante poliziotto. Ha i ferri piantati nella coscia della gamba sinistra. È immobilizzato sul pavimento di cemento e un pezzo di cartone è tutto quello su cui può appoggiare l’arto ferito. Qui di infermerie non ce ne sono. Nel carcere ci sono in altre due celle altri 18 detenuti eritrei e un paio di sudanesi, tutti seduti per terra su stuoie e asciugamani. Tutti rapiti, schiavizzati, liberati e poi ancora incarcerati senza colpa. Anche qui, ognuno conosce almeno uno o due compagni di viaggio e di sequestro spariti nel nulla tra El Arish e Nakhl. Più tardi, nel carcere di Romani, da una quarantina di eritrei, quasi tutti sequestrati e liberati dopo aver pagato riscatti dai 6 ai 26mila dollari, sentirò ripetere che almeno un terzo dei compagni è sparito.
«Veniamo maltrattati dalle guardie – spiega W. – che ci urlano che dobbiamo andarcene». Ai cristiani è riservata una razione supplementare di botte e gli eritrei si tatuano la croce etiopica sul polso. Quanto resteranno in galera questi dannati della Terra? Il loro futuro è il rimpatrio in Eritrea, in base a un accordo con l’Egitto che ignora il diritto di queste persone di chiedere asilo. L’unica speranza è l’intervento dell’ambasciata etiope che, dopo aver identificato i rifugiati, con un lasciapassare li porti all’aeroporto del Cairo e da lì nei campi profughi del Paese dove sono già presenti 61mila rifugiati eritrei. Un progetto umanitario sostenuto da una rete italiana di buona volontà sta provvedendo a pagare i biglietti aerei. Già 175 persone sono uscite dal carcere in questo modo. Il tempo della visita è scaduto. Mentre si chiudono le porte della galera Dina mi chiede a bassa voce di portarla via, da suo padre.
«Avvenire» del 14 novembre 2011

Tratta di uomini e di organi

Il reportage (1)
di Paolo Lambruschi
«Di incontrare i predoni beduini non se ne parla proprio», dice il contatto, l’uomo che con loro ha lavorato per anni da El Arish. Qualche giorno fa c’è stato uno scontro a fuoco con la polizia, e troppi media si stanno interessando alla vicenda degli ostaggi nel Sinai. Sono loro, però, la chiave per capire i misteri del Sinai, quanti sono attualmente i rapiti e dove è finita parte degli eritrei, quella che non riposa fuori dal cimitero di El Arish.
Secondo un agghiacciante lancio dell’agenzia di stampa palestinese Ma’an, l’azione dei trafficanti di organi sul confine tra Egitto e Israele è stata denunciata già a settembre da un profugo eritreo sfuggito ai suoi sequestratori beduini. L’uomo aveva denunciato l’uccisione dei suoi compagni dopo che era stato preso loro il denaro e asportati gli organi. I corpi erano stati gettati nei bagagliai delle auto dei predoni.
Che in Egitto fiorisca un mercato clandestino di organi è noto. Lo scorso giugno è stata approvata una legge che lo contrasta, ma nel 2010 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito il Paese un hub – uno snodo – per il traffico verso il mondo arabo, classificandolo nei primi cinque Stati attivi in questo immondo mercato. Giudizio aggravato per il 2011 dal Dipartimento di Stato americano, che lo ha portato al terzo posto. Nel deserto il business milionario dei sequestri si sarebbe così saldato con quello altrettanto florido degli organi umani a spese degli africani. Il rischio è infatti pari a zero, le ambasciate dei Paesi di appartenenza non reclamano per la sparizione di disperati privi di documenti, e la polizia egiziana non interviene. I predoni, dal canto loro, si sono ben guardati dal rapire occidentali.
Parte degli introiti del mercato nero dal Sinai prende probabilmente la strada del Cairo, altri finanzierebbero il terrorismo islamico. Ma qui la pista diventa troppo intricata, difficile separare le responsabilità criminali in un Paese dove è alto il tasso di corruzione anche nelle forze dell’ordine, indebolite dalla rivoluzione, che nel deserto non intervengono troppo.
I dati confermano comunque che i due luridi mercati, uomini e organi, si alimentano. I sequestri, infatti, continuano. Sono almeno 500 le persone in ostaggio da settembre dei rapitori che hanno creato un triangolo della morte nel deserto della Bibbia. Dopo un anno di indagini da parte delle organizzazioni umanitarie, che hanno pazientemente raccolto le testimonianze delle vittime, sono noti persino i nomi dei mercanti di uomini e dei loro complici eritrei che attirano i profughi in trappola e riscuotono i ricatti via money transfer.
E sono stati trasmessi sia alla polizia israeliana sia a quella egiziana, ma senza esito.
«Dopo 12 mesi – spiega don Mosè Zerai, il sacerdote cattolico eritreo che vive a Roma – il flusso di migranti che vanno volontariamente sulla rotta del Sinai è diminuito. Però i riscatti sono aumentati, da qualche mese vengono chiesti 26 mila dollari per ostaggio».
Da Stoccolma la giornalista eritrea Meron Estefanos lancia da luglio un nuovo allarme: «I Rashaida rapiscono gli eritrei fuori dai campi profughi di Shegarab, in Sudan. Poi li vendono ai beduini in Egitto. Li scelgono tra i più giovani, temiamo che chi non possa pagare sia rivenduto ai trafficanti d’organi».
Dall’altra parte del confine Sigal Rozen, avvocato e attivista israeliana per i diritti umani dell’associazione Hotline for Migrant Workers di Tel Aviv, ha raccolto migliaia di testimonianze di eritrei in due anni. Ecco cosa ha concluso: «Non è vero che nel traffico d’organi finisca solo chi non paga il riscatto. Ci sono ragazze giovani e carine segregate per mesi anche dopo i pagamenti solo per continuare a stuprarle. E molti giovani uomini le cui famiglie hanno pagato spariscono senza aver mai contattato i loro cari. Probabile che dopo aver incassato il denaro i beduini li abbiano comunque scelti per l’asportazione di fegato, reni e cornee moltiplicando così i guadagni, e poi li abbiano uccisi».
Le gang più note fanno capo ai palestinesi Abu Khaled e Abu Ahmed, ma secondo le testimonianze dei superstiti, il più crudele e sadico è Abu Abdallah, arrestato in maggio dalla polizia egiziana e subito liberato: un beduino 40enne padre di otto figli, originario di Mekleh vicino a Nahkhab che agisce con il fratello, noto come Abu Musa. Di costoro sono conosciuti persino i cellulari, eppure sono liberi di girare sulla rotta del traffico che va da Aswan a Rafah.
I predoni beduini hanno chiuso i canale, mi dice il contatto di El Arish. Alla Cnn un leader della tribù beduina Sawarka, una delle più grandi nel Sinai, ha ammesso il traffico di persone e le violenze, e ha puntato l’indice su «alcune canaglie» del clan.
Un altro capo della tribù Tarabin ha riconosciuto il traffico con i Sawarka, spiegando che «su 150mila beduini riguarderebbe 50 persone». Anche lo sceicco del clan Tihi ha parlato in un filmato trasmesso a fine ottobre dall’emittente privata egiziana Channel 25 e girato a Nekhel, nel cuore del Sinai. Anche questo video è rintracciabile su YouTube. Mostra le fosse comuni con i cadaveri calcinati di africani privi di organi, dissanguati e poi strangolati. Il video mostra i resti di un accampamento, e poi farmaci, lacci emostatici. E documenti bruciacchiati di eritrei. Il capo beduino fa il nome del trafficante d’organi: è Solomon Abdallah, alias Abu Abdallah.
Probabilmente per smarcarsi i predoni beduini hanno rilasciato mercoledì 600 persone alla frontiera con Israele, secondo l’Acnur. Un fatto senza precedenti: i rilasci sono sempre avvenuti a piccoli gruppi. Non si sa quanti siano attualmente i prigionieri, ed è presto per dire se il clamore mediatico abbia interrotto lo spregevole mercato.
Il filmato di Channel 25 riporta – scritti nella lingua ge’ez usata dalla Chiesa cattolica eritrea – i nomi di alcuni prigionieri scritti sulle rocce, poco lontano dal luogo dove, di lì a poco, avrebbero trovato la morte più orribile. I nomi di questi cristiani uccisi come bestie sono Kibrom, Wedi Teyki, Almaz, Nazu, Yerus Wehatila, Feven, Ephrem, Eyob, Tsgum Dbarwa, Yonas. All’Occidente e alla sua coscienza addormentata nulla importa di loro, ma la diaspora eritrea li ricorda oggi con una fiaccolata in molte città.
Abbiamo visto dove sono finiti gli eritrei morti nel Sinai, partiamo ora a cercare i sopravvissuti nelle galere egiziane, da El Arish fino ad Aswan.
«Avvenire» dell'11 novembre 2011

Quel ventenne del Web

Nel 1991 l’invenzione che ha trasformato Internet. E l’ha reso simile a noi
di Giuseppe Romano
Sembra incredibile, ma è così: già vent’anni di World Wide Web. La ragnatela digitale – il "www" che precede ogni indirizzo di sito Internet – sta festeggiando se stessa nel segno del suo fondatore, Tim Berners-Lee: sir Tim (la regina Elisabetta l’ha ringraziato insignendolo del titolo) è stato a Roma in questi giorni nell’ambito di una kermesse celebrativa affollata di filosofi, economisti, esperti tecnologi.
«Let’s web serve humanity», il web al servizio dell’uomo, è stata la frase-simbolo dell’evento. Giorni fa la banca d’affari Morgan Stanley aveva annunciato che quest’anno le vendite di "telefoni intelligenti" – gli smartphones – e dei tablet – vale a dire iPad e affini – supereranno quelle dei personal computer. L’era del pc sarebbe già al tramonto. Possibile? L’era digitale è abbastanza immateriale da macinare uno strumento dopo l’altro: staremo a vedere se le magiche tavolette elettroniche che stanno dilagando soppianteranno davvero desktop e laptop, computer da tavolo e portatili.
È comunque certo che il Web "vuole" essere consultato in maniera sempre più semplice e mobile. Sbaglieremmo, tuttavia, se concentrassimo l’attenzione sugli aspetti materiali. Questi vent’anni di Web mostrano che a essere superato è proprio il "mondo dei tecnologi", composto da quelli che il guru di Internet Jaron Lanier in un libro recente ha definito «gadget»: la galleria infinita di oggetti che si susseguono e si scavalcano a ondate incessanti, appena sfornati e subito vecchi.
«Tu non sei un gadget», è la replica di Lanier (inventore del termine «realtà virtuale»): se l’uomo si affida al ritmo delle macchine, diventa macchina anche lui. Quello che dovrebbe importarci è piuttosto ciò che succede a noi quando usiamo gli strumenti tecnologici. Se un uomo o una donna non può fare a meno di guardare il suo cellulare cento volte al giorno, anche mentre mangia o parla col fidanzato, quella persona ha un problema. Ugualmente, un bambino che passa ore a smanettare con i videogiochi ha un problema. Problemi umani e familiari, non tecnologici. Le tecnologie invecchiano, lasciano il posto ad altre che meglio raggiungono gli scopi prefissati.
Un merito di Steve Jobs – che per questo è compianto da molte persone, e non solo da tecnologi – è stato avere materializzato idee, ovvero immaginato strumenti che risolvevano le attese di tanti. L’iPod è solo uno strumento tecnologico, o piuttosto quel modo per ascoltare musica di cui non vedevamo l’ora? E lo stesso accade con l’iPad, che rende trasportabili e immediati un sacco di gesti umani, dal leggere un libro a prendere un appunto. Certo, tre giorni di blackout europeo del sistema Blackberry – com’è accaduto di recente – hanno insegnato a migliaia di manager che la tecnologia può tradire.
Sembra però preferibile l’idea che se ci abituassimo di tanto in tanto a zittirli volontariamente (magari perché rispettiamo l’interlocutore che, seduto di fronte a noi, ci sta raccontando le sue faccende) peserebbero meno gli inevitabili guasti tecnici. E, forse, coglieremmo con più preoccupazione quei problemi – umani – che sono connessi all’uso scriteriato e passivo della tecnologia: i deficit percettivi e di attenzione, i tic compulsivi, le "evasioni elettroniche" che fanno riscontro all’abbandono affettivo nelle famiglie (ma anche in tanti single).
È pur vero che usare il computer e i suoi derivati ci sta cambiando la testa, e ancor più ai bambini che ci sono nati in mezzo. Resta da dimostrare se in tutto ciò prevalga l’aspetto positivo o quello negativo, ma soprattutto se sia ineluttabile e se sia frutto di nuovi equilibri, piuttosto che di vecchi squilibri. Ma non diamone la colpa alla tecnologia: l’abbiamo fatta noi per noi stessi, e ci assomiglia sempre di più. Buon compleanno, Web.
«Avvenire» del 15 novembre 2011

Il primo uomo? È nato «religiosus»

Yves Coppens
di Roberto Beretta
Prima religiosus, dopo – solo dopo – sapiens. I «laici» si mettano pure seduti: l’uomo è nato con l’istinto del sacro e niente lo potrà cambiare, almeno fino al prossimo livello dell’evoluzione... Parola del francese Yves Coppens, 77 anni, uno dei maggiori paleoantropologi del mondo: lo scopritore di «Lucy», per dirlo in una parola, cioè lo scheletro dell’ominide più antico finora conosciuto. Oggi a Milano Coppens – di cui Jaca Book pubblica come strenna La preistoria dell’uomo, composito e illustrato cofanetto dedicato ai piccoli lettori – partecipa alla Cattolica al seminario internazionale «Il Vento, lo Spirito, il Fantasma», organizzato dall’Archivio «Julien Ries» per l’antropologia simbolica; titolo della sua relazione: «Non c’è uomo senza simbolo».

Professor Coppens: è nato prima l’uomo o prima il simbolo?
«Sono nati contemporaneamente. Non si può pensare che il simbolo sia arrivato dopo l’uomo; e d’altra parte l’uomo è fin da subito un essere simbolico».

Ci spieghi allora com’è avvenuto.
«Nell’evoluzione dell’uomo si riconoscono tre fasi successive. La prima, 70 milioni di anni or sono, avviene con la visione frontale (prima gli occhi erano laterali), che offre la profondità delle tre dimensioni e la percezione dei colori. Il secondo stadio – siamo a 10 milioni di anni fa – arriva con la posizione eretta, quando l’antenato dell’uomo innalza per la prima volta lo sguardo all’orizzonte e al cielo. La terza tappa si verifica circa 3 milioni di anni fa, in seguito a un violento cambiamento climatico che modifica radicalmente il volto della Terra nel senso di un ambiente molto più secco e con la scomparsa delle foreste a vantaggio di savane e steppe; per superare questa difficoltà materiale alla sopravvivenza, gli animali fanno crescere i denti (che servono a brucare meglio l’erba) mentre il cervello degli ominidi supera una soglia di complessità che lo porta a un livello quantitativo e qualitativo superiore. Il pre-umano si trasforma nell’umano».

E il simbolo?
«Viene di conseguenza. L’australopiteco Lucy usava le pietre per quello che erano; ma quando l’uomo – per vincere il cambiamento climatico – sviluppa la testa, prende due sassi e col secondo modifica la forma del primo. Nasce l’idea. C’è un progetto che riguarda il futuro. Ecco: il primo oggetto fabbricato dall’uomo è già un simbolo sacro. D’altronde, quando vedo i popoli nativi ed osservo che i loro gesti sono tutti rituali, non posso pensare che non sia successo lo stesso con l’uomo primitivo».

Dunque la prima idea è nata insieme al senso del sacro?
«Sì. La percezione della forma è già la comprensione di qualcosa di sacro».

Lucy invece non poteva avere simboli, e dunque nemmeno un senso religioso...
«No, non credo. Nel corso del tempo la modificazione di alcuni dati fisici ha permesso l’emergere dell’homo religiosus».

Un’affermazione che ha notevoli corollari. Per esempio: il pensiero dev’essere per forza «sacro»?
«Certo. Il cambiamento progressivo che ha permesso all’uomo di sviluppare delle idee, gli ha fornito anche la possibilità di percepire qualcosa d’altro: l’avvenire, il passato. Uno sguardo sull’infinito e insieme dentro di sé».

I «laici» non ci resteranno bene...
«Non credo che esista davvero una reale laicità se non come un’altra maniera di pensare il sacro. L’uomo è irrimediabilmente simbolico, almeno in questo stadio dell’evoluzione; e in questo non vedo differenza d’essenza tra il primo uomo e noi, se non nel progresso e nell’affinamento del pensiero».

Azzardiamo un po’: è in quell’istante di passaggio tra l’ominide e l’uomo che si può collocare, in una prospettiva evoluzionista cristiana, l’istante della creazione?
«Questo devono dirlo i teologi, non è il mio mestiere. Io mi limito a osservare i dati sul campo e a constatare il momento di passaggio di una soglia. Certo qualcosa in quel momento è successo: l’uomo non è stato più il pre-uomo che era prima. Non so se questo sia l’attimo della creazione, però una volta ricordo di aver sconcertato il cardinale Jean-Marie Lustiger, il defunto arcivescovo di Parigi, affermando: "Più le cose si spiegano in modo naturale, meglio è per il soprannaturale!"...».

Oggi lei esaminerà dal punto di vista del paleoantropologo il simbolo del vento, dello spirito: un segno importantissimo in tutte le religioni. Che cosa dirà?
«Il vento per l’uomo primitivo è come il cielo: un fenomeno che rappresenta qualcosa che proviene da un altro mondo. Inoltre parla, soffia, urla... È il segnale di una presenza. Fa paura ma è anche un compagno. In modi diversi, insomma, è una presenza insieme inquietante e confortante, una minaccia e una carezza. È l’inferno e il paradiso».
«Avvenire» del 15 novembre 2011

L'avversario sconfitto va rispettato

Insulti discutibili, non belli e politicamente poco lungimiranti
di Aldo Cazzullo
Cazzullo risponde alle critiche sull'articolo del 13 novembre sulle manifestazioni contro Silvio Berlusconi
Devo una risposta ai tantissimi lettori che mi hanno scritto per esprimere apprezzamento o critiche al commento sulla «gazzarra senza coraggio» uscito domenica sul Corriere della Sera. Ringrazio tutti, ma ovviamente mi interessano di più le critiche. Purché educate e in buona fede, escludendo quindi quelle del Fatto Quotidiano. Il meccanismo con cui si muove Travaglio ormai è chiaro: il suo è il profilo professionale di un buon cronista della giudiziaria di Torino, divenuto personaggio e poi star presentando tutti gli altri, in particolare chi sulla legalità non ha idee molto diverse dalle sue, come servi, a maggior gloria dell'unico Puro, con un tono e un linguaggio che neanche Sallusti. Ai lettori rispondo invece che non è in discussione il giudizio sul berlusconismo. Il mio è agli atti di questi diciassette anni, e non è certo il caso di improvvisarlo adesso.
Né è in discussione il diritto di festeggiare. Io stesso sono sollevato al pensiero che Berlusconi non sia più presidente del Consiglio. Ma un conto è festeggiare a casa propria, o nelle piazze e magari intonare l’Alleluja; un altro è andare davanti al Quirinale o sotto casa sua a insultarlo. C'ero, sotto Palazzo Grazioli; e l'atmosfera non mi è piaciuta. A maggior ragione quella che si respirava a tarda sera, quando la polizia ha dovuto bloccare l'intera zona, impedendo ai romani e ai turisti di circolare liberamente di sabato nel centro della capitale. Nulla di drammatico, per carità. Ma era una giornata particolare. Le scene di dileggio non vanno enfatizzate. Ma non è giusto neppure fare finta di nulla.
Credo che il rispetto per l'avversario sconfitto sia sempre un valore, a maggior ragione se l'avversario non ha avuto rispetto per me. Berlusconi poi non è stato sconfitto in un voto elettorale, e neppure in un voto parlamentare; anzi, la sinistra gli sta chiedendo di sostenere insieme un governo di larghe intese, in un momento delicatissimo, con l'Italia sull'orlo del crollo finanziario. Andare sotto casa sua a fargli il gesto dell'ombrello mi pare discutibile sul piano morale, poco bello sul piano estetico e poco lungimirante sul piano politico. L'antiberlusconismo per me è Antonio Tabucchi che pubblica Sostiene Pereira nel '94. E' Oscar Luigi Scalfaro che rifiuta di nominare Previti ministro della Giustizia. I gesti dell'ombrello sotto casa di un premier dimissionario li lascio volentieri ad altri.
Ps: agli amici della comunità gay e trans che protestano per la battuta su Luxuria «vestito da donna», contrapposto al cilicio della Binetti, rispondo che con Vladimir ci siamo scritti e spiegati. Era, appunto, chiaramente una battuta, per sottolineare l'eterogeneità della coalizione del 2006. Non era assolutamente mia intenzione offendere Luxuria, che conosco e stimo da anni, né altre persone, i cui diritti ho sostenuto e sostengo.
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2011

15 novembre 2011

Se ridere è una cosa seria

Il comico? Ispira l’arte, scarica le tensioni (personali e sociali), fa bene al fisico. Ecco le prove. Da Aristotele ai vignettisti più cinici
di Daniele Abbiati
Una vera e propria incazzatura no, ma un po’ d’irritazione la susciterebbe, in Platone, sapere che per milioni di liceali di tutto il mondo lo studio della filosofia comincia con una sua barzelletta contenuta nel dialogo Teeteto. Riguarda Talete, abitualmente presentato per primo tra i filosofi presocratici, ed è lo stranoto episodio che vede il milesio cadere in un pozzo ed esser preso in giro da una servetta: «Ti preoccupi tanto delle cose che stanno in cielo, però non vedi dove metti i piedi». S’irriterebbe, il più brillante allievo di Socrate, poiché lui il riso non lo sopporta: nella sua Repubblica ideale non ha cittadinanza. Come Platone più o meno la pensano Protagora, Epitteto, la Bibbia, le regole monastiche medievali, Hobbes e i puritani: la vita bisogna tenersela stretta, e chi ci scherza sopra la butta via.
Secondo John Morreall, autore di Filosofia dell’umorismo (Sironi), Platone e Hobbes sono fra l’altro i principali esponenti della «teoria della superiorità»: chi ride, lo fa essendo convinto della propria superiorità rispetto alle cose e alle persone di cui si burla. Teoria successivamente chiosata dal buon Henri Bergson, autore, detto per inciso, della più densa (e divertente) opera filosofica sull’argomento: Il riso. È vero, dice Bergson, ma a chi si prende gioco della «rigidità meccanica» che domina ampi segmenti dell’esistenza va tutta la mia solidarietà.
Alla «teoria della superiorità», colpevolista e seriosa, fa da contrappeso quella «dell’incongruenza». A sostenerla e diffonderla sono, stranamente, tre pensatori spesso accusati d’essere troppo musoni: l’ultra-razionalista Kant, il pessimista Schopenhauer e il confessionale Kierkegaard. Ma soprattutto il figlio degenere del platonismo, Aristotele. Ricordate il casus belli de Il nome della rosa? Nella plumbea abbazia i monaci muoiono come mosche attirati dal fantomatico secondo libro della Poetica dello Stagirita, quello che tratterebbe, dopo i generi della tragedia e dell’epica, la commedia: cioè il riso. Ebbene, ad Aristotele&Co. la commedia piace assai non tanto per gli sghignazzi che suscita, ma perché accresce le esperienze umane. Infatti, come funziona la nostra mente? Per modelli appresi. E che cosa fa la commedia, il comico? Determina «slittamenti cognitivi», come li chiama Morreall, cioè esercizi giocosi disinteressati dall’aut-aut «o combatti o scappi» del dovere, e rivolti al piacere. In ciò la commedia e il riso sono in buona compagnia: anche tutte le forme di arte si muovono in quest’ambito di gratuità. Cicerone sottoscrive dalle pagine del De oratore.
Poi ci sarebbe anche la terza teoria, quella «del sollievo»: ridiamo per gli scampati pericoli reali o immaginari, e nel far ciò scarichiamo la tensione. Abbracciata da Shaftesbury, Spencer e Freud, il quale la appende al gancio multiuso della libido, fisiologicamente è perfetta: forse il riso non farà buon sangue, ma la medicina assicura che è amico di muscoli, nervi e cuore. Però è troppo riduttiva, e l’autore la scarta come una «concezione idraulica» del nostro cervello.
In effetti, trovare l’equilibrio fra cuore e cervello non è impresa da poco. «Questo mondo - afferma Horace Walpole - è una commedia per quelli che hanno cervello, ma una tragedia per quelli che hanno cuore». E ancora Bergson avvalora tale convinzione, dicendo che l’umorismo richiede «un’anestesia momentanea del cuore». Tuttavia, per iscriversi al partito del riso non basta mettere una firma sotto il motto Take it easy. Troppo facile. Ridere consapevolmente e non come degli idioti, è una cosa seria. Sviluppa il pensiero critico, chiede di mettere fra parentesi i propri interessi particolari, di aver pazienza, coraggio, rispetto per l’altro. Del resto, se le cose andassero sempre bene, non si riderebbe più. Twain e Nietzsche hanno davvero poco in comune, ma al proposito la pensano allo stesso modo. «In Paradiso non si ride», sostiene il primo, mentre per il secondo gli uomini sono gli unici animali che ridono perché sono quelli che soffrono davvero.
Infine, la natura proteiforme e libertaria del riso gli consente di essere buono anche quand’è cattivo, altruista quand’è cinico, costruttivo quando mena bastonate a destra e sinistra. Avviene con la satira (quella autentica), infiltratasi con arguzia nelle pieghe di ogni civiltà, dribblando le leggi non scritte del costume e della morale, fino a sbeffeggiare persino la morte. Nelle vignette dell’islandese Hugleikur Dagsson, scorrettissime e bellissime (Cazzo ridi?, Isbn) c’è molta filosofia. Perché, niccianamente, incidono con il bisturi dell’ironia i bubboni dolenti e li fanno scoppiare. Dal ridere.
«Il Giornale» del novembre 2011

Tasse e crescita: i dogmi della sinistra

Luca Ricolfi demolisce vecchi pregiudizi e indica la retta via Ma la cultura progressista non è pronta al cambiamento...
di Dino Cofrancesco
Assieme ad Angelo Panebianco, a Piero Ostellino e a pochi altri, Luca Ricolfi sembra un sopravvissuto di una scuola di pensiero che, nel nostro paese, sembra in via di estinzione, anche se tutti, a destra e a sinistra, si richiamano ai classici del liberalismo. Certo spesso gli capita di ribadire il suo collocarsi a sinistra ma la lettura dei suoi articoli e saggi, e specialmente del suo ultimo, magistrale, libro La Repubblica delle tasse. Perché l’Italia non cresce più (Rizzoli) lascia l’impressione di un critico implacabile dell’antropologia culturale della sinistra italiana. Ricolfi ne ha anche (e come!) per il centrodestra, e soprattutto per la sua componente leghista, ma a dettare la sua ostilità al governo Berlusconi è una speranza delusa, non un pregiudizio «razziale».
«La colpa più grande di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia». In questo suo motivato convincimento, Ricolfi si pone in netta antitesi con la cultura egemone nella sinistra intellettuale italiana - la cultura di Repubblica e di MicroMega etc. - la quale ritiene che in Italia la democrazia sia in pericolo, dacché un nuovo ducetto mediatico ha inferto un duro colpo alla libertà dell’informazione, all’autonomia della magistratura, all’assetto istituzionale.
Sennonché, se mette a fuoco, in maniera impietosa, gli abiti mentali e la falsa coscienza delle (varie) sinistre italiane, sembra poi stranamente non rendersi conto che con le sue idee, in politica e in economia, s’è rotto i ponti alle spalle, essendo andato ben oltre il revisionismo e lo stesso riformismo di un tempo.
Per Ricolfi, infatti, il benessere economico e il progresso civile di un popolo si giocano sul piano della crescita e dell’aumento della produttività in un’economia capitalistica di mercato, non su quello di un’equa distribuzione del prodotto sociale. «Il fattore decisivo non è la pressione fiscale complessiva, che può benissimo essere alta se esiste un generoso Stato sociale, bensì la pressione fiscale sui produttori, a partire dalla regina di tutte le tasse, ossia l’imposta societaria». In quest’ottica, vengono colpiti a morte non pochi pregiudizi interessati, sottesi a misure come l’abbattimento del debito pubblico, la lotta contro gli evasori, le riforme burocratiche, l’abolizione dei privilegi della «casta». Quelle misure corrispondono certo a esigenze e a valori profondamente sentiti dalla società civile ma non sono, di per sé, risolutive. «Pensare che il debito pubblico si possa abbattere senza crescita, semplicemente azzerando il deficit, è già alquanto azzardato, ma pensare che la crescita possa ripartire con questo livello di pressione fiscale sui produttori lo è forse ancora di più». In particolare, per quel che riguarda l’evasione fiscale, si rileva trattarsi di un «mostro» che «non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quanto la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa a un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro». A quanti, commentatori economici e professionisti della politica, non vogliono vedere che «i paesi che crescono di più non sono quelli con la pressione fiscale aggregata più bassa, ma quelli che hanno i migliori servizi e le imposte societarie più basse», piace trastullarsi con la retorica delle riforme ma queste, senza una crescita di almeno il 2%, daranno solo più potere ai politici incaricati di porre mano alle sempre nuove istituzioni dello «stato sociale».
Un discorso ineccepibile, che, però, dà l’impressione di sottovalutare i fondamentali della «democratie en Italie». Quest’ultima è rinata, dopo la parentesi fascista, da due political cultures, la cattolica e la marxista, che hanno fondato la Repubblica «sul lavoro» equiparando, sostanzialmente, diritti civili e politici, da un lato, e «diritti sociali», dall’altro. Nelle vecchie società liberali, come nei paesi poveri, «il benessere non è considerato un diritto» e il mercato del lavoro allineava i salari alla produttività: il «diritto al lavoro» (diritto sociale) non vanificava la libertà d’impresa (diritto civile). Da noi, «se Tremonti e Berlusconi avessero agito in tempo e con il rigore richiesto dalla situazione, opposizione e parti sociali li avrebbero massacrati». Il dramma, caro Ricolfi, è proprio questo.
«Il Giornale» del 14 novembre 2011

Povera democrazia, svuotata dai tecnocrati

Chissà cosa direbbe Pericle nel vedere la sua amata e tanto deturpata democrazia violentata da quattro professori
di Marcello Veneziani
Ma che succede alla democrazia? È ancora una priorità assoluta, un bene primario da tutelare, oppure sta lentamente ma inesorabilmente declinando? Lo dico guardando a quel che accade in Italia, col Parlamento che si arrende alla Borsa e abdica alla sovranità politica in favore di quella tecnico-economica, invocando un premier che il popolo sovrano non ha mai votato. Ma il processo è più grande e più profondo, e non riguarda solo la traballante democrazia italiana e le sue anomalie. Percorre le democrazie occidentali, mai come oggi dipendenti dai mercati e delle banche centrali.
Un tempo si sosteneva che Democrazia e Mercato fossero un binomio inscindibile. Non c’è libero mercato senza democrazia liberale, e viceversa, non c’è democrazia liberale senza libero mercato. Questa era la tesi liberale prevalente. Ma l’identificazione non è così pacifica e così automatica: abbiamo visto regimi autoritari, la Cina dopo Mao, ancora comunista ma semi-liberista, ma anche il Cile di Pinochet, un regime autoritario con una linea economica liberista ispirata da Milton Friedman, e poi i regimi sauditi e alcuni latino-americani, dove il Mercato è garantito da regimi illibertari. Mao-thatcherismo, mercatismo islamico, liberismo paramilitare...
Nei Paesi occidentali crescono gli oligopoli, i poteri delle multinazionali, il dominio del mercato finanziario sul mercato dei beni reali. E gli assetti transnazionali, a cominciare dall’Europa, tendono inesorabilmente, sotto il tambureggiare delle crisi economiche e delle emergenze finanziarie, a ridurre le sovranità popolari e nazionali, a commissariare i Paesi che non si adeguano alle direttive, lasciando in definitiva ai tecnici, agli eurocrati e alle banche centrali il ruolo di guida. E intanto continua a restringersi nelle democrazie occidentali la partecipazione dei cittadini alle scelte, al voto e alle idee politiche; cresce da anni l’astensione, la disaffezione.
Che succede, sta tramontando la democrazia? Le emergenze che si affacciano nel futuro, legate all’ambiente, all’energia, alla Borsa, alla salute, alla sicurezza, ai flussi migratori, esigono decisioni rapide, talvolta autoritarie e spesso impopolari. O diventano sontuosi alibi per giustificare il restringersi della libertà nel nome della sicurezza. La democrazia rischia così di essere commissariata tramite golpe bianchi e dorati, magari provvisori, ma le emergenze sono così molteplici e consecutive da rischiare di cronicizzarsi e di esigere governi che usino la democrazia come un rivestimento.
Non si tratta di evocare congiure di poteri oscuri e dietrologie pittoresche. E non si tratta nemmeno di assestarsi a difendere ad ogni costo la sovranità popolare; la democrazia non è un valore assoluto, un principio teologico. È semplicemente la forma che ci pare la meno dannosa di tutte, perché consente di rimediare agli errori, di avvicendare chi è al potere e di rendere il più possibile trasparenti le decisioni e gli assetti di potere. Non esistono governi dei popoli, tutti i governi sono governi dei pochi; la vera differenza è che ci sono governi dei pochi nell'interesse dei molti e governi dei pochi negli interessi di pochi. Ci sono poi decisioni rapide e impopolari che non possono passare dal dalle mediazioni e dal Parlamento: ad esempio dimezzare il numero dei parlamentari per migliorare il tessuto stesso della democrazia (oltre che i costi della politica) è un’esigenza vera ma non potrà mai essere varata dal Parlamento medesimo. E allora cosa resta da fare? Resta da porre l’accento sull’autonomia sovrana dell’esecutivo, garantire governi meno ricattabili e meno dipendenti dai parlamenti, garantiti per la legislatura, con un mandato forte e ampio, revocabile solo in caso di grave pericolo. Governi che rispondono del loro operato in ogni sede, ma solo alla fine del mandato politico ricevuto. Non conosciamo altra soluzione per garantire stabilità, efficienza e decisione, senza cadere in soluzioni antidemocratiche.
La tendenza verso cui stiamo andando, e qui torno al caso italiano, è esattamente opposta: i parlamenti possono impallinare i governi ma poi non offrono governi alternativi e dunque consegnano la sovranità a poteri che non sono legittimati democraticamente e non rispondono ai cittadini medesimi. E poi, in Italia, senza avere un presidenzialismo eletto dal popolo, abbiamo un presidenzialismo implicito, sotto traccia, con un Capo dello Stato elevato a regista dei ribaltoni politico-istituzionali. Fino a sospendere la democrazia e svuotare la sovranità popolare.
A questo punto la democrazia va blindata con una corazza a due strati, decisionista e comunitaria: ovvero un presidenzialismo esplicito, decisionista, autorevole, con ampi poteri per tutto il mandato ricevuto; e sul piano della coesione sociale una democrazia comunitaria che tutela e promuove i valori e gli interessi comuni.
Sul piano dei principi le fonti del potere sono tre: la maggioranza, l’esperienza e la competenza. Ovvero il verdetto del voto popolare (democrazia), l’esperienza della storia, il patrimonio acquisito e le usanze di una civiltà (tradizione) e il ruolo dei decisori (élite e capi responsabili). Una buona politica regge sull’equilibrio tra queste tre fonti di potere; le singole decisioni sono assunte nel nome di almeno una delle tre fonti, a patto che non siano contraddette dalle altre due. Questa è la teoria; la buona pratica è ciò che meno si allontana da quei principi. La guida dell’Europa presente, e dell’Italia in particolare, è lontana dalla sua triplice legittimazione. Solo oligarchie e poteri autoreferenziali. Ma i poteri non democratici crescono non solo per la loro forza espansiva ma anche per la debolezza della politica. Quando la politica non ha la forza della decisione e il carisma della comunità, quando non interpreta bisogni reali e passioni civili e ideali, allora cede il passo ai Tecnici. Rigenerare la politica è l’impresa difficile dei prossimi anni.
«Il Giornale» del 14 novembre 2011

Responsabilità collettive della crisi

di Irene Tinagli
I grandi festeggiamenti che hanno accompagnato l’uscita di scena di Silvio Berlusconi fanno molto pensare. Si sente parlare di liberazione nazionale, come se fosse caduto un dittatore che da solo ha rovinato un Paese intero. Eppure quest’uomo che oggi nessuno, neppure tanti suoi alleati, pare abbia mai voluto, è stato votato non una ma ben tre volte dagli italiani. Tra l’altro l’ultimo suo successo risale alle amministrative del 2010, poco più di un anno fa, già in piena crisi economica e dopo vari scandali. Dimenticarsi questo dettaglio impedisce di fare un’analisi profonda del Paese e di operare una corretta distribuzione di responsabilità, sia rispetto a chi lo ha supportato così a lungo sia nei confronti di chi, avversandolo, non ha evidentemente saputo offrire agli italiani un’alternativa più convincente.
C’è un altro aspetto che molti sembrano dimenticare nell’agitazione euforica di questi giorni. Ovvero la responsabilità non solo individuale ma collettiva della situazione economica attuale. È verissimo: oggi Berlusconi lascia un debito pubblico al 120%, una disoccupazione giovanile quasi al 30%, un tasso di attività femminile fermo al 46%, nonché un Paese ancora ostaggio di burocrazia, sprechi e corruttele.
Ma la disoccupazione giovanile era già un problema quindici anni fa: per quasi tutti gli Anni Novanta è stata attorno al 30%; così come il debito già in quegli anni aveva raggiunto e superato quota 120, per non parlare dei problemi cronici relativi all’occupazione femminile, alla burocrazia e agli sprechi. Insomma, più che di aver creato certe situazioni, questo governo ha la responsabilità (enorme) di non averle affrontate con sufficiente serietà, incisività e coerenza. E per quanto sia giusto e naturale che la responsabilità di questo fallimento ricada per primo su chi questo governo l’ha formato e guidato, sarebbe un errore ignorare che alla radice di questo fallimento c’è una responsabilità che va oltre quella personale di Berlusconi. Molte delle misure e riforme che sarebbero state necessarie in questi anni, e che sono contenute nella famosa lettera della Banca Centrale Europea (pensioni, lavoro, liberalizzazioni degli Ordini e dei servizi pubblici etc.), sono state aspramente osteggiate sia all’interno del centro-destra che del centrosinistra, vedendo più di una volta schierati sullo stesso fronte sia alcuni dei più fedeli alleati di Berlusconi, come Bossi, che i suoi storici nemici, come Di Pietro o Vendola. Senza contare che iniziative legislative come quella per l’abolizione delle province o dei vitalizi sono state bocciate con voto quasi unanime dei parlamentari di entrambi gli schieramenti.
È importante ricordarsi queste dinamiche, perché sono le stesse che in passato hanno frenato e fatto cadere anche altri governi. E continueranno a frenare l’Italia se ogni volta crediamo di risolvere tutto attribuendo responsabilità o poteri salvifici a singoli individui dimenticando queste responsabilità collettive. Un atteggiamento che ci condannerà a rivedere sempre lo stesso film e a non riuscire mai ad aprire una stagione veramente nuova. La vera sfida di Monti sarà proprio questa. Non solo riallineare l’economia italiana, ma anche le numerose e divergenti voci che hanno finito per sfibrare il tessuto sociale e la cultura politica del Paese. Un compito che richiederà la capacità di parlare non solo ai mercati internazionali ma agli italiani, riaprendo un canale di comunicazione onesto, chiaro, e coerente con i cittadini, capace di ricreare fiducia senza però cadere in tutte le facili demagogie che hanno reso i partiti prigionieri di se stessi e incapaci di dare al Paese la guida lungimirante di cui aveva bisogno. Un compito difficile, ma, speriamo, non impossibile.
«La Stampa» del 14 novembre 2011

Niente festa, siam cazzulli

Questo blog per la prima volta sfida il ribrezzo di citare il "Fatto quotidiano" per riportare queste righe (chiamarlo articolo mi sembra troppo, perché Travaglio più che scrivere, urla senza ragionare) per invitarti a capire fino a dove può condurre la cecità ideologica. Sono gli stessi che hanno inneggiato alla libertà di pensiero davanti alla devastazione di Roma da parte degli 'studenti' a dicembre 2010 e degli 'indignati' del mese scorso. Finché in Italia ci sarà gente così, ci saranno tantissimi Berlusconi pronti a fregarli ... e meno male!
Facciamo politica, non casino!
di Marco Travaglio
Confessate, perdio, dite la verità: sabato sera avete goduto come ricci? Avete stappato uno spumantino? Siete scesi in strada a fischiare, esultare, cantare l’Alleluja di Händel? Avete suonato il clacson in segno di giubilo? Avete postato sui social network qualche battutaccia liberatoria, tipo “il nano è tratto”, “sic escort gloria bunga”, “Che fai, Ruby o party?”? Avete, Dio non voglia, gridato “ladro in galera” o, peggio ancora, lanciato una monetina verso la Berlusmobile funebre che trasportava la nota salma al Quirinale? Vergognatevi e arrossite. Dovevate chiedere l’autorizzazione preventiva a Ferruccio de Bortoli, che ve l’avrebbe senz’altro rifiutata visto che, in un videoeditoriale sul pompiere.it, avverte: “Non c’è nulla da festeggiare nella caduta di Berlusconi. Si chiude un periodo, fine”.
Invece mi sa che non vi è venuto in mente, e ora peggio per voi. Beccatevi le rampogne del vicepompiere Aldo Cazzullo contro la vostra “gazzarra senza coraggio”, il vostro “spettacolo preoccupante”. Cazzullo vi voleva composti, disciplinati, pettinati. British. Perché “nell’ora delicatissima in cui potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori”. Ecco: dovevate rintanarvi in casa, meglio se nel freezer, a sorseggiare l’ultima lectio magistralis del prof. Mario Monti alla Bocconi, a recitare a memoria il board di Goldman Sachs, a delibare l’ultimo best-seller cazzulliano Viva l’Italia! con l’inno di Mameli a palla. Possibile che, mentre il regime tira le cuoia, non abbiate pensato di “rinunciare alle asprezze polemiche e cercare un minimo comune denominatore con l’avversario per percorrere insieme un tratto di strada”? Invece niente: anziché cercare un denominatore comune e percorrere un tratto di strada con chi ha strangolato Costituzione, giustizia, informazione, scuola pubblica, università, ricerca, cultura e lavoro per farsi i cazzi suoi mentre il Corriere lo esortava alla “rivoluzione liberale” con P 2, P 3, P 4, Ciarrapico, Dell’Utri, Verdini, Gasparri, Gelmini, Carfagna, Bondi, Cicchitto, Brunetta, Calderoli, Stracquadanio e Scilipoti, avete “inscenato una gazzarra” che è “il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall’Italia”.
Per la verità, a giudicare dal giubilo con cui tutti i governi (tranne Putin e Lukashenko) e i giornali del mondo han salutato la dipartita del Cainano, ma anche dalle contestazioni subìte da Blair appena rimise il naso fuori di casa, si direbbe che il mondo si aspettasse esattamente quel che è accaduto sabato sera. Senza violenze o incidenti. L’ha riconosciuto anche il ministro uscente Giorgia Meloni: “Anche questa è democrazia”. Ma il pompierino no. Distratto sulla vera violenza dei Ferrara che gridano al “golpe” e delle Santanchè che minacciano “una brutta fine per i traditori”, Cazzullo vorrebbe che i cittadini comuni umiliati da 17 anni di regime si imbalsamassero nel mutismo e nella rassegnazione, come se non fosse accaduto niente: B. “non è stato battuto da un voto elettorale” (prendete nota: voto elettorale, acqua bagnata, ghiaccio freddo), ma solo dalla “crisi internazionale e dalla propria inadeguatezza a farvi fronte”, ergo non sta bene festeggiare. Pare brutto.
E siccome B. “in 17 anni ha sempre avuto un vasto consenso nel Paese”, chi non l’ha mai votato e l’ha sempre subìto deve starsene zitto per “rispetto dei sentimenti e delle opinioni di chi in Berlusconi ha creduto”. Cioè di chi per 17 anni ci ha dato dei comunisti, coglioni, terroristi, mandanti morali. Il noto cuor di leone, autore di memorabili interviste-scendiletto ai gerarchi del regime, chiude il sermone con una lezione di temerarietà: “Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di B.”. In effetti occorre molto più coraggio per scrivere certe scempiaggini. Ps. In serata anche Minzolingua e Polito el Drito tuonano contro la festa in piazza. Appunto.
«Il Fatto Quotidiano» del 14 novembre 2011

Una gazzarra senza coraggio

Le contestazioni
di Aldo Cazzullo
La folla assiepata nella notte romana sotto il Quirinale e Palazzo Grazioli - più quella che ha puntato su Palazzo Chigi deserto - a urlare insulti, invocare le manette e gettare monetine al passaggio del premier dimissionario rappresenta uno spettacolo preoccupante. Preoccupante anche per chi del premier non ha mai condiviso un'idea o una parola. Nell'ora delicatissima in cui tra mille difficoltà potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento drammatico in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori, ognuno è tenuto a rinunciare alle asprezze polemiche, a cercare un minimo comune denominatore con l'avversario, per percorrere insieme un tratto di strada prima di tornare a dividersi nella competizione elettorale. È un sentiero stretto, quello su cui sta tentando di incamminarsi la politica italiana. Sarebbe stato impensabile, ancora poco tempo fa. Ma è un sentiero reso obbligato dalla crisi e dall'attacco della speculazione internazionale contro il nostro Paese. Inscenare una gazzarra come quella di ieri sera, con le forze dell'ordine costrette a intervenire per l'ennesima volta nel cuore della capitale, è il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall'Italia. Soprattutto, è il contrario di ciò di cui l'Italia ha bisogno. È vero che i fischi al leader perdente - non un assedio con il centro di Roma bloccato e momenti di tensione, come quella di ieri - sono una consuetudine delle democrazie. Un gigante come François Mitterrand trovò ad attenderlo all'uscita dall'Eliseo dopo quattordici anni una folla non proprio amichevole, e non se ne adontò. Occorre però ricordare che Berlusconi non è stato battuto da un voto elettorale. Il governo cade a causa della crisi internazionale, e alla propria inadeguatezza a farvi fronte. Ma non va dimenticato che in questi diciassette anni Berlusconi ha sempre avuto un consenso vasto nel Paese, che oggi si è ridotto ma non è certo scomparso. Nel 1996 perse perché non aveva con sé Bossi. Dieci anni dopo per sconfiggerlo si dovette riunire in un'unica coalizione Dini e Cossutta, Mastella e il no global Caruso, la Binetti col cilicio e Luxuria vestito da donna: un'alleanza a malapena capace di vincere le elezioni, ma del tutto incapace di governare. La premessa di una nuova stagione non può prescindere dal rispetto per i sentimenti e le opinioni di chi in Berlusconi ha creduto. Prendersi vendette o rivincite alla fine di un ciclo lascia sempre un retrogusto amaro. Farlo ora, a metà del guado, è un esercizio imprudente oltre che improvvido. Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di Berlusconi, o davanti alla sedi istituzionali. Ne occorre di più per unire le forze nell'emergenza anche con chi ha un sentire diverso dal proprio, nel nome di un interesse e di una responsabilità che mai come oggi sono comuni.
«Corriere della Sera» del 13 novembre 2011

11 novembre 2011

Indietro tutta

Più che creare, vogliamo ricordare: un critico musicale inglese battezza la "Retromania", che in Italia celebra il suo trionfo sociale, culturale e estetico
di Jacopo Iacoboni
I ragazzini entrano nei negozi di scarpe e chiedono le Converse, che mettevamo noi nei primissimi anni 80 post-punk. Tra i più grandi successi al cinema celebriamo remake come Alien, prequel del Pianeta delle scimmie o Ang Lee che gira un film su Woodstock. Andiamo a comprare dischi e siamo assaliti da revival e cover; chi vuole qualcosa di pulsante deve farsi largo in mezzo a cumuli di rifacimenti. Gli unici negozi d’abbigliamento che orientano un minimo il gusto sono, inesorabilmente, vintage. Circola una battuta illuminante, «il revival degli Anni 80 sta durando più degli Anni 80». In letteratura i geni più grandi sono tristemente non italiani, ma sono anche loro dei postpostmoderni: nel senso che i più dotati citano, ricitano, rileggono; in sostanza scrivono anche capolavori, ma del genere «mash up». In politica siamo stati troppo a lungo governati da un uomo di 75 anni che raccontava barzellette andate, e nei vertici internazionali si girava a guardare da dietro una collega danese ultraquarantenne; l’opposizione, dice con giusta franchezza Alessandro Baricco, «è quanto di più conservatore ci sia in questo Paese», sempre con gli occhi voltati all’indietro, monopolizzata da un gruppo dirigente il cui telefilm di riferimento è tuttora Happy Days. Nel sonno dei media tradizionali l’età media di analisti e commentatori sale a 68 anni (fonte: Vision). Tutto il resto è noia.
Il default italiano non è solo un’eventualità contabile e una crisi di fiducia dei mercati: è uno stato d’animo cupo e passatista. L’Italia celebra il trionfo - sociale, culturale, estetico della Retromania , titolo del brillante saggio di Simon Reynolds appena tradotto da Isbn. Reynolds è un grande critico musicale inglese, firma del Guardian , ha cinquant’anni e ha scritto libri importanti, sia sulla musica techno e l’esplosione rave degli Anni 90, sia soprattutto sul post-punk, la grande stagione della musica indie seguita al 1976, ai Clash e i Sex Pistols, e culminata nel ‘79 con tre capolavori assoluti, Unknown Pleasures dei Joy Division, Metal box dei Pil, Fear of Music dei Talking Heads. Era, scrive adesso Reynolds, musica che sapeva innovare; scavava nelle profondità della società per indagare il nuovo. Come l’Angelus Novus di Walter Benjamin (che Reynols cita) aveva le ali conficcate nel passato ma lo sguardo proiettato sul futuro. Oggi non è più così. «Se gli Anni 70 hanno avuto la disco music e il punk, gli Anni 80 l’hip-hop e gli Anni 90 il rave e il grunge, qual è stato l’imprescindibile fenomeno musicale che ha dominato il mondo della musica pop negli anni zero? (Imbarazzato silenzio)». L’era pop che viviamo è impazzita per tutto ciò che è retrò e commemorativo, un «nostalgico blocco che impedisce di guardare avanti».
E siccome a detta di Reynolds «la musica non è altro che un araldo, che coglie prima degli altri i cambiamenti e quanto va succedendo nella società», possiamo ipotizzare che stia succedendo esattamente qualcosa del genere altrove, in qualche caso, come in Italia, con un di più di passatismo? Il critico suggerisce alcuni esempi, tra musica, economia, filosofia. Il più grande fenomeno pop di questo tempo, per esempio: lady Gaga è solo «un riciclaggio di decadenza glam dei 70 (Bowie), look eccessivo degli 80 (Madonna), neo-dark dei 90 (Marilyn Manson)». Quand’è stata in concerto a Milano, teenager italiane giovani ma già vecchie sono impazzite. Decine di band indie, come i newyorchesi Interpol, non fanno che rifare i Joy Division. Amy Winehouse, sulle cui spoglie s’è lanciata un’industria culturale avida di miti che non esistono più, non è che ripetizione del R&B Anni 60, della Motown, e molto probabilmente di Nina Simone. Gli Oasis dei fratelli Gallagher, se proprio vogliamo considerarli, a esser molto gentili con loro si ispirano assai ai Beatles della stagione Revolver . I Black Crowes sono dei Rolling Stones riciclati e fuori tempo massimo.
Dice lo scrittore Aldo Nove che lo schema «è fondamentale per capire anche dove siamo oggi. E non solo musicalmente». In effetti, la retromania sembra connotata anche economicamente. Confida Reynolds che i processi sono analoghi a quella che gli economisti chiamano «sovraccumulazione», c’è un surplus di capitali che trovano poco sbocco per investimenti nell’economia reale, a causa delle difficoltà del mercato dei consumatori, e dunque «si dirige verso la speculazione». Più si è fermi e bloccati, con lo sguardo rivolto indietro, più si è immobili prede. Il bombardamento digitale sarà una ricchezza, ha modificato in modo rivoluzionario le forme della fruizione; ma i contenuti?
Gli esempi potrebbero essere numerosi. Tra le applicazioni più scaricate da noi c’è iPhone Instagram: siccome le foto digitali non possono invecchiare e conquistare storia, il pubblico va pazzo per questa funzione che consente di seppiare le foto, invecchiarle. Quello che vogliamo: essere antichi. È come se non esistesse più un futuro e, per paradosso, proprio ora che pensiamo di averlo a portata di mano. Nei social network come Twitter trova una diffusione enorme (fonte New York Times ) l’abilità di Aaron Wood, un grafico che trasferisce nel mondo digitale i modelli visivi dei vecchi poster di propaganda. Vende a otto dollari immagini che hanno il pregio di sembrare vecchie.
Sostiene il filosofo Maurizio Ferraris (in Anima e iPad, Guanda) che la civiltà dell’iPad - e tanto più se declinata all’italiana - anziché disegnare territori incogniti, potenzia l’esigenza antichissima di avere un’anima, ossia una memoria più ricca. Vogliamo «ricordare, non creare». Agogniamo la tavoletta perché archivia (il passato), non perché illumina (un futuro), condannati a esser retromani col gadget in tasca, lady Gaga nelle cuffie, e a sentirci chiamare giovani a quarant’anni.
«La Stampa» dell'11 novembre 2011

La morale? Non è figlia dei neuroni

di Roberto I. Zanini
​Klaus Demmer non ha dubbi: «Per affrontare le sfide del nostro tempo servono sacerdoti pii e colti... E un laicato cattolico preparato». Proprio oggi Demmer, docente emerito di Teologia morale alla Gregoriana, tiene una lectio magistralis nella medesima università pontificia, sul tema: "Le teologia morale contemporanea, sfide e prospettive". Una sorta di omaggio per i suoi 80 anni, che si affianca alla pubblicazione di un volume della San Paolo (Pensare l’agire morale), a cura di Aristide Fumagalli e Vincenzo Viva, con i contributi di un gruppo di teologi morali italiani suoi ex allievi. Magro, dall’aspetto simpatico e ascetico al contempo, Demmer, che è sacerdote Missionario del Sacro Cuore, insiste sulla necessità di dar vita nella Chiesa a una «nuova consapevolezza dell’essere cristiani».

Professor Demmer, nell’immagine del Sacro Cuore, Gesù indica se stesso come fulcro della vita del cristiano. Oggi lo si considera un linguaggio superato dai tempi.
«Si tratta di una devozione sviluppatasi fra ’700 e ’800, ma se compresa, ancora oggi apre un accesso molto umano al mistero inscrutabile di Dio. Tendiamo a dimenticarci che il centro gravitazionale del cristianesimo è l’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine del Sacro Cuore si rende visibile il mistero del Dio onnipotente che ama l’uomo in maniera incondizionata. Come dice Eberhard Jungel, in questo miracolo è l’eccellenza del cristianesimo».

Come può comprendere queste cose l’uomo di oggi, sempre più lontano dalla spiritualità?
«Il problema non riguarda solo questa devozione, ma è tutto l’accesso al mistero cristiano che risulta ostacolato e difficile. Oggi è come se l’uomo fosse monodimensionale, succube della dittatura di un’unica forma di pensiero, legata a ciò che è concreto, scientificamente dimostrabile. Ciò che riguarda lo spirito viene denigrato, escluso».

Conta solo ciò che si spiega attraverso la scienza...
«E così tutti i fenomeni che hanno una parvenza di spiritualità vengono tacitamente "naturalizzati", resi dimostrabili. Ecco allora che le neuroscienze riducono l’essere umano ai suoi soli processi cerebrali. L’uomo e quindi la sua morale, è il semplice prodotto del suo cervello, dei suoi geni. E anche per la libertà non c’è più spazio».

Per la libertà?
«Sì! Perché se tu sei in quanto funzione dei tuoi geni e dei tuoi collegamenti neuronali, sei automaticamente chiuso nella gabbia di una sorta di predestinazione secolarizzata. La tua vita, le tue scelte, anche quelle morali e della fede, tutto di te si può spiegare in termini biologici, tutto è già scritto nel tuo Dna. E quel che è più grave è che insieme alla libertà soggettiva svanisce anche il concetto di colpa, di responsabilità».

Quale impegno ci aspetta per uscire da questo collo di bottiglia?
«Prima di tutto penso sia fondamentale una filosofia sensibile alle sfide del nostro tempo e finalmente capace di dialogare con la teologia. La collaborazione fra teologia e filosofia è fondamentale per riesaminare tutte le categorie essenziali, a cominciare dai concetti di finalità, ordine, sostanza... Del resto è insito nella storia del cristianesimo: il teologo ha bisogno del filosofo. Oggi serve una teologia arricchita da concreti elementi filosofici».

Questo come si traduce in termini pastorali?
«Prima di tutto è necessario un clero capace di combinare una profonda devozione con un alto livello di cultura. E questo deve trasparire. Il fedele deve percepire che il sacerdote è uomo di cultura capace di competere con gli intellettuali. Ciò che assolutamente non serve è un clero semplicista, bigotto».

E i laici?
«La Chiesa deve prendersi cura di una forte educazione teologica del laicato. I laici sono impreparati alle sfide del nostro tempo, confusi dalla massiccia quantità di messaggi in contrasto con le ragioni della fede. Per la Chiesa è una sfida essenziale».

C’è bisogno di far conoscere nuovamente chi è il vero Dio?
«Molte volte la gente ha un’idea infantile di Dio. Coloro che combattono la fede hanno spesso una concezione bigotta e falsa di Dio. Per questo c’è urgenza di preti e laici preparati».

Ma la fede non passa solo attraverso la cultura.
«La cultura è una via, un accesso. La fede passa attraverso la testimonianza di vita di uomini convinti».

Quindi la cultura senza testimonianza...
«Non vale nulla. Ma la testimonianza si deve adeguare ai tempi che corrono. Per questo dico che il prete moderno deve essere pio e colto».

In una società che non sa più interpretare il male deve essere anche capace di insegnare il discernimento?
«È essenziale. Per troppo tempo si è insegnato a valutare la colpa e il peccato come qualcosa che si misura a peso, quando invece la malizia del cuore non si può misurare. I confessori devono tornare a prendere sul serio questa malizia, che è diabolica e se non lo si comprende non si riesce a spiegare come riesca a generare assenza di spirito di riconciliazione e di perdono. Come produca una generalizzata durezza di animo, che è l’esatto contrario del Cristo che ama offrendo il suo cuore».

Senza perdono non si costruisce la società?
«Nemmeno la famiglia. Molti matrimoni falliscono per questo motivo. Ci sono aspettative deluse, non si perdona e ci si separa, secondo il significato della parola "Diavolo": ciò che divide. Tanti matrimoni si potrebbero salvare se ci fossero coppie esperte capaci di accompagnare le coppie in crisi; se ci fosse una preparazione al matrimonio capace di calarsi nelle sfide della modernità. La Chiesa deve imparare a preparare e accompagnare. Vale per la famiglia come per la formazione dei nuovi sacerdoti. Vivere il celibato in solitudine risulta difficile. E la mia esperienza in Germania con i preti protestanti sposati (anche fra omosessuali) e divorziati mi rende certo di una cosa: non è l’abolizione del celibato che risolve il problema».
«Avvenire» del 9 novembre 2011

06 novembre 2011

Il romanzo dei giovani non indignati

D’Avenia ritrae il mondo dei ragazzi che non fanno notizia: quelli legati ai valori tradizionalidi Alessandro Gnocchi
Ci sono libri che sembrano scritti apposta per i giovani che non fanno notizia. Quelli che non tirano estintori nelle manifestazioni di piazza; che non assediano i cantieri della Tav; che non salgono sulla Torre di Pisa per appendere striscioni contro le riforme dell’istruzione; che non intervengono da Santoro per pontificare sul precariato. Quelli che, alla fine dei conti, sono la maggioranza ma di cui non si parla molto perché non ci tengono a farsi notare. Cose che nessuno sa (Mondadori, pagg. 334, euro 19), il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, insegnante al liceo già in classifica col precedente Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, 2010, 400mila copie), è un volume di questo tipo. D’Avenia dimostra di essere in possesso di uno sguardo ben allenato sulla società che ci circonda (curatissimi i dettagli: volendo si potrebbe tirare fuori da Cose che nessuno sa una playlist dei gusti dei teenager). Il suo pubblico, a prima vista, sembra simile a quello di Fabio Volo, appena un po’ più giovane. In fondo, anche le storie dello scrittore bresciano, al netto di un po’ cinismo innocuo e di impegno di maniera, puntano a ristabilire l’ordine: alla fine trionfano i sentimenti e i valori. Quelli tradizionali, come nel recentissimo bestseller Le prime luci del mattino (Mondadori). Se Volo guarda ai dubbi dei trenta-quarantenni, D’Avenia va benissimo per liceali e studenti universitari ma ha le potenzialità per prendere al laccio anche i genitori del suo lettore medio: chi non vuole conoscere l’universo dei propri figli?
Già il personaggio centrale, anche se non protagonista assoluto, di Cose che nessuno sa segnala la distanza siderale tra il mondo giovanile di questo romanzo e quello che siamo abituati a vedere rappresentato dai media (e anche dalla letteratura piagnona che va per la maggiore sui giornali). Qui il professore di liceo intorno a cui ruota la vicenda è un supplente da 500 euro al mese, precario (un anno su una cattedra, il seguente non è detto) ma soddisfatto, sistemato in un appartamento di pochi metri quadrati, senza un vero letto ma con molti libri. Macchina neanche a parlarne, ha voluto la bicicletta, in tutti i sensi, e ora pedala con convinzione, perché stare in classe e confrontarsi con gli alunni è la sua vita. Le lamentele stanno a zero, il desiderio di comunicare a mille.
D’Avenia prende di petto il tema della paternità. Nel romanzo ci sono ragazzine abbandonate dal padre. Ragazzini che nemmeno l’hanno mai conosciuto. Giovani che non vogliono diventare padri, per timore di non poter più essere figli. Il padre ci aiuta a definire la nostra identità, fino a quando non dovremo abbandonarlo per prendere la nostra strada in piena autonomia. Naturalmente il lieto fine è dietro l’angolo, zuccheroso ma non troppo. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità, anche il ribelle in rivolta contro il mondo (e contro se stesso). All’interno di questo universo, la famiglia, si capisce benissimo, resta un caposaldo. È l’istituzione delle istituzioni, anche quando traballa, perfino quando è assente. Così come fondamentale è un senso religioso, che affiora qua e là, sempre espresso con grandissima delicatezza, cosa tutt’altro che facile. E infine c’è la libertà, a cui tutti aneliamo. Una libertà un po’ più complessa del lancio di un estintore per «fottere il potere» o del vedere realizzati al più presto tutti i propri desideri o del fare tutto quello che si vuole quando si vuole. La libertà di questi ragazzi è piuttosto un «sognare dentro la realtà», una speranza che impone alcuni vincoli: quelli della fedeltà, della condivisione, del compromesso accettabile e accettato per amore. Buonismo? Fino a un certo punto: gli errori in Cose che nessuno sa, si pagano col dolore, proprio come nella vita.
«Il Giornale» del 5 novembre 2011

Il Credo, la verità e la ragionevolezza. Quell'araldo e l'annuncio dei primi cristiani

Versione integrale dell'intervento al convegno dei Nuovi Evangelizzatori
di Vittorio Messori
Il tempo assegnatoci è ristretto. Meglio così, siamo chiamati ad imitare la secchezza, la volontà di sintesi dei Vangeli. Dobbiamo tornare alla consapevolezza che ciò in cui crediamo, ciò da cui tutto il resto deriva, è racchiuso (così ci insegna san Paolo) in tre sole parole: << Gesù è risorto >>. Da qui la conseguenza: << Dunque, Gesù è il Cristo annunciato dai profeti e atteso da Israele>>. E’ ciò che i primi cristiani chiamavano il kérygma, cioè il grido dell’araldo che –per strade e piazze– annunciava al popolo le novità urgenti, quelle che tutti dovevano sapere.
Credo che la rievangelizzazione dell’Occidente, chiestaci con sacrosanta insistenza da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, non sia che questo: non, innanzitutto, complesse dottrine, bensì il ricominciare dal kérygma, dalla base su cui tutto si regge. Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore.
Non tutti, certo, si fermeranno ad ascoltarci. E chi lo farà, ci opporrà subito: << Sono venti secoli che ce lo ripetete. Ma quali ragioni ci portate? Siamo uomini moderni, abituati alla critica: perché dovremmo ancora credere che quell’oscuro ebreo finito in croce duemila anni fa sia il Signore, il Figlio di Dio, Dio egli stesso? Perché lui e non i tanti altri che annunciano un altro Dio? Ma, prima ancora, portateci prove credibili che un Dio, quale che sia, esiste davvero>>. Una replica legittima. In fondo, fu quella stessa in cui incappò Paolo, quando << si mise ad annunciare Gesù in mezzo all’Areòpago>> e gli chiesero ragione dello scandalo e della follia che annunciava.
Il rapporto tra la fede e la ragione. La fede che va, certo, al di là della ragione, ma che non la contraddice. Ecco il nostro problema, ecco il problema di sempre, ma di cui molti, nella Chiesa stessa, non sembrano consapevoli. Mi si permetta allora di rifarmi, per quanto vale, alla mia esperienza. Forse, nel suo piccolo, può essere esemplare. Famiglia di anticlericali emiliani, 18 anni di studi, a Torino, tutti in scuole laiche, dove regnava un rigoroso agnosticismo. Dio non lo si affermava ma neanche lo si negava: semplicemente, non era un problema di cui occuparsi in classe. All’università, alla facoltà di Scienze Politiche, divenni l’allievo prediletto dei grandi maestri del laicismo italiano, con i quali feci anche la tesi di laurea. Anche qui non vigeva l’ateismo -considerato volgare perché religione esso stesso, seppure al contrario- ma dominava una radicale indifferenza: poiché la ragione, il solo strumento di cui disponiamo, non è in grado di risolvere il problema, perché perdere tempo e fatica a discutere se Dio esista o no e se sia quello adorato in una o nell’altra religione?
Proprio mentre scrivevo la tesi di laurea, senza che lo cercassi o lo aspettassi incappai in un incontro, che fu anche uno scontro, con quel Mistero del Cristo che sino ad allora avevo respinto senza nemmeno esaminarlo, tanto mi sembrava inammissibile. Fu un’avventura spirituale imprevista e sconvolgente, delle cui conseguenze ancora vivo, ma che solo da poco mi sono deciso a tentare di descrivere in un libro. Io non volevo diventare cristiano, meno che mai cattolico, ma ne fui costretto da un’evidenza interiore alla quale non potei sfuggire. Ebbene, passati i primi tempi, quelli dello stordimento di chi ha visto spalancarsi una dimensione inimmaginabile, ecco subito i dubbi e i problemi. Ero stato allevato nel culto di una ragione che diventava razionalismo, dunque cominciai a domandarmi: <>.
Il fatto è che la fede è una realtà soprannaturale che si incarna in un uomo concreto, dunque ha bisogno di conferme della ragione; è il credere che, per essere umano, deve apparirci ragionevole; è la scommessa su Gesù che deve apparire fondata. Quanto a me, per arrendermi alla dimensione inedita che mi pervadeva, avevo bisogno di un sostegno: quello, per dirlo chiaro, di una apologetica adeguata. Cominciai a chiedere aiuto a quei miei nuovi compagni, a quei cattolici che fino ad allora mi erano estranei. Ma erano gli anni in cui il Concilio finiva, nella Chiesa era un ribollire di risse ed alterchi; eppure, come scopersi con rammarico, erano dispute tutte interne, clericali. Ci si affrontava sull’organizzazione della istituzione ecclesiale, sul ruolo del papa, dei vescovi, dei preti, dei laici, delle donne, della liturgia. Nessuno parlava di fede né meno che mai delle sue ragioni, la si dava come un dato, scontato, acquisito, mentre si battagliava per quale dovessero essere, per il cattolico, l’etica, l’impegno politico, sociale, economico, culturale. Ma queste non erano che conseguenze di una causa prima, il sì alla verità del Credo, che nessuno si occupava di esaminare e verificare. Anzi, chi avesse voluto farlo sarebbe stato squalificato con termini come “apologeta“, “apologetico“ che erano divenuti come un insulto, un marchio di anacronismo e di integralismo.
Ebbene, non trovando gli strumenti che cercavo, decisi (con l’imprudenza e l’impazienza del neofita) di farmeli da solo. Questi clericali –preti e laici– avevano nascosto l’apologetica? Ebbene, avrei cercato di disseppellirla: per me innanzitutto, per poi offrirla ad altri. Fu così che, dopo una lunga ricerca, osai pubblicare trecento pagine dal titolo Ipotesi su Gesù, dove cercavo di applicare la ricerca storica e archeologica, nonché il buon senso estraneo alle ideologie del momento, alle origini stesse di una Fede che non è una dottrina ma una Persona. Alla diffidenza con cui quel libretto fu accolto da certa intellighenzia clericale fece contrasto lo straordinario successo popolare, nel mondo intero. Successo che, del resto, ha accolto molti degli altri libri che mi fu dato di pubblicare: tutti scritti per cercare di rispondere alle domande di credibilità, di ragionevolezza della fede.
Questo interesse è stata la conferma di ciò di cui sono stato sempre consapevole : non può esserci -oggi meno che mai- un riannuncio della fede se, al contempo, non se ne mostra la ragionevolezza. Non si incide sulla società o sulla cultura riproponendo la prospettiva evangelica, se non si affronta prima il problema di Cristo e della verità del suo vangelo. I problemi con cui oggi i cattolici devono confrontarsi hanno una radice spesso inconfessata eppure drammatica : la caduta della fede, la riduzione di Gesù a un maestro di morale, del Nuovo Testamento a oscuro pastiche di giudaismo e di paganesimo, del miracolo a mito, della speranza escatologica a impegno secolare. Ben prima di ogni riforma istituzionale e di ogni predica morale o sociale, dobbiamo ritrovare il Credo, quello che recitiamo nella Messa, nel senso pieno. Ma come ritrovare questo Credo se ben pochi ci mostrano le ragioni per farlo? Quanti, nella Chiesa, ci aiutano a rassicurarci che il cristiano non è, come è stato detto di recente, “semplicemente un cretino“? Anche per questo potrà essere davvero prezioso questo Pontificio Consiglio che il Santo Padre ha voluto creare ed affidare a mons .Rino Fisichella, non a caso specialista di teologia fondamentale, il nome alternativo dell’apologetica. Il primo passo per una nuova evangelizzazione, comunque, è semplice e al contempo impegnativo. Prendere, cioè, sul serio l’esortazione di Pietro ad essere «sempre pronti a dare le ragioni della speranza che è in noi». Con chiarezza e decisione e al contempo, come ci ammonisce lo stesso Pietro, «con dolcezza e rispetto».

Pubblicato con molti tagli su «Il Corriere della Sera» del 17 ottobre 2011

Quelli che l’uomo è il cancro del pianeta

Anche quest’anno il pianeta è chiamato a festeggiare l’Earth Day, la Giornata della Terra
di Rino Cammilleri
Il nome stesso richiama l’ambientalismo politicamente corretto e rievoca arcadiche immagini di bimbi che piantano nuovi arboscelli nonché volenterosi volontari che gratis liberano le spiagge dai rifiuti (ma non di rado si tratta di intere scolaresche, vittime ignare, come in tutti i regimi, dell’ideologia egemone).
I soliti bastiancontrari penseranno, in questo 22 aprile, che, a furia di celebrare «giornate» per questo e per quello, presto non ci sarà più spazio nel calendario, così che (i più maligni sostengono) si dovrà prima o poi abolire il Natale per far posto a Gea (che poi sarebbe il sogno di ogni liberal -leggi: di sinistra- al mondo).
Qui, oggi, ci uniremo alla festa commemorando il Giorno della Terra a modo nostro, magari spiegandone l’origine agli ignari. Infatti, alluvionati come siamo ogni giorno da informazioni (poche quelle utili), il passato si cancella automaticamente dal cervello man mano che serve spazio per nuove nozioni.
Così, finisce che, a orecchio, si pensa che l’Earth Day sia roba dell’Onu, come tutti gli altri Day internazionali.
Invece no, l’Onu non c’entra niente.
Non sappiamo se questa verità renda l’Earth Day meno autorevole o più prestigioso: dipende dall’opinione che ciascuno si è fatta dell’Onu. Alla ricerca di notizie sull’origine della Giornata della Terra ci siamo imbattuti in un singolare articolo di Riccardo Cascioli, direttore dell’osservatorio SviPop (Sviluppo & Popolazione), specializzato nello smascherare le bufale ambientaliste.
Detto articolo si conclude con questa frase scioccante: «Liberi ora di celebrare ancora la Giornata della Terra, ma almeno sapete che state lottando per l’eliminazione di voi stessi». Ohibò. In effetti, Cascioli svela la sospetta contiguità tra i due allarmi planetari che oggi tengono banco, quello ecologico e quello demografico, un mix che finisce col considerare l’uomo come «cancro della Terra» e unico responsabile dell’inquinamento per il solo fatto di esistere -laddove per i sensati non è lui il problema, bensì la soluzione. Ma andiamo con ordine.

La Giornata della Terra cominciò il 22 aprile 1970.
Dove?
Nei soliti Usa, patria della libertà di espressione (e, dunque, anche di ogni idea bislacca). I più anziani ricorderanno che già negli anni sessanta Celentano lamentava musicalmente l’inquinamento e la cementificazione. Infatti, i movimenti ecologisti già esistevano (sempre negli Usa) come conseguenza dell’affermarsi dei «figli dei fiori».
Non che in certi posti, come Chicago, le auto di grossa cilindrata tipicamente americane e il basso prezzo della benzina non avessero creato seri problemi di respirabilità, ma non c’era ancora una coalizione ecologista in grado di imporsi a livello nazionale prima e mondiale poi.
A farla nascere pensarono due personaggi ignoti, ancora oggi, al grosso pubblico: Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, e Hugh Moore, miliardario. Eppure il secondo è l’inventore dello slogan «Population bomb», quella «bomba demografica» che all’inizio non interessava nemmeno a Pannella, tanto che il suo autore dovette pubblicare a proprie spese nel 1956 un opuscolo così intitolato.
Grazie al senatore Nelson, che per anni si era battuto -invano- perché il Senato Usa prendesse in considerazione l’ambientalismo, detto opuscolo finì sul tavolo di tutti quelli che contavano, non solo al governo ma anche nelle organizzazioni internazionali, Onu in primis.
Ma i tempi non erano maturi.
Lo divennero nel famigerato 1968, quando il biologo Paul Ehrlich sconvolse il mondo -finalmente divenuto ricettivo- con un libro dallo stesso titolo: La bomba demografica.
Tradotto in quasi tutte le lingue e diffuso in milioni di copie, il libro impose il «problema» al livello delle masse.
Non era tuttavia una novità, perché le teste d’uovo anglosassoni fin dall’Ottocento, con le loro Società Eugenetiche, erano convinte che il darwinismo andasse applicato alle società umane. E il controllo delle nascite era la loro coperta di Linus.
Fu però nei favolosi Sixties che il progetto del senatore Nelson incontrò i soldi del miliardario Moore, gran finanziatore di organizzazioni antinataliste. Si tenga anche presente che, all’epoca, era ancora vivo il ricordo della Bomba Atomica sul Giappone, e il rischio di una guerra nucleare con l’Urss era incubo costante.
Così, l’idea di un’altra «bomba» in grado di distruggere il pianeta si rivelò vincente per l’immaginario collettivo.
In tal modo l’ambientalismo sposò l’antinatalismo; e il solito Moore, prolifico creatore di slogan d’effetto, coniò anche il motto «la popolazione inquina».
In una decina d’anni l’alleanza fu perfezionata e i vari Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action si unirono con i Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth per fare pressione sul Congresso USA affinché si attivasse onde «fermare la crescita» della popolazione mondiale.
Dai e dai, «sviluppo sostenibile», soprattutto del numero degli abitanti del pianeta, divenne un modo di dire corrente e indiscusso.
Nacque allora la Giornata della Terra, i cui sponsor e divulgatori sono uniti nell’indicare l’uomo come il vero nemico dell’habitat: c’è, per questo inquina. La «crescita incontrollata della popolazione» diventa la vera causa della «scomparsa delle foreste» dell’«erosione del suolo» della «desertificazione», della «sparizione di intere specie animali» e perfino del famoso «buco nell’ozono».
Abbiamo così il Worldwatch Institute che ogni anno pubblica il rapporto State of the World, zeppo di allarmi su calamità imminenti (sempre regolarmente smentite dai fatti) e causate indovinate da chi.
Piaccia o no, questo è ormai lo sfondo dato e non scalfibile sul quale si muovono le politiche ambientali internazionali, Protocollo di Kyoto compreso.
Il principio ispiratore della famosa Agenda 21 (approvata al Summit della Terra, la conferenza dell’Onu sull’ambiente a Rio de Janeiro nel 1992) e del recente Vertice di Copenhagen è sempre lo stesso: limitare «l’impatto» della presenza umana.
Cioè: freno allo sviluppo nei paesi ricchi e drastica riduzione delle nascite in quelli poveri.
Anche se la storia dimostra (e Cascioli insiste) che è vero l’esatto contrario: è la crisi demografica il vero pericolo.Soprattutto per l’ambiente.
«Il Giornale» del 20 aprile 2010