(Barcellona, 1884 - 1926)
24 dicembre 2009
Da Dickens a Vitali, il fascino della Vigilia
di Fulvio Panzeri
Il Natale in tutti i suoi aspetti, dalla magia della festa fino ai suoi toni più malinconici, è uno dei temi che maggiormente hanno affascinato gli scrittori, diventando una sorta di tappa obbligata. Anche solo un racconto, ma la necessità di mettersi a confronto con la festa per eccellenza sembra assai comune tra chi scrive. Il primo fu Dickens che con il suo «Canto di Natale» è diventato un classico, adesso anche al cinema; ma poi la tradizione, soprattutto in Italia, tra la fine dell’Ottocento e nel Novecento ha trovato un’assoluta varietà di voci. A partire dai più classici scritti, ora riscoperti, di Guido Gozzano, e raccolti, con la cura di Roberto Carnero, in «La Pecorella di vetro» (Interlinea).
Scopriamo così non solo «La Notte Santa», che tutti abbiamo letto, ma anche un curioso «Natale a Ceylon», in cui si contemperano la nostalgia dell’infanzia e la nostalgia della terra natale. Una storia assai curiosa, tanto da essere stata scelta anche da Fabiano Massimi per l’antologia Einaudi «Aspettando il Natale» in cui ha raccolto 25 racconti per la Vigilia, andando a scovare materiali assolutamente curiosi, se riletti con occhi nuovi e diversi rispetto alle categorie di esclusione dalla storia letteraria. Così accanto ai Natali così diversi tra loro raccontati da Verga e Dossi, D’Annunzio e Pirandello, Tozzi e appunto Gozzano, fino a Buzzati, Bianciardi, Lodoli e Mozzi, ritroviamo la Contessa Lara, Dino Garrone e scrittrici dagli pseudonimi poco invitanti, come Evely o Cordelia, che tornano per ritrovare una loro storia nel Natale. L’antologia Einaudi diventa così la duplice occasione per riscoprire voci letterarie scomparse e confrontare le atmosfere di Natali vissuti attraverso voci variegate e a volte bizzarre, che però hanno una caratteristica comune: un sottile velo d’amarezza. Non è per niente allegro il Natale raccontato dai nostri scrittori: può toccare le corde della commozione come avviene per la figura del nonno nel racconto di Marco Lodoli, che racconta la solitudine, l’ingiustizia, la diversità di condizioni sociali, la nostalgia, ma al fondo rimane un Natale a cui manca qualcosa, forse il vero senso della festa. Gli scrittori sembrano approcciarsi al 25 dicembre quasi come una sfida, nell’intento soprattutto di mettere in rilievo come «veramente» è il Natale e non come viene vissuto da certi stereotipi. Il Natale è quindi una vera e propria «tentazione» per lo scrittore e quanto permanga viva lo sta a dimostrare anche l’ultimo racconto lungo di Andrea Vitali, «Pianoforte vendesi» (Garzanti), che racconta una notte dell’Epifania nel microcosmo bellanese, tinto di nero grazie alla presenza di un personaggio come quello del ladro, costretto a un’ambivalenza tra le parallele tentazioni del bene e del male. È una notte dell’Epifania turbata dalle ombre nel paese sul lago di Como, quando il corteo dei Re Magi è finito e la festa continua all’interno, nelle case, nelle osterie, nei locali dove si balla. È una notte stellata, ma troppo ambigua quella che ci racconta Vitali, una notte che nasconde misteri e che riporta alla memoria, attraverso il racconto, tradizioni di religiosità popolare che oggi sono andate via via scomparendo. Qui invece emerge l’importanza e quell’attenzione che è stata data per decenni ai Magi venuti dall’Oriente.
Scopriamo così non solo «La Notte Santa», che tutti abbiamo letto, ma anche un curioso «Natale a Ceylon», in cui si contemperano la nostalgia dell’infanzia e la nostalgia della terra natale. Una storia assai curiosa, tanto da essere stata scelta anche da Fabiano Massimi per l’antologia Einaudi «Aspettando il Natale» in cui ha raccolto 25 racconti per la Vigilia, andando a scovare materiali assolutamente curiosi, se riletti con occhi nuovi e diversi rispetto alle categorie di esclusione dalla storia letteraria. Così accanto ai Natali così diversi tra loro raccontati da Verga e Dossi, D’Annunzio e Pirandello, Tozzi e appunto Gozzano, fino a Buzzati, Bianciardi, Lodoli e Mozzi, ritroviamo la Contessa Lara, Dino Garrone e scrittrici dagli pseudonimi poco invitanti, come Evely o Cordelia, che tornano per ritrovare una loro storia nel Natale. L’antologia Einaudi diventa così la duplice occasione per riscoprire voci letterarie scomparse e confrontare le atmosfere di Natali vissuti attraverso voci variegate e a volte bizzarre, che però hanno una caratteristica comune: un sottile velo d’amarezza. Non è per niente allegro il Natale raccontato dai nostri scrittori: può toccare le corde della commozione come avviene per la figura del nonno nel racconto di Marco Lodoli, che racconta la solitudine, l’ingiustizia, la diversità di condizioni sociali, la nostalgia, ma al fondo rimane un Natale a cui manca qualcosa, forse il vero senso della festa. Gli scrittori sembrano approcciarsi al 25 dicembre quasi come una sfida, nell’intento soprattutto di mettere in rilievo come «veramente» è il Natale e non come viene vissuto da certi stereotipi. Il Natale è quindi una vera e propria «tentazione» per lo scrittore e quanto permanga viva lo sta a dimostrare anche l’ultimo racconto lungo di Andrea Vitali, «Pianoforte vendesi» (Garzanti), che racconta una notte dell’Epifania nel microcosmo bellanese, tinto di nero grazie alla presenza di un personaggio come quello del ladro, costretto a un’ambivalenza tra le parallele tentazioni del bene e del male. È una notte dell’Epifania turbata dalle ombre nel paese sul lago di Como, quando il corteo dei Re Magi è finito e la festa continua all’interno, nelle case, nelle osterie, nei locali dove si balla. È una notte stellata, ma troppo ambigua quella che ci racconta Vitali, una notte che nasconde misteri e che riporta alla memoria, attraverso il racconto, tradizioni di religiosità popolare che oggi sono andate via via scomparendo. Qui invece emerge l’importanza e quell’attenzione che è stata data per decenni ai Magi venuti dall’Oriente.
«Avvenire» del 24 dicembre 2009
Ecco lo straordinario: che ricomincia la storia
Il Papa ci ricorda che Natale « non è una favola »
di Marina Corradi
Il Natale non è una favola per bambini. Lo ha detto Benedetto XVI all’Angelus di questa domenica di vigilia. Nei giorni in cui le nostre città splendono di luci, e anche la neve, insieme a tanti problemi, ha portato nelle strade un candore da paese di Santa Klaus, la parola del Papa è netta, quasi brusca. Nel mare dolciastro di Jingle bells che ci sommerge, quel dire netto: « Non è una favola » . Non una dolce leggenda da raccontare ai bambini, e in cui continuare a cullarsi poi, non più credendoci, per abitudine, da adulti. Non una vecchia cara fiaba cui si è affezionati, benché si sappia che è assolutamente irreale.
Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ' lontani'. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ' poesia' del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà. La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda.
Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.
Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.
Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.
Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ' lontani'. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ' poesia' del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà. La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda.
Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.
Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.
Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.
«Avvenire» del 24 dicembre 2009
«Cnr creazionista», Usa stupiti
Due riviste intervengono sull'antidarwinismo italiano. Malessere tra i ricercatori
di Antonio Carioti
Fa rumore anche all'estero la legittimazione del creazionismo da parte del Consiglio nazionale delle ricerche, segnalata dal «Corriere» il 1° dicembre. Due prestigiose riviste edite negli Usa, «Science» e «Scientific American», si stupiscono del fatto che il Cnr abbia stanziato novemila euro per finanziare la pubblicazione del libro Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi (Cantagalli), curato dal suo vicepresidente Roberto de Mattei, che è anche l'organizzatore del convegno antidarwiniano, tenuto a Roma in febbraio, di cui il volume raccoglie gli atti. Pare inoltre che presto un altro autorevole periodico americano, «Nature», si unirà al coro: «Pochi giorni fa - riferisce Marco Ferraguti, presidente della Società italiana di biologia evoluzionista - ho parlato con quella testata e immagino che si faranno sentire a breve scadenza. Negli Stati Uniti si rendono ben conto di quanto sia grave spacciare per scienza ciò che non lo è, con l'avallo del Cnr e i soldi dei cittadini». Tanto Laura Margottini, su «Science», quanto Katherine Harmon, su «Scientific American», sottolineano come le posizioni di de Mattei, storico del cristianesimo e cattolico tradizionalista, siano in contrasto con il Vaticano, che ha escluso i creazionisti dal convegno su Darwin organizzato a marzo all'Università Gregoriana. «D'altronde anche il quotidiano dei vescovi, "Avvenire", ha attaccato de Mattei, rilevando come il suo rigetto assoluto dell'evoluzione smentisca non solo parecchi teologi cattolici, ma anche i Papi da Pio XII fino a Benedetto XVI», nota un altro biologo, Daniele Formenti dell'Università di Pavia, che tiene un blog molto aggiornato sul creazionismo in Italia. Pare proprio che all'estero, sostiene il matematico Piergiorgio Odifreddi, l'Italia non stia facendo una bella figura: «Sembriamo una repubblica delle banane. In nessun altro Paese occidentale sarebbe possibile avere ai vertici di un ente pubblico per la ricerca una persona secondo cui la Terra ha pochi milioni di anni e i dinosauri si sono estinti non 60 milioni, ma 20 o 30 mila anni fa. Io non ce l'ho con de Mattei, persona coerente nel professare la sua ideologia oscurantista, ma con il governo che lo ha nominato e confermato. E poi dal presidente del Cnr, uno scienziato valido come Luciano Maiani, mi sarei aspettato una dissociazione più netta da quelle assurdità». Anche Ferraguti critica Maiani: «Non può cavarsela, come ha cercato di fare, invocando la libertà di pensiero per le tesi creazioniste. Non si tratta certo di vietarne la divulgazione, ma di chiarire che non hanno valore scientifico». Anche dentro il Cnr la vicenda ha lasciato il segno, come testimonia uno studioso dell'Istituto dei materiali per l'elettronica e il magnetismo di Parma, Marcello Acquarone: «Ho preso contatto con altri colleghi del Cnr per sollecitare una presa di posizione collettiva. Ne stiamo discutendo. Una carica importante come la vicepresidenza del nostro ente non può essere occupata da chi, con la propria autorità istituzionale, cerca di accreditare tesi estranee alla scienza. Non si tratta di caccia alle streghe. De Mattei è uno storico e io suppongo sia competente in quel campo. Ritengo che abbia tutto il diritto di avanzare le sue critiche di natura etica alle ricadute sociali, vere o presunte, del darwinismo. Ma affermazioni false come quella, contenuta nel libro da lui curato, secondo cui l'evoluzione sarebbe incompatibile con il secondo principio della termodinamica non hanno nulla a che vedere con la libertà di opinione. Sarebbe come se l'Istituto nazionale di astrofisica legittimasse l'astrologia, presentandola come un'opinione plausibile in fatto di stelle. Mi colpisce che un fisico di fama internazionale come Maiani ammetta che un libro contenente simili errori possa essere sovvenzionato dal Cnr: se gli avessero chiesto di valutare come referee un articolo di quel tenore per la pubblicazione su una rivista, certamente lo avrebbe bocciato. E la dignità del nostro ente richiede che il suo vicepresidente non avalli tesi insostenibili».
«Corriere della Sera» del 23 dicembre 2009
Il patriarca e le femministe: «Non abolite le differenze»
«Oggi ci si arena alla prima difficoltà». Le riflessioni (e i video) sul suo blog
di Marina Terragni
Angelo Scola e l'idea «surrealista» dell' amore
Potrebbe sembrare irriverente chiedere a un patriarca se è vero, come dicono le femministe, che il patriarcato è morto. Ma Angelo Scola, patriarca di Venezia, è uomo di un certo humour. «È con un patriarca che sta parlando - puntualizza -. Ma se per patriarcato intendiamo il sistema di dominio degli uomini sulle donne, direi di sì, che è finito, almeno nelle sue espressioni più clamorose e triviali. Ed è iniziato lo smarrimento maschile». Porporato tra i più vicini a Ratzinger e Wojtyla, indicato nel 2005 nella rosa dei papabili, oltre all'Università Lateranense ha guidato l' Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia. Ha sempre avuto a cuore le questioni dei rapporti tra i sessi, del «caso serio» dell'amore, come l' ha felicemente chiamato in un suo saggio, della posizione della donna nel mondo. E nella circostanza del Natale ne parla volentieri, tenendo al centro Maria, la donna di Nazareth, la cui avventura straordinaria, dice, è un paradigma per le donne e per tutti: «Maria, la donna. I misteri della sua vita», edizioni Cantagalli, è il titolo del suo ultimo libro. Il Cardinale ha anche un blog: http://angeloscola.it. La coppia che il patriarca ha visto più da vicino è stata quella che l'ha messo al mondo. Due giovani poveri come Renzo e Lucia, in quelle stesse terre lambite dal lago a Malgrate, di fronte a Pescarenico. Socialista massimalista con la terza elementare suo padre, nato contadino e poi camionista; la mamma operaia in filanda e poi guantaia, poca scuola anche lei ma una fervida fede. Cinquantacinque anni insieme, e felici. «... Realisticamente felici - tempera il patriarca - come potevano esserlo un uomo e una donna nati all'inizio del secolo scorso. Si volevano bene come si usava allora, un bene radicato nei fatti, poco ostentato: io stesso non ho avuto molti baci. E crescendo ho saputo vedere anche i momenti di incomprensione, di dialettica. Eppure hanno passato insieme più di mezzo secolo».
Crede che oggi dell'amore abbiamo un'idea non realistica? «Direi surrealista, perché se ne sottovaluta la complessità e ci si arena alla prima difficoltà. E nello stesso tempo iperrealista: ogni particolare è esplorato fino all' esasperazione, e spesso si scambia la parte per il tutto. Ma creda: non sto piangendo sulle miserie del presente. Non sono un laudator temporis acti, non amo la querulomania dominante. Mi pare anzi che viviamo un tempo affascinante, di transizione, di scoperta. Di travaglio verso il nuovo, che non necessariamente è l' inedito».
E di grande disillusione. Gli uomini sfibrati da domande femminili che non capiscono, rintanati in un regressivo tra-maschi, spesso anche sessualmente parlando. Le ragazze che tagliano corto fantasticando il fai-da-te procreativo: mamma e figlio intrappolati in un ossessivo pas de deux, senza nessuno che arrivi a disturbarlo... «Che le donne si sottraessero a un' oppressione millenaria è stato giusto. Ma il prezzo ingiusto è stata la perdita della loro identità profonda. Quel talento che Giovanni Paolo II chiamava genio femminile: il fatto di saper tenere il posto dell' "altro". Che non è un posto di seconda fila, attenzione. Tenere il posto dell' altro vuol dire essere il segnavia di quell' Altro per eccellenza che è Dio. Un compito grandioso».
Nel posto dell' «altro» non si vuole più sedere nessuno: tutti vogliamo essere quell' «uno» accomodato nel bel mezzo del mondo, omologato al modello maschile. Le ragazze vogliono avere «le palle», come se di gente con le palle non ce ne fosse già abbastanza. «Ma se ci stanno a cuore il destino e la vita buona delle donne e degli uomini, tutti dobbiamo prendere coscienza del femminile».
E si può essere uomini e padri, fuori dal patriarcato? Questa, oggi, è la «questione maschile»: crollato il pilastro del dominio, su che cosa ci si regge? «Si può, a patto di non cercare di abolire la differenza, che è una dimensione non esteriore ma interna all'io, in grado di rivelarlo davvero. Ed è dinamica, perché indica la capacità di spostarsi da un' altra parte. Quando la donna e l'uomo sono una di fronte all'altro fanno esperienza di un modo differente di essere persona. E sono chiamati a spostarsi dal proprio baricentro. La differenza sessuale tiene il posto del terzo. Il posto del figlio...».
Questo è Lacan. «Così si spiega l'amore, che non può essere ridotto al trasporto affettivo. Deve arrivare effettivamente all' amato, è chiamato a diventare oggettivo. Amare è volere il bene dell' altro. E un bene che libera, non che lega».
Un amore così chiede un lavoro. «Be' , non è certo cosa da una sera a cena. L'innamoramento è ambivalente. Poi si tratta di scegliere. Anche il discorso sulla paternità sta qui dentro. Oggi l'uomo può ancora essere padre, ma va anche detto che la paternità è l'amore più difficile. Tanti mi dicono: anziché eminenza, possiamo chiamarla padre? Certo, dico io. Ma non credano di liberarmi da un peso. Padre è ben più impegnativo. Ne sento tutta la fatica, sono come un infante che balbetta. Credo che la vera questione tra uomini e donne sia questa: la madre deve saper condurre il figlio al padre. Deve saper fare questo dono a entrambi. Il figlio deve prendere coscienza del fatto che accanto alla madre c' è un altro, e fargli spazio».
Fare i conti con l'Edipo. «Per non usare la parola truculenta di Freud, "castrazione", direi che il rapporto con il padre è il luogo del sacrificio. È il principio che struttura il desiderio, ma a condizione di una rinuncia».
Parlando della coppia, ho visto che lei usa una parola che è anche di Luce Irigaray, maestra del pensiero della differenza: «ammirazione». Nel senso di sapersi fermare ad ammirare la differenza dell' altro, di non cercare di ridurlo a sé, lasciando uno spazio. Parlare come una femminista la imbarazza? «Tutt'altro. Mi ha molto colpito il modo in cui pensiero della differenza affronta la questione. La mia riflessione muove da un punto di partenza molto simile».
Sono state invece le femministe a essere colpite quando nel 2004 l'allora cardinale Ratzinger pubblicò la «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell' uomo e della donna». Quest'uomo almeno si sporge ad ascoltare, si dissero in tante, mentre la politica resta brutalmente sorda. La donna era definita «capace dell'altro», e il dominio maschile una «perversione» del disegno di Dio; c'era un'idea molto ardita di libertà femminile, e una chiamata nelle stanze dei bottoni: come donne, però, non nei modi degli uomini, o tanto vale che ci stiano loro.
Ma a questo omaggio cavalleresco non è seguito granché... «Gesù le donne le ha scandalosamente ascoltate. E l'attenzione del Santo Padre non manca. Se vi è un problema, a questo proposito, nella Chiesa, è lo stesso che esiste nella politica e nella società: e cioè il fatto che la questione del femminile non è pensata fino in fondo».
Forse perché è un impensato che potrebbe rompere molti assetti. Peccato, perché oggi le donne sono affaticate, cercano l'aiuto dello Spirito Santo e finiscono per trovarlo nel buddismo, nel rebirthing... Nella nostra fede avremmo tutto quello che serve, ma c'è come un difetto di intimità, quando invece le donne, penso per esempio alle mistiche, hanno sempre avuto tanta confidenza con Dio. L' hanno sempre trattato come un parente, accudito come un figlio, o un amante. «Maria è la prima a trattare Dio come familiare. E dice sì all' Angelo solo dopo aver interloquito criticamente con lui. Non è certo una sprovveduta. Se milioni e milioni di persone visitano ogni anno i santuari mariani è perché in quella ragazza trovano una via».
Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni specchio, dice che la nostra neurofisiologia dimostra che l'individuo è un'astrazione. Che siamo sociali fin nella carne. E invece abbiamo questa passione per la singletudine. L'Occidente, qualcuno ha detto, è il terzo mondo delle relazioni. «Il soggetto nasce con la modernità. Prima l'uomo rischiava di essere pensato come cosa tra le cose. Da allora i due piatti, la società e il singolo, sono in squilibrio costante tra un' esaltazione del collettivo a scapito dell' individuo, come nelle utopie violente del Novecento, e il culto della singolarità che vediamo oggi. La terza via è quella di costruire comunità virtuose. Perché l' io è relazionale fin dal concepimento. È il distacco da sé, non la solitudine, che lo potenzia. La grande risorsa dell' amore è questa».
Nato a Malgrate, in provincia di Lecco, nel 1941: dal 2002 è il patriarca di Venezia. Suo padre era un camionista, sua madre operaia in una filanda, poi guantista. Il sito http://angeloscola.it segue la sua attività pastorale Gli incarichi Porporato fra i più vicini a Wojtyla e ora a Ratzinger, oltre all'Università Lateranense ha guidato l'Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia
«Corriere della Sera» del 23 dicembre 2009
I musulmani e i tempi dell' integrazione
Dopo Sartori
di Tito Boeri
Si tratta di inserire nella nostra società un milione e mezzo di persone
Caro Direttore, dunque Giovanni Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani (Corriere del 20 dicembre, ndr). Non si tratta di un' affermazione di poco conto. Parliamo di circa un milione e mezzo di persone che oggi vivono in Italia. Da cosa trae Sartori questa convinzione? Da un' analisi dei processi di integrazione degli immigrati di fede islamica in Paesi a più antica immigrazione? Si direbbe di no. Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese. Dichiarano di sentirsi francesi tanto quanto gli altri immigrati. In Germania un figlio di immigrato turco (al 90 per cento di religione islamica) ha la stessa probabilità di un figlio di immigrato italiano di sposarsi con una persona nata in Germania. Si identificano di più con il Paese che li ha accolti di quanto non facciano i figli dei nostri emigrati. Nel Regno Unito gli immigrati del Pakistan o del Bangladesh, le due più grandi comunità di fede islamica ivi presenti, si integrano allo stesso modo degli indiani, dei caraibici e dei cinesi. Si sentono britannici e parte del Regno Unito più degli immigrati di fede cristiana, anche se mantengono la loro religione. Si integrano economicamente e socialmente, nel lavoro, sposandosi con persone del Paese che li accoglie e parlando a casa l' inglese, indipendentemente da quanto spesso vadano in moschea, da quanto siano devoti all' Islam. Ritengono di poter essere al tempo stesso britannici e musulmani. Si sbagliano forse? Pensa Sartori, come quei sindaci leghisti che si battono contro la costruzione di moschee nelle loro città, che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse da noi, per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica? Non voglio certo negare che ci sia un problema di integrazione degli immigrati in generale e dei musulmani in particolare. Ma trattare di questi problemi con superficialità, alimentando pregiudizi tanto diffusi quanto lontani dalla realtà non aiuta certo a risolverli. Impedire poi ai musulmani di praticare la loro religione da noi, a differenza di quanto avviene in Paesi che da decenni ospitano grandi comunità di fede islamica, e precludere loro a priori la cittadinanza italiana, serve solo ad allungare i tempi dell' integrazione.
«Corriere della Sera» del 23 dicembre 2009
Vite spostate
di Massimo Gramellini
Ma perché non restano a casa loro? Penserà qualcuno, osservando la foto delle moltitudini che danno l'assalto ai treni ghiacciati delle Feste: migliaia di persone disposte, pur di mettersi in viaggio, a sopportare o a compiere qualsiasi sopruso. La risposta è abbastanza spiazzante: perché casa loro non è il luogo da cui partono, ma quello in cui cercano di arrivare. Distratti dall'epica moderna delle metropoli e dei social forum, ci eravamo dimenticati che l'Italia rimane un Paese di emigranti che per sopravvivere hanno dovuto crescere lontano dalle radici, di mammoni che sentono la mamma dieci volte al giorno ma la vedono una volta l'anno: a Natale.
Il ritorno a casa dell'eroe, coacervo di sensazioni malinconiche che oscillano fra il ricordo dell'antica appartenenza e il sospetto di una sopraggiunta estraneità, è un meccanismo della natura. E come tale, anche quando sembra illogico, si perpetua inesorabile. Non esiste animale capace di sottrarsi al richiamo della tana. Non esiste pericolo o disagio che possa fermare questa corsa al contrario verso l'utero da cui si è usciti. E' un bisogno dell'anima. Certo, se Natale cadesse d'estate come in Australia, tutto suonerebbe meno poetico ma maledettamente più comodo.
Il ritorno a casa dell'eroe, coacervo di sensazioni malinconiche che oscillano fra il ricordo dell'antica appartenenza e il sospetto di una sopraggiunta estraneità, è un meccanismo della natura. E come tale, anche quando sembra illogico, si perpetua inesorabile. Non esiste animale capace di sottrarsi al richiamo della tana. Non esiste pericolo o disagio che possa fermare questa corsa al contrario verso l'utero da cui si è usciti. E' un bisogno dell'anima. Certo, se Natale cadesse d'estate come in Australia, tutto suonerebbe meno poetico ma maledettamente più comodo.
«La Stampa» del 24dicembre 2009
Dante crociato spaccaossa in un videogame
In America la chiamano Dante’s mania, e i giornali e i siti ne parlano continuamente
di Matteo Sacchi
Detto così un italiano potrebbe esserne subito contento. Potrebbe immaginarsi che chissà per quale motivo negli Stati Uniti sia tutto un fiorire di terzine, che dentro la metropolitana di New York sia tutto un «Quel color che viltà di fuor mi pinse/ veggendo il duca mio tornar in volta...».
Anzi, potrebbe essere subito pronto a lodare i lettori a stelle e strisce e sentirsi in dovere di partire con la solita filippica contro l’ignoranza sempre vituperata della terra «dove il sì suona».
Poi però si scopre che il Dante che tanto affascina grandi e piccini al di là dell’Atlantico è un po’ diverso dal nostro. Innanzitutto è un Dante per il quale ogni girone è una schermata. Si tratta di un videogioco la cui uscita mondiale è attesa per febbraio e di cui da oggi sarà disponibile un «demo» scaricabile e utilizzabile su una delle più comuni consolle di gioco. Ma in fondo, un videogioco sulle orme del nostro più grande poeta potrebbe anche non essere tanto male.
Peccato però che questo Dante non porti la corona di poeta laureato e non si sia perso in una selva oscura. Anzi, gira seminudo con sulle spalle una bella alabarda (che peraltro ricorda più quella di Goldrake che qualunque arnese da taglio usato nel Medioevo). E che fa di bello? Riflette sui destini delle umane genti una volta passato l’Acheronte oppure quando un «vasello snelletto e leggero» ci depone sulle spiagge del Purgatorio? No, il Dante americano è un crociato che, dopo aver affrontato in duello il «Tristo mietitore», e avergli rubato la falce, mena diavoli scendendo verso il fondo dell’Inferno accompagnato da un Virgilio nerboruto quasi quanto lui. Perché? Semplicemente perché mentre lui perdeva tempo a cucirsi sulla pelle una croce (pazienza se nemmeno i più pazzi dei crociati pazzi si siano mai sognati di fare una roba simile) la sua bella, che ovviamente si chiama Beatrice, è stata ammazzata, forse stuprata, e spedita con maleficio all’ultimo cerchio del regno di Lucifero.
E non ci sarebbe niente da dire sul gioco in sé, sui suoi spettacolari spruzzi di sangue, sulla sua eroina desnuda e un po’ porno, sul suo protagonista agli estrogeni digitali che quando non ammazza o sventra si fa il segno della croce. Playstation et similia ci hanno già abituato a tutto. Anzi, forse meglio questo di quei giochi in cui si rapinano i passanti per le strade di San Francisco e poi ci si ricarica di punti vita andando a letto con le puttane (salvo poi ucciderle per riprendersi i punti denaro).
Però, insomma, che ci fosse proprio bisogno di fare un oltraggio alla letteratura per creare un «ammazzatutti» del genere: beh, forse no. Anche perché di rispettare il Dante personaggio o il Dante autore non c’è proprio il minimo sforzo nonostante, pomposamente, i trailer di promozione e il merchandising del gioco recitino che si tratta di un omaggio ad un classico come l’Inferno di Dante.
C’è da dubitare però che il fiorentino, che aveva un bel caratterino, lo troverebbe davvero così «omaggiante». E non certo per le sue crudezze. Alighieri sapeva bene come si crea orrore a colpi di versi - «riprese ’l teschio misero co’denti,/ che furi a l’osso, come d’un can forti» - e non si tirava indietro di fronte alle parolacce: «Al fin de le sue parole il ladro/ le mani alzò con amendue le fiche,/ gridando: “Togli Dio, ch’a te le squadro!”».
Ma degli intenti della Commedia non resta proprio nulla. Nulla del senso morale, di quello allegorico. Il risultato è un fumettone giocabile che usa il nome Dante per suonare bene, ma che fa sembrare Trecento un documentario filologicamente perfetto, e forse un po’ troppo pedissequo, sulle guerre persiane e la battaglia delle Termopili. E lo stravolgimento dei personaggi è a volte gratuito come nel caso di Caronte trasformato in una barca vivente con i dannati che gli entrano in bocca. Roba che ha fatto accapponare la pelle anche a qualche esperto di videogiochi che ha letto qualche libro più degli altri.
Eppure ogni recriminazione è inutile: la campagna di lancio del gioco ha funzionato bene, anzi sono già annunciati anche dei seguiti, un fumetto e molto probabilmente un film d’animazione. E magari tra qualche anno si faticherà a convincere gli studenti che l’Alighieri non ha mai massacrato musulmani. Insomma: «Lasciate ogni speranza voi che non giocate».
Anzi, potrebbe essere subito pronto a lodare i lettori a stelle e strisce e sentirsi in dovere di partire con la solita filippica contro l’ignoranza sempre vituperata della terra «dove il sì suona».
Poi però si scopre che il Dante che tanto affascina grandi e piccini al di là dell’Atlantico è un po’ diverso dal nostro. Innanzitutto è un Dante per il quale ogni girone è una schermata. Si tratta di un videogioco la cui uscita mondiale è attesa per febbraio e di cui da oggi sarà disponibile un «demo» scaricabile e utilizzabile su una delle più comuni consolle di gioco. Ma in fondo, un videogioco sulle orme del nostro più grande poeta potrebbe anche non essere tanto male.
Peccato però che questo Dante non porti la corona di poeta laureato e non si sia perso in una selva oscura. Anzi, gira seminudo con sulle spalle una bella alabarda (che peraltro ricorda più quella di Goldrake che qualunque arnese da taglio usato nel Medioevo). E che fa di bello? Riflette sui destini delle umane genti una volta passato l’Acheronte oppure quando un «vasello snelletto e leggero» ci depone sulle spiagge del Purgatorio? No, il Dante americano è un crociato che, dopo aver affrontato in duello il «Tristo mietitore», e avergli rubato la falce, mena diavoli scendendo verso il fondo dell’Inferno accompagnato da un Virgilio nerboruto quasi quanto lui. Perché? Semplicemente perché mentre lui perdeva tempo a cucirsi sulla pelle una croce (pazienza se nemmeno i più pazzi dei crociati pazzi si siano mai sognati di fare una roba simile) la sua bella, che ovviamente si chiama Beatrice, è stata ammazzata, forse stuprata, e spedita con maleficio all’ultimo cerchio del regno di Lucifero.
E non ci sarebbe niente da dire sul gioco in sé, sui suoi spettacolari spruzzi di sangue, sulla sua eroina desnuda e un po’ porno, sul suo protagonista agli estrogeni digitali che quando non ammazza o sventra si fa il segno della croce. Playstation et similia ci hanno già abituato a tutto. Anzi, forse meglio questo di quei giochi in cui si rapinano i passanti per le strade di San Francisco e poi ci si ricarica di punti vita andando a letto con le puttane (salvo poi ucciderle per riprendersi i punti denaro).
Però, insomma, che ci fosse proprio bisogno di fare un oltraggio alla letteratura per creare un «ammazzatutti» del genere: beh, forse no. Anche perché di rispettare il Dante personaggio o il Dante autore non c’è proprio il minimo sforzo nonostante, pomposamente, i trailer di promozione e il merchandising del gioco recitino che si tratta di un omaggio ad un classico come l’Inferno di Dante.
C’è da dubitare però che il fiorentino, che aveva un bel caratterino, lo troverebbe davvero così «omaggiante». E non certo per le sue crudezze. Alighieri sapeva bene come si crea orrore a colpi di versi - «riprese ’l teschio misero co’denti,/ che furi a l’osso, come d’un can forti» - e non si tirava indietro di fronte alle parolacce: «Al fin de le sue parole il ladro/ le mani alzò con amendue le fiche,/ gridando: “Togli Dio, ch’a te le squadro!”».
Ma degli intenti della Commedia non resta proprio nulla. Nulla del senso morale, di quello allegorico. Il risultato è un fumettone giocabile che usa il nome Dante per suonare bene, ma che fa sembrare Trecento un documentario filologicamente perfetto, e forse un po’ troppo pedissequo, sulle guerre persiane e la battaglia delle Termopili. E lo stravolgimento dei personaggi è a volte gratuito come nel caso di Caronte trasformato in una barca vivente con i dannati che gli entrano in bocca. Roba che ha fatto accapponare la pelle anche a qualche esperto di videogiochi che ha letto qualche libro più degli altri.
Eppure ogni recriminazione è inutile: la campagna di lancio del gioco ha funzionato bene, anzi sono già annunciati anche dei seguiti, un fumetto e molto probabilmente un film d’animazione. E magari tra qualche anno si faticherà a convincere gli studenti che l’Alighieri non ha mai massacrato musulmani. Insomma: «Lasciate ogni speranza voi che non giocate».
«Il Giornale» del 24 dicembre 2009
23 dicembre 2009
Vincere Prometeo con la solidarietà
Parla la filosofa Elena Pulcini: «Siamo dinanzi a una patologia, tipica della nostra era globale: l’individualismo spinto fino al delirio di onnipotenza»
di Antonio Giuliano
«Solo se noi stessi ci percepiamo fragili e bisognosi di cura possiamo farci carico dell’altro»
Elena Pulcini, docente di Filosofia sociale all’Università di Firenze, ribalta il tradizionale concetto di altruismo risalendo alle motivazioni interiori che dovrebbero spingere l’uomo contemporaneo a interessarsi dei suoi simili. È questo il motivo che ha ispirato il suo ultimo libro La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, pp. 298, euro 25), un libro denso di analisi e provocazioni salutari per il nostro tempo.
Professoressa, è realistico pensare a soggetti «fragili» in un’epoca in cui le conoscenze tecniche e scientifiche sono progredite come non mai?
«Ma è l’esperienza stessa dell’uomo moderno a infondergli un senso di fragilità. C’è stata un’età di grandi conquiste che ha originato un sentimento di onnipotenza. Però negli ultimi anni l’individuo ha perso il significato e lo scopo del suo agire e c’è il rischio che rimanga vittima dei suoi stessi progressi tecnologici. Il surriscaldamento del pianeta, la clonazione e i processi di manipolazione della natura e della vita sono un campanello d’allarme. E il delirio di onnipotenza può tradursi in una 'paura' da cui paradossalmente può scaturire un senso di responsabilità verso gli altri».
Perché allora è così difficile essere solidali?
«Siamo dinanzi a una vera patologia, tipica della nostra era globale: l’individualismo illimitato. Una radicalizzazione del mito di Prometeo. Dall’homo faber che si limitava a trasformare la natura siamo passati all’homo creator descritto da Günther Anders: l’uomo che preso dalla hybris, da una tracotanza prometeica, crea la natura, introduce processi nuovi (dalla bomba nucleare alle biotecnologie) che alterano le leggi della natura e schiudono orizzonti pericolosi per il destino dell’umanità. Parallelamente a quest’ansia di dominio si è sviluppata una degenerazione narcisistica, di ripiegamento passivo su se stessi e sul presente, in cui conta solo la propria immagine e il proprio successo. Il risultato è un soggetto animato da una vocazione all’espansione illimitata dei propri desideri, sordo e indifferente alle esigenze dell’altro».
Quali sono stati gli effetti sulla società?
«C’è stata un’evidente erosione dei legami sociali amplificata dalla globalizzazione: quanto più cresce la percezione che qualunque cosa accada ci riguardi da vicino, tanto più aumentano impotenza e insicurezza che incoraggiano la ritrazione narcisistica e l’indifferenza agli eventi del mondo e all’agire comune. Nel mondo globalizzato poi la perdita dei confini ha suscitato un bisogno anche legittimo di difesa della propria identità. Ma spesso questa esigenza si è tramutata in’ossessione identitaria che ha partorito nazionalismi e separatismi ovunque, anche nel nostro Paese. Il 'comunitarismo endogamico' è infatti l’altra forma patologica odierna, la tendenza ad assolutizzare le differenze, a escludere lo straniero e il diverso.
La risposta a sfide inedite come l’immigrazione che provoca insicurezza e paura, non può essere la chiusura. L’identità è meticcia sin dal suo nascere ed è aperta da sempre alla contaminazione».
Non crede che la frantumazione dei legami sociali abbia colpito soprattutto la famiglia?
«Certo. La struttura portante della società ha subito trasformazioni radicali. Adesso si tende a considerare famiglia anche quella formata da un solo elemento… E in una società che enfatizza i diritti a danno dei doveri è sempre più difficile per i genitori contenere l’aspirazione alla libertà dei figli soprattutto degli adolescenti, incapaci di accettare le regole.
Dall’autoritarismo dei genitori oggi abbiamo l’autoritarismo dei figli. È necessario trovare strategie alternative che facciano appello all’elemento interiore e affettivo più che all’autorità. Ma oggi tutti facciamo fatica a guardarci dentro… ».
In che senso?
«Da un lato la sindrome prometeica ci spinge a fare, produrre, possedere tutto ciò che è fuori di noi; dall’altro la deriva narcisistica ci porta alla ricerca del successo a tutti i costi e all’introversione che non ha nulla a che fare con un faticoso viaggio nella nostra interiorità. La psicoanalisi, per esempio, è uno strumento utile per sviluppare il dialogo con noi stessi, per rimuovere le nostre zone d’ombra.
E anche la fede, per chi ce l’ha, è un fondamento granitico importante. La verità è che abbiamo perso la capacità di far silenzio, così come ci hanno insegnato le comunità monastiche. Oggi tutto è gridato, dalla politica allo spettacolo, e i media ne sono il primo strumento di alimentazione. Il privato viene gridato in pubblico e manca la volontà di ascoltare».
Spetta innanzitutto ai politici prendersi 'cura del mondo'?
«Senza dubbio è uno degli ambiti sociali più influenti ma oggi specie in Italia è il settore in cui appare evidente la mancanza di questa preoccupazione.
Però stiamo parlando di un concetto universale. Dobbiamo tutti essere consapevoli della nostra vulnerabilità e riattivare quella 'paura' offuscata dal 'prometeismo' e dall’indifferenza narcisistica. Una paura per l’altro e non dell’altro. Solo così si apre la strada a soggetti solidali e responsabili. Non dimentichiamo che il concetto di cura coniuga nelle sue radici etimologiche sia la preoccupazione che la sollecitudine, lo 'sporcarsi le mani' per gli altri. Si tratta di riscoprire l’ 'essere in comune' come il tratto peculiare dell’umano e favorire così quello che Hannah Arendt definiva un 'nuovo inizio'».
Professoressa, è realistico pensare a soggetti «fragili» in un’epoca in cui le conoscenze tecniche e scientifiche sono progredite come non mai?
«Ma è l’esperienza stessa dell’uomo moderno a infondergli un senso di fragilità. C’è stata un’età di grandi conquiste che ha originato un sentimento di onnipotenza. Però negli ultimi anni l’individuo ha perso il significato e lo scopo del suo agire e c’è il rischio che rimanga vittima dei suoi stessi progressi tecnologici. Il surriscaldamento del pianeta, la clonazione e i processi di manipolazione della natura e della vita sono un campanello d’allarme. E il delirio di onnipotenza può tradursi in una 'paura' da cui paradossalmente può scaturire un senso di responsabilità verso gli altri».
Perché allora è così difficile essere solidali?
«Siamo dinanzi a una vera patologia, tipica della nostra era globale: l’individualismo illimitato. Una radicalizzazione del mito di Prometeo. Dall’homo faber che si limitava a trasformare la natura siamo passati all’homo creator descritto da Günther Anders: l’uomo che preso dalla hybris, da una tracotanza prometeica, crea la natura, introduce processi nuovi (dalla bomba nucleare alle biotecnologie) che alterano le leggi della natura e schiudono orizzonti pericolosi per il destino dell’umanità. Parallelamente a quest’ansia di dominio si è sviluppata una degenerazione narcisistica, di ripiegamento passivo su se stessi e sul presente, in cui conta solo la propria immagine e il proprio successo. Il risultato è un soggetto animato da una vocazione all’espansione illimitata dei propri desideri, sordo e indifferente alle esigenze dell’altro».
Quali sono stati gli effetti sulla società?
«C’è stata un’evidente erosione dei legami sociali amplificata dalla globalizzazione: quanto più cresce la percezione che qualunque cosa accada ci riguardi da vicino, tanto più aumentano impotenza e insicurezza che incoraggiano la ritrazione narcisistica e l’indifferenza agli eventi del mondo e all’agire comune. Nel mondo globalizzato poi la perdita dei confini ha suscitato un bisogno anche legittimo di difesa della propria identità. Ma spesso questa esigenza si è tramutata in’ossessione identitaria che ha partorito nazionalismi e separatismi ovunque, anche nel nostro Paese. Il 'comunitarismo endogamico' è infatti l’altra forma patologica odierna, la tendenza ad assolutizzare le differenze, a escludere lo straniero e il diverso.
La risposta a sfide inedite come l’immigrazione che provoca insicurezza e paura, non può essere la chiusura. L’identità è meticcia sin dal suo nascere ed è aperta da sempre alla contaminazione».
Non crede che la frantumazione dei legami sociali abbia colpito soprattutto la famiglia?
«Certo. La struttura portante della società ha subito trasformazioni radicali. Adesso si tende a considerare famiglia anche quella formata da un solo elemento… E in una società che enfatizza i diritti a danno dei doveri è sempre più difficile per i genitori contenere l’aspirazione alla libertà dei figli soprattutto degli adolescenti, incapaci di accettare le regole.
Dall’autoritarismo dei genitori oggi abbiamo l’autoritarismo dei figli. È necessario trovare strategie alternative che facciano appello all’elemento interiore e affettivo più che all’autorità. Ma oggi tutti facciamo fatica a guardarci dentro… ».
In che senso?
«Da un lato la sindrome prometeica ci spinge a fare, produrre, possedere tutto ciò che è fuori di noi; dall’altro la deriva narcisistica ci porta alla ricerca del successo a tutti i costi e all’introversione che non ha nulla a che fare con un faticoso viaggio nella nostra interiorità. La psicoanalisi, per esempio, è uno strumento utile per sviluppare il dialogo con noi stessi, per rimuovere le nostre zone d’ombra.
E anche la fede, per chi ce l’ha, è un fondamento granitico importante. La verità è che abbiamo perso la capacità di far silenzio, così come ci hanno insegnato le comunità monastiche. Oggi tutto è gridato, dalla politica allo spettacolo, e i media ne sono il primo strumento di alimentazione. Il privato viene gridato in pubblico e manca la volontà di ascoltare».
Spetta innanzitutto ai politici prendersi 'cura del mondo'?
«Senza dubbio è uno degli ambiti sociali più influenti ma oggi specie in Italia è il settore in cui appare evidente la mancanza di questa preoccupazione.
Però stiamo parlando di un concetto universale. Dobbiamo tutti essere consapevoli della nostra vulnerabilità e riattivare quella 'paura' offuscata dal 'prometeismo' e dall’indifferenza narcisistica. Una paura per l’altro e non dell’altro. Solo così si apre la strada a soggetti solidali e responsabili. Non dimentichiamo che il concetto di cura coniuga nelle sue radici etimologiche sia la preoccupazione che la sollecitudine, lo 'sporcarsi le mani' per gli altri. Si tratta di riscoprire l’ 'essere in comune' come il tratto peculiare dell’umano e favorire così quello che Hannah Arendt definiva un 'nuovo inizio'».
«Avvenire» del 23 dicembre 2009
Se lo scrittore ritorna in provincia
Sempre più numerosi i trentenni che scrivono delle nostre periferie
di Paolo Di Stefano
Gli scrittori ritornano in provincia. Sono numerosi, secondo Alberto Asor Rosa (la Repubblica, 15 dicembre), i trentenni che raccontano le nostre (le loro) periferie. Asor Rosa intravede tre filoni nella nuova narrativa.
Primo: quello di ispirazione giornalistico-documentaria, modello Saviano, che «inaugura un "genere" in cui l'intreccio di realtà e d' immaginazione è spinto al più alto livello». Ma il verbo («inaugura») sembra trascurare il fatto che lo stesso «genere», il reportage narrativo, fu quasi canonizzato negli anni Sessanta da Truman Capote (che lo chiamò nonfiction novel) e che in varie declinazioni è stato sperimentato in Italia da tantissimi scrittori, da Malaparte a Carlo Levi, da Pasolini a Sciascia, da Parise alla Fallaci a Ceronetti (con mescolanze variabili, ovviamente, a seconda della singola personalità), fino alla generazione di Sandro Onofri, Bettin, Veronesi, Deaglio, Corrias e altri ancora.
Secondo filone, quello allegorico-immaginario: «storie apparentemente reali, che però trascendono decisamente quella che, con una vecchia terminologia, potremmo definire la collocazione storica del racconto», modello Paolo Giordano, per intenderci.
Terzo filone: quello da cui emerge l'«antica Italia», cioè il mondo della provincia. Andrebbe precisato che molto spesso questo filone coincide con il primo (vedi molti libri della bella collana «Contromano» di Laterza): del resto, lo sguardo acuminato sulla provincia (con soluzioni stilistiche anche molto originali) appartiene più alle generazioni precedenti: Silvia Ballestra dal ' 91 ha raccontato microcosmi giovanili marchigiani, prima di lei venne il Tondelli di Rimini e dintorni, poco dopo venne il Brizzi di Jack Frusciante. Lo stesso «giallo» è spesso concentrato su luoghi periferici. Ma soprattutto, in questa tendenza Asor Rosa inserisce giustamente una grande maggioranza di scrittori meridionali: oltre a Filippo Bologna e Christian Frascella (che meridionali non sono), il palermitano Giorgio Vasta, il pugliese di Martina Franca Mario Desiati, la sarda di Cabras Michela Murgia, le napoletane di Napoli Valeria Parrella e Rossella Milone, il barese Nicola Lagioia, Rosella Postorino di Reggio Calabria. Non è questo, per caso, il dato più interessante? Asor Rosa lo saprà bene, visto che sulle orme del grande Dionisotti da tempo legge la nostra letteratura nel rapporto vitale tra geografia e storia. Il baricentro geografico della letteratura di questi anni si è indubbiamente spostato verso Sud. Ce lo dicono, per una volta, anche le classifiche: i nomi si conoscono. E lo testimonia tra l'altro un utile saggio di Daniela Carmosino, intitolato Uccidiamo la luna a Marechiaro (Donzelli). Dove si mettono a fuoco le discontinuità dei nuovi narratori rispetto alla tradizione meridionalistica, ma anche rispetto ai luoghi comuni del paradiso turistico e, in antitesi, dell'arretratezza e dell'inferno criminale. Piaccia o no, c'è anche, nei romanzi, il Sud globalizzato, postmoderno, tecnologico, una miscela molto creativa di vecchio e nuovo narrata senza furori moralistici e senza facili incantamenti.
«Corriere della Sera» del 22 dicembre 2009
Il sogno di Dante visionario fallito
di Alberto Asor Rosa
Dante, e in particolare la Commedia, stanno attraversando un periodo di grande fortuna. Merito principale, senza dubbio, delle letture gravi e profonde di Vittorio Sermonti e di quella appassionante e trascinante di Roberto Benigni (con qualche strafalcione in meno sarebbe ancora meglio). Però anche gli studi scientifico-accademici danno importanti segnali di risveglio. E' di questi giorni la comparsa di un Inferno, primo volume, ovviamente, di una terna il cui completamento s'aspetta a breve scadenza, «revisione del testo e commento» di Giorgio Inglese (Carocci, pagg. 416, euro 30): impresa d'impianto filologico classico, direi, ma sapientemente arricchita dell'enorme mole di dati linguistici e testuali accumulata nel corso degli ultimi decenni: con effetti di una chiarezza esemplare e di un'utilità interpretativa senza pari.
Pure di questi giorni è un Dante. Storia di un visionario di Guglielmo Gorni (Laterza, pagg. 346, euro 20). Attiro l'attenzione su quest'ultimo testo per i suoi molteplici pregi. Gorni è figura di studioso in sé esemplare. Insegna nelle Università una materia d'istituzionalizzazione abbastanza recente, - la filologia italiana, - che ha tuttavia acquisito un ruolo sempre più importante nelle definizioni delle problematiche proprie della storiografia letteraria (quando non sia caduta, come talvolta è accaduto, nelle mani di allegri dilettanti oppure di altezzosi incompetenti provenienti da aree disciplinari circonvicine). Siccome la formazione gorniana nasce dall'intersezione di due delle migliori scuole filologiche italiane, quella pavese (Corti, e anche un po' di Segre) e quella fiorentina (Domenico De Robertis), i presupposti di un'esemplare correttezza di metodi e di strumenti ci sono stati per lui fin dall' inizio della sua carriera, - e i risultati si sono visti progressivamente in maniera sempre più chiara.
Sono possibili due accezioni di metodo filologico - letterario. Una è quella che attribuisce alla filologia (da parte non di rado degli stessi specialisti del settore) una funzione eminentemente ancillare: in questo ambito essa serve a stabilire il dato certo, su cui altre forme del discorso (la critica, la storiografia letteraria) fonderanno il loro lavoro. L'altra sviluppa direttamente dall'acquisizione del dato filologico un proprio autonomo discorso, che in parte resta nel dominio della disciplina di competenza, in parte, via via crescendo, va a incrociare domini e discorsi delle altre. Guglielmo Gorni (e, lo dico di sfuggita, anche Giorgio Inglese: basti pensare ai suoi studi machiavelliani) appartiene decisamente a questa seconda variante del sapere filologico. Le sue indagini partono sempre da un'esigenza di ri-definizione circostanziata e certa di una tale questione, letteraria o storico-documentaria, per arrivare poi a una ri-discussione dei termini generali su cui quella cultura, messa in causa dall' incertezza del dato, si fonda. A questo si deve l'estrema ricchezza che caratterizza la sua produzione: sia che si tratti della poesia del Duecento o della Vita nova, di questioni di metrica o di tradizione poetica, dei problemi numerologici e ordinativi della Commedia oppure di testi umanistici o rinascimentali come quelli di Leon Battista Alberti o del Boiardo. Il Dante, di cui parliamo, rappresenta il culmine di questa lunga e intelligente ricerca.
Naturalmente, di «Danti» ne esiste un' infinità, più o meno autorevoli, più o meno condivisibili. Il fatto che se ne continui a «inventare» ha a che fare, ovviamente, con l'ineguagliabile profondità e ricchezza del Padre di ogni nostra lingua e poesia: il quale, ogniqualvolta entra o rientra in gioco, segnala un accrescimento della nostra consapevolezza critica e, al tempo stesso, un ritorno d'interesse per la nostra identità nazionale (non solo culturale). Il Dante di Gorni vuol, essere, secondo l'autore, «un ritratto in piedi», che cioè «non si limiti a raccogliere e a ordinare una bibliografia sterminata» (la quale pur tuttavia è presente ad ogni passo del libro, e discussa in tutti suoi punti nodali quando se ne manifesti la necessità), ma «che abbia un'idea forte dell'autore: tendenziosa magari, ma moderna e nuova». Quest' «idea forte», come si può capire, è quella del «visionario fallito»: tema sul quale tornerò in conclusione. Colpisce la straordinaria ricchezza del «racconto», e l'abilità, - si potrebbe definire «registica», - con cui è stato «montato» (anche nel senso della perfetta fusione tra i pezzi vecchi e quelli nuovi qui per la prima volta presentati). Gorni, infatti, affianca gli uni agli altri i capitoli più strettamente biografici e quelli di descrizione e interpretazione delle opere, in una sequenza unica e, quel che più importa profondamente unitaria. Non potendo entrare di più nel merito, mi limiterei ad osservare che riuscirebbe difficile segnalare un solo punto della vita di Dante o della sua produzione letteraria, poetica e trattatistica, che Gorni non abbia affrontato, discusso, descritto (sempre, per giunta, con grande chiarezza e piacevolezza affabulatoria) e reso plasticamente visibile al lettore dei nostri giorni. La filologia serve in questo caso mirabilmente a render perspicuo a chiunque quel che altrimenti avrebbe potuto restare, - e spesso di fatto resta, - celato sotto «il velame de li versi strani». Invece d' esser quel che più solitamente è, - un affare da specialisti, - diventa strumento per una didassi più allargata. Anche a questo si deve, - mi pare, - se il libro si legge con confortevole e gratificante accessibilità (salvo che in qualche punto necessariamente più tecnico).
Ridurrò a due le mie possibili osservazioni critiche. Per quando riguarda l'attribuzione a Dante della collana anepigrafa di sonetti denominata Il Fiore (e, conseguentemente, dell'altra che va sotto il nome di Detto d'Amore) per la quale Gorni, sia pure molto prudentemente di altri, sembra propendere, desidero dire che, destituito come sono di ogni specifica competenza in materia, condivido pienamente quelle che Gianfranco Contini, altro grande sostenitore dell'attribuzione, definiva un po' arrogantemente le «obiezioni umorali e reverenziali» dei contrari. E cioè (detto in maniera rozza e sommaria): prima di ammettere che i versi del Fiore siano stati veramente scritti da Dante, sarei disposto a farmi tagliare la mano che scrive queste righe.
Quanto al «visionarismo fallito», non si potrebbe osservare che quanto in Dante è altissima poesia o, anche più semplicemente, nobilissima ispirazione etico-politica, nasce esattamente dalla drammatica sproporzione che l'Autore, - soprattutto da un certo momento in poi della sua vita, - percepisce e coglie fra la sua personale «visione del mondo» e l'abissale, irrimediabile, inadeguatezza e mediocrità dei tempi suoi? Capita a Dante, - anche in questo compiutamente umano, - quel che è capitato a molti; di scoprire che non c'è accordo possibile fra ciò che si desidera e ciò che accade. Il fatto è che Dante, - e in ciò consiste il tratto più inconfondibile della sua fisionomia, - viene, non depresso, ma catapultato verso l'alto dal suo biografico, personale, individuale «fallimento». Del quale, dunque, dovremmo esser grati, visto che ne sono conseguiti effetti così grandiosi.
«La Repubblica» del 16 aprile 2008
Ritorno in provincia: le cento Italie dei giovani scrittori
di Alberto Asor Rosa
Di tutto si può disputare e dubitare meno che dei dati certi. E i dati certi sono che in Italia c'è stata negli ultimi anni un' impetuosa fioritura di giovani autori di narrativa. In quali direzioni, con quali tratti comuni (ammesso che ce ne siano)? Com'è noto, fino a qualche decennio fa ragionamenti critici di tendenza e ricerca creativa crescevano il più delle volte di conserva e si aiutavano a vicenda. È un dato certo oggi anche la scomparsa pressoché totale del primo elemento dell'endiade (la critica): la conseguenza è che gli "autori", nel caso specificoi narratori, navigano a vista, al massimo con il sussidio, non sempre disinteressato, degli ufficiali di macchina ben piazzati sui ponti di comando delle case editrici. Volgendosi intorno, l' unico tentativo recente di sistemazione teorico-letteraria di tale materia degno di questo nome è New italian epic (Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro) di (dei?) Wu Ming (Einaudi, Stile libero, 2009), altamente meritorio per il solo fatto, - raro, ripeto, - di entrare nel merito.
"Epico" per Wu Ming significa fondamentalmente due cose: la presenza dominante di «imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose»; e la caratteristica d'essere narrazioni «grandi, ambiziose, a lunga gittata, di ampio respiro, e tutte le espressioni che vengono in mente. Autori: Andera Camilleri, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto; e Pino Cacucci, Giusepe Genna, Giancarlo De Cataldo, Roberto Saviano, Girolamo De Michele, Letizia Muratori; in nota, quasi scusandosi delle dimenticanze, se ne aggiungono diversi altri: Antonio Pennacchi, Walter Siti, Luca Masali, Enrico Brizzi. Oddio, non sono un po' troppi e un po' troppo diversi l'uno dall'altro per fare un "discorso"? Non a caso, il sottotitolo sotto cui sono riuniti gli elenchi sopra indicati suona: "la nebulosa". Bisognerebbe tentare qualche piccolo passo avanti per capire (non per influenzare, figuriamoci!) le rotte. Com' è noto (com'è noto ai miei venticinque lettori), io attribuisco una notevole rilevanza, nella costruzione di una storia letteraria, alle scansioni generazionali: è questo un dato, più che semplicemente intellettuale e culturale, antropologico, che è sempre esistito ma tende a diventare sempre più importante (spiegabile il perché).
Ora, a me pare che la generazione dei trentenni (o, se si preferisce, dei sub-quarantenni) rappresenti oggi uno stacco abbastanza preciso rispetto persino alla generazione immediatamente precedente (quella dei quarantenni, ovvero, ora, dei sub-cinquantenni) ed esprima in qualche modo un' ambizione auto-identitaria (si può dire?), che in precedenza non esisteva, o esisteva di meno.
Ad aprire la strada a questa ricerca di identità, esattamente su quel medesimo, iniziale confine generazionale, si colloca una serie di scrittori, che s'erano assunti il compito storico davvero rilevante di ricostruire, dopo una squassante bufera, le condizioni stesse dell'agire letterario: gli Ammaniti; i Culicchia; i Fois; i Da Silva; i Pascale; gli Arpaia (bellissimo Il passato davanti a noi, 2006); quel Giulio Mozzi, la cui Felicità terrena (1996) resta un passaggio fondamentale del rinnovamento; quell'autentica Signora della Scrittura che è Melania Mazzucco; una Simona Vinci, di cui, anagraficamente (1970) ma anche letterariamente, si direbbe che non abbia ancora deciso se stare al di là o al di qua di quel confine. Di questi scrittori avevo dato, in altra sede, la definizione di «esploratori del magma». Mi sembra che ora, lasciando inalterata la connotazione dell'"esplorazione", che fa tutt'uno con la vocazione narrativa, si vada (presuntivamente) in direzione di alcune ritrovate certezze. L'elenco dei soggetti trentenni, che andrebbe non contrapposto ma integrato con quello proposto, per la parte che ci riguarda, da Wu Ming, è assai nutrito, e per giunta qui probabilmente incompleto. Andando in ordine decrescente, dal più anziano al più giovane (là dove sfondiamo il muro dei trenta per entrare nel dominio ancora più sperimentale dei venti): Maurizio Torchio, Giorgio Vasta, Luca Randazzo, Davide Longo, Ascanio Celestini, Michela Murgia, Gabriele Pedullà, Nicola Lagioia, Christian Frascella, Letizia Muratori, Cristiano Cavina, Valeria Parrella, Gaia Manzini, Andrea Bajani, Caterina Venturini, Marco Archetti, Mario Desiati, Filippo Bologna, Rosella Postorino, Rosella Milone, Martino Gozzi. Bel gruppo, no? Ne fanno parte a pieno titolo i tre componenti dell'"isola dei famosi", Piperno, Saviano e Giordano.
Continuerò a fare, nonostante le apparenze che andranno a poco a poco mutando, un discorso fondamentale descrittivo, non valutativo (consapevole peraltro che ogni buona descrizione contiene una valutazione). In questo gruppo non è difficile cogliere la presenza di (almeno) tre tendenze. La prima è quella che, più dichiaratamente, si rifà a temi, obbiettivi e linguaggi di tipo giornalistico e documentario, pur variamente trascendendoli. Ne è principe, senza ombra di dubbio, Roberto Saviano, che con Gomorra (2006) inaugura un "genere" in cui l'intreccio di realtà e d'immaginazione è spinto al più alto livello. La seconda tendenza punta decisamente sull'allegorico-immaginario: storie apparentemente reali, che però trascendono decisamente quella che con una vecchia terminologia, potremmo definire la collocazione storica del racconto. Giordano, con La solitudine dei numeri primi, (2008), ne ha dato una versione di tutto rispetto. Spero di parlarne una prossima volta. Confesso d'essere incuriosito di più dalla terza tendenza, e ne rivendico il diritto. La critica è prevalentemente un lavoro fotografico, che contempla le zoomate quando si crede di scoprire un particolare interessante. Interessante per chi? Ma ovviamente per chi lo vede. Tuttavia, spetta agli altri osservatori decidere se non era meglio guardare da un'altra parte. Per farmi capire introdurrò prima un elenco di nomi e di titoli, e solo dopo il ragionamento che ne consegue. I nomi e i titoli sono: Giorgio Vasta, Il tempo materiale (2008); Michela Murgia, Accabadora (2009); Valeria Parrella, Lo spazio bianco (2008); Mario Desiati, Il paese delle spose infelici (2008); Filippo Bologna, Come ho perso la guerra (2009); il recentissimo e sorprendente Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (2009). Tranquillamente potremo affiancarvi, forse su di un piano un tantino più sperimentale (o perlomeno sperimentato), Rossella Milone, La memoria dei vivi (2008), Rosella Postorino, L'estate che perdemmo Dio (2009), Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca (2009). Ho bisogno di precisare che si tratta di voci molto diverse fra loro, anzi contraddistinte ciascuna da un forte, fortissimo senso di sé? Spero di no. Tuttavia in queste sette-otto opere io respiro un'aria non dissimile, prodotta da polmoni e altri organi essenziali alla respirazione che hanno praticato analoghe o medesime spinte. Ritorna a galla, e da protagonista, l'"antica Italia": quella delle campagne e dei borghi, dei "bassi" e della provincia, delle desolate periferie metropolitane (Napoli, Parrella; Palermo, Vasta). Che strano! Non eravamo in tempi di globalizzazione e di cosmopolitismo? Bene, questi giovani autori riscoprono, intelligentemente e generosamente, una lezione plurisecolare, e cioè che la contemporaneità non è il presente (deviazione questa, invece, tipicamente, tardo-novecentesca). Se no, cosa pensare dei Promessi Sposi o dei Malavoglia (che sono il frutto, addirittura, di un ritorno ancestrale alle radici) o persino della Coscienza di Zeno (la quale, come ci ha insegnato Mario Lavagetto, parla di tutto meno che del presente)? L'"esplorazione del magma" sembrerebbe fissarsi finalmente sulla certezza dell'essere, anzi, di "un" essere, buono o cattivo che sia (si pensi a mo' d'esempio alla forza espressiva, persino inquietante, di certe pagine di Accabadora). Tutto ciò non sarebbe servito a nulla, ovviamente, se gli autori in questione non avessero, ciascuno per sé, una nozione molto precisa di cosa significhi scrivere un racconto, cioè narrare una storia. Cioè, di cosa significhi svolgere un'operazione che si sa e si vuole come "letteraria". "Scrivere bene",- cioè, scrivere in modo non trasandato, non verisimilistico, non banalmente documentario, non, in senso restrittivo, giornalistico, - torna ad essere un valore. E curiosamente, - curiosamente, forse, dappertutto, ma non in Italia, - nel recupero d'una lingua letteraria alta, torna a recitare un ruolo non secondario il dialetto (Vasta, Murgia, Desiati, Bologna, Parrella, Postorino, Milone). Cioè (almeno si direbbe, perché in questa materia non si sa mai): invece di andare dalla periferia verso il centro, questi giovani scrittori hanno riscoperto la strada che dal centro porta alla periferia. Ovviamente, il loro pregio letterario, - insisto: quello specificamente letterario, proprio quel che si dice il letterario", - consiste nel mantenere il centro nella periferia: nel non restarci; ma nel non perderlo. In Italia è stata più volte la strada giusta: che lo sia ancora?
«La Repubblica» del 15 dicembre 2009
Caro Asor Rosa, la vittima è il romanzo
di Angelo Guglielmi
L’articolo di Asor Rosa su Repubblica mi suggerisce qualche riflessione non inutile. Il critico professore accortamente registra nella attuale narrativa italiana la presenza di una nuovo ricco numero di autori riconducibili (più o meno tutti) a una caratteristica in comune: che è sì, il ritorno in provincia (come proclama il titolo del tuo intervento) ma prima ancora è il ritorno alla realtà o, meglio ancora, la riproposta (e pratica) del romanzo di fatti che per tutto il secolo scorso nell’intera Europa era stato ritenuto impraticabile. Caro Asor Rosa, tu esalti il fenomeno, compiacendoti della novità e riconoscendo che il primo avvistatore della tendenza e suo efficace (e meritorio) analista è stato il gruppo Wu Ming, che ha indicato il punto d’incontro dei nuovi scrittori e, più specificamente, delle loro opere in due aspetti essenziali: «la presenza determinante di imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose; e la caratteristica di essere narrazioni grandi, ambiziose, a lunga gittata di ampio respiro». Capisco quel tu dici e rispetto quel che Wu Ming scrive, ma ti chiedo: per comprendere questa nuova tendenza e darle un fondamento che le consenta (se meritevole) di sopravvivere, non credi che sarebbe bene interrogarsi sul perché quella modalità narrativa (il romanzo di fatti) sia scomparso per quasi un secolo e oggi sarebbe (anzi è) riapparso? E prima ancora sul perché a partire dalla fine dell’800 la narrativa naturalista e di rappresentazione (appunto rispettosa dei fatti) sia precipitata in una crisi immedicabile perdendo autenticità e verità?
In altre parole: perché mai per oltre un secolo il romanzo che noi (tu e io) amiamo – per intenderci Flaubert, Joyce, Musil, Svevo, Pirandello, Beckett ecc... – non è stato più possibile costruirlo con i materiali della realtà apparente (di cronaca o storica che fosse) e solo era potuto crescere (e prosperare) sul e del rifiuto (e contestazione) di quei materiali? E ancora: perché mai oggi quei materiali per un narratore sarebbero tornati a essere utilizzabili? So che mi perdonerai questa semplificazione che dedico alla comprensione del lettore e so anche (mi è fin troppo presente e noto) che per rispondere a queste domande non bastano i tanti volumi di letteratura storica (e molti portano il tuo nome), di critica letteraria, di storia delle idee, di storia storico-politica che sono stati fino a oggi pubblicati in Italia e nel mondo. Ma insistendo nella semplificazione pur meglio vestita e meno dilettantesca per una prima risposta azzarderei la testimonianza di Foucault il quale scrive: «C’è una ragione che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura e di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là dell’imitazione, per divenire messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell’esistenza ai suoi elementi primari: Non vi è dubbio che questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del secolo XIX, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, come messa a nudo dell’esistenza».
Volendo aggiungere di mio, per una comprensione più allargata, direi che a partire da metà ‘800 non era stato più possibile sviluppare il rapporto con il reale in termini di imitazione e rappresentazione perché - accantonando le responsabilità (fin troppo accertate) di rivoluzione francese, industrialismo, sviluppo tecnologico, fotografia, civiltà di massa – il sistema linguistico era andato in crisi, conservando più o meno intatta la funzione comunicativa ma denunciando il totale depauperamento della funzione espressiva (con cui lavorano gli scrittori). La parola oggettiva (di rappresentazione) ci serviva ancora per comunicare nella quotidianità ma non più per fare letteratura (e più in genere arte). Bisognava inventarne una nuova, un nuovo linguaggio. E così hanno fatto Cezanne e Picasso, Joyce e Kafka, Majakovskij e Montale, Stravinskij e Berio. Certo con la (grave) conseguenza di allontanare l’arte dalla comprensione popolare e avvicinarla al pubblico colto e agli addetti ai lavori. Tra le vittime più illustri è stato il romanzo (la narratività). Ma così è.
Ora cosa è accaduto nella storia europea e del mondo perché quella lingua che era stata abbandonata perché inadatta a fare arte (a garantire un risultato di verità) oggi possa essere recuperata dagli autori (che tu citi) per scrivere romanzi? Certo è capitato di tutto (mai la storia del mondo è corsa come nel secolo appena alle nostre spalle ed è ancora in fuga accelerata) ma non è questo che possa giustificare quel recupero (anzi lo ha reso più problematico). Ma se non è accaduto nella storia del mondo niente di rilevante rispetto a questo nostro discorso (semmai limitandosi a moltiplicare preoccupazioni e impossibilità) molto è accaduto nella testa e nella coscienza degli autori nei quali è cresciuto una imperiosa voglia di tornare a raccontare, un nuovo bisogno di concretezza che allontanandoli dagli eccessi formali che li aveva preceduti gli restituisse il diritto alla narratività. E questo a cominciare, come tu scrivi, dagli Ammaniti straordinari nella loro gioiosa incontinenza di favoleggiatori. E con loro subito dopo gli altri.
Ma anche per loro si è posto il problema della lingua: anche per loro le parole risultano consumate tanto più oggi travolte dallo tsumani infronteggiabile dello sviluppo dei media (con in testa la televisione). Scoprono che la crisi (indisponibilità) del linguaggio colpisce essenzialmente il rapporto con l’attualità impedendo loro (ma ne sono severamente rimproverati) di raccontare il Paese in cui stanno vivendo, ma lascia relativamente indenne una altra parte della realtà coincidente con gli eventi che si è personalmente vissuti o quell’area costituita dai fatti della storia di ieri che per il fatto di appartenere al passato sembrano più al riparo dagli effetti (dannosissimi) dell’inflazione linguistica. Scoprono che diventa passabilmente possibile il romanzo memorialistico o il romanzo storico e questo decidono di praticare: così Vasta, Bologna, Lagioia, Scurati, De Cataldo, Mazzucco, Lucarelli, Siti e molti altri fino a Roberto Saviano. Quanto all’epicità è un effetto per così dire esterno legato all’aspetto clamoroso degli eventi raccontati più che a un richiamo alto eticamente percepibile. Per questo raggiungimento la realtà del Paese in nessuna delle sue manifestazione sembra avere l’autorità sufficiente.
In altre parole: perché mai per oltre un secolo il romanzo che noi (tu e io) amiamo – per intenderci Flaubert, Joyce, Musil, Svevo, Pirandello, Beckett ecc... – non è stato più possibile costruirlo con i materiali della realtà apparente (di cronaca o storica che fosse) e solo era potuto crescere (e prosperare) sul e del rifiuto (e contestazione) di quei materiali? E ancora: perché mai oggi quei materiali per un narratore sarebbero tornati a essere utilizzabili? So che mi perdonerai questa semplificazione che dedico alla comprensione del lettore e so anche (mi è fin troppo presente e noto) che per rispondere a queste domande non bastano i tanti volumi di letteratura storica (e molti portano il tuo nome), di critica letteraria, di storia delle idee, di storia storico-politica che sono stati fino a oggi pubblicati in Italia e nel mondo. Ma insistendo nella semplificazione pur meglio vestita e meno dilettantesca per una prima risposta azzarderei la testimonianza di Foucault il quale scrive: «C’è una ragione che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura e di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là dell’imitazione, per divenire messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell’esistenza ai suoi elementi primari: Non vi è dubbio che questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del secolo XIX, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, come messa a nudo dell’esistenza».
Volendo aggiungere di mio, per una comprensione più allargata, direi che a partire da metà ‘800 non era stato più possibile sviluppare il rapporto con il reale in termini di imitazione e rappresentazione perché - accantonando le responsabilità (fin troppo accertate) di rivoluzione francese, industrialismo, sviluppo tecnologico, fotografia, civiltà di massa – il sistema linguistico era andato in crisi, conservando più o meno intatta la funzione comunicativa ma denunciando il totale depauperamento della funzione espressiva (con cui lavorano gli scrittori). La parola oggettiva (di rappresentazione) ci serviva ancora per comunicare nella quotidianità ma non più per fare letteratura (e più in genere arte). Bisognava inventarne una nuova, un nuovo linguaggio. E così hanno fatto Cezanne e Picasso, Joyce e Kafka, Majakovskij e Montale, Stravinskij e Berio. Certo con la (grave) conseguenza di allontanare l’arte dalla comprensione popolare e avvicinarla al pubblico colto e agli addetti ai lavori. Tra le vittime più illustri è stato il romanzo (la narratività). Ma così è.
Ora cosa è accaduto nella storia europea e del mondo perché quella lingua che era stata abbandonata perché inadatta a fare arte (a garantire un risultato di verità) oggi possa essere recuperata dagli autori (che tu citi) per scrivere romanzi? Certo è capitato di tutto (mai la storia del mondo è corsa come nel secolo appena alle nostre spalle ed è ancora in fuga accelerata) ma non è questo che possa giustificare quel recupero (anzi lo ha reso più problematico). Ma se non è accaduto nella storia del mondo niente di rilevante rispetto a questo nostro discorso (semmai limitandosi a moltiplicare preoccupazioni e impossibilità) molto è accaduto nella testa e nella coscienza degli autori nei quali è cresciuto una imperiosa voglia di tornare a raccontare, un nuovo bisogno di concretezza che allontanandoli dagli eccessi formali che li aveva preceduti gli restituisse il diritto alla narratività. E questo a cominciare, come tu scrivi, dagli Ammaniti straordinari nella loro gioiosa incontinenza di favoleggiatori. E con loro subito dopo gli altri.
Ma anche per loro si è posto il problema della lingua: anche per loro le parole risultano consumate tanto più oggi travolte dallo tsumani infronteggiabile dello sviluppo dei media (con in testa la televisione). Scoprono che la crisi (indisponibilità) del linguaggio colpisce essenzialmente il rapporto con l’attualità impedendo loro (ma ne sono severamente rimproverati) di raccontare il Paese in cui stanno vivendo, ma lascia relativamente indenne una altra parte della realtà coincidente con gli eventi che si è personalmente vissuti o quell’area costituita dai fatti della storia di ieri che per il fatto di appartenere al passato sembrano più al riparo dagli effetti (dannosissimi) dell’inflazione linguistica. Scoprono che diventa passabilmente possibile il romanzo memorialistico o il romanzo storico e questo decidono di praticare: così Vasta, Bologna, Lagioia, Scurati, De Cataldo, Mazzucco, Lucarelli, Siti e molti altri fino a Roberto Saviano. Quanto all’epicità è un effetto per così dire esterno legato all’aspetto clamoroso degli eventi raccontati più che a un richiamo alto eticamente percepibile. Per questo raggiungimento la realtà del Paese in nessuna delle sue manifestazione sembra avere l’autorità sufficiente.
«L'Unità» del 20 dicembre 2009
Internet e quella Stella che brilla lassù
di Leonardo Tondelli
Ho una teoria. Quando a un giornalista capita di scrivere il solito pezzo demonizza-internet (un genere relativamente giovane, ma già irrigidito nella statuaria dei luoghi comuni senza età, come gli elzeviri sulle mezze stagioni o sugli esodi d'agosto) la prima reazione di chi su internet ci scrive davvero, e magari da anni si sbatte per difendere e diffondere contenuti di qualità, è più o meno: Nonno Non Hai Capito Niente. Probabilmente parli per sentito dire e non sai distinguere un profilo facebook da un blog, avrai una connessione modem a 56k con il fischiettino (vi ricordate il fischiettino?) oppure la stagista schiavetta che ti scansiona i comunicati battuti in Olivetti Lettera22.
Tante volte devo aver reagito così anch'io, qualche anno fa, ma appunto: era qualche anno fa. Adesso siamo nel 2009 e davvero anche il nonno ha capito come si accende il computer. Parlare di Internet per sentito dire non solo non è più ammissibile, ma è davvero impossibile. Eppure le cose che ha scritto Gian Antonio Stella sono un po' le solite: “zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta” (Montecitorio? No, Internet) “individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti [...] il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento” (Curva di stadio? Set del Grande Fratello? Nooo, Internet). A gente come me, come probabilmente anche voi, che frequenta internet ogni giorno e ci trova lampi d'intelligenza, di fantasia e di creatività che nessun altro media gli offre, può sembrare strano e triste che Gian Antonio Stella si trovi in casa la stessa finestra sul mondo e non ci trovi nient'altro che volgarità, violenza, odio, anzi, “libertà di odio”. Eppure è così: come si spiega?
Io una teoria ce l'ho, dicevo: dipende tutto da dove è piazzata la finestra. Gian Antonio Stella guarda internet come tutti noi, ma da una posizione infelice: quella di giornalista. Rifletteteci bene. Voi praticoni di internet avete i vostri riferimenti, i vostri feed, le persone simpatiche ed esperte di questo o quel settore che avete selezionato in anni di frequentazioni, ed è questo a rendere la vostra finestra così colorata e interessante. Stella ha avuto meno tempo di voi, e i frequentatori di internet forse li conosce soprattutto sotto forma di commentatori medi del sito del Corriere. Ma i commentatori medi al Corriere (o alla Repubblica), beh... è il caso di dire no comment. Davvero, cosa pensereste di Internet e di chi lo frequenta, se le uniche prove della loro esistenza fossero le tracce di bava che lasciano sui siti dei grandi quotidiani, e su qualche gruppo di facebook?
Internet è piena di melma, inutile negarlo (nessuno infatti ci ha provato). Però in mezzo alla melma ci sono cose straordinarie che valgono tutta la bolletta, e persone che sostengono, come me, che è inutile criticare la melma: l'unico sistema per migliorare la qualità è creare piccole oasi di cose intelligenti e interessanti, in zone non troppo remote da quelle dove passa il grande traffico. I blog che leggo quotidianamente sono una realizzazione imperfetta di questa idea di oasi: mi riassumo i fatti importanti del giorno in modo esauriente e divertente, mi raccontano notizie singolari e importanti che da solo non avrei trovato mai, a volte mi fanno arrabbiare, ma sempre per un'idea diversa dalla mia, non per uno schizzo d'odio. Però ci ho messo anni a selezionarli, e ho dovuto vincere il fascino per la melma, per i deliri dei dementi, che soprattutto all'inizio mi soggiogavano e mi facevano perdere tempo prezioso (tuttora, a portata di clic, c'è la perdizione). Insomma, ci ho messo anni per rendere davvero efficiente e interessante quella che una volta si chiamava “navigazione” su Internet. E questo smentisce il luogo comune che Internet sia facile come schiacciare un bottone: no, se schiacci un bottone per prima cosa escono quintali di melma che ti schizza dappertutto. Il setaccio di contenuti interessanti è una pratica difficile che si acquisisce con gli anni, è più complesso che imparare a guidare. Basta vedere cosa combinano gli adolescenti in rete: in teoria dovrebbero capire tutto alla svelta, in pratica finiscono subito impantanati in luoghi assurdi, e ci impiegano anni a trovarsi una posizione rispettabile, a costruirsi un profilo decente.
Con gli anni s'impara a tenersi lontani da certi luoghi come i commenti su youtube, i gruppi su Facebook... o i commenti di Repubblica.it, o del Corriere. Ma non è paradossale che la melma su Internet tenda ad addensarsi proprio intorno a siti informativi professionali? Immaginatevi il Corriere on line come un grattacielo in mezzo a una discarica: ecco, Gian Antonio Stella vede gli internauti da una finestra di quel grattacielo, e cosa volete che veda? Mostri subumani che inneggiano al ferimento di premier mediante souvenir, negatori di olocausti, odiatori di “negri”, insomma, brutta gente. Come spiegargli che quelli non sono tutti gli internauti... ma solo quelli che più spesso circolano intorno al Corriere? E perché proprio intorno al tuo giornale, è colpa della linea editoriale? No, assolutamente. È solo una questione di dimensioni: il grattacielo è un punto di riferimento nazionale, attira la massa, e in mezzo alla massa la suburra, i cospiratori, i mitomani.
Per contro in un piccolo sito come il mio, mantenere un discreto livello di discussione è relativamente semplice. Molto di rado negli ultimi anni mi è capitato di dover mettere i mattoidi alla porta. Merito mio? No, assolutamente, anche in questo caso è una questione di dimensioni. I mattoidi accorrono naturalmente verso i centri di traffico, sono attirati dalle celebrità. Non sono massa, ma si disseminano sempre nella massa. Nei piccoli blog che negli anni abbiamo selezionato con cura, i mattoidi non vengono: al limite passano di sbaglio se gli capita di scambiarci per qualcuno più importante di noi. Ma appena hanno capito che noi siamo pesci piccoli, ci lasciano nella nostra nicchia e se ne tornano in piazza a vandalizzare gli editoriali delle Grandi Firme coi loro commenti.
Così senza volere siamo riusciti a parlare del povero Tartaglia, che nemmeno aveva un profilo Facebook. Peccato, ci si sarebbe trovato bene. E forse iscrivendosi a qualche gruppo idiota gli sarebbe passata la voglia di realizzare le sue idiozie nel mondo vero. Perché Internet è anche questo: una valvola di sfogo per colletti bianchi che giocano a fare gli odiatori di negri, i negatori di olocausti, gli inneggiatori a Tartaglia. Sì, non è molto coraggioso da parte loro. Ma ognuno dovrebbe essere libero di gestirsi la sua melma come vuole, finché non schizza gli altri.
Tante volte devo aver reagito così anch'io, qualche anno fa, ma appunto: era qualche anno fa. Adesso siamo nel 2009 e davvero anche il nonno ha capito come si accende il computer. Parlare di Internet per sentito dire non solo non è più ammissibile, ma è davvero impossibile. Eppure le cose che ha scritto Gian Antonio Stella sono un po' le solite: “zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta” (Montecitorio? No, Internet) “individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti [...] il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento” (Curva di stadio? Set del Grande Fratello? Nooo, Internet). A gente come me, come probabilmente anche voi, che frequenta internet ogni giorno e ci trova lampi d'intelligenza, di fantasia e di creatività che nessun altro media gli offre, può sembrare strano e triste che Gian Antonio Stella si trovi in casa la stessa finestra sul mondo e non ci trovi nient'altro che volgarità, violenza, odio, anzi, “libertà di odio”. Eppure è così: come si spiega?
Io una teoria ce l'ho, dicevo: dipende tutto da dove è piazzata la finestra. Gian Antonio Stella guarda internet come tutti noi, ma da una posizione infelice: quella di giornalista. Rifletteteci bene. Voi praticoni di internet avete i vostri riferimenti, i vostri feed, le persone simpatiche ed esperte di questo o quel settore che avete selezionato in anni di frequentazioni, ed è questo a rendere la vostra finestra così colorata e interessante. Stella ha avuto meno tempo di voi, e i frequentatori di internet forse li conosce soprattutto sotto forma di commentatori medi del sito del Corriere. Ma i commentatori medi al Corriere (o alla Repubblica), beh... è il caso di dire no comment. Davvero, cosa pensereste di Internet e di chi lo frequenta, se le uniche prove della loro esistenza fossero le tracce di bava che lasciano sui siti dei grandi quotidiani, e su qualche gruppo di facebook?
Internet è piena di melma, inutile negarlo (nessuno infatti ci ha provato). Però in mezzo alla melma ci sono cose straordinarie che valgono tutta la bolletta, e persone che sostengono, come me, che è inutile criticare la melma: l'unico sistema per migliorare la qualità è creare piccole oasi di cose intelligenti e interessanti, in zone non troppo remote da quelle dove passa il grande traffico. I blog che leggo quotidianamente sono una realizzazione imperfetta di questa idea di oasi: mi riassumo i fatti importanti del giorno in modo esauriente e divertente, mi raccontano notizie singolari e importanti che da solo non avrei trovato mai, a volte mi fanno arrabbiare, ma sempre per un'idea diversa dalla mia, non per uno schizzo d'odio. Però ci ho messo anni a selezionarli, e ho dovuto vincere il fascino per la melma, per i deliri dei dementi, che soprattutto all'inizio mi soggiogavano e mi facevano perdere tempo prezioso (tuttora, a portata di clic, c'è la perdizione). Insomma, ci ho messo anni per rendere davvero efficiente e interessante quella che una volta si chiamava “navigazione” su Internet. E questo smentisce il luogo comune che Internet sia facile come schiacciare un bottone: no, se schiacci un bottone per prima cosa escono quintali di melma che ti schizza dappertutto. Il setaccio di contenuti interessanti è una pratica difficile che si acquisisce con gli anni, è più complesso che imparare a guidare. Basta vedere cosa combinano gli adolescenti in rete: in teoria dovrebbero capire tutto alla svelta, in pratica finiscono subito impantanati in luoghi assurdi, e ci impiegano anni a trovarsi una posizione rispettabile, a costruirsi un profilo decente.
Con gli anni s'impara a tenersi lontani da certi luoghi come i commenti su youtube, i gruppi su Facebook... o i commenti di Repubblica.it, o del Corriere. Ma non è paradossale che la melma su Internet tenda ad addensarsi proprio intorno a siti informativi professionali? Immaginatevi il Corriere on line come un grattacielo in mezzo a una discarica: ecco, Gian Antonio Stella vede gli internauti da una finestra di quel grattacielo, e cosa volete che veda? Mostri subumani che inneggiano al ferimento di premier mediante souvenir, negatori di olocausti, odiatori di “negri”, insomma, brutta gente. Come spiegargli che quelli non sono tutti gli internauti... ma solo quelli che più spesso circolano intorno al Corriere? E perché proprio intorno al tuo giornale, è colpa della linea editoriale? No, assolutamente. È solo una questione di dimensioni: il grattacielo è un punto di riferimento nazionale, attira la massa, e in mezzo alla massa la suburra, i cospiratori, i mitomani.
Per contro in un piccolo sito come il mio, mantenere un discreto livello di discussione è relativamente semplice. Molto di rado negli ultimi anni mi è capitato di dover mettere i mattoidi alla porta. Merito mio? No, assolutamente, anche in questo caso è una questione di dimensioni. I mattoidi accorrono naturalmente verso i centri di traffico, sono attirati dalle celebrità. Non sono massa, ma si disseminano sempre nella massa. Nei piccoli blog che negli anni abbiamo selezionato con cura, i mattoidi non vengono: al limite passano di sbaglio se gli capita di scambiarci per qualcuno più importante di noi. Ma appena hanno capito che noi siamo pesci piccoli, ci lasciano nella nostra nicchia e se ne tornano in piazza a vandalizzare gli editoriali delle Grandi Firme coi loro commenti.
Così senza volere siamo riusciti a parlare del povero Tartaglia, che nemmeno aveva un profilo Facebook. Peccato, ci si sarebbe trovato bene. E forse iscrivendosi a qualche gruppo idiota gli sarebbe passata la voglia di realizzare le sue idiozie nel mondo vero. Perché Internet è anche questo: una valvola di sfogo per colletti bianchi che giocano a fare gli odiatori di negri, i negatori di olocausti, gli inneggiatori a Tartaglia. Sì, non è molto coraggioso da parte loro. Ma ognuno dovrebbe essere libero di gestirsi la sua melma come vuole, finché non schizza gli altri.
«L'Unità» del 16 dicembre 2009
Mare e povertà, Malavoglia al cinema: "Una saga sui ragazzi del Sud di oggi"
Pasquale Scimeca racconta la pellicola ispirata al capolavoro di Verga
di Claudia Morgoglione
A 61 anni dal film di Visconti, una trasposizione tutta siciliana del romanzo. "Avevo paura del confronto con lo scrittore e con Luchino, ma poi..."
Saga familiare tragica, storia siciliana di pesca e di morte, di gente povera e destini infami. Capolavoro assoluto della nostra letteratura, presenza immancabile nelle librerie degli italiani, lettura (obbligatoria) per la stragrande maggioranza degli studenti liceali. Ma I Malavoglia di Giovanni Verga è anche qualcosa di diverso: una suggestione costante per il cinema, una sfida a tentare la trasposizione per il grande schermo.
A cimentarsi con questa epopea dei vinti, è stato in passato un grande come Luchino Visconti, che col suo La terra trema (1948) ha contribuito a far nascere il neorealismo. Mentre adesso, 61 anni più tardi, ci riprova un regista siciliano, Pasquale Scimeca: uno che i poveri della sua terra li ha già raccontati in Placido Rizzotto e che da un racconto di Verga ha tratto un'altra pellicola, Rosso Malpelo. "Il mio Malavoglia - spiega lui al telefono da Portopalo, nel siracusano, in una pausa delle riprese - è ambientato ai giorni nostri, e vuole raccontare gli umili, gli ultimi: i giovani di questo Sud senza prospettive, ma anche gli immigrati che sbarcano qui da un Sud ancora più profondo".
A cimentarsi con questa epopea dei vinti, è stato in passato un grande come Luchino Visconti, che col suo La terra trema (1948) ha contribuito a far nascere il neorealismo. Mentre adesso, 61 anni più tardi, ci riprova un regista siciliano, Pasquale Scimeca: uno che i poveri della sua terra li ha già raccontati in Placido Rizzotto e che da un racconto di Verga ha tratto un'altra pellicola, Rosso Malpelo. "Il mio Malavoglia - spiega lui al telefono da Portopalo, nel siracusano, in una pausa delle riprese - è ambientato ai giorni nostri, e vuole raccontare gli umili, gli ultimi: i giovani di questo Sud senza prospettive, ma anche gli immigrati che sbarcano qui da un Sud ancora più profondo".
Allora, Scimeca: come nasce la voglia di cimentarsi con un'opera letteraria così nota e così impegnativa? "E' un pensiero antico, da lettore ho sempre avuto una passione per Verga e per questo libro, che si è rafforzata ai tempi dell'università. Ma avevo timori: sia perché parliamo di un capolavoro, sia per il raffronto con La terra trema di Visconti. Alla fine però ho deciso di fare questo film perché ho trovato la chiave di lettura: non di tipo verista, ma metaforico, tragico. La storia di una famiglia attuale di pescatori che si trova a vivere una condizione difficile".
La storia dei Malavoglia abbraccia diverse generazioni: da quella ormai al tramonto di Padron 'Ntoni a quella dei nipoti. Lei che punto di vista ha scelto di privilegiare?
"Sicuramente quello dei ragazzi. Sono loro che cercano di uscire dalla propria condizione. Scontrandosi in primo luogo col destino. Poi con una società che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E poi con la loro incapacità di affrontare la vita: dovuto alla loro ignoranza, ma anche al loro essere velleitari. Io credo che questa sia davvero la condizione dei ragazzi del Sud: gente molto diversa dai liceali borghesi romani o milanesi che vediamo di solito al cinema".
Come mai ha scelto Portopalo - invece della Acitrezza del libro - per l'ambientazione? "Perché, con Lampedusa, è il punto più meridionale del nostro Paese, e anche il punto di arrivo degli immigrati".
A proposito: nella sua trasposizione uno dei personaggi, Alfio, è proprio un immigrato... "Sì: è un carrettiere, qualcuno che per definizione non si sa da dove viene né dove andrà. Lo interpreta un immigrato che davvero è arrivato clandestinamente nel nostro Paese, e che dopo molte lotte è riuscito a ottenere il permesso di soggiorno".
Anche il resto del cast è composto da non professionisti? "Sì, è stata una scelta che ho fatto fin dall'inizio. E poi non è vero che sono più difficili da gestire, che comunque hanno volti troppo noti per poter davvero 'sparire' nei personaggi. Stavolta non ho fatto nemmeno i provini: non cercavo interpretazioni, ma caratteri. Ad esempio, l'uomo che interpreta Padron 'Ntoni è un vecchio pescatore".
A che punto siete con le riprese? "Siamo alla quinta delle sei settimane previste: dovremmo finire tra pochi giorni".
E l'uscita nelle sale? Questo dipenderà dai produttori e dal distributore (che è il Luce): per quanto mi riguarda, credo che sarà pronto a marzo".
Che reazione si aspetta dal pubblico? "Io mi auguro soperattutto che chi va a vedere il film, giovane o meno giovane che sia, tornando a casa dopo il cinema abbia voglia di riprendere in mano il romanzo. Questo a me basterebbe".
La storia dei Malavoglia abbraccia diverse generazioni: da quella ormai al tramonto di Padron 'Ntoni a quella dei nipoti. Lei che punto di vista ha scelto di privilegiare?
"Sicuramente quello dei ragazzi. Sono loro che cercano di uscire dalla propria condizione. Scontrandosi in primo luogo col destino. Poi con una società che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E poi con la loro incapacità di affrontare la vita: dovuto alla loro ignoranza, ma anche al loro essere velleitari. Io credo che questa sia davvero la condizione dei ragazzi del Sud: gente molto diversa dai liceali borghesi romani o milanesi che vediamo di solito al cinema".
Come mai ha scelto Portopalo - invece della Acitrezza del libro - per l'ambientazione? "Perché, con Lampedusa, è il punto più meridionale del nostro Paese, e anche il punto di arrivo degli immigrati".
A proposito: nella sua trasposizione uno dei personaggi, Alfio, è proprio un immigrato... "Sì: è un carrettiere, qualcuno che per definizione non si sa da dove viene né dove andrà. Lo interpreta un immigrato che davvero è arrivato clandestinamente nel nostro Paese, e che dopo molte lotte è riuscito a ottenere il permesso di soggiorno".
Anche il resto del cast è composto da non professionisti? "Sì, è stata una scelta che ho fatto fin dall'inizio. E poi non è vero che sono più difficili da gestire, che comunque hanno volti troppo noti per poter davvero 'sparire' nei personaggi. Stavolta non ho fatto nemmeno i provini: non cercavo interpretazioni, ma caratteri. Ad esempio, l'uomo che interpreta Padron 'Ntoni è un vecchio pescatore".
A che punto siete con le riprese? "Siamo alla quinta delle sei settimane previste: dovremmo finire tra pochi giorni".
E l'uscita nelle sale? Questo dipenderà dai produttori e dal distributore (che è il Luce): per quanto mi riguarda, credo che sarà pronto a marzo".
Che reazione si aspetta dal pubblico? "Io mi auguro soperattutto che chi va a vedere il film, giovane o meno giovane che sia, tornando a casa dopo il cinema abbia voglia di riprendere in mano il romanzo. Questo a me basterebbe".
«La Repubblica» del 21 dicembre 2009
Al concorso vince solo l'ignoranza
Bocciati tutti i candidati per direttore amministrativo. «Sono laureati in legge e non sanno neanche l’italiano»
di Ferruccio Sansa
Al termine della correzione nessun candidato ha ottenuto una valutazione di almeno 21/30 in entrambe le prove, necessaria per l'ammissione all'orale». Quando nella bacheca del comune di Orbetello sono stati affissi i risultati dell'ultimo concorso nessuno credeva ai propri occhi: 24 candidati, tutti bocciati. Addirittura al primo turno, allo scritto. Insomma, la commissione può tornare a casa, gli orali non si terranno. E dire che in gioco c'era un posto di prestigio, «istruttore direttivo amministrativo». Che non siamo in un Comune qualunque, perché qui il sindaco è nientemeno che il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, il toscanissimo Altero Matteoli (Pdl).
Per una volta in un concorso pubblico si potrà dire che non ci sono state raccomandazioni. O forse non sono bastate nemmeno quelle. Orbetello è una cittadina di 15 mila anime, sospesa sulla laguna a Sud di Grosseto. E, si sa, tra i vicoli le voci fanno presto a diffondersi. Così in un attimo è cominciata la caccia ai trombati, tutti regolarmente laureati in legge. Pochi, però, sono di Orbetello, i magnifici 24 venivano da ogni angolo d'Italia, tutti attirati dal miraggio del posto fisso pubblico.
Ma ormai la storia suscita dibattiti, finisce perfino sui giornali: 100% di bocciati, ma com'è possibile? Colpa della commissione troppo severa? Ad ascoltare Angelo Ruggiero, segretario generale del Comune, sembra proprio che no, che non fosse possibile salvare i candidati. Nemmeno uno. Troppi gli errori. Di diritto, di grammatica, di sintassi. Insomma, un'ecatombe, roba che anche in una scuola elementare avrebbe costretto la maestra a riesumare la matita rossa e blu.
Pare addirittura che tra i commissari qualcuno all'inizio abbia pensato a uno scherzo. Ma, rigirandosi i fogli tra le mani, ha capito che era vero: «Abbiamo controllato, c’erano i timbri», sorride un esaminatore, passandosi le mani nei capelli. «A volte, giuro, non sono nemmeno riuscito a capire che cosa volessero dire quelle frasi: erano un groviglio inestricabile di soggetti, oggetti, verbi». Chissà, forse la commissione era composta da palati fini, però certi svarioni era difficile non notarli. Roba che ti fa venire in mente le elementari, quando la maestra raccomanda: «La terza persona del verbo “avere” si scrive con l'acca davanti. Capito?... Egli ha».
Distrazione? Può darsi. Se non fosse che, sui fogli consegnati alla commissione, gli errori fioriscono come margherite. C'è per esempio chi ha coniato una parola nuova: invece di «anomalo», ha pensato bene di scrivere «a nomalo», staccato. E che cosa sarà poi questo «nomalo»? Sul dizionario non ce n'è traccia: l’unica parola che gli somiglia è «noma», una forma di stomatite. Poi è tutto un fioccare di «s» che prendono il posto della «z». Gli aspiranti «istruttori» se fossero arrivati in Comune avrebbero di sicuro sollevato una vera e propria valanga di «eccesioni».
Vabbè, dirà qualcuno, non è il caso di essere troppo cavillosi. In fondo l'essenziale, anzi, «l'essensiale» è che i funzionari siano preparati. Il punto, però, starebbe proprio qui. Chissà che cosa sarebbe successo se avesse vinto quel candidato, secondo il quale «il sindaco è competente a dichiarare lo stato di guerra». A Grosseto stanno già preparando le trincee per difendersi. Ma a scorrere i compiti si scopre che gli aspiranti «istruttori», spesso, confondevano assessori e consiglieri comunali. Una «bischerata», come si dice da queste parti. Per non parlare di quelle parole che popolano le pagine dei documenti amministrativi: delibera, determinazione, legge, regolamento. Qui sembrano scelte in base al suono, all'effetto che fanno.
Alla commissione, però, non hanno fatto un grande effetto: tutti bocciati. E anche Angelo Ruggiero non l'ha presa bene. Lui, che fa il segretario comunale, sa che basta spostare un virgola per cambiare il senso di intere pagine, per aprire voragini in cui si possono infilare ricorsi: «Questi neolaureati sono privi di preparazione di base, non conoscono nemmeno la nostra lingua... l'italiano, altro che l'inglese..., commettono errori di sintassi e di grammatica. Se devono spiegare le competenze di un dirigente vanno nel pallone», non riesce a trattenersi Ruggiero.
Eppure sono tutti laureati. «Esami come questo sono una cosa seria, richiedono almeno otto mesi di studio. Tanto per cominciare occorre avere una solida preparazione di base e poi - aggiunge - quando esce il bando del concorso in un paio di mesi la rinfreschi e approfondisci. Invece queste persone studiano un paio di settimane e tentano la sorte». Ma anche la pazienza della dea Fortuna ha un limite. Tutti a casa, quindi. Il posto per adesso sarà assegnato a un dipendente del Comune. Poi forse ci sarà un altro concorso, sempre che prima il sindaco di Capalbio, dove regna ancora il centrosinistra, non decida di conquistare Orbetello.
Per una volta in un concorso pubblico si potrà dire che non ci sono state raccomandazioni. O forse non sono bastate nemmeno quelle. Orbetello è una cittadina di 15 mila anime, sospesa sulla laguna a Sud di Grosseto. E, si sa, tra i vicoli le voci fanno presto a diffondersi. Così in un attimo è cominciata la caccia ai trombati, tutti regolarmente laureati in legge. Pochi, però, sono di Orbetello, i magnifici 24 venivano da ogni angolo d'Italia, tutti attirati dal miraggio del posto fisso pubblico.
Ma ormai la storia suscita dibattiti, finisce perfino sui giornali: 100% di bocciati, ma com'è possibile? Colpa della commissione troppo severa? Ad ascoltare Angelo Ruggiero, segretario generale del Comune, sembra proprio che no, che non fosse possibile salvare i candidati. Nemmeno uno. Troppi gli errori. Di diritto, di grammatica, di sintassi. Insomma, un'ecatombe, roba che anche in una scuola elementare avrebbe costretto la maestra a riesumare la matita rossa e blu.
Pare addirittura che tra i commissari qualcuno all'inizio abbia pensato a uno scherzo. Ma, rigirandosi i fogli tra le mani, ha capito che era vero: «Abbiamo controllato, c’erano i timbri», sorride un esaminatore, passandosi le mani nei capelli. «A volte, giuro, non sono nemmeno riuscito a capire che cosa volessero dire quelle frasi: erano un groviglio inestricabile di soggetti, oggetti, verbi». Chissà, forse la commissione era composta da palati fini, però certi svarioni era difficile non notarli. Roba che ti fa venire in mente le elementari, quando la maestra raccomanda: «La terza persona del verbo “avere” si scrive con l'acca davanti. Capito?... Egli ha».
Distrazione? Può darsi. Se non fosse che, sui fogli consegnati alla commissione, gli errori fioriscono come margherite. C'è per esempio chi ha coniato una parola nuova: invece di «anomalo», ha pensato bene di scrivere «a nomalo», staccato. E che cosa sarà poi questo «nomalo»? Sul dizionario non ce n'è traccia: l’unica parola che gli somiglia è «noma», una forma di stomatite. Poi è tutto un fioccare di «s» che prendono il posto della «z». Gli aspiranti «istruttori» se fossero arrivati in Comune avrebbero di sicuro sollevato una vera e propria valanga di «eccesioni».
Vabbè, dirà qualcuno, non è il caso di essere troppo cavillosi. In fondo l'essenziale, anzi, «l'essensiale» è che i funzionari siano preparati. Il punto, però, starebbe proprio qui. Chissà che cosa sarebbe successo se avesse vinto quel candidato, secondo il quale «il sindaco è competente a dichiarare lo stato di guerra». A Grosseto stanno già preparando le trincee per difendersi. Ma a scorrere i compiti si scopre che gli aspiranti «istruttori», spesso, confondevano assessori e consiglieri comunali. Una «bischerata», come si dice da queste parti. Per non parlare di quelle parole che popolano le pagine dei documenti amministrativi: delibera, determinazione, legge, regolamento. Qui sembrano scelte in base al suono, all'effetto che fanno.
Alla commissione, però, non hanno fatto un grande effetto: tutti bocciati. E anche Angelo Ruggiero non l'ha presa bene. Lui, che fa il segretario comunale, sa che basta spostare un virgola per cambiare il senso di intere pagine, per aprire voragini in cui si possono infilare ricorsi: «Questi neolaureati sono privi di preparazione di base, non conoscono nemmeno la nostra lingua... l'italiano, altro che l'inglese..., commettono errori di sintassi e di grammatica. Se devono spiegare le competenze di un dirigente vanno nel pallone», non riesce a trattenersi Ruggiero.
Eppure sono tutti laureati. «Esami come questo sono una cosa seria, richiedono almeno otto mesi di studio. Tanto per cominciare occorre avere una solida preparazione di base e poi - aggiunge - quando esce il bando del concorso in un paio di mesi la rinfreschi e approfondisci. Invece queste persone studiano un paio di settimane e tentano la sorte». Ma anche la pazienza della dea Fortuna ha un limite. Tutti a casa, quindi. Il posto per adesso sarà assegnato a un dipendente del Comune. Poi forse ci sarà un altro concorso, sempre che prima il sindaco di Capalbio, dove regna ancora il centrosinistra, non decida di conquistare Orbetello.
«La Stampa» del 23 dicembre 2009
Zittite il Creazionista: la libertà d’opinione non è uguale per tutti
Continua la campagna contro De Mattei, vicepresidente del Cnr: è troppo cattolico
di Alessandro Gnocchi
Qui in Italia siamo pieni di paladini della libertà d’espressione, che organizzano sfilate, cortei e manifestazioni appellandosi al sacrosanto articolo 21 della Costituzione. Poi uno se ne esce con una idea, un’opinione, una teoria fuori dal coro di quelle comunemente accettate. E allora i paladini organizzano una bella campagna. Non in sua difesa, ma per chiederne la testa. Non se la prendono con l’idea, l’opinione e la teoria. Ma con la persona che ha osato aprire bocca. E la libertà d’espressione? Con quella di punto in bianco, si puliscono la suola delle scarpe (innevate).
Facciamo un esempio. Da fine novembre, a più riprese, è saltata fuori una dura polemica contro il vicepresidente del Consiglio Nazionale della Ricerca, il professor Roberto de Mattei. Ottima persona, con un neo enorme per i difensori del libero pensiero, talvolta coincidenti con quelli del laicismo senza se e senza ma (cioè quella versione grottesca del laicismo che ha assunto i tratti tipici dei fondamentalismi, togliendo i crocifissi dalle pareti e vietando, altrove, il velo islamico in classe).
Qual è il difetto di de Mattei è presto detto: non fa mistero delle sue posizioni di cattolico fedele alla Santa romana chiesa. Il suo «reato», invece, è ricoprire la seconda carica del Cnr e di aver organizzato in tale ambito un convegno dal titolo Evoluzionismo, il tramonto di un’ipotesi, seguito dalla normale pubblicazione degli atti. Il titolo è forte. I saggi contenuti, scritti da paleontologi e antropologi, mettono in rilievo le lacune e le contraddizioni del Darwinismo. Avranno ragione? O torto marcio? Qui poco conta.
Qui conta notare la reazione spropositata a quello che in fin dei conti è un tentativo, magari destinato a fallire, di confutare una teoria scientifica, il Darwinismo. Operazione che pare in linea con il metodo così come lo insegnano nelle scuole: una teoria è scientifica solo se falsificabile. Non regrediremo certo al Medioevo, e l’Italia non diventerà l’Afghanistan talebano, se si lascia la facoltà di esporre il proprio punto di vista a chi non condivide la teoria dell’evoluzionismo, e propende per un’altra spiegazione della nascita della vita sulla Terra, quella Creazionista. Eppure è partita una campagna per infangare de Mattei, non tanto le sue tesi, evidentemente indegne di due righe di confutazione. L’obiettivo, dichiaratissimo, sono la rimozione o le dimissioni. Ieri le ha auspicate Piergiorgio Odifreddi su Repubblica con un pezzo che la butta sul personale, con un pizzico di complottismo clericale che non guasta mai. La nomina di de Mattei è un tentativo «di infiltrazione fondamentalista e antiscientista» (ma da parte di chi? Servizi deviati vaticani? Templari alla Codice da Vinci? Odifreddi se sa qualcosa lo dica) servendosi di un «candidato fuori luogo». «Fuori luogo» per questo motivo: insegna Storia del Cristianesimo in una Università privata, dirige il mensile Radici cristiane, è dirigente di Alleanza Cattolica ed era consigliere di Fini quando Fini era ancora compromesso con Berlusconi. Roba da pazzi... Quest’uomo, de Mattei, osa ammettere di essere cattolico! Via, fuori dalle scatole! Gli elettori (ma da quando si vota per il Cnr?) dovrebbero alzare la voce e sbatterlo fuori dal Consiglio. Parola di uno scienziato super partes, come dimostra questa sua dichiarazione: «Quando ho letto la Bibbia mi sono sbellicato dal ridere. Non riuscivo a credere che una religione si potesse reggere su cose del genere. Un Dio cattivissimo, popolazioni annientate, donne violentate. A volte sembra di leggere Mein Kampf di Hitler».
Prima di Odifreddi anche Telmo Pievani era andato giù pesante con un articolo su Micromega dai toni soft come quelli di un comizio di Antonio Di Pietro: «Tesi come queste (quelle del Convegno Cnr) getterebbero nel ridicolo chiunque fosse così temerario da affermarle in pubblico». Meglio sarebbe una «coltre di imbarazzato silenzio», quello riservato da Pievani ai partecipanti al Convegno, privati perfino della dignità del nome: fisico tedesco, sedimentologo francese, etc. Anche perché questi botanici bulgari et similia mancano «di rispetto per il lavoro di generazioni di scienziati». In quanto a de Mattei, non tollera la conoscenza perché incompatibile con la «fede integrale».
A questo punto è intervenuto il presidente del Cnr, professor Maiani, uno che si è opposto alla visita di Ratzinger alla Sapienza, quindi non un abate certosino, il quale ha detto questo: «Voglio precisare che il carattere aperto della ricerca intellettuale e la personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un contentino, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali - i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, professore Roberto de Mattei». Ma Pievani l’aveva previsto: «Ora suoneranno le sirene del vittimismo cosiddetto liberale». Pensa che pretesa assurda ’sti frignoni liberali, vorrebbero che anche de Mattei potesse pensare e studiare quello che gli pare, e, se ne ha titolo, perfino essere vicepresidente di un ente nazionale. Tutto «vittimismo liberale». Tanto più che, a detta di altri intervenuti, ad esempio il professore Ferdinando Boero, sul sito di Micromega, non bisogna confondere la «correttezza scientifica» con «la libertà d’espressione». Non si può dir parola che non sia conforme alla «correttezza scientifica». E chi decide cos’è corretto? Ovvio: ci pensa Boero il quale rivolge questo invito al presidente Maiani, in una moderna variante dell’immortale «lei non sa chi sono io»: «vada nel Web of Science e cerchi il mio nome e quello del suo vicepresidente e confronti le produzioni scientifiche, le citazioni».
Insomma: viva la libertà di parola, a patto che parlino sempre i soliti.
Facciamo un esempio. Da fine novembre, a più riprese, è saltata fuori una dura polemica contro il vicepresidente del Consiglio Nazionale della Ricerca, il professor Roberto de Mattei. Ottima persona, con un neo enorme per i difensori del libero pensiero, talvolta coincidenti con quelli del laicismo senza se e senza ma (cioè quella versione grottesca del laicismo che ha assunto i tratti tipici dei fondamentalismi, togliendo i crocifissi dalle pareti e vietando, altrove, il velo islamico in classe).
Qual è il difetto di de Mattei è presto detto: non fa mistero delle sue posizioni di cattolico fedele alla Santa romana chiesa. Il suo «reato», invece, è ricoprire la seconda carica del Cnr e di aver organizzato in tale ambito un convegno dal titolo Evoluzionismo, il tramonto di un’ipotesi, seguito dalla normale pubblicazione degli atti. Il titolo è forte. I saggi contenuti, scritti da paleontologi e antropologi, mettono in rilievo le lacune e le contraddizioni del Darwinismo. Avranno ragione? O torto marcio? Qui poco conta.
Qui conta notare la reazione spropositata a quello che in fin dei conti è un tentativo, magari destinato a fallire, di confutare una teoria scientifica, il Darwinismo. Operazione che pare in linea con il metodo così come lo insegnano nelle scuole: una teoria è scientifica solo se falsificabile. Non regrediremo certo al Medioevo, e l’Italia non diventerà l’Afghanistan talebano, se si lascia la facoltà di esporre il proprio punto di vista a chi non condivide la teoria dell’evoluzionismo, e propende per un’altra spiegazione della nascita della vita sulla Terra, quella Creazionista. Eppure è partita una campagna per infangare de Mattei, non tanto le sue tesi, evidentemente indegne di due righe di confutazione. L’obiettivo, dichiaratissimo, sono la rimozione o le dimissioni. Ieri le ha auspicate Piergiorgio Odifreddi su Repubblica con un pezzo che la butta sul personale, con un pizzico di complottismo clericale che non guasta mai. La nomina di de Mattei è un tentativo «di infiltrazione fondamentalista e antiscientista» (ma da parte di chi? Servizi deviati vaticani? Templari alla Codice da Vinci? Odifreddi se sa qualcosa lo dica) servendosi di un «candidato fuori luogo». «Fuori luogo» per questo motivo: insegna Storia del Cristianesimo in una Università privata, dirige il mensile Radici cristiane, è dirigente di Alleanza Cattolica ed era consigliere di Fini quando Fini era ancora compromesso con Berlusconi. Roba da pazzi... Quest’uomo, de Mattei, osa ammettere di essere cattolico! Via, fuori dalle scatole! Gli elettori (ma da quando si vota per il Cnr?) dovrebbero alzare la voce e sbatterlo fuori dal Consiglio. Parola di uno scienziato super partes, come dimostra questa sua dichiarazione: «Quando ho letto la Bibbia mi sono sbellicato dal ridere. Non riuscivo a credere che una religione si potesse reggere su cose del genere. Un Dio cattivissimo, popolazioni annientate, donne violentate. A volte sembra di leggere Mein Kampf di Hitler».
Prima di Odifreddi anche Telmo Pievani era andato giù pesante con un articolo su Micromega dai toni soft come quelli di un comizio di Antonio Di Pietro: «Tesi come queste (quelle del Convegno Cnr) getterebbero nel ridicolo chiunque fosse così temerario da affermarle in pubblico». Meglio sarebbe una «coltre di imbarazzato silenzio», quello riservato da Pievani ai partecipanti al Convegno, privati perfino della dignità del nome: fisico tedesco, sedimentologo francese, etc. Anche perché questi botanici bulgari et similia mancano «di rispetto per il lavoro di generazioni di scienziati». In quanto a de Mattei, non tollera la conoscenza perché incompatibile con la «fede integrale».
A questo punto è intervenuto il presidente del Cnr, professor Maiani, uno che si è opposto alla visita di Ratzinger alla Sapienza, quindi non un abate certosino, il quale ha detto questo: «Voglio precisare che il carattere aperto della ricerca intellettuale e la personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un contentino, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali - i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, professore Roberto de Mattei». Ma Pievani l’aveva previsto: «Ora suoneranno le sirene del vittimismo cosiddetto liberale». Pensa che pretesa assurda ’sti frignoni liberali, vorrebbero che anche de Mattei potesse pensare e studiare quello che gli pare, e, se ne ha titolo, perfino essere vicepresidente di un ente nazionale. Tutto «vittimismo liberale». Tanto più che, a detta di altri intervenuti, ad esempio il professore Ferdinando Boero, sul sito di Micromega, non bisogna confondere la «correttezza scientifica» con «la libertà d’espressione». Non si può dir parola che non sia conforme alla «correttezza scientifica». E chi decide cos’è corretto? Ovvio: ci pensa Boero il quale rivolge questo invito al presidente Maiani, in una moderna variante dell’immortale «lei non sa chi sono io»: «vada nel Web of Science e cerchi il mio nome e quello del suo vicepresidente e confronti le produzioni scientifiche, le citazioni».
Insomma: viva la libertà di parola, a patto che parlino sempre i soliti.
«Il Giornale» del 23 dicembre 2009
«L’Urss mi tenne in ostaggio per non far fuggire papà Tarkovskij»
s. i. a.
Un settimanale russo pubblica l’intervista ad Andrei Tarkovskij jr, il figlio del famoso regista russo. Tarkovskij jr rievoca le circostanze che, 25 anni fa, portarono all’esilio forzato del padre. «I problemi - racconta - cominciarono subito dopo le riprese di Andrej Rublev. Da quel momento mio padre non fece altro che combattere per la sua arte contro gli ideologi sovietici». Già nel 1983, in una lettera al padre poeta, Arsenij, il regista aveva confidato: «In 20 e più anni di lavoro nel cinema sovietico, ne ho passati quasi 17 in disperata disoccupazione. Il Goskino (il Comitato Statale per la Cinematografia) non voleva che io lavorassi!».
«Nel 1982 - prosegue il figlio del regista - Tarkovskij si recò in Italia per girare Nostal’gija. E quando, nell’84, si vide rifiutare dalle autorità sovietiche il prolungamento del permesso di soggiorno in Italia, in una conferenza stampa a Milano, dichiarò che non aveva intenzione di fare ritorno in Urss. Quando mio padre era partito per l’Italia, avevano trattenuto in Unione Sovietica me e mia nonna come ostaggi. Passarono quattro anni prima che mi consentissero di vedere mio padre. Per le autorità sovietiche, naturalmente, non era vantaggioso lasciarmi partire: dato che mio padre mi amava molto, erano sicuri che prima o poi avrebbe ceduto e sarebbe tornato».
«Dopo che si diffuse la notizia della conferenza stampa di Milano - prosegue il figlio del regista -, nessuno ci venne più a trovare. Anzi, quelli che prima ci trattavano con rispetto, ora, incontrandoci per la strada, si giravano dall’altra parte. Passammo così quattro anni, comunicando con mio padre solo per telefono. Senza dubbio tutte le nostre conversazioni venivano spiate e registrate. Papà ogni volta mi diceva che senz’altro ci saremmo incontrati di nuovo, che bisognava aver fede e continuare a sperare. Lui non voleva emigrare, voleva soltanto aver la possibilità di lavorare. Quando arrivò la notizia della sua malattia mortale, le autorità non avevano più motivo di tenermi in ostaggio. E tuttavia riuscirono a dargli il colpo di grazia. Lasciarono partire me e la nonna solo dopo una lettera personale di Mitterrand a Gorbacev. Riuscimmo a vivere insieme un anno intero. Fino alla fine, lui si ritenne offeso dal suo Paese e da coloro che non gli avevano consentito di vivere e lavorare in patria. Così anche nel testamento indicò che voleva essere sepolto in Europa. Affermò che neanche da morto voleva tornare nel Paese che lo aveva cacciato. Per questo di un trasferimento delle sue ceneri non è neanche il caso di parlare. E i suoi archivi sono tuttora conservati in Italia».
Un libro pubblicato pochi mesi fa dall’interprete che lo assistette in Svezia sul set di Sacrificio, Layla Alexander Garrett, conferma che Tarkovskij fu costretto all’esilio dalla mancanza di libertà. «Nell’aprile del 1981, - rivela l’interprete - quando si trovava in Svezia, Tarkovskij cercò di rimanere in Occidente. Il suo desiderio di vivere e lavorare in situazioni normali, senza censura, senza gli ostacoli messi in atto dalla direzione del Goskino, sembrava naturale. Egli si deciderà a questo passo tre anni dopo, non a Stoccolma, ma a Milano».
Ora, a tanti anni di distanza, l’autore di Andrej Rublev sembra essere diventato quasi di moda. Il più antico istituto di cinematografia, il Vgik di Mosca, che annovera tra i suoi insegnanti e studenti i più bei nomi del grande cinema russo - Ejzenshtejn, Pudovkin, Bondarchuk, Paradjanov, Michalkov, Konchalovskij, Tarkovskij, Sokurov, per parlare solo dei registi - ha celebrato un mese fa i 90 anni con una statua in cui compare proprio Andrej Tarkovskij. Putin, che all’apertura delle cerimonie ha espresso l’intenzione di finanziare il cinema russo in modo che possa riconquistare il posto che aveva quello sovietico nell’arena internazionale, ha dimenticato di ricordare che proprio negli anni in cui Tarkovskij era costretto a emigrare, lui era dall’altra parte della barricata: dal ’75 al ’91 faceva parte di quello stesso Kgb che violava la libertà dei cittadini sovietici, impediva a Tarkovskij, Solzhenitsyn e Rostropovich di vivere una vita normale, di girare film, scrivere, esprimere liberamente le proprie idee.
Anche in Occidente la riabilitazione di Tarkovskij vede protagonisti personaggi che, forse, farebbero meglio a tacere. Com’è stato ricordato con ironia su queste pagine, Dacia Maraini ha visto, nell’ultima fatica letteraria di Veltroni, «uno zoom elegante alla Tarkovskij (penso al bellissimo Solaris)». Ora, Solaris è il film che venne affidato appunto alla Maraini, la quale se non fu all’origine dei mostruosi tagli della sua versione italiana (oltre 40 minuti), certo non trovò modo di opporvisi. E Tarkovskij la accusò negli ultimi anni di vita di aver menomato il suo film. Ancora recentemente, nel suo blog, la Maraini si è difesa da questa accusa con l’argomentazione del burocrate: «Io ho semplicemente fatto il mio lavoro che era quello di doppiare il film». Certo, è difficile accampare questa motivazione proprio davanti a Tarkovskij. A lui che aveva scritto a proposito della responsabilità dell’artista (nel suo libro postumo, Scolpire il tempo), «la libertà consiste nel sacrificio in nome dell’amore». È difficile giustificare il proprio mancato eroismo davanti a chi si trovò a scegliere tra la libertà di girare film e il figlio amatissimo rimasto a Mosca, ostaggio delle autorità sovietiche.
«Nel 1982 - prosegue il figlio del regista - Tarkovskij si recò in Italia per girare Nostal’gija. E quando, nell’84, si vide rifiutare dalle autorità sovietiche il prolungamento del permesso di soggiorno in Italia, in una conferenza stampa a Milano, dichiarò che non aveva intenzione di fare ritorno in Urss. Quando mio padre era partito per l’Italia, avevano trattenuto in Unione Sovietica me e mia nonna come ostaggi. Passarono quattro anni prima che mi consentissero di vedere mio padre. Per le autorità sovietiche, naturalmente, non era vantaggioso lasciarmi partire: dato che mio padre mi amava molto, erano sicuri che prima o poi avrebbe ceduto e sarebbe tornato».
«Dopo che si diffuse la notizia della conferenza stampa di Milano - prosegue il figlio del regista -, nessuno ci venne più a trovare. Anzi, quelli che prima ci trattavano con rispetto, ora, incontrandoci per la strada, si giravano dall’altra parte. Passammo così quattro anni, comunicando con mio padre solo per telefono. Senza dubbio tutte le nostre conversazioni venivano spiate e registrate. Papà ogni volta mi diceva che senz’altro ci saremmo incontrati di nuovo, che bisognava aver fede e continuare a sperare. Lui non voleva emigrare, voleva soltanto aver la possibilità di lavorare. Quando arrivò la notizia della sua malattia mortale, le autorità non avevano più motivo di tenermi in ostaggio. E tuttavia riuscirono a dargli il colpo di grazia. Lasciarono partire me e la nonna solo dopo una lettera personale di Mitterrand a Gorbacev. Riuscimmo a vivere insieme un anno intero. Fino alla fine, lui si ritenne offeso dal suo Paese e da coloro che non gli avevano consentito di vivere e lavorare in patria. Così anche nel testamento indicò che voleva essere sepolto in Europa. Affermò che neanche da morto voleva tornare nel Paese che lo aveva cacciato. Per questo di un trasferimento delle sue ceneri non è neanche il caso di parlare. E i suoi archivi sono tuttora conservati in Italia».
Un libro pubblicato pochi mesi fa dall’interprete che lo assistette in Svezia sul set di Sacrificio, Layla Alexander Garrett, conferma che Tarkovskij fu costretto all’esilio dalla mancanza di libertà. «Nell’aprile del 1981, - rivela l’interprete - quando si trovava in Svezia, Tarkovskij cercò di rimanere in Occidente. Il suo desiderio di vivere e lavorare in situazioni normali, senza censura, senza gli ostacoli messi in atto dalla direzione del Goskino, sembrava naturale. Egli si deciderà a questo passo tre anni dopo, non a Stoccolma, ma a Milano».
Ora, a tanti anni di distanza, l’autore di Andrej Rublev sembra essere diventato quasi di moda. Il più antico istituto di cinematografia, il Vgik di Mosca, che annovera tra i suoi insegnanti e studenti i più bei nomi del grande cinema russo - Ejzenshtejn, Pudovkin, Bondarchuk, Paradjanov, Michalkov, Konchalovskij, Tarkovskij, Sokurov, per parlare solo dei registi - ha celebrato un mese fa i 90 anni con una statua in cui compare proprio Andrej Tarkovskij. Putin, che all’apertura delle cerimonie ha espresso l’intenzione di finanziare il cinema russo in modo che possa riconquistare il posto che aveva quello sovietico nell’arena internazionale, ha dimenticato di ricordare che proprio negli anni in cui Tarkovskij era costretto a emigrare, lui era dall’altra parte della barricata: dal ’75 al ’91 faceva parte di quello stesso Kgb che violava la libertà dei cittadini sovietici, impediva a Tarkovskij, Solzhenitsyn e Rostropovich di vivere una vita normale, di girare film, scrivere, esprimere liberamente le proprie idee.
Anche in Occidente la riabilitazione di Tarkovskij vede protagonisti personaggi che, forse, farebbero meglio a tacere. Com’è stato ricordato con ironia su queste pagine, Dacia Maraini ha visto, nell’ultima fatica letteraria di Veltroni, «uno zoom elegante alla Tarkovskij (penso al bellissimo Solaris)». Ora, Solaris è il film che venne affidato appunto alla Maraini, la quale se non fu all’origine dei mostruosi tagli della sua versione italiana (oltre 40 minuti), certo non trovò modo di opporvisi. E Tarkovskij la accusò negli ultimi anni di vita di aver menomato il suo film. Ancora recentemente, nel suo blog, la Maraini si è difesa da questa accusa con l’argomentazione del burocrate: «Io ho semplicemente fatto il mio lavoro che era quello di doppiare il film». Certo, è difficile accampare questa motivazione proprio davanti a Tarkovskij. A lui che aveva scritto a proposito della responsabilità dell’artista (nel suo libro postumo, Scolpire il tempo), «la libertà consiste nel sacrificio in nome dell’amore». È difficile giustificare il proprio mancato eroismo davanti a chi si trovò a scegliere tra la libertà di girare film e il figlio amatissimo rimasto a Mosca, ostaggio delle autorità sovietiche.
«Il Giornale» del 23 dicembre 2009
Quando la Storia incontra la cultura
Un volume di Peter Burke spiega i legami tra l'antropologia e la storia nella seconda metà del XIX secolo
di Stefano Giani
Infinite sono le sfaccettature che la Storia, quella con la esse maiuscola, sa offrire. Perché Storia è tutto e niente allo stesso tempo. Ci sono quelle che coprono un arco cronologico preciso e quelle specializzate in discipline attinenti: la letteratura, l'arte, la musica, la filosofia e via enumerando. L'elenco potrebbe non terminare mai. Tra le tante c'è una specializzazione particolare: la storia culturale. È un ramo che nasce e vive all'incrocio tra la storia e l'antropologia. È un modo di studiare l'evoluzione e l'attitudine degli uomini che risente dell'aspetto sociale, della quotidianità del vivere e delle capacità di fare della vita un oggetto di studio.
Il volume che Peter Burke, docente universitario a Cambridge, propone in una sua versione aggiornata (Il Mulino, pp. 232, euro 13) è un libro di grande interesse che ha proprio il pregio di mettere in luce l'incontro fra la storia propriamente detta e l'antropologia. Non è un caso infatti se in una consistente porzione del volume si indaga soprattutto il panorama degli studi antropologici della seconda metà del Novecento. Pur partendo da molto lontano, da Burckhardt e da Huizinga, storici classici che hanno vissuto e lavorato rispettivamente nell'800 e nel primo Novecento, Burke si sofferma sui molti studiosi che hanno fatto dell'antropologia il loro primario versante di interesse.
Storia culturale diventa quindi il modo di leggere la società in rapporto all'idea dell'uomo di concepire il vissuto storico secondo i dettami strutturalisti o costruttivisti, secondo i canoni positivisti oppure da un punto di vista strettamente antropologico. L'uomo diventa il centro dell'indagine storica, i fatti, spesso, ne divengono una pura conseguenza. E si spiega che proprio la storia culturale in questi recenti anni ha dato vita a numerose sotto-specializzazioni: la storia dei generi, delle identità (il femminismo, ad esempio), i rituali, le abitudini, il corpo, l'immagine, la violenza. Il secolo XIX, nel suo torno conclusivo, ha dato vita a innumerevoli versioni di ciò cui la storia può arrivare e Burke in questo volume fornisce gli strumenti indispensabili per potervisi avvicinare, per poterne comprendere i significati. L'autore propone una galleria di pensatori importanti, di studiosi che hanno fatto della loro attività e delle loro riflessioni lo spunto e il perno per poter meglio comprendere l'intimo rapporto tra la cultura e la storia alle soglie del nuovo millennio. Per poterne intuire le connessioni e i significati, per saper interpretare cambiamenti che non sono stati soltanto quelli che hanno stravolto la geografia politica, la vita e la storia degli ultimi decenni, i fatti salienti che qualsiasi annuario riporta ma anche e soprattutto quei mille mutamenti passati quasi impercettibilmente sotto i nostri occhi e che sono invece andati a comporre un quadro che si trova ora riflesso nella «Storia culturale» di Peter Burke.
Il volume che Peter Burke, docente universitario a Cambridge, propone in una sua versione aggiornata (Il Mulino, pp. 232, euro 13) è un libro di grande interesse che ha proprio il pregio di mettere in luce l'incontro fra la storia propriamente detta e l'antropologia. Non è un caso infatti se in una consistente porzione del volume si indaga soprattutto il panorama degli studi antropologici della seconda metà del Novecento. Pur partendo da molto lontano, da Burckhardt e da Huizinga, storici classici che hanno vissuto e lavorato rispettivamente nell'800 e nel primo Novecento, Burke si sofferma sui molti studiosi che hanno fatto dell'antropologia il loro primario versante di interesse.
Storia culturale diventa quindi il modo di leggere la società in rapporto all'idea dell'uomo di concepire il vissuto storico secondo i dettami strutturalisti o costruttivisti, secondo i canoni positivisti oppure da un punto di vista strettamente antropologico. L'uomo diventa il centro dell'indagine storica, i fatti, spesso, ne divengono una pura conseguenza. E si spiega che proprio la storia culturale in questi recenti anni ha dato vita a numerose sotto-specializzazioni: la storia dei generi, delle identità (il femminismo, ad esempio), i rituali, le abitudini, il corpo, l'immagine, la violenza. Il secolo XIX, nel suo torno conclusivo, ha dato vita a innumerevoli versioni di ciò cui la storia può arrivare e Burke in questo volume fornisce gli strumenti indispensabili per potervisi avvicinare, per poterne comprendere i significati. L'autore propone una galleria di pensatori importanti, di studiosi che hanno fatto della loro attività e delle loro riflessioni lo spunto e il perno per poter meglio comprendere l'intimo rapporto tra la cultura e la storia alle soglie del nuovo millennio. Per poterne intuire le connessioni e i significati, per saper interpretare cambiamenti che non sono stati soltanto quelli che hanno stravolto la geografia politica, la vita e la storia degli ultimi decenni, i fatti salienti che qualsiasi annuario riporta ma anche e soprattutto quei mille mutamenti passati quasi impercettibilmente sotto i nostri occhi e che sono invece andati a comporre un quadro che si trova ora riflesso nella «Storia culturale» di Peter Burke.
«Il Giornale» del 23 dicembre 2009
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