08 ottobre 2009

Libertà e regole le sfide di Internet

Degli Antoni: la Rete è in cambiamento continuo impossibile imbrigliarla, salviamo almeno la privacy
di Diego Motta
Si chiude oggi a Pisa l'Internet governance forum italiano, che ha discusso della futura gestione della Rete In che modo la necessità di uno sviluppo regolato si coniuga con le esigenze di Facebook, Twitter & C.?
La rivolta di piazza in Iran, il successo di Oba­ma nella corsa alla Casa Bianca, i tentativi di censura di Pechino ai Giochi del 2008: non c’è fatto della storia recente che non sia stato antici­pato, raccontato e commentato su Interneto o ab­bia avuto Internet stesso come protagonista. Tut­ti «filtrano» tutto: informazione e dossier riserva­ti, scoperte e business, amicizia e crimine. Solo nell’ultimo mese, per dire, Facebook, il social network più cliccato al mondo, ha superato la soglia dei 300 milioni di i­scritti mentre è nato il pri­mo motore di ricerca mu­sulmano. « La ragione di questo successo è sempre la stessa: l’uomo», sinte­tizza Gianni Degli Anto­ni, professore di Infor­matica applicata all’Uni­versità degli Studi di Mi­lano, già direttore dell’I­stituto di Cibernetica dal 1977 al 1985. « Adesso è come se su Internet fosse in atto una mutazione genetica: la Rete è l’utente e viceversa. E chi pro­getta e organizza i contenuti, al contrario, conta sempre di meno». Da un lato c’è l’opportunità u­nica di comunicare con il mondo, dall’altro il ri­schio di utilizzare questa libertà in modo irre­sponsabile. È possibile uscire da questa eterna con­traddizione?
E come? La rivoluzione che, almeno da 20 anni, appassio­na gli addetti ai lavori e da un decennio ha cam­biato relazioni e abitudini della società occidentale (e non solo) è stata in questi giorni all’esame del­­l’Internet governance forum italiano, che si è a­perto lunedì a Pisa e si chiuderà oggi.
Professor Degli Antoni, il dibattito sul governo di Internet è aperto da tempo. Nell’ultima settimana si è parlato della possibilità che l’Icann, l’or­ganismo che assegna i maggiori domini Internet, possa passare dal controllo del governo Usa a un’autorità indipendente. Che ne pensa?
Penso che la partita sulla gestione della Rete non debba distrarci dalla vera sfida che abbiamo da­vanti. Interrogarsi sulla governance è importante, ma un conto è il monitoraggio sugli indirizzi web, senz’altro efficace e utile, un altro è comprendere quel che sta succedendo. Internet oggi è un feno­meno che cambia di minuto in minuto, è la cre­scita esponenziale delle comunità dentro altre co­munità, è una miriade di linguaggi che nascono e insieme identificano gruppi diversi. Senza questa premessa epistemologica, qualsiasi ragionamen­to sulle regole è inutile.
Non c’è il rischio che un eccesso di libertà nella produzione di idee e contenuti possa essere con­troproducente anche per gli stessi utenti?
Le rispondo con un’altra domanda: è possibile con­trollare qualcosa che si moltiplica in continuazio­ne? Che si tratti di contatti, di relazioni o di sem­plici applicazioni informatiche, la crescita cui stia­mo assistendo è così forte che pensare di imbri­gliarla non ha senso. Mentre noi stiamo parlando, circa 250mila persone stanno giocando a poker online. Possiamo fermarli? No. Ciò non vuol dire che non debbano essere pensati strumenti rego­latori e autoregolatori.
In quali casi?
Pensi solo al fenomeno delle banche dati in Rete: i nostri nominativi circolano in continuazione, per di più a nostra insaputa. Una protezione va data e lo stesso discorso vale per quelle persone, gli au­tori, che utilizzano Internet per veicolare i propri contenuti originali. Nello stesso tempo, va garan­tito l’accesso a banda larga a tutti, mentre è ne­cessario evitare una diffusione eccessiva dello stru­mento delle e-mail, come dimostra il fenomeno negativo dello spamming. Detto questo, però, bi­sogna evitare il rischio opposto, quello dell’ecces­so di legislazione che si trasforma, fatalmente, in burocrazia.
A dir la verità, la capacità, soprattutto dei giova­ni, di utilizzare la Rete aggirando con fantasia e furbizia i possibili ostacoli, sembra scongiurare lo scenario di un gigante che domani abbia le mani legate.
Le comunità virtuali si potrebbero paragonare al­le catacombe. In questo senso, i giovani già stan­no anticipando, dagli Usa alla Cina all’Africa, quel che potrà succedere. Non sono più solo utenti, ma produttori, sono liberi e anarchici eppure porta­no cultura e innovazione. Quando decideranno di uscire allo scoperto, la loro rivoluzione sarà com­pleta.
A questo proposito, come si può rispondere alla sfida educativa che, tramite la Rete, le nuove ge­nerazioni stanno lanciando?
Su Internet è tutto più semplice. La ricetta è quel­la della cooperazione e della collaborazione. Un adolescente che naviga online risponde in fondo a un bisogno di libertà. Per tornare alla metafora delle catacombe, egli vive in comunità virtuali sot­terranee, eppure sempre più grandi. Per conoscerlo e incontrarlo, bisogna pensare a un percorso che porti il più in fretta possibile dal virtuale al reale. Per questo, credo che i tempi di uscita dalle cata­combe saranno molto brevi.
«Avvenire» del 7 ottobre 2009

Così nacque l’unico Dio di Mosè

L’egittologo Assmann rilancia il dibattito sulle origini del monoteismo: che non è un’evoluzione del paganesimo
di Franco Cardini
Che cos’è stato più « naturale » nella storia dell’umanità: concepire un solo Dio o un numero molteplice e indefinito di dèi? Il concetto di divinità è stato associato, fin dalle età più arcaiche, alla semplicità dell’Uno o ai mille volti dei Molti? E siamo proprio certi, infine, che il passaggio dall’Uno al Molteplice ( o viceversa) sia poi così de terministicamente ovvio e inevitabile? Negli ultimi anni, la letteratura tanto teologica quanto antropologica ( ma anche storica e archeologica) sulla « protostoria « o sulla « storia » di Dio si è arricchita di molti studi relativi, in particolar modo, al monoteismo biblico e alla sua « genesi » , tra l’elohismo di alcune parti del Libro sacro che pongono il Dio d’Israele, Elohim, come più grande e più forte degli « dèi delle Nazioni » cioè dei goim, dei « gentili » ( che restano tuttavia dèi) e il yahwismo per il quale Yahweh è echad, l’Uno, l’Unico, aggettivo che suona quasi esattamente uguale in arabo e che usato anche dai musulmani ( Allah al- Wahed, uno dei 99 Nomi di Dio). Jan Assman, egittologo emerito dell’Università di Heidelberg, ha edito tra l’altro un saggio su Mosè l’egizio ( Adelphi), che si riallaccia strettamente ai temi già trattati nel famoso Mosè e il monoteismo edito nel 1939 da Sigmund Freud e nella replica, quasi famosa altrettanto, che nel 1991 gli dedicò Y. H. Yerushalmi con Il Mosè di Freud (tradotto in italiano da Einaudi nel ’ 96). Oggi pubblica dal Mulino Dio e gli dèi. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo, (traduzione di L. Santi, pp. 214, euro 15). Ma è davvero trattabile come qualcosa di genetico, anzi in ultima analisi evoluzionistico, il tema dell’unità divina e del monoteismo, rispetto al quale si è più volte rilevato che la tradizione abramitica non va oltre i limiti del cosiddetto enoteismo ( un Dio più forte e potente degli altri dèi, che pure sono tali) e che quindi si deve arrivare all’età post- mosaica per trovarci dinanzi a quella che Karl Jaspers avrebbe definito « età assiale » , quella in cui una parte del genere umano si sarebbe poste le domande fondamentali circa lo scopo della vita, il superamento del fato come governante dell’esistenza, la responsabilità degli uomini, il senso da conferire al dolore e alla morte? I problemi fondamentali di Assmann sono in questo contesto tre. Primo: il monoteismo di stampo mosaico ( ripreso nella sostanza da cristiani e da musulmani) può conciliarsi con l’idea di un confronto con sistemi politeistici che mostrano in apparenza molti dèi ma che sono essi stessi il disvelamento degli infiniti aspetti di un solo Dio, o va inteso come il frutto della rivelazione di un solo Dio che annulla e condanna tutti gli altri? Secondo: è possibile intendere il monoteismo come il vero movimento « assiale » della storia in quanto il Dio unico non accetta – a differenza dei molti dèi « pagani » – di restar confinato nel mito, ma irrompe nella realtà, con ciò ponendo per la prima volta il problema della Verità, che è cruciale nel tempo storico mentre, in rapporto al mito, non ha alcun senso ( ed è questa la « distinzione mosaica » tra Vero e Falso)? Terzo: è plausibile affermare che la rivoluzione monoteistica comporti la violenza, oppure essa è il prodotto della Modernità ateizzata che rappresenta una rivolta contro il monoteismo stesso? Assmann insiste con forza sul fatto che il monoteismo biblico non è affatto né evolutivo né inclusivo: non nasce dalla « maturazione » di un politeismo che finisca col considerare la molteplicità dei suoi dèi come pluralità di volti di un Dio unico, bensì come distinzione e affrontamento tra il vero Dio e gli « altri dèi » , che il decalogo rivelato a Mosè impone di rifiutare. Ciò riguarda appunto il monoteismo della Bibbia, non necessariamente altre eventuali forme monoteistiche. Ma a questo punto l’età odierna, con le sue caratteristiche problematiche, riprende il sopravvento e obbliga Assmann a uscire dall’ambiguità per domandarsi se può esistere un monoteismo tollerante. Le verità d’una fede monoteista non possono essere che assolute, quindi non negoziabili: non c’è posto per null’altro. Ma le religioni concrete sono per forza di cose aperte alla dinamica storica: nel loro confrontarsi, la rispettiva certezza del possesso assoluto ed esclusivo della Verità cede necessariamente il passo alla comune aspirazione verso di essa. La fede non è certezza di dominio della verità, ma « sostanza di cose sperate ». È questa consapevolezza che induce, senza rinunziare all’assoluto, a tradurlo in una tensione continua che implica il confronto con le fedi altre rispetto alla propria.
«Avvenire» dell'8 ottobre 2009

Stati vegetativi: la scienza ammette i suoi limiti

Nuovi strumenti diagnostici sono in grado di distinguere i pazienti che sembrano non reagire da quelli in stato di coscienza minima, ma spesso i medici preferiscono usare l’intuito Con il risultato che molte persone rischiano di essere private dei supporti essenziali per vivere La denuncia a Bologna nella «Giornata dei risvegli»
di Pino Ciociola
Bologna. « Siamo sempre sul chi vive? O sul come vive?». Alessandro Bergonzoni è il testimonial della Casa dei risvegli Luca De Nigris. Arguto. Efficace: «Quale vita? La solita o l’insolita? Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori? Non capisci, non puoi o non vuoi?». E sorridono, ascoltandolo, i genitori o le mogli o i mariti di chi è in coma o in stato vegetativo che sono qui a Bologna per celebrare l’undicesima Giornata nazionale dei risvegli (che ha il Patronato del presidente della Repubblica e il patrocinio della presidenza del Consiglio, del Senato e del ministero del Welfare). Pensando che la vita non ha aggettivi.
Sapendo che quando si tratta di cerebrolesioni la scienza annaspa, ipotizza, sa poco e nulla. E pur sapendo che qualche passo in avanti è stato fatto e qualche nuovo strumento è stato trovato, come la Jfk- coma recovery scale (venti test clinici) capace di distinguere fra chi è in stato vegetativo e in stato di coscienza minima, ma anche chi da quest’ultimo ne è venuto fuori (ricominciando in qualche modo a comunicare) senza che i medici se siano accorti.
Molti dettagli li aveva raccontati The Economist qualche settimana fa. A cominciare dalla recente ricerca del Gruppo sul coma dell’Università di Liegi, guidato da Caroline Schanakers e Steven Laureys: forse non è possibile cogliere la differenza fra stato vegetativo e di minima coscienza o forse, peggio, si preferisce utilizzare l’intuito piuttosto che le ultime tecniche diagnostiche a disposizione. Col risultato che molte persone rischiano che venga loro tolto il supporto alla vita anche quando sono presenti segni, seppur lievi e impercettibili, che la loro coscienza non è compromessa del tutto.
Infatti, ad esempio, nel 1996 Kheith Andrews e i suoi collaboratori del Royal Hospital for neurodisability a Londra scoprirono che il quaranta per cento dei pazienti nel loro ospedale, classificati in stato vegetativo, in realtà non lo era. Stessa percentuale che si ritrova tredici anni dopo nella ricerca del Gruppo di Liegi: il parere dei medici che si occupavano di centotre pazienti è stato confrontato con la diagnosi ottenuta attraverso la Jfk- coma recovery scale. I primi avevano classificato quarantaquattro di quei pazienti in stato vegetativo, ma la Jfk scale ne aveva invece scoperti diciotto in stato di coscienza minima.
Non solo, ma addirittura quattro fra i quaranta pazienti definiti in stato di coscienza minima ne erano in realtà già usciti: erano appunto capaci di comunicare sebbene i medici non l’avessero rilevato.
Così Steven Laureys ipotizza (cautamente) almeno un paio di riflessioni. La prima è che i neurologi non sono entusiasti d’essere sostituiti da una 'scala'. La seconda, soprattutto, che per esempio le compagnie assicurative mediamente preferiscono una diagnosi di stato vegetativo a una di minima coscienza, perché in quel caso non sono necessarie (né obbligate) le spese di riabilitazione.
Il confine dunque è labile e annebbiato. Eppure il principio minimo di cautela viene spesso ignorato.
E, insieme a questo, è troppo diversa geograficamente nel nostro Paese l’assistenza alle famiglie che hanno in casa una situazione di grave o gravissima cerebrolesione, come registra una ricerca del ministero del Welfare i cui primissimi risultati sono stati presentati a Bologna nel quadro della Giornata dei risvegli.
Ed entro un paio di mesi dovrebbe essere pronto il Libro bianco sulle persone in coma e in stato vegetativo (percorsi di cura, centri di riabilitazione, accompagnamento delle famiglie), che stanno redigendo insieme i tecnici ministeriali e la Rete ( Associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite), la Fntac (Federazione nazionale associazione traumio cranici) e l’Associazione Vi. Ve. (Vite vegetative). Un Libro bianco che partirà proprio dagli aspetti etici: il concetto di persona nel caso delle vite vegetative, il diritto alla continuità dell’assistenza nelle cronicità e il diritto/ dovere alle cure, ma anche il non accanimento e la proporzionalità di queste.
Sull’ultimo numero del mensile Gli amici di Luca magazine, quello distribuito per questa undicesima Giornata dei risvegli, c’è una poesia di Tonino Guerra che viene usata in uno spettacolo teatrale e nella quale « si può riassumere l’obiettivo degli educatori della Casa dei Risvegli » : « Un giorno un angelo ha lasciato il Paradiso per venire sulla terra, abitava in una casetta piena di uccellini imbalsamati e tutti i giorni dava loro da mangiare. Gli altri angeli, dal Paradiso, lo guardavano e ridevano di lui. Ma un giorno, un bel giorno, tutti gli uccellini imbalsamati hanno aperto le loro ali e sono volati via » .
«Avvenire» dell'8 ottobre 2009

Scandaloso silenzio sul fallimento delle chimere

Londra abbandona la ricerca sugli ibridi umano-animali
di Assuntina Morresi
« In Gran Breta­gna fa ricerca sulle cel­lule staminali embrionali, in I­talia sarebbe ri­cercato dalla po­lizia. In Gran Bretagna sta per ri­cevere approvazione e finanzia­mento. In Italia riceverebbe una condanna fino a sei anni di car­cere, una multa fino a 150 mila euro, sarebbe sospeso per tre anni dall'esercizio professiona­le». È quanto campeggiava due anni fa sulla copertina del men­sile dell'Associazione radicale Luca Coscioni sotto la foto di Stephen Minger, il ricercatore inglese noto per i suoi lavori su­gli embrioni umano-animali, presentato come l'eroe della li­bertà di ricerca e in quanto tale invitato in Italia a parlare all'U­niversità La Sapienza di Roma ( sì, la stessa che aveva chiuso la porta in faccia a Benedetto XVI).
Ma intanto Minger ha cambiato mestiere: dopo due anni ha ab­bandonato la ricerca sulle em­brionali e lavora nel settore industriale, mentre Lyle Arm­strong e Justin St John, gli stu­diosi che come lui avevano otte­nuto la licenza per creare em­brioni interspecie, se ne vanno: il primo lavorerà in Spagna, l'al­tro andrà in Australia. Nessuno li ha perseguitati in questi anni, ma nessuno li ha cercati: non hanno trovato chi volesse finan­ziare i loro progetti sulle « chime­re » . I motivi non sono etici: dopo il via libera dell'Hfea – l'Autho­rity inglese che regola questo ti­po di ricerca – è stata modificata pure la normativa, che adesso consente di creare qualsiasi tipo di embrione misto umano/ ani­male. Il percorso della nuova legge inglese è stato accompa­gnato da dibattiti e campagne, con un notevole coinvolgimento dell'opinione pubblica: un'atti­vità intensa, largamente suppor­tata dalla stampa sia popolare che specializzata. Ma non è ba­stato. Dice Colin Miles, membro del Centro di biotecnologie e scienze biologiche, che ha rifiu­tato uno dei progetti: « Non basta avere un permesso. Si deve verificare l'eccellenza scientifica e il potenziale del progetto » . Che quel filone di ricerca fosse inutile e supe­rato lo si poteva capire leggendo la letteratura scientifica sul tema. E d'altra parte la scoperta delle « Ips » , cellule adulte ' ringiovanite' fino a uno stato simile a quello embriona­­le, ha rivoluzionato la ricerca nel settore. Ma sugli embrioni ibridi u­mano-animali la posta in gioco era altro: affermare l'autonomia assolu­ta della tecnoscienza e dei suoi 'sa­cerdoti', e sancirne una volta per tutte l'insindacabilità delle scelte cercando di rendere accettabile l'e­sperimento più estremo: quello che, mischiando patrimonio genetico u­mano e animale, metterebbe in crisi la natura umana nella sua unicità.
Chi vuole portare la bandiera della libertà di ricerca dovrebbe, però, misurarsi innanzitutto con fatti e ri­sultati. Non si può spacciare per ri­cerca scientifica qualsiasi manipo­­lazione, anche quelle di cui si è nota l'inutilità, prospettando irresponsa­bilmente possibili cure per malati inguaribili, come si è fatto con gli embrioni ibridi. Dell'argomento si è interessato recentemente il nostro Comitato nazionale di bioetica con un parere articolato. Ma quel che più impressiona adesso è il silenzio di tutti quelli che hanno dato tanto spazio alle grandi promesse della ri­cerca sugli ibridi: opinionisti, scien­ziati, politici, sedicenti militanti « per la libertà della ricerca scientifi­ca » stanno ignorando la notizia. I media tacciono. Nessuno ha qual­cosa da dire in proposito? Chi parla di libertà di stampa non dovrebbe almeno rispettare il diritto dei citta­dini a un'informazione completa?
«Avvenire» dell'8 ottobre 2009

06 ottobre 2009

La favola di Eco: tutti gli scrittori di destra sono fascisti

di Massimiliano Parente
Quanto sarà furbo Umberto Eco: siccome da destra ha udito uno squillo di tromba, la parola «culturame», contro la solita minestrina organica di sinistra, a sinistra risponde uno squillo (di questi tempi forse anche una squillo) e l’Eco del fascismo taccia la destra di ignoranza. Senza fare nomi, per carità; elencando, piuttosto, gli intellettuali di destra ignorati dalla destra, una trappolina raffinata per dire che la destra è fascista. In verità Umberto Eco, teorico monomaniacale del fascismo mutante o fascismo eterno (chiamato «ur fascismo»), sta barando e vuole farvi fessi. L’«ur fascismo» va bene per tutte le epoche e tutte le stagioni, e quindi il professore, coltissimo, nella sua ultima Bustina di Minerva, sale in cattedra e cita tutti gli scrittori o intellettuali di destra che la destra potrebbe sfoggiare e non sfoggia (ma quando mai? Sono gli unici sempre citati perfino dai blog di Forza Nuova), e dunque ecco la bella carrellata di Mishima, Jünger, Céline, Pound, Heidegger, Guénon, Spengler, Gentile, Sedlmayr, De Maistre, e ci ha messo perfino Vintilia Horia, si è dimenticato Pierre Drieu La Rochelle, altrimenti l’album di famiglia era al completo, più o meno. Morale della favola: gli scrittori di «destra» sono quelli fascisti o assimilabili a una destra autoritaria, e la destra non li conosce. Gli altri sono tutti di sinistra. Sembra quasi vero, e infatti è il lavaggio del cervello che ha sempre tentato di fare il pensiero gramsciano in Italia, di fronte all’incontestabile grandezza dei geni non intruppati (non organici, appunto). Spesso e volentieri cercando di arruolarli da morti o, non riuscendoci, di ridurne la grandezza con la sociologia di Foucault e Sartre. Eco ammette che Dante, forse, era di destra e reazionario (l’ha detto a Benigni?), e tuttavia Giacomo Leopardi, secondo Eco, forse era di sinistra? Macché, così preso in pensieri assoluti e infiniti, ve lo immaginate tra le barricate del Quarantotto? O il secolo dopo nel Sessantotto? O quarant’anni dopo a Piazza del Popolo? Eppure Romano Luperini con il suo «Leopardi progressivo» e molti altri ci provarono a iscriverlo al Pci con un certo anticipo (e, come dimostra Mario Andrea Rigoni, con molta malizia nel tagliare i passi sconvenienti). È successo anche a William Shakespeare: gli hanno perfino dato del servo dei Tudor, del leccaculo di Elisabetta I. Kafka, per essere digerito a sinistra, è stato letto come un anticipatore dei campi di concentramento, un precursore di Primo Levi, così si sono inventati che Aspettando Godot di Samuel Beckett era una sorta di «aspettando la rivoluzione».
È evidente che nessuno, dei suddetti, si sarebbe infognato nella farsa della piazzata sulla libertà di stampa, e tra gli altri ve li immaginate Nietzsche, Voltaire, Flaubert, Joyce, Sterne, Cervantes firmare il ridicolo appello di Repubblica? E Marcel Proust, che già nella Recherche ridicolizza i maniaci dell’impegno e del sociale, e mentre oggi molti miei amici di sinistra non comprano Il Giornale perché di destra, lui, il più grande scrittore occidentale, comprava perfino «L’Action Française» senza problemi, «perché mi interessano gli articoli», e se ne sbatteva degli invasati comunisti, i quali ricambiavano accusandolo di aver scritto «un libro di duchesse per duchesse»? Ve lo immaginate Carlo Emilio Gadda lì, a Piazza del Popolo, già snobbato negli anni Cinquanta perché antifascista ma non comunista? E Fenoglio, il cui partigiano Johnny non andava bene perché non allineato, e al quale si preferiva la favoletta manichea degli Uomini e no di Elio Vittorini, che ancora oggi va per la maggiore a sinistra, dove esiste un elettorato «illuminato» di sinistra e non elettorato «manipolato» di destra?
«Il Giornale» del 6 ottobre 2009

05 ottobre 2009

Così il pubblico è diventato l’entità più manipolabile che esista

di Marianna Rizzini
Chi è sul palco vede facce – una massa indistinta di teste, molti occhi spalancati. Chi è in piazza vede striscioni, onde di bandiere che si spostano, buchi nella folla. Chi recita sa che molti nel pubblico oggi sonnecchiano mentre onorano l’abbonamento alla stagione – come dice un intellettuale romano che ne ha viste tante: “Sono lontani i tempi in cui i ragazzi andavano al bar accanto al teatro Eliseo dove si arruolavano i claqueurs (‘tu sì’, ‘tu no’ in base all’ordine di arrivo). Si andava per il piacere di vedere teatro: non c’erano soldi per il biglietto, e questo era il sistema per procurarseli”. Chi è in uno studio televisivo ha davanti un pubblico più o meno pagato per fare il pubblico, e in realtà si rivolge a un numero imprecisato di invisibili da sedurre, convincere, catturare (almeno per quelle due ore). Ma chi siano, questi invisibili, e che cosa pensino, nessuno può saperlo esattamente. Nessuno tranne Michele Santoro – che ieri ha interpretato il pensiero di sette milioni e trecentomila menti sintonizzate la sera precedente su Annozero: “Il pubblico non vuole censura”, ha detto. E vabbè. E poi però ha aggiunto: “La convinzione che tutto sia legato al fatto che il pubblico non voglia censure lo si deduce non tanto dal risultato numerico, importantissimo, ma dalla permanenza altissima davanti alla televisione, che solitamente si riscontra per le partite. Ieri le persone si sono messe davanti alla tv con l’intenzione di restarci fino all’ultimo, e ciò dimostra il loro modo di sostenere che è questo tipo di televisione che vuole seguire”.
Che gli ascolti siano stati altissimi è indubbio (come alti sono stati quelli di “Porta a Porta”, sugli stessi argomenti, e quelli di “Parla con me”). Che a molti interessasse ciò che aveva da dire Patrizia D’Addario pure. Che la trasmissione sia stata un successo mediatico non turbato da censure ancora di più. Sul perché tutte quelle persone siano rimaste incollate ad Annozero la sera in cui c’era l’intervista a Patrizia D’Addario, però, non v’è certezza: oltre alla motivazione universale intravista da Santoro, infatti (“non vogliono censura”), ce ne sono almeno altre sette molto probabili: c’è chi si è sintonizzato per curiosità, chi pensando di informarsi, chi perché il tema “D’Addario” significa di sicuro rissa tra due o più persone in studio, chi per vedere la signora D’Addario e basta, come fosse Milingo o Brad Pitt, chi per vedere che fa Santoro stasera (vista la polemica permanente), chi perché stima Santoro nonostante sia in disaccordo con lui, chi per sentirsi dire quello che ci si vuole sentire dire da Santoro – ché Santoro soddisfa la voglia di “guru” di molti telespettatori. Ma il punto è un altro: il pubblico è davvero quell’eroe collettivo consapevole e scansacensure dipinto da Michele Santoro?
E però anche quando non c’è Santoro e anche in contesti in cui lo spettacolo non è la televisione, il pubblico vuole essere guidato, accompagnato, rassicurato. Vuole avere l’illusione di essere coraggioso (attraverso l’appoggio a qualcuno che reputa coraggioso). Vuole schierarsi comodamente, cioè secondo quello che dice qualcuno che considera autorevole – qualsiasi cosa dica. La maggioranza di chi si fa pubblico non ha interesse a interrogarsi o a essere interrogata. Vado, ascolto, osanno o condanno – che lo spettacolo sia un convegno, un programma trash, un programma di approfondimento, un festival o un premio, che la rissa sia nel Pd o attorno alla vita amorosa di Silvio Berlusconi.
Gli indicatori di gradimento non spiegano perché si sceglie un programma, uno spettacolo, un comizio-spettacolo. I campioni di ascolto sono basati su una popolazione italiana che ha ancora, secondo il Censis, 17 milioni di semianalfabeti, (come dice Carlo Freccero: “Non vuol dire che siano tutti scemi, vuol dire che la lettura è cosa difficoltosa, e che chi non abita la galassia Gutenberg ha magari grandi competenze mediatiche ma consuma gli eventi nella loro immediatezza, e fa passare in secondo piano la ricerca delle motivazioni”. La tv generalista, dice Freccero, “ha lavorato sulla maggioranza con un processo progressivo di svuotamento di contenuti di valore. E allora oggi si pensa che la salvezza sia nei nativi digitali, bambini a cui è arrivato il computer prima dell’alfabetizzazione. Ma stiamo attenti, perché questi ragazzi non cercano ma fanno la verità. Il verbo non è essere o avere, ma fare. Reagiscono all’emozione. Gli interessa di più che cosa hanno provato i pompieri l’undici settembre che capire perché è avvenuto l’undici settembre”.
Di un primato dell’emozione “tipico del tempo moderno e drammatizzato dalla crisi economica” parla il sociologo delle Comunicazioni Mario Morcellini: “L’emotività di massa fa smarrire la differenza tra pubblico e privato. Il successo dei reality si basa sul fatto che nella crisi non ci fidiamo dell’altro, ma abbiamo bisogno di vederlo, di metterlo in scena. Il pubblico più debole sembra sfruttare la rappresentazione del rapporto con gli altri senza contenuti. E’ come se i soggetti non avessero più ritrosia a mettere in piazza l’intimo del cuore di cui parlava sant’Agostino”.
Il “pubblico della resistenza culturale”, quello che secondo Morcellini “non variega i consumi culturali ma resta inchiodato alla tv”, non si inchioda per quella che Aldo Grasso chiama “la stupefazione del mezzo dei primi anni della tv, quando la televisione era vissuta in modo quasi miracolistico”. Dice Grasso che “un tempo, per gli autori, il pubblico era un’entità astratta che copriva l’intera nazione: c’erano in gioco valori che la riguardavano.
A partire dall’inizio degli anni Ottanta, però, il pubblico della tv generalista è diventato l’entità più sotto controllo che esista. Non si lavora più per un ideale ma per un target precisissimo. Oggi c’è un pubblico che ha la possibilità anche economica di scegliersi i programmi, quello della pay tv, e c’è un pubblico che non sceglie, piuttosto anziano e passivo. Per mantenere in vita questo pubblico si fa qualsiasi nefandezza. Guardando i grafici degli ascolti, si vede che ogni volta che qualcosa rompe la calma, l’ascolto si impenna. Il telecomando è un sensore per cercatori di rissa”.
Negli anni Ottanta, mentre il pubblico smetteva di essere “entità astratta”, Renzo Arbore si stufò di inseguire la maggioranza dell’audience. Con il suo “Quelli della notte” (“un programma che non aveva ascolti molto alti”, dice oggi), riuscì a creare un cult senza mirare a un pubblico di massa (certo non era “di massa” il Romano Prodi fresco di Iri che, ridente, sedeva in platea durante l’ultima puntata). Preoccupato per lo stato delle attuali platee (non solo televisive, dice Arbore, visto che il campione Auditel è ricalcato sulla popolazione Istat), e cioè per le platee composte perlopiù da gente con istruzione elementare e mediobassa, Arbore ha assistito ancora più preoccupato “a quello che è successo la sera del caso Englaro: otto milioni sintonizzati sul Grande Fratello contro i sei milioni delle altre reti riunite”. Ad Arbore, comunque, non bastò la sfida di “Quelli della notte”. Poi venne “Avanti tutta”, un programma che, dice ora, “aveva una doppia lettura. C’erano le ragazze Coccodè, gli errori di grammatica di Frassica, gli sfottò ai quiz. Piaceva al colto e all’inclita”. Oggi Arbore vede come “antidoto” all’ottundimento di pubblico e tv “una trasmissione che abbia poco ascolto e faccia tanto rumore. Auspico un giudizio di gradimento: si dica non solo dove ci si è sintonizzati, ma se è piaciuto e perché”.
Gli anni Ottanta furono anche anni di sperimentazione con il pubblico. Gianni Ippoliti oggi ricorda con orgoglio di aver “sperimentato a costo quasi zero” con il suo “Provini”: “Costava due milioni di lire a puntata. La gente che veniva in studio a fare provini era gente normale, gente che lavorava. Non venivano per fare film o talent show. Erano provini per un’eventuale pubblicità. Dicevo: non siete belli né famosi né raccomandati. Per la pubblicità, però, può andare bene un tipo: provate. Alcuni furono presi davvero, come l’uomo che urlava ‘Urrà, urrà!’, preso per ‘Urrà Saiwa’”.
Oggi Ippoliti dice che “la sperimentazione non si fa perché vincono i format – qualcuno deve produrli fuori dall’azienda, così girano molti più soldi”. Dalla sua rassegna stampa di settimanali gossip addita “l’asse del male Fabrizio Corona-Lele Mora. Gira tutto attorno ai personaggi sfornati da quei due. Ci sono settantuno testate di gossip in Italia. La maggior parte vive con le foto di quelli che vanno in tv a fare gli ospiti e gridano, bestemmiano, fanno a botte. Gente che non sa fare nulla. Gente cui viene detto: io ti faccio diventare famoso senza pagarti, tu diventi famoso e poi ti fai le tue serate. Si producono foto su foto per settimanali che non sanno dove metterle, ed ecco perché alcune case editrici hanno varie testate simili, per lettori che evidentemente le comprano”.
I dati d’ascolto non spiegano neppure se è il guru che influenza il pubblico o se è l’umore del pubblico a dettare la linea al guru (un guru che può essere chiunque: un presentatore, un prestigiatore, un attore, un politico, un commentatore). Ettore Bernabei, in anni lontani, un giorno allargò le braccia e disse ai suoi che il pubblico era fatto “da venti milioni di teste di cazzo” (poi, intervistato da Claudio Sabelli Fioretti, corresse la parola “teste di cazzo”, ma la sostanza rimase intatta): “Io dicevo che anche le persone colte, di media cultura, quelle che hanno fatto le superiori, quando sono di fronte al televisore sono come dei ragazzi delle elementari. Tutti quelli che avevano 40/50 anni e avevano fatto solo le elementari praticamente erano analfabeti di ritorno, non leggevano né libri né giornali. Guardavano la televisione. Io dissi: mettetevi in mente che fra i 50 milioni di italiani ci sono 20 milioni di analfabeti… Nessuno pensa più alla qualità del pubblico. Non interessa più a nessuno sapere chi sono le persone che guardano uno spettacolo. Basta che siano tante”.
«Il Foglio» del 3 ottobre 2009

04 ottobre 2009

«Quante idiozie su quegli anni bui!»

In Francia divampa la polemica. Pierre Chaunu, insigne storico e docente alla Sorbona, getta benzina sul fuoco: «La Rivoluzione francese ha provocato più morti della Prima Guerra Mondiale... e per i cattolici fu un tempo di crudele persecuzione». «La Vandea non fu un semplice massacro, ma un tentativo di genocidio. Non capisco perché i cattolici di oggi non siano al fianco di quelli perseguitati nella storia e soprattutto sotto la Rivoluzione francese»
di Stefano M. Paci
«Chaunu è un ottimo storico, ma da quando Mitterrand è andato al potere è diventato un propagandista dell’estrema destra» sibila sprezzante Max Gallo ex ministro e portavoce del presidente della Repubblica. «Gallo ha scritto un pamphlet mediocre ed insultante, totalmente ridicolo e stupido. La storia è un’altra cosa» replica a sua volta il destinatario, Pierre Chaunu. Questi poco eleganti «colpi di fioretto» sono solo alcune battute del violentissimo scontro tutto francese tra ammiratori e avversari della Rivoluzione del 1789. Tutto è cominciato alla televisione francese durante la trasmissione «Apostrophes» — un programma letterario dagli straordinari indici d’ascolto — dove Pierre Chaunu, professore di Storia Moderna alla Sorbonne e membro dell’«Institut de France», era stato invitato per rispondere a Max Gallo, autore di una Lettera aperta a Robespierre nella quale difendeva a spada tratta la Rivoluzione. La conseguenza del vivace contrasto tra i due fu che il dibattito sulla Rivoluzione, di cui si preparano le celebrazioni per il 1989, è passato dalle pagine interne agli editoriali dei giornali, sollevando un putiferio che non accenna a calmarsi. Pierre Chaunu, per nulla intimidito, dai suo minuscolo ufficio della Sorbonne getta benzina sul fuoco.

Professore, mancano ancora due anni alle celebrazioni del Bicentenario della Rivoluzione francese. Come mai lei si è gettato a capofitto in queste polemiche?
PIERRE CHAUNU: Sa, la storia della Rivoluzione francese è sempre stata, fin dal suo inizio, costellata di polemiche. Ma quelle attuali non le ho volute io, vi sono stato reclutato indirettamente. Sono state iniziate da persone che, con ingenti mezzi finanziari, hanno tentato di monopolizzare il dibattito, e pretendevano che l’attuale regime socialista preparasse con quasi dieci anni di anticipo le celebrazioni della Rivoluzione francese. Fu proprio Mitterand, nel 1981, a parlare della sua elezione come di una storica «rottura» con il passato, e a dire che, di conseguenza, occorreva celebrare in grande quella «rottura» per eccellenza che era stata la Rivoluzione.

E cosa c’è che non le piace?
CHAUNU: Primo, non esistono «rotture» benefiche e questa maniera di utilizzare la storia non mi va proprio giù. Poi il governo socialista ha fatto spese folli, ha distribuito posti e prebende per la celebrazione del Bicentenario, ha creato un’infinità di comitati e commissioni, ha elargito sovvenzioni per congressi-bidone. Si sono stampati un’enorme quantità di quaderni e pubblicazioni per dire cose non interessanti e straordinariamente banali. Insomma, una grande abbuffata.

C’è un libro in particolare che ha fatto scalpore e ha suscitato violente reazioni: gli è stato rimproverato di usare il termine genocidio a proposito di quelle che non sarebbero state altro che «scaramucce politiche di un periodo sanguinoso». Si dà il caso che questo libro l’abbia introdotto proprio lei e se non sbaglio è suo anche il titolo: Vandea, un genocidio franco-francese?
CHAUNU: Si, la parola genocidio ha scioccato quando la usammo all’inizio, ma ora, prove alla mano, non può non essere riconosciuto come tale. Davanti al montare della marea disinformativa che le ho prima descritto, io ed i miei collaboratori ci siamo detti che bisognava intervenire. È stato cosi che storici di valore come Raymond Secher hanno lavorato sotto la mia direzione per riprendere in maniera scientifica un certo numero di dossier storici. Si trattava di documenti scottanti, che parlavano di sconvolgenti massacri di cattolici in Francia, particolarmente nell’Ovest e in Vandea. Fu quest’ultimo un massacro talmente evidente, talmente premeditato, atroce e sistematico — fu impartito l’ordine di liquidare le donne perché non potessero procreare, trucidare i bambini perché non divenissero i futuri «briganti» — che non capisco come si possa evitare di parlare di genocidio. La Vandea fu qualcosa di più che un orrendo massacro; fu il tentativo di sterminare definitivamente una popolazione. Vennero date alle fiamme oltre il 40% delle abitazioni e delle coltivazioni: i morti furono centinaia di migliaia su 600.000 abitanti.

Nei libri recentemente apparsi sulla storia della Rivoluzione come quello di Secher o di Frèdèric Bluche (Settembre 1792, logica di un massacro), quali nuove acquisizioni storiche sono riferite?
CHAUNU: Alcuni argomenti nella storia della Rivoluzione francese, sono stati più che abbondantemente studiati. Si perdono tempo e soldi a riprendere costantemente gli stessi documenti. Ce ne sono altri, invece che sono stati sistematicamente dissimulati, e su essi hanno indagato gli studiosi da lei citati che hanno mostrato l’ampiezza straordinaria dei massacri compiuti sotto la Rivoluzione. E ci sono altri aspetti che vengono abitualmente taciuti. Come il fatto che la Rivoluzione francese ha dichiarato guerra all’insieme dell’Europa e che sono stati i rivoluzionari, non i principi, a volerla. Se si sommano le perdite della guerra e le perdite anteriori, si arriva per un Paese di 27 milioni di abitanti qual’era allora la Francia ad un totale che è nell’ordine di milioni: due milioni e cinquantamila, secondo i primi calcoli che abbiamo fatto. Sono perdite notevolissime, ancora maggiori di quelle subite dalla Francia nella Prima Guerra Mondiale. Naturalmente tutto questo non ha contribuito alla ricchezza della nazione, senza parlare del fatto che una gran parte delle élites del Paese — e non solo loro — sono state costrette ad emigrare. Per tutte queste ragioni, il bilancio della Rivoluzione è largamente negativo. Personalmente ritengo che si dia troppo spazio ad un avvenimento storico che è durato solo quattro, cinque anni, ma se si vuole a tutti i costi parlarne, allora bisogna dire anche queste cose.

La storiografia in questi due secoli ha posto l’accento soprattutto sulle conquiste della Rivoluzione. Secondo quanto lei dice, si tratterebbe di un clamoroso sbaglio: dovuto a malafede, ad errori storiografici, o cosa altro?
CHAUNU: La storia è stata scritta da vincitori o comunque, in larga misura, da ricercatori con spiccate simpatie per l’ideologia rivoluzionaria, studiosi convinti che la storia avanzi a forza di rivoluzioni e rotture. Ma questa è una concezione insana. La storia è un continuum, non è fatta di istanti senza rapporto fra loro. Non ho stima per chi pensa di far avanzare le cose distruggendo le radici, le fondamenta. Le rotture sono delle «asinerie ideologiche» che fanno regredire un popolo. La rivoluzione è stata, in tutti i campi, una regressione della nazione.

In nome di quali principi condanna la Rivoluzione francese? C’è chi la accusa di essere un nostalgico dell’Ancien régime...
CHAUNU: Non lo sono assolutamente e non sarò certo io a difenderlo. Se l’Ancien régime avesse funzionato bene, non ci sarebbe stata la Rivoluzione. Invece si era immobilizzato, impedendo la normale evoluzione della società. L’Ancien régime è in certa misura responsabile degli errori della Rivoluzione.
I miei principi? Quello che mi interessa nella storia è il progresso dello spirito umano, e in questo senso io sono un uomo dei lumi. I miei referenti per quel periodo sono Chateaubriand, Madame de Staël, Benjamin Constant, cioè la grande tradizione liberale, nella quale mi situo. Ho un rapporto che definirei «caloroso» con Voltaire ed i filosofi dell’Illuminismo; e a dire il vero più con quelli inglesi e tedeschi perché sono cristiani. Ed io sono un giudeo-cristiano, inserito nella grande tradizione protestante. E a partire da questi principi che mi accorgo che l’umanità avanza per evoluzione e non per rivoluzioni. La libertà non è caduta dal cielo con la Rivoluzione, si è costruita nel nostro Paese attraverso i contadini del Medio Evo, coi Comuni, con il Parlamento, con tutta la costituzione giuridica: ebbene, occorre il coraggio di dirlo, lo Stato di diritto nel quale viviamo attualmente non è figlio della Rivoluzione, è figlio della storia, di San Luigi come di Luigi XVI, ed ê anche figlio dei rivoluzionari, come del consolato e dell’impero. Come vede, cerco solo di rimettere le cose al loro posto.

C’è uno stato, o una istituzione che lei indicherebbe come modello e punto di riferimento per il periodo storico concomitante alla Rivoluzione francese?
CHAUNU: Certo, l’Inghilterra. Nello stesso periodo in cui in Francia c’è la rivoluzione, l’Inghilterra ha idee molto più moderne, la sua industria si sviluppa molto più rapidamente, è più competitiva, e sul piano del pensiero guadagna rapidamente terreno rispetto alla Francia. Una constatazione: attualmente nel mondo circa centocinquanta milioni di persone parlano il francese, mentre miliardi parlano l’inglese ed il 70% delle pubblicazioni scientifiche della terra sono pubblicate in questa lingua. Ed è sempre in Inghilterra che è avvenuto quel momento cruciale di passaggio di civiltà che è la Rivoluzione industriale. Quello che è importante nel mondo alla fine del XVIII secolo non è la presa della Bastiglia — nella quale non c’era praticamente nessuno (quattro falsari, due pazzi, uno sbandato), una vera stupidaggine — quello che importa è la scoperta da parte di Jenner nel 1786 del vaccino contro il vaiolo, e Jenner era inglese. Tra Robespierre e Jenner (con buona pace di tutti i Max Gallo che sostengono il contrario) io scelgo Jenner, cioè l’uomo che ha salvato finora un miliardo e mezzo di vite umane.

Non le sembra di trascurare troppo gli sforzi ed i tentativi storici che l’uomo compie per provocare un cambiamento sociale? Le grandi conquiste dei diritti dell’uomo e la nascita della democrazia, abitualmente sono ricondotte dai libri di storia proprio alla Rivoluzione francese...
CHAUNU: È una visione della stona assolutamente falsa. Io sono protestante. Ebbene la libertà religiosa non è stata stabilita in Francia dalla Rivoluzione francese, è stata restaurata dall’editto sulla tolleranza del 1787. Fu allora che i protestanti ricevettero la loro libertà religiosa. E l’hanno perduta, insieme ai cattolici sotto la Rivoluzione, nel 1793, quando furono chiusi tutti i luoghi di culto. Gli ebrei non hanno ottenuto la libertà religiosa nel 1790: l’avevano già in tutto il sud-est della Francia e la Costituente si è semplicemente accontentata di trasformare in legge un editto che era rinnovato regolarmente ad ogni scadenza. Chi era, accanto al re, l’uomo di governo più potente della Francia prerivoluzionaria? Necker, un protestante, il padre di Madame de Stael; e si era nell’Ancien Regime. Mi si permetta di ricordare che la Francia era, nel 1788, il primo Paese nel mondo: non lo è più alla fine della Rivoluzione. In Inghilterra la produzione pro capite è addirittura raddoppiata in quel periodo, mentre in Francia ristagnava. Nel 1789 il 43% dei francesi sapeva leggere e scrivere, un indice sceso a meno del 40% nel 1795. In tutti i campi si verifica una regressione: e si continua a parlarne come di un periodo di progresso...!

Professore insisto, e i diritti dell’uomo, e i principi democratici...?
CHAUNU: Tutti i principi che si trovano nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino erano già formulati, più o meno intelligentemente nella dichiarazione di Jefferson del 1783, e non sono altro che principi giudeo-cristiani. Che tutti gli uomini sono liberi è un principio del Deuteronomio.

E l’insieme della cristianità in Francia, come è stata trattata dal regime rivoluzionario?
CHAUNU: Nel modo più oltraggioso e atroce. La persecuzione religiosa subita dai francesi cattolici durante questo periodo non ha equivalenti nella storia se non le grandi persecuzioni del XX secolo. Di tutte la Rivoluzione francese è stata il modello. La persecuzione religiosa non fu solo persecuzione contro i religiosi ma una rivolta contro il cristianesimo con il preciso intento di decristianizzare la nazione. La maggioranza dei preti è stata assassinata od espulsa, tutte le chiese sono state chiuse per un anno e mezzo ed il loro patrimonio requisito ed incamerato, 250 mila vandeani sono stati massacrati perché volevano andare alla messa e restare fedeli a Roma. Le scuole, gli ospedali, tutte le opere sociali della Chiesa vennero soppresse e non furono rimpiazzate che sulla carta. In Vandea tutte le famiglie, tutte le persone presso le quali si trovasse una cappella, un crocifisso o altro furono fucilate, le loro case incendiate. Certo i cattolici francesi hanno avuto a riguardo della modernità e dell’illuminismo un atteggiamento negativo davvero eccessivo, ma è comprensibile: perseguitare un popolo non favorisce la comprensione e la tolleranza. Quello che non capisco è perché i cattolici francesi di oggi non siano al fianco dei cattolici perseguitati nella storia e soprattutto sotto la Rivoluzione francese. Il perdono non implica l’oblio e nemmeno la collaborazione con i criminali. Non capisco proprio perché e in nome di cosa si neghi la realtà: in Francia ci sono stati centinaia e migliaia di morti, vittime delle loro convinzioni religiose. Hanno lottato, si sono organizzati, ma sono stati massacrati nella maniera pin indegna. Quello contro cui io protesto ê questo tradimento dei principi di libertà e tolleranza, principi positivi che erano all’origine della Rivoluzione francese ma che hanno avuto un risultato catastrofico.

Perché dei principi nobili si sono ribaltati nel loro contrario? In altre parole, il Terrore era evitabile o è inseparabile dal primo periodo rivoluzionario?
CHAUNU: I due periodi sono difficilmente separabili. Molto rapidamente il processo ideologico precipita nella dittatura e nella violenza ma praticamente il bicchiere era rotto fin dall’inizio. Certo si resta tolleranti fino al 1790 ma non lo si è più a partire dalla Costituzione civile del clero; dalla fine dell’inverno 1790 il regime è tirannico. Per la prima volta possiamo osservare in azione una strategia di presa del potere da parte di una infima minoranza ideologica che diverrà il modello di tutti gli analoghi fenomeni del XIX e XX secolo, tra cui la rivoluzione russa.

Come sarebbe il mondo senza la Rivoluzione francese?
CHAUNU: La risposta e semplice. Molto migliore.

E cosa e rimasto di buono della Rivoluzione?
CHAUNU: Quello che non è riuscita a distruggere, ciò che non ha pervertito della tradizione cristiana.
«30Giorni» del gennaio 1987

Zanzotto: i miei versi fra deprecazione e bellezza

Il grande poeta sta per compiere 88 anni e pubblica una nuova raccolta di poesie, ove accentua il suo no a un progresso negativo che porta a deteriorare la natura e l’ambiente. Ma qui ribadisce anche che la vera poesia non nasce dal dolore, ma dall’entusiasmo e dalla sovrabbondanza del sentire
di Nicola Bultrini
A distanza di 8 anni dall’uscita della sua ultima fatica (Sovrimpressioni, nel 2001) è imminente la pubblicazione, nello Specchio Mondadori, di Conglomerati, la nuova raccolta di Andrea Zanzotto. Il volume sarà in libreria in concomitanza con il compleanno del poeta, che il 10 ottobre compirà 88 anni. E’ di qualche mese fa la pubblicazione del libro In questo progresso scorsoio (Garzanti), una lunga intervista al poeta, in cui, seguendo un’autobiografia privata ed artistica, lo sguardo di Zanzotto sul presente era pretesto di una più vasta analisi storica, in cui centrale si poneva il tema del paesaggio, della catastrofe climatica e della distruzione della cultura contadina. Eppure già in quell’occasione il poeta ci ricordava che la poesia, in quanto atto d’amore verso la realtà, scaturisce comunque, più che dal dolore, dall’entusiasmo e dalla sovrabbondanza del sentire. A ben vedere si tratta di temi cari al poeta, largamente presenti anche in queste nuove poesie (scritte sia in italiano che in dialetto) e su cui Zanzotto ci dice di lavorare già dal 2000.
Nei suoi scritti più recenti lei dedica grande attenzione al tema dell’ambiente, anche con toni allarmati ed allarmanti. Quanto è importante per un poeta l’ambiente che lo circonda e quanto condizione la sua scrittura?
«Moltissimo. Direi che l’ambiente costituisce proprio una base per la stessa poesia. E’ importante proprio per questo suo continuo cambiare e perché il deperire dell’ambiente comporta anche il deperire di quella che diciamo 'ispirazione'. O forse ne attizza una negativa. Ma c’è comunque tra essi un rapporto costante».
Ma c’è la possibilità che un ambiente decadente, come quello che lei attribuisce all’intervento negativo dell’uomo, possa suscitare nel poeta una reazione di resistenza?
«In effetti io non mi sono limitato a denunciare, ma ho espresso sempre anche un incitamento a resistere. Bisogna assolutamente darsi animo per impedire il progresso negativo. Ci sono invero tanti poeti, anche nelle generazioni più giovani, che sono più o meno tutti sulla stessa linea di resistenza al potere del denaro e dell’effimero. Parlando della mia esperienza, del libro in uscita in questi giorni, confesso d’aver avuto diversi dubbi sul titolo. Perché è pur vero che il carattere principale dei testi è una sorta di durezza, ma la poesia in fondo nasce anche per lodare. Ma come si fa oggi a lodare? Il poeta allora, appena intravede una scappatoia possibile, tende anche a mettere in luce nei suoi componimenti, qualche cosa che è bello, che quindi può offrire anche una spinta di speranza. Nella mia poesia di oggi ci sono in primo piano le consuete ripercussioni negative, ma c’è dentro anche qualche spunto di sincera lode. Non so se la natura sia o meno innocente, è un discorso che potrebbe andare avanti senza fine, ma per mio conto cerco di vedere ancora gli aspetti belli della natura, che riemergono comunque, anche se facilmente ci si dimentica della loro esistenza. Quindi accanto alle numerose poesie che definirei di deprecazione, c’è sempre pure la tendenza allo scoprire un fiore che vien fuori, un qualche aspetto di bellezza. Anche stavolta si è trattato di un’esperienza linguistica particolare, perché io di solito pubblicavo un libro ogni 4 o 5 anni, ma il lungo tempo trascorso dall’ultima pubblicazione ha ora suscitato un ambito di sconcerto e anche allo stesso tempo di resistenza interna».
Tornando all’ambiente fisico in cui il poeta lavora, lei ha sempre scritto la sua poesia a Pieve di Soligo, e qui l’ambiente è sicuramente naturalisticamente ameno. Verrebbe dunque da pensare che la sua poesia sia sempre condizionata da un ambiente favorevole e positivo, cui lei è evidentemente molto legato...
«Sì, è vero, e qui dove vivo esistono ancora delle vallette, delle macchie di fiori, che conservano il loro mistero. Ma appena lo sguardo si alza e la prospettiva si fa più larga, nella visione di insieme, allora questa sensazione si disfa e a breve distanza si vede il disastro dell’urbanizzazione».
E la casa, l’ambiente domestico?
Da bambino ho cambiato molte abitazioni, ma per me non aveva importanza. Poi sono diventato piuttosto sedentario. Ma l’ambiente domestico dove vivo invece cambia in continuazione. In realtà l’ambiente domestico che ancora mi tocca davvero in profondità, è quello dell’antica casa dove abitavo con i miei genitori. La casa è decorata dagli affreschi molto belli di mio padre e per me è stata sempre un rifugio.
Ogni volta che ho avuto delle difficoltà sono sempre tornato lì a ricercare la vecchia aura. Questa è la mia idea di casa, e anche adesso quando posso mi ci faccio portare; perché per me è sempre confortante.
Ma è soprattutto l’ambiente esterno che mi sta a cuore, mentre quello domestico è in un certo senso funzionale. Qui intorno infatti ci sono posti per passeggiare che sono ancora belli; poi quando torno a casa, se questo senso di bellezza perdura e non è stato soverchiato da altro, allora scrivo».
Dopo tanti anni di scrittura e di completa frequentazione della poesia, che emozione si prova a scrivere versi?
«Io ho cominciato a scrivere poesie molto presto, sollecitato soprattutto dalla mia nonna paterna, che era colta e leggeva i giornali. In gioventù era stata anche ancella di una principessa Collalto. Conosceva la poesia del Tasso e mi recitava anche qualche breve poesia in tedesco. Con lei ho avuto il legame più forte della mia infanzia e mi ha consentito di entrare presto e facilmente nella poesia. Oggi continuo a scrivere senza particolari motivazioni. C’è questo spirito profondamente attivo dentro di me, che nonostante gli ostacoli, continua a saltar fuori. E così vado avanti».


«Il carattere principale dei miei testi è una sorta di durezza, ma la poesia in fondo nasce anche per lodare. Ma come si fa oggi a lodare? Il poeta allora, appena intravede una scappatoia possibile, tende anche a mettere in luce qualche cosa che è bello, che quindi può offrire anche una spinta di speranza»
«Avvenire» del 4 ottobre 2009

Ma con il navigatore anche il viaggiare diventa isolamento

di Franco La Cecla
Dove sei? È la prima domanda che si fa quando si chiama qualcuno sul suo cellulare. Già, perché da quando abbiamo reso mobile la nostra comunicazione, non c’è più una residenza che corrisponda al nostro parlare per telefono Non siamo direttamente rintracciabili, anche se strumenti sofisticati consentono proprio grazie al telefonino di rintracciarci dovunque. Questa mobilità estrema ha come corollario qualcosa di più perturbante: nemmeno noi sappiamo spesso dove siamo. Il nostro 'qui' non corrisponde ad una conoscenza, ma ad una situazione spaziale anonima. Per questo sono nati i dispositivi che trovate sulle automobili, sui taxi e sugli stessi telefonini. Questi consentono di sapere come arrivare dove volete andare, ma soprattutto di sapere dove siete. Una competenza che in passato era affidata alla conoscenza locale, o allo sporgersi dal finestrino per chiedere indicazioni, viene inscatolata in uno strumento che vi dice tutto o quasi tutto di un posto e spesso ve lo dice con una voce. C’è nel ricorso a questo pilota semi-automatico un’antica evitazione di una vergogna.
Un po’ ci si vergognava di chiedere indicazioni, e soprattutto era un modo di affidarsi ai locali. «Giri a sinistra, poi continui dritto, giri intorno a quel monumento, troverà quel tal angolo e poi deve chiedere di nuovo».
Orientarsi significava affidarsi, chiedere quasi il permesso ai locali per introdursi nel loro mondo. Un vecchio proverbio siciliano diceva: «Case non se ne insegnano», affermando il diritto dei locali a non mostrare agli estranei le mappe dell’insediamento, i trucchi, le scorciatoie, gli indirizzi. Orientarsi era un modo di venire lentamente a conoscenza delle forme di orientamento locale: quel dire vada 'giù', o vada 'su' che spesso non corrisponde a salite o discese ma alla mappa mentale degli abitanti per cui 'su' sono certi quartieri e 'giù' magari il mare o il fiume. Il TomTom elimina questa forma di permesso per accedere alla conoscenza altrui, in realtà la sostituisce ad una conoscenza che non diventa più vostra ma rimane nella scatola. Più vi affidate alla scatola nera e meno accumulate esperienza di un luogo. E allora perché si preferisce questo tipo di orientamento all’altro, più ricco, più personale? Per un’atavica, inconfessata paura di perdersi. La prima volta che vidi un sistema TomTom in un’auto mi trovavo nel 1983 in Bassa California e su una spiaggia deserta c’era un’auto di un americano, che mi mostrava con orgoglio questo strumento per non perdersi nel deserto. Alla base di queste scatoline oggi a poco prezzo c’è l’idea permanente del deserto e del lungo viaggio, di un viaggio in cui non avete gli strumenti della lingua, come spesso accade appunto ai nordamericani. Invece di chiedere in spagnolo ad un campesino dove andare, meglio mantenere il finestrino chiuso e affidarsi al satellite. Un altro proverbio siciliano dice « Cu ave a linggua passa u mari », chi ha lingua passa il mare, nel senso letterale che chi sa comunicare può andare senza timore dappertutto. Il satellitare nega questa possibilità e vi rimanda alla vostra solitudine autosufficiente. E soprattutto demolisce una forma di competenza, quella per cui i tassisti di una città ne erano i meglio conoscitori. Oggi chiunque, anche se arrivato da un giorno a Milano, può fare il tassista, basta che accenda il satellitare. Per alcuni versi è meglio perché così siete sicuri in quanto cliente che qualcosa vi porterà dove dovete andare, per un altro siete affidati alle incognite non sempre perfette di una macchina e soprattutto la vostra ignoranza dei luoghi si raddoppia in quella del tassista.
«Avvenire» del 4 ottobre 2009

Se i media scoprissero il «sì» della Chiesa

Spesso distorte le parole del Papa
di Davide Rondoni
Nelle stesse ore in cui in Italia si celebrava – tra immancabili polemiche e strumentalizzazioni – una manifestazione per la libertà di stampa, in un autorevole consesso europeo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha affrontato il tema del rapporto tra i media e la Chiesa, specie per quel che riguarda la figura del Pontefice. Quella che può sembrare una vicenda molto, quasi troppo italiana, per le sue esasperazioni ideologiche e per le possibili forzature da ogni parte, diventa invece una questione di ampio respiro se riferita a un contesto più vasto e a riguardo di una presenza universale come quella della Chiesa e del Papa. Il quale, da un lato ha superato la diffidenza di molti media, colpiti dalla forza umile della sua proposta di una fede fondata sulla gioia, e però dall’altro, com’è noto, si è trovato al centro di campagne di stampa distorte e faziose. Un tema così delicato è stato affrontato nel consesso dei rappresentanti degli episcopati europei dal cardinale Bagnasco. In estrema sintesi, il presidente dei vescovi italiani ha ricordato che la Chiesa non tace, non può tacere innanzitutto il suo grande «sì» a Dio e all’uomo in mezzo alle tante vicende del mondo.
«Il più della Chiesa – ha sottolineato il cardinale – è in questo 'sì' con cui risponde all’amore di Cristo, indicando Lui a tutti». Lo scopo della Chiesa, dunque, non è quello di inseguire le opinioni dominanti, o di costruirsi un’immagine.
Il suo scopo è pastorale. Tale libertà di espressione – ben lontano da essere quella caricatura di imposizione che certuni vogliono far credere – porta a volte a dire dei no, o a lanciare degli allarmi quando si vede in pericolo il rispetto incondizionato all’essere umano. Sono dei 'no' che nascono da quel 'sì'. Ai media la Chiesa chiede un comportamento franco nelle critiche ma costruttivo, e di non venir meno al principio di puntare a creare coscienze informate attente al bene comune. E chiede di mostrare innanzitutto il 'sì' che è la Chiesa, invece di ridurre tutto a presunti tentativi di 'scavare fossati 'e 'alzare muri'. Questa volontà di fraintendimento ha fatto comprendere tardi la reale portata di taluni interventi papali. La Chiesa chiedendo per sé libertà dimostra di esser la migliore alleata della libertà. Che è bene altissimo, messo a rischio proprio quando lo si intende come un arbitrio irresponsabile e vanesio, fondato sulla smania di contrapposizione e di successo. Colpisce che in certi Paesi non occidentali, dove pure la repressione politica è forte, la correttezza dei media è la loro maggior fonte di autorevolezza quando si trovano poi a denunciare soprusi e inganni. In Occidente, la perdita di credibilità dei media è causa, insieme al concentrarsi di poteri economici e politici, della perdita di libertà. I cattolici da un lato guardano con preoccupazione tutto questo. Dall’altro, non caricano i media di una responsabilità che essi non devono avere: spesso la realtà della vita della gente, infatti, è ben lungi dalle baruffe in scena su tv e giornali. Alla Chiesa invece interessa la vita reale. Del resto, sappiamo bene che anche Gesù e i suoi discepoli, da quanto emerge nei racconti evangelici, non godevano di rapporti idilliaci con 'la stampa' di allora, con gli scribi e gli opinion leader, impegnati spesso a spargere calunnie sul loro conto. Ma la Chiesa – che prosegue quel Corpo nella storia – non chiede per sé atteggiamenti privilegiati da parte della stampa. Chiede rispetto per tutti. E non ricorre a un uso spregiudicato e fazioso dei media, così come chiede che facciano tutti – per amore vero della libertà.
«Avvenire» del 4 ottobre 2009

Il regime che condannava sussurrando

Nella Russia di Stalin il controllo e la manipolazione della vita privata dei sudditi raggiunse livelli impensabili. Un saggio di Orlando Figes spiega i trucchi e le bassezze degli informatori. Una mattanza ideologica e politica che cancellò l’identità di 25 milioni di cittadini
di Stenio Solinas
Sospetto e silenzio si intitola in italiano l’imponente saggio di Orlando Figes (Mondadori, pagg. 645, euro 38, traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana) sulle «vite private nella Russia di Stalin», ma noi continuiamo a preferire il titolo originale dell’edizione inglese uscita due anni fa: The Whisperers, I sussurratori. Perché nulla rende meglio l’idea di un potere occhiuto e temuto, insondabile e imprevedibile, di un sostantivo che evoca una società di sudditi dove si vive e si muore sottovoce, ovvero in apnea, consapevoli che ogni giudizio ti può essere imputato, ogni affermazione ti può condannare, ogni sentimento ti si può ritorcere contro.
Ma to whisper può anche voler dire sparlare, fare la spia, calunniare e infatti Figes racconta non solo e non tanto la realtà di un regime totalitario, quanto la costruzione di una nuova psicologia inumana nella sua essenza, dove i figli denunciano i padri, le mogli i mariti, spiare è glorioso, tradire è santificato e giusto essere condannati ingiustamente... Nessun regime autoritario del passato agì così capillarmente sulle vite private di chi gli stava sotto, nessun regime totalitario novecentesco, né il fascismo né il nazionalsocialismo, manipolò così massicciamente le menti delle masse su cui esercitava il proprio dominio. Il comunismo al potere in Urss fu il più sofisticato e il più spregevole esempio di schiavitù intellettuale imposta a tal punto da trasformarsi in habitus mentale, in modo di vivere, in modello comportamentale.
In Sospetto e silenzio il lettore troverà le cifre e le vicende di questa mattanza ideologica e politica, la realtà dei gulag e dei processi-farsa e insomma l’impianto storico-cronachistico in cui essa si incarna, ma a noi interessa di più dar conto dell’altro aspetto, quello relativo alle mentalità, alla orwelliana edificazione di un bis-pensiero e di una neo-lingua, di una «nuova umanità» di segno rovesciato, dove di umano alla fine non c’è più niente e di nuovo l’eterna pratica del terrore. Nelle seicento e passa pagine di un saggio denso di note, memorie, testimonianze dirette, fonti d’archivio, materiale inedito, Figes illumina tutto ciò in maniera rapsodica. Qui cercheremo di metterlo in evidenza in forma tematica, per meglio facilitarne la comprensione e la lettura.
LA PERSONALITÀ COLLETTIVA Alla base del comunismo c’è questo principio, il principio del servizio al partito e alla sua causa, il prototipo di un essere umano nuovo, una «personalità collettiva», appunto, il cui compito è di «far esplodere il guscio delle vite private». Come dirà Nadezda Krupskaja, la moglie di Lenin, «distinguere fra vita privata e vita pubblica, prima o poi porterà al tradimento del comunismo». Così, la sfera personale viene ad essere assoggettata alla supervisione pubblica, così, ogni spazio privato al di fuori del controllo dello Stato è di per sé un brodo di coltura per contro-rivoluzionari, e quindi va cercato, scoperto ed eliminato. Come scriverà Majakovskij, «torcete il collo ai canarini/ perché da essi non venga sopraffatto il comunismo», dove i canarini stanno per la domesticità «piccolo-borghese»...
IL PARTITO E IL DISSENSO La «moralità» comunista era un atto di fede, ovvero la conformità agli interessi del partito. Fede era sinonimo di coscienza pulita e una questione pubblica, non privata. Il giudizio collettivo del partito doveva essere accettato come la «giustizia». Epurazioni e processi erano una sorta di inquisizione morale dell’anima dell’imputato per smascherare la verità delle sue convinzioni. Questo spiega anche l’importanza attribuita alle confessioni, considerate «la rivelazione dell’io segreto». Tutto ciò significava che se un membro del partito veniva accusato, doveva pentirsi, inginocchiarsi davanti al partito, accettare la condanna. Difendersi non era dunque un atto dovuto e/o un diritto, bensì il macchiarsi di un altro reato: dissenso dalla volontà del partito...
LA FINZIONE E LA VERITÀ Si poteva essere comunisti esemplari, ma avere una tara nel proprio passato: un’origine aristocratica o contadina, una parentela sospetta... Ciò portava a un desiderio di riscatto da un lato, e quindi di maggior dedizione alla causa, di paura, vergogna, senso d’inferiorità, odio segreto, perfino, dall’altro, eternamente in attesa della punizione che poteva arrivare... In questa duplicità, dove l’io interiore veniva sacrificato alla dimensione pubblica, si arrivava a «sentire di essere la persona che si fingeva di essere».
VITA DA LUPI Era la diretta conseguenza della finzione-realtà precedente. La negazione-rinnegamento delle proprie origini, l’assunzione spesso di una nuova identità voleva dire stare sempre in guardia, non tradirsi, non fare passi falsi, avere sempre paura. «Quando vivi con i lupi impara a vivere come un lupo».
LA SORVEGLIANZA COLLETTIVA La kommunalka, ovvero l’appartamento in coabitazione, faceva sì che ognuno degli inquilini sapesse tutto degli altri: orari, abitudini, amicizie, confidenze (le pareti erano sottili, spesso non arrivavano al soffitto...). Poiché niente in quegli spazi poteva essere considerato privato, si entrava nelle stanze altrui durante un litigio, o perché c’era troppo rumore. L’atmosfera era mefitica, la tensione continua, la denuncia un’arma...
L’UTOPIA E LA REALTÀ Come scriverà Nadezda Mandel’stam, «un uomo, il quale sapesse che con i mattoni del futuro non si può costruire il presente, si rassegnava in anticipo alla propria inevitabile fine e non poteva certo giurare di non finire fucilato». Ecco perché non ci si poteva permettere di non credere nella promessa di una vita migliore e per far questo era necessario un atto consapevole di fede politica: accettare, ancora e sempre, il partito come fonte di verità. Ciò portava a una dissociazione perenne, la fallimentare pratica quotidiana che si urtava con la grande strategia, di per sé infallibile.
LA TEORIA DEL BOA Perché non cercare di scappare, perché attendere rassegnati l’arresto e spesso quindi la morte? La passività fu uno degli aspetti più straordinari del terrore staliniano. C’erano molti modi per evitarlo, nota Figes: «Quelli più semplici consistevano nell’abbandonare le città e assumere una nuova identità acquistando falsi documenti al mercato nero, dal momento che la Nkvd non riusciva a rintracciare le persone trasferite»... E invece tutti aspettavano, una borsa accanto al letto, di essere risucchiati... Era una forma di ipnosi dal potere, secondo la testimonianza dello sceneggiatore Valerj Frid: «Eravamo tutti come conigli che riconoscono il diritto del boa di inghiottirli. Entravamo nella sua bocca con la sensazione di andare incontro al proprio destino».
NON CI SI NASCONDE AL PARTITO Era la variante del «diritto del boa» di cui sopra. La convinzione della propria innocenza immobilizzava molti bolscevichi. Si crogiolavano nell’idea che venissero arrestati solo i colpevoli e che la loro innocenza li avrebbe, appunto, protetti... «Io, comunista, dovrei nascondermi al partito» dicevano a mo’ di spiegazione-giustificazione. Arrestati, pur sapendo di essere innocenti, accettavano di dichiararsi colpevoli se era questo che il partito voleva da loro. Non lo avrebbero deluso.
I SUSSURRATORI La fine di una comunicazione autentica, porta a una società della diffidenza, dove la dissimulazione è costante e esteriormente ci si uniforma al codice di comportamento richiesto. Ma proprio perché tutti indossano una maschera, si deve anche accettare l’ipotesi che essa sia appunto tale e nasconda spie e traditori... È su questo presupposto che denunce e rapporti su «complotti» e «poteri occulti» diventavano credibili: non solo per il grande pubblico, ma anche fra colleghi, amici, vicini... Come si legge in un diario dell’epoca rimasto inedito: «Gli unici a esprimere le proprie opinioni in pubblico sono gli ubriachi... L’enorme massa parla sottovoce, altri bisbigliano fra sé in solitudine, molti hanno imparato a mantenere il silenzio assoluto, come fossero in una tomba...».
I NEMICI DEL POPOLO La prova che esistessero era il fatto che degli innocenti finissero dentro! La dialettica marxista e/o la propaganda di partito facevano sì che la vittima cercasse di sopravvivere alle punizioni continuando a credere in Stalin e a pensare che i «nemici del popolo» ingannassero anche lui...
DUE RUSSIE, ANZI TRE «Adesso quelli che sono stati arrestati torneranno, e due Russie si guarderanno negli occhi: quella che ha mandato questa gente nei campi e quella che è tornata» scrisse Anna Achamatova anticipando gli anni del «disgelo», quando i prigionieri tornavano dai gulag e si trovavano faccia a faccia con i colleghi, i vicini, gli amici da cui erano stati denunciati. Ma c’era anche una terza Russia, quella dei rimasti a casa, sottoposta a tensioni logoranti, all’orrore d’aver dovuto rinnegare ogni legame familiare, alla paura di aver avuto un parente finito in carcere e quindi sentito come una minaccia. Tre Russie che si sentivano reciprocamente rifiutate e estranee le une alle altre.
Questo racconta Sospetto e silenzio: la distruzione psicologica di una nazione.
Secondo stime «prudenti», tra il 1928, quando Stalin assunse la direzione del partito, e il ’53, quando morì, circa 25 milioni di cittadini russi subirono la repressione. Quei 25 milioni - giustiziati da plotoni d’esecuzione, detenuti del gulag, confinati in insediamenti speciali, membri di nazionalità deportate - equivalevano a circa un ottavo della popolazione all’inizio degli anni Quaranta: in media, due vittime ogni tre famiglie. Inoltre, la vita di decine di milioni di individui (parenti dei perseguitati) ne risultò segnata per sempre, con conseguenze morali e sociali ancor oggi evidenti. Attingendo a numerosissimi archivi privati nascosti nelle abitazioni di ogni angolo del Paese e al materiale raccolto in oltre quattrocento interviste, lo storico Orlando Figes racconta le storie segrete - tutte simili in quanto variazioni di un unico tema, lo stalinismo, ma ciascuna con la propria tragica cifra di orrore e sofferenza - di centinaia di famiglie russe di diversa estrazione e provenienza. E analizza come non è mai stato fatto finora la «soggettività sovietica», ovvero il mondo interiore dei cittadini sotto la tirannia di Stalin.
«Il Giornale» del 4 ottobre 2009

L’antisemitismo ha origini pagane (2)

Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani
di Paolo Mieli
Martin Goodman ha studiato questo fenomeno ribaltando alcune considerazioni sull’antigiudaismo nell’antichità



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Le guerre
Il bilancio delle vittime
La resa dei conti fu tanto spietata che, secondo le stime contenute nella «Guerra giudaica» di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti
La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana—scrisse Poliakov—quelle reazioni passionali collettive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comunità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popolazione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di collera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiungeva, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemitismo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che troviamo in abbondanza negli scritti di Diodoro Siculo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Tacito, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.

Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato—in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi consiglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportuno «estirpare completamente la razza dei giudei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigoglio «ben prima dell’avvento del cristianesimo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti implicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il quale (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si proiettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristiani, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».

Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esame lo scontro che oppose Roma a Gerusalemme tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spietata che, secondo le stime contenute nella Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditiva per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’autore, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esito, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? Assolutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che Laterza sta per mandare in libreria nell’impeccabile traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesistere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della regione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effetto della repressione messa in atto da Erode; successivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu bisogno neanche di quella.

Ma alla fine del regno di Nerone le cose cambiarono. Nel maggio del 66 con un banale pretesto— gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’imperatore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocando in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitanti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.

Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distinto vent’anni prima nella conquista della Britannia, colse l’occasione derivatagli dall’essere comandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scalata al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Otone e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sacerdote gerosolimitano che, dopo aver comandato le truppe ribelli in Galilea, era stato catturato dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spiegato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correligionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.
«Av» del 2009

L’antisemitismo ha origini pagane

Alle origini della presa di distanza dalle radici semitiche
di Paolo Mieli
Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani
La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana—scrisse Poliakov—quelle reazioni passionali collettive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comunità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popolazione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di collera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiungeva, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemitismo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che troviamo in abbondanza negli scritti di Diodoro Siculo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Tacito, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato— in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi consiglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportuno «estirpare completamente la razza dei giudei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigoglio «ben prima dell’avvento del cristianesimo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti implicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il quale (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si proiettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristiani, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».
Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esame lo scontro che oppose Roma a Gerusalemme tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spietata che, secondo le stime contenute nella Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditiva per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’autore, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esito, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? Assolutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che Laterza sta per mandare in libreria nell’impeccabile traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesistere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della regione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effetto della repressione messa in atto da Erode; successivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu bisogno neanche di quella.
Ma alla fine del regno di Nerone le cose cambiarono. Nel maggio del 66 con un banale pretesto— gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’imperatore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocando in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitanti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.
Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distinto vent’anni prima nella conquista della Britannia, colse l’occasione derivatagli dall’essere comandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scalata al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Otone e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sacerdote gerosolimitano che, dopo aver comandato le truppe ribelli in Galilea, era stato catturato dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spiegato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correligionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.
«Corriere della sera» del 4 ottobre 2009

NB.: il titolo originario dell'articolo era "L’antisemitismo cristiano ha origini pagane", ma, dal momento che di cristianesimo contrario agli ebrei non se ne parla, la considero una voluta e astorica malignità dovuta a motivi ideologici dell'autore e del suo giornale

03 ottobre 2009

O' Brien sul ruolo del poeta

di Michael D. O' Brien
« Il poeta che veda se stesso come un eroe o un profeta, o un prete delle forze politico-sociali cui sia leale, che egli crea siano le necessità storiche dei suoi tempi, con troppa facilità diventa un pupazzo. Non possiede nessuna misura esterna con la quale valutare la realtà. Sia che si sottometta alle forze sia che le rifiuti, diventa una parodia di se stesso, e allora senza saperlo, assoggetta i suoi doni ai demoni della sua era. Perde il posto nella continuità del tempo, diventa dipendente dall'affermazione sociale e dalla droga dei sentimenti d'esaltazione comuni a tutti i rivoluzionari. Costui distrugge, persino mentre pensa di stare creando. (...)
« Credo che per il poeta la vera sfida sia distinguere tra le sue tendenze verso una genuina intuizione creatrice e gli impulsi dell'ego autocentrico ».
« E come riesce a farlo? ».
« Cercando di capire se stesso senza cadere nella trappola dell'auto-ossessione. Soffrendo, e amando, soprattutto ».
« L'amore? ».
« Sì, l'amore. L'amore costa. Certe volte costa tutto ».
Brano tratto L'isola del mondo, Edizioni San Paolo 2009, p. 646

Quel matrimonio (inevitabile) tra Internet e letteratura

Un weekend in provincia di Lecce su nuovi media e critica: a confronto scrittori, critici, sociologi della rete
di Paolo Di Stefano
Genna: «È cambiato il linguaggio». Moresco: «Messaggi superficiali»
Che rapporto c'è tra letteratura e nuovi media? Ammettiamolo pure, sono passati oltre dieci anni dalla nascita del web e ancora nessuno saprebbe rispondere con precisione a questa domanda. Eppure, indubbiamente il panorama letterario (che non significa ancora la Letteratura) è molto cambiato. Il primo (e visibilissimo) effetto di Internet è che se prima il dibattito, il confronto, l'informazione si tenevano soltanto sui giornali e sulle riviste (cartacee), da qualche anno le sedi di discussione sulla letteratura si sono moltiplicate e «democratizzate». L'era del blog ha reso accessibile a tutti un' area in cui prima avevano diritto di parola solo gli addetti ai lavori. Tutto ciò ha finito spesso per creare un solco ancora più netto tra apocalittici (che resistono alla nuova barbarie) e integrati (i nuovi barbari, appunto). Su questi temi si interrogherà per un fine settimana, tra il 2 e il 4 ottobre, Oronzo Macondo, una «Writer's Factory» che raccoglierà nell' Agriturismo Villa Conca Marco di Vanze (provincia di Lecce) un gruppo di intellettuali web-integrati: scrittori (da Gianni Biondillo a Paolo Nori e Antonio Pascale), critici, teorici e sociologi della rete (come Carlo Formenti e Michele Trecca). Le domande possibili sono tante: per esempio, se il web ha comportato o comporterà un mutamento nelle forme di scrittura, se è cambiato lo statuto della critica militante, quali sono le conseguenze dei nuovi canali nel mercato editoriale. Le esperienze italiane in tal senso sono varie e per molti versi contraddittorie. Lo mette subito a fuoco lo scrittore Giuseppe Genna, cui si devono apporti quasi pionieristici a Clarence, poi alle riviste I Miserabili e Carmilla con Evangelisti: «Finora - dice Genna - solo una parte minima di intellettuali italiani ha discusso di contenuti in rete: all' inizio erano cinque o sei e tutto sommati non sono aumentati di molto. Pochi hanno capito che c' è uno spostamento di baricentro che comporta l' acquisizione di nuovi linguaggi. E gli intellettuali che hanno operato nel web non sono stati ascoltati dalle istituzioni culturali, in primo luogo gli editori». Detto questo, è anche vero che molti siti nati con grandi speranze hanno chiuso per la superfetazione di materiale inerte: «Diciamo che quelli che resistono vedono aumentare i lettori in maniera impressionante. Carmilla, fatta da tre-quattro scrittori nei ritagli di tempo, raggiunge 320 mila lettori al mese, una cifra impensabile in passato per riviste anche importanti come Alfabeta. È una realtà (non proprio virtuale) che non si può ignorare. E bisogna aggiungere che i nuovi hardware moltiplicheranno ancora gli effetti. Poi è anche vero che aprire a tutti i commenti produce spesso un carnaio che porta all' implosione». Massimo Maugeri gestisce da Catania Letteratitudine, «luogo di incontro virtuale tra scrittori, lettori, librai, critici, eccetera. Un «open-space» nato tre anni fa da «esigenze pratiche»: «Avevo una figlia piccola, mi era difficile muovermi e sentivo il bisogno di avere contatti con un gruppo ristretto di amici per parlare di letteratura. Oggi abbiamo 13 mila iscritti che non fanno che parlare di libri cartacei». In Letteratitudine sono intervenuti scrittori come Dacia Maraini, Valerio Evangelisti, Roberto Alajmo, Ferdinando Camon, che sulla Stampa ha ammesso di guardare a quello e ad altri siti «come un lettore del Quattrocento guardava una copia della Bibbia appena stampata da Gutenberg: con ammirazione e perplessità». Imperfetta, ma è questo il futuro, diceva. Bisogna chiedere ad Antonio Moresco e a Dario Voltolini, che insieme hanno inventato NazioneIndiana (che poi hanno abbandonato) e che ora si occupano di Primo Amore (diventato anche una rivista su carta pubblicata da Effigie), per avere versioni meno ottimistiche. Moresco parla di luci e ombre: «Essendo la struttura mediatica molto filtrata (giornali, terze pagine eccetera), la rete offre la possibilità o l' illusione di messaggi che penetrano subito creando fervore. Il mezzo favorisce però una comunicazione rapida e superficiale, che non riesce a sedimentare: spesso il massimo di democrazia coincide con il massimo di insignificanza. L' impressione è che una rivista che ospita testi letterari e commenti sui libri finisca per creare anche intasamenti e frustrazioni». Senza produrre nuovi linguaggi, come a volte un po' enfaticamente si tende a credere? «In genere in rete c' è una componente imitativa rispetto ai modelli che vanno per la maggiore, molti dei quali americani: il mezzo così rapido e poco adatto alla letteratura favorisce l' effetto clonazione. Il web non è il Paradiso e quelle che appaiono come novità spesso sono forme vecchie». Insomma, dieci anni di confusione? Voltolini: «Dal produttore al consumatore in un clic: questo dà molta libertà e anche molto inquinamento, ma il saldo per me è positivo. L' idea di critica come giudizio cristallino e autorevole è tramontata, confinata al mondo accademico. Forse per questo attraverso il web potrebbe rinascere una vera critica militante, purché quegli spazi non diventino salotti in cui si scatena ogni sorta di rissa incontrollata. Tanto rumore per nulla? No, nei casi migliori, tanto rumore ma per qualcosa».
«Corriere della sera» del 1 ottobre 2009