06 novembre 2007

Il romanzo è il ponte fra le civiltà

di Amos Oz
Se acquistate un biglietto per viaggiare in altri Paesi, andrete ad ammirare i monumenti, i palazzi e le piazze, i musei, i paesaggi e i siti storici. Se siete fortunati, avrete forse l’occasione di scambiare anche quattro parole con la gente del posto. Poi farete ritorno a casa, portandovi dietro una manciata di fotografie e cartoline. Ma se leggete un romanzo, sarà come comprare un biglietto che vi condurrà nei recessi più intimi di un’altra terra e di un altro popolo. Leggere un romanzo straniero è un invito a visitare la casa di altre persone e i luoghi privati di un’altra realtà. Se siete solo un turista, potreste soffermarvi lungo una strada per osservare una vecchia casa, nella città vecchia, e scorgere forse una donna che guarda dalla finestra. Poi vi girate e vi allontanate. Se siete un lettore, vedrete anche voi quella donna che guarda dalla finestra, ma sarete accanto a lei, in quella stanza, nei suoi pensieri. Se leggete un romanzo straniero, sarete realmente invitati nei salotti di altre persone, nei loro uffici e nelle loro scuole, fin nelle loro stanze da letto. Sarete invitati a condividere le loro tristezze segrete, i momenti di gioia in famiglia, i loro sogni. È per questo che io credo che la letteratura sia un ponte gettato tra i popoli. Sono convinto che la curiosità può essere una virtù morale. Sono convinto che immaginare l’altro può essere un antidoto al fanatismo. Immaginare l’altro farà di voi non solo uomini migliori nel lavoro o nell’amore, ma vi trasformerà in esseri umani migliori. La tragedia tra Ebrei e Arabi consiste in parte nell’incapacità di così tanti di noi, Ebrei e Arabi, di immaginare l’altro. Immaginare l’altro realmente: negli amori, nelle paure tremende, nella rabbia, nella passione. Tra noi prevale l’ostilità, scarseggia invece la curiosità. Ebrei e Arabi hanno qualcosa di essenziale in comune: in passato sia gli uni che gli altri sono stati trattati, con disprezzo e brutalità, dalla mano violenta dell’Europa. Gli Arabi attraverso l’imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento e le umiliazioni. Gli Ebrei attraverso la discriminazione, le persecuzioni, le espulsioni e infine lo sterminio di massa. Si potrebbe pensare che due vittime, specie due vittime del medesimo oppressore, avrebbero sviluppato tra di loro un senso di solidarietà. Ahimè, non funziona così, né nei romanzi né nella vita. I peggiori conflitti infatti si scatenano spesso tra le vittime dello stesso oppressore: i figli di un genitore violento non provano necessariamente simpatia l’uno per l’altro. Anzi, spesso vedono nell’altro il riflesso del loro carnefice. Ed è proprio così tra Ebrei e Arabi in Medio Oriente. Mentre gli Arabi considerano gli Israeliani gli ultimi crociati, un’estensione dell’Europa bianca e colonizzatrice, molti Israeliani, da parte loro, vedono negli Arabi la nuova incarnazione dei loro antichi oppressori, incitatori di pogrom e nazisti. Questa situazione fa ricadere sull’Europa una speciale responsabilità per la soluzione del conflitto arabo-israeliano: anziché rimproverare e ammonire ora questi, ora quelli, gli europei dovrebbero estendere solidarietà, comprensione e aiuti agli uni e agli altri. Non occorre più scegliere se essere a favore di Israele o a favore della Palestina: è necessario essere a favore della Pace. Forse la donna alla finestra è una palestinese di Nablus. Forse un’ebrea israeliana di Tel Aviv. Se volete aiutare a ristabilire la pace tra queste due donne alle finestre, fareste meglio a informarvi su di loro. Leggete i romanzi, cari amici, vi insegneranno molte cose. È giunto il momento che persino ciascuna di queste due donne si informi meglio sull’altra. Per imparare, infine, che cos’è che riempie l’altra donna alla finestra di paura, rabbia, speranza. Certo non intendo affermare che la lettura dei romanzi può cambiare il mondo. Ma suggerisco, e ne sono fermamente convinto, che la lettura dei romanzi è uno dei modi migliori per capire che tutte le donne, a tutte le finestre, con ansia e trepidazione, non aspettano altro che la pace.
(Traduzione di Rita Baldassarre )
«Corriere della sera» del 2 novembre 2007

La comparazione degli orrori

Veltroni su Pol Pot e Auschwitz
di Pierluigi Battista
Il Walter Veltroni che paragona gli orrori di Pol Pot ai crimini commessi dal nazismo non è un cultore del passato che si lascia invischiare in una polverosa querelle storiografica. Da neosegretario di un nuovo partito post-ideologico che vuole chiudere i conti con i lutti del Novecento, recide l’ultimo legame emotivo e simbolico con una storia, quella del comunismo, che malgrado fallimenti e atrocità inenarrabili rivendica ancora uno statuto di «superiorità» morale rispetto ad altre, analoghe mostruosità storiche rigettate dalla coscienza civile. Rompe il tabù dell’inconfrontabilità di nazismo e comunismo e si libera dei compromessi di una memoria selettiva, accomodante, autoconsolatoria e perciò autoassolutoria. Veltroni lo ha fatto alla presentazione pubblica di un romanzo, «L’illusione del bene» di Cristina Comencini, che molti ex comunisti (ovvio: comunisti italiani che materialmente non misero in pratica le nefandezze altrove compiute nel nome del comunismo) farebbero bene a leggere, colmo di un pathos ammirevole per le conseguenze di quel crollo del «mondo interiore», del «sistema mentale che va in frantumi» assieme alla catastrofe di un’idea grandiosa e grandiosamente cruenta: «Il male, il bene, la sensazione nostra di essere i migliori, l’idea che esistesse un progetto futuro che avrebbe permesso a milioni di persone di essere uguali». Lo ha fatto, certo con un’astuzia da consumato leader politico, scegliendo di menzionare le abiezioni di un regime, quello di Pol Pot, già condannato nella morale condivisa: l’«autogenocidio» di cui parlava Primo Levi, l’immagine delle piramidi di teschi ritrovate nei killing fields cambogiani, l’annichilimento di un quarto della popolazione, la deportazione e lo sterminio di tutti gli abitanti della città bollati come esseri impuri e contaminati dal morbo borghese, gli sciami indottrinati di bambini delatori e carnefici delle loro famiglie. Ma lo ha fatto, sfidando un’interdizione, un veto politico e culturale ancora funzionante a vent’anni dallo sfaldamento comunista, e malgrado le intimazioni al silenzio di chi continua ad anatemizzare il paragone tra nazismo e comunismo come il frutto di una molesta «nevrosi comparativa». Troppo facile prendersela con Pol Pot? I puristi incontentabili avrebbero forse preferito un accenno alle dimensioni apocalittiche del massacro maoista della «rivoluzione culturale» o una citazione più esplicita del Gulag sovietico, la cui tragedia echeggia nelle pagine di «L’Urss di Lenin e Stalin», il nuovo libro di uno storico non lontano dall’itinerario politico di Veltroni, Andrea Graziosi, che non occulta le profonde «affinità» tra i due dioscuri «grandi e feroci» del totalitarismo comunista. Ma resta la sostanza di una prima volta, il coraggio di un’equiparazione morale che è ancora sottoposta ai rigori di un divieto perentorio. La menzione di Pol Pot rappresenta piuttosto la strada obbligata per imporre un tema che ancora nessun dirigente cresciuto alla scuola del Pci aveva osato affrontare con tanta radicalità di giudizio. Come se la liquidazione definitiva dell’ultimo tabù, attuata con la necessaria sapienza retorica nella scelta delle citazioni e dei riferimenti storici, fosse il segno di un congedo doloroso ma irrevocabile con il passato e la condizione di un «nuovo inizio» che abbia, finalmente, il sapore della sincerità e dell’autenticità.
«Corriere della sera» del 31 ottobre 2007

«Da rileggere»: la nuova categoria della letteratura

Un saggio di Cesare De Marchi riflette sul futuro del romanzo. E avanza un criterio di giudizio
di Paolo Di Stefano
«Le opere che resistono al tempo sono quelle in cui lo scrittore si è impegnato sulla lingua»
È raro che un autore di romanzi completamente fuori tendenza, abbia anche voglia di esporre un’idea di narrativa che fa a pugni con gran parte della produzione corrente. Una provocazione? Forse. Sicuramente il desiderio di aprire una discussione sul senso (dimenticato) della letteratura. Il protagonista di questa sfida è Cesare De Marchi, 58 anni, genovese vissuto a lungo a Milano, che oggi abita a Stoccarda, dove dirige la Dante Alighieri, traduce, insegna, scrive. Nel ‘98 ha vinto il premio Campiello con Il talento e l’anno scorso è uscito con un grandioso romanzo storico, La furia del mondo, dal sapore mitteleuropeo non solo per le atmosfere ma anche per lo stile. Il suo saggio Romanzi (sottotitolo: Leggerli, scriverli), edito da Feltrinelli non ha nessuna ambizione di competere con i numerosi studi di narratologia. Non usa terminologie scientifiche, non intende rivolgersi agli accademici ma ai lettori comuni e agli scrittori che hanno voglia di interrogarsi sull’arte del romanzo. Tono conversativo e affabile, nessun intento prescrittivo ma principi saldi. Il primo è solo apparentemente ovvio: un romanzo è fatto esclusivamente di parole, anzi è un movimento di parole sia per lo scrittore sia per il lettore. La questione è il rapporto che queste parole hanno con il mondo. Risponde De Marchi: «Certo, non si può scrivere senza o contro la realtà, il romanzo non è fine a se stesso. Ma la realtà non va imitata o riprodotta, la realtà in un romanzo viene semmai rappresentata: cioè il testo narrativo è il risultato della trasposizione di un’esperienza soggettiva nel linguaggio». Sostenere che la lingua è la materia prima di un romanzo è solo in apparenza una tesi banale, in un tempo in cui viene rivendicata la necessità di un rapporto intimo tra letteratura e realtà (vedi, per esempio, le recenti dichiarazioni di Roberto Saviano). E forse si potrebbe liquidare con questa «banalità» anche la discussione ultima sull’impegno: se la materia prima per lo scrittore è la parola, il suo impegno maggiore si deve concentrare su di essa. Il resto conta poco. C’è una polemica sotterranea che percorre tutto il libro di De Marchi e la si avverte sin dalle prime pagine, quando si passa a parlare della crescente prevalenza della trama nella narrativa italiana: «Bisogna vedere - scrive - se la tensione debba derivare tutta dalla trama». Secondo De Marchi, da una parte il postmoderno dall’altra soprattutto l’industria culturale impongono il recupero dell’intreccio per tenere il lettore in un «perenne stato di eccitazione emotiva»: «Con il procedere dell’arte del romanzo - dice - la trama avrebbe dovuto perdere importanza: la neoavanguardia italiana, per esempio, mostrava di disprezzarla. Invece oggi accade il contrario: i narratori più giovani non nascondono i loro debiti verso il cinema, e in effetti i loro testi procedono per brevi sequenze e dissolvenze come di macchine da presa». Gli autori citati a questo proposito sono Sandro Veronesi e Niccolò Ammaniti. «Un romanzo come Io non ho paura ti prende, indubbiamente, ma non hai voglia di rileggerlo: sono libri che impongono di essere divorati senza soffermarsi sui dettagli in cui dovrebbe consistere la vera arte narrativa». È il trionfo dell’intreccio sul tessuto linguistico e sullo scavo psicologico. «Non essendoci più le grandi trame ottocentesche costruite su fatti irripetibili e straordinari, si producono trame inconsuete che non esorbitano dalla quotidianità. Da qui nasce il predominio del giallo, che è il modo più semplice per costruire un intreccio: cioè un filo degli eventi esterno al movimento verbale in sé, un filo narrativo che non richiede rappresentazioni veramente drammatiche né personaggi a tutto tondo». La voglia di rileggere, si diceva. Può essere un criterio di valore? «Certo. Sto rileggendo Herzog di Bellow: alla seconda lettura, i grandi libri rivelano nuove sfumature espressive e stilistiche, e perfezionano i caratteri dei personaggi. Può capitare addirittura che una seconda lettura ti faccia amare un romanzo che alla prima lettura non ti aveva appassionato: a me è capitato con Senilità». E le delusioni? «Ci sono romanzi che non reggono a una seconda lettura: rileggendo La peste di Camus sono rimasto molto deluso. Mi è parso un romanzo con una tesi troppo scoperta e dichiarata. Forse ha ragione la Sontag quando dice che Camus era più grande come uomo che come scrittore». Un altro libro che non tiene alla rilettura? «Ho provato recentemente con Il Mulino del Po: mi sono limitato a una ventina di pagine: non è il Guerra e pace italiano...». Altro «surrogato della profondità prospettica» del romanzo è quello strutturale: «Trame semplici vengono trasformate in trame complesse, smontandole e riarticolandole. Ci sono testi che insistono nel gioco delle inversioni temporali: per rendere più emozionante la trama si ricorre a questi artifici di scompaginamento che sostituiscono il vecchio racconto di fatti straordinari. Ci si trova di fronte a personaggi sempre nuovi di cui il lettore deve indovinare il legame con la vicenda principale». La frammentazione temporale è, secondo De Marchi, un «difetto» di romanzi anche notevoli come Underworld di Don De Lillo o come La macchia umana di Philip Roth, per non dire di lunghe narrazioni italiane come Q. di Luther Blisset: «I personaggi tendono a non esser più che pedine di un intricato gioco di scacchi, la frammentarietà ne ostacola il definirsi o lo consente solo a tratti». I personaggi possono venir meno anche per motivi stilistici: «Rileggendo Sciascia - nota De Marchi - mi sono accorto di quanto sia letterario in senso negativo, a tratti aulico. Indubbiamente sa raccontare ed emozionare, ma è inverosimile, i suoi personaggi parlano come libri stampati, non sono caratterizzati. Leggendo L’idiota di Dostoevskij, ti rendi conto come da ogni riga venga fuori un personaggio nella sua individualità...». Si parla al lettore: che cosa vede quando legge una descrizione? Che cosa vede quando un personaggio pensa? C’è una visibilità esterna e una visibilità interiore. Che cosa comporta l’immedesimazione? Il romanzo è un sogno a occhi aperti? La lettura come pretesto per fantasticare è una lettura autentica o un equivoco? Si parla di tempo narrativo e si scopre che Il Gattopardo non ha movimento: «È un insieme di quadri più che un divenire di vicende, è un centone di episodi anche grandiosi e indimenticabili, ma il racconto procede a sprazzi senza continuità, non si distende mai in un flusso unico e largo. Tomasi di Lampedusa si serve in prevalenza della drammatizzazione, è sempre in presa diretta». Il saggio di De Marchi contiene una mole enorme di letture e di esempi. In positivo e in negativo. Il catalogo dei citati è lungo: Goethe, Stendhal, Dostoevskij, Hugo, Tolstoj, Flaubert, Proust, George Eliot, Fontane, Mann, Pasternak, Beckett, Cortázar, Joyce, Bellow. Ma anche Ariosto, Manzoni, Verga, Svevo, Gadda. Colpisce il piglio deciso con cui viene smontata la «leggerezza» rivendicata da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane: «Quel che gli rimprovero è la normatività, e cioè il desiderio di innalzare la sua poetica a estetica». De Marchi ricorda un Calvino del 1960 contro il «mare dell’oggettività» dentro cui rischiavano di annegare le nuove avanguardie. E una pagina di due anni dopo in cui si contrapponeva «sfida al labirinto» e «resa al labirinto» tipica dell’avanguardia. «Era un modo per affermare un impegno civile e politico, la necessità che la letteratura non si arrenda al corso del mondo. Poi però Calvino sarebbe andato in una direzione contraria». Nelle sue Lezioni opporrà come «due vocazioni opposte» la leggerezza di un sonetto di Cavalcanti alla pesantezza di un verso dantesco. «Non sono d’accordo, - incalza De Marchi - la pesantezza di Dante in questo caso è rapporto stretto con la realtà, profondità prospettica, impegno e contenuto umano. Calvino rischia di identificare la leggerezza con il puro gioco verbale: rispetto al discorso che faceva più di vent’anni prima contro la resa al labirinto e il mare dell’oggettività cade in evidente contraddizione».
Cesare De Marchi è nato a Genova nel 1949. Vive in Germania Tra i suoi libri: «Il bacio della maestra», «La malattia del commissario» (Sellerio); «Il talento», «La furia del mondo» (Feltrinelli) Il saggio «Romanzi. Leggerli, scriverli», è edito da Feltrinelli (pagine 169, euro 15)
«Corriere della sera» del 31 ottobre 2007

Scagionato Clemente V: non condannò i Templari

Il prefetto dell’Archivio segreto vaticano parla dei documenti da poco scoperti
Di Isabella Bossi Fedrigotti
«Il Papa assolse i cavalieri». A scioglierli fu solo Filippo il Bello
La pergamena che contiene la deposizione davanti ai teologi della Sorbona di Jacques de Molay, gran maestro dell’Ordine del Tempio, poi condannato al rogo, nel processo per eresia che gli era stato intentato su istigazione di Filippo il Bello, deciso a mettere le mani sul ricco patrimonio dei Templari, porta la data dell’ottobre 1307. Esattamente settecento anni dopo, il Vaticano edita un volume che raccoglie la copia anastatica di tutti i documenti riguardanti l’antico e molto discusso processo, alcuni dei quali, come la pergamena di Chinon, ritrovati solo di recente (ritrovati non nel senso che fossero andati perduti, bensì catalogati in modo vago nell’Archivio segreto vaticano, tanto che per secoli sono rimasti separati e in ombra). Pergamena che testimonia senza ombra di dubbio che Clemente V, sia pure Papa avignonese e, per di più, di famiglia francese, cercò di contrastare il progetto assai poco cristiano del re di Francia, assolvendo l’Ordine dall’accusa di eresia e reintegrandolo nei sacramenti. «Absolutionis» si può leggere chiaramente in una delle ultime righe del manoscritto e, subito sotto, «reintegrantes ad Ecclesiam». Processus contra Templarios si chiama il grande volume, in veste preziosissima, di cuoio, di stoffa e pergamena, curato dagli officiali dell’Archivio segreto e stampato in 799 copie (prezzo intorno ai 5 mila euro), per le quali stanno arrivando richieste di acquisto da tutto il mondo, da biblioteche e istituzioni ma anche da collezionisti privati, sceicchi arabi compresi. È il terzo di una serie incominciata nel 2000 con la Bolla d’indizione del primo Giubileo, seguita da un volume dedicato al doge Pasquale Cicogna, che regalò palazzo Gritti a Sisto V. Editore e mente dell’operazione, oltre che autore della prefazione, è monsignor Sergio Pagano, da dieci anni prefetto dell’Archivio segreto vaticano, ma già da trenta al lavoro lungo gli 85 chilometri di documenti che ne formano il corpus, conservati in quattro piani del palazzo apostolico oltre che nel bunker sotterraneo voluto da Paolo VI. Della suggestiva coincidenza delle date tra questa pubblicazione e la deposizione dell’ultimo gran maestro dei Templari non vuole, tuttavia, sentire parlare. «Vede, a noi non compete onorare centenari dei Templari, a noi importa soltanto lo studio della storia. Non c’era nessuna intenzione di celebrare quell’Ordine, così come qualsiasi altro. È un lavoro scientifico, il nostro, non di propaganda. Ovviamente c’è anche un interesse economico perché abbiamo bisogno di fondi non indifferenti per mantenere, curare, restaurare, studiare i documenti più deteriorati dell’Archivio». E pensa che ristabilire la verità storica sul processo e la fine dei Templari possa fermare l’onda lunga dei Dan Brown e di tutti coloro che romanzano e hanno romanzato intorno a questo o altri temi in qualche modo connessi con la Chiesa e la religione? «Neanche per sogno. Non servirà a fermare niente. Forse che non si continua a credere fermamente in maghi e streghe? La gente sembra abbia bisogno di immaginare misteri e dietrologie. E dunque continueranno a fiorire leggende intorno a fatti e personaggi». Ma perché proprio intorno all’Ordine del Tempio è stato ricamato così tanto? «Penso che la leggenda sia nata posteriormente, attorno al XVI secolo, quando si diffuse quella del Graal, con la quale si intrecciò. Come dimostrano i documenti, il processo fu, infatti, pubblico e niente affatto misterioso e i supposti misfatti di cui erano accusati i cavalieri, come i riti di iniziazione sodomiti, vennero confutati. Quanto all’altra grande accusa, lo sputo sulla croce, era una pratica prevista ai tempi delle Crociate, e a chi veniva catturato dai saraceni il gesto di abiura era permesso purché esteriore e non fatto con il cuore, ore, non corde (parole senza convincimento, ndr)». Però le ricchezze dell’Ordine erano reali. «Certamente, altrimenti Filippo il Bello, alla frenetica ricerca di fondi per la guerra contro l’Inghilterra, non avrebbe avuto motivo di mettere in piedi il processo. Probabile che la cassa dei Templari sia cresciuta su beni di famiglia dei cavalieri, su donazioni, forse anche spoliazioni, nonché sulla sua buona amministrazione». Nella lotta tra re e papato quale, in un certo senso, fu il processo, come mai alla fine il re ebbe comunque la meglio, tanto che l’Ordine, decapitato del suo stato maggiore e privato dei suoi mezzi, decadde? «Non bisogna dimenticare che Clemente V non stava a Roma, bensì ad Avignone, non prigioniero ma comunque in stato di soggezione. E può anche essere che temesse il male maggiore, cioè uno scisma. Quanto alla decadenza dei Templari, chi mai poteva esser ancora interessato a fare parte di un Ordine squattrinato e, quel che faceva più paura, in odore di eresia? Se poi tale Ordine sia davvero estinto, non saprei, perché su Internet se ne possono trovare a decine e ciascuno sostiene di essere quello vero». In questo archivio ci sono altri documenti che potrebbero appassionare non soltanto gli storici. «Sono innumerevoli. Abbiamo, per esempio, scritti riguardanti Federico Barbarossa o Federico II, e abbiamo le lettere di Lucrezia Borgia». Anche materiale riguardante Pio XII e il suo rapporto con il regime nazista? «Certamente. Solo che è ancora materiale "chiuso". Finora sono consultabili i documenti che arrivano fino al 1939. Trattandosi di un papato assai lungo, le carte da riordinare e catalogare sono numerosissime. Una volta terminato il lavoro di preparazione, toccherà poi al Papa decretarne l’apertura». Chi ha accesso a questo Archivio? «Chiunque ne abbia il titolo scientifico. Non curiosi, ma studiosi, di tutto il mondo. Ci vuole almeno una laurea insomma. E per gli italiani non basta la triennale, occorre quella quinquennale».
«Corriere della sera» del 31 ottobre 2007

Da Orwell a Montale: quegli scrittori «politici» senza firmare appelli

Se l’energia della letteratura viene sopraffatta dall’intenzione, la poesia muore
di Paolo Di Stefano
Una serie di coincidenze ha riportato alla ribalta il tema dell’impegno degli scrittori. Argomento rispetto al quale il Piccolo Fratello non può certo rimanere indifferente visto che il suo creatore indiretto, George Orwell, è considerato tra i maggiori scrittori politici del Novecento. La discussione è stata aperta da Orhan Pamuk, secondo cui «mettersi al servizio di una causa distrugge la letteratura». Il giorno dopo, un altro premio Nobel, Doris Lessing ribadiva più o meno il concetto espresso da Pamuk, ma con maggiore prudenza: «Non ho mai pensato che un romanzo debba essere un manifesto politico». Ciò non ha impedito alla Lessing, nei giorni successivi, di proclamare il suo odio contro Blair e di ridurre il significato dell’11 settembre: «Ripercorrendo la storia dell’Ira, gli attentati delle Torri Gemelle non sono poi così tremendi». A proposito di letteratura e politica, sul Corriere sono poi intervenuti Pierluigi Battista e Claudio Magris. Quando si dice «scrittori politici», come nel caso di Orwell, si intende scrittori che hanno a che fare con la politica non perché si mettano a firmare appelli e manifesti o perché frequentino direttamente, fisicamente, la politica, ma perché finiscono per toccare nelle loro opere temi civili, sociali, politici anche quando hanno orrore della politica. Un bel saggio del belga Simon Leys si intitola quasi paradossalmente Orwell ovvero l’orrore della politica. Per capire che cosa significa quell’«orrore» per uno scrittore «politico» come Orwell basterebbe leggere il volume Diari di guerra, appena uscito da Mondadori. Vi si trova, tra l’altro, il celebre saggio Il leone e l’unicorno, in cui Orwell prova a tracciare le linee di un socialismo inglese in risposta alla minaccia nazista. L’incipit è da incorniciare: «Mentre io scrivo, esseri umani altamente civilizzati mi stanno volando sopra la testa cercando di uccidermi. Non nutrono alcuna inimicizia verso di me come individuo, né io verso di loro. Stanno "solo facendo il proprio dovere" (...). D’altro canto, se uno di loro riuscirà a farmi a pezzi con una bomba ben piazzata, non ne avrà il sonno rovinato». Orwell, si diceva, è considerato uno dei maggiori scrittori «politici». Chissà se Orhan Pamuk e Doris Lessing lo amano. Forse no, forse sì. Fatto sta che in quell’incipit, pur trattandosi di un saggio, miracolosamente leggiamo lo scrittore ben prima dell’analista politico. Nessun manifesto, nessuna causa da difendere. È impressionante come nello stesso giro d’anni un «impolitico» per eccellenza, come Eugenio Montale, abbia saputo dire, da poeta, lo stesso identico concetto. Basta aprire La bufera e soffermarsi su «Gli orecchini»: «Ronzano èlitre fuori, ronza il folle / mortorio e sa che due vite non contano». Era lo stesso Montale che avrebbe confessato con molta onestà: «Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neanche ho scritto poesie in cui quella pseudo-rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime di allora; ma il fatto è che non mi sarei provato neppure se il rischio fosse stato minino o nullo». Sembra incredibile che due temperamenti così diversi come il «politico» Orwell e l’«impolitico» Montale possano mostrare la stessa sensibilità civile e umana, al punto da utilizzare un’immagine identica e parole molto simili. Il fatto è che in un caso e nell’altro l’energia della letteratura non viene mai sopraffatta dall’intenzione: quando ciò, viceversa, accade, la poesia muore. L’ha detto da par suo il grande critico Edmund Wilson a proposito di Hemingway: da quando cominciò a preoccuparsi di costruirsi, con i suoi libri, una personalità politica, da quando cominciò a cedere a «sogni fanciulleschi a occhi aperti» che piacevano molto al Cremlino, produsse solo opere «eccezionalmente sciocche».
«Corriere della sera» del 30 ottobre 2007

Mao e le Guardie Rosse, la memoria proibita

Wang Gang esce in Italia: una storia di persecuzioni contro un insegnante «sovversivo»
Di Fabio Cavalera
Un romanzo rompe il tabù sul passato. E sulle atrocità di allora
La Cina non è capace di regolare i conti col passato. È una nazione che guarda al futuro, rapita dal miraggio del benessere, ma che si fa assalire dalla paura di rileggere la pagine più problematiche della sua storia recente. Un atteggiamento mentale diffuso: non confinato nella autoritaria élite politica che la governa, piuttosto un sentimento condiviso nella società, parte caratterizzante dell’essere cinese oggi, del cittadino cinese che si apre al mondo ma non si apre a se stesso perché preferisce curare in silenzio le ferite, tenere il dolore nascosto e spenta la memoria del secolo. Non è la rassegnazione che ha placato le emozioni e nemmeno l’accettazione degli eventi che ha domato la ragione. È che l’uomo non si ferma a riflettere, semmai cammina lungo il sentiero di una trasformazione lenta. Allora: perché pensare a ciò che è avvenuto ieri se io vivo per il domani e già nel domani? È l’etica di un popolo che - per usare le parole del sinologo francese François Jullien - potremmo definire «un altrove del pensiero». Quando la Cina volge lo sguardo agli anni della guerra civile e della ascesa al potere di Mao, al lungo dominio esercitato dall’Imperatore rosso e ai capitoli fondamentali che hanno segnato la sua dinastia - sia che ciò avvenga con i toni propagandistici di un’ideologia che ha perso la forza della sorpresa e della innovazione e che si è rivelata giustificazione dell’opprimere, sia che ciò avvenga con fredda e veloce rivisitazione alla quale i circoli accademici sono talvolta costretti - si coglie il fastidio di un esercizio che non è considerato espressione di cultura ma rottura del regolare corso della natura: è la stabilità che viene violentata, è la continuità di una grande civiltà messa in discussione, è l’armonia suprema del cielo spezzata. Del tragico Balzo in Avanti, la conversione dall’agricoltura alla industrializzazione pesante che fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60 portò alla carestia e costò milioni di morti per fame, della sanguinosa rivoluzione culturale scatenata da Mao per sbarazzarsi di chi, fra i suoi compagni di lotta, aveva compreso quale piega stavano assumendo le visioni del Presidente, ne parliamo o discutiamo più noi in Occidente, che in cinesi in patria. I quali, specie i giovani, sanno poco o nulla della storia, vittime della rimozione, testimoni del presente e protagonisti del futuro mai, però, eredi del passato. Che è un’ombra lontana. La rivoluzione culturale è stata un insieme tumultuoso di drammi, che ha coinvolto milioni di persone: dove sono finite queste persone? Hanno pagato, giustamente, i quattro fanatici della Banda di Shanghai con la collerica Jiang Qing a capeggiarla, ma le guardie rosse che avevano terrorizzato la Cina, che l’avevano spogliata delle sue residue forze e risorse, che avevano distrutto il patrimonio rimasto della sua arte e della sua cultura, sono sparite, inghiottite nel nulla, riassorbite dal sistema. Tutti hanno voluto dimenticare. La Rivoluzione Culturale resta sullo sfondo, qualcosa da non evocare. Perché se lo si facesse occorrerebbe ripensare la figura di Mao, trattarlo per ciò che è stato, un despota, dopo che aveva saputo mobilitare l’orgoglio di una nazione ritrovata. Si capisce lo scandalo che crea un intellettuale quando si appropria delle sue libertà per affrontare un capitolo così delicato quale è la revisione del maoismo. Wang Gang è uno scrittore che in Cina, con il libro dal titolo «English» (ora in distribuzione in Italia per Neri Pozza, lo sarà anche per Penguin in Inghilterra, poi in Francia e Germania), storia del rapporto fra un adolescente e un professore d’inglese che avvicina gli scolari alla cultura "nemica" dell’Occidente e del capitalismo, ha sollevato un bel caso. L’ambiente è la provincia dell’Ovest, lo Xinjiang, e il tempo della trama è proprio quello della rivoluzione culturale quando insegnare la lingua straniera era un attività sovversiva. Un romanzo molto bello che raccoglie il peso di un’epoca e delle follie che l’hanno sconvolta. Wang Gang era un ragazzino e la sua colpa, pagata con l’ostracismo oggi della Associazione Nazionale degli Scrittori, è di avere raccontato, con linguaggio forte e con ironia, ciò che i suoi occhi riuscirono a fotografare: andava a scuola e in classe i ragazzi con il libretto rosso in mano si accanivano sugli insegnanti, intellettuali borghesi e di destra, lui stesso una volta ne fu partecipe con il fratello. «La maggioranza dei miei colleghi - dice Wang Gang che abita a Pechino - per compiacere il regime parla della rivoluzione culturale addirittura con nostalgia o con distacco. Io no, mi rifiuto. Occorre che le nuove generazioni dei cinesi sappiano bene che cosa è capitato in questo Paese e chi ne è stato il responsabile». Il libro è uscito due anni fa, ha veduto 150 mila copie, ha preso un premio a Taiwan e solo allora la censura si è accorta della pubblicazione: «Quelli non leggono i romanzi, si preoccupano di Internet, dei giornali, della televisione, del cinema. Ma dei libri poco, salvo poi correre ai ripari». Wang Gang è rimasto in silenzio otto anni, soffocando l’idea di narrare una pagina della Cina moderna. Ha ritenuto alla fine che il dovere universale di un intellettuale non è fuggire o compiacere o nascondersi ma raccontare ciò che al potere non piace: in Cina è quel periodo nel quale «noi eravamo tutti magri stecchiti, l’uomo del ritratto era invece bello grasso, essendo il presidente Mao». Ecco lo scandalo: in Cina il passato fa paura, meglio lanciarsi nel futuro e nel miracolo dei numeri dell’economia. Altrimenti va in frantumi il Mito. E il tempo non è ancora quello giusto.

Il libro di Wan Gang, « English», è edito da Neri Pozza, pagine 384, 18. L’autore (nella foto di Ferdinando Rollando) racconta gli anni tragici della Rivoluzione culturale in Cina dal punto di vista di un insegnante non convenzionale, che cerca di fare apprendere agli allievi le lingue straniere, allora considerate materia proibita
«Corriere della sera» del 25 ottobre 2007

Lassù fra i numeri, dove osano i filosofi

Parla il celebre studioso americano che con le sue ricerche ha rivoluzionato la logica matematica
Di Massimo Piattelli Palmarini
Hilary Putnam: lo scienziato non può limitarsi alle formule
È persona straordinariamente soave in assoluto, ma specialmente se si considera che la sua è una mente dalle lame affilatissime, lame che hanno sezionato irreversibilmente la teoria dei numeri, la logica matematica, la filosofia della scienza e la filosofia della mente. Se non temessi di imbarazzarlo, sosterrei, con persuasivi argomenti, che Hilary Putnam è il più grande filosofo vivente. Ma mi limiterò ad affermare, per riguardo, che è il più grande filosofo vivente di lingua inglese, in particolare in quella vasta specialità che va sotto il nome di filosofia analitica. La lascio definire a lui stesso: «Ci si aspetta dalla filosofia che ci fornisca delle visioni del mondo, ma ci si deve aspettare anche che lo faccia con solide argomentazioni a supporto. "Niente visioni senza argomentazioni" potrebbe essere il motto del tipo di filosofia a cui aderisco». Se dovesse scegliere uno, ed uno solo, dei suoi molteplici contributi, in vari campi, quale sceglierebbe? Senza un attimo di esitazione risponde: «La parte che ho avuto, nei primi anni Sessanta, nel dimostrare un teorema di impossibilità, chiamato in gergo teorema DPRM, cioè Davis, Putnam, Robinson e Matyiasevich». Prima di farci spiegare, a grandissime linee, in che cosa consiste, lo fermo sulla R di quella sigla (ovviamente la P è lui). Quella R è Julia Robinson, studiosa che è tra i massimi matematici contemporanei. Quindi, quella R smentisce il luogo comune che le donne non siano tagliate per fare grande matematica. Sorride e incalza: «Certo, il contributo di Julia è stato fondamentale. Non ce l’avremmo fatta senza di lei, è una matematica di genio. Tanto che stanno realizzando un documentario sulla sua vita, presto accessibile su Internet». Dunque, impossibilità di che cosa, in quel teorema? «Nessun computer, per quanto potente, potrà mai decidere se certe equazioni a coefficienti interi (dette in gergo diofantine, da Diofanto di Alessandria, matematico del III secolo dopo Cristo, uno dei padri dell’algebra) possano o meno avere soluzioni costituite anch’esse da numeri interi». Preambolo. Questo problema era stato lanciato sull’agone mondiale dal matematico tedesco David Hilbert nell’anno 1900, tondo tondo, a Parigi. Era il decimo tra altri ventidue problemi che Hilbert profeticamente dichiarava avrebbero occupato le menti dei massimi matematici nel secolo a venire. Sessant’anni dopo, Putnam e coautori lo hanno risolto. Negativamente, cioè dimostrandolo insolubile, ma anche questa conta come soluzione. Putnam aggiunge che i matematici accademici più vecchi di lui e dei suoi coautori avevano cercato di dissuaderli perfino dal tentare. Aggiunge soavemente, ma persuasivamente: «Non si può nemmeno dire, quindi, che, se noi non lo avessimo risolto, qualcun altro lo avrebbe fatto. Era opinione corrente che non bisognava metterci le mani». Mi spiega quali e quante nuove intuizioni sulla teoria dei numeri e sulla portata di quelle equazioni sono scaturite dal teorema. Ma questo lo lascio dire a un suo antico compagno di università a Filadelfia, tuttora amico personale ed estimatore incondizionato, sebbene in disaccordo con Putnam da oltre vent’anni su questioni filosofiche di fondo, cioè il linguista Noam Chomsky. Chomsky mi dice: «Il mio amico Hilary è persona di eccezionale talento e di indiscussa integrità. Ebbi la grande fortuna di seguire, all’Università della Pennsylvania, un suo corso sulle funzioni numeriche e gli sono ancora grato, dopo tanti anni, di avermi introdotto, in quel corso, alle vette del pensiero matematico, settimana dopo settimana». Affinché il lettore non pensi che tutta l’opera di Putnam sia trincerata dietro astruse formule matematiche, incito Hilary a ricordarsi di un breve suo lavoro della metà degli anni Settanta, molto amato anche da Chomsky. Un’efficacissima critica dell’idea che ogni spiegazione scientifica esauriente di fenomeni concreti della vita reale debba per forza consistere in una riduzione a processi microscopici, ad atomi, particelle e quanti di azione. Putnam ci invita ad immaginare due fori e due sbarrette. Uno dei due fori è circolare e ha, poniamo, un diametro di dieci centimetri. L’altro è quadrato ed ha, sempre poniamo, il lato di dieci centimetri. Una delle due sbarrette è a sezione circolare e ha anch’essa un diametro di dieci centimetri. L’altra è a sezione quadrata, con il lato (manco a dirlo) lungo dieci centimetri. Ebbene, è perfettamente ovvio che la sbarretta circolare può passare entro ambedue i fori (ma sì, ma sì, la limiamo appena un poco ai bordi per farla davvero passare), mentre la sbarretta rettangolare (limatina anche a questa) può passare solamente entro il foro rettangolare. La spiegazione? La geometria ce l’offre, senza esitazione e molto intuitivamente. Un fatto perfettamente fisico, questo, di sbarrette che passano o non passano dentro dei fori. Ma la spiegazione è del tutto astratta, immateriale, geometrica. Non solo, ma la geometria ci dà la spiegazione perfetta, ultima, definitiva. Sarebbe insensato non accontentarci di questa e cercare una spiegazione in termini di atomi, particelle, quanti di energia. Che cosa può aggiungere, trent’anni dopo, Putnam a questo? «Sono stupito che ancora oggi molte persone di grande intelligenza insistano nel voler sempre trovare una spiegazione di tipo ingenuamente riduzionistico. Edward O. Wilson (suo collega ad Harvard, il padre della sociobiologia) nei suoi ultimi libri insiste nel confondere unificazione nella scienza con riduzione ai meccanismi dei livelli inferiori, come se le spiegazioni scientifiche potessero sempre e solo essere unificate in questo modo. Nella fisica contemporanea, invece, l’unificazione è spesso avvenuta grazie a schemi matematici comuni, schemi astratti, non scendendo a esaminare i microcomportamenti delle singole parti che compongono i fenomeni». Fondatore indiscusso della branca della logica chiamata logica induttiva e, di conseguenza, di un vasto fiorire di studi sulla teoria matematica dell’apprendimento, cioè della conferma e della smentita automatica delle ipotesi da parte dei dati, Putnam insiste sul fatto che la scienza vera non si lascia ingabbiare da alcuno di questi formalismi, né i suoi, né quelli di altri. Lapidariamente mi dichiara: «Non mi aspetto che la scienza sarà mai ridotta a una formula o a una procedura puramente formale». Veniamo infine alle teorie della cognizione e della mente, ai suoi lavori più recenti. Insieme a Saul Kripke, Putnam ha sostenuto persuasivamente che i termini delle teorie scientifiche (termini, per esempio, come elettrone, fotone, quark e così via) infilzano effettivamente su una sorta di spiedino rigido ciò a cui fanno riferimento. Teorie scientifiche diverse e tra loro incompatibili, sono in disaccordo, certo, ma parlano degli stessi oggetti. Lo scomparso filosofo della scienza Thomas Kuhn, con le teorie del quale Putnam è in netto disaccordo, sosteneva, invece, che teorie tra loro differenti e antagoniste, definendo i loro oggetti in modo diverso, fanno riferimento ad enti diversi. La parola d’ordine di Kuhn era incommensurabilità. Putnam scuote la testa, e mi conferma il suo disaccordo con questo relativismo filosofico. Eppure ha un momento di esitazione: «La fisica di punta, per esempio la teoria delle stringhe, presenta problemi filosofici delicati. Si è detto che la fisica quantistica ha demolito il realismo. Niels Bohr, per esempio, affermava qualcosa di simile. Ma molti insigni fisici non sostengono più questa ipotesi. La sfida continua, per una filosofia della scienza di tipo astratto, è quella di dare un senso reale alle teorie attuali. Dobbiamo misurarci con gli sviluppi continui di queste teorie, non possiamo isolarci dalla scienza effettiva». Per finire, chiedo a Putnam, simmetricamente, un giudizio sul suo amico ed ex «studente» (in senso lato) Chomsky. «Ci piace discutere animatamente ed essere lealmente in disaccordo, ma bisogna essere ciechi per non riconoscere che Chomsky è un genio e un uomo di integerrima moralità». Il loro comune professore Zellig Sabatai Harris li aveva entrambi influenzati con la speranza di un mondo sociale privo di sfruttamenti economici. Aveva dato loro da leggere le prime opere di Erich Fromm. Una liberazione mentale di cui Putnam conserva ancora il bel ricordo. A differenza di Chomsky, Putnam non è anarchico, ma piuttosto un «socialdemocratico arrabbiato». A differenza di Chomsky, non è più così ottimista sull’avvenire di una società senza sfruttamento.

Amico ed estimatore di Putnam sin dai tempi degli studi universitari, Noam Chomsky (nato a Filadelfia nel 1928) è noto non soltanto per i suoi importanti studi di linguistica, ma anche per le sue prese di posizione polemiche contro la politica estera degli Stati Uniti
Il rivale: Putnam dissente dalle teorie di Thomas Kuhn (scomparso nel 1996), la cui opera principale, «La struttura delle rivoluzioni scientifiche» (Einaudi), sostiene che la scienza non avanza in modo graduale, ma attraverso svolte nette, autentici cambi di paradigma
Un esploratore dei confini fra verità ed etica Nato a Chicago il 31 luglio 1926, Hilary Putnam (nella foto) è uno dei maggiori studiosi viventi della filosofia analitica. Il 3 novembre, nell’ambito del Festival della Scienza di Genova, Putnam terrà una lectio magistralis su «Scienza e filosofia», che verrà introdotta da Mario De Caro (ore 18, Palazzo Ducale). Il 6 novembre, dalle 9.30 alle 18, presso il Rettorato dell’Università Roma Tre (via Ostiense 159), si terrà un convegno dal titolo «Il futuro della filosofia: in conversazione con Putnam», cui parteciperanno, oltre a Putnam, David Macarthur, Stephen White, Mario De Caro, Massimo Dell’Utri, Piergiorgio Donatelli e Mauro Dorato.
«Corriere della sera» del 29ottobre 2007

Il mercato uccide le democrazie

L’allarme dello storico inglese: le privatizzazioni indeboliscono le istituzioni e la politica Decadono gli Stati nazionali.Se il mercato uccide la democrazia. E così l’unità di Italia, Spagna e Gran Bretagna è a rischio
di Eric Hobsbawm
Oggi «il popolo» è il fondamento e il punto di riferimento comune di tutte le forme di governo statali eccetto quella teocratica. E ciò non è soltanto qualcosa di inevitabile, ma è qualcosa di giusto, perché per avere un qualunque scopo il governo deve parlare in nome e nell’interesse di tutti i cittadini. Nell’epoca dell’uomo comune, ogni governo è un governo del popolo e per il popolo, anche se chiaramente non può essere, in nessun senso funzionale, un governo esercitato direttamente dal popolo. Tale principio non si basa solo sull’egualitarismo dei popoli, che non sono più disposti ad accettare una posizione di inferiorità in una società gerarchica governata da uomini superiori «per diritto naturale», ma anche sul fatto che finora i sistemi sociali, le economie e gli Stati nazionali moderni non hanno potuto funzionare senza l’appoggio passivo, ma anche la partecipazione attiva e la mobilitazione, di moltissimi dei loro cittadini. Questo principio rappresenta l’eredità del XX secolo. Ma sarà ancora la base dei governi popolari, incluso quello liberaldemocratico, nel XXI? La mia tesi è che la fase attuale dello sviluppo capitalistico globalizzato lo sta minando alle radici, e che ciò avrà - anzi, sta già avendo - serie implicazioni per quanto riguarda la democrazia liberale come viene intesa oggi. L’odierna politica democratica, infatti, si fonda su due assunzioni, una morale - o, se preferite, teorica - e l’altra pratica. Moralmente parlando, essa richiede il supporto esplicito del regime da parte della maggioranza dei cittadini, che si presume costituiscano il grosso degli abitanti dello Stato. Ma per quanto fossero democratici gli ordinamenti in vigore per la popolazione bianca nel Sudafrica dell’apartheid, un regime che privava permanentemente del diritto di voto la maggior parte della sua popolazione non può essere considerato come democratico. Gli atti con cui si esprime il proprio assenso alla legittimità di un sistema politico, come votare periodicamente alle elezioni, possono essere poco più che simbolici. Di fatto, è da molto tempo un luogo comune tra i politologi dire che solo una modesta minoranza di cittadini partecipa costantemente e attivamente alla vita del proprio Stato o di un’organizzazione di massa. Ciò torna a vantaggio di coloro che comandano; e, in effetti, è da tempo che i pensatori e i politici moderati si augurano la diffusione di un certo grado di apatia politica. Ma questi atti sono importanti. Oggi ci troviamo di fronte a un’evidentissima secessione dei cittadini dalla sfera della politica. La partecipazione alle elezioni appare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi liberaldemocratici. Se le elezioni popolari sono il primo criterio di rappresentatività democratica, in che misura è possibile parlare di legittimità democratica per un’autorità eletta da un terzo dell’elettorato potenziale (la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti) o, come è avvenuto di recente per le amministrazioni locali britanniche e il Parlamento europeo, da qualcosa come il 10 o il 20 per cento dell’elettorato? O per un presidente americano eletto da poco più di metà del 50 per cento degli americani che hanno diritto di voto? Sul lato pratico, i governi dei moderni Stati nazionali o territoriali - qualunque governo - si basano su tre presupposti: primo, che abbiano più potere di altre unità operanti sul loro territorio; secondo, che gli abitanti dei loro territori accettino, più o meno volentieri, la loro autorità; e terzo, che tali governi siano in grado di fornire ai cittadini quei servizi ai quali non sarebbe altrimenti possibile provvedere, perlomeno non con la stessa efficacia (come «legge e ordine», per riprendere un’espressione proverbiale). Negli ultimi trenta o quarant’anni, questi presupposti hanno progressivamente perso la loro validità. In primo luogo, pur essendo ancora di gran lunga più potenti di qualunque rivale interno, anche gli Stati più forti, più stabili e più efficienti hanno perso il monopolio assoluto della forza coercitiva, non ultimo grazie alla marea di nuovi strumenti di distruzione portatili, oggi facilmente accessibili ai piccoli gruppi dissidenti, e all’estrema vulnerabilità della vita moderna di fronte agli sconvolgimenti improvvisi, per quanto leggeri possano essere. In secondo luogo, hanno iniziato a vacillare anche i due pilastri più solidi di un governo stabile, ossia (nei Paesi che godono di una legittimità popolare) la lealtà dei cittadini e la loro disponibilità a servire gli Stati, e (nei Paesi dove questa legittimità popolare manca) la pronta obbedienza a un potere statale schiacciante e indiscusso. Senza il primo pilastro, le guerre totali basate sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobilitazione nazionale sarebbero state impossibili, così come sarebbe stata impossibile la crescita degli introiti erariali degli Stati fino all’odierna percentuale dei Pil (introiti che possono oggi superare il 40 per cento del Pil in alcuni Paesi e il 20 per cento anche negli Stati Uniti e in Svizzera). Senza il secondo pilastro, come ci mostra la storia dell’Africa e di ampie regioni dell’Asia, piccoli gruppi di europei non avrebbero potuto mantenere per generazioni il controllo sulle colonie a un costo relativamente modesto. Il terzo presupposto è stato minato non solo dall’indebolimento del potere statale ma anche, a partire dagli anni Settanta, da un ritorno, tra i politici e gli ideologi, a una critica dello Stato basata su un laissez-faire ultraradicale, secondo la quale il ruolo dello Stato stesso dev’essere ridimensionato a tutti i costi. Questa critica afferma, più per una sorta di fede teologica che non sulla base di evidenze storiche, che ogni servizio che le autorità pubbliche possono fornire o è qualcosa di indesiderabile, oppure potrebbe essere fornito in modo migliore, più efficiente e più economico dal «mercato». A partire da quel periodo, la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati o privatizzati è stata massiccia. Attività caratteristiche di un governo nazionale o locale come gli uffici postali, le prigioni, le scuole, l’approvvigionamento idrico e anche i servizi assistenziali e previdenziali sono stati ceduti a (o trasformati in) imprese commerciali; i dipendenti pubblici sono stati trasferiti ad agenzie indipendenti o rimpiazzati con subappaltatori privati. Anche alcune parti dell’apparato bellico sono state subappaltate. E, naturalmente, il modus operandi delle aziende private - che mirano alla massimizzazione dei profitti - è diventato il modello al quale ogni governo aspira a uniformarsi. E nella misura in cui ciò avviene, lo Stato tende a fare affidamento su meccanismi economici privati per sostituire la mobilitazione attiva e passiva dei propri cittadini. Allo stesso tempo, è impossibile negare che nei Paesi ricchi del mondo gli straordinari trionfi dell’economia mettono a disposizione della maggior parte dei consumatori più di quanto i governi o l’azione collettiva abbiano mai promesso o fornito in tempi più poveri. Ma il problema sta proprio qui. L’ideale della sovranità del mercato non è un complemento, bensì un’alternativa alla democrazia liberale. Di fatto, esso è un’alternativa a ogni sorta di politica, poiché nega la necessità di decisioni politiche, che sono esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, razionali o meno che siano, dei singoli individui che perseguono i propri interessi personali. Si aggiunga che il continuo processo di discernimento per scoprire che cosa vuole la gente, processo messo in atto dal mercato (e dalle ricerche di mercato), deve per forza essere più efficiente dell’occasionale ricorso alla grezza conta elettorale. La partecipazione al mercato viene a sostituire la partecipazione alla politica; il consumatore prende il posto del cittadino. Francis Fukuyama ha di fatto sostenuto che la scelta di non votare, così come la scelta di fare la spesa in un supermercato anziché in un piccolo negozio locale, «riflette una scelta democratica fatta dalle popolazioni. Esse vogliono la sovranità del consumatore». Senza dubbio la vogliono, ma questa scelta è compatibile con ciò che abbiamo imparato a considerare come un sistema politico liberaldemocratico? Così, lo Stato territoriale sovrano (o la federazione statale), che forma la cornice essenziale della politica democratica e di ogni altra politica, è oggi più debole di ieri. La portata e l’efficacia delle sue attività sono ridotte rispetto al passato. Il suo comando sull’obbedienza passiva o il servizio attivo dei suoi sudditi o cittadini è in declino. Due secoli e mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio d’azione, delle ambizioni e della capacità di mobilitare gli abitanti degli Stati territoriali moderni, quali che fossero la natura o l’ideologia dei loro regimi, sembrano essere giunti al termine. L’integrità territoriale degli Stati moderni - ciò che i francesi chiamano «la Repubblica una e indivisibile» - non è più data per scontata. Fra trent’anni ci sarà ancora una singola Spagna - o un’Italia, o una Gran Bretagna - come centro primario della lealtà dei suoi cittadini? Per la prima volta in un secolo e mezzo possiamo porci realisticamente questa domanda. E tutto ciò non può non influire sulle prospettive della democrazia.


Dibattito Francis Fukuyama, Norbert Elias e Moisés Naím sono alcuni degli autori di cui Hobsbawm discute le tesi nei saggi contenuti all’interno del volume «La fine dello Stato». Il brano pubblicato qui accanto è tratto da una conferenza tenuta dallo storico britannico al club Athenaeum di Londra

L’autore e le opere Timori e interrogativi oltre il «Secolo breve» Il testo pubblicato in questa pagina è un estratto dal nuovo libro di Eric Hobsbawm (nella foto) «La fine dello Stato» (traduzione di Daniele Didero, pagine 123, 9) in uscita il 7 novembre per Rizzoli Il volume raccoglie e rielabora alcuni testi in cui lo storico britannico discute problemi cruciali del nostro tempo, dal destino delle nazioni al futuro della democrazia, fino alle nuove forme assunte dalla violenza politica Eric Hobsbawm, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori ebrei austriaci, ha compiuto novant’anni lo scorso 9 giugno. Vive dal 1933 in Gran Bretagna, dove presiede il Birkbeck College dell’Università di Londra Storico di formazione marxista, ha acquisito una grande notorietà internazionale con i suoi studi sull’età contemporanea: «Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848» (Laterza), «Il trionfo della borghesia. 1848-1875» (Laterza), «L’età degli imperi. 1875-1914» (Mondadori), «Il secolo breve. 1914-1991» (Rizzoli). La sua opera più recente tradotta in Italia è «Imperialismi» (Rizzoli)

«Corriere della sera» del 28 ottobre 2007

Pil, il metro impossibile della felicità

Un saggio mette in discussione il primato assoluto della crescita materiale come indicatore del benessere
Di Giovanni Mariotti
La dittatura del Grande Contabile, dal dopoguerra a oggi
Il Pil è un po’più giovane di me, ma non tanto. Nacque nell’immediato dopoguerra. Da allora continua a crescere (a volte, è vero, in maniera un po’stentata). Mi chiedo dove voglia arrivare. Di lui si parla con rispetto, compunzione e timore. Soprattutto se ne parla troppo. Confesso che la cosa mi infastidisce. Non credo che si tratti semplicemente di invidia per un quasi coetaneo che ha fatto una carriera un po’immeritata. La questione è più grave. Lo prova l’inquietante titolo che l’economista Pierangelo Dacrema ha dato a un suo recente pamphlet: La dittatura del Pil (Marsilio). Credo che il primo, squillante grido d’allarme sui pericoli del Pil sia stato lanciato quasi quarant’anni fa, il 18 marzo 1968, da Robert Kennedy, nelle aule dell’Università del Kansas. Ecco, trascritto da un sito Internet, un brano del suo discorso: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana. Contabilizza le serrature speciali per le porte delle nostre case e le prigioni per coloro che cercano di forzarle... Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche le ricerche per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago... Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere e l’onestà dei pubblici dipendenti. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione né la devozione al Paese. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta». Bellissimo squarcio di eloquenza «liberal», forse un po’datato (oggi la domanda di antifurti, porte blindate, carceri e sicurezza è molto alta e magari giustificata... ma non è detto che si tratti di un sintomo di buona salute, per la società), non per questo vacuo. Pronunciato dal cadetto della Nuova Frontiera quando il Pil aveva manifestato solo in parte la sua natura di gramigna virulenta e altamente infestante. Pochi ne parlavano, nel 1968. Non si poteva certo dire che fosse al centro di tutte le campagne elettorali e di tutti i battibecchi televisivi (come sarebbe accaduto in seguito); né era prevedibile quanto fu deciso a Maastricht quasi un quarto di secolo dopo: che l’appartenenza a una grande famiglia di Stati come l’Unione Europea dipendesse da una contabilità che ruotava tutta intorno ai Pil. Eppure Robert Kennedy seppe intravedere la fosca ambizione del Grande Contabile (chiamiamolo così): quella di accamparsi al centro della scena, pretendendo di offrire agli abitanti dei singoli Paesi una misura non solo della ricchezza prodotta anno per anno, ma anche del benessere, del successo o dell’insuccesso delle classi dirigenti, o addirittura, per una deriva ridicola, dei progressi della pubblica felicità. Non sono un economista, e mai ho avuto col Pil rapporti davvero intimi. Più che altro parlerei di antipatia istintiva. Da qui la simmetrica simpatia per l’affilata requisitoria contro il Pil scritta da Pierangelo Dacrema, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Dacrema non è il solo nemico del Pil apparso in questi anni. Mi vengono in mente i nomi di Serge Latouche, autore del volume Come sopravvivere allo sviluppo (bestseller in Francia, edito in Italia da Bollati Boringhieri), e di due italiani, Marino Badiale e Massimo Bontempelli, che hanno firmato un manifesto Contro lo sviluppo. A differenza di Dacrema, Latouche, Badiale e Bontempelli sono impegnati a elaborare un’ideologia della decrescita, un po’«verde» e un po’«rossa». Ma rinunciare a una difettosa e fuorviante misurazione dello sviluppo non significa necessariamente rinunciare allo sviluppo, e cioè ai frutti debordanti dell’inventiva e dell’operosità umane. Giustamente Dacrema afferma: «Sono convinto che un’ampia disponibilità di beni materiali sia un frutto apprezzabile della civiltà. Credo che la ricchezza, o anche l’opulenza, non abbiano niente di peccaminoso, e che la povertà, nel senso più intuitivo del termine, rappresenti tuttora un’urgenza scandalosa per vaste aree del pianeta». Come aveva notato Robert Kennedy, il Pil è indifferente a ogni considerazione di qualità (qualità dei prodotti, e in ultima analisi qualità della vita). Incapace «di capire, cogliere e sentire il valore delle cose e dei fatti». Estraneo a quelle attività, a quelle iniziative, a quegli aspetti dell’esistenza umana che per loro natura non approdano a una movimentazione finanziaria (come il lavoro casalingo o il volontariato). Apparentemente limitato alle singole nazioni, ma in realtà presente, con funzioni intimidatorie o scoraggianti, nelle classifiche di un mondo globalizzato. Prigioniero infine del denaro... della sua struttura «lieve e soffocante». Il libro di Dacrema non è tanto un’invettiva contro il Pil (entità riprovevole solo se gli si permette di trasformarsi in ossessione) quanto la critica di un discorso economico e politico che del Pil si è fatto schiavo. Questa «servitù volontaria» appare abbastanza misteriosa, ma forse può essere spiegata. Aggrapparsi a un semplice numero che pretende di rappresentare en masse il prodotto di un Paese è un alibi comodo per evitare (almeno in parte) i problemi relativi agli usi e alla distribuzione della ricchezza, sempre un po’spinosi. Le cause che rendono oggi così debole e impopolare la comunicazione politica sono senza dubbio numerose. Non è detto che la sudditanza nei confronti del Pil sia una delle meno importanti. Credo che chi desidera ricominciare qualcosa da capo (che so, dar vita a un nuovo partito...) farebbe bene a tener conto di quell’utile prontuario di igiene mentale che è il libro di Pierangelo Dacrema.

Il libro dell’economista Pierangelo Dacrema «La dittatura del Pil. Schiavi di un numero che frena lo sviluppo (pagine 96, 10) è edito da Marsilio Un altro testo importante su questi temi è «Come sopravvivere allo sviluppo» dello studioso francese Serge Latouche (nella foto), edito da Bollati Boringhieri

Ma lo «sviluppo umano» si può misurare
Di Antonio Carioti

La più nota alternativa al Pil è l’Indice di sviluppo umano (Hdi è la sigla inglese), elaborato dall’economista pakistano Mahbub ul Haq nel 1990, che considera fattori diversi dalla crescita della produzione di beni e servizi. Questo parametro, sulla base del quale il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) stila ogni anno dal 1993 una classifica dei vari Paesi, tiene conto di dati come il reddito medio pro capite a parità di valore d’acquisto, il tasso di scolarizzazione dei bambini e il livello d’istruzione degli adulti, l’aspettativa di vita media. Si cerca così di fornire una valutazione che esprima l’effettivo benessere della popolazione, al di là dell’indicatore rappresentato dalla ricchezza monetaria. Il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano del 2006 (elaborato su dati riguardanti il 2004) vede al primo posto nella graduatoria la Norvegia, seguita dall’Islanda e dall’Australia. Gli Stati Uniti sono all’ottavo posto e l’Italia si trova al diciassettesimo, subito dopo la Francia e seguita a ruota dalla Gran Bretagna. Le ultime posizioni sono occupate dai Paesi africani più poveri: Niger, Mali, Sierra Leone. Il rapporto sullo sviluppo umano 2007 sarà diffuso il prossimo 27 novembre, ma intanto prosegue la ricerca di nuovi e più efficaci criteri per misurare il benessere, riferendosi anche alle condizioni dell’ambiente e della sicurezza. Nel suo libro Dacrema cita il Genuine progress indicator (Gpi), che distingue le spese positive da quelle negative, «come i costi relativi alla criminalità, all’inquinamento, agli incidenti stradali».

«Corriere della sera» del 27 ottobre 2007

Letteratura, la sfida perduta delle parole

Confronto tra lo scrittore e lo storico della lingua Gian Luigi Beccaria
di Claudio Magris
«L’occhio coglie 999 sfumature di colore. Ma non esistono vocaboli per esprimerle»
In Val Leventina, nel Ticino - racconta Gian Luigi Beccaria nel suo ultimo libro Tra le pieghe delle parole (Einaudi) - la mucca sterile si chiama böira, quella che partorisce a due anni muiata o carena, quella di poco valore marnegia e quella brutta manigia, quella dalle gambe corte quateda, seleda quella dalla schiena concava e tireda quella con la schiena diritta, mülegna quella dal posteriore spiovente; l’elenco continua, in un epico tentativo della lingua di dare nome a tutte le cose e a tutti i loro aspetti diversi. Un inseguimento grandioso della realtà, gloriosamente sconfitto dall’innumerevole e mutevole molteplicità del mondo. In un’altra pagina del suo libro, Beccaria analizza varie parole che, in lingue e culture differenti, suddividono lo spettro dei colori, per raggrupparne poi in modi differenti i vari segmenti così ritagliati, ma nessuna lingua può coprire i 999 colori che l’occhio umano, secondo l’Atlante Cromatico Dumont, riesce a distinguere l’uno dall’altro e la classificazione è costretta a ricorrere a triplette di numeri. Nella Lettera di Lord Chandos, il racconto con il quale Hofmannsthal nel 1901 apre la letteratura del Novecento denunciando l’insufficienza della parola rispetto alla vita, balena l’impossibile nostalgia di una lingua che abbia una parola diversa per ogni cosa in ogni suo istante che la rende diversa; non solo per ogni foglia, ma per ogni foglia nella luce del sole, nel buio della notte e così via. Tra le pieghe delle parole si aggiunge ai libri che hanno fatto di Gian Luigi Beccaria, nel corso degli anni, uno storico della lingua, un critico letterario e un saggista di grande statura e di affascinante scrittura, di asciutto rigore e creativa fantasia. A parte gli studi più schiettamente scientifici - da Ritmo e melodia nella prosa italiana ai testi di storia della lingua e ai lessici - ha scritto dei saggi che hanno arricchito sostanzialmente la comprensione della poesia contemporanea e dell’inquieto mondo che la sottende, come L’autonomia del significante, un vero capolavoro. All’analisi filologica ha saputo unire una vena di umorismo, che coglie aspetti della buffa commedia umana attraverso le parole e la loro spesso comica deformazione, e ha analizzato l’epica del canto popolare che immerge l’alta cultura del passato nel povero e immaginoso fluire quotidiano. Allievo di Benvenuto Terracini ma anche di Giovanni Getto, Beccaria si è formato in quell’Università di Torino degli anni Cinquanta e Sessanta che è stata un cuore intellettuale e vitale dell’Italia di allora e in cui ci siamo trovati e siamo cresciuti insieme: un pugno di allievi di Getto, anche se laureati con altri maestri, rimasti legati per sempre in un reciproco arricchimento culturale ma soprattutto esistenziale e fraterno, che continua negli anni anche con chi è già arrivato alla fine del suo viaggio, e rende talvolta difficilmente - e inutilmente - separabili le idee, le intuizioni dell’uno o dell’altro. Lo incontro a Niella Tanaro, nelle sue Langhe, dove molti anni fa mi sono trovato nella giuria del premio «La Langa canta» e ho contribuito a far vincere l’incantevole canzone popolare La rondinella. «In questo libro - gli dico - tu leggi le parole come romanzi; esse infatti dicono sentimenti, gerarchie sociali, pregiudizi, passioni, usi, valori. Ogni parola diversa, di lingue e dialetti sparsi in tutto il mondo, dice una sfumatura diversa dell’universale-umano, una particolarità del cuore, dei sensi e della mente, che è di tutti ma esiste solo in quella parola e perisce con lei. Il tuo libro si concentra, pur senza alcuna nostalgia conservatrice, soprattutto sullo sparire, sulla morte delle parole e dell’umano che vive in esse: le cinquemila lingue oggi esistenti, di cui entro la fine del secolo morirà la metà o il 90 per cento; l’ultima donna parlante l’eyak, linguaggio dell’Alaska, scomparsa nel 2001, mestieri e cibi cancellati insieme ai loro nomi. Tuttavia nascono di continuo nuove parole e dunque nuove modalità dell’umano, slang, termini legati alle nuove tecnologie e così via. Forse la morte di qualcosa tocca più della nascita di qualcosa d’altro e i nonni affascinano più dei nipoti? Oppure è la lingua in sé, con la sua articolazione del tempo, ad avere a che fare con la morte, come per il vice-vicebibliotecario di Moby Dick, che amava le grammatiche perché gli ricordavano la sua natura mortale?». Beccaria: In ogni cosa del mondo, così nelle lingue, morte e vita sono strettamente intrecciate, come del resto hai mostrato nei tuoi libri: penso in particolare a Microcosmi e al tuo viaggio in laguna, dove dai voce alla eterna storia della continuità e della trasmutazione delle cose, alle fusioni e alle dissoluzioni nel limo della storia, che tutto fa e disfà. Nelle lingue trisavoli e nipoti convivono. Le parole del presente contengono il fondo della loro radice, sono la presenza verbale del passato. Tutte poggiano su delle rovine storiche, il passato non si cancella, sopravvive anche là dove non ne riconosciamo più la presenza. Nelle pieghe delle parole moderne si annida sempre qualcosa di lontano. Le lingue muoiono, ed insieme sono una testimonianza del durare. Le tracce della storia si nascondono dietro ad ogni parola comune. Tu stesso hai raccontato in Danubio come dietro alla nascita di una parola nuova, il croissant, il Kipfel si celi l’assedio fallito dei turchi a Vienna (1683), festeggiato con la creazione di un dolce simbolo della mezzaluna sconfitta. Magris: In uno dei tuoi libri più belli, hai dimostrato che, almeno in poesia, il significante - la musica, la seduzione fonica, l’assonanza di una parola - prevale sul significato, anzi lo evoca e lo crea. Se Leopardi avesse scritto «negli occhi tuoi fuggitivi e ridenti», anziché «ridenti e fuggitivi», quello sguardo di Silvia e la sua poesia, è stato detto, sarebbero diversi. In questo libro invece prevale il significato: sono gli eventi, i costumi, i ricordi collettivi che si depositano in una parola e la formano. A toccare la fantasia è più il lupo che si aggira nel bosco o sono i suoi differenti nomi nelle differenti lingue, che lo fanno più feroce o più mansueto? Beccaria: I nomi del lupo, o dell’orso, e di tutti gli animali pericolosi, fanno paura come gli animali in carne e ossa. Tant’è vero che l’uomo crea perifrasi eufemistiche, o vezzeggiativi. In irlandese, o nel gaelico scozzese, l’orso si chiama «il buono», in russo «il mangiatore di miele», in inglese e tedesco «il bruno», e il nome originario della donnola, terrore dei pollai per secoli, è stato mutato nelle lingue romanze in «giovane» o «bella donna» (italiano: donnola; francese: belette ecc.). La parola agisce di per sé, ha un autonomo potere, e l’uomo cerca di esaltarlo o di neutralizzarlo, a seconda dei casi e delle convenienze. Magris: Tu parli anche di linguaggio e intolleranza, delle parole aggressive verso l’altro e il diverso. La lingua è la frontiera che rinserra una comunità, muro che esclude gli altri, oppure un fiume che accoglie e integra gli altri corsi d’acqua incontrati nel cammino? Beccaria: La lingua è come un fiume che muta e scorre, a tratti si allarga in laghi fermi, o si attarda in paludi. Il suo flusso poco si avverte, noi ci siamo dentro, cogliamo le alterazioni meglio dopo secoli, esaminando stratificazioni storiche e arricchimenti decisivi provenienti da altre lingue e culture. La storia dell’uomo segna però ricorrenti ostilità verso gli apporti esterni. In un capitolo del mio libro passo in rassegna le tante calunnie etniche, i molti significati spregiativi e distorti, la lunga serie delle «parole contro»: contro chi professa un’altra religione, ha costumi differenti, parla un’altra lingua, ha un colore diverso della pelle. Eppure, l’apertura, la mistura è regolarmente un segno di forza, non di cedimento. Come già Machiavelli scriveva nel suo Discorso, le lingue conviene «che sieno miste» con le altre, che il fiume si integri con gli altri corsi d’acqua. «Non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza aver accattato da altri», continuava il Nostro. Il purismo è chiusura, segno di morte non di vita.
Niccolò Machiavelli è uno degli autori citati da Gian Luigi Beccaria nel suo nuovo libro «Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura» (Einaudi, pagine 230, 19,50) Beccaria insegna Storia della lingua italiana all’Università di Torino. Tra le sue opere: «I nomi del mondo» e «L’autonomia del significante», editi da Einaudi
«Corriere della sera» deò 26 ottobre 2007

Perché «islamo-fascismo» è una definizione giusta

Religione e totalitarismo
Di Christopher Hitchens
L’idea lanciata dallo scrittore conservatore David Horowitz e dai suoi sostenitori di inaugurare la «Settimana di riflessione sull’islamo-fascismo» nelle università americane è stata accolta con reazioni assai discordanti.(..) Ho sentito dibattere e sostenere da più parti che il termine è ingiusto e discriminatorio perché non viene applicato a nessun’altra religione. Ebbene, quest’ultima affermazione non è vera. Un tempo era assai comune, specie a sinistra, accompagnare la parola «fascismo» con l’attributo «clericale», per descrivere quel collegamento reale e diretto tra il fascismo e la Chiesa cattolica che operava dalla Spagna alla Croazia e fino alla Slovacchia. Di recente, Yeshayahu Leibowitz, direttore dell’Encyclopaedia Hebraica, ha coniato il termine «giudeo-nazista» per descrivere i coloni fanatici che si sono insediati nei territori occupati della Cisgiordania dopo il 1967. Bando quindi a qualsiasi sentimento di autocommiserazione tra i musulmani, se vengono così «contraddistinti» su questo punto. Il termine «islamo-fascismo» è apparso per la prima volta nel 1990 sul giornale inglese Independent in un articolo della scrittrice scozzese Malise Ruthven, per descrivere il modo in cui le dittature tradizionali arabe si servono della religione per mantenersi al potere. Non conoscevo questa definizione quando io stesso mi sono servito dell’espressione «fascismo dal volto islamico» per descrivere l’attacco sferrato contro la civiltà l’11 settembre del 2001, e per smentire tutti coloro che presentavano l’attentato come un gesto ispirato da una qualche teologia della liberazione. (..) Se non può essere utilizzato nelle polemiche di tutti i giorni, resta aperta la domanda: il «bin Sadismo» o il Salafismo, o come vogliamo chiamarlo, ha qualcosa in comune con il fascismo? Io sono convinto di sì. I punti di convergenza più immediatamente riconoscibili sono i seguenti: entrambi i movimenti sono fondati sul culto di una violenza assassina che esalta morte e distruzione, sbarrando la strada alla libertà e alla vitalità del pensiero. («Morte all’intelletto! Viva la morte!», era il grido eloquente di Gonzalo Queipo de Llano, alleato del dittatore spagnolo Francisco Franco). Entrambi sono ostili alla modernità (tranne quando si tratta di arsenali militari) ed entrambi si richiamano nostalgicamente agli imperi e alle glorie del passato. Entrambi sono ossessionati da sgarbi e umiliazioni reali e immaginarie e sono assetati di vendetta. Entrambi sono contagiati dalla peste della paranoia antiebraica (e anche dalla paranoia anti-massoneria, un suo parente più innocuo, e questo è un particolare interessante). Entrambi incoraggiano l’adorazione di un capo supremo e traggono ispirazione e autorità da un grande libro. Entrambi si occupano attivamente della repressione sessuale - specie la repressione di qualsiasi «devianza» sessuale - inculcando la subordinazione della donna e il disprezzo della femminilità. Entrambi squalificano l’arte e la letteratura come sintomi di degenerazione e decadenza. Entrambi bruciano libri e distruggono musei e tesori artistici. Il fascismo (come il nazismo) tentò inoltre di ricalcare il successo del movimento socialista emanando proclami pseudosocialisti e populisti. È affascinante osservare che ultimamente Al Qaeda si sforza di imitare e riciclare la propaganda dei movimenti ambientalisti e no-global. Certo, non esiste una corrispondenza perfetta. Storicamente il fascismo si dedicava con grande entusiasmo alla glorificazione della nazione-stato e della struttura corporativa. Non esiste gran che di struttura corporativa nel mondo musulmano, dove le condizioni di vita si rifanno piuttosto a un sistema feudale, anziché capitalistico, ma bin Laden ha fondato il suo potere economico su una multinazionale canaglia con i suoi agganci nel mondo della finanza. In quanto a nazione-stato, Al Qaeda auspica che Paesi come l’Iraq e l’Arabia Saudita vengano fusi in un grande e nuovo califfato, ma questo sogno non ci richiama alla memoria il progetto demenziale di una «Grande Germania» o le fantasie mussoliniane di un risorto Impero Romano? Dal punto di vista ideologico, nessuna forma di Islam predica la superiorità razziale né propone una razza padrona. Ma in pratica, i fanatici islamisti applicano il concetto fascista dei «puri» e degli «eletti» a scapito degli impuri e dei kufar, i profani. Nella propaganda contro l’induismo e l’India, per esempio, traspare qualcosa di molto simile all’intolleranza. Nell’atteggiamento verso gli ebrei, è chiaro che si riferiscono a una razza inferiore o impura (motivo per il quale molti estremisti musulmani, come il Gran Muftì di Gerusalemme, si schierarono al fianco di Hitler). Nel tentato genocidio della popolazione Hazara dell’Afghanistan, di etnia persiana e di religione sciita, si avvertiva un forte impulso alla «pulizia etnica». E non dimentichiamo che bin Laden ha minacciato l’uso della forza contro le truppe di pace dell’Onu che vogliono ostacolare la campagna di massacri razzisti sferrata nel Darfur dai suoi devoti amici, i musulmani sudanesi. Questo ci consente, a mio avviso, di mettere sul medesimo piano i due fenomeni e di affermare che entrambi rappresentano una minaccia alla civiltà e ai valori civili. Permettetemi un ultimo punto di raffronto, che mi sembra in qualche modo incoraggiante. Entrambi questi sistemi totalitari sono evidentemente minati dal loro interno da un desiderio di morte. Certo non è casuale che entrambi esaltino le tattiche suicide e il martirio dei loro adepti, proprio come entrambi preferirebbero vedere la distruzione delle loro società piuttosto che scendere a compromessi con gli infedeli o dover accettare un annacquamento delle gioie dell’ortodossia dottrinale assoluta. Pertanto, pur avendo il dovere di opporci a questi movimenti totalitari e di combatterli, possiamo star certi che saranno essi stessi gli autori involontari della loro distruzione.
«Corriere della sera» del 25 ottobre 2007

No al suicidio dell’italiano

di Magdi Allam
Aiuto, stiamo «suicidando» la lingua italiana! Dalla pubblica amministrazione alla scuola, dalla sanità alla giustizia, dalla religione alla sicurezza, dal lavoro alla pubblicità, ci affanniamo a persuadere le menti e a conquistare gli animi degli immigrati comunicando con decine di idiomi diversi, mobilitando un esercito di mediatori linguistico-culturali, anziché chiedere ed esigere che siano degli ospiti - che accogliamo dando loro l’opportunità di migliorare la loro condizione di vita - a conoscere e a dialogare nella nostra lingua nazionale. Oltretutto, se ci pensiamo bene, l’italiano è la certezza che ci è rimasta di un’identità collettiva vilipesa e tradita dal rischio di estinzione a causa delle conseguenze letali del morbo del multiculturalismo sul piano della perdita dei valori comuni e condivisi. In un mondo in cui siamo soltanto noi a parlarlo e che ci ha già declassato a idioma di serie B, se siamo noi stessi a relativizzarne il valore all’interno stesso dell’Italia mettendolo sullo stesso piano di decine di lingue straniere, la sua morte certa sarà ancora più precoce dell’inevitabile tracollo demografico di una popolazione autoctona a tasso di natalità zero. Non è una scoperta assoluta ma l’apparire sui tram milanesi della pubblicità della Kinder Ferrero in inglese, spagnolo e arabo ci costringe a una rinnovata riflessione. Come interpretare il fatto che la parlamentare di An, Daniela Santanchè, decida di far pubblicare un manifesto a pagamento con una scritta in arabo che recita «Imparate l’italiano e sarete più sicuri dei vostri diritti, dei vostri doveri e del posto che vi spetta nella nostra Patria»? Perché in uno Stato che si rispetti un privato cittadino si accolla l’onere anche finanziario di esortare lo straniero a imparare la lingua nazionale? Non dovrebbe essere una prerogativa e un dovere del governo e delle istituzioni affermare la centralità dell’italiano? Evidentemente non è così visto che non solo non si ritiene che l’immigrato debba conoscere la nostra lingua, ma ci si rifiuta per ragioni ideologiche di prendere in considerazione tale ipotesi. Tutt’al più si offre l’opportunità all’immigrato di imparare l’italiano, come è nei piani del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, ma a condizione che sia lui a decidere se, quando e come accettare. E’stato il ministro dell’Interno Giuliano Amato, lo scorso 11 ottobre, a formalizzare il rifiuto del governo a chiedere all’immigrato di conoscere l’italiano. L’ha fatto con una battuta: «Se a mia zia fosse stato chiesto di recitare l’Oxford Dictionary quando sbarcò a Staten Island, probabilmente sarebbe stata respinta dagli Usa e rispedita in Sicilia a fare la fame perché, a quei tempi, lei e tanti altri emigranti parlavano a stento l’italiano». E questa è stata la sua conclusione: «Ciò che non hanno chiesto a mia zia non intendo chiederlo agli immigrati che arrivano in Italia». Il discorso di fondo è una esplicita opzione per una società multiculturalista in cui vengono relativizzate le identità, le culture, le religioni e le lingue. In quell’occasione Amato ha presentato raggiante un opuscolo «In Italia in regola», tradotto in sette lingue straniere e stampato in un milione di copie. Iniziative simili sono state fatte da diversi ministeri che interagiscono con gli immigrati. Ebbene se lo Stato investe milioni di euro per tradurre le regole comuni e riuscire a comunicarle a chi risiede nello stesso spazio territoriale, significa che ha fallito in partenza perché non ha compreso che solo condividendo la lingua nazionale, in aggiunta ai valori e alla cultura, potrà iniziare il percorso per una costruttiva integrazione. L’investimento deve essere fatto non per rincorrere le lingue dei nostri ospiti, ma per vincolare l’ospite a conoscere la nostra lingua. Deve essere un obbligo, non un optional. Non c’è poi da sorprenderci se al tradimento dell’italiano in patria si accompagna l’abbandono totale della sorte della lingua nazionale all’estero, concedendo spiccioli alla Società Dante Alighieri (solo 1,7 milioni di euro contro i 300 milioni del Goethe Institut) e assottigliando sempre più i finanziamenti agli istituti di cultura italiani nel mondo (17,5 milioni di euro nel 2006). Ecco perché è ridicolo che ci si scandalizzi se l’Unione Europea e le Nazioni Unite declassificano l’italiano. Ma se non ci crediamo noi stessi al valore della nostra lingua e l’abbiamo trasformata nel simbolo di un suicidio nazionale, perché dovrebbero riabilitarla e riesumarla gli stranieri?
«Corriere della sera» del 24 ottobre 2007

04 novembre 2007

Solovki: gulag, memoria sotto chiave

di Marine Fauve
Due ore di volo da Mosca, poi una notte di battello… E all’improvviso quel punto dorato in mezzo al Mar Bianco: è una delle isole Solovki che drizza la cupola del suo monastero. Ma è come per fuggire da una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo: il gulag. «La natura è superba, si va in bicicletta, si va a pesca, si visita il monastero… Quasi si passa accanto alla storia senza accorgersene», si spaventa Grigori, 52 anni. «E tuttavia quest’orrore è rimasto scolpito. Sappiamo che qui sono stati detenuti centinaia di migliaia di russi, e molti sono morti. In ogni famiglia si porta il segno del gulag».
Isole Solovki, il primo gulag, costruito nel 1923: qui si concentra il disagio della Russia nel guardare al passato. Qui solo un piccolo museo allinea fotografie di ingegneri, ufficiali o letterati che furono deportati, citando talvolta la data della fucilazione.
Nessuna immagine di fame, di esecuzioni, di uomini sofferenti. Più lontano, un percorso acciottolato sulla collinetta di Serkina conduce a una chiesa trasformata all’epoca in luogo di detenzione punitivo. Da un lato, un superbo panorama; dall’altro, una ripida scalinata in fondo alla quale si trova la morte: vi precipitavano i fucilati, e gli operai esausti che venivano fatti rotolare attaccati a dei tronchi. Oggi una croce ortodossa e qualche candela impongono il raccoglimento. Ma, anche qui, nessuna lapide.
È come se questo episodio non sopportasse di essere spiegato nei luoghi in cui fu vissuto, e fosse compito della letteratura occuparsene. Non è forse raccontando quegli anni di orrore trascorsi sulle isole Solovki che Alexander Solzenicyn – detenuto per otto anni – aveva rivelato all’Occidente la macchinazione staliniana? L’«arcipelago del Gulag cominciò così la sua esistenza maligna, e presto avrebbe avuto metastasi in tutto il corpo del paese», scrisse nel libro che scosse il mondo nel 1973. «Le persone non riescono a raccontare gli anni passati qui, è un episodio doloroso per tutti», spiega Sergueï, pescatore nato sull’isola.
La visita di Putin, all’inizio del suo primo mandato, ha dato il tono incoraggiando il restauro del monastero. Tuttavia le isole Solovki restano il simbolo di tutte le repressioni sovietiche. Ne è prova il fatto che a Mosca il luogo che le commemora è segnato da una pietra proveniente da queste isole e posta davanti agli uffici del Kgb (oggi Fsb), nei cui sotterranei molti 'traditori' sono morti a causa della tortura e dei proiettili. Oggi molti documentari e il lavoro degli storici hanno permesso a numerose famiglie di ritrovare tracce di parenti scomparsi all’improvviso. Nel gennaio del 2006 la televisione russa ha persino diffuso per la prima volta Il Primo Cerchio, un adattamento del romanzo di Alexander Solzenicyn, vietato in epoca sovietica.
Eppure un recente avvenimento mostra che niente è risolto. L’annuncio, lo scorso luglio, dell’apertura degli archivi staliniani avrebbe dovuto suscitare la soddisfazione delle famiglie umiliate, e la speranza dei ricercatori di svolgere un lavoro complessivo sui gulag, dove sarebbero morti dai 18 ai 20 milioni di persone tra il 1929 e il 1953 (anno della morte di Stalin). In realtà gli archivi saranno aperti solo a quei discendenti delle vittime che potranno identificarsi come tali. Per di più, non sarà trasmesso alcun dato riguardante gli 'informatori', quei vicini o amici che denunciarono i 'nemici del popolo'. «Al massimo livello dello Stato, si crea un clima che non incoraggia a guardare il passato», riconosce Nikita Petrov dell’associazione Memorial, che lotta per la riabilitazione delle vittime del comunismo.
Come si spiega che lo Stato russo, ad oggi, non abbia costruito alcun monumento ufficiale, e che a malapena versi i risarcimenti? Se infatti Memorial ha pubblicato una lista di un milione e mezzo di persone 'vittime del terrore', da parte delle autorità non c’è stato alcun censimento. In questo difficile lavoro di memoria rimane il 30 ottobre, giornata di commemorazione delle vittime della repressione politica, che ha visto molti ritrovarsi con domande su quel passato tragico. «A sette anni ero già una nemica del popolo», ricorda Vanda Khlebinskaia, che partecipa ogni anno. «Ci arrestarono alle quattro del mattino, mia madre, i miei due fratelli e mia sorella». Fu l’inizio di diciotto anni di deportazione, in gran parte in Siberia, in mezzo a tempeste di neve glaciali. «Tutti i giorni vedevamo gente morire attorno a noi. E oggi si resta con le domande: chi denunciò mio padre? Come venne arrestato? E che cosa ricorderà la Russia di tutto ciò?». Vanda, che oggi ha 73 anni, è stata riabilitata nel 1962. Per quegli anni di deportazione riceve oggi dallo Stato 350 rubli al mese (10 euro), che si aggiungono ai quattromila rubli (115 euro) della pensione. «Per comprarci il pane – dice – senza il companatico».
«Avvenire» del 4 novembre 2007

Ma la ragione non ha torto

Per l’Islam e i fondamentalisti religiosi è un peccato la caratteristica più preziosa della cultura occidentale
di Gian Enrico Rusconi
I nemici dell’Occidente si moltiplicano non soltanto nelle scuole coraniche islamiche-islamiste ma anche in alcune università occidentali. Dell’atteggiamento ostile fa parte anche il rifiuto o la denuncia del «razionalismo occidentale». Il termine è approssimativo, ma carico di suggestione negativa. Qualche anno fa un libro di successo, Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, ha descritto con efficacia l’idea negativa di Occidente e quindi del suo razionalismo che è diffusa soprattutto nella cultura islamica. Uno dei passaggi centrali dice: «L’Occidente è colpevole del peccato del razionalismo, di essere cioè così arrogante da credere che la ragione per sé abiliti gli esseri umani a conoscere tutto ciò che c’è da conoscere».
Detta così, siamo davanti a una deformazione del razionalismo occidentale, costruita a partire dal primato della fede o della religione. Definire il razionalismo come «peccato» perché considera come «unica fonte di conoscenza dei fenomeni naturali la ragione» significa impedirne a priori ogni comprensione. A meno che l’affermazione non si limiti a dire che ci sono alcuni fenomeni o espressioni, in particolare della natura umana, che hanno dimensioni che dovrebbero essere considerare trascendenti (o sovra-naturali). Accessibili a forme di comprensione da definire con criteri diversi da quelli naturalistico-scientifici.
Ma, se è così, non c’è bisogno di ricorrere all’Islam. Si tratta di un antico e classico topos del pensiero occidentale: dalla tensione tra ermeneutica e metodo scientifico, ai dibattiti filosofici tra ragione dialettica e razionalità empirica o positivista, sino alle attuali discussioni tra naturalismo integrale e naturalismo liberalizzato o pluralista. Nella stessa rinascita del darwinismo di oggi ci sono posizioni strettamente naturaliste «scientiste» (con espliciti pronunciamenti ateistici) e posizioni assai più sfumate e problematiche (fondate sull’assunto «etsi deus non daretur»).
Max Weber, il maggiore studioso del razionalismo occidentale, ha sostenuto che esso consiste nell’insieme dei processi di razionalizzazione e scientificizzazione che culminano nella «intellettualizzazione» del mondo. Il risultato è «il disincantamento» del mondo e della natura, che da cosmo dotato di senso oggettivo diventa un insieme di regolarità determinate dalla scienza. Un mondo disincantato o secolarizzato non è necessariamente un mondo senza Dio, ma dove Dio ha perso ogni ruolo cosmologico. Questa è la sfida alla razionalità religiosa.
Weber intendeva dimostrare che i processi di razionalizzazione e secolarizzazione hanno avuto luogo storicamente «soltanto in Occidente» anche sulla base delle sue radici cristiane. In particolare, sotto la spinta dell’ascetismo intramondano promosso nella prima modernità dal protestantesimo. Il razionalismo moderno dunque non è il prodotto esclusivo della scienza e/o dell’illuminismo ma di una dinamica più profonda dalle remote matrici religiose.
Non ci interessa qui verificare fino a che punto le tesi weberiane siano convincenti o esaurienti dal punto di vista storico. Il nesso tra lo sviluppo eccezionale dell’Occidente e il razionalismo secolarizzante è un fatto storico incontrovertibile. Ma oggi si producono dinamiche differenti. Constatiamo, ad esempio, che i cosiddetti «valori asiatici» sono del tutto congruenti con aspetti non secondari del razionalismo originariamente occidentale. Culture extra-occidentali, con radici religiose diverse da quelle cristiane, stanno lanciando all’Occidente sfide che contengono robuste componenti di razionalismo, nell’uso e nello sviluppo delle tecnologie, ad esempio. È un razionalismo di tipo nuovo più sensibile ai «valori»?
È un equivoco molto più diffuso che la razionalità e il razionalismo, intesi come disciplina mentale e stile di vita, siano espressione di un formalismo metodico, indifferente a quelli che sono chiamati «i valori». Il razionalismo sarebbe sostanzialmente sempre strumentale, cioè incapace di creare e trasmettere valori autentici e senso del vivere privato e collettivo. È un’affermazione inconsistente. Il razionalismo infatti nasce e si muove all’interno di un surplus di valori, in un orizzonte pieno di valori di segno differente. Non a caso in Occidente si è sviluppato e vive tuttora insieme con la libertà di coscienza, di religione e della indagine scientifica, l’autonomia della persona, il pluralismo ideologico, la tolleranza, il civismo - e soprattutto con l’uso pubblico della ragione. Dov’è il vuoto dei valori lamentato dagli islamisti e dai clericali nostrani?
Il razionalismo riconosce la pluralità dei valori, certificandone nel contempo una parziale incommensurabilità e irriducibilità che può essere fonte di contrasti. Le realizzazioni dei valori sono motivo di tensioni e di contraddizioni. Il razionalismo non azzera, ma tiene conto della contraddittorietà della vita reale. E in questa ottica il razionalismo diventa ragionevolezza. La ragionevolezza è l’accettazione del pluralismo delle visioni della vita e delle fedi, il leale confronto di culture-civiltà diverse.
A questo punto possiamo tentare una sintesi del razionalismo occidentale menzionandone tre elementi costitutivi:
1) razionalismo scientifico e/o filosofico in senso ampio, inteso come intellettualizzazione e disincantamento del mondo, che comprende la secolarizzazione;
2) razionalismo etico-politico inteso come uso pubblico della ragione, caratterizzato dalla trasparenza delle procedure politico-istituzionali e dal confronto con le altre civiltà, leale e fermo nella reciprocità del riconoscimento;
3) razionalismo come attitudine o abito costantemente autocritico. Quest’ultimo è un tratto peculiare dell’Occidente: nessuna civiltà appare più differenziata e contrastata al suo interno di quella occidentale. Ne discende la sua capacità autocritica che può talvolta spingersi sino all’autodenigrazione. Ma l’autocritica è una forza, non una debolezza. Quando l’Occidente smetterà di autocriticarsi sarà la sua fine.
Se è questo «ciò che resta» del razionalismo occidentale, teniamocelo ben stretto.
«La Stampa» del 26 ottobre 2007

03 novembre 2007

Anche Gesù -qualche volta­ «litigava»

di Roberto Beretta
Bei tempi, quando – invece di litigare – si «disputava». Tra predicatori come accadeva nell’età comunale, a svolgere singolari e accattivanti «omelie dialogate» da due pulpiti contrapposti nelle navate. Tra teologi alla maniera delle università medievali, quando anche san Tommaso faceva trascrivere le sue quaestiones disputatae come libri di testo per gli alunni...
D’altronde, il buon esempio veniva da Gesù Cristo stesso: del quale dodicenne il Vangelo (e poi i misteri del rosario) ricordano il curioso episodio della fuga dai genitori per sgattaiolare nel Tempio a «disputare» con dottori assai più anziani. Che il cristianesimo conservasse il culto della «disputa» – un po’ più dell’accomodante dialogo, un po’ meno della rissosa controversia – ce ne siamo forse dimenticati, in quest’era che si bilancia tra tolleranza acritica e opposizione ideologica. Viene dunque opportunamente a rammentarlo per immagini la mostra dedicata a «La Disputa» e aperta fino al 13 gennaio nel Museo d’Arte e cultura sacra di Romano di Lombardia (Bg). Un tema insolito, defilato come è la sede della rassegna, però ben illustrato grazie a una sfilata di 100 opere – dagli olii alle stampe –, spesso minori ma non solo (ci sono anche Durer, Tintoretto, Pomarancio, Guardi, Rembrandt...), divise in 10 sezioni e comprese tra Cinque e Settecento; ovvero nell’età moderna che pure – grazie a Riforma e Controriforma – fu un periodo cruciale per l’evoluzione della disputa nella tradizione cattolica. Lo spunto all’iniziativa è data dal restauro, nella locale basilica di San Defendente, della Cappella della Dottrina Cristiana, destinata in altri tempi al catechismo. E già qui affiora una curiosità significativa: se la lunetta della cappella ospita infatti una tela del gesuita secentesco Andrea Pozzo, dedicata ovviamente alla «Disputa di Gesù tra i dottori» (1675), sotto il quadro è stato rinvenuto da poco un dipinto a secco di non molto precedente (1642) e che raffigura l’unica «Disputa della Dottrina Cristiana» – in pratica, una scuola di catechismo – conservata in Italia. La circostanza serve a interrogarsi su come, nel volgere di nemmeno mezzo secolo, fosse cambiata la teologia – e la conseguente iconografia – della «disputa» in casa cattolica, dal momento che l’immagine di un Cristo (adulto e barbuto) che funge da maestro per un gruppo di giovinetti «moderni», come accadeva in una scuola di dottrina dell’epoca, venne coperta dalla classica raffigurazione di Gesù adolescente tra i rabbini. Quasi fosse ormai necessario trascorrere da un approccio descrittivo a uno più analogico, dalla sottolineatura di una possibile contemporaneità di Gesù alla rappresentazione più ordinata e «sicura» del Vangelo, del dogma. Ma non è l’unica evoluzione della «disputa», come dimostra il saggio a catalogo di Marco Collareta, che ripercorre il tema nell’arte cristiana fin dagli esordi. Nel V secolo, ad esempio, il modello di Gesù nel Tempio era ancora la scuola romana, con la sola «sorpresa» di trovare un giovanetto quale maestro. Ma non passa molto perché s’affermi l’immagine di Cristo che domina la scena da un’alta cattedra, quanto somigliante a un trono: un’ostentazione della regalità, più che del potere della parola. Gesù torna bambino (anche nella statura) solo con l’arte gotica, Giotto compreso, che di suo aggiunge ai quadri un contorno architettonico grandioso; curioso pure il verismo nel rappresentare i giudei, forse per rispecchiare i dibattiti pubblici dell’epoca tra religiosi cattolici ed ebrei; ma si noti anche il far capolino di Maria: quasi un simbolo della Chiesa, «difesa» dal suo Fondatore-figlio contro l’«eresia» incarnata dai dottori.
Raramente, peraltro, i dipinti mostrano il retaggio di un antisemitismo che sarebbe stato facile enfatizzare con le espressioni ostili o mostruose dei rabbini; Beato Angelico, ad esempio, costruisce la sua «Disputa» a immagine di una rispettosa discussione ecumenica. Al massimo l’allegorismo si spinge a rappresentare il Nazareno che tiene in mano un libro e i dottori mentre svolgono rotoli di papiro, simboli trasparenti dell’opposizione tra Legge nuova e antica. La ritrovata centralità – anche sociale – dell’infanzia continua a esprimersi nei secoli seguenti.
Dunque Correggio dipinge Gesù dodicenne in primissimo piano, e nemmeno Durer se la sente di barare sull’età. D’altra parte, mettere in cattedra un maestro imberbe serve teologicamente a sottolineare la natura divina della sua scienza, contrariamente ai tanti dottori del mondo – più saggi quanto più s’imbianca il pelo. «Per mostrar ch’era huomo – chiosa Landolfo di Sassonia a fine Cinquecento commentando l’episodio evangelico – ascoltava humilmente gli huomini ch’erano maestri; per provar ch’era Dio, rispondeva a loro».
Ed è proprio il XVI secolo l’epoca d’oro della Disputa, almeno in Italia. Non a caso, è pure il periodo di rilancio delle scuole di catechismo e delle «dispute», intese come quiz religiosi a premi tra gli alunni; dunque il tema iconografico di Gesù tra i dottori acquista un valore esortativo aggiunto. Poi il barocco ci mette del suo, accentuando con l’enfasi del gestire il senso allegorico della composizione: e – come nelle celeberrime «Dispute» raffaellesche vaticane, una sacra e una profana, i personaggi significano con la posizione delle mani il centro delle rispettive riflessioni – così, a indicare un’ascesi che coinvolga i cuori e le volontà, Cristo punta invariabilmente il dito in su. Per salvare l’anima, del resto, non serve più interpretare le Scritture (pretesa anzi quanto mai ««protestante»...), basta bensì applicare la devozione e rispettare i precetti della Chiesa. Anche l’adolescente Gesù dunque, deposto il Libro che stava spiegando ai dottori, resterà qualche secolo così, col braccio teso verso il cielo.
«Avvenire» del 2 novembre 2007