23 novembre 2011

Il ritorno dello scontro ideologico

di Massimo Gramellini
Molti lettori sono rimasti sorpresi, e in qualche caso persino offesi, dai giudizi negativi che Nichi Vendola ha espresso sul programma economico del governo Monti nell’intervista a «Che tempo che fa». Perché il presidente della Puglia fa di ogni erba un fascio, anziché sostenere lo sforzo di persone serie e competenti che cercano di rimediare ai danni d’immagine e di sostanza compiuti dai predecessori?
Il loro stupore è indicativo di quanto sta succedendo nelle teste degli italiani dopo la caduta di Berlusconi.
Per vent’anni la politica da noi è stata un referendum pro o contro una persona fisica. Cosa pensassimo del capitalismo finanziario o delle energie alternative era di importanza secondaria rispetto al fattore dirimente: l’accettazione o il rifiuto del populismo berlusconiano. Quest’anomalia ha prodotto alleanze tattiche e ambiguità inevitabili, alimentate dal fatto che i principali campioni dell’anti-berlusconismo (da Travaglio a Di Pietro) non erano di sinistra.
Ora che la polvere sollevata intorno a quella personalità eccessiva comincia a diradarsi, le idee tornano ad avere un nome e ci si ricomincia a dividere non sull’antropologia, ma sulla politica. Così lo stesso compagno Vendola che ancora un mese fa a «Ballarò», Berlusconi imperante, discettava con Fini circa una loro possibile alleanza, sulla poltrona di Fazio è tornato a indossare i panni dell’anticapitalista che in Monti vede il liberismo presentabile, ma pur sempre il liberismo: sensibile più alle ragioni del profitto che a quelle dell’ambiente o della giustizia sociale.
Dopo vent’anni di deriva populista c’eravamo dimenticati che in tutto il mondo esiste anche un liberalismo conservatore: serio, colto, perbene. E minoritario, almeno in Italia, perché minoritaria è la borghesia che lo esprime. Fu questo il cruccio di Montanelli e la vera ragione del suo dissidio con Craxi e poi con Berlusconi, che davano voce a un altro genere di borghesia, arrembante e spregiudicata. Forse però ci eravamo dimenticati che esiste anche una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche. Il Sistema, insomma, e le sue regole del gioco. Quel Sistema e quelle regole che gli indignados italiani, di cui Vendola punta a farsi portavoce, vogliono abbattere perché lo considerano esaurito e ormai espulso dalla storia. In cambio di cosa non è ancora chiaro, visto che il comunismo è morto. Keynes è morto e anche lo Stato Sociale non si sente tanto bene.
Quando Bersani minimizza le divisioni a sinistra, sostenendo che Obama e Clinton, pur stando nello stesso partito, hanno posizioni divergenti su molti temi, dimentica di aggiungere che i due presidenti democratici americani sguazzano entrambi nel capitalismo, mentre Vendola lo vuole superare. Il nodo è tutto lì. Ed è quel nodo che fa dire, a chiunque osservi senza pregiudizi la situazione delle forze in campo nel dopo Berlusconi, che oggi esistono un partito antieuropeista, la Lega, un partito anticapitalista, Vendola più un pezzo di Pd, e in mezzo due democrazie cristiane. Una un po’ più di destra e l’altra un po’ più di sinistra, che non avendo abbastanza voti per vincere in solitudine né abbastanza sintonia d’idee con i partiti estremi per fare squadra con loro, saranno condannate in futuro a governare insieme.
«La Stampa» del 22 novembre 2011

Alluvioni? I Romani erano meglio di noi

di Lauretta Maganzani
«Proprio in quel tempo il Tevere o per la pioggia abbondante caduta un po’ a nord di Roma o per il forte vento che spirando dal mare spingeva indietro la sua corrente o, più probabilmente, per la volontà di qualche dio, come si sospettava, all’improvviso straripò con tale violenza da inondare tutti i luoghi bassi della città e raggiungere molte delle località più alte. I muri delle case, che erano fatti di mattoni, si inzupparono d’acqua e precipitarono, e tutte le bestie morirono annegate. Tutti gli uomini che non fecero in tempo a rifugiarsi su luoghi elevati, morirono».
«Una paura particolare sia per il disastro attuale che per il futuro (venne) da un’improvvisa inondazione del Tevere, che con uno smisurato ingrossamento, abbattuto il ponte Sublicio e riversatosi per la rovina della diga contrapposta, allagò non solo le parti basse e piane della città, ma anche quelle sicure contro sciagure di tal genere; molti furono trascinati fuori dalla pubblica via, parecchi furono sorpresi nelle osterie e nelle camere da letto. Fra il popolo dilagò la fame, la povertà e la carestia. Le fondamenta dei caseggiati furono danneggiate dalle acque stagnanti». Se non fosse per il richiamo alla volontà divina come una delle possibili cause della furia delle acque, che poco si avvicina alla mentalità moderna, questi resoconti si adatterebbero bene alle alluvioni che in questi giorni travolgono le nostre città e ci lasciano attoniti e inorriditi davanti ai teleschermi. Si tratta infatti di resoconti storici di fatti analoghi avvenuti a Roma antica nel 54 a.C. e nel 69 d.C. e ne sono autori rispettivamente gli storici romani Cassio Dione e Tacito. Del resto, nella sola capitale, dal 414 a.C. al 398 d.C. le inondazioni del Tevere furono poco più di una trentina e ciascuna lasciò nella popolazione un’indelebile impressione di impotenza a fronte della violenza incontrollabile della corrente: una drammaticità che fa eco nelle riflessioni dei giuristi romani, dove le inondazioni vengono descritte come casi di «forza maggiore cui è impossibile resistere» e come fenomeni ammantati di un vigore divino, visto che nessuno sforzo dell’uomo è in grado di contrastarli.
Ma, nonostante questa consapevolezza, i Romani non mancavano di intervenire sulla prevenzione, non solo con interventi di pianificazione territoriale su larga scala, ma anche stimolando nei privati una vera e propria «presa di coscienza collettiva» così da mettere ogni cittadino in condizione di cooperare per quanto possibile all’interesse generale. Ciò avveniva non di rado per intervento del pretore, il magistrato giurisdizionale dotato di imperium che, col suo editto, poteva intervenire coattivamente nella vita dei singoli e imporre loro l’osservanza di alcune regole di rispetto.
Qualche esempio: i Romani sapevano che, per contrastare le inondazioni, occorre in primo luogo rimuovere i materiali solidi e la vegetazione dal letto del fiume per il ripristino del suo regolare deflusso. Sapevano, infatti, che l’accumulo di detriti e la formazione di vegetazione in alveo o di alberi pericolanti sulle rive riducono la capacità di smaltimento nella rete delle portate in transito e quindi inducono le tracimazioni. Per questo, come ci racconta Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.C., un pretore di età repubblicana diede ai privati la possibilità di agire in giudizio nell’interesse generale contro quell’appaltatore che, nonostante l’impegno assunto verso la collettività, non avesse eseguito il lavoro a regola d’arte. I Romani erano anche consapevoli che l’erosione delle sponde poteva, col trasporto dei detriti, alterare l’equilibrio energetico del fiume e, alla prima pioggia, causare inondazioni a valle: per questo favorivano la cosiddetta munitio riparum, cioè il rinforzo delle sponde, ben consci che quest’opera rispondeva anche all’interesse generale benché normalmente fosse effettuata dai proprietari rivieraschi privatamente e per propri interessi personali.
Questa munitio riparum si effettuava, per esempio, mettendo a dimora in riva colture arboree ed arbustive contro l’attività erosiva del fiume, oppure effettuando la manutenzione di argini naturali o realizzandone di artificiali anche con materiali rudimentali reperiti in loco (legno, pietra). Tali interventi sono spesso documentati dalla ricerca archeologica. Ebbene, lo scopo di tutelare la munitio riparum era realizzato dall’editto del pretore attraverso un’apposita prescrizione (il cosiddetto interdictum de ripa munienda) che colpiva chiunque in qualunque modo impedisse ad altri privati di effettuare lavori di rafforzamento delle rive: anche qui si vede come, nell’ambito del tribunale del pretore, venissero imposte ai privati regole giuridiche tese a supportare gli interventi di carattere tecnico contro le inondazioni.
Passando, infine, all’ambito rurale, possiamo ricordare gli eccezionali sforzi dei geometri romani per il drenaggio delle acque superficiali e l’irreggimentazione dei fiumi, finalizzati a potenziare al massimo le capacità produttive del territorio ma anche a limitare gli effetti disastrosi delle piene. Questo avveniva talvolta con la deviazione dei fiumi in canali secondari, a loro volta distribuiti in una rete capillare di canalette destinate all’irrigazione dei singoli poderi: ma anche qui la collaborazione dei privati era essenziale perché, senza un’adeguata pulizia dei canali, si sarebbe aggravato il rischio delle piene. È noto, inoltre, che i Romani solevano lasciare al fiume, soprattutto nei meandri, bacini laterali di espansione privi di edifici, proprio al fine di proteggere dalle piene gli abitati rurali delle vicinanze, spesso situati sulle alture.
Certo, come ricorda Plinio il Vecchio alludendo alle piene del Po, difficilmente tali opere si rivelavano risolutive a fronte dell’impeto inarrestabile dei grandi fiumi, ma ad ogni catastrofe seguiva la ripresa del controllo antropico sul territorio perché – come dice Strabone a proposito del Po – «l’esperienza supera anche le più grandi difficoltà». Viceversa, in età tardo-antica, con la diminuzione del presidio umano sulle aree fluviali, le coltivazioni lasciarono per lo più il posto all’incolto, alle selve e alle paludi e le opere di regimazione, senza la necessaria manutenzione, persero d’efficacia o addirittura favorirono gli impaludamenti.
Senza voler a tutti i costi idealizzare il mondo antico, è importante imparare sul punto la lezione dei Romani: al di là della gestione dell’emergenza, la prevenzione esige l’elaborazione e l’imposizione ai privati da parte della pubblica autorità di semplici e funzionali regole di rispetto, in modo che ciascuno sia messo in condizione di operare nel suo piccolo per far fonte in comune ad un problema di portata generale.
«Avvenire» del 23 novembre 2011

Il fiore nero della violenza e il suo inquieto antidoto

La cronaca che ci turba e ci riguarda
di Davide Rondoni
Cosa ti succede Italia? Cosa sta sfigurando il tuo volto? La crisi? Le segrete e manifeste cupidigie di coloro che ammucchiano soldi affossando popoli e nazioni? No, non si tratta innanzitutto di questo. Ti sta sfigurando la violenza. Un Paese più povero non è necessariamente un Paese peggiore.
Ma un Paese più violento è un posto invivibile. Manca l’aria a veder in giorni come questi fatti di cronaca violentissimi.
Violenza banale. Efferata e micidiale. Violenza di furti miseri. Di assalti senza nessun rispetto, nemmeno per l’età. E violenza esplosa nella grande futilità di liti da parcheggio. Donne uccise da quasi ex amanti. Persone uccise per rapine scarse. Gente investita da auto usate come arma. In molti casi ce la caviamo pensando: si tratta di raptus. Hanno perso la testa. Come se la testa si perdesse tutta d’un colpo. E non progressivamente, millimetricamente tutti i giorni, tutti i minuti un poco. Il fiore amaro e inguardabile della violenza non spunta improvvisamente nei cervelli e nel petto. La pianta velenosa della violenza cresce in mezzo alla malora che smangia piano piano il cuore e la mente. Non si dica: è impazzito. Non si dica: sono diventati delle bestie. Non accade all’improvviso. Il gesto violento è l’ultimo gesto di una serie di pensieri, di mezzi pensieri, di omissioni, di immaginazioni.
La violenza è nutrita da linfe quotidiane. Non è un affare semplice. Gli antropologi ce lo spiegano. La violenza non viene dal nulla. È una presenza latente in ognuno di noi. Una possibilità. Qualcosa che giace in noi come un cane che dorme. O meglio un seme di inarrestabile forza. Se lo innaffi tutti i giorni un poco, poi non devi stupirti se questo mostro un giorno, per una sciocchezza, ti domina. Quella circostanza si aggiunge a montagne di sciocchezze vissute innaffiando il seme buio. Così 'd’improvviso' la pianta velenosa ti domina ed esce dalla bocca e dalle braccia, esplode il suo frutto nel cuore. E tu non sei più un uomo, ma una macchina da guerra. Per pochi istanti, un’ora, un minuto. Ma a volte basta questo per compiere – lo abbiamo visto – gesti irreparabili. Dalle lunghissime, inguaribili conseguenze.
La violenza viene dal cuore delle persone e quindi dal cuore delle società. Non sboccia fiore nero e orrendo nel vuoto, ma è rampicante silenzioso e inarrestabile. Arriva a coprire gesti che dovrebbero essere normali, come cedere un parcheggio, a inghiotte circostanze che dovrebbero essere occasione di pazienza, come la fine di un amore.
Stiamo nutrendo questo rampicantissimo fiore nero, e quel che è peggio senza accorgercene. Lo stiamo coltivando giustificandoci tutti i giorni, fino al giorno dove accade l’ingiustificabile. I colpevoli di questi recenti atti di violenza non sono quasi mai mostri usciti da circhi dell’orrore. Non erano quasi mai riconoscibili, 'prima'. Segni particolari nessuno. Finchè non è uscita dalla mente e dalle braccia la malapianta nutrita tutti i giorni. Coltivata addirittura con qualche velo della innocenza presunta, garantita da abitudini, dal 'così fan tutti', da tante piccole irresponsabilità. Facendo finta di esserne immuni. Come se la violenza fosse una malattia solo di certe fasce, di certe figure, di certi quartieri. Di certa gente che non siamo noi. E invece no, l’Italia sta diventando violenta. E il contrario della violenza non è la quiete degli imbelli. Né l’utopia di chi immagina un mondo privo di violenza, e nemmeno la forza della polizia. Il contrario della violenza è un’altra forza, più energica: quella della costruzione.
In un’epoca in cui sentiamo quasi solo intellettuali, pubblicitari, cronisti, programmi bravi a corrodere, a spaccare, ad avvilire, distruttivi non ci si può stupire se langue la forza della costruzione e alligna maggiore forza di violenza. Quando si costruisce c’è meno spazio per le erbacce, per i rovi, per le piante velenose. Avvertiva un grande poeta: «Uomini siate non distruttori». E i poeti sono profeti realisti.
«Avvenire» del 23 novembre 2011

20 novembre 2011

Bimbi ai tempi del web: l'Italia ultima a scoprirlo

di Luciana Cimino
A che età mettere i bambini davanti al web, e in che modo? E poi, che rapporto hanno i genitori italiani con le nuove tecnologie? La scuola e i professori sono pronti ad accompagnare gli studenti nell’uso consapevole dei nuovi mezzi di comunicazione? Sono alcune delle domande che si pone un’indagine realizzata in 25 paesi europei nell’ambito dal Safer Internet Programme della Commissione Europea.
Dall’indagine emerge come i bambini e gli adolescenti italiani abbiano minori competenze digitali rispetto ai loro coetanei europei e i loro genitori siano meno consapevoli dei rischi sperimentati sul web dai propri figli (l’81% dei genitori i cui bambini hanno ricevuto messaggi offensivi on line non ne è a conoscenza contro il 56% della media europea; il 67% dei genitori, contro una media europea del 61%, ignora che i propri figli hanno incontrato, faccia a faccia, persone conosciute on line). Ed ancora: gli insegnanti italiani sono in Europa quelli meno coinvolti nelle attività on-line degli studenti (65% contro una media del 73%). Partendo da questi dati la Società Italiana di Pediatria (Sip) ha lanciato ieri il “Manifesto per un uso positivo e sicuro del Web”, che contiene proposte per rafforzare le competenze digitali dei bambini e degli adolescenti italiani non solo per prepararli ad un futuro competitivo ma soprattutto per ridurre i rischi associati all’uso della rete.

GLI STATI GENERALI DELLA PEDIATRIA
L’occasione per discuterne sono gli Stati Generali della Pediatria in corso: 18 tavole rotonde che si svolgono in contemporanea in altrettante regioni italiane, nel corso della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente. Con il coinvolgimento di genitori, giornalisti, magistrati, istituzioni, insegnanti e forze dell’ordine. «Come pediatri sentiamo il dovere di impegnarci per promuovere un uso più utile e sicuro del web, un obiettivo che richiede il coinvolgimento di tutti i cosiddetti “stakeholders” che ruotano attorno al bambino, soprattutto genitori e insegnanti - commenta il presidente della Sip Alberto G. Ugazio - Centrale, in particolare, è il ruolo della scuola sia per favorire una maggiore “alfabetizzazione digitale” sia per offrire un supporto conoscitivo ai genitori, spesso meno capaci dei figli di navigare sul web».

ITALIA IN RITARDO
Dall’indagine europea risulta infatti evidente come l’Italia sia debba ancora fare molta strada nel suo rapporto tra minori e internet. Nel dettaglio scopriamo infatti come da noi si cominci a navigare più tardi (a 10 anni contro i 7 di Danimarca e Svezia) e da soli, nella propria stanza, senza la supervisione di un adulto. Molti gli usi positivi della rete: le attività online riguardano per l’85% ricerche scolastiche, l’83% utilizza internet per giocare, il 76% per guardare video, il 62% lo usa per comunicare con gli amici tramite messaggistica istantanea. In media il 59% degli intervistati (il 57% in Italia) ha un profilo personale su social network, che conquistano anche i più piccoli, nonostante il divieto di alcuni, come Facebook, ai minori di 13 anni. Hanno profili personali il 26% dei ragazzi tra i 9-10 anni e il 49% tra gli 11 e i 12, fino ad arrivare al 73% tra i 13-14 anni e all’82% tra i 15-16 anni.

PERICOLI IN RETE
Ma non mancano le insidie. Il 41% dei ragazzi si è imbattuto in contenuti o contesti potenzialmente pericolosi, il 12% dichiara di esserne stato turbato. Pornografia, bullismo, sexting (messaggi o immagini a sfondo sessuale inviati da coetanei), incontri offline con persone conosciute online, contenuti inneggianti anoressia, odio, droghe, suicidio, internet addiction, riguardano una fetta altissima del campione. Per quanto riguarda l’alfabetizzazione digitale e il possesso di specifiche competenze che garantiscono una maggiore sicurezza nella navigazione, i ragazzi italiani sono all’ultimo posto dopo la Turchia, preceduti da Romania, Ungheria, Cipro. Tra i genitori poi c’è molta approssimazione e incompetenza. Due dati su tutti: il 73% dei genitori ritiene non vi siano nella rete pericoli di incontri che possano turbare i minori e nel complesso il 36% dei ragazzi ritiene di saperne di più su Internet rispetto ai propri genitori. Anche sulla scuola siamo all’ultimo posto: il massimo coinvolgimento tra professori, rete e studenti si registra in Norvegia (97%) il minimo in Italia (65%). «Politiche orientate soltanto a limitare l’esposizione ai rischi online sono dannose perché rischiano di acuire il divario digitale - dicono dalla Sip - Occorre invece promuovere usi positivi della rete, fornire ai ragazzi le conoscenze e gli strumenti necessari per affrontare i rischi. La media education deve diventare una priorità dei percorsi formativi della scuola italiana». Per questo la Società italiana di Pediatria ha promosso un Manifesto di «proposte concrete» da sottoporre a governanti e educatori. Tra queste, rendere la banda larga disponibile ovunque, mettere una lavagna interattiva multimediale in ogni classe, integrare i materiali didattici con gli e-book, avvicinare i bambini all’uso del pc fin dalle elementari, promuovere la formazione sulle nuove tecnologie di insegnanti e genitori, favorire le lezioni sul web.
«L'Unità» del 20 novembre 2011

Quelli che la tecnocrazia proprio non la vogliono

Il dibattito su cosa legittima il potere. Da Heidegger a Prezzolini, ecco la destra (e non solo) che ha rivendicato il primato della politica
di Gennaro Sangiuliano
Max Weber, celebrato e riconosciuto fondatore della sociologia moderna, pur avendo forgiato la nozione di pubblica amministrazione in Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland pone il tema del controllo politico della burocrazia auspicando la formazione di un tipo di uomo politico che fosse in grado di subordinare l’apparato burocratico alla direzione politica. La vera democrazia - per Weber - non è quella dei burocrati irresponsabili e privi di un mandato popolare e, infatti, scrive: «Il monarca crede di governare da sé, mentre in realtà la burocrazia gode del privilegio di poter comandare, coperta da lui, senza controllo e senza responsabilità. Il monarca viene lusingato e gli viene mostrata l'apparenza romantica del potere, poiché egli può cambiare a propria discrezione la persona del ministro».
«Sovrano è chi decide nello Stato di eccezione». Partendo da questa sua affermazione, Carl Schmitt ritiene che un’autentica democrazia debba fondarsi sull’omogeneità di un popolo, dove la politica è in primo luogo un «sistema metafisico» che porta le idee dei cittadini al potere. Così si esprime ne Il custode della costituzione (1931) e in Legalità e legittimità (1932).
C’è una lunga linea di pensiero, radicata soprattutto nella filosofia del diritto, che pone in seria discussione la tecnocrazia e per essa l’affermarsi di poteri invisibili che non sono radicati in quelle che Rousseau e Sieyes definiscono «volontà generale» e «volontà della nazione». Del resto l’articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, afferma: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa». Thomas Mann, che pure si esercita nelle Considerazioni di un impolitico, mette in guardia dalla carica antipolitica che genera disgregazione dell’autorità nazionale, non lontano dallo Schmitt di Diktatur und Belagerungszustand e da quanto affermerà Jürgen Habermas.
Giuseppe Prezzolini, ebbe chiari i potenziali pericoli della tecnocrazia europea. Nel 1979 quando si svolsero le prime elezioni a suffragio diretto per il Parlamento europeo commentò caustico: «Concludo che se io dovessi o volessi e potessi votare pro o contro l’Europa unita, io, che pure o più di un diritto di chiamarmi “europeo”, voterei contro un’Europa fatta così artificialmente e superficialmente come è stata concepita da coloro che l’hanno ideata con la testa riempita di nuvolosi teorici».
Qualcuno pensa di poter concepire una democrazia «agnostica», basata su regole astratte e formali. Il tema è quello della contrapposizione fra una democrazia formale e una sostanziale, incline alla partecipazione viva del popolo e sensibile alle tradizioni culturali. Martin Heidegger offre un solido retroterra filosofico a questa «democrazia dell’essere» quando richiama il comando (Führung); il popolo (Volk); l’eredità (Erbe); la comunità dei seguaci (Gefolgschaft); il radicamento alla propria terra (Bodenständigkeit).
La comunità politica che costruiamo non può non tener conto del «primato ontologico del problema dell’essere», in altre parole: di ciò che noi siamo per tradizione. Augusto Del Noce in un suo celebre saggio coniò il termine «transpolitico» per indicare una dimensione profonda che sedimenta nella coscienza dei popoli. Sulla stessa linea Oswald Spengler che, per primo, nel Tramonto dell'Occidente sottolinea la decadenza dell’uomo europeo, perso alla ricerca di un universalismo indefinito, basato su regole astratte. Sempre Spengler propone quindi una critica serrata alla tecnocrazia (che è «l’opposto della vita») alla quale contrapporre un’idea tradizionale di Europa culla della cultura occidentale.
Se è vero che molti tecnocrati si vestono da uomini di cultura - e qualche volta lo sono - bisogna osservare che la cultura profonda ha radicato in secoli di riflessione e speculazione la centralità del popolo e della sua di volontà di governo della res publica.
«Il Giornale» del 20 novembre 2011

Adesso Frau Merkel avrà un suddito in più

Il governo Monti ha già rinunciato a gover­nare. La rinuncia è in una dichiarazione di sudditanza alla dottrina monetaria te­desca che è all’origine dell’attuale disa­stro finanziario...
di di Giuliano Ferrara
Il governo Monti ha già rinunciato a gover­nare. La rinuncia è in una dichiarazione di sudditanza alla dottrina monetaria te­desca che è all’origine dell’attuale disa­stro finanziario capace di scuotere fatalmente il futuro della moneta comune e dell’Unione: non c’è ragione, ha detto il professore,di intro­durre cambiamenti nel ruolo della Banca cen­trale europea. Fatto, anzi disfatto. Governare vuol dire prendere un problema e risolverlo, af­frontare le questioni strategiche e non limitar­si al minimalismo. Il problema d’emergenza in nome del quale è stato tolto di mezzo Berlusco­ni, capo di un esecutivo eletto, e rimpiazzato con un ministero parlamentare vecchia scuo­la, per di più tecnico e connotato fin dall’origi­ne da uno sfregio alla sovranità nazionale trave­stito da cortesia e incoraggiamento europei, il governo del Preside con il suo Consiglio di fa­coltà, si chiama «titoli pubblici di debito dello stato italiano espressi in euro». Gli eccessivi rendimenti richiesti dal mercato finanziario, la ormai famosa Lady Spread, sono un attenta­to progressivo al lavoro, alle imprese, alle fami­glie, e minacciano una crisi di liquidità capace di inchiodare all’immobilismo il sistema del credito e portarci dritti in recessione, con una tendenza deflazionistica di lungo periodo che confermerebbe, invece di invertirla, la cronica in­capacità di crescere a tassi di svi­luppo accettabili dell’economia reale italiana.
Questa la vulgata universalmente accettata. Que­sto il «FATE PRESTO» gridato in prima pagina dal giornale della Confindustria, poveretta. A scon­to dei catastrofismi demenziali e politicamente, anzi faziosamen­te, motivati, questa vulgata è an­che la verità.
Non è una verità piccola. Richie­de riflessione e coraggio rimette­re in discussione l’ortodossia ger­manica della moneta comune, che non è comune perché alla sua prima vera prova diventa un fatto­r­e di affossamento di mezza Euro­pa, Francia compresa, e di tutela della sola economia tedesca con la sua virtuosa possanza. Le cro­nache riferiscono che Berlino è di­visa: gli industriali sono tentati di cambiare le cose, perché sanno che le conseguenze della crisi da debito si faranno sentire anche per le loro esportazioni, ma la Cancelleria e le euroburocrazie modellate sulla Bundesbank so­no succubi della paura dell’infla­zione, che negli anni Venti pro­dusse la grande catastrofe tede­sca. Non solo, lo stato tedesco esprime una concezione del mer­cato, la famosa «economia socia­le di mercato» di cui Monti è testi­mone accademico per l’Italia, che è in flagrante contraddizione con la mondializzazione della re­te finanziaria e con la scelta di da­re una moneta cosiddetta comu­ne a economie che non hanno molto in comune e che non di­spongono di un potere politico fe­derale in grado di armonizzarle nei loro pilastri: il welfare, le tas­se, la previdenza e la libertà dei commerci e della produzione dai lacci corporativi.
Lo scontro, sot­tolineato in questi giorni in modo clamoroso dall’invito pressante degli anglosassoni a cambiamen­ti radicali nella gestione della cri­si da debito dell’euro, è tra un mo­dello capitalistico di crescita e un modello socialistoide di stagna­zione, fondato su tasse e prelievi punitivi socialmente e concepiti nell’insana idea che il debito non è un problema, è una colpa. Ha scritto il Wall Street Journal, ed è solo l’ultimo caso tra mille, che «il fardello del debito italiano non ha le sue radici nei recenti eccessi del governo- specie se confronta­ti con altri paesi del mondo- ben­sì deriva in gran parte da politiche introdotte più di trent’anni fa, che posero le fondamenta per l’euro». Abbiamo al governo un campio­nario della classe dirigente che ha assecondato e messo in opera quelle politiche, che crede in quel modello, e che si appresta a fare del motto «tasse & equità» il nuo­vo mantra controriformista e illi­berale della nazione.
E invece gli italiani per tre volte avevano vota­to la libertà economica, che non ha saputo realizzarsi per i bestiali difetti e le anomalie della classe di­rigente berlusconiana. Con il pa­radosso che un governo inchioda­to al dottrinarismo rigorista cieco di Tremonti ora è sostituito, e di­cono senza ridere che sia per ga­rantire la cura della crescita, da un governo che di quel dottrinari­smo è il portavoce storico. Le vo­glio proprio vedere le riforme libe­rali di Monti. Voglio vedere come si trasformerà in sviluppo il ripri­stino di buoni rapporti protocolla­ri con la Merkel a Berlino.
Voglio vedere se andremo oltre la ricapi­talizzazione del debito pubblico, con una finta soluzione della cri­si, fatta tutta a spese del ceto me­dio e della povera gente. Comin­ciamo male, e se la destra non riu­scirà a definire una linea seria di uscita dalla crisi dopo la fase equi­voca del governo di tregua e di so­spensione della democrazia, fini­remo peggio.
«Il Giornale» del 20 novembre 2011

19 novembre 2011

Il bibliotecario che cataloga le guerre

Monumentale opera dell’americano White. Nel Libro nero dell’umanità ha schedato i conflitti della storia. Contando mezzo miliardo di morti
di Luigi Mascheroni
Come è noto, l’animale più sanguinario del pianeta è l’Homo sapiens. Il quale nella storia dell’evoluzione ebbe la meglio sull’uomo di Neandertal non perché più intelligente. Ma perché più cattivo. Sapiens e predatore.
L’istinto assassino e la sete di sangue sono nettamente superiori alla predisposizione alla solidarietà e al desiderio di conoscenza, la quale ultima è stata sempre al servizio della guerra. Dalla lancia a Internet, tutto è stato inventato prima di tutto con uno scopo, e con un’applicazione, «militare». Sei millenni di civiltà dimostrano che la cosa che i sapiens sanno fare meglio è combattere e uccidersi. E quanto «bene» siano stati capaci di farlo, a oggi nessuno si era dato la pena di calcolarlo. Si è sempre andati per approssimazione, tipo: «molti milioni». Ora invece qualcuno ha fatto la macabra conta. I cento eventi più sanguinosi della storia dell’umanità - dalle guerre persiane del V secolo a.C. passando per i 66 milioni di vittime della seconda guerra mondiale fino alle 300mila persone massacrate sotto il regime di Saddam Hussein - hanno causato 455 milioni di morti. Mezzo miliardo, cadavere più cadavere meno. Per usare un vocabolo scontato, un’ecatombe. Per usare un termine scientifico, un «emoclisma»: dal greco, inondazione di sangue. Quella che ha sommerso il pianeta, irrorandolo quotidianamente.
A proposito di espressioni tecniche. La contabilità dell’orrore (cinica dal punto di vista morale, utilissima da quello storiografico) rientra in una disciplina particolare, l’«atrocitologia». Cioè lo studio, il calcolo e la descrizione delle atrocità umane. Compito difficile, scomodo e oneroso. E un po’ folle, a dirla tutta. Infatti il massimo esperto in materia non è un compassato e serioso accademico, ma un metodico e paziente bibliotecario. Americano, naturalmente, perché solo gli americani possono essere così pragmatici. Si chiama Matthew White, di Richmond, Virginia, e 15 anni fa ha creato un famoso sito internet con un gigantesco Atlante storico del XX secolo; poi si è specializzato nel ramo «guerre», consultando le migliori fonti di statistica storica, fino a realizzare un monumentale Libro nero dell’umanità oggi tradotto anche in Italia (Ponte alle Grazie, pagg. 874, euro 23,50).
Guerre (315 milioni di morti, di cui 49 di militari e 266 di civili), oppressioni di re e dittatori (141 milioni), massacri ideologici (142 milioni), guerre di religione (47 milioni), crimini del comunismo (67 milioni), guerre civili (26 milioni), conflitti etnici (74 milioni)... E poi rivolte, imprese coloniali, guerre d’indipendenza, genocidi, rivolte, dittature. Tutto censito, verificato, schedato. E classificato.
Spulciando una bibliografia sterminata e compiendo uno studio comparivo che ha pochi precedenti (con mille aneddoti, curiosità e un tocco di humour macabro), il necrometrista Matthew White scheda in ordine cronologico le cento peggiori atrocità della storia, dalla seconda guerra persiana (480-479 a.C., bilancio: 300mila vittime) fino all’ultima guerra del Congo (1998-2002, bilancio: 3,8 milioni).
Spiegandoci, a esempio, che nella (leggendaria?) guerra di Troia, secondo un racconto presumibilmente redatto da un superstite troiano di nome Darete, restarono uccise circa un milione e mezzo di persone, eppure l’archeologia non ha scoperto nulla che indichi che in quel luogo si combatté una guerra così estesa. Così come è tutto da dimostrare (documenti alla mano) che la conquista musulmana dell’India, fra il 1000 e il 1700, fu, come scrivono alcuni storici, la vicenda più sanguinosa dell’umanità (anche la cifra di 50 milioni di Indù uccisi è un’esagerazione). In compenso, si scopre che al sesto posto della macabra classifica c’è la poco nota rivolta ottocentesca dei Taiping in Cina, con 20 milioni di vittime. Mentre le Crociate, solitamente additate come il conflitto religioso per antonomasia, costarono 3 milioni di morti. E la famigerata caccia alle streghe, a cui si è a lungo imputata una strage di 9 milioni di donne, dev’essere ridimensionata a qualche decina di migliaia.
Per il resto, al netto delle indecifrabili simpatie politiche dell’autore, Il libro nero dell’umanità ci offre dati molto utili per capire (nel caso fosse importante) se a uccidere più gente è stato il comunismo - che vince nella somma dei morti - i nazionalismi o le religioni o le tirannidi. E ci aiuta a rispondere alla domanda, più terribile, «Ma di quanto male sono stati capaci gli essere umani?». La risposta è mezzo miliardo. Di vite.
«Il Giornale» del 17 novembre 2011

Il marchio dello Struzzo ma l’imprimatur del Pci

Nei verbali delle mitiche riunioni del mercoledì la prova che la linea culturale dell’editore doveva conciliarsi con quella politica del partito
di Alessandro Gnocchi
C’è un passaggio chiave nei Verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952 (Einaudi, pagg. 532, euro 40), il volume che raccoglie le discussioni in cui l’editore torinese e i suoi collaboratori dibattevano di strategie culturali, libri da pubblicare, collaboratori da arruolare. Il 18 giugno 1945, Felice Balbo, Norberto Bobbio e Cesare Pavese affrontano il tema di chi dovrà curare la collana «I problemi italiani», dedicata alla situazione economica, politica e sociale. Agli atti finisce questa riflessione: «possono esservi anche due o tre soluzioni per ogni problema, sempre nell’indirizzo politico della Casa, ormai fatto di P.C., L.C. e di P.D.A., le sole ideologie, del resto, oggi vitali e che possono dare soluzioni di problemi secondo un reale piano costruttivo». Le sigle stanno per Partito Comunista, Movimento dei Lavoratori Cristiani e Partito d’Azione. La linea non potrebbe essere più chiara e, come si evince dai verbali, da quel momento è seguita con scrupolo anche quando questo implica pagare un pesante tributo all’ortodossia. Si spiegano così fatti noti di cui troviamo conferma in queste pagine, quali il rifiuto di pubblicare Nietzsche o il trattamento riservato allo slavista Renato Poggioli, reo di aver scritto, per l’antologia Il fiore del verso russo, un’introduzione che esprimeva dubbi sulla consistenza della letteratura sovietica e apprezzamento per i poeti censurati da Stalin. Il saggio fu accolto male dal Partito, cui fu sottoposto per preventiva approvazione, e apparve con una nota dell’editore che prendeva le distanze dall’operazione. Poggioli fu emarginato, addirittura i torinesi pensarono di far uscire un Nuovo fiore del verso russo come «antidoto» al suo lavoro.
In questo e in altri casi, la tassa da tributare al Pcus, oltre che al Pci, è molto alto. Elio Vittorini, ad esempio, vorrebbe preparare un «volume fatto da scrittori che, pur accettando il comunismo, fanno le loro obiezioni». La risposta è «Niet». All’ambasciata dell’Urss è permesso di ficcare il naso nelle traduzioni di autori sovietici con questi risultati: «L’addetto culturale russo ha comunicato loro (Pietro Zveteremich e Gastone Manacorda, ndr) che non tutte le opere pubblicate prima del ’38-39 possono essere pubblicate in quanto non tutte gradite». Tale «niet», accettato, vuol dire rinunciare, tra gli altri, a Boris Pasternak. A lungo poi si pensa di ospitare interventi di filosofi e scrittori «eretici» per il canone Einaudi sulla rivista Risorgimento. La discussione riguarda soprattutto Benedetto Croce. I pareri sono discordanti ma si arriva alla conclusione che avere Croce tra le firme significa portarlo dalla propria parte o almeno evitare che continui a essere «strumento possibile di reazione o di eventuale lotta sul terreno politico». Insomma: Croce va bene ma solo per smorzare la carica anticomunista del suo pensiero. L’obiettivo dichiarato, senza troppi giri di parole, è «sfruttare gli intellettuali» a fini politici, cioè smussarne l’avversione al Partito.
L’egemonia culturale, dunque, fu tenacemente perseguita e fu ottenuta con gli strumenti dell’editoria. Dai Verbali esce anche il genio di Einaudi. Chi volesse buttarsi nel ramo qui può imparare molto. Einaudi si lamenta perché i collaboratori vogliono comprare troppi libri «già fatti». Errore grave. La Casa editrice deve innanzi tutto proporre volumi da realizzare ai vari autori. Altrimenti non c’è strategia. Viva è anche la preoccupazione per l’identità di ogni singola collana, che deve caratterizzarsi per una proposta netta: nascono da queste riflessioni gemme come i «Gettoni» di Elio Vittorini. Un occhio di riguardo è riservato al gruppone dei consulenti, nel tentativo di ampliarlo quanto possibile, anche a costo di avere troppi galli nel pollaio (ad esempio, si avverte una certa tensione fra Pavese e Vittorini).
Nei Verbali emerge con chiarezza la linea fissata dalla Casa editrice di Torino nel 1945. In fondo è ancora quella maggioritaria nella sinistra italiana. L’analisi politica di Einaudi e soci (formare un blocco sociale nel nome di comunismo, azionismo e cattolicesimo di sinistra) aveva allora una logica stringente, per quanto lontana dalla democrazia liberale. Nel 2011, non ha più senso. Il mondo è cambiato, e una parte del catalogo storico dello Struzzo, imbottito di saggi sulle conquiste della società sovietica, è lì a dimostrarlo. Il Pci non esiste più. Il Partito d’Azione pure. Anche l’egemonia culturale è finita: la proposta attuale dell’Einaudi, pur di alto livello, è assai generalista e meno definita rispetto a quella di editori di area diversa. Basta guardare il catalogo di Liberilibri, Rubbettino, Lindau, Cantagalli per capire che le idee affilate e coerenti vengono dalla cultura liberale e cattolica.
Tutto è mutato. Eppure i progressisti continuano a comportarsi come se avessero i piedi sotto al tavolo durante le riunioni del mercoledì. Lo statalismo soffocante, l’antipatia per il liberalismo, la chiusura verso il mercato, la concezione dello Stato come dispensatore di diritti, l’intellettuale militante: questa è l’eredità del comunismo. Il senso di superiorità antropologica discende invece dal moralismo Azionista, che distingue il Paese sano dal Paese malato, l’Italia onesta da quella retrograda e conservatrice. I Verbali insegnano che fare l’editore è un mestiere bello e difficile. E, indirettamente, che viviamo nel XXI secolo mentre la sinistra campa ancora sulle idee, solo un po’ annacquate, che gli einaudiani propugnavano nel ’45.
«Il Giornale» del 19 novembre 2011

Il catalogo delle atrocità

La ricerca
di Alessandro Zaccuri
Il senso della giustizia ereditato dal padre. E il senso dell’umorismo ricevuto in dono dalla madre. In mezzo, come risultato un po’ bizzarro dell’incontro fra queste due virtù, c’è lui, Matthew White della Virginia, a lungo bibliotecario di professione e oggi infaticabile collezionista di sterminii.
Suo è Il libro nero dell’umanità appena pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie (traduzione Massimiliano Manganelli con Valentina Sichenze, pagine 874, euro 23,50) e suo, prima ancora, è il sito in ostinato stile web 1.0 (lo si raggiunge all’indirizzo http://users.erols.com/mwhite28/index.htm) attraverso il quale ha da tempo iniziato ad allestire un dettagliatissimo atlante storico del XX secolo. Cifre e statistiche a non finire, comprese quelle dei massacri che hanno insanguinato il Novecento. Con relativo contorno di polemiche, richieste di rettifica, petizioni di principio.
L’idea di un volume che praticasse l’«atrocitologia» come scienza esatta è nata da lì. Intendiamoci, il neologismo è discutibile e del resto White mette le mani avanti fin dall’introduzione, avvertendo che «tutto quello che state per leggere è controverso». A partire dalla decisione di iniziare il conteggio dei cento peggiori orrori di tutti i tempi fin dall’antichità, superando le remore che di solito riguardando l’esattezza dei numeri forniti dagli storiografi greci e romani («I nostri antenati sapevano come contare pecore, bovini e denaro, e allora perché avrebbero dovuto improvvisamente dimenticarsene allorché si trattava di contare le persone?», obietta spiccio White).
Ma le questioni veramente delicate sono altre e l’autore del Libro nero dell’umanità, dotato com’è della tipica schiettezza anglosassone, non fa nulla per nasconderle. Quanto si arriva ad affrontare l’argomento del rapporto tra guerra, religioni e massacri, White prova a procedere per piccoli passi. «Nessuna guerra è al cento per cento religiosa (o al cento per cento qualcos’altro)», ammette, ma aggiunge che spesso la religione è l’unico elemento che differenzia due gruppi altrimenti omogenei, come accadde nella Jugoslavia degli anni Novanta. E poi la presenza della componente religiosa rimane innegabile in molti conflitti , anche perché sono gli stessi belligeranti ad appellarvisi. Per motivi di comodo, forse, ma presupponendo un indubbio potere di fascinazione.
Nel tentativo di conservarsi equanime sino in fondo, White evita di postulare un rapporto di causa-effetto simile a quello indicato da tanta pubblicistica neo-ateista (è il sofisma per cui ogni credo, e il monoteismo in particolare, sarebbe per sua natura guerrafondaio) e precisa addirittura che non sempre, quando si combattono popoli di religione diversa, la religione stessa è da considerarsi come casus belli.
Dopo di che, torna a occuparsi di numeri ed è qui che cominciano le sorprese. Perché la più grande strage a sfondo “religioso” è la cosiddetta rivolta dei Taiping, verificatasi in Cina tra il 1850 e il 1864, quando il presunto messia Hong Xiuquan – che si proclamava fratello minore di Gesù Cristo – guidò un’insurrezione anti-imperiale nel quale persero la vita 20 milioni di persone. Subito dopo, nella macabra classifica, incontriamo la guerra dei Trent’anni, che fra il 1618 e 1648 contrappose protestanti e cattolici in terra tedesca, lasciando sul suolo 7,5 milioni di vittime.
Seguono i cinque milioni e mezzo di ebrei sacrificati nella Shoah, che però White decide di conteggiare all’interno delle vittime della Seconda guerra mondiale, per la quale si arriva al raccapricciante totale di 66 milioni di caduti sui vari fronti (il che, per inciso, fa di Adolf Hitler il più spietato in assoluto fra i dittatori susseguitisi sulla Terra: l’atto d’accusa contro di lui si riferisce a 42 milioni di vittime). Alle Crociate, solitamente additate come il conflitto religioso per antonomasia, White imputa un probabile bilancio – comunque terribile, sia chiaro – di circa tre milioni di morti.
Effetto dell’imparzialità tipica dell’«atrocitologia», che obbliga a considerare la storia in una prospettiva veramente planetaria, in conseguenza della quale si scopre che la più sanguinosa tratta degli schiavi mai avvenuta fu quella che interessò il Medio Oriente fra il VII e il XIX secolo: in essa perirono 18 milioni e mezzo di persone, due milioni e mezzo in più rispetto al martirologio riferibile al commercio di esseri umani da e verso l’America. White tratta una materia inquietante, senza mai rinunciare a un tocco di humour (il lascito della mamma, ricordate?) che potrà forse apparire fuori luogo a qualcuno.
Ciò non toglie che Il libro nero dell’umanità sia un’opera tutta da discutere e sulla quale riflettere senza pregiudizi. Specie quando l’autore azzarda qualche considerazione generale. Questa, per esempio: le stragi più efferate derivano, anziché dalle dittature, dal caos scatenato in seguito al crollo dei poteri assoluti. Non sarà una buona notizia, ma di questi tempi tradisce una certa attualità.
«Avvenire» del 16 novembre 2011

I quattro peccati della postmodernità

di Pierangelo Sequeri
La denuncia del degrado antropologico indotto dai modelli culturali della società dei consumi e dello spettacolo è pressoché unanime. L’inerzia propositiva, però, è altrettanto generalizzata. Il sistema dominante del conformismo critico, d’altra parte, è occhiuto e minaccioso. Guai a chi è colto nel flagrante delitto di invocare forze proporzionate di reazione agli eccessi e di sviluppare forme di negazione determinata dei loro presupposti sistemici. La città brucia e impieghiamo la maggior parte del tempo a spiegarci tra noi. In ogni caso, siamo ormai in regime di dialogo permanente da un bel po’, ma l’accanimento delle parti per la pura difesa del diritto di stare in scena si aggrava ogni giorno. Devoti ossessivi e sbeffeggiatori impudenti ricavano energie parassitarie dalla nostra radiazione malinconica di fondo, che ormai si diffonde globalmente. E le investono su opposti estremismi, in nome della fede o della ragione, confondendo molti.
In un mondo che perde logos, la reazione a catena del polemos (della guerra, della violenza, dell’aggressività di tutti contro tutti) guadagna terreno e si fa incontrollabile. In un mondo che rimane senza l’audace e creativa testimonianza dell’umanesimo cristologico, il politeismo degli dèi razzisti e corporativi occupa la scena. Il tentativo di annichilire il cristianesimo lavora certamente per il nichilismo, dovunque accada. Lo svuotamento dell’incarnazione di Dio fa regredire la religione e l’ominizzazione: indisgiungibilmente. Per questo, noi per primi ci dobbiamo purificare col fuoco, pur di restituire all’Evangelo il suo onore. Non solo la sua verità. L’Occidente, del resto, ha covato a lungo il suo uovo di serpente. Puntuale, arriva la sua moria dei primogeniti. Infine, c’è del lavoro urgente da fare: riguarda beni di prima necessità per l’ominizzazione, che il mercato ha dismesso. Chi ha qualcosa da dare, e voglia di lavorare per il riscatto della generazione, a qualsiasi popolo appartenga, sarà bene accetto.
La ripresa di iniziativa culturale del cristianesimo chiede, dal canto suo, disincanto del mondo, cultura impeccabile, passione per la cosa. Non siamo nel peggiore dei mondi possibili: è un mondo che abbiamo contribuito a generare. Nel deserto del suo abbandono, il popolo si rassegna a farsi vitelli d’oro. Ormai c’è assuefazione. Ma l’idolo è sempre una faccenda di testa. L’idolo è un simbolo, un esorcismo: anche una passione vera che diventa ossessione di un dio falso. È di questi idoli «di testa» che voglio parlare. Individuo una priorità strategica. Scelgo quattro figure dell’idolatria culturale postmoderna la cui interdipendenza fa da moltiplicatore per un vasto indotto di superstizione: la fissazione della giovinezza, l’ossessione della crescita, il totalitarismo della comunicazione, l’irreligione della secolarizzazione. Evidentemente, in queste figure ci sono termini che evocano immediatamente oggetti e fatti che non hanno in sé nulla di demoniaco o di idolatrico. Questa è precisamente la serietà dell’insidia.
L’idolatria di maggiore successo si raccomanda proprio in virtù della sua apparente esaltazione di ciò che rappresenta una promessa di realizzazione buona del desiderio collettivo. Corruptio optimi pessima. L’eccellenza che si concede alla corruzione genera il peggio del peggio. La volontà di potenza che preme per travolgere il vincolo fra legame sociale e umanesimo etico, sotto il segno del progresso delle tecniche e dell’aumento delle risorse, ha individuato queste figure come simboli funzionali alla propria legittimazione. La testa del parassita, però, che ha piegato irresistibilmente verso l’idolatria il moderno umanesimo razionalistico della coscienza, ha una precisa identità. Lo indico come principio di autorealizzazione.
Nel passaggio all’autorealizzazione tecnologica dell’Io pensante, che lo ha travolto, si è innescata la deriva del nichilismo specifico della nostra contemporaneità: l’autismo etico dell’Io sentimentale. Eresia della verità cristiana della persona, il cui logos aveva aperto l’Occidente alla sua destinazione. Corruzione dell’umanesimo moderno, che ha requisito il pathos dell’immenso e felice lavoro della generazione, dirottandolo verso le tristi passioni di un ethos individualistico e predatore, che diventa nomos di massa. Le figure etiche dell’autodeterminazione (libertà di coscienza, potenza della volontà) ne sono state inquinate e stravolte: sottratte alla splendida giustizia del voler-bene; e indotte a lavorare, per la propria emancipazione, contro l’umano che è comune.
La civetteria postmoderna dell’intellettuale, che fornisce legittimazione all’individualismo etico, e giustifica criticamente l’intimidazione di ogni umanesimo difforme – soprattutto quello cristiano –, fa il lavoro della seconda Bestia. Le vittime designate per l’offerta al drago, come tutti sanno, sono ragazzi e ragazze. Non ne abbiamo mai consegnati così tanti. Noi, popoli cristiani d’Occidente, abbiamo meritato le conseguenze di questa ricaduta nel paganesimo. Ma ci è consentito un soprassalto di orgoglio: possiamo smascherare l’idiozia della cultura che pretende di rappresentarci, e aprire mille luoghi di liberazione dalla dipendenza dei signori delle tessere che ne traggono profitto. L’idolo del postmoderno non ci rappresenta. Ci sono rimasti assai più di dieci giusti, per convincere Dio, in favore delle generazioni che vengono, che non siamo così indegni dei doni ricevuti.
«Avvenire» del 17 novembre 2011

Benedetto XVI: il relativismo subliminale

Tratto dal discorso in Germania, pronunciato il 24 settembre 2011
di Benedetto XVI
Viviamo in un tempo caratterizzato, in gran parte, da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti della vita. A volte, questo relativismo diventa battagliero, rivolgendosi contro persone che dicono di sapere dove si trova la verità o il senso della vita.
E notiamo come questo relativismo eserciti sempre di più un influsso sulle relazioni umane e sulla società. Ciò trova espressione anche nell’incostanza e nella discontinuità di tante persone e in un eccessivo individualismo. Qualcuno non sembra affatto capace di rinunciare a qualcosa o di fare un sacrificio per altri. Anche l’impegno altruistico per il bene comune, nei campi sociali e culturali, oppure per i bisognosi, sta diminuendo. Altri non sono più in grado di legarsi in modo incondizionato ad un partner. Quasi non si trova più il coraggio di promettere di essere fedele per tutta la vita; il coraggio di decidersi e di dire: io ora appartengo totalmente a te, oppure di impegnarsi con decisione per la fedeltà e la veracità, e di cercare con sincerità le soluzioni dei problemi.
Postato il 19 novembre 2011

16 novembre 2011

Dietro la sindrome del complotto si nasconde il deficit di credibilità

di Massimo Nava
Hanno suscitato irritazione la maldestra offerta di Sarkozy di «sistemare» le cose in Italia e i suoi sorrisetti in coppia con la Merkel a Cannes, considerati sia mancanza di rispetto sia eccesso d' ingerenza. Però in questi giorni, una sorta di diktat europeo viene stigmatizzato anche a proposito del nascente governo Monti, come se il problema non fosse la nostra credibilità nel rimettere in carreggiata le risorse del sistema Paese, ma l'ironia degli altri e/o presunte mire neocoloniali. All'estrema sinistra e nella destra leghista e liberale, si ascoltano curiose convergenze su argomenti come forzatura presidenzialista, poteri dei tecnocrati, «golpe» delle banche europee e «congiura» della finanza internazionale. Crozza ne ha già fatto la caricatura. Altri, senza l'ironia del comico, richiamano il rispetto delle regole e il primato del Parlamento, dimenticando lo scempio che se ne è fatto negli ultimi anni. Per fortuna, il professor Monti va a messa, altrimenti avremmo sentito parlare anche di complotto ebraico. Giusto respingere il sarcasmo al mittente e interrogarsi sul nostro posto in Europa, ma qualche riflessione andrebbe fatta su immagine e credibilità di un Paese e su che cosa significhi ingerenza. Magari chiedendosi perché la Francia continui ad ottenere tripla A e considerazione internazionale, nonostante condizioni di salute non molto più floride di quelle italiane, «nonostante» appunto Sarkozy, con le sue gaffe e sondaggi in caduta libera. Magari chiedendosi perché dopo lo scandalo Strauss-Kahn, la Francia sia riuscita a piazzare un altro francese (la Lagarde) al Fondo Monetario, nonostante la già ampia presenza di francesi in posti chiave dell'economia mondiale. Magari chiedendosi perché lo stesso Strauss-Kahn abbia sentito la necessità di dimettersi subito e sia oggi un relitto politico. Magari ricordando che, al tempo della guerra in Iraq, la Francia venne disprezzata dagli americani come il Paese di mangiatori di rane, salvo riguadagnare considerazione per aver detto di no a Bush. Magari ricordando che la fine di Gheddafi non è soltanto il risultato delle velleità militari di Sarkozy, ma dell'impegno di un Paese che ha saputo mettere in campo una coalizione internazionale in buona parte recalcitrante. Tornando alle vicende europee, può dispiacere l'influenza dell'asse franco-tedesco, ma dovremmo domandarci che cosa sarebbe l'Europa senza il livello di concertazione raggiunto da Berlino e Parigi. Non è retorica, ricordare, fra l'altro, il più lungo periodo di pace e progresso nel continente. Certamente, l'asse franco-tedesco è anche un elemento di squilibrio e risulta troppo spesso un matrimonio d'interesse, che consente alla Francia di giocare in prima linea pur non avendo le carte in regola e alla Germania di non giocare da sola, evitando così di rievocare pericolosi fantasmi. Ma se ne rendono conto gli stessi francesi e tedeschi (il ministro Schäube, domenica scorsa, su le Monde) che auspicano maggiore coesione delle regole (innanzitutto fiscali) oltre a quella della moneta. Sarebbe auspicabile una maggiore convergenza politica, ma questa è impossibile senza una diversa architettura istituzionale, di cui un'Italia più considerata e rilanciata potrebbe essere grande protagonista. Non ha però molto senso confondere l'arroganza di Sarkozy o le durezze della Merkel con la politica europea della coppia Berlino-Parigi. È quasi sempre il sistema-Paese che esalta il valore dei leader e ne attenua i difetti. È autoconsolatorio ritenere che la nostra credibilità in Europa sia dipesa soltanto dalle gaffe di Berlusconi, così come è illusorio ritenere che basti la credibilità di Monti a restaurare quella del Paese. Il professore della Bocconi non è un demiurgo, ma un insegnante di sostegno, con la speranza che la classe (non solo politica) impari la lezione e alla fine dell'anno (legislativo) passi gli esami.
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2011

L'era dell'emancipazione è rimasta senza eroine

la filologa Margherita Rubino, esperta di teatro classico
di Claudio Magris
La strana contraddizione femminile dell'epoca moderna: dopo Medea, Elena, Euridice, nessun grande personaggio
Molti anni fa, al liceo, discutevamo tra amici - con la rigida e struggente passione metafisica dell'adolescenza - cercando di classificare i sentimenti amorosi, i modi in cui si presenta e viene vissuta (per noi, dal nostro punto di vista maschile) la fascinazione dell'amore.
Le categorie di Eros sono due o tre? I diversi filosofi in calzoni alla zuava concordavano in genere nel distinguere la categoria dell'appetitio (le definizioni erano rigorosamente in latino) ossia l'attrazione meramente sensuale e assai forte da quella della perditio, il perduto abbandono alla figura amata e l'oblio oceanico di tutto il resto. Qualcuno ne introduceva una terza, l'affectio, l'amore-amicizia fondato sull'unione di attrazione fisica e affinità intellettuale privo tuttavia d'incanto tristanico.
L'Odissea forniva i modelli di queste classi: Circe era l'appetitio, Calipso la perditio, Penelope l'affectio. In età più matura, qualcuno si sarebbe ricordato di Nausicaa e avrebbe tentato di istituire una quarta categoria, quella della fioritura ancora indeterminata e aperta a divenire l'una o l'altra incarnazione dell'amore, immagine per eccellenza del vagheggiamento di una felicità destinata ad altri - come Nausicaa per Ulisse - e che, con l'avanzare dell'età, non è strano si presenti sempre più spesso.
In ogni caso, era, è la letteratura greca l'espressione più alta di queste pulsioni e sentimenti universali. C'è una forte contraddizione tra la posizione subalterna e spesso disprezzata della donna nell'antica Grecia e la presenza nella letteratura greca di grandissime figure femminili cui sono affidati, come forse in nessun'altra letteratura, significati e valori assoluti. Da un lato c'è la sottovalutazione della donna e del suo ruolo in famiglia - necessaria per la continuazione della stirpe, ma secondaria nella vita intellettuale - e in quella affettiva ed erotica; l'amore passionale, spirituale è soprattutto omosessuale, maschile. La visibilità sociale dell'etèra, della donna di cultura e di liberi costumi, non corregge questa visione, anche perché scinde la figura femminile in due ruoli, famigliare e pubblico, entrambi privi di piena dignità, anche se a titolo diverso.
Ma da questa società e da questa cultura greca nascono le più grandi figure femminili della letteratura mondiale, che incarnano l'assoluto o meglio gli assoluti della vita più di ogni uomo e che per secoli, millenni, nutriranno la creatività occidentale, che sempre ritornerà ad esse per dar voce e figura all'universale-umano. Tanti personaggi femminili indimenticabili, che danno volto a tutte le sfaccettature dell'umano. Antigone vive, dopo Sofocle, in centinaia di testi di tutti i tempi e di tutte le lingue, a esprimere i comandamenti assoluti e il loro conflitto, eroico e talora colpevole, con le leggi positive. E Alcesti, Medea, Elena, Ifigenia, Fedra, Euridice, Elettra, Persefone e tante altre, senza le quali non sapremmo cosa siano l'amore, il sacrificio, la purezza, la colpa, il dolore, lo strazio, la sublimità e la ferocia della passione, la vita e il suo svanire.
Com'è possibile che una società patriarcale e maschilista per eccellenza abbia generato la più grande letteratura sulla donna, identificando quest'ultima, più che l'uomo, con l'universale? Lo chiedo a Margherita Rubino, che incontro a Genova, dove insegna Teatro e drammaturgia dell'antichità e Tradizioni del teatro greco e latino presso la Facoltà di Lettere. Allieva di Umberto Albini, docente, critica teatrale, impegnata nella vita culturale della sua città, Margherita Rubino ha scritto, con puntiglioso rigore filologico, effervescente originalità e inquieta sensibilità, saggi su Medea e su Wagner e i modelli greci, su Eschilo e su Antigone, sul rapporto fra classicità e letteratura cristiana, sulla tradizione classica nelle più diverse letterature, come rivela - ma è solo un esempio - lo splendido studio Fedra. Per mano femminile.

Come si spiega dunque, le chiedo, questa straordinaria presenza femminile in una cultura non certo femminista?
Margherita Rubino - È vero, la donna in Grecia visse reietta e poco considerata... mentre in teatro le figure femminili sembrano travalicare testi pur creati da soggetti di avversa sessualità ed emergono come protagoniste assolute, come in una inspiegabile ribellione virtuale. Nessun altro genio del teatro - non Shakespeare, non Strindberg e neppure Ibsen - ha creato mai donne destinate a divenire degli universali come le figure che tu hai citato. Vale anche per la commedia, dove le eroine di Aristofane prendono il potere, come ne Le donne al parlamento oppure fanno lo sciopero del sesso per imporre la pace, come in Lisistrata e come oggi fanno nella realtà la colombiana Ruth Macias o il premio Nobel 2011, la liberiana Leymah Gbowee. Queste eroine ritornano, nella realtà o nell'arte. Nella tua stessa scrittura ricorrono echi delle eroine greche tragiche, Medea in Alla cieca o Alcesti in tutto il tuo teatro.

Claudio Magris - Tu parli di «eroine», specialmente nella tragedia greca. Cosa intendi per «eroine»? Alcune sono positive, modelli supremi di umanità (Alcesti, Ifigenia); altre colpevoli, come Clitennestra, sebbene quest'ultima, ha osservato di recente Eva Cantarella, sia anche vittima e il suo delitto abbia origine pure nella violenza da lei subìta. Pure Medea è complice e vittima... È forse questa simbiosi di male subìto e inflitto una chiave del personaggio femminile?

Rubino - Il male subìto costituisce la motivazione drammaturgica del crimine, del sacrificio, della vendetta, ma nulla conta di fronte all'agire tragico, che è quello che crea o no le eroine.
Per eroine intendo protagoniste assolute, capaci di decidere la sorte propria o quella del partner, capaci di trionfare come Medea, o di scegliere la bella morte come Antigone o Alcesti, o la morte quale soluzione-rivalsa, come Fedra. I tragici greci hanno costruito testi di fascino estremo, in cui il pubblico sta dalla parte dell'infanticida o dell'uxoricida. È vero, anche le eroine «buone» sono insidiose, perfino Alcesti ricatta in qualche modo lo sposo chiedendo che resti solo per sempre. Maria, la tua Alcesti de La mostra , ha tutto del modello tranne questa punta di fiele.

Magris - Ma ce l'ha forse un po' la mia Euridice in Lei dunque capirà... A parte la mescolanza di male e di innocenza in uno stesso personaggio (per esempio Fedra, da te mirabilmente studiata), perfino un supremo valore incarnato da un'eroina può implicare aspetti di colpa: ad esempio Antigone, figura dell'umanità più alta e universale che Hegel paragona a Cristo ma pur colpevole nel suo conflitto con la legge. Del resto, il tragico consiste in questa impossibilità di innocenza, in una condizione in cui ogni azione comporta una colpa. Medea è forse la più terribile dimostrazione di come l'ingiustizia patita possa condurre alla colpa tremenda; cercare ingenuamente di considerarla innocente, solo vittima, come ha fatto Christa Wolf, distrugge il senso e il valore del suo destino...

Rubino - ... Medea. Voci della Wolf se pur termina con un infanticidio, non è tragico. Manca la componente che tu ricordi, la condizione per cui ogni scelta comporta una colpa. La Medea greca è tragica perché è dilaniata da opposte scelte. Cuore del tragico è l'impossibilità di risolvere i conflitti. «Giustizia combatte contro Giustizia» scrive Eschilo. Diritti legittimi e opposti si scontrano e quello scontro, interiore oppure tra due persone, come tra Antigone e Creonte, è mortale. L'eroismo di Antigone è anche poetico, ed è irriducibile - qualcosa di simile traluce lieve nelle tue diverse donne, Maria, Steffi, l'ospite del Presidente... La capacità di assoluto è greca...

Magris - «Noi siamo divenuti barbari e brameremmo di nuovo essere elleni», ha scritto lo studioso gesuita Hugo Rahner...

Rubino - Il teatro greco non mette in scena l'amore, crea però eroine animate da passioni estreme, dove il conflitto tragico può essere tra la muta repressione di eros e lo svelamento. Fedra patisce un eros divorante che inizialmente tace, e in questa repressione sta la sua innocenza. Quando parla diviene colpevole: «Hai portato alla luce il tuo male, sei rovinata» le dice il coro.

Magris - Solo la donna, hai detto, rivela questa capacità di assoluto. Dopo la grecità, questo assoluto femminile, hai detto ancora, è improbabile e difficilissimo: è difficile un'Alcesti moderna (anche se Savinio l'ha scritta, la tragedia della moglie ebrea che si sacrifica per proteggere il marito durante la persecuzione nazista). E le altre, le Andromache, Ecube, Elettre, Persefoni, Euridici...? Come le ha rivissute nei secoli la letteratura europea? Ci sono eroine moderne che possono reggere il confronto?

Rubino - Rifacimenti oppure grandi protagoniste «ispirate a» colgono solo alcuni aspetti di quei modelli, ed è fisiologico che sia così. A volte nasce il capolavoro, per esempio Fedra di Racine o Elettra di Strauss-Hofmannsthal. Fuor dai Greci però, nel mondo moderno, dove stanno le protagoniste teatrali o letterarie capaci di esprimere a quel modo un assoluto, capaci di far convergere ogni tensione e sentimento e sacrificio verso un'unica ideologia o persona? Quale eroina moderna diventa un universale, come Medea o Lisistrata, Antigone o Fedra? Quali modelli folgoranti di sacrificio o di crimine al femminile, animati da una passione unica, con la quale si identificano, esistono nel teatro o nella letteratura degli ultimi secoli? A Faust, don Giovanni, Otello quali eroine di pari altezza corrispondono, eroine-mito intendo, il cui nome identifichi ? Forse Traviata, o Anna Karenina...
È suggestivo riflettere che nell'epoca della grande rivalsa femminile si attendono ancora universali della forza di quelli del V secolo a. C.
«Corriere della Sera» del 14 novembre 2011

Tolleranza, arma a doppio

Paul Gilbert
di Roberto I. Zanini
La modernità, l’uomo che si pone al centro del mondo, decreta l’inutilità di Dio e si fa artefice di tutte le cose, responsabile del bene e del male. Una problematica infinita, che ha acceso il dibattito nella Chiesa a partire dalla metà dell’800 e che ancora oggi interroga la società e la comunità dei credenti. «Ci sono tensioni nella Chiesa attuale che nascono dalla difficoltà di comprensione del rapporto fra Chiesa e mondo moderno».

A sottolinearlo è il gesuita Paul Gilbert, nuovo decano della Facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana e coordinatore del congresso L’uomo dell’età moderna e la Chiesa che si tiene nell’ateneo pontificio dal 16 al 19 novembre. «La nostra speranza è che questo incontro fra studiosi e docenti di varie estrazioni possa portare un po’ di luce, mettendo in evidenza tutti gli aspetti della modernità nel rapporto con l’uomo e con la Chiesa, anche in senso positivo».

Non solamente, quindi, soffermandosi sul rapporto fra scienza e fede.
«La modernità non riguarda solo la scienza, ma tutte le manifestazioni del pensiero, della cultura della letteratura. La modernità pone con prepotenza il soggetto al centro di ogni cosa, allo stesso tempo è con la modernità che nasce la critica all’azione del soggetto, che prima non era considerata. Al tempo stesso bisogna considerare che la modernità è erede di un processo di secolarizzazione che prende le mosse nel Medioevo, epoca in cui tutta la cultura faceva capo al mondo ecclesiale, ma con profonde divisioni fra università, fra scuole monastiche... Il pensiero moderno comincia a elaborare la necessità di far convivere queste divisioni... Da questo momento in poi nasce il concetto di dialogo, di tolleranza. Anche grazie a personaggi come Galilei e a santi come Bellarmino».

Tolleranza! Lo si può ritenere un valore cristiano?
«Amore è certamente positivo. La tolleranza può essere negativa. L’amore cerca di rispettare le opinioni dell’altro e in questo intento si fa cammino insieme. La tolleranza lascia spazio all’indifferenza, al relativismo».

Il pensiero comune indica nella tolleranza il massimo dei valori della convivenza civile.
«Con la modernità e la nascita dei grandi Stati nazionali la figura dello Stato si sovrappone a quella delle religioni. Dopo l’esperienza delle guerre di religione si pensa che lo Stato si debba porre al di sopra e diventare garante della convivenza senza entrare nelle diversità. La tolleranza viene posta al servizio della pace».

In questo senso assume un valore positivo.
«Ovviamente. In realtà, però, non si cerca la pace, ma la tranquillità sociale, attraverso un compromesso che è indifferente alla molteplicità. In questo senso la tolleranza può essere anche, mi passi la parola, “poliziesca”, proprio perché estranea e incurante della molteplicità»

Una visione di Stato e di tranquillità sociale che non soddisfa il cristiano?
«Diciamo che non lo può soddisfare abbastanza, perché attraverso di essa si formatta la mentalità dell’indifferenza gli uni agli altri. La fede cristiana è marcata dal rispetto delle differenze nel dialogo, nel muoversi verso l’altro».

Insomma, non tutta la tolleranza parla cristiano.
La fede cristiana si basa su due paradigmi fondamentali: il primo è la fede nel Dio Trinità, che è Dio unico nella comunione. Il secondo è stato fissato col Concilio di Calcedonia del 381, che chiarisce la doppia natura di Cristo, inteso come vero Dio e vero uomo, senza separazione, ma senza confusione. Il tutto nel rispetto della differenza, nell’amore della differenza, senza indifferenza. La tolleranza viene invece intesa come indifferenza nei confronti dell’altro: ciò che pensa non mi interessa».

Un problema enorme della modernità, un vero macigno.
«E la Chiesa ne è perfettamente consapevole. Nel suo discorso all’Onu nel 1968, Paolo VI indicò la Chiesa come maestra di umanità. Il problema è che la modernità tagliando i ponti con Dio li ha tagliati anche con la Chiesa. La politica non è più sottomessa all’ordine divino. L’uomo si è posto al centro come unico artefice del bene e del male. Si è appropriato del proprio destino».

In questo c’è qualcosa di positivo?
Nel primo capitolo della Genesi Dio invita l’uomo a dominare l’intero creato. Questa è l’essenza dell’atteggiamento moderno. Con la modernità l’uomo si prende la responsabilità dei suoi problemi, della malattia, del male... a conclusione di un lento processo di consapevolezza partito molti secoli prima, che di per sé non è negativo, altrimenti la Scrittura non collocherebbe la “modernità” già al principio».

L’impatto fra Chiesa e modernità però è stato duro.
«Forse perché la Chiesa aveva perduto un po’... il senso del religioso. C’erano ambiguità enormi. La stessa gerarchia dell’epoca non era molto “brillante”...».

E le ferite restano ...
«L’idea di questo congresso si colloca nel solco ritracciato dal Vaticano II e rilanciato con forza da Benedetto XVI. La Chiesa propone ai singoli soggetti di ritrovare la loro dignità di persone, di riappropriarsi della comprensione del loro dover essere, di ciò che è buono per loro e per l’umanità tutta. Il soggettivismo sorto dalla modernità non esiste più. Nessuno ha più la responsabilità di qualche cosa. La cultura contemporanea è, nei fatti, in fuga fuori da sé. È deresponsabilizzante e deresponsabilizzata. La Chiesa propone di ritrovare la rettitudine in una soggettività nuova, non chiusa in se stessa, ma capace di allearsi per costruire la società».

In questa logica, dove si incontra Dio?
«La coscienza che ritrova la propria dignità si situa in un mondo spirituale. È lì che fa l’esperienza del Dio che chiama al bene nel confronto con gli altri, del Dio che si dona nell’amore... senza confusione e senza separazione».
«Avvenire» dell'11 novembre 2011

I nuovi «lager» per gli eritrei

Il reportage (2)
di Paolo Lambruschi
La bambina eritrea ha sei anni e i capelli crespi intrecciati. L’unico gioco che può fare è correre avanti e indietro nel corridoio del carcere di Bir el-Abd, a mezz’ora di autostrada da El Arish. Il suo nome non lo possiamo fare, chiamiamola Dina, vivace nonostante le manchino compagni di gioco, matite per disegnare, giocattoli e il suo unico pasto sia il rancio della galera integrato da latte e biscotti portati da volontari copti.
L’abbiamo incontrata durante un giro in alcune carceri egiziane, dal Sinai ad Assuan, dove sono detenuti almeno 500 eritrei contro la convenzione dell’Onu del 1951 sui rifugiati, cui l’Egitto ha aderito. Uomini, donne e almeno una decina di bambini innocenti, imprigionati per un periodo indefinito come irregolari. Siamo l’unica testata occidentale ad essere entrata per testimoniare cosa accade dietro le sbarre. Le guardie ci lasciano soli con i prigionieri. A nessuno di loro – denuncia Asefasc Woldenkiel, la persona che mi aiuta a tradurre – è stato permesso di presentare domanda di asilo nonostante molti siano in possesso della tessera blu dell’Acnur, quella di rifugiato o di quella gialla, rilasciata a chi presenta domanda di asilo. Né all’Acnur è consentito l’ingresso in queste galere lontane dal Cairo.
Dina non esce mai, gli eritrei non fanno l’ora d’aria. Dorme su un asciugamano buttato sul cemento in una cella lurida con un solo bagno, che in estate deve trasformarsi in un forno, e che divide con la madre e altre 10 detenute eritree, tutte tra i 20 e i 30 anni, fuggite dallo stato-caserma eritreo, da un regime che pare aver trasportato nel ventunesimo secolo la dottrina dei Khmer rossi di Pol Pot. La polizia le ha arrestate quando i beduini le hanno lasciate al confine o le hanno liberate dopo il pagamento del riscatto. Così il mondo di Dina dallo scorso giugno è fatto di guardie carcerarie armate, sbarre e mura di cemento. Vengono tutte dal campo profughi di Sheregab, in Sudan. Un paio sono state rapite dai Rashaida e poi vendute ai beduini che le hanno liberate dopo un riscatto di 25mila dollari pagato dai familiari. Non chiedo di più, i loro occhi raccontano abbastanza. A El Arish ho incontrato altre due detenute ventenni arrestate due settimane prima, dopo tre mesi di sequestro nel deserto e il pagamento del riscatto di 26mila dollari. Mentre mi dicevano che un loro compagno di viaggio era stato ammazzato di botte dai banditi beduini avevano lo stesso sguardo che mi implorava di piantarla.
La mamma di Dina è invece partita volontariamente per Israele, dove clandestinamente vive il padre, ma la polizia le ha fermate con altre sette ragazze, che avevano pagato 5000 dollari ai trafficanti che le hanno poi abbandonate nel deserto. La polizia israeliana le ha quindi arrestate. Li aiuta la solidarietà della chiesa copta che porta loro coperte, abiti, qualche quaderno per scrivere e ha avvisato le famiglie della loro sorte. Il muro è diventato una lavagna di fortuna, per far sognare Dina di essere a scuola. La madre inventa per lei di continuo un mondo di giochi, proprio come Roberto Benigni nella <+corsivo>Vita è bella<+tondo>. «Mia figlia adesso riesce a dormire – spiega Tess, altro nome inventato – ma il primo mese si svegliava urlando. Piange quando le guardie picchiano qualcuno perché non sa come farà a guarire qui dentro». Del loro gruppo facevano parte 30 persone. «Di otto – aggiunge Tess – non abbiamo più notizie, non sappiamo se sono stati uccisi dai beduini o dalla polizia».
Nella cella accanto sono sdraiati 15 giovani eritrei. Provengono dai campi profughi, perlopiù da quelli sudanesi, un paio anche da quelli etiopi. Sono stati rapiti dai predoni beduini nel Sinai, al termine di un viaggio in condizioni durissime. C’è chi ha poi passato un anno in catene prima di trovare i soldi del riscatto, sempre sotto la minaccia di finire nelle mani dei trafficanti di organi.
Hanno assistito a violenze bestiali sulle donne, sono stati torturati, picchiati con sbarre di ferro, bruciati con la gomma fusa. Al termine del calvario, dopo aver pagato i riscatti di 26mila dollari sono stati liberati, ma non sono riusciti ad attraversare il confine perché ridotti a scheletri. Berhame non ha sentito l’alt e si è beccato una pallottola in un femore da uno zelante poliziotto. Ha i ferri piantati nella coscia della gamba sinistra. È immobilizzato sul pavimento di cemento e un pezzo di cartone è tutto quello su cui può appoggiare l’arto ferito. Qui di infermerie non ce ne sono. Nel carcere ci sono in altre due celle altri 18 detenuti eritrei e un paio di sudanesi, tutti seduti per terra su stuoie e asciugamani. Tutti rapiti, schiavizzati, liberati e poi ancora incarcerati senza colpa. Anche qui, ognuno conosce almeno uno o due compagni di viaggio e di sequestro spariti nel nulla tra El Arish e Nakhl. Più tardi, nel carcere di Romani, da una quarantina di eritrei, quasi tutti sequestrati e liberati dopo aver pagato riscatti dai 6 ai 26mila dollari, sentirò ripetere che almeno un terzo dei compagni è sparito.
«Veniamo maltrattati dalle guardie – spiega W. – che ci urlano che dobbiamo andarcene». Ai cristiani è riservata una razione supplementare di botte e gli eritrei si tatuano la croce etiopica sul polso. Quanto resteranno in galera questi dannati della Terra? Il loro futuro è il rimpatrio in Eritrea, in base a un accordo con l’Egitto che ignora il diritto di queste persone di chiedere asilo. L’unica speranza è l’intervento dell’ambasciata etiope che, dopo aver identificato i rifugiati, con un lasciapassare li porti all’aeroporto del Cairo e da lì nei campi profughi del Paese dove sono già presenti 61mila rifugiati eritrei. Un progetto umanitario sostenuto da una rete italiana di buona volontà sta provvedendo a pagare i biglietti aerei. Già 175 persone sono uscite dal carcere in questo modo. Il tempo della visita è scaduto. Mentre si chiudono le porte della galera Dina mi chiede a bassa voce di portarla via, da suo padre.
«Avvenire» del 14 novembre 2011

Tratta di uomini e di organi

Il reportage (1)
di Paolo Lambruschi
«Di incontrare i predoni beduini non se ne parla proprio», dice il contatto, l’uomo che con loro ha lavorato per anni da El Arish. Qualche giorno fa c’è stato uno scontro a fuoco con la polizia, e troppi media si stanno interessando alla vicenda degli ostaggi nel Sinai. Sono loro, però, la chiave per capire i misteri del Sinai, quanti sono attualmente i rapiti e dove è finita parte degli eritrei, quella che non riposa fuori dal cimitero di El Arish.
Secondo un agghiacciante lancio dell’agenzia di stampa palestinese Ma’an, l’azione dei trafficanti di organi sul confine tra Egitto e Israele è stata denunciata già a settembre da un profugo eritreo sfuggito ai suoi sequestratori beduini. L’uomo aveva denunciato l’uccisione dei suoi compagni dopo che era stato preso loro il denaro e asportati gli organi. I corpi erano stati gettati nei bagagliai delle auto dei predoni.
Che in Egitto fiorisca un mercato clandestino di organi è noto. Lo scorso giugno è stata approvata una legge che lo contrasta, ma nel 2010 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito il Paese un hub – uno snodo – per il traffico verso il mondo arabo, classificandolo nei primi cinque Stati attivi in questo immondo mercato. Giudizio aggravato per il 2011 dal Dipartimento di Stato americano, che lo ha portato al terzo posto. Nel deserto il business milionario dei sequestri si sarebbe così saldato con quello altrettanto florido degli organi umani a spese degli africani. Il rischio è infatti pari a zero, le ambasciate dei Paesi di appartenenza non reclamano per la sparizione di disperati privi di documenti, e la polizia egiziana non interviene. I predoni, dal canto loro, si sono ben guardati dal rapire occidentali.
Parte degli introiti del mercato nero dal Sinai prende probabilmente la strada del Cairo, altri finanzierebbero il terrorismo islamico. Ma qui la pista diventa troppo intricata, difficile separare le responsabilità criminali in un Paese dove è alto il tasso di corruzione anche nelle forze dell’ordine, indebolite dalla rivoluzione, che nel deserto non intervengono troppo.
I dati confermano comunque che i due luridi mercati, uomini e organi, si alimentano. I sequestri, infatti, continuano. Sono almeno 500 le persone in ostaggio da settembre dei rapitori che hanno creato un triangolo della morte nel deserto della Bibbia. Dopo un anno di indagini da parte delle organizzazioni umanitarie, che hanno pazientemente raccolto le testimonianze delle vittime, sono noti persino i nomi dei mercanti di uomini e dei loro complici eritrei che attirano i profughi in trappola e riscuotono i ricatti via money transfer.
E sono stati trasmessi sia alla polizia israeliana sia a quella egiziana, ma senza esito.
«Dopo 12 mesi – spiega don Mosè Zerai, il sacerdote cattolico eritreo che vive a Roma – il flusso di migranti che vanno volontariamente sulla rotta del Sinai è diminuito. Però i riscatti sono aumentati, da qualche mese vengono chiesti 26 mila dollari per ostaggio».
Da Stoccolma la giornalista eritrea Meron Estefanos lancia da luglio un nuovo allarme: «I Rashaida rapiscono gli eritrei fuori dai campi profughi di Shegarab, in Sudan. Poi li vendono ai beduini in Egitto. Li scelgono tra i più giovani, temiamo che chi non possa pagare sia rivenduto ai trafficanti d’organi».
Dall’altra parte del confine Sigal Rozen, avvocato e attivista israeliana per i diritti umani dell’associazione Hotline for Migrant Workers di Tel Aviv, ha raccolto migliaia di testimonianze di eritrei in due anni. Ecco cosa ha concluso: «Non è vero che nel traffico d’organi finisca solo chi non paga il riscatto. Ci sono ragazze giovani e carine segregate per mesi anche dopo i pagamenti solo per continuare a stuprarle. E molti giovani uomini le cui famiglie hanno pagato spariscono senza aver mai contattato i loro cari. Probabile che dopo aver incassato il denaro i beduini li abbiano comunque scelti per l’asportazione di fegato, reni e cornee moltiplicando così i guadagni, e poi li abbiano uccisi».
Le gang più note fanno capo ai palestinesi Abu Khaled e Abu Ahmed, ma secondo le testimonianze dei superstiti, il più crudele e sadico è Abu Abdallah, arrestato in maggio dalla polizia egiziana e subito liberato: un beduino 40enne padre di otto figli, originario di Mekleh vicino a Nahkhab che agisce con il fratello, noto come Abu Musa. Di costoro sono conosciuti persino i cellulari, eppure sono liberi di girare sulla rotta del traffico che va da Aswan a Rafah.
I predoni beduini hanno chiuso i canale, mi dice il contatto di El Arish. Alla Cnn un leader della tribù beduina Sawarka, una delle più grandi nel Sinai, ha ammesso il traffico di persone e le violenze, e ha puntato l’indice su «alcune canaglie» del clan.
Un altro capo della tribù Tarabin ha riconosciuto il traffico con i Sawarka, spiegando che «su 150mila beduini riguarderebbe 50 persone». Anche lo sceicco del clan Tihi ha parlato in un filmato trasmesso a fine ottobre dall’emittente privata egiziana Channel 25 e girato a Nekhel, nel cuore del Sinai. Anche questo video è rintracciabile su YouTube. Mostra le fosse comuni con i cadaveri calcinati di africani privi di organi, dissanguati e poi strangolati. Il video mostra i resti di un accampamento, e poi farmaci, lacci emostatici. E documenti bruciacchiati di eritrei. Il capo beduino fa il nome del trafficante d’organi: è Solomon Abdallah, alias Abu Abdallah.
Probabilmente per smarcarsi i predoni beduini hanno rilasciato mercoledì 600 persone alla frontiera con Israele, secondo l’Acnur. Un fatto senza precedenti: i rilasci sono sempre avvenuti a piccoli gruppi. Non si sa quanti siano attualmente i prigionieri, ed è presto per dire se il clamore mediatico abbia interrotto lo spregevole mercato.
Il filmato di Channel 25 riporta – scritti nella lingua ge’ez usata dalla Chiesa cattolica eritrea – i nomi di alcuni prigionieri scritti sulle rocce, poco lontano dal luogo dove, di lì a poco, avrebbero trovato la morte più orribile. I nomi di questi cristiani uccisi come bestie sono Kibrom, Wedi Teyki, Almaz, Nazu, Yerus Wehatila, Feven, Ephrem, Eyob, Tsgum Dbarwa, Yonas. All’Occidente e alla sua coscienza addormentata nulla importa di loro, ma la diaspora eritrea li ricorda oggi con una fiaccolata in molte città.
Abbiamo visto dove sono finiti gli eritrei morti nel Sinai, partiamo ora a cercare i sopravvissuti nelle galere egiziane, da El Arish fino ad Aswan.
«Avvenire» dell'11 novembre 2011

Quel ventenne del Web

Nel 1991 l’invenzione che ha trasformato Internet. E l’ha reso simile a noi
di Giuseppe Romano
Sembra incredibile, ma è così: già vent’anni di World Wide Web. La ragnatela digitale – il "www" che precede ogni indirizzo di sito Internet – sta festeggiando se stessa nel segno del suo fondatore, Tim Berners-Lee: sir Tim (la regina Elisabetta l’ha ringraziato insignendolo del titolo) è stato a Roma in questi giorni nell’ambito di una kermesse celebrativa affollata di filosofi, economisti, esperti tecnologi.
«Let’s web serve humanity», il web al servizio dell’uomo, è stata la frase-simbolo dell’evento. Giorni fa la banca d’affari Morgan Stanley aveva annunciato che quest’anno le vendite di "telefoni intelligenti" – gli smartphones – e dei tablet – vale a dire iPad e affini – supereranno quelle dei personal computer. L’era del pc sarebbe già al tramonto. Possibile? L’era digitale è abbastanza immateriale da macinare uno strumento dopo l’altro: staremo a vedere se le magiche tavolette elettroniche che stanno dilagando soppianteranno davvero desktop e laptop, computer da tavolo e portatili.
È comunque certo che il Web "vuole" essere consultato in maniera sempre più semplice e mobile. Sbaglieremmo, tuttavia, se concentrassimo l’attenzione sugli aspetti materiali. Questi vent’anni di Web mostrano che a essere superato è proprio il "mondo dei tecnologi", composto da quelli che il guru di Internet Jaron Lanier in un libro recente ha definito «gadget»: la galleria infinita di oggetti che si susseguono e si scavalcano a ondate incessanti, appena sfornati e subito vecchi.
«Tu non sei un gadget», è la replica di Lanier (inventore del termine «realtà virtuale»): se l’uomo si affida al ritmo delle macchine, diventa macchina anche lui. Quello che dovrebbe importarci è piuttosto ciò che succede a noi quando usiamo gli strumenti tecnologici. Se un uomo o una donna non può fare a meno di guardare il suo cellulare cento volte al giorno, anche mentre mangia o parla col fidanzato, quella persona ha un problema. Ugualmente, un bambino che passa ore a smanettare con i videogiochi ha un problema. Problemi umani e familiari, non tecnologici. Le tecnologie invecchiano, lasciano il posto ad altre che meglio raggiungono gli scopi prefissati.
Un merito di Steve Jobs – che per questo è compianto da molte persone, e non solo da tecnologi – è stato avere materializzato idee, ovvero immaginato strumenti che risolvevano le attese di tanti. L’iPod è solo uno strumento tecnologico, o piuttosto quel modo per ascoltare musica di cui non vedevamo l’ora? E lo stesso accade con l’iPad, che rende trasportabili e immediati un sacco di gesti umani, dal leggere un libro a prendere un appunto. Certo, tre giorni di blackout europeo del sistema Blackberry – com’è accaduto di recente – hanno insegnato a migliaia di manager che la tecnologia può tradire.
Sembra però preferibile l’idea che se ci abituassimo di tanto in tanto a zittirli volontariamente (magari perché rispettiamo l’interlocutore che, seduto di fronte a noi, ci sta raccontando le sue faccende) peserebbero meno gli inevitabili guasti tecnici. E, forse, coglieremmo con più preoccupazione quei problemi – umani – che sono connessi all’uso scriteriato e passivo della tecnologia: i deficit percettivi e di attenzione, i tic compulsivi, le "evasioni elettroniche" che fanno riscontro all’abbandono affettivo nelle famiglie (ma anche in tanti single).
È pur vero che usare il computer e i suoi derivati ci sta cambiando la testa, e ancor più ai bambini che ci sono nati in mezzo. Resta da dimostrare se in tutto ciò prevalga l’aspetto positivo o quello negativo, ma soprattutto se sia ineluttabile e se sia frutto di nuovi equilibri, piuttosto che di vecchi squilibri. Ma non diamone la colpa alla tecnologia: l’abbiamo fatta noi per noi stessi, e ci assomiglia sempre di più. Buon compleanno, Web.
«Avvenire» del 15 novembre 2011

Il primo uomo? È nato «religiosus»

Yves Coppens
di Roberto Beretta
Prima religiosus, dopo – solo dopo – sapiens. I «laici» si mettano pure seduti: l’uomo è nato con l’istinto del sacro e niente lo potrà cambiare, almeno fino al prossimo livello dell’evoluzione... Parola del francese Yves Coppens, 77 anni, uno dei maggiori paleoantropologi del mondo: lo scopritore di «Lucy», per dirlo in una parola, cioè lo scheletro dell’ominide più antico finora conosciuto. Oggi a Milano Coppens – di cui Jaca Book pubblica come strenna La preistoria dell’uomo, composito e illustrato cofanetto dedicato ai piccoli lettori – partecipa alla Cattolica al seminario internazionale «Il Vento, lo Spirito, il Fantasma», organizzato dall’Archivio «Julien Ries» per l’antropologia simbolica; titolo della sua relazione: «Non c’è uomo senza simbolo».

Professor Coppens: è nato prima l’uomo o prima il simbolo?
«Sono nati contemporaneamente. Non si può pensare che il simbolo sia arrivato dopo l’uomo; e d’altra parte l’uomo è fin da subito un essere simbolico».

Ci spieghi allora com’è avvenuto.
«Nell’evoluzione dell’uomo si riconoscono tre fasi successive. La prima, 70 milioni di anni or sono, avviene con la visione frontale (prima gli occhi erano laterali), che offre la profondità delle tre dimensioni e la percezione dei colori. Il secondo stadio – siamo a 10 milioni di anni fa – arriva con la posizione eretta, quando l’antenato dell’uomo innalza per la prima volta lo sguardo all’orizzonte e al cielo. La terza tappa si verifica circa 3 milioni di anni fa, in seguito a un violento cambiamento climatico che modifica radicalmente il volto della Terra nel senso di un ambiente molto più secco e con la scomparsa delle foreste a vantaggio di savane e steppe; per superare questa difficoltà materiale alla sopravvivenza, gli animali fanno crescere i denti (che servono a brucare meglio l’erba) mentre il cervello degli ominidi supera una soglia di complessità che lo porta a un livello quantitativo e qualitativo superiore. Il pre-umano si trasforma nell’umano».

E il simbolo?
«Viene di conseguenza. L’australopiteco Lucy usava le pietre per quello che erano; ma quando l’uomo – per vincere il cambiamento climatico – sviluppa la testa, prende due sassi e col secondo modifica la forma del primo. Nasce l’idea. C’è un progetto che riguarda il futuro. Ecco: il primo oggetto fabbricato dall’uomo è già un simbolo sacro. D’altronde, quando vedo i popoli nativi ed osservo che i loro gesti sono tutti rituali, non posso pensare che non sia successo lo stesso con l’uomo primitivo».

Dunque la prima idea è nata insieme al senso del sacro?
«Sì. La percezione della forma è già la comprensione di qualcosa di sacro».

Lucy invece non poteva avere simboli, e dunque nemmeno un senso religioso...
«No, non credo. Nel corso del tempo la modificazione di alcuni dati fisici ha permesso l’emergere dell’homo religiosus».

Un’affermazione che ha notevoli corollari. Per esempio: il pensiero dev’essere per forza «sacro»?
«Certo. Il cambiamento progressivo che ha permesso all’uomo di sviluppare delle idee, gli ha fornito anche la possibilità di percepire qualcosa d’altro: l’avvenire, il passato. Uno sguardo sull’infinito e insieme dentro di sé».

I «laici» non ci resteranno bene...
«Non credo che esista davvero una reale laicità se non come un’altra maniera di pensare il sacro. L’uomo è irrimediabilmente simbolico, almeno in questo stadio dell’evoluzione; e in questo non vedo differenza d’essenza tra il primo uomo e noi, se non nel progresso e nell’affinamento del pensiero».

Azzardiamo un po’: è in quell’istante di passaggio tra l’ominide e l’uomo che si può collocare, in una prospettiva evoluzionista cristiana, l’istante della creazione?
«Questo devono dirlo i teologi, non è il mio mestiere. Io mi limito a osservare i dati sul campo e a constatare il momento di passaggio di una soglia. Certo qualcosa in quel momento è successo: l’uomo non è stato più il pre-uomo che era prima. Non so se questo sia l’attimo della creazione, però una volta ricordo di aver sconcertato il cardinale Jean-Marie Lustiger, il defunto arcivescovo di Parigi, affermando: "Più le cose si spiegano in modo naturale, meglio è per il soprannaturale!"...».

Oggi lei esaminerà dal punto di vista del paleoantropologo il simbolo del vento, dello spirito: un segno importantissimo in tutte le religioni. Che cosa dirà?
«Il vento per l’uomo primitivo è come il cielo: un fenomeno che rappresenta qualcosa che proviene da un altro mondo. Inoltre parla, soffia, urla... È il segnale di una presenza. Fa paura ma è anche un compagno. In modi diversi, insomma, è una presenza insieme inquietante e confortante, una minaccia e una carezza. È l’inferno e il paradiso».
«Avvenire» del 15 novembre 2011

L'avversario sconfitto va rispettato

Insulti discutibili, non belli e politicamente poco lungimiranti
di Aldo Cazzullo
Cazzullo risponde alle critiche sull'articolo del 13 novembre sulle manifestazioni contro Silvio Berlusconi
Devo una risposta ai tantissimi lettori che mi hanno scritto per esprimere apprezzamento o critiche al commento sulla «gazzarra senza coraggio» uscito domenica sul Corriere della Sera. Ringrazio tutti, ma ovviamente mi interessano di più le critiche. Purché educate e in buona fede, escludendo quindi quelle del Fatto Quotidiano. Il meccanismo con cui si muove Travaglio ormai è chiaro: il suo è il profilo professionale di un buon cronista della giudiziaria di Torino, divenuto personaggio e poi star presentando tutti gli altri, in particolare chi sulla legalità non ha idee molto diverse dalle sue, come servi, a maggior gloria dell'unico Puro, con un tono e un linguaggio che neanche Sallusti. Ai lettori rispondo invece che non è in discussione il giudizio sul berlusconismo. Il mio è agli atti di questi diciassette anni, e non è certo il caso di improvvisarlo adesso.
Né è in discussione il diritto di festeggiare. Io stesso sono sollevato al pensiero che Berlusconi non sia più presidente del Consiglio. Ma un conto è festeggiare a casa propria, o nelle piazze e magari intonare l’Alleluja; un altro è andare davanti al Quirinale o sotto casa sua a insultarlo. C'ero, sotto Palazzo Grazioli; e l'atmosfera non mi è piaciuta. A maggior ragione quella che si respirava a tarda sera, quando la polizia ha dovuto bloccare l'intera zona, impedendo ai romani e ai turisti di circolare liberamente di sabato nel centro della capitale. Nulla di drammatico, per carità. Ma era una giornata particolare. Le scene di dileggio non vanno enfatizzate. Ma non è giusto neppure fare finta di nulla.
Credo che il rispetto per l'avversario sconfitto sia sempre un valore, a maggior ragione se l'avversario non ha avuto rispetto per me. Berlusconi poi non è stato sconfitto in un voto elettorale, e neppure in un voto parlamentare; anzi, la sinistra gli sta chiedendo di sostenere insieme un governo di larghe intese, in un momento delicatissimo, con l'Italia sull'orlo del crollo finanziario. Andare sotto casa sua a fargli il gesto dell'ombrello mi pare discutibile sul piano morale, poco bello sul piano estetico e poco lungimirante sul piano politico. L'antiberlusconismo per me è Antonio Tabucchi che pubblica Sostiene Pereira nel '94. E' Oscar Luigi Scalfaro che rifiuta di nominare Previti ministro della Giustizia. I gesti dell'ombrello sotto casa di un premier dimissionario li lascio volentieri ad altri.
Ps: agli amici della comunità gay e trans che protestano per la battuta su Luxuria «vestito da donna», contrapposto al cilicio della Binetti, rispondo che con Vladimir ci siamo scritti e spiegati. Era, appunto, chiaramente una battuta, per sottolineare l'eterogeneità della coalizione del 2006. Non era assolutamente mia intenzione offendere Luxuria, che conosco e stimo da anni, né altre persone, i cui diritti ho sostenuto e sostengo.
«Corriere della Sera» del 15 novembre 2011