08 dicembre 2013

Annibale, guerriero perfetto ma eroe delle cause perse

Barry Strauss mette a confronto i capi militari più importanti dell'antichità. La valutazione: un condottiero formidabile superiore persino a Cesare e Alessandro
di Paolo Mieli
Alle origini del conflitto Roma non poteva accampare ragioni di diritto internazionale realmente valide per scendere in guerra dopo la caduta di Sagunto, città sua alleata in Spagna. Umiliò i Romani, poi Cartagine lo tradì negandogli i rinforzi. Il giudizio di Churchill: chi sa vincere una guerra raramente sa stabilire una buona pace, chi sa fare una buona pace non avrebbe mai vinto la guerra
Polibio ne lodò esplicitamente «il modo di esercitare il comando, il valore e la forza sul campo». Napoleone Bonaparte ne esaltò la grandezza e lo collocò sullo stesso piano di Alessandro Magno e Giulio Cesare. Sigmund Freud, fin da giovane, ne scrisse con ammirazione, idealizzandolo come un «semita» che aveva avuto il coraggio di sfidare Roma. Nel 1934, il presidente turco Mustafa Kemal Ataturk gli dedicò un panegirico a Libissa, luogo in cui 2117 anni prima il comandante cartaginese si era dato la morte con il veleno per non essere catturato dai romani. Panegirico che doveva suonare a monito nei confronti di Benito Mussolini, il quale si proponeva come restauratore dei fasti di quell'antica Roma che, pur dopo essere stata da lui umiliata, alla fine era riuscita a sconfiggere il generale africano. In anni recenti gli afroamericani lo hanno considerato il grande eroe nero dell'antichità (anche se probabilmente non era di pelle scura). Adesso, in un libro che sta per essere pubblicato da Laterza, L'arte del comando (nella convincente traduzione di Giuliana Scudder), Barry Strauss sostiene che, per certi versi, il grande generale cartaginese superò Alessandro e Cesare. «Probabilmente», scrive, «fu Annibale il più grande comandante, sia in combattimento sia sul campo... Con la battaglia di Canne realizzò uno degli esempi di accerchiamento più eleganti e distruttivi che gli annali della storia militare ricordino». Si può dire che fu «l'eroe della cause perdute e delle battaglie perfette».
Come Alessandro con Filippo II, Annibale aveva appreso l'arte militare dal padre: Amilcare Barca. Quando attaccò Roma aveva 29 anni e da 20 non aveva più messo piede a Cartagine. A fianco del padre, in Spagna, aveva fatto sua l'«abilità del sorprendere». Quando varcò le Alpi, portando con sé gli elefanti, «lasciò il nemico a bocca aperta». Accerchiò i romani «con una serie di stratagemmi inauditi»: riuscì «a forzare le porte di una città inespugnabile»; caricò il nemico con la cavalleria da un nascondiglio alle sue spalle; in una notte riuscì a portare in salvo il suo esercito sotto il naso dei romani. Non ebbe remore di carattere umanitario: la prima cosa che fece, quando nel 218 a.C. giunse in Italia, fu massacrare gli abitanti di Torino per spezzare la resistenza nell'area circostante; e quando 15 anni dopo, nel 203 a.C., lasciò l'Italia, uccise gli italici che si rifiutavano di seguirlo. Ugualmente crudeli, del resto, furono gli altri due condottieri: Alessandro rase al suolo Persepoli con una dose non necessaria di sadismo; Cesare, scrive Plutarco, sterminò in Gallia un milione di persone (e ne ridusse in schiavitù altrettante).
Roma controllava i mari e i porti vitali della Sicilia e della Sardegna. Così Annibale, non potendo cercare rifornimento nei porti delle due isole, fu costretto a compiere un viaggio di 1.600 chilometri, dalla Spagna meridionale all'Italia settentrionale. A quei tempi Roma aveva a disposizione un esercito potenziale di 760 mila uomini, Annibale di 60 mila, che si sarebbero ridotti a 26 mila dopo l'attraversamento delle Alpi. La sua arma principale, oltre a quella di colpire il nemico a sorpresa, era (avrebbe dovuto essere) quella di provocare defezioni nel campo degli alleati di Roma. Ci riuscì davvero e fino in fondo solo con i celti. In ogni caso comunicava agli italici di essere sulle loro terre non come conquistatore, ma come liberatore e, dopo ogni vittoria, riduceva in schiavitù i romani, ma liberava tutti i prigionieri italici.
Annibale, a detta di Strauss, «impersonò la figura del vendicatore e del liberatore e trovò la via per avvicinarsi agli dei». A Cartagine promise di restituire l'onore perduto a causa dell'antica sconfitta subita da Roma nella Prima guerra punica; agli italici disse che avrebbe loro restituito «la libertà dalla dominazione romana» (anche se Cartagine, diffidente nei confronti della famiglia Barca, nel momento decisivo gli lesinò gli aiuti). Affermò, Annibale, di essere protetto dal dio cartaginese Melqart, da Ercole e si descrisse come un eroe tratto dalla mitologia celtica. Ma, precisa Strauss, «a differenza di Alessandro non dichiarò mai di essere un dio, e si limitò ad affermare di essere sotto la protezione divina». Per questo «il fascino che Annibale esercita sui diseredati ha radici solide». Nessuno stratega «è riuscito a realizzare una invasione così rischiosa come la marcia di Annibale attraverso i Pirenei, il Reno e le Alpi fino in Italia; nessun comandante ha ottenuto una vittoria tattica così definitiva come quella di Annibale a Canne... Nessuno ha saputo riorganizzare con tanta fermezza i popoli invasi come lui quando entrò in Italia al grido "l'Italia agli Italici"». Dopo «aver sfidato un impero arrogante e averlo scosso fino alle radici, perse tutto; ma conservò la propria dignità; nella sconfitta reinventò se stesso come amministratore, ricominciò la lotta contro Roma in Oriente, e rifiutò l'umiliazione di una marcia trionfale del nemico? Morì da sconfitto, ma non piegato».
Tito Livio definì il conflitto che oppose Annibale a Roma (218-201 a.C.) «la più memorabile di tutte le guerre che vennero mai combattute». «A mio parere», ha scritto Werner Huss in Cartagine (Il Mulino), «i romani non potevano accampare nessuna valida ragione di diritto internazionale quando nel 218 a.C. entrarono nella guerra che doveva decidere dell'egemonia nell'area del Mediterraneo occidentale». Questo semplice fatto «fu però messo in ombra dalle affermazioni dei politici e storici romani, che da un lato ritennero politicamente inopportuno dire la nuda verità, dall'altro erano intimamente convinti che ogni guerra combattuta da Roma fosse una "guerra legittima"». Se i romani, prima dello scoppio della guerra, si videro costretti ad agire in base a un pretesto giuridico - il presunto obbligo di alleanza nei confronti della città iberica di Sagunto, cuneo romano nella Spagna cartaginese, espugnata da Annibale nel 219 a.C. - questo, secondo Huss, «non solo dimostra che erano consapevoli della illegittimità della loro azione, ma lascia anche pensare che si rendessero pienamente conto della grande importanza della loro decisione».Se poi dobbiamo accettare la massima napoleonica secondo cui «in guerra non sono gli uomini ma l'uomo che conta», ha scritto Basil H. Liddell Hart in Scipione Africano (Bur), «il fatto più significativo è che Alessandro e Cesare ebbero il terreno spianato dalla debolezza e dall'ignoranza dei comandanti che li contrastarono». Annibale, no. Solo Annibale («al pari di Scipione») combatté regolarmente contro generali esperti. Però, prosegue Liddell Hart, «le sue tre vittorie decisive - Trebbia, Trasimeno e Canne - vennero riportate su generali non solo ostinati e precipitosi, ma anche scioccamente refrattari a qualsiasi tattica che contasse sull'astuzia piuttosto che sul puro e semplice impiego della forza bruta». Annibale ne era consapevole, tant'è che alla vigilia della battaglia della Trebbia, esaltando l'attitudine a individuare le opportunità e la prontezza nel coglierle, avvertì i suoi: «Avete a che fare con un nemico ignaro di queste arti della guerra». Barry Strauss lo descrive invece come un generale senza scrupoli che «con una élite esperta e un piccolo esercito riesce a mettere fuori combattimento un gigante d'argilla»: tipo Hernán Cortés, che nel 1519 con appena seicento uomini affrontò gli aztechi e nel 1521 avrebbe conquistato l'intero Messico.
Già Pirro, re dell'Epiro, nel 280 a.C. aveva invaso l'Italia meridionale e aveva quasi piegato Roma. Generale dotato dello stesso carisma di Annibale, scrive Strauss, «anche Pirro aveva un esercito piccolo ma esperto, completo di cavalleria e di elefanti... Al contrario di Annibale, aveva anche numerosi alleati italici». Vinse due importanti battaglie campali contro Roma, ma subì perdite talmente gravi che le vittorie si trasformarono in sconfitte: Roma rifiutò di arrendersi, riguadagnò gli alleati che fornirono nuove truppe e ottenne l'appoggio di Cartagine, timorosa che Pirro potesse invadere la Sicilia. Così, cinque anni dopo, nel 275 a.C., il re dell'Epiro fu costretto a tornarsene a casa a mani vuote.
Annibale, passate le Alpi, dove, come si è detto, aveva perso oltre la metà del suo esercito, anziché fermarsi a riprendere fiato, come tutti si aspettavano, inflisse due terribili sconfitte ai romani: sul Ticino, dove umiliò Scipione, padre di quello che sarebbe divenuto l'Africano, e sulla Trebbia, dove circa 28 mila uomini (due terzi dell'esercito di Roma) furono uccisi o presi prigionieri. Qui Tito Sempronio Longo non ebbe il coraggio di dire a Roma la verità circa l'accaduto e raccontò che una tempesta «aveva ostacolato la vittoria». Nel 217 a.C., l'anno successivo a quello del passaggio delle Alpi, Annibale attraversò gli Appennini e si impantanò nelle paludi dell'Arno, un luogo acquitrinoso, che causò notevoli perdite alle armate cartaginesi. Ma anche stavolta non si perse d'animo e inflisse ai romani un nuovo scacco sulle rive del Trasimeno. Tra uccisi, feriti o catturati, altri 30 mila romani furono fatti fuori, mentre l'esercito di Annibale subì la perdita di 1.500 uomini, prevalentemente celti. Qui si pone per la prima volta la questione di Maarbale, il valoroso generale cartaginese che, secondo gli approfonditi studi di Dexter Hoyos, già allora avrebbe fatto pressione per attaccare immediatamente Roma, che dista appena 137 chilometri dal luogo della battaglia e che in quel momento era difesa da non più di 10 mila militi. Ma Annibale sceglie di aggirare la città nemica per dirigersi verso sud, in cerca di nuovi alleati e di una ricompensa per le sue truppe. E gli storici sono pressoché unanimi nel giudicarla una buona scelta.Roma a questo punto corre ai ripari affidandosi a un dittatore: Quinto Fabio Massimo, grande esperto nell'arte di temporeggiare, non attaccare frontalmente l'avversario (limitandosi a infastidirlo con azioni di guerriglia). Il suo piano, secondo Plutarco, era di «mandare piuttosto soccorso agli alleati, perché, conservando essi le loro città, logorassero le forze di Annibale come fiamma che brucia alimentata da scarsa e leggera materia». Si discute ancora, ha scritto Fabio Mini in Eroi della guerra. Storie di uomini d'arme e di valore (Il Mulino), se il Temporeggiatore avesse trovato «una tattica asimmetrica» o fosse soltanto «un inetto che si accontentava di sopravvivere». Di certo «era più attento al clima politico del Senato che alla ricerca dello scontro con Annibale, il quale poté continuare a muoversi con relativa facilità». Annibale, ha proseguito Fabio Mini, «comprese che la strategia indiretta del sollevamento locale contro Roma non dava i frutti sperati e i romani mantennero il controllo del territorio». Ma «anch'essi erano vicini al collasso psicologico». Tra l'altro, scrive Strauss, la cultura romana amava l'offensiva e disprezzava la strategia difensiva, i soldati scalpitavano per la passività del loro comandante e il popolo di Roma gli diede lo spregiativo nomignolo di «servo di Annibale». A compensare, parzialmente, questa inattività romana, arriva la notizia della splendida vittoria navale alla foce dell'Ebro e di altre prodezze terrestri di un altro Scipione a danno di Asdrubale, fratello di Annibale, da lui lasciato a presidio della Spagna.A fine 217 a.C. il Temporeggiatore lascia l'incarico, viene sostituito da due consoli e il 2 agosto dell'anno successivo Roma perderà in un giorno tante persone quante il Giappone oltre duemila anni dopo a Hiroshima. Stiamo parlando della battaglia di Canne, dove i romani, pur disponendo del doppio di uomini dei loro nemici, furono travolti da Annibale, che ne uccise 48 mila e ne fece prigionieri altri 20 mila (il 75 per cento del loro esercito). I nuovi consoli, Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, avevano deciso di farla finita con le tattiche di Quinto Fabio Massimo e di cercare, perciò, lo scontro. Comandavano, però, a giorni alterni: Paolo, il più prudente, decise il 1° agosto di non rischiare; Varrone, il giorno successivo, attaccò e per Roma fu la fine. O quasi. Annibale accerchiò e travolse i romani con un modulo di battaglia che sarebbe stato studiato nei secoli: nel 1905 la strategia cartaginese ispirò il piano del generale tedesco Alfred Graf von Schlieffen, ma nel 1914 l'esercito della Germania imperiale non riuscì ad applicarlo e a ripetere l'impresa a danno dei francesi. Per Roma l'agosto del 216 a.C. a Canne fu un ricordo terribile: «L'elenco dei morti era un "chi è" della élite romana: vi appartenevano 80 senatori o persone eleggibili come membri del Senato, 29 tribuni militari, numerosi ex consoli e il console Paolo, uno dei comandanti dell'esercito romano», nota Strauss. Sopravvisse Publio Cornelio Scipione, che trovò rifugio a Canosa. E qui torna in scena per la seconda volta Maarbale, che suggerisce ad Annibale di puntare dritto su Roma. Nel giro di cinque giorni, gli diceva, avrebbe potuto cenare sul Campidoglio. Si offrì di andare avanti lui e di affrontare la parte più impegnativa della battaglia. Ma Annibale gli rispose di no. Al che Maarbale, secondo Tito Livio, gli avrebbe detto: «Evidentemente gli dei non hanno concesso tutti i doni a uno stesso uomo: tu, Annibale, sai vincere, ma non sai approfittare della vittoria». Il grande condottiero cartaginese, però, non si lasciò persuadere. Pretendeva, prima di impegnarsi nello scontro decisivo, di avere una migliore disposizione sul campo delle alleanze. A questo punto Strauss si domanda se Maarbale avesse ragione e, a differenza di quasi tutti gli storici che si sono occupati delle guerre puniche, conclude che difficilmente, con la strategia d'attacco suggeritagli dal proprio braccio destro, il comandante cartaginese avrebbe costretto Roma alla resa. Forse avrebbe dovuto attaccare Canosa, per dare un ulteriore colpo all'esercito nemico in rotta e togliere di mezzo l'uomo che lo avrebbe sconfitto, il giovane Scipione (questo però Annibale non lo poteva immaginare).
Dopo Canne, in ogni caso, la maggior parte dell'Italia meridionale (ma non di quella centrale) passò con Annibale e così anche Filippo V di Macedonia. Il condottiero africano promise che non avrebbe arruolato i loro uomini: gli era sufficiente che non fossero più a disposizione di Roma. Ma, in un acuto saggio dedicato a questa vicenda, Siegmund Ginzberg ha fatto notare come fosse di fatto impossibile mandare in frantumi l'intelaiatura di rapporti creata dai romani. E ha condiviso la tesi centrale del celebre libro di Robert O'Connell, The Ghost of Cannae (Random House): «Annibale analizzava la struttura delle alleanze di Roma come se studiasse una radiografia ai raggi X, vedeva le strutture ossee; invece avrebbe avuto bisogno di una risonanza magnetica, che gli mostrasse il tessuto connettivo fatto dalle relazioni personali che Roma era riuscita a stabilire tra i membri del proprio gruppo dirigente e quelli dei gruppi dirigenti degli alleati, nonché i rapporti di clientela... Era proprio quello l'elemento che teneva insieme l'alleanza romana; Annibale non riuscì mai a cogliere fino in fondo quanto fosse forte, quindi non riuscì a spezzarla del tutto, anche dopo aver vinto una battaglia dietro l'altra».Ma torniamo al dopo Canne. La città più importante che passa dalla sua parte è Capua e lì stabilisce il suo quartier generale. Annibale, ricostruisce poi Fabio Mini, «girovaga per l'Italia meridionale. Sosta, ozia, attacca, si lascia invischiare nelle meschinità locali. Dalla Campania organizza una spedizione, attraversa il Sannio e punta su Roma. Arriva a tre chilometri dalla città e si ferma. Non ha le forze per distruggerla, né per piegarla; combattendo sotto le sue mura costituirebbe un obiettivo per tutte le legioni romane e gli alleati, sa di non avere il controllo delle linee di rifornimento e non è sicuro del supporto di Cartagine in mano ai politicanti». Preferisce tornare in Apulia, sconfigge i romani a Oderno e a Locri, ma quelli riescono a riprendere il controllo del Sannio e della Campania.In merito a tali circostanze, Barry Strauss rende esplicito omaggio al fondamentale volume di Michael Fronda, Between Rome and Carthage. Southern Italy during the Second Punic War (Cambridge University Press), nel quale è ben argomentata la tesi secondo cui, avendo Roma un numero pressoché illimitato di soldati (Polibio ne calcolava circa 800 mila, comprendendo quelli «prestati» dalle città italiche), l'unica iniziativa di Annibale che avesse senso strategico era quella di sottrarle il maggior numero possibile di alleati e con questi alleati la metà degli uomini in armi su cui avrebbe potuto contare. Cioè quello che provò a fare. Inviando suo fratello Magone a Cartagine, nel 215 a.C., con un cesto di anelli d'oro sottratti ai nobili romani uccisi o fatti prigionieri a Canne, per chiedere un aiuto che il Senato della città concesse malvolentieri. Roma a questo punto riuscì con un assedio di due anni, dal 213 al 211 a.C., a riconquistare Siracusa, che era passata con Cartagine (nella battaglia fu ucciso il grande matematico Archimede, il quale si era messo a disposizione della difesa della città) e la Sardegna. Poi attaccò Nuova Cartagine in Spagna. E sfondò nella penisola iberica. Annibale, scrive Strauss, non aveva tenuto conto di una fondamentale legge di guerra: se invadete un Paese, non permettete che, per rivalsa, questo invada il vostro. Qui entra in scena Publio Cornelio Scipione, che sarà detto l'Africano. È nato nel 235, ha 12 anni meno di Annibale, contro il quale ha combattuto, diciassettenne, a fianco del proprio padre nella battaglia del Ticino: padre che sarà ferito e che lui stesso trarrà in salvo con un'azione davvero eroica. Mentre Annibale è in Italia, travolge i romani e conosce successo dopo successo, Scipione si fa nominare proconsole per la Spagna e riesce a riconquistare la penisola iberica. Forte di questa impresa, si propone di attaccare Cartagine, costringendo in questo modo Annibale a tornare in Africa per difendere la sua città. Ma il Senato lo osteggia, Quinto Fabio ironizza sulla sua giovane età e, scrive Fabio Mini, «allude al fatto che si tratti di una sua manovra per avere gloria lontano da dove è il pericolo, cioè Roma». Quinto Fabio, secondo Mini, attribuisce a Scipione «un vizio comune a quel tempo come oggi, un vizio di cui lui stesso era esempio vivente»: le armate «sono reclutate per la protezione della città, non per i consoli che, come sovrani, le portino per il mondo ove loro aggrada per motivi di vanità personale». La risposta di Scipione è caustica: «Affronto il nemico che voi mi assegnate, ma voglio essere io a trascinarlo dietro a me piuttosto che sia lui a trattenermi... Chi porta il pericolo su di un altro ha più spirito di chi deve respingerlo, il terrore si moltiplica con la sorpresa e l'inaspettato? purché non sorgano impedimenti, qui presto sentirete che in Africa è scoppiata una guerra e che Annibale sta lasciando l'Italia». Il Senato, «in un costume sopravvissuto fino ad oggi in molte parti del mondo» (Mini), se la cava con un marchingegno, nominando Scipione console in Sicilia, così che sia lui nella sua autonomia a prendersi la responsabilità di attaccare Cartagine. E Scipione se la prende.Scacciati i cartaginesi dalla Spagna, sconfitto Asdrubale nella battaglia di Becula (208 a.C.), si fa eleggere console (205 a.C.), mette insieme un suo esercito personale il cui nerbo è composto da sopravvissuti di Canne e sbarca in Africa (204 a.C.). Qui si allea con Massinissa e riesce a spezzare l'alleanza di Cartagine con la Numidia. I cartaginesi provano a trattare la pace con Roma, poi inviano (inutilmente) Magone in Italia a soccorrere Annibale, infine nel 203 a.C. richiamano lo stesso Annibale in patria. Il comandate non rientra in città, si accampa anzi a 120 chilometri, nei pressi del porto di Adrumeto. E mentre si prepara allo scontro decisivo, capisce di essere spacciato. Strauss ipotizza che se, come lo esortava a fare il Senato di Cartagine, avesse attaccato prima, quando ancora Massinissa non si era ricongiunto a Scipione, forse... Ma poi lui stesso ammette che Scipione non avrebbe accettato il confronto militare fino a quando non si fosse congiunto alla cavalleria dei numidi. Perciò a quel punto non c'era via d'uscita.Prima della battaglia di Zama (202 a.C.), Annibale a sorpresa chiede di incontrare Scipione. «I resoconti di questo colloquio», scrive Liddell Hart, «devono essere considerati importanti solo nelle loro linee generali e pertanto - anche a causa delle lievi divergenze tra le varie fonti - sarebbe più conveniente parafrasarli, ad eccezione di alcune delle frasi più pregnanti». Il tema principale su cui si sofferma Annibale è «l'incostanza della fortuna». Annibale sa che perderà e così si rivolge al suo giovane interlocutore: «Quello che io fui al Trasimeno e a Canne, quello sei tu oggi... Adesso sono qui in Africa, ridotto a dover discutere con te, che sei romano, della salvezza mia e di quella dei cartaginesi; proprio in considerazione di questo io ti consiglio di non essere superbo». Dopodiché elenca condizioni di pace a tal punto favorevoli a Cartagine che per Scipione è facile respingerle. Perché allora aveva voluto quell'incontro? Secondo Strauss, Annibale aveva intuito che anche Scipione aveva problemi con il suo governo e quello era un modo di suggerirgli che «c'era tra loro molto in comune, che erano avversari non nemici e potevano essere utili l'uno all'altro, comunque fossero andate le cose... Il perdente poteva ottenere clemenza e il vincitore avrebbe saputo di avere nel campo avverso un uomo che rispettava». Dopodiché Zama fu una Canne capovolta: i cartaginesi persero 20 mila uomini e altrettanti ne furono fatti prigionieri; i morti di Scipione furono 1.500. La sua vittoria fu schiacciante. Ma Scipione, probabilmente anche a seguito del colloquio di cui si è detto, si oppose a che Annibale fosse portato a Roma in catene. Anzi, consentì che mantenesse ruoli pubblici nella sua città. E qui accade qualcosa a cui Strauss dedica grande attenzione. Tornato al potere nel 196 a.C., Annibale ritenne che il compito più urgente fosse quello di riordinare le finanze dissestate. Ci provò e ci riuscì. Ma, nota Werner Huss, entrò in conflitto con il «ministro delle finanze», che apparteneva al partito aristocratico. Propose anche una riforma molto ardita, che ridimensionava il Consiglio dei Centoquattro, organo supremo della politica cartaginese, e fu a quel punto che i suoi nemici interni, «senza alcun ritegno», lo indicarono ai romani come se fosse tornato ad essere pericoloso.In realtà stava solo diventando un uomo politico di grande peso. È quello che Barry Strauss definisce il «paradosso di Annibale»: nel momento stesso «in cui si spegnevano i suoi sogni di gloria militare, si svelava la sua capacità politica». «Quando aveva stabilito un rapporto con Scipione, aveva fatto probabilmente l'unica cosa che poteva fare per salvarsi dall'esilio e dalla morte... A quel punto cominciò a reinventarsi come statista e riformatore, facendo per Cartagine quel che Cesare avrebbe fatto per Roma, e anche di più». Ma, scrive Huss, i romani - nonostante Publio Cornelio Scipione Africano si battesse in sua difesa e gli desse fiducia - inviarono a Cartagine una missione per fare chiarezza su questa nuova situazione (anche se lo scopo ufficiale degli emissari era quello di dirimere una vertenza sui confini tra Cartagine e Massinissa). Ovvio, afferma Strauss, «dopo Annibale, Roma non si sarebbe più fidata davvero di Cartagine e avrebbe finito col vendicarsi di Canne in un modo tale da far sembrare quel massacro una lotta a cuscinate».
Annibale capì l'antifona e fuggì a Efeso, alla corte di Antioco. Era l'anno 195 a.C. e da quel momento avrebbe girovagato, ma non avrebbe mai più rimesso piede a Cartagine. Dopo la sua fuga, i romani gli diedero la caccia e nel 183 a.C., quando stava per essere catturato, Annibale si uccise, a Libissa nei pressi di Istanbul, il luogo in cui ? come si è detto all'inizio ? lo avrebbe celebrato Ataturk. Quanto a Cartagine, divenuta anche per merito di Annibale di nuovo fiorente e prospera, cinquant'anni dopo (146 a.C.) i romani, che non se ne fidavano, l'avrebbero rasa al suolo in maniera definitiva. E trascorsi cento anni, nel 46 a.C. Giulio Cesare l'avrebbe rifondata come colonia romana, popolata da abitanti che provenivano dall'Italia. Ma da quel momento per Cartagine fu tutta un'altra storia.Secondo Strauss gran parte della responsabilità per il fallimento dell'impresa di Annibale ricade sul governo cartaginese, che nel 215 a.C. aveva rifiutato di inviargli i rinforzi richiesti. Ma anche lui, dopo la sconfitta di Asdrubale in Spagna nel 207 a.C., avrebbe dovuto capire che la sua avventura in Italia non aveva più alcuna possibilità di successo e non doveva restare lontano dall'Africa altri quattro anni. Nessuno come lui seppe tenere in pugno i propri soldati che, a differenza di quelli di Cesare e di Alessandro, mai si ammutinarono. Il suo principale difetto era che «non sapeva, al contrario di Cesare, immaginare il futuro». Poi, per paradossale che possa apparire, tutta la sua vita e in particolare la parte conclusiva dimostra che, a differenza di Alessandro, «fu un ottimo amministratore, ma non un buon conquistatore». I conquistatori, afferma Strauss, «continuano ad andare avanti finché loro e i loro uomini cadono esausti o morti; gli uomini di Stato sanno quando è il momento di fermarsi». Ma è difficile possedere entrambe le doti. Ha scritto Winston Churchill: «Quelli che sanno vincere una guerra, raramente sanno stabilire una buona pace, e quelli che hanno saputo fare una buona pace, non avrebbero mai vinto la guerra». Annibale avrebbe potuto essere l'unica eccezione nella storia.
«Corriere della Sera» del 30 settembre 2013

03 dicembre 2013

Berlinguer non ti voglio bene

Passione e ideologia
di Pierluigi Battista
Il libro di Francesco Piccolo esalta la Buona Causa. Ma ricordo che dalla parte «giusta» stava Craxi, non il Pci
Ognuno di noi conserva il ricordo della partita del cuore, la partita della svolta in cui la passione sportiva si è mescolata e fusa con quella esistenziale della politica. La mia è stata la sfida di hockey sul ghiaccio tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969. Il giovane Jan Palach si era appena bruciato nella Praga occupata dai carri armati del Patto di Varsavia, e sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente «Dubcek Dubcek» straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista. La svolta politica di Francesco Piccolo invece, lo racconta nel suo bellissimo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), coincide con il settantottesimo minuto della partita di calcio Germania Ovest contro Germania Est nei Mondiali del ‘74, quando il piccolo Piccolo, accanto e contro il padre di destra che tifava per i tedeschi occidentali, esultò quando Jürgen Sparwasser della Ddr segnò il gol che riscattava i poveri ragazzi infagottati nelle modeste «maglie azzurre con lo scollo a V bianco ». Avevano vinto i deboli, erano stati sconfitti i forti e ricchi prepotenti dell’Ovest.
Fu allora che Francesco Piccolo consumò il suo parricidio simbolico. Fu allora che Francesco Piccolo diventò «davvero comunista». Esattamente l’opposto di quanto era accaduto a me. Per me la Ddr incarnava un regime mostruoso, una caserma oppressiva che aveva spinto fino alla perfezione la sua vocazione poliziesca, il cui simbolo erano i VoPos che dall’alto delle torrette sparavano senza pietà a chi scappava nei modi più avventurosi da quello Stato-prigione, come è ancora documentato nel museo situato a Berlino a pochi passi dal Checkpoint Charlie. Per questo mi commossero di più tutti quei giovani entusiasti e ancora increduli che un po’ di anni dopo avrebbero buttato giù a picconate il Muro, mentre Mstislav Rostropovic celebrava con il suo sublime violoncello la fine dell’arroganza totalitaria che lo aveva tirato su.
Questo per dire a Piccolo che i ricordi che formano il tessuto di un’esperienza umana ed emotiva destinata a intrecciarsi con le vicende della politica sono vari e spesso contrastanti tra loro, e non solo nel senso più banalmente anagrafico-generazionale (tra me e lui corrono nove anni di differenza, a mio sfavore). Il suo libro racconta meravigliosamente l’andirivieni contraddittorio di emozioni e sentimenti tra la storia molto personale di un ragazzo borghese nato a Caserta nel ’64 e la storia «grande e terribile», per dirla con Kipling, che lo scaraventa fuori del cortile di casa, e gli fa sentire la morsa di un destino comune condiviso con il resto dell’umanità.
Con Il desiderio di essere come tutti Piccolo si conferma lo strepitoso scrittore che conoscevamo. Basterebbero le pagine sul colera e sul terremoto per dimostrarlo, o quelle sul primo amore che muore nel giorno di San Valentino, per colpa del militantismo ideologico e di un orribile pacchetto in rosa che una commessa sdolcinata aveva confezionato per il regalo d’amore (rifiutato). Però nel libro si parla di Berlinguer, di Craxi, di Moro, del compromesso storico, del berlusconismo, dell’antiberlusconismo come altrettanti momenti della maturazione politica di uno scrittore che sa guardarsi dentro con il dono raro dell’ironia.
E dunque non è infondato rileggere questo romanzo anche dal punto di vista politico. È vero: Piccolo sostiene una posizione molto coraggiosamente minoritaria. Berlingueriano per scelta, non ignora la debolezza di una sinistra in cui «ogni sconfitta politica», dalla Prima alla Seconda Repubblica, «diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese, perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto». È vero, Piccolo addirittura accosta, parlando della sinistra, due aggettivi che, affiancati, suonano come una bestemmia per i sacerdoti della superiorità antropologica della sinistra: «puri e reazionari». È vero, le corrucciate e arcigne vestali dei «pensieri giusti» hanno già provveduto a bacchettare il reprobo Piccolo, come è accaduto sulle colonne del «Fatto Quotidiano».
Però, forse è proprio sbagliato dare per scontato che la parte «giusta» sia stata quella cantata e sferzata al contempo da Piccolo. Piccolo più volte dice di sentirsi affine al Robert Redford che in Come eravamo, incontrando Barbra Streisand ancora impegnata dopo tanti anni a testimoniare qualche Buona Causa, le dice con ammirazione affettuosa: «Tu non molli mai, eh». La citazione significa due cose. Che Piccolo-Redford si sente un po’ in colpa. E che la militante Streisand, pur prigioniera di una purezza politicamente inconcludente, è migliore di chi si rassegna, di chi «molla», di chi non è all’altezza della sua integrità: «Tu non molli mai». Ecco, forse questo implicito presupposto di Piccolo che innerva tutte le pagine del romanzo, non è poi così scontato. Scrive che nei funerali di Berlinguer si riconobbero «tutti». Non è vero: i comunisti erano un terzo degli italiani, gli altri due terzi si commossero per la morte di Berlinguer, ma non per questo sentivano di ammettere la «superiorità» etica del partito di Berlinguer. Dalla parte «giusta» sulla scala mobile, poi, era Craxi, non Berlinguer.
Dalla parte «giusta» sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui «riformista» e «socialdemocratico» erano parolacce e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire «riformatore». Sulle riforme istituzionali dalla parte «giusta» era Craxi, con un po’ di anticipo, e non chi gridava al golpe anticostituzionale. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle «narrazioni» successive. O almeno, così ricordo, anche se alla memoria, come al cuore, non si comanda. Al massimo la si può restituire nei suoi aspetti più vividi, compito nel quale Il desiderio di essere come tutti di Piccolo riesce magnificamente.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

A scuola c’è un anno di troppo

Incompiute d’Italia
di Gianna Fregonara e Orsola Riva
Le ipotesi di riforma frenate dalla politica
Farebbe la felicità dei ragazzi e, secondo una parte consistente di pedagogisti ed esperti, anche il loro bene. Sarebbe una boccata d’ossigeno per le casse dello Stato: risparmio stimato, tre miliardi. Piace ai professori universitari e agli imprenditori. Contrari «senza se e senza ma» i sindacati degli insegnanti. I ministri dell’Istruzione da dieci anni a questa parte sono personalmente favorevoli, ma il dibattito politico è fermo da quando, nel 2001, fu sotterrata la riforma Berlinguer. Stiamo parlando di uscire da scuola un anno prima, a 18 invece che a 19 anni: in linea con gli altri Paesi europei e con gli Stati Uniti, nonché con il gigante cinese. Il modo più semplice sarebbe tagliare un anno di superiori. Finora il liceo di 4 anni è stato avviato a livello sperimentale solo da alcune scuole paritarie lombarde con l’ok del ministero. Visitando il liceo Guido Carli di Brescia il ministro competente, Maria Chiara Carrozza, ha detto che, se ci fosse stata questa possibilità ai suoi tempi, lei avrebbe volentieri «studiato in una scuola come questa». Alcuni presidi di licei e istituti tecnici statali, da Verona a Bari, l’hanno presa in parola: dall’anno prossimo la secondaria superiore di 4 anni parte anche nelle scuole pubbliche.
In realtà, la rimodulazione dei cicli scolastici era diventata legge già nel 2000 (legge n. 30), ministro Luigi Berlinguer: le superiori rimanevano di 5 anni, ma medie ed elementari erano accorpate in un ciclo unico di 7 anni. La riforma fu seppellita da Letizia Moratti, arrivata a viale Trastevere nel 2001. Nemmeno la Gelmini volle esercitare le sue forbici sul percorso dalle elementari alle superiori. L’ultimo a esprimersi a favore di una riduzione del curriculum dei liceali è stato Francesco Profumo, che lo aveva indicato tra le priorità del 2013. Ma le forze politiche su questo tema sono in difficoltà, perché, come dimostra anche il destino della riforma Berlinguer, i sindacati fanno muro sulla riduzione di un anno, temendo il taglio degli insegnanti: «In questo momento non ci sono le condizioni, prima servono investimenti per la scuola», è la riposta della Flc-Cgil. Non è un caso che nei programmi dei partiti non si parli della riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico, ma tutt’al più, nel programma del Pdl, si trovi l’anticipo a 5 anni della scuola elementare: un modo per raggiungere l’obiettivo del diploma a 18 anni aggirandone i costi politici.
Fuori dai nostri confini ci sono altri Paesi, per la verità non molti, in cui la scuola inizia un anno prima: l’Inghilterra con Malta e Cipro, e l’Irlanda del Nord, dove addirittura si incomincia a 4 anni (gli Stati Uniti, invece, partono dai 6 come noi; idem la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Austria). Ma quest’ipotesi non incontra il favore dei pedagogisti. Spiega Susanna Mantovani, professore ordinario di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano: «I Paesi che hanno i migliori risultati nei test Ocse, come per esempio la Finlandia, iniziano addirittura a 7 anni. E poi, avendo noi una buona scuola dell’infanzia, mi pare illogico tagliare un anno all’inizio del percorso scolastico solo perché il liceo in Italia è sacro». Luigi Berlinguer taglierebbe semmai l’ultimo anno di scuola elementare. O meglio: «Lo si potrebbe accorpare alla prima media — spiega a “la Lettura” l’autore dell’inapplicata riforma del 2000 — per un passaggio più morbido tra l’educazione primaria e quella secondaria-disciplinare. Ormai gli istituti comprensivi, dove elementari e medie si trovano anche fisicamente nello stesso posto, sono molti. Cinque scuole hanno chiesto questa sperimentazione, ma il ministero non ha dato il permesso».
La soluzione più a portata di mano resta quella di rivedere i programmi delle superiori e tagliare a fine percorso. Non solo perché, come spiega Mantovani, che per anni è stata contraria a questa ipotesi, ma ora ha cambiato idea, oggi «i ragazzi sono stufi, privi di motivazione e questo dimostra che il vecchio impianto gentiliano è affaticato». L’ultimo «dovrebbe diventare un anno di passaggio — suggerisce — in cui si esce dalla gabbia dei programmi per incominciare a nuotare da soli: si potrebbe anche pensare che chi è pronto si iscriva subito all’università». Per Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli non è tanto questione di risparmi (per lo Stato) o di non perdere tempo nell’ingresso del mondo del lavoro: «Questo tema riguarda soprattutto i laureati, che si confrontano con i loro coetanei stranieri; molto meno invece i diplomati, che restano a lavorare in un ambito locale. E per i laureati i ritardi maggiori si accumulano all’università». Il punto è, secondo Gavosto, «che il nostro sistema distribuisce l’investimento sul capitale umano, cioè l’istruzione, in un modo che funzionava 50 anni fa. Oggi i ragazzi nell’ultimo anno di superiori si annoiano: vorrebbero andare all’estero e invece sono lì bloccati. Sarebbe molto più utile riservare un anno di istruzione o formazione da poter usare durante l’esperienza lavorativa, sul modello anglosassone o scandinavo dei prestiti di onore».
Qualche esperimento di anticipare l’università al quinto anno di scuola superiore è in corso. Quello di Ca’ Foscari per esempio: in tre licei veneti durante l’ultimo anno si può frequentare anche un corso universitario. Chi passa l’esame ha un credito per l’anno successivo, insomma un esame fatto. Anche vista dal mondo accademico infatti, la riduzione del curriculum scolastico è necessaria. «È dimostrato — spiega Alberto De Toni, rettore dell’Università di Udine e responsabile istruzione e alta formazione della Conferenza dei rettori — che la divisione del percorso in due cicli diminuisce la dispersione scolastica e dunque il sistema 7+5 sarebbe più utile per gli studenti e le famiglie. In Italia viviamo poi anche il paradosso che, essendo l’istruzione obbligatoria fino a 16 anni e ricevendo invece i ragazzi la qualifica degli istituti professionali a 17, almeno il 20% dei ragazzi dei professionali lascia prima di ricevere la qualifica, alla fine del secondo anno. Se iniziassero un anno prima, a 16 anni potrebbero avere il diploma. Ridurre di un anno il curriculum scolastico poi è un bel risparmio anche sociale e per le famiglie e a 21 anni avremmo dei laureati (laurea breve) come nel resto d’Europa».
Oltreconfine gli ultimi a passare da 13 a 12 anni di scuola sono stati i tedeschi. I Land hanno avviato in ordine sparso una (contestata) riforma che accorcia il percorso del cosiddetto Gymnasium (medie più liceo), portandolo da 9 a 8 anni. Ma i programmi sono rimasti gli stessi ed è aumentato il carico orario (e lo stress) per i ragazzi. Di qui, le critiche. In Francia la scuola dell’obbligo dura 11 anni (5 di elementari, 4 di medie, 2 di liceo), che diventano 12 per chi vuole fare l’università: in quel caso è necessario passare l’esame di maturità (il Baccalauréat) che si consegue solo al termine del terzo anno di liceo (a 17-18 anni). Gli inglesi cominciano un anno prima, a 5 anni, ma la loro lower school (le elementari) dura un anno in più (6 in tutto). A undici anni passano all’upper school, divisa in 3 anni di scuola media e due di liceo, alla fine dei quali c’è il Gcse, l’esame che conclude la scuola dell’obbligo (a 16 anni). Seguono due anni di specializzazione pre-universitaria, dove si studiano solo 3-4 materie, e che si concludono a 18 anni. Infine gli americani: 12 anni di scuola dell’obbligo divisi tra elementari (5), medie (3) e liceo (4), ma l’ordinamento federale è molto poco vincolante. A parte l’età minima di 16 anni, tutto il resto (inizio del percorso accademico, programmi, insegnanti, finanziamento) lo decidono i board dei distretti scolastici, che hanno l’autonomia assoluta impensabile nei Paesi europei: per esempio in Kansas e in altri Stati della Bible Belt, la fascia di più intensa presenza di cristiani evangelici, le scuole non insegnano la teoria dell’evoluzione di Darwin perché confligge con il creazionismo.
Senza arrivare a questi estremi, riscrivere i programmi e rimodulare la scuola in Italia forse sarebbe a portata di mano. Anche perché, a sentire Alberto De Toni, l’occasione per «internazionalizzare» il curriculum scolastico senza provocare sconquassi tra gli insegnanti ora ci sarebbe: «Se si arrivasse a ridurre il liceo a quattro anni — spiega De Toni — gli insegnanti in esubero potrebbero utilmente essere chiamati a insegnare negli Its, gli Istituti tecnici superiori ad alta specializzazione tecnologica, creati con la riforma Gelmini e partiti tra gli stenti (formano non più di 5 mila studenti) e senza fondi, che invece avrebbero bisogno di moltiplicare i posti per i ragazzi».
Contrario è Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale e sociale alla Bicocca, che però rivoluzionerebbe l’intero ciclo di studi, cambiando quello che oggi è considerato il buco nero della scuola italiana, le medie, per farne invece il fulcro del percorso. «Partiamo dai bisogni dei ragazzi: manca una scuola della preadolescenza che aiuti i teenager a elaborare il periodo dagli 11-12 anni ai 15-16. Caricare su un tredicenne (e sui suoi genitori) il peso della scelta del proprio destino è sbagliato: come si fa, a quell’età, a scegliere il liceo coreutico o lo sportivo?». L’idea è dunque quella di un primo ciclo di cinque o sei anni; poi quattro anni di media unica con latino per tutti «perché aiuta a ragionare e a imparare l’italiano». Infine i tre anni di superiori: «Penso a un modello flessibile in cui si fanno delle ore di scuola, degli stage in azienda, magari anche un mese all’estero e si comincia anche a frequentare l’università». Ma così si va troppo lontano: una riforma che toccasse tutti gli ordini di scuola difficilmente uscirebbe intatta dal Parlamento.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

I nostri figli sdraiati, i padri capovolti

di Antonio Polito
Michele Serra nell’ultimo libro fa il relativista sui valori etici e l’imperialista estetico. Così aliena il ruolo di genitore e si disinteressa dei gusti culturali dei giovanissimi
E se l’«universo sconosciuto» di cui ha scritto Barbara Stefanelli sul «Corriere della Sera» fossimo noi? Noi padri, intendo, e non i nostri figli adolescenti che tanto incomprensibili ci appaiono? E se, come in un racconto di fantascienza, gli umani si rivelassero i veri alieni? Devo confessare che il dubbio mi è venuto leggendo Gli sdraiati, l’ultimo libro di Michele Serra (edito da Feltrinelli). Molto bello, e molto popolare a giudicare dalle classifiche dei più venduti. E proprio per questo meritevole di una buona polemica, perché lì dentro c’è un bel po’ di senso comune della nostra generazione, di noi figli ribelli del baby boom, diventati genitori obbedienti di figli perlopiù unici, e solitamente viziati.
Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre a un figlio incomunicante, ho parteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesemente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa, emulando i coetanei che su Twitter si sono battezzati indivanados per distinguere la loro pigra rivolta da quella più attiva degli indignados (e che temo che Serra si sia perso perché, come da lui dichiarato, ha rifiutato la frequentazione di Twitter, giudicato troppo banale con i suoi 140 caratteri).
Ma Serra e io siamo coetanei (anche se lui ricorda il suo Sessantotto di quattordicenne mentre io, allora dodicenne, no) siamo cresciuti vicini, abbiamo lavorato nello stesso giornale («l’Unità») e sospetto che abbiamo votato a lungo lo stesso partito. E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello. Da parte mia sono invece giunto alla conclusione che sia meglio fare l’opposto, e che il fallimento genitoriale della nostra generazione (e se è per questo anche della sinistra dal cui alveo veniamo) nasca proprio dall’aver tentato di sostituire l’etica mancante con un’estetica intollerante. Penso che noi padri dovremmo ricominciare a essere «etici», lasciando in compenso in pace i nostri figli sull’estetica.
Mi stupisce per esempio che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless, dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide; che il rifiuto del mezzo (online) conviva con una sostanziale indifferenza al messaggio. Questo ragazzo «sdraiato» studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta, satanica o angelica? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo dal libro, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa. Ciò che sommamente lo smuove è piuttosto come il figlio accartocci l’amato kilim, o dove e in che condizioni sparga i suoi calzini. Niente che non possa risolvere una brava colf, che sicuramente non mancherà con tutte quelle case in giro per mari e monti.
Ma anche tutta la confusione, e perfino l’odore che l’adolescente promana (del resto è perfino etimologico che un adolescente abbia odore), par di capire che sarebbero tollerati se solo il ragazzo una volta all’anno vendemmiasse il Nebbiolo, o una volta nella vita ascendesse il Colle della Nasca, cedendo così al gioco di potere del genitore. Perché, e questo è per me il punto chiave del libro, tutte queste cose non sono concepite dal padre come gusti personali, e pertanto discutibili: «Come farti capire — scrive disperato — che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un così impacciato testimone?».
Dunque l’esperienza del padre interpreta niente di meno che «la vita degli uomini». Il ragazzo che la rifiuta quindi nega la condizione umana. Come potrebbero non sentirsi degli estranei i nostri figli, di fronte a tanta siderale distanza, a questa dicotomia umano/non umano? Invece di cercare succedanei estetici all’autorità etica cui abbiamo rinunciato, dovremmo piuttosto parlare con loro della verità. Non per convincerli della nostra, o ancor meno per piegarli alla nostra (il Sessantotto è stato davvero utile da questo punto di vista, anche se in Italia è durato troppo, dieci anni, ed è finito nel sangue di Aldo Moro).
L’educazione non si impartisce, è la libertà di una persona che incontra la libertà di un’altra. Ma se noi non abbiamo niente da dire sulla verità, di che cosa pretendiamo di parlare con i nostri figli? Come potranno cercare la loro verità, magari diversa, forse opposta, se noi ne abbiamo paura? Perché ci dovrebbero ascoltare mentre ci crogioliamo nei nostri riti di borghesi arrivati e progressisti, che non hanno più niente di cui stupirsi e più nessuna novità cui aprirsi e ai quali la verità non interessa più, perché il nostro pensiero si è fatto debole, debolissimo, quasi inesistente? Forse abbiamo paura della libertà dei nostri figli; temiamo che la usino male, ma non abbiamo niente da proporre in cambio. Forse, da «adulti politicizzati», qualche volta li odiamo persino; perché, come ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet, rimproveriamo loro «di non avere nessuna intenzione di intristirsi per le stolide e appassite ragioni» per le quali abbiamo inutilmente sofferto noi. Forse gli alieni siamo noi.
«Corriere della Sera - sippl. La lettura» del 1 dicembre 2013

I misteri del male nelle cellule cerebrali

Neurologia: i dubbi su una scoperta letta troppo sbrigativamente, il libro dello scienziato sano che scoprì di avere una Tac da psicopatico
di Chiara Lalli
Spiegare la violenza esaminando il cervello Una pista promettente ma piena di rischi
Nei primi mesi di quest’anno è stata attribuita a un neurobiologo tedesco, Gerhard Roth, la scoperta della sede del male: una regione oscura nel «lobo centrale» del cervello di stupratori, assassini e altri criminali. La notizia ha avuto una certa diffusione e suscitato qualche apprensione nel mondo scientifico finché Roth, tramite un comunicato dell’Università di Brema, ha dovuto precisare di non aver mai identificato il lobo centrale come luogo in cui il male si forma e si nasconde. «Un simile lobo non esiste», si legge nella nota successiva (la suddivisione classica del cervello è nei lobi frontale, parietale, temporale e occipitale) e la notizia della «macchia cerebrale» è risultata un fraintendimento. Tuttavia a questo punto si è accesa una nuova attenzione sulle ricerche che riguardano le relazioni tra cervello e comportamenti umani.
Roth e il suo gruppo di ricerca studiano proprio la possibile connessione tra il comportamento e lo sviluppo del cervello. L’attenzione è rivolta soprattutto a capire se e in che modo traumi precoci possano costituire un fattore determinante nella condotta violenta. Tipologie diverse di comportamento potrebbero essere correlate a disturbi funzionali di alcuni centri del sistema limbico, tra cui la corteccia orbitofrontale. Esistono molte altre ricerche che suggeriscono che il cervello criminale sia diverso da quello non criminale, ma c’è un margine interpretativo nebbioso. A parte gli errori più grossolani, bisogna fare attenzione a non confondere correlazioni e nessi causali, predisposizioni e destini ineluttabili. Soprattutto quando ci si muove su terreni in continua evoluzione e che richiedono una semplificazione destinata ai non esperti. Ma anche agli esperti può accadere di confondersi. O di doversi misurare con situazioni sorprendenti quanto imbarazzanti.
Siamo nel 2005 quando il neuroscienziato James Fallon studia le scansioni cerebrali di alcuni psicopatici. Non è solo il loro passato violento a renderli così diversi da chi non s’è mai spinto più in là di una risposta sgarbata o di un’aggressività contenuta, addomesticata con l’età adulta. Quell’abisso, simile a quello tra chi ha ucciso e chi no, che Georges Simenon racconta in Lettera al mio giudice, emerge anche dal confronto dei cervelli.
Da molti anni Fallon cerca le radici del male, cioè una spiegazione neuroscientifica al comportamento feroce e criminale. Ha notato che nei soggetti con comportamenti molto aggressivi ricorre una caratteristica comune: una scarsa funzionalità in un’area dei lobi frontali e temporali. Niente di strano, perché la riduzione di attività cerebrale in queste zone suggerisce un difetto di ragionamento morale e una scarsa capacità di contenere gli impulsi. Contemporaneamente Fallon indaga l’Alzheimer e le sue correlazioni genetiche. Ha sottoposto alcuni pazienti a esami genetici e a scansioni cerebrali. Come gruppo di controllo usa i suoi familiari e il suo stesso cervello, le cui immagini sistema sotto a quelle degli individui affetti dalla patologia.
In fondo alla pila di lastre ne vede una con le caratteristiche da psicopatico (abnormal). Fallon pensa che sia finita lì tra l’Alzheimer per sbaglio. Controlla. Nessuno sbaglio dovuto al disordine, quella scansione non arriva dal gruppo degli psicopatici. L’identità dell’uomo della scansione è talmente sconvolgente che Fallon pensa che si sia rotta la macchina. Il tecnico di laboratorio controlla lo scanner. Nessun errore, nessuna confusione: è lui, James Fallon. Uno psicopatico, con quell’area cerebrale troppo angusta per contenere empatia e emozioni, gli ingredienti del comportarsi bene. Eppure lui è una brava persona. A parte qualche fissazione e qualche narcisistica manifestazione di promesse non mantenute, nessuno avrebbe sospettato che nel suo cervello si annidasse il male. O la sua correlazione neurologica.
Fallon non si nasconde e non omette la sua scoperta. Il suo cervello è paurosamente simile a quello di un serial killer — non solo, scopre di avere il gene correlato al comportamento violento. Come può un uomo «buono» avere un cervello tanto «cattivo»? Fallon racconta la sua storia in un libro uscito a fine ottobre The Psychopath Inside («Lo psicopatico dentro», Penguin), riformulando in chiave neuroscientifica le domande sul male che ci poniamo da secoli. Prima di quella scansione, Fallon attribuiva alla genetica l’80 per cento del destino personale. Dopo, se l’è dovuta vedere con un’eccezione formidabile, e con la conseguente necessità di ripercorrere concetti come male, psicopatia, responsabilità. Il caso Fallon potrebbe essere considerato come un ennesimo sintomo della complessità del comportamento umano, della difficoltà di indicare le condizioni neurologiche sufficienti e necessarie della violenza. Non basta un cervello da cattivo a renderci cattivi insomma, perché il nostro comportamento non è un mero riflesso condizionato neurologico. Ogni scoperta neuroscientifica ci consegna un tassello per capire meglio il funzionamento del cervello, a patto di non trasformarlo in una caricatura, in una versione poco più presentabile della lettura della mano o di una ben lucidata sfera di cristallo.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

Ma senza i cattivi non c’è storia

Autopsia di una categoria. Il negativo ha radici culturali e lo codifichiamo per assolverci: il mezzo per sconfiggerlo è il linguaggio
di Donato Carrisi
È il «Giuda necessario» a creare la parola mentre il bene non è dimostrabile
Mancano tre minuti alla mezzanotte del 25 maggio 1984. Al detenuto Peter LaFontaine viene concessa la possibilità di rendere un’ultima dichiarazione prima che sia eseguita la sua condanna a morte per mezzo di iniezione letale. Davanti ai parenti delle vittime e al procuratore che ha ottenuto per lui la pena capitale, l’uomo pronuncia un’unica frase: «Non so chi credete di uccidere, ma non sono io».
Nel 1980, LaFontaine ha massacrato con ferocia inaudita due anziani coniugi nel corso di una rapina nella loro abitazione. Le prove contro di lui sono schiaccianti e la sua fedina è un crescendo di precedenti per violenza. Durante il processo, LaFontaine arriva a minacciare giudice, giuria e perfino il suo avvocato. Il tribunale impiega meno di una settimana per emettere una sentenza di condanna a morte, un record.
LaFontaine viene tradotto nel braccio della morte. E qui gli viene diagnosticato un tumore celebrale. Negli Usa il condannato alla pena capitale deve giungere al patibolo nelle condizioni di salute ottimali, poiché la legge richiede la consapevolezza del valore della punizione che sta per subire, in ossequio a una sorta di estremo — e paradossale — scopo educativo.
LaFontaine viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico che gli salva la vita, ma la rimozione della massa tumorale produce un’amnesia. L’uomo non ricorda più nulla del passato, a cominciare dal crimine brutale per cui è stato condannato. Anzi, sostiene di non essere in grado di commettere simili atrocità. Oltre alla memoria, sembra sparita anche la sua indole violenta. Adesso è un uomo mite, dedito alla preghiera e alla lettura della Bibbia. Potrebbe sembrare una recita magistralmente architettata, ma neurologi e psichiatri si convincono che sia tutto reale e anche la macchina della verità gli dà ragione, per ben due volte. Peter LaFontaine sostiene, perciò, di essere innocente per un crimine commesso da un altro sé in passato. Il suo caso genera una domanda. Dove risiede la colpa? Nel corpo che ha compiuto le atrocità o nella coscienza delle stesse? Ed è possibile che l’operazione al cervello abbia rimosso, insieme al tumore e alla memoria, la parte malvagia dell’individuo?
Oggi le neuroscienze cercano di individuare «l’area del male» all’interno del cervello. Ammettono, cioè, l’esistenza di una sorta di predisposizione fisiologica e genetica ai comportamenti più aberranti. Perciò, forse un giorno basterà una mappa del Dna per stabilire se un individuo è buono o cattivo. O magari porteremo i nostri figli da un chirurgo per far rimuovere la parte cattiva del cervello come oggi li portiamo dal dentista per l’estrazione di un dente cariato.
Eppure la Natura sembrerebbe smentire l’origine biologica del male. L’immagine di una leonessa che aggredisce dei cuccioli di zebra ci induce a provare pietà per il più debole. Ma se con quella stessa carne la leonessa nutre i propri cuccioli, allora la valutazione muta radicalmente. Nel mondo animale il giudizio morale è sospeso, perché non esistono leoni vegetariani. E nel mondo umano? Secondo alcuni antropologi, l’unica distinzione possibile fra bene e male deriva dal fatto che solo quest’ultimo può essere dimostrato empiricamente, perché lascia riscontri evidenti dietro di sé — la scena di un crimine, per esempio. Il bene, invece, non si può provare. Infatti, come si fa a dimostrare che l’elemosina concessa al mendicante non è solo un modo per appagare il nostro bisogno di sentirci migliori degli altri, anche solo agli occhi di noi stessi? E che il sentimento che ci spinge è autentica filantropia e non superbia?
La contraddizione è più evidente nel momento in cui l’uomo si racconta. Perciò è alla letteratura che spetta l’ultima parola. E dal punto di vista letterario, il male è assolutamente indispensabile. Ogni scrittore conosce la lezione: il bene trionfa, ma è il cattivo che fa la storia. Il «Giuda necessario», che genera il conflitto e quindi l’urgenza della parola, del racconto.
Allora che sia il bene l’artificio, l’invenzione letteraria?
Dovremmo risalire al momento esatto dell’evoluzione umana in cui è stato stabilito per la prima volta che una cosa era giusta o sbagliata. Sappiamo che la preistoria cessa nel momento in cui nasce la scrittura, ma l’invenzione è strettamente legata all’esistenza di qualcosa da documentare. La funzione del male in questo processo è basilare.
Senza il male, l’umanità non avrebbe una Storia. Oppure questa si limiterebbe ancora a un piatto resoconto della realtà che ci circonda e non avremmo superato nell’evoluzione l’ominide che ritraeva la sua quotidianità sulle pareti di una caverna.
Il che equivarrebbe a dire che ci siamo evoluti grazie al male?
Man mano che avanza il nostro progresso, stabiliamo nuovi canoni per ripartire le cose giuste da quelle sbagliate. Tutto questo si riflette, inevitabilmente, nella letteratura di un’epoca. Rimanendo in America, un romanzo come A sangue freddo di Capote, per esempio, non sarebbe stato possibile prima del 1966. Nonostante le polemiche che suscitò quello sguardo opportunistico e voyeuristico sul male, che trasforma la cronaca in verità e non viceversa, in fondo è il prodotto di una società nata dal filmato dell’omicidio in diretta di Jfk. Le immagini di una testa che esplode colpita da un proiettile non vengono censurate, ma sono mandate e rimandate in onda in ossequio a un principio assoluto di libertà. Oggi l’America ha il suo primo presidente di colore, eppure evita di diffondere le foto del cadavere di Bin Laden per non turbare le coscienze. Perché, come muta la sensibilità riguardo al male, cambia anche il lessico. Alcune barriere semantiche vengono abbattute, altre erette.
L’attenzione che oggi in Italia rivolgiamo, per esempio, al femminicidio lo fa apparire come un crimine moderno. Abbiamo già dimenticato quando gli attribuivamo la definizione, quasi romantica, di «delitto passionale». Ma, senza accorgercene, stiamo ripetendo lo stesso errore. La parola femminicidio scalfisce appena la superficie del problema. Sembra più il frutto di una scelta ideologica. È più adatta a definire una statistica piuttosto che un comportamento spregevole e vigliacco. Toglie identità alle vittime che diventano «femmine uccise», appunto. Una categoria, una specie. Ma, soprattutto, è una parola che lascia impunito il colpevole. Avete notato che si discute di femminicidio, ma non si parla mai del «femminicida»? Quando invece, come deterrente, servirebbe una definizione marchiante, come pedofilo.
Escludendo i casi in cui ha un’origine patologica, il male ha radici culturali. L’unica arma per combatterlo è la parola. Perfino il togliere la vita a un altro essere umano, che è considerato universalmente il peggiore degli atti possibili, riceve una diversa considerazione se lo definiamo «eutanasia». Invece siamo ottenebrati dall’ansia di codificare il male o di attribuirgli un’origine biologica. Per assolverci.
Ma il male è solo un elemento della nostra natura sociale. Per smentire le neuroscienze, ma anche coloro che si illudono di imbrigliarlo nella morale, basterebbe una semplice riflessione. Se rimanesse un solo uomo sulla faccia della terra, potrebbe ancora provare rabbia, odio, rancore. Ma non sarebbe né buono né cattivo.
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

26 novembre 2013

Elogio del classico

Chi ha fatto buoni studi, se non è capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse in grado di idearne alcuni. Certo ci vorrebbe un liceo più moderno di quello ideato da Gentile
di Umberto Eco
Si legge che diminuiscono sensibilmente le iscrizioni al liceo classico Quello che rende perplessi è che la ragione addotta è che non offre sbocchi professionali. Mi pare che, se uno intende arrestarsi alla maturità senza entrare all’università, il classico offra le stesse possibilità di ogni altro liceo. Se si cerca un lavoro immediato dopo le medie superiori allora è meglio un buon diploma di ragioniere o di geometra, professioni di cui si ha sempre bisogno. Se invece si pensa all’università, il classico offre la possibilità di fare qualsiasi facoltà, ingegneria compresa, e quindi il problema non esiste, ovvero si sposta sugli sbocchi professionali dopo l’università, ed è certo che forse diventare dentista piuttosto che professore di filosofia apre maggiori possibilità di comperarsi una barca. Ma so di gente laureata in lettere che ha fatto grandi carriere, in banca e alle massime magistrature dello Stato, si veda, tanto per dirne una, Ciampi. Pertanto nasce il sospetto che la differenza noi sia tra l’educazione classica e quella no, bensì tra avere la testa di Ciampi o quella di qualcun altro.
Ma non vorrei fare del razzismo. Ricordo che il vecchio Adriano Olivetti, quando si stava non solo costruendo (ancora) delle macchine da scrivere, ma già si lavorava ai primi grandi computer, quelli che occupavano uno stanzone e funzionavano ancora a valvole e schede perforate, assumeva certamente dei bravi ingegneri, altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici. Lo mandava a farsi pratica in fabbrica per sei mesi, lavorando da operaio (ma più che altro per fargli capire cos’era una industria) ma poi lo metteva a lavorare ai grandi progetti, o addirittura all’amministrazione. Ricordo che aveva così formato un futuro grande manager che aveva fatto una tesi su Hegel.
Perchè Olivetti faceva così? Perché aveva già capito che una buona educazione (media e universitaria) non insegna solo a fare quello che si sa già (e certamente una scuola per elettricisti deve anzitutto insegnare a riparare un impianto elettrico così come si presenta oggi), ma a essere abbastanza immaginativi per capire dove va a parare il futuro (e il buon elettricista dovrebbe avere abbastanza flessibilità e fantasia per capire cosa potrebbe accadere se domani l’illuminazione e il riscaldamento non fossero più prodotti dall’energia elettrica).
Prepararsi al domani vuole dire non solo capire come funziona oggi un programma elettronico ma concepire nuovi programmi. E accade che gli studi classici (compreso sapere che cosa aveva detto Omero, ma soprattutto la capacità di lavorare filologicamente su un testo omerico - e avere fatto bene filosofia e un poco di logica) sono quelli che ancora possono preparare a concepire i mestieri di domani.
Certamente vorrei un classico concepito in modo più moderno di quello ideato nel secolo scorso da Gentile (che poco aveva compreso delle scienze), dove ci fosse un poco più di matematica, e naturalmente di lingue contemporanee oltre al greco (e forse si potrebbe superare la distinzione artificiosa tra classico e scientifico), ma chi ha avuto una buona educazione classica ha sempre trovato qualcosa da fare, anche se non era quello che tutti si aspettavano in quel momento.
Solo chi ha il respiro culturale che può essere offerto da buoni studi classici è aperto all’ideazione, all’intuizione di come andranno le cose quando oggi non lo si sa ancora.
In altre parole, vorrei dire che chi ha fatto buoni studi classici, se non è forse capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse capace di idearne alcuni.
Ma certamente è una sfida. Chi ha paura del classico è meglio prenda altre strade, perché la vita è crudele e – anche se non è politicamente corretto dirlo -appartenere alle élites è rischioso e faticoso. Si può avere una vita felice a soddisfazioni anche estetiche studiando ebanisteria, e guai se non ci fosse chi lo fa.
«L'Espresso» del 3 ottobre 2013

24 novembre 2013

Lingue, musei e stage: la gita scolastica del 2014

Come cambiano le tradizioni scolastiche
di Carlotta Lombardo
Soggiorni a Roma e Firenze o periodi all’estero e viaggi esperienziali, ma molte scuole rinunciano alle gite di primavera
Meno gite scolastiche. Fino a pochi anni fa nelle scuole superiori di secondo grado erano 1,3 milioni i ragazzi coinvolti: l’anno scorso si è scesi a 930 mila. Nelle superiori di primo grado è andata ancora peggio: 470 mila gli studenti in gita, con un calo del 31% rispetto all’anno prima. Se le gite calano, aumenta però l’accuratezza con cui si scelgono meta del viaggio e prezzo. Praga, Barcellona e Berlino le mete preferite dai liceali, secondo l’Osservatorio Touring sul turismo scolastico; Roma, Firenze, Venezia, Torino per le medie inferiori. E c’è anche un fiorire di tour operator specializzati proprio nel portare i ragazzi in gita. Si occupano di tutto: dall’albergo giusto, con strutture che garantiscano sicurezza a prof e ragazzi, a laboratori e attività interattive da abbinare alle più classiche visite e mostre.

STAGE ALL’ESTERO E CITTA’ D’ARTE - Il primo ad occuparsene è stato il Touring Club Italiano: era il 1913. L’idea era aiutare la crescita culturale e civile dei ragazzi attraverso il viaggio. Oggi il Touring offre una buona gamma di possibilità, sia per la varietà delle mete che per le tipologie di viaggio proposte: itinerari nel tempo, percorsi storici e archeologici, capitali e grandi città d’arte, stage linguistici. «Le mete più richieste — spiega Paola Giambelluca, responsabile del settore viaggi giovani del Touring – sono le città classiche, anche se gli stage linguistici hanno registrato un aumento notevole. Le scuole si rivolgono a noi chiedendo idee, ma capita anche di formulare proposte ad hoc, in base alla richiesta dell’istituto. Siamo un’associazione storica e un tour operator, condizione necessaria per tutelare sia a livello operativo che legale lo studente; purtroppo però la scelta avviene ormai quasi esclusivamente in base al fattore economico».

LEZIONI DI EXPO - Nel ventaglio delle proposte Touring, largo spazio ai viaggi d’istruzione all’estero. Per perfezionare la lingua, ma soprattutto per confrontarsi con culture diverse. Inglese (11 le città proposte), francese (Nizza e Parigi), spagnolo (Madrid e Barcellona) e tedesco (Berlino e Norimberga) si imparano in 20 lezioni settimanali di 45 minuti, dormendo in famiglia e spendendo somme che vanno da 330 euro per Madrid a 402 euro per New York, in pensione completa per una settimana. I voli e le escursioni sono a parte. «Da due anni — continua Giambelluca — abbiamo introdotto le Lezioni di Expo 2015: otto itinerari alla scoperta dell’Italia da una prospettiva diversa, quella dell’alimentazione. Una formula che sta registrando un buon successo». In tre giorni si svelano i sapori dell’Etruria meridionale, fermandosi a visitare il cuore etrusco della regione: Viterbo e Tuscania, Tarquinia e il lago di Bracciano, Tivoli e il Parco Villa Gregoriana (partenza da Viterbo, quota da 124 euro). Tour di sapori anche in Sicilia, cinque giorni da Siracusa alla Valle dei Templi e poi Agrigento e i templi di Segesta e Selinunte, l’architettura normanna di Palermo e Monreale (partenza da Catania, da 203 euro).

TUTTI A ROMA - In Italia piacciono Roma con i suoi monumenti classici (4 giorni in treno, albergo 3 stelle, 3 mezze pensioni a 212 euro a persona) e le città gioiello del Senese, un tour di 3 giorni che si snoda tra Siena, Pienza, Montalcino, Volterra e San Gimignano (sistemazione in albergo 3 stelle, 2 mezze pensioni, pullman, 120 euro a persona). All’estero, invece, spicca Berlino. Un giorno intero è dedicato alla visita dei musei: il Museo di Pergamo, con la spettacolare ricostruzione dell’altare di Pergamo e del mercato di Mileto; il Bode Museum e la Gemaeldegalerie, che raccoglie una collezione ricchissima di opere pittoriche italiane, tedesche, fiammingo-francesi, olandesi e spagnole (4 giorni, albergo 3 stelle, 3 mezze pensioni, voli. Prezzo: 250 euro a persona, minimo 30 partecipanti). «I musei — dice Benedetto Vertecchi, pedagogista ed esperto di politica scolastica — dovrebbero lavorare a stretto contatto con le scuole, in modo da trasformare la gita in un viaggio formativo vero e proprio, capace cioè di allargare le vedute dello studente. In Italia questo legame si è perso. Senza una buona preparazione che precede il viaggio e senza la verifica, una volta rientrati, il viaggio di istruzione diventa solo una gita, cioè un momento di interruzione dell’anno scolastico».

VIAGGI ESPERIENZIALI - Il Parco didattico dell’isola Polvese, sul Lago Trasimeno (Perugia), prevede laboratori dedicati alle energie rinnovabili (si costruisce un forno solare), gare di orienteering e iniziazione alla canoa e alla vela, giochi di squadra e attività artistiche, come la lavorazione del cuoio e dei fogli di rame a sbalzo (3 o 4 giorni in pensione completa, da 141 euro). «I laboratori durante il viaggio di istruzione vanno benissimo — spiega il filosofo e saggista Dario Antiseri —. L’importante è che il ragazzo torni con la capacità di trovare una risposta alla domanda: cosa so adesso che prima non sapevo? Il luogo visitato, qualunque esso sia, deve stimolare la conoscenza e la curiosità, ma gli studenti, aiutati dai professori, devono avere già in testa un interrogativo. Diversamente, il rischio è che il laboratorio si trasformi in baldoria». Dedicato all’architettura, il viaggio in Puglia e Basilicata. Un percorso che si snoda tra il Barocco leccese e i mosaici di Otranto, i trulli di Alberobello e le abitazioni rupestri di Matera, Castel del Monte e la cattedrale di Trani. Il bello è che i ragazzi, seguiti da esperti, sperimentano la realizzazione di un video e di un «servizio giornalistico», scaricabile dal sito una volta a casa (3 o 4 giorni, pensione completa, da 143 euro). Il Parco dei Monti Sibillini (Ap) è invece ideale per lo sci da discesa e le ciaspole, e per imparare a progettazione e costruire un igloo eschimese (3 o 4 giorni, in pensione completa, da 179 euro a persona, queste ultime proposte sono di Helios viaggi).

INDUSTRIA E CINEMA - Mini soggiorni all’estero e percorsi Clil. Il termine sta per Content and language integrated learning, cioè l’apprendimento di una lingua straniera attraverso il contenuto (gli esercizi) e il contesto (l’uso della lingua), che deve essere il più stimolante possibile. Prendete Edimburgo: si va a scuola per 15 ore di corso e si partecipa a due attività pomeridiane con il personale della scuola (sport e workshop), dormendo in famiglia in camere da 2/3 posti letto (da 390 euro, pensione completa). Particolari, anche i viaggi «Un libro in più», che portano alla scoperta delle eccellenze della produzione industriale del Paese. Tre giorni a Trieste dedicati al mondo del caffè, dalla composizione chimica alla visita dell’Università del Caffè e della città (da 130 euro, in mezza pensione, sistemazione in hotel in camere da 3/4 posti letto) oppure a Bologna, sulle orme del grande cinema, dalla ricostruzione della pellicola alla promozione dei film, con visite alla biblioteca di cinema e fotografia Renzo Renzi, seminari sulle tecniche del restauro e visita della città (da 125 euro, Zainettoverde). Tessere di storia, proposto da GirAtlantide, è invece un laboratorio didattico di tre giornate, ognuna dedicata ai grandi personaggi (Galla Placida, Teodorico e Giustiniano) che hanno fatto grande Ravenna. Tramite giochi di ruolo integrati da visite guidate, i ragazzi vivono la storia di Ravenna apprendendo i segreti e le tecniche del mosaico o mettendo in scena una pièce teatrale in costume (3 giorni in pensione completa e sistemazione in hotel, da 112 euro, Giratlantide).
«Corriere della Sera» del
23 novembre 2013

Tre sfumature di Generazione X: i libri di Cazzullo, Piccolo e Scurati

Bookcity
di Tommaso Pellizzari
Coincidenze editoriali (e anagrafiche): in forma di romanzo o saggio il bilancio di un’epoca, in tinte e toni molto diversi
Sarebbe potuta essere solo una coincidenza editoriale. Ma c’è anche un coincidenza anagrafica a mettere in fila tre libri usciti in questo periodo. E a far pensare che di tutto si tratti, tranne che di una coincidenza. Perché i libri di Francesco Piccolo («Il desiderio di essere come tutti», Einaudi), Aldo Cazzullo («Basta piangere! Storia di un’Italia che non si lamentava», Mondadori), e Antonio Scurati («Il padre infedele», Bompiani) sono libri di autori nati tra il 1964 e il 1969, cioè pienamente all’interno di quella Generazione X che dalla primavera di quest’anno e per la prima volta nella storia, con Enrico Letta ha messo un suo esponente al governo del nostro Paese. Un passaggio simbolico non casuale, visto che tutti e tre i libri raccontano in qualche modo proprio questo: l’essere la Generazione X diventata adulta.
Lo fanno con forme, stili, modi e gradazioni diverse. Scurati sceglie il romanzo puro, anche se nella storia di Glauco, lo chef che racconta quanto la paternità sia ormai diventata culturalmente (se non geneticamente) innaturale per il maschio medio del XXI secolo, non è inverosimile immaginare riflessioni simili dello scrittore diventato padre non da molto. Francesco Piccolo invece punta sul romanzo dichiaratamente autobiografico, e non solo perché scritto in prima persona.
Il passaggio dall’Italia di Moro a quella di Berlusconi attraversando la morte di Berlinguer è il racconto dell’evoluzione culturale di un intero Paese. Piccolo racconta in particolare quella del suo mondo, la sinistra, e dell’approdo alla comprensione di quello che per lo scrittore casertano è stato l’errore fondamentale dell’ultimo trentennio: l’illusione della diversità (quando non superiorità) rispetto ai democristiani una volta, ai berlusconiani oggi. E, parlando di coincidenze, guarda caso tutto questo avviene proprio mentre il Pd sta per eleggere a segretario un giovane ex dc, già concorrente di quiz televisivi, ospite di Maria De Filippi in giubbotto di pelle e convinto sostenitore della teoria che è proprio andando a prendere i voti presso quelli diversi dalla sinistra che si vincono le elezioni.
Aldo Cazzullo ha invece scelto la strada del saggio. Il suo «Basta piangere!» è un invito alla sua generazione (e alle successive, con le quali la sorte naturale non è stata più benevola) a non lamentarsi del presente. Non solo perché non serve a nulla, ma anche perché - ed è la parte più originale del libro - non è affatto detto che il presente sia così peggiore di altri presenti del passato.
La qual cosa permette di mantenere invariate le posizioni di Scurati, Piccolo e Cazzullo anche se li volessimo collocare in un ipotetico continuum che descrivesse invece gli «stati d’animo» dei loro libri. Non vi è dubbio che le riflessioni dello chef Glauco Revelli (valga per tutte la consapevolezza di appartenere «a una generazione di uomini senza biografia») inducano più di una vertigine esistenziale. L’esatto contrario del percorso di Francesco Piccolo, passato da una giovinezza di certezze assolute (per la verità più subìte che scelte) a una maturità di rasserenata tolleranza e apertura.
Alla riga 1 di «Basta piangere!» Cazzullo scrive invece di non avere «nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora, è meglio adesso». Una collocazione forte, definitiva e di certo controcorrente rispetto a quello che adesso si chiama «sentiment» del nostro Paese. Nelle 137 pagine successive spiegherà perché. E lo rifarà domenica, alle 12, nella Sala Buzzati del Corriere della Sera, via Balzan 3 (ingresso libero solo su prenotazione, telefonando allo 02 87387707 o scrivendo a rsvp@fondazionecorriere.it). Insieme a lui, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, coordinati dal direttore di Sette Pier Luigi Vercesi. E se lo scopo fosse fare sparire una volta per sempre la X, incognita-simbolo di quella generazione?
«Corriere della Sera» del 23 novembre 2013

17 novembre 2013

Archeologia, locomotiva del turismo

di Maurizio Carucci
La parola d’ordine è promuovere la cultura. Partendo da quel patrimonio archeologico spesso trascurato. Proprio qui, a Paestum, viene lanciato un appello per valorizzare siti, monumenti e musei: i nostri giacimenti culturali. Fino a domenica la XVI edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico è un’occasione di confronto per i vertici istituzionali locali, nazionali e internazionali (compresi Unesco, Organizzazione mondiale del turismo e Centro internazionale per lo studio della conservazione e restauro dei beni culturali).
Un evento capace di attirare oltre ottomila visitatori, 150 espositori con 25 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti. La novità di quest’anno è che la Borsa si svolge per la prima volta all’interno dell’area archeologica della città antica di Paestum, tra Parco archeologico (salone espositivo, laboratori di archeologia sperimentale, sale conferenze), Museo nazionale (archeoVirtual, sala conferenze, workshop con gli operatori esteri) e basilica paleocristiana (conferenza di apertura, archeoLavoro, incontri con i protagonisti). «Abbiamo voluto rendere protagonista il sito Unesco – spiega Ugo Picarelli, ideatore e fondatore della Borsa – con il Salone espositivo nel parco archeologico, a pochi metri dal tempio di Cerere.
Gli eventi finalizzati alla promozione devono dare emozioni ed essere mezzi per una valorizzazione efficace, traino per incrementare i visitatori che da escursionisti possano diventare turisti, scegliendo la destinazione quale soggiorno per il proprio viaggio. Solo così potremo determinare sviluppo locale e occupazione. Portiamo quindi la Borsa nel suo habitat, creando una suggestione forte perfettamente in linea, peraltro, con l’impostazione dell’attuale governo, che ha accorpato le deleghe ai beni culturali e al turismo in un unico ministero». Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia e Armenia, ospite ufficiale è il Venezuela. La cultura, quindi, riveste un ruolo sempre più importante. Tanto che il sottosegretario ai Beni culturali Simonetta Giordani annuncia che «dopo il decreto Valore Cultura il governo varerà un pacchetto di norme destinate a riformare le politiche turistiche dell’Italia seguendo le direttrici di una maggiore coordinazione e sinergia tra i soggetti istituzionali competenti e dell’aggregazione delle molte filiere del nostro turismo sul territorio. Il nostro obiettivo è quello di creare pacchetti integrati che rappresentino per il visitatore una vera e propria esperienza della cultura italiana, in tutta la sua ricchezza».
Da Paestum partono anche tante idee. Visto che l’Italia vanta il maggior numero (47) di siti iscritti dall’Unesco nella lista dei beni patrimonio dell’umanità, le camere di commercio hanno pensato di estendere il progetto Mirabiilia a nove città: Brindisi, Genova, L’Aquila, La Spezia, Matera, Perugia, Salerno, Udine e Vicenza.
L’evento clou è un’altra Borsa del turismo culturale prevista a Matera dal 25 al 27 novembre. «Il successo del progetto – ha detto il presidente della camera di commercio di Matera, Angelo Tortorelli – sta nel fare sistema. Solo lavorando insieme, utilizzando al meglio e in maniera finalizzata progetti e risorse, riusciremo a portare valore aggiunto al turismo di qualità, quello legato alla rete dei siti Unesco». Grande spazio – all’ombra dei templi di Paestum – anche all’archeologia sperimentale: la disciplina scientifica che si occupa di ricostruire la cultura materiale e antropologica di chi ci ha preceduto, utilizzando la sperimentazione delle tecniche, delle pratiche, con gli strumenti dei nostri antenati nelle loro attività quotidiane.
Sono presenti il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, le associazioni culturali “Teuta Lingones”, “Cinghiale bianco”, la “Legio I Italica”, “Archeologia sperimentale” e “Argonauta”. L’archeologo sperimentale è un artigiano con specifiche conoscenze in storia, archeologia, archeometria, materiali e “mestiere”. Fondendo conoscenze pratiche e teoriche, si propone di riprodurre le catene operative per ottenere oggetti e strumenti antichi con l’intenzione di aumentare la comprensione del modo di vivere dei nostri avi. Presso l’area Laboratori si possono osservare varie attività che rendono più comprensibile lo studio del passato: tecnologie litiche, dell’argilla e della terracotta greca e romana, la lavorazione dell’ambra, la metallurgia medievale, l’oreficeria etrusca e romana, la pasta vitrea, l’epigrafia in caratteri lepontici, la tessitura e la tintura della lana, la lavorazione del cuoio, il conio della dracma insubre, come nasce una cotta in ferro celtica, il mosaico romano e l’encausto e l’affresco.
Un viaggio materiale attraverso la parte più antica della nostra storia. Tutte queste attività, con le loro materie prime (pietra, osso, tendini, pelli, argilla, metalli) sono proposte ai visitatori per sperimentare in prima persona questi antichi mestieri, che hanno fortemente contribuito all’evoluzione dell’uomo. Mentre dal 2011, in seguito alla chiamata a raccolta di Luigi Malnati , direttore generale per le Antichità del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, gli Stati generali dell’archeologia si confermano uno degli appuntamenti di punta della Borsa. Presso il Museo Archeologico Nazionale, la direzione generale per le Antichità, l’Associazione nazionale archeologi, la Confederazione nazionale archeologi e Assotecnici fanno il punto sulla professione dell’archeologo. Anche così, in fondo, si promuove la cultura.
«Avvenire» del 15 novembre 2013

Laogai, i «laboratori» della rieducazione

La svolta a Pechino
di Stefano Vecchia
Tra i primi a provarne la realtà terribile fu l’ultimo imperatore della dinastia mancese, Pu Yi, richiuso dal 1950 al 1959 nel centro per criminali di guerra di Fushun. Dai campi di rieducazione attraverso il lavoro si calcola siano passati 50 milioni di cittadini della Repubblica popolare cinese. Un intero popolo in parte dissidente verso il potere comunista, in parte alla ricerca di uno stile di vita o di valori difformi da quelli imposti dalla propaganda del regime. E in parte finiti all’inferno senza alcuna colpa o ragione. Una infinità uomini e donne che i Laogai hanno trasformato e, in molti casi, ucciso.
Wang Ruowang, saggista e irriducibile guastafeste del partito, espatriato negli Usa negli ultimi anni prima della morte nel 2001, ha testimoniato l’acquiescenza che colpiva la maggior parte degli “ospiti” nei campi, che li induceva alla collaborazione, alle delazione anche verso colleghi, amici, familiari, addirittura all’autolesionismo se non si consideravano all’altezza degli aguzzini.
Harry Wu, tra i più conosciuti dissidenti, ha passato 19 anni in un campo di lavoro perché si era espresso contro l’appoggio cinese all’invasione sovietica dell’Ungheria. Oggi a capo della Laogai Foundation, che da cinque anni ha aperto a Washington un museo per documentare gli orrori di questa istituzione, Wu ha scoperchiato vent’anni fa per il mondo questo inferno cinese, ma ha potuto farlo solo dopo un lungo tempo di rielaborazione, fino a ritrovarsi lui stesso incredulo di quella esperienza.
Alla fine la funzione dei Laogai non è stata di punizione ma di dissuasione. Riempiti per rieducare generazioni di cinesi che dovevano convincersi che i mandarini con libretto rosso e giacca senza collo fossero diversi e migliori da quelli con le insegne e i ranghi imperiali.
In un certo senso, anche durante le sbandierate riforme di Deng Xiao Ping e fino a oggi i Laogai sono rimasti affollati, pronti a ricordare che le libertà – se tali – erano solo concesse. Insomma, per contrasto rendevano più grandi le riforme, più nobili gli ideali di apertura e, in qualche modo, più sopportabile la vita nelle manifatture congestionate della Cina del miracolo economico.
Ancora prima delle stupefacenti Olimpiadi di Pechino del 2008, si stimavano a milioni gli ospiti involontari di centinaia di campi. Oggi la Cina non ha più bisogno di Laogai, non servono più perché non possono più essere segreti o ignorati. Ha altri strumenti di controllo e di manipolazione, anche di repressione, senza che il mondo accusi o sanzioni.
«Avvenire» del 16 novembre 2013

10 novembre 2013

I genitori e l’adolescenza inspiegabile. Un universo sconosciuto

di Barbara Stefanelli
È capitato a tutti i genitori, almeno una volta , d i provare quella sensazione di panico che ti vela la vista quando pensi di aver perso il tuo bambino in aeroporto o in un negozio affollato. Ti sei distratto e lui non c’è più accanto a te.
Ti chiedi se qualcosa di irreparabile possa essere accaduto in pochi secondi.
In quel momento sei Stephen Lewis, il protagonista del romanzo di Ian McEwan Bambini nel tempo: il padre che non saprà mai come sarebbe cresciuta la sua piccol a Kate, smarrita a tre anni al supermarket.
Lo stesso panico torna quando diventi genitore per la seconda volta: cioè quando tuo figlio o tua figlia arrivano all’adolescenza e tu devi ripartire da zero. Non ti parlano, non sorridono, sono arrabbiati con quasi tutti, sicuramente con te che per loro non sei più la madre o il padre dell’estate prima della tempesta. Sembrano non avere più voglia di quel che nel tempo hai tentato di dare con onestà.
Stranieri, in casa.
Ma non è sempre stato così, anche quando c’eravamo noi nella stanza del figlio?
La differenza è forse che noi ci sentiamo la generazione di genitori più informati, connessi e collegati al mondo. Disposti a imparare dai nostri «nativi digitali», disposti anche — e fin troppo — ad ammettere le nostre imperfezioni quotidiane nell’esercizio di una genitorialità appassionata. È a quel punto che scatta la tentazione del controllo. La tentazione di diventare tutti insieme una Big Mother: la Grande Madre dotata di filtri da mettere ai computer e di programmi in grado di monitorare l’accesso ai siti. I nostri pre – adolescenti, adolescenti e giovani adulti ci feriscono con le loro armi tecnologiche, nascondendosi tra g l i specchi di mille schermi?
E noi, genitori moderni, rispondiamo con le stesse armi, più o meno. Lo facciamo — così ci ripetiamo — per «proteggerli da se stessi» in un mondo che è diventato infinito e infinitamente più pericoloso di quello che noi abbiamo affrontato alla loro età. In assenza di segnali, andiamo in cerca di tracce che ci riportino a loro.
Lo sappiamo, questo inseguimento è un inganno: il tormento è che sacrificare la fiducia tra noi possa diventare un male peggiore dei pericoli dai quali volevamo allontanarli. E dunque ci chiediamo che fare, sempre più confusi e storditi dalle storie di cronaca: che ci parlano di bambine pronte a scambiare un corpo giovane per i soldi di uomini classificati con un numero; che ci raccontano di anime incerte annientate da giochi omicidi su siti mai spenti.
Ci rimangono vecchie armi, forse spuntate, ma sono le nostre. Essere presenti ed esercitare un’antica attenzione, oltre il brusio delle nostre giornate difficili e il silenzio dei loro muri ostili. Rispettare l’identità dei nostri figli anche quando non ci somigliano: soprattutto quando non ci somigliano. Jay Griffiths, autrice di un libro che è un lungo viaggio-studio nella felicità perduta dei ragazzi, sprona i genitori a essere coraggiosi e a non considerare mai i figli una proprietà: a volte il contrario dell’obbedienza non è la disobbedienza ma l’indipendenza, il contrario del controllo non è il caos ma l’autocontrollo, il contrario dell’ordine non è il disordine ma la libertà.
«Corriere della Sera» del 9 novembre 2013

I genitori e l’adolescenza inspiegabile. «Eravamo diversi, non li capiamo»

di Paolo Conti
«Quando mi ritrovo davanti a genitori e ragazzi che si sono relazionalmente “persi”, la prima misura che adotto è aiutare padri e madri ad aggiornare il loro ruolo: smetterla di sentirsi genitori dell’infanzia e gestire la nuova, inevitabile, enorme distanza antropologica, culturale e relazionale che si crea con l’adolescenza. E bisogna mettere subito nel conto che se prima, nell’infanzia, il genitore arrivava sempre e comunque “prima” di qualsiasi avvenimento, nell’adolescenza è fatalmente destinato al “dopo”. Lì comincia per i ragazzi il lungo e faticoso viaggio verso il gruppo, la coppia, il collaudo della propria autonomia ...».
Il professor Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, psicoterapeuta dell’adolescenza, da trent’anni anima a Milano il Consultorio gratuito per adolescenti e genitori della cooperativa sociale «Minotauro». Quindi sa bene quanto sia complesso, come scriveva ieri il nostro vicedirettore Barbara Stefanelli nel suo editoriale, affrontare da genitori quell’«universo sconosciuto che è l’adolescenza inspiegabile» dei nostri giorni. I figli sembrano «stranieri, in casa».

Cosa può fare, professore, un genitore di fronte a ciò che può apparire un muro di silenzio?
«Prima di tutto non bisogna vivere il passaggio come se fosse una tragedia. Non c’è nulla di più accattivante che assistere alla fioritura adolescenziale di un figlio o di una figlia».

Però questo lavoro sembra sempre più duro e complicato. Proprio Barbara Stefanelli si chiede: «È stato così anche quando noi eravamo nella stanza del figlio?».
Qui il professore è molto netto: «Un genitore dei nostri giorni non può assolutamente ricorrere all’esperienza della propria adolescenza per affrontare il problema. È essenziale capirlo. Tutto è troppo, e rapidamente, cambiato per poter “lavorare” con quegli strumenti. Una giusta prospettiva educativa è, per i genitori, mettersi a cercare, a capire, senza presumere di sapere già. Cioè tentare di comprendere mode e culture. Anche proponendo domande dirette: “Ma quale valore attribuite all’abuso dell’alcol?”, per fare un esempio. E poi studiare, documentarsi, analizzare».

In questi giorni le cronache dei giornali sono pieni di storie angoscianti, prima tra tutte la prostituzione all’alba dell’adolescenza…
«Indubbiamente sono frange, anche se molti genitori vivono nel terrore che tutto questo possa accadere ai propri figli. Ed è normale. Bisogna partire da una premessa. La sessualità degli adolescenti è uscita dall’etica. Nessun genitore pensa che la verginità dei propri figli sia un valore da tutelare. Semmai si augurano che il loro incontro con la sessualità avvenga serenamente e senza senso di colpa, in ambiente protetto, persino in casa per senso di protezione. Però un adolescente di oggi non abbina necessariamente la sessualità alla costruzione di una relazione, di un amore, o allo stesso piacere»

Quindi di cosa si tratta?
«Può anche essere un semplice “collaudo” di se stessi e della corporeità. La verifica del proprio fascino, della capacità di sedurre. Insomma, del proprio potere. Ed è qui che deve concentrarsi il grosso lavoro educativo dei genitori e degli stessi insegnanti».

La domanda è sempre la stessa, ma inevitabile. Come può comportarsi un genitore?
«Mi ripeto, ma l’adulto deve studiare e capire. Per esempio sostituire alla vecchia morale sessuofobica una nuova etica affettiva. Oggi i ragazzi non vedono più i genitori come repressori. Non ne hanno più “paura”. Per parlare chiaro: vogliono un padre e una madre competenti e informati con cui discutere, per esempio, sull’uso delle sostanze stupefacenti senza che qualcuno si metta a urlare chiamando il medico o un’ambulanza. E bisognerebbe anche evitare che i ragazzi possano sentirsi deplorevoli agli occhi dei genitori. Quindi oggetto di sdegno, non più di punizioni. È quasi peggio».

Ma non si chiede troppo ai padri e alle madri di oggi?
«Un periodo di trasgressione, di sfida del limite, di fuga dall’autorità va gestito e messo nel conto».

Infine c’è il nodo della rete, della sessualità on line e degli incontri che magari si realizzano solo virtualmente…
«I genitori vedono la casa come un ambiente protetto. Invece, magari di là, nell’altra stanza, l’amata figlioletta si sta “prostituendo virtualmente” tra le quattro mura domestiche. È il frutto di una sottocultura prodotta dalla società fluida, dal narcisismo: abbiamo sostituito l’etica con l’estetica. Gli adolescenti di oggi quasi ignorano le angosce edipiche o la paura della castrazione. Conoscono solo la vergogna di non avere fascino. Infatti questo problema è alla base di tanti suicidi e di tanti disturbi alimentari. Ed è proprio qui che bisogna lavorare, puntando sulla “bellezza complessiva” della persona. Perché la vergogna di “non essere belli”, nell’universo degli adolescenti di oggi, purtroppo, è una bruttissima bestia… ».
«Corriere della Sera» del 10 novembre 2013

08 novembre 2013

Il foedus o patto d’amore in Catullo

Su questo concetto puoi anche vedere una videolezione sul mio canale Youtube
 
 
I caratteri del particolarissimo sentimento amoroso cantato da Catullo nel suo liber vengono ricostruiti in questo lucido intervento di Alfonso Traina, che puntualizza l’importanza dei concetti di foedus e fides e l’antitesi tra amare e bene velle
di Alfonso Traina
Per il concetto di “passione amorosa” il latino non aveva un termine. Furor lo chiamerà l’augusteo Virgilio, condannandolo in Didone. Perché «la passione è distruttrice dell’ordine», è la rivalsa del privato sul politico, dell’individuale sul sociale, del principio di piacere sul principio di realtà. Impegnando la totalità dell’essere, rovescia la gerarchia dei valori: e questo la morale quiritaria non poteva permetterlo. Esorcizzava l’eros o integrandolo nella struttura sociale mediante il matrimonio, liberum quaesundum causa [1] - è il bonus amor del c. 61 -, o emarginandolo come sfogo sessuale con partners socialmente degradati, schiave e liberte (e incontrandosi in questo con la sapientia epicurea di Lucrezio). Le ragazze di cui s’innamorano i giovani della commedia sono cortigiane, che quasi sempre, per un provvidenziale “riconoscimento”, si riveleranno libere e potranno convolare a giuste nozze. L’etica della Palliata, che sarà valida ancora per Orazio, è incisa in un distico di Plauto: dum ted abstineas nupta, vidua, virgine, - iuventute et pueris liberis, ama quidlubet (Curc. 37 sg. : «purché lasci stare donne sposate, vedove, vergini- noi diremmo, o avremmo detto: ragazze di buona famiglia -, giovani e ragazzi liberi, ama chi ti pare e piace»). Già: ma Clodia non era né schiava né liberta; era una matrona, prima nupta poi vidua [2]. Il suo rapporto con Catullo, dal punto di vista della morale quiritaria, non avrebbe potuto definirsi che stupri consuetudo [3].
Catullo lo chiamava foedus o patto (76, 3; 87, 3; 109, 6): un termine della lingua politica e giuridica. Cicerone, evocando l’ombra del più celebre antenato di Clodia, Appio Claudio Cieco, gli fa rivolgere alla degenere nipote l’accusa: ideone ego pacem Pyrrhi diremi, ut tu amorum turpissimorum cotidie foedera ferires? (pro Cael. 34: “e io ho impedito che si patteggiasse con Pirro proprio perché tu ogni giorno stringessi patti di scandalosi amori?”). Se la metafora non nascesse dalla ripresa retorica di pacem, si direbbe quasi che Cicerone ritorce contro Clodia il linguaggio di Catullo. Ma il foedus catulliano conserva il suo legame etimologico con fides, fedeltà (due volte ad esso associata) e ne eredita l’intrinseca sacralità [4] aeternum sanctae foedus amicitiae (109, 1: “eterno patto di inviolabile affetto”). Questo vincolo morale, che impegna i due amanti a una fedeltà lunga quanto la vita (109, 5) e che il poeta affida alla garanzia degli dèi (109, 3), ci appare il surrogato di un altro vincolo, giuridico e religioso, che sarebbe potuto essere - Clodia era vedova - e che forse egli avrebbe voluto, il matrimonio. Nei versi del c. 68, rievocanti l’inizio del loro amore, sembra affiorare un rimpianto: nec tamen illa mihi dextra deducta paterna – fragrantem Assyrio venit odore domum (143 sg.: “ma lei non è venuta a me condotta per mano del padre, alla mia casa odorosa di profumi orientali”). Certo il tema nuziale è dominante nei carmina docta, addirittura a livello di genere letterario (i cc. 61 e 62 sono epitalami) [...]. E quando Catullo mette in bocca a Lesbia un giuramento di antica ascendenza letteraria (70, 1 sg.: Nulli se dicit mulier mea nubere malle - quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat, “la mia donna afferma di non voler essere d’altri che mia, neppure se la corteggiasse Giove”), usa insolitamente il verbo del matrimonio, nubere, dove, svolgendo il medesimo topos, Meleagro aveva detto: stèrxein, “voler bene” (Anth. Pal. 5, 8, 3). Ancorando il suo legame con Lesbia alla sacralità della fides e del foedus, Catullo ricorreva alla più veneranda tradizione latina per dare un valore positivo, una legittimità psicologica a un rapporto che di quel codice etico-sociale era la più flagrante infrazione.
L’insistente appello alla fides non era immotivato. […] Ma una cosa è certa: Lesbia non ricambiò la “fedeltà” di Catullo. I rara furta, che il poeta si dice rassegnato a tollerare nel c. 68, 136, diventano i «trecento adulteri» dell’addio definitivo (11, 17 sg.), scritto nel medesimo metro saffico del c. 51. La conseguenza di questi «tradimenti» (72, 7: iniuria talis) fu una situazione conflittuale per il dissociarsi delle componenti sensuale e affettiva. Secoli di romanticismo ci hanno avvezzati a questo conflitto. Ma nel mondo antico esso era insolito, o almeno è insolita la lucidità e l’intensità con cui l’esprime Catullo. Al punto che il poeta ha dovuto «inventare» il lessico del suo amore (come ha fatto con foedus). Già nel c. 109 abbiamo incontrato fides determinata dal genitivo amicitiae, che abbiamo tradotto con «affetto». Nei cc. 72 e 75 la situazione conflittuale giunge a maturità espressiva attraverso una coppia di opposizioni semantiche: amare, uri contro diligere, bene velle. […] L’antitesi si scarnifica e si polarizza nell’ossimoro del c. 85, odi et amo, dove odi è l’equivalente positivo di non bene velle. Per superare questo conflitto, che gli inaridiva la gioia di vivere (76, 20 sgg.), Catullo chiese aiuto agli dèi, e li pregò di guarirlo (76, 25: ipse valere opto) in nome della sua pietas (76, 26). Che era mai questa pietas che ha fatto sorridere qualche moralista? Ce lo dice il v. 3 del medesimo carme: nec sanctam violasse fidem. Era la coscienza di non aver mai tradito il patto d’amore con Lesbia. Così Catullo scopre l’ambivalenza dell’eros e la fissa in una formula definitiva.

Note
1. liberum quaesundum causa: “per avere figli”; è la forma ufficiale del matrimonio romano.
2. vidua: “vedova”.
3. stupri consuetudo: “relazione illegittima”.
4. «fedeltà» ... sacralità: •esplicita nel c. 30, 11: si tu oblitus es, at di meminerunt, meminit Fides (“se tu lo hai dimenticato, se lo ricordano gli dei, se lo ricorda la Fides”). Virtù tipicamente romana: “sin dall’epoca più antica, la fides significa l’abbandono, al tempo stesso fiducioso e completo, di una persona a un’altra” (M. Meslin, L'uomo romano, trad. it., Milano 1981, p. 216). Aveva un tempio in Roma sin dal 250 a.C. e compare come dea già in Plauto e in Ennio. A questa fides Catullo si appella ripetutamente anche a proposito dell’amicizia».
Brano tratto da I canti, intr. di A. Traina, trad. di E. Mandruzzato, BUR ruzzoli, Milano 1982

Il libro nel mondo romano

Come era fatto un libro nel mondo romano?
di Menghi-Gori (tratto da Catullo, Bruno Mondadori)
Come si diffuse la cultura scritta nell’età di Catullo?
Dal rotolo al codice

Gli antichi non conoscevano la carta, il cui uso iniziò a diffondersi in Occidente solo nel basso Medioevo; come si può pertanto immaginare, il problema di trovare superfici ampie, comode, a costi sopportabili sulle quali scrivere fu uno dei più gravi che la tecnologia delle società antiche dovette affrontare. Si scriveva praticamente su tutto - muri, pietre, cocci, tavole di legno imbiancate o cerate, pelli di animali (non solo pelli di pecora, la pergamena, o cuoio, ma anche pelli di cane e di rettile), foglie, lamine di piombo e d’oro,lastre di bronzo, oggetti di uso comune in metallo o terracotta, tessuti di lino, fibre vegetali (papiro, ma anche tiglio) - e quasi tutti questi materiali scrittori restarono nell’uso contemporaneamente, solo specializzandosi a seconda del tipo di testo che vi veniva scritto. Per esempio gli scolari romani continuarono sempre a scrivere e a far di conto su tavolette di legno cerate che incidevano con uno stilo di legno, d’osso o d’avorio e che poi raschiavano perché fossero pronte per un nuovo testo; i libri lintei (fogli di tela di lino che si chiudevano "a soffietto") ospitarono fino a buona parte dell’età imperiale oracoli, testi liturgici o comunque di significato religioso; il rotolo di pergamena mantenne la sua destinazione a scritture brevi, occasionali e quotidiane; quando, nell’età degli imperatori flavi (I secolo d. C.),fu introdotto l’uso di codici, vale a dire di fogli di pergamena piegati, tagliati in quaterniones ("quaderni") e riuniti sotto una copertina, essi, per il loro costo molto alto, vennero usati prevalentemente per scrivere le costituzioni imperiali, tanto che il nome" codice" venne in età tardo-imperiale esteso alla raccolta organica di norme legislative che libri di questo genere contenevano; infine le scritture epigrafiche su pietra o bronzo, di natura pubblica o privata, restano ancora oggi il segno più alto e più ricorrente del processo di diffusione della civiltà di Roma e della sua lingua.

Il papiro
La carta di papiro, la charta appunto, era ottenuta intrecciando, come fossero fili di un tessuto, lunghe liste dagli strati interni della pianta, che cresceva per lo più in Egitto; i fogli così ottenuti (paginae, schedae), dopo essere stati seccati al sole, venivano poi incollati per il lato più largo e arrotolati in un rotolo (volumen, da volvere, "far ruotare"). La misura standard del rotolo (scapus) era di venti pagine; prima della vendita l’inizio del primo foglio e la fine dell’ultimo frontes) venivano levigati con la pomice - arida modo pumice expolitus, dice Catullo del proprio libro nella dedica a Cornelio Nepote - e nelle edizioni più eleganti colorati a colori vivaci. Infine il rotolo veniva arrotolato a partire dal fondo o da entrambi gli estremi intorno a uno o due bastoni di legno o d’osso (gli umbilici), con dei pomoli sporgenti (cornua); una buona mano di olio di cedro preservava il materiale dall’umidità e dagli insetti. Si scriveva in genere su due colonne, per il largo in caso di documenti e nel senso della lunghezza se sì compilava una lettera; vi si appendeva un cartellino (index, titulus) con il titolo del libro, che così era conservato in apposite teche.

Come si afferma il libro a Roma
Ma come si passò, a Roma, dalle tavolette di legno sulle quali ancora nel II secolo a. C. Catone il Censore scriveva e conservava le proprie orazioni, al rotolo di papiro? I libri lignei variamente incisi o dipinti a inchiostro oppure i libri lintei erano adatti a testi brevi e di natura particolare, come i libri dei magistrati o quelli che conservavano gli oracoli attribuiti alla Sibilla; erano testi per lo più conservati in uno spazio sacro, in genere un tempio, e non erano fatti per circolare.
Fino al III secolo a.C. la scrittura fu privilegio di pochi (sacerdoti e nobili) e comunque la vita culturale di Roma si svolse prevalentemente attraverso il canale dell’oralità (questa potrebbe essere una delle cause della quasi totale scomparsa della letteratura latina arcaica); solo con i primi contatti con la Grecia e poi con la conquista dell’Oriente nel secolo successivo comparvero nella città i primi rotoli di papiro. I motivi dell’affermarsi del nuovo materiale scrittorio sono vari: i conquistatori portarono a Roma intere biblioteche di papiri razziate nelle capitali dei sovrani greci, con le quali costituirono le prime biblioteche private; la crescita economica e le esigenze dell’amministrazione richiesero l’uso della scrittura e quindi una massiccia alfabetizzazione dei ceti medio-alti; il nuovo materiale era poi di più facile trasporto ed era facilmente reperibile sul mercato egiziano. Ma la causa principale è più profonda: il papiro entrò stabilmente nell’uso quando si impose l’esigenza di una cultura nuova, di derivazione greca e fondata su testi letterari, filosofici e storici, da spendere soprattutto in quella dimensione privata, l’otium, che i romani conobbero solo a partire dal II secolo a. C. Fu l’otium colto che rese necessari testi più lunghi e complessi, facilmente consultabili e di comoda circolazione, riproduzione e vendita: il papiro era un supporto leggero, che consentiva una scrittura chiara; i rotoli erano facili da consultare e potevano contenere molto testo. Per la prima volta il "testo" si identifica con il “libro”: le parole affettuose di Catullo nella dedica del suo liber all’amico Cornelio Nepote si adattano tanto al supporto fisico quanto al contenuto. L’eleganza dello stile, il lepos come dovere della letteratura di derivazione ellenistica, trova un complemento necessario in un volumen altrettanto elegante e ben rifinito, lepidus appunto.

Caro Dante, fatti capire

Dibattiti
di Edoardo Castagna
Dante, Petrarca e Boccaccio sono scritti in italiano? Interrogativo paradossale, ma che può nascondere un dettaglio capace di spiegare uno scoglio sul quale tanti studenti – e non solo loro – si arenano. Sono in italiano, ovviamente: ma in italiano antico, una categoria che solo recentemente inizia a farsi strada nella coscienza degli stessi studiosi, rimasti a lungo ancorati a un’idea della nostra lingua come eccezionalmente conservatrice rispetto, per esempio, ai più dinamici inglese o francese. Una delle conseguenze, come ha illustrato su queste pagine la scorsa settimana Maurizio Cucchi, è che, mentre in Francia o in Inghilterra è prassi fornire i classici della letteratura in edizione con traduzione in lingua moderna e testo a fronte, in Italia tale tendenza inizia appena ad affacciarsi. Tra molti dubbi e resistenze. «In effetti – spiega il linguista Luca Serianni – da un lato la distanza che c’è tra il francese moderno e il francese antico è più ampia, paragonabile più a quella che l’italiano ha con il latino che con la lingua di Dante. Dall’altro, va constatato che anche da noi c’è stata una trasformazione significativa, un dinamismo evolutivo, e avvertiamo l’italiano antico come distante da noi. Non sono tanto le singole parole a essere mutate, quando il loro significato». Ma da qui ad arrivare a tradurre i classici in lingua moderna ne corre, per Serianni: «Certo che sono difficili. Ma non tanto da impedire, se sorretti da un opportuno sistema di note e commento, la lettura diretta. Anche perché accanto al valore artistico hanno anche una funzione di riconoscimento identitario, che sarebbe sacrificato con una traduzione moderna. E poi non tutto può essere semplicemente tradotto: Dante o Boccaccio, per essere compresi, hanno comunque bisogno di un apparato di mediazione che aiuti il lettore, giovane o non giovane, a comprendere i riferimenti ai costumi medievali, o al quadro ideale di riferimento».
Ma resta il primo scoglio, quello lessicale. Soprattutto a scuola, come conferma l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola: «Il livello di comprensione letterale da parte degli studenti è bassissimo. E non solo per Dante, ma anche per Svevo o Pirandello. Solo tre, quattro studenti ogni cento riescono a comprendere un romanzo del Novecento. Innanzitutto si arenano sulla lingua, in un’enorme povertà lessicale e sintattica. Poi c’è anche il problema del testo in quanto tale: a loro è sconosciuto il senso stesso della letteratura, il fatto che un autore possa parlare di altri mondi. Con un po’ di fatica magari riescono a penetrare il significato letterale di un’opera di Pavese o di Buzzati, ma poi non comprendono che cosa effettivamente stiano raccontando. Capiscono solo la narrativa contemporanea d’intrattenimento, magari tradotta, come i fantasy. Però io di mestiere faccio l’insegnante di lettere, e il mio compito è trasmettere la tradizione, anche recente. So che molti miei colleghi rinunciano a farlo, e danno in lettura solo testi appena usciti. Ma non possiamo far fuori secoli di letteratura solo perché il livello degli studenti si è abbassato». Tuttavia gli strumenti per tornare ad alzarlo, questo livello, sembrano remoti: «Bisognerebbe partire dalla prima elementare. Sono contraria anche al ripiego sulle traduzioni in italiano contemporaneo dei classici, perché ritengo che le difficoltà debbano essere superate tornando a fare lezione, a spiegare. Ma i programmi ormai non esistono più, capita che dalle elementari fino al biennio del liceo uno studente non abbia mai analizzato un testo letterario. Invece va fatto, va spiegato capillarmente, riga per riga, trasmettendo un metodo che poi potrà essere applicato a qualsiasi altro testo. Tutto è lasciato alla responsabilità individuale dell’insegnante: è triste, ma sta a noi evitare di privare i ragazzi di una grandezza dello spirito».
Anche Serianni è contrario all’ipotesi di tradurre i classici, perché «sarebbe come pretendere di imparare uno sport senza fare fatica. Certo, si può decidere di non svolgere nessuna attività sportiva, così come si può decidere di non leggere mai un classico. Ma se lo si fa un po’ fatica è addirittura opportuna. Poi, con alcune singole iniziative si può anche concordare: per esempio Il principe di Machiavelli è un testo che si rivolge a un pubblico largo e indifferenziato, e tradurlo può essere utile per raggiungerlo meglio. Ma Dante, no: si può decidere di non leggerlo, naturalmente, ma se lo si fa, lo si deve fare in originale. D’altra parte, pensiamo al successo che hanno riscosso le letture non solo di Roberto Benigni, ma anche quelle più tradizionali di Vittorio Sermonti».
Per le traduzioni si apre così uno spiraglio, se riferite a un ben preciso destinatario. Che può anche essere scolastico: «Perché bisogna capire di quale scuola parliamo – osserva Eraldo Affinati, scrittore e insegnante –. Nei licei magari si può anche affrontare direttamente il testo, ma io insegno a ragazzi difficili, a forte rischio di abbandono scolastico. Per loro quella di Dante e Petrarca è quasi una lingua straniera, da conquistare; nel loro caso portare il testo antico in un linguaggio moderno può essere il grimaldello per arrivare poi, in un secondo momento, all’italiano antico. Ma prima ancora di quello linguistico, c’è il problema della concentrazione: riuscire a stare fermi, seduti sui banchi per una mezz’ora, è già una conquista. E anche la lettura lo è. Come ho raccontato nel mio Elogio del ripetente, fino a dieci-quindici anni fa potevo leggere I Malavoglia o I promessi sposi anche in un istituto professionale senza soverchie difficoltà. Oggi non più: questi ragazzi hanno una formazione anche logica differente rispetto alle generazioni precedenti, ragionano in modo più associativo che deduttivo. Abituati dal computer a leggere per frammenti, sono capaci piuttosto di intuizioni – magari folgoranti». Computer che nelle scuole italiane sono ancora merce rara... «Ci stiamo adeguando, ma è chiaro che se potessi avere in una classe un tablet per ogni studente, allora sarebbe molto più facile dialogare con loro. Comunque si possono trovare anche altri strumenti: per esempio, proprio in questo momento sto usando per leggere la Divina Commedia la Guida all’Inferno del dantista e petrarchista Marco Santagata: in pratica un riassunto in prosa che evidenzia per ogni canto temi, personaggi, luoghi, ambienti, motivi. È il primo passo, utile per avvicinarsi al testo vero e proprio. Che è il punto d’arrivo, non di partenza».
«Avvenire» del 31 ottobre 2013

Napoleone vinto anche da Dio

Il rapporto con Cristo e la Chiesa cattolica dell'imperatore morto due secoli fa secondo il cardinale Giacomo Biffi
di Giacomo Biffi
Materialista e saccheggiatore di chiese e di conventi, miscredente e fedifrago, anticlericale e sequestratore del papa: questa è l’opinione che molti hanno di Napoleone Bonaparte, opinione tanto diffusa quanto acriticamente accolta. Se andiamo alle fonti, e in particolare a queste conversazioni, scopriamo qualcosa di strabiliante. Napoleone grida con fierezza: «Sono cattolico romano, e credo ciò che crede la Chiesa».
Durante gli anni di isolamento a Sant’Elena Napoleone si intratteneva spesso con alcuni generali, suoi compagni di esilio, a conversare sulla fede. Si tratta di discorsi improvvisati che – come rivela uno dei suoi più fidati generali, il conte de Montholon – furono trascritti fedelmente e poi dati alle stampe da Antoine de Beauterne nel 1840. Dell’autenticità e della fedeltà della trascrizione possiamo essere certi, visto che, quando de Beauterne pubblica per la prima volta le conversazioni, sono ancora in vita molti testimoni e protagonisti di quegli anni di esilio. Napoleone ammette con candida onestà che quando era al trono ha avuto troppo rispetto umano e un’eccessiva prudenza per cui «non urlava la propria fede». Ma dice anche che «allora se qualcuno me lo avesse chiesto esplicitamente, gli avrei risposto: "Sì, sono cristiano"; e se avessi dovuto testimoniare la mia fede al prezzo della vita, avrei trovato il coraggio di farlo».
Soprattutto attraverso queste conversazioni impariamo che per Napoleone la fede e la religione erano l’adesione convinta, non a una teoria o a un’ideologia, ma a una persona viva, Gesù Cristo, che ha affidato l’efficacia perenne della sua missione di salvezza a «un segno strano», alla sua morte sulla croce. Perciò non ci stupiamo se Alessandro Manzoni nell’ode Cinque Maggio dà prova di conoscere la sua fisionomia spirituale quando scrive: «Bella Immortal! Benefica/ Fede ai trïonfi avvezza!/ Scrivi ancor questo, allegrati;/ che più superba altezza/ al disonor del Golgota/ giammai non si chinò». L’imperatore si sofferma a lungo con il generale Bertrand, dichiaratamente ateo e ostile alle manifestazioni di fede del suo superiore, regalandoci un’inaudita prova dell’esistenza di Dio, fondata sulla nozione di genio, una lunga conversazione sulla divinità di Gesù Cristo. Degni della nostra ammirazione sono anche le considerazioni sull’ultima Cena di Gesù e i confronti tra la dottrina cattolica e le dottrine protestanti.
Alcune affermazioni di Napoleone mi trovano singolarmente consonante. Ad esempio, quando dice: «Tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito», cogliendo così la sostanziale alterità tra l’evento cristiano e le dottrine religiose. Oppure la convinzione che l’essenza del cristianesimo è l’amore mistico che Cristo ci comunica continuamente: «Il più grande miracolo di Cristo è stato fondare il regno della carità: solo lui si è spinto ad elevare il cuore umano fino alle vette dell’inimmaginabile, all’annullamento del tempo; lui solo creando questa immolazione, ha stabilito un legame tra il cielo e la terra. Tutti coloro che credono in lui, avvertono questo amore straordinario, superiore, soprannaturale; fenomeno inspiegabile e impossibile alla ragione».
Alla luce di queste pagine non possiamo non ammettere che Napoleone non solo è credente, ma ha meditato sul contenuto della sua fede maturandone una profonda e sapienziale intelligenza. Questa a sua volta si è tradotta in fatti molto concreti: ha domandato con insistenza al governo inglese di ottenere la celebrazione della Messa domenicale a Sant’Elena; ha espresso gratitudine verso sua madre e de Voisins, vescovo di Nantes, perché da loro è stato «aiutato a raggiungere la piena adesione al cattolicesimo»; ha concesso il suo perdono a tutte le persone che lo hanno tradito. Infine, le conversazioni riferiscono le convinzioni di Napoleone sul sacramento della confessione e i suoi rapporti con il papa Pio VII, rivelando che «quando il papa era in Francia (...) era esausto per le calunnie in base alle quali si pretendeva che io lo avessi maltrattato, calunnie che smentì pubblicamente». Queste conversazioni non solo hanno lasciato un segno indelebile nella memoria dei generali compagni di esilio, ma hanno anche concorso alla loro conversione.
Napoleone Bonaparte, Conversazioni sul cristianesimo, prefazione di Giacomo Biffi, Edizioni Studio Domenicano 2016 (€10)
«Avvenire» del 29 ottobre 2013