19 marzo 2008

La tragedia è morta, resta solo il male

di Daniele Piccini
L’enorme attenzione prestata dai media al processo in corso sulla strage di Erba solleva alcune questioni, tanto più a pochi giorni di distanza dalle pronunce del Garante per le Comunicazioni contro programmi televisivi accusati di scimmiottare – tradendolo – il rito del dibattimento processuale. La costante presenza delle telecamere nell’aula del tribunale di Como, le cronache e le foto zoomate sui «mostri» di Erba dimostrano, se ce ne fosse bisogno, quanto più complessa sia la situazione. E cioè come ormai la logica dell’evento mediatico abbia stravolto il meccanismo del giudizio dall’interno, imponendo leggi estranee, di immediatezza, di effetto, di fibrillazione da audience, con un intreccio vizioso e non facile da sciogliere tra realtà del processo e sua recita a beneficio degli «spettatori».
Quanto visto nel tribunale di Como (biglietti per le udienze andate a ruba, clamori, curiosità voyeuristiche) fornisce spunti da non trascurare. La nostra società mediatizzata sembra non conoscere più luoghi di elaborazione del proprio senso del negativo, del «nero». Ogni qualvolta accada qualcosa di clamoroso in cronaca, orde di curiosi accorrono ad alimentare, vellicare, titillare un sentimento macabro su cui vale la pena riflettere. Ciò forse suggerisce che mancano, in una società cosiddetta avanzata, forme di mediazione simbolica in grado di innalzare la contemplazione del tragico al di sopra della morbosità. Lo spazio, per stabilire un paradigma, che la tragedia copriva nella civiltà classica, culminante in una catarsi, una comprensione purificatoria, rituale e comunitaria del demone della violenza, è diventato terra di nessuno: la televisione e sempre più spesso anche i media tradizionali (si leggano i resoconti giornalistici di questi giorni, tra patetico, splatter e morboso, naturalmente sotto il cappello del diritto di cronaca) ci si infilano come puri amplificatori, trasformando luoghi «maledetti» in occasioni turistiche. In effetti il senso del male nella società contemporanea sembra essere stato svilito fino a divenire una spezia: un genere letterario, appunto, o una palude in cui le pulsioni oscure della comunità-platea si rispecchiano con prurigine. Il male non dà segno, in queste vicende trasformate in telenovela o feuilleton, della sua natura terribile di spia, di polo tensivo che può al limite contenere il barbaglio, in negativo, di una moralità alta. Dostoevskij è stato colui che ha più affondato il bisturi nel male come fenomeno polare, come campo di tensioni e zona di massimo senso (al contrario della sua riduzione a cabaret nero). Qualcuno sa indicare un grande romanzo degli ultimi anni che faccia qualcosa di simile, che innalzi un fatto, una tragedia, un aneddoto di nera a caso morale, ad apologo rivelatore dell’abisso umano? Piuttosto è facile notare come sui giornali dei nostri giorni anche gli «scrittori» siano ingaggiati per proseguire sulla stessa nota il «genere»: per prolungare su carta l’ombra lunga dello spettacolo del male, sottratto a ogni comprensione profonda, a ogni Letteratura.
«Avvenire» dell’8 febbraio 2008

Feyerabend e Galileo: il testo mai letto in Italia

Il Papa e la «sentenza razionale» sullo scienziato
Di Paul Feyerabend
Ecco il capitolo del filosofo citato dall’allora cardinale Ratzinger all’origine della rivolta di un gruppo di docenti universitari
La Chiesa all’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione. Nel XVII secolo vi furono molti processi. L’azione legale si avviava a seguito di accuse mosse da privati, o di un atto ufficiale di un funzionario pubblico, o di un’indagine, basata a volte su sospetti piuttosto vaghi. A seconda del luogo, delle competenze giurisdizionali e dell’equilibrio dei poteri, i crimini potevano essere investigati da tribunali laici, come quelli del re o di una libera città, da tribunali ecclesiastici annessi alle diocesi, per le questioni spirituali, o dai tribunali speciali dell’Inquisizione. A partire dalla metà del XII secolo, i tribunali episcopali si avvalsero in gran misura dello studio del diritto romano. Gli avvocati divennero così influenti che, anche in mancanza di una preparazione in diritto canonico e in teologia, venivano spesso preferiti ai teologi. I processi dell’Inquisizione non tenevano conto delle tutele previste dal diritto romano e diedero luogo ad alcuni eccessi, ampiamente divulgati. Una minore attenzione è stata tuttavia rivolta al fatto che gli eccessi dei tribunali laici erano spesso paragonabili a quelli dell’Inquisizione. Erano tempi duri e crudeli. Nel 1600 l’Inquisizione aveva perso molto del suo potere e della sua aggressività, soprattutto in Italia, e in particolare a Venezia. I tribunali dell’Inquisizione punivano anche crimini che riguardavano la produzione e l’uso della conoscenza. Questo si spiega con la loro origine: dovevano sradicare l’eresia, cioè un insieme di azioni, idee e dibattiti che portavano le persone a propendere per un determinato credo. Il lettore stupito che si chiede che cosa abbia a che fare la conoscenza con la legge dovrebbe considerare i molti ostacoli legali, sociali e finanziari che devono affrontare oggi i progressi delle conoscenze. Galileo voleva che le sue idee rimpiazzassero la cosmologia del tempo, ma gli fu proibito di lavorare in quella direzione. Oggi la ben più modesta aspirazione dei creazionisti a veder insegnate le loro opinioni nelle scuole, affiancandole e mettendole in competizione con idee diverse, si scontra con leggi che stabiliscono la separazione tra Chiesa e Stato. Una quantità crescente di conoscenze e tecnologie è tenuta segreta per ragioni militari ed è pertanto esclusa dagli scambi internazionali. Gli interessi commerciali generano le stesse tendenze restrittive. Così la scoperta della superconduttività nella ceramica a temperature (relativamente) alte, frutto di una collaborazione internazionale, ha indotto il governo americano ad adottare misure protettive. Accordi finanziari possono rendere possibili o interrompere programmi di ricerca, e influire su un intero ambito professionale. Vi sono molti modi di mettere a tacere le persone, oltre a impedir loro di parlare, e oggi li vediamo usati tutti. Il processo della produzione e della distribuzione del sapere non è mai stato lo scambio libero, «oggettivo» e puramente intellettuale che i razionalisti dipingono. Il processo a Galileo fu uno dei tanti. Non ebbe alcuna caratteristica speciale, se non forse il fatto che Galileo fu trattato con una certa moderazione, nonostante le sue bugie e i suoi sotterfugi. Ma una piccola conventicola di intellettuali, con l’aiuto di scrittori sempre alla ricerca dello scandalo, sono riusciti a montarlo enormemente, così quel che in fondo era solo un contrasto tra un esperto e un’istituzione che difendeva una visione più ampia delle cose ora sembra quasi una battaglia tra paradiso e inferno. È una posizione infantile e anche ingiusta nei confronti delle molte altre vittime della giustizia del XVII secolo. È particolarmente ingiusta nei confronti di Giordano Bruno, che fu mandato al rogo, ma che gli intellettuali di formazione scientifica preferiscono dimenticare. Non è l’interesse per l’umanità, sono piuttosto interessi di parte ad avere un ruolo importante nell’agiografia di Galileo. Ma esaminiamo la questione più da vicino. Il cosiddetto processo di Galileo consistette di due procedimenti, o processi, separati. Il primo si tenne nel 1616. Fu esaminata e criticata la dottrina copernicana. Galileo ricevette un’ingiunzione, ma non fu punito. Il secondo processo si tenne nel 1632-33. Questa volta il punto principale non era più la dottrina copernicana. Fu invece esaminata la questione se Galileo avesse obbedito all’ordine che gli era stato impartito nel primo processo e se avesse ingannato gli inquisitori facendo loro credere che l’ordine non fosse mai stato promulgato. Gli atti di entrambi i processi sono stati pubblicati da Antonio Favaro nel vol. 19 dell’Edizione Nazionale delle opere di Galileo. L’idea, piuttosto diffusa nel XIX secolo, che gli atti contenessero documenti falsificati e che quindi il secondo processo fosse una farsa, non sembra più accettabile. Il primo processo fu preceduto da voci e denunce in cui ebbero una parte avidità e invidia, come in molti altri processi. Si ordinò ad alcuni esperti di dare un parere su due enunciazioni che contenevano una descrizione più o meno corretta della dottrina copernicana. La loro conclusione toccava due punti: quel che oggi chiameremmo il contenuto scientifico della dottrina, e le sue implicazioni etiche (sociali). Riguardo al primo punto, gli esperti definirono la dottrina «insensata e assurda in filosofia» o, usando termini moderni, la dichiararono non scientifica. Questo giudizio fu dato senza far riferimento alla fede o alla dottrina della Chiesa, ma fu basato esclusivamente sulla situazione scientifica del tempo. Fu condiviso da molti scienziati illustri - ed era corretto fondandosi sui fatti, le teorie e gli standard del tempo. Messa a confronto con quei fatti, teorie e standard, l’idea del movimento della Terra era assurda. Uno scienziato moderno non ha alternative in proposito. Non può attenersi ai suoi standard rigorosi e nello stesso tempo lodare Galileo per aver difeso Copernico. Deve o accettare la prima parte del giudizio degli esperti della Chiesa o ammettere che gli standard, i fatti e le leggi non decidano mai di un caso e che una dottrina non fondata, opaca e incoerente possa essere presentata come una verità fondamentale. Solo pochi ammiratori di Galileo si rendono conto di questa situazione. La situazione diviene ancor più complessa quando si considera che i copernicani hanno cambiato non solo le idee, ma anche gli standard per giudicarle. Gli aristotelici, non diversi in questo dai moderni studiosi che insistono sulla necessità di esaminare vasti campioni statistici o di effettuare «precisi passi sperimentali», chiedevano una chiara conferma empirica, mentre i galileiani si accontentavano di teorie di vasta portata, non dimostrate e parzialmente confutate. Non li critico per questo, al contrario, condivido l’atteggiamento di Niels Bohr, «questo non è abbastanza folle». Voglio solo mostrare la contraddizione di coloro che approvano Galileo e condannano la Chiesa, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo era la Chiesa ai tempi di Galileo. Riguardo al secondo punto, le implicazioni sociali (etiche), gli esperti affermarono che la dottrina copernicana era «formalmente eretica». Questo significa che contraddiceva le Sacre Scritture così come erano interpretate dalla Chiesa, e lo faceva con piena consapevolezza della situazione, non involontariamente. Il secondo punto si fonda su una serie di assunti, tra cui quello che le Scritture siano un’importante condizione limite dell’esistenza umana e, quindi, della ricerca. Questa tesi era condivisa da tutti i grandi scienziati, tra cui Copernico, Keplero e Newton. Secondo Newton la conoscenza scaturisce da due fonti: la parola di Dio, la Bibbia, e le opere di Dio, la Natura, ed egli postulò l’intervento divino nel sistema planetario. La Chiesa romana sosteneva inoltre di possedere un diritto esclusivo sullo studio, l’interpretazione e la messa in atto delle Sacre Scritture. I laici, secondo la Chiesa, non avevano né le conoscenze né l’autorità per occuparsi delle Scritture ed era loro proibito farlo. Questa norma non dovrebbe sorprendere chi conosce i comportamenti delle istituzioni che esercitano un potere. L’atteggiamento dell’American Medical Association verso i professionisti che non ne fanno parte è rigido come quello della Chiesa verso gli esegeti laici - e ha la benedizione della legge. Esperti, o ignoranti che hanno acquisito il riconoscimento formale di una competenza, hanno sempre cercato, spesso con successo, di assicurarsi diritti esclusivi in ambiti particolari. Qualsiasi critica al rigore della Chiesa romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza. Passando ora dalla forma e dai presupposti amministrativi dell’obiezione al suo contenuto, notiamo che esso riguarda un argomento che sta diventando sempre più importante nel nostro tempo - la qualità dell’esistenza umana. L’eresia, intesa in senso lato, denotava una deviazione da comportamenti, atteggiamenti e idee che garantivano una vita equilibrata e santificata. Questa deviazione poteva essere incoraggiata dalla ricerca scientifica, e a volte lo era. Di conseguenza, era necessario esaminare le implicazioni eretiche degli sviluppi della scienza. In questo atteggiamento sono presenti due idee. Anzitutto, si dà per scontato che la qualità della vita possa essere definita indipendentemente dalla scienza, che essa possa trovarsi in conflitto con esigenze che gli scienziati considerano naturali componenti della loro attività, e che conseguentemente sia la scienza a dover essere modificata. In secondo luogo, si dà per scontato che le Sacre Scritture, così come interpretate dalla Chiesa, indichino una forma corretta di vita piena e santificata. Il secondo assunto può essere rifiutato senza negare che la Bibbia sia assai più ricca di lezioni per l’umanità di qualsiasi cosa la scienza possa produrre. I risultati scientifici e l’ethos scientifico (se esiste) sono fondamenta troppo esili per dare un senso alla vita. Molti scienziati condividono questa opinione. Si trovano d’accordo sul fatto che la qualità della vita si possa definire indipendentemente dalla scienza - che è la prima parte del primo assunto. Ai tempi di Galileo vi era un’istituzione - la Chiesa romana - che soprintendeva a questa qualità nei modi che le erano propri. Dobbiamo concludere che il secondo punto - vale a dire che Copernico fosse «formalmente eretico» - aveva a che fare con idee di cui c’è molto bisogno oggi. La Chiesa era sulla strada giusta. Ma si sbagliava, forse, rifiutando opinioni scientifiche in contrasto con la sua idea di Buona Vita? Ho sostenuto che la conoscenza ha bisogno di una pluralità di idee, che anche le teorie più radicate non sono mai così forti da determinare la scomparsa di metodi alternativi, e che la difesa di queste alternative (quasi l’unico modo di scoprire gli errori presenti in posizioni molto rispettate) è necessaria anche da parte di una filosofia limitata come l’empirismo. Se essa risultasse necessaria anche per ragioni etiche, allora avremmo una ragione in più, anziché un conflitto con la «scienza». Inoltre la Chiesa era assai più moderata. Non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l’interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa. Molti passi biblici sembrano suggerire che la Terra sia piatta. Tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica. Dall’altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c’era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità. Questa distinzione è sopravvissuta fino a oggi. Ma mentre la Chiesa era preparata ad ammettere che certe teorie potessero essere vere e anche che Copernico potesse avere ragione, se sostenuto da prove adeguate, ci sono ora molti scienziati che considerano tutte le teorie strumenti predittivi e rifiutano le discussioni sulla verità degli assunti. La loro motivazione è che gli strumenti che usano sono così palesemente progettati a fini di calcolo e che i metodi teoretici dipendono in modo così evidente da considerazioni sull’eleganza e sulla facile applicabilità, che una tale generalizzazione sembra ragionevole. Inoltre, le proprietà formali delle «approssimazioni» differiscono spesso da quelle dei principi di base, molte teorie sono primi passi verso un nuovo punto di vista che in un qualche tempo futuro potrebbe renderle approssimazioni, e un’inferenza diretta dalla teoria alla realtà è, pertanto, piuttosto ingenua. Tutto questo era noto agli scienziati del XVI e XVII secolo. (...) Il punto di vista copernicano era interpretato dai più come un modello interessante, nuovo e piuttosto efficiente. La Chiesa chiedeva che Galileo accettasse questa interpretazione. Considerate le difficoltà che quel modello aveva a essere considerato una descrizione della realtà, dobbiamo ammettere che «la logica era dalla parte di... Bellarmino e non dalla parte di Galileo», come scriveva lo storico della scienza e fisico Pierre Duhem. Riassumendo: il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dalle macchinazioni degli specialisti. Voleva proteggere la gente dall’essere corrotta da un’ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Una revisione di quel giudizio potrebbe procurare alla Chiesa qualche amico tra gli scienziati, ma indebolirebbe gravemente la sua funzione di custode di importanti valori umani e superumani.

© Verso (Traduzione di Maria Sepa)

Il Pontefice venuto dalla Baviera che ha guidato per 24 anni la Congregazione per la Fede Nato in Baviera il 16 aprile 1927, Joseph Ratzinger - teologo, docente di dogmatica, arcivescovo di Monaco e poi cardinale dal 1977 - è stato nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) nel 1981 da Papa Wojtyla. Il 19 aprile 2005 è stato eletto Papa con il nome di Benedetto XVI
L’allievo ribelle di Karl Popper che combattè sul fronte orientale e insegnò filosofia a Berkeley Viennese, Paul K. Feyerabend nacque il 13 gennaio 1924. Ufficiale sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale, fu ferito alla schiena nella ritirata. Dopo il conflitto studiò storia, sociologia, fisica e filosofia. Alla London School of Economics frequentò le lezioni di Popper. Insegnò filosofia a Berkeley. Morì l’11 febbraio 1994
«Corriere della Sera» del 25 gennaio 2008


Il contesto delle frasi incriminate
Di Antonio Carioti
Il testo del filosofo della scienza Paul Feyerabend pubblicato qui accanto, che il Corriere ha tradotto per la prima volta in lingua italiana, comincia con le parole diventate famose in seguito alla disputa sulla mancata visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma. Si tratta delle frasi, favorevoli alla posizione assunta dalla Chiesa del Seicento nei riguardi di Galileo Galilei, che l’allora cardinale Joseph Ratzinger citò in una conferenza del 1990. Gli studiosi contrari all’invito rivolto al Pontefice dal rettore per l’inaugurazione dell’anno accademico hanno richiamato proprio quella citazione dell’epistemologo austriaco, adducendola come prova dell’atteggiamento antiscientifico di Benedetto XVI. In realtà Ratzinger non sposava in pieno la posizione di Feyerabend, ma la utilizzava allo scopo di porre in rilievo i limiti della conoscenza scientifica. Per chiarire meglio la questione, è comunque importante inserire il giudizio di Feyerabend nel suo contesto originario, con gli argomenti da lui adottati per motivare un giudizio così distante dall’opinione corrente. Si tratta di un capitolo, riguardante specificamente il processo a Galileo, della sua opera più nota, Contro il metodo: un capitolo che però non compariva nella prima edizione del saggio, uscita nel 1975 in inglese e nel 1976 in tedesco, poi pubblicata in Italia da Feltrinelli, con una prefazione di Giulio Giorello, nel 1979. Il testo, qui riprodotto in modo pressoché integrale, venne poi inserito nelle successive edizioni tedesca (da cui lo citava Ratzinger) e inglese, mentre l’unica versione di Contro il metodo disponibile per il lettore italiano resta quella tradotta nel 1979, che non lo include. Bisogna considerare peraltro che Feyerabend amava ampliare, integrare e modificare in modo assai rilevante le successive edizioni delle sue opere. Basti pensare che nella versione tedesca questa parte sul processo a Galileo è il quattordicesimo capitolo, mentre in quella inglese è il tredicesimo. Allo stesso modo la seconda edizione tedesca comprende in tutto 19 capitoli (rispetto ai 18 della prima, tradotta anche in italiano), mentre per quanto riguarda le edizioni inglesi, la seconda include 21 capitoli e la terza 20.
«Corriere della Sera» del 25 gennaio 2008

Addio al «comandante Bulow» simbolo della Resistenza

La morte di Boldrini Capo partigiano, fu lo storico leader dell’Anpi
di Antonio Carioti
Aveva appena compiuto 28 anni Arrigo Boldrini, l’8 settembre 1943. Alla notizia dell’armistizio concluso dal governo Badoglio con gli angloamericani, si recò in piazza a Ravenna e si rivolse ai tanti concittadini presenti, esortandoli a combattere contro i tedeschi. Quindi diede l’esempio: si unì ai primi gruppi di antifascisti organizzati dal contadino Mario Gordini, poi fucilato dal nemico nel gennaio 1944, e si tuffò nella lotta armata con lo pseudonimo di Bulow, dal nome di un generale prussiano delle guerre napoleoniche. Cominciava così la leggenda del più prestigioso comandante militare della Resistenza, scomparso ieri a Ravenna, dove era nato il 6 settembre 1915. Già tenente dell’esercito regio in Jugoslavia, nell’autunno del 1943 Boldrini aveva una certa esperienza bellica, ma soprattutto dimostrò subito un notevole talento militare, che lo portò ben presto ad assumere, quasi dal nulla, un ruolo di primo piano. Il suo reparto, la XXVIII Brigata Garibaldi intitolata a Gordini, riuscì a condurre la guerriglia con grande efficacia in una provincia priva di montagne. E fu poi il comandante Bulow, nel dicembre 1944, a ideare e proporre ai britannici il piano operativo dell’offensiva che segnò la liberazione di Ravenna. Nonostante fosse comunista, gli alleati si fidarono di lui e la cosiddetta «battaglia delle valli», in cui le forze partigiane ebbero un ruolo primario, si concluse vittoriosamente, con la ritirata dei tedeschi e l’ingresso delle truppe canadesi nella città romagnola. Grazie a quel brillante successo, Boldrini ottenne l’inquadramento dei suoi uomini nelle forze alleate, che proseguivano l’avanzata verso il Veneto, e si guadagnò la medaglia d’oro al valor militare, che gli venne conferita a Ravenna il 4 febbraio 1945 dal comandante dell’VIII Armata britannica, generale Richard McCreery. Deputato alla Costituente, quindi eletto regolarmente alla Camera e al Senato nelle liste comuniste e poi del Pds fino al 1994, Boldrini fu a lungo il leader dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) e fino all’ultimo ne è stato il presidente onorario. I suoi appunti della guerra di Liberazione furono pubblicati nel volume Il diario di Bulow (Vangelista), mentre una sua testimonianza per il cinquantesimo della Repubblica venne raccolta nel 1996 da Cesare De Simone nel libro Gli anni di Bulow (Mursia). Boldrini fu anche in prima fila nella battaglia contro il terrorismo, soprattutto attraverso il dialogo con i giovani. E si distinse sempre per la strenua difesa della Resistenza contro le accuse che le venivano mosse. Alcuni cercarono di addebitargli la responsabilità delle esecuzioni sommarie di fascisti compiute da partigiani a Codevigo, in provincia di Padova, nel maggio del 1945, ma tutti i tentativi di coinvolgerlo in quella vicenda sfociarono nel nulla. Comunista convinto, Boldrini era tuttavia aperto al dialogo con persone di altro orientamento ed è nota la sua amicizia con il conterraneo Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana dal 1975 al 1980, anch’egli partigiano combattente. Oggi a piangere Bulow sono però, a parte le cariche istituzionali, quasi esclusivamente esponenti del centrosinistra, a cominciare dal segretario del Pd Walter Veltroni, che lo definisce «un pezzo dell’Italia migliore». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rende omaggio all’«amico sincero, dal tratto umano sensibile e aperto». Il capo del governo Romano Prodi sostiene che l’interesse di Boldrini «per la libertà di tutti sarà di sicuro esempio per le future generazioni» e il presidente del Senato Franco Marini lo elogia come «protagonista indiscusso della rinascita democratica», mentre il presidente della Camera Fausto Bertinotti ne richiama «la grande dedizione nella diffusione dei valori fondanti della Repubblica». Poche le voci estranee all’Unione. L’ex capo dello Stato Francesco Cossiga ricorda Bulow come «un patriota, un grande partigiano, comunista democratico», mentre nel centrodestra esprime cordoglio il presidente della Lombardia Roberto Formigoni.

«Era un comandante straordinario e i suoi uomini lo adoravano»: nel ricordare Boldrini, lo storico militare Giorgio Rochat ne sottolinea la capacità di leadership. «È rimasto famoso - continua - ciò che accadde quando il principe Umberto andò a visitare il gruppo di combattimento Cremona, cui si era unita la XXVIII Brigata Garibaldi guidata da Bulow. I soldati regolari fischiarono il futuro monarca, mentre i partigiani comunisti gli resero impeccabili onori militari. "Dissi che se qualcuno lo avesse contestato gli avrei sparato", raccontò Boldrini. Ma non c’era bisogno di minacce, perché gli avrebbero obbedito comunque. Del resto seppe farsi ascoltare anche dai militari inglesi, che accettarono di seguire il suo piano per la liberazione di Ravenna, mentre di solito snobbavano i capi partigiani».
«Corriere della Sera» del 23 gennaio 2008

16 marzo 2008

Basta, aboliamo le gite scolastiche

di Michele Brambilla
Un amico mi mostra la circolare inviata dalla scuola di sua figlia Beatrice, quarta liceo: buongiorno, la gita quest’anno si fa a Barcellona, sono 350 euro da martedì a sabato naturalmente pranzi esclusi. Gli rispondo con sufficienza, che cosa vuoi che sia, l’anno scorso il mio è andato a Siviglia e gli euro erano cinquecento. La competizione tra genitori sulle gite dei figli ha ormai preso il posto del confronto tra le automobili.
Sotto sotto, la sfida nasconde però una vera e propria emergenza economica. La gita scolastica si è adeguata agli standard delle vacanze di famiglia: se d’estate il Grand Canyon ha preso il posto di Mirabilandia e se il mare delle Maldive ha soppiantato da un pezzo il Tirreno e l’Adriatico, anche gli studenti debbono stare al passo. L’altro giorno un assessore del Comune di Venezia ha chiesto una moratoria sulle gite perché i piccoli vandali fanno più danni degli hooligans, ma non si rende conto che il fenomeno è in via di estinzione, tra un po’ Venezia non se la filerà più nessuno.
Ripenso a com’era una volta. In un memorabile film di una quindicina di anni fa, Pupi Avati raccontò la gita scolastica per eccellenza dei ragazzi di Bologna: si andava a Firenze a piedi per un sentiero tra gli Appennini, ci volevano tre giorni, poi si tornava a casa con il treno. La mamma di un collega, che è di Bologna, mi assicura che quell’avventura è stata in vigore fino agli anni Cinquanta.
Anche il ricordo delle gite dei miei tempi suscita un mix di nostalgia e tenerezza. La prima escursione era immancabilmente ai giardini zoologici di via Manin a Milano. Poi, alle medie, il colpo di vita a Firenze con il pullman e alle superiori la settimana bianca a Bormio. Anche le trasgressioni erano quelle che erano. Il massimo era chiudersi tutti, maschi e femmine, nella stessa camera d’albergo per una battaglia a colpi di cuscino senza esclusione di colpi. Adesso è già tanto se escono, i ragazzi, dalle camere d’albergo.
La notizia della gita scolastica getta i genitori nel panico sia per la spesa sia per l’annunciata irreperibilità dei ragazzi. Ai nostri tempi avevamo il gettone telefonico per chiamare non oltre le ventidue. Adesso siamo noi a chiamarli sul cellulare, più e meno verso le quattro del mattino quando si suppone che stiano cominciando a prendere in considerazione l’ipotesi di un eventuale ritorno dalla discoteca, ma la risposta è scontata: Vodafone messaggio gratuito.
Anche per i professori l’avvicinarsi della gita scolastica intensifica gli incubi notturni. Nessuno ha voglia di prendersi in custodia ragazzi che non hanno più alcuno sfizio da togliersi: altro che la battaglia con i cuscini, per trasgredire la tentazione è una rapina a mano armata.
Resta dunque da chiedersi chi abbia ancora interesse, alla sopravvivenza delle gite scolastiche. Per i genitori, lo abbiamo detto, è un uppercut al bilancio familiare (Veltroni e Berlusconi dovrebbero promettere un bonus-gita, altro che il bonus-bebè). Le città scelte come mete preferirebbero un’alluvione. Dei professori s’è appena detto. E i ragazzi? Una volta la gita scolastica era la prima occasione per poter finalmente sperare in un po’ di privacy con la biondina della terza B: ma adesso, prima ancora di diventare maggiorenni hanno già fatto una mezza dozzina di viaggi di nozze senza nozze. Quando tornano dalle gite, il commento più frequente è «cheppalle». E allora, perché non abolirle?
«Il Giornale» del 16 marzo 2008

14 marzo 2008

L’aborto come fatto privato. Ma arriva l’incidente. E tutto salta

C’è qualcosa di illuminante nella macabra vicenda genovese
di Marina Corradi
Mogli della Genova bene, imbarazzate a abortire in un ospedale pubblico. L’attrice di un reality show, per cui un figlio è un inciampo alla carriera. Gravidanze venute da una relazione extraconiugale, di cui nessuno deve sapere. Nelle anonime testimonianze delle donne indagate nell’inchiesta di Genova, sui giornali, lo spaccato di un aborto clandestino diverso da quello che a volte, carsicamente, emerge dalle cronache. Non extracomunitarie illegali, ma benestanti ansiose di fare in fretta; e che, a casa, non ci si accorga di niente. La tragica storia di Genova dimostra prima di tutto che l’aborto clandestino esiste, anche se, negli annuali rapporti ministeriali sulla applicazione della 194, si sottolinea con costante soddisfazione il calo degli interventi. Poi ci sono, almeno, le ventimila interruzioni clandestine stimate dall’Istituto superiore di Sanità; le straniere che si arrangiano con un farmaco, e a volte finiscono con un’emorragia all’ospedale; poi ci sono anche studi in palazzi eleganti, in quartieri residenziali.
L’aborto, al di là delle statistiche ufficiali, ha un 'sommerso' di cui la vicenda genovese potrebbe essere solo una punta vistosa. Ma, al di là del legale e del sommerso, il suicidio di un medico da venticinque anni in servizio all’ospedale Gaslini, di un uomo conosciuto e stimato d’improvviso accusato di praticare aborti clandestini, getta Genova nello sbalordimento; e non può, pure nella pietà per questa fulminea tragedia, non porre delle domande. Sul sito Internet del Secolo XIX piovono email di gratitudine per il ginecologo che ha fatto nascere i propri figli da una gravidanza difficile, da un parto travagliato.
Al Gaslini, ospedale cattolico, il dottor Ermanno Rossi i bambini li faceva nascere. Le sue pazienti testimoniano della sua sensibilità professionale e umana. Poi – secondo le intercettazioni e le testimonianze di altre pazienti – nello studio privato praticava aborti. Per mille euro. O cinquecento, secondo i casi. Una cifra tale da giustificare la messa in gioco della reputazione di tutta una vita? Perché, allora? Dottore, gli avrebbe detto una paziente intervistata dal Secolo XIX, «mio marito non deve assolutamente sapere». E viene rassicurata: «Non lo saprà nessuno». Medico attento, umano, 'squisito', dice la signora, e se ne torna a casa grata. Il 'perché', dalla parte del medico, sembra allora stare in un’alleanza perfetta con la donna. Alleanza tacita e assoluta, che però esclude da un lato il 'pubblico' e la lealtà con il mondo attorno, come se eliminare una vita fosse cosa esclusivamente privata.
Dall’altro, nega totalmente quel terzo invisibile. Se sua madre l’avesse voluto, sarebbe stato un figlio festeggiato e vezzeggiato in una stanza d’ospedale. Ma, in quel patto privato, il figlio è un nulla – neanche un numero nelle statistiche della legge 194. E tutto, in mezz’ora e per mille euro, è tornato in ordine: carriere di stelline televisive, matrimoni perbene e borghesi rispettabilità.
Il piccolo incomodo, eliminato. Poi d’improvviso i carabinieri, e un uomo che traccia, sconvolto, un bilancio disperato. Anti­abortista sì, ma per convenienza? L’accusa è bruciante. Ma su questa morte già c’è chi grida: è colpa dei pro life; oppure: è colpa dei troppi medici obiettori. La presidente dell’Aied, che non è certo una organizzazione cattolica, al Secolo XIX dichiara che «in Liguria la 194 funziona».
La storia di Genova è in realtà storia di aborti riservati per donne benestanti. È l’aborto 'privato' che pretende di non essere detto, né discusso nella sua natura, né tantomeno visto lealmente nella sua essenza. È quello, anche, che non si dice, per reciproca convenienza. È, nell’ordine apparentemente perfetto, l’annientamento totale dell’invisibile. Ciò che dovrebbe, oltre lo smarrimento di Genova, convincere della necessità e dell’urgenza di un dibattito limpido, non ideologico e finalmente concreto su aborto e applicazione della 194. Perché, senza grida né proclami, tutto sia detto. Perché qualcuno di quei figli invisibili possa nascere.
«Avvenire» del 14 marzo 2008

13 marzo 2008

Dollari per un bel voto: sconcerta ma funziona

di Massimo Gaggi
In Texas gli studenti dei licei dei quartieri poveri di città come Dallas ricevono cento dollari per ogni voto positivo ricevuto agli esami di fine anno. A New York 70 scuole stanno sperimentando un programma che punta a migliorare il rendimento degli allievi dando loro un premio in denaro (25 o 50 dollari) ogni volta che superano una prova. Iniziative analoghe sono state lanciate nei quartieri poveri di Tucson, in Arizona, e in molte altre località, dall’Oklahoma al Tennessee. Le varianti sono infinite: alle elementari di Orlando, in Florida, un buon voto viene premiato con un pasto gratis da McDonald’s, mentre alla East High School di Memphis le classi vengono divise in due squadre che si sfidano con raffiche di domande sulle materie scolastiche: il team che vince riceve 100 dollari. Ma la filosofia è sempre quella del «cash for grades», soldi per i voti. Chi non ha mai premiato un figlio con una mancia o con un regalo per una promozione a scuola? Qui, però, le cose sono un pò diverse. Il dono viene istituzionalizzato: anziché stimolare la curiosità dei ragazzi, la voglia di sapere, si rischia di ritrovarsi con giovani che vanno a scuola solo perché attratti da un guadagno immediato. C’è chi grida alla «corruzione di minori» e chi, come alcune famiglie di Orlando, protesta sostenendo che in un Paese ormai pieno di obesi, i loro figli di tutto hanno bisogno meno che di essere spinti verso i «fast food». Eppure gli esperimenti di questo tipo si moltiplicano in tutti gli Usa. Il motivo è semplice: funzionano. In Texas le scuole delle zone depresse che hanno aderito all’Incentive Program hanno registrato una crescita del 30% degli studenti che superano gli esami basati sui test standard federali. «E’rischioso, ma vale la pena di tentare» commenta il Christian Science Monitor. Tanto più che nessuno usa soldi dei contribuenti: tutti questi esperimenti sono finanziati da filantropi. Spiega Roland Fryer, un economista di Harvard che lavora al programma sperimentale di New York: «Nelle famiglie benestanti i figli hanno davanti ai loro occhi la prova che un titolo di studio apre la porta a un lavoro ben retribuito. Ma dove regnano povertà e degrado sociale è illusorio pensare che ragazzi spesso privi di guida apprezzino il valore dell’istruzione, si innamorino dell’eccellenza. L’unico modo di legarli alla scuola è quello di promettergli un risultato tangibile e immediato». Virginia Shiller, docente di psicologia a Yale e autrice di «Reward for Kids», un saggio dedicato a questo fenomeno, è perplessa: «Premi che spingono i ragazzi ad assumere atteggiamenti più responsabili hanno un senso, ma dare soldi solo perché si va a scuola o perché si prende un buon voto è eccessivo». Ma la tendenza sembra proprio questa. L’esperimento più estremo l’ha lanciato la scuola media di Fairburn, alla periferia di Atlanta. Si chiama «Learn & Earn», impari e guadagni: chi va male a scuola viene pagato 8 dollari l’ora per frequentare programmi pomeridiani di recupero. E se, dopo le ripetizioni, i voti migliorano, arrivano altri premi.
«Corriere della sera» del 25 gennaio 2008

Strategia della tensione, così ieri è già Storia

Aldo Giannuli rilegge l’epoca delle stragi usando documenti dell’intelligence e materiali dei movimenti di contestazione
Di Ranieri Polese
Bombe, piste nere, servizi deviati: gli anni Settanta secondo la Controinformazione
Per la storia d’Italia degli anni Settanta la parola chiave è: «strategia della tensione». Con questa espressione si voleva designare l’uso di attentati, bombe, stragi per creare una situazione insostenibile, il cui sbocco inevitabile sarebbe stato un colpo di Stato. Questo concetto (qualcuno all’interno delle istituzioni voleva riprodurre in Italia quanto era avvenuto in Grecia nel 1967) è stato centrale nella controinformazione, cioè nei materiali di analisi e propaganda prodotti dai movimenti sorti intorno al Sessantotto e collocatisi alla sinistra del Pci. Intorno ad esso si imperniava il libro La strage di Stato, uscito nel 1970, che ricostruiva una versione alternativa su piazza Fontana, sconfessando la matrice anarchica della strage e indicando la pista di estrema destra. Ma l’espressione strategia della tensione, destinata a passare nell’uso comune, non fu un italiano a coniarla. «Fu un giornalista inglese, Leslie Finer, negli articoli pubblicati sul Guardian nel 1969» dice Aldo Giannuli, autore di Bombe a inchiostro, storia della controinformazione negli anni dal 1969 all’80 circa, in uscita nella Bur. «La cosa più sorprendente è che Finer usa quel termine già il 7 dicembre, prima cioè delle bombe. Parla di un clima di forti tensioni creatosi dopo le elezioni del 1968, in cui il Pci aveva guadagnato quasi 2 punti, mentre il Psu (Psi e Psdi uniti) aveva perso più del 5 per cento, oltre un milione di voti. Fatto che aveva portato, nell’estate del ‘69, a una nuova scissione socialista. Curiosamente, nessuno ha notato l’errore di quell’espressione: avrebbe dovuto essere "tattica della tensione", cioè i mezzi per raggiungere lo scopo del golpe, non "strategia", che invece designa un fine. È lecito pensare che Finer abbia preso in prestito il concetto (l’esatto contrario della "politica della distensione" tra Occidente e Urss) dai suoi amici dei servizi britannici. I quali collaboravano sì con la Cia, ma non condividevano le maniere forti proposte dagli americani». Di certo, fra cortei di studenti e manifestazioni operaie, mentre si ripetevano attentati di marca fascista, l’Italia stava vivendo un momento di grave conflittualità. Che le frettolose indagini a senso unico sulle bombe del 12 dicembre 1969 a Roma e Milano potevano soltanto acuire. «È merito della controinformazione - continua Giannuli - l’avere opposto un’altra verità a quella fabbricata contro gli anarchici e la sinistra. È un merito aver coinvolto poco a poco giornalisti, magistrati, intellettuali e artisti in una campagna imponente. Non tutto il lavoro svolto dai movimenti è da prendere alla lettera, anzi; l’idea poi della "regia unica" di tutti gli attentati ha il sapore di un mito più che di una verità dimostrata (serviva a creare mobilitazione), e certi errori sono gravi (Luigi Calabresi non aveva mai partecipato a un corso in America tenuto dalla Cia, c’era stato invece Lorenzo Calabrese, alto funzionario di polizia di Milano). Certi giudizi sono riprovevoli: come quando, all’indomani del rogo di Primavalle (nella notte tra il 15 e 16 aprile 1973 Virgilio e Stefano Mattei muoiono tra le fiamme appiccate da militanti di Potere Operaio alla casa del padre, segretario di sezione del Msi), il manifesto titolava: "Delitto nazista a Roma"; e Lotta Continua: "Criminale vendetta fascista". Ma se uno guarda a travisamenti, complicità, occultamenti e giochi sporchi dell’altra parte e fa un conto algebrico, finisce per dare un voto positivo all’operato dei movimenti». Ma non c’erano solo tensioni politiche, esisteva un’opposizione più profonda, di cui allora era difficile rendersi conto. «Era quella tra i servizi segreti italiani: da un lato quello militare, il Sid ex Sifar; dall’altro quello della polizia, l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Dall’epoca del progettato golpe De Lorenzo con il Sifar (1964) la rottura non si era più ricucita. Senza questa divisione, la controinformazione non sarebbe stata la stessa». In che senso? «Dai due servizi provenivano di volta in volta fughe di notizie, buone o inquinate che fossero. È sbagliato contrapporre ufficio affari riservati "di sinistra" e Sid "di destra": entrambi hanno avuto rapporti con il terrorismo nero, l’ufficio con Delle Chiaie, il Sid con Rauti e Ordine Nuovo. E certamente il libro La strage di Stato ha avuto segnalazioni dal Sid. Certo, l’ufficio affari riservati dava più spesso informazioni alle sinistre: mente e motore del gioco era Federico Umberto D’Amato, responsabile dell’ufficio dal 1971 al ‘74 e dopo consulente fino alla pensione, a metà anni Ottanta. Il riscontro di testi della controinformazione con le carte dell’archivio dell’ufficio è la prova di questo flusso. Non va dimenticato poi che D’Amato collaborava all’Espresso: teneva una seguitissima rubrica di segnalazione di ristoranti (che fra l’altro gli permetteva di farsi una notevole rete di informatori). Sulla base di documenti, atti processuali e altri materiali, possiamo dire che mentre il Sid collaborò attivamente alla strategia della tensione - insieme a gruppi di estrema destra e uomini dei colonnelli greci, con la benedizione dell’amministrazione Nixon e di pezzi dell’imprenditoria italiana - l’ufficio di D’Amato non voleva il colpo di Stato. La controprova l’abbiamo nel biennio 1971-72, quando si soffia sul fuoco delle tentazioni di Lotta Continua e Potere Operaio, a parole disponibili a passare alla lotta armata: tutto questo per dichiararli fuorilegge e spingere la situazione al punto di rottura. Poco dopo l’assassinio di Calabresi (17 maggio 1972), quando Lc è sotto accusa e se ne chiede lo scioglimento, l’estremista di destra Gianni Nardi viene arrestato alla frontiera svizzera mentre sta introducendo armi in Italia. Una segnalazione anonima (ma molto addentro ai servizi) indica in Nardi l’assassino di Calabresi, che peraltro prima di morire stava indagando su un traffico d’armi dalla Svizzera. Questo servirà ad allentare la tensione su Lc». Insomma, un quadro misto, composito, un gioco di grande complessità. «L’immagine che forse rende più l’idea di quello che stava succedendo è il Rick’s Café del film Casablanca: sono tutti lì, nazisti, francesi collaborazionisti, ladri, uomini della Resistenza. E in quell’incrocio si muovono flussi di informazioni, buone e inquinate, in uno scambio continuo. Una realtà meno semplicistica di quelle proposte da due opposte scuole di pensiero: quella che vede i movimenti puri e vergini da contatti con i servizi, e quella che li vede come creature manovrate». Ma si può fare la storia di anni ancora troppo vicini, ancora pieni di misteri? «Si può, e soprattutto si deve. A quelli come Giovanni Moro, che vogliono che passi ancora del tempo per una ricostruzione storica (ci sono ancora troppi nodi irrisolti, dicono), rispondo che è necessario che lo storico si occupi di quegli anni. Anche per liberarci dei fantasmi. C’è poi la posizione degli storici accademici, per esempio Aurelio Lepre, che dicono che non ci sono documenti. Invece ce n’è una valanga, solo la Commissione stragi ne ha acquisito più di 3 milioni di pagine. Ma sono documenti particolari. Che necessitano di una speciale metodologia per essere analizzati e interpretati. Il problema è che lo storico generalmente non è abituato a confrontarsi con fascicoli processuali, non conosce la procedura penale, ha prevalentemente consuetudine con le carte degli archivi di Stato o con le collezioni dei giornali. Per gli anni Settanta la ricerca deve invece basarsi essenzialmente su atti processuali; carte dei servizi segreti; documenti dei partiti. Si dice che i documenti dei servizi sono di difficile consultazione: non sempre. Per esempio, all’Istituto Sturzo, frequentatissimo da storici e ricercatori, nel Fondo informazioni riservate ci sono in libera consultazione moltissime veline dell’ufficio affari riservati del Viminale. E non se n’è accorto nessuno».
Da piazza Fontana al «7 aprile» Il libro di Aldo Giannuli «Bombe a inchiostro» (Bur, pagine 525, 12,50) ricostruisce le vicende relative alla stagione della cosiddetta «controinformazione», durante la quale l’estrema sinistra svolse un’azione martellante per smentire e contrastare le versioni ufficiali sugli eventi più tragici degli anni di piombo: dalla strage di piazza Fontana all’inchiesta «7 aprile» contro l’Autonomia Operaia Aldo Giannuli, ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università di Bari, è stato consulente di diverse Procure e della Commissione parlamentare sulle stragi. Ha scritto «Dalla Russia a Mussolini 1939-1943» (Editori Riuniti, 2006) e, con Paolo Cucchiarelli, «Lo Stato parallelo» (Gamberetti, 1997)
«Corriere della Sera» del 24 gennaio 2008

«Non sono i giudici a fare le norme: rischio eugenetica»

di Maria Antonietta Calabrò
Adriano Pessina è il successore di monsignor Elio Sgreccia alla guida del Centro di Bioetica dell’Università cattolica ed è stato recentemente nominato da Benedetto XVI membro ordinario della Pontificia accademia per la vita. Giusta o sbagliata la decisione del Tar del Lazio? «Permettere la diagnosi preimpianto stravolge il significato della legge 40. Ci sono motivi etici e tecnici per non fare l’analisi genetica prima dell’impianto in utero. Quelli tecnici riguardano il fatto che l’analisi compiuta in quel primissimo stadio di sviluppo, pregiudica la salute dell’embrione. Quelli etici sono stati ben illustrati dal filosofo Habermas: non si può generare esseri umani "sotto condizione", solo a patto che siano più o meno sani. Sono esseri umani, non cose». Alcuni giudici hanno sostenuto che è irragionevole vietare la diagnosi preimpianto e poi permettere l’aborto... «Non si può banalizzare la diagnosi preimpianto ricorrendo ad una concezione eugenetica dell’aborto. Ciò contrasta con la legge 194, che permette l’interruzione di gravidanza solo quando ci siano gravi elementi di pericolo per la salute della madre. E contrasta, voglio aggiungere, anche con la crescita di una cultura democratica per cui c’è una sempre maggiore sensibilità per il valore della persona anche ammalata, anche disabile, anche down». Ormai però sono molte le sentenze che stanno «attaccando» la legge 40... «Eppure in Italia abbiamo un sistema di civil law, e non di common law: non è come nei Paesi anglosassoni che sono le sentenze a fare la legge. In Italia le scelte le fa il Parlamento: la legge 40 è recente, e ancor più recente è l’esito del referendum popolare che l’ha tenuta in vita».
«Corriere della sera» del 24 gennaio 2008

Venti mesi di «maggioranza sexy»

Romano e le liti dagli spinelli a Bush
di Gian Antonio Stella
L’ottimismo contro tutto: «Mediazioni? Mai. I comunisti? Folklore»
Dopo le elezioni citava Churchill che governò con un voto in più. Poi il ritornello: «Siamo una Ferrari. E Mastella sarà una sorpresa»
«Fine de’ a gita». Gli ultimi ed esausti respiri del governo Prodi, con quel malinconico applausino nell’aula deserta alla lettura dell’inutile fiducia ottenuta alla Camera, fanno venire in mente al diessino Gianni Cuperlo uno striscione allo stadio di Treviso all’epilogo dell’unica avventura in A chiusa con 23 sconfitte: «Fine de’a gita». Mai si era visto, in realtà, un gruppo di «gitanti» così rissoso. Fin dall’inizio. Da quella interminabile notte in cui, stremato dalla delusione per la «vittoria mutilata», quella vittoria che i sondaggi per mesi avevano dato come larghissima ed ora si rivelava sottile come carta velina, il Professore era apparso per dire: «Le elezioni le abbiamo vinte. Di un soffio, ma vinte». Al diavolo i dubbi e le offerte berlusconiane di una grande coalizione: «Posso governare cinque anni. La legge me lo permette». E via così. Con le citazioni di Bush che perfino al momento di decidere la guerra in Iraq (pur contando su un certo consenso trasversale) aveva al Senato un solo voto in più dei democratici e quelle di Churchill e Adenauer e «tanti altri che avevano un solo voto di maggioranza». E guai a ricordare che qui da noi la situazione era diversa perché dalle altre parti non capita che una coalizione sia costretta a contare sulla salute di sette senatori a vita: «Come va, caro, quel dolorino al nervo sciatico?». Lui tirava dritto. Facendo coraggio a se stesso per far coraggio agli altri. Certo di durare? «È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni». Proprio sicuro? «C’è l’impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l’intera legislatura». E le risse interne? «Ogni motore va collaudato, vi assicuro che fra poco si sentirà armonia, come a sentire una Ducati o una Ferrari. Una Feraaaaari!». E l’incapacità di decidere? «I ministri non possono esprimere opinioni, debbono esternare le decisioni, le conseguenze e le implementazioni». E il rischio quotidiano di una caduta? Al che, lui allargava le mani come un Cristo Pantocratore per abbracciare nella benedizione tutti gli elettori delle circoscrizioni estere: «Abbiamo avuto l’incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. Quindi governeremo». Il giorno dopo la vittoria uscì di casa a Bologna, per la sgroppatina quotidiana sotto i portici con una tuta azzurra attillatissima con scritto «Italia» sulla schiena e sprizzava il buonumore di chi era convinto che l’impresa più difficile, vincere le elezioni, fosse stata compiuta: il resto, bene o male, sarebbe stato meno complicato. Del resto, aveva già spiegato a Giampaolo Pansa come vedeva il futuro: «A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà». Sì, ciao. Una tensione dopo l’altra. Tutti i giorni. Sulla scelta di confermare la decisione berlusconiana di concedere agli americani l’aeroporto «Dal Molin», con Massimo D’Alema che diceva che «una retromarcia sarebbe stata letta come un atto ostile» e Manuela Palermi, capogruppo dei comunisti italiani in Senato, che tuonava: «Il governo deve dire no». Sulle impronte digitali, che Luciano Violante invocava contro i clandestini che si cancellano i polpastrelli e Paolo Cento avversava perché «invece di fare leggi per acchiappare i potenti che evadono e che delinquono ce la prendiamo con qualche povero diavolo di immigrato». Sulla droga, col ministro Livia Turco da una parte e la mamma Turco Livia dall’altra: «Il più stupefatto, quando ho aumentato la dose minima consentita per uso personale, è stato mio figlio. Mi ha detto: "Mamma, non ti capisco". Gli ho detto: "Adesso ti spiego: come madre, se provi a farti uno spinello ti riempio di botte". Poi c’è la mia posizione come ministro. Gli ho domandato: "Secondo te è giusto che un tuo compagno di scuola al quale i genitori non hanno fatto una capa tanta come tuo padre e io l’abbiamo fatta a te, e che magari pensa che fumare uno spinello non sia pericoloso, corra il rischio di venire arrestato?». Una via crucis. Nella prima stazione si contempla... Nella seconda... Per venti mesi, in mezzo ai flutti, agli scossoni, agli uragani, alle grandinate, Prodi non ha perso occasione per sottolineare d’esser il perno di tutto. Ironico: «Berlusconi dice che domani cadiamo? Lo dice tutti i giorni...». Tranquillo: «Sono sereeeeno. Fermo e sereeeeno». Sicuro: «Il nostro è un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!». Le bufere sui costi della politica? «Mo quello è un tema che ho inventato io! Entro giugno vareremo un disegno di legge!». Perplessità sull’obesità di un esecutivo di 102 persone? «Abbiamo dovuto cedere qualcosa... Ma nei punti chiave ho deciso io: Amato agli interni, Padoa Schioppa all’economia, D’Alema agli esteri... Squadra buonissima!». E Mastella alla Giustizia? Rispondeva ficcandoti il dito indice nelle costole per rafforzare il concetto: «Io dico che che Mastella sarà una sorpresa. Una sor-pre-sa!». «Ma c’è o ci fa?», si chiedevano i corrispondenti esteri che non capivano fino a che punto questo suo marmoreo ottimismo fosse un modo per caricare gli amici e irridere agli avversari o se ci credesse davvero. Il massimo lo diede quando l’inviato del tedesco Die Zeit gli chiese: «La nostra signora Merkel fa già fatica a guidare una coalizione di due soli partner. Ci spieghi come farà a tenerne insieme nove». E lui: «All’interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani...». Mai una concessione a chi gli ricordava come il suo governo fosse sempre sull’orlo della crisi. Anzi, un giorno con Gianni Riotta si permise una battuta che gli sarebbe stata rinfacciata: «Ci sono stati quattro casi di coscienza sull’Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile ma così è più thrilling, c’è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!». Dieci anni fa, nel 1998, andò uguale: sorrise dell’ipotesi di andarsene fin quasi all’ultimo. Sempre ottimista a costo d’apparire giulivo: «Non è ancora l’epoca delle vacche grasse ma la stiamo preparando!», «Abbiamo l’attivo primario più alto del mondo!», «Ho il fiato corto? Durerò vent’anni!», «Problemi? Sono come quel personaggio del Carosello, "Ercolinosempreinpiedi". Solo che lui dondolava e io no». Anche ieri sera, mentre dai banchi del governo si avviava verso l’uscita, assicurava agli amici che lui non dondolava: «Andiamo fino in fondo». Anche molti dei suoi però, ieri sera, hanno spento la luce sospirando sullo slogan ulivista della campagna vincente di due anni fa e un millennio fa: «Domani è un altro giorno».
«Corriere della Sera» del 24 gennaio 2008

Barbari: invasioni di civiltà

Facevano carriera nell’esercito romano, compravano gioielli da siriani ed ebrei. L’impero non poteva più farne a meno. Ma poi qualcosa andò storto ...
di Alessandro Barbero
Quando pensiamo alle invasioni barbariche, le immagini che ci vengono in mente sono ancor oggi quelle create dai pittori pompier dell’Ottocento: barbari in pelliccia ed elmo cornuto che vagano bramosi nei palazzi conquistati, valutando coll’occhio avido suppellettili preziose e branchi di schiave seminude; oppure, orde di nomadi irsuti che galoppano ululando nelle pianure, lasciando dietro di sé soltanto macerie fumanti. Che gli archeologi non abbiano mai trovato, da nessuna parte, un elmo cornuto e che tutti i re barbari di cui siamo a conoscenza fossero circondati da uno stuolo di segretari romani non basta per dissipare l’idea profondamente radicata di una contrapposizione fra due mondi irriducibili l’uno all’altro. E del resto, diciamolo, una certa dose di responsabilità spetta anche agli scrittori antichi: i quali amavano rappresentare l’impero romano come un’isola di civiltà in mezzo a un mare di barbarie, una fortezza assediata contro cui le steppe del Nord e i deserti del Sud vomitavano incessantemente orde di aggressori. Senonché quella descrizione è interessata e le cose non stavano proprio così. Intanto, va detto che se il romano medio aveva una paura ancestrale dei barbari, il barbaro aveva molta più paura dei romani, e non a torto: perché alla minima provocazione l’imperatore scatenava fuori dai confini terrificanti spedizioni punitive, bruciando villaggi e raccolti, e trucidando gli indigeni, finché i capitribù non venivano in ginocchio a implorare la pace. In cambio offrivano tributi di grano e di bestiame, il lavoro gratuito dei loro uomini nei cantieri del limes o nei campi dei latifondisti romani, e giovani da arruolare nell’esercito imperiale. Giacché quest’impero immenso, che si estendeva dalla Scozia alla Mesopotamia, aveva sempre fame di uomini; le guerre incessanti, la miseria, la peste aprivano larghi vuoti fra i lavoratori della campagna e negli organici delle legioni; e per riempirli, l’unico modo era di accogliere immigrati barbari, e se necessario deportarli con la forza. Roma, dunque, non poteva vivere senza i barbari; e i barbari non potevano vivere senza Roma. I capi più accorti sapevano che fare la guerra all’impero non era la scelta più vantaggiosa. Conveniva molto di più mettersi d’accordo con l’imperatore, fare la guardia in suo nome, e in cambio d’oro sonante, alle zone di frontiera o alle piste carovaniere, come fecero per secoli le tribù saracene del deserto arabico o quelle berbere del Sahara. Quando Roma doveva fare la guerra, per esempio contro la Persia, il grande nemico d’Oriente, i principi barbari si facevano assumere, comandavano bande mercenarie, strappavano gradi e stipendi nell’esercito. Con quell’oro, una volta tornati a casa, si facevano costruire ville all’uso romano, compravano armi e gioielli dai mercanti siriani ed ebrei, e quando la loro gente faceva la fame per colpa d’un cattivo raccolto, imploravano l’imperatore di mandare grano per nutrirla. Nessuna delle tribù che vivevano a poca distanza dal limes avrebbe più saputo cavarsela se i rapporti coll’impero fossero stati improvvisamente interrotti. Insieme ai mercanti con le loro merci preziose, passavano il confine i sacerdoti e i monaci cristiani, a portare anche ai barbari la buona novella. All’inizio i capitribù erano diffidenti, qualcuno di quei missionari ci lasciava la pelle, e i barbari convertiti rischiavano il rogo o l’affogamento, ultimi martiri in un mondo dove i cristiani ormai non erano più perseguitati, e anzi tendevano a comandare. Ma la forza del Cristianesimo, come quella dell’oro romano, vinceva tutte le diffidenze: all’epoca delle invasioni, i barbari erano ormai in gran parte cristiani, o sulla via di diventarlo. Giacché le invasioni ci sono state davvero; ma si trattò d’una faccenda molto più complicata di quel che siamo soliti immaginare. Per secoli l’impero aveva assorbito i barbari, integrandoli a tutti i livelli della sua struttura sociale, fino al punto che una buona metà degli alti ufficiali dell’esercito erano immigrati. Questa cosiddetta barbarizzazione non indebolì affatto l’impero, anzi proprio i generali di origine barbara, come Stilicone, lo difesero con incrollabile fedeltà. Quello che venne meno, a un certo punto, fu la capacità del governo imperiale di gestire con successo le operazioni umanitarie, l’accoglienza di profughi, la sistemazione degli immigrati nelle nuove sedi. Abusi e malversazioni nella gestione dei campi profughi, ribellioni violente di immigrati che non si riuscì a domare con la forza, accordi negoziati alla meno peggio che consentivano ai capi barbari di entrare sul suolo romano con la loro gente armata, provocarono un’insicurezza crescente, un degrado nel rapporto di fiducia fra i cittadini e il governo, e alla fine la rinuncia dell’imperatore a mantenere l’ordine pubblico e riscuotere le imposte in intere province dell’Italia, della Gallia, della Spagna, dell’Africa. Furono allora i capi barbari, stanziati lì a volte col permesso del governo e a volte abusivamente, a prendere in mano le cose. I grandi latifondisti e i vescovi cattolici impararono presto a collaborare con loro, rendendo indispensabili le proprie competenze gestionali. Il degrado che subentrò lentamente, nelle infrastrutture, negli scambi, nell’istruzione pubblica, non fu tanto dovuto alla barbarie dei nuovi arrivati, quanto al venir meno dell’unità mediterranea, al crescente isolamento d’ogni provincia, al crollo del prelievo fiscale e degli investimenti. Ma in quei secoli dell’Alto Medioevo che produssero pochi testi scritti e pochi edifici imponenti, e che perciò a noi appaiono oscuri, l’eredità di fondo della civiltà mediterranea, grecoromana e cristiana, si mescolò con le forze nuove dei barbari venuti dal Nord, e da questo connubio faticoso cominciarono ad emergere nuove lingue, nuove identità nazionali, una nuova civiltà, quella dell’Occidente come lo conosciamo ancor oggi.
«Corriere della Sera» del 23 gennaio 2008

Le nuove vite del racconto breve

Stephen King: è un genere che ha la potenza di un meteorite. E in Italia si moltiplicano le raccolte
di Cristina Taglietti
Narrativa pura o «scritture ibride» che fondono saggio e inchiesta
«Scrivere racconti brevi è ormai un’arte perduta. Siamo soli là fuori». L’allarme l’ha lanciato, alla sua maniera, Stephen King, nell’introduzione all’edizione 2007 di The best American Short Stories, uscita negli Stati Uniti. E per dimostrare che a un genere che «ha ancora molto da offrire perché ha la potenza di una grossa meteora in arrivo» ci crede davvero, King ha pubblicato subito due racconti, uno su The Paris Review e l’altro su Playboy. Non solo: in questi mesi sta curando una nuova raccolta di brevi horror e ha quasi ultimato un racconto lungo intitolato A Very Tight Place. Stephen King dunque dà il buon esempio. Il racconto è vivo, è la sua tesi, ma non si può dire che stia anche bene. In un mercato letterario dove sembrano andare di moda i romanzi fluviali, «gli autori - ha sostenuto King sul New York Times - , scrivono racconti solo per farsi leggere da altri scrittori o da aspiranti tali, cioè dal pubblico che compra le riviste letterarie». E in Italia? «In Italia - ha scritto Andrea Di Consoli su l’Unità - ci si vergogna ancora un po’della misura breve (residuo di una cultura "virile"), gli editori storcono il muso, i lettori hanno la sensazione di comprare poca "roba"», non rendendosi conto che «spesso i romanzi non sono altro che dilatazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Eppure il genere sembra mostrare una certa vitalità: dopo i «racconti di solitudini» di Stefano Benni (La grammatica di Dio), i Dieci di Andrej Longo, proprio in questi giorni esce la raccolta di Antonio Debenedetti In due e, per il quarto anno, è in arrivo il Best off di Minimum fax, dedicato alla scrittura femminile. «In Italia il genere ha avuto una vitalità straordinaria - dice il critico Massimo Onofri -. Pensiamo a Moravia, Soldati, Piero Chiara (di cui è appena uscito un Meridiano). Anche Sciascia, Brancati e Cassola ci hanno lasciato pagine memorabili nella forma breve. Insomma tutto quel Novecento con cui Debenedetti dialoga continuamente, è ricco di racconti». Tuttavia oggi la forma breve sembra legata a un’idea di palestra per esordienti (sulla scia di Pier Vittorio Tondelli e dei suoi Under 25), da abbandonare dopo aver messo in mostra il proprio talento narrativo: «Nella camera iperbarica del racconto - dice Onofri - il giovane dà il meglio del suo talento. Ma non dimentichiamo che anche in autori maturi come Cerami, Tabucchi, Vassalli, Cordelli, esiste una produzione in forma breve che non è di secondo piano». Secondo Mario Desiati, scrittore, redattore della rivista Nuovi Argomenti, curatore, lo scorso anno, di Voi siete qui, edizione 2007 dell’antologia di Minimum fax, il racconto è molto praticato dai giovanissimi, «quelli nati negli anni Ottanta, che leggono Carver e conoscono i nuovi autori americani. Ma bisogna dire che se tanti sanno scrivere un ottimo racconto, diverso è trovare la coerenza per un’intera raccolta». Chi non ama molto il breve sono gli editori: «Il romanzone è più facile da collocare sullo scaffale, è più semplice promuoverlo, "venderlo" ai media, anche se uno dei casi letterari più recenti, quello di Valeria Parrella, è nato proprio con i racconti di Mosca più balena» dice Desiati. Minimum fax - non a caso editore italiano di Raymond Carver - il breve lo ha sempre accolto e diffuso. L’ultimo prodotto è l’antologia Best off 2008 curata da Giuseppe Genna. Si intitola Tu sei lei ed è dedicata alla scrittura femminile. Otto donne (Babsi Jones, Helena Janeckzek, Carola Susani, Veronica Raimo, Donata Feroldi, Federica Manzon, Esther G., Alina Marazzi) sono state chiamate a esprimersi su corpo, sesso e identità. Genna ha rovesciato lo statuto delle precedenti edizioni che raccoglievano il meglio di ciò che veniva prodotto in rete e sulle tradizionali riviste letterarie, commissionando testi ex novo perché, sostiene, «è l’ex novo che aggredisce la carta e va anche ad aggredire la rete. È un gesto politico: poiché è in rete che sta formandosi oggi ciò che sarà presto centrale nella vita politica della comunità che viene». Il futuro del racconto a Desiati sembra roseo: «Sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi». E dall’online viene anche la sfida all’editoria tradizionale, proprio sulla forma breve: «Il genere del racconto è quello che meglio si presta alla velocità dettata dalla Rete - dice Onofri -. Il problema è saperla coniugare con l’intensità, saper nascondere, come diceva Hofmannsthal, la profondità in superficie».
«Corriere della Sera» del 23 gennaio 2008

Quando la storia assolve o condanna come un tribunale

Metodo Marquard e Melloni: la conoscenza diventa giudice
di Marco Ventura
«Tu ricorderai» è l’imperativo biblico. Ricorderai che ti ho liberato dagli egiziani, che ti ho aperto il Mar Rosso. Che io sono il tuo Dio. E Israele dimenticava, adorava nuovi idoli. E Dio puniva, pazientemente; ed ogni volta si ricostruiva il ricordo. È difficile ricordare; bisogna sapere, sapere molto se non tutto. Può far male sapere, ricordare; può dar dolore. Può lacerarmi dentro e può lacerare la mia famiglia, la mia città, il mio popolo. Con Mosè e mille altre volte Dio ha fatto la memoria e la storia, sciogliendovi dentro dolori e lacerazioni. Mille volte l’uomo ha osato dimenticare, raccontarsi un’altra storia, chieder conto. Se vuoi che creda alla tua storia, Dio, devi convincermi che sia giusta, devi convincermi che sei giusto. La modernità è un tempo in cui l’uomo si fa più esigente, sospettoso. Incalza Dio, formula quesiti e scandaglia risposte. Il Dio dalla barba bianca non è più un giudice al di sopra di ogni sospetto. Troppo male nella storia, per credergli ancora. O troppi Prometei. Non è più Dio che giudica l’uomo, è l’uomo che pretende di giudicare Dio. Leibniz, nel 1710, prende la cosa di petto: elabora una strenua difesa di Dio e lo giustifica con tutta la ragione che può. Chiama la propria difesa teodicea: Dio è buono perché ha fatto tutto ciò che poteva; la creazione è l’arte del meglio possibile. Leibniz assolve Dio, ma per farlo paga il prezzo estremo, assoggettare la giustificazione di Dio al tribunale dell’uomo. Nel processo sul male nel mondo l’uomo è l’accusatore e Dio l’imputato, l’imputato assoluto. Sforzo supremo, quello di Leibniz, ma inefficace. Ormai Dio è alla sbarra, i suoi giudici son sempre più audaci. Il catastrofico terremoto di Lisbona del 1755 suona come una confessione di colpevolezza divina. Stendhal è implacabile: «L’unica giustificazione di Dio è che non esiste». Se proprio vuol restare in qualche modo tra noi, Dio deve disfarsi della responsabilità della storia; deve cedere all’uomo lo scettro di creatore della storia. O Dio non c’è o è come se non ci fosse. La teodicea fallisce, la difesa di Dio nella storia alza le mani. Cosa viene dopo? Il filosofo tedesco Odo Marquard ha una risposta: anche se la gabbia del tribunale della storia si è svuotata di Dio, il bisogno di fare i conti col male, di giudicare e condannare, è intatto. Ci vuole però un nuovo imputato al posto di Dio. Quell’imputato è fatalmente l’uomo stesso che deve ormai giocare entrambi i ruoli, quello dell’accusatore e quello dell’accusato, quello del giudice e quello del condannato. Marquard chiama tutto ciò «tribunalizzazione della storia». Tolto di mezzo Dio, il giudizio nella storia è tutto dell’uomo sull’uomo. Cambia per sempre il modo di rispondere al biblico «ti ricorderai». Cambia il modo di fare storia. L’inutile difesa di Dio nella teodicea e la tribunalizzazione della storia marcano il nostro ricordo, la nostra memoria, il nostro sapere. Su questo dialogano il filosofo Odo Marquard e lo storico Alberto Melloni (La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza). La tribunalizzazione della storia è il modo in cui ci siamo abituati a pensarci nel tempo. Uomini che giudicano uomini. Come dopo la seconda guerra mondiale, quando i grandi processi del Novecento hanno messo in scena il giudizio della storia, quando i media hanno riversato le masse ora sui banchi della giuria ora nella gabbia degli imputati. A Norimberga i vincitori hanno processato i vinti; a Gerusalemme nel 1962 le vittime hanno giudicato, e giustiziato, il boia Eichmann; a Francoforte pochi anni dopo i tedeschi hanno fatto i conti con se stessi. Più recentemente in Francia (i casi Papon e Touvier) e ancora in Germania (il caso Nolte), si è fatta storia processando, in tribunale o sulla stampa. Ma anche i non processi sono stati giudizi del tribunale della storia: i processi non celebrati per i silenzi delle chiese, i giudizi non pronunciati per i massacri comunisti. L’uomo è insieme imputato e giudice. Il doppio ruolo rimescola il giudizio della storia e quello del tribunale; con Melloni, «l’insonnia dello studioso e la veglia del poliziotto». Questo è in gioco quando entrano in tribunale le immagini dei campi di sterminio; quando si manda in Tv la cronaca del processo; quando si trasforma lo storico in perito di parte. La tribunalizzazione della storia instaura, ancora Melloni, «un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale». Allora i tribunali fanno tutta la storia, il diritto dimentica i propri limiti. Lo storico prova a sottrarsi alla confusione; come scrive Melloni, a «disilludere chi chiede sentenza», a lavorare «come nelle vecchie botteghe, a pian terreno, con la porta in piazza». L’uomo ritrova la propria storia soltanto scansando scorciatoie e moralismi; prendendosi sulle spalle tutta la fatica e tutto il dolore di cui Dio non si fa più carico.

Odo Marquard è professore emerito all’Università di Giessen (Germania). Alberto Melloni insegna Storia del cristianesimo nell’ateneo di Modena-Reggio Emilia L’opera La loro analisi muove dalla teodicea di Leibniz
O. MARQUARD A. MELLONI, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp. 162, € 16
«Corriere della sera» del 23 gennaio 2008

Il libro al tempo dell’informatica

di Paolo Di Stefano
C ‘è un’utile concomitanza di uscite sul tema: la letteratura al tempo dell’informatica. Il saggio di Arturo Mazzarella, intitolato La grande rete della scrittura (Bollati Boringhieri), si è portato dietro una serie di interventi. Ed è stato accostato a una dichiarazione del «giovane scrittore» Pietro Grossi che ha confessato, con malcelata civetteria, di essere cresciuto a forza di librogame. Che non saranno libri-libri ma non sono neanche semplici videogame. Dunque non c’è da vergognarsene (o fingere di), come non c’è da vergognarsi, per tanti altri, di essere cresciuti a pane e fumetti. Ognuno cresce come gli pare. Quel che conta sono i risultati. E saranno gli altri a giudicarli. Fa un certo effetto, per esempio, leggere in una recensione di Cesare De Michelis sul Domenicale del Sole-24 Ore, come lo scrittore-questore Antonio Pizzuto - ormai pressoché dimenticato - rivendicasse a futura memoria, in una lettera al suo editore, l’eternità dei propri libri: «sopravviveranno, e non per qualche tempo, ma permanentemente in avvenire». Ora sembra che torni di moda un vecchio adagio: il romanzo è morto o moribondo. Leggendo queste dichiarazioni, il Piccolo fratello si è ricordato di una megaconferenza stampa organizzata 7 anni fa dalla Mondadori in cui si salutava l’avvento del famoso e-book, destinato a relegare in soffitta il libro tradizionale. Che ne è stato di quel «bambino in fasce», come lo definì allora uno scienziato di Microsoft? Morto in culla, a quanto pare. Anche se ancora nell’agosto 2004 Giulio Tremonti, dalle colonne del Corriere, tentava una disperata respirazione bocca a bocca auspicando che la scuola italiana dotasse di e-book i suoi studenti. Morto in culla: le librerie rimangono piene di quei «reperti archeologici» che sono i libri di carta. Ora il sociologo Alberto Abruzzese in un intervento che appare nel ricco volume La letteratura nell’era dell’informatica, a cura di Cesare Milanese (Bevivino Editore), predice la morte del «romanzo come noi lo abbiamo inteso storicamente, socialmente e culturalmente». Si tratta, secondo Abruzzese, di un monumento del passato: «Il romanzo è come una immane metropoli immersa nel mare», è come Venezia, una città morta visitata da flussi di turisti in estasi. Persino gli scrittori di fiction sono incapaci di rinnovarsi, di entrare in sintonia con l’epoca della multimedialità, della connettività e della telefonia mobile. Una prova? «La cultura imprenditoriale attuale sostiene ( ) che i professionisti di cui ha bisogno per acquisire creatività e innovazione non vengono più dalle discipline tradizionalmente concepite come organiche al lavoro di impresa, ma dalle filosofie». Insomma, il management industriale sa che sono i filosofi, non gli scrittori, ad avere espresso, negli ultimi decenni, «capacità immaginative straordinarie». Domanda: ma davvero la letteratura è stata finora una disciplina «organica»? Quanti scrittori (a parte in Italia la breve parentesi olivettiana) hanno prestato la loro «creatività» all’impresa? E in cambio dove sono «le filosofie» e i filosofi che oggi collaborano con l’industria digitale? Non sarà che i più creativi di tutti, quelli che «sopravviveranno permanentemente in avvenire», alla fine sono i sociologi?
«Corriere della Sera» del 22 gennaio 2008

Giustizia condannata

Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni
di Gian Antonio Stella
Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo
Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps. Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari. Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione» per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo. Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate. Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio», affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare». Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica. L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni. Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore» del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò» in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?
«Corriere della Sera» del 22 gennaio 2008

Giotto conosceva la teoria della visione

L’interpretazione della Cappella degli Scrovegni di Giuliano Pisani rivela un «segreto»
di Arturo Carlo Quintavalle
Lo aveva scritto Roberto Longhi in un saggio rimasto famoso, Giotto spazioso, e lo confermano altri studiosi: Giotto è il pittore che reinventa lo spazio dentro la pittura; e Assisi, ma soprattutto la cappella padovana, sono i luoghi dove questa ricerca si fa più evidente. Ora una scoperta, che si deve a Giuliano Pisani, sembra poter stabilire ancora qualcosa di più su questo tema: fissare la consapevole esperienza di Giotto delle più avanzate teorie della visione. Giotto conosceva le rappresentazioni dello spazio gotico sperimentate dalla scultura in Francia e aveva fatto attente ricerche sugli spazi di cicli affrescati fra IV e VI secolo nelle basiliche paleocristiane di Roma. Ma torniamo a Padova: cosa raccontano, dall’alto al basso, i riquadri affrescati sulle pareti della cappella? Dall’alto le storie di Gioacchino ed Anna, di fronte storie di Maria, quindi quelle della infanzia e della vita pubblica di Cristo; sotto ancora le storie della Passione, Morte e Resurrezione del Cristo. Nel basamento, intervallate da lastre a finto marmo, le Virtù ed i Vizi. Sull’arco di trionfo verso l’abside ecco l’Annunciazione e, in alto, l’Eterno fra angeli. Nella parete d’ingresso, invece, Giotto dipinge il Giudizio Universale con dannati, beati e al culmine gli angeli che arrotolano i cieli alla fine dei tempi. Questa è la macchina narrativa nel suo insieme; ma proprio qui le zone basse sembrano suggerire un particolare insegnamento: le figure affrontate sui due lati della cappella rappresentano nell’ordine Prudenza, Forza, Temperanza, Giustizia seguite da Fede Carità, Speranza. Di fronte stanno i vizi: Stoltezza, Incostanza, Ira, Ingiustizia, Infedeltà, Invidia, Disperazione. Le figure dipinte sembrano evocare le statue ai lati dei fori del mondo antico e suggeriscono una contrapposizione fra le virtù, che il fedele deve praticare, e i vizi, che deve aborrire. È in questo sistema di finte sculture monocrome che si inserisce l’archivolto sulla porta di uscita verso il palazzo. All’estremità di un tralcio all’antica vediamo due clipei, due tondi con figure: alla destra un uomo con bastone nodoso sulla spalla, corpetto di pelliccia, braccia nude; dal lato opposto una figura femminile vista di fronte che indica l’uomo con tre dita della mano destra. Essa reca in capo una corona e dagli occhi le escono due nodosi bastoni. La critica finora non ha saputo interpretare questo particolare. Giuliano Pisani muove dalle teorie della visione dell’antichità per interpretarlo. I raggi partono dagli oggetti, suggerisce Platone nel Timeo; Euclide pensa a raggi visivi che si propagano dall’occhio alle cose e sondano gli oggetti, Alessandro di Afrodisia ritiene la vista un duplice cono e i raggi visivi come bastoni che sondano lo spazio. Questa spiegazione viene ripresa da Avicenna, mentre Alhazen teorizza che i raggi vanno dalle cose all’occhio. Dunque i due bastoni aperti a 180 gradi negli occhi della figura femminile sono i raggi visivi. Il senso dei due clipei fa comprendere l’ammaestramento che gli affreschi dell’intera cappella intendono offrire: prima della conoscenza del messaggio di Cristo l’umanità era selvaggia e cieca come l’uomo alla destra, adesso è la luce della conoscenza, i bastoni cioè i raggi del vedere spirituale che fanno comprendere il vero. Ma la conoscenza è quella della prospettiva; dunque Giotto conosce Avicenna e Alhazen, il modo di proporre lo spazio dai romani al paleocristiano, e le ricerche elaborate dal mondo arabo agli inizi del secolo XI.
Il ciclo padovano per il mercante Enrico Giuliano Pisani, professore di lettere classiche a Padova, è uno studioso della Cappella padovana, capolavoro di Giotto che la affrescò tra il 1303 e il 1305 per il mercante Enrico Scrovegni, sulla quale ha tenuto un convegno nello scorso novembre al Collegio Morgagni. La ricerca illustrata nell’articolo qui sopra è stata pubblicata in questi giorni sul «Bollettino del museo civico» padovano (annata XCV).
« Corriere della Sera» del 21 gennaio 2008

L’arte di intimidire (preventivamente)

Quelle proteste per gli scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Torino
di Pierluigi Battista
Ernesto Ferrero ha avuto il coraggio di un gesto che, in condizioni normali, non dovrebbe essere coraggioso ma semplicemente ovvio: invitare gli scrittori a una Fiera del libro. Ma il direttore della Fiera torinese ha deciso di ospitare gli scrittori israeliani e per invitare gli scrittori israeliani di questi tempi ci vuole coraggio, e molto fegato in grado di sfidare gli intolleranti che i libri non vogliono leggerli, bensì mandarli al rogo. E infatti gli intolleranti, inorriditi perché a Torino verranno a parlare scrittori del calibro di Avraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Aaron Appelfeld, hanno già manifestato il loro sdegno censorio. Negando l’esistenza dello Stato di Israele, del resto, non possono che negare l’esistenza di una letteratura israeliana. Protestano, come ha fatto il Pdci di Torino. Sono pronti a gridare il loro immacolato «antisionismo» (versione politically correct dell’antisemitismo) e anche a oltraggiare, come al solito, la bandiera con la stella di Davide. Nel nome della lotta all’oppressione, naturalmente: pura neolingua orwelliana. Non impediranno, si spera, il regolare svolgimento della Fiera di Torino. Ma è possibile che riescano a procurare un effetto intimidatorio. E ad alimentare attorno a un’occasione di dibattito e di riflessione un’atmosfera di paura e di tensione che scoraggia l’espressione libera e disinibita di ciò che si pensa in un pubblico confronto. A questo serve l’intimidazione preventiva: a smussare i dissensi, a indurre una tentazione di autocensura in chi, per non infiammare gli animi e per esibire virtuosamente una buona volontà «dialogante», rinuncia a dire ciò che potrebbe apparire una «provocazione», potrebbe rappresentare l’esca di un conflitto, potrebbe offendere la sensibilità di chi considera la tua stessa presenza (di più: la tua stessa esistenza) come un atto d’arroganza. Se ne rende conto lo stesso Ferrero quando, sulla Stampa, ricorda che in un articolo Yehoshua aveva denunciato «senza mezzi termini la pratica israeliana degli "avamposti" in Cisgiordania. Dovremmo zittire anche lui?». Ma perché, se invece Yehoshua avesse scritto il contrario, avrebbe forse meritato l’intimazione al silenzio? Il rischio è insomma che il prezzo richiesto per farsi accettare sia quello di dire cose soltanto «accettabili», ma così accettabili che potrebbero essere pronunciate anche da chi vuole mettere il bavaglio a uno scrittore, ostracizzato e boicottato solo perché israeliano. Yehoshua ha scritto esattamente ciò che pensa da tempo, beninteso. Ma è anche possibile che nella variegata e pluralistica democrazia israeliana, a differenza di ciò che accade nella totalità delle nazioni rette da dispotismi che la circondano, altri scrittori la pensino diversamente dal loro più rinomato collega. Cosa fare in quel caso? Zittirli a priori per evitare che siano zittiti con metodi più brutali? Chiedere loro di attenuare e di edulcorare il proprio pensiero per renderlo più innocuo? Ecco perché funziona l’intimidazione preventiva: la libertà di parola è disinnescata, il pensiero pericoloso depotenziato. Gli intolleranti lo sanno, e perciò non perdono occasione per mettersi in mostra.
«Corriere della Sera» del 21 gennaio 2008

La perfezione, un mito «faustiano»

Di Michael J. Sandel
Qualche anno fa una coppia decise che voleva avere un bambino possibilmente privo dell’udito. Le due partner - perché di due donne si trattava - erano entrambe sorde e orgogliose di esserlo. Come altri membri della comunità del Deaf-Pride [letteralmente, «orgoglio della sordità», ndt], Sharon Duchesneau e Candy McCollough non consideravano la sordità una menomazione da curare, ma una vera e propria identità culturale. Secondo Duchesneau, «essere sordi è semplicemente uno stile di vita. Ci sentiamo completi quanto chi ha un udito normale e vogliamo condividere con i nostri figli i lati più belli della nostra comunità di non udenti - il senso di appartenenza e il tenerci in contatto. Siamo veramente convinti di vivere, in quanto sordi, un’esistenza ricca».
Nella speranza di concepire un figlio sordo, Duchesneau e McCollough cercarono un donatore di spermatozoi con cinque generazioni di sordi tra i progenitori. E riuscirono nel loro intento: Gauvin, loro figlio, è privo dell’udito dalla nascita.
Esse rimasero sorprese quando la loro vicenda, raccontata dal «Washington Post», suscitò una diffusa condanna.
L’indignazione era in gran parte legata all’accusa di avere volontariamente reso menomato loro figlio. Duchesneau e McCollough rifiutavano di considerare la sordità una menomazione, e sostennero di avere semplicemente voluto un figlio che fosse come loro. «Quello che abbiamo fatto non ci è sembrato così diverso da quello che fanno molte coppie eterosessuali quando hanno dei figli» dichiarò Duchesneau.
C’è qualcosa che non va nella scelta di avere un figlio sordo? E se c’è, da cosa dipende, dalla sordità o dalla scelta? Ammettiamo, a scopo di ragionamento, che la sordità non sia una menomazione, ma un aspetto dell’identità. Ci sarebbe lo stesso qualcosa che non va nel fatto che i genitori abbiano delle preferenze riguardo ai figli e le realizzino, o saremmo di fronte a ciò che i genitori fanno da sempre scegliendo il partner, e recentemente ricorrendo alle nuove tecnologie della procreazione?
Non molto prima del dibattito sulla decisione di Duchesneau e McCollough di mettere al mondo un figlio privo dell’udito, era apparso un annuncio sullo «Harvard Crimson» e su altri periodici studenteschi della Ivy League: una coppia infeconda cercava una donatrice di ovuli. Non una donatrice qualunque, però, bensì una alta almeno cinque piedi e dieci pollici [un metro e 78], con un fisico atletico, senza patologie familiari e con un punteggio Sat [Scholastic Assessment Test, test di iscrizione all’università, ndt] di almeno 1400. Per gli ovuli di una giovane con queste caratteristiche l’annuncio offriva una ricompensa di 50.000 dollari.
Forse i futuri genitori pronti a sborsare una somma così ingente per un ovulo da premio volevano semplicemente un figlio a loro somiglianza. O forse, al contrario, attingevano alle loro sostanze per cercare di avere dei discendenti più prestanti e brillanti di loro, insomma per migliorare il loro ceppo. Quali che fossero i motivi, la loro proposta fuori dal comune non aveva sollevato l’ondata di indignazione poi suscitata dal caso del figlio sordo per scelta parentale.
Nessuno aveva protestato che l’alta statura, l’intelligenza e un fisico atletico sono menomazione che andrebbero risparmiate a un nascituro. Eppure anche la loro proposta suscita una vaga inquietudine morale. Anche se non comporta nessuno svantaggio per il bambino, non c’è qualcosa che ci mette a disagio nella possibilità che un padre e un madre ordinino un figlio con certi tratti generici?
Alcuni difendono questi tentativi di concepire un figlio sordo o con alti punteggi Sat sottolineando la loro somiglianza con la procreazione naturale da un cruciale punto di vista: a dispetto di quanto fatto dai genitori per aumentarne la probabilità, il risultato non era garantito. Entrambi i tentativi restavano soggetti al capriccio della lotteria genetica. Questa giustificazione solleva un interrogativo interessante: perché una certa imprevedibilità sembra fare differenza, moralmente parlando? E come reagiremmo se la biotecnologia riuscisse a eliminare ogni incertezza, permettendoci di scegliere davvero i tratti genetici dei nostri figli?
I progressi della genetica ci consegnano una promessa e una difficoltà. La promessa è che forse potremo presto curare e prevenire un gran numero di gravi malattie. La difficoltà è che il recente sapere genetico può metterci in condizione di manipolare la nostra natura, di migliorare i nostri muscoli, la nostra memoria e il nostro umore; di scegliere il sesso, la statura e altri tratti genetici dei nostri figli; di potenziare le nostre facoltà fisiche e cognitive fino a stare, per così dire, «più che bene». Molti sono turbati da certi tipi di ingegneria genetica, ma non è facile capire da dove venga il loro disagio. L’abituale terminologia del discorso morale e politico rende difficile dire cosa ci sia di sbagliato nel riprogettare la nostra natura.
Come la chirurgia estetica, il miglioramento genetico impiega mezzi medici per fini non medici, cioè per fini non collegati con la cura e la prevenzione delle malattie, la riparazione delle lesioni traumatiche e il ristabilimento della salute. Ma diversamente dalla chirurgia estetica, il miglioramento genetico non riguarda solo l’aspetto; esso va oltre la pelle, modificandoci in profondità. Perfino i miglioramenti somatici, che non influenzeranno i nostri figli e nipoti, sollevano gravi interrogativi morali. Se nutriamo dubbi sulla giustezza della chirurgia plastica e delle iniezioni di Botox contro rughe della fronte e doppio mento, tanto maggiore sarà il nostro disagio davanti all’uso dell’ingegneria genetica per irrobustire il corpo, ringiovanire la memoria, accrescere l’intelligenza e migliorare l’umore. L’interrogativo è: è un disagio giustificato? E se lo è, quali sono i motivi?
Quando la scienza cammina più in fretta della comprensione etica, come fa oggi, gli uomini e le donne faticano a esprimere l’origine della loro inquietudine, e nelle società liberali ricorrono in primo luogo al lessico dell’autonomia, dell’equità e dei diritti individuali. Ma questa parte del nostro vocabolario morale non ci attrezza ad affrontare le questioni particolarmente ardue sollevate dalla donazione, dalla progettazione dei figli e dall’ingegneria genetica. È per questo che la rivoluzione genomica dà una specie di vertigine morale. Per affrontare l’etica del miglioramento genetico dobbiamo fare i conti con temi che il mondo moderno ha in gran parte perso di vista: temi relativi allo status morale della natura e al modo giusto di porci verso il mondo che ci è stato dato. Dal momento che simili questioni confinano con la teologia, i moderni filosofi e teorici della politica tendono a starne alla larga. Ma le nuove prospettive che le biotecnologie hanno messo alla nostra portata le rendono inevitabili.
«Avvenire» del 12 marzo 2008