08 luglio 2007

«Prima la scuola pubblica»: ma poi la casta manda i figli negli istituti privati

Cresce la distanza tra valori professati e comportamenti realizzati
di Pierluigi Battista
La distanza tra i valori professati e i comportamenti effettivamente realizzati può aprire un nuovo capitolo di quel processo alla «casta» che oggi, come è dimostrato anche dallo straordinario successo del libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, trova un’opinione pubblica particolarmente ricettiva. Suscitano per esempio un certo scalpore quei politici del centrodestra che magnificano le virtù della famiglia tradizionale sfilando leggiadramente con il popolo del Family Day ma hanno alle spalle condizioni di irregolarità familiare, alimentando così l’impressione di predicare la necessità di scelte impegnative e «indissolubili» che loro per primi non sono capaci di onorare. Su Liberazione, invece, Ritanna Armeni lamenta il drammatico divario tra ciò che la sinistra dice di voler fare e ciò che realmente finisce per fare (anzi, per non fare) come causa di un disamore che dalla disillusione può portare direttamente al ripudio o alla denuncia di un intollerabile tradimento. Attenzione, però: perché gli esami di coerenza, una volta cominciati, prendono una traiettoria indesiderata, costringono i giudici a una prova di trasparenza, fallita la quale ogni verdetto di condanna apparirà illegittimo e privo di credibilità. Se per la casta politica (ma anche per quella economica, giornalistica, accademica) iniziano a suonare le trombe e le trombette del giudizio, occorrerà pure seminare di interrogativi le sedute di autocoscienza collettiva preparatorie al Grande Processo. Quanti strenui difensori del monopolio statale dell’istruzione, loquaci apostoli della scuola pubblica e uguale per tutti, dovrebbero spiegare la decisione di spedire i propri figli nelle migliori scuole private, o all’estero, o negli istituti di eccellenza abbordabili solo al prezzo di rette salatissime? Quanti predicatori del multiculturalismo e dell’accoglienza ecumenica, quanti severi censori di ogni sia pur minimo segnale di xenofobia sarebbero disposti a disertare la relativa sicurezza dei loro quartieri esclusivi per trasferirsi stoicamente in qualche periferia degradata dove va in scena la guerra tra poveri e l’arroganza malavitosa della nuova delinquenza? Ed è davvero così difficile accorgersi che nelle case agiate dove risuonano indignate rampogne contro le diseguaglianze della precarietà si materializzano invece nelle figure di colf e badanti extracomunitarie le condizioni di una nuova servitù sotto-remunerata e ricattabile? Quanti seguaci del verbo liberista dovrebbero spiegare quel poco o tanto (o tantissimo) di statalismo assistenzialista di cui sono beneficiari. Quanti sbandieratori di vessilli pacifisti sarebbero richiesti di motivare la loro indulgenza tanto tiepida per le manifestazioni di violenza (come al G8 di Genova) e l’accostamento con i ritratti del «Che», combattente armato che disprezzava il pacifismo. Quanti anti-abortisti dovrebbero farci capire perché la difesa intransigente della sacralità della vita non arriva mai a infiammarsi di santo furore quando i bambini vengono inceneriti sotto i bombardamenti aerei. Quanti anti-divorzisti dovrebbero spiegare perché non provano imbarazzo per le sentenze di un’istituzione come la Sacra Rota che è un monumento all’ipocrisia e mette in luce una dissociazione di trattamenti plateale e totalmente ingiustificata. Quanti campioni della meritocrazia dovrebbero dar conto di raccomandazioni concesse o ricevute. Se insomma l’esame di autocoscienza si avviasse sul serio, le caste avrebbero molto da lavorare. Ma la glasnost buona, si sa, è sempre quella degli altri.
Corriere della sera» del 28 maggio 2007

Editoria e turismo, il mondo dell’arte apre ai manager

Le professioni in crescita
di Laura Bonani
Che le professioni legate all’arte non siano più sinonimo di monoliti blindati ce ne siamo accorti da un pezzo. Dalla metà degli anni Novanta, musei, siti archeologici, gallerie e altre realtà culturali si sono trasformati in luoghi di comunicazione e di eventi. Con relativa crescita occupazionale. Come nel caso della società Fmr Art’è. «Dopo la fusione con Franco Maria Ricci - spiega il presidente Marilena Ferrari - ho scelto l’editoria: libri di pregio, per divulgare il patrimonio del nostro Paese. E ho deciso di allevare "in casa" un team di appassionati pronti a portare l’arte al domicilio dei clienti. Il lavoro è su tutto il territorio con una rete di art promoter formati a Bologna. Sono liberi professionisti-imprenditori: ciascuno può costruire la propria strategia di vendita. Ma il "plan" è centralizzato. E l’education no-stop è di tipo artistico, ma anche commerciale e ludico». In pratica, il pianeta arte ha via via ridisegnato le skill dei suoi professionisti. «I manager del Duemila devono saper gestire sistemi integrati cultura-economia - osserva Fernando Alberti, direttore del Centro di ricerca sul management della cultura dell’università Liuc -. Lo confermano le ultime carriere "crossover", che coordinano vere e proprie filiere richiamandosi a profili nati all’estero». Arriva infatti dal Regno Unito il town center manager. «Dopo un corso di sei mesi di Confesercenti Siena - racconta Francesca Semplici, manager del centro commerciale naturale di Colle Val d’Elsa -, oggi lavoro per tenere vivo il "fil rouge" tra gli attori della cultura, della storia, dell’artigianato, del commercio. Il nostro è un borgo medievale-rinascimentale e faccio da regista delle varie aree per rinvigorire il turismo». Un’altra figura importata dal Nord è il gestore di network culturali. Come Giovanna Barni, presidente di Pierreci, che spiega: «Abbiamo creato una rete tecnologica per coordinare gli attori dell’"impresa cultura" e abbiamo puntato sulle card turistiche dotate di "chip": offrono in simultanea itinerari, trasporti, visite a musei e sistemazione».
«Corriere della sera» del 18 maggio 2007

«Padri e maestri non servono più, i giovani cercano fratelli maggiori»

Renato Barilli interviene nella discussione aperta dal saggio-ritratto dedicato ad Alfonso Berardinelli
di Renato Barilli
Ho già dichiarato più volte la mia estrema meraviglia per il compiersi di un fatto incredibile, la generale preterizione, per non dire omissione o rimozione nei confronti di una straripante produzione narrativa verificatasi nel nostro Paese lungo gli interi anni Novanta, e per fortuna non ancora cessata. Andando indietro con la memoria, non mi pare proprio che in tutti i precedenti decenni della nostra storia sia avvenuto qualcosa di simile, almeno nell’ordine quantitativo. Basterà ricordare in proposito un’antologia messa su in tutta fretta da me e da altri volonterosi colleghi quando, per tutto il decennio passato, esistevano gli appuntamenti reggiani di Ricercare. L’avevamo chiamata Narrative invaders, tanto erano invadenti quei giovani narratori anzi, invasivi, pronti a entrare in vena. Non posso trascrivere tutti i nominativi che vi entravano, altrimenti lo spazio concessomi sarebbe occupato per intero, ma non potrò evitare di citarne alcuni di sicuro prestigio e di forte presenza, quali Ammaniti, Balestra, Brizzi, Campo, Covacich, Ferrandino, Galiazzo, Massaron, Mozzi, Nori, Nove, Piccolo, Rezza, Santacroce, Scarpa, Trevisan, Vinci, Voce, Voltolini. Ebbene, silenzio, in genere, su di loro, se non attraverso menzioni sbadate e svogliate. Si preferisce invece agitare un problema fatuo e irrilevante come la ricerca di Padri, Padrini, Maestri, con la mania di precipitarsi a nominare i «soliti noti», Vittorini, Calvino, Pasolini, o, sul versante della critica, Contini, Debenedetti, Fortini. Proposte che non dicono nulla, a questa schiera di tumultuosi discendenti, i quali pretendono assolutamente di fare da sé, o semmai muovono alla ricerca di fratelli maggiori, trovati in Tondelli o in Busi o in Benni, con possibilità di arretrare a Volponi o Arbasino o Malerba, e non molto più in là. Infatti, tratto precipuo di questa schiera è di volersi misurare molto da vicino su una realtà incombente, minacciante, aggressiva, che proprio non lascia spazio per pensose retrospezioni. Come aggirare e stendere un velo su questa ingombrante e massiccia presenza? La mia stupefazione non ha limiti nel constatare le furbe manovre cui ci si affida. Primo, rifugiarsi nella tradizionale e sempre premiante esterofilia. C’è un supplemento di uno dei nostri maggiori quotidiani che apre di regola con un paginone dedicato a qualche straniero, e uno successivo campeggia a mezzo del fascicolo. Apprezzo invece che questo giornale abbia il merito di agitare le acque, di frugare tra i nuovi valori, di porre comunque interrogativi. Seconda mossa, affrettarsi a scegliere qualche buono da portare fuori dalla mischia. Ai tempi del Gruppo 63 si salvava il solito Manganelli, gettando nel fuoco o nel cestino tutti gli altri. Oggi si salva Ammaniti, beninteso con pieno merito suo, tanto che si sussurra che gli daranno addirittura il Premio Strega, mentre sugli altri meglio tacere, fingere che non ci siano. Infine, ultima mossa, il vecchio establishment risorge per li rami, e dunque si dedichino tributi d’attenzione a Piperno e Scurati, che possono vantare qualche frequentazione di buona lega con Garboli o con Siciliano, e dunque recano una sorta di bollino di garanzia. Per parte mia, sono pronto ad allargare il consenso, e dunque ho espresso giudizi positivi anche sul loro conto, anche loro ci stanno, nell’impetuosa valanga azzurra dei nostri giorni, pronta nello stesso tempo a tingersi di rosa, visto che pure le scrittrici vi recitano una parte forte.
«Corriere della sera» del 15 maggio 2007

Kundera: sono finiti gli eroi da romanzo

Il celebre scrittore ceco rielabora la sua teoria sull’esaurirsi della narrazione tradizionale
di Stefano Paolo
«Con García Márquez e Rushdie si è concluso il tempo dell’epica»
Vi ricordate che cosa diceva Milan Kundera nell’Arte del romanzo? Diceva che «lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità». Ogni romanzo - sosteneva Kundera - dice al suo lettore: «Le cose sono molto più complicate di quanto tu pensi». E’questa l’«eterna verità» di un genere letterario che oggi, in un mondo che sembra non avere più nulla di «romanzesco», sembra fatto apposta per andare contro lo spirito del nostro tempo. Su questa via Kundera concludeva con un paradosso: se il romanzo vuole sopravvivere a se stesso, se vuole «progredire», «può farlo solo andando contro il progresso del mondo». Ora che sono usciti, su Le Monde (venerdì scorso), tre suoi scritti inediti, il paradosso dello scrittore ceco è ancora più comprensibile. Si tratta di tre brevi saggi a proposito di Cent’anni di solitudine, de L’ultimo sospiro del Moro di Salman Rushdie e de L’idiota di Dostoevskij. Ma in questa chiave soprattutto i primi due sono illuminanti, perché ci parlano di romanzi contemporanei. Il capolavoro di García Márquez rappresenta, secondo Kundera, «l’apoteosi dell’arte del romanzo», ma al tempo stesso è «un grande addio rivolto all’era del romanzo». Rivolgendo lo sguardo a ritroso, Kundera osserva con un certo stupore come i protagonisti dei grandi romanzi del passato siano in genere «infertili»: né Pantagruel né don Chisciotte, né Tom Jones, né Werther, né gran parte degli eroi di Balzac e di Dostoevskij, né quelli di Stendhal, né quelli di Musil, né il Marcel di Proust si preoccupano di lasciare un segno di sé nel futuro attraverso la prole. «È lo spirito dell’arte del romanzo (o il suo subcosciente) che ha ripugnanza della procreazione». Essendo una creatura della modernità, il romanzo punta tutto sull’individuo: «Grazie all’arte del romanzo, l’essere umano si installa in Europa come individuo Isola un individuo, rischiara tutta la sua biografia, le sue idee, i suoi sentimenti, lo rende insostituibile: ne fa il centro del mondo». Con Cent’anni di solitudine, viceversa, il romanzo sembra voler «uscire da questo sogno», dall’illusione che l’individuo sia «il fondamento di tutto». Non più un solo individuo, ma una pluralità di individui, «inimitabili e originali, ma ciascuno di essi non è che il bagliore fugace di un raggio di sole sull’onda del fiume». Non c’è personaggio che rimanga sulla scena dall’inizio alla fine e i nomi che portano tendono a confondere l’uno con l’altro (Arcadio José Buendia, José Arcadio, José Arcadio Secondo:, Aureliano Buendia, Aureliano Secondo). Persino la madre, Ursula, muore a 120 anni molto prima che il romanzo si concluda. «Il tempo dell’individualismo europeo non è più il loro tempo». Come spesso accade nei saggi di Kundera, la riflessione sulla letteratura si accompagna con ricordi e frammenti autobiografici. Così, leggendo il romanzo di Rushdie torna a galla l’immagine della folla legata all’immaginario socialista: la folla rivoluzionaria e festante della Primavera di Praga, opposta alla folla militare, lugubre e disciplinata dell’occupazione sovietica, la folla allineata, infine la folla soggiogata del gulag. Perché la folla? «La sovrappopolazione distingue il nostro mondo da quello dei nostri avi ( ). L’uomo perpetuamente circondato da una folla non somiglia né a Fabrizio del Dongo, né ai personaggi di Proust». L’uomo che fa parte di questa folla perpetua, osserva Kundera, ha «poche possibilità epiche, poche occasioni di agire». Viviamo in un mondo senza avventura, in un mondo antiepico. E fine dell’avventura è, per Kundera, fine dell’uomo. Apocalisse. La folla di Rushdie si oppone a questa immagine: «È una folla fuori da ogni ordine, libera, terribilmente libera, attiva, intraprendente, mafiosa, cospirativa, inventiva»: una folla che conserva la propria libertà anche illegalmente, non accetta le gerarchie, non sopporta l’ordine costituito. Lo scrittore anglo-indiano sembra sfidare la fine dell’epica con un’«iperbole epica», con un’«affabulazione ipertrofica», i suoi romanzi, «inattesi, burleschi, folli», riflettono il cambiamento aggiungendo alla follia della sovrappopolazione l’ebbrezza immaginativa dello scrittore: i suoi personaggi sono «vivi, originali, pittoreschi, affascinanti; si portano dietro ricche biografie, piene di avvenimenti, irradiano una straordinaria bellezza epica». A tal punto che, sottolinea Kundera utilizzando una efficace metafora idrica, è difficile dire fino a che punto «questo splendido geyser epico» non sia «il geyser del male». E allora ammettiamo pure l’inammissibile, incalza Kundera: «Questi fiori del male sono i fiori della libertà». Il protagonista lascia Bombay nel momento in cui la città, ai suoi piedi, è in preda all’apocalisse, posseduta dalle fiamme innescate dalla «gioiosa libertà di creare ricchezze e di distruggerle, di organizzare bande di assassini e di massacrare i nemici, la libertà di far esplodere le case e di annientare le città». È la libertà di consegnare il mondo alla sua fine. Una profezia? No, risponde Kundera, «i romanzieri non sono profeti». È solo il nostro presente. L’ultimo saggio inedito di Kundera si concentra sull’Idiota di Dostoevskij e sul suo ampio repertorio del riso: «Cosa strana, i personaggi che ridono di più non possiedono nessun senso dell’umorismo». Perché ridono, dunque? Per sovreccitazione, per angoscia, per senso del ridicolo, per non distinguersi dagli altri: «Come una spia che indossa un’uniforme straniera per non essere riconosciuta».
Un successo nato dalla «Leggerezza» Milan Kundera è nato a Brno nel ‘29. Vive e lavora in Francia. La sua fama come romanziere è legata al successo mondiale de «L’insostenibile leggerezza dell’essere» (‘84). In Italia, i suoi libri sono pubblicati da Adelphi
«Corriere della sera» del 28 maggio 2007

I nemici dei Lumi

Il nuovo saggio dello studioso israeliano Zeev Sternhell sulle conseguenze storiche dell’antilluminismo
di Dino Messina
Da Croce a Furet, da Berlin a Bauman gli avversari inattesi del razionalismo
È passato un quarto di secolo dalla prima edizione di Né destra né sinistra, il libro rivoluzionario in cui Zeev Sternhell, uno dei maggiori storici israeliani, individuava le radici del fascismo non semplicemente nella crisi derivante dalla prima guerra mondiale, ma nel pensiero e nei movimenti irrazionalisti che si diffusero in Europa alla fine dell’Ottocento. Oggi questo studioso ci offre un’opera monumentale, Contro l’Illuminismo. Dal XVIII secolo alla Guerra fredda, edita in Italia come quasi tutti i suoi libri da Baldini Castoldi Dalai. Docente di Scienze politiche all’Università di Gerusalemme, in questi giorni a Parigi, Sternhell ci spiega che l’oggetto delle sue ricerche non è semplicemente cambiato, ma si è enormemente allargato, sino a comprendere quasi tre secoli. «Nei miei saggi come Né destra né sinistra o Nascita dell’ideologia fascista riflettevo sul fascismo, centro del lungo movimento antilluminista che nasce contestualmente alla filosofia dei Lumi e si estende attraverso varie tappe e forme sino ai nostri giorni». La catastrofe europea del Novecento, è questo uno dei contributi originali del nuovo saggio di Sternhell, «non è solo il prodotto della Grande Guerra nè della crisi di fine secolo, ma è parte di un’onda lunga che da Giambattista Vico, Johann Gottfried Herder ed Edmund Burke arriva sino ai neoconservatori americani». Intendiamoci, Sternhell non criminalizza alcuna forma di pensiero, ma individua quelle correnti che contro i Lumi e la Rivoluzione francese predicano «l’antirazionalismo, l’antiuniversalismo, l’idea che la comunità sia più importante dell’individuo». Nato come reazione al pensiero di Hume, Kant, Rousseau, Montesquieu, «l’antilluminismo - spiega Sternhell - diventa presto corrente autonoma. Per far capire di che cosa parliamo, consideriamo il concetto di nazione: ai due estremi abbiamo da un lato la definizione dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert secondo cui la nazione è una collezione di individui che vivono nello stesso territorio sotto lo stesso governo. Una definizione asettica, nessun accenno alla storia, alla cultura, al linguaggio, alla religione. All’estremo opposto abbiamo Herder, che definiva la nazione come un corpo vivente in cui gli arti sono gli individui». Dal punto di vista politico, Sternhell non esita a individuare nel nazionalismo polacco il più estremo interprete europeo dell’antilluminismo. Mentre non ci sono dubbi che dal punto di vista intellettuale «il più caratteristico movimento antilluminista sia rappresentato dai neoconservatori americani». Lo storico israeliano dedica alcune pagine nella parte finale del suo saggio a Gertrude Himmelfarb, definita «gran badessa del neoconservatorismo americano» che prosegue una «linea di pensiero inaugurata da Burke», il quale dissocia la Gloriosa rivoluzione inglese del 1689 dalla Rivoluzione francese di un secolo dopo. I neoconservatori statunitensi si inscrivono dunque, secondo Sternhell, nella grande corrente di pensiero che tende a isolare «la diabolica specificità della Rivoluzione francese», negando quindi la portata dei valori universali a vantaggio della comunità e della tradizione. In oltre seicento pagine di un saggio dotto e appassionato incontriamo protagonisti del pensiero anche a noi vicini, ai quali Sternhell non risparmia critiche severe. È il caso di Benedetto Croce. «L’inizio di una storia - ci dice lo storico - è importante quanto la sua fine. Così il Croce che alla fine dell’Ottocento si scagliava contro Rousseau, i Lumi e la democrazia è importante quanto il Croce autore del manifesto antifascista. Il leader liberale del secondo dopoguerra non può cancellare il predicatore antilluminista che appoggiò il Mussolini degli inizi. La parabola di questo filosofo italiano ci dice quanto importanti siano le idee, destinante spesso a diventare realtà nel futuro». Non v’è dubbio che Sternhell sia un convinto assertore della filosofia dei Lumi e dei principi universali affermati con la Rivoluzione francese. Una scelta di campo che non lo fa esitare nemmeno davanti a personaggi come Hannah Arendt, Isaiah Berlin, François Furet o Zygmunt Bauman. Alla Arendt Sternhell imputa «uno di quegli errori di prospettiva che contribuiscono ancora oggi a rendere oscuro l’orizzonte». Al centro della querelle lo sterminio degli ebrei. L’autrice di Le origini del totalitarismo mette in discussione «la stessa modernità, fino ad attaccare la Rivoluzione francese e i diritti dell’uomo». La Arendt scrive, ispirandosi a Burke, che «la perdita dei diritti nazionali ha portato con sè in tutti i casi la perdita dei diritti umani... Gli internati nei campi di concentramento hanno potuto rendersi conto... che l’astratta nudità dell’essere-nient’altro-che-uomo era il loro massimo pericolo». Per Sternhell invece «gli ebrei non furono sterminati perché, decaduti dalla cittadinanza, restava loro la sola qualità di essere umani, ma proprio perché questa qualità era loro negata, perché l’idea di una natura umana comune a tutti gli uomini, l’idea di un diritto naturale valido per tutti e per sempre era scomparsa nel corso della lunga lotta contro i Lumi». Si vede qui quanto vitali Sternhell consideri i principi illuministici. Da difendere sempre anche a costo di attaccare un pensatore liberale come Isaiah Berlin, il quale considerava, sulla scorta di Friedrich Meinecke, il razionalismo come «radice del male», perché «conduce all’utopia, all’idea, di tutte la più nefasta, secondo la quale l’uomo è in grado di cambiare il mondo; uccide gli istinti e le forze vitali; distrugge i legami quasi carnali che uniscono i membri di una comunità etnica; ci fa vivere in un mondo chimerico». Convinto che l’utopia portasse al disastro un altro grande storico e amico di Sternhell, François Furet, lo studioso della Rivoluzione francese che negli ultimi anni di vita «si era avvicinato non solo al pensiero neoconservatore ma anche alle analisi di Ernst Nolte che considera il nazismo come una reazione naturale e legittima alla rivoluzione russa». Con Octavio Paz, ci dice Sternhell, «sono convinto che le utopie siano i sogni della ragione: possono avere effetti disastrosi ma nello stesso tempo ci aprono orizzonti per il futuro. Non per questo dobbiamo rassegnarci al fatto che il mondo non possa essere cambiato. La rivoluzione sovietica non è il solo modo di introdurre cambiamenti. Pensiamo alla democrazia che un secolo e mezzo fa nella maggior parte del mondo era considerata un’utopia, o al suffragio per le donne che cento anni fa in Europa era un sogno o ancora alla legislazione sociale, uno dei fattori che ha reso il vecchio continente il luogo dove si vive meglio nel mondo». Sternhell considera Jürgen Habermas il maggiore rappresentante del pensiero illuminista oggi in Europa e Jacques Derrida, il filosofo francese morto nell’ottobre 2004, come il suo più valido antagonista, anche se arrivava a sostenere il paradosso che «ci sarebbe solo un passo tra l’umanesimo, quale che sia, e il razzismo, il colonialismo e l’eurocentrismo». Ancora più paradossale il sociologo britannico di origini ebraico-polacche Zygmunt Bauman: «Ma ho difficoltà a prenderlo sul serio. Non posso pensare che l’Olocausto, come sostiene Bauman, abbia radici nell’Illuminismo. L’Olocausto non può avere radici nei diritti umani, nel razionalismo. È un’aberrazione».
L’autore: un anticonformista, Zeev Sternhell, 72 anni, docente di Scienze politiche all’università di Gerusalemme, è l’autore di «Contro l’Illuminismo - dal XVIII secolo alla Guerra fredda», editore Baldini Castoldi Dalai, traduzione di Massimo Giuffredi e Ilaria La Fata (pagine 655, 20). Tra i suoi saggi, «Né sinistra né destra» e «Nascita dell’ideologia fascista».
«Corriere della sera» del 15 maggio 2007

Un disegno intelligente che sale dal basso

Un piano di sviluppo nella natura esiste e si chiama relazione. La logica che muove la vita è la relazione ordinata
di Vito Mancuso
(Professore di Teologia moderna e contemporanea Università Vita-Salute San Raffaele Milano)
L’evoluzione è una cosa, l’evoluzionismo è un’altra. L’evoluzione è un dato oggettivo, l’evoluzionismo è un’interpretazione filosofica di questo dato. Dai medesimi dati possono derivare interpretazioni contrapposte. In cosmologia c’è chi pone l’assurdità come sigla finale del tutto, per esempio Steven Weinberg, Nobel in fisica 1979, secondo cui «quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo»; e c’è chi, come Albert Einstein, Nobel in fisica 1921, parla di «ammirazione estasiata delle leggi della natura» nelle quali «si rivela una mente così superiore che tutta l’intelligenza umana non è al suo cospetto che un riflesso assolutamente nullo». Quando si tratta di dare un significato umano ai dati della scienza, entra sempre in gioco il modo con cui si guarda alla vita. Questo vale anche per l’evoluzione.
L’evoluzionismo spiega il dato dell’evoluzione mediante il nesso «mutazioni casuali + selezione naturale». Io penso che il dato dell’evoluzione meriti di essere interpretato mediante una teoria più adeguata; non contraria al darwinismo, ma che lo superi. Prima però una puntualizzazione, soprattutto da un punto di vista teologico.
L’evoluzione dice che il mondo è libertà. A chi, come me, crede in Dio, si impone il dovere intellettuale di conciliare questo dato della libertà del mondo con la fede. Io ritengo che tra questo mondo e Dio vi sia un distacco. Di più: per Dio il senso della creazione è proprio la posizione di questo suo distacco dal mondo, essendo il distacco la condizione di possibilità della libertà ed essendo la libertà l’obiettivo primario della creazione. Se il mondo c’è, è per far nascere la libertà, e per far nascere la libertà non ci deve essere in esso nessun governatore onnipotente. Nessuna tesi, quindi, di tipo «disegno intelligente». Non faccio della natura un piedistallo su cui posizionare la statua di Dio. Dio non ha creato il mondo per porsi al centro e farsi adorare.
La natura però non è neppure l’inverso: un grande buco insensato da riempire con l’ipotesi Dio. Si tratta di una visione diffusa in teologia: il mondo viene ridotto a un carico di dolore-morte-assurdità, e siccome gli uomini vogliono gioia-vita-senso, si introduce Dio. Di questa impostazione tappabuchista, nemica della natura e dell’uomo naturale, la filosofia darwinista, che toglie finalità e quindi interiore bellezza al mondo, è alleata.
Che cosa appare, invece, se si riflette sulla vita come evoluzione? Appare che c’è una spinta infinita nella natura che rende possibile l’evoluzione. L’universo da 13,7 miliardi di anni è dominato da una spinta all’espansione, all’opera ancora oggi e che il nostro pianeta riproduce nella generazione ininterrotta della natura. Evoluzione però non è semplice mutazione, ma mutazione orientata allo sviluppo. Le mutazioni si possono dare per caso. Il caso però è solo uno dei fattori alla base delle mutazioni: se la mutazione casuale non è funzionale all’incremento dell’ordine, è un handicap rigettato dalla natura con la selezione naturale. In caso contrario, è destinata a essere riprodotta divenendo una forma di vita più evoluta. Ne consegue che il caso che produce le mutazioni risulta discriminato da una legge superiore, che negativamente si chiama selezione naturale ma che richiede di essere nominata anche e soprattutto positivamente.
Tra gli scienziati contemporanei che sostengono la necessità di dare un nome in positivo al motore dell’evoluzione c’è anche Lynn Margulis: dopo anni di studi sui mitocondri è giunta alla conclusione che «la vita non prese il sopravvento del globo con la lotta, ma istituendo interrelazioni». Ecco il nome della legge fondamentale della natura: relazione. L’evoluzionismo nella sua accezione classica non è in grado di nominare questa logica positiva relazionale della natura perché non la conosce, conosce solo la logica negativa, e anzi vede ogni affermazione di finalità intrinseca alla natura come pericolosa. Un piano di sviluppo però nella natura esiste e si chiama relazione, web, per tradurre nel linguaggio odierno il termine classico logos. La logica che muove la vita è la relazione ordinata.
Questo logos intrinseco al processo evolutivo ha dato e dà vita a un disegno intelligente: non un disegno che scende dall’alto ma un disegno che sale dal basso. Il disegno intelligente non è posto all’inizio da Dio come modello che la natura deve seguire, ma è la natura stessa che lo va faticosamente disegnando da 13,7 miliardi di anni. Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto al racconto biblico di Genesi 2, 7 secondo cui Dio prese la polvere, plasmò l’uomo e poi infuse il suo soffio vitale nell’uomo. No, Dio infuse il suo soffio vitale prima, direttamente nella polvere, la quale poi da sé, autonomamente, ha dato origine alla vita in tutte le sue forme, compresa, alla fine, quella dell’uomo. Si tratta di una prospettiva legittima anche a livello biblico alla luce della tradizione sapienziale. L’evoluzione, quindi, è libera ma non è in balìa del caos, è governata ma non dall’alto (perché altrimenti non sarebbe libera) bensì dal basso, dalle leggi basilari dell’ordine e della simmetria. Queste leggi sono state poste dal caso o da Dio? Non c’è alcuna possibilità di rispondere in base alla sola ragione, e in questo contesto non è neppure importante. Ciò che conta è che sono esse la logica che governa il mondo, e quindi anche noi in quanto fenomeno del mondo. Il significato della vita si chiama relazione ordinata. Occorre riprodurre tale logica in ogni campo: nella medicina per avere salute, nell’arte per avere bellezza, nella musica per avere armonia, nella politica per avere giustizia, nei rapporti personali per avere amicizia e amore. È questa la filosofia che dalla vita come evoluzione io ritengo si debba trarre.
«Il Giornale» del 29 maggio 2007

Come ti riciclo il nazista

Uno studioso francese rivela: furono decine gli ex gerarchi del Reich che dopo la guerra punizione e iniziarono una seconda vita, magari di successo. Non pochi quelli assoldati come spie da sovietici o Alleati
di Antonio Airò
Tra le SS coinvolte, diversi erano implicati direttamente nei crimini della Shoah.
Ma dalla loro avevano archivi ed esperienza
«Uno dei più grandi criminali di guerra nazisti è in una prigione israeliana». Con queste parole il primo ministro David Ben Gurion annunciava alla Knesset la cattura di Adolf Eichmann. Con Hitler, Himmler e Heydrich era uno degli esecutori più crudeli della "Soluzione finale" tesa alla distruzione degli ebrei. Se l'annuncio di Ben Gurion colse di sorpresa il mondo, esso mise in forte crisi la Cia, l'agenzia investigativa americana, che aveva arruolato nelle sue file centinaia di criminali nazisti e di ex responsabili dei servizi segreti tedeschi. Tra questi Otto von Bolschwing, tra i più attivi sostenitori della Shoah sia in Germania, sia in Romania, ma che dopo la sconfitta si era "riciclato", prima nella rete creata dal generale Gehlen, responsabile dei servizi militari tedeschi di intelligence durante l'invasione sovietica, poi con gli americani, mettendo a loro disposizione, in chiave decisamente anti-comunista, sia i suoi uomini, sia i suoi archivi. Anche il nazista von Bolschwing faceva parte di questa rete. E la sua copertura era tale da ottenere, con un falso, la cittadinanza americana, essere arruolato nella Cia, e addirittura designato dal governo americano a ricoprire un incarico presso un'organizzazione internazionale in India.
Gehlen (che Adenauer vorrà addirittura alla guida dei servizi segreti della nuova Germania) e von Bolschwing non sono gli unici nazisti "che hanno vinto", continuando ad operare negli stessi ruoli ricoperti con Hitler, in una fitta ragnatela di operazioni, di interessi che ai vincitori dovrebbero far comodo ma che in realtà, al tirare delle somme, si riveleranno di poca utilità e sostanzialmente inefficaci. Un nazista doc e per nulla pentito fu Wilhelm Hottl, un gerarca dal passato torbido e crudele; soprattutto in Ungheria da dove, nel 1944, venne deportato quasi un milione di ebrei, nonostante avessero dato in cambio della promessa della vita tutti i loro preziosi in quantità tale da riempire un treno. Nei giorni dopo il 25 luglio, Hottl, che si occupava delle relazioni con il Vaticano, sarebbe stata la mente della liberazione di Mussolini dal suo rifugio del Gran Sasso realizzato dal commando di Otto Skorzeny. Inoltre, nel gennaio 1944 riuscì a recuperare i diari di Galeazzo Ciano, poco prima dell'esecuzione di quest'ultimo.
Nazista restò il maggiore Karl Hass, alla testa di una organizzazione che, dopo l'8 settembre, riempì di radio clandestine Roma e partecipò alla strage delle Fosse Ardeatine, per le quali fu condannato all'ergastolo. La rete del maggiore Hass, con sede a Los Angeles, si assunse, nel dopoguerra, il compito di infiltrare con propri agenti il Partito comunista italiano, soprattutto nelle regioni rosse ma anche in Sicilia, arruolando - queste le intenzioni - per la somma di duecento dollari al mese il bandito Salvatore Giuliano. Ma molti uomini dei servizi segreti tedeschi, dopo la guerra, faranno le spie, e qualcosa di più, per l'Unione sovietica. Tra questi anche Skorzeny.
Il giornalista francese Fabrizio Calvi, autore di reportage sui servizi segreti e sulla mafia, ha potuto accedere ai milioni di documenti conservati negli archivi americani (e solo recentemente messi a disposizione degli studiosi) e indagare così su quel "patto col diavolo" tra gli alleati e i nazisti con un libro che si disperde in più pagine (di non facile lettura e comprensione), con vicende e protagonisti che sembrano ritagliati sui romanzi di spionaggio, soffermandosi sulle organizzazioni clandestine fondate da ex appartenenti al nazismo ramificate in tutta Europa (I nazisti che hanno vinto. Le brillanti carriere delle SS nel dopoguerra, Piemme, pagine 362, euro 17,90).
Ma all'origine c'è la tragedia dello Shoah. Calvi avverte che solo alla fine del 1942 - nonostante informazioni arrivate dalla Svizzera, dalla Polonia, dalla Turchia - i servizi segreti alleati e quindi i governi prendevano coscienza che la Germania di Hitler «non perseguita gli ebrei. Li st ermina sistematicamente». E solo il 17 dicembre 1942 Stati Uniti e Gran Bretagna denunceranno pubblicamente il genocidio nei confronti degli ebrei.
«Avvenire» del 29 maggio 2007

Lo spinello fa male. Contrordine ragazzi

Importante decisione del ministro Turco
di Marina Corradi
Contro la droga nelle scuole, i Nas. La proposta di Livia Turco dev'essere suonata, magari per chi è cresciuto nella stessa cultura politica del ministro, come uno schiaffo. Dopo aver firmato un decreto che prevedeva il raddoppio della quantità di cannabis considerata ad "a uso personale", decreto poi sospeso dal Tar, la Turco vuole mandare i carabinieri nelle aule. "Non possiamo accettare che le scuole siano dipinte come luoghi di consumo di droghe. È necessario restituire alla scuola l'immagine pulita che merita", dice. Chi ascolta resta perplesso. È una questione di "immagine" da restituire alla scuola, il mandare i lupi dei Nas a annusare gli zaini? E poi, lo stesso ministro che con quel decreto lanciò il messaggio che la cannabis non è così dannosa, non trova contraddizione nel sollecitare adesso una misura drastica, come nello spavento di chi si è accorto che la situazione è fuori controllo? I ragazzi delle canne all'intervallo, non sono forse cresciuti nella idea dello spinello "innocente"? Poi il ministro dichiara che "non esiste solo lo spinello. È sbagliato criminalizzare solo quello e non fare una distinzione fra la gravità delle droghe". Per carità, certo, l'eroina è peggio, ma per fortuna è un po' passata di moda; e per "tagliare" gli spinelli usano il crack, e qualcuno ci muore. Difficile, fare certi distinguo, quando i consumatori hanno 14 anni. Se la vulgata di una lunga onda antiproibizionista è che "fumare" è cosa innocua, perché non anche a scuola? La bussola dell'orientamento culturale sulla droga, con l'appello ai Nas d'un colpo rovesciata: e chi ha figli adolescenti non può non pensare che, se ora ci vogliono i cani antidroga, qualcuno prima non gliela ha raccontata giusta. O forse una classe dirigente che ricorda gli spinelli degli anni Settanta come una trasgressione banale sta realizzando ciò che il National Institute on Drug Abuse americano dice da anni, e cioè che il principio attivo della cannabis è aumentato dal 2 al 20%, e che gli spin elli di oggi sono, a confronto delle canne dei padri, cannoni. Qualunque ne sia la ragione, ben venga ogni ripensamento. Benché non siamo affatto certi che i cani lupo dei carabinieri in aula siano una buona idea - a meno che non li chiedano, con cognizione di causa, insegnanti e presidi. A dir la verità, l'uscita del ministro ci fa pensare a quei genitori che, non sapendo dare alcuna disciplina, esasperati pensano di rimediare in un giorno, chiudendo i figli in casa. Chiamare i Nas in classe, se non è una Caporetto è l'ammissione di una collettiva impotenza educativa. Di cui gli spinelli fra i banchi sono solo un segno, insieme a tante altre storie che abbiamo letto in questi mesi; insieme alla frustrazione degli insegnanti, alla demotivazione di molti ragazzi. Quante volte la reazione degli adulti è stata improntata a un tranquillo buonismo - quei bulli sono pochi teppisti, la scuola e i ragazzi sono quelli di sempre. Almeno la Turco, con questo sasso pesantissimo lanciato nello stagno, costringe gli italiani a chiedersi se davvero, nella scuola, è tutto "normale"; o se invece non c'è una crisi profonda, e non solo per il fumo, o i video hard. Come punte di un iceberg nascosto, troppe storie estreme sembrano dire di un gran vuoto a scuola, di perduti maestri, di ragazzi smarriti che in classe ingannano il tempo come possono. «Non si capisce più quale sia la differenza fra maestri e alunni», ci hanno detto gli studenti di quel liceo siciliano che mesi fa scrissero una lettera ai loro insegnanti, che fece rumore. Speriamo che i Nas non servano, non ancora. Nelle scuole una emergenza c'è già, è quella educativa. Va guardata in faccia, anche se può essere duro riconoscere che dietro tanti sbandamenti potrebbe esserci una generazione di padri, madri e maestri mancati.
«Avvenire» del 29 maggio 2007

La politica in crisi? Il sindacato non sta meglio

Qualche domanda alla parte che sembra sicura di sé
di Gianni Manghetti
Nel dibattito delle ultime settimane sul costo della politica sono stati messi sotto accusa i tanti troppi privilegi dei politici, ma soprattutto è stato messa a fuoco la vera debolezza della politica: la sua incapacità decisionale.
Ma, vale la pena di chiedersi, è proprio tutta colpa della politica se non si perviene ad alcuna decisione sulle riforme essenziali per il Paese? È solo questa che deve auto-riformarsi o, invece, è anche il sindacato che dovrebbe fare altrettanto, se non di più? La domanda non sembri peregrina perché mentre all'interno del mondo politico comincia a svilupparsi nei leader più avveduti la consapevolezza dei propri limiti, nel mondo sindacale invece ci si rifiuta - a quel che appare - perfino di ammettere la propria crisi. In un chiaro tentativo di addossare la propria incapacità di farsi carico dei problemi generali solo e soltanto alla politica. «Se il sindacato corre il rischio - ha detto Guglielmo Epifani in una recente intervista al Corriere della Sera - di chiudersi sui propri rappresentati è per la lontananza della politica dai problemi reali delle persone». Confesso tuttavia di non sentirmi affatto entusiasta nel partecipare ad una discussione sulla primazia dell'uovo o della gallina. Mi parrebbe più saggio, invece, che sulle questioni più calde e irrisolte fosse adottata da parte sindacale (per limitarci quest'oggi alle responsabilità di questa parte) una strategia coerente sia con gli interessi dei propri iscritti sia con quelli del Paese. Partiamo dalla riforma delle pensioni. I sindacati insistono per l'eliminazione dello scalone - cioè l'aumento da 57 a 60 anni dell'età pensionabile - ma ove limitassero il loro accordo a tale circoscritto aspetto della riforma pensionistica certamente tutelerebbero gli interessi immediati dei propri rappresentati ma non si potrebbe dire che farebbero in tal modo gli interessi del Paese. Per contro, l'accettazione di coefficienti contributivi più in linea con l'accresciuta vita residua dei lav oratori produrrebbe effetti positivi sul bilancio pubblico, con un vantaggio collettivo. Capisco bene le obiezioni sindacali. Perché i lavoratori dovrebbero accettare una riduzione delle loro future pensioni? Perché dovrebbero avvantaggiare il bilancio pubblico? A ben vedere tali domande evidenzierebbero solo l'assenza di una strategia sindacale volta a far giocare alla complessiva spesa pubblica un effetto ridistributivo a favore delle classi meno abbienti e a favore dei lavoratori. L'accettazione dei nuovi coefficienti contributivi dovrebbe dare ai sindacati la forza per imporre al governo una revisione della politica della spesa pubblica finalizzandola non solo a premiare merito e produttività - utilizzando i risparmi derivanti dall'eliminazione degli sprechi a favore dei meno abbienti - ma anche dirigendola verso la rifondazione dello stato sociale. Che senso ha, di contro, minacciare uno sciopero generale sul contratto degli statali, cioè su una partita che riguarda un aumento indifferenziato, per lavoratori e lavativi, pari a 101 euro? Né c'è tempo da perdere. Questioni più generali incombono. I poveri - come ha giustamente richiamato l'arcivescovo Angelo Bagnasco - sono aumentati in Italia. Il sindacato non ritiene matura l'esigenza di avviare una riflessione sul fallimento delle politiche ridistributive? E non vuole tra queste cominciare a chiedersi perché nell'industria manifatturiera, in presenza di una produttività reale non esaltante, i profitti negli ultimi anni si sono accresciuti, mentre i salari reali sono rimasti pressoché fermi? E ancora: non ha forse difeso di più i lavoratori chi si è dato da fare per iniettare dosi di concorrenza nel mercato, cioè per far diminuire i prezzi, rispetto a chi, in fabbrica e fuori, ne aveva la diretta rappresentanza?
«Avvenire» del 29 maggio 2007

Mediterraneo: il confine dell’«alleanza di civiltà»

La costa settentrionale del «mare interno» ha una coscienza differente da quella della costa che sta di fronte. Ai nostri giorni le due rive non hanno in comune che le loro insoddisfazioni. Il mare stesso assomiglia sempre di più a una frontiera che si estende da Levante a Ponente per separare l’Europa dall’Africa e dall’Asia Minore. Le decisioni relative alla sorte del Mediterraneo sono prese al di fuori di esso o senza di esso: ciò genera frustrazioni e fantasmi. Nell’Unione europea disomogenea e forse non ancora preparata a un significativo allargamento, sono entrati diversi Paesi dell’«altra Europa». L’Unione ha dedicato a quest’ultima tutta la sua attenzione e i propri potenziali politici, economici e di altra natura. L’Europa continentale ha finito con il trascurare persino il proprio Mezzogiorno.
Di Predrag Matvejevic
A cosa serve ribadire, rassegnati o esasperati, le aggressioni che continua a subire il nostro mare? Nulla tuttavia ci autorizza a farle passare sotto silenzio: degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal controllati, corruzione nel senso letterale o figurato,mancanza di ordine e scarsità di disciplina, localismi, regionalismi, e molti altri «ismi»La Conferenza di Barcellona del 1995 aveva acceso grandi speranze, ma si è risolta in un fallimento. Concetto chiave era il «partenariato»: ebbene, ora, dopo tanti fallimenti, è necessario riflettere quale «partenariato» sia realistico. Scambiando i desideri per realtà non si aiuta chi ne ha bisogno, ma si distruggono le speranze e si alimentano le d delusioni

L'immagine che offre il Mediterraneo non è affatto rassicurante. La sua riva settentrionale presenta un ritardo rispetto al Nord Europa, e altrettanto la riva meridionale rispetto a quella europea. Tanto a nord quanto a sud, l'insieme del bacino si lega con difficoltà al continente. Non è davvero possibile considerare questo mare come un «insieme» senza tenere conto delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo dilaniano: oggi in Palestina, ieri in Libano, a Cipro, nel Maghreb, nei Balcani, nell'ex Jugoslavia, riflessi delle guerre più lontane, quelle in Afghanistan, quella ancora più vicina, in Iraq.
Il Mediterraneo conosce ben altri conflitti tra la costa e l'entroterra.
L'Unione europea si è compiuta, fino a qualche tempo fa, senza tenerne conto: è nata un'Europa separata dalla «culla dell'Europa». Come se una persona si potesse formare dopo essere stata privata della sua infanzia, della sua adolescenza. Le spiegazioni che se ne davano, banali o ripetitive, non riescono a convincere coloro ai quali sono dirette. Non ci credono neanche quelli che le propongono. I parametri con i quali al nord si osservano il presente e l'avvenire del Mediterraneo non concordano con quelli del sud. Le griglie di lettura sono diverse. La costa settentrionale del «mare interno» ha una percezione e una coscienza differenti da quelle della costa che sta di fronte. Ai nostri giorni le rive del Mediterraneo non hanno in comune che le loro insoddisfazioni. Il mare stesso assomiglia sempre di più a una frontiera che si estende da Levante a Ponente per separare l'Europa dall'Africa e dall'Asia Minore. Le decisioni relative alla sorte del Mediterraneo sono prese al di fuori di esso o senza di esso: ciò genera frustrazioni e fantasmi [...].
Le coscienze mediterranee si allarmano e, ogni tanto, si organizzano. Le loro esigenze hanno suscitato, nel corso degli ultimi decenni, numerosi piani e programmi: le carte di Atene, di Marsiglia e di Genova, il Piano d'azione per il Mediterra neo (Pam) e il Piano Blu di Sophia-Antipolis che proietta l'avvenire del Mediterraneo «all'orizzonte del 2025», le Dichiarazioni di Napoli, Malta, Tunisi, Spalato, Palma di Maiorca, tra le tante, le Conferenze euromediterranee di Barcellona, Malta, Palermo, i Forum della società civile a Barcellona, Malta e da ultimo a Napoli (con milleducento persone presenti, provenienti da tutti i Paesi mediterranei). Simili sforzi, lodevoli e generosi nelle intenzioni, stimolati o sorretti da commissioni governative o da istituzioni internazionali, non hanno conseguito che risultati limitati.
A cosa serve ribadire, con rassegnazione o con esasperazione, le aggressioni che continua a subire il nostro mare? Nulla tuttavia ci autorizza a farle passare sotto silenzio: degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal controllati, corruzione nel senso letterale o figurato, mancanza di ordine e scarsità di disciplina, localismi, regionalismi, e molti altri «ismi» ancora. Il Mediterraneo non è comunque il solo responsabile di questo stato di cose. Le sue migliori tradizioni («quelle che associano l'arte e l'arte di vivere!») si sono opposte invano. Le nozioni di scambio e di solidarietà, di coesione e di «partenariato» devono essere sottoposte a un esame critico. La sola paura dell'immigrazione proveniente dalla costa sud non basta per determinare una politica ragionata.
Il Mediterraneo si presenta come uno stato di cose, non riesce a diventare un progetto. La costa sud mantiene le sue riserve, dopo l'esperienza del colonialismo. Entrambe le rive furono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti.

Tutto è stato detto su questo «mare primario» diventato uno stretto di mare, sulla sua unità e sulla sua divisione, la sua omogeneità e la sua disparità. Da tempo sappiamo che non è né «una realtà a sé stante» e neppure «una costante»: l'insieme mediterraneo è composto da molti sott oinsiemi che sfidano o rifiutano le idee unificatrici. Concezioni storiche o politiche si sostituiscono alle concezioni sociali o culturali, senza arrivare a coincidere o ad armonizzarsi. Le categorie di civiltà o le matrici di evoluzione al nord e al sud non si lasciano ridurre ai denominatori comuni. Gli approcci dalla fascia costiera e quelli proposti dall'entroterra si escludono o si contrappongono.
Il Mediterraneo ha affrontato la modernità in ritardo. Non ha conosciuto la laicità lungo tutti i suoi bordi. Per procedere a un esame critico di questi fatti, occorre prima di tutto liberarsi da una zavorra ingombrante. Ciascuna delle coste conosce le proprie contraddizioni, che non cessano di riflettersi sul resto del bacino e su altri spazi, talvolta lontani. La realizzazione di una convivenza in seno ai territori multietnici o plurinazionali, lì dove si incrociano e si mescolano tra loro culture diverse e religioni differenti, conosce sotto i nostri occhi uno smacco crudele.
Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all'incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti di origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime.
Il resto è mitologia [...].

Tanto nei porti quanto al largo «le vecchie funi sommerse», che la poesia si propone di ritrovare e di riannodare, spesso sono state rotte o strappate dall'intolleranza o dall'ignoranza. Questo vasto anfiteatro per molto tempo ha visto sulla scena lo stesso repertorio, al punto che i gesti dei suoi attori sono talvolta noti e prevedibili. In compenso, il suo genio ha saputo in ogni epoca riaffermare la sua creatività a nessun'altra uguale. Occorre perciò rip ensare le nozioni superate di periferia e di centro, gli antichi rapporti di distanza e di prossimità, i significati dei tagli e degli inglobamenti, le relazioni delle simmetrie di fronte alle asimmetrie. Non basta più osservare queste cose unicamente in una scala di proporzioni o sotto un aspetto dimensionale: possono essere considerate anche in termini di valori. Certe concezioni euclidee della geometria hanno bisogno di essere superate. Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica, invenzioni del genio mediterraneo, sono state adoperate per troppo tempo e talvolta appaiono logore.
«Il Mediterraneo esiste al di là del nostro immaginario?» ci si domanda al sud come al nord, a Ponente come a Levante. Eppure esistono modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili, a dispetto delle scissioni e dei conflitti che questa parte del mondo vive o subisce. Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un'abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell'entroterra. La «patria dei miti» ha sofferto delle mitologie che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. Questo spazio ricco di storia è stato vittima degli storicismi. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l'immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano affatto. Una «identità dell'essere», amplificandosi, eclissa o respinge una «identità del fare», mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che il pensiero stesso rimane prigioniero degli stereotipi [...].
Una nuova lacerazione si è prodotta dopo tante altre: la guerra in Libano, gli hezbollah con la loro radicalità e l'Iran che annuncia apertamente la sua volontà di distruggere Israele, l'invasione militare israeliana del territorio libanese con i suoi tragici «effetti collaterali». Dobbiamo confrontarci con questi nuovi dati, su una scacchiera già piena di movimenti contraddittori e alla rmanti.
Nei dibattiti odierni sul Mediterraneo si ripropone inevitabilmente la questione della Conferenza svoltasi a Barcellona più di un decennio fa, nel 1995, con le speranze accese e le delusioni provocate dal «processo» che quell'assise aveva innescato. Da una parte si cerca di minimizzare il suo fallimento; dall'altra parte, e anche in alcuni Paesi europei, il suo insuccesso viene ingigantito. Non a caso i presidenti degli Stati della sponda meridionale del Mediterraneo hanno manifestato il loro malcontento rifiutandosi di partecipare alla riunione organizzata nella ricorrenza del «decennale del processo Barcellona».
Quale speranza fu messa in moto da quella Conferenza e quali sono oggi i motivi della delusione per i suoi effetti? La situazione del Mediterraneo nel 1995 era un po' diversa da quella di oggi. Dopo gli accordi di Oslo del 1992 le circostanze del conflitto in Medio Oriente apparivano più vicine a una soluzione positiva e durevole, in particolare per quanto riguardava i rapporti fra Israele e Palestina, trasformatisi, purtroppo, nella più dolorosa e pressoché inguaribile ferita del Mediterraneo. Si credette allora che sarebbe stato facile attutire la tensione in uno spazio più ampio di quello delle rive mediterranee. Quelle aspettative sono state disattese. Siamo stati, e siamo ancora, in misura anche maggiore, testimoni di scontri bellici, politici e religiosi, di vecchie e nuove forme di terrorismo, di razzismo, di antisemitismo, della negazione del diritto di Israele alla propria esistenza e di quella dei palestinesi al rientro nei territori occupati. Si erige un nuovo muro divisorio fra i popoli.
Nel medesimo arco di tempo, l'Europa è venuta a trovarsi di fronte al problema della propria integrazione. Nell'Unione europea disomogenea e forse non ancora preparata a un significativo allargamento, sono entrati diversi Paesi dell'«altra Europa». L'Unione ha dedicato a quest'ultima tutta la sua attenzione e i propri potenziali politici, economici e di altra natura. L'Europa continentale nella quale hanno sede le più importanti istituzioni comunitarie (Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo, Francoforte), ha finito con il trascurare persino il proprio Mezzogiorno. Ed è rimasta una possibilità o volontà davvero scarsa - e un ancor minore sostegno o coraggio - di sviluppare i progetti a beneficio delle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo stesso.
E poi c'è stato l'11 settembre 2001. Con le fiamme e la polvere delle Torri gemelle di New York si solleva una crisi di fiducia dalle dimensioni planetarie e si instaura il conseguente peggioramento dei rapporti tra l'Occidente e il mondo arabo e islamico. La situazione è precipitata e ha toccato il fondo dell'abisso dopo i sanguinosi attentati di Londra e di Madrid. [...]. Così, mentre le speranze vanno sempre più a fondo, le delusioni vengono sempre più a galla.
Anche sulla sponda meridionale del Mediterraneo la situazione è divenuta sempre più negativa. Del resto in quell'area, fin dall'inizio, il sentimento di delusione era più intenso di quello della speranza: la memoria del colonialismo e la difficoltà di superarne le conseguenze, la tensione dei rapporti fra Marocco e Algeria, lo scontro con l'integralismo islamico all'interno dell'Algeria stessa, l'arretratezza e la povertà in varie zone del Maghreb e del Mashreq, il mancato rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Persino gli scambi fra popoli affini sull'asse sud-sud hanno avuto risultati molto inferiori a quelli che ci si attendeva. I programmi Meda, tramite i quali si voleva rafforzare il potenziale economico dei Paesi nordafricani, si sono dimostrati per lo più insufficienti o inadeguati, spesso rivolti verso obiettivi sbagliati e i mezzi dispensati non sono sempre andati a beneficio di coloro ai quali erano stati destinati. Il progetto della «Zona di libero scambio» da realizzare entro il 2010, ideata e proposta a Barcellona, si è rivelato utopistico.
Il concetto chiave presente nei documenti della Conferenza fu quello del «partenariato». Esso aveva forse, fin dall'inizio, un significato declamatorio o addirittura astratto. D'altra parte si sa che non tutti i partner entrano in gioco con la stessa posta, non tutti hanno le medesime possibilità o le stesse prospettive[...]. Sarà dunque necessario riflettere bene prima di decidere quale «partenariato» sia più adeguato, più realistico e realizzabile per i Paesi del Mediterraneo, tenendo conto della massima corresponsabilità che si può perseguire e della migliore resa che si può ottenere. Scambiando i desideri per realtà non si aiuta chi ne ha bisogno, ma si distruggono invece le speranze e si alimentano le delusioni.
Nel tentativo di ridimensionare l'immagine di insuccesso, o peggio di fallimento, della Conferenza di Barcellona, negli ultimi tempi viene messo in risalto un significato nuovo di «vicinato». Si va proclamando l'«alleanza delle civiltà» quale concetto contrapposto allo «scontro fra le civiltà», già da tempo in circolazione negli Stati Uniti. In teoria, alcune formulazioni proposte dalla Conferenza di Barcellona non sembrano avere alternative, resta tuttavia che la realizzazione di queste formulazioni può e deve fare un diverso percorso e avere una prassi di attuazione differente. Le esperienze concrete e i risultati insufficienti impongono di sfrondare i singoli progetti - e i discorsi che li hanno accompagnati - da tutto ciò che si è mostrato inefficace, retorico, e in fin dei conti, illusorio. Le speranze da sole non bastano, le delusioni non sono, non dovrebbero essere, ineluttabili.

Gli stimoli e gli impulsi ai quali sono state esposte le sponde del Mediterraneo sono stati spesso dannosi e pericolosi. E le reazioni nei loro confronti sono state raramente adeguate. Accrescere la sicurezza e diminuire la tensione, ridurre le crisi esistenti, regolare i processi di immigrazione-emigrazione, fornire maggiore aiuto ai soggetti poveri, agli indigenti, ai malati, sono tutte esig enze evidenti e indifferibili ma gli approcci per soddisfarle, come le reazioni a essi, vengono esibiti e si realizzano in maniera troppo generica o volontaristica.
Che fare, allora, per incanalare le acque verso altre direzioni, affinché i risultati siano diversi? Non ci sono risposte preconfezionate a tali domande: vanno cercate e trovate di volta in volta di fronte alle situazioni concrete, alle circostanze specifiche, alla complessità delle congiunture. «Alleanza delle civiltà»? Sì, ma a questo slogan va dato un significato autentico, perché non diventi anch'esso il pretesto per speranze irrealizzabili e per insopportabili delusioni.
Al fondo di tutto c'è l'esigenza di non abbandonare il Mediterraneo a se stesso e ai suoi demoni. Questo mare - è perfino banale ripeterlo - resta comunque lo spazio dove sono cresciute anche le altre civiltà vicine e affini, in particolare quelle islamiche [...]. L'Unione europea non dovrebbe dimenticare che il Mediterraneo è la culla della nostra civiltà. C'è forse un interesse economico prevalente nei rapporti con i Paesi europei più sviluppati, ma esistono ragioni profonde, storiche, culturali e tante altre per non lasciare il Mediterraneo a un destino che non merita. Sarebbe presuntuoso, e forse arrogante, concludere questo argomento. E un compito che spetta alla storia.
«Avvenire» del 27 maggio 2007

La cultura agra dell'anti-famiglia

In 10 anni 40% in più di divorzi
di Eugenia Roccella
Chi, nei dibattiti sui Dico e sulla manifestazione del 12 maggio, ci indicava come modello di civiltà i Paesi del Nord Europa, sarà contento: in Italia, secondo gli ultimi dati, aumentano i divorzi e le separazioni. Certo, non siamo ancora alle cifre di Paesi come la Svezia (che detiene il record europeo dei divorzi, insieme a quello delle madri sole), la Norvegia, l'Inghilterra, la Francia o il Belgio, anzi, a dire la verità, siamo ancora agli ultimi posti. Però il tasso di incremento fa ben sperare chi desidera una rimonta: i divorzi sono cresciuti del 22,4% rispetto al 2000, e del 40,6% rispetto al 1996. Se ci sforziamo di produrre politiche mirate, forse, nel giro di qualche decennio, riusciremo a raggiungere i livelli delle nazioni europee più avanzate...
Strano Paese, il nostro. Dopo cinquant'anni di trascuratezza, in cui abbiamo contato sulla solidità della famiglia italiana senza fare nulla per alleviarne i compiti, finalmente si costituisce un Ministero ad hoc. Appena in tempo, perché siamo in una situazione di urgenza. La denatalità è diventata un fattore di crisi, che mette a repentaglio l'equilibrio del sistema pensionistico; eppure le donne vorrebbero più figli di quelli che riescono a fare, e il divario tra il desiderio di maternità e la sua realizzazione è ormai un problema di libertà. Inoltre, sulle famiglie (e in particolare sulle donne) pesa in modo sproporzionato il carico di anziani e malati, oltre che la cura e l'educazione dei figli: lo Stato dà poco e chiede tanto, non offre un welfare a misura di famiglia (per esempio l'assistenza domiciliare) ma nemmeno i tradizionali servizi sociali (come un numero sufficiente di asili nido).
Le nazioni dove ci sono più bambini sono quelle in cui il part time è un diritto, in cui la conciliazione tra tempi del lavoro domestico ed extradomestico è un problema che la politica prende sul serio, mentre da noi queste cose sembrano miti irraggiungibili; di equità fiscale non si parla, e non avere figl i, considerando che ogni bimbo riduce il reddito familiare del 20%, sta diventando un vero affare.
Invece di dare la priorità alle politiche per la famiglia, si è ritenuto che la misura più necessaria fosse il riconoscimento istituzionale delle coppie di fatto, perché il nostro Paese non poteva essere il fanalino di coda dell'Europa in questa "battaglia di civiltà". Ricordiamo però che in molte delle nazioni che ci vengono portate ad esempio si sono fatti da tempo forti investimenti sulla natalità: forse, nello sforzo di imitare la Svezia o la Francia, si poteva cominciare da qui, dalle "audaci politiche familiari" che il Forum delle famiglie insistentemente chiede da anni.
Invece siamo stati costretti a scendere in piazza, per dimostrare che le famiglie esistono, che sono pacifiche e pazienti, ma non più disposte a essere ignorate. Oggi la classe politica deve dirci se considera un bene che la famiglia sia stabile, e che la coppia prenda, attraverso il matrimonio, impegni duraturi. Deve dirci se a fronte dei doveri che si assumono sposandosi si ha accesso anche a diritti che non siano solo nominali, che siano sostenuti da scelte politiche importanti. Deve dirci se considera l'aumento dei divorzi un segnale di rischio o un elemento di modernizzazione, la tappa intermedia verso una società in cui la famiglia si declina solo al plurale.
«Avvenire» del 27 maggio 2007

Casalinga, l'unica assente

Nel pensiero ufficiale di Firenze la donna vera deve lavorare
di Marina Corradi
Non è lo Stato che può decidere cosa qualcuno "deve" fare della sua vita
Ci sono espressioni che a Firenze si sono sentite moltissimo. Quoziente familiare, conciliazione tra lavoro e famiglia, famiglia come risorsa e priorità, come è giusto, sono state parole continuamente ripetute. Altre, sono state piuttosto assenti. Di sussidiarietà, per esempio, si è sentito poco. Ma altre realtà fondamentali della famiglia italiana sono parse quasi invisibili. Le casalinghe, per esempio: oltre otto milioni di donne che non scioperano mai, ma che se lo facessero bloccherebbero la cittadinanza. Ne ha rivendicato l'esistenza solo la onorevole Gasparini, dell'Udeur, e Luisa Santolini dell'Udc. La parola "casalinga" sembra impronunciabile in una visione culturale in cui si continua a ripetere la equazione «più occupazione femminile uguale a più figli». Cosa statisticamente vera in Europa, che tuttavia a Firenze è sembrata assumere il connotato di imperativo sociale, di parola d'ordine. Gli obiettivi della conferenza di Lisbona, tendenti appunto a aumentare l'occupazione delle donne, sono un imperativo morale delle politiche familiari venture. E va benissimo, e li aspettiamo con ansia - dopo averli a lungo invano sognati - tutti i nidi che permettano alle madri di dedicarsi al lavoro fuori casa. Ma qualcosa non ci piace in quel continuare a ripetere: le donne "devono" lavorare. No: tutte le donne che lo vogliono devono poter lavorare. Ma, se qualche rara sopravvissuta, qualche cocciuta passatista, trovasse assurdamente più interessante badare ai suoi figli che fare la manager, o anche la colf - va pur detto che non tutti i lavori sono così "realizzanti" - se insomma qualche raro esemplare femminile ritenesse che le piace di più stare con i suoi bambini, non ci sembrerebbe una richiesta indecente. Anzi, degna di un po' di considerazione e aiuto sociale. Non è lo Stato o una politica familiare, che può decidere cosa una donna, o un uomo, "deve" fare della sua vita. Deve piuttosto, la politica, mettere nelle condizioni di potere scegliere. Ma l'ipotesi che una donna possa scegliere di stare coi suoi figli pare oggi politicamente scorretta. Lo conferma la reazione del sottosegretario alla Famiglia, Chiara Acciarini, ex ds, ora confluita in Sinistra democratica, che alla tavola rotonda fra rappresentanti dei partiti nel sentir parlare di questa possibilità ha detto: «Ma le ragazze sono le più brave a scuola. Non lavorare è non esplicare le proprie potenzialità. Sarebbe un buttare via una risorsa». Cioè, chi si dedica ai figli spreca le sue risorse. Non sviluppa ciò di cui è capace - secondo l'assioma che solo produrre ricchezza è realizzante. Perché buttarsi via facendo solo la madre? Che lo dica una donna, e un sottosegretario alla Famiglia, è triste, ma non stupisce. C'è da decenni in Italia un pensiero femminile che identifica la parità dei diritti con l'adeguamento a quella logica maschile, secondo la quale il lavoro e la carriera sono cose importanti, e la cura dei figli faccenda modesta, in cui non spendere talenti. È la cultura delle casalinghe invisibili, e di quel sommerso femminile, che starebbe a casa almeno per i primi anni dei figli volentieri, se solo le si aiutasse. Di quelle che non si sentono così gratificate da otto ore allo sportello o in fabbrica, e invece non hanno la sensazione di buttarsi via, quando stanno con i figli. Pensare anche a loro, ammettere che esistano, pare cosa politicamente indicibile. Inammissibile, «buttar via risorse» nell'educazione dei figli. E perché poi solo le donne? Pari opportunità: gli uomini a allattare i bambini. Chissà perché gli uomini nascono senza mammelle, bisognerà pensare a correggere questa opportunità dispari. Cultura dominante, quotidiano messaggio. Che spiega in parte questa Italia senza figli, questa emergenza educativa su cui ci stiamo affannando. (Quanto a noi, diremo alle nostre figlie che buttar via tempo con i bambini è bellissimo).
«Avvenire» del 27 maggio 2007

Umberto Eco: la mia biblioteca a misura d’uomo

La casa dei libri come macchina per il tempo libero: "Voglio un posto che faccia venir voglia di andarci"
di Umberto Eco
Dopo la prima edizione del 2002, Allemandi editore ripubblica «Il fascino delle biblioteche» (pagg. 160, 109 immagini a colori, euro 50) con le fotografie di Massimo Listri e un testo di Umberto Eco, di cui pubblichiamo un estratto.
Obbligato dal gentile invito che ho ricevuto a riflettere su cosa si possa dire su una biblioteca, ho cercato di stabilire quali siano i fini certi o incerti di una biblioteca. Ho fatto una breve ispezione nelle sole biblioteche a cui avevo accesso, perché sono aperte anche nelle ore notturne, quella di Assurbanipal a Ninive, quella di Policrate a Samo, quella di Pisistrato ad Atene, quella di Alessandria, che faceva già nel III secolo 400 mila volumi e poi nel I secolo, con quella del Serapeo, faceva 700 mila volumi, poi quella di Pergamo e quella di Augusto (al tempo di Costantino c’erano 28 biblioteche a Roma). Poi ho una certa dimestichezza con alcune biblioteche benedettine, e ho cominciato a chiedermi quale sia la funzione di una biblioteca. Forse all’inizio, ai tempi di Assurbanipal o di Policrate era quella di raccogliere, per non lasciare in giro rotoli o volumi. In seguito credo abbia avuto la funzione di tesaurizzare: costavano, i rotoli. Quindi, in epoca benedettina, trascrivere: la biblioteca quasi come zona di passo, il libro arriva, viene trascritto, l’originale o la copia ripartono.

Credo che in qualche epoca, forse già tra Augusto e Costantino, la funzione di una biblioteca fosse anche quella di far leggere, e quindi, più o meno, di attenersi al deliberato dell’Unesco che ho visto nel volume arrivatomi oggi, in cui si dice che uno dei fini della biblioteca è di permettere al pubblico di leggere i libri. Ma in seguito credo siano nate delle biblioteche la cui funzione era quella di non far leggere, di nascondere, di celare il libro. Naturalmente, queste biblioteche erano anche fatte per permettere di ritrovare. Noi siamo sempre stupiti dall’abilità degli umanisti del Quattrocento che ritrovano i manoscritti perduti. Dove li ritrovano? Li trovano in biblioteca. In biblioteche che in parte servivano per nascondere, ma servivano anche per fare ritrovare. E poi il problema finale; bisogna scegliere se si vuole proteggere i libri o farli leggere. Non dico che bisogna scegliere di farli leggere senza proteggerli, ma non bisogna neanche scegliere di proteggerli senza farli leggere.

E non dico neanche che bisogna trovare una via di mezzo. Bisogna che uno dei due ideali prevalga, poi si cercherà di fare i conti con la realtà per difendere l’ideale secondario. Se l’ideale è far leggere il libro, bisogna cercare di proteggerlo il più possibile, ma sapendo i rischi che si corrono. Se l’ideale è proteggerlo, si dovrà cercare di lasciarlo leggere, ma sapendo i rischi che si corrono. In questo senso il problema di una biblioteca non è diverso da quello di una libreria. Ci sono ormai due tipi di librerie. Quelle molto serie, ancora con scaffali di legno, dove appena entrati si è avvicinati da un signore che dice: «Cosa desidera?», dopo di che ci si intimidisce e si esce: in queste librerie si rubano pochi libri. Ma se ne acquistano meno.

Poi ci sono le librerie a supermarket, con scaffalatura di plastica dove, specie i giovani, girano, guardano, si informano su quel che esce, e qui si rubano moltissimi libri, benché si mettano i controlli elettronici. Potete sorprendere lo studente che dice: «Ah, questo libro è interessante, domani vado a rubarlo». Poi si passano informazioni tra di loro, per esempio: «Guarda che alla libreria Feltrinelli, se ti beccano menano». «Ah, bé, allora vado a rubare alla Marzocco dove adesso hanno aperto un nuovo supermarket». Eppure chi organizza le reti di librerie sa che, a un certo punto, la libreria ad alto tasso di furti è però anche quella che vende di più. Si rubano molte più cose in un supermarket che in una drogheria, ma il supermarket fa parte di una grande catena capitalistica, mentre la drogheria è piccolo commercio con una dichiarazione di redditi molto ridotta.

Ora, se trasformiamo questi, che sono problemi di reddito economico, in quelli di reddito culturale, di costi e di vantaggi sociali, lo stesso problema si pone quindi anche per le biblioteche: correre maggiori rischi sulla preservazione dei libri, ma avere tutti i vantaggi di una loro più ampia circolazione. Cioè se la biblioteca è, come vuole Borges, un modello dell’Universo, cerchiamo di trasformarla in un universo a misura d’uomo, e, ricordo, a misura d’uomo vuol dire anche gaio, anche con la possibilità del cappuccino, anche con la possibilità per i due studenti in un pomeriggio di sedersi sul divano e, non dico darsi a un indecente amplesso, ma consumare parte del loro flirt nella biblioteca, mentre si prendono o rimettono negli scaffali alcuni libri di interesse scientifico, cioè una biblioteca in cui faccia venire voglia di andarci e si trasformi poi gradatamente in una grande macchina per il tempo libero, com’è il Museum of Modern Art.
So che l’Unesco è d’accordo con me: «La biblioteca... deve essere di facile accesso e le sue porte devono essere spalancate a tutti i membri della comunità che potranno liberamente usarne senza distinzioni di razza, colore, nazionalità, età, sesso, religione, lingua, stato civile e livello culturale». Un’idea rivoluzionaria. E l’accenno al livello culturale postula anche un’azione di educazione, di consulenza e di preparazione. E poi l’altra cosa: «L’edificio che ospita la biblioteca pubblica dev’essere centrale, facilmente accessibile anche agli invalidi e aperto a orari comodi per tutti. L’edificio e il suo arredamento devono essere di aspetto gradevole, comodi e accoglienti; ed è essenziale che i lettori possano accedere direttamente agli scaffali». Riusciremo a trasformare l’utopia in realtà?
«La Stampa» del 25 maggio 2007

Se il traduttore è un riscrittore

Quarant’anni dopo la prima edizione, il poeta ripubblica rielaborata e arricchita la sua versione del classico latino
di Oddone Camerana
Uno spagnolo a Roma. Questi era Marco Valerio Marziale. Un immigrato, dunque, proveniente da Bilbili nel Terraconese, provincia romana, un migrante che visse nella capitale dell’Impero sotto Tito, Domiziano, Nerva e Traiano essendoci arrivato a vent’anni, nel 64 della nostra era. Sennonché, invece di intraprendere la carriera di avvocato sfruttando gli studi compiuti, smanioso com’era di accontentare la sua curiosità per lo spettacolo offerto dalla capitale, si adattò a fare il mestiere del «cliente» dei signori del tempo, posizione subordinata, ma libera e senza responsabilità in virtù della quale, in cambio di cibo e denari, il cliente offriva compagnia e piccoli servizi, nel suo caso epigrammi e poesie d’occasione. Una vita trascorsa per strada, frequentando anticamere affollate, cronista di una umanità senza maschere, tra splendori e miserie, arguzie e lodi, gelosie, eros, adulazioni, feste, stanchezza e corruzioni.
Ma dopo quarant’anni di questa esistenza al centro della città imperiale, anni durante i quali aveva portato alla perfezione l’arte della sua drammaturgia minima, il format dell’epigramma nel quale aveva ridotto il tumulto del gran mondo, Marziale torna a casa, stanco e vecchio, per accontentare finalmente la sua voglia di dormire. Non senza nostalgia della vita passata. «Poiché - come ha osservato Concetto Marchesi - se è vero che la visione e l’alito della ricchezza fanno inquieta la povertà e ansiosa di mutamento o di rovina, è pure innegabile che nessuna umana condizione può come lo splendore delle grandi fortune eccitare il gusto e la fantasia dell’artista». L’edizione einaudiana dei 14 libri di questo autore, più volte ristampata nella versione integrale con testo a fronte di Guido Ceronetti, torna ora in libreria per La Finestra editrice, corredata da alcuni testi di commento, tra cui uno di Carlo Carena e un altro dello stesso Ceronetti. Il quale, oltre a riandare all’eccitazione e al piacere provati nei lontani anni Sessanta, anni impegnati nell’opera di «riscrittura» di Marziale, ricordati nella posizione di un «inginocchiato sulla pietra dura dei linguaggi morti», raccomanda al lettore di imparare il latino. Così, «invece di Ceronetti - ammonisce il medesimo - leggerai Marziale».
La fama di Ceronetti traduttore non ha bisogno di essere ricordata. Il suo lavoro in questo campo, uno dei tanti in cui si è cimentato con successo, è senza dubbio centrale. Riguardando autori latini come Giovenale, Catullo e Marziale e grandi testi biblici come Giobbe, i Salmi e Qohélet, detto lavoro ha la particolarità di unire in un arco voci lontane del mondo pagano antico e voci della tradizione ebraica. La lunga pratica di tradurre autori sia del passato che del presente come quelli contenuti in Come un talismano (Adelphi, 1986) ha inoltre liberato Ceronetti dall’angustia e dai limiti di avere un linguaggio. Ceronetti infatti non usa i termini di un sapere specifico. Confrontandosi con i suoi autori, egli usa parole, le parole della vita, e ogni volta che si misura con un testo nuovo è costretto a partire per il mare aperto. Così accade che, invece di scrivere di Giobbe, Ceronetti imprechi come Giobbe. Lo stesso succede con Marziale. Questo non esclude che egli abbia preferenze e ha ragione Carena quando dice che «è da credere che si sia più divertito a tradurre Marziale che Giovenale» obbedendo a «una impavida dettatura interiore, che più che rispettare compie effrazioni del testo».
Gli orizzonti che impegnano il traduttore di Marziale sono orizzonti vasti, brulicanti, densi di oriente, di superstizioni e di magia. Sotto il suo sforzo, uno alla volta gli scrigni bloccati nella fissità del latino vengono riaperti. Torna alla luce un mondo sterminato, rumoroso, affannato: i banchetti, le mense, gli spettacoli e i circhi, ove i boati, gli orrori e i prodigi, le risse, le fatiche delle orge, le taverne, l’ingolfarsi del traffico, tutto riprende vita nella parola, come i riti, i raggiri, le truffe, le malattie, le perversioni dell’amore, gli incanti delle confidenze, le angosce del sesso, gli affanni dell’età. Come Marziale, Ceronetti è o è stato un pedone di città. «Senza la città - dice - l’uomo di Marziale non esisterebbe. Da questo si può capire che lo invidio, perché sono anch’io un pedone e la città mi manca». Ed è curioso come, a poche settimane dalla rinnovata uscita del suo Marziale, Ceronetti abbia pubblicato sulla Stampa del 4 aprile una specie di epigramma che elenca le tante cose che non ci sono più, cose per lo più di città di ieri e di oggi, simbolicamente collocate in una delle metropoli del nostro tempo, la Parigi tra il 1930 e il 1950.
Non va poi dimenticato come l’avvicinarsi dei suoi ottant’anni gli abbia suggerito, da grande comunicatore della sua protesta e delle sue nostalgie, di pubblicare, sempre sulla Stampa, questa volta il 16 maggio, una deliziosa letterina in cui nega, affermandola però, l’opportunità di festeggiare «l’anniversario di una vecchiaia avanzata». Il fatto è che, dopo l’incontro al torinesissimo Massimo per ricordare il «suo» cinema, dopo l’intervista in simultanea con l’altro neo-ottantenne torinese Carlo Fruttero, dopo la lettura dei suoi versi in una gelida sala condizionata della Fiera del Libro dove è comparso incappottato come un novello Cardarelli, dopo il Marziale di cui in questo articolo, c’è da aspettarsi altre sorprese. Non è da tutti, infatti, come sa fare Ceronetti, di saper divertire il prossimo rimanendo se stesso.
«La Stampa» del 24 maggio 2007

«Laïcité», si cambia

Il modello francese di rapporti fra lo Stato e le religioni va rivisto: parla padre Verdin, coautore di un volume con Sarkozy
di Carlo Baroni
Dice il teologo e scrittore: «La dimensione religiosa è fondamentale per la democrazia. Chirac è rimasto fermo alla legge del 1905, il nuovo presidente è più libero»
Dal convento dei domenicani, in rue Fauborg St.Honorè, si può arrivare all'Eliseo anche a piedi. Una strada tutta dritta come quella che aveva fatto incontrare padre Philippe Verdin e Nicolas Sarkozy. Un incontro da cui era scaturita una conversazione e poi un libro: La Repubblica, le religioni, la speranza, insieme al filosofo Thibaud Collin. Un sasso nello stagno della laicità alla francese. Il tentativo, riuscito, di rompere un tabù vecchio ormai di due secoli. Era il 2004. Tre anni dopo Sarkozy è diventato presidente della Francia. E padre Verdin uno scrittore di successo, oltre che editorialista di «Le Figaro».
Hanno definito la Francia "frutto dell'incontro fra morale laica e morale spirituale": significa ci sono radici comuni tra Voltaire e Pascal?
«È una definizione che ci può stare. Le radici comuni sono quelle cristiane dalle quali neanche il pensiero laico può prescindere. Penso a Voltaire e a Diderot e a quanto devono a chi li ha preceduti».
Tocqueville diceva che «il dispotismo può fare a meno della religione, non la libertà». È giusto, allora, dire che la République è stata (è?), sotto un certo profilo, un regime dispotico?
«La citazione di Tocqueville invita a tener conto della dimensione religiosa. Fondamentale in una società democratica. Qualcosa che la aiuta a crescere, un collante che la tiene unita. Un punto di riferimento per le giovani generazioni. Che va al di là dell'aspetto confessionale».
«La laicità non è una vacca sacra ma una statua di sale che cadrà per l'immobilismo del Paese»: sono parole di Sarkozy. È maturo il tempo per modificare la legge sulla separazione tra Stato e Chiesa?
«La legge è del 1905, emanata in un contesto molto diverso da quello di oggi. Col passare degli anni è diventata una sorta di "vitello d'oro" da idolatrare. Qualcosa che non si può nemmeno toccare o mettere in discussione. Un tabù a cui si assoggettano anche i politici cattolici. Penso all'ex presidente Chirac. Per ev itare di essere accusato di scarsa laicità si è sempre ben guardato dal prendere posizione su questioni religiose per non dare l'impressione che prendesse le parti della Chiesa. Una "preoccupazione" che Sarkozy non ha assolutamente. Lui pensa che la società francese si sia evoluta dal 1905 ad oggi ed occorre intessere nuove relazioni tra Stato e confessioni religiose. In altri Paesi, penso all'Austria, nessuno si scandalizza se uomini della Chiesa vengono chiamati a far parte di commissioni che trattano problemi etici».
La definizione e la difesa dell'identità nazionale è stato uno dei temi caldi di questa campagna elettorale. Quelli che sembravano solo simboli della destra, la «Marsigliese», la bandiera, sono diventati patrimonio comune. Che ne pensa?
«Viviamo un periodo di transizione. La Francia cerca un suo posto nel mondo. Vuole capire qual è il nuovo ruolo che le toccherà interpretare. C'è una sorta di crisi d'identità. Ci chiediamo chi siamo? Tutto questo porta a rifugiarsi nei simboli nazionali. Che, di per se, potrebbe anche avere risvolti positivi. Se non ci fosse il rischio di chiudersi. Lo abbiamo notato anche nella campagna elettorale durante la quale i temi di politica estera sono finiti in secondo piano. Eppure la Francia ha una vocazione internazionale. Pensiamo ai legami con l'Africa».
Lei ha avuto modo di conoscere e dialogare a lungo con Sarkozy e di scrivere con lui un libro importante. Che idea si è fatto del neo presidente sotto il profilo spirituale?
«Sarkozy ritiene che la religione, le religioni, abbiano un ruolo imprescindibile nel tessuto sociale. In questo è perfettamente in linea con il pensiero di Tocqueville. Il suo rapporto con la spiritualità non è superficiale, certo. Lui si definisce un cattolico. So che frequenta la Messa domenicale con la famiglia e che è stato in pellegrinaggio a Lourdes. Dice che qualche volta le omelie lo annoiano ma nel complesso ha grande rispetto per le autorità ecclesiastiche e vede con favore la possibilità di confrontarsi con i vescovi».
Si può parlare di risveglio della spiritualità in Francia?
«Credo che anche su questo si dia troppo retta ad un'immagine stereotipata del mio Paese: una Francia secolarizzata e aliena dalle religioni. Poi c'è la Gmg e Parigi si riempie di giovani. Con giornali e tv ad interrogarsi su qualcosa che non avevano messo in preventivo».
Lei è autore anche di romanzi gialli. Ce ne vuole parlare?
«Ho pubblicato una storia noir che sta riscuotendo un buon successo, L'assassin de Tassin. I miei riferimenti letterari? Simenon e Fajardi. Ho anche scritto un romanzo d'amore, La grande tribu».
«Avvenire» del 25 maggio 2007

Un grande cervello che pensa per noi

L'ambizione dichiarata di Google
di Umberto Folena
Mister Eric Schmidt, l’intraprendente presidente di Google, assomiglia in modo inquietante a Dwar Rein. Chi sia costui lo riveleremo solo alla fine. Parliamo di Schmidt, manager che guarda lontano, molto lontano. Recentemente, parlando di Google al mensile "Wired" ha detto due cose: la prima già la sapevamo, la seconda temevamo di venirla a sapere.
La prima. "Google è un modo per fare pubblicità; un colossale supercomputer; un fenomeno sociale che coinvolge l’azienda, la gente, il marchio, i valori". Che a una neanche troppo ristretta elite il resto dell’umanità interessi solo in quanto umanità consumante, homines consumantes, non meraviglia. Se qualcuno si dimostra interessato alle mie paure e ai miei sogni, suggerendomene di nuovi che neanche immaginavo di possedere, e ancora a come organizzo il mio tempo, alla mia famiglia, perfino alla mia fede… penso: che cosa mi vuoi vendere? La consumerist society o società di consumatori, a voler essere integrati, ha un nobile fine: far muovere il denaro più vorticosamente possibile, affinché tutti possiamo averne tra le mani di più, assieme a più merci che però ci restino in tasca il meno possibile, per far posto a merci nuove. A voler essere apocalittici, ha un ignobile fine: spremerci come limoni con la premessa che ogni modo è buono per riuscirci. La nostra privacy? La riservatezza è un ostacolo sulla via di quella perfetta conoscenza del consumatore, che spalanchi le porte al perfetto consumo vorticoso.
Come riuscirci? Con la seconda cosa detta da mister Schmidt: "Google, entro cinque anni, sarà un sito capace di rispondere a domande individuali come: che faccio domani? Oppure: quale lavoro dovrei scegliere? Nessun amico potrà conoscerti e consigliarti meglio". L’inquietudine nasce dalla domanda: e se non desiderassi affatto un simile amico? Sembra di capire che sarà difficile sfuggire a tanto affetto, a meno di non trasferirsi su un pianeta deserto (un’isola non basta più, da quando esistono le connessioni satellita ri). Presto ci affideremo al cloud computing, che risponde a questo desiderio che, ci scommettiamo, prima di leggere queste righe ben pochi di voi pensavano di avere: perché inzeppare il nostro povero pc di dati su dati personali, quando possiamo ficcare tutto nel megaserver e usare il nostro pc come un agile terminale?
Più che un Grande Fratello orwelliano, dietro l’angolo ci attende un Grande Cervello, capace di pensare tutti i nostri pensieri al posto nostro. Gran bella comodità, sia ad essere integrati che apocalittici. Il Grande Cervello anticiperà i nostri desideri e ci solleverà da alcuni ingombri quali il senso di responsabilità e la coscienza.
Per questo Schmidt rischia di assomigliare a Dwar Rein, il protagonista di Answer (La risposta), fulmineo racconto - più breve di questo articolo - scritto da Fredrick Brown nel 1954. In un remotissimo futuro, l’umanità collega tra loro tutti i calcolatori di 96 miliardi di pianeti abitati. Tocca a Dwar Rein porre al supercomputer, che Schmidt battezzerebbe forse Googlino, la domanda delle domande: "C’è, Dio?". Risposta: "Sì, adesso c’è". Un fulmine incenerisce Dwar Rein fondendo i circuiti e impedendo a chiunque di spegnere Googlino. Apocalittico alquanto, anche perché non prevede pianeti deserti.
La morale è trasparente: chi comanda a chi? Siamo noi i padroni della tecnologia, o è la tecnologia che è padrona di noi, del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra vita, fino a trasformarsi nel nostro dio? Non serve un pc per rispondere.
«Avvenire» del 25 maggio 2007

05 luglio 2007

Bobbio: troppo buono con i rossi

Fu vera subalternità culturale? Sbarberi: "Le sue critiche hanno fatto bene alla sinistra"
di Luigi La Spina
Nascono dalla stessa famiglia, ma subito si dividono in due rami ferocemente avversari. Liberali e comunisti, come cugini-rivali, si combattono per tutto il Novecento. Alla fine del secolo, i primi stravincono e si moltiplicano, persino con una discendenza così allargata da risultare sospetta. Gli altri quasi si estinguono e i pochi sopravvissuti o si rifugiano, silenti e nostalgici, nelle catacombe del ricordo o si agitano freneticamente senza una meta precisa, immemori del passato e smarriti nel futuro. Chiediamo a Franco Sbarberi, docente di Filosofia politica e organizzatore dell’importante convegno che si apre oggi a Torino sul comunismo nella riflessione liberale e democratica del Novecento, quale sia il motivo e l’attualità di un bilancio che la storia sembra aver già definitivamente chiuso.
«Oltre all’interesse storiografico per cui si cerca di tracciare, per la prima volta in Europa, una mappa complessiva delle posizioni che il movimento liberale e democratico ha assunto nei confronti della teoria e della pratica comunista, c’è un’esigenza indiretta di chiarificazione politica. Tutti o quasi, in Italia, si dichiarano liberali e coloro che si definiscono comunisti hanno formato due diversi partiti. Ma le parole liberalismo e comunismo sono spesso usate impropriamente. Un’analisi, serena e documentata, del rapporto novecentesco tra queste due ideologie politiche può chiarire che nascono entrambe dallo stesso filone illuminista e razionalista del Settecento, sia pure con sviluppi ed esiti diversi».
Nel nostro paese, però, spesso la storia viene utilizzata per far propaganda politica, per istruire processi, per esercitare vendette.
«Sì, l’uso politico della storia è ampiamente praticato in Italia. C’è chi, da sinistra, ha rimosso il proprio passato o lo ripropone dogmaticamente; e chi, da destra, non riconosce che anche il liberalismo e la democrazia moderna si sono formati in contesti antagonistici, sia in Inghilterra (dove nel Seicento viene decapitato Carlo I) sia negli Stati Uniti (con la rivolta contro la madrepatria e poi con una guerra civile sanguinosa) sia in Francia (con i moti rivoluzionari del 1789 e del 1793). Pensare che l’idea e la pratica della violenza rivoluzionaria appartengano soltanto alla tradizione comunista è un non senso. Inoltre, dietro le bandiere di un liberalismo aggressivo, vengono oggi ostentate antiche contrapposizioni, apparentemente per polemizzare con lo spettro del comunismo, ovunque sparito in Europa, in realtà per nascondere all’opinione pubblica ben altri conflitti, nati sul terreno degli interessi e della concentrazione dei poteri».
La famiglia liberale e democratica è vasta, ma c’è un ramo, quello azionista, a cui, proprio sul comunismo, viene fatto un duro rimprovero: quello di una subalternità culturale. Un atteggiamento severo sul totalitarismo fascista e nazista e, invece, indulgente nei confronti di quello comunista. Una critica che fu rivolta a Norberto Bobbio, soprattutto da Ernesto Galli della Loggia, con toni anche molto aspri.
«L’accusa nei confronti degli azionisti non può riguardare né la loro critica, severissima, alla filosofia marxista della storia, né il loro giudizio sull’esito catastrofico dei regimi dell’Est, semmai il loro atteggiamento sul comunismo italiano. Si trascura però il fatto che essi avevano di fronte un dato incontrovertibile: mentre all’Est i comunisti hanno creato regimi liberticidi e oppressivi, nei paesi in cui non si sono insediati al potere hanno sempre contribuito a sostenere lotte di emancipazione sociale e di liberazione. Creando, con questo, i presupposti di alleanze credibili con la sinistra democratica e liberale. D’altra parte, gli azionisti hanno anche riconosciuto che Marx e il marxismo sollevavano questioni ineludibili».
Questioni attuali anche oggi?
«Certo. Per esempio, la tendenza alla mercificazione universale del lavoro nelle società capitalistiche, denunciata anche dal liberalismo anglosassone. Oppure l’involuzione imperialistica degli Stati che hanno scatenato le guerre del Novecento, già segnalata da Hobson in Inghilterra e dalla socialdemocrazia europea. O ancora, la debolezza teorica delle tesi liberiste sull’autoregolamentazione del mercato, riconosciuta tra le due guerre anche da Keynes e, negli anni Quaranta, da Beveridge».
Ma altri rami della famiglia liberaldemocratica furono più preveggenti sulle contraddizioni insanabili del comunismo.
«È vero. Coloro che Dahrendorf chiama “erasmiani puri” (come Popper, Aron, Berlin) hanno, per così dire, bucato il futuro, comprendendo che il comunismo non era riformabile, mentre gli azionisti (non diversamente da molti liberal anglosassoni) gli hanno concesso maggior credito, proprio in virtù dei bisogni sociali che il movimento comunista aveva individuato e cercato di soddisfare. D’altra parte, il comunismo italiano si è largamente autoriformato anche grazie alla critica azionista. Lo riconosce esplicitamente Giorgio Napolitano nella sua recente autobiografia, quando consente con Bobbio che il comunismo realizzato è stato una tragica “utopia capovolta”».
«La Stampa» del 23 maggio 2007

La laica ipocrisia sulle droghe leggere

di Luca Doninelli
I recenti attacchi alla libertà della Chiesa, che vorrebbero vietarle di esprimere la propria posizione in materia sociale e bioetica (una posizione cui compete anche, talora, l’esercizio della sua autorità), ci invitano a considerare culturalmente - e, quindi, anche editorialmente - più importanti quei campi nei quali l’attrito ideologico si fa pesante e ingiustificato.
Il criterio è presto detto: occorre (come raccomandava la vecchia apologetica cristiana) essere vigili e aggredire senza paura la menzogna e la contraddizione (ossia la sragione) soprattutto là dove essa si fa spudorata. Per questo ben vengano libri preziosi come Cannabis di Claudio Risé (ed. San Paolo, pagg. 210, euro 12,50), che mette allo scoperto una piaga che si estende sulla nostra cultura, sul nostro sistema di intervento sanitario, sul nostro sistema educativo, sulla nostra politica: il problema delle cosiddette droghe leggere - espressione del tutto insensata di un’ipocrisia del tutto italiana.
Ci voleva la morte di un ragazzo, a scuola!, dopo aver fumato uno spinello per suscitare un minimo - davvero minimo - di discussione. Del resto, in un Paese in cui sono gli stessi ministri ad affermare che di spinello non è mai morto nessuno c’era poco da sperare. Anche perché, come dimostrato in tv, un Parlamento dove si fa abituale uso di droga non potrà legiferare al meglio in materia. Ma il libro di Risé scoperchia un’altra ipocrisia: quella di una società che non può più combattere la droga poiché ne dipende, in gran parte, in modo strutturale.
Prendiamo il tema del doping sportivo. Gli scandali si susseguono ormai quotidianamente, ma sono ancora in pochi a ricordare che i primi responsabili sono coloro che, per esempio, disegnano il tracciato di un Giro o di un Tour. È lo spettacolo a esigere la droga, è la legge degli sponsor, dell’audience e via dicendo. Ma lo stesso si potrebbe dire di tanti ambienti artistici, cinematografici, della moda e così via: la droga è un ingrediente del grande business. Nella società-spettacolo noi non possiamo più permetterci di dire che di cannabis di muore. E invece si muore, e si muore a scuola, dove i prof permettono l’uso di cannabis perché è così che gira il mondo.
Siamo in un mondo preterintenzionale, fatto di una cultura e di comportamenti preterintenzionali. Io personalmente sono ammirato che uno psicanalista famoso come Risé si esponga personalmente in una battaglia come questa - in cui troverà molti nemici - solo in nome della verità. Tanto di cappello, professore. Questa (questa umiltà, anche) è vera cultura. Dobbiamo imparare tutti.
«Il Giornale» del 23 maggio 2007