02 ottobre 2007

Ma a via Rasella la Resistenza divenne «rossa»

di Paolo Simoncelli

Passato il momento degli interventi a caldo sulla sentenza della Cassazione che ha definito legittimo «atto di guerra» l'attentato di via Rasella, si può tornare a riflettere su quell'atto che ancora oggi inquieta le coscienze. Viene in genere ignorata la testimonianza di uno dei maggiori storici tedeschi del '900, il sacerdote Hubert Jedin, in quegli anni a Roma perché sospetto alle autorità del Reich. Il suo diario, ai primi di marzo del '44, riporta la confidenza di un esponente della resistenza romana (di cui non fa il nome): «Deve succedere qualcosa che guasti questa riconciliazione (della popolazione civile) con la potenza occupante». Ma c'è di più: l'organizzazione militare della resistenza romana, capeggiata dal colonnello Montezemolo aveva escluso atti di violenza di quel genere, diramando un ordine in cui ricordava testualmente che «la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia», ed esortando di conseguenza alla propaganda e all'informazione. Non solo all'interno del Cln la presenza del gruppo azionista di giustizia e libertà era forte ma, peggio, a sinistra del Pci s'era sviluppata un'organizzazione politico-militare concorrente, frazionista, «Bandiera rossa». A seguito del tragico attentato si contarono nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine 75 ebrei, 68 esponenti di «Bandiera rossa», 52 azionisti, una trentina di membri della resistenza militare, compreso il colonnello Montezemolo. Venne praticamente decapitata ogni organizzazione resistenziale alternativa a quella comunista. Delle due vittime civili, uno fu un bambino di tredici anni dilaniato in più pezzi dall'esplosione; l'altro fu un esponente di «Bandiera rossa», Antonio Chiaretti (più volte indicato in quei tragici momenti come caduto in combattimento con le SS). La discussione sugli attentati e sulle consapevoli conseguenze che si sarebbero abbattute sulla popolazione civile non è nuova. Già durante la guerra, in Emilia, era noto al P ci l'atteggiamento contadino contrario alle uccisioni di soldati tedeschi; dopo la guerra intervenne Giorgio Agosti a ricordare come in Piemonte ad alienare ai partigiani l'animo contadino era la convinzione che «la rappresaglia poteva essere evitata». Non così per Roma: Amendola, proprio in merito alle Fosse Ardeatine parlò di «tremendo problema» da superare, senza di che non si darebbe guerra partigiana. E veniamo ora anche a un ricordo diverso: la sentenza di condanna di Kappler da parte del tribunale militare, che nel luglio 1948 parlava dell'attentato di via Rasella come di «atto illegittimo di guerra». A far testo stava la II Conferenza internazionale dell'Aia, che prevede per i combattenti di non vestire la divisa però impone la riconoscibilità esterna tramite distintivi del gruppo d'attacco e l'ostentazione palese delle armi. Ma quale resistente o attentatore - di qualunque fronte - l'ha mai fatto? Appunto: di qualunque fronte, anche odierno. Per loro ci sarà domani una sentenza giudiziaria di assoluzione, o solo se saranno stati dalla parte dei vincitori?

«Avvenire» del 10 agosto 2007

‘900: eroi, infami e redenti

In «Cultural Amnesia» lo studioso giudica intellettuali, scrittori, artisti tra nazismo e stalinismo
di Ranieri Polese
Il critico Clive James: «Brecht maestro di cinismo, Sartre abietto, Mann e Vargas Llosa si ravvidero»
Ci pensava da quarant’anni a scrivere «le note a margine» del suo tempo, ora Clive James ci è riuscito. Con questo volume di 876 pagine, Cultural Amnesia, uscito in Inghilterra (Picador) e negli Stati Uniti (W.W.Norton & Company). Raccoglie 106 ritratti di intellettuali, scrittori, artisti, uomini di cinema, sarti, cantanti. Undici di loro - da Tacito a Hegel, da Montesquieu a Heine - appartengono al passato. Ma il grosso del libro è dedicato a figure del Novecento. «Un secolo in cui gli intellettuali non si sono comportati al meglio» spiega James, raggiunto al telefono nella sua casa a Londra. «Di fronte alle due forme estreme di totalitarismo che il Novecento ha prodotto, il nazismo e il comunismo staliniano, molti, troppi di loro hanno finto di non vedere, di non sapere. Persone spesso di grande talento, ma proprio per questo meno facilmente scusabili». Ecco, il ponderoso volume parla di questa «amnesia culturale», del consapevole dimenticarsi della realtà dei fatti (lo sterminio degli ebrei, i gulag e le purghe di Stalin), magari per asserire contro ogni morale evidenza che il mondo hitleriano o staliniano è pur sempre il migliore. O, in altri casi, per rifugiarsi nell’illusione di un’arte senza tempo, in un pensiero che si crede puro. Sessantasette anni, una lunga carriera di giornalista, uomo di tv, critico, scrittore (ha al suo attivo tre raccolte di poesia, quattro romanzi, un’autobiografia che già è al quinto volume, una quindicina di libri di critica letteraria e televisiva: per dieci anni è stato il critico Tv dell’Observer), Clive James, australiano di Sydney trasferitosi a Londra nel 1961, è sposato con Prue Shaw, filologa, italianista, allieva di Gianfranco Contini. Dieci anni fa, sulle pagine del New Yorker, scrisse un commosso requiem per la principessa Diana a cui era legato da una sincera («platonica» ha dichiarato molte volte) amicizia. La popolarità vastissima di cui gode in Gran Bretagna dipende dai programmi televisivi, che conduce dalla metà degli anni 70. Nel ‘75 fu lui a ospitare la prima apparizione in Tv dei Sex Pistols (il suo ricordo è eloquente: «bastards»). Coltissimo, spregiudicato, amante delle contaminazioni spericolate, potrebbe essere descritto come un misto fra Costanzo, Pivot e il supercritico tedesco Marcel Reich-Ranicki. Anche se nel corso degli anni non ha mai smesso di fare il critico letterario per giornali seri (il Times Literary Supplement, per esempio, o il New Yorker), le sue prestazioni sul piccolo schermo non gli hanno giovato molto presso l’intellighenzia inglese («I miei libri, anche questo, hanno migliori recensioni in America»), che spesso gli riserva acide e supponenti punzecchiature. « Ho sempre cercato di conciliare il serio e il faceto, l’erudizione e il pop, cultura alta e cultura bassa. Il mio ideale - e in questo libro gli dedico un omaggio appassionato - è stato Egon Friedell, ebreo viennese, attore di cabaret e filosofo: sapeva unire la profondità del pensiero alla leggerezza del comico». Quattro giorni dopo l’Anschluss, il 16 marzo 1938, Friedell si uccideva buttandosi dalla finestra.
Eroi & Infami. Nella galleria di personaggi del secolo breve, Clive James opera una drastica distinzione. Da un lato le sue «bestie nere», dall’altra gli eroi, quelli che a costo pure della vita non hanno rinunciato all’imperativo morale, al dovere di comportarsi umanamente. Appartengono a quest’ultima schiera Sophie Scholl, la ragazza di Monaco che, nel 1943, a soli 22 anni andò al patibolo con i compagni della Rosa Bianca. E c’è pure il generale Henning von Tresckow, il capo del fallito attentato a Hitler del luglio 1944: molti ufficiali che parteciparono alla congiura dissero che non volevano più tollerare il trattamento inflitto agli ebrei. C’è Nadezda Mandel’stam, la vedova del poeta Osip, morto nel gulag staliniano. Dall’altra parte, al numero uno («è il mio modello di demonio») c’è Sartre, a cui dedica un capitolo ferocemente corrosivo. « È l’esempio di come un grande pensatore e un grande scrittore possa essere umanamente, politicamente abietto. Nemico della borghesia, fino agli ultimi anni di vita continuò a negare l’orrore del sistema sovietico. Molto tardi, quando fu costretto a riconoscere l’esistenza dei gulag, disse che erano solo degli errori accidentali, che comunque non intaccavano le buone intenzioni del socialismo reale. Eppure era dotato di grande talento, aveva intelligenza e acutezza. Ma il suo perverso rifiuto di vedere lo colloca in cima alla lista dei dannati». Albert Camus e poi Raymond Aron, paladini del pensiero liberale e di un umanesimo vero, vennero osteggiati e emarginati dall’intellighenzia di sinistra, il cui slogan era: meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron. Altre bestie nere, Robert Brasillach, il giornalista brillante che nella Francia di Pétain applaudiva alla persecuzione degli ebrei. Altri infami - anche se non hanno un capitolo tutto per sé sono Brecht e Lukács. «Brecht è citato ogni dove nel libro. È forse il massimo poeta del ‘900 tedesco, ma la sua doppiezza, il suo cinismo me lo rendono intollerabile. Sapeva quello che accadeva nella Russia di Stalin, eppure non disse mai niente. Dopo la guerra si trasferì a Berlino Est, ma pubblicava da un editore occidentale e si faceva pagare su un conto svizzero». Con loro sta in buona compagnia anche Alexandra Kollontai, bolscevica e protofemminista che preferì adeguarsi alle direttive del partito, ignorando la sorte di migliaia di donne mandate a morire in Siberia. E un altro nome si aggiunge alla lista, quello di Ernst Jünger, «grande scrittore, uomo di raffinata sensibilità, che però finse di non vedere i crimini di Hitler. Poi, almeno fino dal 1942-43, quando ebbe la certezza degli stermini e dei Lager, la sua scelta fu di cercare l’arte pura». I redenti. Non tutti, dice James, hanno perseverato nella loro amnesia. «C’è Vargas Llosa che, arrivato a Parigi su posizioni marxiste e sartriane, sceglie di seguire l’umanesimo di Camus. E c’è lo storico François Furet, che lasciò il Partito comunista nel ‘56 e nei suoi studi sulla Rivoluzione francese smontò i miti del giacobinismo e del leninismo. Non ho invece nessuna simpatia per Trotzkij: è vero che finì vittima di un sicario mandato da Mosca, ma le sue idee erano sempre quelle di quando ordinò il massacro dei marinai di Kronstadt, insorti contro Lenin, o di quando lamentava che l’applicazione delle misure di collettivizzazione dell’agricoltura (costarono molte centinaia di migliaia di morti) non fossero abbastanza dure». Ma forse il tipo ideale del ravveduto è, per James, Thomas Mann: la storia, con la presa del potere di Hitler, lo costrinse all’esilio e a rivedere il suo pensiero, ad abbandonare le tentazioni reazionarie espresse all’indomani della sconfitta del 1918. Volle capire come il suo Paese aveva potuto scegliere il Male assoluto, si chiese in quale misura i tedeschi potevano riscattarsi da quell’orrore, parlò - ai suoi connazionali e al mondo intero - dei doveri dell’essere umano. Per ricordare. Cultural Amnesia è un libro dedicato alla giovane generazione. Paradossalmente, l’estendersi della democrazia liberale su scala mondiale comporta per i giovani una crescente difficoltà a ricordare il passato. Un passato che è fatto di guerre, conflitti, orrori. I conflitti tendono a scomparire, anche la memoria si accorcia». È, certo, il palinsesto delle letture, delle scoperte, della vita intellettuale di Clive James. Ma vuol essere anche uno stimolo per i nuovi lettori perché vadano a cercarsi i libri di cui si parla. Soprattutto quando incontrano autori di altri Paesi. L’Austria prima di Hitler, o l’Italia. A cui riserva cinque ritratti: Contini, Croce, Fellini, Montale, Virginio Rognoni («il ministro degli Interni degli anni di piombo che seppe combattere il terrorismo senza danni per la democrazia»). Appassionato lettore di Croce, chiude il capitolo a lui intitolato con un’acuta notazione sulla differenza che separa noi italiani dagli anglosassoni. «In Italia c’è sempre un filosofo da leggere prima di leggere qualsiasi altra cosa, perfino il manuale di istruzioni di un nuovo modello di lavatrice».
«Corriere della Sera» del 14 agosto 2007

L’affaire Gramsci

I diritti d’autore sono stati gestiti dall’Istituto fondato dal Pci. Giuseppe Vacca: avevamo il consenso della famiglia
di Antonio Carioti
Copyright sulle opere, la denuncia degli eredi Il nipote: «Fino al ‘96 non ricevemmo nulla»
Il titolo era «Così hanno fatto morire mio padre». La firma: Antonio Gramsci. Era il nipote dell’omonimo leader comunista che, sull’Unità del 28 luglio scorso, denunciava le condizioni pessime in cui si era trovato a Mosca il padre, Giuliano Gramsci, nei suoi ultimi giorni di vita (è scomparso il 23 luglio), alle prese con una sanità russa degradata e indifferente verso i cittadini. Se ne deduceva tra l’altro che i discendenti del pensatore sardo non vivono certo in condizioni floride, se hanno dovuto rivolgersi a strutture così poco affidabili in una situazione tanto delicata. Eppure - viene da pensare - i diritti d’autore sulle opere di Antonio Gramsci, un grande classico politico del Novecento tradotto in tutto il mondo, avrebbero dovuto assicurare ai suoi eredi la tranquillità economica. In realtà nel 1996 Giuliano Gramsci, intervistato da Repubblica (21 gennaio) e dall’Espresso (2 febbraio), sosteneva di non aver mai visto un quattrino di quelle somme. E non era soddisfatto neppure della soluzione data in seguito al problema, tanto è vero che si era rivolto a un avvocato di Carpi, Anna Maria Sgarbi, per chiarire la situazione. Questa signora ha frequentato Giuliano Gramsci a partire dal settembre 2003 e con lui ha realizzato un libro (non ancora uscito), di cui Ettore Mo ha scritto sul Corriere del 27 aprile: «Lo conobbi - ricorda - mentre ero a Mosca per concludere dei contratti. A presentarmelo fu il mio interprete, Alexander Makhov, che era stato suo compagno di scuola. Giuliano venne a trovarmi in albergo ed ebbi subito l’impressione di una persona che viveva in dignitosa ristrettezza economica. Mi colpì la storia di quel figlio che non aveva mai conosciuto il padre, se non attraverso lettere in cui, a Giuliano e al fratello Delio (scomparso nel 1982), Antonio Gramsci, dal carcere, scriveva pietose bugie. Raccontava che stava molto bene, si trovava in un bellissimo castello e così via». Nacque così l’idea di un volume composto da lettere nelle quali il figlio del leader comunista si rivolgesse idealmente al padre. Però Giuliano pose una condizione: «Mi chiese quasi uno scambio di favori. Avrei scritto il libro con lui, ma voleva che mi occupassi della questione dei diritti d’autore relativi alle opere del padre». La faccenda, come già ricordato, era emersa nel 1996: la pubblicazione di un’edizione delle Lettere gramsciane da parte di Elvira Sellerio, a cura di Antonio Santucci, aveva suscitato la reazione polemica dell’Istituto Gramsci, con tanto di un seguito giudiziario. «Sellerio - ricorda Antonio Gramsci jr. al telefono dalla Russia - ci offrì circa ventimila dollari per il copyright delle Lettere. Noi avevamo intenzione di accettare, ma poi intervenne l’Istituto Gramsci: ci dissero che Sellerio stava commettendo una scorrettezza e ci chiesero di concludere un accordo per la ripartizione dei diritti d’autore». Quindi la situazione mutò: «Da quel momento - spiega l’avvocato Sgarbi - Giuliano aveva cominciato a ricevere una modesta somma annuale, intorno ai quattromila euro, dall’Istituto Gramsci. Ma a lui non bastava: voleva capire esattamente che diffusione aveva avuto l’opera di suo padre, quali profitti aveva prodotto per gli editori e quanto spettava agli eredi». Diverso il quadro dipinto dal presidente dell’Istituto Gramsci, Giuseppe Vacca, il quale innanzitutto smentisce che la famiglia Gramsci non abbia ottenuto nulla fino al 1996: «Nel 1938 la vedova di Gramsci, Julia Schucht, condivise la tesi del Comintern che le lettere e i quaderni del marito, morto l’anno prima, venissero considerati parte integrante dell’archivio storico del Pci, al quale le carte furono affidate. Palmiro Togliatti scelse per la pubblicazione l’editore Einaudi, che ha tuttora la gestione dei relativi diritti, ad esempio per le traduzioni all’estero. Fino al 1996, i proventi del copyright vennero ripartiti in misura eguale tra l’Istituto Gramsci e la famiglia dell’autore, la metà per uno». Comunque sia, anche a prescindere dal fatto che nell’Urss del 1938 (al culmine del Grande Terrore) sarebbe stato piuttosto imprudente sollevare obiezioni su una tesi del Comintern, è chiaro che si trattava di una prassi dalle basi legali piuttosto fragili, specie dopo la morte di Julia Schucht, avvenuta nel 1980. Di qui la svolta del 1996, determinata dall’iniziativa di Sellerio. «La materia - spiega Vacca - fu allora regolata con un contratto che estendeva anche al cinquantennio precedente il riconoscimento, da parte degli eredi, della Fondazione istituto Gramsci come gestore dei diritti a loro nome, essendo stati trasferiti dal Pci all’Istituto dopo la prima edizione dei Quaderni e cioè alla metà degli anni Cinquanta. Si decise con quell’atto anche una nuova suddivisione di quanto si ricavava dal copyright: 80 per cento alla famiglia e 20 per cento all’Istituto». D’altronde, prosegue Vacca, i diritti d’autore degli scritti gramsciani non hanno mai fruttato somme rilevanti: «Negli ultimi tempi la cifra complessiva era intorno ai diecimila euro annuali: l’Istituto ne tratteneva duemila, mentre quattromila andavano a Giuliano e altrettanti agli eredi di suo fratello Delio. Si può controllare sui nostri bilanci, cui sono allegati i rendiconti dell’Einaudi. D’altronde anche nel passato le opere gramsciane non hanno mai realizzato grandi tirature, come si evince dalla nostra pubblicazione Togliatti editore di Gramsci. Vendettero alcune decine di migliaia di copie: i Quaderni intorno alle 30-40 mila, le Lettere qualcosa di più». Insomma, le difficoltà economiche degli eredi del leader comunista non dovrebbero stupire. Il fatto è che sul contratto del 1996 le versioni coincidono, mentre su quanto avvenuto prima il figlio di Giuliano contraddice Vacca e conferma le dichiarazioni del padre: «Fino a quell’accordo - ripete Antonio - non abbiamo ricevuto proprio nulla, mentre per esempio gli eredi di Boris Pasternak, pur vivendo in Urss, incassavano dall’estero le somme relative ai diritti d’autore per le opere del padre. Si diceva in famiglia che mia nonna Julia avesse ceduto i diritti al Pci, ma era una specie di leggenda, non suffragata da alcun atto scritto. Quanto meno l’Istituto Gramsci non ci ha mai mostrato alcun documento del genere». Anna Maria Sgarbi insiste sull’aspetto giuridico della vicenda: «Si tratta di sapere a che titolo i diritti d’autore sono stati versati all’Istituto Gramsci: ovviamente la base non può non essere quella di contratti che presuppongono la proprietà di tutte le lettere e degli altri scritti di Antonio Gramsci. Giuliano ha sempre sostenuto che la sua famiglia, prima del 1996, non aveva ceduto nulla. Inoltre Makhov, che continua a seguire la vicenda a Mosca, mi ha comunicato che, in una recente pubblicazione uscita in Russia, si faceva riferimento a una lettera in cui Julia Schucht si rivolgeva al ministero degli Esteri italiano, chiedendo che fossero tutelate le opere del marito, anche in relazione agli interessi dei figli. Io credo che la questione del copyright vada chiarita fino in fondo, se non altro per un debito morale nei riguardi di Giuliano Gramsci».
«Corriere della Sera» del 13 agosto 2007

Saba: battesimo sì, ma senza catechismo

Uno scambio di lettere del poeta col vescovo Fallani e col gesuita Bassan rivela l’anelito alla fede cristiana dell’autore del «Canzoniere», morto cinquant’anni fa
Di Filippo Rizzi
Durante la malattia della moglie voleva ricevere il sacramento assieme a lei, però il cappellano gli chiese di seguire un corso e lui rinunciò: «Sarebbe come mettere la prosa al posto della poesia...»
Lui, ebreo agnostico, era affascinato dalla figura di Gesù, che «sostituiva al terrore di Dio, l’amore». La devozione nacque fin da bambino, quando la balia lo portava in una chiesa vicina al ghetto
Un «ebreo assimilato, illuminista, agnostico», secondo una felice immagine di Giorgio Voghera, un «uomo tormentoso e nevrotico che si guardava dentro», capace di sentirsi – come amava definire se stesso negli ultimi anni della vita – «un rottame dell’Ottocento che vive nell’epoca atomica». Ma anche figlio di una terra celebrata magistralmente nell’opera che lo rese celebre, Il Canzoniere: l’amata Trieste. Tutto questo è stato ed è Umberto Saba, che proprio in questi giorni, cinquant’anni fa, il 25 agosto 1957, si spegneva a Gorizia all’età di 74 anni. E proprio dagli scritti degli ultimi tempi emergono le sue ricerche esistenziali, la passione per la psicanalisi (di quella che descriverà come «la sua psicologia estenuata»), le domande di senso sulla vita e sulla morte, domande di un «uomo che entra nell’Assoluto», come ebbe a definirlo la sua amica e confidente Nora Baldi.
Su tutto questo oggi affiora prepotentemente il suo rapporto con la fede, la religione cattolica, e in definitiva con il mistero di Gesù. E un piccolo gioiello letterario come il carteggio tra l’autore del Canzoniere e il vescovo Giovanni Fallani Chi è Gesù. Domande di Umberto Saba permette, ancora oggi, di mettere in luce e di ricostruire la sua tensione e il fascino che egli, pur nella sua veste di «ebreo e agnostico», provava nei confronti di Gesù, la sua devozione alle orazioni della sera, all’angelo custode e a quella preghiera «così bella e universale» che è il Padre Nostro. «Da queste pagine – rivela oggi il teologo e critico letterario Luigi Pozzoli – emerge tutto il rispetto per il cattolicesimo, visto da lui come patrimonio accettato e condiviso con la religiosità popolare del suo tempo. (Si veda, ad esempio, in tutte le sue poesie il rispetto per i morti, i cimiteri, le processioni mariane). E così affiora l’ammirazione per la balia cattolica, Peppa Sabbaz, una seconda mamma per lui, che la sera lo conduceva con sé a due passi dal ghetto, alla chiesa della Beata Vergine del Rosario, e gli faceva recitare il Padre Nostro in sloveno. Un Gesù che per lui, nella maturità, è "un ponte tra l’umano e il divino" ma non è il Cristo della fede che è per noi cattolici. Un Gesù di cui però non accetta l’idea della Trinità che rimarrà sempre per lui il "quasi Dio, il vicinissimo a Dio"». E – come il poeta confiderà ancora a Fallani – sarà proprio la recita pubblica del Padre Nostro di fronte alle autorità religiose e civili di Trieste il gesto di congedo con cui vorrà dare l’estremo saluto, quasi un bacio testamentario, un osculum mortis, a sua moglie Carolina Wolfer, la sua «amata Lina» durante i funerali nel novembre 1956. «Saba non era né battezzato né circonciso – ricorda don Pietro Zovatto, docente di Storia Moderna all’università di Trieste e tra i massimi studiosi della religiosità nelle opere del poeta –, anche la moglie non era un’ebrea praticante ma non aveva ricevuto il battesimo. Dunque il poeta si poneva il problema di quale rito funebre utilizzare. Non poteva sopportare, come scriverà, "l’idea di un funerale laico". E così, con il permesso del prete cattolico, reciterà prima della tumulazione della sua amata Lina il Padre Nostro. Sarà un gesto forte che creerà in un certo senso "scandalo" nella Trieste del suo tempo. Tra le autorità presenti – oltre al sindaco, il democristiano Gianni Bartoli – c’era l’allora rabbino capo di Trieste. Ma Saba sentì in quella scelta il modo migliore per celebrare l’amore sconfinato per l’amata compagna di una vita, definita non a caso nel Canzoniere come il suo "porto"». Il rapporto con la fede e il cattolicesimo non si fermerà alla splendida amicizia con Giovanni Fallani, fine dantista, futuro vescovo e presidente della Pontificia Commissione per l’arte sacra. C’è anche una corrispondenza con due religiosi, con i quali lo scrittore affronta il tema di Gesù: il francescano Saverio Tapparello e il gesuita Alberto Bassan. E una costante di questo carteggio parallelo sarà la frase conclusiva di risposta ai religio si: «Caro Padre, preghi Dio anche per me». Di particolare interesse è soprattutto l’amicizia intrattenuta per più di dieci anni con padre Bassan e terminata con la morte del poeta triestino. «In queste lettere – rivela Paola Baioni studiosa di questo carteggio e ricercatrice all’Università cattolica di Milano –, da me pubblicate solo nel 2006 nella Rivista di Letteratura italiana, viene subito fuori la grande curiosità di Saba verso la religione, la sua ammirazione per la Compagnia di Gesù di cui voleva, attraverso la consulenza di padre Bassan, molto erudito e studioso di letteratura, conoscere la spiritualità e la storia». La ricercatrice rivela pure un aspetto inedito di quell’amicizia: il desiderio di Saba di fare una dedica stampata, e quindi pubblica, della sua opera Ricordi-Racconti «al pittore Renato Guttuso (comunista) e al padre Alberto Bassan (della Compagnia di Gesù)». «Come scrisse in una lettera a Bassan, la cosa non sarà poi fatta per non creare uno scandalo: siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, gli anni di Don Camillo e Peppone. E Saba dà questa motivazione alla mancata dedica: "Perché l’imbecillità degli uomini avrebbe dati chissà quali significati"». In una delle ultime lettere a Bassan (il gesuita, classe 1919, è morto il 3 ottobre scorso ndr.) confiderà che la grandezza più bella di Gesù è stata quella di «sostituire al terrore di Dio, l’amore». Ed è proprio con l’aggravarsi della malattia della moglie che il celebre poeta accarezza l’idea di battezzarsi e di farsi cristiano «con la sua amata Lina». Un battesimo che – come scriverà Fallani – rimarrà, a differenza ad esempio di altri due intellettuali laici coetanei e con un rapporto controverso con la fede come Curzio Malaparte «solo del desiderio» o il caso eclatante del grande latinista, il comunista togliattiano Concetto Marchesi. «Nelle ultime lettere a monsignor Fallani – ricorda oggi Zovatto – Saba confida la sua idea di ricevere il battesimo assieme alla moglie, ma poi non se ne fa nulla perché il cappellano dell’ospedale gli chiede di frequentare un corso di iniziazione al cristianesimo. Vengono fuori così le leggendarie nevrosi di Saba e va a monte l’idea del battesimo». Il motivo del sacramento mancato si anniderebbe dunque nella ricerca di Saba di un gesto spontaneo e non dettato da un fatto burocratico. «Come scrisse allora il grande poeta – annota Zovatto – sarebbe stato "come mettere la prosa al posto della poesia"».
«Avvenire» del 15 agosto 2007

Falsificazioni pericolose

Lo scontro sulle leggi Treu e Biagi
di Pietro Ichino
Almeno un merito ce l’ha, la violenta invettiva di Francesco Caruso della settimana scorsa contro Marco Biagi e Tiziano Treu, con la sua coda di commenti favorevoli provenienti dal «popolo della sinistra radicale» e pubblicati dal quotidiano di Rifondazione Comunista: il merito di costringere il centrosinistra a uscire dall’equivoco riguardo al contenuto e agli effetti delle leggi, rispettivamente del 2003 e del 1997, che portano i nomi dei due giuslavoristi. La convinzione, diffusa a sinistra, che la legge Biagi sia responsabile del precariato in Italia è documentata anche da un libro pubblicato a maggio dal notissimo attore comico Beppe Grillo - Schiavi moderni -, che si apre con queste parole: «La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. (...) Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. (...) Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni». La cosa interessante è che questo libro raccoglie centinaia di testimonianze e proteste contro il lavoro precario, delle quali non una sola è imputabile a una situazione generata dalla legge Biagi (sfido Beppe Grillo a un confronto pubblico su questo punto)! E nelle pagine finali, dedicate all’analisi della legge, lo stesso Grillo non riesce a indicare una sola norma in essa contenuta che abbia allargato le maglie del lavoro precario. È, del resto, ormai pacifico tra tutti gli studiosi, di destra e di sinistra, 1) che i rapporti di collaborazione autonoma continuativa a cui Grillo - come Caruso - si riferisce sono riconosciuti dalla legge italiana fin dal 1959 e hanno avuto una crescente diffusione negli ultimi trent’anni del secolo scorso; 2) che la legge Biagi ha, semmai, introdotto una disciplina restrittiva di quei rapporti (di cui si è avvalso proprio il governo di centrosinistra per dare un giro di vite contro il lavoro precario nei call center); 3) che dall’entrata in vigore della legge Biagi quei rapporti, lungi dall’aumentare, hanno preso a ridursi; 4) che neppure la quota dei contratti di lavoro a termine sul totale del lavoro dipendente ha segnato dal 2000 al 2006 un apprezzabile aumento. Ora, Beppe Grillo non può ignorare come sulla medesima falsità che apre il suo libro - e che il seguito del suo libro stesso rende evidente - sia stata costruita nel recente passato una campagna di odio politico forsennato, che ha portato all’uccisione di una persona. Ciononostante nel suo sito Internet alcune settimane fa egli si è permesso di rincarare la dose dileggiando quella stessa persona, insieme a un’altra vittima del terrorismo, con una «versione satirica» del Corriere contenente il trafiletto che segue. Titolo: «Biagi come mio marito Calabresi: un martire»; testo: «Gemma Capra non ha dubbi: "Bisogna smettere di insultare i servitori dello Stato". Altrimenti il rischio è che si ripeta quanto accaduto a suo marito Luigi Calabresi, ucciso solo per aver fatto prendere una boccata d’aria al ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, o a Marco Biagi, ammazzato soltanto per aver aiutato gli imprenditori a sfruttare meglio i lavoratori». Tutti coloro che si chiedono perché in Italia - unico Paese dell’Occidente industrializzato - il mestiere del giuslavorista sia così pericoloso, e il dibattito sulle politiche del lavoro resti tuttora inquinato dalla violenza terroristica, sono serviti. Se un parlamentare e un attore comico popolarissimo sono capaci di indicare, pur senza alcun fondamento, nel giuslavorista assassinato il responsabile dei mali peggiori del mondo del lavoro, perché mai non dovrebbe trovarsi in giro una testa calda capace di sparare di nuovo contro un bersaglio simile? In questi anni non solo la sinistra, ma pure la destra ha ritenuto di presentare la legge Biagi come «la grande liberalizzazione» del mercato del lavoro. In realtà non lo era affatto; ma se i due schieramenti politici tra loro nemici erano d’accordo almeno su questo punto, perché mai 57 milioni di italiani non avrebbero dovuto crederci? Sul Corriere di ieri il segretario di Rifondazione Comunista richiama le altre forze del centrosinistra a farsi interpreti di questo sentimento diffuso, nel «popolo di sinistra» e nel movimento sindacale, contro la legge Biagi; non si rende conto l’onorevole Giordano che questo sentimento diffuso è stato generato proprio dalla faziosità bipartisan delle forze politiche? Che il Prc sia in grave difficoltà su questo terreno si comprende facilmente. Qualche contenuto incisivo di liberalizzazione del mercato del lavoro, assai più della legge Biagi, lo ha portato la legge Treu del 1997, che ha abolito il monopolio statale dei servizi di collocamento e ha introdotto le agenzie per la fornitura del lavoro temporaneo. Francesco Caruso lo ha capito; e ora, accomunando Treu a Biagi nel suo violentissimo attacco, egli ha inteso forzare il Prc ad assumere una posizione incompatibile con la sua appartenenza alla maggioranza. Assai più che con l’odiatissima Biagi, secondo logica, il Prc dovrebbe prendersela con la legge Treu; ma esso avrebbe grosse difficoltà a farlo, perché quella legge, frutto di accordi tra governo e sindacati firmati anche dalla Cgil, fu approvata nel 1997 da una maggioranza di centrosinistra di cui lo stesso Prc faceva parte. Per questo l’esternazione di Caruso non potrà essere archiviata in fretta, come l’infortunio estivo di un deputato estremista irresponsabile: essa è una lucida provocazione mirata a costringere i dirigenti del Prc ad ammettere di aver votato nel 1997 una «legge Biagi» ante litteram e a chiedere anche di quella l’abrogazione o il «superamento». Ci sarebbe un solo modo serio in cui la maggioranza potrebbe uscire dell’impasse in cui l’ha costretta Caruso: che tutte le sue componenti accettassero di azzerare giudizi e pregiudizi politici, per discutere serenamente la questione dei veri effetti di quelle due leggi, sulla base dei dati disponibili, con l’aiuto di chi li sa leggere. Sarebbe un bagno di pragmatismo salutare per la nostra politica e per il nostro Paese; ma a chiederlo si rischia di essere presi per visionari.
«Corriere della Sera» del 14 agosto 2007

Le regole mancanti

Relazioni industriali e compiti della politica
di Piero Ichino
L'ultimo numero dell'Espresso sferra un duro attacco contro i sindacati: «L'altra casta» è il titolo di copertina, sotto le immagini dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Imputazione principale: una ricchezza eccessiva, che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico. Ma la requisitoria su questo punto non è molto convincente. L'Espresso imputa alle confederazioni maggiori di avere beneficiato, negli anni ' 70, della distribuzione del cospicuo patrimonio immobiliare del disciolto sindacato nazionale fascista; ma non dice a chi mai avrebbe dovuto essere assegnato quel patrimonio, se non agli eredi delle libere associazioni sindacali che nei primi anni ' 20 avevano visto le proprie sedi messe a ferro e a fuoco dagli squadristi in camicia nera ed erano state poi espropriate e soppresse dal regime. Quanto ai contributi pubblici per i servizi resi dai sindacati ai lavoratori, mediante i patronati per le pratiche previdenziali e i Caaf per le dichiarazioni dei redditi, una critica attendibile dovrebbe basarsi su di una valutazione rigorosa del costo e del valore di quei servizi, di cui beneficiano quotidianamente - con un buon grado medio di soddisfazione - milioni di lavoratori (tutt' altro è il discorso sui contributi pubblici per i servizi di formazione professionale, dove gli sprechi sono enormi, ma la responsabilità prioritaria è delle Regioni e il ruolo gestionale dei sindacati è per lo più marginale). Una «questione sindacale» in Italia oggi esiste eccome; ma essa ha ben poco a che vedere con quella del «costo della politica», sollevata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con la loro denuncia contro «la casta». La vera questione sindacale è quella di un sistema di relazioni industriali opaco e vischioso, consolidatosi nell' arco di sessant' anni in contrasto con una norma della Costituzione, l' articolo 39, senza che questo sia mai stato né abrogato né riscritto. Un sistema che favorisce il frazionamento della rappresentanza sindacale, garantendo gli stessi diritti di proclamazione dello sciopero, di assemblea e di permessi retribuiti anche a sindacati cui aderisce meno dell' un per cento dei lavoratori; ma non garantisce affatto un vero pluralismo sindacale: l' assenza di regole sulla rappresentanza e il depotenziamento del patto di tregua - per cui qualsiasi lavoratore può aderire a uno sciopero proclamato anche il giorno dopo la stipulazione del contratto - penalizzano chiunque si proponga di contrapporre un modello di relazioni cooperative a quello tradizionale di relazioni conflittuali, privilegiando di fatto chi è capace di strillare più forte. Gli apparati sindacali centrali vogliono - e questo non sorprende - un sistema fortemente centralizzato, nel quale dunque quasi tutto si decide a un tavolo romano; ma non è chiaro chi abbia titolo per sedere a quel tavolo e in rappresentanza di chi. Ciò comporta alcune anomalie evidenti in sede di concertazione tra governo e sindacati, denunciate lucidamente da Bernardo Mattarella in un altro articolo sull' Espresso, questo sì centrato su di una questione cruciale. Ciò comporta pure che rappresentanze espresse quasi esclusivamente dai lavoratori regolari e dagli imprenditori del Centro-Nord possano negoziare contratti destinati ad applicarsi inderogabilmente su tutto il territorio nazionale, anche se incompatibili con lo sviluppo delle regioni del Sud. Ma sulle sabbie mobili di un diritto sindacale così incompiuto è ben difficile costruire soluzioni alternative. Sarebbe auspicabile che il sistema di relazioni sindacali fosse capace di darsi da sé le regole che oggi mancano. Ma se esso non ne è capace, deve essere il legislatore a farlo. Questo accade in tutti i Paesi civili; non si vede perché non debba accadere anche nel nostro.

«Corriere della Sera» del 9 agosto 2007

Lilja: Majakovskij e Marinetti? Due rivoluzionari

Mosca: gli incontri di Strada con i superstiti della mitica avanguardia russa
di Vittorio Strada
Krucenych e l’età d’oro di manifesti e scandali artistico-letterari
A Mosca, alla fine degli anni Cinquanta, nell’atmosfera irreale di una destalinizzazione iniziata da uno stalinista non pentito, ma avveduto, capace di capire che per conservare spesso bisogna cambiare, Nikita Chrusciov, in un metaforico «disgelo» che alternava rialzi di temperatura a improvvise ricadute, rendendo il ghiaccio del regime comunista una poltiglia sdrucciolevole, era possibile anche a uno straniero, curioso e avventuroso, prendere contatti con i superstiti della mitica «avanguardia» degli anni Venti, e, se si meritava la loro fiducia, frequentarli. Il più straordinario di costoro era Aleksej Krucenych, un nome che non dice quasi nulla al pubblico generico, al cui orecchio sono pervenuti i giustamente più clamorosi Velemir Chlebnikov o Vladimir Majakovskij, ma, per chi conosca gli annali del Futurismo russo, Krucenych è stato il più emblematico rappresentante della tendenza futurista più estrema e pura, il «linguaggio transmentale» (zaum’), una sorta di astrattismo verbale in cui costruzioni foniche nuove davano «libertà alla fantasia creativa, senza offenderla con alcunché di concreto», come si legge in una dichiarazione programmatica firmata anche da Krucenych. Per venire al Krucenych anni 50-60, si immagini un vecchio signore, povero e trasandato, ma con un piglio fermo che tradiva l’antico fanatico «avanguardista» rimasto spiritualmente legato all’età d’oro dei manifesti e degli scandali artistico-letterari, ingrigito però da decenni di logorante esistenza sovietica, e ridotto a vivere, come quasi tutti, in una komunalka, cioè in un appartamento collettivo in cui ogni inquilino, singolo o con famiglia, occupava una stanza, mentre cucina e servizio erano in comune per tutti. Era in questa sua stanza che andavo spesso a trovarlo, affascinato dai suoi racconti e dalla sua stessa presenza di testimone di un’epoca leggendaria, oltre che dal desiderio di collezionare i preziosi testi del Futurismo russo, che solo da lui si potevano trovare. La sua stanza, in realtà, era un antro cartaceo, interamente e caoticamente foderata di libri. Si camminava su fogli affastellati di carta, un tempo parti di qualche edizione, mentre gli armadi e un baule traboccavano di pubblicazioni, manoscritti, lettere, fotografie che avrebbero fatto ricco e felice qualsiasi archivio: erano infatti materiali riferentesi a Marina Cvetaeva, Anna Achmatova, Boris Pasternak, oltre che al Futurismo russo, documenti che poi, alla morte di Krucenych, nel 1968, passarono tutti, credo, a un archivio letterario. Un letto, una branda, era l’unico oggetto non libresco, anche se sotto si intravvedevano distese di carte. Da questo «deposito», Krucenych prendeva ogni tanto, secondo un suo estro, un’edizione preziosa dell’avanguardia e me la donava (in verità in cambio di libri occidentali d’arte, ma certo non equivalenti), permettendomi di completare la mia raccolta dei manifesti futuristi russi, resi ancora più preziosi da certe sue annotazioni. Ma era lui stesso, il futurista invecchiato e sopravvissuto, anzi ancora straordinariamente vivo, ad essere il reperto archeologico più eccezionale di quel «museo», lui con le sue manie alimentari, le sue scatole di dolci al miele che mi offriva e, nella cucina frequentata dalle sciamannate coabitanti delle altre stanze, le pappe fatte con le farine più strane che mi offriva di dividere con lui, senza che io osassi accettare l’invito. E poi i suoi ricordi e la sua recitazione del verso «transmentale» più famoso, il suo «insensato» Dyr bul scil, espressione che sulle sue labbra aveva qualcosa di sciamanico. Con Lilja Brik gli incontri furono, invece, occasionali, provocati da un mio articolo in cui analizzavo in modo nuovo, fuori delle leggende del «realismo socialista» sovietico, i rapporti fra Majakovskij e Gor’kij. Fu lei a invitarmi nella sua casa che mostrava i segni sia della sua vita capricciosa di donna di vari mariti e amanti, tra i quali ultimi il più illustre era stato Vladimir Majakovskij, sia di un certo benessere «piccolo borghese» sovietico. C’era una nota di cinismo candido e perverso nel suo modo di parlare e ricordare. Durante una delle mie visite portai il discorso su un episodio della vita di Majakovskij che mi incuriosiva: l’incontro fra lui e Marinetti, a Parigi nel giugno 1925. Già il viaggio di Marinetti in Russia alla vigilia della Prima guerra mondiale era stato un episodio assai significativo nella storia dei «due» Futurismi: italiano e russo. La Brik si divertì quando le dissi che in un raro manifestino futurista, intitolato Marinetti in Russia, che avevo trovato a Milano, si leggevano frasi come questa: «Marinetti ha voluto dimostrare che anche nel bere gli italiani sanno essere, quando occorre, primi, e tranquillamente ha vuotate, l’una dopo l’altra, quattro bottiglie di champagne. Dopo di che riprese a declamare». Forse era una smargiassata, ma curiosa per la gara nazionalistica su un terreno, quello del bere, sul quale i russi non scherzano. A Parigi, nel libretto d’appunti di Majakovskij, Marinetti scrisse: «À mon cher Mayakovsky et la grande Russie énergique et optimiste touts mes souhaits futuristes». E nella pagina seguente: «Au grand esprit novateur qui anime la Russie: que’il ne s’arrête pas! Notre âme futuriste italienne ne s’arrêtera pas!». Citò queste parole Vasilij Katanjan, l’allora consorte di Lilja, cronista attento della vita di Majakovskij. Io azzardai che Marinetti era diventato fascista, così come Majakovskij comunista (anche se non iscritto) e che questo doveva significare qualcosa per il Futurismo, anzi per i «due» futurismi. La Brik replicò semplicemente: «Erano due rivoluzionari». Avrei voluto aggiungere che l’atto rivoluzionario estremo Majakovskij lo aveva compiuto con un suicidio (1930) che aveva sconvolto tutti e ancor oggi chiede di essere capito. Anche in questo, il Futurismo russo fu davvero diverso da quello italiano. Diversa, per tragica grandezza, fu la storia dei due Paesi, nel secolo scorso, anche nel rapporto fra arte e rivoluzione.
«Corriere della Sera» del 13 agosto 2007

È nella Bibbia la più bella canzone d’Amore

Un teologo a confronto con il Cantico dei Cantici. Perché parlare dell’amore è parlare della verità della vita: farlo alla scuola della parola di Dio è andare alle sorgenti eterne e scrutare gli orizzonti ultimi di ciò che siamo chiamati ad essere e di ciò che siamo
Di Bruno Forte
I misteri di un testo che sta al centro di quella storia dell’amore fra Dio e le Sue creature che è la Bibbia. Perché se l’Antico Testamento inizia con il grido esultante dell’uomo di fronte alla donna: "Questa, sì, è carne della mia carne, osso delle mie ossa", il Nuovo termina con il grido d’amore della sposa per lo sposo divino: "Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!", in mezzo, appunto, sta l’unico libro biblico a essere composto dall’inizio alla fine in forma di dialogo «Questo cantico comprende tutta la Torah; comprende l’opera della creazione; comprende il mistero dei Padri; comprende l’esilio d’Israele in Egitto e il canto del mare; comprende l’essenza del Decalogo e il patto del monte Sinai e il peregrinare d’Israele nel deserto, fino all’ingresso nella terra promessa e alla costruzione del Tempio; comprende l’incoronazione del santo nome celeste nell’amore e nella gioia. Comprende l’esilio d’Israele fra le nazioni e la sua redenzione; la risurrezione dei morti fino al sabato del Signore»

«Il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico dei Cantici è stato donato a Israele» (Rabbi Aqiba, citato in Mishnah Jadajim 3,5). Queste parole di uno dei grandi maestri della tradizione ebraica dicono incisivamente quanto il Cantico sia stato considerato e amato da essa. Il testo è una delle «meghillot», uno dei rotoli, cioè, da leggere nella liturgia sinagogale: il fatto che venga proclamato a Pasqua, la festa centrale fra tutte che celebra la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e il passaggio del Mar Rosso, testimonia di quale considerazione goda Shir Ha Shirim (questo il nome ebraico: il Cantico dei Cantici, il «Cantico sublime»). Ancora oggi nelle famiglie ebree il sabato è accolto come la sposa del Cantico (in ebraico «shabbat» è femminile). Il Libro dello splendore o Zohar riconosce nel Cantico l’intera rivelazione di Dio: «Questo cantico comprende tutta la Torah; comprende tutta l’opera della creazione; comprende il mistero dei Padri; comprende l’esilio d’Israele in Egitto e il canto del mare; comprende l’essenza del Decalogo e il patto del monte Sinai e il peregrinare d’Israele nel deserto, fino all’ingresso nella terra promessa e alla costruzione del Tempio; comprende l’incoronazione del santo nome celeste nell’amore e nella gioia; comprende l’esilio d’Israele fra le nazioni e la sua redenzione; comprende la risurrezione dei morti fino al giorno che è il sabato del Signore» (Libro dello splendore. Teruma 144a).
Nella tradizione cristiana il Cantico gode di una stima non minore: «Beato chi comprende e canta i cantici della Sacra Scrittura – afferma Origene –, ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici» (Omelia sul Cantico l,l: Pg 13,37). Attraverso l’uso dell’interpretazione allegorica, tutto il Cantico appare come un paradigma del Cristo: così, l’Amato che viene saltando sopra i monti di Ct 2,8 è riconosciuto sin dal primo commento cristiano come «il Verbo, saltato dal cielo fin nel corpo della Vergine, dal sacro ventre sul leg no della Croce, dal legno negli inferi, di là nella carne (della risurrezione)... infine, dalla terra al cielo» (Ippolito di Roma, Commento al Cantico, XXI, 2). Le descrizioni del Cantico vengono interpretate come metafore della vita della Chiesa: «Se tu senti nominare le membra dello sposo, cerca di capire che in realtà sono evocati i membri della Chiesa» (Origene, Commento al Cantico, libro II, su Ct 4). Muovendo dal Cantico sviluppa la sua riflessione sui gradi della «violenta carità» Riccardo di San Vittore, combinando genialmente teologia ed esperienza spirituale per sottolineare come il rapporto d’amore con Dio non lasci nessuno come lo ha trovato, ma al contrario segni in modo indelebile la sua anima: «Grande è la forza dell’amore, meravigliosa la potenza della carità» (I quattro gradi della violenta carità, 2). Al Cantico si ispira la mistica cristiana, celebrando il rapporto d’amore con Dio: basti pensare ai versi di San Giovanni della Croce: «In una notte oscura / con ansie di amor tutta infiammata, / o felice ventura!, / uscii, né fui notata, / stando già la mia casa addormentata. / ... / Notte che mi guidasti! /oh, notte amabile più che l’aurora / oh, notte che hai congiunto / l’Amato con l’amata / l’amata nell’Amato trasformata» (San Giovanni della Croce, Noche oscura, Strofe l e 5).
Eloquente e ispirativo nelle più diverse stagioni della tradizione ebraico-cristiana, il Cantico continua a parlare anche oggi: «Questo – afferma Guido Ceronetti – è un Cantico di oggi, per il presente, per servirgli restando quel che è, un punto lontano» (Il Cantico dei Cantici, Adelphi, Milano 1975. 2005, 114). E aggiunge: «Colpisce la somiglianza delle sue parole coi gradi più alti del silenzio; è una musica cessata in ogni suo suono, che affiora come pura memoria» (115). La forza evocativa per ogni uomo, per ogni tempo, di queste poche parole (1250: 117 versetti), continua a essere riconosciuta: «Per esprimere l’Assoluto in una visione umana è bastato questo arco brev e» (115). Non si può non chiedersi come un’opera storicamente datata, probabilmente del tardo post-esilio (IV-III secolo a.C.), abbia potuto esercitare una tale influenza sull’anima ebraico-cristiana e in generale sulla storia culturale e religiosa dell’umanità. La ragione di questo fascino esercitato dal Cantico sta plausibilmente nel fatto che esso si muove sulla soglia, in quella sottile striscia di esperienza universalmente umana, dove la morte è eguagliata solo dall’amore. Scrive ancora Ceronetti: «Forse perché sei la sera, la morte velata – Cantico, sacro Cantico – di Te ho paura» (128). Proprio così il Cantico è poesia: «Senza poesia non si può vivere e tanto meno amare. Grazie a Dio c’è poesia nella Bibbia» (D. Garrone, Introduzione al Cantico dei Cantici, traduzione di G. Bemporad, Morcelliana, Brescia 2006, 30). Il Cantico è amore portato alla parola, non risolto in essa: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore» (4,9). Il Cantico è la prova di come sia l’amore a spingere a parlare dell’amore: «Urget caritas de caritate loqui» (Riccardo di San Vittore, I quattro gradi della violenta carità, l). Si può capire il Cantico, allora, solo se si è inquietati dall’amore, feriti da esso, attratti, animati o motivati dall’esperienza di amare. Per la comprensione del Cantico vale la legge dell’amore: «Amor che a null’amato amar perdona» (Dante, Inferno, V, 103). Solo l’amore capisce l’amore: solo l’amore introduce nel santuario del Cantico e ne rivela le profondità abissali.
È l’amore il tema del Cantico: si comprende, perciò, come proprio questo piccolo libro stia al centro di quella narrazione della storia dell’amore fra Dio e le Sue creature, che è la Bibbia. «Il Primo Testamento inizia con il grido esultante dell’uomo di fronte alla donna: "Questa, sì, è carne della mia carne, osso delle mie ossa" (Gen 2,23). Il Nuovo termina con il grido d’amore della sposa per lo sposo divino: "Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!" (Ap 22,17). In mezzo alla Bibbia, Primo e Nuovo Testamento, vi è il Cantico dei Cantici, il libro dell’amore, il cuore della Bibbia» (Cantico dei Cantici, nuova versione, introduzione e commento di G. Barbiero, Paoline, Milano 2004, 8). In quanto libro dell’amore, il Cantico è anche l’unico libro biblico a essere composto dall’inizio alla fine in forma di dialogo: «Il fatto stesso del dialogo è significativo, perché indica, nella prossimità, anche la distanza dei due amanti, come è tipico del vero amore» (ib., 420). Ma di quale amore si tratta? È amore umano, solo umano, quello di cui parla il Cantico? O è anche amore divino?


l verbo ’ahev = «amare» è un termine chiave in Shir Ha Shirim, tanto che esso e i suoi derivati vi ricorrono ben diciotto volte: ’ahavah = «amore» corrisponde ai tre termini greci eros, philìa e agàpe, ed esprime nella Bibbia ebraica sia l’amore per Dio (cfr. Dt 6,5), sia l’amore di amicizia (1 Sam 18,1: Davide e Gionata), sia l’amore di un uomo per una donna (Gdc 16,4: Sansone per Dalila). Si tratta di un unico amore che intreccia le varie possibilità: in tutte è però presente l’Eterno, come sottolineano i maestri ebrei mostrando come la parola ’ahavah abbia due lettere in comune col nome divino impronunciabile, significato dal Tetragramma sacro (Jhwh). L’identità di posizione delle he all’interno dei due termini viene interpretata come l’espressione di un rapporto mistico fra la coppia umana e il Creatore, in forza del quale l’uomo e la donna nella loro relazione d’amore rendono presente il Nome divino fra gli uomini. In ogni esperienza veramente umana di amore si fa esperienza di Dio: questo è il senso che al Cantico dà la professione di fede di 8,6: «Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!». «Come la morte l’amore chiede tutto. Amare vuol dire perdere la propria libertà e la propria vita, non appartenere più a se stessi... Bisogna perdersi per ritrovarsi» (i b., 427: cfr. Le 9,24). A questa esperienza della totale esigitività dell’amore corrisponde la convinzione che la fede d’Israele non può essere che riconoscimento della totale appartenenza al Dio unico (cfr. Dt 6,4).
Questa ricchezza di sensi del tema «amore» fa comprendere come del libro dell’amore che è il Cantico siano state date le più diverse interpretazioni: esse vanno dalla lettura voluttuosa, che ne esalta il senso erotico, a quella virtuosa, che vi coglie la parabola dell’amore indissolubile, da quella sapienziale, che vi legge la ricerca e l’amore della Sapienza, a quella mistica, che vi riconosce il canto dell’unione fra l’anima e Dio. C’è chi ha dato del Cantico un’esclusiva interpretazione simbolica e chi lo ha letto solo in senso letterale, come canto di amore o collezione di canti nuziali. Una foresta di simboli pervade comunque l’intero testo: l’Amato, l’amore, il corpo, il giardino, il creato, la società... Il «filo rosso» in questa selva di sensi è rappresentato dal tema della ricerca amorosa, con l’accentuazione della presenza gustata dopo l’amarezza dell’assenza, dell’aurora accolta dopo la notte, dell’oblio di sé vissuto come condizione per trovare l’Altro.


n indizio importante per cogliere nel Cantico la pluralità di sensi riferiti all’amore è il termine Dodî = «amato mio»: esso contiene le lettere del nome David. Già così, rimanda contemporaneamente al singolo innamorato di Dio, di cui Davide, il cantore dei salmi, è figura, e al popolo messianico, costitutivamente legato alla discendenza davidica. In quanto poi il termine ricorre ventisei volte nel Cantico, e ventisei è un numero sacro per la ghematria ebraica perché è il valore numerale del tetragramma Jhwh, è possibile riconoscervi anche il riferimento all’Amato divino.
L’amore del Cantico è allora al tempo stesso quello dell’amato per l’amata, quello di Dio per il Suo popolo e del popolo per Dio, e infine quello del singolo credente per il Signore. Che l’amore in tutta la ricchez za del suo significato sia il tema dominante del Cantico è mostrato anche dal fatto che il testo si preoccupa di presentare sin dall’inizio i due protagonisti come l’amata e l’amato. È interessante notare che a pronunciare il maggior numero di parole nel Cantico sia la donna (una sessantina di versetti), mentre all’uomo ne sono riservate poco più della metà (trentasei versetti). È questo un implicito riconoscimento dell’inclinazione che la donna ha verso la sapienza dell’amore, non solo nel senso della capacità oblativa che dimostra, ma anche della disponibilità a intuire, presentire ed evocare la presenza dell’Amato. Quest’attitudine alla percezione e alla comunicazione dell’amore è intesa dalla tradizione ebraica come risultante naturale dell’essere la donna sorgente della vita: se vivere veramente è amare, colei che nella casa accende la candela del sabato per introdurre la famiglia intera nella vita nuova del riposo divino, la donna, è anche quella che in generale saprà meglio accendere e alimentare la fiamma dell’amore.
A prendere la parola per prima è lei, l’amata, e lo fa per parlare di lui: «I tuoi amori sono più buoni del vino. Per fragranza sono belli i tuoi profumi. Profumo che si spande è il tuo nome, per questo le giovinette ti amarono» (1,2s). Per quanto letterale, la traduzione non rende la musicalità di queste bellissime parole d’amore: essa gioca sull’assonanza fra il termine shem, che vuol dire «nome», e il termine shemen, che significa «profumo». Il solo nome dell’amato riempie l’aria di profumo, che incanta lei, come incantò altre. Nel versetto seguente all’olfatto si unisce il gusto: «Ricorderemo i tuoi amori più del vino» (v. 4: cfr. v. 2). È come se il ricordo dell’amato abbia un sapore, forte come quello del vino. Tutti i sensi sono convocati per descrivere l’attrazione che lui esercita su tutto l’essere di lei, passando attraverso l’udito, la visione, il tatto: «Attirami dietro a te, corriamo!» (v. 4). Così lei si mette alla ricerca di lui , abbandonando la vigna sicura dei suoi fratelli per cercare lui nel rischio e nell’insicurezza (v. 6). E la ragione di questa scelta è che lui è l’amore dell’anima sua (v. 7).
Interviene quindi lui a parlare di lei, «bella fra le donne» (v. 8), e ne descrive le guance, il collo, il portamento regale (vv. 9s), rivolgendole un invito pieno di suggestione, perché pervaso dalla memoria sacra di tutto Israele: «Escitene sulle orme del gregge» (v. 8). È il verbo dell’Esodo jasa: l’invito è a mettersi in atteggiamento di esodo, ad abbandonare le proprie sicurezze per affrontare il nuovo. Come fu per Abramo (Gen 12,1), così per l’amata l’invito è a lasciare ogni sicurezza per andare verso la terra promessa dell’amore. Lontani fisicamente, i due sono vicini nell’anima, e il mondo intero sembra invitarli a realizzare il loro desiderio di incontrarsi: è il senso delle stupende parole dell’amato:

Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro (2,10-14).

Fra i due protagonisti si crea così il ponte dell’amore, che non tollera alcuna lontananza e sfida ogni separazione, perché l’amore è reciproca appartenenza, anche quando si vive la ferita del non essere insieme. È il senso della formula usata da lei in 2,16: «Dodî lî-wa’anî lô – il mio amato a me e io a lui». L’espressione dice il totale appartenersi degli amanti nell’amore: si tratta di un’appartenenza caratterizzata dalla reciprocità, che esclude ogni prevaricazione dell’uno sull’altro, come mostra il fatto che in 6,3 la s tessa formula è presentata nell’ordine inverso: «lo sono del mio amato e lui è mio». L’amore è insomma esodo da sé di ciascuno dei due per essere dell’altro. Questa trama complessa di legami d’amore non è presentata mai staticamente nel Cantico, ma evocata nelle forme proprie dei dinamismi dell’amore: l’amore è cammino che si apre al cuore e alla vita, e perciò non può non vivere di tappe e di gradi: «Grande è la forza dell’amore, meravigliosa la potenza della carità. Molti sono i gradi dell’amore e fra essi grande è la differenza» (Riccardo di San Vittore, I quattro gradi della violenta carità, 2).
Questi gradi o tappe caratterizzano il rapporto dell’Amato e dell’Amata, fatto di ricerca, di incontro, di nuova ricerca fino al definitivo reciproco possesso: «La fusione delle due persone rende il dialogo impossibile, mentre dei due amanti del Cantico è caratteristica la parola», e dunque la reciproca ricerca (Cantico dei Cantici, nuova versione, introduzione e commento di G. Barbiero, Paoline, o.c., 420). Appunto per durare l’amore ha bisogno di distanza, di incontro, di nuova distanza, di nuovo incontro. Si profilano così i gradi dell’amore nel Cantico, corrispondenti alle tappe in cui il dialogo fra i due si svolge, fra lontananza e prossimità. Sono gradi, riferibili sia all’amore umano, che al rapporto con Dio. Il primo grado è quello dell’amore che cerca. In esso a dominare sono il desiderio e la ricerca, e l’altro è percepito come l’assente Presenza. Proprio così i due si profilano in questa tappa come mendicanti d’amore, cercatori ardenti dell’amato altro. Il secondo grado dell’amore è quello del tocco dell’amore, dell’amore, cioè, che trova e nuovamente perde la persona amata. Ad aver rilievo è qui il «bacio mortale» , ovvero l’incontro con l’Amato, che sembra uccidere e dà la vita, perché, mentre tutto assorbe, tutto dona. Il movimento della relazione fra i due è quello dell’abbandono di sé nell’Altro: si delinea qui la grande legge dell’amore, quel morire p er vivere, che mostra come vita e morte stiano nell’esperienza d’amare in fatale duello, che però, quando l’amore c’è, è a favore della vita. Infine, la terza tappa è quella dell’amore vittorioso. Vi emerge il contesto del giardino fiorito, dove i due non sono più due, ma Uno, e il ritrovarsi di ciascuno nell’altro è pegno e caparra della vittoria sulla morte, che è la vita senza fine dell’amore.

poema mistico

Il Cantico dei Cantici è un libro presente sia nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è inserito tra i libri sapienziali; in quella ebraica è incluso nei Ketuvim. È conosciuto anche come Cantico di Salomone, poiché se ne attribuisce la paternità all’antico re di Israele del X secolo a.C.: la tradizione ebraica vuole sia stato scritto con la costruzione del Tempio di Gerusalemme. In realtà si ritiene sia opera di uno scrittore anonimo del IV secolo a.C. che ha fatto confluire nel testo diversi poemi antecedenti originari dell’area mesopotamica. Il libro, non seguendo un ordine prestabilito, ha sempre presentato delle difficoltà nel momento in cui si è voluto suddividerlo per uno studio più approfondito. Alcuni lo hanno considerato divisibile in cinque cantici, oppure in sei scene, oppure in sette poemi o più, e fino ad arrivare al caso estremo di considerarlo formato di ventitre cantici.
La suddivisione maggiormente accettata è la seguente, composta di un prologo, di cinque poemi e di due appendici:
Prologo 1,1-4;
Primo poema 1,5-2,7;
Secondo poema 2,8-3,5;
Terzo poema 3,6-5,1;
Quarto poema 5,2-6,3;
Quinto poema 6,4-8,4;
Prima appendice (chiamato anche epilogo) 8,5-7;
Appendice finale 8,8-14.
È uno dei testi più lirici e inusuali delle Sacre Scritture. Racconta in versi l’amore tra due innamorati, con tenerezza ma anche con un ardire di toni ricco di sfumature sensuali e immagini erotiche. Sia la dottrina canonica ebraica che cristiana lo interpretano come allegoria religiosa, nel primo caso dell’amore del creatore per il suo popolo (Israele), nel secondo caso dell’amore tra Cristo e la chiesa. Per la santità del contesto e del suo significato simbolico, il testo viene paragonato al luogo più santo ed interno del Tempio di Gerusalemme, il Kodesh haKodashim: il Cantico dei Cantici infatti include metaforicamente tutta la Torah.
Avvenire del 12 agosto 07

E il Pci inventò il sionismo reazionario

«Mondo Contemporaneo» rievoca il cambio di strategia di Botteghe Oscure su Israele
di Dino Messina
Furono i processi staliniani contro gli ebrei ad avviare la svolta nel ‘52.
Sull’«Unità» le fattorie collettive vennero definite «una forma raffinata di sfruttamento»
Nella prefazione a un libro di Luciano Tas, Cartina rossa del Medio Oriente, pubblicato dalle edizioni della Voce nel 1971, Alberto Cavallari indicava nel 1967, anno della guerra dei Sei giorni, il momento della svolta anti-israeliana del Pci. Quell’anno, assieme al fatidico 1956, in cui ai fatti d’Ungheria si accavalla la crisi di Suez, è considerato cruciale nell’atteggiamento del Partito comunista italiano verso la questione palestinese e il sionismo. In realtà, come dimostra un’attenta ricerca di Gianmarco Santese, dell’Università Roma Tre, l’antisionismo del Pci, che a volte assunse i tratti di un vero e proprio antisemitismo, deve essere retrodatato di molto. Lo studio di Santese, che apparirà sul prossimo numero di Mondo Contemporaneo, il quadrimestrale di storia edito da Franco Angeli e diretto da Giuseppe Conti, Luigi Goglia, Renato Moro e Mario Toscano, analizza in particolare le annate dell’Unità e Rinascita dal 1945 al 1956, documentando l’iniziale appoggio che i comunisti italiani diedero alla causa ebraica contro la potenza mandataria britannica. In un articolo del 30 giugno 1946 l’Unità parlava di «un movimento indipendentistico degli ebrei in Palestina che lottano per la liberazione del Paese dall’oppressione britannica». Il sionismo, osserva Santese, era lungi dall’esser considerato un movimento colonialista, così come le rivalità tra ebrei e arabi erano messe in secondo piano e l’attenzione focalizzata «sull’azione di repressione del Foreign Office». Così nel maggio 1948 la nascita dello Stato d’Israele, considerato «un cavallo di Troia per espugnare la fortezza mediorientale», venne salutata favorevolmente al punto che Umberto Terracini, durante il dibattito sulla ratifica del Patto atlantico, «biasimò il ritardo con cui il governo italiano aveva riconosciuto il giovane Stato». In questa luce potrebbero apparire incomprensibili i sei reportage di Alberto Jacoviello, pubblicati nel maggio 1950 dall’Unità. In essi l’inviato di punta del giornale comunista accusava Israele di «sciovinismo nei confronti della comunità araba» e per la prima volta, nota Santese, «il termine sionismo veniva chiaramente accostato ad una politica razzista ed esclusivista, non più prerogativa solo di un governo o di una parte della società, ma della stessa ideologia sionista». Che cosa aveva determinato questo rovesciamento di posizioni? «Le votazioni che si tennero il 26 gennaio 1949 per l’elezione del Parlamento israeliano (Knesset) - spiega Santese - costituirono la prima importante tappa della disillusione comunista verso lo Stato ebraico; esse videro la sconfitta del Maki (Partito comunista israeliano) e del Mapam (socialista di sinistra) e decretarono la vittoria del Mapai, di ispirazione laburista, guidato da Ben Gurion». A ciò andava aggiunto l’annuncio di un prestito americano ad Israele «che segnò l’inizio del deterioramento dei rapporti tra lo Stato ebraico e l’Unione Sovietica». Era chiaro che Israele non poteva essere più considerato l’avamposto antimperialistico in Medio Oriente e Alberto Jacoviello poteva condannare i kibbutz come «una raffinata forma di sfruttamento capitalistico». Siamo ancora nell’ambito della critica, non della demonizzazione, sebbene Israele venisse sempre più frequentemente indicato come una «colonia americana». Il momento cruciale della svolta antisionista del Pci doveva ancora arrivare. Ed esso viene individuato «in quei mesi che tra il 1952 e il 1953 videro la messa in scena, prima a Praga e poi a Mosca, dei processi farsa alla "banda Slansky" e ad un gruppo di medici accusati ingiustamente di aver avvelenato importanti dirigenti sovietici». In entrambi i casi la maggior parte degli imputati era di origine ebraica e questa era la base per denunciare un «complotto ebraico-imperialista» e annullare ogni differenza tra la qualifica di ebreo e quella di sionista, come scrisse Arthur London (uno dei condannati) nel libro La confessione, pubblicato in Italia da Garzanti. I comunisti italiani furono influenzati dall’ondata antisemita che partiva dall’Urss: tra il novembre 1952, quando venne aperto a Praga il processo alla cosiddetta banda Slansky, e l’inizio del 1953, quando a Mosca un gruppo di medici ebrei fu accusato di aver assassinato, «istigato dall’organizzazione internazionale ebraica borghese nazionalista Joint», i dirigenti Zdanov e Schterbakov. Sull’Unità, annota Santese, «il sionismo assunse il rango di nemico del socialismo quasi al pari dell’imperialismo americano». E «da movimento popolare attraverso il quale gli ebrei avevano lottato per la loro indipendenza», divenne «come un’organizzazione elitaria strettamente connessa al capitalismo mondiale». Paolo Robotti arrivò a prefigurare un’alleanza antisovietica tra «banchieri ebrei e finanza cattolica, molti rabbini e muftì». L’antisionismo aveva raggiunto una dimensione addirittura caricaturale che tuttavia contribuì notevolmente alla formazione di un orientamento anti-israeliano nell’opinione pubblica di sinistra. Secondo Santese, poi, se «la svolta anti-israeliana del Pci si consumò definitivamente tra il 1952 e il 1953, l’atteggiamento comunista verso i regimi arabi mutò radicalmente solo in seguito al trattato ceco-egiziano, nell’autunno 1955». Con ciò sottolineando ancora una volta che i comunisti italiani seguirono sempre gli orientamenti sovietici: dai deliri staliniani sulle congiure sioniste alla consacrazione dell’egiziano Nasser come leader dell’anti-imperialismo.
«Corriere della Sera» del 9 agosto 2007

L’Occidente non può tacere

di Franco Venturini
Così come non si può esportare la democrazia in punta di baionetta, non è purtroppo possibile imporre a uno Stato sovrano il rispetto dei diritti umani. Più che mai se questo Stato ha le dimensioni, il peso economico e l’importanza strategica della Repubblica popolare cinese. Ma è giusto far discendere da questa presa d’atto una «realistica» rassegnazione talvolta troppo simile alla complicità? Non dovrebbero piuttosto le democrazie occidentali, turbate e confuse in un mondo instabile, riaffermare e difendere i loro valori identitari? Le Olimpiadi cinesi del 2008 riaprono un tormento antico. Non fu sbagliato, a nostro avviso, assegnare i Giochi alla Cina pur conoscendo le sue manchevolezze. Senza bisogno di evocare il ping-pong che nel ‘72 facilitò l’incontro tra Nixon e Mao, è noto che gli eventi sportivi possono essere un formidabile veicolo di progresso politico. Le Olimpiadi, in particolare, mobilitano milioni di persone, costringono il Paese ospitante ad aprirsi verso l’esterno e lo proiettano sotto gli occhi (e le telecamere) del mondo intero. Una speranza di concessioni libertarie all’interno era dunque lecita. Ma la Cina - e qui dissentiamo da quanto ha scritto Enzo Bettiza sulla Stampa di ieri - sembra voler pagare diversamente il suo biglietto olimpico. Pechino diventa conciliante sul Darfur e usa il suo potere di convincimento nei confronti del governo sudanese, mentre all’interno le avvisaglie sono di immutata repressione. Come se i diritti umani potessero essere difesi per procura, lontano da casa e tanto per accontentare gli scocciatori occidentali. Non si può certo disconoscere che la Cina di oggi sia migliore di quella del passato, e non si può escludere che la sua transizione, per ora soltanto economica, possa un giorno investire la sfera politica e sociale. Ma se vuole incoraggiare una simile prospettiva, e soprattutto se vuole tener fede ai suoi valori fondanti, l’errore più grave per l’Occidente sarebbe quello di ritagliarsi un ruolo da spettatore silenzioso. Perché quando la Cina dice «questo è il nostro sistema» (così come quando Putin difende la sua «democrazia sovrana», o Ahmadinejad e Chavez chiudono media fastidiosi), l’Occidente deve essere in grado di protestare ad alta voce ricordando i propri valori. Si tratterà di proteste inefficaci? Forse. Ma senza una simile affermazione identitaria diventerebbe impossibile contrapporre alle sovranità nazionali di altri la sovranità ideale che è alla base della comunità liberaldemocratica, sparirebbe nel tempo il senso di appartenenza che ancora unisce uno scosso Occidente, e non si potrebbe capire quanto profondo sia il danno che gli occidentali recano alla propria causa quando violano essi stessi (l’esempio di Abu Ghraib valga per tutti) i codici di comportamento che affermano di difendere. Siamo perciò noi, e dovrebbero essere i nostri governi, i primi interessati a non tacere. Avere una identità, soprattutto in questi tempi di globalizzazione omologante, è una sfida: agli interessi economici, al bon ton dei rapporti internazionali, talvolta anche alle priorità diverse tra alleati. Ma rinunciare ad averla e scegliere un realismo silente non aiuta gli altri e non aiuta noi occidentali, perennemente in sospeso tra politica dei diritti umani e politica di potenza. Si facciano, ma si facciano se occorre nel frastuono delle proteste, le Olimpiadi di Pechino. Senza dimenticare che in pista è atteso un protagonista cruciale: il popolo cinese.
«Corriere della Sera» del 9 agosto 2007

Il bacio, rivincita dell’amor profano

L’interpretazione dello storico Lorenzo Renzi
Di Cesare Segre
La modernità di Paolo e Francesca Dall’Inferno a simbolo di vera passione
Quello di Paolo e Francesca è tra i canti più famosi della Divina Commedia, forse il più famoso. La passione, anche dei sensi, non era mai stata rappresentata prima nella nostra letteratura: la lirica, in particolare, si atteneva di norma a quello che Spitzer chiamava il paradosso dei trovatori: l’amore sussiste a condizione di non essere appagato; e persino la parola bacio si trova in quei testi ben di rado. Con Paolo e Francesca siamo portati al momento in cui l’amore, in una situazione resa eccitante dal desiderio inconsapevole, si concretizza in un bacio, presto seguito dall’amplesso cui Dante allude con una famosa reticenza («quel giorno più non vi leggemmo avante»). I due amanti stavano infatti leggendo un romanzo d’amore, il francese Lancelot en prose; in un certo senso, si riconobbero nella famosa coppia adulterina di Ginevra e Lancillotto. E forse noi lettori, per parte nostra, vediamo in Paolo e Francesca una trasposizione euforica di Dante e Beatrice, una specie di transfert, dato che questi ultimi non si baciarono certo mai, nemmeno nei sogni. Siamo abituati a cercare nel canto quinto dell’Inferno questo racconto d’amore e di morte, questa bufera infernale che trascina i due amanti, uniti per sempre, forse felici nonostante la condanna eterna. Ma sono stati i romantici a farci leggere così l’episodio. Lo studio dei commenti più antichi mostra che nella storia di Paolo e Francesca si vide per molto tempo solo l’aspetto moralistico: la giusta condanna di due adulteri, anche un po’incestuosi essendo cognati, e l’avvertimento di non leggere opere frivole, o di contenuto erotico, che sono un incentivo all’ozio e alla lascivia. Non si voleva notare che Dante prende parte, corpo e anima, alla vicenda dei due amanti piangendo con loro, e alla fine cadendo persino svenuto; voluta contraddizione tra la simpatia umana e la condanna (lo stesso accade nei riguardi di Ulisse). È questa la considerazione da cui parte un piacevolissimo volume del romanista e linguista Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio (Il Mulino, pp. 286, 17). Fra tutti i commenti antichi, Renzi si sofferma però su quello, controcorrente, del Boccaccio (Esposizioni sopra la Commedia, del 1374). Boccaccio racconta la storia dei due amanti come una novella. Vi sarebbe stato all’origine un inganno: a Francesca era stato fatto credere di sposare Paolo, che invece agiva per procura del fratello Gianciotto. Si capisce perciò che la donna, una volta venuta a conoscere la verità, abbia continuato ad amare il bel Paolo, invece che lo sciancato Gianciotto. Quando poi il vero marito colse gli amanti sul fatto, Francesca difese Paolo col suo corpo, e morì con lui. Insomma, prima vittima, poi eroina. Boccaccio, che espresse e dimostrò spesso la sua comprensione per le donne così maltrattate nel Medioevo, pensava in questo caso a Tristano, che sposa Isotta su procura di re Marco. I romantici, si diceva, sono ammaliati da Francesca. L’amore-passione, che porta sino alla morte, è certo un tema romantico per eccellenza. Nel ventaglio d’interpretazioni sette-ottocentesche dell’episodio, che vanno da Chateaubriand a Foscolo a Byron a Silvio Pellico, viene utilizzato spesso il racconto assolutorio di Boccaccio. Altre volte, come nel Pellico - uno dei molti, quasi sempre francesi, che ridussero per il teatro l’episodio -, si attribuisce a tutti i personaggi l’etichetta della nobiltà d’animo, rendendo questo amore totalmente spirituale. Ma per lo più la passione fa aggio sul peccato, e Francesca è considerata, ad esempio dal De Sanctis, come «la prima donna viva e vera apparsa sull’orizzonte poetico dei tempi moderni». Va aggiunto che questa lettura simpatetica del personaggio di Francesca ha fortuna anche sul piano figurativo, e i molti pittori che l’hanno fatta oggetto di loro opere, come mostra Renzi, hanno anche dato una mano a interpretarne la figura. È invece solo nel Novecento, specie grazie a Contini, che si è approfondito un altro aspetto della vicenda dei due amanti: la funzione suggestiva della letteratura. Si ricordi: Paolo e Francesca stanno leggendo il Lancelot en prose, e si baciano quando, nel romanzo, si baciano Lancillotto e Ginevra, con i quali dunque s’identificano. Sappiamo quanto profondamente lavorino dentro di noi le nostre letture, e non a caso gli scrittori ci presentano spesso degli eroi che sono consumatori accaniti di libri, e vivono idealmente nel mondo immaginato dai romanzieri: questo fa don Chisciotte, questo fa madame Bovary. E mi pare che si aggiunga un tocco non irriguardoso definendo Francesca, con Contini, una piccola intellettuale di provincia. Certo, nella Commedia Francesca descrive il suo amore per Paolo con le espressioni più alte elaborate dalla poesia dello Stilnovo, da Guinizelli al Cavalcanti. E quando afferma che Amore «a nullo amato amar perdona», cioè non tollera che chi è amato non contraccambi, enuncia un principio che sarebbe difficile difendere, nella teoria e nella pratica, ma che circolava in quei tempi. La condanna di Francesca all’inferno (anche se nel cerchio dei lussuriosi, il meno crudele) segna l’abbandono, da parte di Dante, delle concezioni stilnovistiche da lui abbracciate in gioventù ed elaborate nelle sue rime. È come se Francesca incarnasse le idee del Dante di una volta, mentre il Dante che l’ascolta, pure commosso, si trova ormai a un altro livello: quello in cui la sua Beatrice è diventata personificazione della Teologia. Renzi ama porsi domande, e così allarga la ricerca in varie direzioni, anche storiografiche. È assai intrigante questa: una volta condannato l’amore cortese, cioè quello trobadorico in versione italiana, e in genere l’amore carnale quando contrastante con i doveri matrimoniali, quale spazio dà Dante all’amore, appunto, coniugale? La domanda se l’era già posta Lino Pertile, rispondendo che questo amore, nella Commedia, non è presente. Certo, nel Paradiso ci sono molti personaggi coniugati, ma nessuno è lì per meriti legati a questa condizione, nemmeno Marzia, pur lodata da Catone, suo marito, all’inizio del Purgatorio. Molti di più quelli che hanno amato colpevolmente, come Cunizza da Romano e la biblica Raab, e si sono riscattati; o quelli che hanno sposato astrazioni: sposi della Povertà sono san Francesco con i suoi discepoli, e lo era stato Gesù Cristo. In generale, pare che la Commedia non sia interessata all’eventuale passaggio dall’amore terreno a quello divino, quasi che tra i due ci sia un salto, e non un eventuale sviluppo. Quanto alle corrispondenze tra questa impostazione e quella, da un lato dei Vangeli, dall’altro di Tolstoj, preferiamo rimetterci ai rispettivi specialisti.
Dante «incontra» Paolo e Francesca nel V Canto dell’Inferno, nel girone dei lussuriosi. La storia che racconta è quella di un matrimonio combinato nell’Italia del Duecento: Francesca da Rimini, figlia di Guido il Vecchio da Polenta, sposò nel 1275, per volere della famiglia, Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, da cui ebbe una figlia. Sorpresa in flagrante adulterio con il cognato Paolo, fratello di Gianciotto, venne uccisa dal marito insieme all’amante, nel 1285.
«Corriere della Sera» del 7 agosto 2007

La critica letteraria dimentica la contemporaneità

di Paolo Di Stefano
A suo tempo, quasi un anno fa, quando uscì la nuova edizione del Dizionario delle Opere della Letteratura Italiana Einaudi, il Piccolo Fratello si precipitò a controllare se coincideva in tutto con le precedenti. Se cioè alla luce degli ultimi cinque-sei anni (quanti separavano la prima dall’ultima edizione) Alberto Asor Rosa, il direttore di quel Dizionario ottimo per precisione, chiarezza espositiva e completezza, aveva ritenuto che nel frattempo si fossero aggiunti nel nostro panorama letterario testi degni di entrare in un Pantheon che già conteneva 2250 schede. Il Piccolo Fratello rimase deluso. L’elenco si fermava purtroppo a metà anni ‘90: il Tabucchi di Sostiene Pereira (1994), il Del Giudice di Staccando l’ombra da terra (1994), la Di Lascia di Passaggio in ombra (uscito nel ‘95). Stando al Dizionario, nell’ultimo decennio non sarebbe stato prodotto nulla di rilevante nella nostra letteratura. Per dirne una, Pontiggia è rimasto fermo alla Grande sera e poco conta che nel 2002 sia uscito un romanzo straordinario come Nati due volte. E si potrebbe continuare con altri nomi e titoli. Peccato, pensò allora il Piccolo Fratello. Che aggiungeva alla sua riflessione un banalissimo calcolo matematico: 770 sono gli anni che separano gli albori della letteratura italiana (convenzionalmente fissati al 1226, anno del Cantico delle creature) dall’ultimo romanzo segnalato nel Dizionario. 2250:77 dà una media di circa 29 titoli per decennio. Tre all’anno, fino al ‘96. Da allora a oggi: zero. Come si spiega? Solo opportunismo editoriale? Oppure c’è qualcosa di più? E’vero che la collocazione di un autore e di un titolo in un Dizionario richiede tempo, distanza, sedimentazione. Ma fino a un certo punto. Nel compito di un critico letterario non è compreso il coraggio di mettere le mani anche nella contemporaneità che scorre sotto i suoi occhi? Stesso discorso per i testi di storiografia letteraria. Ci sono grandi opere che per definizione vanno aggiornate. Troppo facile dire che Dante Alighieri era un gigante. E che la Vita nuova è «il primo compatto libro di autentica poesia», come fa Ugo Dotti nella sua Storia della letteratura italiana, pubblicata la prima volta nel ‘91 da Laterza e ora riproposta da Carocci con pochi interventi e una nuova Premessa. Troppo facile. Il risultato più evidente è che il capitolo conclusivo, «Gli ultimi decenni del "secolo breve"», si chiude con un paragrafo su Calvino (con Palomar ricordato appena tra parentesi) curiosamente (e arbitrariamente) affiancato a Sciascia: «Su un piano minore possiamo accostare a Calvino Leonardo Sciascia (e con lui, su un piano ideologico diverso, Raffaele Crovi)». Che c’entra Crovi? Boh. Persino una fase la neoavanguardia viene liquidata in dieci righe, perché «non è certo questa la sede per poterne trattare». Se non se ne tratta in una storia letteraria, dovremmo aspettarci che se ne parli in un manuale di idraulica? In compenso, Zanzotto «ci appare l’ultimo poeta di cui bisogna fare cenno». Solo di passaggio si citano i nomi di Bertolucci, Fortini, Raboni. A differenza del Dizionario, dove non si fa nemmeno cenno all’eventualità di un aggiornamento, qui Dotti «veste» le lacune di altissime ragioni ideali e scientifiche. Primo: «le periodizzazioni imposte dall’attuale accademia hanno ormai fatto della cosiddetta "letteratura contemporanea" quasi una disciplina a sé». Secondo: «il sempre maggior dilagare della letteratura di mercato, pur sotto le più nobili etichette, rende sempre più difficile la distinzione tra opera di successo e autentica opera d’arte». Già, ma allora perché esistono le storie letterarie, se non sono proiettate nel presente? A che servirebbe raccontare la storia del Muro di Berlino se alla fine non si dice che nel 1989 è caduto?
«Corriere della Sera» del 7 agosto 2007

Elogio del saper punire

Troppe farse in classe all’insegna della «tolleranza»: quel che dobbiamo difendere invece è il piacere di studiare
di Claudio Magris
Modesta proposta di una circolare ministeriale che riporti l’educazione (e i castighi) nelle scuole
Una scolara, durante l’ora di lezione, usa il cellulare e l’insegnante, come è logico, glielo sequestra temporaneamente, con una piccola ramanzina. Non è un grande avvenimento e non dovrebbe fare notizia, bensì tutt’al più procurare alla ragazzina un salutare sberlotto da parte dei genitori, che salda il conto e riporta il sereno. Invece il fattaccio - come tanti altri analogamente futili, ma altrettanto rivelatori di una crescente assurdità - finisce sui giornali, che riportano le vibrate e angosciate proteste di papà e mamma contro l’insegnante reo di repressione. Qualche tempo dopo, in un’altra scuola, un ragazzotto fa il bullo con un compagno, accusandolo di essere gay e femminuccia. Nemmeno questo sembrerebbe un evento atto a turbare l’opinione pubblica, rispetto alle tante calamità del mondo e di casa nostra. La stupida prepotenza del piccolo bullo è una delle tante di cui ognuno di noi si è reso talora colpevole, in virtù dell’ignobile impulso a perseguitare (anche solo minimamente) chi in quel momento è più debole, impulso latente nell’animo umano, incline all’istinto del branco che si accanisce su chi è diverso e inabile a difendersi. Chi si comporta così, in quel momento è un piccolo deficiente e in qualche momento lo siamo stati un po’tutti; proprio per questo è opportuno che qualcuno ce lo faccia notare, senza infierire ma senza troppi riguardi. L’insegnante di quella classe (forse anche lei, in qualche occasione della sua vita, non esente da qualche simile caduta, perché siamo tutti peccatori e proprio per questo conosciamo l’esigenza di stroncare benevolmente sul nascere queste universali miserie) punisce il bulletto costringendolo a scrivere cento volte «sono un deficiente». Forse si poteva arrivare a duecento volte, pena che non traumatizza nessuno, ma tutt’al più toglie mezz’ora di svago. L’insegnante viene invece denunciata e processata, come accade ai rapinatori, ai ladri, ai violenti. Per una vicenda banalissima, che avrebbe dovuto risolversi in quattro e quattr’otto con quella indulgente sanzione allo scolaretto e non uscire dalla classe, si mobilitano consigli di istituto, sociologi, psicologi e politici, imbarazzati a conciliare la solidarietà al ragazzino accusato di essere "femminuccia" - frase stupida, come è in genere stupida l’adolescenza specie maschile, ma non particolarmente grave - con il sostegno, peraltro cauto, all’insegnante e insieme con la preoccupazione che il bullotto non sia stato traumatizzato da quelle cento righe; i giornali dedicano a questo dramma nazionale grande attenzione. La farsa sembra sempre più il distintivo della nostra vita; purtroppo una farsa presa melodrammaticamente sul serio, anziché vissuta allegramente come tale. Quando, alla scuola media, sono stato blandamente punito per aver portato a scuola una pistola ad acqua con cui sparavo al mio vicino di banco, non mi sono sentito traumatizzato né represso e non sarei preoccupato di un eventuale trauma che potrebbe colpire uno scolaro americano se, anziché essere autorizzato ad andare a scuola con una pistola vera in tasca, come accade, dovesse, entrando a scuola, consegnarla al bidello. L’autentica educazione, quella che influisce su di noi, ha qualcosa in comune con la poesia, perché ci fa sentire il bene e il male e, rispettivamente, la dignità o la penosa balordaggine del nostro comportamento. Quando, come ho già raccontato, al ginnasio di più di un mezzo secolo fa uno di noi ruppe la penna di un nostro compagno timido e impacciato, verso il quale eravamo tutti un po’colpevoli, un nostro geniale professore di tedesco gli disse che aveva fatto bene, perché nella vita accade che i più forti prevarichino sui deboli, dopodiché gli ruppe tutte le penne, facendogli e facendoci capire per sempre che a ognuno, prima o poi, capita di trovarsi nella condizione del debole esposto alla violenza del più forte e facendoci dunque capire per sempre come sia cretino, prima ancora che ignobile, accanirsi contro qualcuno in quel momento indifeso. Quel professore ci aveva insegnato, con una specie di psicodramma, quello che la Bibbia insegna a tutti quando ammonisce Israele ad essere generoso con lo straniero «perché, ricordati, anche tu sei stato straniero in terra d’Egitto». Se allora fosse esistita la pletora dei vari consigli e organi collegiali, quel nostro insegnante sarebbe stato messo sotto accusa e sarebbe finito sui giornali; psicologi e sociologi avrebbero esternato voluttuosamente e probabilmente quel nostro compagno, piccola vittima di piccole prepotenze così genialmente stroncate, sarebbe divenuto l’ancor più umiliato oggetto di pubbliche discussioni e commiserazioni. È evidente che gli alunni devono essere difesi da eventuali atteggiamenti sadicamente repressivi, che esistono in tutte le categorie e dunque pure fra gli insegnanti. Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare e vedere traumi in ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti, inducendoli a infischiarsene dell’insegnamento e a lasciare che tutti gli alunni telefonino con i cellulari durante le lezioni senza imparare nulla, per non incorrere in grane penose. Rovina quel piacere di studiare e insieme di far baracca che è il sale della scuola - di una scuola sana in cui gli alunni cercano di copiare e gli insegnanti impedirlo, in cui si impara a riconoscere il gioco delle parti, a ridere insieme, a vivere la solidarietà e ad amare anche lo studio, non più seriosa pedagogia ma avventurosa scoperta; in cui si impara ad accettare la sanzione se si esagera nel fare baracca, riproponendosi di farla senza essere pizzicati. Non sarebbe male se, all’inizio dell’anno scolastico, tutti - allievi, docenti, esperti e soprattutto le famiglie preoccupate di tutelare i loro bebè magari diciottenni - fossero obbligati da una circolare ministeriale a scrivere, almeno cento volte, «sono deficiente».
«Corriere della sera» del 5 agosto 2007

Adorno cattivo maestro. Dei critici

L’autore di «Con le peggiori intenzioni» contesta allo studioso Giorgio Ficara il pessimismo sui romanzieri di oggi
Di Alessandro Piperno
«Snob e aristocratico, condiziona ancora i giudizi Ma la tv di massa non corrompe la letteratura»
Una delle cose che capisci, dopo un po’di pratica, è che anche il più sofisticato romanzo, se non ravvivato dall’ingombrante carisma d’un personaggio emblematico, è destinato a deperire sotto il cumulo di fuliggine dell’Oblio. La memoria di opere quali la Recherche, l’Ulisse, La montagna incantata - tanto per citare romanzi notoriamente inaccessibili - è affidata all’ascendente d’una dozzina di memorabili figure umane che, pur non avendo mai avuto il privilegio di esistere, si sono installate in quel condomino iper-esclusivo già da tempo abitato da Manon Lescaut, Lucien de Rubempré, per non dire di tutti gli altri. Perfino uno snob come Vladimir Nabokov non trovava indecente ammettere che il suo nome sarebbe rimasto associato a un’impertinente ninfetta ritta sul suo unico calzino. Forse la ragione per cui troviamo così tanta difficoltà a terminare La morte di Virgilio di Herman Broch o a entrare in un libro di Robbe-Grillet è proprio perché questi due eccellenti artisti pensavano che i personaggi fossero robaccia da «scrittori all’ingrosso» (la definizione è di Musil). E tutto questo non sfugge all’intelligentissimo Giorgio Ficara. Che apre il suo ultimo libro di saggi - intitolato Stile Novecento - con una dichiarazione che suona come un’inequivocabile scelta di campo: «Innanzitutto io amo un personaggio». Sì, Ficara sta dalla parte del personaggio, e quindi del romanzo. Tanto che a un certo punto, facendo sua un’abbagliante osservazione di Ortega y Gasset, scrive: «I grandi romanzieri del passato hanno non tanto raccontato, o rappresentato, ma realizzato l’epoca in cui vivevano». Balzac ha inventato il Faubourg Saint-Germain, non l’ha riprodotto. La vita sta sempre qualche spanna dietro all’arte. La vita va al trotto mentre l’arte galoppa su immaginarie praterie mai prima battute. Ficara confida così tanto in questa idea che non ha alcun ritegno a ribaltare il deperito cliché pirandelliano: non sono i personaggi che vanno in cerca dell’autore. Ma è il povero autore - sudato e trafelato - che arranca dietro al personaggio, ansioso che questi gli sveli il mistero inestricabile della sua epoca. È lo straordinario prestigio che Ficara accorda al personaggio a spingerlo a polemizzare con scrittori del calibro di Croce, Debenedetti, Forster, Lukács, Ortega y Gasset. E con tutti coloro che hanno visto nella trasformazione del personaggio avvenuta nel Novecento una regressione. Ficara difende Mattia Pascal e Palomar dall’accusa di essere personaggi incompiuti, non umani e palpitanti come Emma Bovary. Ficara rivela come essi vantino una parentela con Jacques il Fatalista o con Tristan Shandy (è noto l’interesse per il Settecento dei grandi romanzieri novecenteschi!). Ficara vede in questi personaggi non totalmente umani una forma di «realizzazione» della disumana epoca in cui sono stati creati. E per questo li rispetta, e li ama: «Quando Ortega, Lukács, e Bachtin (...) auspicavano un ritorno al personaggio nel senso tradizionale di personaggio-uomo in effetti dimenticavano (o ignoravano) la lezione, pur tanto clamorosa, del Fu Mattia Pascal». Di quale lezione si tratta? Quella contenuta in un interrogativo che falcidiò tutta la carriera artistica di Pirandello, che così Ficara sintetizza: «Che fare, precisamente ed esattamente, di un personaggio del tutto nuovo che si è posto sulla scena?». Già, che farne? Beh, non resta che aspettare. Sarà lui a indicarci la strada. Si evince come l’atteggiamento di Ficara sia straordinariamente progressivo. Di come lui - partendo dal presupposto che il romanzo sia un genere popolare, muovendo dall’assunto che esso sia per noi quel che l’epica era per gli antichi - confidi nella forza indistruttibile degli intrecci narrativi e dei grandi personaggi. Di come lui, in polemica con la neoavanguardia, creda nella «prerogativa di socievolezza di ogni grande letteratura». Per lui il romanzo è come uno di quei fiori che attecchiscono ovunque, che si abituano a qualsiasi clima. Che non temono né il freddo né il caldo. Che fingono di appassire per poi rifiorire più forte che mai. Sì, ci crede. Ma non fino in fondo. Alla fine del suo libro, infatti, nella sezione dedicata all’Italia contemporanea, Ficara rivela la sua frustrazione storica. Ora, mi sembra inopportuno entrare nel merito della giovane narrativa italiana (per chi non lo sapesse, faccio vergognosamente parte della categoria). E tuttavia non posso non notare come Ficara, parlando dei nostri tempi, perda la sua forza propulsiva, imploda in un pessimismo un po’rigido, incorrendo nell’errore dei maestri da lui fustigati poche pagine prima. C’è un’atmosfera di dismissione, di fine della festa, nell’ultima parte di Stile Novecento (forse perché il Novecento è andato in pensione?). La speranza nel futuro che Ficara dichiara è più una formalità che una fiaccola che gli scalda il cuore. Naturalmente in questo non c’è nulla di male. Immagino che professare il proprio pessimismo sia un diritto garantito dalla Costituzione. Ciò che non mi convince è l’argomentazione di fondo che spinge Ficara alla disillusione. Lui ce l’ha con «il vischioso e planetario cousinage mediatico» della comunicazione di massa dell’era televisiva. Questo, secondo Ficara, giustifica ogni pessimismo. Forse sarò io capzioso, ma tale analisi mi sembra incongruente rispetto all’impostazione del libro che, come dicevo, è un inno alle infinite possibilità del romanzo di rinnovare se stesso «realizzando» anche la meno nobile delle epoche. Ma so anche che dietro il discorso di Ficara si sommuove il nero fantasma di Adorno. È lui, quel vecchio inacidito snob, che leggevamo ai tempi dell’università compiaciuti dall’indignazione che solo lui sapeva infonderci, il grande corruttore. È lui, con il suo cattivo umore, ad averci impartito lezioni di aristocrazia apocalittica. Forse è venuto il tempo di contrastarlo. E chissà che le «invasioni» che lui considerava fatali alla letteratura - e che non a caso Ficara cita nell’ultima pagina del suo libro - non siano il prezioso diamante del romanzo a venire?

Ficara, professore ordinario di Letteratura italiana dell’Università di Torino, ha appena pubblicato per Marsilio il saggio «Stile Novecento» (pagine 242, 20)
«Corriere della sera» del 4 agosto 2007