04 luglio 2007
L’intruso: Berardinelli, un critico contro
Cari aspiranti scrittori, fate attenzione al correttore automatico
Maestri addio. Ci sono solo gli amici degli amici
All’inizio ci fu la «rivoluzione tradita»
Magris – Marías: l’età della menzogna
Slogan del 25 aprile e veleni della nostra storia
Può, per fare un esempio, cercare di insegnare l’educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il solo paradosso. C’è pure quello per cui l’Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d’ordine del pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche quello dove rispetto al resto d’Europa più diffusa è la pratica dell’illegalità di massa e più frequente risuona l’esaltazione della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una contraddizione solo apparente, però, dal momento che all’origine di entrambi i fenomeni c’è sempre il medesimo retaggio utopico della nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare quel retaggio, l’involucro di una statualità debole che di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c’è di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere nulla di più.
Ieri lassista, oggi rigida: per certi laici nostrani la Chiesa sbaglia sempre
di Pierluigi Battista
Paghetta, il rito (caro) che comincia a 6 anni e finisce a 30
Consegnano i quotidiani porta a porta e si svegliano all’alba per un giro di volantinaggio, fanno i babysitter per i vicini di casa o i commessi al supermercato. Il lavoro se lo cercano da sé, navigando in Rete o chiamando un call-center specializzato. Non in Italia, però. Dalle Alpi in giù, non c’è part-time che tenga: dai 6 ai trent’anni, il modo migliore per riempire il portafoglio si chiama «paghetta». Lo raccontano, prima di tutto, i numeri: quelli dell’ultimo rapporto Iard, datato 23 aprile, secondo cui 8 italiani su 10 completano gli studi tra i 30 e i 40 anni - e dopo, solo dopo, fanno il loro ingresso nel mondo del lavoro. Nel frattempo, tocca a mamma e papà riempire il vuoto pneumatico delle tasche dei propri rampolli. Anche perché il 29,5% dei precari under 34, aggiunge l’Istat, continua a vivere in famiglia. E a chiudere il cerchio, ecco lo studio svolto da Axe Effect Trend Lab su 100 testate di 20 Paesi diversi: in Italia, i lavoretti part-time non usano più, soppiantati dall’abitudine - radicata fin dalle scuole dell’infanzia - alla «paghetta» settimanale. Non che l’abitudine alla mancia sia sconosciuta al resto del mondo: i teenager inglesi, per fare un esempio, ricevono in media 4,20 sterline a settimana (circa 6 euro) per le spese personali, mentre in Germania si passa dai 12,5 euro per i bimbi tra i 6 e i 10 anni, ai circa 30 per gli 11-16enni. Ma il 40% degli adolescenti britannici «arrotonda» facendo il barista o la dog-sitter e a Berlino e dintorni rimboccarsi le maniche nei mesi estivi è considerato la normalità. Si lavora per pagarsi gli studi, come in Svizzera, dove il 70% degli studenti ha un lavoretto da 450-500 euro al mese, o negli Usa, dove il 36% dei giovani lo fa per risparmiare i soldi del college. Ma si lavora anche per togliersi lo sfizio di un paio di jeans o un i-Pod ultimo modello. In Giappone, gli yen per vestiti e videogiochi non si chiedono, ma si guadagnano: il modello più diffuso è un part-time da 20 ore alla settimana. «Un’abitudine - commenta la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris - che da noi non c’è mai stata: per le generazioni passate era una necessità, si lasciava la scuola e si andava a lavorare; oggi, la mentalità più diffusa è che un impiego manuale (e questi part-time sono tutti di tipo pratico) svilisca chi lo fa. Nei Paesi anglosassoni, invece, era una prassi accettata anche dalle famiglie benestanti; lo hanno fatto i figli dei Kennedy e lo scopo era formativo». Perché l’obiettivo, soldi a parte, è proprio questo: imparare. «I "lavoretti" educano alla responsabilità, al contatto con mondi diversi dalla scuola e dalla famiglia, all’indipendenza dai genitori. E a una gestione più consapevole del denaro». Sarà per questo che, all’estero, istituzioni e privati si impegnano per avvicinare i giovanissimi al mondo del lavoro: a Boston è il Private Industry Council a mediare tra aziende e teenager; in Germania, nel 2005, il call-center specializzato Tusma ha ricevuto oltre 100.000 richieste e trovato un posto a quasi 60.000 studenti; in Russia, a San Pietroburgo, c’è addirittura un Ufficio per il lavoro giovanile, con programmi riservati a giovani tra i 14 e i 17 anni. «In Italia, invece, sopravvive l’idea della "paghetta": il mercato spinge perché l’abbiano anche i più piccoli, mentre si può aspettare fino ai 12-13 anni - commenta la psicoterapeuta -. Ed è importante che genitori e figli decidano insieme che uso fare di questi soldi». Quanto ai trentenni «sovvenzionati» dalla famiglia, «molti di loro vorrebbero sottrarsi a questa logica, ma bisogna avere il coraggio di uscire dal nido. I lavoretti part-time sono un ponte che traghetta verso la società e il mondo del lavoro, in maniera graduale, senza choc. Per questo sarebbe importante incentivarli». Con o senza «paghette».
GERMANIA Tra i 6 e i 10 anni, i bimbi tedeschi hanno una mancia di 12,50 euro, che salgono a 35-50 a 17 anni. Ma i lavori part-time o estivi sono un’abitudine e le richieste vengono smistate da appositi call center
GRAN BRETAGNA Circa il 40% dei 15-19enni inglesi sceglie di fare un lavoro part-time; uno su 5 ha addirittura un impiego a tempo pieno. La mancia di papà e mamma, quando c’è, si aggira, sulle 4,20 sterline (6 euro) a settimana
STATI UNITI Secondo il Dipartimento dell’educazione americano, circa il 28% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni ha un lavoro part-time. Molti si immettono nel mercato del lavoro vendendo gadget elettronici online
GIAPPONE A 16 anni, un giovane giapponese può cercarsi un lavoro part-time per un massimo di 20 ore alla settimana, in regola e con salario fisso (6,5 euro all’ora). Niente paghetta, ma uno stipendio da 550 euro al mese 7 euro dai 6 ai 10 anni Secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio dei minori, la «paghetta» dei più piccoli si aggira intorno ai 7 euro (un po’di più per i maschi, leggermente di meno per le femmine): a quest’età i soldi se ne vanno in dolci e merendine, fumetti, giocattoli e figurine. Solo il 4,3% ne utilizza una parte per la ricarica del cellulare, l’8,2% per l’abbigliamento.
- 10 euro dagli 11 ai 13 anni Negli ultimi anni delle primarie, la cifra settimanale passata dai genitori diventa tonda; un bambino su tre la usa per ricaricare il telefonino, cresce la spesa per cinema, pub, pizzerie, accessori vari.
- 18 euro dai 14 ai 17 anni Dai 14 anni in su, la curva della «paghetta» è in netta ascesa: tra i bisogni primari c’è semper il cellulare (53,2%), ma al suo fianco spuntano le bevande alcoliche, le sigarette, i trasporti. In calo i videogame.
- 40 euro dai 18 ai 22 anni Quasi centocinquanta euro al mese per i maschi, circa 110 per le femmine: secondo una ricerca Bnl, dopo la maggiore età la somma che i genitori passano ai figli si aggira intorno a queste cifre. I soldi se ne vanno soprattutto in scarpe e vestiti, occhiali, borse e zainetti. In breve: accessori di moda, per sentirsi parte del «gruppo». E poi, ovviamente, la tecnologia, dal cellulare ultimo modello all’i-Pod.
- 50 euro dai 23 ai 26 anni Gli anni passano, la «paghetta» - almeno in Italia - resta: e dal momento che i bisogni, negli anni dell’università, aumentano (dalle serate in discoteca alla benzina per la macchina), anche la cifra settimanale passata dai genitori cresce. Ovviamente al netto delle spese «fisse» per tasse, libri e materiali vari o dell’affitto per chi studia fuori sede.
«Corriere della sera» del 29 aprile 2007
«È esploso il gatto e io ho fatto tardi» Le fanta-giustifiche
Ira del mondo e pazienza divina. È l’ora della battaglia finale
Ma il testo più oscuro e violento del Cristianesimo profetizza la sconfitta definitiva del Male
Di Massimo Cacciari
Apocalisse è Rivelazione, definitivo strappo del velo che ci impedisce di leggere il «libro» dove tutto sta scritto ab aeterno, il Vangelo Eterno (espressione presente qui soltanto in tutto il Nuovo Testamento): esso rappresenta «la corona della vita» (Ap. 2,10), il «rotolo della vita» (Ap. 3,5). Esso darà finalmente da mangiare l’Albero della Vita! (Ap. 2,7). La «storia» iniziata nel Giardino necessariamente «trasgredito» mostra la sua conclusione. Il tempo è «perfetto»; i «fatti» del tempo hanno esaurito la propria energia e si rivelano, come un tutto, compiuti. «Guarda, viene!»: ora viene. Ora è parousia, presenza, cioè, di Colui che rivela il compiersi del tutto, che formula sul tempo il giudizio definitivo. Il tempo si contrae in quella esclamazione: ecco, vedi, viene. E la sua parousia in atto è perfetta rivelazione. In un colpo d’occhio l’apocalisse abbraccia cielo e terra, gioia celeste e furore e lamento quaggiù, abbraccia come momenti, come un solo movimentum le tragedie che hanno avvinghiato re, mercanti, marinai, servi di Satana a testimoni dell’Agnello. Ma questo sguardo è possibile perché la parousia del Signore, la sua Visita è. L’Agnello tiene nel suo pugno ogni «divenire». La parola di questa Apocalisse erompe dalla voce del Logos che si è fatto carne e ha annunciato salvezza grazie alla fede in Lui. Salvezza dal «fiume immondo della storia» (Nietzsche): questa è la grande visione dell’Apocalisse: la storia è giudicata, la storia si è «arresa». Ma se il Regno è del Signore e del suo Messia (Ap. 11,15) perché queste lotte, perché Satana dovrebbe ancora essere rimesso in libertà (Ap. 20,2)? Ogni fatto è segnato dalla Croce dell’Agnello. Ogni fatto è fatto. Facta sunt. Tutto è già compreso in quel Segno, nessun evento può produrre qualcosa che in esso non sia già saputo. Il tempo dell’apocalisse è il paradosso del tempo-che-si-fa-spazio. Il tempo, nello sguardo apocalittico, nello sguardo sulla totalità dei fatti «a partire» dall’Ultimo, non è che un «caso» dello spazio. La totalità degli eventi è disposta sulla Grande Scena e in uno questo sguardo li abbraccia. La sofferenza è realissima, il sangue dei martiri scorre realmente, come reale è la Croce e il grido dell’Uomo che vi sta appeso, reali le grandi crisi e le storie degli imperi di questo mondo, ma ecco l’Annuncio: di tutto ciò è ora evidente (phaneròn: Mc. 4,22) la fine. Si badi: non l’annuncio che finirà ma che ora si compie. E ciò in perfetta coerenza con il Senso dei Sinottici ribadito da Giovanni: Sei tu il Messia? Ego sum. L’Apocalisse contrae il tempo nel «luogo» onnicomprensivo della totalità degli eventi, celesti e terreni, e scopre il nesso che ab aeterno li collegava indissolubilmente. Che cosa «rimane»? Questo soltanto: cambiate subito mente e cuore, trasformatevi, credete; anzi, che la fede sia per voi metamorphosis. Sottilissimo, pressoché istantaneo «nondum»: il perfetto «aderire» di chi ascolta il Messaggio all’essere-perfetto del tempo. Non vi è più tempo per l’alternanza di veglia e sonno, non v’è più tempo per «stare a vedere». L’attesa è compiuta. Ego sum. Il segno della Croce domina e comprehende. Vi è «tempo» solo per decidere. Il tempo apocalittico è quello della decisione ultima, che ognuno, ogni singolo deve assumere. «Naturalmente» ognuno cerca di sottrarsi a questa stretta; ognuno spera che i propri atti possano sempre essere rimediati, possano risultare «reversibili». Ora, non più. Vigilate, poiché ora viene. Decidete; è necessario ormai che ognuno sia-per-la-Sua-venuta, che avverrà in un colpo d’occhio, che ci coglierà come un ladro di notte. Ma così già vi è stato detto, perciò «estote parati», siate pronti. Il «lungo» tempo dei rinvii, delle incertezze, delle contraddizioni appare un unico «spazio», il cui senso è presente. Ora, è necessario decidere: o Suoi testimoni-martiri e con Lui «dove» non è più tempo assolutamente, o divorati come meri servi di questo mondo e del suo tempo nel Giudizio. Questa la krisis ultima che comprende in sé ogni possibile dramma. Da un lato, pistis, nomos, soteria, fede, obbedienza al Mandatum novum neo-testamentario che invera, compie, non abolisce un solo iota di quel mosaico, e perciò salvezza. Dall’altro, già giudicate, le potenze dell’apostasia, dell’anomia, che portano, anzi: che già vediamo aver portato all’apoleia, alla distruzione. Da un lato, Cristo; dall’altro, l’Anti-Cristo. Aut-aut. Certo, qui l’essenziale non consiste nel «quando», bensì nel «come» ognuno, ogni singolo si rapporta all’Ora. Essenziale è essere-per-la-fine, il decidersi per essa. E tuttavia qui non si tratta affatto di vivere ogni istante «come se» fosse l’ultimo, «come se» dovessimo rispondere in questo istante della totalità del nostro esserci. Il «tempo» apocalittico è la realtà dell’Ultimo, rivelazione perfetta del significato escatologico dell’Agnello. L’essenziale non può consistere nel «quando» per la ragione fondamentale che ogni «quando» è trapassato, divenuto, sta sull’altare dell’Agnello: promessa e Venuta, attesa e compimento, sacrificio e resurrezione. Chiediamoci seriamente: come corrispondere a una tale visione? Il nostro tempo non è tutto storico, da parte a parte? Non interpretiamo ogni accadimento sulla base della sua genesi storica e «aperto» alla sostanziale imprevedibilità del futuro? E non vediamo nel tempo futuro il «deposito» pauroso e affascinante del Novum? E non è del Nuovo, dell’ancora non visto, non rivelato, del Nondum, che abbiamo nostalgia? Questo tempo è l’esatto opposto di quello apocalittico, del tempo-spazio della Rivelazione contenuta nel Vangelo-Eterno. Il tempo del «progresso» indefinito può dar vita a una serie di crisi-e-decisioni, si dispiega in un fiume di «anni decisivi», ma per definizione non può essere pensato al suo compimento. La sua «insecuritas» non potrà mai essere definitivamente «curata», e cioè giudicata e «risolta». E tuttavia come non vedere che le decisioni che costituiscono la nostra storia assumono una forma che è «simia», che è a imitazione, diabolica forse, della Decisione cui ci chiama il Logos dell’Apocalisse? Si, ogni nostra decisione la imita, rovesciandola: vorrebbe presentarsi come «risolutiva», pretenderebbe di disvelare il senso del divenire fino a quel punto rimasto nascosto, di «scontare» in sé l’imprevedibilità del futuro. È come se ogni nostra decisione pretendesse di occupare lo spazio della Fine, o comunque tendere ad esso, ad «innalzarsi» fino ad esso. E hyper-airomenos, colui che vuole su tutto innalzarsi, è precisamente il nome dell’Avversario. Con ciò vogliamo dire che l’Apocalisse, l’Annuncio che «la misura del tempo è colma», apre a una nuova storia, a un nuovo senso della storia. E che tale possibilità rimane confitta nel suo stesso segno, non ne rappresenta affatto un semplice «tradimento». È l’Apocalisse a spezzare ogni idea che la Fine possa ripetere l’Inizio, che «conversio» possa significare il ritorno a uno stato originario. Il divenire storico è segnato dall’irrompere di Novità radicali, anzi: dalla Novitas del Cristo. L’Adamo che essa produce è del tutto nuovo. È l’Apocalisse a rivelare che la miseria dell’esserci umano è ora figlia di Dio: «voi siete figli di Dio...», per quanto possiate ancora compiere le opere del diavolo. E quanto questa fiducia contraddistingue ancora i nostri atti! La fiducia, cioè, che qualsiasi distruzione apportiamo, qualsiasi violenza perpetriamo, saremo sopportati... che l’ira del mondo contro Dio mai potrà vincere la pazienza divina... L’Apocalisse certamente è la Rivelazione ultima che il Regno di Dio è «entos hymon» (Lc. 17,31), ma la «nostra» storia non solo ha inteso l’«entos» esclusivamente nel senso del «dentro» noi, «nell’intimo» di noi, ma questa radicale «intimità» nel senso di un possesso, di un’acquisizione definitiva, nel senso che il Regno è «nostro» e ora si tratta di realizzarlo, di portarlo a compimento «fuori» di noi. Questa forza dell’inganno e della seduzione, che proclama autonoma la signoria del Figlio, che si appropria dell’eredità come di una sua creazione, non irrompe nel tempo apocalittico come da un altro mondo. Vi appartiene. Essa è mandata da Dio. Così come da Dio, necessariamente, erompono anche i fiumi della storia, le vittorie della Bestia che si succedono fino all’Ultimo. La storia non può essere uscita che dall’Origine, pena il dover concepire due contrapposti Principi e annullare il senso stesso dell’incarnazione del Logos, su cui si regge l’Apocalisse. Deve perciò anche aver luogo l’opera di colui che, pur già giudicato, ancora imperversa, e afferma di essere dio e s’innalza su tutto ciò che è, e si fa oggetto di culto e siede nel tempio e ininterrottamente ne edifica in suo proprio onore. Costui altro non è che l’uomo che si fa «hyper-airomenos». E tuttavia, come può questo, così, ad un tempo, può anche riconoscere la propria figliolanza e liberamente lasciare che si faccia la Sua volontà: possibilità reale nel segno dell’Agnello, vittorioso nel sacrificio, trionfante nella sconfitta. Entrambe le figure drammaticamente congiunte «giocano» nello spazio del «tempo apocalittico». E chiamano, ora come allora come domani, alla Decisione.
Non c’è solo violenza nel nostro album di famiglia
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«Corriere della Sera» del 21 aprile 2007